Storia ed istituzioni dei paesi afroasiatici

September 9, 2017 | Author: Federico Faleschini | Category: Sufism, Muhammad, Quran, Ottoman Empire, Hadith
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Appunti - corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche, Università di Trieste...

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STORIA E ISTITUZIONI DEI PAESI AFRO-ASIATICI Questo è un corso introduttivo che ha intenzione di dare gli strumenti essenziali, non specialistico. La metodologia nello studio di questa materia è differente dallo studio della storia europea, perché è necessario 1 approccio multidisciplinare (antropologia, sociologia ad es). Non ci si può affidare al metodo tradizionale (basato sui documenti ufficiali, emessi da autorità statali: in Africa ad esempio vaste zone non posseggono alcuna tradizione statale ---> ci si basa su fonti orali ad esempio, usando anche i metodi dell'antropologia /// nel mondo arabo mancano “vere” fonti storiografiche, che delineino correlazioni di causa ed effetto tra gli eventi ---> per la mentalità musulmana non è l'uomo che compie l'atto ma Dio, quindi gli autori musulmani hanno preferito narrare le gesta di grandi personaggi ma sempre x glorificare Dio - 1 conseguenza ad esempio è ingigantire i successi dei condottieri musulmani, per cui non si può prendere alla lettera queste fonti). In generale fino alla II guerra mondiale la storia è sempre stata la storia delle élite ma questo approccio era completamente errato per studiare le civiltà afroasiatiche, ancor più che per quella occidentale. Dagli anni '60 invece è nato 1 approccio destrutturalista che ha cominciato a studiare la storia dal basso, considerando anche gli aspetti prima considerati marginali. Questo approccio ha influenzato molto e ha favorito gli storici di Asia e Africa (ad esempio recentemente è nata in India la scuola, abbastanza marxista, dei subaltern studies). Un problema è studiare la storia dei paesi afroasiatici come storia unitaria, vista l'enorme diversità fra aree e popoli di Asia e Africa. Tuttavia è possibile individuare delle caratteristiche che li accomunano, ad esempio: – l'importanza del sacro: la leadership ha una dimensione sacra/spirituale o che comunque trae la sua legittimità dalla religione; il concetto stesso di sovranità ha sempre una base religiosa, mai umana/politica (non esiste il concetto di sovranità popolare, importato dagli europei); – l'importanza della comunità: l'individuo non è fonte di valori, è importante solo in quanto parte di un gruppo (il sistema delle caste in India // nel mondo musulmano la Umma, la comunità universale // nel mondo tribale l'individuo conta solo per la sua funzione all'interno del gruppo); – società diseguali: è un carattere esteso a tutte queste civiltà (in India è addirittura eretto a sistema con le caste). Si potrebbe pensare che la Umma musulmana sia un'eccezione, ma questa è la teoria: nella pratica l'Islam si è limitato a sacralizzare le differenze sociali (ad esempio si sacralizza la posizione preminente di alcune famiglie dicendo che discendono dal profeta); – l'idea del confine: gli Stati afroasiatici non avevano confini netti ed erano percepiti in maniera differente a seconda delle situazioni storiche, dell'appartenenza etnica o religiosa (ad es. Impero Persiano=stato shi'ita VS Impero Ottomano=stato sunnita); erano comunque concezioni elastiche, non fisse come in Occidente; – la divisione del potere: chi governava non era il detentore esclusivo del potere ma doveva confrontarsi con una pluralità di centri di potere (in antropologia sono “società transazionali”: il potere centrale cioè deve transitare attraverso infiniti livelli/mediazioni), anche negli Stati più avanzati (es. Impero Ottomano) --> il “despota orientale” dell' '800 è un invenzione occidentale, il potere assoluto nelle società precoloniali non esisteva. L'arrivo degli ideali democratici e nazionali si è in realtà tradotto in una minore democrazia perché sono scomparsi questi molteplici livelli di mediazione. ●

TESTI: PEINARD, “Storia del colonialismo” (I modulo) ROTHERMUND, “Delhi, 15 Agosto '47: la fine del colonialismo” (II modulo) BAUSANI, “L'Islam” (capitolo IV)

1. L'ISLAM La posizione dell'Islam fra l'Europa e l'Oriente è sicuramente un fattore fondamentale per l'Occidente. Non c'è il minimo dubbio che la nascita dell'Islam abbia reso più difficili i traffici secolari tra Europa e Oriente e questo è sicuramente il motivo principale dei primi viaggi di esplorazione, volti ad “aggirare” l'ostacolo dei paesi islamici. Un altro indice dell'importanza dell'Islam è il fatto che l'Impero musulmano (esteso al suo apice dal Marocco all'Indonesia) fu il primo esempio di grande spazio unito al suo interno per lingua, religione ed economia. ●

TAWHID = “unità e unicità”; il termine indica una serie di attributi di Allah, che è il solo Dio ed è unico, inscindibile ---> da ciò deriva la necessità di creare una società unica dei credenti, la Umma. C'è quindi l'importanza essenziale della comunità (individuo determinante solo in quanto utile alla comunità) e anche l'imperativo sacro di mantenere unita questa comunità (la secessione/sedizione – fitna – è il peggior peccato che un musulmano può compiere, perché l'unità della Umma è stata voluta da Dio, è una proiezione sulla terra dell'immagine che i musulmani hanno di Dio ---> violare l'unità della Umma è violare l'unità di Dio) ≠ cristianesimo che ha vissuto molti scismi. Però c'è 1 altra conseguenza, più sorprendente: la religione islamica è quella che negli affari civili ha avuto una visione molto laica. Il Corano infatti non contiene solo una rivelazione religiosa (un percorso di salvezza) ma anche le linee guida per un ordine socio-politico (delle regole di comportamento) ---> è una religione mondana, è molto importante il comportamento esteriore dei fedeli. La rivelazione vera e propria quindi è proprio quella di formare una comunità di fratelli credenti ---> potere e religione sono indissolubilmente legate (ad es. la shari'a = legge di Stato // Ibn Tammiya, un teologo medioevale, teorizza il concetto di “intenzionalità etica”: la bontà di un'azione rispetto alla legge islamica è la misura in cui la sua intenzione è proteggere/favorire la comunità). N.B. Nella comunità musulmana ci sono state divisioni, ma sono sempre state ricomposte finché riguardavano solo aspetti dottrinali/teologici (entro certi limiti), come ad esempio è stato per la mistica (sufismo). Lo scontro vero e proprio scatta quando si vogliono cambiare le pratiche religiose, quando c'è una separazione “fisica”, visibile tra le comunità.



CRONOLOGIA: la data di inizio “ufficiale” dell'era islamica (Hijra = emigrazione, “Egira” in italiano) per i musulmani è il 622 d.C. cioè l'anno in cui il profeta emigrò da La Mecca a Medina, fondando la I comunità musulmana ---> i musulmani non hanno dato importanza alla data esatta dell'inizio delle emigrazioni ma alla fondazione della comunità, la Umma.



IL CORANO: la sua trasmissione è stata orale fino all'inizio del XX secolo (Al Quran = recitazione) e quindi ne sono sempre esistite diverse versioni. Solo negli anni '20 del '900, in Egitto, fu trascritta la versione ufficiale (redatta dopo avere chiamato i più famosi “recitatori” del Corano). Muhammad aveva delle rivelazioni mistiche molto intense (anche dal punto di vista sensoriale) ma una volta finite non erano ulteriormente meditate (non si incoraggia un rapporto diretto con Dio). Muhammad quindi si presenta più come capo religioso e politico, specie nelle sure Medinesi (in cui il tono è diverso dalle prime, le “Meccane”, ed è più incentrato appunto sulle regole di comportamento). La religione musulmana non prevede intermediazioni “officiali”, il rapporto con Dio avviene attraverso la lettura del Corano (d'altronde era anche difficile che in società illitterate come quelle tribali preislamiche nascesse un ceto “intellettuale”, per così dire).



L'IMPATTO SULLE SOCIETA' TRIBALI PRE-ISLAMICHE: le società preislamiche erano tribali,

tenute insieme solo da legami di sangue. La Umma, invece, taglia trasversalmente questi legami, non solo a parole ma anche nei fatti (fare la guerra all'interno della Umma è proibito); in certi passaggi del Corano, Allah si riferisce alle tribù in termini molto negativi, c'è 1 tensione forte quasi a voler rompere con le società arabe preislamiche (la società tribale e il legame di sangue - l'asabiya - è incompatibile con la religione islamica perché spezza l'unità della Umma). E' ovvio che questi legami non furono tutti superati né subito né in seguito; ancora oggi, al contrario, i legami di sangue/famigliari sono molto forti (si ritorna al discorso di prima di sacralizzare le differenze della società con le famiglie ritenute discendenti del profeta). Lo stesso califfato porta un ricordo dell'asabiya, quando si richiede che gli aspiranti Califfi facciano parte della tribù “originale” di Muhammad. ●

LE RICOSTRUZIONI STORICHE SULLE ORIGINI: ci sono 2 versioni: ○ in riferimento alla situazione interna della penisola arabica : nell'oasi di La Mecca era già presente un luogo di culto (la Pietra Nera) regionale, molto importante perché era un luogo di pace in una società tribale molto conflittuale. L'ipotesi è che questo culto si sia progressivamente esteso fino a diventare talmente importante che il “suo” Dio è poi diventato Allah, l'unico vero Dio. ○ l'influenza di altri monoteismi: si pensa che in quest'area fossero già presenti elementi di monoteismo (al Nord della penisola regni arabo-cristiani // Medina era in origine una città ebraica // nell'Impero Persiano era diffuso il culto di Zoroastro) che hanno influenzato profondamente l'Islam. I musulmani stessi (ad es. Fazur Rahman) hanno criticato quest'interpretazione perché adombra l'originalità della religione islamica, specialmente riguardo alla sua profonda carica innovatrice sia nei costumi (egualitarismo all'interno della Umma e forte impronta etica ---> shari'a), sia nell'economia (ripartizione equa delle risorse ---> concezione adattabile alle società nomadi, più difficile da accettare per le società agricole sedentarie).



LA STRUTTURA DELLA RELIGIONE ISLAMICA: è una religione molto debole dal punto di vista istituzionale, cioè non esiste una struttura gerarchica al suo interno, né esistono sacramenti/dogmi: questi ultimi infatti sono semplicemente inammissibili perché limiterebbero la libertà di Dio --> Dio è assolutamente libero, anche di fare il male. Nell'Islam allora non esiste una chiesa centrale (gli 'Ulama sono semplicemente sapienti) e quindi non può neanche esistere una vera e propria ortodossia (che al max indica un comportamento accettato dalla grande maggioranza dei musulmani). Solo fra gli shi'iti (in Iran e in Iraq) si è formato un corpo di religiosi che è comunque ben lontano dall'essere un clero influente e autorevole come quello cattolico. Muhammad muore nel 632, appena 10 anni dopo la sua rivelazione. La lotta per la successione è molto aspra, anche perché il profeta ha lasciato il Corano e un insieme di scritti, ma nessuna indicazione pratica ---> viene “creato” allora il Califfato come struttura statale, su basi molto pragmatiche (non è la realizzazione terrena di precetti divini). Un'altra conseguenza di questa scarsa istituzionalizzazione è che la religione islamica era molto flessibile e poté adattarsi a molteplici popoli (specialmente in Oriente dove nel Medioevo c'erano le civiltà più avanzate) e convivere anche con + correnti (ad es. il già citato sufismo). Una conseguenza più problematica è che proprio quest'assenza di una chiesa rende impossibile imporre un'autorità a tutto il mondo musulmano (l'autorità delle grandi scuole – il Cairo, la scuola Deobandi a Delhi – deriva dalla fama di poche grandi famiglie e dalla tradizione orale), per cui qualunque musulmano può, in teoria, presentarsi come legittimo interprete del Corano e portavoce di tutti i musulmani (es. Bin Laden).



LA CONCEZIONE DI DIO: Dio è assolutamente libero, onnipotente e imperscrutabile. Questo però ha sollevato molti interrogativi sulla contraddittorietà tra le azioni degli uomini (che possono essere contrarie alle leggi islamiche) e il volere di Dio. Su questo tema si confrontarono 2 grandi scuole: ○ la scuola Asharita (sunnita): sostiene che Dio è onnipotente in quanto il suo disegno è troppo elevato per essere compreso dalla mente umana, quindi bisogna essere totalmente sottomessi al suo volere (comportarsi da buon musulmano non garantisce la salvezza eterna) ---> Dio crea le leggi e l'ordine naturale ma è una sua scelta, non vi è costretto, è trascendente rispetto ad esso; inoltre questo implica che l'uomo non è dotato di libero arbitrio ed è molto difficile per la cultura musulmana comprendere la cultura scientifica moderna fondata sul rapporto causa/effetto (a un evento ne segue necessariamente un altro ---> si limita la libertà di Dio). È inoltre molto difficile concepire valori assoluti tipicamente occidentali come l'uguaglianza, la libertà, ecc; ○ la scuola Mu'tazilita (shi'ita): è più razionale e sostiene che la libertà di Dio non è illimitata, non può sfuggire completamente alla razionalità umana.



L'ESEMPIO DI MUHAMMAD: LA SUNNA E IL CALIFFATO : Muhammad viene indicato da Allah come “l'uomo buono” (non Dio nè semidio), che avrebbe quindi dovuto indicare ai musulmani i comportamenti corretti. In effetti, dopo il Corano, la maggior fonte di autorità dell'Islam è la Sunna, cioè la raccolta dei detti e delle azioni (hadith) di Muhammad (questa fu molto importante nel momento successivo alla morte di Muhammad perché forniva delle regole pratiche che favorivano l'unità della comunità). Tuttavia, sono pochi gli hadith che si riferiscono direttamente a Muhammad mentre la maggior parte sono testimonianze della vita della prima comunità – i “compagni” - assieme a Muhammad (c'è insomma il solito principio dell'autorità del comportamento degli anziani --> i costumi preislamici dei primi seguaci di Muhammad vengono così islamizzati). Ogni hadith presenta 2 aspetti: ○ Matn: la narrazione vera e propria; ○ Isnad: la catena di trasmissione, le informazioni sul testimone/narratore di quel particolare hadith (per verificare la veridicità del quale fu creata una vera e propria filologia “dedicata”). Ancora oggi l'importanza di questa corretta trasmissione è estremamente importante, specie nelle scuole (madrase) più tradizionaliste (il “certificato” che da esse viene ancora rilasciato ripercorre tutta questa “catena”, dicendo che l'allievo ha studiato col maestro che aveva studiato con 1 altro maestro, ecc.) --> la religione islamica è dunque molto conservatrice. Il califfo (Khalifa) si presenta come l'erede di Muhammad ma non in quanto profeta, bensì in quanto capo religioso e politico della Umma. Per i musulmani infatti Muhammad è l'ultimo e più perfetto dei grandi profeti, che chiude il ciclo dei profeti (tramiti della parola di Dio --> Muhammad è altro rispetto alla rivelazione); d'altra parte dal Corano non si può ricavare alcuna indicazione riguardo al califfato e al suo ruolo. Fino al 1200 circa (cioè in pieno declino dell'istituzione del califfato, definitivo nel 1258) nessun sapiente sente la necessità di stabilire in maniera sistematica teoria, requisiti e giustificazione del califfato --> l'Islam vede Dio nella Storia: finché il califfato è potente e domina in nome di Allah, nessuno si pone il problema della sua legittimità (ovviamente c'erano delle regole, ad es. su chi potesse essere califfo – membri della tribù del profeta, la Quraish – ma erano regole per così dire burocratiche, non teorie politiche/filosofiche).



LA SHARI'A: la sistemizzazione della shari'a avviene nel giro di 3 secoli circa e ha 2 fonti principali: il Corano e la Sunna. Un problema è che, mentre il Corano fu trascritto e quindi in qualche misura fissato, la Sunna fu cristallizzata molto più tardi (al giorno d'oggi esistono 3 raccolte affidabili): questo perché i primi musulmani non pensavano di poter trascrivere qualcosa che non

fosse parola di Dio --> le varie correnti presentavano hadith che mostravano aspetti diversi di Muhammad e molti erano inventati. Queste 2 fonti furono sufficienti finché la Umma fu relativamente ristretta e poco complicata, ma quando cominciarono a presentarsi necessità nuove, non risolvibili mediante il ricorso a queste 2 fonti: quasi di malavoglia, fu necessario riconoscere agli 'Ulama il diritto di poter creare della giurisprudenza ragionando essi stessi sui testi divini ---> quella che producono è legge divina!! Furono quindi create altre 2 fonti del diritto islamico: ○ ijma: discende dalla Sunna perché rende legge i comportamenti dei “seguaci”, cioè della comunità successiva a quella dei “compagni” di Muhammad (la generazione successiva --> è una distinzione temporale). L'ijma funse da “valvola di sfogo” della comunità perché permette di “correggere” gli aspetti più anacronistici delle leggi derivate da Corano e Sunna; ○ qiyas (analogia): è la fonte più libera/soggettiva e, soprattutto, razionale. Stabilisce che un caso che ha analogia con uno del passato può essere risolto alla stessa maniera. Ovviamente nei primi tempi questo principio portò a 1 vera e propria proliferazione di leggi: il qiyas è il frutto della selezione secolare sulle leggi che di volta in volta hanno ottenuto il consenso di gran parte della comunità. L'ijma in questo caso funge da elemento di contenimento rispetto al qiyas. Verso il X secolo, l'ijtihad (l'interpretazione personale della legge islamica) fu vietato dagli 'Ulama, rendendo impossibile la revisione e l'evoluzione del diritto islamico: come si suol dire, venne chiusa la porta dell'interpretazione. Venne allora proclamato il principio del taqlid, cioè la sottomissione acritica alle interpretazioni del passato. Come mai avvenne questo? In quell'epoca, il diritto islamico aveva raggiunto 1 buon grado di consenso e il califfato stava vivendo un periodo molto difficile, con la sua conseguente frammentazione in più regni (poi denominati “sultanati”) ---> c'era bisogno di certezze e unità. Tuttavia c'è chi sostiene che rimase sempre uno spiraglio di libertà, anche se sui grandi temi l'interpretazione era veramente immodificabile. In particolare, sostengono che le fatwa (interpretazioni dei grandi 'Ulama su singoli problemi/questioni/domande), una volta raccolto il consenso degli altri grandi 'Ulama e della Umma, diventando così nel tempo consuetudine, abbiano rinnovato la shari'a. Ciò nonostante, i grandi giuristi islamici innovatori hanno sostenuto che è assolutamente necessario spezzare il taqlid per permettere all'Islam di adattarsi alla modernità. Il problema è che ancora adesso si è ben lungi da questa rottura, che sarebbe comunque solo il primo passo di un cammino lunghissimo e difficile. Non aiuta certo il culto, ancora fortissimo, degli antenati considerati più puri e migliori perché più vicini al profeta. ●

LA DIVISIONE TRA SHI'ITI E SUNNITI: ha origine dalle lotte per la successione di Muhammad. La divisione principale riguarda chi dovesse succedere al profeta: ○ sunniti: secondo loro, Muhammad non aveva indicato un successore e dunque pensano che dopo la scomparsa del profeta il potere di scegliere il successore dovesse tornare nelle mani della comunità (il termine “sunniti” deriva da ahl as-sunna wa al-jama'a = il popolo della Sunna e della Tradizione); ○ shi'iti: erano una minoranza (shi'a = fazione, partito ---> shi'iti) che sostenne che il profeta avesse indicato un successore, il suo cugino 'Alì (che nel 656-661 divenne comunque l'ultimo dei 4 “Califfi ben guidati”: Abu Bakr 632-34, Omar 634-44, Uthman 644-656 e 'Ali). Da questa prima divisone di carattere politico discesero innumerevoli conseguenze, specie in rapporto alla concezione dell'autorità. Da una parte i sunniti rimettevano l'autorità alla Umma, dall'altra gli shi'iti hanno un'idea più personalistica dell'autorità, ancora legata al sangue (il cugino di Muhammad, del suo stesso sangue/tribù) ---> l'Imam shi'ita ha quindi un potere molto ampio, ben più del califfo (può interpretare il Corano) e in certi casi è addirittura considerato un semidio (ha

poteri taumaturgici ad es.). In generale,nel mondo shi'ita i religiosi sono organizzati in una struttura verticistica (l'Imam di grado più alto è detto Marja-e-taqlid e il livello più alto è quello dei Mujtahid). N.B. La figura dell'Imam esiste anche fra i sunniti, ma è un semplice “regista” della preghiera. Nel tempo le divisioni si approfondirono e estesero a altri aspetti. Ad esempio, mentre i sunniti credono al significato letterario del Corano/Sunna (Muhammad fa un miracolo e spacca la crosta della Luna: per i sunniti c'è davvero), al contrario gli shi'iti ritengono che c'è un significato nascosto/esoterico, accessibile solo agli iniziati (e il cui primo depositario fu proprio Alì). Le 2 confessioni comunque si influenzarono reciprocamente, pur nella reciproca ostilità (importante in questo caso il ruolo delle confraternite sufi, che essendo presenti sia fra gli shi'iti, sia fra i sunniti, fecero spesso opera di mediazione fra le 2 comunità). Essendo minoranza, gli shi'iti tendevano a muoversi ai margini del Dar al-Islam (= terra dell'Islam, cioè governata da 1 sovrano musulmano), nelle zone meno islamizzate: erano dunque i primi a trovarsi in contatto con popolazioni non islamiche e quindi ebbero un'importanza determinante nella diffusione della fede: infatti nelle zone islamizzate dai missionari (da'i) shi'iti (specie quelli Ismaeliti - vedi dopo) e poi diventate sunnite il sufismo è molto presente (retaggio dell'influenza shi'ita, più mistica della concezione sunnita). ●

LE DIVISIONI ALL'INTERNO DEL MONDO SHI'ITA: anche qui, vertono quasi sempre sul conflitto riguardo all'idea di autorità: su base tribale (l'erede è sempre il primogenito) o su base carismatica (il leader è appunto il figlio dell'Imam più capace). Questi conflitti creavano spaccature all'interno del mondo shi'ita, a seconda che la comunità si riconoscesse nell'uno o nell'altro erede. In particolare, quando la successione appariva sospetta (ad es. il figlio erede ha ucciso l'Imam) o semplicemente la scelta non era condivisa/approvata, gli shi'iti consideravano l'Imamato non concluso ma nascosto, occultato ---> l'Imam occultato sarebbe ritornato alla fine dei tempi (idea messianica, escatologica) per fare giustizia. Questo concetto è detto ghaiba. La parte della comunità che non accettava la successione la “bloccava” dichiarando l'Imam occultato, mentre l'altra parte che considerava la successione legittima “continuava” la successione. Questo concetto provocò una spaccatura nel 752, anno in cui il VI Imam, Jafar al-Sadiq (il più importante per gli shi'iti) prima nominò suo erede il nipote, Ismael, poi cambio idea e nominò un altro nipote, Musa ----> la comunità si divise fra chi riconobbe la successione di Ismail (“Settimani” o “Ismailiti”, che cioè riconoscono solo la successione fino al VII Imam, Ismail, e suo figlio – sarebbe più corretto dire “Ottomiani”) e chi invece riconobbe Musa (detti “Duodecimani” perché riconoscono la successione fino al XII Imam, entrato in occultamento intorno all'874). 1 altra branchia degli shi'iti, gli “Zaiditi”, hanno una concezione più estremista e considerano l'Imam un essere semidivino; oggi sono concentrati soprattutto nello Yemen. In Iran la “linea” ufficiale (stabilita dal re - Shah - Ismail nel 1502) è quella Duodecimana. In attesa del ritorno dell'Imam occultato, il ruolo degli 'Ulama oscilla fra 2 posizioni: ○ ruolo attivo: finché l'Imam è occultato, l''Ulama ha il ruolo di guidare e influenzare il potere politico: la tradizione shi'ita infatti dice che il VI Imam Jafar al-Sadiq diede agli 'Ulama espressa delega per esercitare la leadership; ○ ruolo passivo: finché l'Imam è occultato, gli 'Ulama non devono influenzare il potere politico. In realtà, l'atteggiamento/ruolo degli 'Ulama dipende soprattutto dal contesto storico: infatti fino al 1800 gli 'Ulama preferirono il ruolo più passivo, legittimando in tal modo il potere statale (e quindi lo Shah). Al contrario dal 1800 in poi preferirono un ruolo più attivo perché cominciava in quegli anni la penetrazione commerciale e culturale europea: gli Imam quindi cominciarono a contestare apertamente il potere dello Shah e a porsi come guide in quanto eredi dell'Imam occultato ---> nel

