Stephen Jay Gould - Intelligenza e pregiudizio

September 17, 2017 | Author: Enea Bevione | Category: Intelligence, Homo Sapiens, Earth & Life Sciences, Biology, Racism
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La scienza non è sempre stata imparziale e in passato ha abbracciato, talvolta rafforzandoli, stereotipi razziali e sociali. Per secoli gli scienziati hanno classificato gli esseri umani in base alle caratteristiche fisiche e, soprattutto, intellettuali: ci sono uomini intelligenti e non, razze intelligenti e non, ceti sociali e lavori degni solo di chi è intelligente. Stephen Jay Gould ripercorre la storia del razzismo scientifico e dei goffi tentativi di calcolare quell'entità sfuggente che è l'intelligenza. Fin dalla sua prima edizione "Intelligenza e pregiudizio" è stato accolto come una risposta sferzante a tutti coloro che hanno catalogato gli individui e le razze in base a presunte capacità intellettuali innate.

www.ilsaggiatore.com (sito & eStore) Twitter @ilSaggiatoreEd Facebook il Saggiatore editore © Stephen Jay Gould, 1981, 1996 Published by arrangement with W.W. Norton & Copmany, Inc., New York © il Saggiatore s.p.a., Milano 1998, 2012 ISBN 978-88-65-76262-2 Titolo originale: The Mismeasure of Man

Stephen Jay Gould

Intelligenza e pregiudizio Contro i fondamenti scientifici del razzismo Traduzione di Alberto Zani

Intelligenza e pregiudizio alla memoria di mia nonna e mio nonno, che qui vennero, lottarono e prosperarono, nonostante Goddard

Premessa Il gene può essere egoista in un limitato senso metaforico, ma non può esserci un gene dell’egoismo se ho così tanti amici e colleghi desiderosi di offrire il loro aiuto. Voglio ringraziare Ashley Montagu non solo per le indicazioni, ma anche per aver condotto per così tanti anni la lotta contro il razzismo scientifico senza perdere la fiducia nelle possibilità dell’uomo. Ringrazio anche i vari colleghi che mi hanno messo a parte delle loro scoperte sul determinismo biologico e mi hanno a volte permesso di utilizzarle prima ancora di averle pubblicate: G. Allen, A. Chase, S. Chorover, L. Kamin, R. Lewontin. Voglio anche ringraziare M. Leitenberg e S. Selden, i quali, venuti a sapere dei miei sforzi per realizzare questo lavoro, mi hanno spontaneamente fornito materiali e consigli che hanno arricchito la mia opera. Ringrazio infine L. Meszoly, che ha fatto i disegni per il VI capitolo. Forse, dopotutto, Kropotkin aveva ragione; resterò con coloro che sperano. Una nota sui rimandi bibliografici: in luogo delle convenzionali note a piè di pagina, ho usato il sistema dei rimandi bibliografici universalmente istituito nella letteratura scientifica: nome dell’autore e anno di pubblicazione citati fra parentesi dopo il brano riportato del testo. (Le voci sono poi elencate in bibliografia per nome e anno.) Mi rendo conto che molti lettori, all’inizio, potranno trovarsi in difficoltà; a molti il libro sembrerà un po’ ostico. Eppure sono convinto che, superate le prime pagine, tutti cominceranno a leggere le citazioni senza neanche accorgersene, e scopriranno che non interrompono affatto il flusso del discorso. A mio avviso, i vantaggi di questo sistema superano di gran lunga i difetti estetici: niente più salti avanti e indietro dal testo alle note finali (nessun editore ne metterebbe più così tante a piè di pagina), solo per scoprire che uno stuzzicante numeretto non fornisce 1 nessuna notizia ghiotta in più, ma solo un’arida citazione bibliografica; tale metodo permette anche di avere un accesso immediato alle informazioni essenziali di ogni indagine storica: «chi» e «quando». Credo che questo sistema di rimandi bibliografici sia uno dei pochi potenziali contributi che gli scienziati, categoria in genere non molto letterata, possano fornire agli altri campi della saggistica. Una nota sul titolo originale. Mi rendo conto che The Mismeasure of Man 2 (L’erronea misurazione dell’uomo) può far pensare a una discriminazione sessuale, ma spero che venga preso nello spirito con cui è stato concepito: non solo come gioco di parole sul celebre aforisma di Protagora, ma anche come commento ai metodi adottati dai biologi deterministi e discussi nel libro. Questi ultimi, infatti, studiano «l’uomo», cioè i maschi bianchi europei, considerando tale gruppo come standard e stimando tutti gli altri inferiori. Il fatto che misurassero «l’uomo» erroneamente evidenzia la doppia fallacia. S.J.G.

1

Il numero relativamente basso di note informative vere e proprie può quindi essere collocato al

piede della pagina a cui appartengono. 2

Data l’impossibilità di tradurlo in maniera efficace, per l’edizione italiana è stato scelto un titolo diverso. Dove l’autore fa esplicito riferimento al significato di quello originale, l’opera è citata come The Mismeasure of Man anziché come Intelligenza e pregiudizio. [N.d.T.]

Introduzione all’edizione riveduta e ampliata Riflessioni all’età di quindici anni La cornice di Intelligenza e pregiudizio Il titolo che volevo dare a questo libro avrebbe reso omaggio al mio eroe Charles Darwin, per l’affermazione straordinariamente acuta sul determinismo biologico con cui porta a compimento la sua denuncia della schiavitù nel Viaggio di un naturalista intorno al mondo. Volevo intitolarlo «La nostra colpa sarebbe grande», dalla frase di Darwin citata in epigrafe: «Se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi della natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande». Non ho seguito la mia disposizione iniziale, e sono certo di aver preso la decisione giusta, perché sapevo benissimo che il mio lavoro sarebbe stato collocato sullo scaffale sbagliato, fino all’oblio, nella sezione dei libri religiosi di tante librerie (come il mio volume di saggi sull’evoluzione, Il sorriso del fenicottero, finito nella sezione ornitologica di un grande istituto di Boston di cui non farò il nome). Ma può accadere anche di peggio. Una volta, in un altrettanto prestigioso centro commerciale di Boston, ho trovato una copia di un manifesto studentesco degli anni Sessanta, The Student as Nigger (Lo studente come negro), su uno scaffale che riportava la scritta «Relazioni fra razze». L’amico Harry Kemelman, autore della straordinaria serie poliziesca che ha come protagonista il detective teologo David Small, mi ha detto che una volta il suo primo libro della serie Friday the Rabbi (Venerdì il rabbino) era comparso in un elenco di titoli per ragazzi, come Freddy the Rabbit (Freddy il coniglio). Ma la situazione si può anche rovesciare. Il mio amico Alan Dershowitz mi ha raccontato che una donna era riuscita ad acquistare un suo libro, Chutzpah, rivolgendosi al commesso della libreria in questo modo: «Vorrei una copia di un libro di cui non riesco a pronunciare il titolo e di cui non ricordo il nome dell’autore». Alla fine ho deciso per The Mismeasure of Man (L’erronea misurazione dell’uomo) perché l’essenza del libro, che paradossalmente gli ha permesso di resistere durante i quindici anni trascorsi dalla prima edizione, risiede nella sua limitazione di campo. The Mismeasure of Man non ha per oggetto la perversione morale comune a fallaci argomentazioni biologiche in fatto di strutture sociali (come avrebbe implicato il più ampio titolo tratto da Darwin). E non riguarda nemmeno la vasta gamma di false tesi a favore dei fondamenti genetici delle diseguaglianze fra gli uomini. Il libro tratta una forma particolare di rivendicazione quantificata sulla classificazione dei gruppi umani: la tesi secondo cui l’intelligenza può essere correttamente rappresentata da un solo numero, in grado di classificare gli uomini secondo la scala lineare di un valore mentale connaturato e inalterabile. Per fortuna – e ho preso la mia decisione di proposito – questo argomento limitato rappresenta il più grave (e più comune) errore filosofico, quello che ha l’impatto sociale più importante e di vasta portata, nell’ambito del tormentoso tema del rapporto fra natura e cultura, ossia del contributo della genetica all’organizzazione sociale dell’uomo.

Ho imparato una cosa scrivendo interventi a scadenza mensile da più di vent’anni: sono arrivato a capire la possibilità di trattare il generale attraverso il particolare. Non è di alcuna utilità scrivere un libro sul «significato della vita» (sebbene noi tutti desideriamo ardentemente conoscere le risposte a un interrogativo tanto difficile, e al tempo stesso sospettiamo, a ragione, che non esistano vere soluzioni!). Ma un saggio sul «significato di una media di battute valide pari a 0,400 nel baseball» può giungere a una conclusione autentica con un’attinenza sorprendentemente estesa ad argomenti tanto vasti quali la natura delle tendenze, il significato della superiorità, e persino (credeteci o no) la costituzione della realtà naturale. Bisogna arrivare alle spalle delle generalità, non affrontarle direttamente. Una delle mie frasi preferite, tratta da G.K. Chesterton, afferma: «L’arte è la limitazione; l’essenza di ogni quadro è la cornice». (La scelta del titolo mi ha procurato qualche guaio, ma non cerco scuse, anzi, le discussioni mi hanno divertito. The Mismeasure of Man ha un doppio senso intenzionale, senza alcuna forma di discriminazione sessuale inconscia. È la parodia di un celebre aforisma di Protagora sull’uomo e per di più mette in rilievo la realtà di un passato di forti discriminazioni sessuali, un passato che ergeva il maschio a modello dell’umanità, e per questo tendeva a misurare erroneamente gli uomini ignorando nel frattempo le donne. Ho dichiarato subito questo presupposto logico nella prima Introduzione, per cui ho potuto sempre utilizzare le critiche superficiali come test per scoprire chi si divertiva a parlare ampollosamente del libro senza prima averlo letto, alla maniera del signor Dole quando critica la violenza in film che non ha mai visto, e non si degnerebbe mai di vedere. [Non mi soffermo, naturalmente, sulla critica al titolo, fondata sul dissenso nei confronti del mio presupposto logico dichiarato.] In ogni modo, questo titolo ha consentito alla collega Carol Tavris di parodiare la mia parodia, chiamando il suo splendido libro 1 The Mismeasure of Woman, cosa che mi rende a dir poco felicissimo.) Intelligenza e pregiudizio è circondato da una triplice cornice, un complesso di limitazioni che mi ha permesso di contenere uno fra gli argomenti intellettuali più vasti entro un’esposizione e un’analisi coerenti e ragionevolmente esaurienti. 1. Ho limitato la mia trattazione del determinismo biologico alla forma storicamente più importante (e significativamente fallace) di tesi quantificate sulla capacità mentale: la teoria di un’intelligenza fissata su base genetica, misurabile e unitaria. Come ho scritto nell’Introduzione, al fine di congiungere la pretesa pseudoscientifica di tale impostazione con il relativo tornaconto sociale: Questo libro riguarda, quindi, l’astrazione dell’intelligenza come entità singola, la sua collocazione dentro il cervello, la sua quantificazione in un numero per ogni individuo e l’uso di questi numeri per classificare le persone in una singola serie di valore, per trovare invariabilmente che i gruppi oppressi e svantaggiati – razze, classi o sessi – sono innatamente inferiori e meritano il loro stato. In breve, questo libro riguarda l’erronea misurazione dell’uomo.

La presente sezione della cornice spiega anche ciò che ho escluso. Mi è stato chiesto spesso, per esempio, perché nel mio resoconto delle teorie quantificate sulle funzioni mentali io non abbia affrontato un movimento tanto influente come la frenologia. Ma la frenologia, dal punto di vista filosofico, è antitetica rispetto all’argomento di questo libro. I frenologi esaltarono la teoria delle intelligenze multiple e indipendenti. La loro prospettiva portò, in principio di secolo, a Thurstone e Guilford, e, ai giorni nostri, a Howard Gardner e agli altri; in altre parole, portò alla teoria delle intelligenze multiple: la sfida maggiore a Jensen nella scorsa generazione, a Herrnstein e Murray oggi, e all’intera tradizione dell’intelligenza unitaria e classificabile che contraddistingue l’erronea misurazione dell’uomo. Leggendo ogni bozza cranica come una misura di «inclinazione alla vita domestica», o «inclinazione all’amore», o «elevatezza», o «causalità», i frenologi divisero le funzioni mentali in una vasta gamma di attributi in gran parte indipendenti. In una prospettiva del genere, nessun numero singolo potrebbe esprimere in alcun modo il valore generale dell’uomo, e l’intero concetto di QI come proprietà biologica unitaria diventa privo di senso. Confesso che una parte del mio cuore arde ancora per i frenologi, perché dal punto di vista filosofico erano sulla pista giusta, mentre sbagliavano tanto quanto gli erronei misuratori di questo libro con la loro teoria delle bozze craniche. (La storia, spesso, è una serie di ironie. Le bozze craniche possono essere un’assurdità, ma l’implicita localizzazione corticale di un processo mentale altamente specifico è una realtà il cui fascino cresce sempre più nella moderna ricerca neurologica.) La frenologia, in ogni modo, come errata versione della teoria probabilmente giusta delle intelligenze multiple, costituirebbe il capitolo principale di un libro sull’errata misurazione cranica in generale, ma esula dall’argomento di questo volume sulla storia delle credenze erronee riguardo alla teoria dell’intelligenza unitaria, innata e linearmente classificabile. Se escludo la frenologia in quanto «argomento giusto, teoria diversa», tralascio anche un mare di materiale per le ragioni connesse, anche se opposte, e cioè «argomento sbagliato, stessa teoria»; in altre parole, tralascio ogni pretesa di classificazione lineare innata fondata su tesi biologiche diverse dalla quantificazione dell’intelligenza. Perciò non includo, per esempio, un capitolo esplicito sul movimento eugenetico (anche se tratto l’argomento per quanto attiene alle sue implicazioni con il QI), perché molte tesi si fondavano sul presunto possesso di particolari geni relativi a tratti determinati dalla nascita, non sulle misurazioni dell’interno o dell’esterno delle teste. 2. Mi sono concentrato sulle «grandi» tesi e sugli errori dei padri fondatori, non sui transitori ed effimeri usi moderni. Da qui a cinque anni, chi ricorderà (chi solo si preoccuperebbe di rievocare) le stoccate retoriche, o le ragioni tendenziose addotte dai nostri attuali polemisti in gran parte riciclati? Potremmo (e dovremmo) dimenticare mai la magnificenza di Darwin e gli errori davvero grandi e istruttivi commessi dall’ultima generazione dei suoi avversari creazionisti, Agassiz e Sedgwick? Le pietre angolari sono eterne; molte delle schermaglie attuali si conformano al vecchio detto del giornalista: il giornale di ieri incarta i rifiuti di oggi.

Intelligenza e pregiudizio, e questa è la seconda caratteristica essenziale della sua cornice, ha limitato l’attenzione alle origini, e agli intramontabili fondatori della teoria dell’intelligenza unitaria, linearmente classificabile e innata. Questa decisione ha permesso una netta divisione del libro in due parti, che rappresentano in successione cronologica i nodi centrali di questa teoria nei duecento anni della sua ribalta. Il XIX secolo si concentrò sulla misurazione fisica dei crani, sia dell’esterno (con riga e compasso, e con la formulazione di diversi indici e proporzioni per le forme e le misure delle teste), sia dell’interno (con semi di senape o pallini di piombo per riempire il capo e misurare il volume della scatola cranica). Il XX secolo si spostò sul metodo, presunto più diretto, consistente nel misurare il contenuto del cervello sottoponendolo a test d’intelligenza. In breve, dalla misurazione delle proprietà fisiche del cranio alla misurazione della materia contenuta nel cervello. Credo, dal profondo della mia anima di studioso, in questa restrizione ai grandi documenti fondamentali, ma mi rendo anche conto che tale decisione conferisce un enorme beneficio pratico a questa edizione riveduta. Le vecchie argomentazioni hanno capacità di durata; «van sempre bene», si direbbe nel linguaggio corrente. Non raggiungeremo mai del tutto la totale fiducia del cristiano, per il quale verbum Dei manet in aeternum, ma ci occuperemo di Broca, Binet e Burt finché durerà la ricerca e l’attrazione per la storia. Però ho il sospetto che il mondo noterà appena, e non ricorderà a lungo, Jensen, Murray, Herrnstein, Lewontin e Gould. Dato che ho scritto di argomenti nuovi e importanti, e praticamente ho ignorato gli idoli in voga nel 1981, questa revisione ha richiesto ben poche modifiche, e il testo essenziale dell’attuale edizione differisce molto poco dal libro originale; la novità, in questa versione, è costituita dalla presente Introduzione e dai due capitoli aggiunti in fondo al volume. I temi scottanti del 1981 sono oggi acqua passata; dubito che Herrnstein e Murray si faranno strada nel nuovo millennio, sebbene la forma basilare della controversia non sparisca mai e si ripresenti a distanza di qualche anno (da cui la necessità della continua riapparizione di questo libro con il suo interesse per le fonti intramontabili). Come ho scritto nell’Introduzione alla prima edizione: Ho parlato poco dell’attuale rinascita del determinismo biologico perché le sue singole affermazioni sono di solito così labili che per confutarle è sufficiente un articolo su una rivista o una rubrica di giornale. Ricordiamoci anche gli argomenti scottanti di dieci anni fa: le proposte di Shockley di dare a chi volontariamente si faceva sterilizzare una somma di denaro proporzionale al suo numero di punti di QI inferiore a 100; il grande dibattito sull’XYY; o il tentativo di spiegare i tumulti metropolitani con la neurologia malata dei rivoltosi. Ho pensato che sarebbe più utile e interessante esaminare le fonti originali delle tesi che ancora ci circondano. Queste, almeno, mostrano grossi e illuminanti errori.

3. Il terzo aspetto fondamentale della struttura si deve alle mie particolari competenze professionali. Io sono, per formazione, uno scienziato, non uno storico. Provo un’immensa attrazione nei confronti della storia; leggo e studio la materia con vivo interesse, e ho scritto molto, fra cui tre libri e decine di saggi su argomenti prevalentemente storici. Sento di avere una padronanza precisa e adeguata degli aspetti logici ed empirici inerenti alle tesi sul determinismo biologico. Ciò che mi manca, per difetto di esperienza professionale, è il «fiuto» da commerciante – la qualità essenziale di ogni disciplina di prim’ordine – con cui poter ampliare il mio discorso ai contesti politici (i background e gli antecedenti), il livello in cui le tesi biologiche si scontrano con la società. Per dirla nel gergo professionale, ho un gran fiuto (sarò persino arrogante e dirò che «non mi batte nessuno») per gli argomenti «internalisti», quali le complicazioni che sorgono riguardo alle tesi, alle interpretazioni, e all’erroneità dei dati di supporto, ma sono disgraziatamente impreparato sugli aspetti «esternalisti», come l’ampliamento al contesto storico e l’«adattamento» delle affermazioni scientifiche all’organizzazione sociale. Di conseguenza, e seguendo il vecchio trucco di fare di necessità virtù, ho esplorato un percorso differente nel trattare la storia del determinismo biologico, che non poteva che trarre giovamento dalle mie competenze e dalla mia particolare esperienza, senza risentire indebitamente delle mie lacune. Non avrei affatto scritto il libro – e prima ancora non avrei nemmeno preso in considerazione un progetto del genere – se non fossi stato capace di escogitare in anticipo un metodo inedito per trattare questo argomento importante e tutt’altro che trascurato. (Provo un orrore particolare per le opere derivative, e non mi sono mai dilettato – con una piccola eccezione, dovuta a un favore personale fatto a un caro e riverito collega più anziano – nella manualistica; la vita è troppo breve.) La mia specialità sta nella combinazione, non nell’unicità. Sono stato capace di mettere insieme due componenti rilevanti e del tutto complementari che, se prese singolarmente, sono concesse alla capacità di molti, ma solo raramente sono combinate nella sfera degli interessi di una persona sola. Nessuno prima di me aveva sistematicamente unito queste due competenze in un libro intero, o in uno studio generale sull’argomento. Gli scienziati, di solito, sono bravi ad analizzare i dati. Siamo abituati a individuare gli errori di argomentazione e, soprattutto, a essere ipercritici sui dati di supporto. Esaminiamo attentamente le tabelle e osserviamo ogni punto su un grafico. La scienza fa progressi tanto criticando le conclusioni altrui, quanto effettuando nuove scoperte. Mi ero formato come paleontologo di mentalità statistica, con una competenza speciale nel trattare ampie matrici di dati sulla variazione nelle popolazioni e sul cambiamento storico all’interno dei lignaggi. (L’erronea misurazione dell’uomo si trova negli stessi temi: le differenze tra individui come analogo delle variazioni fra popolazioni, e le differenze misurate fra gruppi come analogo delle differenze all’interno dei lignaggi rilevate nel tempo.) Perciò mi sono sentito abbastanza competente da analizzare i dati e individuare gli errori nelle tesi sulle differenze misurate fra i gruppi umani. Ma qualsiasi scienziato potrebbe procedere in questo modo. Arriviamo ora al

grande «campanilismo» che caratterizza il mio mestiere principale. La maggior parte degli scienziati se ne infischia della storia; i miei colleghi, magari, non sottoscrivono del tutto il detto di Henry Ford che affermava «la storia è una gran balla», ma guardano al passato come a un mero ricettacolo di errori, o, nel migliore dei casi, a una fonte di precetti morali sulle trappole seminate lungo i sentieri del progresso. Un atteggiamento simile non suscita simpatia o interesse verso le figure storiche del nostro passato scientifico, e in particolare verso le persone che commisero gli errori più gravi. Così, in linea di principio, quasi tutti gli scienziati sarebbero capaci di analizzare gli insiemi di dati originali del determinismo biologico, ma non vogliono nemmeno prendere in considerazione uno sforzo del genere. Gli storici di mestiere, d’altro canto, potrebbero ripetere le statistiche e criticare i grafici relativi agli argomenti degli scienziati. La procedura non è affatto così astrusa o difficile. Ma ancora una volta incontriamo una sorta di campanilismo di mestiere: gli storici studiano i contesti sociali. Uno storico vorrebbe sapere che impatto ha avuto sui dibattiti riguardanti l’espansione a Ovest la conclusione di Morton relativa all’inferiorità di capacità cranica negli indiani d’America, ma non penserebbe mai, generalmente, di fermarsi a osservare le tavole di Morton con le misure dei crani, nel tentativo di capire se lo scienziato avesse riportato correttamente i suoi dati. Ho trovato così la mia nicchia personale, poiché sono riuscito ad analizzare i dati con una certa perizia statistica e attenzione al dettaglio; e io amo moltissimo studiare le origini storiche dei grandi temi che ancora ci riguardano. Sono riuscito, in breve, a combinare la perizia dello scienziato con l’interesse dello storico. Perciò Intelligenza e pregiudizio si concentra sulle analisi di grandi insiemi di dati nella storia del determinismo biologico. Si tratta di una cronaca delle profonde e istruttive falsità (non degli errori sciocchi e superficiali) contenute nell’origine e nella difesa della teoria dell’intelligenza unitaria, linearmente classificabile, innata e pressoché inalterabile. Questo libro è perciò imperturbabilmente «internalista» nel trattare l’intelligenza misurata. Ho rianalizzato i dati delle grandi tesi storiche in un modo, mi auguro, più simile allo spirito d’avventura forense (un ambito dal fascino indiscusso) che alla pedanteria dei cataloghi. Analizzeremo il cambiamento di metodo compiuto da Morton nella misurazione della capacità cranica, dai semi di senape ai pallini di piombo; le meticolose statistiche di Broca alla strana luce dei suoi inconsci pregiudizi sociali; le fotografie alterate di Goddard della stupida linea dei Kallikak, nelle penose lande del New Jersey; i test di Yerkes ritenuti capaci di misurare l’intelligenza innata (e invece, in realtà, indici di dimestichezza con la cultura americana) sottoposti a tutte le reclute dell’esercito durante la Prima guerra mondiale (e dal sottoscritto alle classi di studenti di Harvard); il grande errore cruciale commesso in buona fede da Cyril Burt (non la sua frode palese, insignificante e successiva) nella giustificazione matematica dell’intelligenza come fattore singolo.

Due citazioni celebri e contraddittorie colgono l’interesse e la potenziale importanza di questa ricerca, terzo aspetto della mia cornice all’erronea misurazione dell’uomo. Dio si trova nei particolari; e anche il diavolo.

Perché rivedere Intelligenza e pregiudizio dopo quindici anni? A mio parere la critica al determinismo biologico è senza tempo e insieme legata al momento. Il bisogno di analisi è senza tempo perché gli errori del determinismo biologico sono molto profondi e insidiosi, e perché la tesi attira a sé le peggiori manifestazioni della nostra natura. L’approfondimento attesta la connessione fra il determinismo biologico e alcuni dei più antichi problemi ed errori della nostra tradizione filosofica. Fra questi, il riduzionismo, ovvero il desiderio di spiegare vasti fenomeni irriducibilmente complessi e in parte casuali con il comportamento deterministico delle singole e più piccole parti costituenti (gli oggetti fisici con il moto degli atomi, le funzioni mentali con una quantità ereditaria di una materia centrale); la materializzazione, ovvero la propensione a convertire un concetto astratto (come l’intelligenza) in un’entità concreta (come un ammasso di materia grigia quantificabile); la tendenza a ragionare per dicotomie, ossia la nostra inclinazione ad analizzare la realtà complessa e ininterrotta attraverso coppie di opposti (intelligente e stupido, bianco e nero); e la gerarchia, ossia la nostra inclinazione a ordinare gli elementi classificandoli secondo una scala lineare di valore crescente (nella fattispecie, i gradi di intelligenza innata, che vengono poi divisi in un binomio dalla nostra tendenza istintiva alla dicotomia: come l’opposizione fra «normale» e «debole di mente», per usare la terminologia prediletta dai test del QI alle prime armi). Se accostiamo la nostra tendenza a commettere questi errori generali al fenomeno sociopolitico della xenofobia che assai spesso (e assai tristemente) regola il nostro atteggiamento nei confronti degli «altri», giudicati inferiori, riusciamo a cogliere il potere del determinismo biologico come arma sociale. In base a questo, gli «altri» verranno degradati, e il loro status socioeconomico inferiore verrà giudicato come conseguenza scientificamente fondata della loro innata inettitudine, piuttosto che considerato frutto delle scelte sfavorevoli della comunità. Posso allora ripetere la grande frase di Darwin: «Se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi della natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande». Ma in certi casi (fra cui quello dei giorni nostri) le critiche al determinismo biologico sono anche legate al momento, perché – e potete scegliere, ora, l’immagine che preferite, dalle teste dell’Idra di Lerna che, tagliate, ricrescono, se i vostri gusti sono classici, alle monete false che saltan fuori di continuo, o ai gatti che tornano sempre a casa, se preferite i proverbi comuni, all’erba selvatica sui prati di periferia, se amate il detto popolare – le stesse pericolosissime tesi

riappaiono a distanza di qualche anno con prevedibile e deprimente regolarità. Non si fa in tempo a sfatarne una versione, che il capitolo successivo dello stesso cattivo libro sale all’effimera ribalta. Nessun mistero accompagna la ragione di questi ricorsi. Non sono manifestazioni di qualche sottostante ciclicità, in ottemperanza a una legge naturale che si potrebbe cogliere in una formula matematica comoda quanto il QI; e non si tratta nemmeno di particolari scottanti ricavati da nuovi dati, o di qualche nuova svolta sul tema mai considerata prima, poiché la teoria dell’intelligenza unitaria, classificabile, innata ed effettivamente immutabile non si modifica granché in ogni formulazione successiva. Ogni balzo di popolarità avviene secondo la stessa logica fasulla e attraverso un’informazione viziata. Le ragioni del ritorno periodico sono sociopolitiche e non molto difficili da trovare: la rinascita del determinismo biologico è collegata a episodi di trinceramento politico, in particolare alle campagne a favore della riduzione delle spese per le politiche sociali, o ai momenti di tensione fra le élite dominanti, quando i gruppi svantaggiati seminano una preoccupante discordia sociale o addirittura minacciano di usurpare il potere. Quale argomentazione contro la possibilità di mutamenti sociali potrebbe essere più cinicamente probante dell’affermazione secondo cui l’ordine sociale prestabilito, con alcuni gruppi ai vertici e altri in basso, esiste in quanto esatto riflesso delle innate e immutabili capacità intellettuali degli individui così classificati? Perché lottare e spendere per innalzare l’irrecuperabile QI delle razze o delle classi sociali ai margini della scala economica? Meglio accettare semplicemente gli infausti dettami della natura e risparmiare una parte di fondi federali (potremmo così sostenere più facilmente le diminuzioni della tassa della salute!). Perché darti pensiero della bassa rappresentanza dei gruppi svantaggiati all’interno del tuo rispettabile e remunerativo campo d’azione, se un’assenza del genere fa registrare la diminuzione della capacità o la generale immoralità, spacciate per biologiche, di molti membri dei gruppi respinti, e non il retaggio o il comune dato di fatto di un pregiudizio sociale? (I gruppi così stigmatizzati possono essere razze, classi, sessi; esponenti di tendenze comportamentali, di religioni, o di diverse nazionalità d’origine. Il determinismo biologico è una teoria generale, e coloro che in un particolare momento covano un vieto disprezzo rappresentano i surrogati di tutti quelli che sono e sono stati assoggettati a un pregiudizio del genere, in tempi e luoghi diversi. In questo senso, le richieste di solidarietà fra gruppi degradati non dovrebbero essere liquidate come mera retorica politica, ma piuttosto accolte con favore, in quanto giuste reazioni alle ordinarie giustificazioni che sostengono il maltrattamento.) Vi invito a notare che sto parlando della ciclica ondata di popolarità delle ragioni innatiste avanzate per l’intelligenza unitaria e classificabile, e non della formulazione episodica di affermazioni del genere. La tesi generale è sempre presente, sempre disponibile, sempre divulgata, sempre sfruttabile. Episodi di grande interesse pubblico, per questa ragione, indicano le oscillazioni del pendolo delle preferenze politiche: esse segnalano la direzione

giusta in cui puntare per sfruttare questa vecchia credenza erronea, sulla base di ingenue speranze o del riconoscimento cinico di un’evidente utilità. Il ripresentarsi periodico del determinismo biologico è connesso ai periodi di trinceramento politico e abolizione della solidarietà sociale. L’America del XX secolo ne ha sperimentati almeno tre di una certa importanza: ciascuno ha una connessione col determinismo. Il primo rappresenta una delle più tristi ironie della storia americana ed è oggetto del capitolo più lungo di Intelligenza e pregiudizio. Ci piace pensare all’America come a una terra dalle tradizioni generalmente egualitarie, una nazione «concepita nella libertà e consacrata all’idea che tutti gli uomini sono creati uguali». Riconosciamo al contrario che molte nazioni europee, con le loro lunghe tradizioni di monarchia, ordine feudale e stratificazioni sociali, sono state meno impegnate nei principi di giustizia sociale e di eguaglianza di opportunità. Dato che il test del QI ebbe origine in Francia, possiamo naturalmente supporre che l’erronea interpretazione ereditaria, così comunemente e dannosamente imposta ai test, sia sorta in Europa. Questo ragionevole assunto è tuttavia completamente falso. Come documentato nel V capitolo, Alfred Binet, l’inventore francese, non solo invalidò l’interpretazione ereditaria del suo test, ma mise in guardia esplicitamente (e con fervore) contro una siffatta lettura: la considerava un vero e proprio travisamento della sua intenzione originaria, che prevedeva l’uso dei test per identificare i bambini che avevano bisogno di un aiuto particolare. (Binet sosteneva che un’interpretazione innatista avrebbe soltanto stigmatizzato i bambini dipingendoli come soggetti che non apprendono facilmente, provocando così un risultato opposto alle sue intenzioni: un timore tragicamente giustificato dagli eventi storici successivi.) L’interpretazione ereditaria del QI nacque in America, in gran parte grazie all’azione proselitista dei tre psicologi H.H. Goddard, L.M. Terman e R.M. Yerkes, che tradussero e resero popolari i test nel loro paese. Se ci chiediamo come possa essere accaduto un tale travisamento nella nostra terra, che assicura libertà e giustizia per tutti, dobbiamo ricordarci che gli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, il periodo di massima attività per questi scienziati, misero in evidenza un patriottismo gretto, campanilistico, sciovinista, di un «nativismo» isolazionista (wasp, e non indiano), e rozzo. Nessun altro periodo, nel nostro secolo, fu paragonabile, nemmeno in pieno trionfo del maccartismo durante i primi anni Cinquanta. Fu l’epoca delle restrizioni all’immigrazione, delle relative quote ebraiche, dell’esecuzione di Sacco e Vanzetti e del record massimo dei linciaggi negli stati del Sud. Curioso notare che la maggior parte degli uomini che eressero il biodeterminismo negli anni Venti ritrattarono le loro tesi durante l’intervallo liberale degli anni Trenta, quando, in piena Depressione, i dottori di ricerca facevano la fila per il pane e l’indigenza non poteva più essere spiegata con la stupidità innata. Anche i due episodi più recenti sono collegati a oscillazioni politiche. Il primo è stato quello che mi ha ispirato a scrivere questo libro come reazione positiva, che propone una visione alternativa (non, almeno credo, come diatriba negativa); il

secondo mi ha spinto a pubblicare questa edizione riveduta. Arthur Jensen avviò il primo di questi episodi recenti nel 1969 con un articolo notoriamente fallace sulla presunta natura congenita delle differenze di QI fra gruppi (con particolare accento sulle disparità fra bianchi e neri in America). La sua raggelante frase d’apertura smentiva tutte le affermazioni che poi seguirono sul fatto di aver pubblicato nelle vesti di studioso disinteressato e non di personaggio pubblico. Esordì con un esplicito attacco al programma federale Head Start: «L’educazione compensativa è stata sperimentata ed evidentemente ha fallito». Il mio collega Richard Herrnstein sferrò un secondo e più potente attacco nel 1971, con un articolo sull’Atlantic Monthly che divenne lo scheletro e l’epitome di The Bell Curve (La curva a campana), il libro pubblicato con Charles Murray nel 1994 che fu lo stimolo immediato a questa edizione riveduta di Intelligenza e pregiudizio. Come ho affermato sopra, articoli su quest’argomento, scritti da personaggi di fama, appaiono ogni mese in pubblicazioni di risalto. Nell’analizzare il perché il pezzo di Jensen divenne una tale cause célèbre, anziché uno dei tanti manifesti ignorati di un genere ben noto, dobbiamo pensare al contesto sociale. Dato che l’articolo di Jensen non conteneva alcuna tesi nuova, dobbiamo andare alla ricerca del terreno reso nuovamente fertile che permise a un seme vecchio e sempre pronto di germinare. Come pure ho affermato sopra, non sono un esperto in scienze sociali, e la mia visione del problema può essere ingenua. Ma ricordo bene questi periodi politicamente fervidi della mia giovinezza. Ricordo la crescente opposizione alla guerra nel Vietnam, l’assassinio di Martin Luther King nel 1968 (e la paura suscitata dalle sommosse urbane che ne seguirono), il ritiro di Lyndon Johnson, il conflitto fuori e dentro la Convention di Chicago del Partito democratico nel 1968, la conseguente elezione di Richard Nixon a presidente, e l’immediata reazione dei conservatori, sempre pronti a riaccendere l’attenzione sulle vecchie e false tesi, allora di nuovo utili, del determinismo biologico. Ho scritto Intelligenza e pregiudizio all’apogeo di questa reazione, iniziata a metà degli anni Settanta. La prima edizione uscì nel 1981, e da allora il libro è sempre circolato. Non avevo in progetto una versione riveduta. Non sono una persona modesta, per quanto cerchi di tenere per me l’arroganza (non sempre con successo, temo), ma non sentivo alcun bisogno di un aggiornamento perché, scrivendo il libro la prima volta, avevo preso ciò che considero ancor oggi una saggia decisione (e non certo perché giudichi impeccabile questa mia creatura orgogliosa e piena di difetti!). Il lavoro non ha richiesto aggiornamenti durante i primi quindici anni perché mi ero concentrato sui documenti fondamentali del determinismo biologico, e non su usi «correnti» ben presto superati. Ne avevo sottolineato i profondi e duraturi errori filosofici, anziché le manifestazioni estemporanee (e superficiali) che invecchiano da un anno all’altro. Il terzo episodio principale ha avuto inizio nel 1994, con la pubblicazione di The Bell Curve di Richard Herrnstein e Charles Murray. Il loro lungo libro non contiene niente di nuovo, sebbene gli autori trascinino le vecchie tesi per ottocento pagine fitte di verbose tabelle e grafici, con cui, per paura di non essere compresi,

imbrogliano la gente in una disorientante alternanza di novità e approfondimento. (In realtà, The Bell Curve è molto comprensibile. La tesi è datata, priva di complicazioni e corrente; malgrado gli autori si siano prodigati per diverse centinaia di pagine reiterando esempi su esempi, la matematica compare in un solo studio, giustamente semplice nel concetto, e abbastanza facile da capire. Inoltre, nonostante la mia severa critica dei contenuti, ammetto volentieri che il libro è scritto bene e con chiarezza.) Quando incontrai Charles Murray in occasione di un dibattito all’Istituto di politica di Harvard, non potei fare a meno di esordire con la mia frase preferita tratta da Pene d’amor perdute di Shakespeare: «Sa sdipanare il filo della verbosità meglio che non intesser la trama dei suoi argomenti». È verosimile che il rilevante impatto di The Bell Curve stia quindi indicando, come sempre, l’oscillazione del pendolo politico in una direzione triste e che ha bisogno di un fondamento per sostenere l’ineguaglianza sociale come dettame della biologia. (Se mi è permesso di avanzare un paragone biologico piuttosto lugubre, ma credo pertinente, la teoria dell’intelligenza unitaria, classificabile, innata e inalterabile si comporta come la spora di un fungo, come una cisti, sempre presenti in gran quantità, ma in uno stadio inattivo, latente, in attesa di germogliare o congestionarsi quando le mutate condizioni esterne pongono termine allo stato di riposo.) Alcune ragioni dell’impatto di The Bell Curve devono essere tipiche dei libri di successo: un titolo che attira l’attenzione, un buon lavoro di editing svolto da una leggendaria figura dell’editoria newyorkese, una campagna pubblicitaria brillante (ammetterò la mia invidia, e il desiderio di trovare i responsabili per poterli ingaggiare per i miei libri). Ma questi dettagli devono contare poco rispetto a ragioni generali più importanti, come la presenza di un terreno politico di nuovo fertile. C’è da stupirsi che la pubblicazione di The Bell Curve abbia coinciso con la vittoria alle elezioni dei repubblicani di Newt Gingrich, e a un nuovo periodo di restrizioni nel campo delle politiche sociali senza precedenti nell’arco della mia vita? Taglio di ogni programma di servizi sociali per i veri bisognosi; termine delle sovvenzioni per i beni artistici (ma nemmeno la sottrazione di un centesimo, Dio ce ne guardi, all’esercito); pareggio del bilancio pubblico e sgravi fiscali per la salute. Forse sto esagerando, ma si può mettere in dubbio la consonanza di questa avara politica con una tesi secondo cui la spesa sociale non può avere alcuna efficacia perché, al contrario di ciò che temeva Darwin, la miseria dei poveri sarebbe una conseguenza delle leggi della natura e dell’inettitudine innata dei diseredati? Aggiungerei un altro motivo per questo particolare richiamo delle giustificazioni genetiche negli anni Novanta. Stiamo vivendo in un periodo di progresso scientifico rivoluzionario per la biologia molecolare. Dal modello di Watson-Crick del 1953 all’invenzione del PCR, alla determinazione della sequenza del DNA come fatto di routine – rivelatisi utili nei contesti più disparati, dalla firma lasciata col sangue da OJ. Simpson, alla decifrazione della filogenesi degli uccelli – abbiamo a disposizione accessi senza precedenti a informazioni riguardanti la costituzione genetica degli individui. Tutti noi, naturalmente, preferiamo e tendiamo a divulgare le novità più eccitanti, nella vana speranza che possano fornire soluzioni generali o panacee;

questi contributi, invece, costituiscono un modesto tassello (benché vitale) di un puzzle ben più complesso. Abbiamo così considerato tutte le grandi intuizioni del passato sulla natura umana, comprese le teorie fondate su base non genetica e sulle dinamiche sociali e familiari, con maggiore riguardo (ovviamente) per la teoria di Freud degli stadi psicosessuali che interpreta le nevrosi come derivanti da uno sviluppo ontogenetico male indirizzato o represso. Se in passato le teorie intuitive su base non genetica potevano essere tanto esagerate, dovremmo forse sorprenderci del fatto che ora stiamo ripetendo lo stesso errore diffondendo a dismisura l’esagerato entusiasmo che si avverte attorno alle spiegazioni genetiche? Tutto il mio plauso va alla scoperta di geni che predispongono a certe malattie, o che le scatenano direttamente in condizioni ambientali normali (Tay-Sachs, anemia falciforme, corea di Huntington), poiché la maggiore speranza di curare una malattia risiede nell’identificazione di un sostrato fisico e di un metodo di azione. Essendo padre di un figlio autistico, il mio plauso va anche al grande valore umano e liberatorio che ha avuto l’identificazione di basi biologiche congenite per quelle patologie ritenute un tempo puramente psicogene, e perciò implicitamente imputate ai genitori. (Questa accusa veniva mossa soprattutto da quei professionisti che giuravano a destra e a manca di non avere simili intenzioni, ma di voler soltanto specificare le origini della malattia nell’interesse della prevenzione futura; l’autismo, in diversi periodi e secondo vari psicologi, fu considerato una conseguenza dell’eccesso, o del difetto, di amore materno.) In quanto organo del corpo, il cervello è soggetto a malattie e malformazioni genetiche come ogni altro. Ho visto con favore la scoperta delle cause o delle influenze genetiche di flagelli quali la schizofrenia, il disturbo bipolare maniaco-depressivo e il disturbo ossessivocompulsivo. Nessun dolore può eguagliare quello di un genitore che «perde» un bimbo promettente e pieno di vita a causa dei danni di siffatte malattie, i cui effetti spesso non si manifestano prima della fine della seconda decade di vita. Lasciateci celebrare la liberazione dei genitori da una colpa che logora e, cosa naturalmente più importante, la possibilità di un miglioramento, o persino di una cura, grazie all’identificazione delle cause. Ma tutte queste autentiche scoperte riguardano patologie e malattie definite e specifiche, cioè le condizioni che ostacolano quello che si può sempre legittimamente chiamare «normale» sviluppo e che è rappresentato dalla curva a campana. (Le curve a campana, in termini tecnici, sono chiamate distribuzioni normali; crescono quando la variazione è distribuita attorno al valore medio casualmente e in parti uguali in entrambe le direzioni, con maggiori probabilità di valori vicino alla media.) Patologie specifiche non rientrano nella curva a campana, ma formano in genere delle macchie o dei grappoli lontano dalla media della curva, e a una certa distanza dalla distribuzione normale. Le cause di queste eccezioni non corrispondono perciò alle ragioni su cui si basa la variazione intorno alla media della curva a campana stessa. Solo perché i soggetti affetti da sindrome di Down tendono ad avere una statura piuttosto bassa a causa di un ventunesimo cromosoma supplementare, non

deduciamo che le persone basse di statura nella distribuzione normale della curva a campana devono la propria altezza alla presenza di un cromosoma in più. Analogamente, la scoperta di un gene «per» la corea di Huntington non implica l’esistenza di un gene responsabile dell’intelligenza brillante, o della modesta aggressività, o della forte propensione alla xenofobia, oppure della particolare attrazione per il volto, il corpo, le gambe di un partner sessuale; o di qualunque altra caratteristica generale che potrebbe essere distribuita come una curva a campana nell’intera popolazione. Gli «errori di categoria» sono fra i più comuni del pensiero umano: commettiamo un classico errore di categoria se equipariamo le cause della variazione normale alle ragioni alla base delle patologie (e allo stesso modo commettiamo un errore di categoria sostenendo che, siccome il QI registra una modesta ereditarietà all’interno dei gruppi, le cause delle ordinarie differenze fra di essi devono essere genetiche; si veda, a questo proposito, la mia analisi di The Bell Curve nel primo capitolo della sezione finale). Dobbiamo perciò essere entusiasti dei progressi registrati nell’identificazione delle cause genetiche di certe malattie, ma non dobbiamo estendere questo tipo di spiegazione alla determinazione della variazione comportamentale nella popolazione in genere. Di tutte le false e fuorvianti dicotomie che ostacolano la nostra comprensione della complessità del mondo, «natura contro cultura» deve classificarsi fra le prime due o tre (ma è una opposizione fasulla, enfatizzata solo dall’eufonia dei 2 sostantivi). Credo che nessuna cortina di fumo mi renda più furioso della frequente affermazione dei biodeterministi: «Ma noi siamo i più sofisticati; i nostri oppositori sono puri ambientalisti, sostenitori della sola cultura; noi riconosciamo che il comportamento deriva dell’interazione fra natura e cultura». Vorrei allora sottolineare di nuovo, come fa questo libro in ogni pagina, che tutte le parti in causa nel dibattito, persone di buoni propositi e adeguatamente informate, sostengono l’assunto del tutto incontrovertibile secondo cui le fattezze e il comportamento umani derivano da complesse commistioni di influenze genetiche e ambientali. Errori di riduzionismo e di biodeterminismo sono alla base di sciocche affermazioni come «l’intelligenza è per il 60 per cento genetica e per il 40 per cento ambientale». Un 60 per cento (o quant’altro) di «ereditarietà», riferito all’intelligenza, non significa granché. Non riusciremo a cogliere a fondo il problema, finché non ci renderemo conto che l’«interazionismo» che tutti accettiamo non permette affermazioni del tipo: «il tratto X è per il 29 per cento ambientale e per il 71 genetico». In linea di principio, quando fattori causativi (più di due, per inciso) interagiscono in maniera così complessa, e nell’arco di tutta la crescita, per produrre un complicato individuo adulto, non possiamo suddividere il comportamento di questo individuo in percentuali quantitative di cause dalle radici remote. L’essere umano adulto è un organismo in evoluzione che deve essere capito in quanto tale e nella sua totalità. I problemi davvero rilevanti sono la flessibilità e la malleabilità, non le fallaci ripartizioni in percentuali. Un tratto può essere per il 90 per cento ereditario, eppure del tutto malleabile. Un paio di occhiali da venti dollari acquistato nella farmacia locale può correggere completamente un difetto

della vista ereditario al 100 per cento. Un biodeterminista «al 60 per cento» non è un moderato interazionista, ma un determinista di quelli «piuttosto innocui». Così, per esempio, il signor Murray, molto risentito a causa della mia recensione a The Bell Curve (ristampata qui come primo capitolo della sezione finale), criticando aspramente la mia presunta disonestà nei suoi confronti, scrive sul Wall Street Journal (2 dicembre 1994): Gould continua a sostenere che «Herrnstein e Murray contravvengono all’onestà trasformando un caso complesso che può provocare solo agnosticismo, in un distorto sommario delle differenze permanenti ed ereditarie». Confrontate ora le parole del signor Gould con quello che Richard Herrnstein e io abbiamo scritto nel paragrafo cruciale che riassumeva i nostri punti di vista sui geni e le razze: «Se ora il lettore è convinto che o la spiegazione genetica o quella ambientale sia vincente fino all’esclusione dell’altra, non abbiamo svolto un lavoro sufficientemente corretto nel presentare l’una o l’altra parte. A noi sembra del tutto verosimile che sia i geni sia l’ambiente abbiano qualcosa a che fare con le differenze fra razze. Come può essere formata la commistione?». Non c’è arrivato, ancora, signor Murray? Non ho dichiarato che lei attribuisse tutta la differenza alla genetica: nessuna persona con un briciolo di intelligenza farebbe un’affermazione tanto ridicola. La frase che lei ha citato non le muove questa accusa; le mie parole dichiarano esattamente che lei sostiene «differenze permanenti ed ereditarie», non che attribuisce tutte le differenze alla genetica. La sua difesa dimostra che lei non riesce a cogliere il punto fondamentale: l’affermazione che fa ritrae ancora il problema come una battaglia fra due schieramenti con una vittoria esclusiva e destinata, potenzialmente, a uno solo. Nessuno pensa una cosa simile; tutti accettano l’interazione. Lei, però, si ritrae come un valoroso apostolo della modernità e della cautela accademica, quando dichiara «del tutto verosimile che sia i geni sia l’ambiente abbiano qualcosa a che fare con le differenze fra razze». Questa è una verità ovvia, che esula completamente dal vero problema. Quando farà le debite distinzioni fra ereditarietà e flessibilità di espressione comportamentale, allora io e lei potremo avere un vero dibattito al di là della retorica. Non proseguirò la mia critica a The Bell Curve in questa sede, dato che a essa è dedicato un intero capitolo della sezione conclusiva. Vorrei solo specificare che ho deciso di realizzare la presente edizione riveduta di Intelligenza e pregiudizio in risposta a quest’ultimo episodio ciclico di biodeterminismo. Può sembrare strano che un libro scritto quindici anni fa possa fare da confutazione a un manifesto uscito nel 1994; più che strano, infatti, se le nostre nozioni fondamentali di causalità possono essere invertite in tal modo! E tuttavia, mentre rileggevo il libro e apportavo alcune modifiche oltre alla correzione degli errori di stampa e all’espunzione di alcuni riferimenti di stretta attualità nel 1981, mi sono reso conto

che, pur essendo vecchio di quindici anni, è scritto in forma di confutazione a The Bell Curve. (Affinché quest’affermazione non sembri assurda per anacronismo, mi affretto a far notare che l’articolo di Herrnstein apparso sull’Atlantic Monthly del 1971, un’epitome punto per punto a The Bell Curve, svolse un ruolo importante nel contesto di Intelligenza e pregiudizio.) Ma la mia affermazione non pecca affatto di anacronismo per un’altra e più importante ragione. The Bell Curve non presenta niente di nuovo. Questo manifesto di ottocento pagine è poco più che un lungo riassunto della versione estremista della g di Spearman, la teoria secondo cui l’intelligenza si trova nella testa come una cosa unitaria, classificabile, a base genetica e alterabile in misura minima. Il mio libro è un’argomentazione logica, empirica e storica addotta proprio contro questa teoria dell’intelligenza. Naturalmente non potevo conoscere nei particolari ciò che il futuro avrebbe portato. Ma proprio allo stesso modo in cui il darwinismo può fornire una tesi contro episodi futuri di creazionismo, come contro gli antievoluzionisti contemporanei a Darwin, sono convinto che una confutazione persuasiva di una teoria fallita regga nel tempo, conservando intatto tutto il suo merito, nel caso in cui, in futuro, qualcuno cercasse di proporre una questione morta senza alcun nuovo supporto. Il tempo, di per sé, non possiede alcuna alchimia che migliori una teoria. Se le buone argomentazioni non riuscissero a trascendere il tempo, dovremmo disfarci delle nostre biblioteche.

