TESI TRIENNIO - Chiara Della Monica (Canto Jazz) Nina Simone PDF

November 16, 2022 | Author: Anonymous | Category: N/A
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Ministero dell’Università e della Ricerca Alta Formazione Artistica e Culturale

CONSERVATORIO DI MUSICA “G. Martucci”

- SALERNO

Corso di diploma accademico di I livello Tesi di Laurea In Canto Jazz “LA MISSIONE DI UN’ARTISTA: Nina Simone”

RELATORE

CANDIDATO

M° Carlo Lomanto

Chiara Della Monica

CORRELATORE

M° Sandro Deidda

Matr. 7690

Anno Accademico 2016/2017 1  

 

 A mia madre… madre…

2  

 

INDICE: Introduzione

1

Biografia



Capitolo I  Il  Il piccolo prodigio

6

1.1 Il piano, l’anima



1.2 L’amore per Bach 1.3 L’obiettivo, L’obiettivo, il sogno

8  9 

Capitolo II Contaminazione

13 

2.1 Origini

13 

2.2 Come nasce “Nina Simone”?

15 

2.3 La voce 2.4 La sacerdotessa del Soul

17  18 

2.5 Perché Jazz?

20 

Capitolo III Contrasti

22 

3.1 Revolution

23 

3.2 La sua posizione

28 

Capitolo IV Brani  Brani

33

4.1 Little Girl Blue

33

4.2 Four Women 4.3 My Baby Just Cares For Me

42  48

Discografia

57 

Fonti (   Bibliografia, Sitografia, Sitografia , Filmografia)

59

Conclusioni

62

Ringraziamenti

3

 

INTRODUZIONE 

La presente tesi di laurea tratterà la carriera musicale di Nina Simone, nome d'arte di Eunice Kathleen Waymon,

cantante, pianista, compositrice e attivista per i diritti civili

statunitense. L’arte di Eunice “Nina Simone” Waymon, sfugge a ogni classificazione di genere, sebbene sia stata soprannominata “La Sacerdotessa del Soul”. In pochi anni, a partire dalla seconda metà dei ’50, una timida, talentuosa ragazzina, pianista e poi anche cantante, nata nel ’33 a Tryon, North Carolina, diviene una delle figure più importanti e carismatiche della storia del Jazz e della Black Music, ma non solo. Dato il suo impegno per i diritti civili e razziali, per alcuni anni è anche la “voce del Movimento”, poco propensa a porgere l’altra guancia (“NON sono NON violenta” dirà a Martin Luther King), più vicina alle idee di Malcolm X e Stokeley Carmichael. Grande talento e passione per la musica classica, messi al servizio di un’arte che tocca temi quali amore, solitudine, spiritualità, dignità, diritti, fino alla reincarnazione. Compone molto anche in proprio e rielabora con grande inventiva alcune scritture di autori di diverso rango e stile, piegate alle sue esigenze espressive. Passa dall’esaltazione e sicurezza di sé, allo sconforto, al senso di solitudine, costretta a difendersi dagli attacchi di paranoia e dal frenetico e famelico mondo dello showbiz. Provocatoria, contestatrice, combattiva, Nina Simone aveva tutti quei tratti di carattere che raramente si perdonano ad una donna. Ha lottato contro i mulini a vento per diventare la  prima concertista nera di pianoforte classico, anche se le circostanze poi l’hanno spinta 4

 

verso un’altra direzione: essere una delle poche donne nel mondo del jazz a emergere non solo come cantante ma anche come arrangiatrice, strumentista, compositrice e attivista. La furia di Nina Simone era imprevedibile ma non capricciosa, lontana dal riflettere le velleità di una diva, nasceva da radici molto profonde. Al suo debutto come pianista classica, a dieci anni, si rifiutò di iniziare a suonare, fino a che, alla sua famiglia non fu concesso di occupare di nuovo i posti in prima fila, che aveva dovuto lasciare, in quanto composta di gente dalla pelle nera. Da ricordare che, con una smorfia di disprezzo, trasformò “My Way” in un inno femminista e alterò “Revolution” fino a fare a pezzi il messaggio reazionario di John Lennon. La storia di questo affascinate personaggio, è di una solitudine inconsolabile, di un’autrice tormentata e schiacciata dalla forza della distruzione. I colpi del destino e la depressione l’hanno resa nemica di se stessa, le sue ferite, le cui cicatrici hanno continuato a riaprirsi a intervalli regolari, via via che la malattia o le disillusioni affondavano le sue speranze di concordia e di felicità ritrovata, hanno contribuito a rendere una storia unica, quella di una  bambina prodigio, il cui corpo, simile a una crisalide, ospitava l’anima di una delle grandi  protagoniste tragiche del secolo: Nina Simone.

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BIOGRAFIA

Il 21 febbraio 1933, a Tryon, borgo della Carolina del Nord, veniva al mondo la figlia del diacono John Divine Waymon Waymon e di sua moglie, la reverenda Mary Kate Waymon, Waymon, Eunice Kathleen Waymon, Waymon, in arte Nina Simone. Fin da bambina rivela un grande talento per la musica che la porta a suonare e cantare in chiesa con le due sorelle, con il nome di "Waymon Sisters". Ma il pregiudizio razziale del  profondo Sud negli anni quaranta la condizionerà per molto tempo. Prende lezioni di piano, pagate dalla comunità di colore locale che promuove una fondazione per consentirle di proseguire gli studi musicali a New York. York.  Nei primi anni cinquanta lavora come pianista-cantante in vari club, ispirandosi a Billie Holiday; si orienta verso il jazz, cambia il suo nome in Nina Simone (in onore di Simone 6

 

Signoret, di cui era ammiratrice) ed esegue  I Loves You, You, Porgy, cover di un brano di George Gershwin (da Porgy and Bess) che vince il Grammy Hall of Fame Award Award 2000. Il suo album di debutto, datato 1958, comprende  I Loves You, Porgy e  My Baby Just Cares  for Me.

Nel 1960 il singolo  Ain't Got No, I Got Life raggiunse la seconda posizione nel

Regno Unito, la prima in Olanda per 6 settimane e la decima nelle Fiandre in Belgio. Lavora  per parecchie case discografiche mentre, a partire dal 1963, inizia a lavorare stabilmente con la Philips. È in questo periodo che registra alcune delle sue canzoni più incisive, come Old Jim Crow e  Mississippi Goddam,

che diventano inni per i diritti civili. È amica ed alleata di Malcolm X

e di Martin Luther King.  Nel 1969 il suo singolo To Love Somebody raggiunge la quinta posizione nel Regno Unito. Lascia gli Stati Uniti verso la fine degli anni sessanta, accusando sia l'FBI che la CIA di scarso interesse nel risolvere il problema del razzismo. Negli anni successivi gira il mondo, vivendo a Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, nei Paesi Bassi e in Svizzera. In seguito al polemico abbandono degli Stati Uniti, i suoi album vengono pubblicati solo di rado. Nel 1974 abbandona per qualche anno la discografia lasciando poche notizie di sé. Ritorna nel 1978 con un album che prende il titolo da un brano di Randy Newman, successivamente si eclissa di nuovo fino agli anni ottanta. Dopo che “Channel” usa, negli anni ottanta, la sua  My Baby Just Cares For Me  per una  pubblicità televisiva, molti riscoprono la sua musica e Nina Simone diventa un'icona del  jazz.  Nel 1987,  My Baby Just Cares For Me (brano di quasi trent'anni prima) entra  prepotentemente nelle classifiche inglesi, olandesi, svizzere, austriache e francesi. Si moltiplicano antologie e ristampe dei suoi dischi. Dopo i successi ottenuti negli anni ottanta, torna con un nuovo album,  Nina's Back , del 1989, seguito da  Live & Kickin, live registrato qualche anno prima a San Francisco.

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 Nina si è sposata due volte e ha avuto una figlia nel 1964, Lisa Celeste Stroud, cantante nota col nome d'arte Lisa Simone.  Nina Simone ha vissuto una vita difficile e travagliata. Ha avuto rapporti difficili con uomini potenti e violenti, ed è risaputo che il marito manager la picchiasse. Ha avuto una relazione con Earl Barrowl, primo ministro di Barbados. Nel 1980 il suo amante C.C. Dennis, importante politico locale, è stato ucciso da un criminale. Muore il 21 aprile 2003 nella sua casa a Carry-le-Rouet per le complicanze dovute a un tumore al seno dopo una lunga lotta contro la malattia. Seguendo le sue volontà, viene cremata e le sue ceneri vengono sparse in vari luoghi dell'Africa, terra d'origine dei suoi antenati.

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CAPITOLO 1

IL PICCOLO PRODIGIO Eunice, bambina di colore, possedeva un talento ineguagliabile. A due anni e mezzo suonava a orecchio i salmi sull’armonium di famiglia, a quattro accompagnava sua madre, reverenda, all’organo della chiesa di Tryon, a sei iniziava la sua formazione classica con un’insegnante bianca. A vent’anni, decisa a diventare la prima concertista classica americana di colore, in un paese che continuava a praticare apertamente la segregazione, venne rifiutata dalla commissione - bianca - di un conservatorio: Eunice Waymon è morta quel giorno, portando le illusioni con sé nella tomba. Ma la rabbia mai scomparsa, crebbe a dismisura, fino a far nascere una nuova creatura, bellicosa, carismatica, risoluta ed estremamente dotata: Nina Simone. Un’artista in missione.