'900 gli Imam hanno avuto un ruolo importante nelle 2 rivoluzioni, quella costituzionalista del 1905 e quella Khomeynista del 1976. Gli 'Ulama shi'iti quindi hanno l'autorità sufficiente per contrapporsi al potere politico. Questo deriva dal fatto che gli shi'iti hanno dovuto sopravvivere come minoranza all'interno del mondo musulmano; quindi per i sunniti non è accettabile contestare il potere del Califfo (per quanto empio) perché fomenta la secessione (quietismo degli 'Ulama sunniti), mentre per gli shi'iti è legittimo contestare il potere politico e anche rovesciarlo (senza contestarne la “musulmanità”) se lo si ritiene in errore/incapace di difendere la shi'a e la sua comunità. La concezione dell'attesa messianica è presente solo nel mondo shi'ita perché il ritorno dell'Imam occultato sarà anche il momento della rivincita contro la maggioranza sunnita che li ha sempre oppressi ---> importanza dell'idea del martirio e quindi della Jihad, sacrificarsi per vendicarsi; è importante l'esempio del III Imam shi'ita, Hussein, che venne ucciso nella battaglia di Kerbala contro i sunniti: si sacrificò per il bene della comunità, non fu semplicemente ucciso. Gli shi'iti furono anche vicini ad aggiungere la Jihad (“fatta” da tutta la comunità) ai 5 doveri del buon musulmano. Non si sa in che momento di preciso abbia cominciato a prevalere l'interpretazione di Jihad come guerra santa. Nei testi di giurisprudenza islamica più antichi un ruolo prevalente è dato al Jihad non violento, lo sforzo personale (detto “grande Jihad”) mentre col passar del tempo anche le fonti islamiche si sono “concentrate” sull'interpretazione militare (forse per l'influenza della visione europea dell'Islam violento e guerrafondaio). Nel testo coranico la parola Jihad non compare spesso e non ha quasi mai il significato univoco di “guerra santa” (il concetto di “guerra” nel Corano è reso con diverse parole e comunque anche l'esercizio della Jihad-guerra è disciplinato, x es. evitare atrocità e descrizioni inutili, risparmiare i deboli che non combattano, rispettare rigorosamente eventuali patti col nemico). Tuttavia una interpretazione letterale del Corano potrebbe suggerire che tutto il mondo debba assolutamente essere sottomesso all'Islam: la lezione della Storia ha però suggerito ai giuristi il concetto di Dar alHarb, cioè “terra della guerra” (tutte le terre non islamizzate e ostili) e di Dar al-Sun / Dar al-'Ahd, cioè “terra della tregua/del patto” (popolazioni non islamiche ma in rapporti pacifici). Nel mondo sunnita, questa concezione escatologica (attesa messianica dell'Imam occultato) non esiste. Tutto è già dato, l'unica cosa da fare è ricostruire quella prima comunità perfetta che poi si è spezzata. Tuttavia nel corso dei secoli anche loro hanno elaborato il concetto di un leader messianico, il Mujaddid (“il rinnovatore”) e soprattutto il Mahdi (“il ben guidato”), che guiderà gli eserciti per ristabilire il “vero” Islam a fianco di Gesù! (forte carica puritana e espansionista). Questa concezione, nata dall'incontro col mondo shi'ita, è di origine popolare. È interessante notare che ci furono diversi personaggi storici che si autoproclamarono Mahdi o a cui venne dato questo titolo (ad es. il capo della “Rivolta Mahdista” nel Sudan del XIX secolo). Un'altra conseguenza dell'identità minoritaria degli shi'iti è il concetto di Taqiya, cioè la possibilità di rinnegare la propria fede se ciò aiuta a evitare danni a se stessi e alla comunità. Riassunto differenze sunniti-shi'iti in diversi ambiti: ○ successione; ○ autorità tribale/diffusa cioè della Umma (Sunniti) ≠ autorità carismatica (shi'iti); ○ lettura testuale (Sunniti --> concezione democratica, chiunque studiando può essere 'Ulama) ≠ lettura esoterica (shi'iti --> concezione elitista, solo pochi iniziati); ○ Califfo sunnita “democratico” (si sottolinea l'aspetto umano del Califfo, che si consulta sempre con la Umma, anzi con il circolo dei “suoi” saggi, la Shura; nel tempo e spostandosi a Oriente il Califfato assumerà un carattere sempre più distante) ≠ Imam shi'ita “carismatico” (ha ampi poteri e in certi casi gli viene anche attribuita l'infallibilità); ○ mancanza di escatologia (Sunniti) ≠ concezione escatologica (shi'iti);

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valore della sofferenza (solo shi'iti); concetto del Jihad: più importante per gli shi'iti (quasi 1 dovere).

IL SUFISMO: culto dei santi, visione esoterica, questa corrente è molto importante (nonostante il carattere essenzialmente esteriore dell'Islam, specie di quello sunnita). Oggi praticamente tutti i musulmani hanno rapporti con la corrente sufi (affiliati a confraternite, pellegrinaggi a tombe dei santi), anche solo nei piccoli gesti (ad es. giovedì sera accendere un cero sulla tomba del santo protettore). Il Corano e la dottrina ortodossa non stabiliscono nulla a proposito della sfera interiore ---> il sufismo quindi ha molta libertà d'azione, basta solo che non crei culti/liturgie/rituali differenti da quelli tradizionali e soprattutto non sminuisca l'importanza del rispetto dei 5 pilastri “esteriori” (testimonianza di fede, preghiere rituali, digiuno durante il Ramadan, elemosina canonica, pellegrinaggio alla Mecca). Nel rapporto sufismo/ortodossia, i punti di maggiore attrito sono stati 2: ○ annullamento in Dio: il mistico nella ricerca dell'annullamento in Dio rischia di avvicinarvisi “troppo”, di volersi confondere con esso; ○ la figura del santo (whali): è una figura semidivina, a metà tra uomo e Dio ---> concetto difficilmente accettabile dall'Ortodossia, in quanto la figura del whali (dalla radice “essere vicino a” Dio) rischiava di confondersi con quella del profeta e anche di violare il principio dell'unicità di Dio (quando il whali diventava oggetto di venerazione, magari perché gli venivano attribuiti dei miracoli). Il sufismo si spinse anche più in là, dicendo che il mondo era retto da 1 gerarchia di Santi, che reggeva l'ordine reale del mondo (non quello apparente dei califfati, ecc) ---> il rischio era quello di svilire ancora di più il mondo apparente, dell'esteriorità e indebolire così il califfato che garantiva l'unità della Umma. Proprio nel momento in cui sembra che il movimento sufista si stesse trasformando in un nuovo scisma, una figura molto importante nell'avvicinare il sufismo all'ortodossia fu Al Ghazali, che epurò le forme di sufismo più estreme: dopo di lui fu possibile essere sia un buon musulmano sia un sufista ---> creò un sufismo ortodosso. Tuttavia, nell'ambito dell'Islam popolare e delle campagne, la tendenza deviante del sufismo continuerà a manifestarsi, specie nel momento in cui l'Islam incontrerà le religioni orientali. All'inizio, la corrente mistica dev'essere stata poco importante: le prime comunità devono avere assimilato soprattutto il concetto del timore di Dio. Le interpretazioni storiografiche si dividono sull'importanza dell'influenza esterna nella nascita della corrente mistica (ad es. importanza dell'influenza dei mistici cristiani presenti in quelle zone). Un'altra interpretazione sostiene che il misticismo abbia anche origine nella protesta “popolare” per l'eccessiva esteriorità e sfarzo della “classe dirigente”. In ogni caso, nel mondo islamico sono sempre stati presenti “lamentatori”, persone che giravano per i villaggi recitando epopee legate al Corano o passi del Corano. All'inizio questi individui avrebbero elaborato la concezione “mistica” (Tasanwuf) in maniera piuttosto irregolare; in seguito (IX-X secolo), quando gli 'Ulama cominciarono a darsi una struttura più sistematica, anche i maestri sufi cominciarono a organizzarsi in Khamqah, “comunità” dove non solo aveva luogo l'insegnamento ma anche il pranzo e la vita sociale. Queste si sarebbero poi evolute nelle confraternite (Tariqah). Le caratteristiche principali del sufismo sono: ○ Zahin//Batin (ciò che è invisibile/visibile): distinzione netta tra sfera inferiore e esteriore (come gli shi'iti): il percorso parte dall'esteriorità e arriva all'interiorità (potenziale pericolo: trascurare i rituali perché l'esteriorità dev'essere superata fino ad arrivare all'annullamento dell'uomo in Dio, l'haqiqah ---> generalmente qui si è trovato 1 compromesso con l'ortodossia);





Concetto di santità: mancano “requisiti” precisi per stabilire chi è santo o meno. Ci sono diverse caratteristiche che possono “favorire la santità”: l'appartenenza alla famiglia del profeta o di un grande santo oppure la fama all'interno della comunità (santità “dal basso”: uno è famoso per essere sapiente, o perché dotato di qualità straordinarie) ---> la santità è un concetto confuso, difficilmente definibile e molto vario a seconda del paese/popolazione (sono usati anche termini diversi: Shaikh -sceicco- in Arabia, Pir in Pakistan/India, Marabut in Africa). Genealogie spirituali (silsilah): sono genealogie che vedono come protagonisti i maestri delle confraternite e che ricollegano i primi membri alla figura del profeta (tutte attraverso la figura di Alì, padre delle interpretazioni mistiche, tranne la confraternita più estremista - ?? - che si rifà al I califfo Abu Bakr) ---> tentativo di ricollegare il loro messaggio mistico direttamente dal profeta e quindi di giustificarsi di fronte al mondo ortodosso. In realtà nel Corano non ci sono indicazioni riguardo al misticismo ---> le silsilah sono apocrife e il sufismo usa molti termini del Corano, per difendersi dalle critiche dell'ortodossia.

Ci sono diverse scuole all'interno della corrente mistica: ○ Khurasani: diffusasi in Iran e Afghanistan, ha dato vita a 3 importanti confraternite ed è la scuola più purista che considera davvero poco importanti le pratiche esteriori; ○ Baghdadi: ha dato vita alle confraternite arabe e maghrebine, molto importanti localmente ma poco influenti nella proiezione all'esterno del mondo islamico; è la scuola più ortodossa, perché rispetta l'importanza delle pratiche esteriori. Le varie confraternite hanno elaborato diversi rituali e teorie ma ci sono comunque varie pratiche comuni, benché differenti nelle forme (ad es. lo dhikr = ricordo, cioè la ripetizione dei 99 nomi di Dio, in forma di canto o danza o anche come preghiera personale silenziosa). Le confraternite prendono il nome dal loro fondatore, sono moltissime e molto divise al loro interno (perché i suoi discepoli più famosi hanno dato una loro interpretazione della dottrina della confraternita, creando così una diversa silsilah). Comunque sono poche le confraternite “originali” ---> le più importanti sono: ○ Qadirya: fondata a Baghdad, è di gran lunga la più diffusa ed è considerata la più moderata; inoltre, essendo presente sia fra gli shi'iti sia fra i sunniti, svolge spesso ruolo di mediazione fra le 2 comunità; ○ Suhrawardiya: anche questa nata a Baghdad, è meno importante e diffusa ed è radicata soprattutto in India e in Asia Centrale; ○ Naqshbandiya: è una confraternita particolare perché considerano molto importante la shari'a (un mistico indiano addirittura sostenne che il percorso spirituale culmina nella shari'a) ---> i suoi esponenti si sono considerati i custodi dell'ortodossia e si assumono anche il ruolo di difensori militari della Umma (hanno guidato molte sommosse contro le occupazioni coloniali e svolto 1 importante ruolo di resistenza). Dal punto di vista dottrinale, prediligono una esperienza mistica “sobria” (ad es. lo dhikr silenzioso) ed è importante il concetto della “solitudine nella folla”: i membri della Naqshbandiya non devono farlo sapere alla comunità. ●

IL CALIFFATO E LA SUA ESPANSIONE: dal VII al IX secolo la componente principale è la civiltà araba, che poi perde il suo ruolo egemone a favore prima della cultura persiana (cultura di governo e cultura politica) e poi della cultura turca (importante il contributo militare e espansionistico). Con i “Califfi ben guidati” (fino al 661) l'Islam ha conquistato tutta la penisola arabica. Con la II dinastia (Ommiade - fino al 750) la capitale si sposta in Siria e il califfato diventa una monarchia. La III dinastia (Abbaside - dal 750 al 1258) trasferisce la capitale a Baghdad: è un trasferimento importante perché cambia molte cose. In particolare è importante il cambiamento della figura del califfo: non è più un leader tribale/democratico (consultazione con la Shura, la comunità dei saggi),

un primus inter pares ---> l'influenza persiana trasforma il califfo in un monarca orientale (leader carismatico), aumenta la distanza con il popolo. L'espansione militare incredibilmente rapida dell'Islam fu sicuramente facilitata dalla debolezza dei grandi imperi antecedenti (Impero Bizantino e Sassanide). Questa debolezza è attribuibile sia alla cattiva gestione dei territori conquistati (Islam percepito come liberatore) sia alla presenza di numerose eresie che indebolivano le società conquistate. L'incontro con le altre civiltà è “positivo” nel senso che i condottieri arabi-musulmani di solito rispettavano costumi e usanze delle popolazioni conquistate e non le obbligavano alla conversione (anche perché i “non-musulmani” dovevano pagare 1 tassa e comunque c'era la convinzione della superiorità dell'Islam, che si sarebbe imposto autonomamente). Inoltre, a partire dalla dinastia Omniadi, i legami tribali sono meno sentiti (detribalizzazione) e i capi Islamici diventano gradatamente uomini di cultura/di Stato, non solo militari. Tuttavia, riguardo all'amministrazione dello Stato, le loro conoscenze e competenze erano scarse: nasce quindi la figura del Mawali (incorporati), cioè i non-musulmani che offrivano i propri servizi al signore musulmano in cambio di protezione. In questo modo i Califfi reclutavano la “vecchia” classe dirigente (specie la Sassanide) nell'amministrazione ---> trasformazioni all'interno del Califfato (ad es. nuove gerarchie: conquistati sono esseri inferiori anche se musulmani). Con il Califfato abbaside, la società islamica diventa molto complessa al suo interno: scompare la divisione netta tra Dar al-Islam e Dar al-Harb perché nella società urbana e multietnica la distinzione tra chi è o non è Musulmano corre all'interno della Umma. Questo processo fu anche favorito dal fatto che la civiltà islamica è soprattutto urbana ---> città cosmopolite e vivaci. Questa sostanziale tolleranza non era istituzionalizzata però era già una prassi accettata; verrà teorizzata in seguito, addirittura come dovere del Califfo di difendere anche i non-musulmani che abbiano accettato la supremazia dell'Islam. Nel tempo, questa “ibridazione” della società islamica porterà all'esigenza di ricercare le origini, la purezza della fede islamica (con tutte le tremende conseguenze che una tale pretesa ha). Il califfato abbaside dovette subito affrontare divisioni e scontri: basti pensare che in Spagna membri della dinastia Ommiade fondarono un altro Califfato e in Egitto profughi shi'iti ismaeliti fondarono il Califfato fatimide ---> I divisione politica della Umma. Durante periodo abbaside, oltre all'influenza della cultura persiana, fu molto importante il contributo dell'elemento turco. La prima forma sotto cui comincia la penetrazione turca è quella degli schiavi militari (mamluk o ghulan); in seguito alla crisi del califfato, dal IX-X secolo, cominceranno a formarsi dei piccoli staterelli turchi (i cui signori erano detti Amir - Emiro - o Sultan - Sultano) che col tempo riusciranno a conquistare anche Baghdad, sede del califfato. Abbiamo allora nel X-XI secolo le prime dinastie turche, come i Buhidi (regione di Baghdad) e i Selgiuchidi (più in India), che formalmente erano ancora sottomessi al Califfato. In ogni caso, non era possibile che questi signori della guerra turchi potessero comandare territori molto estesi, perché in realtà non aveva alcun titolo per farlo (l'obbedienza era dovuta solo al Califfo). Questa crisi del Califfato è dovuta anche a ragioni geopolitiche: infatti da Baghdad (ottima base per l'espansione a Oriente) era difficile controllare tutta la Umma. C'è quindi una debolezza del Califfato che pone il problema della sua legittimità ---> si sente la necessità di teorizzare il potere del Califfo (prima no perché se lo Stato era potente era volontà di Dio, non ci si poneva dubbi). I 2 dotti più importanti in questo campo sono Al Mawardi e Al Ghazzali: c'è una forte differenza tra di loro, perché Al Mawardi fa una descrizione del califfato “classico” ormai anacronistico, mentre è Al Ghazzali che propone soluzioni nuove. ○ Al Mawardi ripropone la teoria sunnita del califfato come vicario del profeta (non di Dio), necessario per mantenere l'unità della Umma. Il suo compito non è solo difendere i diritti degli uomini ma anche quelli di Dio.



La sua autorità è soltanto esecutiva: non può innovare o modificare la shari'a, perché rappresenta solo l'aspetto comunitario e politico della Umma (non ha 1 luce divina, deve solamente far rispettare la religione e le sue leggi). Riguardo alla discendenza, dice che deve avvenire “democraticamente”, cioè con il consenso (ijna') della Umma ---> visione sunnita. In un periodo in cui il potere del Califfo era sempre più debole, Al Mawardi afferma chiaramente che il Califfo riunisce in sé il potere spirituale e temporale ---> è 1 visione anacronistica. Cerca tuttavia di adattare la sua teoria ai suoi tempi dicendo che in uno stato di emergenza (come quello a lui contemporaneo, col potere dei sultani ed emiri turchi) è possibile tollerare altri poteri oltre al Califfo, che però possono governare solo per 1 “concessione” del Califfo stesso ---> situazione reale completamente diversa, Al Mawardi non riesce a staccarsi dalla visione “classica”; Al Ghazzali parte sempre dal principio dell'unità di potere spirituale e temporale, però “rivoluziona” il rapporto tra Emiri/Sultani e Califfo. In particolare, dice che il Califfo può anche essere scelto dal capo militare (cioè appunto Emiri/Sultani) che ha imposto il suo potere reale sul territorio ---> accetta e legittima la situazione di fatto, per evitare che l'autorità del Califfo svanisca del tutto. In questo modo legittima anche Emiri e Sultani, “concedendogli” il diritto e dovere di emanare le norme. La novità quindi è che l'unità della Umma non dev'essere più necessariamente politica: ora Umma è dove viene applicata la shari'a ---> shari'a elemento di unione dei credenti anche senza unità politica. Nasce il concetto di siyasa shari'a: la politica secondo la legge religiosa, autonoma dalla shari'a ma che deve muoversi all'interno dei suoi confini ---> rivoluzione: autorità laica di provenienza umana, non divina. Questa “invenzione” è resa necessaria anche dal fatto che la shari'a è molto vaga e stabilisce pene precise solo nei 5 casi più gravi (gli Hudud, “limiti divini”: consumo di alcolici, furto in luogo privato, furto in luogo pubblico, adulterio, falsa accusa di adulterio): è più un principio etico che un codice normativo, adatta al max alle controversie su casi specifici, di certo non al campo penale. D'altronde, il Califfato si era ritagliato 1 sua libertà nel campo della giustizia (in tutti i settori) già da tempo; questo processo ovviamente verrà legittimato e favorito dalle teorie di Al Ghazzali. Una pesante accusa rivolta secoli dopo a questa dottrina è che ha stabilito che qualunque sovrano nominalmente musulmano è legittimo e dev'essere obbedito ---> ha legittimato e anzi “potenziato” la tendenza al conformismo dell'Islam sunnita (sia del popolo sia degli 'Ulama) nei confronti del potere politico.

Sempre nel periodo abbaside il Califfo tenta di riaffermare la sua autorità anche in campo religioso ---> lo scontro tra potere politico e potere religioso è tuttora in corso. A dir la verità, fin da subito i Califfi abbasidi cercarono di legittimarsi in questo ruolo (sostenevano di essere i discendenti di Abbas, zio del Profeta), mostrando anche l'accresciuta importanza della shari'a (mentre gli 'Ulama sostenevano il loro ruolo di dotti); in questo tentativo riaprirono anche una disputa teologica riguardo all'origine del Corano: libro increato, miracolo (visione shi'ita ---> più potere agli interpreti, gli 'Ulama, perché c'è 1 unica versione possibile) oppure libro creato (non è l'unica possibilità, può esserci 1 altra creazione: meno potere agli 'Ulama). Da questo scontro (circa 760-830) escono vincitori gli 'Ulama. Cominciano a considerarsi esclusivi curatori dell'ambito religioso, distinguendo il Califfo come autorità civile e militare ma non religiosa ---> situazione che nasce di fatto, non c'è niente di scritto/teorizzato. Solo più tardi, come già detto, gli studiosi metteranno ordine nei rapporti tra Califfo e 'Ulama. In tutti e 3 gli Imperi che si spartirono il Dar al-Islam, comunque, il potere politico sottometterà gli 'Ulama: nell'Impero Ottomano gli 'Ulama divennero impiegati pubblici, mentre nell'Impero Safavide (Iran) lo Shah diventerà anche massima autorità religiosa e nell'Impero Mughal (India) sarà più forte l'influenza delle confraternite sufi.

I fattori che accompagnarono l'espansione islamica, dunque, sono (in ordine cronologico): ○ Arabizzazione: peso dell'etnia araba nel Califfato; è tuttavia un peso non molto rilevante specie nelle terre più a Oriente; ○ Islamizzazione: non è un processo automatico in seguito alla conquista militare. Piuttosto si tratta della creazione di un “ambiente” islamico che favoriva (in tempi piuttosto lunghi) la conversione della religione/cultura preesitente in religione/cultura islamica (inizialmente attraverso la creazione delle sue istituzioni, poi anche mediante strumenti di pressione politica/sociale/economica) ---> conquista culturale più che militare; ○ Detribalizzazione: influenza dei legami e della cultura tribale sempre più debole ---> una conseguenza importante è la creazione di gerarchie che in origine non esistevano (e che il Corano vieta espressamente). Queste gerarchie si basano soprattutto sulla “antichità” della propria fede islamica. Tipica dell'Islam “periferico” è la costruzione di genealogie che dovrebbero provare le origini arabe della famiglia (ad es. i “convertiti” - muwallahdun - in Spagna) oppure tradizioni orali sulla conversione alla fede islamica (ad es. i Pashtun si sono convertiti molto tardi ma hanno creato una loro tradizione orale in cui sostengono che un loro mitico antenato sia partito dall'Afghanistan e abbia ascoltato il profeta stesso: quindi, non potendo provare di essere arabi, spostano indietro la loro appartenenza alla fede islamica ---> tradizione senza basi storiche). ●



TEORIE (OCCIDENTALI) SULL'ISLAMIZZAZIONE: ○ ruolo dell'immigrazione (quindi dell'arabizzazione): valida solo per alcune aree, come quella turca: qui infatti l'immigrazione di genti turche avrebbe portato all'islamizzazione del territorio (e quindi al crollo dell'Impero Bizantino), in 2 ondate (durante l'Impero Selgiuchide e durante l'Impero Ottomano). Un altro esempio (meno significativo) dell'importanza dell'immigrazione è in Africa del Nord, dove però l'elemento berbero preesistente è rimasto molto forte (si vede ad esempio in alcune eresie maghrebine); ○ teoria della violenza: non è certamente assente (ad es. in Turchia all'inizio contro i Bizantini oppure in India, ma anche in territori già islamizzati) ma come già detto è assai poco rilevante in termini assoluti; ○ teoria della fusione culturale: non è necessariamente non violenta, infatti poteva aver luogo tramite pressioni di diverso tipo (ad es. per salire di grado all'interno della società). Però certamente l'elemento non violento era prevalente: in particolare, l'egualitarismo del'Islam esercitava una forte attrattiva nei confronti dei soggetti che nelle “loro” società erano discriminati (ad es. caste basse in India) e erano anche molto importanti gli esempi dei santi sufi e dei missionari ismaeliti (spesso testimoniato dai racconti raccolti dai colonizzatori europei), specie per l'Islam periferico e rurale. È ovviamente un processo molto lungo (ad es. in Persia, dopo 400 anni, ancora il 20% della popolazione non era musulmano).