Ragioni, storia e revisione di Intelligenza e pregiudizio 1. Ragioni Le ragioni che mi hanno indotto a scrivere questo libro riguardavano sia la sfera privata sia quella professionale. In prima istanza confesso una profonda sensibilità per questo particolare problema. Sono cresciuto in una famiglia attiva per tradizione nelle campagne per la giustizia sociale, e da studente ho militato nel movimento per i diritti civili in un momento, i primi anni Sessanta, di grande entusiasmo e importanti successi. Gli studiosi, spesso, si guardano bene dal citare simili coinvolgimenti, poiché, secondo lo stereotipo, una fredda imparzialità costituisce la condizione essenziale di una corretta e spassionata oggettività. Considero questa ragione una delle più fallaci e persino dannose credenze invalse nel mio ambiente di lavoro. L’imparzialità (quantunque auspicabile) è irraggiungibile da parte degli esseri umani che hanno background, bisogni, convinzioni e desideri imprescindibili. Per uno studioso, è pericoloso anche solo immaginare di poter raggiungere una totale neutralità, perché così si arriva a smettere di prestare attenzione alle inclinazioni personali e alle relative influenze, e si finisce per cadere davvero vittima del pregiudizio e dei dettami. L’oggettività, in sede operativa, dev’essere definita come trattamento onesto dei

dati, non come assenza di preferenze. È necessario, per giunta, comprendere e riconoscere le proprie inevitabili inclinazioni al fine di prevederne le influenze: solo in questo modo il corretto trattamento dei dati e degli argomenti addotti può essere raggiunto! Nessun’idea potrebbe essere più assurda della fede nella connaturata oggettività di qualcuno, nessun trucco più adatto a smascherare gli stolti. (Sensitivi imbroglioni come Uri Geller hanno riscontrato particolare successo abbindolando gli scienziati con ordinarie magie da palcoscenico, perché solo gli scienziati sono tanto arroganti da essere convinti di osservare sempre con rigorosa e oggettiva minuzia, e perciò di non poter mai essere presi in giro in questo modo; i comuni mortali, viceversa, sanno benissimo che i bravi illusionisti possono sempre trovare il modo di ingannare la gente.) La miglior forma di oggettività si trova nell’identificazione esplicita delle preferenze personali, affinché le loro influenze possano essere riconosciute e annullate. (Nel riconoscere la realtà della natura, sacrifichiamo sempre le nostre predilezioni. Detesto la realtà della morte, ma non fonderò le mie vedute biologiche su questo disprezzo. Scherzi a parte, preferisco di gran lunga il più indulgente modello lamarckiano di evoluzione, a quelli che Darwin stesso definì i modi miserabili, vili, pasticcioni e inefficienti della propria selezione naturale. Ma alla natura non importa un accidente dei miei gusti, e funziona alla maniera di Darwin; così ho scelto di votare la mia vita professionale allo studio del suo pensiero.) Dobbiamo riconoscere le preferenze personali al fine di contenere le loro influenze sul nostro lavoro, ma non andiamo fuori strada se ne teniamo conto per scegliere gli argomenti che vorremmo portare avanti. La vita è breve, e le potenziali ricerche infinite. Abbiamo molte più chance di portare a termine qualcosa di significativo se seguiamo le nostre passioni e lavoriamo in campi che toccano un più profondo significato personale. Una strategia del genere aumenta necessariamente i rischi di pregiudizio; eppure il guadagno in termini di dedizione supera ogni seccatura, specialmente se rimaniamo comunque fedeli alla causa generale e imprescindibile dell’onestà, e se ci impegniamo con serietà a rimanere sempre vigili e ad analizzare minuziosamente le nostre inclinazioni personali. (Non desidero offrire al signor Murray munizioni per scontri futuri, ma non sono mai riuscito a capire perché insista nel diffondere la menzogna di non avere alcuna predilezione né interesse personale nei confronti dei contenuti di The Bell Curve e di essersi dedicato alla sua ricerca per disinteressata curiosità personale. Tale dichiarazione gli ha fatto perdere credibilità nel nostro dibattito di Harvard. Dopo tutto, la sua dichiarata appartenenza a un partito politico è assai più attiva della mia al partito opposto. Ha collaborato per anni a commissioni di esperti di destra, che non assumono certo ferventi liberali. Ha scritto il libro Common Ground, che è diventato la bibbia di Reagan tanto quanto Other America di Michael Harrington può aver influenzato i democratici di Kennedy. Se fossi in lui, farei una dichiarazione del genere: «D’accordo, sono un conservatore, e ne sono orgoglioso. So che la tesi di The Bell Curve si accorda perfettamente con le mie idee politiche. Me ne sono accorto fin dall’inizio. Questa consapevolezza, infatti, mi ha portato a essere particolarmente cauto e vigile nell’analisi dei dati del mio libro. Ciononostante sono

in grado di trattare onestamente i dati e di avere il rigore logico necessario, e sono convinto che le informazioni a disposizione suffraghino il mio punto di vista. Per di più, non sono conservatore per capriccio. Credo che il mondo funzioni secondo il modello della curva a campana e che, alla luce di questo dato di fatto, le mie vedute politiche rappresentino il modo migliore di costituire i governi». Ecco, potrei rispettare questa argomentazione, sebbene falsa e travisata per ciò che riguarda sia le premesse che i dati di supporto.) Ho scritto Intelligenza e pregiudizio perché le mie vedute politiche sono differenti, e perché sono anche convinto (non sostengo solo un ideale) che l’umanità si regoli evolutivamente, e lo sono sulla base di motivi che portano ragionevolmente, ma non inesorabilmente (Dio solo lo sa), a pensare questo, sebbene con grande fatica. Perciò ho studiato questo argomento con passione. Avevo preso parte alla fase dei sit-in con il movimento per i diritti civili. Avevo frequentato il college di Antioch nell’Ohio sudoccidentale, vicino a Cincinnati e al Kentucky, una terra di confine e, negli anni Cinquanta, ancora in gran parte sotto l’egida delle segregazioni razziali. Là avevo preso parte a molte iniziative per abolire la segregazione nei bocciodromi e nelle piste di pattinaggio (prima organizzati in serate «per bianchi» e «per negri»), nelle sale cinematografiche (prima con i neri in galleria e i bianchi in platea), nei ristoranti e, in particolare, in un negozio di barbiere a Yellow Spring, gestito da un gretto personaggio (di cui arrivai ad avere un singolare rispetto): si chiamava Gegner (che in tedesco significa «avversario», dando così un valore simbolico al nome) e sosteneva di non poter tagliare i capelli a un nero perché non era capace di farlo. (Incontrai per la prima volta Phil Donahue mentre si occupava di questa storia come cronista alle prime armi del Dayton Daily News.) Trascorsi buona parte di un anno accademico in Inghilterra, conducendo una campagna vasta e di successo con un altro americano (sebbene non potessimo essere portavoce pubblici, dato il nostro accento «scorretto»), per abolire la segregazione razziale nella più grande sala da ballo britannica, la Mecca Locarno di Bradford. Mi procurai gioie e dolori, vittorie e sconfitte. Mi sentii annientato quando, in un’ondata di rigore comprensibile, per quanto deplorevole, i leader neri del Comitato di coordinamento degli studenti non violenti decisero di allontanare i bianchi dall’organizzazione. Tutti i miei nonni erano immigrati in America e facevano parte del gruppo di ebrei venuti dall’Europa dell’Est che Goddard e compagnia avrebbero poi limitato in modo così severo. Ho dedicato Intelligenza e pregiudizio ai miei nonni materni ungheresi (i soli che ho conosciuto bene), entrambe magnifiche persone, anche se non avevano mai potuto accedere a una formazione scolastica regolare. Mia nonna parlava fluentemente quattro lingue, ma sapeva scrivere soltanto nel suo inglese d’adozione così come lo pronunciava. Durante gli scompigli della Depressione, la Guerra civile spagnola e l’espansione del nazismo e del fascismo, mio padre, insieme con tanti altri idealisti, divenne un uomo di sinistra. Rimase attivo in politica finché la cattiva salute gli precluse ulteriori sforzi, e da allora in poi si limitò all’adesione. Sarò sempre gratificato e commosso dal fatto che, malgrado non abbia

mai visto questo libro nella veste finale, visse abbastanza a lungo per poterne leggere le bozze, e sapere che il suo figliolo studioso (il tono, lo ammetto, è da Al Jolson che canta Kol Nidre come se ad ascoltarlo ci fosse suo padre morente) non aveva dimenticato le proprie radici. Può darsi che alcuni lettori considerino questa confessione come un chiaro segno di un coinvolgimento emotivo eccessivo, per chi voglia scrivere un’opera di saggistica come si deve. Ma sono pronto a scommettere che la passione deve essere l’ingrediente necessario a elevare libri del genere sopra l’ordinario, e che la maggior parte della saggistica considerata dalla nostra cultura classica o intramontabile è basata sulle convinzioni profonde del proprio autore. Perciò, credo che la maggior parte dei miei colleghi coinvolti in questa impresa potrebbe raccontare storie analoghe di passioni autobiografiche. Vorrei anche aggiungere che, con tutte le mie convinzioni in materia di giustizia sociale, mi sento ancor più legato a una fede più vicina, centrale per la mia vita personale e le mie attività: l’appartenenza all’«antica e universale compagnia degli studiosi» (per citare la frase stupendamente retorica del rettore di Harvard nell’assegnare i dottorati di ricerca durante la nostra annuale cerimonia per il conferimento dei titoli). Questa tradizione, insieme con la cortesia umana, rappresenta la più importante, nobile e duratura caratteristica della faccia splendente di quell’eterogenea gamma che è la «natura umana». Dato che sono più forte negli studi che nella cortesia, ho bisogno di rivolgere il mio omaggio alla gentilezza umana in questa sede. Possa io finire accanto a Giuda Iscariota, Bruto, e Cassio, nella bocca del diavolo al centro dell’inferno, se ho mai mancato di presentare la valutazione più onesta e il migliore criterio di prova sulla base della verità empirica. La ragione professionale che mi ha spinto a scrivere Intelligenza e pregiudizio è anche, in larga parte, personale. Il peggiore campanilismo nella vita accademica – il deprimente contrario dei valori che ho espresso nel precedente paragrafo – si ritrova nel gretto cecchinaggio a cui i membri meschini di un gruppo professionale danno libero sfogo quando qualcuno che ha titoli in un altro campo osa dire qualsiasi cosa sulle attività inerenti alla sfera di questi cecchini. Così è sempre stato; e così ci tocca diluire i modesti piaceri e le gioie intense della ricerca. Alcuni scienziati si sono lamentati di Goethe perché un «poeta» non avrebbe dovuto scrivere sulla natura empirica (Goethe compì un interessante e sempre attuale lavoro sulla mineralogia e la botanica. I cecchini, per fortuna, tendono a essere parati da migliori scienziati dall’animo generoso; e Goethe annoverò molti biologi, come Etienne Geoffroy Saint-Hilaire, fra i suoi sostenitori). Altri ancora brontolarono quando Einstein o Pauling indossarono vesti da umanisti e scrissero sulla pace. La più comune e gretta protesta contro il mio lavoro afferma: Gould è un paleontologo, non uno psicologo; non può conoscere l’argomento, quindi il suo libro dev’essere una cavolata. Voglio fornire due confutazioni ben precise di questa assurdità, ma vorrei prima ricordare ai colleghi che dovremmo tutti quanti considerare di dare qualcosa di più che un consenso soltanto apparente all’ideale

secondo cui si devono giudicare i libri in base al loro contenuto, e non al nome o alla categoria dell’autore. Per la prima specifica confutazione, comunque, voglio far pesare la mia autorità. È vero, non sono uno psicologo e conosco poco i dettagli tecnici della selezione di elementi nei test mentali, o l’uso che si è fatto dei risultati nel contesto sociale dell’America contemporanea. Perciò ho usato la cautela di non esprimermi su questi argomenti (e non avrei scritto il libro se non avessi ritenuto essenziale per i miei intenti la conoscenza approfondita di tali aspetti). Il mio libro, per inciso, è stato comunemente ritratto, spesso persino (con mio sommo dispiacere) elogiato, come un generale attacco ai test mentali. Intelligenza e pregiudizio non è niente del genere, e io mantengo un atteggiamento agnostico (nato, in gran parte, dall’ignoranza) nei confronti dei test mentali in generale. Se i miei critici dubitano di questo e leggono queste frasi come una cortina di fumo dietro cui mi nascondo, considerino solamente la mia esplicita opinione, saldamente e interamente positiva, sugli originali test del QI di Binet (dal momento che lo scienziato francese respinse l’interpretazione ereditarista, e voleva usare il test solamente come mezzo per identificare i bambini bisognosi di un aiuto speciale; e per questo scopo umano, non posso esprimere che approvazione). Questo libro è una critica a una teoria specifica sull’intelligenza, sostenuta spesso da un’interpretazione particolare nata da un certo modo di utilizzare i reattivi mentali: la teoria dell’intelligenza unitaria, fondata su basi genetiche e immutabili. L’argomento che ho scelto per Intelligenza e pregiudizio rappresenta un’area centrale della mia competenza professionale; vorrei andare oltre, per la verità, e affermare (passando ora alla mia maniera arrogante) che ho compreso questo campo meglio di molti psicologi professionisti che hanno scritto sulla storia dei test mentali, perché essi, a differenza del sottoscritto, non hanno esperienza in questo ambito di vitale interesse. Sono un biologo evoluzionista per formazione. La variazione è l’argomento focale della biologia evoluzionistica. Nella teoria darwiniana (usando per un istante il linguaggio tecnico), l’evoluzione avviene attraverso la conversione della variazione all’interno delle popolazioni in differenze fra le popolazioni. Cioè (detto più semplicemente), gli individui differiscono tra loro, e alcune di queste variazioni hanno un fondamento genetico. La selezione naturale agisce conservando in maniera differenziata quella variazione che conferisce il miglior adattamento ai cambiamenti ambientali locali. A mo’ di caricatura, per esempio, gli elefanti più pelosi staranno meglio quando le lastre di ghiaccio avanzeranno sulla Siberia, e i mammut lanosi finalmente evolveranno, giacché la selezione, funzionando in proporzioni statistiche e non assolute, conserva più elefanti irsuti generazione dopo generazione. In altre parole, la variazione all’interno di una popolazione (qualche elefante che da un momento all’altro diventa più peloso degli altri) viene convertita in differenze nell’arco del tempo (i lanosi mammut come discendenti di elefanti con una normale quantità di peli). Si considerino ora gli argomenti di questa commistione: la variazione su base genetica all’interno delle singole popolazioni, e lo sviluppo di differenze fra

popolazioni: cosa se ne ricava? Ecco l’argomento di Intelligenza e pregiudizio. Il mio libro riguarda la misurazione della variazione di intelligenza presunta su basi genetiche fra i membri di una popolazione (la mira dei testisti del QI nel valutare tutti i bambini di una classe, o dei craniometristi del XIX secolo nel misurare le teste di tutti gli operai di una fabbrica, o nel pesare i cervelli dei loro colleghi accademici morti). Il mio libro riguarda anche le ragioni presunte delle differenze misurate fra i gruppi (per esempio, quelle razziali nella distinzione bianco/nero, quelle di classe nella distinzione ricco/povero). Dal momento che conosco le basi tecniche di ogni argomento, capisco meglio questa materia (a differenza di molti psicologi che non hanno avuto alcuna formazione in un campo come la biologia evoluzionistica, che considera la misurazione della variazione su base genetica come centro della propria essenza). Veniamo ora alla mia seconda specifica confutazione. Sono entrato nel mondo della paleontologia a metà degli anni Sessanta, in un momento interessante nella storia della disciplina, quando le tradizioni fondate su descrizioni di tipo soggettivo e stravagante stavano cominciando ad arrendersi ai richiami di approcci allo studio degli organismi fossili quantitativi, generalizzati e teoricamente fondati. (A proposito, non abbocco più tanto all’esca della quantificazione, ma mi sono formato su questi principi, e ne sono stato fervente sostenitore, un tempo.) Noi giovani ribelli di questo movimento abbiamo sviluppato tutti una competenza in due campi, a quei tempi per lo più sconosciuti (se non addirittura esecrati) dai paleontologi: la statistica e i computer. Mi ero perciò formato sull’analisi statistica della variazione su base genetica entro e fra le popolazioni: l’argomento chiave, ripeto, di Intelligenza e pregiudizio (poiché l’Homo sapiens è una specie biologica variabile, per nulla diverso, a questo riguardo, da tutti gli altri organismi che avevo studiato). Ritengo, in altre parole, di aver avvicinato «l’erronea misurazione dell’uomo» con una competenza indispensabile e non convenzionale, maturata attraverso un valido mestiere che spesso non ha fatto sentire abbastanza le propria voce in capitolo riguardo a un argomento tanto vicino al proprio fulcro. Nello scrivere numerosi saggi sulla vita di scienziati, ho scoperto che i libri su argomenti di vasta portata o sui massimi sistemi hanno origine, di solito, da minuscoli rompicapo o da questioni ben poco tormentose; non da un desiderio astratto e trascendentale di conoscere la natura della totalità. Il geologo scritturale del XVII secolo Thomas Burnet arrivò persino a creare una teoria generale della Terra perché voleva conoscere l’origine delle acque nel diluvio di Noè. Il geologo del XVIII secolo James Hutton sviluppò un sistema ugualmente vasto a partire da un iniziale paradosso puntiglioso: se Dio ha creato il terreno per l’agricoltura dell’uomo, ma il terreno deriva dall’erosione delle rocce, e se l’erosione delle rocce alla fine distruggerà la terra e inonderà l’intero pianeta di acqua, come ha potuto allora Dio scegliere dei mezzi che potrebbero distruggerci quale metodo per creare il terreno che ci sostiene? (Hutton rispose desumendo l’esistenza di forze interne che sollevano le montagne dal profondo, sviluppando così una teoria dei cicli di

erosione e recupero; un mondo vecchio, senza vestigia di un principio, né prospettive di una fine.) Intelligenza e pregiudizio cominciava anche con una piccola intuizione che mi provocò il brivido dell’agnizione. La nostra generazione di giovani ribelli paleontologi congiunse la statistica e i computer grazie all’apprendimento della tecnica dell’analisi a più variabili; ossia, la considerazione statistica simultanea delle relazioni fra molte caratteristiche misurate sugli organismi (la lunghezza delle ossa per le specie fossili, l’esecuzione di numerosi test mentali per le persone nell’ambito dell’erronea misurazione dell’uomo). Queste tecniche non sono tutte concettualmente difficili; alcune erano state parzialmente sviluppate o previste a inizio secolo. Ma l’applicazione pratica richiede calcoli immensamente lunghi che sono diventati possibili solamente con l’avanzamento dei computer. Mi ero formato, in principio, sulla «nonna» delle tecniche a più variabili (tuttora di gran moda e assai utile): l’analisi fattoriale. Avevo appreso questo procedimento come un’astratta teoria matematica e avevo applicato l’analisi fattoriale allo studio della crescita e dell’evoluzione in vari organismi fossili (come nella mia tesi di dottorato, pubblicata nel 1969, sulle lumache terrestri delle Bermuda; e in uno dei miei primi saggi, uscito nel 1967, sulla crescita e la forma dei rettili pelicosauri, quelle creature strane con le pinne sul dorso, che non mancano mai nei set di dinosauri in plastica, anche se non sono dinosauri veri e propri, ma antenati dei mammiferi). L’analisi fattoriale permette di trovare assi comuni che influenzano insiemi di variabili misurate indipendentemente. Quando un animale cresce, per esempio, la maggior parte delle ossa si allungano, cosicché la generale crescita di misura rappresenta il fattore comune dietro le correlazioni positive, riscontrate per la lunghezza delle ossa, in una serie di organismi che variano dal più piccolo al più grande all’interno di una singola specie. Ma questo è un esempio banale. In un caso più complesso, soggetto a numerose interpretazioni, riscontriamo generalmente correlazioni positive fra i test mentali sottoposti alla stessa persona: in altre parole, le persone che hanno successo in un certo tipo di test, generalmente e con alcune eccezioni, tendono ad averlo anche in altri. L’analisi fattoriale potrebbe svelare un asse generale che possa, in un senso matematico, cogliere un elemento comune in questa variazione congiunta fra i test. Avevo trascorso un anno ad apprendere gli intrighi dell’analisi fattoriale. A quei tempi non sapevo ancora come funzionava la storia, e non mi sarei mai sognato che un’astrazione tanto perfetta che avevo applicato soltanto ai fossili, con una rilevanza politica irrisoria, avrebbe potuto prestarsi nel contesto sociale a propagandare una particolare teoria sul funzionamento mentale, avente un preciso significato politico. In quel periodo, mi capitò un giorno di leggere senza un’intenzione precisa e per pura evasione un articolo sulla storia dei test mentali. Mi accorsi che la g di Spearman – l’affermazione centrale della teoria unitaria dell’intelligenza, e l’unica giustificazione che una teoria del genere abbia mai avuto (The Bell Curve è in pratica una lunga e dichiarata difesa della g di Spearman) –

non era altro che il primo componente principale di un’analisi fattoriale dei test mentali. Per di più, appresi che Spearman aveva inventato la tecnica dell’analisi fattoriale apposta per studiare i fondamenti sottostanti alla correlazione positiva fra i test. Appresi anche che i componenti principali delle analisi fattoriali sono astrazioni matematiche, non realtà empiriche, e che ogni matrice soggetta ad analisi fattoriale può essere rappresentata allo stesso modo da altri componenti con significati differenti, e che dipendono dal genere di analisi fattoriale applicata a un caso particolare. Dato che il genere scelto è in gran parte questione di gusti personali del ricercatore, non si può pretendere che i componenti principali possiedano una realtà empirica (a meno che l’argomento non possa essere avvalorato da elementi concreti di altro tipo; la sola evidenza matematica non sarà mai sufficiente, perché possiamo sempre generare assi alternativi con significati del tutto differenti). Nella vita di uno studioso, possono verificarsi solo pochi momenti del genere (gli eureka, i paraocchi che cadono…). La mia preziosa astrazione, la tecnica che in quegli anni alimentava la mia ricerca, non era stata sviluppata per analizzare i fossili, o per inseguire il piacere idealizzato della matematica. Spearman aveva inventato l’analisi fattoriale per favorire una particolare interpretazione dei test mentali, che ha afflitto il nostro secolo con le implicazioni biodeterministiche derivanti. (Ho fiducia nell’ordine della causalità, perché Spearman, prima di inventare l’analisi fattoriale, aveva continuato per anni a sostenere la teoria dell’intelligenza unitaria con tecniche diverse da quella a più variabili. Così sappiamo che sviluppò l’analisi fattoriale per sostenere la teoria, e che la teoria non derivò dalle riflessioni ispirate dai primi risultati dell’analisi fattoriale.) Un brivido di fascinazione mista a un po’ di rabbia mi percorse la schiena, e nello stesso istante la mia precedente idealizzazione della scienza crollò (per essere alla fine rimpiazzata da una visione assai più umana e sensibile). L’analisi fattoriale era stata inventata per un utilizzo sociale agli antipodi dei miei valori e ideali. Mi sentivo personalmente offeso, e questo libro, sebbene non fosse stato scritto che una decina d’anni dopo, è nato alla fin fine da questa impressione e da tale sensazione di violazione. Mi sono sentito in obbligo di scriverlo. Il mio strumento di ricerca preferito era sorto per un utilizzo sociale che mi risultava del tutto estraneo. Per giunta, e per un’altra ironia della sorte, la dannosa versione ereditarista del QI non si era sviluppata in Europa, dove Binet aveva inventato il test con propositi benevoli, ma in America, il mio paese, noto per le sue tradizioni egualitarie. In fondo, sono un patriota. Ho dovuto scrivere il libro per fare una rettifica e cercare di capire.

2. Storia e revisione Ho pubblicato la prima edizione di questo libro nel 1981; da allora in poi ha avuto una storia viva e affascinante. Sono stato orgoglioso di aver vinto con questo testo il premio del National Book Critics Circle per opere di saggistica, perché tale

riconoscimento, conferito da chi scrive le recensioni, rappresenta l’approvazione dei professionisti. Le stesse recensioni hanno seguito un curioso andamento: unanimemente positive nella stampa popolare seria, prevedibilmente discordanti nelle riviste specializzate di psicologia e scienze sociali. Quasi tutti i più eminenti testisti mentali ereditaristi scrivevano sulle riviste più importanti, e ci si poteva ben aspettare le loro stoccate. Ad Arthur Jensen, per esempio, il libro non è piaciuto. Ma molti altri psicologi ne scrissero con lodi, spesso nutrite e senza riserva. Ma il «nadir» è arrivato (con un po’ di umorismo nell’assurdità) con il numero autunnale del 1983 di una delle riviste più conservatrici, The Public Interest, dove il mio dispeptico collega Bernard D. Davis aveva pubblicato un ridicolo attacco personale nei confronti miei e del libro, dal titolo «Il neolisenkoismo, il QI e la stampa». La sua tesi può essere facilmente riassunta: il libro di Gould ha ottenuto ottime recensioni nella stampa popolare, ma tutti i critici accademici lo hanno stroncato spietatamente. Perciò il libro è una fesseria motivata politicamente, e Gould stesso non è da meglio, qualunque cosa faccia, con la sua teoria dell’equilibrio punteggiato e le sue idee evoluzionistiche. Niente male. Mi astengo irremovibilmente dal rispondere alle recensioni negative sleali, perché nulla come il silenzio può disorientare chi ti attacca. Ma questo aveva superato ogni limite, così ne ho parlato con alcuni amici. Noam Chomsky e Salvador Luria, grandi studiosi e umanisti, dicevano in sostanza la stessa cosa: non replicare mai, se non quando chi ti attacca ha avanzato un’argomentazione che si può dimostrare falsa, e che potrebbe girare a proprio favore il fatto di rimanere senza risposta. Ho avuto l’impressione che la diatriba aperta da Davis rientrasse in questa categoria, e perciò gli ho risposto sulla stessa rivista nel numero di primavera del 1984 (la mia unica uscita su periodici di quella categoria). Come ho spiegato e documentato in quell’articolo, il signor Davis aveva letto solo poche recensioni, magari su riviste che gli piacevano, o che gli erano state mandate da colleghi che condividono le sue idee politiche. Grazie all’eccellente rassegna stampa del mio editore, ho letto tutte le recensioni. Ho selezionato i ventiquattro scritti di accademici specialisti in psicologia, e ne ho trovato quattordici positivi, tre incerti, e sette negativi (quasi tutti firmati da testisti mentali ereditaristi: cos’altro ci potevamo aspettare?). Mi ha fatto particolarmente piacere che il vecchio periodico di Cyril Burt, The British Journal of Mathematical and Statistical Psychology, riportasse uno dei resoconti più positivi: «Gould ha reso un valoroso servizio esponendo le basi logiche di uno fra i più importanti dibattiti nelle scienze sociali, e questo libro dovrebbe essere una lettura obbligata per gli studiosi e simili professionisti». Dalla pubblicazione in poi il libro ha venduto molto, e attualmente ha superato le duecentocinquantamila copie, più le traduzioni in dieci lingue. Mi hanno particolarmente gratificato le manifestazioni di interesse e la stimolante corrispondenza che ho continuamente ricevuto (e mi hanno se non altro divertito le manifestazioni di odio, comprese alcune minacce da gruppi neonazisti e antisemiti). Ripensando al passato, sono particolarmente orgoglioso di aver scelto un registro

che non ha certamente favorito un grosso successo iniziale (ottenibile, invece, con uno stile più vivace e maggiori riferimenti a problemi di attualità), ma che ha conferito al libro la capacità di durare nel tempo (grazie alla scelta di concentrarmi sulle tesi fondamentali, analizzate attingendo alle fonti originali nelle rispettive lingue). Intelligenza e pregiudizio non è di facile lettura, ma ho destinato il libro a tutte le persone serie interessate all’argomento. Ho seguito le due regole fondamentali che sono solito usare nello scrivere i miei saggi. Primo, non perdersi in chiacchiere generali (come temo di aver fatto un po’ in questa Introduzione; colpa della mezz’età, ne sono certo!). Bisogna concentrarsi su quei piccoli ma affascinanti dettagli che possono suscitare l’interesse delle persone, e illustrare i concetti generali molto meglio che nelle aperte e tendenziose discussioni. Questo metodo offre ai lettori un libro migliore, ma rende anche la stesura assai più divertente per chi scrive. Ho dovuto leggere tutte le fonti originali; ho avuto il grande piacere di ficcare il naso nei dati di Broca e di riscontrarvi tutte le falle e i pregiudizi inconsci, di ricostruire il test di Yerkes sottoposto alle reclute dell’esercito, di cercare di soppesare un cranio pieno di pallini di piombo. Molto più gratificante che affidarsi comodamente alle fonti secondarie, e scopiazzare qualche ordinaria riflessione da altri saggisti. Secondo, semplificare la scrittura eliminando il gergo, ma senza naturalmente alterare i concetti; niente compromessi, né livellamenti verso il basso. La divulgazione fa parte di una grande tradizione umanistica di ricerca seria, non è un esercizio di abbassamento di livello per incrementare gli incassi. Perciò non mi sono tirato indietro di fronte a passaggi difficoltosi e nemmeno di fronte a elementi di matematica. Dato che ho taciuto per quindici anni, consentitemi qualche paragrafo di pura vanteria, e permettetemi di dire cosa mi è piaciuto di più del libro. La storia dei test mentali nel XX secolo ha due fili conduttori principali: la rappresentazione su scala e la classificazione in base all’età mentale rilevata dai test del QI, e lo studio delle correlazioni fra i test mentali determinate dall’analisi fattoriale. In realtà, tutte le opere divulgative sulle facoltà mentali spiegano nei dettagli la linea del QI, e ignorano praticamente l’analisi fattoriale. Questa strategia viene seguita per una ragione ovvia e comprensibile: la spiegazione del QI è facile da esporre e da comprendere; l’analisi fattoriale, e il metodo a più variabili in generale, sono enormemente difficili per la maggior parte delle persone, e non facili da illustrare senza ricorrere a complessi elementi di matematica. Ma simili opere convenzionali non possono presentare adeguatamente la storia della teoria ereditaria dell’intelligenza unitaria, dal momento che questa nozione dipende in maniera determinante da entrambi gli elementi. Dobbiamo capire perché mai qualcuno pensasse che una classificazione lineare potesse ordinare le persone in base al valore mentale; in altre parole, dobbiamo comprendere la linea del QI, di solito trattata in maniera esauriente. Ma non possiamo cogliere o interpretare la teoria dell’intelligenza unitaria finché non conosciamo le basi

dell’imprescindibile affermazione secondo cui l’intelligenza può essere considerata una singola entità (che può quindi essere misurata da un semplice numero come il QI). Queste basi razionali derivano dall’analisi fattoriale e dalla sua presunta convalida della g di Spearman (quella cosa unitaria che si trova nella testa). Ma l’analisi fattoriale è stata in genere ignorata, precludendo così ogni possibilità di reale comprensione. Decisi allora di trattare l’analisi fattoriale a testa avanti: non avevo mai fatto uno sforzo simile a quello di rendere l’argomento accessibile ai lettori comuni. Continuavo a fallire, perché non potevo tradurre la matematica in una prosa comprensibile. Finalmente poi mi sono reso conto, in una di quelle occasioni in cui esclami «ci sono!», che al posto delle solite formule algebriche potevo usare la rappresentazione geometrica alternativa, ideata da Thurstone, dei test e degli assi come vettori (frecce) irradiantisi da un punto comune. Questo approccio ha risolto il problema, perché in generale le immagini si riescono a cogliere meglio dei numeri. Il VI capitolo che ne è derivato non è affatto semplice. Non si classificherà mai ai primi posti del pubblico gradimento, ma di nessuna opera scritta per lettori profani sono stato tanto orgoglioso. Credo di aver trovato la chiave per presentare l’analisi fattoriale; una delle più importanti questioni scientifiche del XX secolo non può essere compresa senza il presupposto di questo argomento. Niente mi ha mai gratificato più dei numerosi commenti spontanei pervenutimi nel corso degli anni da parte di statistici; molti di loro mi ringraziavano per questo capitolo sostenendo che ero riuscito a esporre bene l’analisi fattoriale e che lo avevo fatto con estrema cura e chiarezza. Non sono ancora del tutto pronto, ma alla fine canterò il mio nunc dimittis in pace. Un’osservazione conclusiva e marginale sull’analisi fattoriale e su Cyril Burt: il capitolo relativo a questi temi porta il titolo «Il vero errore di Cyril Burt. L’analisi fattoriale e la materializzazione dell’intelligenza». Burt era stato accusato di frode intenzionale per aver inventato di sana pianta i dati su cui si fondavano i suoi studi: si trattava di un esperimento, compiuto alla fine di una lunga carriera, su una coppia di gemelli identici, separati nei primi giorni di vita e cresciuti in condizioni sociali differenti. Inevitabilmente – suppongo – qualche chiosatore recente ha cercato di riabilitare Burt e di avanzare dubbi sulle accuse. Giudico questi tentativi labili e destinati a fallire, poiché l’evidenza della frode di Burt mi sembra palese e schiacciante. Ma vorrei sottolineare che considero l’argomento inopportuno, fuorviante, e di poco rilievo: il titolo del capitolo cerca di esprimere questa visione, per quanto con un gioco di parole non troppo chiaro. Qualunque cosa avesse fatto o no Burt da povero vecchio (e ho finito per provare quasi compassione per lui, e non ho goduto del suo smascheramento, ma ho capito che l’origine della sua azione stava in un tormento personale, forse in una malattia mentale), questo tardo contributo non ebbe rilevanza a lungo termine nella storia dei test mentali. L’errore precedente, profondo, ma onesto rappresenta invece l’affascinante e portentoso apporto della sua carriera. Burt fu il più importante analista fattoriale postspearmaniano (ereditò la cattedra di Spearman); e l’errore chiave dell’analisi

fattoriale è la materializzazione o reificazione, ossia la conversione delle astrazioni in presunte entità reali. Il «vero» errore di Burt fu rappresentato dall’analisi fattoriale applicata al modello ereditario, non il successivo studio dei gemelli (la parola reificazione deriva dal latino res, ossia cosa reale). Inevitabilmente, come per tutti gli argomenti di sempre viva attualità, dalla prima uscita del libro nel 1981 molte cose sono cambiate, a volte a mio vantaggio, altre a mio svantaggio. Ma ho scelto di lasciare il testo essenziale «com’è», perché la forma basilare della tesi sull’intelligenza unitaria, classificabile, ereditabile e in larga misura immutabile non è mai cambiata molto, e le critiche mosse restano ugualmente dure e devastanti. Come ho annotato poco più sopra, ho cancellato alcuni riferimenti all’attualità del 1981, corretto qualche errore di stampa e qualche inesattezza poco rilevante, e inserito alcune note a piè di pagina per creare un po’ di dialogo fra me nel 1981 e me oggi. Per il resto, in questa edizione riveduta non si legge che il mio libro originale. La novità maggiore della nuova edizione sta nelle due «fette di pane» che circondano la sostanza del testo originale: questa relazione prefatoria iniziale e la sezione conclusiva. In tale sezione ho raccolto in due capitoli cinque saggi. Il primo capitolo riporta le mie due diversissime recensioni a The Bell Curve. La prima è apparsa sul New Yorker il 28 novembre 1994. Sono stato particolarmente lieto che il signor Murray si sia tanto infuriato per questo articolo, e che molte persone abbiano riconosciuto che ho fornito un commento comprensibile e leale (sebbene tagliente) criticando sia l’assurdità dell’argomentazione generale divisa in quattro parti di The Bell Curve, sia l’inadeguatezza delle pretese empiriche avanzate nel libro (esposte in gran parte mostrando come gli autori relegassero schiaccianti dati contrari in un’appendice, millantando nel frattempo il loro supporto nel testo principale). Ero orgoglioso che questa recensione fosse il primo commento importante apparso, fondato su una lettura e una critica complete del testo vero e proprio (altri avevano già scritto commenti persuasivi sugli aspetti politici di The Bell Curve, ma avevano rinunciato ad affrontare il testo, adducendo come giustificazione l’incapacità di comprendere la matematica!). La seconda recensione rappresenta il mio tentativo di fornire un contesto più filosofico all’infondatezza di The Bell Curve, considerandone la consonanza con altre tesi tratte dalla storia del biodeterminismo. Questo scritto, pubblicato su Natural History del febbraio 1995, ripete alcuni contenuti di Intelligenza e pregiudizio, precisamente della sezione su Binet e sulle origini dei test del QI; ho tuttavia mantenuto la ripetizione, ritenendo che questi diversi contesti in cui è citato Binet potessero risultare interessanti per i lettori. La prima sezione su Gobineau, il «nonno» del moderno razzismo scientifico, rappresenta un materiale che avrei dovuto probabilmente includere nell’edizione originale del libro. Il secondo capitolo comprende tre saggi storici sulle figure chiave rispettivamente del XVII, XVIII e XIX secolo. Incontriamo per primo Sir Thomas Browne e la sua confutazione, risalente al Seicento, della fesseria secondo cui «gli ebrei puzzano».

Ho tenuto in gran conto la tesi di Browne, soprattutto perché è stata fin da allora supporto convincente per le tesi contro il biodeterminismo; la sua vecchia confutazione, infatti, ha una validità intramontabile. Questo scritto termina con un sommario della sorprendente revisione che i dati della genetica moderna e dell’evoluzionismo raccolti sulle origini umane devono imporre alla nostra nozione di razze e agli annessi significati. Il secondo analizza i documenti fondamentali della moderna classificazione razziale, il sistema a cinque varietà concepito nel tardo Settecento dal geniale antropologo liberale tedesco Blumenbach. Ho usato questo saggio per mostrare come la teoria e i presupposti inconsci influenzino sempre la nostra analisi e l’organizzazione dei dati presunti oggettivi. Blumenbach aveva buone intenzioni, ma finì per affermare la gerarchia razziale basandosi su canoni geometrici ed estetici, e non su qualche altro eventuale difetto. Se vi siete mai chiesti perché la razza bianca sia definita «caucasica» in onore di una piccola regione russa, troverete la risposta in questo saggio e nelle definizioni di Blumenbach. L’ultimo articolo riassume le vedute di Darwin, ora convenzionali, ora coraggiose, sulle differenze razziali, e finisce con un appello a comprendere le figure storiche nel contesto del tempo in cui vivevano, non in un anacronistico riferimento al presente. Non mi andava di chiudere con una «fetta di pane» stantio, così ho cercato di costruire questa sezione finale con articoli mai antologizzati prima. Dei cinque, solo uno è apparso precedentemente nelle mie raccolte: è l’ultimo, quello su Darwin, tratto da Eight Little Piggies (Otto piccoli porcellini). Ma non potevo permettermi di escludere il mio eroe personale, anche perché la chiusura con questo saggio mi ha offerto la possibilità di instaurare una preziosa corrispondenza simmetrica, facendo sì che il libro terminasse con la stessa meravigliosa frase di Darwin con cui attacco questa Introduzione, nella «fetta di pane» d’apertura, e che serve da citazione epigrafica alla farcitura, cioè al testo di Intelligenza e pregiudizio. Un altro di questi articoli – la recensione di The Bell Curve uscita sul New Yorker – è stato ristampato in una raccolta tempestivamente pubblicata in risposta al libro di Murray e Herrnstein. Gli altri non sono mai stati antologizzati prima e li ho esclusi di proposito dalla mia recente raccolta Come un dinosauro nel pagliaio. L’argomento del biodeterminismo ha una storia lunga, complessa e controversa. È facile perdersi nelle minuzie delle astratte tesi accademiche. Ma non dobbiamo mai dimenticare quanto queste false tesi abbiano sminuito il valore umano delle vite dei singoli; e soprattutto per questa ragione, non dobbiamo mai venir meno al nostro proposito di denunciare l’abuso della scienza per mire sociali estranee. Perciò lasciatemi chiudere con il paragrafo cruciale di Intelligenza e pregiudizio: «Attraversiamo questo mondo una sola volta. Poche tragedie possono essere più vaste dell’acrobazia della vita, poche ingiustizie più profonde della negazione della possibilità di lottare o perfino di sperare, determinata da un limite posto dall’esterno, ma che erroneamente si considera posto all’interno».

