Tesina Del Viaggio

September 27, 2017 | Author: Nashira Enchained | Category: Earth's Magnetic Field, Science, Geography, Astronomy, Philosophical Science
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Il viaggio

INDICE 1. Introduzione

2. Il viaggio come voglia di conoscenza e di evasione 2.1 Divina Commedia: L'Ulisse di Dante, Inferno, canto XXVII 2.2 Letteratura Greca: “Τά Ἀργοναυτικά” di Apollonio Rodio 2.3 English Literature: “Ulysses” by Alfred Tennyson “On the road” by Jack Kerouac

3. Il viaggio come voglia di scoperta e di conquista 3.1 XV secolo: il colonialismo

4. Il viaggio alla ricerca di noi stessi 4.1 Letteratura Latina: “Metamorphoseon libri” di Lucio Apuleio 4.2 Filosofia: la psicanalisi di Sigmund Freud 4.3 Letteratura Italiana: “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo

5. Strumenti di viaggio 5.1 Fisica: orientarsi con la terra = la bussola 5.2 Scienze: orientarsi con il cielo = le coordinate astronomiche e terrestri

1. Introduzione «Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.» Jack Kerouac

Il termine “viaggio” deriva dal latino viaticum, che indica ciò che occorre per mettersi in cammino. Il motivo del viaggio e del viaggiatore è al centro di gran parte della letteratura moderna e contemporanea, specialmente, ma non solo: il viaggio è soprattutto una delle metafore della vita più presenti nell’immaginario collettivo. Viaggiare si, ma verso dove? Esiste una meta? E qual è? Se ci riflettiamo, le tipiche domande esistenziali che ci poniamo sono “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”: l'uomo è un essere in continuo movimento, che cerca, trova, ricomincia a cercare, ritrova, cerca qualcos'altro, in un circolo vizioso che non trova un epilogo. Siamo tutti argonauti nelle acque del mondo. La categoria del viandante si è con il tempo arricchita di caratteri sempre più vari. Alle molteplici fisionomie del viaggiatore corrispondono i molti percorsi che si possono intraprendere: infatti il viaggio può avvenire per terra o per mare, nel cielo o solo con la fantasia. Può diventare un volo o un naufragio, svilupparsi sulla strada o nel cielo. Ma perché si tratta di un tema tanto fortunato? A mio avviso, esso rappresenta con i suoi aspetti indicativi la metafora del cammino umano, inteso come percorso di crescita che ognuno vive in maniera diversa, anche se apparentemente sembra seguire delle tappe precise. • Ulisse ed Enea nel Mondo Classico rappresentano la figura del viaggiatore antico, l’eroe in grado di affrontare spostamenti faticosi e sorprendenti, incontri magici e soprannaturali. Attraverso il viaggio, affermano la propria autonomia in opposizione ad ogni disegno, umano o divino, che possa ostacolare la libertà e il desiderio di conoscenza. • Nel Medioevo, invece, l’interpretazione religiosa del viaggio è quella prevalente. Nascono nuove figure di viaggiatori come quella del pellegrino, interessato al viaggio come penitenza da affrontare per scontare peccati commessi, che approfondisce in questo modo la conoscenza di sé per il raggiungimento della perfezione morale. • Con il Cinquecento, il viaggio diventa occasione di scoprire nuove terre, nuove civiltà, nuovi valori che mettono in crisi i vecchi modelli universalmente riconosciuti come tali. Non è un caso che questo periodo sia conosciuto come Rinascimento. Non è un caso che ora nasca il colonialismo, con tutto ciò che ne consegue. • Nel Seicento la concezione del viaggio coincide ormai con quella moderna: si viaggia con precisi interessi e finalità. Protagonisti del Seicento sono i mercanti, i geografi, i missionari. Cambiano i motivi, i fini, i modi di farlo, ma si viaggia. Incessantemente, continuamente, senza mai fermarsi. Torna uno, parte un altro; torna questo, ne parte un altro ancora. Questa stessa tesina è una metafora di me stessa, della mia vita, dei miei desideri: come cresco per conoscere, così analizzo il viaggio per scoprire, per sapere tutto quello che ancora mi manca.

2. Il viaggio come voglia di conoscenza ed evasione 2.1 L'Ulisse di Dante La figura di Ulisse è il simbolo della ricerca del sapere, di colui che instancabilmente cerca nuove strade e sposta in continuazione i traguardi di quel suo inarrestabile viaggio verso ciò che è ancora sconosciuto. Difficilmente l'uomo moderno trova elementi negativi nell'impresa di Ulisse alla ricerca del sapere. Dante, invece, che appartiene fortemente all'epoca in cui è vissuto, è un uomo del medioevo e di conseguenza il suo pensiero è fortemente radicato a quella realtà. Ciò che emerge con maggior forza nel canto XXVI è il racconto dell'ultima, estrema impresa di Ulisse: il "folle volo" oltre le Colonne d'Ercole. Perchè lo fa? Innanzitutto Dante non è un uomo "copernicano", la sua visione cosmologica gli impone un'immagine dell'Oceano profondamente diversa da quella che più tardi le scoperte geografiche avrebbero offerto. Per Dante l'Oceano non è la possibile via di comunicazione con i mercati orientali, e oltre le Colonne d'Ercole c'è il “mondo sanza gente” , la parte del globo terrestre negata ai viventi, dove l'unica terra emersa è la montagna del Purgatorio. L'impresa di Ulisse rappresenta quindi per il poeta medievale la violazione delle leggi divine. Un'altra importante considerazione è la seguente: nel Medioevo, l'aggettivo sapiente non implicava un giudizio morale necessariamente positivo ed era indispensabile distinguere tra vera sapienza e vana sapienza, cioè tra la sapienza che si rivolgeva a Dio e quella invece che aveva come come fine le cose terrene. La sapienza, se non è rivolta a Dio, è stoltezza, è superbia; quindi Ulisse non si trova tra coloro che seguirono le giuste vie della sapienza, ma è dannato nelle Malebolge. ________________________________________________________________________________ “O frati”,dissi,“che per cento milia perigli siete giunti a l'occidente a questa tanto picciola vigilia d'i nostri sensi ch'è del rimanente non vogliate negar l'esperienza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.” (If. Canto XXVI, vv.112-120)