I SULTANATI/EMIRATI TURCHI: dividiamo in 2 epoche: ○

prima delle invasioni mongole del 1200: i più importanti sono 3: i già citati Buhidi (in Iran e Iraq tra X e XI secolo) e Selgiuchidi (Anatolia e Mesopotamia ovest tra XI e XII secolo) e in più i Ghaznavidi (Afghanistan e India). Tutti e 3 questi Stati avevano il problema di inglobare nei loro Stati numerose e consistenti minoranze etniche diverse e anche non musulmane ---> presentano quindi tratti comuni: - esercito di schiavi, mercenario, in maniera che sia svincolato da legami tribali; - decentramento amministrativo: funzionale alla tassazione (la maggior parte delle entrate è utilizzata per garantirsi la fedeltà dei capi militari); - forte legittimazione religiosa del capo politico: ha un ruolo più autorevole di quello di semplice “pio sultano” (in seguito ad esempio il Sultano Ottomano si autoproclamò Califfo universale, lo Shah safavide reincarnazione dell'Imam occultato);



dopo le invasioni mongole (XIII secolo): emergono Impero Ottomano (erede dell'Impero Selgiuchide) e in Iran l'Impero Safavide (nasce da confraternite sufi), mentre in India le invasioni mongole non furono troppo dannose ed emerse l'impero Mughal.

L'IMPERO OTTOMANO sarebbe nato da un piccolo Stato fondato da 1 signore della guerra, della tribù Osman (italianizzato in “Ottomano”), verso la fine del XIII secolo (1280), in coincidenza con lo sfascio dell'Impero Selgiuchide. La sua espansione copre grosso modo 2 secoli (fino a metà XVI secolo), seguendo 2 vie: sud e sudovest e sud-est (Mesopotamia, luoghi santi dell'Islam) e nord e nord-ovest (Anatolia e Balcani – 1683 assedio di Vienna). Il trattato di pace che definisce le sfere di influenza fra Ottomani e Safavidi è del 1639 e segna i confini tuttora validi tra Islam shi'ita e sunnita. La conquista da parte degli Ottomani dei luoghi santi gli diede un'autorità fortissima nei confronti della Umma, e anche la grande responsabilità di garantire la sicurezza dei pellegrini. Inoltre, non è da sottovalutare l'importanza dell'Egitto. L'Egitto infatti aveva avuto una storia particolare: all'inizio del '900 un gruppo di shi'iti ismaeliti (i “fatimiti”, da Fatima, figlia del Profeta) aveva preso il potere e aveva creato 1 sorta di Califfato parallelo ---> i Sultani Ottomani si appellarono anche a questo precedente per giustificare la loro pretesa di essere i Califfi universali. I rapporti con i popoli conquistati furono diversi a seconda delle aree: ○ Anatolia: in 400 anni diventa completamente musulmana, con l'espulsione dei preti/vescovi/metropoliti ortodossi; tuttavia a questa violenza si accompagnò la tolleranza, o quantomeno l'elasticità, nei confronti delle élite bizantine, che spesso si integrarono con la classe dirigente turco-musulmana (e molti almeno nel breve-medio periodo non si convertirono; anzi, tra '400 e '500 la presenza ebraica aumentò in seguito alla reconquista cristiana della Spagna). Bisogna sottolineare l'importanza delle confraternite sufi (Memleviya, Kubrawiya più popolari e Nasqhbandiya più elitaria), influente anche nei Balcani; ○ Balcani: politica molto più conciliante con gli ortodossi, che fece aumentare la loro tradizionale frammentazione (autocefalia); inoltre, erano presenti anche moltissime altre piccole comunità cristiane di confessione diversa. L'amministrazione ottomana favorì in questo modo la nascita di “nazionalismi religiosi”. L'immigrazione turca fu considerevole solo nella Tracia (più o meno Bulgaria settentrionale e Albania), ma qui la conversione all'Islam non fu né maggioritaria né totale, perché sopravvissero numerosi elementi di 1 cristianesimo già popolare di suo che andarono a mescolarsi (sincretismo religioso) soprattutto con la dottrina sufi più popolare. Un caso a parte è rappresentato dalla Bosnia, dove la conversione all'Islam fu ben più massiccia: una spiegazione è che in quest'area fossero già stati presenti forti eresie cristiane (Bogomili, con influenze orientali), duramente represse ---> passaggio all'Islam più facile (visto come 1 liberatore), in ogni caso aiutato dal fatto che in questa regione la Chiesa era poco radicata. In generale, come al solito, la popolazione musulmana si concentrò soprattutto nelle città. Con l'espansione dell'Impero Ottomano nei territori abitati dai cristiani, il Sultano cominciò ad avere anche un'aura di combattente per la Fede (ghazì). Bisogna però correggere la visione diffusa oggi: non era un combattente suicida (l'idea del martirio non è molto diffusa nell'Islam sunnita), ma un “vero” condottiero che puntava alla vittoria. A proposito di questa espansione, 2 tappe importanti sono la battaglia di Kosovo Polje del 1389 e la conquista di Costantinopoli/Istanbul nel 1453. Sotto il sultano Murad I, venne creato il corpo militare dei Kapikullari, formato da schiavi di guerra, la maggior parte provenienti dai Balcani. In seguito (1390) questo sistema venne perfezionato e venne istituita la Devshirme, cioè 1 tassa che obbligava alcune comunità (soprattutto quelle cristiane dei Balcani) a fornire 1 certo numero di uomini per l'esercito. La loro origine non gli impediva di fare carriera nell'esercito , accedendo ad esempio al corpo d'élite dei “Giannizzeri”.

FORSE MANCA ANCORA QUALCOSA DI MERCOLEDÌ 29/10/2008 L'IMPERO SAFAVIDE (dal fondatore Safi-Al-Din, 1252-1344) ha una storia diversa: infatti la dinastia safavide nacque da una confraternita sufi, per poi evolvere in potere politico-militare (approfittando del vuoto di potere creatosi dopo le invasioni mongole) e conquistare il potere intorno al 1500 con lo Shah Ismail. Lo Shah fece un uso strumentale della religione per legittimare il suo ruolo: fa delle religione shi'ita non solo la religione di Stato (com'era da tempo anche se non ufficialmente) ma proprio una visione dell'Islam antagonista rispetto a quella sunnita. Enfatizza così la Persia come origine dello shi'ismo duodecimano e sostituisce ai culti sunniti culti shi'iti, anche se spesso “contaminati” con elementi di altri culti (zoroastriano, perfino cristiano). È anche importante il fatto che il sufismo era molto “elastico” e si adattava facilmente ai culti preesistenti, ed era influente sia nella comunità sunnita che in quella sciita: siccome lo Shah aveva anche il titolo di Shaikh sufi poteva sfruttare questa sua posizione per guadagnare legittimità agli occhi di tutti i suoi sudditi. Questa legittimazione religiosa (fino a proclamarsi reincarnazione dell'Imam occultato) è proprio ciò che permise agli Shah safavidi di conservare un potere notevole, specie nei confronti degli 'Ulama. Riguardo agli 'Ulama (in quanto shi'iti, provenienti soprattutto dall'Iraq) lo Shah ne migliora molto la condizione sociale e riesce così a mantenerli tranquilli almeno fino a fine XVII secolo. Tuttavia, dal XVIII secolo gli 'Ulama contestano molto energicamente la pretesa dello Shah di considerarsi l'incarnazione dell'Imam occultato: questo è il vero discrimine tra la storia dell'Islam shi'ita e di quello sunnita, dove al contrario la protesta degli 'Ulama non fu mai pericolosa per il potere politico. In generale,la protesta degli 'Ulama si fece più intensa nei momenti in cui lo Shah non si dimostrò in grado di difendere territorio e popolazione (infatti nel XVIII secolo c'è la perdita di controllo della società tribale persiana, specie all'interno dell'esercito, e i primi contatti con l'Europa, soprattutto con la Francia illuminista): se lo Shah non era autorevole, le figure di riferimento diventavano automaticamente gli 'Ulama. Bisogna anche considerare le caratteristiche dell'Impero Safavide: geograficamente isolato e con una società fortemente rurale e molto frammentata, l'unico elemento di coesione era l'Islam. In più, in questo periodo si riaccese un dibattito che invece nell'Islam sunnita si era chiuso da tempo: quello sul contrasto tra esempio della tradizione (quindi Sunna e Imam) e esempio dei contemporanei. Mentre nel mondo sunnita l'unica autorità era ed è la tradizione, al contrario la Shi'a era nata proprio riaffermando la presenza della figura profetica, della leadership carismatica a sfavore dell'aspetto comunitario: tuttavia c'era una antica contraddizione in quanto dopo l'occultamento dell'Imam non c'era + una guida “davvero” autorevole. Non è un caso che questo problema venisse affrontato solo ora: infatti prima dei Safavidi il mondo shi'ita non si era mai confrontato con 1 Stato ufficialmente shi'ita ---> riassestamento dei rapporti di forze tra Stato shi'ita e 'Ulama shi'iti. Si contrappongono allora 2 correnti di pensiero: ○ Akhbali (seguaci della tradizione) : sostenevano che la tradizione (Corano, Sunna profetica, Sunna dei 12 Imam) rappresentava tutto l'apparato di fonti e norme sufficiente per regolare la vita della comunità, ovviamente dopo l'interpretazione; ○ Usuli (seguaci dei Mujtahid): sostenevano che ci fosse bisogno anche dell'esempio vivente dei Mujtahid, i più autorevoli fra gli 'Ulama shi'iti ---> alla fine vince questa corrente, che aumenta molto prestigio e potere degli 'Ulama: infatti le fatwa emesse dai Mujtahid hanno ora addirittura una forza superiore a quella delle leggi statali. Riguardo ai contatti con le potenze europee, all'inizio sono esclusivamente commerciali e su base paritaria, ma in brevissimo tempo portano la Persia ad essere oggetto delle mire coloniali delle

potenze europee (soprattutto Gran Bretagna e Russia, che in 20 anni se la spartirono in zone d'influenza ---> zona cuscinetto fra i 2 imperi). D'altronde, già nella prima metà del '700 Russi e Ottomani si spartiscono la regione della Transcaucasia (zona meridionale del Caucaso). Tutte queste sconfitte produssero sì disorientamento e delusione nella società persiana, ma allo stesso tempo fecero crescere il senso di appartenenza intorno alla religione shi'ita (facendo aumentare sempre di più l'autorità degli 'Ulama, anche perché erano loro a condurre le proteste antioccidentali). Invece, il prestigio degli Shah crollò (dal 1781 dinastia Cagiari: non hanno nemmeno una legittimazione religiosa), tanto che nel 1905-1906 ci fu la Rivoluzione Costituzionale (vedi cap. 2.4). In India, L'IMPERO MUGHAL ebbe una storia molto lunga, dal 1526 al 1858, in piena epoca coloniale. Rappresenta l'archetipo di Stato islamico nel sub-continente indiano. Prima però dobbiamo fare degli accenni alla penetrazione islamica in India. Le 3 strade della penetrazione islamica, in ordine cronologico, sono: ○ contatto pacifico con genti arabe preislamiche prima e poi anche islamiche con scopi esclusivamente commerciali (né conquista né islamizzazione), al max missionari sufi e ismaeliti assieme ai commercianti, ad esempio; ○ conquista militare nel 711-712 di 1 porzione di territorio tra il Panjab e il Sindh (oggi Pakistan): si pensa che questa fosse una ritorsione del Califfo (ommiade) per punire un principe indù che aveva attaccato delle navi islamiche; tuttavia rimasero solamente enclave islamiche in un India largamente Indù; ○ conquista militare e islamizzazione (in 3 fasi): - I FASE (970-1206): solo scorribande e saccheggi da parte di tribù turco-afghane che penetrano attraverso Afghanistan e Pakistan e attaccano i principati Indù del nord-ovest; in seguito si trasformerà progressivamente in una vera e propria conquista militare nel nord-ovest e nel centro-nord dell'India ---> 1206 fondato il Sultanato di Delhi. - II FASE del Sultanato di Delhi (1206-1526): è più una convenzione storiografica perché in realtà si succedettero 4 diverse dinastie, tutte turco-afghane (Khalyi, Tughlaq, Sayyid, Lodi) e dopo il 1350 circa il suo potere fu soltanto nominale (si era indebolito troppo nel tentativo di conquistare il sud dell'India, benché lì ci fossero già sacche islamizzate); - III FASE dell'Impero Mughal (1526-1858), fondato da Babur, già signore di Baghdad. La conquista dell'India ha anche una componente religiosa, perché consideravano l'induismo una religione pagana/blasfema (solo più tardi li compresero fra i “popoli del Libro”). La penetrazione islamica fu facilitata dal fatto che in India non ci fu mai una vera unità politica né su singole regioni né tanto meno su tutta l'India: solo dopo l'arrivo delle genti islamiche ci saranno esperienze di grandi stati Indù. Nella concezione Indù, infatti, la sfera politico-militare (Artha) doveva sempre essere sottomessa alla sfera religiosa (Dharma): era molto più importante quindi preservare l'unità religiosa e sociale piuttosto che quella politica. Inoltre, era possibile per gli Indù collaborare con gli invasori senza tradire le proprie radici religiose (importante durante il periodo coloniale). Inoltre, i principati indù dell'India centro-settentrionale erano rette da clan/famiglie (rajput) che si erano costruite genealogie secondo cui discendevano da divinità importanti: tutte le famiglie quindi erano in competizione per lo status. Questa tendenza quindi fece sì che nessun principato potesse espandersi fino a diventare un grande impero e che di fronte alle invasioni musulmane non si alleassero e fossero facilmente sconfitti. Come l'Anatolia cristiana-bizantina, anche l'India era una terra completamente non islamizzata al momento della conquista: la civiltà indù era poi qualcosa di assolutamente diverso da quella islamica. Mentre l'Islam è 1 religione monoteista e storica (Dio è trascendente, si rivela nella storia

e l'uomo è parte integrante del progetto divino), al contrario l'Induismo non è 1 religione storica (i Veda non hanno 1 datazione esatta e in essi sono descritti miti in cui la dimensione umana/storica è irrilevante) e non si basa su 1 rivelazione unica ma è un complesso di credenze molto eterogeneo di diverse manifestazioni del sacro (idea di immanenza del divino: Dio è presente nelle cose ≠ politeismo). Riguardo alla società indiana, nei Veda è ritratta una società “ideale”con 4 funzioni principali e gerarchiche (Varna): Brahmana (funzione religiosa), Visatriya (funzione politico-militare), Vaisyia (funzione economica), Sudra (funzione servile) ---> le persone che svolgono queste funzioni devono stare in quest'ordine e il fine della società è il mantenimento di questa gerarchia (per mantenere il Dharma, l'ordine socio-cosmico-religioso). Oltre alla gerarchia, una caratteristica importante è la complementarietà: ogni classe/funzione è complementare all'altra. Così, i Brahmana non possono possedere niente e sono assolutamente non violenti e devono essere difesi e guidati dai Visatriya; entrambi però hanno bisogno dei Vaisiya e tutti hanno bisogno dei Sudra. Questa è la teoria. In pratica, il sistema delle caste è ovviamente diverso e si basa sui rapporti antropologici tra le varie caste (molto più numerose dei 4 varna, anche se vi si riferiscono sempre) che quindi non è un sistema immutabile. L'Islam è certamente influenzato dall'incontro con la società estremamente gerarchizzata dell'India, assente dalla sua natura: reagisce al contatto quindi enfatizzando i propri latenti aspetti gerarchici (l'Islam indiano è quello più gerarchizzato in assoluto), soprattutto nella divisione tra convertiti “antichi” e “nuovi” convertiti (e più sotto ovviamente i non convertiti). Nei rapporti tra società islamica e indù, molti sono gli aspetti che favorirono una buona convivenza, tra cui ad esempio la natura urbana dell'Islam vs natura rurale dell'Induismo oppure l'incontro fertile tra sufismo e induismo, specie a livello popolare (quindi locale ---> la “cultura bassa” islamica non ha creato una base di valori largamente condivisa tra Indù e musulmani: il risultato finale sarà che subito dopo l'indipendenza, dopo secoli di convivenza, molti musulmani indiani si staccheranno e fonderanno il Pakistan; comunque già prima, quando l'Impero Mughal comincerà a perdere potere, i musulmani cominceranno a guardare sempre più alla “cultura alta”, delle origini e a pensare di costruire una comunità religiosa “pura”). In generale, l'influenza araba sull'India è minima: il tipo di Islam che vi arriva è portato da genti etnicamente turco-afgane, con pratiche di origine tribale turca che convivono con 1 dottrina prevalentemente shi'ita. La classe dirigente dei primi regni islamici in India è molto varia e le sue concezioni di forme di potere e di Stato hanno caratteristiche comuni con quelle già conosciute in India: ad esempio era diffusa la pratica di conquistare un potere nominale sui territori, ma affidarne poi la gestione concreta alle élites locali (appunto i rajput). Inoltre queste tribù turco-afgane erano figlie della tradizione del tardo califfato abbaside ed avevano una concezione “laica” del potere, non troppo influenzata dalla religione: la gestione dei rapporti con i poteri Indù, quindi, fu piuttosto pragmatica. Le popolazioni turco-afgane rimasero sempre piuttosto distaccate dalla società indiana vera e propria, ribadendo la loro diversità e presunta superiorità. Questo è anche un sintomo del problema che dovettero affrontare le élites musulmane dell'India: governare in una società largamente non islamica ---> dovettero modificare l'ortodossia, in particolare abbandonando del tutto il principio secondo cui un “non musulmano” non poteva mai comandare un musulmano (era necessario coinvolgere la popolazione locale per governare); inoltre l'amministrazione dello Stato era molto decentrata, ancora facilitando l'ingresso di componenti non musulmane, e veniva utilizzata 1 unica lingua, il persiano. I sovrani musulmani furono favoriti nel creare un loro stile di governo musulmano (molto più flessibile nei riguardi della società indiana) anche dal fatto che le invasioni mongole li separarono dai regni islamici occidentali.

Ci furono almeno 3 importanti innovazioni portate dall'invasione islamica: ○ il catasto fondiario: organizzazione delle proprietà fondiarie e calcolo della redditività dei terreni/ecc, per riscuotere le imposte e finanziare le istituzioni/fondazioni religiose; ○ irrigazione sistematica ed espansione delle terre coltivabili; ○ tentativo di 1 organizzazione amministrativa del territorio : villaggio, distretto, provincia: primi tentativi, base per l'opera dell'Impero Mughal prima e del governo coloniale britannico poi. Il segreto del successo dell'impero Mughal è di aver saputo integrare efficacemente le élites indù nello Stato. Per fare ciò non si ispira alla tradizione statale del califfato (concezione della siyasa shari'a: sfera politica autonoma ma delimitata dalla shari'a) ma semmai si rifà a una sfera di legittimazione religiosa molto variegata, comprendente elementi sufi (in particolare la Naqshbandiya) indù e addirittura cristiani. Anche la classe di governo è molto varia, con una forte presenza di elementi locali indù cooptati all'interno dell'amministrazione (quasi il 21% durante il regno di Akbar, considerato il più grande imperatore Mughal). In generale, la presenza dell'Impero Mughal non era oppressiva: si accontentava di riscuotere i tributi e di un giuramento di fedeltà, ma lasciava ai signorotti locali il compito di gestire il territorio ---> punto di forza. Akbar il Gande fu l'imperatore (1556-1605) che espanse molto l'Impero e ne definì le strutture di governo, creando addirittura una “nobiltà Mughal” (il Mansabdar) organizzata gerarchicamente (i gradi - zak - dipendevano dal numero di uomini che potevano fornire in battaglia), anche se il legame personale che si formava tra alcuni Mansabdar e l'imperatore trascendeva la gerarchia “ufficiale”. Un altro criterio (inizialmente ufficioso poi ufficiale) era la politica etnica, per la quale il Mansabdar doveva assumere fra i suoi “dipendenti” persone della sua etnia. Inoltre, fra i Mansabdar stessi si creavano rapporti di clientela che finivano per minacciare l'imperatore stesso. La loro ricompensa erano i Jagir, cioè il diritto di riscuotere le imposte fondiarie (diritto che tuttavia era concesso anche ai non-Mansabdar). L'imperatore cercava di evitare che il Mansabdar instaurasse un legame troppo forte coi territori in cui riscuoteva le imposte (ad es. decidendo i territori in cui potevano riscuotere), per evitare che si creassero poteri territoriali forti. Cosa che avvenne puntualmente quando l'Impero fu troppo debole (gli Inglesi troveranno proprio questa situazione di frammentazione, piccoli regni) e i Mansabdar cominciarono a trasmettersi il Jagir per via ereditaria. Un elemento di forte debolezza dell'Impero Mughal fu l'assenza di regole chiare per la successione dell'imperatore, per cui ogni volta si scatenavano lotte per la successione tra i maggiori Mansabdar. Una nuova fase espansiva fu promossa dall'imperatore Aurangzeb (1658-1707), che rivoluzionò anche l'orientamento ideologico dello Stato, riportandolo all'ortodossia. La politica tollerante portata avanti da Akbar (che addirittura fondò una specie di centro del dialogo interreligioso, l'Ibdat Khan) fu rinnegata e fu ristabilita la supremazia della shari'a. A questo ovviamente si accompagnò un clima intollerante verso le altre confessioni religiose ---> sicuramente questi cambiamenti ebbero un ruolo importante nell'indebolimento dell'Impero. Riguardo all'espansione territoriale, fu sicuramente imponente ma Aurangzeb non riuscì a imporre una sovranità effettiva sui territori conquistati. La ragione fu che per cercare di conquistare la fedeltà dei signori del Sud, Aurangzeb concesse molti Jagir, troppi rispetto alla terra disponibile ---> la pressione fiscale aumentò tanto da scatenare molte rivolte durante il '700. Allo stesso tempo, in tutto il regno i Mansabdar divennero man mano indipendenti di fatto e anche molte regioni divennero sempre più autonome. È interessante notare che la perdita della sovranità politica fu vista da molti intellettuali musulmani come frutto della corruzione dell'Islam, contaminato da apporti esterni. Si dice allora che l'Islam può permettersi di essere tollerante solo quando ha il potere politico e non è minoranza ---> nasce proprio in India (dove l'Islam è più fragile) una peculiarità dell'Islam, la corrente “riformista-

conservatrice” che insiste sul ritorno alle origini, al Corano e alla Sunna, al puro Islam arabo. Già durante l'Impero di Akbar, comunque, la confraternita della Naqshbandia aveva criticato l'eccessiva tolleranza dell'imperatore. Questa confraternita, presente in India già da fine '500, fu riformata da Shaikh Ahmad Sirhindi (cui venne dato il titolo di “Mujhaddid”, riformatore del II millennio islamico), che la distinse nettamente dalle altre confraternite sufi: come già detto, pose al centro dell'Islam la shari'a pur rimanendo all'interno di una concezione mistica (per quanto sobria) e si caratterizzò per un forte impegno mondano (vita nella società: lavoro, famiglia, ...) e politico, perché ritenevano fosse loro dovere difendere l'Islam. Le idee di Sirhindi erano radicali: Indù e Islam erano assolutamente incompatibili e i musulmani avrebbero dovuto evitare qualunque contatto con i non-musulmani in generale e con gli Indù in particolare. Soprattutto, la shari'a doveva essere completamente purificata da tutti gli elementi estranei all'Islam. Per diffondere le loro idee, i membri della Naqshbandia utilizzarono tecniche innovative per l'epoca; usarono anche mezzi tradizionali per scopi nuovi: ad es. le maktubat (lettere dal santo sufi al discepolo) utilizzate per diffondere le proprie idee. I destinatari più sensibili ai loro messaggi appartengono al “ceto medio” islamico (artigiani, piccoli funzionari, ecc), lo stesso che al giorno d'oggi è una base importante per il fondamentalismo islamico. Comunque, le idee estremiste di Sirhindi diverranno estremamente popolari solamente una generazione dopo, in concomitanza con il declino dell'Impero Mughal; furono riprese nel '700 soprattutto dall'importante studioso Waliullah, che influenzò a sua volta i modernisti islamici di XIX e XX secolo. Di fronte alla crisi sempre più grave dell'Islam e alla frammentazione della Umma, Walihulla esorta al ritorno alle fonti prime, in cui tutti si possono riconoscere; in più dice che bisogna riaprire la ijtihad,, “la porta dell'interpretazione” individuale (viene spezzato il taqlid, la ripetizione acritica). Il suo orientamento fondamentalmente è conservatore, ma c'è un elemento di forte modernità: dice che la legge islamica, in un momento di grande crisi come i suoi tempi, va discussa pubblicamente seguendo la ragione ---> necessità di calare la legge islamica nel tempo presente e di adattarla. All'interno delle scritture, introduce un concetto rivoluzionario: la distinzione tra forma (modificabile e diversa a seconda del popolo, dell'era e della situazione storica) e sostanza (immutabile) ---> la reinterpretazione non è un sacrilegio ma è anzi il dovere di ogni buon musulmano, non soltanto degli 'Ulama. Per concretizzare questo progetto, aprì delle scuole e tradusse addirittura il Corano in persiano (che, pur essendo sempre una lingua colta, era conosciuta dal ceto medio indiano laico) ---> minaccia monopolio del sapere religioso degli 'Ulama e, nel lungo periodo, soprattutto con la stampa, pone le basi per il rischio di una proliferazione di interpretazioni relative (rottura del tradizionale sistema di trasmissione del sapere). Dal punto di vista politico, è favorevole al ristabilimento di un potere politico islamico forte in India (invita addirittura il re dell'Afghanistan a invadere l'India) e anche all'autorità di un califfo universale che faccia quasi da supervisore ai regni islamici.