1

Un amico linguista ha previsto con esattezza uno dei curiosi problemi che il titolo avrebbe implicato.

Per qualche ragione (e ho fatto tutto da me, quindi non sto attribuendo colpe, esprimo solo la mia perplessità), la gente tende a pronunciare male la prima parola storpiandola in mishmeasure, provocando inopportune risatine e imbarazzo durante le introduzioni prima delle conferenze, o durante le interviste radiofoniche. Pare, così almeno mi ha spiegato l’amico, che anticipiamo il suono zh in arrivo con measure, e cerchiamo inconsciamente di intonare la prima parte della parola col suono successivo, pronunciando perciò mish al posto di mis [probabile allusione alla parola mishmash, che significa «confusione», «guazzabuglio» (N.d.T.)]. Trovo affascinante questo errore. Dopotutto, sbagliamo nell’anticipare un suono non ancora pronunciato, svelando così (almeno credo) come il cervello sottoponga la lingua a un monitoraggio prima dell’atto espressivo. Non è forse notevole anche la forma dell’errore? Siamo portati a preferire questa combinazione di suoni allitterante, piacevole e ripetuta? Queste consonanze si verificano soltanto per agevolare l’articolazione, o rivelano qualcosa di più profondo su determinati modelli cerebrali? Cos’hanno da dire tali fenomeni sull’origine e la forma della poesia? E sulla natura e l’organizzazione delle nostre funzioni mentali? 2

In inglese nature vs. nurture. [N.d.T.]

1. Introduzione

Socrate consigliava che i cittadini della repubblica dovessero essere educati e assegnati secondo il merito a tre classi: governanti, soldati e lavoratori. Una società stabile richiede che questi ranghi vengano rispettati e che i cittadini accettino lo stato loro conferito. Ma come può essere ottenuto questo consenso? Socrate, incapace di escogitare una logica argomentazione, costruisce un mito. Con un certo imbarazzo dice a Glaucone: Ebbene, parlo: pure non so con quale coraggio o quali parole mi esprimerò. Cercherò di persuadere prima gli stessi governanti e i soldati, poi anche il resto dei cittadini, che tutta quell’educazione fisica e spirituale che noi davamo loro, essi credevano di sentirla e di riceverla, ma non erano che dei sogni, e veramente allora essi si trovavano entro la terra. Glaucone, sopraffatto, esclama: «Non era senza ragione, […] che da un pezzo esitavi a dire questa menzogna». «Molto naturale!» risponde Socrate. «Ciononostante ascolta anche il resto del mito». Voi, quanti siete cittadini dello Stato, siete tutti fratelli, ma la divinità mentre vi plasmava, a quelli tra voi che hanno attitudine al governo mescolò, nella loro generazione, dell’oro, e perciò altissimo è il loro pregio; agli ausiliari, argento; ferro e bronzo agli agricoltori e agli artigiani. Per questa generale comunanza di origine dovreste generare figli per lo più simili a voi; […] esiste un oracolo per cui lo Stato è destinato a perire quando la sua custodia sia affidata al guardiano di ferro o a quello di bronzo. Ora, conosci qualche espediente per indurli a credere questo mito? Glaucone risponde: «Per indurre proprio loro […] no, non ne conosco; ne conosco però per indurre i loro figli, i posteri e il resto della futura umanità» (La Repubblica, III, XXI. 414 d e sgg.). Glaucone aveva espresso una profezia. Lo stesso racconto, in versioni diverse, è stato narrato e creduto da allora in poi. La giustificazione dell’ordinamento dei

gruppi per meriti innati è cambiata secondo i periodi della storia occidentale. Platone faceva affidamento sulla dialettica, la Chiesa sul dogma. Negli ultimi due secoli certe affermazioni scientifiche sono divenute l’agente primario per la conferma del mito di Platone. Questo libro riguarda la versione scientifica del racconto di Platone e l’argomento generale può essere definito determinismo biologico. Esso sostiene che le norme comportamentali comuni e le differenze sociali ed economiche tra i gruppi umani – in primo luogo razze, classi e sessi – derivano da distinzioni innate ereditate, e che la società, in questo senso, è un esatto riflesso della biologia. Questo libro discute, in prospettiva storica, uno dei temi principali del determinismo biologico: la pretesa secondo cui il merito può essere assegnato agli individui e ai gruppi misurando l’intelligenza come una quantità globale. Due principali fonti di dati hanno sostenuto questo tema: la craniometria (o misurazione del cranio) e una certa prassi nell’uso dei test psicologici. I metalli hanno ceduto il posto ai geni. Ma la tesi di fondo non è cambiata: i ruoli sociali ed economici riflettono in modo preciso la costruzione innata degli uomini. Comunque, un aspetto di questa strategia intellettuale è cambiato: Socrate sapeva di dire una menzogna. I deterministi hanno spesso invocato il prestigio tradizionale della scienza in quanto conoscenza oggettiva, libera dalle contaminazioni sociali e politiche. Essi descrivono se stessi come portatori di severa verità e i loro avversari come sentimentali, idealisti e pensatori bramosi. Louis Agassiz (1850, p. 111), difendendo la sua assegnazione dei neri a specie separata, scrisse: «I naturalisti hanno ragione di considerare le questioni che si sviluppano dalle relazioni fisiche degli uomini come questioni puramente scientifiche e di investigarle senza riferimento alla politica o alla religione». Carl C. Brigham (1923), esprimendosi a favore dell’esclusione degli immigrati europei provenienti dalle regioni meridionali e orientali che avevano ottenuto un punteggio scarso in presunti test di intelligenza innata, dichiarò: «Le misure che dovrebbero essere adottate per conservare o aumentare la nostra attuale capacità intellettuale devono, naturalmente, essere dettate dalla scienza e non dal calcolo politico». E Cyril Burt, appellandosi a dati falsificati, compilati da un’inesistente signorina Conway, lamentava che i dubbi sulla base genetica del QI «sembrano essere fondati sugli ideali sociali o sulla preferenza soggettiva dei critici piuttosto che su un qualsiasi esame di prima mano delle prove a sostegno del punto di vista opposto» (Conway, 1959, p. 15). Dato che il determinismo biologico possiede una tale evidente utilità per i gruppi al potere, può essere perdonabile che si sospetti che anch’esso sorga in un contesto politico, nonostante si affermi il contrario. Dopotutto, se lo status quo è un’estensione della natura, allora ogni importante cambiamento, se possibile, deve comportare un costo enorme – psicologico per gli individui, o economico per la società – tale da costringere le persone all’interno di sistemi innaturali. Nel suo celebre libro, An American Dilemma (1944), il sociologo svedese Gunnar Myrdal discusse l’impatto delle argomentazioni biologiche e mediche sulla natura umana:

«Esse sono state associate, in America come nel resto del mondo, alle ideologie conservatrici e reazionarie. Sotto la loro lunga egemonia, c’è stata una tendenza ad accettare la causalità biologica senza problemi e ad accettare le spiegazioni sociali solo in presenza di una prova incontrovertibile. Nelle questioni politiche, questa tendenza ha favorito una politica del non-fare». O, come scrisse più succintamente Condorcet, molto tempo fa: «[esse] rendono la natura stessa complice del crimine dell’ineguaglianza politica». Questo libro cerca di dimostrare le debolezze scientifiche e i contesti politici delle tesi deterministiche. Però, con ciò non intendo contrapporre cattivi deterministi che smarriscono la strada dell’obiettività scientifica e illuminati antideterministi che si accostano ai dati con mente aperta e vedono quindi la verità. Critico, piuttosto, il mito che la scienza stessa sia un’impresa oggettiva, fatta correttamente solo quando gli scienziati possono uscire dal guscio della loro cultura e osservare il mondo com’è realmente. Tra gli scienziati, solo pochi consci ideologi sono entrati in questi dibattiti sull’uno o sull’altro versante. Gli scienziati non hanno bisogno di diventare espliciti apologeti della loro classe o cultura per riflettere questi aspetti diffusi della vita. Ciò che voglio affermare non è che i deterministi biologici fossero cattivi scienziati o, anche, che fossero sempre in errore. Piuttosto, credo che la scienza debba essere compresa come un fenomeno sociale, come una coraggiosa impresa umana, non come il lavoro di automi programmati per raccogliere informazione pura. Presento questa opinione anche come un’anacrusi sulla scienza, non come un triste epitaffio per una nobile speranza sacrificata sull’altare delle limitazioni umane. La scienza, dal momento che viene praticata dall’uomo, è un’attività socialmente inserita. Essa progredisce per impressioni, immaginazione e intuizione. La maggioranza dei suoi cambiamenti nel tempo non registra un avvicinamento alla verità assoluta, ma il mutamento dei contesti culturali che la influenzano così fortemente. I fatti non sono frammenti puri e incontaminati d’informazione; anche la cultura influenza che cosa vediamo e come la vediamo. Le teorie, inoltre, non sono inesorabili induzioni da fatti. Le teorie più creative sono spesso visioni fantasiose imposte sui fatti: anche la fonte di immaginazione è fortemente culturale. Questa tesi, sebbene suoni come un anatema per molti scienziati, sarebbe accettata, penso, da quasi tutti gli storici della scienza. Nel suggerirla, comunque, non voglio schierarmi su una posizione ora corrente in alcuni circoli storici: la pretesa puramente relativistica secondo cui il mutamento scientifico riflette solo la modificazione dei contesti sociali, che la verità è un concetto senza significato al di fuori di assunti culturali e che la scienza non può, per questo, fornire risposte durature. Come scienziato, condivido il credo dei miei colleghi: ritengo che una realtà fattuale esista e che la scienza, sebbene in maniera spesso ottusa ed errata, possa imparare da essa. A Galileo non furono mostrati gli strumenti di tortura in un astratto dibattito sul moto lunare. Lo scienziato aveva minacciato la tesi tradizionale della Chiesa sulla stabilità sociale e dottrinale: l’ordine statico del mondo con i pianeti che ruotano intorno a una Terra centrale, i preti subordinati al

papa e i servi al loro signore. Ma, presto, la Chiesa fece pace con la cosmologia di Galileo. Non c’era scelta: la Terra ruota realmente attorno al Sole. Tuttavia, la storia di molte questioni scientifiche è praticamente libera da tali costrizioni di fatto per due principali motivi. Primo, alcuni temi sono investiti di enorme importanza sociale ma sono dotati di un’informazione molto poco attendibile. Quando il rapporto fra dati e impatto sociale è così basso, una storia degli atteggiamenti scientifici può essere poco più di una registrazione indiretta del mutamento sociale. La storia delle vedute scientifiche sulla razza, per esempio, serve come uno specchio dei movimenti sociali (Provine, 1973). Questo specchio riflette in tempi buoni e cattivi, in periodi di fede nell’uguaglianza e in epoche di razzismo imperversante. La campana a morto per la vecchia eugenetica in America fu suonata dal particolare uso fatto da Hitler di tesi, un tempo favorite, sulla sterilizzazione e la purificazione della razza più che dai progressi nella conoscenza genetica. Secondo, molte questioni vengono formulate dagli scienziati in modo così ristretto che qualunque risposta legittima può solo convalidare una preferenza sociale. Molta parte del dibattito sulle differenze razziali per ciò che riguarda il valore mentale, per esempio, muoveva dall’assunto che l’intelligenza era una cosa che stava nella testa. Sino a quando questo concetto non fu accantonato, nessun dato poté scalzare una radicata tradizione occidentale di ordinare voci congiunte in una catena progressiva dell’esistenza. La scienza non può sfuggire alla sua curiosa dialettica. Incastonata nella cultura, essa può, tuttavia, essere un potente agente per mettere in forse e sovvertire gli assunti che la nutrono. Può fornire l’informazione per ridurre il rapporto fra dati e importanza sociale. Gli scienziati possono lottare per identificare i presupposti culturali della loro professione e per chiedersi in che modo le risposte potrebbero essere formulate con asserzioni diverse. Essi possono proporre teorie creative che forzano i colleghi allarmati ad affrontare procedure non esaminate. Ma il potenziale della scienza come strumento per identificare le costrizioni culturali su di essa, non può essere pienamente sviluppato sino a che gli scienziati non abbandoneranno i miti gemelli dell’oggettività e della marcia inesorabile verso la verità. Infatti, si deve vedere la trave nel proprio occhio prima di vedere le tante pagliuzze che penetrano negli occhi degli altri. Le travi possono allora diventare d’aiuto, invece che d’impedimento. Gunnar Myrdal (1944) colse entrambi i lati di questa dialettica quando scrisse: Negli ultimi cinquant’anni, uno sparuto gruppo di scienziati sociali e biologi ha gradualmente forzato le persone colte ad abbandonare alcuni dei più vistosi errori biologici. Ma ci devono essere ancora numerosi altri errori dello stesso tipo che nessun individuo vivente può ancora individuare a causa della nebbia in cui ci avvolge il nostro tipo di cultura occidentale. Le influenze culturali hanno determinato le ipotesi sulla mente, sul corpo e sull’universo da cui partiamo; pongono le domande a cui rispondiamo,

influenzano i fatti che cerchiamo; determinano l’interpretazione che diamo di questi fatti; e guidano la nostra reazione a queste interpretazioni e conclusioni. Il determinismo biologico è un argomento troppo vasto per un solo uomo e un solo libro: esso infatti tocca praticamente ogni aspetto dell’interazione tra biologia e società sin dagli albori della scienza moderna. Mi sono quindi limitato a un argomento fondamentale e trattabile rispetto al suo intero edificio: un argomento in due capitoli storici, fondato su due errori profondi e portato avanti con uno stile comune. Cominciamo con uno degli errori: la reificazione, cioè la nostra tendenza a convertire concetti astratti in entità, a materializzarli. Riconosciamo l’importanza del potere intellettuale nella nostra vita e desideriamo caratterizzarla, allo scopo di operare tra la gente le divisioni e le distinzioni che il nostro sistema culturale e politico ci detta. A questo insieme straordinariamente complesso e multivariegato di capacità umane assegnamo quindi, il nome «intelligenza». Questo simbolo grafico viene quindi materializzato, e ottiene così il suo dubbio stato di cosa unitaria. Non appena l’intelligenza diviene un’entità, le procedure standard della scienza prescrivono che vengano cercati per essa un sito e un substrato fisico. Dato che il cervello è la sede del potere intellettuale, l’intelligenza deve risiedere lì. Incontriamo ora il secondo errore: la classificazione, cioè la nostra tendenza a ordinare una variazione complessa in una scala ascendente. Le metafore di progresso e gradualismo sono state tra le più diffuse nel pensiero occidentale (si veda il saggio classico di Lovejoy [1936] sulla grande catena dell’essere o la famosa trattazione di Bury [1920] sull’idea di progresso). La loro utilità sociale dovrebbe essere evidente nel seguente consiglio di Booker T. Washington indirizzato all’America nera: Uno dei pericoli per la mia razza è che essa possa divenire impaziente e sentire di poter risollevarsi con sforzi fittizi e superficiali invece che mediante il processo più lento ma più sicuro costituito da un passo alla volta attraverso tutti i gradi costitutivi dello sviluppo industriale, mentale, morale e sociale che tutte le razze che sono divenute indipendenti e forti hanno dovuto seguire. (1904, p. 245) Ma, il classificare richiede un criterio per assegnare tutti gli individui alla loro appropriata posizione nella singola serie. E quale miglior criterio di un numero oggettivo? Lo stile comune, quindi, che racchiude entrambi gli errori è stata la quantificazione, la misurazione, cioè, dell’intelligenza espressa in un singolo numero 1 per ogni persona. Questo libro riguarda, quindi, l’astrazione dell’intelligenza come entità singola, la sua collocazione dentro il cervello, la sua quantificazione in un numero per ogni individuo e l’uso di questi numeri per classificare le persone in una singola serie di valore, per trovare invariabilmente che i gruppi oppressi e

svantaggiati – razze, classi o sessi – sono innatamente inferiori e meritano il loro stato. In breve, questo libro riguarda l’erronea misurazione dell’uomo, così come è 2 stata condotta sino a oggi. Gli ultimi due secoli sono stati caratterizzati da diverse tesi sulla classificazione. La craniometria era la scienza numerica guida del determinismo biologico durante il XIX secolo. Discuterò (II capitolo) i dati più ampi compilati prima di Darwin per classificare le razze a seconda delle grandezze dei loro cervelli: la collezione di crani del medico di Philadelphia Samuel George Morton. Il III capitolo tratta della fioritura della craniometria come scienza rigorosa e rispettabile nella scuola di Paul Broca nell’Europa del tardo Ottocento. Il IV capitolo sottolinea, poi, l’impatto degli approcci quantificati all’anatomia umana nel determinismo biologico del XIX secolo. In esso sono presentati due casi: la teoria della ricapitolazione come criterio primario di evoluzione per la classificazione unilineare dei gruppi umani e il tentativo di spiegare il comportamento criminale come un atavismo biologico riflesso nella morfologia scimmiesca di assassini e altri delinquenti. Ciò che la craniometria fu per il XIX secolo, l’uso dei test d’intelligenza lo divenne per il XX, quando si suppose che l’intelligenza (o almeno una parte dominante di essa) fosse una cosa unica, innata, ereditata e misurabile. Discuterò le due componenti di questo approccio non valido all’uso dei reattivi mentali nel V capitolo (la versione ereditaria della scala del QI come prodotto americano), e nel VI (la discussione per materializzare l’intelligenza in una entità singola mediante la tecnica matematica dell’analisi fattoriale). L’analisi fattoriale è un argomento matematico difficile, quasi sempre omesso dai testi per i non specialisti. Credo che essa possa essere resa accessibile e spiegata a parole. Il materiale del VI capitolo non è proprio «di facile lettura», ma non potevo tralasciarlo perché la storia dell’uso dei test di intelligenza non può essere compresa senza afferrare la discussione sull’analisi fattoriale e comprenderne il profondo errore concettuale. Il grande dibattito sul QI non ha senso senza questo argomento tradizionalmente mancante. Ho provato a trattare tali questioni in modo non convenzionale, usando un metodo che cade al di fuori della tradizionale portata sia dello scienziato che dello storico che operano singolarmente. Gli storici trattano raramente i dettagli quantitativi in gruppi di dati fondamentali. Essi scrivono, come io non saprei fare adeguatamente, del contesto sociale, della biografia o della storia intellettuale generale. Gli scienziati sono abituati ad analizzare i dati dei loro colleghi, ma pochi sono interessati alla storia abbastanza per applicare il metodo ai loro predecessori. Così molti studiosi hanno scritto dell’impatto di Broca, ma nessuno ha rifatto i suoi conti. Ho messo a fuoco e rianalizzato alcuni gruppi di dati classici della craniometria e dei test d’intelligenza per due ragioni, oltre alla mia incompetenza a procedere in qualche altro modo fruttuoso e il mio desiderio di far qualcosa un po’ diverso. Credo, anzitutto, che anche Satana vada con Dio nei dettagli. Se le influenze culturali sulla scienza possono essere scovate nei particolari noiosi di una quantificazione quasi automatica e che si suppone oggettiva, allora lo stato di

pregiudizio sociale del determinismo biologico, riflesso dagli scienziati nel loro particolare elemento, sembra sicuro. La seconda ragione per analizzare i dati quantitativi nasce dallo speciale stato di cui godono i numeri. La mistica della scienza proclama che i numeri sono la prova ultima di obiettività. Possiamo sicuramente pesare un cervello o dare un punteggio a un test d’intelligenza senza registrare le nostre preferenze sociali. Se i vari livelli vengono indicati da freddi numeri, ottenuti mediante procedure rigorose e standardizzate, essi devono allora riflettere la realtà anche se confermano ciò che volevamo credere sin dal principio. Gli antideterministi hanno compreso il particolare prestigio dei numeri e la speciale difficoltà che il loro rifiuto comporta. Léonce Manouvrier, fine statistico e pecora nera non determinista del gregge di Broca, scrisse a proposito dei dati di Broca sui cervelli piccoli delle donne: Le donne hanno mostrato i loro talenti e i loro attestati. Hanno invocato il parere di eminenti filosofi. Tuttavia, si sono trovate a combattere contro numeri sconosciuti tanto a Condorcet che a John Stuart Mill. Questi numeri si sono abbattuti sulle spalle delle donne come una mannaia, e sono stati accompagnati da commenti e sarcasmi più feroci delle più misogine imprecazioni di certi Padri della Chiesa. I teologi si sono chiesti se le donne hanno un’anima. Molti secoli dopo, alcuni scienziati sono pronti a negar loro un’intelligenza umana. (1903, p. 406) Se – come credo di aver dimostrato – i dati quantitativi sono soggetti alla costrizione culturale come ogni altro aspetto della scienza, allora non devono avere nessuna speciale pretesa sulla verità finale. Nel rianalizzare questi gruppi di dati classici, ho continuamente individuato un pregiudizio a priori che ha portato gli scienziati a conclusioni non valide tratte da dati adeguati o che hanno distorto la raccolta stessa dei dati. Solo per pochi casi – la documentata falsificazione dei dati sul QI di gemelli identici di Cyril Burt e la mia scoperta del fatto che Goddard alterò le fotografie per suggerire il ritardo mentale dei Kallikak – possiamo stabilire una frode cosciente come causa di pregiudizio sociale. Ma la frode non è storicamente interessante, se non come pettegolezzo, dato che chi perpetra la frode sa che cosa sta facendo e i pregiudizi inconsci, che registrano le sottili e inevitabili costrizioni della cultura, non vengono illustrati. In molti casi discussi in questo libro, possiamo essere abbastanza certi che tali pregiudizi – sebbene spesso espressi tanto grossolanamente come nei casi di frode cosciente – erano inconsapevolmente influenti, e che gli scienziati credevano di rincorrere la pura verità. Dato che molti casi presentati nel libro sono così evidenti, perfino ridicoli al punto in cui siamo oggi, desidero sottolineare che non ho preso come bersagli figure marginali (con la possibile eccezione di Bean nel III capitolo, che ho usato come commediola d’apertura per illustrare un punto generale e di Cartwright nel II capitolo, le cui affermazioni sono troppo preziose per poterle escludere). Di

bersagli facili ce ne sono in quantità: da un eugenetista di nome W.D. McKim (1900), dottore in filosofia, il quale pensava che tutti gli scassinatori notturni dovessero essere uccisi con l’anidride carbonica, a un certo professore inglese che fece il giro degli Stati Uniti alla fine del XIX secolo offrendo il non richiesto consiglio che avremmo potuto risolvere i nostri problemi razziali se ogni irlandese avesse 3 ucciso un nero e fosse stato impiccato per questo. Anche i bersagli facili sono pettegolezzo, non storia; essi sono effimeri e marginali, anche se divertenti. Mi sono soffermato sui più eminenti e più influenti scienziati dei loro tempi e ho analizzato i loro lavori più importanti. Mi sono divertito a giocare all’investigatore nella maggior parte degli studi di casi che compongono questo libro: trovando brani espurgati senza commento in lettere pubblicate, ricalcando somme per individuare errori che sono a sostegno di determinate aspettative, scoprendo in che modo dati adeguati possono essere filtrati attraverso i pregiudizi per ottenere risultati predeterminati, anche somministrando l’Army Mental Test per analfabeti ai miei studenti, con risultati interessanti. Ma credo fermamente che quale che sia lo zelo che un investigatore debba mettere nei dettagli, non si oscuri il messaggio generale: che le tesi deterministe per classificare gli individui secondo una singola scala di intelligenza, non importa quanto numericamente sofisticata, non abbiano registrato molto di più di un pregiudizio sociale; e che possiamo apprendere qualcosa di promettente sulla natura della scienza seguendo tale analisi. Se questo argomento fosse solo di interesse astratto per lo studioso, potrei avvicinarmi a esso con tono più moderato. Ma pochi argomenti biologici hanno avuto un’influenza più diretta su milioni di uomini. Il determinismo biologico è, nella sua essenza, una teoria dei limiti. Essa considera lo stato corrente di gruppi come una misura di dove essi dovrebbero e devono stare (anche se permette ad alcuni rari individui di elevarsi in conseguenza della loro fortunata biologia). Ho parlato poco dell’attuale rinascita del determinismo biologico perché le sue singole affermazioni sono di solito così labili che per confutarle è sufficiente un articolo su una rivista o una rubrica di giornale. Ricordiamoci anche gli argomenti scottanti di dieci anni fa: le proposte di Shockley di dare a chi volontariamente si faceva sterilizzare una somma di denaro proporzionale al suo numero di punti di QI inferiore a 100; il grande dibattito sull’XYY; o il tentativo di spiegare i tumulti metropolitani con la neurologia malata dei rivoltosi. Ho pensato che sarebbe più utile e interessante esaminare le fonti originali delle tesi che ancora ci circondano. Queste, almeno, mostrano grossi e illuminanti errori. Ma sono stato ispirato a scrivere questo libro perché il determinismo biologico sta ritornando popolare, come sempre avviene in tempi di trinceramento politico. Gli ambienti mondani cicaleggiano con la solita profondità sull’aggressione innata, i ruoli sessuali e la scimmia nuda. Milioni di persone sospettano ora che i loro pregiudizi sociali siano dopotutto fatti scientifici. E sono proprio questi stessi pregiudizi latenti, non dati freschi, la fonte primaria di questa rinnovata attenzione. Attraversiamo questo mondo una sola volta. Poche tragedie possono essere più vaste dell’acrobazia della vita, poche ingiustizie più profonde della negazione della

possibilità di lottare o perfino di sperare, determinata da un limite imposto dall’esterno, ma che erroneamente si considera posto all’interno. Cicerone racconta la storia di Zopiro il quale sosteneva che Socrate aveva vizi innati evidenti dalla sua fisionomia. I suoi discepoli rifiutarono tale affermazione, ma Socrate difese Zopiro e dichiarò di avere davvero i vizi, ma di averne cancellato gli effetti attraverso l’esercizio della ragione. Viviamo in un mondo di differenze umane e di preferenze, ma l’estrapolazione di questi fatti in teorie dai limiti rigidi è ideologia. George Eliot comprese a fondo la tragedia che per i gruppi subalterni era rappresentata da una etichettatura di natura biologica, e parlò a nome di quelle come lei: le donne dotate di talento straordinario. Le sue parole vanno altrettanto bene per un gruppo più vasto di persone, non solo per coloro i cui sogni sono derisi, ma anche per coloro che nemmeno immaginano di poter sognare. Tuttavia, io non sono in grado di eguagliare la sua prosa (Middlemarch, Introduzione): Alcuni hanno ritenuto che queste vite incerte siano dovute all’importuna vaghezza con cui l’Ente supremo ha plasmato la natura femminile: se esistesse un livello di incompetenza femminile così assoluto come l’abilità di contare fino a tre e non oltre, il destino sociale delle donne potrebbe essere discusso con esattezza scientifica. I margini di variabilità sono in realtà assai più ampi di quanto chiunque potrebbe supporre giudicando dall’uniformità delle acconciature femminili e dalla preferenza accordata alle storie d’amore in prosa e in versi. Qua e là un giovane cigno viene allevato con difficoltà tra gli anatroccoli dello stagno scuro, e non trova mai il flusso vitale in compagnia degli altri palmipedi della sua stessa specie. Qua e là viene al mondo una Santa Teresa, fondatrice di nulla, i cui singhiozzi e le palpitazioni per una virtù mai conseguita vibrano a distanza e vengono dispersi tra gli ostacoli, anziché concentrarsi in qualche opera riconoscibile nel tempo.

1

Peter Medawar (1977, p. 73) ha presentato altri interessanti esempi dell’«illusione racchiusa

nell’ambizione di attribuire una valutazione di un singolo numero a quantità complesse», per esempio, il tentativo fatto da demografi di cercare le cause degli andamenti della popolazione in una singola misura di «valore riproduttivo»; o il desiderio degli scienziati del suolo di astrarre la «qualità» di un terreno in un singolo numero. 2

Secondo quanto impostomi sopra, non tratterò tutte le teorie della craniometria (tralascio la

frenologia, per esempio, perché essa non materializzava l’intelligenza come entità singola ma osservava organi molteplici con il cervello). Escludo, parimenti, molti modi importanti e spesso quantificati di determinismo che non cercarono di misurare l’intelligenza come una proprietà del cervello: per esempio, la maggior parte dell’eugenetica. 3

Troppo prezioso per essere escluso anche uno dei casi moderni più clamorosi di ricorso al

determinismo biologico come giustificazione di un comportamento equivoco. Bill Lee, sedicente filosofo

del baseball, per giustificare il beanball, il lancio deliberatamente diretto contro la testa del battitore, dichiara (New York Times, 24 luglio 1976): «Al college ho letto un libro intitolato Territorial Imperative. Un compagno deve sempre proteggere la propria casa base più strenuamente di qualunque altra cosa. Il mio territorio è in basso e lontano dai battitori. Se questi escono di lì e prendono la palla, devo intervenire».

2. La poligenesi e la craniometria in America prima di Darwin Neri e indiani considerati come specie separate e inferiori L’ordine è la prima legge del paradiso; e ammesso ciò, alcuni sono, e devono essere, più grandi del resto. (ALEXANDER POPE, Saggio sull’uomo, 1773) Appelli alla ragione o alla natura dell’universo sono stati usati nel corso della storia per consacrare le gerarchie esistenti come appropriate e inevitabili. Le gerarchie raramente durano per più di poche generazioni, ma gli argomenti, rimessi a nuovo per il successivo ciclo di istituzioni sociali, ruotano eternamente. Il catalogo di giustificazioni basate sulla natura passa per una gamma di possibilità: elaborate analogie tra governanti con una gerarchia di classi subordinate e la Terra in posizione centrale dell’astronomia tolemaica con un ordine gerarchizzato di corpi celesti ruotanti attorno a essa; oppure appelli all’ordine universale di una «grande catena dell’essere» che si estende in un’unica serie, dall’ameba a Dio, e che include in prossimità del suo apice una serie graduata di razze umane e di classi. Per citare ancora Alexander Pope: «Senza questa giusta gradazione, potrebbero essi essere assoggettati questi a quelli, o tutti a te? […] Qualunque anello della catena della natura tu colpisca, il decimo o il decimillesimo, essa si romperà». Il più umile come il più grande recitano la loro parte nel preservare la continuità dell’ordine universale: tutti ricoprono i ruoli loro designati. Questo libro tratta un argomento che, con sorpresa di molti, sembra essere in ritardo: il determinismo biologico, la concezione secondo cui coloro che stanno in basso sono fatti di materiale intrinsecamente scadente (cervelli poveri, geni cattivi eccetera). Platone, come abbiamo visto, provò cautamente ad avanzare questa idea nella Repubblica, ma alla fine la marchiò come menzogna. Il pregiudizio razziale può essere vecchio quanto la storia umana, ma la sua giustificazione biologica impose l’ulteriore fardello dell’inferiorità intrinseca sui gruppi disprezzati e precluse loro la redenzione per trasformazione o assimilazione. Le argomentazioni «scientifiche» hanno costituito una linea primaria di attacco per più di un secolo. Nel discutere la prima teoria biologica sostenuta da ampi dati quantitativi – la craniometria della prima parte del XIX secolo – devo iniziare ponendo una domanda di causalità: l’introduzione della scienza induttiva ha aggiunto dei dati legittimi per modificare o rafforzare una tesi nascente di ordinamento razziale? Oppure l’incarico a priori di ordinare ha influenzato le questioni «scientifiche» poste e i dati raccolti per sostenere una conclusione

preordinata?

Un contesto culturale comune Nel valutare l’impatto della scienza sulle vedute razziali del XVIII e del XIX secolo, dobbiamo prima considerare l’ambiente culturale di una società i cui membri influenti e i cui intellettuali non dubitavano dell’opportunità dell’ordinamento razziale, con gli indiani sotto ai bianchi e i neri sotto ogni altro (fig. 1). Sotto questo ombrello universale, le discussioni non mettevano in contrasto uguaglianza e ineguaglianza. Un gruppo – potremmo chiamarlo della «linea dura» – sosteneva che i neri erano inferiori e che il loro stato biologico giustificava la schiavitù e la colonizzazione. Un altro gruppo – della «linea morbida», se volete – concordava sul fatto che i neri fossero inferiori, ma sosteneva che il diritto alla libertà delle genti non dipendeva dal loro livello di intelligenza. «Qualunque sia il grado di talento» scrisse Thomas Jefferson «esso non è una misura dei diritti.» I «teneri» avevano vari atteggiamenti sulla natura dello svantaggio dei neri. Alcuni sostenevano che un’educazione e uno standard di vita appropriati potessero «innalzarli» al livello dei bianchi; altri sostenevano la loro permanente inettitudine. Essi erano in disaccordo anche sulle radici biologiche o culturali della loro inferiorità. Tuttavia, in tutta la tradizione egualitaria dell’Illuminismo europeo e della rivoluzione americana non posso identificare alcuna posizione popolare remotamente simile al «relativismo culturale» che prevale (almeno a voce) oggi nei circoli liberali. L’approccio più vicino è una tesi comune secondo cui l’inferiorità dei neri è puramente culturale e può essere completamente sradicata mediante l’istruzione verso uno standard proprio della razza bianca. Tutti gli eroi della cultura americana abbracciarono atteggiamenti razziali che imbarazzerebbero i creatori del mito della scuola pubblica. Benjamin Franklin considerava, sì, l’inferiorità dei neri puramente di tipo culturale e completamente recuperabile, esprimeva però la speranza che l’America divenisse un dominio di bianchi, non diluito con colori meno piacevoli. Potrei desiderare che il loro numero fosse accresciuto. E mentre stiamo, come posso dire, ripulendo il nostro pianeta, liberando l’America dalle foreste, facendo così che questo lato del nostro globo rifletta una luce più brillante agli occhi degli abitanti di Marte o Venere, perché dovremmo […] scurirne gli abitanti? Perché aumentare i figli d’Africa trapiantandoli in America, dove abbiamo una così buona opportunità, escludendo tutti i neri e i mulatti, di accrescere i piacevoli bianco e rosso. (Observations 1 Concerning the Increate of Mankind, 1751) Altri, tra i nostri eroi, sostennero l’inferiorità biologica. Thomas Jefferson scrisse, quantunque per prova: «Avanzo, solo come sospetto, l’ipotesi che i neri fossero originalmente una razza distinta o resa distinta dal tempo e dalle circostanze, siano

inferiori ai bianchi nelle caratteristiche sia corporee che mentali» (Gossett, 1965, p. 44). Il compiacimento di Lincoln per le prestazioni dei soldati neri nell’esercito dell’Unione accrebbe enormemente il suo rispetto per schiavi cui era stato concesso il diritto elettorale ed ex schiavi. Ma la libertà non implica l’uguaglianza biologica e Lincoln non abbandonò mai un atteggiamento di base, così vigorosamente espresso nei dibattiti di Douglas (1858): Vi è una differenza fisica tra la razza bianca e quella nera che, credo, impedirà per sempre alle due razze di vivere assieme in termini di uguaglianza sociale e politica. E, visto che non possono vivere così, coesistendo, ci deve essere la posizione di superiore e inferiore e, come chiunque altro, io sono favorevole a essere nella posizione superiore assegnata alla razza bianca. Per evitare di considerare questa affermazione come mera campagna retorica, cito questa nota privata, scritta su un pezzo di carta nel 1859: Uguaglianza del negro! Frottole! Per quanto tempo, nel governo di un Dio, grande abbastanza da creare e reggere l’universo, dei bricconi continueranno a spacciare e gli sciocchi ad arzigogolare un argomento di bassa demagogia come questo. (Sinkler, 1972, p. 47) Non riporto queste affermazioni per tirar fuori gli scheletri da vecchi armadi. Cito, piuttosto, gli uomini che hanno giustamente guadagnato il nostro più alto rispetto per dimostrare che gli uomini bianchi a capo delle nazioni occidentali non misero in dubbio la proprietà dell’ordinamento razziale nel corso del XVIII e del XIX secolo. In questo contesto, il profondo assenso dato dagli scienziati a ordinamenti convenzionali scaturì dal comune credo sociale, non da dati oggettivi raccolti per provare un problema aperto. Tuttavia, in un curioso caso di causalità inversa, questi pronunciamenti venivano letti come sostegno indipendente per il contesto politico. Tutti gli eminenti scienziati seguivano le convenzioni sociali (figg. 2 e 3). Nella prima definizione formale di razze umane in termini tassonomici moderni, Linneo mescolò carattere e anatomia (Systema naturae, 1758). Homo sapiens afer (il nero africano), proclamò, è «governato dal capriccio»; Homo sapiens europaeus è «governato dai costumi». Delle donne africane, Linneo invece scrisse: «Feminis sine pudoris: mammae lactantes prolixae» (donne senza vergogna, le cui mammelle allattano profusamente). Gli uomini, aggiunse, sono indolenti e si ungono di grasso.

Figura 1. Scala lineare delle razze umane e dei parenti (filogeneticamente inferiori secondo Nott e Gliddon, 1868). Il cranio dello scimpanzé è falsamente gonfiato e la mascella del nero allungata, per dare l’impressione che i neri potevano essere classificati anche al di sotto delle scimmie antropomorfe.

Figura 2. Un rozzo tentativo di suggerire una forte affinità tra neri e gorilla. Da Nott e Gliddon, Types of Mankind, 1854. Nott e Gliddon illustrano così questa figura: «Le evidenti analogie e dissomiglianze tra un tipo inferiore di specie umana e un tipo superiore di scimmia non hanno bisogno di commenti». I tre maggiori naturalisti del XIX secolo non tenevano i neri in alta stima. Georges Cuvier, largamente acclamato in Francia come l’Aristotele della sua epoca e uno dei fondatori della geologia, della paleontologia e della moderna anatomia comparata, si riferì agli indigeni africani come alla «più degradata delle razze umane, la cui forma si avvicina a quella delle bestie e la cui intelligenza non è in alcun modo abbastanza grande da arrivare a un governo regolare» (Cuvier, 1812, p. 105). Charles Lyell, fondatore, secondo la tradizione, della moderna geologia scrisse: Il cervello del boscimano […] conduce al cervello delle Simiadae [scimmie]. Ciò implica una connessione tra mancanza di intelligenza e assimilazione strutturale. Ogni razza di uomo ha il suo posto, come gli animali inferiori.

(Wilson, 1970, p. 347) 2

Charles Darwin, il benevolo liberale e appassionato abolizionista, scrisse di un tempo futuro quando il divario tra uomo e scimmia antropomorfa sarebbe aumentato a causa dell’estinzione anticipata di intermedi come scimpanzé e ottentotti. La rottura verrà resa più ampia perché essa interverrà, come possiamo sperare, tra l’uomo in uno stato più civilizzato dell’indoeuropeo e alcune scimmie antropomorfe di basso livello come il babbuino, invece che come ora tra il negro o l’australiano e il gorilla. (The Descent of Man, 1871, p. 201) Anche più istruttive sono le credenze di quei pochi scienziati spesso citati a posteriori come relativisti culturali e difensori dell’uguaglianza. J.F. Blumenbach attribuì le differenze razziali alle influenze del clima. Contestò le classificazioni basate sulla bellezza o sulla presunta abilità mentale e mise insieme una collezione di libri scritti da neri. Ciò nonostante, non ebbe dubbi sul fatto che il popolo bianco avesse raggiunto uno standard dal quale tutte le altre razze dovevano essere considerate distaccate: La razza dell’uomo bianco deve essere considerata, sotto ogni principio fisiologico, l’originaria o l’intermedia di queste cinque razze principali. I due estremi entro cui essa ha deviato sono, da un lato, quella mongola e, dall’altro, quella dei [neri africani] etiopi. (1825, p. 37)

Figura 3. Altri due confronti tra neri e scimmie antropomorfe, da Nott e Gliddon, 1854. Questo libro non era un documento di secondo ordine, ma il testo americano sulle differenze razziali. Alexander von Humboldt, il più grande divulgatore della scienza del XIX secolo, viaggiatore e statista, sarebbe l’eroe di tutti i moderni egualitaristi che cercano antecedenti nella storia. Più di ogni altro scienziato del suo tempo si oppose energicamente, e a lungo, contro una classificazione fatta su basi intellettuali o estetiche. Trasse anche alcune implicazioni politiche dalle sue convinzioni e fece una campagna contro tutte le forme di schiavitù e di asservimento perché di impedimento allo sforzo naturale di tutti gli individui per raggiungere le massime capacità intellettuali. Nel più famoso passo della sua opera in cinque volumi, Cosmos, Humboldt scrisse:

Mentre conserviamo l’unità della specie umana, allo stesso tempo rifiutiamo l’avvilente assunto di razze di uomini superiori e inferiori. Vi sono nazioni più sensibili alla cultura di altre ma nessuna di per sé più nobile di altre. Tutte sono in egual misura designate alla libertà. (1849, p. 368) Tuttavia anche Humboldt invocò la differenza intellettuale innata per risolvere alcuni dilemmi della storia umana. Perché, si chiede nel secondo volume del Cosmos, gli arabi si affermarono presto nella cultura e nella scienza dopo l’ascesa dell’Islam, mentre le tribù scite dell’Europa sud-orientale rimasero attaccate alle loro antiche abitudini, dal momento che entrambi i popoli erano nomadi e condividevano un clima e un ambiente comuni? Humboldt trovò alcune differenze culturali: per esempio, maggiori contatti degli arabi con culture urbanizzate circostanti. Ma, alla fine, etichettò gli arabi come «razza più altamente dotata» di maggiore «adattabilità naturale all’educazione della mente» (ivi, p. 578). Alfred Russel Wallace, scopritore, assieme a Darwin, della selezione naturale, è giustamente acclamato come un antirazzista. Invero Wallace sostenne la quasi uguaglianza delle capacità intellettuali innate di tutti i popoli. Tuttavia, curiosamente, questo credo lo condusse ad abbandonare la selezione naturale e a ritornare alla creazione divina come spiegazione della mente umana, con grande delusione di Darwin. La selezione naturale, sostenne Wallace, può solo costruire strutture direttamente utili agli animali che le possiedono. Il cervello dei selvaggi è potenzialmente buono quanto il nostro. Ma essi non lo usano pienamente, come indica la rozzezza e l’inferiorità della loro cultura. Dato che i selvaggi moderni sono molto simili agli antenati umani, il nostro cervello deve aver sviluppato le sue capacità superiori molto tempo prima che le mettessimo in uso.