L'ottava bolgia risplende di fiamme; ogni fiamma incorpora un peccatore. In questo girone infernale sono condannati i Consiglieri Fraudolenti, coloro cioè, che usarono l'intelligenza per ordire inganni. Avvolti da una fiamma bifida stanno Ulisse e Diomede. Ulisse è qui condannato, quale principale ispiratore dell'inganno perpetrato ai danni dei Troiani tramite il cavallo di legno. Dante chiede a Virgilio di poter parlare alle due ombre avvolte nella fiamma, ma la sua guida lo frena, ricordandogli che si tratta di Greci, quindi di uomini superbi. È Virgilio stesso che avvia il dialogo, chiedendo loro come trovarono la morte. Ulisse inizia allora il suo racconto. Congedatosi dalla maga Circe, l'eroe greco, spinto dalla sete di conoscenza, raccoglie un esiguo drappello di vecchi compagni e salpa con una nave. Giunti alle colonne d'Ercole, egli incita i suoi marinai a superarle. L'imbarcazione procede dunque il suo viaggio, oltre i confini del mondo conosciuto, sino ad avvicinarsi alla montagna del Purgatorio. I marinai esultano, ma la loro gioia dura poco: dalla montagna un turbine di vento investe la nave, che naufraga miseramente nell'oceano. Interpretazioni contraddittorie si sono succedute nei secoli su questo canto e in special modo sulla figura dell'Ulisse dantesco. Si tratta di un ribaldo senza rimorsi o di un eroe? I commenti più recenti propendono per questa seconda ipotesi: Ulisse rappresenterebbe l'aspirazione all'assoluto. Un personaggio moderno, affamato di conoscenza e di avventure, sorretto dal libero pensiero, insofferente ai dogmi e alle verità rivelate. La volontà di conoscere è la qualità essenziale dell'uomo; vivere privi di questa aspirazione costituisce non un'esistenza umana, ma un'esperienza bestiale. Ulisse è abitato da una energia prometeica; riconosce la sconfitta del suo ultimo tentativo di sfidare i limiti imposti dalla divinità, ma non si pente. In qualche modo egli rappresenta un modello umano che si contrappone all'uomo medioevale, chiuso nelle sue certezze sul cosmo e su Dio. Dante è turbato dall'incontro con l'eroe greco. Secondo Benedetto Croce egli riconosce se stesso in Ulisse. E, in effetti, le loro imprese si assomigliano: anche Dante si è "imbarcato" in un viaggio incerto e temerario, che ha i connotati del “ folle volo”.

2.2 “Τά Ἀργοναυτικά” - Apollonio Rodio Il tema del viaggio torna come nucleo centrale di un altro poema epico, dopo l'Odissea: la Argonautiche, che raccontano la ricerca del Vello d'Oro e il conseguente viaggio di Giàsone e dei suoi compagni; un viaggio che è quasi fuori dal tempo e dallo spazio, in un vuoto a tratti agghiacciante. Odisseo e i suoi compagni sanno che il loro è un viaggio disperato, il loro ritorno è ostacolato dagli dei, eppure sembrano animati da una speranza, una speranza che solo Odisseo può suscitare. Sono viaggiatori disperati ma non privi di una guida, e questo li sostiene al di qua della disperazione. Gli Argonauti, invece, sembrano delle unità singole che mai formeranno un gruppo, persi ognuno dietro al proprio dolore, alla propria ricerca, che sembra essere per tutti quella del Vello ma in fondo è invece la ricerca di un senso, una messa alla prova del proprio limite. In questo immenso spazio che attraversano, ma anche nei loro incontri con uomini, donne e strane creature, sembrano non avere mai una direzione, sembrano essere approdati per caso senza una meta. Giasone non è il loro capo, se non formalmente, ne riuscirà nel corso del viaggio a conquistarsi il rispetto dei suoi compagni. Neppure l'intervento di Atena, che aiuterà la loro nave a riprendere la rotta in mezzo ai flutti, riesce a rendere il loro viaggio meno angosciante. Infatti l'episodio dell'attraversamento delle Rupi Simplegadi (evidentemente collegato all'analogo passaggio odisseiano dello stretto di Scilla e Cariddi), l'attenzione del poeta pare concentrarsi ancora una volta sul tempo e sullo spazio dell'interiorità psicologica dei personaggi, più che sulle coordinate spazio-temporali che appaiono deformate.

“L'attraversamento delle Rupi Simplegadi” (Arg II, 549-606) Dopo aver costruito un altare agli dei, gli Argonauti si rimettono in viaggio, pronti ad affrontare il passaggio delle Simplegadi. Dall'Olimpo la dea Atena si porta sul luogo per prestare il suo soccorso. Come prescritto da Fineo gli Argonauti liberano una colomba e vistala attraversare illesa il terribile passaggio, si mettono ai remi con grande vigore per superare le Simplegadi. L'episodio è reso con grande tensione drammatica: l'abilità del timoniere, lo sforzo supremo dei rematori, le grida di Eufemo che incita i compagni a remare più forte; il riflusso della corrente finisce comunque per immobilizzare la nave nella minacciosissima gola e solo una spinta poderosa della mano invisibile di Atena fa uscire Argo dal passaggio prima che le rupi si richiudano saldandosi definitivamente fra loro. La tensione dell'episodio si risolve in una scena dialogata: Tifi, pur non consapevole dell'intervento di Atena, attribuisce alla dea il merito del successo riferendosi alla solidità strutturale di Argo della quale Atena è la principale artefice. Ora che le Simplegladi sono alle loro spalle l'esito dell'impresa è assicurato, conclude Tifi ottimisticamente. Giasone tuttavia risponde con un discorso in negativo, si dichiara pentito di essere partito e tormentato dal timore di esporre continuamente i suoi compagni a pericoli mortali. I commenti dei compagni - non riferiti dall'autore - servono però a confortare Giasone che finisce per condividere l'ottimismo di Tifi e tutti tornano, rinfrancati a remare.