1.1 IL PIANO, L’ANIMA

 Nel suo grosso borgo nnatale, atale, a pochi chilometri dalla linea Mason-Dixon, la nostra piccola Waymon fu soprannominata “il piccolo prodigio”. Era insieme di attrazione, oggetto di curiosità, segno della volontà di Dio e speranza per la comunità nera della città. Quella  bambina non era forse la prova che le preghiere rivolte al Signore da generazioni di afroamericani erano giunte a destinazione? 9

 

Tuttavia la madre, Mary Kate, si guardò bene dal mostrare una qualsiasi superiorità. Per lei quel dono era davvero il segno di una volontà divina e non bisognava esserne fieri. Al contrario. Ci si doveva mostrare umili e riconoscenti. Così Eunice, a soli cinque anni, era già pianista ufficiale della sua parrocchia, la cappella metodista di Tryon. Lì apprese il senso del ritmo, la comprensione istintiva di alcune vibrazioni mistiche che userà in seguito. Di lì a poco conoscerà la Chiesa della Santità che spesso ospitavava dei “revival ”, ”, cerimonie neopentecostali, durante le quali i fedeli affermavano la loro fede con rituali mistici, di “ trance”, e con fenomeni di  glossolalia,   ovvero, si esprimevano in lingue immaginarie. Qui prese coscienza del potere ipnotico della musica, dei fenomeni che si verificavano intorno a lei, come il piacere sul volto dei fedeli o le loro contorsioni. Eunice Waymon assistette a questi culti fin dall’infanzia.  Non aveva ancora sei anni quando vi prese parte. Era un’unione di musica, anima, esperienza comunitaria, religione, istruzione mistica; lei stessa affermò: “ Nel corso degli anni, quel sapere mi è entrato nella pelle tanto da far parte di me .”

Insomma, riconobbe

quel sentimento che si manifestava nel suo corpo e nella sua anima in quei momenti, come se fosse insito in lei da sempre. Il suo talento musicale venne notato dalla famiglia dei Miller, presso cui lavorava come domestica la madre e proprio questa famiglia decise di sostenere le spese della sua educazione musicale per un anno. Farà quindi il suo ingresso, nella vita di questa bambina, “Miz Mazzy” ovvero Muriel Massinovitch, una maestra di pianoforte della regione, a cui si rivolse la signora Miller, donna raffinatissima, bianca e insieme a lei le si presenterà un mondo totalmente differente rispetto a quello da cui proveniva. Questa donna la introdurrà alla lettura della musica, allo studio della tecnica classica, del solfeggio ma soprattutto le farà scoprire la musica di Johann Sebastian Bach.

Fino a dodici anni, per andare a lezione di piano, avrebbe attraversato tutti i sabato mattina, la strada verso la casa nei boschi, a tre chilometri di distanza da casa sua e si sarebbe 10

 

fermata nei pressi di una drogheria, per poter mangiare un panino al formaggio che avrebbe consumato fuori, per via delle leggi che vietavano anche ad un bambino di colore, di sedersi a tavola o di utilizzare i bagni.  Chissà se Eunice si faceva già delle domande a riguardo, visto che in seguito avrebbe compreso le conseguenze di queste leggi.

Durante le lezioni di piano con Mazzy, Eunice imparò l’ABC della musica classica. Imparò a decodificare uno spartito, a leggere e scrivere le note, a comprenderne il ritmo, a cantare una melodia. La piccola era talmente brava ed imparava così velocemente che l’insegnante dovette “bypassare” alcune tappe del suo metodo di insegnamento. La iniziò ad alcuni compositori sin da subito, la introdusse alle opere giovanili di Mozart, le  presentò Czerny Czerny,, Liszt e soprattutto Bach, la immerse nelle  Invenzioni a due voci e nella  scrittura contrappuntistica contrappuntist ica, studiarono le Toccate, i Preludi e L’arte della fuga.

1.2 L’AMORE PER BACH

 Nina Simone sosterrà che proprio lo studio di Bach aveva rappresentato lo stimolo a fare della musica la sua vita, aveva alimentato il suo sogno di diventare una concertista classica, nelle sue memorie scriverà: “ Bach ha fatto sì che votassi la mia vita alla musica ”. Attraverso Bach, la piccola Eunice ritrovò un’emozione che la sua esperienza in chiesa le aveva già donato, un sentimento che andava al di là della musica, che toccava l’anima. Come una forza ultraterrena che veniva sprigionata dalla combinazione di note che suonava, l’accesso ad un’altra dimensione che lei sentiva fortemente come sacra. 11

 

Attraverso Bach e alle sue geometrie, era come se potesse penetrare anche un po’ nella  psiche dei d ei bianchi, così facendo, inconsciamente, scavò un fossato, fos sato, se anche impercettibile, tra sé e la sua comunità. Erano due mondi contrastanti, il rigore di Bach e le vertigini del gospel, la purezza e il misticismo, la disciplina e lo spirito, come sacro e profano. Anni dopo, in un’intervista alla BBC, la ormai affermata Nina Simone, dichiarerà: “Ammiro Bach più di qualunque compositore al mondo. Sul piano tecnico era puro. Non una sola nota arbitraria. E oltre alla perfezione tecnica, era perfetto sul piano emozionale.  Ma il colmo è che era distaccato dalla sua musica. E’ il compositore più complicato da  suonare. Quell'uomo partiva dalle cose semplici, bisogna farsele entrare in testa per ascoltarle, prendeva solo una melodia e la circondava di cinque o sei voci. Ma per suonare bene quella melodia bisogna cambiare clima emozionale per ogni nuova voce che entra. E questo richiede una disciplina terribile. terribi le. E’ un maestro, ci vuole molta disciplina dis ciplina per suonare bene Bach. Se non si è in grado di suonare Bach correttamente, sembra solo una gran confusione di note. Ma quando lo si suona come si deve, le stesse note ripetute assumono un  significato profondo. Ed è questo il difficile. Quando interpretate un brano solo per voi  stessi, vi lasciate trasportare dall’emozione tanto da non prestar prestaree più attenzione alla tecnica, e questo vi provoca turbamento. Ma se al tempo stesso vi trovate a trascendere da voi stessi, a mettervi al posto degli ascoltatori e a sentire quello che sentono loro, ecco che è perfetto. Per me Bach è questo. Credo che Bach fosse in grado di ‘suonare Bach’  prendendo uno spartito qualunque, senza essere necessariamente in un particolare stato emotivo”.

1.3 L’OBIETTIVO, IL SOGNO

Fu sempre la sua insegnante, Miz Mazzy, a creare il Fondo Eunice Waymon per raccogliere soldi utili a pagare gli studi musicali di Eunice in un istituto. Al termine del liceo Eunice frequentò un corso estivo alla prestigiosa Julliard School, un mese intensivo di lezioni per preparare l’ammissione al conservatorio, il Curtis Institute. Il sogno di diventare la prima concertista classica di colore in America in quel momento sembrava a portata di mano, ma nessuno sa in realtà cosa accadde all’esame, non sappiamo se fu rifiutata perché nera o per un pessimo esame, ma di fatto la ragazzina prodigio, il talento, venne scartata, deludendo non solo le aspettative di tutte le persone che avevano

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intravisto in lei possibilità di successo, ma in primo luogo se stessa, aprendo una ferita nel suo cuore e nella sua mente, tale da essere destinata a non rimarginarsi mai.  Nina Simone è stata un’artista variamente v ariamente etichettata come cantante jazz o soul, ma Eunice Waymon sognava di portare la musica di Bach, Mozart, Liszt sui palcoscenici di tutto il mondo. Dopo questo affronto, questa delusione, che lei stessa definirà “ il primo stupro”, non avrebbe assolutamente potuto rientrare nei ranghi, accontentarsi di trascorrere una vita svolgendo un lavoro ordinario e tacere per il resto dei suoi giorni, dimenticando quegli anni di studio matto e disperato, anni duri e sacrificanti per una ragazzina che si è vista privata di qualunque svago o amicizia per poter portare avanti un sogno nel quale erano riposte le speranze di molti, della sua famiglia e fondamentalmente di un’intera comunità che attraverso lei avrebbe voluto riscattarsi. Troppa era la responsabilità di quel dono, cosiddetto divino, perché non si nasce eletti per poi rimanere anonimi. Un corpo dotato di uno spirito in missione. Eunice sentiva un potere dentro di sé. Anche Mary Kate lo sapeva. La madre, fortemente delusa da quell’evento e con la quale aveva un rapporto molto  particolare, di estremo distacco in superficie e profondo profond o amore nascosto, sapeva che la figlia era destinata a qualcosa di molto grande, solo sbagliava sulla direzione del destino a cui era  promessa. Eunice cercò una soluzione al suo incidente di percorso. Avrebbe continuato a studiare e a perfezionarsi, fino a quando si sarebbe presentata una nuova opportunità. Il suo obbiettivo in quel momento era di passare l’esame d’ammissione al Curtis Institute l’anno successivo. Perché Eunice Waymon non demordeva, aveva intenzione di vendicare l’affronto subito, provare alla comunità, alla sua famiglia, ai professori, alla commissione e agli allievi del conservatorio, che niente avrebbe allontanato Eunice dal suo obiettivo. E’ sorprendente scoprire oggi che alla fine quella giovane donna, non è mai stata ingenua o fragile come amerà ricordare lei in età adulta. Perché il fallimento del Curtis rivelò la sua  profonda natura, quella di una guerriera la cui arma sarebbe stata la musica. Ma a quel tempo ignorava e non avrebbe potuto immaginare, gli ostacoli che ancora le si sarebbero  presentati e l’avrebbero portata a rivelarsi completamente. La giovane Waymon, diciottenne, si ostinò, ritrovando la sicurezza necessaria per convincersi di nuovo, malgrado lo schiaffo ricevuto, che sarebbe stata davvero “ la prima concertista nera, a qualunque costo ”. Forse si fece delle illusioni. 13

 