Stili preevoluzionisti di razzismo scientifico: monogenesi e poligenesi Le giustificazioni preevoluzionistiche per l’ordinamento razziale procedettero in due modi. La tesi «morbida» – usiamo ancora alcune definizioni inappropriate, derivanti da prospettive moderne – sostenne l’unità biblica di tutti i popoli nella creazione unica di Adamo ed Eva. Questa opinione fu chiamata monogenismo: origine, cioè, da un’unica fonte. Le razze umane sono un prodotto di degenerazione dalla perfezione dell’Eden. Le razze sono declinate in misura diversa, i bianchi meno, i neri molto. Il clima fu universalmente riconosciuto come causa prima di distinzione razziale. I degenerazionisti si differenziarono sulla rimediabilità ai moderni deficit. Alcuni sostenevano che, sebbene sviluppatesi gradualmente sotto l’influenza del clima, le differenze fossero ora fissate e non potessero essere mai più invertite. Altri, invece, sostenevano che il graduale sviluppo implicava reversibilità, in ambienti appropriati. Samuel Stanhope Smith, rettore dell’Università del New Jersey (più tardi Princeton), sperava che i neri americani,

in un clima più adatto a temperamenti indoeuropei, si tramutassero presto in bianchi. Ma altri degenerazionisti sentivano che il miglioramento, in climi adatti, non potesse procedere abbastanza rapidamente da avere un qualche impatto sulla storia umana. La tesi «dura» lasciò da parte la Scrittura in quanto allegorica e sostenne che le razze umane erano specie biologiche separate, cioè i discendenti di diversi Adami. Come altra forma di vita, i neri non hanno bisogno di partecipare all’«uguaglianza dell’uomo». I propositori di questa tesi furono chiamati «poligenetisti». Il degenerazionismo fu probabilmente la tesi più diffusa, anche solo perché la Scrittura non era da scartarsi alla leggera. Per di più l’interfertilità di tutte le razze umane sembrava garantire la loro unione in un’unica specie, secondo il criterio di Buffon per cui i membri di una specie possono accoppiarsi fra loro, ma non con rappresentanti di un altro gruppo. Buffon stesso, il più grande naturalista della Francia del Settecento, fu un fermo abolizionista e sostenitore del progresso delle razze inferiori in ambienti adatti. Ma non dubitò mai dell’intrinseca validità di uno standard bianco: Il clima più temperato si trova tra il 40° e il 50° grado di latitudine, esso produce gli uomini più belli e più ben fatti. È da questo clima che devono essere derivate le idee del colore genuino dell’umanità e dei vari gradi di bellezza. Alcuni degenerazionisti citavano i loro impegni in nome della fratellanza umana. Etienne Serres, un famoso medico anatomista francese, scrisse nel 1860 che la perfettibilità delle razze inferiori distingueva gli umani come la sola specie soggetta a migliorare in base ai suoi sforzi. Accusò la poligenesi di essere una «teoria selvaggia» che «sembra fornire sostegno scientifico all’asservimento delle razze civilmente meno avanzate della razza bianca occidentale». La loro conclusione è che il negro non è un uomo bianco più di quanto un asino è un cavallo o una zebra: una teoria messa in pratica negli Stati Uniti d’America, a vergogna della civiltà. (1860, pp. 407-408) Serres lavorò, tuttavia, per documentare i segni di inferiorità tra le razze inferiori. Come anatomista, cercò le prove nella sua specialità e confessò alcune difficoltà nello stabilire sia i criteri che i dati. Si concentrò sulla teoria della ricapitolazione – l’idea secondo cui le creature superiori ripetono gli stati adulti degli animali inferiori durante la loro crescita (IV capitolo). I neri adulti, sostenne, dovrebbero essere come bambini bianchi e i mongoli adulti come adolescenti bianchi. Indagò diligentemente ma non escogitò nulla di meglio della distanza tra ombelico e pene: «quell’indelebile segno di vita embrionale nell’uomo». Questa distanza è piccola rispetto all’altezza del corpo nei bambini di tutte le razze. L’ombelico migra verso l’alto durante la crescita, ma, nei bianchi, arriva più in alto che nei gialli mentre non sale di molto nei neri. Questi rimangono perpetuamente come bambini bianchi e

rivelano quindi la loro inferiorità. Anche la poligenesi, sebbene meno popolare, aveva illustri sostenitori. David Hume non trascorse la sua vita assorto nel puro pensiero. Ricopri varie cariche politiche, fra le quali la soprintendenza dell’ufficio coloniale inglese nel 1766. Hume difese sia la creazione separata che l’inferiorità innata delle razze non bianche: Sono disposto a sospettare che i negri e in generale tutte le altre specie di uomini (perché ve ne sono quattro o cinque tipi diversi), siano per natura inferiori ai bianchi. Non ci fu mai una nazione civilizzata, né alcun eminente individuo sia nell’azione che nel pensiero, che non avesse carnagione 3 bianca. Nessun ingegnoso fabbricante tra loro, né arti, né scienze […]. Una tale uniforme e costante differenza non poteva verificarsi in così tanti paesi ed età se la natura non avesse operato un’originaria distinzione tra queste varietà di uomini. Senza menzionare le nostre colonie, ci sono schiavi negri sparsi in tutta Europa, nessuno dei quali ha mai manifestato alcun sintomo di ingegnosità, sebbene le persone inferiori e senza istruzione vogliano emergere tra noi e distinguersi in ogni professione. In Giamaica parlano di un negro come di un uomo di affari e di cultura; ma probabilmente egli è ammirato per qualità molto scarse, come un pappagallo che dice chiaramente alcune parole. (Popkin, 1974, p. 143; si veda l’eccellente articolo di Popkin, per una analisi di Hume come poligenetista) Charles White, un chirurgo inglese, scrisse, nel 1799, la più accesa difesa della poligenesi: Account of the Regular Gradation of Man. Nel definire le specie, White abbandonò il criterio di interfertilità di Buffon indicando gli ibridi riusciti tra gruppi 4 convenzionalmente separati quali volpi, lupi e sciacalli. Protestò contro l’idea che il clima potesse produrre differenze razziali, sostenendo che tali argomenti potevano solo condurre, per estensione, al «degradante concetto» di evoluzione tra le specie. Smentì qualsiasi motivazione politica e annunciò il puro proposito «di investigare una questione di storia naturale». Rifiutò apertamente ogni estensione della poligenesi per «incoraggiare la pratica perniciosa di asservire esseri umani». I criteri di classificazione di White tendevano verso l’estetica e la sua tesi includeva la seguente gemma, spesso citata. Dove altro possiamo trovare, sostenne, se non tra i bianchi occidentali […] quella testa nobilmente arrotondata, contenente una tale quantità di cervello […] dove quella varietà di lineamenti e pienezza di espressione; quei lunghi, fluenti e graziosi riccioli; quella barba maestosa, quelle guance rosee e quelle labbra di corallo? Dove quella […] nobile andatura? In quale altra parte del globo troveremo il rossore che cosparge i morbidi lineamenti delle belle donne d’Europa, quel segno di modestia, di sentimenti delicati […] dove, se non nel seno della donna europea, i due paffuti e

candidi emisferi dalla punta vermiglia. (Stanton, 1960, p. 17)

Louis Agassiz: il teorico americano della poligenesi Ralph Waldo Emerson sosteneva che l’emancipazione intellettuale doveva seguire l’indipendenza politica. Gli studiosi americani dovevano liberarsi della loro subordinazione agli stili e alle teorie europee. Abbiamo, scrisse, «troppo a lungo ascoltato le raffinate muse d’Europa». «Cammineremo con le nostre gambe; lavoreremo con le nostre mani; daremo espressione alle nostre menti.» (Ivi, p. 84) Nella prima metà del XIX secolo, la nascente scienza americana si organizzò per seguire il consiglio di Emerson. Un insieme di dilettanti eclettici, sottomessi al prestigio dei teorici europei, divenne un gruppo di professionisti con idee indigene e una dinamica interna che non richiedeva un costante rifornimento dall’Europa. La dottrina della poligenesi funzionò da importante agente in questa trasformazione; perché essa fu una delle prime teorie di origine ampiamente americana che ottenne l’attenzione e il rispetto degli scienziati europei, così tanto che questi si riferivano alla poligenesi come alla «scuola americana» di antropologia. La poligenesi aveva antecedenti europei, come abbiamo visto, ma gli americani svilupparono i dati citati a suo sostegno e fondarono un grosso corpo di ricerca sui suoi principi. Mi soffermerò sui due più famosi difensori della poligenesi: Agassiz, il teorico, e Morton, l’analista dei dati; e proverò a scoprire sia i motivi nascosti, sia la 5 manipolazione dei dati fondamentali per le loro tesi. Per dei principianti è ovviamente non accidentale che una nazione che praticava ancora la schiavitù e che espelleva i suoi abitanti aborigeni dalle loro terre dovesse aver fornito una base a teorie secondo cui neri e indiani erano specie separate, inferiori ai bianchi. Louis Agassiz (1807-1873), il grande naturalista svizzero, si fece una reputazione in Europa, principalmente come discepolo di Cuvier e come studioso di pesci fossili. La sua immigrazione in America negli anni quaranta del XIX secolo sollevò immediatamente il livello della storia naturale americana. Per la prima volta un importante teorico europeo aveva trovato abbastanza stima negli Stati Uniti da potervi andare e rimanervi. Agassiz divenne professore ad Harvard, dove fondò e diresse il Museo di zoologia comparata sino alla sua morte avvenuta nel 1873 (io occupo un ufficio nell’ala originaria del suo edificio). Agassiz era un incantatore; era considerato una celebrità nei circoli sociali e intellettuali, da Boston a Charlestown. Parlò per la scienza con illimitato entusiasmo e, con eguale zelo, raccolse denaro per edifici, collezioni e pubblicazioni. Nessun altro fece di più per stabilire e accrescere il prestigio della biologia americana nel corso del XIX secolo. Agassiz divenne anche l’eminente portavoce della poligenesi in America. Questa teoria non la portò con sé dall’Europa. Si convertì, invece, alla dottrina delle razze umane come specie separate dopo la sua prima esperienza con i neri americani. Agassiz non abbracciò la poligenesi come cosciente dottrina politica. Non dubitò mai della proprietà dell’ordinamento razziale, ma si annoverò tra gli oppositori

della schiavitù. La sua adesione alla poligenesi derivò facilmente da processi di ricerca biologica che aveva sviluppato in altri antecedenti contesti. Agassiz fu, prima di tutto, un fedele creazionista che visse abbastanza a lungo da divenire il solo maggiore oppositore scientifico dell’evoluzione. Ma, quasi tutti gli scienziati erano creazionisti prima del 1859 e la maggior parte di essi non divenne poligenetista (la differenziazione razziale entro una singola specie non poneva alcuna minaccia alla dottrina della creazione speciale: basti considerare le razze di cani e del bestiame da allevamento). La predisposizione di Agassiz verso la poligenesi originò principalmente da due aspetti delle sue teorie e dei suoi metodi personali. 1. Studiando la distribuzione geografica di animali e piante, Agassiz sviluppò una teoria su dei «centri di creazione». Credeva, cioè, che le specie fossero create in luoghi loro propri e che non migrassero lontano da questi centri. Altri biogeografi sostenevano invece la creazione in un singolo luogo, con una successiva massiccia migrazione. Così, quando studiò ciò che dovremmo considerare ora come una singola specie diffusa, divisa in razze geograficamente abbastanza distinte, Agassiz tese a designare parecchie specie separate, ciascuna creata nel suo centro di origine. Homo sapiens è un fondamentale esempio di specie cosmopolita variabile. 2. Agassiz fu estremamente cavilloso nella sua pratica tassonomica. I tassonomisti tendono a trovarsi in due campi: gli «ammassatori», che si concentrano su similarità e amalgamano gruppi con poche differenze in uniche specie, e i «cavillosi», che si focalizzano su minute distinzioni e stabiliscono specie sulle più piccole peculiarità del disegno. Agassiz fu un cavilloso tra i cavillosi. Una volta designò tre generi di pesci fossili da denti isolati che più tardi un paleontologo trovò nella dentizione variabile di un unico esemplare. Individuò, a centinaia, specie di pesci d’acqua dolce non valide basandole su esemplari peculiari entro una singola specie variabile. Un simile cavilloso, che vedeva gli organismi creati nella loro intera gamma, poteva essere ben tentato di considerare le razze umane come creazioni separate. Tuttavia, prima di trasferirsi in America, Agassiz difendeva la dottrina dell’unità umana, anche se vedeva la nostra variazione come eccezionale. Nel 1845, scrisse: È qui rivelata di nuovo la superiorità del genere umano e la sua maggiore indipendenza in natura. Mentre gli animali sono specie distinte nei diversi ambiti zoologici ai quali essi appartengono, l’uomo, nonostante la diversità delle sue razze, costituisce una e una sola specie in tutto il globo. (Stanton, 1960, p. 101) Agassiz può essere stato predisposto alla poligenesi dalla fede biologica, ma dubito che questo pio uomo avrebbe abbandonato l’ortodossia biblica di un singolo Adamo se non fosse stato messo a confronto sia con la visione dei neri americani che con le sollecitazioni dei suoi colleghi poligenetisti. Non produsse mai dati per la poligenesi. La sua conversione seguì un immediato giudizio viscerale e una certa

insistente opera di persuasione da parte degli amici. Il suo ulteriore sostegno non si fondò su nulla di più profondo nel regno della conoscenza biologica. Agassiz non aveva mai visto un nero in Europa. Quando incontrò per la prima volta dei neri, inservienti del suo albergo a Philadelphia, nel 1846, provò una fortissima, viscerale repulsione. Questa sconvolgente esperienza, unita alla sua paura di natura sessuale sull’incrocio tra razze, evidentemente dette forza alla convinzione che i neri erano una specie separata. Così scrisse a sua madre, in un passo particolarmente spontaneo: Ero a Philadelphia quando per la prima volta mi trovai in contatto continuato con dei negri: tutti gli inservienti del mio albergo erano uomini di colore. Mi è difficile descriverti la penosa sensazione che questi mi hanno suscitato, specie perché il sentimento che mi ispiravano è contrario a qualsiasi principio di fratellanza del genere umano e di origine unica delle nostre specie. Ma la verità prima di tutto. Ho provato pietà alla vista di questa razza degradata e degenerata e, al pensiero che si trattava di uomini, ho sentito per loro una grande compassione. Tuttavia, mi è impossibile reprimere la sensazione che essi non siano dello stesso nostro sangue. Vedendo le loro facce nere, le loro labbra carnose, i loro denti, la loro capigliatura lanosa, le loro ginocchia storte, le loro lunghe mani con grandi unghie curve, e specialmente il livido colore delle loro palme, non potevo staccare gli occhi dai loro volti e ordinar loro di stare lontani da me. E quando allungavano quella mano ripugnante verso il mio piatto per servirmi, avrei voluto scappare lontano a mangiare un pezzo di pane piuttosto che cenare con un tale servizio. Che infelice scelta per la razza bianca aver legato, in certi paesi, la propria esistenza a quella dei negri! Dio ci salvi da un tale contatto! (Agassiz alla madre, dicembre 1846). (Il volume Life and Letters, curato dalla moglie di Agassiz, omette queste righe presentando una versione purgata di questa famosa lettera. Altri storici le hanno parafrasate o tralasciate. Ho recuperato questo passo dal manoscritto originale alla Houghton Library di Harvard e l’ho trascritto testualmente per la prima volta, per quanto ne so.) Agassiz pubblicò il suo punto di vista sulle razze umane nel Christian Examiner del 1850. Inizia congedando come demagoghi sia i teologi, che lo volevano bandire come miscredente (dato che predicava la dottrina dei molteplici Adami), sia gli abolizionisti, che lo volevano marchiare come difensore della schiavitù: Le idee che ho presentato sono state accusate di fomentare lo schiavismo […] è forse questa una giusta obiezione contro una speculazione filosofica? A noi spetta semplicemente un giudizio sull’origine dell’uomo, lasciate che siano i politici, gli uomini che si sentono chiamati a regolare la societàumana a decidere cosa fare delle nostre conclusioni […]. Io nego che vi sia alcun legame con questioni di natura politica. È semplicemente in

riferimento alla possibilità di apprezzare le differenze esistenti tra uomini diversi e di determinare, eventualmente, se essi siano stati originati in tutto il mondo e in quali circostanze, che abbiamo provato a delineare alcuni atti riguardanti le razze umane. (1850, p. 113) Agassiz presenta poi la sua tesi: la teoria della poligenesi non costituisce un attacco alla dottrina biblica dell’unità umana. Gli uomini sono legati da una struttura e una comprensione comuni, anche se le razze fossero create come specie separate. La Bibbia non parla di parti del mondo sconosciute agli antichi; la storia di Adamo si riferisce solo alle origini dei caucasici. Neri e caucasici sono distinti nelle vestigia mummificate d’Egitto tanto quanto lo sono oggi. Se le razze umane fossero il prodotto dell’influenza climatica, allora un periodo di tremila anni avrebbe determinato sostanziali mutamenti (Agassiz non aveva sentore dell’antichità umana; credeva che tremila anni comprendessero la maggior parte di tutta la nostra storia). Le attuali razze occupano definite aree geografiche, non sovrapposte, anche se alcune gamme sono state confuse o cancellate dalla migrazione. Come gruppi fisicamente distinti e temporalmente invarianti con gamme geografiche discrete, le razze umane rispondevano a tutti i criteri biologici di Agassiz per essere definite specie separate. Queste razze devono essersi originate […] nelle stesse proporzioni numeriche e sulla stessa area in cui si trovano ora […]. Esse non possono essersi originate in singoli individui, ma devono essere state create in quell’armonia numerica che è caratteristica di ogni specie; gli uomini devono essersi originati in nazioni, come le api si sono originate in sciami. (Ivi, pp. 128-129) Verso la fine dell’articolo Agassiz muta improvvisamente terreno e annuncia un imperativo morale, anche se aveva esplicitamente giustificato la sua ricerca presentandola come uno studio obiettivo di storia naturale. Esistono sulla Terra differenti razze umane che abitano zone differenti della sua superficie […] e questo fatto ci obbliga a ordinarle secondo il loro rango, il valore relativo dei caratteri peculiari di ciascuna, da un punto di vista scientifico […]. Come filosofi è nostro dovere confrontarci con questo. (Ivi, p. 142) Come prova diretta del valore innato e differenziale, Agassiz non si avventurò oltre la posizione standard degli stereotipi culturali dei bianchi occidentali: L’indiano è orgoglioso, coraggioso e indomabile; così diverso dal negro ossequioso, sottomesso e imitativo e dal mongolo infido, falso e codardo! Non è forse questa una prova evidente che razze differenti non possono essere considerate sullo stesso livello?

I neri, dichiara Agassiz, devono occupare l’ultimo gradino di ogni scala oggettiva: Ci sembra falsa filantropia e falsa filosofia assumere che tutte le razze abbiano le stesse abilità, apprezzino gli stessi poteri e mostrino le stesse disposizioni naturali e che in conseguenza di questa uguaglianza esse abbiano diritto alla stessa posizione nella società umana. La storia parla da sé […]. Questo compatto continente d’Africa mostra una popolazione che è stata in costante relazione con la razza bianca, che ha apprezzato il beneficio dell’esempio della civiltà egiziana, fenicia, romana e araba […] e, tuttavia, non vi è stata mai una società regolata dai neri sviluppata in quel continente. Non indica ciò una peculiare apatia, in questa razza, una peculiare indifferenza ai vantaggi offerti dalla società civilizzata? (Ivi, pp. 143-144) Se Agassiz non aveva reso chiaro il suo messaggio politico, finisce col difendere una politica sociale specifica. L’educazione, sostiene, deve essere confezionata in base alle abilità innate; addestrare i neri al lavoro manuale, i bianchi a quello mentale. Quale dovrebbe essere l’educazione più adatta alle diverse razze in base alle loro caratteristiche […]. Non abbiamo il minimo dubbio che i nostri rapporti con le razze di colore sarebbero condotti con maggior giudizio se operassimo con la coscienza delle differenze reali che ci dividono e se cercassimo di stimolare in esse quelle che sono le loro naturali inclinazioni senza tentare di trattarle da eguali. (Ivi, p. 145) Dato che quelle «naturali inclinazioni» sono la sottomissione, l’ossequiosità e l’imitazione, possiamo ben immaginare cosa Agassiz avesse in mente. Ho trattato questo articolo in dettaglio perché è tipico nel suo genere: la difesa della politica sociale espressa come spassionata ricerca di fatti scientifici. La strategia oggi non è affatto sul punto di morire. In una successiva corrispondenza, continuata nel mezzo della guerra civile, Agassiz espresse le sue opinioni politiche con più vigore e più diffusamente. (Anche in queste lettere ci sono omissioni senza indicazione dovute ai tagli operati da sua moglie. Anche qui ho ristabilito i passaggi dagli originali della Houghton Library di Harvard.) S.G. Howe, un membro della Lincoln’s Inquiry Commission chiese l’opinione di Agassiz sul ruolo dei neri in una nazione riunita (Howe, meglio noto per il suo lavoro circa la riforma carceraria e l’educazione dei ciechi, era il marito di Julia Ward Howe, autrice del Battle Hymn of the Republic). In quattro lunghe e appassionate lettere, Agassiz perorò la sua causa. La persistenza di una grossa e stabile popolazione nera in America deve essere riconosciuta come una sinistra realtà. Gli indiani, guidati dalla loro lodevole fierezza, possono perire in battaglia, ma «il negro mostra per natura una flessibilità, una prontezza ad accomodarsi alle circostanze, un’inclinazione a imitare coloro con i quali vive» (9 agosto 1863). Sebbene l’uguaglianza legale dovesse essere garantita a tutti, ai neri doveva

essere negata l’uguaglianza sociale, per paura che la razza bianca venisse compromessa e indebolita: «Giudico l’uguaglianza sociale assolutamente impraticabile. È un’impossibilità naturale che sgorga dallo stesso carattere della razza negra», perché i neri sono «indolenti, giocosi, sensuali, imitativi, remissivi, di buona natura, versatili, instabili nei loro propositi, devoti, affezionati; sono differenti da tutte le altre razze, essi possono essere paragonati a bambini cresciuti fino ad assumere le dimensioni di adulti, pur conservando una mente infantile […]. Ritengo, quindi, che essi siano incapaci di vivere, su una base di uguaglianza sociale con i bianchi, in una stessa comunità senza essere un elemento di disordine sociale» (10 agosto 1863). I neri devono essere regolati e limitati, per paura che un’imprudente ricompensa di privilegio sociale semini successiva discordia: Nessun uomo ha diritto a ciò che è incapace di usare […]. Guardiamoci dal garantire troppo alla razza negra al principio, per paura che divenga necessario revocare violentemente alcuni dei privilegi che possono usare a nostro detrimento e a loro danno. (10 agosto 1863) Per Agassiz, nulla ispirava più paura della prospettiva di una fusione dovuta al matrimonio tra membri di razze diverse. La forza dei bianchi dipende dalla separazione: «La produzione di mezzosangue è un grave peccato contro natura, quanto lo è l’incesto contro la purezza in una comunità civile […]. Lungi dal presentarmi una soluzione naturale alle nostre difficoltà, l’idea di una fusione è molto ripugnante ai miei sentimenti; la ritengo una perversione di ogni naturale sentimento […]. Non dovrebbe esser risparmiato alcuno sforzo per controllare ciò che è contrario alla nostra natura migliore e al progresso di una civiltà superiore e di una moralità più pura» (9 agosto 1863). Agassiz realizza ora di essersi spinto a discutere in un vicolo cieco. Se l’incrocio tra le razze (specie separate per Agassiz) è innaturale e ripugnante, perché i «mezzosangue» sono così comuni in America? Agassiz attribuisce questo deplorevole fatto alla ricettività sessuale delle cameriere e alla ingenuità dei giovani gentiluomini del Sud. Le serve, sembra, sono già mezzosangue (non ci è stato detto in che modo i loro genitori abbiano superato una ripugnanza naturale l’uno per l’altro); i ragazzi rispondono esteticamente alla metà bianca, mentre un grado di eredità nera allenta le inibizioni naturali di una razza superiore. Una volta acclimatatisi, i poveri ragazzi vengono adescati e acquisiscono un gusto per i neri puri: Appena nei giovani uomini del Sud si sveglia il desiderio sessuale, essi scoprono che è estremamente facile trovare soddisfazione nelle serve di colore [mulatte] della casa. [Questo contatto] cancella gli istinti migliori e questi uomini sono spinti a ricercare partners più piccanti, come ho sentito definire da giovani libertini le nere pure. (Ibid.) Infine, Agassiz combina l’immagine viva con la metafora per mettere in guardia

contro il pericolo ultimo di un popolo misto e debilitato: Si immagini per un momento la differenza che farebbe in età future, per la prospettiva delle istituzioni repubblicane e per la nostra civiltà in genere, se invece della virile popolazione discesa dalle nazioni congiunte, gli Stati Uniti dovessero essere abitati in futuro dall’effeminata progenie di razze miste, mezze indiane, mezze negre, sparse di sangue bianco […]. Tremo per le conseguenze. Dobbiamo già lottare, nel nostro progresso, contro l’influenza dell’uguaglianza universale, in conseguenza della difficoltà di preservare le acquisizioni di eminenza individuale, la ricchezza del raffinamento e della cultura che si sviluppano da associazioni distinte. Quale sarebbe la nostra condizione se a queste difficoltà fossero aggiunte le influenze di gran lunga più tenaci dell’incapacità fisica? […]. In che modo sradicheremmo il marchio di una razza inferiore una volta che sia stato permesso al suo sangue di scorrere liberamente in quello dei nostri figli? 6 (10 agosto 1863) Agassiz conclude che la libertà legale concessa agli schiavi in emancipazione deve spronare il rinforzo di una rigida separazione sociale tra le razze. Fortunatamente, la natura sarà complice della virtù morale; perché, liberi di scegliere, gli individui gravitano spontaneamente verso i climi della loro terra originaria. Le specie nere, create per condizioni calde e umide, prevarranno nelle pianure del Sud, sebbene i bianchi manterranno il dominio sulle coste e sulle terre elevate. Il nuovo Sud conterrà alcuni stati neri. Dovremmo inchinarci di fronte a questa necessità e 7 ammetterli nell’Unione; abbiamo già riconosciuto, dopotutto, «Haiti e la Liberia». Ma il tonificante Nord non è una patria congeniale a popoli spensierati e apatici creati per regioni più calde. I veri neri migreranno a Sud lasciando un ostinato residuo a scemare e a estinguersi al Nord: «Spero che possa gradualmente estinguersi al Nord dove ha solo un punto d’appoggio artificiale» (11 agosto 1863). Come per i mulatti, «il loro fisico malaticcio e la loro deteriorata fecondità» dovrebbero assicurare il loro decesso una volta che le restrizioni della schiavitù non forniranno più un’opportunità di incrocio innaturale. Il mondo di Agassiz crollò durante l’ultima decade della sua vita. I suoi seguaci si ribellarono; i suoi sostenitori andarono riducendosi. Rimase un eroe per il pubblico, ma gli scienziati cominciarono a considerarlo come un rigido e invecchiato dogmatico che rimaneva fermo sulle sue antiquate credenze davanti alla marea darwiniana. Ma le sue preferenze sociali per la segregazione razziale prevalsero, soprattutto perché la sua fantasiosa speranza di separazione geografica volontaria non si avverò.

Samuel George Morton, empirista della poligenesi

Agassiz non trascorse tutto il suo tempo a Philadelphia ingiuriando i camerieri neri. Nella stessa lettera alla madre, scrisse in termini entusiastici della sua visita alla collezione anatomica dell’eminente scienziato e medico di Philadelphia, Samuel George Morton: «Immagina una serie di 600 crani, la maggior parte di indiani di tutte le tribù che abitano o che abitavano una volta l’America. Nulla di simile esiste altrove. Questa collezione, da sé, è degna di un viaggio in America» (Agassiz alla madre, dicembre 1846, dalla lettera originale della Houghton Library dell’Università di Harvard). Agassiz speculò liberamente e a lungo, ma non ammassò dati per sostenere la sua teoria poligenetica. Morton, un patrizio di Philadelphia con due lauree in medicina – una della rinomata Edimburgo – fornì i «fatti» che conquistarono il rispetto mondiale per la «scuola americana» della poligenesi. Morton iniziò la sua collezione di crani umani negli anni venti; ne aveva più di mille quando mori nel 1851. Amici (e nemici) si riferivano al suo grande ossario come al «Golgota americano». Morton conquistò la sua reputazione di grande raccoglitore di dati e di oggettivista della scienza americana, l’uomo che voleva sollevare un’impresa prematura dal pantano della speculazione fantasiosa. Oliver Wendell Holmes apprezzava Morton per «il carattere cauto e severo» dei suoi lavori, che «nella loro natura sono dati permanenti per tutti i futuri studiosi di etnologia» (Stanton, 1960, p. 96). Lo stesso Humboldt, che aveva asserito l’inerente uguaglianza di tutte le razze, scrisse: I tesori craniologici che siete stato così fortunato da riunire nella vostra collezione, hanno trovato in voi un degno interprete. Il vostro lavoro è ugualmente notevole per la profondità delle vedute anatomiche, il dettaglio numerico delle relazioni della conformazione organica e l’assenza di quelle fantasticherie poetiche che sono i miti della moderna fisiologia. (Meigs, 1851, p. 48) Quando Morton morì nel 1851, il New York Tribune scrisse che «probabilmente nessuno scienziato in America ha una più alta considerazione di quanta ne ha il dr. Morton tra gli studiosi di ogni parte del mondo» (Stanton, 1960, p. 144). Morton, tuttavia, non raccolse crani per motivi dilettantistici di astratto interesse né per zelo tassonomico di rappresentazione completa. Aveva un’ipotesi da provare: che un ordinamento delle razze potesse essere stabilito obiettivamente in base a caratteristiche fisiche del cervello, in particolar modo della sua grandezza. Morton si interessò particolarmente degli indigeni americani. Come George Combe, suo fervente amico e sostenitore, scrisse: Una delle più singolari caratteristiche di questo continente è che le razze aborigene, con poche eccezioni, sono sparite o regredite davanti alla razza anglosassone e non si sono in nessun caso né mescolate con loro come pari, né hanno adottato i loro modi e la loro civiltà. Questi fenomeni devono avere una causa, e può una ricerca essere improvvisamente più

interessante di quella che cerca di accertare se quella causa sia connessa con una differenza nel cervello tra la razza americana indigena e i loro vittoriosi invasori? (Combe e Coates, nella riesamina di Crania Americana di Morton, 1840, p. 352) Inoltre, Combe sostenne che la collezione di Morton poteva acquistare un vero valore scientifico solo se il valore mentale e morale poteva essere letto dai cervelli: «Se questa dottrina è infondata, questi crani sono semplici fatti di storia naturale che non presentano alcuna particolare informazione sulle qualità mentali degli individui» (dall’appendice di Combe al Crania Americana di Morton, 1839, p. 275). Sebbene avesse esitato all’inizio della sua carriera, Morton divenne presto un leader dei poligenetisti americani. Scrisse parecchi articoli per difendere lo stato di specie, create separate, delle razze umane. Attaccò la più forte pretesa degli avversari – l’interfertilità di tutte le razze umane – discutendo da ambo i lati. Si basò su resoconti di viaggiatori per asserire che alcune razze umane – gli aborigeni australiani e gli indoeuropei in particolare – molto raramente producono una prole fertile (Morton, 1851), e attribuì questo fallimento a una «disparità di organizzazione primordiale». Ma, continuò, il criterio di interfertilità di Buffon doveva essere abbandonato comunque, perché l’ibridazione è comune in natura, anche tra specie appartenenti a generi diversi (Morton, 1847; 1850). La specie deve essere ridefinita come «forma organica primordiale» (1850, p. 82). «Bravo, mio caro signore» scrisse Agassiz in una lettera, «avete finalmente fornito alla scienza una vera definizione filosofica di specie» (Stanton, 1960, p. 141). Ma come riconoscere una forma primordiale? Morton replicò: «Se certi tipi organici esistenti possono essere fatti risalire alla “notte dei tempi”, in modo dissimile da come li vediamo ora, non è più ragionevole considerarli come aborigeni che ritenerli le derivazioni semplici e accidentali di un tronco patriarcale isolato del quale non sappiamo nulla?» (1850, p. 82). Morton considerò, quindi, parecchie razze di cani come specie separate perché i loro scheletri si trovavano nelle tombe egizie, riconoscibili e distinte da altre razze quali sono oggi. Le tombe contenevano anche neri e bianchi. Morton datò l’approdo dell’arca di Noè sul monte Ararat a 4179 anni prima del suo tempo e le tombe egizie a 1000 anni dopo questo fatto: chiaramente un tempo non sufficiente ai figli di Noè per differenziarsi in razze. (Come possiamo credere – si chiede – che le razze mutarono così rapidamente in 1000 anni e per nulla in 3000 anni da allora?) Le razze umane devono essere state separate dall’inizio (Morton, 1839, p. 88). Ma, separato, come affermò una volta la Corte suprema, non significa necessariamente diseguale. Morton, quindi, iniziò a stabilire una classifica relativa su basi «oggettive». Esaminò i disegni dell’antico Egitto e trovò che i neri sono invariabilmente rappresentati come servi: un segno certo che essi hanno sempre ricoperto il loro appropriato ruolo biologico: «I negri erano numerosi in Egitto, ma la loro posizione sociale nei tempi antichi era la stessa di ora, quella di servi e schiavi» (Morton, 1844, p. 158). (Una tesi curiosa, di sicuro, perché questi neri

erano stati catturati in guerra; le società subsahariane dipingevano i neri come regnanti.) Ma la fama di Morton come scienziato si fondò sulla sua collezione di crani e sul loro ruolo nell’ordinamento razziale. Dato che la cavità cranica di un cranio umano fornisce una misura fedele del cervello che esso una volta conteneva, Morton iniziò a ordinare le razze secondo la grandezza media dei loro cervelli. Riempiva la cavità cranica di semi di senape bianca passati al setaccio, li versava poi in un cilindro graduato e leggeva il volume del cranio in pollici cubi [1 pollice cubo = 16,387 cm3]. Successivamente, i semi di senape si dimostrarono inadeguati perché Morton non poteva ottenere risultati coerenti. I semi non si compattavano bene perché erano troppo leggeri e variavano troppo in grandezza, nonostante il setaccio. Rimisurazioni di singoli crani potevano differire di oltre il 5 per cento, o di 4 pollici cubi, in crani di capacità media prossima agli 80 pollici cubi. Di conseguenza, Morton si servì di pallini di piombo da 1/8 di pollice «della grandezza chiamata BB» e ottenne risultati coerenti che non variavano mai di più di un solo pollice cubo per lo stesso cranio. Morton pubblicò tre importanti lavori sulle grandezze dei crani umani: il sontuoso volume perfettamente illustrato sugli indiani d’America, Crania Americana, del 1839; i suoi studi sui crani delle tombe egizie, Cranio Aegyptiaca, del 1844; e il compendio della sua intera collezione nel 1849. Ciascun libro conteneva una tavola che riassumeva i suoi risultati sui volumi cranici medi disposti per razza. Ho qui riprodotto tutte e tre le tavole (tabelle 1, 2 e 3). Esse rappresentano il maggior contributo della poligenesi americana ai dibattiti sull’ordinamento razziale. Esse sono sopravvissute alla teoria delle creazioni separate e sono state ristampate ripetutamente nel corso del XIX secolo come dati «rigorosi» e irrefutabili sul valore intellettuale delle razze umane. Senza bisogno di dirlo, esse si accordavano con il pregiudizio di ogni buon Yankee: i bianchi in cima, gli indiani nel mezzo e i neri in fondo; e, tra i bianchi, teutoni e anglosassoni in cima, ebrei nel mezzo e indù in fondo. Inoltre, questo schema era stato stabile nella storia documentata, perché i bianchi avevano lo stesso vantaggio sui neri dell’antico Egitto. Lo stato e l’accesso al potere nell’America di Morton rifletteva fedelmente il merito biologico. Come potevano i romantici e gli egualitari porsi contro i dettami della natura? Morton aveva fornito chiari dati obiettivi, fondati sulla più grande collezione di crani esistente al mondo.

Tabella 1. Tavola riassuntiva della capacità cranica delle razze secondo Morton.

Tabella 2. Capacità dei crani derivanti da tombe egizie. Durante l’estate del 1977, ho trascorso parecchie settimane a rianalizzare i dati di Morton. (Morton, l’autodesignato obiettivista, pubblicò tutta la sua informazione grezza. Possiamo dedurre con scarsi dubbi in che modo procedette dalle misurazioni grezze sino alle tavole di compendio.) In breve, e per dirla esplicitamente, i suoi compendi sono un mosaico di fandonie e mistificazioni nel chiaro interesse di verificare convinzioni aprioristiche. Tuttavia – e questo è l’aspetto più affascinante del caso – non ho trovato alcuna prova di frode cosciente; invero, se Morton fosse stato un truffatore, non avrebbe pubblicato i suoi dati così apertamente. La frode cosciente è probabilmente rara nella scienza. Non è neanche molto interessante, perché essa ci dice poco sulla natura dell’attività scientifica. I mentitori, se scoperti, vengono scomunicati; gli scienziati dichiarano che la loro professione si è vigilata appropriatamente e ritornano al lavoro con la mitologia intatta e obiettivamente vendicata. La prevalenza di mistificazioni inconsce, d’altro canto, suggerisce una conclusione generale sul contesto sociale della scienza. Perché, se gli scienziati possono essere onestamente autoingannati sino al livello di Morton, allora il pregiudizio sottostante può essere trovato ovunque, anche nei fondamenti del misurare ossa e fare somme.

Tabella 3. Tavola riassuntiva finale della capacità cranica delle razze. 1. Il caso dell’inferiorità indiana: Crania Americana

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Morton inizia il suo primo e più grosso lavoro, Crania Americana del 1839, con un discorso sul carattere essenziale delle razze umane. Le sue affermazioni espongono immediatamente i suoi pregiudizi. Degli «esquimesi della Groenlandia» scrisse: «Sono abili sensuali, ingrati, ostinati e insensibili e molto del loro affetto per i loro bambini può essere attribuito a motivi puramente egoistici. Divorano i più disgustosi alimenti crudi e sporchi e non sembrano avere alcuna idea oltre quella di pensare al momento presente […]. Le loro facoltà mentali, dall’infanzia alla vecchiaia, rivelano una continuata infanzia […]. Essi non sono forse eguagliati da qualunque altro popolo in ghiottoneria, egoismo e ingratitudine» (1839, p. 54). Morton pensava poco meglio degli altri mongoli, perché dei cinesi scrisse: «Così versatili sono i loro sentimenti e azioni, che sono stati confrontati con la razza della scimmia la cui attenzione si sposta continuamente da un oggetto all’altro» (ivi, p. 50). «Gli ottentotti» asserì «sono l’approssimazione più vicina agli animali inferiori […]. Il loro colorito è un bruno gialliccio, paragonato dai viaggiatori alla peculiare

tinta degli europei all’ultimo stadio dell’itterizia […]. Le donne sono rappresentate di aspetto anche più repellente degli uomini» (ivi, p. 90). Tuttavia, quando Morton dovette descrivere una tribù di razza bianca come una «mera orda di banditi rapaci» (ivi, p. 9), aggiunse subito che «le loro percezioni morali, sotto l’influenza di un governo equo, avrebbero senza dubbio assunto un aspetto molto più favorevole». La tabella riassuntiva (tabella 1) presenta la tesi «rigorosa» del Crania Americana. Morton aveva misurato la capacità di 144 crani indiani e calcolato una media di 82 pollici cubi, ben 5 pollici cubi sotto la norma dei bianchi (figg. 4 e 5). Inoltre, Morton aggiunse una tavola di misurazioni frenologiche indicanti una deficienza di capacità mentali «superiori» tra gli indiani. «Una mente benevola» concluse Morton «può rammaricarsi dell’incapacità di civiltà degli indiani» (ivi, p. 82), ma il sentimentalismo deve cedere ai fatti. «La struttura della loro mente appare diversa da quella dell’uomo bianco, né possono i due armonizzarsi nelle relazioni sociali, eccetto che sulla più limitata scala.» Gli indiani «non solo sono avversi alle restrizioni dell’educazione, ma per la maggior parte sono incapaci di un processo di ragionamento continuato su argomenti astratti» (ivi, p. 81). Dato che Crania Americana è in primo luogo un trattato sulla qualità inferiore dell’intelletto indiano, io noto, prima di tutto, che la media di 82 pollici cubi citata da Morton per i crani indiani è scorretta. L’autore divise gli indiani in due gruppi, i «toltechi» del Messico e del Sud America e le «tribù barbare» del Nord America. 82 è la media dei crani barbari; il campione complessivo di 144 determina una media di 80,2 pollici cubi, cioè un salto di quasi 7 pollici cubi tra la media indiana e quella bianca. (Non so come Morton commise questo elementare errore. Esso gli permise, in ogni caso, di conservare la convenzionale catena degli esseri viventi, con i bianchi in cima, gli indiani nel mezzo e i neri in fondo.) Ma il valore «corretto» di 80,2 è di gran lunga troppo basso, perché esso è il risultato di una procedura impropria. I 144 crani di Morton appartengono a molti gruppi diversi di indiani che differiscono significativamente tra loro in capacità cranica. Ogni gruppo dovrebbe essere pesato equamente, per paura che la media finale sia influenzata dall’ineguale grandezza dei sottocampioni. Supponiamo, per esempio, di provare a stimare l’altezza umana media in base a un campione formato da due fantini, dall’autore di questo libro (esattamente di media statura) e da tutti i giocatori della National Basketball Association. Le centinaia di giocatori di basket travolgerebbero gli altri tre e darebbero una media in eccesso di sei piedi e mezzo [1 piede = 30,48 cm]. Se, comunque, facessimo la media delle medie dei tre gruppi (i fantini, me e i giocatori di basket), allora la nostra cifra si troverebbe più vicina al valore vero. Il campione di Morton è fortemente influenzato da una notevole iperrappresentazione di un gruppo estremo: i peruviani incas dal cervello piccolo. (Essi hanno una capacità cranica media di 74,36 pollici cubi e costituiscono il 25 per cento dell’intero campione.) Gli irochesi dal cervello grande, d’altro lato, contribuiscono con soli 3 crani al campione totale (il 2 per cento). Se, per la casualità del collezionare, il campione di Morton avesse incluso il 25 per cento di

irochesi e pochi incas, la sua media si sarebbe alzata sostanzialmente. Di conseguenza ho corretto questa influenza come meglio ho potuto, facendo la media dei valori medi di tutte le tribù rappresentate da quattro o più crani. La media indiana sale ora a 83,79 pollici cubi. Questo valore corretto ha ancora uno scarto di più di 3 pollici cubi dalla media bianca. Tuttavia, quando si esamina la procedura di calcolo della media bianca seguita da Morton, si scopre una stupefacente incoerenza. Dato che il ragionamento statistico è largamente un prodotto degli ultimi cento anni, avrei potuto pensare che l’autore non riconobbe le influenze prodotte da grandezze ineguali tra sottocampioni. Ma ora scopriamo che comprese questa influenza perfettamente: perché Morton calcolò la sua elevata media bianca eliminando coscientemente dal suo campione gli indù dal cervello piccolo. Scrisse: «È corretto, comunque, ricordare che solo tre indù sono inseriti nel numero totale, perché i crani di questa gente sono probabilmente più piccoli di quelli di qualsiasi altra. Per esempio, le teste di 7 indù danno una media di soli 75 pollici cubi; e i tre inseriti nella tabella sono presi secondo quella media» (p. 261). Così, Morton incluse un grosso sottocampione di individui dal cervello piccolo (peruviani incas) per abbassare la media indiana, ma escluse molti crani piccoli di bianchi per alzare la media del suo gruppo. Poiché ci dice così aridamente che cosa fece, possiamo ritenere che Morton non giudicasse improprio il suo modo di procedere. Ma per quale principio tenne gli incas ed escluse gli indù, se non per il fatto che era questo l’assunto a priori di una media bianca veramente superiore? Poiché si potrebbe rigettare il campione indù come veramente anomalo e ritenere il campione incas (per inciso, con la stessa media degli indù) come estremo inferiore della normalità per il suo gruppo svantaggiato più grande. Ho reintegrato i crani indù nel campione di Morton, usando la stessa procedura di influenza uguale per tutti i gruppi. Il campione bianco di Morton, secondo i suoi conti, contiene crani di quattro sottogruppi, così gli indù dovrebbero contribuire per un quarto di tutti i crani del campione. Se reintegriamo i 17 crani indù di Morton, essi formano il 26 per cento del campione totale di 66 crani. La media bianca, ora, cade a 84,5 pollici cubi, con nessuna differenza degna di menzione tra indiani e bianchi. (Gli esquimesi, nonostante la bassa opinione che ne aveva Morton, producono una media di 86,8, nascosta dalla fusione con altri sottogruppi nella notevole media mongola di 83.) Finiamola, quindi, con l’inferiorità indiana!

Figura 4. Il cranio di un indiano araucano. Le litografie di questa e della figura successiva furono eseguite da John Collins, un grande artista scientifico, oggi sfortunatamente sconosciuto. Apparvero in Crania Americana di Morton del 1839.