2. LA COLONIZZAZIONE La percezione della “superiorità” dell'Europa ha cominciato a palesarsi sia agli Europei che ai popoli extra-europei solamente a partire dal tardo medioevo, dal Rinascimento. Gli studiosi si sono interrogati a lungo sulle cause di questo cambiamento: le origini son contenute sia nel Medioevo sia nell'antichità classica. Ad es. il Lapidus afferma che la struttura famigliare in Europa è a gruppi gentilizi, più aperti di quelli che caratterizzano la società musulmana. Dice anche che la presenza della Chiesa pone le premesse per la liberazione dell'individuo dalla religione perché la Chiesa “attrae a sé” la sfera del sacro (ancora di più dopo la Rivoluzione protestante: l'individuo è sacerdote di sé stesso). Sottolinea infine l'importanza della tradizione classica che fornisce un sistema normativo e valoriale autonomo rispetto alla religione. Dobbiamo quindi analizzare il fondamentale passaggio del Rinascimento. Secondo Burkhardt, il ruolo dell'uomo all'interno della Natura viene esaltato moltissimo ---> il Rinascimento è umanista (uomo al centro della natura ≠ medioevo che è trascendente, pone Dio al centro di tutto) e la sua società è antropocentrica (dice che sono poste le premesse del weberiano “disincanto del mondo”) e particolaristica (frammentazione politica). In generale l'uomo rinascimentale è sicuro di sé, non ha più paura del mondo perché è diventato intelleggibile: il miglior esempio di questa fiducia sono i grandi viaggi di esplorazione del XV-XVI secolo. Possiamo porre come data di inizio del colonialismo il 1415: è la conquista della fortezza marocchina di Ceuta durante la Reconquista ---> non è + solo guerra difensiva ma diventa guerra offensiva. La periodizzazione corrente riguardo alla grande fase storica del colonialismo è la seguente: – ESPANSIONE COLONIALE (1415-1876): fase caratterizzata dall'espansione commerciale, nessuna volontà imperialista; le 2 grandi eccezioni sono la conquista dell'India e dell'Algeria (lasciando da parte le colonie americane, altre eccezioni); – IMPERIALISMO COLONIALE (1876-1919): nel '76 comincia la colonizzazione belga del Congo, animata dalla volontà di conquistare grandi territori. Ovviamente la conquista coloniale è determinata da numerose motivazioni: economiche, di prestigio, ecc. Una distinzione importante è quella fra colonizzazione svolta dallo Stato (Spagna e Portogallo: forti motivazioni religiose nella ricerca delle mitiche comunità cristiane d'Oriente, es. il Prete Gianni che con tutta probabilità era in realtà il sovrano copto d'Etiopia) e quella portata avanti dalle compagne private (la celeberrima “Compagna delle Indie”).

2.1. ESPANSIONE COLONIALE Spagna e Portogallo sono le prime protagoniste dell'esperienza coloniale, legittimate in questo dalla Chiesa con la famosa bolla Inter cetera e il Trattato di Tordesillas, che divide il globo in 2 sfere d'influenza: proprio in virtù di questo trattato la Spagna si rivolge a Occidente e il Portogallo a Oriente. ●

IL PORTOGALLO E L'IMPERO COMMERCIALE: i portoghesi cominciano a esplorare le coste occidentali dell'Africa già all'inizio del '400 e nel 1488 Diaz supera il Capo di Buona Speranza, sottraendo così ai mercanti musulmani il monopolio delle spezie. All'inizio la gestione di questi commerci è piuttosto anarchica, con varie flotte che percorrono annualmente queste rotte. La corona però prende quasi subito il controllo inviando i suoi Viceré in India e nelle altre colonie. Il primo Viceré in India, Albuquerque, teorizzò e realizzò quello che viene chiamato l'Impero commerciale portoghese in Oriente: una grande rete di basi commerciali

sulle coste attraverso la quale ottenere anche con la forza il monopolio sul commercio delle spezie. Albuquerque riteneva infatti che un paese poco popolato e relativamente debole come il Portogallo non avrebbe mai potuto sconfiggere sul terreno i grandi imperi musulmani né gestire territori estesi. Riguardo al rapporto con le popolazioni locali, nel corso del tempo si creò una cultura lusitanoasiatica e il portoghese divenne quasi una lingua franca nelle zone costiere. Un'altra attività molto remunerativa fu prendere parte al commercio interasiatico (country trade), cioè gestire 1 parte degli scambi tra i vari paesi asiatici. In questo modo crearono un sistema autosufficiente e in cui non era necessario spendere metalli preziosi, essendo una specie di baratto (teorie mercantiliste: la bilancia commerciale dev'essere sempre positiva). Ovviamente in Asia esisteva già un imponente sistema di interscambi commerciali, basato sul triangolo “Muscat (Oman) – Zanzibar – Gwadar (Balucistan)”. L'Oman aveva un ruolo guida in questo sistema. Per tutta la prima metà del XVI secolo i Portoghesi combatterono contro questi Imperi e vinsero perché godevano di una netta superiorità tecnologica in campo navale. Il sistema portoghese aveva delle debolezze strutturali: infatti il costo di mantenimento e gestione delle basi commerciali era molto alto (anche perché moltissimi uomini morivano durante i viaggi in nave) tanto da portare l'attività in deficit (in cui una parte rilevante ebbe il contrabbando). La causa più importante di declino, comunque, sarà l'incorporazione della corona portoghese nella corona di Spagna, nel 1580. Le basi commerciali allora verranno trascurate e saranno più facile preda degli Olandesi. ●

I PAESI BASSI E LA “COMPAGNIA UNITA DELLE INDIE ORIENTALI”: dalla metà del XVI secolo il baricentro si sposta in Nord Europa. La volontà di un paese europeo di spostarsi a Oriente spesso era sterminata dalla volontà di potere economico all'interno dell'Europa. Per la II metà del XVI secolo la supremazia è belga ma poi nel secolo successivo passa all'Olanda, che fa da ponte tra l'Europa del Nord e del Sud. Gli Olandesi utilizzeranno la stessa modalità di espansione utilizzata dai Portoghesi (basi commerciali); c'è però una grossa differenza perché in Olanda l'espansione coloniale è gestita da diverse compagne private (ovviamente compagne private sui generis, dotate di poteri molto forti di tipo politico e di grande libertà d'azione, tendendo a svincolarsi perfino dal governo olandese e a creare un loro governo autoritario e violento ---> impongono già 1 dominio di tipo coloniale, seppur su territori ristretti). I mercanti quindi hanno un potere immenso. All'inizio ci sono ben 8 compagne private, poi riunite nel 1602 nella “Compagnia Unita delle Indie Orientali”: questa è la prima società per azioni nel senso moderno del termine (joint stock option), con capitale privato per investimenti a lungo termine ---> gli Olandesi si muovono esclusivamente per ragioni economiche (riflesso anche del calvinismo) e non sono interessati allo scambio con le popolazioni locali. Memori dell'esperienza portoghese, gli olandesi puntarono fin dall'inizio sul country trade, l'interscambio asiatico e lo portarono praticamente alla perfezione, creando una rete di commercio molto sofisticata. Ovviamente per imporre il loro monopolio fecero ampissimo ricorso alla violenza (sia contro le preesistenti basi portoghese sia contro le popolazioni locali), benché all'inizio si fossero mostrati molto pacifici. In generale riusciranno a scalzare il dominio portoghese dappertutto tranne che sulla costa cinese meridionale (base portoghese di Macao). Il man on the spot olandese (cioè il costruttore dell'impero commerciale) fu Jan Peterson Cohen, che aveva proposto di aumentare ancora di più l'aggressività dell'azione coloniale. La regione di attività principale era l'Insulindia (l'attuale Indonesia), probabilmente perché lì il controllo portoghese era molto meno forte. Le basi principali furono fondate all'inizio del XVII secolo (Batavia, oggi Jakarta; Capo di buona speranza, I nucleo della popolazione boera) .

La ragione principale del fallimento olandese è la rigidità del loro sistema di monopolio del country trade. Nel lungo periodo, un monopolio di tali dimensioni era molto difficile da mantenere, specie perché escludeva dal commercio troppi potenziali attori, che quindi si dedicarono al contrabbando o lavorarono per compagne straniere. Il sistema era troppo rigido anche rispetto alla domanda dell'Europa, che cambiava più velocemente di quanto potesse fare il country trade. Quando quindi la domanda europea si sposta verso il caffè dalla penisola arabica o verso il thè dalla Cina, questo sistema crolla.

2.2. L'INDIA COLONIALE Il ruolo dei mercanti olandesi “traditori” fu molto importante nella nascita delle prime compagne inglesi. La prima fu la Levant Company del 1581 che però si limitava ad acquistare le spezie sui mercati del Mediterraneo Orientale; però, dopo il crollo del mercato di Anversa e l'embargo portoghese a fine '500 (non lasciavano commerciare le navi inglesi nei loro porti), gli Inglesi furono costretti a spostarsi in Oriente. Inizialmente puntarono sull'Asia sudorientale, che però era saldamente controllata dagli Olandesi. Spostarono quindi la loro attenzione sull'India, tramite la East India Company. Fino a metà del '600, anche le compagne inglesi seguirono il modello portoghese, limitandosi a commerciare in India ottenendo il permesso dal sovrano Mughal. Perché allora decisero di trasformarsi da potenza commerciale in potenza territoriale? - Iniziativa individuale: per tutto il XVII secolo i funzionari agirono spesso con iniziative personali, scontrandosi con le direttive della compagna stessa, che non vedeva di buon occhio l'occupazione territoriale. Nella II metà del '700 la direzione centrale della Company cercò di imporre norme più stringenti che tuttavia non ebbero grandi effetti; - Frammentazione del potere in India: in questo periodo il potere Mughal è in declino e quindi c'è 1 miriade di principi e potentati locali (es. caste guerriere dei Maratha nell'India centrale; stato Sikh nell'India occidentale) che agevola la penetrazione inglese. Un'altra conseguenza di questa frammentazione è che spesso i funzionari inglesi si ritrovarono legati in reti di alleanze e rancori talmente stringenti che la loro espansione assunse spesso carattere casuale, non pianificato nè completamente intenzionale. ●

L'ESPANSIONE TERRITORIALE: lo scontro più aspro con i poteri locali fu quello con il principe del Bengala (il Nawab), sconfitto nella battaglia di Calcutta del 1757: la East India Company conquisto così il Diwali, cioè il diritto di riscuotere le imposte e di amministrare la giustizia civile in nome dell'imperatore Mughal ---> la EIC era considerata un vero e proprio potere politico/statale. L'espansione inglese avvenne anche tramite trattati e accordi (trattati ineguali), opportunamente stracciati o ignorati quando era conveniente. Solitamente questi trattati prevedevano la presenza di corpi armati inglesi ai confini dei regni/principati o addirittura all'interno del loro territorio ----> pone le basi per lo sgretolamento finale dell'autorità dei poteri indigeni. Negli anni '70 del XVIII secolo gli Inglesi avevano già conquistato tutta l'India (Pakistan compreso) centro-settentrionale, dopo duri scontri specie con i bellicosi Marathi e la residua presenza francese. Nel 1818 gli Inglesi si dichiararono “paramount power”, cioè potere preminente della penisola indiana, e gli altri poteri indiani lo riconobbero come tale. In seguito, dagli anni '30 dell''800, si rivolsero a Sud e a Est (Birmania) e a Nord si scontrarono con il forte stato Sikh del Panjab, (su posizioni social-imperialiste) sconfitto in 2 battaglie ('45 e '48). Bisogna ricordare che moltissimi staterelli indiani (native states) rimasero in vita anche se ovviamente in posizione assolutamente subordinata. In generale la Company non amministrò direttamente mai più di 3/5 del territorio indiano.



L'AMMINISTRAZIONE INDIRETTA: riguardo all'amministrazione territoriale, furono subito fondate 3 “presidenze” (Calcutta, Bombay, Madras), ognuna con 1 governatore autonomo. Dagli

anni '70 del '700 il governatore di Calcutta divenne il Viceré di tutta l'India. Il modello inglese per la maggior parte dell'India era quello dell'amministrazione indiretta: l'amministrazione statale e del territorio era gestita per grandissima parte dai poteri e dai funzionari locali, mentre la Company supervisionava il tutto. Questo modello si perfezionò moltissimo nel corso degli anni, prevedendo addirittura in certi Stati un consigliere inglese accanto al regnante locale. In certe zone comunque l'amministrazione inglese fu diretta (es. in Panjab) e a volte durissima. Il territorio indiano era diviso in 6-7-8 provincie, rette da governatori o vice-governatori. A loro volta le provincie erano divise in distretti, governate da commissari o vice commissari (commissonier e deputy commissonier; detti anche collectors perché riscuotevano le imposte) che nel loro territorio avevano poteri praticamente assoluti ed erano una figura chiave. I commissari erano più autoritari nelle provincie di più recente conquista perché avevano spesso già amministrato le “vecchie” provincie (Bengala, Ahud, Panjab ---> si parlava con ironia della Panjab School of Administration) e si erano convinti dell'inutilità dei procedimenti burocratici in India. L'elemento indigeno era presente nei gradi più bassi dell'amministrazione o come consiglieri dei gradi più alti. Una specie di “Stato nello Stato” era l'Indian Civil Service, praticamente impenetrabile agli Indiani perché la preparazione richiesta per accedervi verteva esclusivamente sulla cultura occidentale, con grande enfasi sulla letteratura inglese (molto più che nelle stesse università inglesi) e in generale sull'educazione del perfetto gentleman. Inoltre l'età per accedervi era molto bassa e l'esame si svolgeva a Londra ---> fino al 1877 su 900 persone nell'ICS solo 16 erano indiane. L'introduzione dei concorsi per la selezione del personale amministrativo fu un cambiamento radicale rispetto al sistema tradizionale: dal punto di vista sociologico, fu il passaggio da 1 “sistema a contratto” (Stato delega a famiglie influenti/aristocratiche funzioni di governo) a 1 “sistema burocratico” (lo Stato avoca a sé queste funzioni e in teoria le ripartisce secondo 1 criterio di efficienza, di competenza mediante i concorsi pubblici) ---> conseguenze decisamente negative per alcune classi sociali, specialmente per le élite musulmane del nord. Gli Inglesi furono molto rigidi nell'applicare questa politica di efficienza, predisponendo vari strumenti di controllo (ad es. il “registro delle parentele” per evitare che ci fossero casi di nepotismo e l'introduzione di quote per i diversi gruppi religiosi ---> non vogliono ingerirsi negli affari religiosi dopo la lezione della Mutiny del 1857 – vedi). Gli effetti di queste riforme furono contraddittori: più il governo coloniale in India diventerà moderno ed efficiente, più in realtà sarà debole perché metterà in crisi i gruppi dirigenti locali, che non riusciranno ad adattarsi al cambiamento radicale. ●

I RAPPORTI CON LE LEGGI/CONSUETUDINI INDIANE: riguardo al diritto Indù, gli Inglesi collaborarono con i Brahamana e i Pandit (i sapienti indiani) chiedendogli di estrarre dai vari testi “giuridici” della tradizione indù dei principi fissi e scritti da utilizzare nei tribunali. Il problema è che la tradizione indù era estremamente varia e flessibile, basandosi in gran parte sulle tradizioni locali ---> la cristallizzazione su carta dei pochi principi astratti contenuti nella tradizione indù portò al loro irrigidimento e snaturamento. Allo stesso modo, l'applicazione di queste norme fatta dagli inglesi (con spirito inglese) snaturò ulteriormente il diritto indù e si venne a creare un diritto ibrido completamente nuovo, detto appunto diritto anglo-indiano. Un processo simile visse il diritto islamico, benché fosse più chiaro e sistematico rispetto a quello indù. La tradizione giuridica più seguita era quella sunnita hanafita, le cui 2 raccolte più importanti erano quella di Al Marghinani del X secolo e la Fatawa-Alamgiri di epoca mughal (promossa dall'imperatore Alangzed ???? come raccolta di opinioni giurisprudenziali dei dotti). Nella realtà però, date le numerosissime consuetudini locali e l'influenza della tradizione indù, ogni regione aveva tradizioni diverse ---> la codificazione del diritto islamico promossa dagli Inglesi ebbe lo

stesso effetto che ebbe su quello Indù: si diede troppa importanza alla lettera scritta e si ignorarono le tradizioni locali, rendendo questo nuovo diritto anglo-musulmano estremamente rigido (principi della shari'a applicati con mentalità britannica). È interessante notare che il campo dell'amministrazione coloniale in cui la presenza indiana era più forte fu quello del diritto, specialmente nell'avvocatura. I 3 principali livelli della giustizia inglese in India erano la “Alta Corte” poi le “Corti di distretto” e infine le “Corti di sessione”. ●

GIUSTIFICAZIONI E TEORIE DEL DOMINIO COLONIALE: il governo inglese cercò ovviamente di giustificare la sua presenza in India. La tesi intrisa di razzismo della superiorità dell'uomo bianco traspare (o è evidente) fin da subito dagli scritti dei governatori coloniali. Invocarono anche the white men's burden, il fardello dell'uomo bianco, che però almeno all'inizio della presenza coloniale non fu molto credibile perché sostanzialmente si disinteressarono della società indiana e non vollero ingerirsi nei costumi sociali locali (ad es. come dichiarazione di principio dicono che nelle cause di diritto civile applicheranno rigorosamente i principi coranici per i musulmani e gli shastra – tradizione “giuridica” Indù – per gli Indù; al contrario abolirono fin da subito il diritto penale indù e musulmano e alcune delle pratiche più cruente o arretrate). È ancora prevalente la visione mercantile. La situazione cambia quando la Company assume il ruolo di paramount power politico, a cavallo fra '700 e '800: si sente più forte la necessità di giustificare la propria presenza e si sentono anche responsabilità più pesanti rispetto alla società indiana. Bisogna anche considerare che in questo periodo si impone in Inghilterra la filosofia utilitarista, che inaspettatamente ebbe più successo in India che in Inghilterra: infatti l'India fu una sorta di laboratorio per l'azione riformatrice (facile da imporre visto che avevano un forte potere), mentre in Inghilterra era più difficile da applicare dato che le resistenze di certi poteri tradizionali furono piuttosto forti. La filosofia utilitarista era fortemente egualitaria e quindi pensava che anche gli asiatici avrebbero potuto costruire una “grande civiltà”; questo tuttavia era in stridente contrasto con il dominio inglese sull'India, per giustificare il quale gli utilitaristi usarono toni molto duri nei confronti della civiltà indiana contemporanea e tradizionale, criticata soprattutto per il ruolo assolutamente preminente della religione e delle sue gerarchie (le caste). Le 2 figure più importanti per la politica di riforme degli anni 1820-1850 furono Bentinck e Dalhousie. Queste riforme andavano a colpire profondamente la società indiana ma tuttavia all'inizio non ebbero un carattere politico. Assunsero invece un carattere fortemente politico nel momento in cui Dalhousie le coniugò con la coscienza della propria superiorità, estesa dall'aspetto politico (paramountcy = preminenza) all'aspetto etico: in pratica, quando ritenevano che un principe indiano governasse in maniera “barbara”, si arrogavano il diritto di conquistare il suo regno. Un'altra teoria attribuita a Dalhousie fu quella del lapse, che abolì la consuetudine che permetteva a 1 regnante senza eredi naturali di adottare 1 erede ---> molte dinastie scomparvero.



THE MUTINY (1857-1858) E LE SUE CONSEGUENZE: Con la copertura di queste teorie, la Company estese il suo dominio su regni anche molto importanti e radicati nella società indiana (ad es. regno shi'ita dell'Ahud), con conseguenze molto serie per la società locale e spesso non rimediabili: una prova di questo radicamento è che di fronte a queste annessioni/riforme (che penetravano nel tessuto sociale indiano) ci furono le prime importanti rivolte del popolo indiano ---> la I è del 1857-1858, la Mutiny, in seguito alla quale la East India Company fu smantellata e la corona inglese prese il possesso diretto dei territori indiani: fu una grande rivolta in cui però non era ancora presente uno spirito nazionalista indiano, ma piuttosto fu l'ultimo colpo di coda della società tradizionale. Una parte importante in questa rivolta fu giocata dai soldati, che temevano di essere utilizzati in operazioni oltremare (per alcune caste Indù causa di contaminazione / corruzione); si era inoltre diffusa la notizia che le pallottole dei fucili, da aprire coi denti, fossero lubrificate con grasso di mucca e di maiale (il primo sacro agli Indù, il secondo impuro per i musulmani): in generale,

l'esercito canalizzava la paura della società tradizionale. In ogni caso in questa rivolta andarono a inserirsi numerose motivazioni di ogni tipo: ex principi, soldati smobilitati... tutti i settori del mondo indiano (con tutte le sue religioni ---> il simbolo della rivolta è l'imperatore di Delhi, ultimo effimero rappresentante del potere politico tradizionale danneggiato dall'ascesa degli inglesi, che presentarono la rivolta come una cospirazione dei musulmani e del vecchio imperatore Mughal). Questa rivolta, domata con la violenza (presente da ambo le parti), segnò la fine delle politiche riformiste, anche perché il governo inglese non comprese la complessità della rivolta e in generale crollò la convinzione utilitarista dell'uguaglianza intrinseca tra asiatici e europei (quello che colpì soprattutto gli inglesi fu che parteciparono alla rivolta anche quelle categorie sociali che secondo loro avevano maggiormente beneficiato delle loro misure riformiste: non comprendono il profondo legame con le istituzioni e i costumi tradizionali). La percezione inglese della rivolta fu quella di un atto totalmente irrazionale o peggio di un tradimento da parte degli Indiani. Le conseguenze nei rapporti tra inglesi e indiani furono istantanee e molto pesanti: tra i 2 gruppi si scavò un solco profondissimo che fu evidente a tutti i livelli, per es. anche nelle città (divisione in quartieri bianchi e indiani). Fu una separazione su basi esclusivamente etniche e che classificò la società indiana in martial races e unmartial races (razze obbedienti agli inglesi e disobbedienti; è interessante notare che nelle unmartial races erano presenti soprattutto gli strati sociali più elevati, la parte più colta della società indiana). Ad es. la maggior parte dell'esercito era formata da persone del Panjab: infatti during the Mutiny non si erano ribellati in quanto l'amministrazione inglese in Panjab era stata molto intelligente/benefica e particolarmente rispettosa dei costumi locali. Questa tendenza a “etnicizzare” la politica offuscò la capacità di comprensione della società indiana, attribuendo comportamenti, tendenze e movimenti dei vari gruppi sociali alla loro etnia, trascurando le dinamiche sociali ed economiche. Riguardo alle conseguenze politiche della Mutiny, l'accresciuta arroganza degli Inglesi ne produsse molte: un atto fortemente simbolico fu il processo all'imperatore Mughal, che formalmente era ancora il detentore del potere. La Company era in teoria sottoposta all'imperatore ma lo accusò di alto tradimento e lo processò (illecito internazionale), perché non si sentiva più obbligata ad agire sotto la sua “protezione”, utilizzandolo per legittimare il suo potere reale sull'India Una volta eliminato l'Imperatore Mughal e posta l'India sotto il controllo della Corona, gli Inglesi si trovarono nella difficile situazione di dover creare nuovi simboli e linguaggi del potere (lo storico americano Cohn ha parlato a questo proposito di “invenzione della tradizione” nell'India vittoriana) ---> finirono per utilizzare numerosi simboli indiani tradizionali, in particolare dell'Impero Mughal (nel '76 la regina Vittoria fu dichiarata imperatrice dell'India e subito le furono attribuiti numerosi titoli tradizionali). Nel '77, in un grande Darbar (cerimonia di origine persiana) gli Inglesi rappresentarono visivamente le “nuove” gerarchie che intendevano proporre dopo la caduta dell'Impero Mughal, ponendo la tenda dell'imperatrice al centro e via via le tende delle famiglie/casate indiane più influenti ---> la presenza inglese è al centro, è il necessario punto di equilibrio di una società indiana considerata come estremamente frammentata e pronta a cadere in una spirale di conflitti religiosi (visione distorta, non comprendono la sostanziale organicità della società indiana, fatta di gruppi in relazione non divisi). ●

IL DIBATTITO SULL'EDUCAZIONE E LA PENETRAZIONE DELLA CULTURA OCCID.: è un punto molto importante, anche nella prospettiva di creare una classe di amministratori indiani qualificata e fedele alla madrepatria. Già in seno alla East India Company questo dibattito si polarizzò su 2 posizioni: anglisti (educazione occidentale) e orientalisti (preservare cultura locale). Nel 1835, con l'importante “Minuta sull'educazione”, il commissario all'educazione della Company McCallay sancisce la vittoria degli anglisti; si decise di educare prima le élites locali, in maniera che poi la cultura inglese “filtrasse” verso i gruppi subalterni.