Per autofinanziarsi, svolse vari lavoretti, tutti che l’annoiavano terribilmente e ad ogni modo, che non le davano il giusto guadagno per potersi pagare gli studi musicali che man mano diventavano più impegnativi e importanti.  Nel 1953, trovò un impiego presso Arlene Smith, una maestra di canto che cercava una  pianista per accompagnarla durante le lezioni. Era un lavoro ingrato, pagato miseramente (un dollaro l’ora), appena il minimo sindacale americano dell’epoca. Tuttavia dai mesi che trascorse con lei, Eunice trasse dei vantaggi, sopratutto artistici, perché durante le lezioni familiarizzò con le arie di moda su cui i giovani bianchi si esercitavano, “ tutti assolutamente incapaci”,

a suo dire. Memorizzò velocemente un repertorio fatto di ballate e canzoni di

varietà per cui provava solo disprezzo ma che l’avrebbero aiutata in seguito. L’orecchio assoluto. Una memoria di cui presto si sarebbe servita. Come anche si sarebbe ricordata delle nozioni di canto e delle tecniche insegnate dalla sua datrice di lavoro. Ecco perchè, avrebbe sopportato, otto ore al giorno per cinque giorni la settimana, quei bambini che più che cantare, sbraitavano. Eunice, versava la metà del suo salario alla famiglia, investiva il resto nelle lezioni di piano e riusciva anche a risparmiare qualche soldo. Infatti, all’inizio del ’54, solo un anno più tardi, era riuscita a mettere da parte del denaro per potersi permettere l’affitto di un piccolo monolocale a Philadelphia, all’angolo tra la 57ª e Master. Niente di eccezionale, una stanza vuota ma perfetta per fare da camera la notte e da studio per le lezioni di canto il giorno. Perché a vent’anni, dopo un anno passato al servizio di Arlene Smith, Eunice Waymon si mise in proprio, portandosi via una buona parte della clientela della Smith, circa otto allievi. Le due donne non erano mai state amiche, solo buoni rapporti di lavoro, come si può bene intuire, litigarono. Eunice, sicura delle sue capacità di insegnante, dopo mesi passati a seguire le lezioni private della sua datrice di lavoro, aveva tutto da guadagnare. Chiedeva un quarto della tariffa di Arlene e facendo tutto da sola, le bastava. Riusciva a pagare tutto, l’affitto, le lezioni, il versamento alla famiglia. Insomma, era proiettata ancora una volta verso il grande sogno e il grande riscatto. Per questo suo rimuginare sempre sugli stessi temi: la sua ambizione calpestata, il desiderio di rivalsa e la volontà di riuscire, capì che il trauma era ancora aperto. Si fece seguire da uno  psicanalista, il dottor Gerry Weiss. L’episodio L’episodio del Curtis ormai risaliva a quattro anni prima 14

 

ma continuava a crederci, preparando con il Maestro Sokhaloff

il prossimo esame

d’ammissione all’accademia di musica di Philadelphia - esame che, alla fine, non avrebbe mai superato e a causa del quale, tutto sarebbe andato in fumo nuovamente, facendo ribollire ancora una volta la lava che quella ragazza portava dentro. Dopo un anno, Eunice, colpita ancora nell’animo ma ormai stanca, scelse di interrompere le sedute di analisi. Lo psicanalista, il dottor Weiss, non scoprì niente riguardo la sua paziente, tutto ciò lascia ancora interdetti molti, ma all’epoca molti disturbi psichici, come quello che  più tardi avrebbe tormentato la nostra Nina, non erano ancora stati scoperti a fondo. In seguito, in tarda età si sarebbe scoperto che soffriva di un disturbo bipolare, vicino alla schizofrenia ossia di un disturbo psichico che lascia uscire, a tratti, tutta la sua rabbia senza freni. Quando all’età di sette anni non ha iniziato a suonare in un locale fino al momento in cui i suoi genitori, seduti in ultima fila secondo le leggi razziali degli anni ’40 e ’50 in America, si sono accomodati davanti al palco, Nina ha capito che con la musica poteva dare voce alla sua rabbia e perchè no, ottenere ciò che voleva. Infatti, nonostante molti suoi sogni, sin dall’infanzia e poi nell’adolescenza, fossero stati perseguitati dal dolore delle delusioni e ridotti in frantumi, sarebbe stato così, con la musica avrebbe ottenuto quello che voleva, avrebbe raggiunto lo scopo e l’obiettivo reale per cui era stata eletta divina, con quel dono, sarebbe diventata da lì a poco: Nina Simone.

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CAPITOLO 2

CONTAMINAZIONE  Nina Simone, grazie alle sue orgogliose radici afroamericane, era capace di cogliere sfumature nelle sue canzoni che, ancora oggi, dopo tanti anni, rendono ogni ascolto di un suo pezzo sempre nuovo e ricco. Come se fosse la prima volta.   Le note tipiche della sua tradizione, si uniscono a moltissimi anni di studio di piano classico, rendendo i suoi pezzi un connubio di difficile definizione. E mai la critica riuscì a metterle delle catene nemmeno nella definizione del suo genere musicale. La sua musica divenne presto una cassa di risonanza perfetta degli avvenimenti che dilaniavano l’America dei suoi anni: un mix di jazz, classica, gospel, folk e ballate, che essa stessa definì “ Black Classical Music”, una formula che cercava di scuotere la coscienza  bianca e che esprimeva la fierezza di un’intera comunità di artisti e militanti neri. Tutto quello che, invece, da spettatori, critici, musicisti o semplicemente ascoltatori e appassionati, possiamo dire sulla questione della collocazione musicale di Miss Simone, è che in lei tutto era contaminato e si mescolava così bene da poter avere una sola definizione: quella di essere Nina Simone. 2.1 ORIGINI

 Nina Simone ha delle origini davvero ben miscelate con culture che normalmente sono lontane in spazio e tempo. Facendo qualche passo indietro, proviamo a risalire ai suoi antenati, per ben comprendere da quale sbalorditiva magia è avvolta la sua figura. Partiamo dalla madre, la reverenda, Mary Kathleen Waymon. Le sue radici risalgono all’unione di un’indiana della Carolina del Sud e di uno schiavo nero, un matrimonio meticcio come era pratica usuale a quei tempi tra le minoranze asservite. La coppia diede i natali a una figlia meticcia, la bisnonna di Eunice Waymon. Questa meticcia sposò a sua 16

 

volta uno schiavo e insieme ebbero un figlio. Questi, il nonno di Eunice, nacque schiavo. Morì in giovane età e non conobbe mai sua nipote. Quell’uomo, di sangue misto africano e indiano, sposò una schiava meticcia - africana e irlandese - nata da una relazione considerata all’epoca contro natura. [Evocando questi fatti non si può non fare riferimento a una strofa della canzone Four Women di

Nina Simone: “ La mia pelle è caffellatte, i miei capelli sono llunghi, unghi, il mio pos posto to

è tra due mondi, mio padre era ricco e bianco, una sera violò mia madre ”.]

 Nel 1902 questa coppia ebbe una figlia: Mary Kathleen, madre della piccola Eunice, meticcia dalla pelle chiara nata da sangue africano, irlandese e indiano. Sposò John Divine Waymon, nel 1922, a Inman, nella Carolina del Sud. Non si sa nulla delle origini di suo marito e quindi delle origini del padre della piccola Waymon, se non che era figlio di uno schiavo anche lui. Pur avendo perso le tracce dell’albero genealogico di quest’uomo, si possono comunque considerare le condizioni dell’epoca e asserire che sicuramente anche da parte del Signor Waymon, le origini sono intrinseche di contaminatio. John Divine Waymon era analfabeta ma, secondo il parere comune, una persona molto intelligente, onesta e un gran lavoratore. Sapeva farsi amare e rispettare e anche il rapporto con i figli, con Eunice in particolare, era amorevole. A Tryon era soprannominato il “ fischiatore” perché sapeva fischiare su due toni contemporaneamente e lo si sentiva di frequente fischiare intere melodie. Passò la giovinezza sulle strade esibendosi come ballerino e cantante professionista, e qui torniamo alla ricerca sui geni artistici di Nina, lavorò anche nei varietà dei teatri di Pendleton. Si mise in riga quando sposò Mary Kate nel 1917, sistemandosi nella Carolina del Sud, dove poi divenne predicatore.

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Sono questi fattori genealogici, alcuni tra i tanti dettagli, che ci portano a riflettere su una molto probabile componente artistica tramandata geneticamente alla piccola Nina, attraverso i geni della sua discendenza così ricca di culture diverse. 2.2 COME NASCE “NINA SIMONE” ?

Abbiamo finora argomentato una vita, quella della bambina di colore nata a Tryon, abbiamo raccontato il vissuto della giovane Eunice, messa a dura prova dalla vita, adesso proveremo a narrare una nuova storia, quella della stella e icona del Soul/Jazz, Nina Simone, che nasce, metaforicamente, in un bar umido del New Jersey con il pavimento ricoperto di segatura per assorbire l’alcol rovesciato a terra. Una bettola come ce ne sono centinaia, con l’aria satura di sigaretta. E’ stata una prostituta d’alto borgo a iniziare la nostra giovane ragazza, apparentemente asociale, alle cose di questo mondo. Faith Jackson, una escort di Philadelphia, conosciuta nel suo ambiente con il nome di Kevin Mathias, prese Eunice sotto la sua ala protettiva, la invitò ai ricevimenti, le presentò i suoi amici e sopratutto le fece conoscere l’universo maschile. Grazie a Faith, Eunice fu proiettata in un mondo sconosciuto, dal quale lei era molto affascinata. Non si sa niente dell’incontro tra Faith ed Eunice, ma si sa che nell’estate del 1954, Faith la invitò a seguirla nel New Jersey, ad Atlantic City, una delle capitali americane del gioco d’azzardo, ma Eunice poteva pensare di partire solo se fosse stata sicura di potervi lavorare. Impossibile concedersi qualche giorno di riposo, la sua sopravvivenza finanziaria era troppo precaria. Eunice venne a conoscenza del fatto che alcuni locali di Atlantic City pagavano i loro pianisti fino a ottanta dollari la settimana. Quasi il triplo di quello che guadagnava dando lezioni nel suo studio. Così, un suo allievo, la mise in contatto con un agente che immediatamente le offrì un posto come pianista presso il “Midtown Bar & Grill” proprio ad Atlantic City, lei accettò l’offerta senza immaginare dove stesse andando a finire ma partì senza informare la famiglia Waymon, si può solo immaginare la reazione della madre bigotta ad una simile rivelazione.  Nel luglio del ’54, Eunice Waymon, ormai ventunenne, era lontana dal sospettare la metamorfosi che avrebbe subito salendo sul palco di una lurida bettola. “ Ero prima di tut tutto to una pianista. Sono diventata cantante unicamente per guadagnare”

racconterà. “ Ero 18

 

 programmata per diventare una stella del pianoforte classico, ma ho dovuto accettare una lavoro in un night club. Appena sono arrivata mi hanno chiesto se cantavo. Ho detto di no ma hanno preteso che cantassi se volevo tenere il lavoro. Allora ho cantato. Così è iniziata la mia carriera nello show business. ”