Figura 5. Cranio di indiano urone. Litografia di John Collins, da Crania Americana di Morton, 1839. 2. Il caso delle tombe egizie: Crania Aegyptiaca L’amico e compagno poligenetista di Morton, George Gliddon fu console degli Stati Uniti al Cairo. Spedì a Philadelphia più di cento crani provenienti da tombe dell’antico Egitto e Morton rispose con il suo secondo importante trattato, il Crania Aegyptiaca del 1844. Morton aveva dimostrato, o così pensava, che i bianchi sorpassavano gli indiani nelle doti mentali. Ora voleva coronare la sua storia dimostrando che il divario tra bianchi e neri era anche maggiore e che questa differenza era stata stabile per più di tremila anni. Morton pensò di poter identificare razze e sottogruppi tra razze da caratteristiche del cranio (la maggior parte degli antropologi negherebbe oggi che tali assegnazioni possano essere fatte senza ambiguità). Divise i suoi crani bianchi in pelasgici (elleni o antenati degli antichi greci), ebrei ed egizi: in quell’ordine per confermare ancora le preferenze anglosassoni (tabella 2). I crani non bianchi li identificò o come «negroidi» (ibridi di neri e indoeuropei con più nero che bianco) o come neri puri. La divisione soggettiva di Morton dei crani bianchi è chiaramente ingiustificata, perché assegnò semplicemente i crani più bulbosi al suo favorito gruppo pelasgico e i più appiattiti agli egizi senza menzionare alcun altro criterio di suddivisione. Se ignoriamo la sua triplice separazione e riesaminiamo i 65 crani bianchi in un singolo campione, otteniamo una capacità media di 82,15 pollici cubi. (Se diamo a Morton il beneficio del dubbio e ordiniamo i suoi dubbi sottocampioni equamente – come

abbiamo fatto nel calcolare le medie indiana e bianca per il Crania Americana – otteniamo una media di 83,3 pollici cubi.) Ambedue questi valori superano ancora sostanzialmente le medie negroide e nera. Morton riteneva di aver misurato una differenza innata di intelligenza. Non considerò mai alcun altro scopo per la disparità di capacità cranica media, sebbene un’altra spiegazione semplice e ovvia gli stesse davanti. Le dimensioni del cervello sono correlate alle dimensioni del corpo che lo porta: le persone grandi tendono ad avere cervelli più grandi delle persone piccole. Questo fatto non implica che le persone grandi siano più in gamba, non più di quanto gli elefanti dovrebbero essere giudicati più intelligenti degli uomini perché i loro cervelli sono più grandi. Devono essere fatte appropriate correzioni per le differenze di dimensione corporea. Gli uomini tendono a essere più grandi delle donne; di conseguenza, i loro cervelli sono più grandi. Quando si applicano correzioni per la dimensione corporea, uomini e donne hanno cervelli approssimativamente di uguale grandezza. Morton non solo non apportò correzioni per la differenza di sesso e delle dimensioni corporee, ma non ne riconobbe neanche la relazione, sebbene i suoi dati lo proclamassero forte e chiaro. (Posso solo congetturare che Morton non divise mai i suoi crani per sesso o statura – sebbene le sue tavole registrino questi dati – perché voleva così tanto leggere differenze di dimensioni cerebrali come differenze di intelligenza.) Molti dei crani egiziani li ebbe insieme ai resti mummificati dei loro possessori (fig. 6) e poté registrare il sesso senza ambiguità. Se usiamo le designazioni di Morton e calcoliamo medie separate per maschi e femmine (come Morton non fece mai), otteniamo il seguente notevole risultato. La capacità media di 24 crani di maschi bianchi è di 86,5 pollici cubi; 22 crani femminili danno una media di 77,2 (i rimanenti 19 crani non potevano essere sessualmente identificati). Dei sei crani negroidi Morton ne identificò due come di femmine (con 71 e 77 pollici cubi), ma 9 non poté identificare gli altri quattro (con 77, 77, 87 e 89). Se facciamo la ragionevole ipotesi che i due crani più piccoli (77 e 77) sono di femmine e i due più grandi di maschi (87 e 88), otteniamo una media negroide maschile di 87,5, leggermente sopra la media maschile bianca di 86,5 e una media negroide femminile di 75,5, leggermente sotto il valore bianco di 77,2. L’evidente differenza di 4 pollici cubi tra i campioni di razza bianca e quelli negroidi di Morton può solo registrare il fatto che circa la metà del suo campione di razza bianca è composto di maschi, mentre solo un terzo del campione negroide può essere di sesso maschile. (L’evidente differenza è accresciuta dallo scorretto arrotondamento fatto da Morton della media negroide a 79 invece che a 80. Come si vedrà ancora, tutti gli errori numerici di Morton sono a favore dei suoi pregiudizi.) Le differenze di grandezza cerebrale media tra bianchi e negroidi delle tombe egizie registrano solo delle differenze di statura dovute al sesso, non variazioni di «intelligenza». Non sarete sorpresi di apprendere che l’unico cranio di pura razza nera (73 pollici cubi) è di una donna. La correlazione tra cervello e corpo risolve anche una questione tralasciata nella

nostra precedente discussione di Crania Americana: qual è la base delle differenze di grandezza cerebrale media tra gli indiani? (Queste differenze infastidirono considerevolmente Morton perché non poteva comprendere in che modo gli incas dal cervello piccolo avessero costruito una civiltà così elaborata, sebbene si consolasse con il fatto della loro rapida sopraffazione da parte dei conquistadores.) Di nuovo la risposta gli stava di fronte, ma non la vide mai. Morton presenta dati soggettivi sulla statura nelle sue descrizioni delle varie tribù e, a mia volta, presento queste stime, assieme alla grandezza cerebrale media, nella tabella 4. La correlazione tra grandezza cerebrale e quella corporea viene confermata senza eccezione. La bassa media indù tra i bianchi registra anche una differenza di statura, non un altro caso di stupidi indiani.

Figura 6. Crani provenienti dalle tombe egizie. Da Crania Aegyptiaca di Morton, 1844.

Tabella 4. Capacità cranica di gruppi indiani ordinata secondo il giudizio di Morton sulla statura corporea. 3. Il caso del cambiamento della media dei neri In Crania Americana Morton citò una media di 78 pollici cubi come valore della capacità cranica dei neri. Cinque anni dopo, in Crania Aegyptiaca, aggiunse la seguente nota alla tavola delle misurazioni: «Sono in possesso di 79 crani di negri nati in Africa […]. Del numero totale, 58 sono adulti […] e danno una grandezza media cerebrale di 85 pollici cubi» (1844, p. 113). Dato che Morton aveva cambiato il suo metodo di misurazione dai semi di senape ai pallini di piombo tra il 1839 e il 1844, ho ritenuto questa alterazione causa della crescita della media nera. Fortunatamente Morton rimisurò la maggior parte dei suoi crani personalmente e i suoi vari cataloghi presentano tabulazioni dei risultati ottenuti per gli stessi crani sia con i semi che con i pallini (si veda Gould, 1978, per i dettagli). Ho pensato che le misure ottenute con i semi dovevano essere quelle inferiori. I semi sono leggeri e di grandezza variabile anche dopo averli setacciati. Per questa ragione, non si compattano bene. Agitandoli energicamente o pressandoli col pollice dal foramen magnum (il foro alla base del cranio), i semi possono essere fatti assestare, creando spazio per farne entrare ancora. Le misure fatte con i semi erano molto variabili; Morton riportava differenze di parecchi pollici cubi per uno stesso cranio. Alla fine si scoraggiò, licenziò i suoi assistenti e rifece tutte le misurazioni personalmente con pallini di piombo. Le ricalibrature non variavano mai più di un pollice cubo e possiamo accettare il giudizio di Morton secondo cui le misure con i pallini erano obiettive, accurate e ripetibili, mentre le misure precedenti ottenute con i semi erano altamente soggettive e irregolari. Ho calcolato poi il divario tra le misure con i semi e quelle con i pallini per razza. I pallini, come sospettavo, producevano sempre valori maggiori di quelli con i semi. Per 111 crani indiani, misurati con entrambi i criteri, i pallini superavano i semi di una media di 2,2 pollici cubi. I dati non sono attendibili per i neri e per i bianchi perché Morton non specificò in Crania Americana i singoli crani per queste razze (misurate con i semi). Per i bianchi, 19 crani identificabili danno luogo a un divario medio a favore dei pallini sui semi di soli 1,8 pollici cubi. In più, 18 crani africani, rimisurati dal campione riportato in Crania Americana, producono una media di 83,44 pollici cubi con i pallini, una crescita di 5,4 pollici cubi rispetto alla media del 1839 ottenuta con i semi. In altre parole, più una razza era «inferiore» secondo il giudizio a priori di Morton, maggiore era il divario tra una misurazione soggettiva, facilmente e inconsciamente mistificata, e una misura oggettiva inalterata da un precedente pregiudizio. La discrepanza per neri, indiani e bianchi è, rispettivamente, di 5,4, 2,2 e 1,8 pollici cubi. Scenari plausibili sono facili da costruire. Morton, misurando con i semi, prende un cranio di nero terribilmente grande, lo riempie senza pigiare e lo scuote appena.

Prende poi un cranio di bianco penosamente piccolo, lo scuote energicamente e pressa con forza con il pollice nel foramen magnum. È facilmente fatto, senza motivazione cosciente; le aspettative sono una potente guida all’azione.

4. La tabulazione finale del 1849 La promettente collezione di Morton comprendeva 623 crani quando presentò la sua tabulazione finale nel 1849: una schiacciante affermazione dell’ordinamento che ogni anglosassone si aspettava. I sottocampioni bianchi risentirono di errori e distorsioni. La media tedesca, riportata a 90, è 88,4 in base ai singoli crani elencati nel catalogo; la media angloamericana corretta è 89 (89,14), non 90. L’altra media inglese di 96 è 10 corretta, ma il piccolo campione è composto interamente da maschi. Se seguiamo la nostra procedura, di calcolare le medie tra i sottocampioni, le sei attuali 11 «famiglie» bianche producono una media di 87 pollici cubi. L’antica media bianca per due sottocampioni è di 84 pollici cubi (tabella 5).

Tabella 5. Valori corretti per la tabulazione finale di Morton. Sei crani cinesi forniscono a Morton una media mongola di 82, ma questo valore così basso registra due casi di amnesia selettiva: primo, Morton escluse il suo più recente esemplare cinese (il cranio numero 1336 di 98 pollici cubi), sebbene esso dovesse già far parte della sua collezione quando pubblicò il Sommario, perché incluse molti crani peruviani con numeri di catalogo superiori. Secondo, sebbene si rammaricasse per l’assenza di esquimesi nella sua collezione (1849, pag. IV), non menzionò i tre crani esquimesi che aveva misurato per Crania Americana. (Questi appartenevano al suo amico George Combe e non appaiono nel catalogo finale di Morton.) Morton non rimisurò mai questi crani con i pallini, ma se applichiamo la correzione indiana di 2,2 pollici cubi alla loro media di 86,8, ottenuta con i semi, abbiamo una media di 89. Questi due campioni (il cinese con il numero 1336 aggiunto e l’esquimese cautamente corretto) producono una media mongola di 87 pollici cubi. Nel 1849 la media indiana di Morton era caduta a 79. Ma questa cifra non è

valida per la stessa ragione di prima, sebbene ora ampliata: l’ineguaglianza dei numeri tra i sottocampioni. I peruviani con la testa piccola (e di bassa statura) forniscono il 23 per cento del campione del 1839, ma la loro frequenza era salita a quasi la metà (155 su 338 crani) nel 1849. Se usiamo il nostro precedente criterio e calcoliamo la media di tutti i sottocampioni ponderati equamente, la media indiana è di 86 pollici cubi. Per la media nera, dovremmo tralasciare gli australoidi di Morton perché l’autore volle assegnare loro lo stato di neri africani mentre noi non accettiamo più una stretta relazione tra i due gruppi: la pelle scura più di una volta si è evoluta tra i gruppi umani. Tralascio anche il campione di tre ottentotti. Tutti i crani sono femminili e gli ottentotti sono molto bassi di statura. I neri indigeni e quelli nati in America, riuniti in un singolo campione, producono un valore medio tra 82 e 83, ma più vicino a 83. In breve la mia correzione dell’ordinamento convenzionale di Morton non rivela differenze significative tra le razze in base agli stessi dati forniti da Morton (tabella 5). Tutti i gruppi si classificano tra 83 e 87 pollici cubi e i bianchi condividono la testa della classifica. Se gli europei occidentali scelgono di ricercare la loro superiorità in medie elevate dei loro sottocampioni (germanici e anglosassoni nelle tabulazioni bianche), faccio notare che i valori per parecchi sottocampioni indiani sono ugualmente elevati (sebbene Morton avesse mischiato tutti gli indiani americani del Nord e non avesse mai riportato le medie dei sottogruppi) e che tutte le medie teutoniche e anglosassoni sono calcolate, nella tavola di Morton, in modo scorretto o prevenuto.

5. Conclusioni Le mistificazioni di Morton possono essere ordinate in quattro categorie generali. 1. Inconsistenze propizie e criteri mutevoli: Morton scelse spesso di includere o cancellare grossi sottocampioni per accordare le medie dei gruppi con preesistenti aspettative. Incluse i peruviani incas per abbassare la media indiana, ma cancellò gli indù per alzare la media bianca. Scelse anche di presentare o di non calcolare le medie di sottocampioni in sorprendente accordo con i risultati desiderati. Fece dei calcoli riguardo ai bianchi per dimostrare la superiorità dei teutoni e degli anglosassoni, ma non presentò mai dati per i sottocampioni indiani con medie ugualmente elevate. 2. Soggettività diretta verso un pregiudizio aprioristico: le misure di Morton con i semi erano sufficientemente imprecise da permettere un’ampia gamma di influenze per un’inclinazione soggettiva; le successive misure con i pallini, d’altro canto, erano ripetibili e presumibilmente oggettive. In crani misurati con entrambi i metodi, i valori ottenuti coi pallini superavano sempre i valori ottenuti coi semi leggeri e malamente compattati. Ma il grado del divario si accorda con le assunzioni a priori: una media di 5,4, 2,2 e 1,8 pollici cubi per neri, indiani e bianchi, rispettivamente. In altre parole, i neri venivano trattati peggio e i bianchi

meglio quando i risultati potevano essere aggiustati verso un esito atteso. 3. Omissioni procedurali che ci sembrano ovvie: Morton era convinto che le variazioni di grandezza cranica registrassero una differente capacità mentale innata. Non considerò mai ipotesi alternative, sebbene i suoi dati gridassero forte per una diversa interpretazione. Morton non calcolò mai medie per sesso o statura anche quando registrò questi dati nelle sue tabulazioni, come per le mummie egizie. Se avesse calcolato l’effetto della statura, avrebbe presumibilmente riconosciuto che questo spiegava tutte le importanti differenze delle dimensioni del cervello tra i suoi gruppi. I negroidi davano luogo a una media più bassa rispetto a quella dei bianchi tra i suoi crani egizi perché il campione negroide probabilmente conteneva una più alta percentuale di femmine di bassa statura, non perché i neri sono più stupidi per natura. Gli incas che incluse nel campione indiano e gli indù che escluse dal campione bianco avevano cervelli piccoli perché avevano un corpo di taglia piccola. Morton usò un campione tutto femminile di tre ottentotti per sostenere la stupidità dei neri e un campione tutto maschile di inglesi per asserire la superiorità dei bianchi. 4. Calcoli errati e opportune omissioni: tutti i calcoli errati e le omissioni che ho rilevato sono a favore di Morton. Arrotondò la media egiziana negroide a 79 piuttosto che a 80. Citò medie di 90 per i germanici e gli anglosassoni, ma i valori corretti sono 88 e 89. Escluse un grande cranio cinese e un sottocampione esquimese dalla sua tabulazione finale per i mongoloidi, abbassando così la loro media al di sotto del valore bianco. Eppure, nonostante tutti questi giochi di prestigio, non rilevo alcun segno di frode o manipolazione cosciente. Morton non fece alcun tentativo di coprire le sue tracce e devo presumere che fosse ignaro di averne lasciate. Spiegò tutte le sue procedure e pubblicò tutti i suoi dati grezzi. Tutto ciò che posso discernere è una convinzione a priori riguardo all’ordinamento razziale così potente da orientare le sue tabulazioni secondo linee prestabilite. Eppure, Morton era ampiamente osannato come l’oggettivista della sua età, l’uomo che avrebbe liberato la scienza americana dal pantano della speculazione non comprovata.

La scuola americana e la schiavitù Gli eminenti poligenetisti americani si differenziavano nel loro atteggiamento verso la schiavitù. La maggior parte era nordista e i più favorivano qualche versione del gioco di parole di Squier: «[Ho una] opinione molto misera dei negri […] anche più misera della schiavitù» (Stanton, 1960, p. 193). Ma l’identificazione dei neri come specie separata e non posta sullo stesso piano aveva un’ovvia attrattiva come tesi per la schiavitù. Josiah Nott, un eminente poligenetista, incontrò un uditorio particolarmente recettivo nel Sud per le sue «lezioni di negrologia» (come le chiamava). Il Crania Aegyptiaca di Morton ricevette un caldo benvenuto nel Sud (Stanton, 1960, pp. 52-53). Un sostenitore

della schiavitù scrisse che il Sud non aveva più bisogno di essere «così tanto impaurito» per le «voci d’Europa e del Nord America» nel difendere le sue «peculiari istituzioni». Quando Morton morì, l’eminente giornale medico del Sud proclamò: «Noi del Sud dovremmo considerarlo come nostro benefattore, per averci aiutato materialmente, nel dare al negro la sua vera posizione come razza inferiore» (R.W. Gibbs, Charleston Medical Journal, 1851, citato in Stanton, 1960, p. 144). Tuttavia, la tesi poligenetica non occupò un posto di primo piano nell’ideologia della schiavitù nell’America della metà del XIX secolo, e per una buona ragione. Per la maggior parte dei sudisti, questa eccellente tesi imponeva un prezzo troppo alto. I poligenetisti se l’erano presa con gli ideologi come ostacoli alla loro pura ricerca di verità, ma i loro bersagli furono i parroci più spesso degli abolizionisti. La loro teoria, asserendo una pluralità di creazioni umane, contraddiceva la dottrina di un singolo Adamo e contravveniva alla verità letterale della Scrittura. Sebbene gli eminenti poligenetisti sostenessero una diversità di atteggiamenti religiosi, nessuno di essi era ateo. Morton e Agassiz erano uomini devoti, ma credevano che la scienza e la religione sarebbero state aiutate se parroci non all’altezza avessero tenuto il naso fuori delle questioni scientifiche e avessero smesso di indicare la Bibbia come un documento per risolvere dibattiti di storia naturale. Josiah Nott fissò il suo scopo con forza (Agassiz e Morton non l’avrebbero messa così crudamente): «[…] liberare la storia naturale del genere umano dalla Bibbia e porle ciascuna sulle loro fondamenta, dove possono rimanere senza collisioni o tormenti» (Stanton, 1960, p. 119) I poligenetisti misero i difensori della schiavitù in una situazione imbarazzante: dovevano accettare una forte tesi della scienza a costo di limitare la sfera della religione? Nel risolvere questo dilemma, di solito, la Bibbia vinceva. Dopotutto, le tesi bibliche per sostenere la schiavitù non mancavano. La degenerazione dei neri sotto la maledizione di Ham era una vecchia riserva, funzionale per eccellenza. Inoltre, la poligenesi non era la sola difesa quasi-scientifica disponibile. John Bachman, per esempio, era un parroco della Carolina del Sud e grande naturalista. Come monogenetista impegnato, passò buona parte della sua vita di scienziato a cercare di rigettare la poligenesi e utilizzò principi monogenetici anche per difendere la schiavitù: In capacità intellettuali, l’africano è una varietà inferiore della nostra specie. La sua intera storia offre la prova che è incapace di autogoverno. Il nostro bambino che conduciamo per mano e che conta su di noi per protezione e sostegno è ancora del nostro proprio sangue, nonostante la sua debolezza e ignoranza. (Ivi, p. 63) Tra le difese «scientifiche» non poligenetiche della schiavitù, nessuna tesi eguagliò mai per assurdità le dottrine di S.A. Cartwright, un importante medico del Sud. (Non le cito come tipiche, e dubito che molti sudisti intelligenti prestassero loro

molta attenzione; vorrei semplicemente illustrare un caso estremo nella gamma delle tesi «scientifiche».) Cartwright faceva risalire i problemi della gente nera a un’inadeguata decarbonizzazione del sangue nei polmoni (insufficiente rimozione di biossido di carbonio): «È la difettosa […] atmosferizzazione del sangue, associata con una deficienza di materia cerebrale nel cranio […] la vera causa di quella degradazione di mente che ha reso la gente d’Africa incapace di prendersi cura di loro stessi» (Chorover, 1979; tutte le citazioni da Cartwright sono tratte da interventi da lui presentati al congresso della Medical Association della Louisiana nel 1851). Cartwright gli dette anche un nome: dysesthesia, una malattia dovuta a inadeguata respirazione. Ne descrisse i sintomi negli schiavi: «Quando è condotto al lavoro […] lo schiavo assolve al compito assegnatogli in maniera precipitosa e trascurata, calpestando o tagliando con la zappa le piante che deve coltivare, spaccando gli attrezzi con cui lavora e rovinando tutto quel che tocca». I nordisti ignoranti attribuivano questo comportamento alla «degradante influenza della schiavitù», ma Cartwright lo riconosceva come manifestazione di una vera e propria malattia. Identificò l’insensibilità al dolore come altro sintomo: «Quando lo sfortunato individuo è soggetto a punizione, non sente dolore alcuno […] né alcun insolito risentimento al di là di stupido malumore. In alcuni casi […] sembra esserci una perdita quasi totale di coscienza». Cartwright propose la seguente cura: Il fegato, la pelle e i reni dovrebbero essere stimolati all’attività […] per aiutare la decarbonizzazione del sangue. Il mezzo migliore per stimolare la pelle è, primo, avere il paziente ben lavato con acqua calda e sapone, poi cospargerlo tutto con olio che va fatto assorbire colpendo il corpo con una larga cinghia di pelle; impegnare poi il paziente in qualche genere di lavoro duro all’aria aperta e alla luce del sole che lo costringerà a espandere i polmoni: lavori come tagliare legna, squadrare traversine, o segare con il segone o con la sega. Cartwright non terminò il suo catalogo di malattie con la dysesthesia. Si domandò perché gli schiavi provassero spesso a fuggire e identificò la causa di ciò in un disturbo mentale chiamato drapetomania, cioè il folle desiderio di fuggire (dromomania). «Come i bambini, sono costretti da immutabili leggi fisiologiche ad amare chi li sovrasta per autorità. Quindi per una legge della sua natura, il negro non può fare a meno di amare un padrone gentile, come il bambino non può fare a meno di amare colei che lo allatta.» Per gli schiavi affetti da drapetomania, Cartwright propose una cura comportamentale: i padroni dovevano evitare sia l’eccessiva permissività che l’eccessiva crudeltà: «Essi devono solo essere tenuti in quello stato e trattati come bambini per evitare che fuggano e per curare questa loro malattia». I difensori della schiavitù non avevano bisogno della poligenesi. La religione stava ancora sopra la scienza come fonte primaria per la razionalizzazione dell’ordine

sociale. Ma il dibattito americano sulla poligenesi può rappresentare l’ultima volta che degli argomenti, nell’uso scientifico, non formavano una prima linea di difesa per lo status quo e l’inalterabile qualità delle differenze umane. La guerra civile era proprio dietro l’angolo, ma anche L’origine delle specie di Darwin. Le successive tesi per la schiavitù, il colonialismo, le differenze razziali, la struttura in classi e i ruoli sessuali sarebbero avanzate essenzialmente sotto la bandiera della scienza.

1

Sono stato colpito dalla frequenza di tali affermazioni estetiche come base della preferenza razziale.

Sebbene J.F. Blumenbach, il fondatore dell’antropologia, abbia stabilito che il rospo deve guardare altri rospi come paragoni di bellezza, molti astuti intellettuali non hanno mai dubitato dell’eguaglianza carnagione bianca = perfezione. Franklin ebbe almeno la decenza di includere gli abitanti originari nella sua futura America; ma, un secolo più tardi, Oliver Wendell Holmes gioì dell’eliminazione degli indiani su basi estetiche: «[…] e così lo schizzo rosso-pastello è cancellato e la tela è pronta per un quadro dell’umanità un po’ più simile all’immagine di Dio». (Gosset, 1965, p. 243). 2

Darwin scrisse, per esempio, nel Viaggio di un naturalista intorno al mondo: «Vicino Rio de Janeiro ho

vissuto di fronte a una vecchia signora che teneva dei torchi per rompere le dita delle sue schiave. Sono stato in una casa dove un giovane servo mulatto veniva, giornalmente e di ora in ora, insultato, battuto e perseguitato abbastanza da rompere lo spirito dell’animale più umile. Ho visto un bambino di sei o sette anni colpito tre volte con un frustino da cavallo (prima che potessi intervenire) sulla testa nuda per avermi porto un bicchiere d’acqua non abbastanza pulito […]. E questi atti sono fatti e scusati da uomini che professano l’amore per il prossimo come per se stessi, che credono in Dio e pregano che sulla terra sia fatta la sua volontà! Fa ribollire il sangue e tremare il cuore pensare che noi inglesi e i nostri discendenti americani, con il loro vanaglorioso grido di libertà, siamo stati e siamo così colpevoli». 3

Questa tesi «induttiva» delle culture umane è lungi dall’essere morta come difesa del razzismo. Nel suo Study of History (edizione del 1934), Arnold Toynbee scrisse: «Quando classifichiamo l’umanità per colore, la sola delle razze primarie, data da questa classificazione, che non ha reso un contributo creativo a una delle nostre ventuno civiltà, è la razza nera» (Newby, 1969, p. 217). 4

La moderna teoria evoluzionistica invoca una barriera contro l’infertilità come criterio primario per

lo stato di una specie. Nella definizione standard: «Le specie sono realmente o potenzialmente delle popolazioni interfeconde che condividono un fondo genetico comune e riproduttivamente isolato da tutti gli altri gruppi». L’isolamento riproduttivo, comunque, non significa che singoli ibridi non si producano mai, ma solo che le due specie mantengono la loro integrità in contatto naturale. Gli ibridi possono essere sterili (i muli). Possono aversi abbastanza frequentemente anche ibridi fertili, ma se la selezione naturale agisce preferenzialmente contro di essi (come risultato dell’inferiorità del disegno strutturale, del rifiuto di essere preso come compagno da parte di tutti i membri di entrambe le specie, eccetera), essi non aumenteranno di frequenza e le due specie non si amalgameranno. Spesso ibridi fertili possono essere prodotti in laboratorio imponendo situazioni non incontrate in natura (accoppiamento forzato tra specie che normalmente maturano in periodi diversi dell’anno, per esempio). Tali esemplari non rifiutano uno stato di specie separata perché i due gruppi non si amalgamano allo stato selvaggio (la maturazione in periodi diversi dell’anno può essere un efficace mezzo di isolamento riproduttivo).

5

Un’eccellente storia dell’intera «scuola americana» si può trovare nel The Leopard’s Spots di W.

Stanton (1961). 6

E.D. Cope, eminente paleontologo e biologo evoluzionista d’America, ripeté lo stesso tema più

vigorosamente nel 1890 (p. 2054): «La razza superiore dell’uomo non può permettersi di perdere, o anche di compromettere, i vantaggi che ha acquistato in centinaia di secoli di duro lavoro e di sofferenza, mescolando il suo sangue con quella inferiore […]. Non possiamo offuscare o estinguere la fine sensibilità nervosa e la forza mentale, che la loro coltivazione sviluppa nella costituzione degli indoeuropei, a causa degli istinti carnali e della mente non limpida degli africani. Non solo la mente è inattiva e in sua vece viene introdotta la vita del mero vivere, ma la possibilità di resurrezione è resa dubbia o impossibile». 7

Non tutti i denigratori dei neri furono così generosi. E.D. Cope, il quale temeva che l’incrocio tra le

razze avrebbe bloccato la via al paradiso, propugnò il ritorno di tutti i neri in Africa: «Non abbiamo abbastanza fardelli da sopportare a causa della gente di campagna europea che siamo ogni anno chiamati a ricevere e assimilare? La nostra razza è su un piano sufficientemente alto da rendere sicuro per noi il portare otto milioni di materia morta proprio al centro del nostro organismo vitale?» (1890, p. 2053). 8

Questo resoconto omette dettagli statistici della mia analisi. La storia completa appare in Gould,

1978. Alcuni brani sono presi da questo articolo. 9

Nel suo catalogo del 1849, Morton congetturò sul sesso (e l’età entro cinque anni!) di tutti i crani.

Nel suo successivo lavoro specifica 77, 87 e 88 come maschi e il rimanente 77 come femmina. Questa attribuzione era pura congettura; la mia versione alternativa è egualmente plausibile. In Crania Aegyptiaca, Morton fu più cauto e identificò il sesso solo per esemplari con resti mummificati. 10

Per dimostrare ancora quanto possono essere grandi le differenze basate sulla statura, riporto

questi dati ulteriori recuperati dalle tabulazioni di Morton, ma mai da lui calcolati o riconosciuti: 1) per i peruviani incas, 53 crani maschili danno una media di 77,5; 61 crani femminili, 72,1; 2) per i tedeschi, 9 crani maschili danno una media di 92,2; 8 femminili, 84,3. 11

Nel mio articolo originale (Gould, 1978) davo erroneamente la moderna media bianca di 85,3. La

ragione di questo errore è imbarazzante ma istintiva perché illustra, a mie spese, il principio cardine di questo libro: il profondo incastro sociale della scienza e il frequente innesto di aspettative sulla supposta obiettività. La riga 7 della tabella 3 elenca la gamma di crani semitici da 84 a 98 pollici cubi per il campione di 3 di Morton. Il mio articolo citava, comunque, una media di 80: cosa impossibile se il cranio più piccolo misura 84. Stavo lavorando con una fotocopia dell’originale di Morton e il suo valore corretto era macchiato, così sembrava un 80 sulla fotocopia. Tuttavia, la gamma da 84 a 98 era chiaramente indicata proprio accanto e non ho mai visto l’incongruenza: presumibilmente perché un valore basso di 80 si adattava alla mia speranza di avere una media bianca abbassata. L’80 quindi «risultava» esatto e non l’ho mai controllato. Sono grato al dottor Irving Klotz della Northwestern University per avermi fatto notare questo errore.

3. La misurazione delle teste Paul Broca e l’apogeo della craniologia Nessun uomo razionale, cosciente dei fatti, crede che il negro medio sia uguale e, ancor meno, superiore all’uomo bianco medio. E, se questo è vero, è semplicemente incredibile che quando vengono rimosse tutte le sue incapacità, quando ha un giusto campo, nessun favore e nessun oppressore, il nostro prognato parente sarà capace di competere con successo con il suo rivale dal cervello più grande e dalla mascella più piccola, in una contesa che dev’essere condotta con il pensiero e non con i morsi. (T.H. HUXLEY)

La seduzione dei numeri 1. Introduzione La teoria evolutiva spazzò via il velo creazionista che aveva sostenuto l’intenso dibattito tra monogenetisti e poligenetisti, ma soddisfece entrambe le parti presentando un fondamento logico anche migliore per il loro comune razzismo. I monogenetisti continuarono a costruire gerarchie lineari di razze a seconda del valore mentale e morale; i poligenetisti ammettevano, ora, una comune razza nelle foschie preistoriche, ma affermavano che le razze erano state separate a lungo abbastanza da sviluppare differenze ereditarie in talento e intelligenza. Come storico dell’antropologia, George Stocking scrive: «Le risultanti tensioni intellettuali furono risolte dopo il 1859 da un pregnante evoluzionismo che fu d’un tratto monogenetista e razzista e che affermò l’unità umana anche se relegò il selvaggio dalla pelle scura a uno stato molto vicino a quello della scimmia antropomorfa» (1973, p. XX). La seconda metà del XIX secolo non fu solo l’era dell’evoluzione antropologica. Un altro fatto, ugualmente irresistibile, pervase le scienze umane: la seduzione dei numeri, la fede, cioè, che misurazioni rigorose potessero garantire una precisione irrefutabile e potessero marcare la transizione tra speculazione soggettiva e una scienza vera, altrettanto rispettabile della fisica newtoniana. Evoluzione e

quantificazione formarono un’alleanza profana, in un certo senso, la loro unione forgiò la prima potente teoria di razzismo «scientifico», se definiamo la «scienza» come fanno molti che la fraintendono nella maniera più profonda: una asserzione evidentemente sostenuta da una quantità di numeri. Gli antropologi avevano presentato dei numeri prima di Darwin, ma la rozzezza dell’analisi di Morton smentisce qualsiasi pretesa di rigore. Alla fine del secolo di Darwin, procedure standardizzate e un corpo di conoscenza statistica in sviluppo avevano generato un diluvio di dati numerici più degni di nota. Questo capitolo è la storia di numeri, una volta considerati superiori in importanza a tutti gli altri: i dati della craniometria, o misurazione del cranio e del suo contenuto. I principali esponenti della craniometria non furono ideologi politici coscienti. Essi si consideravano alle dipendenze dei loro numeri, apostoli di obiettività. E confermarono tutti i comuni pregiudizi del tranquillo uomo bianco: neri, donne e poveri occupano il loro ruolo in subordine per i duri dettami della natura. La scienza affonda le radici nell’interpretazione creativa. I numeri suggeriscono, costringono e confortano: essi non specificano, di per sé, il contenuto di teorie scientifiche. Le teorie sono costruite sull’interpretazione dei numeri e gli interpreti sono spesso intrappolati dalla loro stessa retorica. Essi credono nella loro obiettività e non riescono a discernere il pregiudizio che li guida verso una interpretazione tra molte, coerente con i loro numeri. Paul Broca è ora abbastanza lontano. Possiamo però andare a ritroso e dimostrare che usò i numeri non per creare nuove teorie ma per illustrare conclusioni aprioristiche. Dobbiamo credere che la scienza è diversa oggi semplicemente perché condividiamo il contesto culturale della maggior parte degli scienziati di professione e scambiamo la sua influenza per verità oggettiva? Broca fu uno scienziato esemplare; nessuno lo ha mai sorpassato in meticolosità e accuratezza di misurazione. Con quale diritto, oltre alle nostre prevenzioni, possiamo identificare il suo pregiudizio e sostenere che la scienza opera ora indipendentemente da cultura e classe?

2. Francis Galton, apostolo della quantificazione Nessun uomo espresse l’attrattiva della sua era per i numeri tanto bene quanto il celebrato cugino di Darwin, Francis Galton (1822-1911). Economicamente indipendente, Galton ebbe la rara libertà di dedicare la sua considerevole energia e intelligenza al suo soggetto favorito della misurazione. Galton, un pioniere della moderna statistica, credeva che con sufficiente lavoro e ingegnosità qualunque cosa potesse essere misurata e che la misurazione fosse il criterio primario di uno studio scientifico. Propose e iniziò a condurre anche una ricerca statistica sull’efficacia della preghiera! Galton coniò il termine «eugenetica» nel 1883 e sostenne la regolamentazione dei matrimoni e delle famiglie a seconda della dote ereditaria dei genitori. Galton difese la sua fede nella misurazione con tutta l’ingegnosità dei suoi metodi

idiosincratici. Cercò, per esempio, di costruire una «mappa di bellezza» delle isole britanniche nel seguente modo: Ogni volta che ho l’occasione di classificare le persone che incontro in tre classi, «buona, media, e cattiva», uso, non visto, un ago montato come punzone per fare dei buchi in un pezzo di carta fatto grossolanamente a croce. Uso la parte superiore per «buona», il braccio orizzontale per «media» e l’estremità inferiore per «cattiva». I buchi si mantengono distinti e sono facilmente letti con comodo. L’oggetto, il posto e la data sono scritti sulla carta. Usavo questo metodo per i miei dati sulla bellezza, classificando le ragazze che incontravo per la strada, o altrove, in attraenti, indifferenti o repellenti. Questa era naturalmente una stima puramente individuale, ma coerente giudicando dalla conformità di prove diverse nella stessa popolazione. Ho trovato che Londra possiede il massimo livello di bellezza; Aberdbeen il più basso. (1909, pp. 315-316) Con buono spirito, Galton suggerì il seguente metodo per quantificare la noia: Molti processi mentali sono difficilmente misurabili. Per esempio, il grado di noia delle persone contando il numero dei movimenti corporei. Non di rado ho messo in uso questo metodo ai congressi della Royal Geographical Society perché anche là, di quando in quando, vengono letti promemoria noiosi […]. L’uso di un orologio attrae l’attenzione, così tengo il conto del tempo mediante il numero dei miei respiri, che sono 15 in un minuto. Questi non vengono contati mentalmente, ma vengono indicati premendo col dito 15 volte di seguito. Il contare è riservato ai nervosi. Queste osservazioni dovrebbero essere limitate alle persone di mezz’età. I bambini stanno raramente fermi, mentre, talvolta, i filosofi più anziani rimarranno rigidi per alcuni minuti. (Ivi, p. 278) La quantificazione era il dio di Galton, e una ferma convinzione dell’ereditarietà di quasi qualunque cosa lo scienziato potesse misurare stava alla destra di questo. Galton credeva che anche i comportamenti più socialmente strutturati avessero forti componenti innate: «Dato che molti membri della Camera dei pari sposano figlie di milionari» scrisse «è abbastanza verosimile che il nostro senato possa col tempo essere caratterizzato da una più che comune quota di abile capacità per gli affari e, particolarmente, anche da un minore livello di probità commerciale del presente» (ivi, pp. 314-315). Cercando costantemente nuovi e ingegnosi metodi per misurare la dignità relativa dei popoli, Galton propose di classificare neri e bianchi studiando la storia degli incontri tra capi neri e viaggiatori bianchi: Questi ultimi, senza dubbio, portano con loro la conoscenza corrente in terre civilizzate, ma questo è un vantaggio di importanza minore di quanto siamo soliti supporre. Un capo indigeno possiede un’educazione nell’arte

del governo degli uomini buona quanto si può desiderare; è continuamente esercitato nel governo personale e, di solito, conserva il suo posto grazie all’ascendente del suo carattere mostrato quotidianamente su sudditi e rivali. Anche un viaggiatore in paesi selvaggi ricopre, per un certo verso, la posizione di comandante e deve confrontarsi con i capi indigeni in ogni luogo abitato. Il risultato è abbastanza familiare – il viaggiatore bianco, quasi invariabilmente, mantiene la propria posizione in loro presenza. È raro sentire di un viaggiatore bianco che, incontrando un capo indigeno, avverta che questi è un uomo migliore. (1884, pp. 338-339) Il maggior lavoro di Galton sull’ereditarietà dell’intelligenza (Hereditary Genius, 1869) comprendeva, tra i suoi criteri, l’antropometria, ma il suo interesse per la misura dei crani e dei corpi raggiunse il culmine più tardi, quando mise su un laboratorio all’Esposizione Internazionale del 1884. Là, per tre pennies, si poteva passare per la sua catena di montaggio di prove e misure e si riceveva alla fine il suo giudizio. Dopo l’Esposizione, mantenne per sei anni il laboratorio al museo di Londra, laboratorio che divenne famoso e attrasse molti notabili, compreso Gladstone: Il signor Gladstone era piacevolmente insistente circa la grandezza della sua testa, dicendo che i cappellai gli dicevano spesso che aveva una testa da Aberdeenshire, «fatto che, potete stare sicuro, non dimentico di dire ai miei elettori scozzesi». Era una testa ben fatta, sebbene piuttosto schiacciata, ma, tutto sommato, non molto larga di circonferenza. (1909, pp. 249-250) Per timore che tutto ciò venga scambiato per innocue meditazioni di qualche sciocco vittoriano eccentrico, sottolineo che Sir Francis fu preso abbastanza seriamente come uno dei massimi intelletti del suo tempo. Il sostenitore americano della teoria dell’eredità, Lewis Terman, il massimo responsabile dell’introduzione dei reattivi di intelligenza in America, calcolò retrospettivamente il QI di Galton a oltre 200, ma accordò solo 135 a Darwin e un mero 100-110 a Copernico (vedi pp. 181-185 su questo ridicolo incidente nella storia dell’impiego dei reattivi mentali). Darwin, che si accostò alle tesi ereditarie con forte sospetto, dopo aver letto Hereditary Genius scrisse: «In un certo senso, avete operato la conversione di un oppositore, infatti ho sempre sostenuto che, eccetto gli stolti, gli uomini non differiscono molto in intelletto ma solo in zelo e duro lavoro» (Galton, 1909, p. 290). Galton rispose: «La replica che può essere fatta al suo commento sul duro lavoro è che il carattere, compresa l’attitudine al lavoro, è ereditabile come ogni altra facoltà». 3. Una farsa con una morale: i numeri non garantiscono la verità Nel 1906, un medico della Virginia, Robert Bennet Bean, pubblicò un lungo articolo tecnico che comparava i cervelli di neri e di bianchi americani. Con una sorta di

pollice verde neurologico, trovò significative differenze dovunque guardò (significative, cioè, nel senso da lui favorito di esprimere l’inferiorità dei neri in aridi numeri). Bean fu particolarmente orgoglioso per i suoi dati sul corpo calloso, una struttura all’interno del cervello contenente fibre che connettono gli emisferi destro e sinistro. Seguendo un principio cardinale della craniometria, secondo cui le funzioni mentali superiori risiedono nella porzione anteriore del cervello e le capacità sensomotorie verso la parte posteriore, Bean arguì di poter ordinare le razze secondo le dimensioni relative delle parti entro il corpo calloso. Misurò, quindi, la lunghezza del genu, la parte anteriore del corpo calloso, e la confrontò con la lunghezza dello splenio, la parte posteriore. Tracciò, poi, un grafico genusplenio (fig. 7) e in effetti ottenne, per un campione rispettabilmente grande, una divisione completa tra i cervelli di neri e quelli di bianchi. I bianchi hanno un genu relativamente grande, quindi, più cervello nella parte anteriore, la sede dell’intelligenza. Tanto più sorprendente, esclamò Bean (1906, p. 390), perché il genu contiene fibre sia per l’olfatto che per l’intelligenza! E continuò: noi tutti sappiamo che i neri hanno un senso dell’olfatto più acuto dei bianchi; quindi ci si sarebbe potuti aspettare un genu più grande nei neri se l’intelligenza non differisse sostanzialmente tra le razze. Tuttavia i genu dei neri sono più piccoli, nonostante la loro predominanza olfattiva; quindi, i neri devono veramente presentare un’insufficienza di intelligenza. Bean non trascurò, inoltre, di introdurre la conclusione corrispondente per i sessi. All’interno di ogni razza, le donne hanno genu relativamente più piccoli di quelli degli uomini.

Figura 7. Il diagramma di Bean genu-splenio, rispettivamente sull’asse y e sull’asse x. I cerchi bianchi sono – ovviamente – per i cervelli dei bianchi; i quadrati neri per i cervelli dei neri. I bianchi sembrano avere un genu più grande, quindi una parte frontale maggiore e, presumibilmente, più intelligenza. Bean continuò poi il suo discorso sulla grandezza relativamente maggiore delle parti frontali del cervello dei bianchi in confronto a quelle parietali e occipitali. Quanto alla dimensione relativa delle loro aree frontali, proclamò che i neri sono intermedi tra «l’uomo [sic] e l’orangutan» (ivi, p. 380). In questa lunga monografia, una misura comune spicca per la sua assenza: Bean non dice nulla sulla grandezza del cervello in sé, il criterio favorito della craniometria classica. La ragione di questa negligenza giace sepolta in un’appendice: i cervelli dei bianchi e dei neri non differiscono nelle dimensioni complessive. Bean infatti prese tempo: «Così tanti fattori entrano nel peso del cervello che è dubbio se una discussione sull’argomento sia proficua in questa sede». Tuttavia, trovò una via d’uscita. I suoi cervelli provenivano da cadaveri non reclamati, dati alle scuole di medicina. Noi tutti sappiamo che i neri hanno meno

rispetto dei bianchi per i loro morti. Solo appartenenti alle classi inferiori dei bianchi – prostitute e depravati – verrebbero trovati tra i cadaveri abbandonati, «mentre tra i negri è risaputo che anche le classi più alte trascurano i loro morti». Così, anche l’assenza di una differenza misurata poteva indicare la superiorità bianca, perché i dati «mostrano probabilmente che la classe inferiore bianca ha un cervello più grande di una classe superiore negra» (ivi, p. 409). La conclusione generale di Bean, espressa in un paragrafo riassuntivo prima della fastidiosa appendice, proclamava un pregiudizio comune come la conclusione della scienza: Il negro è essenzialmente affezionato, immensamente emotivo, poi sensuale e sotto stimolazione appassionato. C’è amore d’ostentazione e capacità di melodiosa articolazione; vi sono capacità artistiche non sviluppate e gusto – i negri danno buoni artigiani – e vi è instabilità di carattere incidente sulla mancanza di autocontrollo, specialmente in connessione con le relazioni sessuali; e vi è la mancanza di orientamento o del riconoscimento della posizione e della condizione proprie e dell’ambiente evidenziata da una peculiare presunzione, così chiamata, che è particolarmente percettibile. Ci si aspetterebbe naturalmente un tale carattere per i negri perché l’intera parte posteriore del loro cervello è grande, mentre l’intera porzione anteriore piccola. Bean non si limitò a esporre le sue opinioni su giornali specializzati. Nel 1906 pubblicò due articoli su riviste di larga diffusione e attrasse sufficiente attenzione da divenire argomento di un editoriale di American Medicine dell’aprile 1907 (citato in Chase, 1977, p. 179). Bean aveva fornito, come proclamava l’articolo, «la base anatomica per il completo fallimento delle scuole negre nell’impartire gli studi superiori: il cervello non può comprenderli più di quanto un cavallo può comprendere la regola del tre […]. I leaders di tutti i partiti politici conoscono ora l’errore dell’uguaglianza umana. […] Può essere praticabile per rettificare l’errore e rimuovere una minaccia alla nostra prosperità: un vasto elettorato senza cervello». Ma Franklin P. Mall, il mentore di Bean al Johns Hopkins, divenne sospettoso: i dati di Bean erano troppo buoni. Rifece il lavoro di Bean, ma con un’importante differenza nel modo di procedere: fece sì che non potesse sapere quali cervelli erano di neri e quali di bianchi fino a che non li aveva misurati (Mall, 1909). In un campione di 106 cervelli, usando il metodo di misurazione di Bean, Mall non trovo alcuna differenza nelle dimensioni relative del genu e dello splenio tra bianchi e neri (fig. 8). Questo campione includeva 18 cervelli del campione originale di Bean, 10 di bianchi e 8 di neri. La misura del genu fatta da Bean era maggiore di quella di Mall per 7 bianchi, ma solo per un nero. La misura dello splenio fatta da Bean era più grande di quella di Mall per 7 degli 8 neri.