2.3 “Ulysses”- Alfred Tennyson "Ulysses" details Ulysses' intense dissatisfaction and boredom on his island home of Ithaca. The poem is a monologue spoken by him, where he does not express just his discontent, but also describes his desire to keep sailing. He's getting older and doesn't have a lot of time left, so he wants to get busy living rather than busy dying. The poem concludes with his resolution to "strive, to seek, to find, and not to yield." Ulysses cannot imagine himself staying in Ithaca for the rest of his days: this kind of life would mean a life of sufferences for him, a man whom principal desire is to seek a "newer world": by this expression, he means a world that isn't as ancient as his own. What he wants to find is a less primitive place where people are less animalistic than they are on Ithaca. The king of Ithaca is an explorer but also a colonizer; in fact he doesn't only want to see new places, but he wants to take what he can from them. He is an uncontrollable spirit, and nothing is going to stop him; he's got a “disease”, and the only cure is to keep traveling, to keep moving on. It's not that his life in Ithaca isn't good; there's a voice inside his head that tells him his life is synonymous with perseverance, and that he should continue to see as many places as he can before he dies so he can get the most out of life. He's determined to persevere against the lures of domestic tranquility, even if it kills him: Ulysses knows he might die, but the search, the process of exploring, satisfies him in ways that nothing else can. Ulysses has done a lot of traveling; it took him ten years to get home from Troy, which means he's had an entire decade to visit a whole lot of places. Apparently, those ten years weren't enough because all he talks about is leaving home again. It's not entirely clear whether Ulysses wants to visit any specific place or if he just wants to travel for its own sake. Probably he just likes the smell of the ocean air. Either way, he wants to get out of Dodge.

It little profits that an idle king, By this still hearth, among these barren crags, Match'd with an aged wife, I mete and dole Unequal laws unto a savage race, That hoard, and sleep, and feed, and know not me. I cannot rest from travel: I will drink Life to the lees: all times I have enjoyed Greatly, have suffered greatly, both with those That loved me, and alone; on shore, and when Through scudding drifts the rainy Hyades Vexed the dim sea: I am become a name; For always roaming with a hungry heart Much have I seen and known – cities of men And manners, climates, councils, governments, Myself not least, but honoured of them all – And drunk delight of battle with my peers, Far on the ringing plains of windy Troy, I am a part of all that I have met; Yet all experience is an arch wherethrough Gleams that untravelled world, whose margin fades For ever and for ever when I move. How dull it is to pause, to make an end, To rust unburnished, not to shine in use! As though to breathe were life. Life piled on life Were all too little, and of one to me Little remains: but every hour is saved From that eternal silence, something more, A bringer of new things; and vile it were For some three suns to store and hoard myself, And this grey spirit yearning in desire To follow knowledge like a sinking star, Beyond the utmost bound of human thought. This is my son, mine own Telemachus, To whom I leave the sceptre and the isle – Well-loved of me, discerning to fulfil This labour, by slow prudence to make mild A rugged people, and through soft degrees Subdue them to the useful and the good. Most blameless is he, centred in the sphere Of common duties, decent not to fail In offices of tenderness, and pay Meet adoration to my household gods, When I am gone. He works his work, I mine. There lies the port; the vessel puffs her sail: There gloom the dark broad seas. My mariners, Souls that have toil'd, and wrought, and thought with me – That ever with a frolic welcome took The thunder and the sunshine, and opposed Free hearts, free foreheads – you and I are old; Old age hath yet his honour and his toil;

Death closes all: but something ere the end, Some work of noble note, may yet be done, Not unbecoming men that strove with Gods. The lights begin to twinkle from the rocks: The long day wanes: the slow moon climbs: the deep Moans round with many voices. Come, my friends, 'Tis not too late to seek a newer world. Push off, and sitting well in order smite The sounding furrows; for my purpose holds To sail beyond the sunset, and the baths Of all the western stars, until I die. It may be that the gulfs will wash us down: It may be we shall touch the Happy Isles, And see the great Achilles, whom we knew. Tho' much is taken, much abides; and though We are not now that strength which in old days Moved earth and heaven; that which we are, we are; One equal temper of heroic hearts, Made weak by time and fate, but strong in will To strive, to seek, to find, and not to yield. • Line 6: Ulysses explains that he can't stop traveling because he wants to get the most out of life. • Lines 9-11: Ulysses describes storms at as resulting from the Hyades "vexing the sea." "Vex" means to upset, stir up, trouble; attributing human actions to a non-living thing (the Hyades) is called personification. • Lines 12-15: Ulysses tells us that he's visited a lot of different places with different governments, people, foods, and the like. He portrays himself as some kind of predatory animal, "roaming with a hungry heart." Because he doesn't say "I was like a lion" or "I roamed just as a lion might," this is a metaphor. • Lines 19-21: Ulysses compares life to an arch – that's a metaphor again – and explains that the "untravelled world" (death; places he hasn't experienced) gleams through it. The "untravelled world" is likened to some kind of planet or luminous world, which means this is also a metaphor. • Lines 44-45: Ulysses directs our attention to the "port," where the mariners are preparing the ship. The ship can't "puff" its own sail; the wind is probably doing it. Attributing human characteristics to non-living objects is personification. • Line 46: Ulysses refers to his "mariners" as "souls." The "soul" is part of the body; using a part (the soul) to stand in for the whole (the mariners) is called synecdoche. • Lines 56-7: Ulysses tells his companions that even though they're old, they still have time to visit places they haven't already seen. Ulysses probably doesn't have any specific place in mind so "a newer world" is standing in for a host of potential places he might visit; this is another example of synecdoche. • Lines 58-9: Ulysses exhorts his mariners to set sail; the phrase "smite / the sounding furrows" compares the act of rowing to hitting or striking something; hitting something that makes a sound is here a metaphor for rowing. • Lines 60-61: Ulysses says he intends to sail "beyond the sunset," which is another way of saying he intends to sail beyond the known universe. "Beyond the sunset" is a metaphor.