La pianista appena arrivata al locale, nella sua prima serata, evocò Bach, citò i cantici, cosparse il tutto di gospel e di aree alla moda. Lasciò che ogni brano si dispiegasse a volte  per più di mezz’ora, senza mai emettere un suono vocale. Aveva diritto a quindici minuti di pausa ogni due ore e quella sera, in quella sua prima  pausa, andò verso il i l bar in un u n si silenzio lenzio iinn cui poteva sentire un misto mist o di violenza, razzismo, stupore, alcol e desiderio. Chiese un bicchiere di latte, intorno a lei tutti scoppiarono a ridere. Quanto coraggio servì a quella ragazza per sopportare quei minuti…poi venne il momento di tornare in scena. Una volta che il Midtown si fu svuotato dei clienti, la raggiunse il proprietario e le disse che alcuni clienti si erano lamentati e che se non avesse iniziato a cantare nel prossimo live, l’avrebbe licenziata. Tornò a casa esausta, contò i pochi soldi guadagnati, si struccò e guardandosi allo specchio, la donna che vedeva riflessa si chiamava Nina Simone. Eunice in realtà è sempre stata Nina, non era affatto la bambina ingenua e indifesa come pretenderà in seguito di farsi ricordare. Ma Eunice, oggettivamente, diventò Nina Simone perché doveva celarsi dietro ad uno  pseudonimo, la madre Kathleen doveva ignorare anche solo l’idea che la figlia potesse suonare e cantare quella che lei avrebbe chiamato “ la musica del diavolo”.  Nina Simone, diventò una maschera che nel corso degli anni eclisserà il suo nome di  battesimo e con cui entrerà nella storia.  Nina come niña,“bambina”, il soprannome che le avrebbe dato un fidanzato latino di cui non si sa nulla. Simone come la Simone Signoret   in Casco d’oro, film che la pianista aveva visto in un cinema di quartiere a Philadelphia e che l’aveva colpita. 19

 

Bisogna ammettere che il nome di battaglia che si è inventata Eunice suona bene, è intrigante e misterioso e anche al pubblico che non la conosceva, suscitava curiosità quando lo leggeva per la prima volta sulla locandina affissa sulla porta del Midtown.

2.3 LA VOCE

“ Da bambina, ho cantato insieme a mia madre e all allee mie so sorelle relle in chiesa”, spiegherà Nina Simone. “ Ma cantavo sempre a voce bassa. E non sapevo che con così poco avrei potuto emozionare qualcuno. Avevo il vantaggio di avere un ottimo orecchio e di saper suonare nelle mie tonalità. Perché ho una voce e una tessitura limitate.”

Quando cominciò a cantare al Midtown, Nina Simone si lanciò, avanzando in un territorio sconosciuto, adattando le lezioni apprese da Arlene Smith e insegnate a sua volta. Scopriva così, le potenzialità della sua voce, della sua tessitura, del suo timbro. Si concesse qualche libertà con i testi delle canzoni che interpretava, spesso improvvisando, quando doveva creare un legame tra due temi. Tutto ciò, era come una fonte che scaturiva da lei senza sforzo, come se il canto fosse sempre stato in lei, in attesa di essere rivelato. Una voce. Due ottave grezze da affinare, concerto dopo concerto, ma la sostanza c’era, calda e rabbiosa. La sua voce poteva farsi setosa e  profonda. Se in seguito avesse espresso attraverso quella voce con foga, la sete d’amore, il dolore e la collera, a quel tempo la giovane donna non sapeva ancora nulla riguardo i sentimenti che generalmente segnano la vita, si accontentava di incanalare le ondate di emozione che sgorgavano in lei e di fare conoscenza con quella sconosciuta battezzata da poco, Nina Simone. 20

 

Il segreto, probabilmente, del successo che avrebbe avuto Nina come cantante, sta nel fatto che quest’artista, lascia scorrere liberamente la sua voce, al di là di ogni impostazione convenzionale del canto, ottenendo un'intensità drammatica che non ha confronti nella musica di oggi. Il suo modo di cantare è talmente diretto, non mediato da alcuna sovrastruttura stilistica da provocare nell'ascoltatore un emozionante disagio, quell'imbarazzo che si prova quando ci vengono presentate verità troppo brutali, e per di più disadorne, non addolcite da forme retoriche. Una geniale semplicità dunque, per usare un'immagine cara alla cultura afroamericana, sembra che per Nina Simone il tragitto dall'anima all’espressione vocale sia il più diretto immaginabile, non elaborato, non arricchito strada facendo da quegli “effetti” che più o meno tutti i cantanti adoperano per imbellire la propria emissione vocale. Per trovare qualcosa di simile dovremmo tornare indietro a Billie Holiday, anche se le due voci sono completamente diverse, simili solo in questa capacità di superare con geniale semplicità gli aspetti più convenzionali e artificiosi del canto. 2.4 LA SACERDOTESSA DEL SOUL  

Per poter accomunare in parte il termine Soul a Nina Simone, dobbiamo inevitabilmente rendere noto qualche dettaglio su che cosa sia il Soul: Soul,

che letteralmente significa

"anima" in inglese, è un termine essenzialmente usato per riferirsi ad un tipo di musica sviluppata 21

 

dagli anni sessanta dagli afroamericani. La “musica dell'anima” nacque dalla fusione delle sonorità del jazz e del gospel con i modi della canzone pop. La musica soul fu il risultato dell'urbanizzazione e commercializzazione del rhythm and  blues negli anni sessanta. Il termine emerse per definire una serie di generi basati sullo stile R&B. Dai gruppi orecchiabili e melodici sotto la Motown Records, alle band guidate dai fiati della Stax/Volt Records, esistevano molte varianti all'interno della musica soul. Durante la prima parte degli anni sessanta, il soul rimase strettamente legato alle radici del R&B. Tuttavia, in seguito i musicisti spinsero la musica in direzioni differenti; spesso, diverse regioni dell'America davano alla luce diversi tipi di soul.  Nei centri urbani come New York, Philadelphia, e Chicago, la musica mus ica era concentrata sugli sugl i interventi vocali e produzioni molto morbide e melodiche. A Detroit, la Motown si concentrò nel creare un sound orientato particolarmente sul pop influenzato in parti uguali dal gospel, jazz, R&B e Rock and Roll.  Nel sud invece, assunse tratti più duri, le voci erano grezze, le espressioni del genere in questa particolare regione erano estremamente intrinseche di verità, crude ed immediate grazie alla sincerità dell’esposizione, infatti non sarà un caso se qui possiamo collocare la figura di Nina Simone. Sappiamo che incise circa venti album e ricevette importanti riconoscimenti dentro e fuori gli Stati Uniti, che nonostante la crudezza del suo canto, fu considerata da molti come la cantante più raffinata di quegli anni, dotata di una straordinaria presenza scenica e di un’enorme capacità di legarsi al suo pubblico, venne chiamata The High Prestiess of Soul, la grande sacerdotessa dell’anima e da qui il riferimento con la locuzione “Soul”. Ma è piuttosto importante evidenziare che, nonostante ciò, Soul nei confronti dell’artista è  più una sottolineatura della sua intensità, che un’appartenenza a un genere. 22

 

Più volte infatti, abbiamo asserito che l’artista, nessuno mai e in nessun tempo sia riuscito a catalogarla in un genere musicale preciso.

2.5 PERCHE’ JAZZ?

 Nina, si presentava sul palco con una scarsissima formazione, un u n quartetto più tipicamente rock che jazz. Una chitarra, un basso, una batteria ed un pianoforte. Lei appariva oltre che la sacerdotessa del soul, un’icona del  jazz  di quei tempi  ed effettivamente  lo era in tutti i sensi: nel suonare, nel cantare, nell’animo; ma a lei in fondo importava la musica, non si soffermava a pensare a quale fosse lo stile più adatto a lei, soprattutto dopo che non ebbe più la speranza di poter diventare una concertista classica. Nina, cantava e basta, suonava quello che sentiva dentro, il suo genere era se stessa, ricca di contaminazioni e la infastidiva quasi l’essere soggetta a classificazione musicale, proprio per questo si può dire che il “Jazz” era semplicemente in lei, un qualcosa di profondamente naturale. Fu l’immaginario comune ad associarla al mondo del jazz. 23

 

La natura dell’uomo quando non comprende l’unicità di un soggetto necessita di collocarlo nella dimensione a lui più familiare. Questo è un processo psicologico molto frequente, dal quale sono nate le basi e si è sviluppato il processo commerciale mondiale, a cui fanno riferimento gli studi del marketing odierno. Diverse furono le sue interpretazioni di standard jazz o di brani di natura estremamente swing, come la sua spiazzante interpretazione di  Strange Fruit ,

lo swing  Love me or leave me, la

sua  My baby just care for me, Summertime e The look of love,

la moltitudine di blues, spesso di sua

composizione e tanti altri ancora.   Nel 1957 pubblica il suo primo album "Little Girl Blue", ma è con " I Loves You Porgy"

di Gershwin,

che entra ufficialmente a far parte del mondo della musica Jazz. La riproduzione della Simone di “I Loves You Porgy”, presto iniziò a scalare le classifiche radiofoniche, diventando Top 20 negli USA nel 1959. Inoltre, circa quarant’anni dopo, riceverà il Grammy Hall of Fame Award  nel 2000 per l’interpretazione del medesimo brano. La cantante, nella sua su a portentosa carriera, ha ricevuto ri cevuto 15 nomination ai Grammy Award. Award.  Nina, come accennavamo poc’anzi, nonostante fosse reputata all’epoca una raffinatissima cantante di Jazz, asserì in una delle sue memorie: ” Non

mi piace essere messa in una scatola con altri cantanti di jazz

 perché la mia musica è completamente diversa, e a suo modo anche  superiore”,

per niente modesta la nostra Nina, parlava e scriveva sempre in modo schietto di sé e di come la pensava e continuò infatti a scrivere nella sua autobiografia, I Put A Spell On You: “ Mi sembrava una cosa razzista questa concezione: " Se è nera deve essere una cantante jazz” ciò mi sminuisce.” 24

 

CAPITOLO 3

CONTRASTI Cresciuta in una cittadina e in un ambiente in cui la segregazione delle persone di colore è un elemento scontato ma non particolarmente accentuato, con l'età adulta si avvicina al movimento per i diritti civili e al femminismo, specie a partire dal 1963, a seguito di eventi come l'uccisione dell'attivista nero Medgar Evers e il celebre discorso di Martin Luther King  I Have a Dream.