Figura 8. Il diagramma di Mall genu-splenio. Mall misurò i cervelli senza sapere se appartenessero a bianchi o a neri. Non trovò alcuna differenza tra le razze, ha retta rappresenta la separazione tra bianchi e neri secondo Bean. Uso questa piccola storia di fanatismo come farsa perché essa illustra bene i contenuti di questo capitolo e di questo libro: 1. I razzisti scientifici e i sessisti riservano spesso la loro etichetta di inferiorità a un singolo gruppo svantaggiato; ma razza, sesso e classe vanno insieme, e ognuno agisce da surrogato degli altri. Singoli studi possono essere di scopo limitato, ma la filosofia generale del determinismo biologico è pervasiva: cioè, le gerarchie del vantaggio e dello svantaggio seguono i dettami di natura e la stratificazione riflette la biologia. Bean studiò le razze, ma estese la sua conclusione più importante alle donne e invocò anche differenze di classe sociale per sostenere che l’uguaglianza di dimensioni del cervello dei neri e del bianchi riflette realmente l’inferiorità dei neri. 2. È un pregiudizio a monte, non una copiosa documentazione numerica, che detta le conclusioni. Possiamo difficilmente dubitare che l’affermazione di Bean

sulla presunzione del nero riflettesse una credenza a priori che iniziò a oggettivare, non un’induzione dai dati sulle parti anteriori e posteriori dei cervelli. E la particolare conclusione che derivava l’inferiorità nera dall’uguaglianza di grandezza del cervello è ridicola al di fuori del contesto comune di una convinzione a priori dell’inferiorità dei neri. 3. Numeri e grafici non acquistano autorità dall’accresciuta precisione della misurazione, dalla grandezza del campione o dalla complessità della manipolazione. I progetti sperimentali di base possono essere incrinati e non soggetti a correzione per mezzo di estese ripetizioni. Il previo rinvio a una tra molte potenziali conclusioni garantisce spesso una grave incrinatura nel progetto. 4. La craniometria non fu solo un giocattolo per accademici o un argomento da giornali specializzati. Le conclusioni inondarono la stampa popolare. Una volta rafforzate, queste cominciarono una vita indipendente, continuamente riprese da fonti secondarie a fonti secondarie, refrattarie alla confutazione perché nessuno andò a esaminare la fragilità della documentazione primaria. In questo caso, Mall stroncò un dogma sul nascere, ma non prima che un eminente giornale avesse raccomandato che venisse vietato il voto ai neri in conseguenza della loro innata stupidità. Ma noto anche un’importante differenza tra Bean e i grandi craniometristi europei. Bean dette luogo sia a frodi coscienti che a una straordinaria autodelusione. Era un povero scienziato che seguiva un disegno sperimentale assurdo. I grandi craniometristi, d’altro canto, erano fini scienziati secondo i criteri del loro tempo. I loro numeri, diversamente da quelli di Bean, venivano generalmente accettati. I loro pregiudizi giocavano un ruolo più sottile nello specificare le interpretazioni e nel suggerire quali numeri potessero essere raccolti in primo luogo. Il loro lavoro era più refrattario allo smascheramento, ma ugualmente non valido per la stessa ragione: i pregiudizi li guidavano attraverso i dati in un circolo che riportava agli stessi pregiudizi. Un sistema imbattibile, che acquistò autorità perché sembrava scaturire dalla misurazione meticolosa. La storia di Bean è stata narrata parecchie volte, anche se non in tutti i dettagli (Myrdal, 1944; Haller, 1971; Chase, 1977). Bean fu, comunque, una figura marginale di uno stadio temporaneo e provinciale. Non ho trovato alcuna analisi del dramma principale, i dati di Paul Broca e della sua scuola.

I maestri della craniometria: Paul Broca e la sua scuola 1. La grande via circolare Nel 1861 un acceso dibattito si sviluppò in diversi convegni di una giovane associazione che stava ancora provando i dolori della sua nascita. Paul Broca (1824-1880), professore di chirurgia clinica presso la facoltà di medicina, aveva fondato nel 1859 la Società antropologica di Parigi. A un convegno della società,

due anni più tardi, Louis Pierre Gratiolet lesse una relazione che sfidava la più ferma convinzione di Broca: Gratiolet osò sostenere che le dimensioni di un cervello non hanno alcuna relazione con il grado di intelligenza. Broca insorse in difesa di se stesso sostenendo che «lo studio dei cervelli delle razze umane avrebbe perso molto del suo interesse e della sua utilità» se la differenza di dimensioni non avesse avuto alcun valore (1861, p. 141). Perché gli antropologi dovevano passare così tanto tempo a misurare crani, se i loro risultati non potevano delineare i gruppi umani a valutarne il merito relativo? Tra i problemi discussi dalla Società antropologica, nessuno è importante e interessante quanto questo […]. La craniologia ha assunto una tale importanza tra gli antropologi, che molti di noi hanno trascurato gli altri settori di questa disciplina per dedicarsi esclusivamente allo studio dei crani […]. Tra questi dati speriamo di trovare informazioni rilevanti al fine di stabilire il valore intellettuale delle varie razze umane. (Ivi, p. 139) Broca dette poi sfogo ai suoi dati e il povero Gratiolet fu messo a terra. Il suo contributo finale al dibattito deve collocarsi tra i più tortuosi e abietti discorsi di concessione mai offerti da uno scienziato. Broca non abiurò i suoi errori; sostenne invece che nessuno aveva apprezzato la sottigliezza della sua posizione. (Gratiolet era, per inciso, un monarchico, non un egualitario e voleva semplicemente usare altre misure per dimostrare l’inferiorità di neri e donne: una prematura chiusura delle suture craniche, per esempio.) Broca concluse trionfalmente: In generale, il cervello è più grande negli adulti che nei vecchi, negli uomini che nelle donne, in uomini eminenti piuttosto che in quelli di mediocre talento, nelle razze superiori rispetto alle razze inferiori. (Ivi, p. 304) […] A parità di condizioni, vi è una sorprendente relazione tra lo sviluppo dell’intelligenza e il volume cerebrale. (Ivi, p. 188) Cinque anni più tardi, in una voce sull’antropologia in un’enciclopedia, Broca si espresse più energicamente: Una faccia prognata, colore più o meno nero della pelle, capelli crespi e inferiorità sociale e intellettuale sono spesso associati, mentre pelle più o meno bianca, capelli lisci e una faccia ortognata sono dotazione ordinaria dei gruppi superiori nella serie umana. (1866, p. 280) […] Un gruppo con pelle nera, capelli crespi e una faccia prognata non è mai stato capace di raggiungere spontaneamente la civiltà. (Ivi, pp. 295-296) Queste sono parole aspre e lo stesso Broca si rammaricò che la natura avesse modellato un tale sistema (ivi, p. 296). Ma che cosa poteva farci? I fatti sono fatti. «Non vi è fede, comunque rispettabile, interesse, comunque legittimo, che non deve

adattarsi al progresso della conoscenza umana e inchinarsi davanti alla verità» (Count, 1950, p. 72). Paul Topinard, eminente discepolo e successore di Broca, assunse come suo motto: «J’ai horreur des systemes et sur tout des systemes a priori» (Aborrisco i sistemi, specialmente quelli a priori). Broca selezionò dagli altri i pochi scienziati egualitari del suo secolo per sottoporli a un trattamento particolarmente duro, poiché essi avevano degradato la loro professione permettendo a una Speranza etica o a un sogno politico di offuscare il loro giudizio e di distorcere la verità oggettiva. «L’intervento delle considerazioni politiche e sociali non è stato meno nocivo all’antropologia del fattore religioso» (1855, Count, 1950, p. 73). Il grande anatomista tedesco Friedrich Tiedemann, per esempio, aveva sostenuto che neri e bianchi non differivano per capacità cranica. Broca inchiodò Tiedemann per lo stesso errore che ho scoperto nel lavoro di Morton (vedi pp. 67-83). Morton, quando usò un metodo di calcolo soggettivo e impreciso, calcolò sistematicamente capacità inferiori per i neri rispetto a quando misurò gli stessi crani con una tecnica precisa. Tiedemann, usando un metodo ancora più impreciso, calcolò una media nera di 45 centimetri cubi sopra il valore medio registrato da altri scienziati. Le sue misure per i crani bianchi non erano, tuttavia, più grandi di quelle riportate dai colleghi. (Per il piacere nello smascherare Tiedemann, Broca evidentemente non controllò mai le cifre di Morton, sebbene questi fosse il suo eroe e modello. Broca una volta pubblicò un articolo di un centinaio di pagine in cui analizzava le tecniche di Morton nei più minuti dettagli; Broca, 1873b.) Perché Tiedemann era stato fuorviato? «Disgraziatamente» scrisse Broca «era dominato da un’idea preconcetta. Egli si accinse a provare che la capacità cranica di tutte le razze umane e la stessa.» (1873b, p. 12) Ma «è un assioma di tutte le scienze osservative che i fatti devono precedere le teorie» (1868, p. 4). Broca credeva, presumo sinceramente, che i fatti erano il suo solo vincolo e che il suo successo nel sancire l’ordinamento tradizionale sorgeva dalla precisione delle sue misure e dalla sua cura nel predisporre procedure ripetibili. Infatti, non si può leggere Broca senza arrivare ad avere un enorme rispetto per la sua cura nel produrre i dati. Credo ai suoi numeri e dubito che se ne siano ottenuti altri in modo migliore. Broca condusse un esauriente studio di tutti i metodi precedentemente usati per determinare la capacità cranica. Decise, così, che i pallini di piombo, come sostenuto da «le célèbre Morton» (1861, p. 183), davano i migliori risultati, ma passò mesi a raffinare la tecnica prendendo in considerazione fattori quali la forma e l’altezza del cilindro usato per misurare la quantità di pallini versati nel cranio, la velocità a cui i pallini venivano versati nel cranio e il modo di scuotere e battere il cranio per compattare i pallini e determinare se ve ne andassero degli altri (Broca, 1873b). Broca sviluppò infine un metodo oggettivo per misurare la capacità cranica. Nella maggior parte dei suoi lavori, comunque, preferì pesare i cervelli subito dopo le autopsie condotte personalmente. Ho trascorso un mese a leggere tutti i principali lavori di Broca concentrandomi sulle sue procedure statistiche. E ho trovato nei suoi metodi uno schema definito.

Broca superò il divario tra fatti e conclusioni mediante ciò che può essere il modo solito: prevalentemente alla rovescia. Le conclusioni venivano per prime e le conclusioni erano la concezione comune della maggioranza dei maschi bianchi di successo del suo tempo: essi stessi al vertice per buona sorte di natura e donne, neri e poveri in basso. I suoi fatti erano attendibili (diversamente da quelli di Morton), ma furono raccolti selettivamente e quindi manipolati inconsciamente al servizio di conclusioni a priori. In questo modo, tali conclusioni non solo ottennero la benedizione della scienza ma anche il prestigio dei numeri. Broca e la sua scuola usarono i fatti come illustrazioni, non come elementi vincolanti. Essi iniziavano dalle conclusioni, sbirciavano nei fatti e ritornavano indietro, in un circolo chiuso, alle stesse conclusioni. Il loro esempio ripaga uno studio più chiuso perché, diversamente da Morton (che manipolò i dati, comunque inconsciamente), essi riflettevano i loro pregiudizi in un altro modo, probabilmente più comune: la difesa mascherata da obiettività.

2. La selezione dei caratteri Quando la «Venere ottentotta» morì a Parigi, Georges Cuvier, il più grande scienziato e, come Broca avrebbe successivamente scoperto per sua delizia, il più grande cervello di Francia, ricordò questa donna africana come l’aveva vista in carne e ossa. Aveva un modo di sporgere le labbra esattamente come abbiamo osservato nell’orango-tango. I suoi movimenti avevano qualcosa di brusco e fantastico, ricordando uno di quelli della scimmia antropomorfa. Le sue labbra erano mostruosamente grandi [quelle delle scimmie antropomorfe sono sottili e piccole come Cuvier evidentemente dimenticò]. Il suo orecchio era come quello di molte scimmie antropomorfe, piccolo, con il bordo esterno quasi cancellato posteriormente. Questi sono caratteri animali. Non ho mai visto una testa umana più simile a quella di una scimmia antropomorfa di quella di questa donna. (Topinard, 1878, pp. 494-495) Il corpo umano può essere misurato in mille modi. Ogni ricercatore, convinto anticipatamente dell’inferiorità di un gruppo, può scegliere una piccola serie di misure per illustrare la sua maggiore affinità con le scimmie antropomorfe. (Questa procedura, naturalmente, funzionerebbe ugualmente bene per i maschi bianchi, sebbene nessuno abbia fatto la prova. I bianchi, per esempio, hanno labbra sottili – una caratteristica condivisa con gli scimpanzé – mentre la maggior parte degli africani neri ha labbra più spesse, di conseguenza più «umane».) Il principale pregiudizio di Broca sta nel suo assunto che le razze umane potessero essere ordinate in una scala lineare di valore mentale. Nell’enumerare gli scopi dell’etnologia, Broca incluse: «Determinare la posizione relativa delle razze nella serie umana» (Topinard, 1878, p. 660). Non gli venne in mente che la

variazione umana potesse essere ramificata e casuale, invece che lineare e gerarchica. E dato che conosceva l’ordine in anticipo, l’antropometria divenne una ricerca di caratteri che avrebbero mostrato il corretto ordinamento, non un esercizio numerico di empirismo grezzo. Broca iniziò così la sua ricerca dei caratteri «significativi»: quelli che avrebbero mostrato gli ordini stabiliti. Nel 1862, per esempio, provò il rapporto tra il radio (l’osso dell’avambraccio) e l’omero (Fosso del braccio), arguendo che un rapporto più alto indica un avambraccio più lungo: una caratteristica delle scimmie antropomorfe. Cominciò bene: i neri presentavano un rapporto di 0,794, i bianchi di 0,739. Ma poi incontrò dei problemi. Uno scheletro di esquimese dette 0,703, un aborigeno australiano 0,709, mentre la Venere ottentotta, la scimmioide di Cuvier (il suo scheletro era stato conservato a Parigi), misurava solo 0,703. Broca aveva ora due scelte. Poteva ammettere che, con questo criterio, i bianchi si classificavano inferiori a parecchi gruppi dalla pelle scura, o poteva abbandonare il criterio. Poiché sapeva che (1862a, p. 10) ottentotti, esquimesi e aborigeni australiani si classificavano al di sotto della maggior parte dei neri africani, scelse la seconda via: «Dopo questo, mi sembra difficile continuare a dire che l’allungamento dell’avambraccio è un carattere di degradazione o inferiorità, perché, in questa stima, l’europeo occupa un posto tra i negri, da un lato, e gli ottentotti, gli australiani e gli esquimesi dall’altro» (1862a, p. 11). Successivamente, quasi abbandonò il suo principale criterio di grandezza cerebrale perché le popolazioni gialle inferiori ottenevano punteggi buoni: Una tabella su cui le razze fossero disposte secondo le loro capacità craniche non rappresenterebbe i gradi della loro superiorità o inferiorità perché la grandezza rappresenta solo un elemento del problema [dell’ordinamento delle razze]. Su una tale tabella esquimesi, lapponi, malesi, tartari e parecchi altri popoli del tipo mongolo sorpasserebbero le genti più civilizzate di Europa. Una razza inferiore può quindi avere un cervello grande. (1873a, p. 38) Broca sentì, però, che poteva recuperare con la misura grezza della grandezza totale del cervello. Essa può fallire all’estremo superiore perché alcuni gruppi inferiori hanno cervelli grandi, ma funziona all’estremo inferiore perché i cervelli piccoli appartengono esclusivamente a individui con bassa intelligenza. Continuò ancora: Ma ciò non distrugge il valore di marchio di inferiorità che hanno le dimensioni piccole del cervello. La tabella mostra che i neri d’Africa occidentale hanno una capacità cranica di circa 100 cc inferiore a quella delle razze europee. A questi, possiamo aggiungere: caffiri nubi, tasmani, ottentotti e australiani. Questi esempi sono sufficienti a provare che se il volume del cervello non svolge un ruolo decisivo nell’ordinamento intellettuale delle razze, esso ha tuttavia un’importanza molto sostanziale.

(Ibid.) Una tesi imbattibile! Negata a un estremo dove le conclusioni non sono congeniali, affermata con lo stesso criterio all’altro. Broca non metteva insieme alla meglio i numeri; semplicemente li selezionava o li interpretava a suo modo per favorire le conclusioni. Nello scegliere tra le misure, non fu passivamente trascinato dal potere di un’idea preconcetta. Difese, invece, la selezione tra i caratteri come una meta stabilita con criteri espliciti. Topinard, il suo principale discepolo, distingueva tra caratteri «empirici» «che non hanno un disegno evidente» e caratteri «razionali» «correlati a qualche opinione fisiologica» (1878, p. 221). Come determinare quindi quali caratteri sono «razionali»? Topinard rispose: «Altre caratteristiche sono ricercate, giustamente o ingiustamente, come dominanti. Queste hanno nei neri un’affinità con quelle che si mostrano nelle scimmie antropomorfe e stabiliscono la transizione tra queste e gli europei» (ibid.). Broca aveva considerato anche questo argomento nel mezzo del suo dibattito con Gratiolet e aveva raggiunto la stessa conclusione: Superiamo facilmente il problema scegliendo per il nostro confronto di cervelli le razze le cui ineguaglianze intellettuali sono del tutto chiare. Così, la superiorità degli europei confrontati con negri africani, indiani americani, ottentotti, australiani e i negri d’Oceania è sufficientemente certa per servire come punto di partenza per il confronto dei cervelli. (1861, p. 176) Esempi particolarmente oltraggiosi abbondano nella selezione degli individui per rappresentare i gruppi nelle illustrazioni. Trent’anni fa, quando ero bambino, la Sala dell’uomo nell’American Museum of Natural History mostrava ancora i caratteri delle razze umane con un’esposizione lineare che andava dalle scimmie antropomorfe ai bianchi. Le illustrazioni anatomiche standard, sino a questa generazione, mostravano uno scimpanzé, un nero e un bianco, in quest’ordine anche se la variazione tra bianchi e neri è sempre abbastanza grande da generare un ordine diverso con altri individui: scimpanzé, bianco, nero. Nel 1903, per esempio, l’anatomista americano E.A. Spitzka pubblicò un lungo trattato sulla dimensione e sulla forma del cervello di «uomini di eminenza». Spitzka presentò la seguente figura (fig. 9) con questo commento: «Il salto da un Cuvier o un Thackeray a uno zulù o a un boscimano non è maggiore di quello da quest’ultimo al gorilla o all’orangutan» (1903, p. 604). Ma pubblicò anche una figura simile (fig. 10) che illustrava la variazione delle dimensioni cerebrali tra bianchi eminenti, senza realizzare, evidentemente, che aveva distrutto la sua propria tesi. Come F.P. Mall, l’uomo che smascherò Bean, scrisse di queste figure (1909, p. 24): «Confrontandole, si vede che il cervello di Gambetta assomiglia a quello del gorilla più di quello di Gauss».

Figura 9. La catena di Spitzka degli esseri viventi a seconda della grandezza cerebrale.

Figura 10. Descrizione di Spitzka della variazione della grandezza cerebrale tra eminenti uomini bianchi.

3. Evitare le anomalie Dato che Broca ammassò così tanti dati disparati e onesti, inevitabilmente dette luogo a numerose anomalie ed evidenti eccezioni alla sua generalità orientativa: che le dimensioni del cervello registrano l’intelligenza e che i tranquilli maschi bianchi hanno cervelli più grandi delle donne, dei poveri e delle razze inferiori. Nel notare come lavorò su ogni evidente eccezione, otteniamo la più chiara comprensione dei suoi metodi di argomentazione e inferenza. Capiamo anche perché i dati non potevano mai rovesciare i suoi assunti 3.1. I TEDESCHI DAL CERVELLO GRANDE

Gratiolet, nel suo ultimo disperato tentativo, ruppe ogni freno. Osò asserire che, in media, i cervelli dei tedeschi sono 100 grammi più pesanti dei cervelli dei francesi. Chiaramente, affermò Gratiolet, la dimensione cerebrale non ha nulla a che fare con l’intelligenza! Broca rispose sdegnosamente: «Il signor Gratiolet ha quasi fatto appello ai nostri sentimenti patriottici. Ma mi sarà facile dimostrargli che può garantire qualche valore alle dimensioni del cervello senza cessare, per questo, di essere un buon francese» (1861, pp. 441-442). Broca lavorò quindi sistematicamente sui dati. Prima di tutto, i 100 grammi di Gratiolet provenivano da affermazioni non suffragate dello scienziato tedesco E. Huschke. Quando Broca raffrontò tutti i dati effettivi che poté trovare, la differenza di grandezza tra i cervelli tedeschi e quelli francesi si ridusse da 100 a 48 grammi. Broca applicò poi una serie di correzioni relative a fattori non intellettivi che interessavano le dimensioni del cervello. Sostenne, abbastanza correttamente, che le dimensioni del cervello aumentano con le dimensioni corporee, diminuiscono con l’età e durante lunghi periodi di malattia (spiegando così perché i criminali giustiziati hanno spesso cervelli più grandi di individui onesti che muoiono di malattie degenerative negli ospedali). Broca notò per i francesi un’età media di cinquantasei anni e mezzo nel suo campione, mentre i tedeschi avevano una media di soli cinquantuno anni. Stimò che questa differenza dovesse rendere conto di 16 grammi della disparità tra i francesi e i tedeschi, riducendo così il vantaggio tedesco a soli 32 grammi. Tolse, quindi, dal campione tedesco tutti gli individui che erano morti di morte violenta o per esecuzione. Il peso medio del cervello di venti tedeschi, morti per cause naturali, era ora di 1320 grammi, già al di sotto della media francese di 1333 grammi. E Broca non aveva ancora apportato correzioni per la maggiore grandezza corporea media dei tedeschi. Vive la France! Parlando a sostegno di Broca contro lo sfortunato Gratiolet, De Jouvencel, un collega di Broca, sostenne che la maggior forza dei tedeschi spiegava l’evidente differenza del cervello e di altro. Del tedesco medio scrisse: Ingerisce una quantità di cibo solido e di liquidi maggiore di quella che soddisfa noi. Ciò, aggiunto al suo consumo di birra che è diffuso anche in aree dove viene prodotto il vino, rende il tedesco molto più in carne [charnu] del francese, a tal punto che per essi il rapporto fra dimensioni cerebrali e massa totale invece di essere superiore al nostro mi sembra, al contrario, inferiore. (1861, p. 466) Non contesto l’uso delle correzioni di Broca, ma noto la sua abilità nel maneggiarle quando la propria posizione era minacciata. Teniamolo a mente per quando discuterò in che modo Broca le evitò abilmente nei casi in cui avrebbero potuto contraddire una conclusione congeniale: i cervelli piccoli delle donne. 3.2. UOMINI FAMOSI CON CERVELLI PICCOLI

L’anatomista americano E.A. Spitzka sollecitò gli uomini di rilievo a donare i loro cervelli alla scienza dopo la morte. «Il pensiero di subire un’autopsia mi risulta

meno ripugnante dell’immaginare il processo di decomposizione del corpo all’interno della tomba» (1907, p. 235). La dissezione di colleghi morti divenne un’attività diffusa tra i craniometristi del XIX secolo. I cervelli esercitavano il loro ordinario fascino e le liste venivano orgogliosamente propagandate accompagnate dai soliti spiacevoli confronti. (Gli eminenti antropologi americani J.W. Powell e WJ. McGee fecero anche una scommessa su chi avesse il cervello più grande. Come KoKo disse a Nanki-Poo sui fuochi d’artificio che sarebbero seguiti alla sua esecuzione: «Tu non li vedrai, ma ci saranno lo stesso».) Alcuni uomini di genio si comportarono davvero molto bene. Contro una media europea compresa fra i 1300 e i 1400 grammi, il grande Cuvier si distinse con i suoi 1830 grammi. Cuvier rimase in testa sino a quando Turgenev infranse infine nel 1883 la barriera dei 2000 grammi. (Altri potenziali occupanti di questa stratosfera, Cromwell e Swift, giacevano nel limbo per insufficienza di registrazione.) L’altro estremo era un po’ più confuso e imbarazzante. Walt Whitman riuscì a udire l’America cantare con soli 1282 grammi. Con suprema indegnità, Franz Josef Gall, uno dei due fondatori della frenologia (la «scienza» particolare che giudica le varie capacità mentali dalla dimensione delle aree cerebrali localizzate), aveva un cervello di 1198 grammi scarsi. (Il suo collega J.K. Spurzheim totalizzò il peso abbastanza rispettabile di 1559 grammi.) E, sebbene Broca non lo sapesse, il suo cervello pesava solo 1424 grammi, di sicuro un po’ sopra la media, ma nulla di speciale. Anatole France estese la gamma degli autori famosi a oltre 1000 grammi quando, nel 1924 optò per l’altro estremo della fama di Turgenev e si inserì a soli 1017 grammi. I cervelli piccoli erano fastidiosi, ma Broca, imperturbabile, riuscì a render conto di tutti loro. I loro possessori o morivano molto vecchi o erano molto bassi e di costituzione gracile o avevano sofferto di una insufficiente conservazione. La reazione di Broca a uno studio del suo collega tedesco Rudolf Wagner fu tipica. Wagner aveva ricevuto una vera chicca nel 1855: il cervello del grande matematico Karl Friedrich Gauss. Esso pesava 1492 grammi, modestamente sopra la media, ma era più riccamente convoluto di qualsiasi altro cervello dissezionato in precedenza (fig. 11). Incoraggiato, Wagner continuò a pesare i cervelli di tutti i professori compiacenti morti a Göttingen nel tentativo di tracciare la distribuzione delle dimensioni cerebrali tra uomini eminenti. Nel momento in cui Broca si stava battendo con Gratiolet, nel 1861, Wagner possedeva altre quattro misurazioni. Nessuna costituiva una sfida a Cuvier e due erano chiaramente enigmatiche: Hermann, professore di filosofia, con 1368 grammi e Hausmann, professore di mineralogia, con 1226 grammi. Broca corresse il cervello di Hermann per l’età e l’accrebbe di 16 grammi, all’1,19 per cento sopra la media: «non molto per un professore di linguistica» ammise Broca «ma tuttavia era qualcosa» (1861, p. 167). Nessuna correzione poté accrescere il valore di Hausmann sino alla media degli individui comuni, ma considerando i suoi venerandi settantasette anni, Broca speculò che il suo cervello potesse aver subito una degenerazione senile maggiore del solito: «Il grado di decadenza che la vecchiaia può imporre a un cervello è molto

variabile e non può essere calcolato». Ma Broca era ancora indispettito. Poteva aggirare i valori bassi, ma non accrescerli sino a pesi insoliti. Di conseguenza, per ribadire un’imbattibile conclusione, suggerì con un tocco di ironia che i soggetti post-gaussiani di Wagner potevano non essere stati così eminenti, dopotutto: Non è molto probabile che cinque uomini di genio siano morti in cinque anni all’Università di Göttingen […]. Una toga da professore non è necessariamente un certificato di genio; vi può essere anche a Göttingen qualche cattedra occupata da uomini di non grande rilievo. (Ivi, pp. 165166) A questo punto, Broca desistette: «L’argomento è delicato» scrisse «e non devo insistervi più a lungo» (ivi, p. 169).

Figura 11. Il cervello del grande matematico K.F. Gauss (in alto) provocò un certo imbarazzo, dato che, con i suoi 1492 grammi, era solo appena più grande della media. Ma altri criteri vennero alla riscossa. E.A. Spitzka dimostrò che il cervello di Gauss era molto più riccamente convoluto di quello di un papuano (in basso). 3.3. CRIMINALI CON CERVELLI GRANDI

Le grosse dimensioni di molti cervelli di criminali sono state una continua fonte di fastidio per craniometristi e antropologi criminali. Broca tese a eliminarla con la sua asserzione secondo cui la morte improvvisa dovuta a esecuzione impediva la diminuzione che lunghi accessi di malattia producevano in molti uomini onesti. Inoltre, la morte per impiccagione tendeva a congestionare il cervello conducendo a pesi falsamente alti. Nell’anno della morte di Broca, T. Bischoff pubblicò il suo studio sui cervelli di

119 assassini e ladri. La loro media superava quella di uomini onesti di 11 grammi, mentre 14 di essi raggiungevano i 1500 grammi e 5 superavano i 1600 grammi. Al contrario, solo tre uomini di genio potevano vantare più di 1600 grammi, mentre l’assassino Le Pelley, con 1809 grammi, deve aver fatto esitare anche l’ombra di Cuvier. Il più grande cervello femminile mai pesato (1565 grammi) apparteneva a una donna che aveva ucciso il marito. Il successore di Broca, Raul Topinard, si ruppe il capo sui dati e decise, infine, che il troppo di una cosa buona risulta dannoso per alcuni individui. La criminalità veramente ispirata può richiedere così tanta superiorità quanto la virtuosità professionale; chi deciderà tra Moriarty e Holmes? Topinard concluse: «Sembra stabilito che una certa quantità di criminali venga spinta ad allontanarsi dalle attuali regole sociali da un’esuberanza di attività cerebrale e, di conseguenza, dal fatto di un cervello grosso o pesante» (1888, p. 15). 3.4. I DIFETTI DEL MODELLO DELLA CRESCITA NEL TEMPO

Di tutti gli studi di Broca, con l’eccezione del suo lavoro sulle differenze tra uomini e donne, nessuno acquistò più rispetto e attenzione della sua presunta dimostrazione di un costante aumento delle dimensioni cerebrali con l’avanzare della civiltà europea dal Medioevo all’era moderna (Broca, 1862b). Questo studio merita una stretta analisi, perché rappresenta probabilmente il miglior caso che io abbia mai incontrato in cui è la speranza che detta le conclusioni. Broca si considerava un liberale, nel senso che non condannava dei gruppi a una permanente inferiorità in base al loro stato attuale. I cervelli delle donne erano degenerati nel tempo grazie a un disuso socialmente rinforzato; essi potevano ricrescere in condizioni sociali diverse. Le razze primitive non erano state sufficientemente messe alla prova, mentre i cervelli europei crebbero costantemente con la marcia della civiltà. Broca ottenne grossi campioni del XII, XVIII e XIX secolo provenienti dai tre cimiteri parigini. Le loro capacità craniche medie erano, rispettivamente, 1426, 1409 e 1462 cc, cioè non esattamente il materiale per una ferma conclusione di crescita costante nel tempo. (Non sono riuscito a trovare i dati grezzi usati da Broca per i test statistici, ma con una differenza media del 3,5 per cento tra il campione più piccolo e quello più grande è probabile che non esistano affatto differenze statisticamente significative tra i tre campioni.) Ma come fecero questi dati limitati – soltanto tre siti, senza alcuna informazione sulle gamme di variazione in un dato momento e senza un chiaro schema nel tempo – a condurre Broca alla sua promettente conclusione? Broca stesso ammise un’iniziale delusione: si era aspettato infatti di trovare valori intermedi nel sito del XVIII secolo (1862b, p. 106). È la classe sociale che deve contenere la risposta, sostenne, perché i gruppi vittoriosi entro una cultura devono almeno una parte del loro stato a una intelligenza superiore. Il campione del XII secolo proveniva da un cimitero presso una chiesa che doveva rappresentare, quindi, l’alta borghesia. Una fossa comune aveva invece fornito i crani del XVIII secolo. Ma il campione del XIX

secolo era un misto, 90 crani provenivano da tombe singole con una media di 1484 cc e 35 da una fossa comune con una media di 1403 cc. Broca sostenne che se le differenze di classe sociale non spiegavano perché i valori calcolati mancavano di accordarsi alle aspettative, allora i dati non erano intellegibili. Intellegibili, per Broca significava costantemente crescenti nel tempo (cioè l’asserzione che i dati dovevano provare, non avere come presupposto). Di nuovo, Broca si muove in circolo: Senza questa [differenza di classe sociale], dovremmo credere che la capacità cranica dei parigini è realmente diminuita durante i secoli che seguirono il XII. Ora, durante questo periodo […], il progresso intellettuale e sociale è stato considerevole e anche se non siamo ancora certi che lo sviluppo della civiltà faccia crescere come conseguenza il cervello, nessuno, senza dubbio, vorrebbe considerare questa causa capace di farlo diminuire di grandezza. (Ibid.) Ma anche la divisione per classe sociale del campione del XIX secolo operata da Broca portava tanto problemi che conforto, perché lo studioso aveva ora due campioni provenienti da fosse comuni e il più remoto aveva una capacità media maggiore, 1409 per il XVIII secolo contro i 1403 del XIX. Ma Broca non era ancora battuto; sostenne che la fossa comune del XVIII secolo comprendeva una classe migliore di persone. In quei tempi prerivoluzionari un uomo doveva essere realmente ricco o nobile per riposare nel cimitero di una chiesa. La feccia dei poveri misurava 1403 cc nel XIX secolo; quest’ultima, lievitata da un buon approvvigionamento, produceva circa lo stesso valore un secolo prima. Ogni soluzione portava a Broca nuovi guai. Ora che era impegnato in una divisione per classe sociale nei cimiteri, doveva ammettere che altri 17 crani provenienti dalla fossa dell’obitorio nel sito del XIX secolo producevano un valore maggiore dei crani di individui delle classi media e superiore provenienti da tombe singole: 1517 contro 1484 cc. Come potevano corpi non reclamati, abbandonati allo Stato, superare la crema della società? Broca ragionò in una catena di deduzioni straordinariamente deboli: gli obitori stavano sulle rive del fiume; essi ospitavano probabilmente un grande numero di annegati; molti annegati sono suicidi; molti suicidi sono insani; molti insani, come i criminali, hanno cervelli sorprendentemente grandi. Con un po’ di immaginazione, nulla può essere veramente anomalo.

4. Anteriore e posteriore Parlatemi di questo nuovo giovane chirurgo, signor Lydgate. Mi hanno detto che è meravigliosamente intelligente; egli lo sembra veramente,

un fine intellettuale davvero. (GEORGE ELIOT, Middlemarch, 1872) La dimensione del tutto, comunque utile e decisiva in termini generali, non cominciò a esaurire il contenuto della craniometria. Mai, dall’apogeo della frenologia, alle parti specifiche del cervello e del cranio era stato assegnato uno stato specifico fornendo così una serie di criteri sussidiari per l’ordinamento di gruppi. (Broca, nell’altra sua attività di medico, fece la sua più importante scoperta in questo campo. Nel 1861 sviluppò il concetto di localizzazione corticale della funzione quando scoprì che un paziente afasico aveva una lesione nel giro frontale inferiore sinistro chiamato ora «convoluzione di Broca».) Questi criteri, per lo più, possono essere ridotti a una singola formula: la parte anteriore è la migliore. Broca e i suoi colleghi credevano che le funzioni mentali superiori fossero localizzate nelle regioni anteriori della corteccia e che le aree posteriori svolgessero i ruoli, più mondani, sebbene cruciali, del movimento involontario della sensazione e dell’emozione. Gli individui superiori dovrebbero avere una parte anteriore più grande e una parte posteriore più piccola. Abbiamo già visto come Broca seguisse questo assunto nel generare i suoi dati spuri sulle parti anteriori e posteriori del corpo calloso nei bianchi e nei neri. Broca usò spesso la distinzione fra anteriore e posteriore, particolarmente per togliersi da situazioni imbarazzanti impostegli dai suoi dati. Accettò la classificazione dei gruppi umani operata da Gratiolet in races frontales (bianchi con lobi anteriori e frontali altamente sviluppati), races parietales (mongoli con lobi medi e parietali molto prominenti) e races occipitales (neri con la parte posteriore molto sviluppata). Lanciò spesso la doppia maledizione per i gruppi inferiori: dimensioni piccole e prominenza posteriore: «I negri, e specialmente gli ottentotti, hanno un cervello più semplice del nostro e la relativa povertà delle loro convoluzioni può essere trovata principalmente nei loro lobi frontali» (1873a, p. 32). Come prova più diretta, Broca sosteneva che i tahitiani deformavano artificialmente le aree frontali di certi bambini per far gonfiare le porzioni posteriori. Questi uomini divenivano coraggiosi guerrieri, ma non potevano mai uguagliare gli eroi bianchi per stile: «La deformazione frontale produceva cieche passioni, istinti feroci e coraggio animale che tutte assieme chiamerei volentieri coraggio occipitale. Non dobbiamo confonderlo con il vero coraggio, il coraggio frontale, che possiamo chiamare coraggio bianco» (1861, pp. 202-203). Broca andò anche oltre la dimensione per giudicare la qualità delle regioni frontali in confronto a quelle occipitali in varie razze. Con ciò, e non solo per placare il suo avversario, accettò la tesi favorita in Gratiolet secondo cui le suture tra le ossa craniche si chiudono prima nelle razze inferiori, intrappolando così il cervello in una rigida volta e limitando l’efficacia di una ulteriore istruzione. Le suture bianche non solo si chiudono più tardi, ma si chiudono con un ordine diverso: immaginate come? Nei neri e in altri popoli inferiori, le suture anteriori si chiudono prima e quelle

posteriori più tardi; nei bianchi le suture anteriori, invece, si chiudono per ultime. Ampi studi moderni sulla chiusura cranica non mostrano alcuna differenza di tempo o di schema tra le razze (Todd e Lyon, 1924 e 1925). Broca usò questa tesi per districarsi da un serio problema. Aveva descritto un campione di crani proveniente dalla prime popolazioni di Homo sapiens (del tipo Cro-Magnon) e trovò che superavano in capacità cranica i francesi moderni. Fortunatamente, comunque, le loro suture anteriori si chiusero prima e questi progenitori devono essere stati inferiori, dopotutto: «Questi sono segni di inferiorità. Li troviamo in tutte le razze in cui la vita materiale attira tutta l’attività cerebrale verso di essa. Quando la vita intellettiva si sviluppa in un popolo, le suture anteriori divengono più complicate e restano aperte per un periodo più lungo» (1873a, p. 19). 1 La tesi relativa alle parti anteriore e posteriore, così flessibile e di vasta portata, servì come potente strumento per razionalizzare il pregiudizio alla faccia di fatti evidentemente contraddittori. Considerate i due esempi seguenti. 4.1. L’INDICE CRANICO

Oltre alla dimensione del cervello in sé, le due più vecchie e abusate misure della craniometria erano sicuramente l’angolo facciale (la sporgenza in avanti della faccia e delle mascelle: tanto più piccolo tanto meglio) e l’indice cranico. L’indice cranico non fu mai tenuto in gran conto, al di là della facilità di misurazione. Era calcolato come rapporto tra la larghezza massima e la lunghezza massima del cranio. I crani relativamente lunghi (rapporto di 0,75 o meno) venivano detti dolicocefali; i crani relativamente corti (oltre 0,8) brachicefali. Anders Retzius, lo scienziato svedese che rese popolare l’indice cranico, costruì una teoria della civiltà su di esso. Retzius credeva che gli abitanti d’Europa dell’età della pietra fossero brachicefali, e che gli elementi della progressista età del bronzo (indoeuropei o ariani dolicocefali) invasero e sostituirono, successivamente, gli originari più primitivi abitanti. Alcuni ceppi originari brachicefali sopravvissero tra popoli arretrati quali baschi, finnici e lapponi. Broca confutò in modo decisivo questa storia scoprendo dei dolicocefali sia tra crani dell’età della pietra che in resti moderni di ceppi «primitivi». Aveva davvero una buona ragione di sospettare dei tentativi di scienziati nordici e teutonici di serbare la dolicocefalia come un marchio di capacità superiore. La maggior parte dei francesi, compreso lo stesso Broca (Manouvrier, 1903), era brachicefala. In un passo che ricorda il suo rifiuto delle affermazioni di Tiedemann sull’uguaglianza tra i cervelli dei bianchi e quelli dei neri, Broca etichettò la dottrina di Retzius come una gratificazione al proprio servizio invece che verità empirica. Aveva mai considerato la possibilità che poteva cadere preda di simili motivazioni? Dopo il lavoro del signor Retzius, gli scienziati hanno generalmente ritenuto, senza sufficiente studio, che la dolicocefalia è un marchio di superiorità. Forse è così, ma non dobbiamo dimenticare che i caratteri

della dolicocefalia e della brachicefalia furono studiati prima in Svezia e poi in Inghilterra, Stati Uniti e Germania, e che in tutti questi paesi, particolarmente in Svezia, il tipo dolicocefalo predomina chiaramente. È una tendenza naturale degli uomini, anche tra quelli più liberi dal pregiudizio, l’appiccicare un’idea di superiorità alle caratteristiche dominanti della loro razza. (1861, p. 513) Ovviamente, Broca rifiutò di uguagliare la brachicefalia alla stupidità innata. Eppure, il prestigio della dolicocefalia era così grande che Broca si sentì piuttosto a disagio quando individui chiaramente inferiori risultavano avere la testa allungata, tanto da inventare una delle sue più sorprendenti e imbattibili tesi. L’indice cranico era incorso in una sbalorditiva difficoltà: i neri africani e gli aborigeni australiani erano non solo dolicocefali, ma risultavano avere la testa più lunga del mondo. Aggiungendo un oltraggio a questa ferita, i crani fossili di Cro-Magnon non solo erano più grandi di quelli dei francesi moderni; essi erano anche più dolicocefali. La dolicocefalia, argomentò Broca, poteva essere ottenuta in parecchi modi. La lunghezza del capo, che serviva da marchio di genio teutonico, sorgeva ovviamente da allungamento frontale. I dolicocefali tra le genti note come inferiori devono essersi evoluti allungando la parte posteriore: dolicocefalia occipitale nei termini di Broca. Con un colpo, Broca superò sia la capacità cranica superiore che la dolicocefalia dei suoi fossili di Cro-Magnon: «È a causa del maggior sviluppo del loro cranio posteriore che la loro capacità cranica superiore generale è resa più grande delle nostre» (1873a, p. 41). Come per i neri, essi avevano acquisito sia un allungamento posteriore che una diminuzione della larghezza frontale, ottenendo così sia un cervello più piccolo in generale che un allungamento della testa (da non confondere con lo stile teutonico) non superato da nessun gruppo umano. Come per la brachicefalia dei francesi, non è la mancanza di allungamento frontale (come i suprematisti teutonici pretendevano), ma un’aggiunta di larghezza a un cranio già ammirevole. 4.2. IL CASO DEL FORAMEN MAGNUM

Il foramen magnum è il foro posto alla base del nostro cranio. Il midollo spinale ci passa attraverso, e la colonna vertebrale si articola all’osso attorno al suo bordo (il condilo occipitale). Nell’embriologia di tutti i mammiferi, il foramen magnum ha inizio sotto il cranio ma migra all’indietro sino a una posizione sul retro del cranio alla nascita. Negli uomini, il foramen magnum migra solo lievemente e rimane sotto il cranio negli adulti. Il foramen magnum delle grandi scimmie antropomorfe adulte occupa una posizione intermedia, non così distante anteriormente quanto negli uomini, non così distante posteriormente quanto negli altri mammiferi. Il significato funzionale di questi orientamenti è chiaro. Un animale eretto come Homo sapiens deve avere il cranio montato sulla cima della colonna vertebrale per guardare avanti stando in posizione eretta; gli animali a quattro zampe montano la loro colonna vertebrale dietro al cranio e guardano avanti nella postura usuale.

Queste differenze forniscono una fonte inarrestabile di confronti odiosi. I popoli inferiori dovrebbero avere un foramen magnum in posizione più arretrata come nelle scimmie antropomorfe e nei mammiferi inferiori. Nel 1862 Broca entrò in una disputa già esistente su questo problema. Egualitaristi relativi, come James Cowles Pritchard avevano sostenuto che il foramen magnum giaceva esattamente al centro del cranio sia nei bianchi che nei neri. Razzisti come J. Virey avevano scoperto una variazione graduale: a razze via via superiori corrispondeva, cioè, un foramen magnum più avanzato. Nessuno dei due versanti, notò Broca, aveva molti dati. Con caratteristica obiettività, si mise a risolvere questo fastidioso anche se minore problema. Broca mise insieme un campione di 60 crani di bianchi e 35 di neri e ne misurò la lunghezza sia anteriormente che posteriormente al bordo anteriore del foramen magnum. Entrambe le razze avevano la stessa quantità di cranio posteriormente: 100,385 mm per i bianchi e 100,857 per i neri (si noti la precisione sino alla terza cifra decimale dopo la virgola). Ma i bianchi ne avevano molto meno anteriormente (90,736 contro 100,304 mm) e il loro foramen magnum si trovava, quindi, in posizione più avanzata (tabella 6). Broca concluse: «Negli oranghi-tanghi, la proiezione posteriore [la parte del cranio dietro il foramen magnum] è più corta. È quindi incontestabile […] che la conformazione del negro, a questo riguardo come per molti altri, tende ad avvicinare quella della scimmia» (1862c, p. 16). Broca però cominciò a preoccuparsi. La tesi standard del foramen magnum si riferiva solo alla sua posizione relativa nel cranio stesso non alla faccia che si proiettava anteriormente a quest’ultimo. Tuttavia Broca aveva incluso la faccia nella sua misura anteriore. Tutti sanno, scrisse, che i neri hanno facce più lunghe dei bianchi. Questo è un segno scimmiesco di inferiorità, ma non dovrebbe essere confuso con la posizione relativa del foramen magnum nel cranio. Broca cominciò, così, a sottrarre l’influenza facciale dalle sue misure. Trovò davvero che i neri avevano facce più lunghe – le facce dei bianchi giustificavano solo 12,385 mm della loro misura anteriore, mentre le facce dei neri 27,676 mm (tabella 6). Sottraendo la lunghezza facciale, Broca ottenne le seguenti cifre per il cranio anteriore: 78,351 per i bianchi e 72,628 per i neri. In altre parole, considerato solo il cranio, il foramen magnum dei neri si trova più avanti (il rapporto tra parte anteriore e posteriore, calcolato dai dati di Broca, è 0,781 per i bianchi e 0,720 per i neri). Chiaramente, per i criteri esplicitamente accettati prima dello studio, i neri sono superiori ai bianchi. Deve essere così, a meno che i criteri non cambino improvvisamente, come immediatamente avvenne.