In realtà, questo meccanismo non scattò e l'educazione si concentrò sugli studi superiori (college e università) che fu sempre di ottima qualità e fu invece trascurata l'educazione primaria, nonostante i correttivi posti dagli anni '50 ---> la grandissima maggioranza della popolazione continuò a essere educata dalle scuole religiose tradizionali e la distanza con le élite indiane, di educazione occidentale, aumentò sempre di più (forti ripercussioni sulla storia dell'India indipendente). Le 4 università più importanti vengono fondate nel 1857 a Calcutta, Madras e Bombay (capitali dei 3 distretti), poi a Lahore (Panjab) nel 1882. Successivamente anche gli Indiani cominciarono a fondare le loro università, con fondi propri: le caste alte Indù infatti avevano capito che la conoscenza dell'Inglese e della cultura occidentale erano la chiave per avere successo nell'India inglese. Il mondo musulmano invece si avvicinò con molta più riluttanza e lentezza all'educazione occidentale (fatto gravido di conseguenze). In generale, la penetrazione della cultura occidentale fu molto disomogenea sia dal punto di vista geografico (Calcutta, Madras, Bombay, Panjab le più occidentalizzate) sia dal punto di vista sociale (più occidentalizzate le persone di casta media - commercianti - e alta - brahmana): di conseguenza la maggior parte dei protagonisti del movimento nazionalista indiano proverranno proprio da queste zone e da queste caste. Questo inoltre farà scattare una forte competizione tra i vari gruppi sociali e tra le varie regioni. La presenza e quindi la cultura inglese fu più o meno accettata anche a seconda dell'impatto che essa ebbe nei confronti della società locale. Ad esempio nella zona di Delhi, cuore dell'impero Mughal, l'impatto del cambio di regime sulle élite musulmane (14% della popolazione ma molto benestante) fu molto duro e quindi anche la loro adesione alla cultura occidentale fu molto più difficile e lenta ---> emerse una difficoltà dei musulmani indiani a sottostare e a collaborare con un potere non islamico (cultura occidentale associata al potere politico), mai superata del tutto. ●

IL MONDO MUSULMANO INDIANO E LA DOMINAZIONE COLONIALE : In Inghilterra gli ambienti conservatori criticarono spesso la condotta della Company, specie riguardo ai rapporti tenuti con i poteri e la società locale: Benjamin Disraeli in particolare fede discorsi durissimi in Parlamento contro le ingerenze negli affari religiosi indiani. Nel 1860 un alto funzionario, W.W. Hunter, dice che i musulmani non erano portati per natura a ribellarsi al dominio inglese, ma si erano ribellati con più veemenza perché i loro interessi erano stati maggiormente danneggiati dalla politica inglese. Propone allora di fare della classe dirigente musulmana (fortemente minoritaria e quindi vulnerabile) il principale alleato di governo ---> questa divenne la linea ufficiale del governo inglese in India, ma non ebbe grande successo perché il governo coloniale inglese tendeva a creare una società secolarizzata totalmente opposta alla visione islamica e che quindi non era molto “appetibile” per gli 'Ulama che avrebbero perso completamente il loro potere: proprio da loro vengono le reazioni più vivaci alla dominazione inglese, assai raramente violente. In generale, gli 'Ulama cercarono di riformare la società musulmana, secondo però idee e orientamenti molto diversi: dalla “riforma tradizionalista” (ad es. la scuola Hal-I-Hadith, estremista) a quella modernista//influenzata dall'Occidente, come la madrasa - scuola - Dar-alhulum, più conosciuta come Deoband, dal nome della città dove venne fondata nel 1867. Questa scuola rifiuta e allo stesso tempo è influenzata dalla modernità occidentale: il risultato è un Islam “liquido” e moderato, compatibile con la modernità in un contesto ostile com'era il dominio coloniale. Molto probabilmente è un risultato non del tutto voluto/previsto dagli 'Ulama Deobandi, per quanto fossero riformisti. Vediamone gli elementi più innovativi: ○ si dà una struttura stabile, di ispirazione occidentale (non più scuola diffusa) e di conseguenza con un curriculum di insegnamenti; ○ rifiuta il governo coloniale e vive delle offerte della comunità musulmana; tuttavia con questo si pone la necessità di un'amministrazione contabile e burocratica (contraddizione) ---> importanza





della dottrina scritta (Islam scritturalista) e della stampa; propugna la riapertura dell'ijtihad, cioè della “porta dell'interpretazione”, incoraggiando la partecipazione di ogni musulmano alla costruzione della società islamica (nuova opera di predicazione - dawa - e di re-islamizzazione “dal basso”) ---> crea 1 forma di Islam in cui lo Stato è assente, non ha alcun ruolo (perché è lo Stato coloniale, quindi nemico) e quindi anche la politica è inesistente: si responsabilizza l'individuo; esaltano l'importanza delle fatwa come guida per i fedeli musulmani, per supplire la mancanza dei tribunali sharaitici, aboliti dagli Inglesi ---> importanza degli 'Ulama molto maggiore che nella società islamica tradizionale.

La scuola/movimento culturale modernista x eccellenza fu quella di Sir (nominato baronetto) Ahmad Khan. Di nobile famiglia musulmana in buoni rapporti con gli Inglesi, fece carriera nell'amministrazione coloniale ma dopo the Mutiny (scioccato dalle violenze a Delhi) cominciò a teorizzare e a proporre 1 visione dell'Islam fortemente innovativa. Affascinato dalla cultura europea e convinto della sua superiorità, sosteneva che i musulmani dovessero collaborare con gli Inglesi (cfr. tesi di W.W. Hunter). Inoltre, convinto che la superiorità dell'Europa fosse dovuta soprattutto alla sua superiorità tecnologica-scientifica, fa un'esegesi (interpretazione) coranica in cui cerca di far risaltare la compatibilità del Corano con le leggi scientifiche sulla Natura ---> è una posizione fortemente dogmatica: il Corano è sempre compatibile con la scienza naturale, perché queste stesse leggi sono di origine divina (se non lo si comprende è solo a causa dei limiti della mente umana) Per rendere compatibile il Corano con la scienza e la modernità, lo divide in 2 aspetti: le leggi riguardanti la morale e le pratiche religiose, che sono immutabili, e le leggi/versetti sul mondo materiale, le cui interpretazioni possono cambiare (perché devono adattarsi all'evoluzione della scienza). Sir Ahmad Khan fondò ad Aligarh anche 1 sua scuola, la Mohammadan Anglo-Oriental College, che sul piano religioso sostenne la sua visione “scientifica” dell'Islam e sul piano sociale/politico formò una classe di collaboratori dell'amministrazione coloniale (che sostenne sempre generosamente questa scuola). Se dal punto di vista numerico questa scuola non fu importante, fu invece molto influente nei suoi effetti: formò infatti una élite musulmana, istruita e potente, alternativa a quella degli 'Ulama. In generale fu meno influente della scuola Deoband (specie a livello popolare) ma ci sono punti in comune molto importanti: ○ correnti fortemente mondane: responsabilizzazione del fedele per i Deobandi, attivismo e razionalità per Ahmad Khan ---> forte critica del sufismo; ○ enfasi sull'istruzione come unico mezzo per riformare la società islamica. Questo ampio e vivace dibattito rese i musulmani più consapevoli della loro identità religiosa e quindi la religione divenne ancora di più fattore di unità all'interno della società musulmana indiana, molto frammentata ---> importanti ripercussioni sulla mobilitazione politica dei musulmani (vedi dopo). Un'altra conseguenza fu l'importanza data alla sfera individuale: l'individuo diventa fonte di valori e la sua lettura del mondo ha una dignità nuova (cfr. proliferare di racconti e descrizioni di pellegrinaggi). In particolare, tutti i riformisti (tradizionalisti e modernisti) sono molto attenti alla figura femminile: la donna è la padrona assoluta della sfera privata e quindi è la principale educatrice dei bambini, trasmette i valori della società, della sfera pubblica (le gerarchie, le norme di comportamento, ecc) ---> istruire la donna al corretto Islam è fondamentale per la salvezza dell'Islam: furono quindi prese molte iniziative dirette esclusivamente alla donna (in particolare, il libro “I gioielli del Paradiso” ha tuttora un'influenza fortissima in tutta l'India e anche fuori: è un libro in cui ci sono sia precetti religiosi sia moltissime istruzioni pratiche, di vita quotidiana ---> si voleva istruire la donna, e tutti i fedeli, alla vita da buon musulmano nel mondo moderno: questo suscitò l'ira degli 'Ulama più ortodossi).

Riguardo ai movimenti politici musulmani, bisogna ricordare che nel XIX secolo il potere politico musulmano era in decadenza in tutto il mondo. L'unico paese che almeno fino a metà '800 era davvero uno Stato forte era l'Impero Ottomano: per questo divenne un punto di riferimento per i musulmani di tutto il mondo, specialmente per quelli Indiani (perché erano i più vulnerabili: minoranza sottomessa al dominio coloniale). In più, la sovranità ottomana era estesa anche ai luoghi santi dell'Islam, il che dava un ascendente particolare al Sultano di Istanbul ---> il supporto all'Impero Ottomano fu una spinta decisiva alla mobilitazione politica dei musulmani indiani. Ci sono ovviamente anche ragioni interne all'India: in particolare importante fu la vicenda dell'Università musulmana, che si voleva libera ma moderata, non anti-occidentale (a testimonianza di questo il fatto che fra i promotori c'era l'Agha Khan, il leader degli Ismaeliti: personaggio dell'alta società musulmana in ottimi rapporti col governo coloniale). Nel 1811 il governo coloniale non concesse l'autorizzazione e il progetto cadde. Intorno agli anni '20 ci fu 1 altra proposta ma snaturata e controllata dal governo coloniale ---> la conseguenza importante è che cominciò a diffondersi un malcontento contro il governo coloniale proprio negli ambienti musulmani più filooccidentali (cfr. circolo di Ahmad Khan). 1 altro fatto importante fu la spartizione in 2 della provincia del Bengala (assai vasta ed eterogenea): il Bengala orientale sarebbe stato a maggioranza musulmana, quello occidentale a maggioranza indù ---> gli Indù (maggioranza nel Bengala unito) lo percepirono come 1 atto di divide et impera, anche se in realtà fu essenzialmente una misura amministrativa. Ovviamente i musulmani erano d'accordo con questa misura per le ragioni opposte. Le proteste indù assunsero addirittura la forma di attacchi terroristici (cosa rarissima in India): alla fine l'amministrazione coloniale fece marcia indietro. Ci fu poi l'episodio della “moschea di Kampur”, nel Bihar: gli Inglesi demolirono una parte della moschea per fare spazio a 1 strada ma suscitarono forti proteste della comunità musulmana locale ---> per sedarle dovettero appellarsi alle autorità islamiche di più alto grado. Tutti questi fatti convinsero la classe politica musulmana che la loro attività avrebbe dovuto assumere forme nuove, + incisive e radicali e assai meno concilianti con il governo coloniale --> la mobilitazione musulmana avviene sulla base di simboli propriamente religiosi e sulla base dell'immagine dell'Islam aggredito dalle potenze occidentali (al max durante la I GM). Nascono quindi nuove figure di politici musulmani, più capaci di fare una politica estremista e di massa. Nel 1906, su incoraggiamento britannico (necessità di 1 interlocutore autorevole e moderato), viene fondata a Dakkah, nel Bengala Orientale, la Muslim League. Era un partito molto moderato, composto da membri dell'aristocrazia del mondo musulmano e ancora meno rappresentativo dell'Indian National Congress (vedi dopo). ●

IL NAZIONALISMO INDIANO E LA FIGURA DI GHANDI: quello nazionalista è un movimento di derivazione europea, come in tutti i paesi afroasiatici. All'inizio (anni '60 e '70) si configura come movimento per l'autogoverno, quindi moderato. I leaders di questo movimento provengono dalla middle class occidentalizzata, formatasi nelle università inglesi in India o nella stessa GB. L'obiettivo finale di questi movimenti è l'autogoverno pieno, lo status di Dominion, la stessa cosa già ottenuta dalle colonie inglesi bianche (ad es. Canada), e vogliono difendere i loro interessi di élite, non quelli della nazione indiana (concetto ancora vago, poco diffuso). Si può dire che sono interessati all'autogoverno “tecnico”, non all'indipendenza politica. In ogni regione c'erano caste indù più presenti in questi movimenti: ad es. nel Bengala erano quella dei Brahmani, quella dei Kayasth (medio livello, scribi) e dei Baidya (medici della medicina ayurvedica). Questi movimenti paradossalmente rimproveravano all'amministrazione coloniale il suo carattere unbritish in quanto antidemocratico. Nel 1885 nasce l'Indian National Congress, talmente moderato che fra i suoi fondatori ci sono anche degli Inglesi e molto poco national, in quanto era praticamente un salotto di gentlemens per niente rappresentativo della complessa società indiana. Il

governo inglese supporta questo movimento perché è un interlocutore affidabile e ben disposto, che semplifica molto il lavoro di dialogo con la componente indiana (ancora una volta per il suo carattere elitario). L'evoluzione del Congress in partito nazionalista è molto lenta e la spinta decisiva la riesce a dare solo GANDHI stesso quando si presenta come leader politico oltre che sociale (lotta per i diritti degli Indiani in Sudafrica). Soprattutto, il miracolo di Gandhi è riunire in funzione “anticoloniale” le aspirazioni all'autogoverno del Congress (e degli Indù) e il timore dei musulmani, facendo compiere al nascente movimento nazionalista indiano un deciso salto di qualità nel senso di un maggiore radicalismo. Ghandi era nato nel 1869 in un piccolo villaggio dello Stato nativo del Gujarat da una famiglia di Indù ortodossi, di casta mercantile piuttosto importante (alcuni antenati di Ghandi erano stati ministri nella corte del Regno del Gujarat). È importante il fatto che vivesse in una regione costiera molto aperta agli scambi e in particolare la famiglia di Ghandi era molto tollerante (suo padre amava discutere di religione); Ghandi poi fu molto influenzato dalla corrente Indù Jain, che predicava uno stile di vita molto sobrio e l'assoluta non violenza nei confronti di tutti gli esseri viventi. Recepì poi influenze dalle altre religioni, dandone un'interpretazione molto personale (spesso discutibile e discussa) ---> il pensiero ghandiano non è sistematico. Ghandi si considererà sempre 1 asceta però attivo nel mondo (“un idealista pratico”: combatte per 1 principio rimanendo attivo nel mondo), un guerriero che si sacrifica per il risultato senza interessi personali. La sua quindi non è 1 lotta puramente politica (non ha 1 fine puramente politico), è piuttosto una ricerca della verità spirituale (titolo della sua autobiografia): è 1 percorso difficilissimo e costellato di errori, per cui bisogna evitare posizioni estreme e violente perché impediscono agli altri di compiere il loro percorso di ricerca ---> la “non violenza” è il fine non il mezzo della sua lotta (incomprensioni da parte dei suoi seguaci): è 1 libera scelta del forte, di colui che potrebbe usare violenza ma non lo fa (“non violenza” dei forti), ed è una pratica di vita attiva. L'esperienza di studi in Inghilterra (laurea in legge) fu fondamentale perché fornì a Ghandi lo stimolo per riscoprire e approfondire la conoscenza della sua cultura nativa. Proprio in UK infatti scoprirà i testi sacri Indiani e delle altre religioni. Sempre in UK comincia a scrivere articoli per vari giornali ---> per tutta la vita Ghandi fu autore e giornalista fecondissimo: questo gli permise di diffondere le sue idee non solo in India ma anche nella stessa Inghilterra, creando un consenso piuttosto esteso intorno alle sue idee. Nel '91 tornò in India ma, siccome era un pessimo avvocato, non trovò lavoro e accettò un lavoro in Sudafrica (importante comunità indiana di fede principalmente musulmana, con condizioni di vita molto dure e discriminazioni sistematiche) ---> in quanto rappresentante legale di 1 ditta indiana, comincia a interessarsi alle questioni sociali e si trova spesso coinvolto in dispute con le autorità locali. È proprio in Sudafrica che sperimenta i suoi metodi di lotta (ad es. il suo famoso satyagraha, neologismo coniato da Ghandi stante per “la forza della verità”, cioè la ricerca della verità di cui si diceva sopra), cominciando con i metodi più moderati e ufficiali ---> stesso percorso del Congress, solo più accelerato: infatti anche lui rimprovera al dominio inglese la sua scarsa “britannicità” perché poco democratico. Il carattere inizialmente moderato della lotta era favorito dalla stessa comunità indio-musulmana in Sud Africa, non interessata a lotte radicali benché povera e discriminata. I problemi maggiori per Ghandi in SA furono la passività del governo coloniale inglese nelle questioni interne al SA stesso (perché era fondamentale per la sicurezza delle rotte navali per l'India) e la durezza delle misure contro gli immigrati: proprio per questo fu costretto a passare a forme di protesta più radicali, benché sempre non violente. Dal punto di vista pratico, Ghandi non descrisse mai precisamente la satyagraha, preferendo anzi dirigerla personalmente (ed autoritativamente) tramite la sua vastissima rete di collaboratori/conoscenti (anche per evitare che il tutto degenerasse in movimenti violenti). È interessante notare che i suoi metodi di lotta più radicali ebbero più successo in Sudafrica che non in India, perché lì la comunità indiana era molto più omogenea e afflitta dagli stessi problemi: in

India tutto era più difficile, specie per via della rivalità tra Indù e Musulmani. Infatti la lotta di Ghandi in SA ebbe molto successo, tanto che le autorità coloniali in SA fecero pressione perché Gandhi tornasse in India. Il passaggio dall'ammirazione per la cultura inglese all'avversione per esso si può far risalire alla sua opera del 1909 Hind Swaraj, traducibile come “autogoverno/autocontrollo dell'India”. L'interpretazione nell'uno o nell'altro senso dipendevano da come si vedeva Ghandi: abile poltico o sincero idealista. È 1 opera importante perché è molto radicale nella sua critica alla civiltà occidentale nel suo complesso (“satanic civilization”), accusata di stare distruggendo la società tradizionale: in particolare si sofferma sull'aspetto della meccanizzazione (fine dell'economia di sussistenza del villaggio, imperniata sul lavoro manuale, specie della tessitura, che coinvolgeva tutti membri del villaggio) e sulle nuove professioni che hanno lacerato il tessuto sociale indiano (in particolare se la prende con i mestieri della middle class, cioè alla fine con gli stessi esponenti del Congress; ad es. riguardo ai tribunali occidentali dice che hanno spezzato l'unità tradizionale del villaggio distinguendo tra innocenti e colpevoli o addirittura critica i treni perché hanno rotto l'isolamento dei villaggi). È 1 critica tanto più significativa considerando che proprio in quegli anni Ghandi cominciava a essere “trascinato” in politica e queste critiche, come si è visto, colpivano duramente anche e soprattutto i membri del Congress. La “santificazione” del villaggio tradizionale indiano lo portò a fondare gli Ashram, già mentre era in SA (Phoenix) e poi in India (la più famosa è ad Ahmedabad). Nel 1915 ritorna dunque in India e prende a cuore la questione dell'intoccabilità, allargando la sua azione sia alle caste più basse sia al mondo femminile. Riguardo alla questione femminile, una base da cui partì fu la complementarietà dell'elemento maschile e di quello femminile propria della religione Indù: l'elemento femminile lasciato a se stesso è una forza tremenda, spesso associata alla Natura, ed è necessario che si unisca all'elemento maschile per diventare forza benefica e positiva. Riguardo all'attività politica all'interno del Congress, in quegli anni le 2 correnti principali erano quella moderata (capeggiata da Gocale) e quella estremista-nazionalista, che si richiamava alla tradizione guerriera indiana. Gandhi fu colpito da entrambe le posizioni ma fu più attirato dall'ala moderata: Gocale gli consigliò di prendersi del tempo per conoscere bene la realtà indiana dalla quale era stato a lungo lontano. Nel '15-'16 quindi viaggia in tutta l'India e viene contattato da molte comunità in cui assiste a controversie prettamente locali: nel '17-'18 quindi ci sono 3 satyagraha che però vertono su questioni locali, non vedono indiani e inglesi contrapposti ---> Ghandi entra in politica con un percorso molto particolare, non ufficiale, quasi “dal basso”. Il III satyagraha è il più importante perché è il I in cui ci sono tensioni con le autorità coloniali: la protesta infatti consisteva nel rifiuto di pagare delle tasse. Tutto comunque si risolse pacificamente. Ghandi assume 1 visibilità panindiana nel '18 (I GM in cui parteciparono molti indiani) grazie alle sue proteste nei confronti delle “Rowlatt bills”, leggi restrittive delle libertà civili che davano ampi poteri alle forze di polizia. Ma più importante fu la questione del Califfato Ottomano e della sua sovranità sui Luoghi Santi: la scelta di questi temi cari ai musulmani fu fondamentale per coinvolgerli nella lotta politica (Ghandi aveva sempre lavorato per l'unità indù-musulmana, nella prospettiva di restaurare la società indiana tradizionale). Ghandi quindi contattò molti leader musulmani, da quelli più tradizionali (gli 'Ulama più importanti) a quelli più giovani e radicali: promette quindi di attivarsi riguardo alla questione dell'Impero Ottomano. Un errore di Ghandi in questo frangente è la sottovalutazione della complessità della società musulmana indiana: era convinto che parlando con alcuni leader politici e religiosi e ottenendone il sostegno, avrebbe automaticamente avuto il controllo di tutti i musulmani ---> convinzione errata perché mondo musulmano indiano è molto frammentato. In particolare, si illude di estendere la Ahimsa (non violenza) al mondo musulmano indiano; ci sono comunque moltissimi contrasti con

gli Indù (ad es. l'uccisione dei bovini). In occasione del satyagraha del '18-'19, sotto forma di Habtal (sciopero generale “mascherato” da giornata di preghiera), Ghandi riuscì a unire indù e musulmani (e fu già 1 grande successo) ma le manifestazioni di protesta degenerarono comunque in violenza. La colpa fu quasi esclusivamente inglese perché la polizia aprì il fuoco contro la folla pacifica, però Ghandi si assunse comunque la responsabilità degli scontri e disse di avere fatto “un errore di dimensioni hymalaiane”: la società indiana non era ancora pronta per proteste su vasta scala. Emerge già qui la difficoltà di Ghandi di comunicare in maniera corretta la sua idea alla società indiana. In particolare dovette ritornare più volte sulla questione dei rapporti tra Indù e musulmani: disse che erano 2 comunità complementari, dove gli Hindù rappresentavano l'elemento femminile e i musulmani l'elemento maschile. Allo stesso tempo, però, si andavano approfondendo le divisioni all'interno del mondo musulmano. Nel '19 nasce il partito Jamiat-Ul-'Ulama-I-Hind, fondato da alcuni importanti 'Ulama. In generale, molti musulmani non si fidavano di Ghandi (visto come Indù ortodosso). In più nel '21 un evento fa precipitare i rapporti tra le 2 comunità: la comunità contadina musulmana di Moplah (nel Malabar) attacca i suoi padroni indù. Gli 'Ulama chiedono a Ghandi di passare ad azioni più radicali di protesta: di fronte al suo atteggiamento prudente, minacciano di passare da soli a tale fase. Ghandi allora è costretto a passare ad azioni di “non-cooperazione” più radicali. Proprio in quest'ottica, grande successo ebbe il satyagraha a supporto del Califfato del '19-'22 (organizzato dal “comitato per il Califfato”), che vide una partecipazione larghissima di entrambe le comunità. Tuttavia anche questa manifestazione degenerò in episodi violenti ben più gravi della prima volta (linciaggio di 1 gruppo di poliziotti da parte dei manifestanti): Ghandi si astenne dal continuare la protesta che comunque andò avanti per altri 2 anni, guidata dal Comitato ---> tutto inutile: gli accordi di Sykes-Picot del '16 erano già attivi e nel '24 Ataturk abolisce la figura del Califfato. Possiamo dividere l'azione di “non-cooperazione” in 4 fasi: ○ rifiuto di onorificenza alle autorità inglesi; ○ dimissione da cariche burocratiche e amministrative; ○ dimissione da cariche politiche e militari; ○ rifiuto di pagare le tasse. Dopo la fine del Califfato c'è uno sbandamento della classe politica musulmana e anche all'interno del Congress (divisione tra conservatori e progressisti). Ghandi riunisce il partito intorno a 4 punti fondamentali: ○ unità del popolo indiano --> lotta al sistema delle caste; ○ Ahimsa (non violenza); ○ Swadeshi: utilizzo solamente di prodotti made in India (musulmani avevano proposto boicottaggio totale di prodotti inglesi, considerata misura troppo estrema); ○ educazione dal basso e in lingua locale/regionale. In questi anni l'amministrazione inglese approfitta della debolezza del Congress e della Muslim League per imporre nel 1919 le “Montagu-Chelmsford Reforms”: queste istituivano un ordinamento federalista, esaltando così l'importanza della politica regionale/locale a scapito di quella nazionale (aumentando quindi il potere dei partiti regionali, concentrati sulla difesa degli interessi delle élites locali); inoltre introducevano una diarchia tra funzionari indiani e inglesi, lasciando a questi ultimi le materie più importanti ---> nel '27 la “Commissione Simon” viene inviata in India per verificare gli effetti della Cost. diarchica: gli Indiani ne vengono esclusi e questa è l'occasione per un rinsaldamento del Congress, che nel '29 vota la richiesta di indipendenza assoluta Purna Swaray. Nel '30 nasce il movimento per la produzione del sale (con l'obiettivo di spezzare il monopolio

inglese), 1 grande iniziativa di non-cooperazione capeggiata da Ghandi, che viene arrestato ---> difficoltà del governo inglese perché non ha più interlocutori “compiacenti”. Nello stesso anno viene indetta la Round Table Conference a Londra: conferenza con principi e politici indiani, da cui però sono esclusi i vertici del Congress. Si valorizza quindi il piano della politica regionale e la bozza di Costituzione che ne esce ne risente pesantemente (era addirittura prevista la possibilità di secessione) ---> viene allora organizzata una II sessione a cui prendono parte anche i vertici del Congress, ma anche qui se ne esce con un nulla di fatto. Le autorità inglesi allora decidono autonomamente e nel '35 approvano la nuova Costituzione federalista. Un'accelerazione decisiva venne dalla II GM. Per la GB era fondamentale avere l'appoggio indiano, ma il Congress pretendeva come ricompensa lo status di dominion. Gli Inglesi non lo concessero e coinvolsero comunque l'India nella guerra ---> il Congress lanciò allora l'ultima radicale grande iniziativa di “non collaborazione”, il movimento Quit India. La repressione inglese fu spesso feroce e si alternò a proposte al Congress, che le rifiutò sistematicamente. La situazione restò congelata fino al '45, quando ci fu l'ultimo tentativo di dialogo degli Inglesi: la proposta era di creare l'”Unione Indiana”, una federazione tra Stati a maggioranza musulmana (di nuovo prevista la possibilità di recessione: concessione al leader della League Jinnah), Stati a maggioranza Indù e principati Indiani ---> la proposta viene accettata sia dal Congress sia dalla League: ci fu un brevissimo momento di accordo, basato sulla parola d'onore del nuovo viceré inglese Wawell, che promise di non abusare dei suoi poteri e di condurre l'India alla democrazia. Tutto però salta a causa dei dissidi tra Congress e League -----> dobbiamo quindi parlare della questione del Pakistan. ●