2.3b “On the road” - Jack Kerouac In the winter of 1947, the reckless and joyous Dean Moriarty, fresh out of a stint in jail and newly married, comes to New York City and meets Sal Paradise, a young writer with an intellectual group of friends, among them the poet Carlo Marx. Dean fascinates Sal, and their friendship begins three years of restless journeys back and forth across the country. With a combination of bus rides and adventurous hitchhiking escapades, Sal goes to his much-dreamed-of west to join Dean and more friends in Denver, and then continues west by himself, working as a fieldworker in California for awhile, among other things. The next year, Dean comes east to Sal again, foiling Sal's stable life once more, and they drive west together, with more crazy adventures on the way at Bull Lee's in New Orleans, ending in San Francisco this time. The winter after that, Sal goes to Dean, and they blaze across the country together in friendly fashion, and Dean settles in New York for awhile. In the spring, Sal goes to Denver alone, but Dean soon joins him and they go south all the way to Mexico City this time. Through all of this constant movement, there is an array of colorful characters, shifting landscapes, dramas, and personal development. Dean, a big womanizer, will have three wives and four children in the course of these three years. Perceptive Sal, who at the beginning is weakened and depressed, gains in joy and confidence and finds love at the end. At first Sal is intrigued by Dean because Dean seems to have the active, impulsive passion that Sal lacks, but they turn out to have a lot more in common.

PART III, CHAPTER 10 "Great Chicago glowed red before our eyes. We were suddenly on Madison Street among hordes of hobos, some of them sprawled out on the street with their feet on the curb, hundreds of others milling in the doorways of saloons and alleys. (...)We let out the hobos on this street and proceeded to downtown Chicago. Screeching trolleys, newsboys, gals cutting by, the smell of fried food and beer in the air, neons winking--'We're in the big town, Sal! Whooee!' First thing to do was park the Cadillac in a good dark spot and wash up and dress for the night. Across the street from the YMCA we found a redbrick alley between buildings, where we stashed the Cadillac with her snout pointed to the street and ready to go, then followed the college boys up to the Y, where they got a room and allowed us to use their facilities for an hour. Dean and I shaved and showered. I dropped my wallet in the hall. Dean found it and was about to sneak it in his shirt when he realized it was ours and was right disappointed. (...)But we forgot that and headed straight for North Clark Street, after a spin in the Loop, to see the hootchy-kootchy joints and hear the bop. And what a night it was. 'Oh, man,' said Dean to me as we stood in front of a bar, 'dig the street of life, the Chinamen that cut by in Chicago. What a weird town--wow, and that woman in that window up there, just looking down with her big breasts hanging from her nightgown, big wide eyes. Whee. Sal, we gotta go and never stop going till we get there.' 'Where we going, man?' 'I don't know but we gotta go.'” Sal and Dean are two wandering souls, who have a profound need to move. Especially Sal: he keeps needing to move, to go somewhere else – but we really only see him in four major American cities, that are New York, Chicago, Denver, and San Francisco, each of which

describes a particular phase on Sal’s travels-. The temporal setting is a post World War II America, a time that Sal and his friends find full of intellectual falsity and in fact rather aimless. There is a need to go, to be, to do something, but this Beat Generation, defined by its time and circumstance, doesn’t know where or how to channel that energy. Main character Sal Paradise spends about the 99.9% of his time traveling on the road. And the other 0.1% of the time he’s wishing he could be on the road. On the surface, the title describes exactly what is going on, and we could say it also describes Sal’s ethos and the ethos of the whole Beat Generation that Kerouac represents with this book: their restlessness, dissatisfaction, longing for something and somewhere else. ----------------------------------------------On the Road is Jack Kerouac’s poster-novel for the Beat Generation, a group of writers in the 1950s and 60s who began as a counter-culture artistic movement. The Beat Generation is known for its artistic freedom, drug use, alcohol abuse, and sex. On the Road features characters that mirror Kerouac and his friends in the Beat movement – Allen Ginsberg as Carlo Marx, Neal Cassady as the infamous Dean Moriarty, and William Burroughs as Old Bull Lee, among many others. The book is a whirlwind tour through beat American nights of jazz and drinking, in a novel that, written in a frenzy of a few weeks, defied classic plot and narrative traditions.