Tabella 6. Misurazione di Broca della posizione relativa del foramen magnum. La venerabile tesi relativa alle parti anteriore e posteriore apparve soccorrere Broca e il popolo minacciato che rappresentava. La posizione più avanzata del foramen magnum nei neri non documenta, dopotutto, la loro superiorità, questa riflette solo la loro mancanza di potere cerebrale anteriore. Rispetto ai bianchi, i neri hanno perduto una grande quantità di cervello nella parte anteriore, ma hanno aggiunto un po’ di cervello posteriormente, riducendo così il rapporto anteriore/posteriore del foramen magnum e fornendo una falsa apparenza di vantaggio dei neri. Ma essi non hanno aggiunto a queste regioni posteriori inferiori tanto quanto hanno perso nella parte anteriore. I neri hanno, quindi, cervelli più piccoli e più scarsamente proporzionati dei bianchi: La proiezione cranica anteriore dei bianchi […] supera quella dei negri del 49 per cento […]. Così, mentre il foramen magnum dei neri è più indietro rispetto ai loro incisivi [il punto più avanzato di Broca nella sua misura anteriore che includeva la faccia], esso è, al contrario, più avanti rispetto al bordo anteriore del loro cervello. Per cambiare il cranio di un bianco in quello di un negro dovremmo non solo spostare le mascelle in avanti ma anche ridurre la parte anteriore del cranio: cioè far atrofizzare il cervello anteriore e dare, per insufficiente compensazione, parte del materiale estratto alla parte posteriore del cranio. In altre parole, nei negri le regioni facciali e occipitali sono sviluppate a scapito della regione frontale. (Ivi, p. 18) Questo fu un piccolo incidente nella carriera di Broca, ma non posso immaginare una migliore illustrazione del suo metodo (modificare i criteri per lavorare su buoni dati in direzione di conclusioni desiderate). Vale a dire: testa, sono superiore; croce, siete inferiori! Le vecchie tesi non sembrano mai morire. Walter Freeman, decano dei lobotomisti americani (praticò o supervisionò 3500 lesioni delle porzioni frontali del cervello prima del suo pensionamento nel 1970), ammise tardivamente nella sua carriera (citato in Chorover, 1979): Ciò che per i ricercatori manca di più negli individui più altamente intelligenti è la capacità di autoesaminarsi, speculare, filosofare,

specialmente nei riguardi di se stessi […]. Nel complesso, la psicochirurgia riduce la creatività, talvolta sino al punto della sua scomparsa. Freeman aggiunse poi che «le donne rispondono meglio degli uomini e i negri meglio dei bianchi». In altre parole, gli individui che non posseggono tanta parte anteriore già in partenza, non la perdono con molto danno.

5. I cervelli delle donne Di tutti i suoi confronti tra gruppi, Broca raccolse la maggior parte di informazioni sui cervelli delle donne in riferimento a quelli degli uomini, presumibilmente perché esse erano più accessibili, non perché avesse un atteggiamento particolare nei confronti delle donne. I gruppi «inferiori» sono intercambiabili nella teoria generale del determinismo biologico. Essi vengono continuamente giustapposti e uno viene fatto servire come surrogato per tutti, perché l’asserzione generale ritiene che la società segua la natura e che il rango sociale rifletta la dignità innata. Così, E. Huschke, un antropologo tedesco, scrisse nel 1854: «Il cervello del negro possiede un midollo spinale del tipo trovato nei bambini e nelle donne e, oltre a ciò, si avvicina al tipo di cervello trovato nelle scimmie antropomorfe superiori» (Mall, 1909, pp. 1-2). Il famoso anatomista tedesco Carl Vogt scrisse nel 1864: Per l’apice arrotondato e per il lobo posteriore meno sviluppato, il cervello del negro rassomiglia a quello dei nostri bambini e, per la protuberanza del lobo parietale, a quello delle nostre femmine […]. Il negro adulto, per quanto riguarda le sue facoltà intellettuali, condivide la natura del bambino, della femmina e dell’uomo senile bianchi […]. Alcune tribù hanno fondato stati che hanno un’organizzazione peculiare; ma, per quanto riguarda il resto, possiamo tranquillamente affermare che l’intera razza non ha fatto, né nel passato né nel presente, nulla che tendesse al progresso dell’umanità o degno di conservazione. (1864, pp. 183-192) G. Hervé, un collega di Broca, scrisse nel 1881: «Gli uomini delle razze nere hanno un cervello poco più pesante di quello delle donne bianche» (1881, p. 692). Personalmente, non considero come vuota retorica l’affermazione che le battaglie di un gruppo sono per noi tutti. Broca centrò la sua tesi dello stato biologico delle donne moderne su due gruppi di dati: i cervelli più grandi degli uomini nelle società moderne e un supposto ampliamento nel tempo della disparità di grandezza tra i cervelli dei maschi e quelli delle femmine. Fondò il suo studio più esteso sulle autopsie che praticò in quattro ospedali parigini. Per 292 cervelli di maschi, calcolò un peso medio di 1325 grammi; 140 cervelli di femmine diedero, invece, una media di 1144 grammi con una differenza di 181 grammi, o del 14 per cento rispetto al peso dei maschi. Broca comprese naturalmente che parte di questa differenza doveva essere attribuita alle

maggiori dimensioni dei maschi. Aveva usato tale correzione per sottrarre i francesi a una pretesa superiorità tedesca (p. 77). In quel caso, seppe come operare la correzione in fine dettaglio. Ma ora non fece alcun tentativo per misurare solo l’effetto della grandezza e, in realtà, stabilì che non aveva bisogno di farlo. La grandezza, dopotutto, non può rendere conto dell’intera differenza perché sappiamo che le donne non sono intelligenti quanto gli uomini. Potremmo chiederci se le piccole dimensioni del cervello femminile dipendono esclusivamente dalle piccole dimensioni del loro corpo. Questa spiegazione è stata proposta da Tiedemann. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che le donne sono, in media, un po’ meno intelligenti degli uomini, una differenza che non dobbiamo esagerare ma che, nondimeno, è un fatto reale. Siamo quindi autorizzati a supporre che le dimensioni relativamente modeste del cervello femminile dipendano in parte dall’inferiorità fisica e in parte da quella intellettuale. (1861, p. 153) Per registrare il supposto ampliamento nel tempo della divergenza, Broca misurò le capacità craniche di crani preistorici provenienti dalla caverna L’Homme mort. Qui trovò una differenza di soli 99,5 cc tra maschi e femmine, mentre nelle popolazioni moderne varia da 129,5 a 220,7 cc. Topinard, il miglior allievo di Broca, spiegò la crescente discrepanza nel tempo come il risultato di differenti pressioni evolutive esercitatesi sul maschio dominante e sulla femmina passiva: L’uomo che deve combattere per due o più individui nella lotta per l’esistenza, che ha la responsabilità e le preoccupazioni del domani, che deve essere sempre attivo nel combattere l’ambiente e i rivali umani, ha bisogno di un cervello superiore a quello della donna che egli deve proteggere e nutrire, della donna sedentaria che non ha alcuna occupazione interiore, il cui ruolo si limita all’allevamento della prole all’amore, e alla passività. (1888, p. 22) Nel 1879, Gustave Le Bon, il più misogino della scuola di Broca, utilizzò questi dati per pubblicare quello che deve essere il più infame attacco contro le donne mai pubblicato nella storia della letteratura scientifica moderna (ce ne vuole per battere Aristotele). Le Bon non fu un marginale seminatore d’odio. Fu un fondatore della psicologia sociale e scrisse uno studio sul comportamento di massa ancor oggi citato e rispettato (La Psychologie des foules, 1895). I suoi scritti ebbero una forte influenza anche su Mussolini. Le Bon concludeva: Tra le razze più intelligenti, come tra i parigini, esiste un gran numero di donne i cui cervelli sono più vicini nelle dimensioni a quelli dei gorilla che non a quelli maschi più sviluppati. Questa inferiorità è talmente ovvia che nessuno potrebbe contestarla per un momento; quello su cui si può

discutere è il grado di inferiorità. Tutti gli psicologi che hanno studiato l’intelligenza delle donne, come pure poeti e romanzieri, riconoscono oggi che esse sono la forma più bassa dell’evoluzione umana e che sono più simili ai bambini e ai selvaggi che non all’uomo adulto e civilizzato. Sono assolutamente incostanti, mancano di pensiero e di logica e sono incapaci di ragionare. Senza dubbio esistono donne di notevole talento, superiori all’uomo medio, ma esse sono eccezionali come la nascita di una qualsiasi mostruosità, per esempio un gorilla con due teste, e possiamo quindi evitare di prenderle in considerazione. (1879, pp. 60-61) Le Bon non trascurò le implicazioni sociali delle sue vedute. Era inorridito per la proposta di alcuni riformatori americani di garantire alle donne un’istruzione superiore sulla stessa base degli uomini: Il desiderio di fornire loro la stessa educazione e, di conseguenza, di proporre per esse gli stessi obiettivi [degli uomini] è una pericolosa chimera […]. Il giorno che non capiranno che la natura le ha destinate a occupazioni inferiori, le donne lasceranno la casa e parteciperanno alle nostre battaglie; quel giorno segnerà l’inizio di una rivoluzione sociale e tutto ciò che conserva i sacri legami della famiglia scomparirà. (Ivi, p. 62) 2

Suona familiare? Ho riesaminato i dati di Broca, dai quali ha avuto origine tutta questa faccenda, e ho trovato numeri senza dubbio validi ma interpretazioni a dir poco infondate. I dati sui quali si basa la conclusione di un aumento, nel tempo, della differenza di grandezza tra i crani maschili e femminili possono essere facilmente criticati. Broca si basava esclusivamente sui fossili ritrovati nella caverna dell’Homme mort, in tutto sette crani di maschi e sei di femmine. Non è mai accaduto che da dati così limitati siano state tratte conclusioni tanto generali. Nel 1888, Topinard pubblicò più ampi dati raccolti da Broca negli ospedali parigini. Poiché Broca riportava anche l’altezza e l’età dei suoi soggetti, oltre alle dimensioni dei loro cervelli, possiamo utilizzare la statistica moderna per valutare l’influenza di queste variabili sui dati definitivi. Il peso del cervello diminuisce con l’età, e le donne studiate da Broca erano, in media, molto più vecchie degli uomini. Il peso del cervello aumenta con l’altezza e gli uomini erano, in media, più alti delle donne di circa 15 centimetri. Ho utilizzato la regressione multipla, una tecnica che mi ha permesso di stabilire contemporaneamente gli effetti dell’età e dell’altezza sulle dimensioni del cervello. In un’analisi dei dati delle donne ho trovato che, con 3 l’altezza e l’età del maschio medio, un cervello di donna peserebbe 1212 grammi. La correzione per altezza ed età riduce la differenza di 181 grammi di più di un terzo, sino ad arrivare a 113 grammi. È difficile valutare questa differenza residua perché i dati di Broca non contengono informazioni su altri fattori noti che influenzano la dimensione del

cervello in modo maggiore. La causa della morte ha un effetto importante, dato che la malattia degenerativa spesso impone una sostanziale diminuzione della dimensione del cervello. Eugene Schreider (1966), lavorando sui dati di Broca, ha scoperto che gli uomini morti in incidenti avevano cervelli che pesavano, in media, 60 grammi di più di quelli morti per malattie infettive. I migliori dati attuali che posso trovare (provenienti da ospedali americani) registrano una differenza di 100 grammi tra i cervelli di individui morti per arteriosclerosi degenerativa e quelli di individui morti per incidente o violenza. Dato che molti soggetti studiati da Broca erano donne anziane, possiamo supporre che la lunga malattia degenerativa fosse più comune tra queste che tra gli uomini. Inoltre, gli studiosi delle dimensioni cerebrali non si sono ancora accordati su una misura che sia in grado di eliminare il potente effetto delle dimensioni corporee (Jerison, 1973; Gould, 1975). L’altezza è solo in parte adeguata, uomini e donne della stessa altezza non condividono la stessa struttura corporea. Il peso è anche peggiore dell’altezza, perché la maggior parte della sua variazione riflette più la nutrizione che la grandezza intrinseca (e l’esser grasso o magro esercita poca influenza sul cervello). Léonce Manouvrier affrontò questo argomento negli anni ottanta dello scorso secolo e affermò che si doveva usare la forza e la massa muscolare. Provò a misurare questa sfuggente caratteristica in vari modi e trovò una marcata differenza a favore degli uomini, anche in uomini e donne della stessa altezza. Una volta introdotta la correzione relativa a quella che chiamò «massa sessuale», le donne risultarono superare leggermente gli uomini nelle dimensioni del cervello. Così la differenza di peso corretto a 113 grammi è sicuramente troppo grande; il valore reale è probabilmente vicino a zero e può favorire tanto gli uomini quanto le donne. Esattamente di 113 grammi è, comunque, la differenza media tra un 4 maschio di 162 cm e un maschio di 192 cm nei dati di Broca. E non vogliamo attribuire una maggiore intelligenza agli uomini alti. In breve, i dati di Broca non permettono alcuna sicura affermazione che gli uomini hanno cervelli più grandi delle donne. Maria Montessori non limitò la sua attività a una riforma pedagogica per l’infanzia, ma per molti anni tenne corsi di antropologia all’Università di Roma. A dir poco, non fu certo una sostenitrice dell’egualitarismo. Accettò la maggior parte del lavoro di Broca e fu una sostenitrice della teoria della criminalità innata sviluppata da Cesare Lombroso. Misurò quindi la circonferenza delle teste dei bambini nelle sue scuole e dedusse che quelli con migliori prospettive avevano cervelli più grandi. Ma non si servì delle conclusioni di Broca sulle donne. Studiò a lungo il lavoro di Manouvrier e affermò che le donne hanno cervelli leggermente più grandi quando vengono fatte le appropriate correzioni. Le donne, concluse, sono intellettualmente superiori agli uomini, ma quest’ultimi hanno finora prevalso grazie alla forza fisica. Dato che la tecnologia ha abolito la forza come strumento di potere, l’era delle donne può essere prossima. «In una tale epoca ci saranno realmente esseri umani superiori, ci saranno veramente uomini moralmente e

sentimentalmente forti. Forse, in questo modo, il regno della donna si avvicinerà quando l’enigma della sua superiorità antropologica verrà decifrato. La donna è sempre stata la custode dei sentimenti, della moralità e dell’onore del genere umano» (1913, p. 259). La tesi di Montessori rappresenta un possibile antidoto contro le affermazioni «scientifiche» circa l’inferiorità costituzionale di alcuni gruppi. Si può affermare la validità delle distinzioni biologiche, ma sostenere che i dati sono stati interpretati male da uomini con preconcetti interessati ai risultati e che i gruppi svantaggiati sono veramente superiori. Negli anni scorsi, Elaine Morgan ha seguito questa strategia nel suo libro The Descent of Woman, una ricostruzione speculativa della preistoria umana dal punto di vista della donna che è altrettanto farsesca di più famose storie scritte da uomini per gli uomini. Ho dedicato questo libro a una diversa posizione. Montessori e Morgan seguono il metodo di Broca per raggiungere una più congeniale conclusione. Vorrei, piuttosto, etichettare l’intera impresa di stabilire un valore biologico dei gruppi per ciò che è: irrilevante, intellettualmente falsa e fortemente offensiva.

«Post scriptum» Le tesi craniometriche hanno perso molto del loro splendore nel nostro secolo, dato che i deterministi hanno spostato la loro fedeltà all’uso dei reattivi di intelligenza – una via più «diretta» verso la stessa meta errata di ordinare i gruppi secondo il valore mentale – e dato che gli scienziati denunciarono l’assurdità preconcetta che dominava la maggior parte della letteratura sulla forma e sulle dimensioni della testa. L’antropologo americano Franz Boas, per esempio, si sbarazzò del mitico indice cranico dimostrando che esso variava ampiamente sia tra gli adulti di un singolo gruppo che durante la vita di un individuo (Boas, 1899). Inoltre, trovò significative differenze tra l’indice cranico dei genitori immigrati e quello dei loro bambini nati in America. L’immutabile ottusità dei brachicefali sud-europei poteva mutare verso la norma dolicocefala nordica in una sola generazione di ambiente alterato (Boas, 1911). Nel 1970, l’antropologo sudafricano P.V. Tobias scrisse un coraggioso articolo che denunciava il mito secondo cui le differenze di gruppo per la grandezza cerebrale hanno qualche relazione con l’intelligenza (sosteneva, invero, che le differenze di gruppo per la grandezza cerebrale, indipendenti dalla grandezza corporea e altri fattori influenzanti, non sono mai state affatto dimostrate). Questa conclusione può suonare strana ai lettori, soprattutto perché essa proviene da un famoso scienziato ben al corrente della gran quantità di dati pubblicati sulle dimensioni del cervello. Dopotutto, cosa può essere più semplice del pesare un cervello? Lo si prende e lo si mette sulla bilancia. Non è così. Tobias elenca quattordici importanti influenti fattori. Una serie si riferisce a problemi relativi alla misurazione stessa: a quale livello il cervello viene reciso dal midollo spinale; se le meningi sono rimosse o no

(le meningi sono la membrana di copertura del cervello, e la dura mater, la spessa copertura più esterna, pesa 50-60 grammi); quanto tempo è trascorso dalla morte, se il cervello è stato conservato in qualche liquido prima della pesatura e, nel caso, per quanto tempo; a quale temperatura è stato tenuto il cervello dopo la morte. La maggior parte della letteratura non specifica adeguatamente questi fattori, e studi fatti da scienziati diversi di solito non possono essere confrontati. Anche quando possiamo essere sicuri che lo stesso oggetto è stato misurato nello stesso modo e nelle stesse condizioni, interviene una seconda serie di influenze sulla grandezza del cervello senza alcun legame diretto con le desiderate proprietà dell’intelligenza o dell’appartenenza razziale: sesso, dimensioni corporee, età, nutrizione, ambiente non nutritivo, occupazione e causa della morte. Così, nonostante le migliaia di pagine pubblicate e le decine di migliaia di soggetti, Tobias conclude che noi non sappiamo – come se ciò importasse – se i neri abbiano, in media, cervelli più grandi o più piccoli dei bianchi. Tuttavia la maggiore grandezza dei cervelli dei bianchi fu un fatto «indiscusso» tra gli scienziati bianchi sino a tempi abbastanza recenti. Molti ricercatori hanno dedicato una straordinaria attenzione alla questione delle differenze di gruppo nelle dimensioni cerebrali umane. Non sono approdati a nulla, non perché non ci siano risposte, ma perché le risposte sono così difficili da ottenere e perché le convinzioni a priori sono così chiare e dominanti. Nell’ardore del dibattito tra Broca e Gratiolet, uno dei difensori di Broca fece un commento che riassume mirabilmente le motivazioni implicite dell’intera tradizione craniometrica: «È da tempo che noto» affermò de Jouvencel «come, in generale, coloro che negano l’importanza per l’intelletto del volume del cervello siano dotati di teste piccole» (1861, p. 465). È il proprio interesse, per qualunque ragione, che è stato fin dall’inizio la sorgente d’opinione su questo argomento.

1

Broca non limitò le sue tesi sul valore relativo delle parti cerebrali alla distinzione tra anteriore e

posteriore. Praticamente, a ogni differenza misurata tra genti potrebbe essere attribuito un significato in termini di una previa convinzione sul valore relativo. Broca, per esempio, una volta sostenne che i neri avevano probabilmente nervi cranici più grandi dei bianchi; per questa ragione una maggiore porzione di cervello non intellettuale. 2

Dieci anni più tardi, l’eminente biologo evoluzionista americano E.D. Cope temeva il risultato se

«uno spirito di rivolta fosse divenuto generale tra le donne». «Se la nazione subisse un attacco di questo tipo» scrisse «come un morbo, esso lascerebbe le sue tracce in molte generazioni successive» (1890, p. 2071). Cope riscontrò l’inizio di tale anarchia nelle pressioni esercitate dalle donne «per impedire agli uomini di bere vino e fumare tabacco moderatamente» e nel contegno di uomini traviati che sostenevano il suffragio femminile: «Alcuni di questi uomini sono effeminati e hanno capelli lunghi». 3

Con y grandezza del cervello in grammi, x1 l’età in anni e x2 l’altezza del corpo in cm, calcolo: y = 764,5 – 2,55x1 + 3,47x2. 4

Per il suo campione più grande di maschi e usando la funzione della potenza favorevole per l’analisi

bivariata dell’allometria del cervello, con y peso del cervello in grammi e x l’altezza del corpo in cm, calcolo: y = 127,6 k0.47.

4. La misurazione dei corpi Due casi della natura scimmiesca degli indesiderabili Il concetto di evoluzione trasformò il pensiero umano durante il XIX secolo. Quasi ogni questione delle scienze della vita fu riformulata alla sua luce. Nessuna idea fu mai più ampiamente usata o abusata (il «darwinismo sociale» come principio evolutivo dell’inevitabilità della povertà, per esempio). Sia i creazionisti (Agassiz e Morton) che gli evoluzionisti (Broca e Galton) poterono sfruttare i dati sulle dimensioni cerebrali per fare le loro irritanti e non valide distinzioni tra i gruppi. Ma altre tesi quantitative sorsero come più diretti derivati dalla teoria evolutiva. In questo capitolo ne discuto due che rappresentano un tipo prevalente; esse presentano un forte contrasto e un’interessante somiglianza. La prima è, tra tutte, la più generale difesa evolutiva dell’ordinamento dei gruppi: la tesi derivante dalla ricapitolazione, riassunta, spesso, dall’ottenebrante scioglilingua «l’ontogenesi ricapitola la filogenesi». La seconda è un’ipotesi evolutiva specifica della natura biologica del comportamento criminale umano: l’antropologia criminale di Lombroso. Entrambe le teorie fecero affidamento sullo stesso metodo quantitativo apparentemente evolutivo: la ricerca di segni di una morfologia scimmiesca in gruppi giudicati indesiderabili.

La scimmia che è in tutti noi: la ricapitolazione Una volta che il fatto dell’evoluzione era stato stabilito, i naturalisti del XIX secolo si dedicarono a tracciare la vera via che l’evoluzione aveva seguito. Essi cercarono, in altre parole, di ricostruire l’albero della vita. I fossili avrebbero potuto fornire le prove, perché soltanto essi potevano registrare i veri archetipi delle forme moderne. Ma i documenti fossili sono estremamente imperfetti e i tronchi e i rami maggiori dell’albero della vita crebbero prima che l’evoluzione delle parti dure permettesse la conservazione di un documento fossile stesso. Si doveva trovare qualche criterio indiretto. Ernst Haeckel, il grande zoologo tedesco, rispolverò una vecchia teoria di biologia creazionista e suggerì che l’albero della vita poteva essere letto direttamente dallo sviluppo embriologico delle forme superiori. Haeckel proclamò che «l’ontogenesi ricapitola la filogenesi», o, per spiegare questo mellifluo scioglilingua, che un individuo passa, nella sua crescita, attraverso una serie di stadi che rappresentano le forme ancestrali adulte nel loro ordine corretto: un individuo, in breve, si arrampica sul proprio albero di famiglia. La ricapitolazione si classifica tra le idee più influenti della scienza del tardo XIX secolo. Essa dominò il lavoro in parecchie discipline, incluse l’embriologia, la morfologia comparata e la paleontologia. Tutte queste branche erano ossessionate dall’idea di ricostruire le discendenze evolutive, e tutte consideravano la ricapitolazione come la chiave di questa ricerca. Le fessure branchiali di un

embrione umano precoce rappresentavano un pesce adulto ancestrale; a uno stadio successivo, la coda temporanea rivelava un archetipo rettile o mammifero. La ricapitolazione si diffuse dalla biologia e influenzò in modo cruciale parecchie altre discipline. Sigmund Freud e C.G. Jung furono convinti ricapitolazionisti e l’idea di Haeckel ebbe un ruolo di non poco conto nello sviluppo della teoria psicoanalitica. (In Totem e tabù, per esempio, Freud tenta di ricostruire la storia umana a partire da un indizio centrale fornito dal complesso di Edipo dei bambini. Freud arguì che questa spinta al parricidio doveva riflettere un evento reale tra adulti ancestrali. Per questa ragione, i figli di un clan ancestrale devono una volta aver ucciso i propri padri per guadagnarsi l’accesso alle donne.) Molti curricoli di scuola elementare del tardo XIX secolo furono ricostruiti alla luce della ricapitolazione. Parecchi comitati di direzione di scuole resero obbligatoria la «Canzone di Hiawatha» (Song of Hiawatha) nei primi anni di scuola, ritenendo che i bambini, passando per lo stadio selvaggio del loro passato ancestrale, vi si 1 sarebbero identificati. La ricapitolazione fornì anche un irresistibile criterio a qualunque scienziato volesse ordinare i gruppi umani in superiori e inferiori. Gli adulti dei gruppi inferiori devono essere come i bambini dei gruppi superiori, perché il bambino rappresenta un archetipo adulto primitivo. Se i neri adulti e le donne sono come bambini bianchi maschi, allora essi sono rappresentanti viventi di uno stadio ancestrale nell’evoluzione dei maschi bianchi. Era stata trovata, quindi, una teoria anatomica – basata sui corpi interi, non solo sulle teste – per l’ordinamento delle razze. La ricapitolazione servì come teoria generale del determinismo biologico. Tutti i gruppi «inferiori» – razze, sessi e classi – furono confrontati con i bambini dei maschi bianchi. E.D. Cope, il celebre paleontologo americano che spiegò il meccanismo della ricapitolazione (si veda Gould, 1977, pp. 85-91), identificò quattro gruppi di forme umane inferiori con questo criterio: le razze non bianche, tutte le donne, i bianchi europei del Sud opposti a quelli del Nord e le classi inferiori delle razze superiori (1887, pp. 291-293. Cope disprezzò particolarmente «le classi inferiori degli irlandesi»). Predicò la dottrina della supremazia nordica e promosse agitazioni per ridurre l’immigrazione degli ebrei e dei sud-europei in America. Per spiegare l’inferiorità dei sud-europei in termini ricapitolazionistici, sostenne che i climi più caldi impongono una maturazione precoce. Dato che la maturazione segnala il rallentamento e la cessazione dello sviluppo corporeo, i sud-europei si ritrovano adulti in uno stato più infantile, quindi primitivo. I nordici superiori giungono a stadi superiori prima che una maturazione più tarda ne interrompa lo sviluppo: Ci possono essere pochi dubbi che nella razza indoeuropea la maturità di qualche tratto appaia più presto nelle regioni tropicali che in quelle nordiche; e, sebbene soggetto a molte eccezioni, ciò è sufficientemente generale da essere considerato una regola. In conformità, troviamo in

quella razza – almeno nelle regioni più calde d’Europa e d’America – una proporzione maggiore di certe qualità che sono più universali nelle donne, come una maggiore attività della natura emotiva, al confronto con il giudizio […]. Forse il tipo più nordico si è lasciato dietro tutto questo in gioventù. (Ivi, pp. 162-163) La ricapitolazione fornì un punto focale primario per le tesi antropometriche e, soprattutto, craniometriche sull’ordinamento delle razze. Il cervello, ancora una volta, giocava un ruolo dominante. Louis Agassiz, in un contesto creazionista, aveva già confrontato il cervello dei neri adulti con quello di un feto bianco di sette mesi. Abbiamo già citato (p. 113) la notevole affermazione di Vogt che eguagliava i cervelli dei neri adulti e delle donne bianche a quelli dei bambini bianchi maschi, spiegando, su questa base, il fallimento del popolo nero nel costruire qualunque civiltà degna di nota. Cope si concentrò anche sul cranio e in particolare su «quegli importanti elementi di bellezza: un naso e una barba ben sviluppati» (Ivi, pp. 288-290). Ma derise anche la muscolatura deficiente del polpaccio dei neri: Due dei più importanti caratteri del negro sono quelli degli stadi immaturi della razza indoeuropea nei suoi tipi caratteristici. Il polpaccio deficiente è il carattere degli infanti a uno stadio molto precoce; ma, ciò che è più importante, il ponte appiattito del naso e le cartilagini nasali accorciate sono condizioni immature delle stesse parti negli indoeuropei […]. In alcune razze – per esempio gli slavi – questo carattere sottosviluppato persiste di più che in alcune altre. Il naso greco, con il suo ponte elevato, non solo coincide con la bellezza estetica, ma con la perfezione evolutiva. Nel 1890, l’antropologo americano D.G. Brinton riassunse l’argomento con un peana per la misurazione: L’adulto che conserva i più numerosi tratti fetali, infantili o scimmieschi, è indubbiamente inferiore a colui il cui sviluppo è progredito oltre essi […]. Misurati con questi criteri, gli europei, cioè la razza bianca, stanno in testa alla lista, mentre gli africani, cioè i negri, stanno in fondo […]. Tutte le parti del corpo sono state minutamente esaminate, misurare e pesate per erigere una scienza dell’anatomia comparata delle razze. (1890, p. 48) Se l’anatomia costruì la severa tesi della ricapitolazione, lo sviluppo psichico offrì un ricco campo per la conferma. Non si sapeva che i selvaggi e le donne erano emotivamente come i bambini? I gruppi disprezzati erano stati prima confrontati con i bambini, ma la teoria della ricapitolazione diede a questa vecchia barzelletta la rispettabilità di importante teoria scientifica. L’espressione «Essi sono come bambini» non fu più solo una metafora di fanatismo; rappresentava ora un’asserzione teorica secondo cui gli individui inferiori erano letteralmente

impantanati in uno stadio ancestrale dei gruppi superiori. G. Stanley Hall, eminente psicologo americano, formulò la tesi generale nel 1904. «I selvaggi sono bambini in molti aspetti, o, a causa della maturità sessuale, più appropriatamente, adolescenti dalle dimensioni adulte» (1904, vol. II, p. 649). A.F. Chamberlain, il suo principale allievo, optò per la maniera paternalistica: «Senza i popoli primitivi, il mondo sarebbe, in grande, molto di ciò che, in piccolo, esso è senza la benedizione dei bambini». I ricapitolazionisti estesero la loro tesi a un sorprendente raggruppamento di capacità umane. Cope confrontò l’arte preistorica con gli schizzi dei bambini e dei viventi «primitivi» (1887, p. 153): «Troviamo che gli sforzi delle razze più precoci di cui abbiamo qualche conoscenza, sono quasi simili a quelli che la mano incolta dell’infanzia traccia sulla sua lavagnetta o che il selvaggio dipinge sulle pareti rocciose delle rupi». James Sully, un illustre psicologo inglese, confrontò il senso estetico dei bambini con quello dei selvaggi e diede la palma ai bambini: Nella maggior parte di questa immatura espressione del senso estetico del bambino abbiamo punti di contatto con le prime manifestazioni del gusto nella razza. La predilezione per le cose brillanti e scintillanti, per le cose gaie, per i forti contrasti di colore, così come per certe forme di movimento, come quello delle penne – l’ornamento personale preferito — è nota come caratteristica del selvaggio e, agli occhi dell’uomo civilizzato, ciò dà al suo gusto l’aria dell’infanzia. D’altro canto è dubbio se il selvaggio raggiunga il sentimento del bambino per la bellezza dei fiori. (1895, p. 386) Herbert Spencer, l’apostolo del darwinismo sociale, offrì uno stringato riassunto: «I tratti intellettuali degli incivili […] sono tratti ricorrenti nei bambini dei civili» (1895, pp. 89-90). Dato che la ricapitolazione divenne un punto focale per la teoria generale del determinismo biologico, molti scienziati maschi estesero la tesi alle donne. E.D. Cope affermò che le «caratteristiche metafisiche» delle donne erano […] molto simili, nella natura essenziale, a quelle che gli uomini esibiscono a uno stadio di sviluppo precoce […]. Il gentil sesso è caratterizzato da una maggiore impressionabilità; […] la calorosità dell’emozione e la sottomissione all’influenza di questo piuttosto che a quella della logica; la timidezza e l’irregolarità dell’azione nel mondo esterno. Tutte queste qualità appartengono, come di regola generale, al sesso maschile in qualche periodo della vita, sebbene individui diversi le perdano in periodi molto diversi […]. Probabilmente la maggior parte degli uomini può ricordarsi di un periodo precoce della loro vita in cui la natura emotiva aveva il sopravvento – un tempo in cui l’emozione alla vista del sofferente veniva suscitata più facilmente che in anni più maturi […]. Forse tutti gli uomini possono rievocare un periodo della giovinezza in cui erano adoratori di eroi – in cui sentivano il bisogno di un braccio più forte e amavano alzare gli

occhi all’amico potente che poteva simpatizzare con essi e aiutarli. Questo è lo «stadio femminile» del carattere. (1887, p. 159) In ciò che deve essere la più assurda affermazione degli annali del determinismo biologico, G. Stanley Hall – di nuovo vi ricordo, non un pazzo, ma il più importante psicologo d’America – invocò il maggior tasso di suicidi delle donne come segno del loro primitivo stato evolutivo: Questa è un’espressione di una profonda differenza psichica tra i sessi. Il corpo e l’anima della donna sono fileticamente più vecchi e più primitivi, mentre l’uomo è più moderno, variabile e meno conservatore. Le donne sono sempre inclini a conservare i vecchi costumi e i vecchi modi di pensare. Le donne preferiscono i metodi passivi; darsi alla potenza delle forze naturali, come la gravità, quando si gettano da altezze o si avvelenano; metodi di suicidio, questi, in cui esse superano gli uomini. Havelock Ellis pensa che l’annegamento stia divenendo più frequente e che, in ciò, le donne stiano divenendo più femminili. (1904, voi. II, p. 194) Come giustificazione dell’imperialismo, la ricapitolazione prometteva troppo di rimanere sequestrata nei pronunciamenti accademici. Ho già citato la bassa opinione dei neri africani di Carl Vogt fondata sul confronto dei loro cervelli con quelli dei bambini bianchi. B. Kidd estese la tesi a giustificare l’espansione coloniale nell’Africa tropicale (1898, p. 51). Ci occupiamo, scrisse «di popoli che, nella storia dello sviluppo della razza, rappresentano lo stesso stadio che i bambini rappresentano nella storia dello sviluppo dell’individuo. I tropici, quindi, non verranno sviluppati dagli indigeni stessi». Nel corso di un dibattito sul nostro diritto di annettere le Filippine, il reverendo Josiah Strong, famoso imperialista americano, dichiarò piamente che «la nostra politica non dovrebbe essere determinata dall’ambizione nazionale, né da considerazioni commerciali ma dal nostro dovere verso il mondo in generale e verso i filippini in particolare» (1900, p. 287). Citando l’opinione di Henry Clay secondo cui il Signore non avrebbe creato un popolo incapace di autogoverno, i suoi oppositori si schierarono contro il bisogno di una nostra benevola tutela. Ma Clay aveva parlato nei vecchi tristi giorni prima della teoria evolutiva e della ricapitolazione: La concezione di Clay s’era formata […] prima che la scienza moderna avesse dimostrato che le razze si sviluppano nel corso dei secoli come gli individui fanno negli anni e che una razza sottosviluppata, incapace di autogoverno, non è un riflesso sull’onnipotente più di quanto lo è un bambino sottosviluppato che è incapace di autogoverno. Le opinioni degli uomini che in questo giorno illuminato credono che i filippini siano capaci di autogoverno perché chiunque lo è, non sono degne di considerazione.

Anche Rudyard Kipling, il poeta laureato in imperialismo, usò la tesi ricapitolazionista nella prima strofa della sua più famosa apologia della supremazia bianca: Prendi su il fardello dell’uomo bianco Invia i migliori che puoi generare Va’, costringi i tuoi figli all’esilio Per servire il bisogno dello schiavo: Ad assistere, in pesanti armature, Una razza sconvolta e selvaggia. I tuoi popoli cupi catturati da poco, Mezzi diavolo e mezzi bambino. Teddy Roosevelt, il cui giudizio non fu sempre così acuto, scrisse a Henry Cabot Lodge che il verso «era molto poco poetico ma aveva buon senso dal punto di vista espansionistico» (Weston, 1972, p. 35). E così la storia potrebbe fermarsi, rimanendo una testimonianza della follia e del pregiudizio del XIX secolo, se un’interessante tendenza non fosse stata aggiunta nel nostro secolo. Durante il 1920, la teoria della ricapitolazione era crollata (Gould, 1977, pp. 167-206). Non tanto dopo, l’anatomista olandese Louis Bolk propose una teoria di significato esattamente opposto. La ricapitolazione richiedeva che i tratti adulti degli antenati si sviluppassero più rapidamente nei discendenti, per divenire lineamenti giovanili (quindi, i tratti dei bambini moderni sono caratteri primitivi di adulti ancestrali). Ma supponiamo che si verifichi il processo inverso, come si verifica spesso nell’evoluzione. Supponiamo che i tratti giovanili degli antenati si sviluppino così lentamente nei discendenti da diventare lineamenti adulti. Questo fenomeno di sviluppo ritardato è comune in natura; esso è chiamato neotenia (letteralmente, «conservazione della giovinezza»). Bolk sostenne che gli umani sono essenzialmente neoteni. Elencò un’impressionante serie di lineamenti condivisi sia dagli umani adulti che dalle scimmie antropomorfe allo stato fetale e giovanile, ma persi nelle scimmie adulte: cranio a volta e cervello grande in relazione alla dimensione corporea; faccia piccola; pelo limitato, per lo più, alla testa, alle ascelle e alle regioni pubiche; alluce non ruotato. Ho già discusso uno dei più importanti segni della neotenia umana in un altro contesto: il mantenimento del foramen magnum nella sua posizione fetale, cioè sotto il cranio (pp. 89-91). Si considerino ora le implicazioni della neotenia per l’ordinamento dei gruppi umani. Per la ricapitolazione, gli adulti delle razze inferiori sono come i bambini delle razze superiori. Ma la neotenia rovescia la questione. Nel contesto della neotenia è bene – cioè, avanzato o superiore – conservare i tratti della fanciullezza, sviluppare più lentamente. Dunque i gruppi superiori mantengono da adulti tratti da bambini, mentre i gruppi inferiori passano attraverso la fase più alta della giovinezza e quindi degenerano verso la condizione scimmiesca. Consideriamo ora il pregiudizio convenzionale degli scienziati bianchi: i bianchi sono superiori, i neri

inferiori. Nella ricapitolazione, gli adulti neri dovrebbero essere come bambini bianchi. Ma nella neotenia, gli adulti bianchi dovrebbero essere come i bambini neri. Per settant’anni, sotto la spinta della ricapitolazione, gli scienziati hanno raccolto volumi di dati oggettivi che proclamano sonoramente tutti lo stesso messaggio: neri adulti, donne e bianchi della classe inferiore sono come i bambini bianchi maschi della classe superiore. Con la neotenia ora in voga, questi severi dati potrebbero significare solo una cosa: i maschi adulti della classe superiore sono inferiori perché perdono, mentre altri gruppi li conservano, i tratti superiori dell’infanzia. Non c’è scampo. Almeno uno scienziato, Havelock Ellis, si inchinò alla chiara implicazione e ammise la superiorità delle donne, anche se si cavò dall’impaccio di una simile ammissione per i neri. Ellis confrontò anche gli uomini di campagna con quelli di città e trovò che questi ultimi stavano sviluppando un’anatomia femminile e proclamò la superiorità della vita di città (1894, p. 519): «L’uomo dalla testa grande, dalla faccia delicata e dalle ossa piccole della civiltà urbana è molto più vicino alla donna tipica di quanto lo è il selvaggio. L’uomo moderno sta seguendo una via prima tracciata dalla donna, non solo a causa del suo grande cervello, ma anche a causa della sua grande pelvi». Ma Ellis era iconoclasta e polemico (scrisse uno dei primi studi sistematici sulla sessualità) e la sua applicazione della neotenia alle differenze sessuali non ebbe mai molto peso. Nel frattempo, rispetto alle differenze razziali, i sostenitori della neotenia dell’uomo adottarono un’altra tattica, più comune: essi abbandonarono semplicemente i loro settant’anni di dati fissati e cercarono nuove e contrarie informazioni per confermare l’inferiorità dei neri. Louis Bolk, principale difensore della neotenia umana, dichiarò che le razze più fortemente neotenizzate sono superiori. Conservando più lineamenti giovanili, esse si sono tenute ulteriormente lontane dall’«antenato pitecoide dell’uomo» (1929, p. 26). «Da questo punto di vista, la divisione del genere umano in razze superiori e inferiori è pienamente giustificata.» (Ibid.) «È ovvio che, sulla base della mia teoria, sono un convinto credente nell’ineguaglianza delle razze.» (Ivi, p. 38) Bolk infilò la mano nella sua sporta anatomica ed estrasse alcuni tratti indicanti un maggior allontanamento degli adulti neri dalle vantaggiose proporzioni dell’infanzia. Condotto da questi nuovi fatti a una vecchia e comoda conclusione, Bolk proclamò: «La razza bianca sembra essere la più progressista, essendo la più ritardata» (1929, p. 25). Bolk, che si considerava un «liberale», rifiutò di relegare i neri all’inettitudine permanente. Sperava che l’evoluzione sarebbe stata benevola con essi in futuro: È possibile per tutte le altre razze raggiungere lo zenith dello sviluppo ora occupato dalla razza bianca. La sola cosa richiesta in queste razze è l’azione progressiva continua del principio biologico dell’antropogenesi [cioè, la neotenia]. Nel suo sviluppo fetale, il negro passa attraverso uno stadio che è già divenuto lo stadio finale nell’uomo bianco. Ma poi, quando il

ritardo continui anche nel negro, ciò che è ancora uno stato transitorio può divenire, anche per questa razza, uno stadio finale. (1926, pp. 473-474) La tesi di Bolk rasentò la disonestà per due ragioni. Per prima cosa, Bolk dimenticò convenientemente tutti i lineamenti – come il naso greco e la barba ampia così ammirati da Cope – che i ricapitolazionisti avevano vigorosamente enfatizzato perché ponevano i bianchi lontani dalle condizioni dell’infanzia. In secondo luogo, accantonò un argomento pressante e imbarazzante: gli orientali, non i bianchi, sono i più neotenici delle razze umane (Bolk elencò i lineamenti neotenici di entrambe le razze selettivamente e proclamò poi le differenze troppo vicine per nominarle; si veda Ashley Montagu, 1962, per un giudizio più corretto). Le donne, inoltre, sono più neotene degli uomini. Ho fiducia che non verrò visto come un volgare apologeta bianco se evito di insistere sulla superiorità delle donne orientali e dichiaro invece che l’intera impresa dell’ordinamento dei gruppi secondo il grado di neotenia è fondamentalmente ingiustificata. Proprio perché Anatole France e Walt Whitman potevano scrivere quanto Turgenev con cervelli che pesavano circa la metà del suo, sarei più che moderatamente sorpreso se le piccole differenze nel grado di neotenia tra le razze sostenessero qualche relazione con la capacità mentale o il valore morale. Ciò nondimeno, le vecchie tesi non muoiono mai. Nel 1971 H.J. Eysenck, psicologo e determinista genetico inglese, esibì ancora una tesi neotenica dell’inferiorità dei neri. Eysenck considerò tre fatti e usò la neotenia per forgiare una storia fondata su di essi: 1) i neonati e i bambini neri mostrano uno sviluppo sensomotorio più rapido dei bianchi, essi sono, cioè, meno neotenici perché si distaccano più rapidamente dallo stato fetale; 2) il QI medio bianco supera quello medio nero all’età di tre anni; 3) c’è una lieve correlazione negativa tra sviluppo sensomotorio nel primo anno di vita e il QI successivo: i bambini che si sviluppano più rapidamente tendono, alla fine, a QI inferiori. Eysenck conclude quindi: «Queste scoperte sono importanti a causa di vedute molto generali in biologia [la teoria della neotenia] secondo cui più prolungata è l’infanzia, maggiori sono, in generale, le capacità intellettuali e cognitive delle specie. Questa legge sembra funzionare anche entro una data specie» (1971, p. 79). Eysenck non riuscì a comprendere che aveva fondato la sua tesi su ciò che è quasi sicuramente una correlazione non causale. (Le correlazioni non causali sono il flagello dell’inferenza statistica – si veda il VI capitolo. Esse sono perfettamente «vere» in senso matematico, ma non dimostrano alcuna connessione causale. Possialno calcolare, per esempio, una spettacolare correlazione – molto vicina al valore massimo di 1,0 – tra la crescita della popolazione mondiale negli ultimi cinque anni e la crescente separazione dell’Europa dal Nord America per la deriva dei continenti.) Si supponga che il QI inferiore dei neri sia puramente il risultato di un ambiente generalmente più povero. Lo sviluppo sensomotorio rapido è un modo di identificare una persona come nera (un modo meno accurato, però, del colore della pelle). La correlazione dell’ambiente povero con il QI inferiore può essere

causale, ma la correlazione dello sviluppo sensomotorio rapido con il QI inferiore è probabilmente non causale, perché lo sviluppo sensomotorio rapido, in questo contesto, identifica semplicemente una persona come nera. La tesi di Eysenck ignora il fatto che i bambini neri, in una società razzista, vivono generalmente in ambienti più poveri che possono condurre a punteggi di QI inferiori. Eysenck invocò, tuttavia, la neotenia per dare un significato teorico e, quindi, uno stato causale a una correlazione non causale che riflette il suo ereditario preconcetto.