La nuova consapevolezza che ne consegue le fa dare una nuova lettura

della sua stessa carriera, convincendola di non essere diventata una pianista classica di successo a causa della sua identità di donna di colore. La sua posizione di attivista si avvicina a quella di Malcolm X e del Black Power più che a quella del non-violento Martin Luther King, ed è influenzata dall'amicizia con la drammaturga e attivista Lorraine Hansberry e altre personalità del movimento per i diritti dei neri negli Stati Uniti. Diverse canzoni testimoniano di questo impegno, a partire da  Mississippi Goddamm, scritta  per reazione all'omicidio di quattro ragazze in un attentato dinamitardo a sfondo razziale  presso Birmingham, eseguita in pubblico llaa prima volta alla Carnegie Hall nel 1964 e il cui linguaggio esplicito di protesta le vale il fatto di non essere trasmessa da diverse stazioni radio. L'interpretazione di  Pirate Jenny, canzone tratta da  L'opera da tre soldi  di Bertolt Brecht e registrata per la prima volta per l'album  In Concert , fa della sguattera protagonista del racconto, l'evidente metafora di una donna che invita alla rappresaglia contro il razzismo. In Four Women, Nina Simone esprime nel ritratto di quattro donne afroamericane il conflitto interiore a cui la donna nera è soggetta nella società del suo tempo.

Malcom X

Stokel Ca Carmichael 25

 

3.1 REVOLUTION  

“ Non sono una non violenta”, queste le parole aspre e piene di rabbia, della sacerdotessa, rivolte al Pastore King, leader dei diritti civili.

26

 

Erano gli anni ’60 e una parte del popolo degli Stati Uniti, quella formata prevalentemente da afroamericani, ormai stanca delle ingiustizie e dei soprusi, che l’avevano tormentata da oltre un secolo, aveva cominciato a rivendicare i propri diritti con lotte violente e non. Prima della Guerra Civile americana, quasi quattro milioni di neri non avevano diritto alla libertà né tanto meno al voto, considerato che per la quasi totalità erano ridotti in schiavitù. Soltanto gli uomini bianchi con una certa proprietà e un certo senso  potevano votare e successivamente il  Naturalization Act , la legge sulla naturalizzazione del 1790, limitò la cittadinanza (e con essa la  partecipazione alla vita politica) ai  

soli bianchi. A seguito della Guerra Civile, a metà dell'Ottocento, furono approvati tre emendamenti costituzionali, tra cui il 13° Emendamento del 1865, con il quale si concluse ufficialmente la schiavitù, dopo le pressioni fatte dal presidente Abramo Lincoln, successivamente assassinato per il suo operato. Il 14° Emendamento del 1868 diede la cittadinanza anche agli afroamericani e ci furono diverse proposte di riformare il Congresso per includere le popolazioni del Sud. L'altro emendamento, il 15° del 1870, diede ai cittadini afroamericani maschi il diritto di voto, tenendo conto che all'epoca le donne, sia bianche che nere, non potevano votare. Dal 1865 al 1877, negli Stati Uniti si ebbe una turbolenta "era di ricostruzione" ( Reconstruction  Era)

cercando a tutti i costi di garantire il lavoro e i diritti a tutti i cittadini, ma soprattutto

garantire i diritti civili anche ai liberti del Sud, una volta conclusasi la schiavitù. Purtroppo, molte comunità bianche, abituate alla schiavitù, resistettero ai cambiamenti sociali che, seppur radicali, non impedirono il proliferare di movimenti ribelli quali il Ku Klux Klan, i cui membri tentavano di mantenere intatta la supremazia della razza bianca. 27

 

Ai primi anni del 1870, gruppi per la supremazia bianca si fecero avanti e ci si accorse della  profonda spaccatura tra la comunità bianca e quella nera, specialmente delle dell e disuguaglianze esistenti nei confronti del suffragio.  Nel 1876 furono contestate le elezioni e si pose fine al periodo della Ricostruzione. Con le truppe federali allo sbaraglio e senza più l'appoggio locale, i bianchi del Sud ripresero il  pieno controllo politico entro la fine del secolo, dopo aver intimidito o violentemente attaccato i neri e i loro sostenitori, sia prima che a seguito delle elezioni. Dal 1890 al 1908, gli Stati del Sud approvarono Costituzioni speciali e leggi per privare gli afroamericani del diritto di voto (disfranchise) mediante la creazione di vari ostacoli per la registrazione degli elettori. I risultati di affluenza alle urne e le opposizioni diminuirono drasticamente mentre i neri furono costretti, mano a mano, ad abbandonare la politica. Se da una parte si stavano compiendo alcuni progressi, specialmente al Nord, negli stati del Sud queste legislazioni rimasero in vigore fino alla metà degli anni Sessanta del Novecento, quando finalmente il diritto di voto, senza discriminazioni, fu esteso ovunque. Per più di 60 anni, quindi, i neri del Sud non poterono votare qualcuno che difendesse i loro interessi al Congresso o nel governo locale.  Per di più, dato che non potevano votare, non  potevano neppure fare parte di giurie locali. In questo periodo, il Partito Democratico dominato dai bianchi, mantenne il controllo  politico del Sud. Poiché la maggior parte dei suoi iscritti si dimostravano di mostravano ostili nei n ei confronti della popolazione nera, tale partito ebbe un grande successo nel Sud e rappresentò a lungo un potente blocco politico in fatto di voti al Congresso. A tal proposito, è importante evidenziare che il reale problema della segregazione razziale, apparteneva, come già detto, agli stati del sud, poiché mentre gli stati del nord si impegnavano a progredire industrialmente e democraticamente, gli stati del sud, per mantenere gli interessi economici legati all’agricoltura, tendevano a conservare l’ideologia della supremazia razziale.  Nel 1901, il presidente Theodore Roosevelt invitò Booker T. Washington a cena alla Casa Bianca, facendo di lui il primo afroamericano a partecipare ad una cena ufficiale. L'invito fu aspramente criticato da politici meridionali e vari giornali. Washington convinse il  presidente a nominare più neri per i posti federali nel Sud e a cercare di aumentare la leadership afroamericana nelle organizzazioni repubblicane statali. 28

 

Tuttavia, questo gesto a favore dell'integrazione vide la netta opposizione dei Democratici  bianchi e dei Repubblicani bianchi, entrambi straordinariamente d'accordo quando si trattava di tenere alla larga i neri dalla politica del Paese, un tentativo da essi reputato come "un'intrusione" in questioni che non li riguardavano. Tutto questo clima di tensione, sfociò in un grande malcontento che alimentò una sommossa  popolare, creando il movimento per i diritti civili, noto anche come Movimento per i diritti civili degli anni sessanta  (1960s Civil Rights Movement ) che comprende tutti quei movimenti sociali negli Stati Uniti, i cui obiettivi, erano porre fine alla segregazione razziale e alla discriminazione contro gli afroamericani, per garantire il riconoscimento legale e la protezione federale dei diritti di cittadinanza elencati nella Costituzione. Generalmente, la leadership di questi movimenti era nelle mani di un esponente afroamericano, ma gran parte del sostegno politico e finanziario provenne dai sindacati, da alcune associazioni religiose e da importanti uomini politici bianchi. Il movimento è stato caratterizzato da importanti campagne di resistenza civile. Tra le forme di protesta e/o di disobbedienza civile è degno di nota il boicottaggio degli autobus a Montgomery (1955-1956) in Alabama, così come il "sit-in" del 1960 a Greensboro in North Carolina e i vari cortei, tra cui la Marcia da Selma a Montgomery (1965) in Alabama. Importanti traguardi raggiunti grazie a questi movimenti includono il disegno di legge Civil  Rights Act  

del 1964,  che

vietò la discriminazione  basata sulla razza, il colore della pelle, la religione, il sesso o le origini in ogni  pratica di lavoro, per non  parla  pa rlare re dell de llaa fine fi ne della de lla diseguale registrazione degli elettori e della segregazione nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle aree pubbliche. 29

 

L'anno seguente, nel 1965, fu approvato il Voting Rights Act , che restaurò la tutela del diritto di voto esteso a tutti i cittadini americani; dello stesso anno sono anche la legge sull'immigrazione, che ha aperto un ingente flusso di immigrati provenienti da diverse aree del Nord Europa e il Fair Housing Act  del  del 1968 che vietò la discriminazione nella vendita o la locazione di abitazioni.  Nonostante tali movimenti si ssiano iano registrati prevalentemente nel Sud, le proteste pro teste ispirarono i giovani di tutti gli Stati Uniti e del resto del mondo, guidando molte associazioni europee alle rivolte degli anni Sessanta. Molte rappresentazioni popolari del movimento sono incentrate sulla leadership e sulle predicazioni di Martin Luther King, che vinse il Premio  Nobel per la Pace nel 1964 per il suo ruolo nel movimento e fu una guida ed una fonte di ispirazione per molti altri leader a venire, ma nacquero, come già detto, anche tanti gruppi di rivolta per niente pacifisti e la nostra Nina, in quel momento era proiettata nettamente verso le ideologie e sui “piani d’azione” di questi ultimi.