3. Il viaggio come voglia di scoperta e conquista 3.1 Il colonialismo del 1900

4. Il viaggio alla ricerca di se stessi 4.1 “Metamorphoseon Libri XI” - Apuleio Come Apollonio, anche Apuleio riprende il tema del viaggio per costruire l'unico romanzo latino giuntoci per intero: le Metamorfosi. Questa è una storia che cela (sotto un aspetto apparentemente ludico, caratterizzato da inserzioni di elementi erotici, piccanti e magici, tipici della Fabula Milesia) il viaggio iniziatico di uno spirito che parte alla ricerca di se stesso. Apuleio usa dati e motivazioni del racconto popolare per raccontare le fatiche del giovane Lucio, appassionato di prodigi ed incantesimi, che per un fatale scambio di filtri magici si tramuta in un asino, e solo dopo tormentate peripezie riuscirà a recuperare il suo aspetto umano, grazie all'intervento salvifico della dea egizia Iside. La vera colpa della catabasi di Lucio è il suo desiderio di sapere, quella curiositas che lo spinge ad agire (anche con ingenuità) e non lo fa arretrare di fronte ad un pericolo. Per questo motivo egli, in una sorta di legge del contrappasso dantesca, è costretto ad imbestialirsi nel corpo e nel destino dell'animale più sciocco e al tempo stesso caparbio: un asino. Lucio, nel suo corpo di animale, conoscerà le esperienze terrene più degradanti, che lo porteranno a conoscere una realtà di violenza, dolore e perversione. Le peripezie del protagonista rappresentano sia una punizione che un ponte che porta ad una maturità più consapevole: infatti il mondo che Lucio attraversa nelle sue peregrinazioni faticose, dove tutto è dominato dalla crudeltà e dall'inganno, ed è rappresentato in una dimensione ingigantita, non è altro che la realtà verà dell'esistenza. Il compito espiatorio di Lucio consiste proprio nella necessità di capire come non sia possibile arrivare al mondo dello spirito se prima non si è fatta un'asperienza completa di quello empirico e quotidiano. Lo stesso Apuleio suggerisce di analizzare questa opera come un percorso di formazione spirituale, inserendo nel romanzo la bella favola di Amore e Psiche, il cui significato può essere interpretato come una sintesi poetica e favolistica del messaggio generale del romanzo. Le terribili prove affrontate dalla fanciulla per ritrovare il suo amato, infatti, alludono di nuovo all'obbligo di portare a compimento la propria formazione attraverso le dure prove empiriche della realtà. La favola esorta inoltre a non frammentare il proprio io, ma ad equilibrarlo in una serena accettazione delle antinomie che lo formano. Psiche, ossia l'anima, deve racchiudere in sé anche gli aspetti concreti dell'esistenza per completarsi, così come Cupido, il desiderio carnale, ha bisogno di conoscere i valori spirituali per sollevarsi dalla sua cecità. Dall'unione di questi due elementi nasce la Voluttà, intesa come “piacere intelligente” e penetrazione della vita e dell'amore, in cui le due istanze (spiritualità e fisicità) si armonizzano in un “sè” equilibrato. La salvazione finale operata da Iside su Lucio-Psiche è il segno che il viaggio è terminato, e che l'uomo può arrivare allo spirito solo con un intervento da parte della divinità e della magia; magia che diventa, dunque, un mezzo per disciplinare l'indisciplina dello spirito nella ricerca di se stesso.

4.2 La psicoanalisi di Sigmund Freud

4.3 “La coscienza di Zeno” - Italo Svevo L'irrazionalità, la follia che pervade l'uomo intorno al Novecento,porterà alla creazione di un fatale ordigno nucleare: la bomba atomica. Tale avvenimento è presagito con grande capacità di analisi da Italo Svevo; nel finale del suo romanzo più famoso, “La coscienza di Zeno”, viene profetizzato proprio questo evento apocalittico. Zeno, alter-ego di Svevo, osserva con amara ironia se stesso, la sua malattia e quella dell'umanità: la nevrosi. E pensa tra sé e sé: “ci sarà un uomo, fatto anche lui come gli altri, ma degli altri un po' più ammalato che inventerà, nel segreto di una stanza un esplosivo capace di riportare la Terra alla nebulosa primordiale”. La lucida riflessione di Zeno sulla guerra e i suoi nefasti effetti, avviene per effetto della guarigione dalla sua malattia, la nevrosi; paradossalmente, ciò avviene grazie all'accettazione della malattia stessa, dei propri limiti e di quelli dell'uomo. Il romanzo narra della crisi del concetto tradizionale di “coscienza”. Esso coincide, ora, con il tentativo, da parte dell'intelligenza, di comprendere il flusso vitale. Tra la coscienza e la vita esiste, nella civiltà contemporanea, un distacco, in quanto esiste un forte iato tra la falsità dei valori costituiti e la realtà dell'esistenza. La trama del romanzo non proocede per episodi, non segue la successione dei ricordi. I vari episodi non presentano un nesso temporale ma tematico, e si configurano come libero scorrere del flusso di coscienza. Inoltre, compare la tecnica del monologo interiore, che si presenta come la trascrizione immediata di ciò che si agita nella coscienza. Il racconto, infatti, è svolto in prima persona: l'io narrante è lo sdoppiamento dell'io vissuto. Questo fa si che la ricostruzione del passato avvenga in maniera disordinata: i ricordi che affiorano dalla coscienza evolvono, maturano, creando qualcosa di diverso rispetto alla realtà veramente vissuta. Zeno rivive il suo passato (deformandolo a suo piacimento) e stende le sue memorie seguendo le prescrizioni del suo psicanalista, il Dottor S., iniziale dietro la quale si pensa sia celato Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Tale riferimento non sarebbe casuale: è in questo periodo storico che le teorie psicanalitiche vedono la luce, teorie che vedono l'io dell'uomo come un insieme di istanze psichiche. Tali istanze, con la rimozione dei desideri ritenuti inadeguati alla morale, provocano dei traumi nell'inconscio già nella primissima infanzia. Gli studi delle patologie dell'inconscio e dei traumi che ne derivano, aprirono una prospettiva del tutto diversa dalla realtà e apportarono nuove cognizioni sulle problematiche riguardanti le relazioni tra gli esseri umani: se è vero che le rimozioni agiscono a livello inconscio, esse in realtà governano gli agiti, i pensieri, i sentimenti dell'uomo, portandolo alla nevrosi. Sul piano culturale, l'attenzione alla nevrosi fa si che Svevo tracci la figura di un uomo che è risultanza delle rimozioni: l'inetto. Si tratta di un individuo bloccato ad una condizione infantile che gli impedisce di agire, determinando la fuga in una realtà compensatoria; egli si crede una potente “macchina geniale in costruzione” e non ha lucidità di vedersi nella sua mediocrità; si crea una maschera da “genio” per rimuovere l'oscura percezione della propria inettitudine e della propria impotenza sociale. La psicanalisi diventa la ricerca di un'auspicata soluzione a questa inettitudine, e la singolare terapia che dovrebbe porsi come rimedio ai continui fallimenti del proposito di “fumare l'ultima sigaretta” si pone in realtà come una ricerca; una ricerca di stabilità tra malattia e salute, tra coscienza e menzogna, tra chiusura e necessità del mondo esterno, nella consapevolezza che un vero e proprio equilibrio non potrà mai essere raggiunto.