LA NASCITA DEL PAKISTAN: negli anni '30 si svolse il dibattito all'interno del mondo politico musulmano, che cercava di superare la sua eterna frammentazione. Una figura importante è Iqbal, che sottolinea l'importanza del legame con il territorio ---> nasce l'idea del Pakistan, cioè l'idea di uno Stato interamente musulmano (Pak = puro). A dir la verità, un progetto di autogoverno di queste regioni era già stato proposto negli anni '20 dagli 'Ulama. Quest'idea ha subito grande successo, specie tra i giovani colti di educazione occidentale. Nel '35 sale alla dirigenza della Muslim League Jinnah, già interlocutore di Ghandi, che si propone di fare della League il referente politico di tutti i musulmani indiani. Presentando solo candidati musulmani, alle elezioni del '37 ha un pessimo risultato a livello nazionale, tranne che nelle regioni dove i musulmani erano minoranza (e quindi si sentivano minacciati). Jinnah allora propone al Congress di formare assieme i governi nelle provincie dove la League ha ottenuto buoni risultati (united provinces) ma Nehru pone come condizione lo scioglimento della League ---> Jinnah non accetta e radicalizza le sue posizioni, sposando la causa del Pakistan con la “risoluzione di Lahore” del '40 (afferma impossibilità della convivenza tra Indù e musulmani). Questa presa di posizione era sorprendente se si pensa alle idee di Jinnah, moderato e fortemente nazionalista, ma era comunque la logica evoluzione di quel dibattito intorno al rapporto tra comunità musulmana e territorio (portato avanti soprattutto dai musulmani delle provincie a maggioranza Indù; le voci critiche o contrarie non mancavano, ad es. gli 'Ulama deobandi, che già nel '20 pensavano all'India indipendente come a una confederazione di confessioni religiose – autonomia delle istituzioni, non politica/territoriale). Le formulazioni della “risoluzione di Lahore” sono molto vaghe, il che ha fatto dire a qualche storico che in realtà Jinnah non volesse davvero fondare uno Stato musulmano indipendente, ma solo far pendere questa opzione come una spada di Damocle sul Congress e sul governo inglese, con l'obiettivo di essere riconosciuto come unico rappresentante di tutti i musulmani indiani ---> problema è che la League non rappresentava tutti i musulmani e soprattutto non rappresentava i musulmani che vivevano nell'odierno Pakistan (paradosso), cioè nelle provincie a maggioranza musulmana: fino all'ultimo infatti questi musulmani non diedero il loro appoggio alla League, ma

piuttosto ai vari partiti regionali. D'altronde Jinnah aveva assoluta necessità di far convivere queste 2 anime, per spaventare le altre comunità religiose indiane, dicendo che se l'avessero ostacolato avrebbe potuto far sollevare le (consistenti) minoranze musulmane sparse in tutta l'India. Arrivando all'accordo del '45, il dissidio col Congress riguardava ancora la questione della rappresentanza dei musulmani. La domanda allora è questa: come mai un partito relativamente poco rappresentativo come la League aveva un tale potere di veto? La risposta è nell'atteggiamento dell'amministrazione inglese, in particolare del Viceré Hope ('36-'43) che diede grande importanza alla League come contrappeso del Congress. Bisogna tenere in considerazione anche la rigidità del Congress su questo punto (e quindi sull'indipendenza delle provincie a maggioranza musulmana). Le ragioni sono varie: molto importante è l'insistenza del Congress su un potere centrale forte (anche all'interno di un ordinamento federale), sia per ragioni ideologiche (nazionalismo, India unita, addirittura negazione del problema dei musulmani) sia per ragioni politiche (paura della balcanizzazione dell'India). Alcuni sostengono che un peso decisivo lo ebbe anche l'influenza del radicalismo indù, ma non è 1 posizione condivisa da tutti. Di fronte alla chiusura del Congress, forzando la mano, Jinnah “islamizza” la questione del Pakistan, utilizzando simboli religiosi per legare la richiesta dell'indipendenza del Pakistan all'Islam. Facendo così e approfittando delle difficoltà delle popolazioni nelle campagne, Jinnah riesce a presentare la creazione del Pakistan come la panacea per tutti i timori e i mali della comunità musulmana ---> fra le masse musulmane si diffonde la convinzione che il Pakistan sarebbe stato uno Stato religioso islamico: questa confusione sulla natura del Pakistan si rivelerà fatale, anche perché Jinnah morirà subito dopo l'indipendenza, nel '48. Tra il '45 e il '47 gli Inglesi tentarono di riprendere il controllo della situazione e addirittura nel '46 ci fu di nuovo un accordo, naufragato dopo la gaffe di Nehru che, durante una conferenza stampa dopo l'accordo, disse che il Congress non si sarebbe sentito legato all'accordo stesso e si sarebbe riservato di decidere se accettare o meno la separazione delle provincie musulmane. L'unica soluzione possibile rimase quella della separazione. Intanto in India erano saliti al governo i laburisti (meno legati alle colonie), che annunciarono di voler lasciare l'India non oltre il '48: in questo modo fecero precipitare gli eventi e diedero molta forza alla posizione di Jinnah, il che indulse molti musulmani che ancora erano dubbiosi ad aderirvi. Nel '47 fu inviato l'ultimo viceré, Lord Mountbatten, che studiò 1 piano per la creazione di 2 Stati separati. Il piano prevedeva la creazione di 1 Pakistan meno esteso di quel che Jinnah pensava e soprattutto diviso in 2 tra West Pakistan e East Pakistan (cioè il Bengala orientale, a maggioranza musulmana, non l'intero Bengala come Jinnah pensava).

2.3. IL NAZIONALISMO MUSULMANO È interessante notare che negli altri paesi musulmani il processo di modernizzazione fu gestito dalle élites musulmane, e fu quindi meno profondo ed esteso rispetto all'India e soprattutto non portò all'instaurazione di regimi democratici; al contrario, ha portato spesso all'accentramento del potere (autoritarismo), per imitare le efficienti istituzioni europee e contrastare la frammentazione della società musulmana (specie sunnita). In particolare, a partire dal '700 si ha una presa d'atto della decadenza dell'Impero Ottomano e si comincia a indagare sulle ragioni della superiorità occidentale: una superiorità però considerata esclusivamente tecnica, con l'illusione di poter scindere cultura e scienza, di poter portare nei paesi musulmani solo la scienza occidentale pur restando chiusi alla sua cultura. La superiorità occidentale è evidente soprattutto sul piano militare, con le ingenti perdite nel Caucaso e nei Balcani (espansione dell'Impero Russo) e il problema dei legami tribali all'interno dell'esercito, che impediscono un'azione coordinata e efficace.



LA MODERNIZZAZIONE DELL'IMPERO OTTOMANO (LE TANZIMAT): dopo l'invasione napoleonica, divenne lampante la necessità di riformare il sistema nel suo complesso, soprattutto dal punto di vista militare (importante influenza tedesca). Così, già nei primi anni dell''800 il sultano Selim III tento di imporre queste riforme ma dovette desistere, specie a causa dell'opposizione dei Giannizzeri. Invece, il sultano successivo, Mahmud II, riuscì a imporsi: abolì il corpo dei Giannizzeri nel 1826 e diede avvio alle Tanzimat (“Gli ordinamenti utili”) a partire dagli anni '20 e '30. L'indipendenza della Grecia (1821-'29) fu un altro duro colpo al prestigio dell'Impero Ottomano. Il nuovo Sultano Abdul Majid nel '39 scrisse il “Decreto reale” in cui stabilì le linee guida della riforma dell'amministrazione (maggiore efficienza) e parlò dell'importanza di restaurare la supremazia della shari'a ---> le Tanzimat non hanno 1 carattere esplicito/proclamato di secolarizzazione ma al contrario sono presentate come un mezzo per rinsaldare l'Islam e lo stato musulmano ottomano. Anche se l'influenza degli 'Ulama era molto diminuita rispetto al '700, la legittimazione religiosa era ancora essenziale per il potere politico (che da questo momento in poi va gradualmente emancipandosi); comunque, almeno fino al sultano Abdul Hamid II (anni '70-'80), le riforme non andarono a toccare seriamente gli interessi degli 'Ulama e non ebbero ancora un carattere deciso di secolarizzazione. Inoltre gli 'Ulama di rango più elevato (che quindi contavano decisamente di più degli 'Ulama più poveri e dei dotti sufi) erano talmente vicini e partecipi al potere politico che non osavano contrastare il Sultano nel timore di perdere i loro ruoli e il loro prestigio (ovviamente adducendo tutta una serie di argomentazioni teologiche, storiche e politiche a sostegno del loro consenso). Sotto il profilo politico, si cercò con queste riforme un avvicinamento agli Stati europei “amici”. In generale, il tentativo di imitare il modello occidentale portò alla concentrazione del potere nelle mani del Sultano (tentativo di eliminare i poli di potere esterni che potevano opporsi alla modernizzazione) e nell'istituzione di scuole basate su insegnamenti moderni (riferimento è sistema francese). Questo porterà da una parte alla nascita di una élite occidentalizzata e urbana, che metterà in discussione tutta la tradizione islamica, dall'altra alle reazioni più diverse da parte della società tradizionale, che risponderà alla sfida posta dalla cultura occidentale cercando di integrarla con la tradizione o al contrario rigettandola totalmente (e violentemente). Il graduale diffondersi della cultura (e non solo della tecnica) occidentale porta poi a contrasti tra la nuova élite occidentalizzata e il Sultano, “trincerato” nei suoi accresciuti poteri autoritari. Importante è il movimento dei “Giovani Ottomani”, che a differenza di movimenti simili successivi non rinnega la tradizione islamica/imperiale, ma è convinto che per evitare la frammentazione dell'Impero sia necessario concedere diritti politici e civili e soprattutto maggiore autonomia alla provincie ---> fallimento perché il Sultano non rinuncia al suo potere assoluto e soprattutto non capiscono che nelle provincie è ormai radicata l'idea di nazionalismo, per cui la semplice concessione di maggiore autonomia sarebbe stata del tutto insufficiente. La provincia in cui il nazionalismo fa più presa è proprio l'Egitto, perché per prima subì l'impatto dell'Occidente (invasione napoleonica del 1798: evento fondamentale perché è la prima sconfitta di un grande esercito musulmano).



NAZIONALISMO E RIFORMISMO IN EGITTO: l'invasione napoleonica era finalizzata all'instaurazione di un potere francese in Oriente, per competere con il dominio degli Inglesi. In realtà, la conquista non riuscirà e anzi dopo la partenza dell'esercito francese non resterà praticamente nulla. Ciò nonostante, l'effetto sul mondo musulmano in generale e ottomano in particolare fu fortissimo. All'interno dell'Egitto, la vecchia classe politica mamelucca fu eliminata da Muhammad Ali, il comandante del contingente albanese intervenuto contro l'invasione francese, che nel 1805 ottene il titolo di governatore (khedivé). Proprio Muhammad Ali (praticamente autonomo rispetto al Sultano Ottomano grazie alla protezione inglese) avviò il processo di riforma in Egitto. Per tutta la I metà del XIX secolo ci fu un

sostanziale consenso intorno alla necessità di una riforma ispirata all'esempio occidentale ---> non c'è contrasto tra riformatori tradizionalisti e filo-occidentali come in India: infatti qui si vuole copiare solo l'evoluzione tecnologica/scientifica dell'Occidente e le tecniche organizzative, non la sua cultura (come già detto però con le successive generazioni diventa evidente l'impossibilità di separare i 2 elementi e si aprirà la divisione tra le varie correnti riformiste). Come già detto, una delle idee occidentali che ebbe più successo tra gli intellettuali egiziani fu quella di patria (watan)/patriottismo: viene vista come un legame identitario forte, non religioso e su base locale (insomma l'esatto opposto del senso religioso di appartenenza alla Umma). In Egitto il nazionalismo fa molta presa, più che in altri paesi arabi anche grazie al ricordo dell'antichissimo Impero egizio; in ogni caso anche negli altri paesi arabi il concetto di patria e patriottismo ha grande successo. Non si può attribuire a Muhammad Ali l'origine di questo patriottismo egiziano, in quanto egli non volle mai occidentalizzare la società ma solo lo Stato. Tuttavia fu proprio sotto il suo regno che cominciarono i primi scambi tra gli intellettuali egiziani e la cultura europea/moderna. Importante fu l'invio di una delegazione della madrasa di Al Ahzar (la + prestigiosa scuola islamica del mondo), a Parigi, perché osservassero e conoscessero la cultura occidentale: le osservazioni/impressioni di questo viaggio furono raccolte in un libretto significativamente intitolato “L'oro di Parigi”, in cui appare un grande entusiasmo per tutti gli aspetti della modernità, anche delle cose più banali. Insomma, ad inizio '800 l'entusiasmo e la curiosità per l'Occidente contagiavano tutta la società, anche la sua parte più tradizionale. Contemporaneamente però si sviluppano altre e diverse iniziativa di riforma. All'interno della già citata madrasa di Al Ahzar, nasce la corrente detta Nahda: è una islamicissima “riforma conservatrice” che però non ha un atteggiamento negativo verso la modernità, ma anzi cerca nel Corano elementi di modernità. La contraddizione è che sostengono che per cercare questa modernità islamica bisogna ritornare ai costumi degli antichi, dei primi musulmani (salafiya, da salaf, gli antichi costumi) e sono molto radicali in questo ritorno al passato ---> critica fortissima del sufismo e degli altri movimenti/culti islamici “non originari”, causa della decadenza religiosa e quindi politica del declino dell'Islam. Oltre a Muhammad Abduh, il personaggio più in vista di questa corrente è Rashid Rida, che aveva fondato nel 1898 il giornale Al-Manar (“Il faro”) da cui diffondeva le sue idee. Le sue posizioni sono molto radicali e condanna con estrema fermezza i governanti musulmani e gli 'Ulama per avere corrotto l'Islam, legittimano l'ingresso di elementi consuetudinari diversi rispetto allo standard coranico originale. C'è però un elemento importante: Rida non è assolutamente antimoderno, anzi ritiene che l'Islam sia obbligato ad acquisire la superiorità tecnologica occidentale e che sia facilitato in questo dalla (presunta) intrinseca modernità dell'Islam (es. della Jihad: musulmano è attivo nel mondo, si sacrifica per il bene della Umma). Dice però che x permettere questo è necessario riaprire la “porta dell'interpretazione”, la ijtihad. Riguardo alla figura del Califfo, Rida ne dà 1 interpretazione essenzialmente morale: è un Mujtahid, cioè colui che è capace di fare l'interpretazione e si impone in quanto capo morale ---> Califfo come capo spirituale non impedisce la creazione di Stati nazionali, l'unità della Umma è spirituale e non politica. L'atteggiamento verso il Califfo ottomano è molto critico perché è il simbolo della decadenza islamica: lo definisce un “Califfato di necessità” come argine contro l'invasione europea (e questa posizione “morbida” risale solo agli ultimi anni della sua vita). Questi personaggi della I metà del XIX secolo, che teorizzano la “riforma conservatrice”, sono ancora essenzialmente religiosi, musulmani ortodossi legati alla Umma transnazionale dei secoli precedenti. Questo concetto di “riforma conservatrice” e dunque di ritorno al passato si radicalizza e si laicizza con le generazioni successive, che non puntano più sull'aspetto religioso, ma piuttosto sull'aspetto laico della lingua, della razza, della nazionalità ----> i vecchi criteri di appartenenza si indeboliscono e ne emergono di nuovi, in particolare la lingua e il territorio (la religione passa in

secondo piano): questo cambiamento è da ascriversi soprattutto al fatto che gli intellettuali di quell'epoca (specie anni '80 e '90) vedevano la grande frammentazione delle loro società e quindi pensavano che la religione non fosse più un criterio di appartenenza abbastanza forte (anche perché spinge gli uomini a disinteressarsi del mondo). Tra i nomi più significativi possiamo citare Al Kawakibi, siriano musulmano allievo di Rida, uno dei primi a considerare il ritorno alle origini come il ritorno alla cultura araba pre-islamica (Islam manifestazione più importante ma non unica della civiltà araba). È poi molto interessante notare che gli autori più significativi di questo passaggio sono spesso arabi cristiani, incoraggiati in questo dalla “sottovalutazione” del fattore religioso: ad es. Butrus Bustani, siriano maronita, che parla di “popolo arabo” e “cultura araba” o Juri Zaydan e Najib Azoury che utilizzano il termine “nazione araba”; in tutti questi intellettuali l'aspetto linguistico è preponderante perché è un elemento di unità per tutti gli arabi a prescindere dalla loro religione. Il nazionalismo arabo giunse a maturazione negli anni '20-'30 del '900: il passaggio dell'Islam da religione a dimensione culturale è ormai compiuto. La trasformazione dell'Islam in “religione nazionale” implica che: ○ il vero Islam è quello arabo (nazione araba); ○ l'Islam è un prodotto della nazione araba, l'evoluzione di elementi già presenti nella cultura araba, è il contributo degli arabi alla Storia; ○ essendoci una relazione così stretta tra Islam e cultura araba, specie la lingua, chiunque parli l'arabo può comprendere i segreti dell'Islam. Proprio nel 1919, sulla scorta delle proteste contro l'occupazione inglese, viene fondato il partito nazionalista Wafd: nel '22 nuove proteste portano alla dichiarazione d'indipendenza, anche se la sovranità del nuovo Stato egiziano è molto debole. Il partito nazionalista più importante comunque è il “Partito Baath”, fondato dal siriano Michel Aflaq: molto influente soprattutto in Siria e Egitto negli anni '50 e '60, sarà 1 riferimento determinante per il movimento dei “Liberi ufficiali” di Abd Al-Nasser e Anwar Sadat, che compierà il golpe nel '52 (vedi cap. 2.5). ●

ATATURK E LA RIVOLUZIONE DEI “GIOVANI TURCHI”: il movimento dei “Giovani Turchi” fa la stessa operazione degli intellettuali arabi: teorizza cioè l'idea di “Nazione Turca”, concetto fino a pochi anni prima sconosciuto. L'origine è il movimento dei “Giovani Ottomani”. Questi infatti, pur essendo riusciti a imporre la concessione di una Costituzione e di un Parlamento nel 1876, furono poi costretti all'esilio dal Sultano. L'organizzazione allora rinascerà in una veste molto più radicale e nazionalista ---> nel 1889 nacque la “Società ottomana per l'unione e il progresso”, poi ribattezzata “Giovani Turchi”. Nel 1908 un nuovo colpo di Stato costituzionale reintrodusse la Costituzione e il Parlamento del 1876: i “Giovani Turchi” quindi furono in grado di ritornare in “patria”. Proprio allora comincia l'elaborazione culturale che porta alla nascita del concetto di “Nazione turca” e a una vera e propria terminologia nazionalista (prima, il termine turk era spregiativo - bifolco - e gli stessi giovani Ottomani fino all'inizio del '900 parlavano di Turkistan e non di Turchia). L'autore di queste “invenzioni linguistiche” è Ziya Gokalp, 1 dei padri del nazionalismo turco; importanti sono anche i testi e le tesi di alcuni studiosi occidentali che parlano anch'essi di “Nazione turca”. Il nazionalismo mirava a sostituire tutti i punti di riferimento tradizionali, considerati ormai non sufficientemente forti per mantenere unite le società musulmane in piena crisi. Inoltre, in quanto ideologia di origine occidentale, permetteva anche di contrapporsi efficacemente all'Occidente stesso. In realtà, sia nel mondo arabo sia nel mondo turco, la religione islamica manterrà sempre un'importanza fondamentale in quanto fattore di identità e unificazione, specie nelle zone rurali, nonostante tutte le politiche di laicizzazione e secolarizzazione. Il fallimento delle politiche nazionaliste farà poi riemergere l'Islam, benché sotto forma di ideologia, nell'integralismo.

Dal punto di vista politico e geo-politico, la I Guerra Mondiale segna la fine dell'unità dell'Impero Ottomano, che si disgrega così nelle varie componenti nazionali, vere o presunte. Nel 1919, il “Trattato di Sevres” stabilisce l'occupazione da parte di Italia, Francia e Grecia di alcuni territori della penisola turca ---> nasce il movimento di resistenza guidato ad Mustafa Kemal, uno dei leader dei “Giovani Turchi” ed ufficiale dell'esercito (N.B. L'esercito è stato il primo settore della società ottomana a essere stato riformato secondo il modello occidentale: ha quindi un ruolo essenziale nella diffusione delle idee occidentali). La Grecia, appoggiata dagli altri paesi occidentali, occupa altre zone della Turchia ma la controffensiva turca li costringe alla ritirata. Il “Trattato di Losanna” del '23 restituisce tutti i territori alla Turchia e nel '25, abolito il Sultanato, il presidente Kemal Ataturk (padre dei Turchi) proclama la nascita della Repubblica Turca.