30

 

3.2 LA SUA POSIZIONE

 Nina Simone, il 28 agosto 1963, aveva seguito in televisione il famoso discorso di King e  per questo motivo fu presa da sensi di colpa, poiché non aveva potuto prendere parte di  persona al corteo dei manifestanti a causa della preparazione di una serie di concerti. Quando il 15 settembre venne a sapere che quattro ragazzine di colore - Denise McNair, undici anni, Cynthia Wesley, Carol Robertson, Addie Mae Collins, di quattordici anni - che si  preparavano a seguire un corso di istruzione religiosa in una chiesa nera di Birmingham avevano trovato la morte in un attentato dinamitardo, esplosione che ferì gravemente molti altri bambini, rimase scioccata. “Birmingham divenne Bombingham, cittadella del razzismo e dell’odio.” Era sbalordita. Fu invasa dall’odio. Quando a fine giornata, Andrew Stroud, marito di Nina Simone, venne a cercare la moglie nel suo studio dove quel giorno stata lavorando ai suoi  brani, la trovò per terra indaffarata a mettere insieme dei pezzi di ferro e le chiese: “ Che cosa stai  facendo?”

e lei rispose:

“ M i c o s t r u i s c o u n a  pistola!”

Era sommersa da un  bisogn  bis ognoo irr irrepr eprimi imibil bilee di azione e di violenza: “Volevo uscire per strada e uccidere qualcuno”, raccontò nella sua  biografia, “non sapevo chi, ma qualcuno di cui conoscessi con certezza l’opinione contraria al fatto che il mio popolo ottenesse giustizia per la prima volta in tre secoli ”. 31

 

Così quella data, il 15 settembre del ’63, Nina Simone fece il grande salto, entrando per la  prima volta in uno spazio in cui la musica diventava per lei un modo di prender parte alla lotta. Lei stessa scrisse nelle sue memorie che a partire da quel giorno seppe che si sarebbe dedicata “ per tutto tutt o il tempo necessar necessario io alla lotta, p perché erché i neri ottenessero giustizia, libertà e uguaglianza di fronte alla legge, e questo fino alla vittoria finale”.

Ma se la vittoria non

fosse arrivata? Quel giorno, sedendosi al piano, una melodia nacque spontanea. In un’ora compose la sua prima canzone contestataria:  Mississippi Goddam (“Maledetto

 Mississippi”).

Dirà: “ E’ us usci cita ta da me più pi ù velocemente di quanto non potessi scriverla”.

Da quel momento in poi e solo con qualche

rara eccezione, tutte le canzoni che Nina comporrà nella sua carriera saranno delle  protes  protestt  songs  son gs 

al servizio della lotta.

 Mississippi Goddam 

ovvero il

talento di Nina Simone di trasformare il terrore in musica. Una delle canzoni più dirette che abbia mai registrato, che lascia da parte ogni manierismo classico per tenere l’ascoltatore col fiato sospeso e andare dritto allo scopo fino a un finale minaccioso: “ Non siete obbligati a vivere accanto a me, ma datemi semplicemente la mia uguaglianza ”.

Altrimenti… 32

 

Altrimenti avrebbe imbracciato le armi e si sarebbe fatta giustizia da sola. E se non ci fosse riuscita, il destino si sarebbe incaricato della sorte di quell’America: “  Per me Mississippi Goddam è una canzone profetica. Credo che l’America stia morendo ”.

Verrà uccisa o si

suiciderà? “ E’ lo stesso.” Se Nina si tuffò così nel movimento, fu anche perché la carriera che si era costruita non le  bastava più. Il suo ingresso nella rivolta rappresentava la rivincita della ragazzina di Tryon umiliata dalla commissione di un conservatorio bianco, figlia di una madre che per tutta la vita aveva chinato il capo di fronte alle ingiustizie, figlia di un padre che aveva rischiato di morire di fatica quando la sopravvivenza della sua famiglia dipendeva dal suo lavoro. L’ingresso in politica era anche dovuto al suo ruolo di madre, Nina aveva uno sguardo spaventato verso un mondo che prometteva un giorno di schiacciare la sua unica figlia, Lisa.

33

 

Era un’artista che urlava vendetta per la sofferenza sopportata dal suo popolo e che ora,  brandendo la sua musica come una spada, reclamava che il danno venisse riparato. Ideologicamente, Nina Simone si sentiva vicina allo Sncc 

(pronuncia “snick”), S tudent N onviolent

Coordinating Committee,

in italiano “Comitato per la

coordinazione non-violenta degli studenti”

che fu una delle più importanti organizzazioni negli Stati Uniti legate al Movimento per i diritti civili degli afroamericani negli anni Sessanta.  Nonostante il nome di questa organizzazione faccia  pensare ad un movimento pacifista perché cita la “coordinazione NON violenta”, il suo discorso politico era ben presto scivolato verso una concezione radicale della lotta, che ovviamente Nina abbracciava: “Ogni mezzo è buono per raggiungere lo  scopo”.

Lei di questo, ne era convinta: “ Sarebbe venuto un giorno in cui avremmo dovuto

 prenderee le armi e combattere per i nostri diritti”.  prender

Era pronta a farlo, aveva reso i suoi

concerti delle vere e proprie tribune in favore del Movimento. In scena, era una regina africana (gioielli pesanti d’argento, trecce tirate su in un alto chignon, tunica di seta o vestito di un spesso tessuto bianco), una guerriera che chiamava alla lotta armata, che interrompeva il concerto per chiedere quanti membri dello Sncc erano presenti in sala, Nina cercava di stimolare il pubblico, convincerlo di quanto credesse nella lotta. La sua musica diventò in quegli anni l’esatto riflesso dei suoi cambiamenti, colonna sonora  perfetta degli avvenimenti che dilaniavano l’America: “ Un mix di pop, gospel, classica,  jazz, folk e ballate” che Nina battezzò  Black Classical Music. “Black Classical Music” come Black Power (il termine, che più tardi sarebbe apparso come slogan politico), una formula shock, che cercava di scuotere la coscienza bianca e che intendeva esprimere la fierezza “comunitaria” degli artisti e dei combattenti neri. 34

 

Interprete di un crossover musicale, icona del Movimento, che incarnava la voce degli oppressi, Nina Simone poteva finalmente rispondere ai rimproveri di cui la ricopriva sua madre: “Perché canti in giro per il mondo quando potresti lodare Dio?” “ Per difendere la dignità del mio popolo.”

35

 

CAPITOLO 4 

 BRANI In questo capitolo approfondiremo e analizzeremo tre brani, che a mio modesto parere, rappresentano chiaramente le tre fasi fondamentali della vita artistica di Nina Simone.

4.1 Little Girl Blue

“ L i t t l e G i r l B l u e ” è uno standard frequentatissimo: l’hanno inciso Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Chet Baker, Stan Getz, Keith Jarrett, Janis Joplin e infiniti altri. La canzone, come tantissimi altri standard  jazzi  ja zzist stic ici,i, pr prov ovien ienee da un mus music ical al,, nel nella la fattispecie “Jumbo”, scritto nel 1935 da Richard Rodgers e Lorenz Hart, due dei più  prolifici e geniali autori della Broadway di quegli anni (hanno scritto capolavori come “Blue Moon”, “My Romance”, “My Funny Valentine” Valentine” e “The Lady Is A Tramp”). Tramp”). Il musical racconta la vita degli artisti di un circo scalcagnato e sempre in bolletta e “Little Girl Blue” è uno dei pezzi centrali, quello in cui la protagonista, seduta da sola in mezzo alla scena vuota, ripensa alla sua vita, ai suoi sogni infranti, e nel momento di più profonda disperazione invoca l’amore, il principe azzurro che la salverà. E’ forse il brano che meglio dipinge la prima fase dell’artista, in questo brano è viva l’essenza di Eunice, anche grazie all’interpretazione resa dalla nostra Nina, con quell’intro di pianoforte decisamente classico e struggente, il magone riprodotto dalla tessitura vocale infinitamente espressiva, in questo brano è presente davvero la “bambina triste” di cui narra il testo, infatti, “essere blu” in inglese significa “esser giù di morale”, quindi il titolo della canzone lo si potrebbe proprio tradurre come “bambina triste”. Nina è riuscita a raccontare attraverso un brano non di sua produzione, facendo affidamento esclusivamente alle sue 36

 

capacità espressive, la storia dei suoi sogni infranti, delle disillusioni finora narrate, di una vita che non ha vissuto come avrebbe voluto e di una ricerca infinita dell’amore di cui aveva  bisogno.

Testo: “Sit there and count your fingers What can you do? Old girl you're through Sit there, count your little fingers Unhappy little girl blue Sit there and count the raindrops  Falling on you  It's time you knew  All  Are you can ever count the raindrops raindr ops on That fall on little girl blue Won't you just sit there Count the little raindrops  Falling on you 'Cause it's time you knew  All you can ever count on  Are the raindrops raindrops That fall on little girl blue  No use old girl You might as well surrender 'Cause your hopes are getting slender and slender Why won't somebody send a tender blue boy To cheer up little girl blue”

37

 

LITTLE GIRL BLUE Words by LORENZ HART Music by RICHARD RODGERS Slowly 60

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Copyright © 1935 by Williamson Music and Lorenz Hart Publishing Co. in the United States Copyright Renewed All Rights Administered by Williamson Music, a Division of Rodgers & Hammerstein: an Imagem Company International Copyright Secured All Rights ghts Reserved

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  4.2 Four Women 

“Four Women”,  è la canzone che racconta il cambiamento progressivo dalla sottomissione alle leggi dei bianchi fino al ribaltamento incontenibile verso la violenza. Ma per molti aspetti  Four Women costituisce, in quattro strofe senza ritornello, una biografia  precisa del percorso di Eunice Waymon. La sua sottomissione fino all’invenzione del suo alter ego Nina Simone, i primi passi di quella creatura fino all’insorgere del suo desiderio di vendetta e al compimento della sua missione. Questo brano fu registrato il 30 settembre del 1965 a New York, in quei giorni Nina rientrava dall’Europa e si manifestavano le sue prime turbe psichiche. Messa da parte per quasi un anno dalla Philips, la canzone fu finalmente fatta uscire nell’album Wild is the Wind.