Capitolo 6 “La moglie e l'amante” Nella mia vita ci furono varii periodi in cui credetti di essere avviato alla salute e alla felicità. Mai però tale fede fu tanto forte come nel tempo in cui durò il mio viaggio di nozze eppoi qualche settimana dopo il nostro ritorno a casa. Cominciò con una scoperta che mi stupí: io amavo Augusta com'essa amava me. Dapprima diffidente, godevo intanto di una giornata e m'aspettavo che la seguente fosse tutt'altra cosa. Ma una seguiva e somigliava all'altra, luminosa, tutta gentilezza di Augusta ed anche - ciò ch'era la sorpresa - mia. Ogni mattina ritrovavo in lei lo stesso commosso affetto e in me la stessa riconoscenza che, se non era amore, vi somigliava molto. Chi avrebbe potuto prevederlo quando avevo zoppicato da Ada ad Alberta per arrivare ad Augusta? Scoprivo di essere stato non un bestione cieco diretto da altri, ma un uomo abilissimo. E vedendomi stupito, Augusta mi diceva: - Ma perché ti sorprendi? Non sapevi che il matrimonio è fatto cosí? Lo sapevo pur io che sono tanto piú ignorante di te! Non so piú se dopo o prima dell'affetto, nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch'era la salute personificata. Durante il fidanzamento io non avevo neppur intravvista quella salute, perché tutto immerso a studiare me in primo luogo eppoi Ada e Guido. La lampada a petrolio in quel salotto non era mai arrivata ad illuminare gli scarsi capelli di Augusta. Altro che il suo rossore! Quando questo sparve con la semplicità con cui i colori dell'aurora spariscono alla luce diretta del sole, Augusta batté sicura la via per cui erano passate le sue sorelle su questa terra, quelle sorelle che possono trovare tutto nella legge e nell'ordine o che altrimenti a tutto rinunziano. Per quanto la sapessi mal fondata perché basata su di me, io amavo, io adoravo quella sicurezza. Di fronte ad essa io dovevo comportarmi almeno con la modestia che usavo quando si trattava di spiritismo. Questo poteva essere e poteva perciò esistere anche la fede nella vita. Però mi sbalordiva; da ogni sua parola, da ogni suo atto risultava che in fondo essa credeva la vita eterna. Non che la dicessi tale: si sorprese anzi che una volta io, cui gli errori ripugnavano prima che non avessi amati i suoi, avessi sentito il bisogno di ricordargliene la brevità. Macché! Essa sapeva che tutti dovevano morire, ma ciò non toglieva che oramai ch'eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non s'intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo di non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai piú per un altro infinito tempo. Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall'infettare chi a me s'era confidato. Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano. Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt'altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un'importanza enorme: l'anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m'adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto. Di domenica essa andava a Messa ed io ve l'accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l'immagine del dolore e della morte. Per lei non c'era, e quella visita le infondeva serenità per tutta la settimana. Vi andava anche in certi giorni festivi ch'essa sapeva a mente. Niente di piú, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno. C'erano un mondo di autorità anche quaggiú che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto. Poi v'erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per