2.4. LE RIVOLUZIONI PERSIANE del '900 In Iran nel corso del XX secolo ci furono 2 importanti rivoluzioni: la Rivoluzione Costituzionale del 1905-1906 e la Rivoluzione Khomeynista del 1979. Benché molto diverse negli esiti e negli obiettivi, possiedono caratteristiche in comune: - i gruppi protagonisti sono gli stessi: da un lato gli 'Ulama e la classe media (mercanti di bazaar) e dall'altro gli intellettuali “radicali” occidentalizzati ---> alleanza tra gruppi “tradizionali” e intellettuali, ma di breve durata; - la partecipazione delle masse, mobilitate dai suddetti gruppi, è fondamentale; - sono rivoluzioni eminentemente urbane (Teheran, Isfahan, Tabriz); - l'elemento scatenante è sempre la situazione economica del Paese, da cui poi partono rivendicazioni di carattere anche politico. ●

(premessa) L'INFLUENZA FRANCESE IN PERSIA: nel corso del XVIII secolo l'influenza culturale francese in Persia era stata molto forte e traeva origine dall'interessamento degli illuministi francesi alla figura di Zoroastro, considerato “libero pensatore”, e alla religione zoroastriana, fede di razionalità e libero pensiero. Dal punto di vista politico, l'avvicinamento alla Francia era un tentativo di sfuggire alla morsa anglo-russa ---> nel 1807 FR e Persia firmarono il “Trattato di Finckenstein”, con cui la FR si impegnava a garantire l'integrità territoriale della Persia e a riorganizzarne l'esercito. Il trattato rimase lettera morta, ma pose la base per un rapporto di amicizia e intesa tra FR e Persia. L'influenza francese diede avvio a una serie di riforme di razionalizzazione e modernizzazione, anche se meno incisive delle Tanzimat ottomane. Furono comunque sufficienti a creare una classe di intellettuali e uomini di governo filo-occidentali, la stessa che poi si scontrerà con gli 'Ulama negli anni successivi alla Rivoluzione Costituzionale. Un'altra eredità importante della cultura francese fu la nascita di un nazionalismo persiano, che passò soprattutto attraverso la riscoperta della storia pre-islamica (legittimazione culturale per gli intellettuali nazionalisti, come lo sarà per i “Giovani Turchi” di Ataturk, a sua volta modello per Reza Pahlevi); questo senso di orgoglio nazionale influenzò molto la classe dirigente persiana.

a) LA RIVOLUZIONE COSTITUZIONALE (1905-06) E IL COLPO DI STATO DI REZA KHAN PAHLEVI Come detto sopra, la base delle proteste è di carattere economico, in particolare la carestia del 1905-1906 e la crisi economica legata alla guerra russo-giapponese. A ciò si deve aggiungere la crescente sfiducia nei confronti dello Shah Muzaffar Al-

Din (esponente della dinastia Cagiara, già da tempo indebolita e screditata dagi attacchi degli 'Ulama) e le continue ingerenze dei paesi occidentali (specie della Russia). ●

LA VITTORIA DEI RIVOLUZIONARI: alla fine del 1905 i prezzi degli alimenti erano aumentati moltissimo a causa della carestia; inoltre, i mercanti (assieme agli 'Ulama) provavano ormai una profonda sfiducia nei confronti dello Shah, soprattutto perché questi aveva concesso forti privilegi ai mercanti russi ---> la protesta contro crisi economica (mercanti) si salda con la protesta antioccidentale ('Ulama). Gli 'Ulama cominciarono a incitare all'odio contro i Russi e fornirono protezione ai manifestanti all'interno delle moschee (convenzione dell'extraterritorialità degli edifici religiosi). La polizia represse duramente gli atti di violenza e vandalismo ma ormai la protesta era dilagata ---> all'inizio del 1906 gli 'Ulama, asserragliati nella città santa di Qom, proclamarono un loro sciopero finché il governo non avesse introdotto riforme liberali. Allo stesso tempo, mercanti e “occidentalizzati” si rifugiarono nella Legazione britannica e inviarono una rappresentanza a chiedere la concessione di una Costituzione scritta e di un'assemblea elettiva. Alla fine, nell'Agosto 1906, lo Shah decise di cedere, per timore che anche l'esercito passasse dalla parte dei rivoluzionari. Le manifestazioni tuttavia non si fermarono in quanto i realisti non volevano cedere sulla responsabilità dello Shah di fronte ai ministri e lo Shah stesso si rifiutava di firmare il testo della Cost. Infine, il 30 dicembre 1906, dopo 1 mese di scioperi, lo Shah firmò il testo della Carta Costituzionale, permettendo così anche la creazione di una assemblea elettiva (Majlis). Lo Shah Muzaffar Al-Din morì appena 5 giorni dopo e gli successe l'autoritario Mohammad Ali.



I CONTRASTI NEL FRONTE RIVOLUZIONARIO: il nuovo Shah tentò subito di abolire la Costituzione, con l'aiuto anche militare di Russia e GB e col supporto di quella parte di popolazione che dipendeva, direttamente o indirettamente, dalla corte reale. Tuttavia la popolazione insorse e nel 1909, dopo 3 anni di scontri, lo Shah fu costretto ad abdicare e gli successe il figlio di appena 11 anni (che nel '21 verrà destituito dal colpo di Stato militare di Reza Pahlevi). Anche se da questa descrizione può sembrare che il fronte rivoluzionario fosse unito, in realtà al suo interno celava contrasti profondi tra 'Ulama e mercanti e occidentalizzati. In particolare ci furono notevoli polemiche su 2 punti: ○ legge islamica: gli 'Ulama pensavano al nuovo Stato come a uno Stato Islamico, in cui quindi la legge di Stato sarebbe stata la shari'a. Proposero quindi la creazione di una Corte Suprema (composta da 'Ulama) incaricata di verificare la compatibilità delle leggi con la shari'a ---> opposizione delle altre componenti rivoluzionarie; ○ uguaglianza: coerentemente con quanto detto sopra, gli 'Ulama si opposero fortemente al riconoscimento dell'uguaglianza di tutti i cittadini: infatti consideravano l'appartenenza religiosa una discriminante fondamentale, tale per cui nessun non-musulmano avrebbe potuto ricoprire incarichi di governo. Si opposero poi fortemente all'uguaglianza di genere. È importante notare che anche la parte occidentalizzata e laica si richiamava alla religione Islamica, dandone però un'interpretazione più aperta (“Islam religione della tolleranza”). Comunque, queste divergenze spinsero gli 'Ulama a schierarsi dalla parte dei conservatori, ritenendo che alla fine sotto il regime dello Shah l'Islam fosse più protetto. Nel 1908 pubblicarono 1 manifesto in cui si opponevano all'introduzione di leggi “alla europea”, estranee all'Islam e chiedevano di allontanarsi da idee occidentali come nichilismo, socialismo, egualitarismo, ecc. ---> rifiuto dell'influenza occidentale-francese. Questa divisione indebolì ulteriormente il fronte rivoluzionario, già colpito e screditato da altri problemi e insuccessi: ○ la situazione economica non migliorò sensibilmente (i prezzi rimasero alti), anche perché molti



radicali erano di orientamento liberale e sostenevano il laissez-faire; la legge elettorale del 1906 ricalcò le tradizionali divisioni della società persiana e così una parte rilevante della popolazione rimase esclusa dal voto, e anche tra gli aventi diritto c'erano notevoli differenze. Il risultato fu che, alle prime elezioni, gli 'Ulama e i mercanti più ricchi conquistarono il 60% dei seggi, mentre il restante 40% fu occupato da proprietari terrieri, funzionari e alcune categorie di professionisti ---> Majlis controllata dalla classe media ---> ceti bassi spinti verso l'opposizione.

Nel frattempo infuriava la guerra civile con lo Shah (che continuò anche dopo la sua cacciata nel 1909, vista l'autorità nulla del figlio 11enne asceso al trono) e l'influenza occidentale si faceva sempre + soffocante: nel 1907 infatti GB e Russia si spartirono la Persia in 2 zone di influenza (Nord-Ovest alla Russia, Sud-Est alla GB ---> Iran diventava stato-cuscinetto fra i 2 imperi). ●

L'OCCUPAZIONE MILITARE ANGLO-RUSSA ('14-'21): allo scoppio della II guerra mondiale, preoccupate dalla guerra civile e considerata l'importanza strategica dell'Iran, Russia e GB inviarono delle truppe per presidiare le rispettive zone di influenza: chiaramente quest'evento determinò la completa perdita di autorità dello Shah, che perse il controllo del territorio. Al contrario, Russia e GB avevano tutto l'interesse a mantenere il loro controllo, specie dopo che nel 1908 l'inglese W.K. Arcy aveva scoperto le abbondanti riserve di petrolio iraniane. La situazione cambiò completamente nel '17, quando la Russia si ritirò dalla guerra (Rivoluzione d'Ottobre), lasciando così mano libera alla GB, che in pratica assunse il controllo totale. Questo potere divenne evidente alla fine del conflitto, quando la GB impedì alla delegazione persiana di partecipare alla Conferenza di Versailles (anche se formalmente la Persia era rimasta neutrale, voleva chiedere il pagamento dei danni dell'occupazione anglo-russa). In occasione appunto della Conferenza di Versailles, la delegazione persiana cercò l'appoggio del presidente USA Wilson. Gli USA infatti in quel periodo vedevano favorevolmente i movimenti rivoluzionari/di decolonizzazione (specie quello indiano) e si scontrarono piuttosto duramente con la GB su questo tema. Ciò nonostante, la morsa inglese sulla Persia era troppo stretta. La GB in seguito, consapevole dell'impossibilità/inopportunità politica di occupare militarmente il paese, cercò il consenso delle forze persiane meno ostili, disposte a collaborare. Nel 1919 fu concluso 1 accordo che in pratica stabiliva un protettorato inglese sul paese: alla fine però l'accordo non fu ratificato dal Parlamento per l'opposizione delle forze nazionaliste e cadde.



IL COLPO DI STATO E IL REGNO DI REZA KHAN PAHLEVI: in questa situazione di anarchia e occupazione militare, emerse la figura di Reza Khan, ufficiale dell'esercito e fervente nazionalista, affascinato dalla figura di Ataturk. In quanto comandante della “Brigata Cosacca” e col decisivo supporto logistico degli Inglesi, riuscì a farsi nominare Ministro della Guerra e comandante dell'esercito nel '21. Infine nel '26 fu nominato nuovo Shah di Persia e assunse il titolo regale di Pahlevi. Questo colpo di Stato quindi in realtà è 1 elemento di continuità, nel senso che è teso a garantire la continuità degli interessi occidentali (cioè inglesi) in Iran. Ovviamente il cuore di questi interessi era (e rimarrà fino alla fine della guerra fredda) lo sfruttamento delle riserve di petrolio. MANCA SICURAMENTE QUALCOSA SUL REGNO DI REZA PAHLEVI (LEZIONE DEL 18/12 ???) La struttura della società iraniana era la seguente: - classe superiore (1-2%): il potere politico; - classe media (23%): divisa fra “c.m. tradizionale”, 13% della popolazione ('Ulama, artigiani, piccoli commercianti, piccoli proprietari terrieri) e “c.m. moderna” (professionisti, impiegati, studenti universitari), il 10%;

- classe bassa (75%): divisa fra “c.b. urbana”, 32% (operai, salariati dei bazar, disoccupati) e “c.b. rurale”, 45% (contadini, braccianti). Gli 'Ulama erano figure di mediazione fra le diverse classi e quindi avevano un ruolo importante, specie per l'élite politica per la quale era molto utile mantenere i contatti con la classe media. Tuttavia la politica di centralizzazione autoritaria e laicista dello Shah Reza Pahlevi porterà all'alienazione del ceto medio.

b) LA RIVOLUZIONE KHOMEINYSTA (1979) ●

LE INGERENZE OCCIDENTALI E LA DITTATURA DELLO SHAH MUHAMMAD REZA: a partire dagli anni '30, oltre all'influenza inglese, si sviluppò 1 stretto legame tra Iran e Germania (direttiva di espansione mediorientale già dai tempi di Bismarck, cfr. ferrovia Berlino-Baghdad). In Iran infatti erano presenti molti funzionari tedeschi, e le altre potenze europee (in particolare l'Inghilterra, a causa dell'India) erano preoccupate di questa forte influenza tedesca, specie dopo lo scoppio della II GM. La GB allora fece pressioni sullo Shah (che comunque non era entrato nel conflitto) perché espellesse i funzionari tedeschi e offrisse le ferrovie alle potenze dell'Intesa. Lo Shah però si oppose. La situazione precipitò nel 1941 quando l'URSS attaccò l'Iran ---> il paese fu diviso in 2 zone d'influenza: la zona sud-est sotto controllo inglese e la zona nord-ovest sotto controllo sovietico. Lo Shah fu costretto ad abdicare e al suo posto fu insediato il figlio Muhammad Reza Pahlevi. Il nuovo Shah si dimostra subito disponibile ad avviare 1 processo di democratizzazione. Cerca di instaurare buoni rapporti con la classe media, specie con gli 'Ulama, e vi riesce. Fino al '53 tenta la via della monarchia costituzionale: propose una bozza di modifica della Costituzione al Marja-ETaqlid (Imam shi'ita di grado più alto) Burujerdi, che inizialmente si dimostra abbastanza disponibile al dialogo. Nel corso degli anni '50, però, ci sono nuove ingerenze da parte dei paesi occidentali e soprattutto lo Shah abbandona la strada della democratizzazione: ○ Nel '51 viene eletto un governo laico del “fronte nazionale”, guidato da Mossadeq e che include nazionalisti, repubblicani e liberali. La prima decisione del nuovo governo è quella di nazionalizzare le compagne petrolifere ---> immediata e durissima reazione degli USA, che interrompono i rapporti diplomatici con l'Iran e boicottano il petrolio iraniano ---> (quasi) collasso dell'economia iraniana, totalmente dipendente dal settore petrolifero; ○ Nel '53 lo Shah destituisce il governo e col supporto della CIA instaura praticamente 1 regime assoluto e (ovviamente) fa marcia indietro sulla nazionalizzazione del settore petrolifero. ---> blocco sul nascere dell'evoluzione democratica e rottura dei rapporti tra Shah e ceto medio. La marginalizzazione degli elementi moderati e soprattutto di quelli estremisti (sia religiosi che laici) avrà conseguenze molto importanti. Da questo momento in poi gli USA conserveranno sempre 1 fortissima influenza sullo Shah e lo sosterranno ad oltranza. In cambio, tra le altre cose, con il “Trattato di Baghdad” del '55, l'Iran entra ufficialmente a far parte del “blocco occidentale”, assieme a Pakistan, Iraq e Turchia. Nel '63 comincia la “Rivoluzione bianca”, cioè 1 processo di modernizzazione calato dall'alto e fortemente supportato da USA e GB (e di cui lo Shah approfitta per aumentare ancora il suo potere). Importante nel '67 la riforma del diritto di famiglia, che limita la poligamia e parifica il divorzio per la donna ---> queste riforme mettono in agitazione gli estremisti religiosi (tra cui spicca la figura di Khomeyni) che tuttavia sono ancora una minoranza fra tutti gli 'Ulama.



L'ATTIVITÀ DI KHOMEYNI FINO ALL'ESILIO ('64): Khomeyni era di origini indiane e suo padre era un religioso e piccolo proprietario terriero. Rimasto presto orfano, continua gli studi e agli inizi degli anni '20 entra nell'importante seminario della città santa di Qom, dove studia filosofia mistica (irfan). È una materia in cui si studia anche la teoria di governo ---> importante la teoria di

Ibnarabi, che parla de “l'uomo perfetto” (insan-al-kamil), figura carismatica che riflette la “luce del profeta” (leader con legittimazione religiosa). Khomeyni, affascinato da questo concetto, nel '31 scrive il testo “La luce della guida”, in cui addirittura parla dell'insan-al-kamil come del reggente inviato da Dio sulla Terra, che non solo conosce le norme della shari'a ma ne comprende pienamente il senso più profondo. Quando, a metà degli anni '40, Burujerdi viene eletto Marja-E-Taqlid, favorisce molto il seminario di Qom che così si ingrandisce rapidamente (triplo degli studenti in 15 anni). Grazie anche all'importanza di Qom, il centro religioso della Shi'a si sposta gradualmente dall'Iraq all'Iran. Khomeyni in questa fase si mette in mostra diventando responsabile della raccolta fonde presso il mondo mercantile ---> vicinanza con Burujerdi. Gli attriti tra Khomeyni e Burujerdi cominciano quando quest'ultimo dialoga e collabora con lo Shah per la riforma democratica del paese. Tuttavia Khomeyni non può ancora ambire a sostituire Burujedi nel ruolo di leader religioso. Nel '61 Burujerdi muore e si apre quindi contesto favorevole all'ascesa di Khomeyni (che diventa Ayatollah = segno di Dio) ---> nelle votazioni per il nuovo Marja-E-Taqlid, infatti, Khomeyini vince, soprattutto grazie alla sua intensissima attività politica contro lo Shah. In particolare, ebbe successo la sua campagna contro la proposta di riforma della legge elettorale, che apportava le seguenti modifiche principali: - eliminava l'obbligo di giuramento sul Corano; - i membri del Governo non dovevano più essere per forza musulmani; - dava il diritto di voto alle donne. Un'altra lotta che gli procura l'appoggio degli 'Ulama è la protesta contro il progetto di riforma agraria del '63 che andava a danneggiare pesantemente gli interessi degli 'Ulama. Comincia in quest'occasione ad utilizzare una pesante retorica anti-monarchica che irriterà profondamente lo Shah ---> nel '63 viene incarcerato, dopo che ha duramente condannato l'uccisione di 1 studente di 1 scuola islamica da parte della polizia, definendola 1 “violazione dei principi islamici”. Alla fine, nel '64, viene esiliato, ma continua anche dall'estero a condurre una martellante campagna contro lo Shah (la cui repressione si fa di anno in anno più dura, facendo aumentare il malcontento della popolazione). ●

IL PENSIERO POLITICO DI KHOMEYNI: Khomeyni fin dal suo ingresso nel seminario di Qom negli anni '20 partecipò alle proteste contro il regime dello Shah Reza Pahlevi. In seguito, già negli anni '40 scrive testi contro la monarchia “illegittima” e in particolare contro quella “laicissima” dello Shah Reza e di suo figlio Muhammad (mentre dice che se la monarchia rispetta la shari'a gli 'Ulama possono anche collaborare, ma è comunque 1 situazione transitoria, di emergenza). D'altra parte, però, si scaglia ben più violentemente contro la democrazia costituzionale, perché dice che produce norme basate sulla volontà popolare, andando così a corrompere la shari'a; più precisamente, elenca 4 ragioni per cui la democrazia è dannosa: - introduce leggi imperfette; - non è adatta alla cultura iraniana; - porterebbe in Iran i mali dell'Occidente (N.B. sono gli anni della II GM); - per sua natura non riconosce la supervisione/tutela spirituale degli 'Ulama ---> per sua natura è legata agli interessi di 1 élite. Col tempo, la sua posizione nei confronti di qualunque governo laico/non islamico diventa sempre più dura (dice che l'Imam occultato vieta forme di governo laiche, e poi dice che la democrazia è viziata all'origine dalla sua origine occidentale) e la sua propaganda anti-occidentale sempre più martellante (complotto occidentale/europeo per soggiogare l'Iran – in parte vero,come abbiamo visto prima). La soluzione da lui proposta, durante 1 serie di conferenze in Iraq negli anni '60, è un governo islamico che applichi rigorosamente la shari'a (elevata a legge di Stato) in cui il capo è delegato ed

assistito e strettamente controllato dal consiglio degli 'Ulama. Dunque, un governo islamico dove i giuristi sono l'Imam e gli 'Ulama e dove la legge di Stato è la shari'a: è la realizzazione del “Regno di Dio”, in cui la sovranità idealmente appartiene solo a Dio. Durante l'esilio tende a tenere 1 linea più moderata, almeno a parole (vive anche a Parigi), ma in realtà tiene aperte tutte le possibilità. Si rende conto che il movimento che lo segue è molto eterogeneo e che quindi non tutti avrebbero accettato il governo islamico tout court da lui teorizzato. Intanto, con la crisi petrolifera del '73, l'Iran può approfittare degli altissimi prezzi del greggio e realizza imponenti profitti, divisi soltanto fra l'élite e che vengono investiti in una modernizzazione/industrializzazione rapida e disordinata (nasce nuovo subproletariato urbano). Nel '75 però i prezzi calano e l'economia rallenta; contemporaneamente il presidente USA Carter fa pressione sul governo dello Shah perché rispetti i diritti umani ---> è 1 situazione molto difficile per lo Shah, e di lì a pochi anni lo diventerà ancora di più. ●

IL RITORNO IN PATRIA ('79), IL TRIONFO E LA MORTE ('88): nel '78 un giornale iraniano critica duramente Khomeyni ---> violente manifestazioni di protesta e scontri con la polizia. L'anno seguente lo Shah è costretto alla fuga e viene accolto negli USA. Così nel '79 Khomeyni rientra trionfalmente in patria e diventa leader di un blocco rivoluzionario in cui erano presenti anche elementi laici. Ben presto però la componente islamica diventa preponderante, perché era cominciata una delegittimazione del governo laico dal basso (ovviamente fomentata da Khomeyni e dai suoi seguaci; importanti i “Comitati di salute pubblica” - komiteh – che imponevano le regole della shari'a nelle grandi città). Per di più, gli stessi esponenti laici non erano uniti e non avevano presentato alcun programma unitario. A questo punto è il popolo stesso a invocare Khomeyni come leader dell'Iran islamico (Rahbar, la guida) ---> nel Marzo '79, appena 3 mesi dopo il suo ritorno in patria, il referendum per scegliere tra democrazia e Repubblica Islamica è praticamente 1 plebiscito annunciato (98% dei voti per la repubblica islamica). Nel frattempo, ovviamente, i collaboratori dello Shah venivano perseguitati duramente e ci sono moltissimi morti. C'è anche l'episodio dell'occupazione dell'ambasciata USA: con l'esplicito appoggio di Khomeyni, il 4 Novembre '79 i pasdaran (guardiani della Rivoluzione) presero in ostaggio 54 cittadini americani, chiedendo in cambio la consegna dello Shah. Il presidente Carter ordinò 1 blitz militare, che fallì ma comunque alla fine, il 19 Gennaio '81, gli ostaggi vennero liberati (ricordo del colpo di Stato del '53) ---> rottura totale dei rapporti con gli USA (definiti “Il grande Satana”) e dimissioni di Bani Sadr, il presidente laico (questo episodio rappresenta la fine di ogni parvenza di laicità/democrazia, anche perché tutti gli esponenti del partito comunista Tudeh , l'ultimo “sopravvissuto”, vengono arrestati). Inoltre Khomeyni si scontra con alcuni 'Ulama più moderati e arresta l'ayatollah Sharlat-Madari. La prima bozza di Costituzione è ancora relativamente moderata (non istituisce la shari'a come legge di Stato) ma prevede già 1 “Consiglio degli 'Ulama” con compiti di controllo. Viene comunque approvata anche da alcune componenti laiche. I laici poi chiedono 1 revisione del testo ma gli 'Ulama conquistano 55 seggi sui 73 della commissione di revisione ---> revisione radicale: si decide per un impianto presidenziale ma è prevista 1 autorità religiosa addirittura superiore al presidente (il Faqih - il giurista islamico secondo la teoria di Khomeyni della Vilayat-I-Faqih, cioè “la supervisione/tutela del giurista”). Comunque la Costituzione rimarrà sempre ibrida, nel senso che non parla esplicitamente di Repubblica Islamica. Nei primi anni '80 c'è il problema di mantenere il consenso delle masse sempre più disilluse. Khomeyni, che si è auto-proclamato “Guida della Rivoluzione” a vita, dopo i primi provvedimenti rigidamente islamici, già nell''81 mitiga gli interventi e le leggi del governo (anche per uscire dal

pesante isolamento internazionale). La guerra contro l'Iraq, scoppiata il 22 Settembre 1980 e conclusasi solamente 8 anni dopo, il 20 Agosto 1988, creò un clima di forte patriottismo e rinsaldò la popolazione intorno al governo islamico, specie le classi più basse, che sopportavano il maggior peso della guerra. Una misura adottata dal governo per conquistare il consenso dei ceti sociali più disagiati fu quella di affidargli il controllo dei già citati komiteh (comitati di salute pubblica), che dovevano far rispettare le norme islamiche (specie degli esponenti del ceto medio, più insofferenti verso di esse) ---> islamizzazione della società affidata alle masse più reazionarie con lo scopo di controllarle.