Per la ferocia del suo testo, la dignità e l’infinita tristezza della sua interpretazione,  Four Women  può

tranquillamente essere assimilata a Strange Fruit . Possiede la stessa forza, lo

stesso minimalismo, la stessa qualità di scrittura messa al servizio una spaventosa denuncia. Qui si tratta in qualche modo di un linciaggio di anime. La Simone esplora i sentimenti di quattro donne nere. Il loro colore va dal più chiaro al più scuro, “cosa che mette in risalto la loro concezione di bellezza e del loro valore” e attraverso di loro traccia un ritratto caustico della sottomissione della donna nera americana, che per sopravvivere è schiava della sua bellezza o della sua situazione sociale.  Nina sembra dire che finché le donne di colore non sapranno accettare la propria bellezza africana al posto di quella dettata dai bianchi, non potranno mai uscire dal loro asservimento.

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Canzone femminista per eccellenza,  Four Women è anche l’esplorazione da parte di Nina di tutte quelle maschere, di tutti quei visi. Perché lei stessa è stata ognuna di quelle quattro donne. La prima evoca l’immagine di Mary Kate, o la donna che sarebbe diventata Eunice se il destino non l’ avesse strappata alla sua condizione di bambina prodigio sacrificata: una donna nera in preda al dolore, una donna africana presa in trappola in un mondo che esigeva la sua distruzione. La seconda donna è meticcia, bella e abbandonata a un limbo tra due mondi. Nessuno dei due vorrà mai accoglierla, si sa e Nina sembra rimandarci alle sue speranze calpestate di  pianista classica, mai al posto giusto, in preda a tutte le ambiguità, tutti gli antagonismi. In seguito, racconta la donna che era stata fino al giorno prima. Sottomessa, giudiziosa, che si annulla nei capricci degli uomini, purché le promettano denaro o una vita migliore. Infine, Nina è nel momento stesso in cui scrive l’ultima strofa di Four Women quella donna nera divorata dalla collera, che esige riscatto, pronta a uccidere. Troppe sofferenze sopportate, il peso impossibile della storia dei suoi antenati da portare. Tutto nella sua condizione in quel momento la rimanda al suo desiderio di vendetta.

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Testo:

 My skin is black  My arms are long  My hair is woolly  My back is strong strong Strong enough to take the pain inflicted again and again What do they call me  My name is AUNT SARAH  My name is Aunt Sarah  My skin is yellow  My hair is long  Between two worlds  I do belong  My father was rich and white  He forced my mother late one night What do they call me  My name is SAFFRONIA  My name is Saffronia Saffronia  My skin is tan  My hair is fine  My hips invite you my mouth like wine Whose little girl am I?  Anyone who has money to buy What do they call me  My name is SWEET THING  My name is Sweet Thing  My skin is brown brown my manner is tough  I'll kill the first mother I see my life has been too rough  I'm awfully bitter these these days because my parents were slaves What do they call me  My name is PEACHES

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4.3 My Baby Just Care For Me 

“ My Baby Just Care For Me”,

l’ultimo brano di

cui andremo a trattare, è forse il brano più famoso che Nina abbia mai interpretato, quello che riscosse maggiore successo e nel minor tempo, infatti era lontano dai temi politici e dalle vicende cruente della sua vita. Sicuramente si può dire che rappresenti il suo più grande successo commerciale.  Scritto da Walter Donaldson e con le parole di Gus Kahn. Fu composta nel 1930 in occasione della versione cinematografica omonima del musical del 1928 Whoopee!, con Eddie Cantor e Ruth Etting. La Simone registrò il brano per il suo album di debutto  Little Girl Blue, ma il brano rimase relativamente sconosciuto fino al 1987, l'anno in cui fu scelto come colonna sonora della campagna pubblicitaria televisiva del profumo Chanel n°5. In seguito alla grande popolarità degli spot, la traccia fu pubblicata come singolo dall'etichetta Charly Records, riuscendo ad entrare nella classifica dei singoli britannici, il 31 ottobre 1987 raggiungendo la posizione numero cinque, e diventando uno dei più conosciuti dell'artista. Per l'occasione fu realizzato un video musicale con la tecnica claymation prodotto dalla Aardman Animations e diretto da Peter Lord.

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My Baby Just Cares For Me Words by Gus Kahn Music by Walter Donaldson

Easy Swing 116

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© Copyright 1930 Bregman, Vocco & Conn Incorporated, USA. EMI Music Publishing Limited. All Rights Reserved. International Copyright Secured.

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Testo:

 My baby don't care care for shows  My baby don't care care for clothes  My baby just cares cares for me  My baby don't care care for cars and races  My baby don't care care for high-tone places  Liz Taylor Taylor is not his style  And even Lana Turner's Turner's smile  Is somethin' he can't see  My baby don't care care who knows  My baby just cares cares for me  Baby, my baby don't car  Baby, caree for shows  And he don't even care care for clothes  He cares for me  My baby don't care care  For cars and races  My baby don't care care for  He don't care care for high-tone places  Liz Taylor Taylor is not his style  And even Liberace's smile  Is something he can't see  Is something he can't see  I wonder what's wrong wrong with baby  My baby just cares cares for  My baby just car cares  My baby just car cares eses forfor me

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DISCOGRAFIA

Etichetta Bethlehem (1958-1959)



1958 - Little Girl Blue - Jazz as played in an exclusive side street club 



1959 - Nina Simone and Her Friends 

Etichetta Colpix (1959-1964)



1959 - The Amazing Nina Simone 



1959 - Nina Simone at Town Town Hall  



1961 - Nina Simone at Newport  



1961 - Forbidden Fruit  



1962 - Nina at the Village Village Gate 



1962 - Nina Simone Sings Ellington!  



1963 - Nina's Choice Raccolta



1963 - Nina Simone at Carnegie Hall  



1964 - Folksy Nina 



1966 - Nina Simone with Strings 

Etichetta Philips (1964-1967)



1964 - Nina Simone in Concert  



1964 - Broadway-Blues-Ballads 



1965 - I Put a Spell on You You  60

 

  •

1965 - Pastel Blues 



1966 - Let It All Out  



1966 - Wild Is the Wind  



1967 - High Priestess of Soul  

Etichetta RCA (1967-1974)



1967 - Nina Simone Sings the Blues 



1967 - Silk & Soul  



1968 - 'Nuff Said! 



1969 - Nina Simone and Piano! 



1969 - To Love Somebody 



1970 - Così ti amo (versione italiana dell'album To Love Somebody)



1970 - Black Gold  



1971 - Here Comes the Sun 



1972 - Emergency Ward! Ward! 



1974 - It Is Finished  

Etichette diverse (1975-1993)



1975 - The Great Show Live in Paris 



1976 - Live at Montreux 1976  

• •

1978 - Baltimore  1982 - Fodder on My Wings 



1984 - Backlash 



1985 - Nina's Back  



1985 - Live & Kickin 



1987 - Let It Be Me 



1987 - Live at Ronnie Scott's 



1993 - A Single Woman Woman

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FONTI

 Bibliografia, Sitografia , Filmografia:

“Nina Simone, Una Vita” Vita” - David Brun-Lambert, traduzione di Laura Cecilia Dapelli. Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2005. “Nina Simone: Il piano, la voce e l'orgoglio nero”, di Gianni Del Savio. Volo libero edizioni- Milano 2016. “Nina Simone, romanzo” - Gilles Leroy, traduzione a cura di Marcello Oro. Gremisse International s.r.l.s. - Roma, 2016. What happened, Miss Simone?, Alan Light, traduzione di E. Montemaggi. Il saggiatore Editore, 2016. I Put A Spell On You: The Autobiography Of Nina Simone, in lingua originale (inglese), with Stephen Cleary, 2003 “Nina Simone - Wikipedia”  Nina Simone, la voce diretta dall’anima, di Gino Castaldo (www.ricerca.repubblica.it) (www.ricerca.repubblica.it) La vera storia di Nina Simone, tra “Pantere Nere”, pistole e follia, di Selena Marvaldi (www.chemusica.it)  Non sono qui per fare dell’intrattenimento, di Carlos Bouza, traduzione di Nicoletta Salvi (www.pikaramagazine.com)  Nina Simone, la voce dei diritti, di Marco Napoli (www.tribunodelpopolo.it) (www.tribunodelpopolo.it) Sito ufficiale, (ninasimone.com)  Memorial Project Eunice Waymon Waymon - Nina Simone, (ninasimoneproject.org)  Nina Simone Database, tutta la discografia, le sessioni, le canzoni, le parole (www.boscarol.com) 62

 

 For Nina Simone: biografia e interpretazioni, (amalteo.wordpress.com) Sito ufficiale di Simone Kelly, (simonesworld.com)

Jazzitalia (www (www.jazzitalia.net) .jazzitalia.net)  Dispense redatte dal M° Sandro Deidda:

- Nuova storia del jazz - Alyn Shipton, a cura di Vincenzo Martorella, 2011 Giulio Einaudi Editore.Titolo originale “A New History of Jazz”, Contiunuum International Publishing, 2007 - Come il jazz può cambiarti la vita – Wynton Marsalis., 2008. Traduzione di Edoardo Fassio, 2010 Saggi , Universale Economica Feltrinelli - Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana afro-americana - Arrigo Polillo, 1975, Arnoldo Mondadori Editore - Jazz. Dagli anni sessanta a oggi – Tratto dall’opera a fascicoli “Jazz & dintorni”, 1997-2000 RCS Collezionabili S.p.A. Milano. - Il Nuovo Libro Del Jazz - Joachim Ernst Berendt. Traduzione di L. Luzzatto, ed.Sansoni- Furenze. Titolo originale dell’opera “Das Neue jazzbuch”, Fischer Bucherei – Frankfurt am Main, 1959 - Storia del jazz in America - Barry Ulanov, 1965 Giulio Einaudi Editore. Titolo originale “A History of Jazz in America”, 1950, 1951,1952, The Viking Press, New Y York ork - Il jazz jazz e il suo mondo - Giancarlo Roncaglia, 1988 - nuova edizione edizione ampliata, 2006 Giulio Einaudi Editore - Il Jazz. Una civiltà musicale afro-americana ed europea – Luca Cerchiari, 1997. Nuova edizione aggiornata 2005 RCS Libri S.p.A. Milano - I grandi del jazz - Franco Fayenz, 1962, Nuova Accademia Editrice – Milano 63