salvarci quando - Dio non voglia - ci avesse a toccare qualche malattia. Io ne usavo ogni giorno di quell'autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino quando la malattia mortale m'avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassú e quaggiú, per lei vi sarebbe stata la salvezza. Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m'accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d'istruzione per guarire. Ma vivendole accanto per tanti anni, mai ebbi tale dubbio. Quale importanza m'era attribuita in quel suo piccolo mondo! Dovevo dire la mia volontà ad ogni proposito, per la scelta dei cibi e delle vesti, delle compagnie e delle letture. Ero costretto ad una grande attività che non mi seccava. Stavo collaborando alla costruzione di una famiglia patriarcale e diventavo io stesso il patriarca che avevo odiato e che ora m'appariva quale il segnacolo della salute. È tutt'altra cosa essere il patriarca o dover venerare un altro che s'arroghi tale dignità. Io volevo la salute per me a costo d'appioppare ai non patriarchi la malattia, e, specialmente durante il viaggio, assunsi talvolta volentieri l'atteggiamento di statua equestre. Ma già in viaggio non mi fu sempre facile l'imitazione che m'ero proposta. Augusta voleva veder tutto come se si fosse trovata in un viaggio d'istruzione. Non bastava mica essere stati a palazzo Pitti, ma bisognava passare per tutte quelle innumerevoli sale, fermandosi almeno per qualche istante dinanzi ad ogni opera d'arte. Io rifiutai d'abbandonare la prima sala e non vidi altro, addossandomi la sola fatica di trovare dei pretesti alla mia infingardaggine. Passai una mezza giornata dinanzi ai ritratti dei fondatori di casa Medici e scopersi che somigliavano a Carnegie e Vanderbilt. Meraviglioso! Eppure erano della mia razza! Augusta non divideva la mia meraviglia. Sapeva che cosa fossero i Yankees, ma non ancora bene chi fossi io. Qui la sua salute non la vinse ed essa dovette rinunziare ai musei. Le raccontai che una volta al Louvre, m'imbizzarrii talmente in mezzo a tante opere d'arte, che fui in procinto di mandare in pezzi la Venere. Rassegnata, Augusta disse: - Meno male che i musei si incontrano in viaggio di nozze eppoi mai piú! Infatti nella vita manca la monotonia dei musei. Passano i giorni capaci di cornice, ma sono ricchi di suoni che frastornano eppoi oltre che di linee e di colori anche di vera luce, di quella che scotta e perciò non annoia. La salute spinge all'attività e ad addossarsi un mondo di seccature. Chiusi i musei, cominciarono gli acquisti. Essa, che non vi aveva mai abitato, conosceva la nostra villa meglio di me e sapeva che in una stanza mancava uno specchio, in un'altra un tappeto e che in una terza v'era il posto per una statuina. Comperò i mobili di un intero salotto e, da ogni città in cui soggiornammo, fu organizzata almeno una spedizione. A me pareva che sarebbe stato piú opportuno e meno fastidioso di fare tutti quegli acquisti a Trieste. Ecco che dovevamo pensare alla spedizione, all'assicurazione e alle operazioni doganali. - Ma tu non sai che tutte le merci devono viaggiare? Non sei un negoziante, tu? - E rise. Aveva quasi ragione. Obbiettai: - Le merci si fanno viaggiare per vendere e guadagnare! Mancando quello scopo si lasciano tranquille e si sta tranquilli! Ma l'intraprendenza era una delle cose che in lei piú amavo. Era deliziosa quell'intraprendenza cosí ingenua! Ingenua perché bisogna ignorare la storia del mondo per poter credere di aver fatto un buon affare col solo acquisto di un oggetto: è alla vendita che si giudica l'accortezza dell'acquisto. Credevo di trovarmi in piena convalescenza. Le mie lesioni s'erano fatte meno velenose. Fu da allora che l'atteggiamento mio immutabile fu di lietezza. Era come un impegno che in quei giorni indimenticabili avessi preso con Augusta e fu l'unica fede che non violai che per brevi istanti, quando cioè la vita rise piú forte di me. La nostra fu e rimase una relazione sorridente perché io sorrisi sempre di lei, che credevo non sapesse e lei di me, cui attribuiva molta scienza e molti errori ch'essa - cosí si lusingava - avrebbe corretti. Io rimasi apparentemente lieto anche quando la malattia mi riprese intero. Lieto come se il mio dolore fosse stato sentito da me quale un solletico. Nel lungo cammino traverso l'Italia, ad onta della mia nuova salute, non andai immune da molte sofferenze. Eravamo partiti senza lettere di raccomandazione e, spessissimo, a me parve che molti degl'ignoti fra cui ci movevamo, mi fossero nemici. Era una paura ridicola, ma non sapevo vincerla. Potevo essere assaltato, insultato e sopra tutto calunniato, e chi avrebbe potuto proteggermi?(...)

Ma mi colse allora un'altra piccola malattia da cui non dovevo piú guarire. Una cosa da niente: la paura d'invecchiare e sopra tutto la paura di morire. Io credo abbia avuto origine da una speciale forma di gelosia. L'invecchiamento mi faceva paura solo perché m'avvicinava alla morte. Finché ero vivo, certamente Augusta non m'avrebbe tradito, ma mi figuravo che non appena morto e sepolto, dopo di aver provveduto acché la mia tomba fosse tenuta in pieno ordine e mi fossero dette le Messe necessarie, subito essa si sarebbe guardata d'intorno per darmi il successore ch'essa avrebbe circondato del medesimo mondo sano e regolato che ora beava me. Non poteva mica morire la sua bella salute perché ero morto io. Avevo una tale fede in quella salute che mi pareva non potesse perire che sfracellata sotto un intero treno in corsa. (…) Le dissi del tempo che andava via e che presto essa avrebbe rifatto quel viaggio di nozze con un altro. Io ne ero tanto sicuro che mi pareva di dirle una storia già avvenuta. E mi parve fuori di posto ch'essa si mettesse a piangere per negare la verità di quella storia. Forse m'aveva capito male e credeva io le avessi attribuita l'intenzione di uccidermi. Tutt'altro! Per spiegarmi meglio le descrissi un mio eventuale modo di morire: le mie gambe, nelle quali la circolazione era certamente già povera, si sarebbero incancrenite e la cancrena dilatata, dilatata, sarebbe giunta a toccare un organo qualunque, indispensabile per poter tener aperti gli occhi. Allora li avrei chiusi, e addio patriarca! Sarebbe stato necessario stamparne un altro. Essa continuò a singhiozzare e a me quel suo pianto, nella tristezza enorme di quel canale, parve molto importante. Era forse provocato dalla disperazione per la visione esatta di quella sua salute atroce? Allora tutta l'umanità avrebbe singhiozzato in quel pianto. Poi, invece, seppi ch'essa neppur sapeva come fosse fatta la salute. La salute non analizza se stessa e neppur si guarda nello specchio. Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi.