2.5. IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO (o ISLAM POLITICO) È una corrente politica/ideologica nata e sviluppatasi nel XX secolo e si pone l'obiettivo di conquistare il potere politico e di fondare uno Stato islamico, basato sulla dottrina coranica. Il termine “fondamentalismo” è ormai predominante ma non è del tutto corretto perché scarsamente aderente alla realtà islamica: infatti nella religione islamica i fondamenti sono pochi e molto chiari, i “5 pilastri”, e il fondamentalismo non rappresenta la riproposizione di vecchi ordini sociali. Al contrario, quella che propone è un'idea assolutamente nuova, che riprende elementi della tradizione e li decontestualizza. La letteratura inglese parla di Islamism o di Political Islam mentre la letteratura francese parla di Integrism (o Integralismo): sono tutte definizioni più corrette che mettono in luce diversi aspetti di questi movimenti. Da una parte l'importanza preminente data all'aspetto politico (la conquista dello Stato è fondamentale), dall'altra la volontà di regolare integralmente la vita degli abitanti dello Stato islamico. ●

NASCITA DELL'IDEOLOGIA: i movimenti integralisti più importanti nascono tra gli anni '20 e '40 del XX secolo, perché in quegli anni i paesi musulmani subirono enormi e velocissime trasformazioni. Così, in Egitto nel 1928 nasce il partito Hwan Al-Muslimin (Fratellanza musulmana) fondato da Hasan Al Banna (cui succede Sayyid Qutb) e in India nel 1941 Abul Ala Mawdudi fonda la Jama'at-I-Islami (Partito islamico). I loro testi più importanti sono ”All'ombra del Corano”, “Pietre miliari” (di Qutb) e “Legge e Costituzione islamica” (di Mawdudi): questi libri hanno ispirato tutti i numerosissimi gruppi islamisti/integralisti (come il Fis – fronte di liberazione islamico – in Algeria, il Refah in Turchia, Hamas in Palestina). Non è casuale che queste ideologie nacquero in Egitto e India, dato che all'interno del mondo islamico questi 2 paesi erano sempre stati i più attivi e importanti dal punto di vista culturale. Inoltre, erano anche i 2 paesi che avevano subito in misura maggiore l'impatto dell'Occidente; di più, i fondatori di questi movimenti erano stati formati in scuole di tipo occidentale e avevano ricevuto una formazione di tipo moderno ---> integralismo/islamismo/fondamentalismo non è 1 ritorno al passato, benché prenda a prestito numerosi elementi dalla tradizione. La difficoltà di interpretazione del fondamentalismo derivano proprio dal suo rapporto ambiguo con la tradizione: proclamano di voler restaurare il “vero” Islam, quindi quello tradizionale, ma poi attaccano i detentori del sapere tradizionale, cioè gli 'Ulama (eccezione della rivoluzione Khomeynista).



LA CATEGORIA DEL FONDAMENTALISMO RELIGIOSO: un mito da sfatare è la presunta unicità del fondamentalismo islamico, come se fosse connaturato alla religione islamica. In realtà, la categoria del fondamentalismo religioso è applicabile (e si ritrova realmente) in altre religioni, con le caratteristiche essenziali sostanzialmente comuni: ○ astoricità: negano l'evoluzione storica della propria religione, cioè i cambiamenti e le trasformazioni che ha dovuto affrontare per adattarsi alle mutevoli condizioni politiche/sociali/storiche;







essenzialismo: negazione della complessità della tradizione e quindi del ruolo dei dotti, che “filtrano” gli elementi della tradizione facendo da mediatori ----> i leader dei movimenti fondamentalisti molto spesso non hanno studiato nelle scuole religiose e anzi hanno lauree tecniche/scientifiche; attacco alle autorità religiose tradizionali: perché viste come principali responsabili della “corruzione” della religione; affermano così l'universalità dell'autorità (tutti possono interpretare la tradizione/testo sacro), negando l'esistenza di un clero ---> Eisenstadt parla di “negazione della distanza centro-periferia”; importanza del politico: il potere politico è lo strumento migliore per proteggere l'Islam.



LE DIFFERENZE COI MOVIMENTI RIFORMISTI DEL '700/'800: i movimenti riformisti come Deoband/ecc guardavano soprattutto alla società musulmana e puntavano alla sua riforma secondo i canoni scritturalisti del Corano; la riforma della sfera politica musulmana sarebbe venuta di conseguenza (movimento dal basso verso l'alto). Al contrario, il discorso fondamentalista procede in maniera opposta: movimento elitario, dall'alto verso il basso ---> prima islamizzazione del potere politico (shari'a legge di Stato) poi di conseguenza della società. 1 altra differenza è che i fondamentalisti non riconoscono alcuna rilevanza/importanza alle scuole religiose e soprattutto giuridiche tradizionali.



L'ESPERIENZA INDIANA DELLA JAMA'AT-I-ISLAMI: il contesto storico ('41) è il fallimento del movimento anticoloniale unitario, che ha come conseguenza lo sbandamento della classe dirigente musulmana e una lunga scia di violenze intercomunitarie indù-musulmani. Un'altra conseguenza, però, fu anche la consapevolezza della capacità di mobilitazione dei musulmani indiani intorno ai simboli del Califfato mughal: soprattutto il leader della Muslim League Jinnah sfrutterà questi simboli per mobilitare i musulmani indiani, specialmente riguardo al progetto del Pakistan ----> l'idea del Pakistan (e la Muslim League stessa) è sostanzialmente laica, dell'Islam prende solo i caratteri esteriori e simbolici: Mawdudi dunque assiste a questa de-islamizzazione della scena politica indiana. Mawdudi prende molti elementi organizzativi dalla Muslim League ma l'impostazione del partito è radicalmente differente: la Jama'at-I-Islami è un partito appunto integralista che in quanto tale nega l'idea di nazione/nazionalismo (non crede che la soluzione ai problemi dei musulmani indiani sia una loro nazione; al contrario, sostiene che in nome dell'eredità dell'Impero Mughal i musulmani indiani dovevano rivendicare il possesso di tutto il subcontinente indiano). Inizialmente nell'idea di Mawdudi non erano presenti elementi rivoluzionari: l'estremizzazione del suo movimento avviene solo di fronte al successo dell'idea nazionalista, con il dichiarato obiettivo di porsi a guida dei musulmani indiani al posto dei dirigenti laici della League (obiettivo mai conseguito). La Jama'at-I-Islami subì anche altre influenze: in particolare, molto importante fu l'apporto della dottrina marxista-comunista (conosciuta ad Hyderabad, la città-stato nella quale viveva) specie nell'idea del partito come “avanguardia della rivoluzione” e nella dinamica storicista del rapporto tra Islam e infedeli. Tuttavia, non accoglie l'idea di rivoluzione violenta (dittatura del proletariato) ma anzi parla di “rivoluzione irenica”, graduale e lenta. 1 altra influenza è quella dello Shaikh sufi nella figura del leader del partito (Anir), molto influente e autoritaria. Inoltre, dal sufismo trae anche l'idea di comunità: proprio per questo la Jama'at rimase sempre in bilico tra partito politico tradizionale e comunità religiosa. Questa ambiguità si riflesse anche nell'atteggiamento rispetto alla vita politica: a volte decise di partecipare alla vita politica, a volte assunse 1 atteggiamento più radicale/extra-istituzionale. Riguardo al rapporto con la Muslim League, era chiaramente antagonista. Mawdudi la definì Jama'at-I-Jahiliya, cioè “partito dell'ignoranza”: il termine Jahiliya è molto ampio, identificando tutto ciò che è estraneo all'Islam ortodosso (quindi anche i cattivi musulmani) e venne ripreso anche

dagli islamisti egiziani. La Jama'at si trasferì in Pakistan subito dopo la fondazione, nel '47 (tradendo l'idea di Umma perché formò in pratica 2 partiti, con la Jama'at indiana che divenne sempre meno importante): l'obiettivo della Jama'at allora divenne quello di trasformare il Pakistan in 1 Stato islamico (con la stesura di 1 Islamic Constitution). 1 primo contrasto all'interno del partito fu quella tra leader “autodidatti” (a partire da Mawdudi) e quegli 'Ulama appartenenti a scuole minori/marginali che all'inizio entrarono nel partito; alla fine comunque i membri del partito furono quasi esclusivamente persone con 1 formazione laica, persino comunisti. Mawdudi riteneva l'Islam 1 ideologia coerente, razionale e ordinata (non frutto di 1 evoluzione complessa e disordinata), che poteva confrontarsi con le altre ideologie dominanti del tempo, di origine europea (comunismo, fascismo, capitalismo, ...). Ritroviamo qui la visione astorica tipica degli integralismi, in particolare nel rifiuto della separazione tra politica e religione e nella visione idealizzata della comunità originaria del Profeta, e l'essenzialismo (negazione della complessità della tradizione). Un punto molto importante è la sovranità della shari'a: per lui in 1 Stato islamico la sovranità appartiene a Dio, e l'unico modo per far sì che questo avvenga è che la legge di Dio venga applicata integralmente. Qui è determinante la concezione di shari'a di Mawdudi: egli la vede come 1 insieme semplice, ordinato e coerente (proprio per questo, e per togliere potere agli 'Ulama, ignora le fonti secondarie come la ijma e il qiyas) ---> dalla shari'a, applicata integralmente, si possono derivare tutte le regole necessarie alla vita dello Stato Islamico. 1 problema lasciato irrisolto da queste teorie è che Mawdudi non indica un'autorità che implementi e faccia rispettare la shari'a. Leggendo gli scritti di Mawdudi, si può ritenere che lui pensasse alla Jama'at come “fabbrica” della classe dirigente. Sul piano sociale, economico e privato, l'applicazione integrale della shari'a avrebbe avuto enormi conseguenze (visione estremamente conservatrice e gerarchica sia della società sia della famiglia). Nello Stato Islamico, la regola suprema è l'etica islamica e quindi i dirigenti statali devono essere uomini di provata fede e moralità. La struttura statale è quindi estremamente gerarchica, con il Capo di Stato (chiamato sempre Anir) assistito da una assemblea consultiva (sul modello della Shura, l'assemblea dei saggi) ---> si sforza di ricostruire 1 Umma molto idealizzata e “adatta” al subcontinente indiano del suo tempo. Dal punto di vista pratico e alle elezioni, i risultati della Jama'at furono sempre piuttosto deludenti, tranne che nel periodo '77-'88, durante la dittatura militare di Zia-Ul-Haq. Questi era 1 generale che fece 1 serie di riforme di stampo fortemente islamico (le “ordinanze Hudud”; gli Hudud - “limiti divini” - sono i 5 “peccati capitali” per cui la shari'a prevede pene specifiche), molto influenzate dalla Jama'at ---> in generale la Jama'at quindi agì più come gruppo di pressione piuttosto che come partito politico “classico” e non dovette mai affrontare 1 scontro frontale con lo Stato, a differenza del caso egiziano dell'Hwan Al-Muslimin. ●

L'ESPERIENZA EGIZIANA DELL'HWAN-AL-MUSLIMIN: il contesto storico ('28) non è molto differente da quello indiano, con l'Egitto monarchia tradizionale formalmente indipendente ma in realtà sottoposta al protettorato inglese. In Egitto però la protesta anticoloniale assunse fin da subito 1 marcato carattere nazionalista. È importante notare che nel '24 (solo 4 anni prima della fondazione della Hwan-Al-Muslimi) l'assemblea nazionale turca aveva abolito il Califfato ---> la “Fratellanza Musulmana” era espressione del rifiuto della de-islamizzazione della sfera sociale e politica. 1 importante serbatoio di consenso alla Hwan venne anche dalle masse contadine sradicate dalla campagna a causa della velocissima e selvaggia urbanizzazione. L'evoluzione della Hwan può essere distinta in 2 periodi:



Nascita e evoluzione (leader: Hasan-Al-Banna): in questa fase è 1 movimento ancora a metà tra partito integralista e movimento riformatore. Hasan Al-Banna studiò come insegnante (contatto con idee occidentali, frequentazione degli ambienti nazionalisti) ma ben presto divenne 1 predicatore contro la crescente occidentalizzazione ---> all'inizio la Hwan fu 1 movimento di tipo tradizionale con 2 obiettivi: la predicazione (Dawa) e la ricostituzione del Califfato. All'interno del partito, la posizione di Al-Banna era quello di 1 leader incontrastato. La sua posizione però era ben diversa da quella del suo successore Qutb, perché era 1 organizzatore, 1 leader carismatico piuttosto che 1 ideologo. Già con Al-Banna tuttavia si assiste verso la fine degli anni '30 a 1 evoluzione della Hwan in senso integralista, in cerca dell'appoggio non solo delle masse urbane sradicate ma anche degli intellettuali. All'inizio i rapporti tra la Hwan e la monarchia egiziana di re Farouk sono cordiali, perché l'attività di dawa era ben vista. I problemi cominciano quando la Hwan prende posizione nella questione palestinese, che cominciava proprio in quegli anni, criticando l'inazione dello Stato ---> la sconfitta araba del '48 contro Israele scredita moltissimo la già instabile monarchia ---> nel '48 il primo ministro egiziano resta ucciso in 1 attentato attribuito alla Hwan, che però nega e lo attribuisce a 1 frangia estremista autonoma. Ciò nonostante comincia una dura persecuzione dei membri del movimento. La prima fase si conclude nel 1949 con l'uccisione di Al-Banna durante la repressione governativa.



Radicalizzazione (leader: Sayyd Qutb): Qutb riprende molti dei concetti di Mawdudi ma li estremizza e li interpreta con 1 violenza verbale nuova. In questa fase cambia anche lo stile di azione dell'organizzazione: abbandono della tradizionale predicazione e totale condanna e scomunica della società e del governo egiziano ---> azione concreta = jihad. Perché questo cambiamento? Tutti i movimenti islamisti/integralisti rispondono alla sfida posta dagli Stati moderni, più efficienti e pervasivi, con cui non è possibile il dialogo, con la radicalizzazione del linguaggio e delle azioni ---> nel '52 in Egitto c'è il colpo di Stato militare di Nasser Sadat: questa è la scintilla che provoca l'estremizzazione della Hwan, costretta in questo anche dalla feroce repressione della dittatura militare. A dire il vero, all'inizio i rapporti con la giunta furono positivi, addirittura di collaborazione, ma già nel '54 ci fu la prima ondata repressiva. Ci sono poi anche le vicende personali di Qutb, che è fra i primi a subire la repressione: le sue opere più importanti sono state scritte proprio in carcere, per cui è ovvio che in esse traspare un odio profondo per lo Stato egiziano. La formazione di Qutb è simile a quella di Al-Banna: studi da insegnante, frequentazioni nazionaliste. Qutb però fu anche giornalista e criticò aspramente la monarchia ---> fu inviato per 3 anni negli USA, nella speranza di farlo diventare ammiratore dell'Occidente: chiaramente non fu così, tanto che appena tornato in Egitto entrò nella Hwan. Il concetto chiave dell'opera di Qutb (inserito nel testo “Pietre miliari”) è la jahiliya, di cui abbiamo già parlato. È 1 concetto amplissimo, traducibile con “barbarie”, che ha 1 connotazione religiosa: è la condizione dei pagani, dei “senza Dio”. Le violenze cui assistette in carcere lo convinsero che i carcerieri fossero così crudeli perché fossero appunto senza Dio: all'adorazione (ubudiya) di Dio avevano sostituito l'adorazione del leader (Nasser), la sovranità (hakimiya) era passata da Allah a Nasser ---> estende il concetto a tutta la società egiziana: una società pervasa dalla jahiliya. Allora, cosa devono fare i musulmani? Devono seguire l'esempio del Profeta, inizialmente cercando la separazione per rafforzarsi (Hijra: Maometto va a Medina e forma la Umma) e poi riconquistare la società egiziana (Maometto conquista la Mecca) ---> idea radicalmente nuova per l'Islam sunnita: in passato infatti l'unità della Umma era ritenuta il bene supremo e la presenza di un leader politico nominalmente musulmano era considerata sempre meglio

dell'anarchia e della separazione (fitna), “censurando” così ogni delegittimazione e critica del potere politico anche solo nominalmente musulmano, come il “socialismo musulmano” di Nasser (diverso il caso del clero shi'ita, minoranza in opposizione al potere politico sunnita: non a caso per Khomeyni fu facile attaccare il potere dello Shah). Qutb risente anche qui dell'influenza di Mawdudi, nell'idea di “avanguardia rivoluzionaria” islamica (benché l'idea di rivoluzione sia molto diversa, tutt'altro che “irenica”) che compie la fitna, per riportare l'Islam all'età dell'oro (cioè prima del contatto con l'Impero Bizantino e i Sassanidi, cioè i Persiani ---> visione astorica che nega l'evoluzione storica dell'Islam). L'idea di Qutb è quella di una lotta attiva e violenta (dawa non + sufficiente), i 2 concetti base sono l'harakat (movimento) e la jihad (intesa come vera e propria battaglia). L'insieme di queste idee di Qutb, che toccavano temi cruciali per l'Islam contemporaneo (specie la critica al potere politico), ne fecero 1 riferimento per tutti i movimenti islamisti del mondo e la sua influenza è determinante ancora oggi. Qutb condanna tutte le società non musulmane cioè che “adorano” qualcosa di diverso da Dio: le società comuniste (adorazione del Partito), le società democratiche (potere del popolo non di Dio), le società musulmane a lui contemporanee (pur composte da persone musulmane, ma che professano 1 versione “impura” dell'Islam, come l'Islam “evoluto” di Nasser e degli 'Ulama che lo avevano appoggiato)... Per Qutb è essenziale mantenere la supremazia della shari'a, perché ritiene che solo l'ordine di origine divina sia garanzia di giusto governo ---> assoluta sfiducia nei confronti dell'uomo (similitudine con Khomeyni). È radicale anche in questa sfiducia, quando indica solo il Corano come fonte di diritto, “svalutando” la sunna (tradizione mediata dagli uomini). Infatti per prepararsi l'”avanguardia rivoluzionaria” avrebbe dovuto studiare ed assimilare solo il Corano. Qutb verrà condannato a morte nel '66, assieme ad altri leader della Hwan, accusata di un nuovo complotto ai danni del governo militare. Le reazioni della società egiziana furono molte e diverse. Il titolare della cattedra (lo sheik) delle fatwa (le opinioni giurisprudenziali) della madrasa di El Cairo condannò totalmente le tesi di Qutb espresse nelle “Pietre miliari” (lo chiama “kharijita”: i “kharijiti” erano 1 gruppo shi'ita che si staccò dalla Shia durante le lotte tra Alì, leader degli shi'iti, e Mu'awiya, poi divenuto il I Califfo Ommiade ---> simbolo dell'eresia pura, del peccato peggiore, la fitna). In particolare condannano il suo invito alla fitna, alla ribellione contro il potere politico formalmente musulmano di Nasser e la sua eresia della condanna dei musulmani contemporanei (nessun musulmano può scomunicare altri musulmani sulla base delle sue convinzioni). All'interno della Hwan stessa, nel tempo si formarono 2 correnti: la prima (i membri + anziani che avevano vissuto la repressione) più moderata (capeggiati da Al Hudaybi), la seconda (i + giovani) più radicale (interpretazione letterale delle “Pietre miliari”). Nel '69 proprio Al Hudaybi scrisse il testo “Predicatori non giudicatori” ??? in cui ammorbidiva le posizioni del movimento: ritorno alla predicazione per correggere la juhl (ignoranza) di molti musulmani egiziani (non dell'intera società, ancora musulmana e non pagana), che non possono essere scomunicati per questo. Anche il fratello di Qutb, Mohammed, si impegnò a dare una lettura moderata delle idee di Qutb. Questi cambiamenti furono sollecitati dal nuovo atteggiamento della giunta militare, al cui vertice nel '70 era salito Sadat, che eliminò le tracce di “socialismo” care a Nasser e anzi perseguitò l'opposizione “da sinistra” al regime: a quest'apertura dello Stato egiziano la Hwan sentì il dovere di rispondere con 1 moderazione delle proprie posizioni. L'ala estremista della Hwan per 1 po' convivette con l'ala più moderata, poi nel '75 si staccò fondando la “Società dei musulmani” (Jama'at-Al-Muslimin) e dal '77 scatenò più ondate terroristiche, uccidendo Sadat stesso nell'81 (colpevole di esser sceso a patti con Israele: vedi nel '79 gli accordi di Camp David). L'ondata repressiva che ne seguì colpì in maniera molto dura sia l'ala estremista sia l'ala moderata della Hwan, che si disperse in altri paesi arabi. In ogni

caso, al suo ritorno in Egitto tenne ancora 1 linea moderata. ●

L'ISLAM POLITICO (lezione in piazza 11/10/2008): è una corrente nata fra le 2 guerre mondiali che è chiamata erroneamente “fondamentalismo islamico”. È un termine scorretto perché implica un ritorno ai fondamentali della religione islamica: in realtà, i fondamentali sono i 5 pilastri e sono già rispettati da tutti. Meglio allora parlare di “Islamismo” o “Integralismo”. Questa corrente considera lo Stato il vettore preferito per espandere e consolidare la fede islamica ---> supremazia della sfera del politico. Le 2 esperienze più importanti sono quella in Egitto (“Partito della fratellanza musulmana” - Hwan Al-Muslimin - fondato da Hasan Al-Banna) e in India (“Partito islamico” - Jama'at-I-Islami - fondato da Mawdudi). Solitamente si tende a considerare questi movimenti come fortemente conservatori: in realtà sono movimenti che portano forti innovazioni nel mondo islamico. Il tradizionale rapporto equilibrato tra politica e religione viene completamente squilibrato a favore della sfera politica/statale/pubblica: l'importanza della sfera religiosa/civile/privata viene negata (movimento astorico ---> nega l'evoluzione storica predicando un ritorno a una mitica comunità primigenia) e vista come “corruzione occidentale”. Un altro mito da sfatare è quello del carattere intrinsecamente violento di questi movimenti: ad es. in India Mawdudi stesso parla della re-islamizzazione come di un processo pacifico, che passa attraverso la rieducazione delle élite (il partito di Mawdudi infatti partecipò sempre alle elezioni fino a qualche anno fa, con risultati sempre molto scarsi). Diverso il discorso in Egitto: qui la fratellanza musulmana ha sempre tentato di dialogare con il potere politico finché è stata repressa duramente dal potere politico dopo che negli anni '30 prese posizione sulla questione ebreo-palestinese. Diverso ancora il discorso del Pakistan dove i contatti con le élite furono e sono tuttora molto intensi. Questo “ritorno all'antico” ha un elemento di fortissima modernità nel momento in cui attacca le famiglie che da secoli avevano l'esclusiva del pensiero religioso: è un attacco ai poteri tradizionali nel nome del “fedele della strada” (parallelismo con movimenti fascisti e nazisti, almeno in parte). Per gli 'Ulama posti di fronte all'espansione coloniale, la ricostituzione della civiltà/società islamica doveva partire dal basso, dalle masse meno istruite. Al contrario, l'ottica islamista è molto più interessata alle élite e punta alla conquista dello Stato per re-islamizzare la società. Un punto fermo del progetto islamista è la shari'a come legge statale: la novità rispetto alla tradizione è che la shari'a non è più vista come un insieme disordinato e incoerente di norme (da cui l'importanza del ruolo degli 'Ulama), ma piuttosto come un apparato logico e sistematico di norme (visione essenzialistica: si nega la complessità della tradizione islamica) ---> chiunque può interpretarlo: rischio di frammentazione dell'autorità. L'Islam politico quindi si appropria di elementi della tradizione ma li reinterpreta in senso assolutamente moderno. Questi movimenti nascono e si sviluppano soprattutto in Egitto e India perché sono i primi paesi che hanno vissuto la subordinazione all'Occidente e sono al contempo i paesi islamici con la più ricca tradizione culturale (capace quindi di rispondere alla cultura europea). L'Islam politico allora nasce come risposta alla graduale espulsione dell'Islam dalla vita pubblica, al suo ritiro nel privato: afferma quindi che il mondo musulmano ha bisogno di una nuova reislamizzazione. Le masse hanno sempre un ruolo importante ma come oggetti di questa nuova reislamizzazione attutata dall'alto. Un aspetto importante è la questione femminile: gli islamisti vi si interessano molto perché, dato che l'Islam ha l'ultimo baluardo nella sfera del privato, è necessario che il ruolo della donna rimanga quello tradizionale per resistere all'urto della civiltà occidentale ---> sulla donna è posta moltissima pressione e proprio per questo non può assumere costumi occidentali. L'islamizzazione dello Stato come già detto passa attraverso l'applicazione della shari'a intesa come “scatola chiusa” da applicare pedissequamente: quello che è importante, però, è che lo Stato dichiari la shari'a legge di Stato, dichiarandosi così Stato islamico, mentre è poco importante l'applicazione

concreta della shari'a ---> debolezza dell'ideologia islamica: progetto fumoso, poco dettagliato. Ovviamente, si parla di Stati non democratici: al massimo di parla di consultazioni come nella comunità originaria di Maometto. Il modello è quello del primo califfato. Bisogna fare un discorso a parte per il caso iraniano: la differenza più importante è che la rivoluzione Khomeynista nasce in un contesto shi'ita, quindi in un contesto in cui lo Stato è già molto più strutturato e possiede strumenti potenti. Comunque anche in questo caso c'è la commistione tra tradizione e modernità (presenti addirittura elementi marxisti, ad es. l'insistenza sui “diseredati”, ispirati dal lumpenproletariat marxista).

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