 

- La musica dei neri americani – Eileen Southern, 1997, W.W. Norton & Company, Inc. Ed. italiana a cura di Melinda Mele; 2007 Gruppo editoriale Il Saggiatore, Milano - American Popular Song “The Great Innovators” 1900-1950 - Alec Wilder, 1972, Oxford University Press, New York. - Il popolo del Blues. Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz - Amiri Baraka (LeRoi Jones) 1963. Edizione italiana del 2011, ShaKe Edizioni, Milano. - Black Music. I maestri del jazz - Amiri Baraka (LeRoi Jones), a cura di Marcello Lorrai 2012, ShaKe Edizioni, Milano. - Angeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues – Fabrizio Poggi. 2010 edizioni Meridiano Zero, Padova. - Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz – Enrico Rava. 2011 Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano - Jazz Music – Flavio Caprera, 2006. Ed. Piccola Biblioteca Oscar Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano - La Musica del Diavolo. Storia del Blues. Giles Oakley, 1976. Edizione Italiana 1978, a cura di Madalena Fagandini. Traduzione di Umberto Fiori. Gabriele Mazzotta editore. - Tecnica e arte del jazz - Giorgio Gaslini, 1982, Ricordi Editore, Milano - La musica dei neri americani - Eileen Southern, 2007, Gruppo editoriale il Saggiatore S.p.A., Milano What happened, miss Simone?  (Film

Documentario sulla vita di Nina Simone a cura di Liz Garbus e prodotto da Netflix con il coinvolgimento di Lisa Simone Kelly) Nina (film del 2016 scritto

e diretto da Cynthia Mort.)

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CONCLUSIONI

 Nina Simone è, ormai, una leggenda. La sua musica ha risuonato per più di mezzo secolo e ancora oggi, ci stupisce con tutta l’immortale modernità di cui questa donna è stata capace capace. Agli esordi era sicuramente giovane, con un dono e nera, ma alla fine, dopo infinite lotte, il mondo le diede il giusto riconoscimento. Passione, caparbietà e un pizzico di follia hanno reso la stella di questa donna una delle più brillanti nel cielo della musica. La morte, giunta a 70 anni il 21 aprile del 2003, dopo una lunga lotta contro il cancro, ha solo arricchito il grande novero dei musicisti che non sono più tra noi. Ma una consolazione c’è: chissà che musica divina ascolteremo in Paradiso. Le sue canzoni sono oggi nei grandi repertori di moltissimi musicisti. Ma, alla fine, è bene “mettersi l’animo in pace”: il talento della Simone è ineguagliabile. Lei, con buona pace di chiunque voglia fare questo mestiere, era dotata di un talento musicale che era senza ombra di dubbio un dono divino. Inoltre, grazie al suo carattere istrionico e alla sua attitudine a punzecchiare e stimolare la  platea, raggiunse l’obiettivo di far amare i suoi concerti a ogni genere di pubblico.  Non vogliamo dover scegliere se ricordare Miss Simone come una guida o come uno spirito tormentato, era entrambi, ed era soprattutto una donna decisa e audace in un'epoca in cui era difficilissimo esserlo, figuriamoci col problema di un'identità razziale vissuta conflittualmente.

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Il suo ruolo-chiave come apripista sta infatti soprattutto nel modo in cui ha mostrato che si  può essere geniali pur mostrandosi imperfetti. Per concludere, vorrei spiegare la mia scelta… Ho voluto che fosse Nina Simone, oggetto della mia tesi, non solo  perché ormai un’icona tra le più importanti jazz singers, ma anche  perché è stata una delle personalità  più irriverenti irrive renti e parti particolari colari della musica, in cui più mi sono rispecchiata. Il mio non vuole essere un folle  paragone nei confronti di una figura così immensa, portentosa e ricca di storia come quella di Nina Simone ma è semplicemente il riconoscersi in una storia, in quelle emozioni, il mio piccolo “Nina ti capisco!”, poiché pur non essendo la mia pelle nera e il mio percorso di vita travagliato quanto il suo, non poche sono state le ingiustizie sul mio cammino e avrei voluto spesso reagire con quella sua tenacia che l’ha sempre contraddistinta. In qualche modo, anche per me, la musica è stata fonte vitale di denuncia, di rivalsa, di riscatto e provo dentro ancora tanta rabbia per quei momenti, rabbia che ormai trasformo in musica, in note malinconiche o di gioia, d’amore, di vita, come faceva lei. Leggendo e ascoltando la sua storia, la sua musica, mi sono emozionata a tal punto da immedesimarmi totalmente, fino a provare i sentimenti che la invasero e a sentire la forza che ritrovava tra i tasti del piano e le corde della sua voce.

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RINGRAZIAMENTI

E così, dopo mesi di lunga ricerca, infinite idee, ansie, timori, gioie ed emozioni dalle mille sfaccettature, finalmente questo giorno è arrivato! È stato un periodo di profondo apprendimento, non solo a livello musicale ma anche  personale. Scrivere questa tesi ha avuto un forte impatto sulla mia personalità e mi ha trascinata profondamente. Da un percorso meraviglioso, cominciato appena tre anni fa, oggi sono giunta ad un primo traguardo, tante sono le persone e gli eventi che hanno provato ad ostacolarmi ma altrettanti sono stati coloro sempre accanto a me, che ho ritrovato nei momenti più difficili e tristi, senza i quali non avrei potuto farcela. Desidero ringraziare, quindi, le persone che hanno permesso e favorito il raggiungimento di tale obiettivo e che non hanno voluto abbandonarmi, neanche dopo essersi imbattuti nel mio “particolarissimo” carattere! Grazie di cuore al maestro Carlo Lomanto, mio relatore di tesi e al maestro Sandro Deidda, correlatore: per la loro disponibilità, per i consigli e i preziosissimi insegnamenti, per gli incoraggiamenti nei numerosi momenti di sconforto e di ansia che mi hanno colta. Per la loro immensa umanità e artisticità. Grazie ai maestri tutti, che sono stati fonte d’ispirazione e di enorme crescita in questi tre  preziosi anni, donando se stessi, con sincerità e passione. Grazie ai musicisti che hanno accettato di essere al mio fianco in questo giorno di forti emozioni,  Emilio Melfi, Antonio De Luise, Massimo Santoro, Ivan Forlenza, Cristian  Forlenza. Grazie per la pazienza, per la professionalità, per la positività trasmessa, per il  bene e la stima che mi hanno sempre dimostrato. E’ un grande onore per me condividere con loro questo momento importantissimo. Ringrazio tutti i miei amici di sempre e anche i compagni d’avventura conosciuti in questi anni da conservatoriale: “ Non potevo chiedere di meglio, abbiamo condiviso tanti momenti insieme, con ogni tipo di emozione e so che continueremo a farlo. Siete nel mio cuore!”. Ringrazio Dio, che mi ha regalato due nuove sorelle! Mai avrei creduto di poter incontrare, in un percorso come questo, due anime e due voci bellissime, che avrebbero arricchito la mia vita e che l’avrebbero colorata: “Grazie dal profondo del cuore Cristina e  Fortunata, la nostra amicizia è un qualcosa di estremamente puro, come pura è la musica che ci lega, grazie di essere con me “The Martucci Sisters” e di portare con me la responsabilità di tale

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cognome adottivo, sono sicura che sapremo spingerlo con onore sempre più in alto. Siete quegli angeli che mai mi hanno abbandonata, vi siete prese cura di me e della mia felicità e vi siete fatte carico dei miei dolori e delle mie lacrime quando facevano più male. Ora ancora una volta siamo giunte insieme ad un traguardo e insieme siamo qui che ci emozioniamo, vi voglio un bene immenso!”. Vorrei ringraziare  Emilio, per essere qui, come musicista talentuoso e come compagno di vita. Per essermi stato sempre accanto, per aver condiviso tanti palchi insieme e perché continui a farlo ancora, per avermi consolata dopo le delusioni della vita e della musica e  per avermi accompagnata “in capo al modo” pur di vedermi felice e realizzare i miei sogni. Grazie di cuore Mimi! Ringrazio  Daniela Lunelli, senza la quale non avrei scelto tanti anni fa di intraprendere questa strada: “Sei stata decisiva per la mia formazione musicale e per la mia crescita artistica ed umana. Grazie infinite per avermi regalato la musica!” Grazie alla mia famiglia tutta, per avermi resa quella che sono, a mia sorella Simona che sin da bambina mi vedeva come il suo punto di riferimento, ai nonni che ormai non ci sono più ma che sono sempre accanto a me, a mio padre e a mia madre, per avermi inculcato i valori del rispetto e della disciplina, per avermi insegnato a non aver paura di percorrere la mia strada nonostante le difficoltà, per non avermi mai ostacolata, né obbligata nelle scelte. Anche voi mi avete regalato la musica e meglio di ogni musicista mi avete insegnato che la musica corrisponde all’amore e l’amore alla musica. Grazie papà per essere la mia guida, il mio faro, mi hai trasmesso la tenacia e mi hai insegnato che l’arma più forte al mondo è il sorriso, sei sempre stato la mia ombra, la mia medicina. Grazie mamma per avermi tramandato il dono della voce attraverso le “ninna nanna” più belle, fin da quando non sapessi ancora cosa fosse la luce. Grazie perché nonostante questo anno e mezzo di lotta contro il grande mostro, hai deciso di vincere tu e ci sei riuscita, grazie perché non sei andata via… … questa tesi infatti, piena di forza e di coraggio, questo inno femminista e combattivo, è dedicato proprio a te e forse anche un po’ a me, a noi due… mia amata mamma Laura, oggi abbiamo vinto ancora!!!

Chiara

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