5. Strumenti di viaggio 5.1 Orientarsi sulla terra: la Bussola e il Campo Magnetico Terrestre La terra, come ogni altro corpo dotato di massa, è circondata da un campo gravitazionale che attrae altri corpi. Sin dalla formulazione della legge di gravitazione data da Newton, siamo in grado di determinare gli effetti della gravità. Allo stesso modo misuriamo che la Terra produce un campo magnetico, ma possiamo solo speculare sulle cause prime che lo generano. Sin dal tempo dei Greci oltre 2500 anni fa erano note le proprietà di un particolare minerale di ferro chiamato magnetite. Successivamente in estremo oriente venne inventata il primo prototipo di bussola, perfezionata ad Amalfi nella prima metà del XIII secolo. Grazie alla bussola furono possibili le grandi scoperte geografiche del 1400 – 1500. In meno di cinquant’anni grazie a questo strumento l’orizzonte delle conoscenze geografiche si allargò fino a comprendere tutte le terre emerse con l’eccezione dell’Antartide e dell’Australia. Nel 1600 il fisico inglese W. Gilbert (1540-1603) nel “De Magnete”, asserì che “l’intera Terra è un grande magnete” il cui campo agisce sull’ago della bussola orientandolo in direzione nord – sud.L’astronomo E. Halley (1656-1742), si accorse del mutamento di certe caratteristiche del campo magnetico terrestre che ne indicavano uno spostamento verso Ovest. Occorre però attendere fino al 1832 per avere una esatta configurazione del campo magnetico terrestre ad opera di K. F. Gauss (1777-1855) che per primo ne tracciò le linee di forza e ne iniziò lo studio dal punto di vista fisico - matematico. Gli elementi che definiscono il campo magnetico terrestre per ogni punto della superficie terrestre, sono il vettore intensità del campo, la declinazione magnetica, l’inclinazione magnetica e le componenti del vettore campo nei piani orizzontale e verticale. L’analisi dei valori degli elementi magnetici condotta con opportuni metodi matematici, introdotti da Gauss, ha consentito di stabilire che l’origine del campo magnetico terrestre è per la quasi totalità interna. Il restante valore, detto campo residuo, è dovuto al contributo delle anomalie magnetiche, di scambi elettrici tra atmosfera e superficie terrestre, e degli sciami di particelle cariche provenienti dallo spazio, in specie dal sole. L'unità di misura del campo per convenzione internazionale è solitamente espressa in termini del vettore d'induzione B. La sua unità nel Sistema Internazionale (SI) è il tesla (T), ma nella pratica viene usato un suo sottomultiplo, il nT (10^-9 T). Sulla superficie terrestre, il valore del campo varia in intensità, dall'equatore ai poli, da circa 20000 nT a 70000 nT. Un modo comune di descrivere il campo magnetico terrestre è quello di graficare, in corrispondenza della superficie terrestre, i differenti elementi magnetici, quali ad esempio l'intensità totale o la declinazione del campo. Si ottengono in questo modo le carte isomagnetiche cioè mappe in cui punti di uguale intensità sono uniti attraverso delle linee chiuse. Il nome di queste carte varia ovviamente a seconda dell'elemento magnetico graficato: si parla di carte isocline nel caso in cui vengano riportati i valori dell'inclinazione, di carte isodinamiche qualora sia graficata una qualunque componente intensiva (X, Y, Z, H, F) del campo ed infine di isogone nel caso della declinazione.

5.2 Orientarsi con il cielo: le coordinate astronomiche e terrestri Le popolazioni nomadi dei secoli scorsi avevano una conoscenza del cielo e dei riferimenti in esso riconoscibili, conoscenza che difficilmente noi potremo recuperare: lo stile di vita e i mezzi tecnici a disposizione rendono superflua la conoscenza della volta celeste, inoltre l'incontrollata urbanizzazione e il conseguente inquinamento luminoso ci impediscono di osservare le fioche luci che arrivano dalla profondità del cielo. Ciò che ci sovrasta ogni giorno e ogni notte è la volta celeste; possiamo orientarci su di essa attraverso l'uso delle coordinate astronomiche, che ci consentono di stabilire la posizione di un corpo celeste. Esistono più tipi di coordinate: -Coordinate altazimutali: prendono come riferimento l’orizzonte e la verticale del luogo. La posizione di un astro è determinata dall’altezza e dall’azimut. L’altezza (h) corrisponde alla distanza angolare dell’astro dal piano dell’orizzonte astronomico dell’osservatore. È l’angolo compreso tra il segmento che unisce il centro del piano all’astro e il piano dell’orizzonte. L’altezza varia da 0° a 90°. I punti che restano sotto il piano dell’orizzonte hanno altezza tra 0° e -90°. L’azimut è la distanza angolare tra il piano del circolo verticale passante per l’astro e il piano passante per il meridiano locale. Si misura sull’orizzonte astronomico dell’osservatore, partendo dal punto cardinale sud e procedendo in senso orario. -Coordinate equatoriali celesti: prendono come riferimento l’equatore celeste e l’asse del mondo. La posizione di un astro è determinata dalla declinazione e dall’ascensione retta. La declinazione è la distanza angolare di un corpo celeste dall’equatore celeste. La declinazione è positiva nell’emisfero boreale, negativa in quello australe. I punti posti sull’equatore celeste hanno declinazione 0°; sul polo nord 90°, sul polo sud -90°. Declinazione = latitudine terrestre. L’ascensione retta è l’angolo compreso tra il meridiano celeste passante per l’astro e il meridiano fonda-mentale. Tale angolo si misura in senso antiorario, partendo dal meridiano fondamentale e si esprime in ore, minuti, secondi. -Coordinate equatoriali orarie: prendono come riferimento il meridiano locale per l'ascissa e l'equatore celeste per l'ordinata. L'ascissa sferica è l'angolo orario; l'angolo orario (H) di un corpo celeste è la distanza angolare, misurata in senso orario, fra il meridiano del luogo e il semicircolo orario passante per il corpo, e si misura in ore (h), minuti (m), secondi (s). L'ordinata sferica è la declinazione; la declinazione è la distanza angolare fra la posizione occupata dall'osservatore P e l'equatore celeste. Tutti i corpi celesti dell'emisfero boreale hanno una declinazione positiva (tra 0 e 90°) mentre quelli situati nell'emisfero australe hanno declinazione negativa (tra 0 e -90°) -Coordinate geografiche terrestri: prendono di riferimento il Meridiano di Greenwich per l'ascissa, e l'equatore celeste per l'ordinata. Fissato un generico punto P sulla superficie terrestre, le sue coordinate sono individuate da due angoli aventi il vertice nel centro della Terra. L'ordinata di P, la latitudine, è la distanza angolare tra P e l'equatore, e può essere compresa tra 0 e 90° N se P si trova nell'emisfero nord, tra 0 e 90° S se P si trova nell'emisfero sud.

L'ascissa di P, la longitudine, è la distanza angolare tra il meridiano di P e il meridiano di riferimento. La longitudine è compresa tra 0 e 180° E se P si trova ad Est del meridiano di riferimento, tra 0 e 180° W se P si trova a ovest del meridiano.

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