La scimmia che è in alcuni di noi: l’antropologia criminale 1. Atavismo e criminalità In Resurrezione (1899), l’ultimo grande romanzo di Tolstoj, il sostituto procuratore, un arido modernista, si alza a condannare una prostituta, falsamente accusata di omicidio: Il sostituto procuratore parlò a lungo […]. Nella sua requisitoria c’erano tutte le novità più recenti che circolavano nel suo ambiente e che vengono considerate tutt’ora come l’ultimo ritrovato della scienza. C’era l’ereditarietà, la delinquenza congenita, Lombroso, Tarde, l’evoluzione e la lotta per l’esistenza […]. – Be’, mi sembra che stia esagerando, – disse con un sorriso il presidente chinandosi verso l’austero membro della corte. – È un gran minchione, – rispose l’altro. In Dracula di Bram Stoker (1897), il professor Van Helsing sollecita Mina Harker a descrivere il funesto conte: «Dite […] a noi assetati uomini di scienza, ciò che vedete con quegli occhi così splendenti». La donna rispose: «Il conte è un criminale e del tipo criminale. Nordau e Lombroso lo classificherebbero così e come 2 criminale è di mente imperfettamente formata». Maria Montessori espresse un forte ottimismo quando scrisse nel 1913 (p. 8): «Il fenomeno della criminalità dilaga senza controllo o rimedio e, sino a ieri, esso risvegliava in noi null’altro che repulsione e avversione. Ma ora che la scienza ha messo il dito su questo bubbone morale, essa richiede la cooperazione di tutto il genere umano per combatterla». L’argomento comune di questi disparati giudizi è la teoria dell’uomo delinquente di Cesare Lombroso, probabilmente la dottrina più influente mai emersa dalla tradizione antropometrica. Lombroso descrisse l’intuizione che condusse alla sua teoria della criminalità innata e alla disciplina da lui fondata: l’antropologia criminale. Nel 1870, Lombroso stava cercando di scoprire le differenze anatomiche tra uomini criminali e uomini insani, «senza avere molto successo». Poi, «la mattina di un triste giorno di dicembre», esaminò il cranio del famoso brigante Vihella ed ebbe quel lampo di felice intuizione che contrassegna sia la scoperta brillante che la folle invenzione. Vide in quel cranio una serie di lineamenti atavici che

ricordavano un passato scimmiesco piuttosto che un presente umano: Questa non era semplicemente un’idea, ma un lampo di ispirazione. Alla vista di quel cranio, mi sembrò di vedere tutto d’un tratto, illuminato come una vasta pianura sotto un cielo fiammeggiante, il problema della natura del criminale: un essere atavico che riproduce nella sua persona i feroci istinti dell’umanità primitiva e degli animali inferiori. Così erano spiegate anatomicamente le enormi mascelle, gli zigomi alti, le arcate sopraccigliari prominenti, le linee solitarie nelle palme delle mani, l’estrema grandezza delle orbite, le orecchie a manico trovate nei criminali, nei selvaggi e nelle scimmie, l’insensibilità al dolore, la vista estremamente acuta, i tatuaggi, l’eccessiva pigrizia, l’amore per le orge e l’irresponsabile brama del male solo per amore del male, il desiderio non solo di spegnere la vita della vittima, ma anche quello di mutilarne il cadavere, di strappare la sua carne e di bere il suo sangue. (Taylor et al., 1973, p. 41) La teoria di Lombroso non era solo una vaga affermazione secondo cui il crimine è ereditario – affermazioni del genere erano abbastanza comuni al suo tempo – ma una teoria evoluzionistica specifica basata su dati antropometrici. I criminali sono regressioni evolutive fra di noi. I germi di un passato ancestrale giacciono addormentati nella nostra eredità. In alcuni sfortunati individui, il passato torna in vita. Questi individui sono innatamente guidati ad agire come farebbero una normale scimmia antropomorfa o un selvaggio, ma tale comportamento viene ritenuto criminale nella nostra società civile. Fortunatamente, possiamo identificare i criminali nati perché portano i segni anatomici della loro natura scimmiesca. Il loro atavismo è sia fisico che mentale, ma i segni fisici, o stimmate come Lombroso li chiamò, sono decisivi. Il comportamento criminale può insorgere anche in uomini normali, ma riconosciamo il «criminale nato» dalla sua anatomia. L’anatomia, invero, è destino, e i criminali nati non possono sfuggire alla loro tara ereditata: «Siamo governati da leggi silenziose che non cessano mai di operare e che regolano la società con più autorità delle leggi scritte approvate dal parlamento. Il crimine […] sembra essere un fenomeno naturale» (Lombroso, 1887, p. 667).

2. Animali e selvaggi come criminali nati L’identificazione dell’atavismo scimmiesco nei criminali non ribadiva la tesi di Lombroso, perché la natura scimmiesca fisica può spiegare il comportamento barbaro di un uomo soltanto se le inclinazioni naturali dei selvaggi e degli animali inferiori sono criminali. Se alcuni uomini assomigliano a scimmie, ma le scimmie sono buone, allora la tesi fallisce. Così, Lombroso dedicò la prima parte del suo principale lavoro (L’uomo delinquente, pubblicato per la prima volta nel 1876) a ciò che dev’essere la più ridicola escursione mai pubblicata nell’antropomorfismo: un’analisi del comportamento criminale degli animali. Cita, per esempio, una

formica guidata dalla rabbia a uccidere e smembrare un afide; una cicogna adultera che, con il suo amante, assassinò il marito; un’associazione criminale di castori che attaccò un compatriota solitario per ucciderlo; una formica maschio, senza accesso alle riproduttrici femmine, che violentò un’operaia (femmina) con gli organi sessuali atrofizzati, causandole grande dolore e la morte; si riferisce anche all’insetto che si nutre di certe piante come un «equivalente del crimine» (Lombroso, 1887, pp. 1-18). Lombroso procedette poi al passo logico successivo: il confronto dei criminali con i gruppi «inferiori». «Comparerei» scrisse un sostenitore francese «il criminale a un selvaggio che appaia, per atavismo, nella moderna società; possiamo pensare che questi sia nato criminale perché è nato selvaggio» (Bordier, 1879, p. 284). Lombroso si avventurò nell’etnologia per identificare la criminalità come un comportamento normale tra gli individui inferiori. Scrisse un piccolo trattato (Lombroso, 1896) sui dinka dell’Alto Nilo. In esso parlò dei loro pesanti tatuaggi e dell’elevata soglia del dolore: alla pubertà essi si rompono gli incisivi con un martello. Essi mostrano le stimmate scimmiesche come normali parti della loro anatomia: «il loro naso […] non è solo appiattito, ma trilobato, rassomigliando così a quello delle scimmie». Il suo collega G. Tarde scrisse che alcuni criminali «sarebbero stati l’ornamento e l’aristocrazia morale di una tribù di indiani rossi» (Ellis, 1910, p. 254). Havelock Ellis è il maggiore responsabile dell’affermazione secondo cui criminali e individui inferiori spesso non arrossiscono. «L’incapacità di arrossire è sempre stata considerata l’accompagnamento del crimine e dell’impudenza. L’arrossire è molto raro anche tra gli idioti e i selvaggi. Gli spagnoli usavano dire degli indiani americani del Sud: “Come ci si può fidare di uomini che non sanno arrossire?”» (ivi, p. 138). E quanto arrivarono lontano gli incas, fidandosi di Pizarro? Lombroso costruì praticamente tutte le sue tesi in una maniera che ne impediva la disfatta, rendendole così scientificamente vacue. Citò copiosi dati numerici per dare un’aria di oggettività al suo lavoro, ma esso rimaneva così vulnerabile che anche la maggior parte della scuola di Broca si levò contro la teoria dell’atavismo. Tutte le volte che incontrava un fatto contrario, Lombroso praticava un po’ di ginnastica mentale per incorporarlo entro il suo sistema. Questo atteggiamento è chiaramente espresso nelle sue affermazioni sulla depravazione degli individui inferiori, poiché si imbatteva di continuo in storie di coraggio e di opere ben fatte tra coloro che desiderava denigrare. Tuttavia, incamerò queste storie nel suo sistema. Se, per esempio, doveva ammettere un tratto favorevole, Lombroso lo associava con altri che poteva disprezzare. Citando l’autorità di antica data di Tacito per la sua conclusione, scrisse: «Anche quando onore, castità e pietà si trovano tra i selvaggi, impulsività e pigrizia non mancano mai. I selvaggi hanno orrore del lavoro continuo, cosicché, per essi, il passaggio al lavoro attivo e metodico si trova solo sulla strada della selezione o della schiavitù» (1911, p. 367). Oppure si consideri la sua lesinata parola di elogio per la razza inferiore e criminale degli zingari:

Essi sono vanitosi, come tutti i delinquenti, ma non hanno paura o vergogna. Ogni cosa che guadagnano la spendono per bere e per ornamenti. Possono essere visti a piedi nudi, ma con abiti di colori brillanti o adorni di merletti, senza calze, ma con scarpe gialle. Hanno l’imprevidenza sia del selvaggio che del criminale […]. Divorano carogne mezze putrefatte. Sono dediti a orge, amano il rumore e fanno un grande clamore nei mercati. Uccidono a sangue freddo per rubare e, in passato, erano sospettati di cannibalismo […]. Si deve notare che questa razza, così moralmente bassa e così incapace di sviluppo culturale e intellettuale, una razza che non può mai portare avanti alcuna attività e che in poesia non è andata oltre le più misere liriche, ha creato in Ungheria una meravigliosa arte musicale: una nuova prova del genio che, misto all’atavismo, deve essere trovato nel criminale. (Ivi, p. 40) Se non aveva tratti incriminanti da mescolare al suo elogio, Lombroso screditava semplicemente la motivazione del comportamento manifestamente degno tra i «primitivi». Un santo bianco che muore coraggiosamente sotto la tortura è un eroe tra gli eroi; un «selvaggio» che spira con uguale dignità, semplicemente non sente il dolore: La loro [dei criminali] insensibilità fisica ben ricorda quella dei popoli selvaggi che possono sopportare, nei riti di pubertà, torture che un uomo bianco non potrebbe mai sopportare. Tutti i viaggiatori conoscono l’indifferenza al dolore dei negri e dei selvaggi americani: i primi si tagliano le mani ridendo per evitare il lavoro, i secondi, legati al palo della tortura, cantano gaiamente le lodi della loro tribù mentre vengono bruciati lentamente. (1887, p. 319) Riconosciamo in questo confronto di criminali atavici con animali, selvaggi e individui di razze inferiori la tesi fondamentale della ricapitolazione, discussa nel paragrafo precedente. Per completare la catena, Lombroso aveva solo bisogno di proclamare il bambino intrinsecamente criminale (perché il bambino è un adulto ancestrale, un primitivo vivente). Non si ritrasse da questa necessaria implicazione e marchiò come criminale il tradizionale innocente della letteratura: «Una delle più importanti scoperte della mia scuola è che nel bambino sono manifeste, sino a una certa età, le tendenze più tristi dell’uomo criminale. I germi di delinquenza e di criminalità vengono trovati normalmente anche nei primi periodi della vita umana» (1895, p. 53). La nostra impressione d’innocenza del bambino è un preconcetto di classe: noi persone di famiglia agiata sopprimiamo le inclinazioni naturali dei nostri bambini: «Chi vive tra le classi superiori non ha idea della passione che i neonati hanno per i liquori alcolici, ma tra le classi inferiori è solo troppo comune vedere 3 anche poppanti bere vino e liquori con prodigiosa delizia» (ivi, p. 56).

3. Le stimmate anatomiche, fisiologiche e sociali Le stimmate anatomiche di Lombroso (fig. 12), per la maggior parte, non erano né patologie né variazioni discontinue, ma valori estremi di una curva normale che si approssima alle misure medie dello stesso tratto nelle grandi scimmie antropomorfe. (In termini moderni, questa è la fonte fondamentale dell’errore di Lombroso. La lunghezza del braccio varia tra gli umani e alcuni individui devono avere braccia più lunghe di altri. Lo scimpanzé medio ha un braccio più lungo dell’umano medio, ma ciò non significa che un umano dotato di un braccio relativamente lungo è geneticamente simile alle scimmie antropomorfe. La variazione normale entro una popolazione è un fenomeno biologico diverso dalle differenze dei valori medi tra popolazioni. Questo errore si verifica ripetutamente. È alla base dell’errore di Arthur Jensen nell’asserire che le differenze medie di QI tra gli americani bianchi e quelli neri sono largamente ereditate. Un vero atavismo è un tratto ancestrale discontinuo basato geneticamente: un cavallo nato casualmente con dita laterali funzionali, per esempio.) Tra le sue stimmate scimmiesche, Lombroso elencò (1887, pp. 660-661): maggiore spessore del cranio, semplicità delle suture craniche, mascelle grandi, preminenza della faccia sul cranio, braccia relativamente lunghe, rughe precoci, fronte stretta e bassa, orecchie grandi, assenza di calvizie, pelle più scura, maggiore acuità visiva, ridotta sensibilità al dolore e assenza di reazioni vascolari (l’arrossire). Al Congresso internazionale di antropologia criminale nel 1886, Lombroso sostenne anche che i piedi delle prostitute sono spesso prensili come quelli delle scimmie (fig. 13) (l’alluce notevolmente separato dalle altre dita).

Figura 12. Una panoplia di facce criminali. Il frontespizio dell’atlante dell’Uomo delinquente di Lombroso. Il gruppo E è composto di assassini tedeschi; il gruppo I di scassinatori (Lombroso ci dice che l’uomo senza naso riuscì a sfuggire alla giustizia per molti anni portando il falso naso che compare nel ritratto con bombetta, sulla sinistra); gli H sono scippatori; gli A sono taccheggiatori; i B, C, D e F sono truffatori, mentre i distinti signori della fascia infondo commisero bancarotta fraudolenta.

Figura 13. Piedi di prostitute. Questa figura fu presentata da L. Julien al IV Congresso internazionale di antropologia criminale nel 1896. Commentandola, Lombroso scrisse: «Queste osservazioni mostrano mirabilmente che la morfologia della prostituta è anche più anormale di quella del criminale, specialmente per le anomalie ataviche, perché il piede prensile è atavico». Per altre stimmate, Lombroso passò dalle scimmie antropomorfe a cercare similarità in creature più distanti e anche più «primitive»: confrontò denti canini prominenti e un palato appiattito con l’anatomia di lemuri e di roditori, un condilo occipitale (l’area di articolazione del cranio con la colonna vertebrale) stranamente formato con i condili normali di bovini e maiali (1896, p. 188) e un cuore anormale con la conformazione usuale nei sirenidi (un gruppo di rari mammiferi marini). Postulò anche una significativa somiglianza tra l’asimmetria facciale di alcuni criminali e i pesci piatti con ambedue gli occhi sulla superficie superiore del corpo (1911, p. 373). Lombroso supportò il suo studio sui difetti specifici con un esame antropometrico generale della testa e del corpo del criminale (un campione di 383 crani di criminali morti più le proporzioni generali misurate in 3839 viventi). Come indicazione dello stile di Lombroso, si consideri la base numerica della sua più importante asserzione: che i criminali hanno, in genere, cervelli più piccoli degli individui 4 normali, anche se dei criminali hanno cervelli molto grandi (si veda p. 83). Lombroso (1911, p. 365) e i suoi allievi (Ferri, 1897, p. 8, per esempio) ripeterono continuamente quest’asserzione. I dati di Lombroso, tuttavia, non lo dimostrano. La figura 14 presenta le distribuzioni di frequenza delle capacità craniche misurate da Lombroso in 121 criminali maschi e 328 uomini onesti. Non c’è bisogno di statistiche bizzarre per vedere che le due distribuzioni differiscono molto poco, nonostante la conclusione di Lombroso secondo cui nei criminali, «le capacità insignificanti dominano e quelle molto grandi sono rare» (1887, p. 144). Ho ricostruito i dati originali dalle tavole delle percentuali delle classi di Lombroso e ho calcolato valori medi di 1450 cc per le teste di criminali e 1484 cc per le teste degli

osservanti le leggi. Le deviazioni standard delle due distribuzioni (una misura generale della distribuzione relativa alla media) non differiscono significativamente. Questo significa che la gamma di variazione maggiore nel campione degli osservanti la legge – un punto importante per Lombroso, dato che ciò estendeva la capacità massima delle persone oneste a 100 cc sopra il massimo dei criminali – può essere semplicemente un artefatto della maggiore grandezza di questo campione (più grande il campione, maggiore la possibilità di includere valori estremi).

Figura 14. Capacità cranica di uomini normali (in nero) confrontati con criminali (a tratteggio). Sull’asse delle y sono riportati valori percentuali invece che assoluti. Le stimmate includevano anche una serie di tratti sociali. Lombroso enfatizzò particolarmente: 1) il gergo dei criminali, un loro linguaggio con alti livelli di onomatopeia, molto simile al modo di parlare dei bambini e dei selvaggi: «L’atavismo contribuisce a ciò più di ogni altra cosa. Parlano diversamente perché sentono diversamente; parlano come selvaggi perché sono veri selvaggi nel mezzo della nostra brillante civiltà europea» (ivi, p. 476); 2) il tatuaggio, che riflette sia l’insensibilità dei criminali al dolore che il loro atavico amore per l’ornamento (fig. 15). Lombroso fece uno studio quantitativo sul contenuto dei tatuaggi dei criminali e li trovò, in generale, illegali («vendetta») o scusanti («nato sotto una cattiva stella», «sfortunato»), sebbene ne avesse trovato uno che diceva: «Lunga vita alla Francia e alle patatine fritte francesi».

Figura 15. Lombroso considerava il tatuaggio un segno di criminalità innata. Questo disegno è tratto da L’uomo delinquente. Nella sua didascalia, Lombroso ci dice che la stretta di mano si trova tatuata frequentemente sul corpo degli omosessuali. Lombroso non attribuì mai tutti gli atti criminali solo a individui con le stimmate ataviche. Concluse che circa il 40 per cento dei criminali seguiva la costrizione ereditaria; altri agivano per passione, rabbia o disperazione. A prima vista, questa distinzione dei criminali occasionali da quelli nati ha l’apparenza di un compromesso

o un indietreggiamento, ma Lombroso la usò in modo opposto, cioè come un’affermazione che rendeva il suo sistema immune da confutazione. Gli uomini non poterono più a lungo essere caratterizzati dai loro atti. L’omicidio poteva essere un’azione della più bassa scimmia in un corpo umano, oppure quella del più onesto cornuto sopraffatto da rabbia giustificata. Tutti gli atti criminali sono previsti: un uomo con le stimmate li compie per natura innata, un uomo senza stimmate per forza di circostanze. Classificando le eccezioni entro il suo sistema, Lombroso escluse tutte le potenziali falsificazioni.

4. La ritirata di Lombroso La teoria dell’atavismo di Lombroso causò un grande fermento e sollevò uno dei più infiammati dibattiti scientifici del XIX secolo. Sebbene farcisse il suo lavoro con volumi di numeri, Lombroso non aveva mai fatto gli usuali ossequi alla fredda oggettività. Anche quei grandi aprioristi dei discepoli di Paul Broca, lo rimproveravano per il suo approccio più da giurista che da scienziato. Paul Topinard scrisse di lui: «Egli non disse: ecco un fatto che mi suggerisce un’induzione, vediamo se sbaglio, procediamo rigorosamente, raccogliamo e aggiungiamo altri fatti […]. La conclusione è forgiata in anticipo; egli cerca la prova, difende la sua tesi come un avvocato che finisce col persuadere se stesso […]. [Lombroso] è troppo convinto» (1887, p. 676). Lombroso, quindi, indietreggiò lentamente davanti all’ostacolo, ma lo fece come un generale. Neanche per un momento compromise o abbandonò la sua idea principale che il crimine è biologico. Ampliò semplicemente la gamma delle cause innate. La sua teoria originale aveva la virtù della semplicità e di una sorprendente originalità: i criminali sono scimmie in mezzo a noi, marchiati dalle stimmate anatomiche dell’atavismo. Le versioni successive divennero più sfumate, ma anche più inclusive. L’atavismo rimaneva una causa biologica primaria del comportamento criminale, ma Lombroso aggiunse parecchie categorie di malattie congenite e di degenerazione: «Vediamo nel criminale» scrisse «un selvaggio e, allo stesso tempo, un malato» (1887, p. 651). Negli anni successivi, Lombroso diede particolare importanza all’epilessia come marchio di criminalità; affermò infine che quasi ogni «criminale nato» soffre di epilessia a un certo grado. Il fardello aggiunto, imposto dalla teoria di Lombroso su migliaia di epilettici, non può essere calcolato; essi divennero un importante obiettivo di schemi eugenetici, in parte perché Lombroso aveva spiegato la loro malattia come un marchio di degenerazione morale. Come interessante riflesso, sconosciuto oggi ai più, il supposto legame tra degenerazione e ordinamento razziale ci ha lasciato almeno un’eredità: la designazione di «idiozia mongoloide» o, più blandamente, di «mongolismo» per il disordine cromosomico propriamente conosciuto come «sindrome di Down». Il dottor John Langdon Haydon Down identificò la sindrome in un articolo intitolato «Observations on an Ethnic Classification of Idiots» (1866). Down sostenne che molti «idioti» congeniti (un termine quasi tecnico ai suoi

giorni, non semplicemente un epiteto) mostravano lineamenti anatomici assenti nei loro genitori, ma presenti come lineamenti determinanti nelle razze inferiori. Trovò idioti della «varietà etiope» – «negri bianchi sebbene di discendenza europea» (1866, p. 260) – altri del tipo malese e «analoghi della gente che con fronti ristrette, zigomi prominenti, orbite profonde e naso leggermente scimmiesco, abitò originalmente il continente americano» (ibid). Altri si avvicinavano alla «grande famiglia mongola». «Un numero molto grande di idioti congeniti sono mongoli tipici.» (Ibid.) Procedette poi a descrivere accuratamente le caratteristiche della sindrome di Down in un ragazzo sottoposto alle sue cure: qualche somiglianza accidentale con gli orientali (occhi «posti obliquamente» e pelle leggermente gialliccia) e un numero molto maggiore di caratteristiche diverse (capelli sparsi e bruni, labbra spesse, fronte rugosa eccetera). Down concluse, tuttavia: «L’aspetto del ragazzo è tale che è difficile realizzare che è figlio di europei, ma questi caratteri sono così frequentemente presenti, che non ci può essere dubbio che queste caratteristiche etniche siano il risultato di degenerazione» (ivi, p. 261). Down usò la sua intuizione etnica per spiegare anche il comportamento di questi bambini: «essi eccellono nell’imitazione»: l’aspetto più frequentemente citato, come tipicamente mongoloide, nelle classificazioni convenzionali razziste del tempo di Down. Down si dipingeva come un razzista liberale. Non aveva provato l’unità umana dimostrando che i caratteri delle razze inferiori potevano apparire in soggetti degenerati dalle razze superiori? (ivi, p. 262). Infatti aveva semplicemente fatto per la patologia quello che Lombroso presto avrebbe concluso per la criminalità: affermare la convenzionale scala razzista bollando i bianchi indesiderabili come rappresentanti biologici di gruppi inferiori. Lombroso parlò di atavismo che «rende simile il criminale europeo al tipo australiano e mongolo» (1887, p. 254). La definizione di Down si è conservata fino ai nostri giorni, e solo ora sta cadendo in disuso. Sir Peter Medawar mi ha detto qualche tempo fa che lui e alcuni colleghi orientali hanno persuaso il Times di Londra a eliminare il termine «mongolismo» a favore dell’espressione «sindrome di Down». Il buon dottore sarà ancora onorato. 5. Ininfluenza dell’antropologia criminale Dallemagne, un importante oppositore di Lombroso, fece omaggio alla sua influenza nel 1896: I suoi pensieri hanno rivoluzionato le nostre opinioni, hanno provocato ovunque un salutare sentimento e una felice emulazione in ricerche di ogni genere. Per vent’anni i suoi pensieri hanno alimentato le discussioni; il maestro italiano è stato all’ordine del giorno in tutti i dibattiti; i suoi pensieri apparivano come eventi. C’era una straordinaria animazione dovunque. Dallemagne stava registrando fatti, non stava facendo il diplomatico. L’antropologia criminale non fu semplicemente un dibattito di accademici, comunque vitale. Essa fu

l’argomento di discussione negli ambienti legali e penali, per anni. Provocò numerose «riforme» e fu, sino alla Prima guerra mondiale, il tema di una conferenza internazionale, tenuta ogni quattro anni, di giudici, giuristi, funzionari governativi e anche scienziati. Al di là del suo impatto specifico, l’antropologia criminale lombrosiana ebbe la sua primaria influenza nel sostenere la tesi fondamentale del determinismo biologico dei ruoli degli attori e del loro ambiente: gli attori seguono la loro natura congenita. Per comprendere il crimine, si studi il criminale, non la sua educazione, non la sua istruzione, non la situazione difficile contingente che potrebbe aver ispirato il furto o la rapina. «L’antropologia criminale studia il delinquente nel suo spazio naturale, vale a dire, nel campo della biologia e della patologia» (Sergi, allievo di Lombroso, citato in Zimmern, 1898, p. 744). Come tesi politica conservatrice essa non può essere battuta: gli individui perversi, stupidi, poveri, o non emancipati sono quel che sono per risultato della loro nascita. Le istituzioni sociali riflettono la natura. Vale a dire: biasima (e studia) la vittima, non il suo ambiente. L’esercito italiano, per esempio, era stato turbato da parecchi casi di misdeismo o, come diremmo, di uccisione dell’ufficiale comandante da parte della truppa. Il soldato Misdea (fig. 16), che dette il suo nome al fenomeno, aveva ucciso il suo ufficiale comandante. Lombroso lo esaminò e lo definì «un epilettico nervoso […] affetto da una viziosa eredità» (Ferri, 1911). Lombroso raccomandò che gli epilettici fossero selezionati dall’esercito e ciò, secondo Ferri, avrebbe eliminato il misdeismo. (Mi chiedo se l’esercito italiano passò attraverso la Seconda guerra mondiale senza un solo caso di uccisione del comandante da parte di non epilettici.) Comunque, nessuno sembrò disposto a considerare i diritti e le condizioni delle reclute.

Figura 16. Quattro «criminali nati», incluso l’infame Misdea, che uccise il suo comandante. La più dubbia potenziale conseguenza della teoria di Lombroso non fu né realizzata in legge né proposta dai suoi sostenitori: la preselezione e l’isolamento degli individui che portavano le stimmate prima che avessero commesso qualche reato, sebbene Ferri (1897, p. 251) etichettò come «sostanzialmente giusta» la difesa di Platone dell’esilio di una famiglia, dopo che i membri di tre generazioni successive erano stati giustiziati per reati criminali. Lombroso difese, comunque, la preselezione dei bambini affinché i maestri potessero prepararsi e sapere cosa aspettarsi da allievi con le stimmate. L’esame antropologico, sottolineando il tipo criminale, lo sviluppo precoce del corpo, la mancanza di simmetria, la ridotta dimensione del capo e l’esagerata grandezza della faccia, spiega l’insufficienza scolastica o disciplinare dei bambini così marchiati e permette loro di essere separati in

tempo dai compagni meglio dotati e diretti verso carriere più adatte al loro temperamento. (1911, pp. 438-439) Sappiamo che le stimmate di Lombroso divennero criteri di giudizio importanti in molti dibattimenti criminali. Non possiamo sapere ancora quanti uomini furono condannati ingiustamente perché erano abbondantemente tatuati, non arrossivano o avevano mascelle e braccia insolitamente grandi. Enrico Ferri, il principale luogotenente di Lombroso, scrisse: Uno studio dei fattori antropologici del crimine fornisce ai tutori e agli amministratori della legge metodi nuovi e più certi nella scoperta del colpevole. Il tatuaggio, l’antropometria, la fisionomia, le condizioni fisiche e mentali, le registrazioni della sensibilità, l’attività del riflesso, le reazioni vasomotorie, la portata della vista, i dati delle statistiche criminali […] basteranno frequentemente a dare ad agenti di polizia e magistrati una guida scientifica nelle loro inchieste, che ora dipendono interamente dalla loro acutezza e sagacità mentale individuale. E quando ricordiamo l’enorme numero di crimini e reati che non sono puniti per mancanza o inadeguatezza di prove e la frequenza dei giudizi che sono fondati solo su allusioni indiziarie, è facile vedere l’utilità pratica della connessione primaria tra sociologia criminale e procedura penale. (1897, pp. 166-167) Lombroso ha descritto alcune delle sue esperienze di testimone in qualità di esperto. Chiamato per aiutare a decidere quale di due figliastri avesse ucciso una donna, Lombroso dichiarò che uno «era, di fatto, il tipo più perfetto di criminale nato: mascelle enormi, seni frontali e zigomi, labbro superiore sottile, enormi incisivi, testa insolitamente grande (1620 cc) [un marchio di genio in altri contesti, ma non qui], tangibile ottusità con mancinismo sensoriale. Fu condannato» (1911, p. 436). In un altro caso, basato su una prova che lo stesso Lombroso non poté dipingere meglio di estremamente vaga e indiziaria, l’autore dell’Uomo delinquente sostenne la condanna di un certo Fazio, accusato di aver derubato e ucciso un ricco possidente. Una ragazza testimoniò di aver visto Fazio dormire vicino all’uomo ucciso; la mattina successiva Fazio si nascose quando i gendarmi si avvicinarono. Non veniva offerta nessun’altra prova della sua colpa: In base all’esame trovai che quest’uomo aveva orecchie sporgenti, mascelle e zigomi grandi, appendice lemurina, divisione dell’osso frontale, rughe premature, aspetto sinistro, naso torto verso destra, in breve, una fisionomia che avvicina il tipo criminale; pupille mobili molto lentamente […] una grande figura di donna tatuata sul petto, con le parole, «ricordo di Celina Laura» (sua moglie) e sul braccio la figura di una ragazza. Egli aveva una zia epilettica e un cugino pazzo, e l’indagine mostrò che era un giocatore e uno sfaccendato. A ogni modo, quindi, la biologia forniva in

questo caso indicazioni che, associate all’altra prova, sarebbero state sufficienti per condannarlo in un paese meno tenero nei confronti dei criminali. Ciò nonostante fu assolto. (Ivi, p. 437) A volte si vince, a volte si perde. (Ironicamente, era la natura conservatrice della giurisprudenza invece che quella liberale a limitare l’influenza di Lombroso. La maggior parte dei giudici e degli avvocati non poteva semplicemente sopportare l’idea della scienza quantitativa che si intrufolava nel loro antico dominio. Essi non sapevano che l’antropologia criminale lombrosiana era una pseudoscienza, ma la rifiutarono come un’ingiustificata trasgressione di uno studio pienamente legittimo nel proprio dominio. Anche i critici francesi di Lombroso, con la loro enfasi sulle cause sociali del crimine, aiutarono a fermare la marea lombrosiana, perché essi, Manouvrier e Topinard in particolare, potevano parare i suoi numeri.) Nel discutere la pena capitale, Lombroso e i suoi discepoli enfatizzarono il loro verdetto secondo cui i criminali nati trasgrediscono per natura. «L’atavismo ci mostra l’inefficacia della punizione per i criminali nati perché essi hanno, inevitabilmente, periodiche ricadute nel crimine.» (Ivi, p. 369) «L’etica teorica passa su questi cervelli malati come l’olio fa sul marmo, senza penetrarvi.» (1895, p. 58) Ferri affermò nel 1897 che, in opposizione a molte altre scuole di pensiero, gli antropologi criminali di convinzione lombrosiana erano unanimi nel dichiarare legittima la pena di morte (1897, pp. 238-240). Lombroso scrisse: «Esiste, è vero, un gruppo di criminali nati per il male, contro cui tutte le cure sociali s’infrangono come contro una roccia: un fatto che ci costringe a eliminarli completamente, anche con la morte» (1911, p. 447). Il suo amico, il filosofo Hippolyte Taine, scrisse anche più drammaticamente: Ci avete mostrato i feroci e osceni oranghi-tanghi con facce umane. È evidente che come tali essi non possono agire altrimenti. Se violentano, rubano e uccidono è in virtù della loro natura e del loro passato e ci sono tutte le ragioni per distruggerli quando è stato provato che rimarranno sempre oranghi-tanghi, (citato in Lombroso, 1911, p. 428) Ferri stesso invocò la teoria darwiniana come giustificazione cosmica della pena capitale: Mi sembra che la pena di morte sia prescritta dalla natura e operi in ogni momento della vita dell’universo. La legge universale dell’evoluzione ci mostra anche che il progresso vitale di ogni tipo è dovuto a continua selezione, con la morte del meno adatto nella lotta per la vita. Ora, questa selezione, nell’umanità come negli animali inferiori, può essere naturale o artificiale. Sarebbe, quindi, in accordo con le leggi naturali se la società umana dovesse fare una selezione artificiale, mediante l’eliminazione di individui anormali e antisociali. (1897, pp. 239-240)

Lombroso e i suoi colleghi favorirono, tuttavia, mezzi diversi dalla morte per liberare la società dai suoi criminali nati. L’isolamento precoce in condizioni ambientali bucoliche poteva mitigare la tendenza innata e condurre a una vita utile, sotto stretta e continua sorveglianza. In altri casi di criminalità incorreggibile, l’invio e l’esilio in colonie penali forniva una soluzione più umanitaria della pena capitale, ma l’esilio doveva essere permanente e irrevocabile. Ferri, sottolineando la piccola dimensione dell’impero coloniale d’Italia, sostenne la «deportazione interna», forse verso terre non coltivate a causa della malaria endemica: «Se la diffusione di questa malaria richiede un’ecatombe umana, evidentemente sarebbe meglio sacrificare i criminali invece che onesti agricoltori» (ivi, p. 249). Alla fine, raccomandò la deportazione verso la colonia africana di Eritrea. Gli antropologi criminali lombrosiani non erano dei sadici meschini, protofascisti, o anche ideologi politici conservatori. Essi erano di tendenze politiche liberali, anche socialiste, e si vedevano come modernisti scientificamente illuminati. Speravano di usare la scienza moderna come una scopa purificante per spazzar via dalla giurisprudenza l’antiquato bagaglio filosofico del libero arbitrio e della assoluta responsabilità morale. Essi si definirono scuola «positiva» di criminologia, non perché fossero così certi (sebbene lo fossero), ma in riferimento al significato filosofico dell’empirico e dell’oggettivo piuttosto che dello speculativo. La scuola «classica», composta dai principali oppositori di Lombroso, aveva combattuto la capricciosità della precedente pratica penale, sostenendo che la punizione doveva essere rapportata strettamente alla natura del crimine e che tutti gli individui dovevano essere pienamente responsabili delle loro azioni (nessuna circostanza attenuante). Lombroso invocò la biologia per sostenere che le punizioni dovevano adattarsi al criminale e non al crimine. Un uomo normale può uccidere in un momento di rabbia per gelosia. A che servirebbe l’esecuzione o una vita in prigione? Non ha bisogno di riformarsi, perché la sua natura è buona; la società non ha bisogno di proteggersi da lui, perché non trasgredirà ancora. Un criminale nato può trovarsi sul banco degli imputati per un piccolo crimine. A che servirà una pena breve, dato che non può essere riabilitato? Una sentenza del genere ridurrà solo il tempo per il suo successivo, forse più grave, reato. La scuola positiva fece una campagna più dura e più di successo per una serie di riforme, considerate, fino a tempi recenti, illuminate o «liberali» e che implicavano, tutte, il principio della sentenza indeterminata. Per la maggior parte essi vinsero e poche persone si rendono conto, oggi, che il nostro moderno sistema della parola d’onore, della scarcerazione anticipata e della sentenza indeterminata risale in parte alla campagna di Lombroso per il trattamento differenziale dei criminali nati e di quelli occasionali. L’obiettivo principale dell’antropologia criminale, scrisse Ferri, è di «rendere la personalità del criminale l’oggetto primario e il principio delle regole della giustizia penale al posto della gravità oggettiva del crimine» (1911, p. 52). Le sanzioni penali devono essere adattate […] alla personalità del criminale

[…]. La conseguenza logica di questa conclusione è la sentenza indeterminata che è stata ed è combattuta come un’eresia giuridica dai criminologi classici e metafisici […]. Le pene prefissate sono assurde come mezzo di difesa sociale. È come se un medico d’ospedale volesse attribuire per ogni malattia la durata del ricovero nel suo istituto. (Ivi, p. 251) I lombrosiani ortodossi difesero il trattamento duro dei «criminali nati». L’applicazione erronea dell’antropometria e della teoria evolutiva è quanto mai tragica perché il modello biologico di Lombroso era totalmente non valido e perché spostò l’attenzione dalla base sociale del crimine alle idee erronee sull’inclinazione innata dei criminali. Ma i positivisti, invocando il modello ampliato di Lombroso ed estendendo, infine, la genesi del crimine all’educazione come alla biologia, ebbero un enorme impatto nella loro campagna per la sentenza indeterminata e il concetto delle circostanze attenuanti. Dato che le loro convinzioni rappresentano, per la maggior parte, le nostre procedure, abbiamo teso a vederle come umane e progressiste. La figlia di Lombroso, proseguendo il suo buon lavoro, scelse gli Stati Uniti per un elogio. «Siamo sfuggiti all’egemonia della criminologia classica e abbiamo mostrato la nostra usuale recettività alle innovazioni. Molti stati hanno adottato il programma positivista nel creare buoni riformatori, sistemi di libertà condizionata, sentenza indeterminata e norme per la grazia liberali.» (LombrosoFerrero, 1911) Tuttavia, proprio mentre i positivisti elogiavano l’America e se stessi, il loro lavoro contiene i semi del dubbio che hanno condotto molti moderni riformatori a mettere in forse la natura umana della sentenza indeterminata di Lombroso e a difendere un ritorno alle pene prefissate della criminologia classica. Maurice Parmelee, eminente positivista d’America, ritenne troppo dura una legge dello stato di New York del 1915 che prescriveva una sentenza indeterminata di oltre tre anni per infrazioni quali condotta contraria all’ordine pubblico, ubriachezza e vagabondaggio (Parmelee, 1918). La figlia di Lombroso elogiò il completo dossier di umori e azioni tenuto da volontarie che seguivano le fortune dei giovani delinquenti in parecchi stati. Essi «permetteranno ai giudici, se il bambino commette un reato, di distinguere tra un criminale nato e un criminale abituale. Comunque, il bambino non saprà dell’esistenza di questo dossier e ciò gli permetterà la più completa libertà di sviluppo» (Lombroso-Ferrero, 1911, p. 124). Ammise anche il gravoso elemento di vessazione e umiliazione incluso in parecchi sistemi di libertà provvisoria, particolarmente nel Massachussets, dove la parola indefinita poteva continuare a vita: «Nel Central Probation Bureau di Boston ho letto molte lettere di protetti che chiedevano di essere rimessi in prigione piuttosto che continuare l’umiliazione di avere il protettore sempre alle calcagna» (ivi, p. 135). Per i lombrosiani, la sentenza indeterminata incorporava sia la buona biologia che la massima protezione dello Stato: «La punizione non deve essere la pena da espiare per un crimine, ma piuttosto una difesa della società adattata al pericolo impersonificato dal criminale» (Ferri, 1897, p. 208). Gli individui pericolosi hanno

pene più lunghe e la loro vita è controllata più strettamente. E così, il sistema delle pene indeterminate – eredità di Lombroso – esercita un potente e generale elemento di controllo su ogni aspetto della vita di un prigioniero: il suo dossier si amplia e controlla il suo destino; viene osservato in prigione e i suoi atti giudicati con la carota della scarcerazione anticipata che pende davanti a lui. Si usa anche, nel senso originale di Lombroso, per segregare il pericoloso. Per Lombroso, ciò significava il criminale nato con le sue stimmate scimmiesche. Oggi spesso significa il ribelle, il povero e il nero. George Jackson, autore di Soledad Brother, morì per l’eredità di Lombroso, tentando di fuggire dopo undici anni (otto e mezzo in solitudine) di una sentenza indeterminata «da un anno alla vita» per aver rubato settanta dollari a un distributore di benzina.

6. Nota aggiunta La frustrazione di Tolstoj, evocata dai lombrosiani, giace nella loro invocazione della scienza come potenziale risoluzione per evitare la questione più profonda che richiedeva la trasformazione sociale. La scienza, comprese Tolstoj, agiva spesso come un fermo alleato delle istituzioni esistenti. Il protagonista di Resurrezione, il principe Nechljudov, provando a spiegare un sistema che condannava ingiustamente una donna che una volta aveva accusato a torto, studia gli eruditi lavori dell’antropologia criminale e non trova risposta: Aveva visto anche un vagabondo e una donna, entrambi repellenti per la loro ottusità e per una sorta di crudeltà, ma non poteva in nessun modo trovare in essi le caratteristiche del delinquente tipico di cui parlava la scuola italiana di criminologia; personalmente li trovava soltanto disgustosi, al pari di tanti altri che aveva visto e conosciuto liberi, in marsina, spalline o abiti di pizzo […]. Sulle prime aveva sperato di trovare una risposta nei libri e aveva acquistato tutte le opere che trattavano questo argomento, gli studi di Lombroso e di Garofalo, di Ferri, di List, di Maudsley, di Tarde e aveva cominciato a leggerli. Ma quanto più procedeva nella lettura tanto maggiore era la sua delusione […]. La scienza gli forniva la risposta a migliaia di problemi molto complicati e astrusi connessi con la legislazione penale, ma non a ciò che egli chiedeva. Egli chiedeva una cosa semplicissima: perché e con quale diritto certi uomini rinchiudono in prigione, tormentano, deportano, percuotono e uccidono, mentre essi stessi sono esattamente come coloro che vengono tormentati, percossi, uccisi? Ma gli rispondevano con dissertazioni. Esiste il libero arbitrio? Dalle misurazioni del cranio, eccetera, è possibile riconoscere se un uomo è o non è un delinquente? Quale parte ha l’ereditarietà nella delinquenza? Che cos’è la pazzia? Che cos’è il

temperamento? Come influiscono sulla delinquenza il clima, l’alimentazione, l’ignoranza, l’imitazione, l’ipnotismo, le passioni? Che cos’è la società? Quali sono i suoi obblighi, eccetera eccetera?

Epilogo Viviamo in un secolo più sottile, ma le tesi fondamentali sembrano non cambiare mai. Le rigidità dell’indice cranico hanno dato il via alla complessità della pratica dei reattivi mentali. I segni della criminalità innata non vengono più cercati nelle stimmate dell’anatomia rozza, ma nei criteri del XX secolo: i geni e la struttura fine del cervello. Alla metà degli anni sessanta, cominciarono a comparire articoli che legavano un’anomalia cromosomica dei maschi, nota come XYY, con il comportamento violento e criminale. (I maschi normali ricevono un solo cromosoma X dalle loro madri e un cromosoma Y dai loro padri; le femmine normali ricevono un singolo X da ciascun genitore. Occasionalmente, un bambino può ricevere due cromosomi Y dal padre. I maschi XYY sembrano normali, ma tendono a essere un poco sopra la media per altezza, hanno un brutto aspetto e possono tendere in media – sebbene ciò sia conteso – a essere un po’ insufficienti nelle prestazioni ai reattivi di intelligenza.) Basata su un’osservazione limitata, su resoconti aneddotici di pochi individui XYY e su un’elevata frequenza di essi in manicomi criminali, si originò una storia sui cromosomi criminali. La storia esplose nella coscienza pubblica quando gli avvocati di Richard Speck, omicida di otto allieve infermiere a Chicago, cercarono di mitigare la sua pena sostenendo che era un XYY (di fatto, è un normale maschio XY). Il Newsweek pubblicò un articolo intitolato «Criminali congeniti» e la stampa traboccò di innumerevoli resoconti su questa recentissima reincarnazione di Lombroso e delle sue stimmate. Nel frattempo, lo studio dotto riprese, e centinaia di articoli sono stati scritti sulle conseguenze comportamentali di essere XYY. Un gruppo di dottori di Boston, ben intenzionato ma, a mio avviso, abbastanza ingenuo, iniziò un programma di vasta selezione sui neonati maschi. Essi speravano che, controllando lo sviluppo di un grosso campione di ragazzi XYY, avrebbero potuto stabilire se esisteva qualche legame con il comportamento aggressivo. Ma che importa se ciò autoalimentava la profezia? Perché ai genitori è stato detto, e nessuna abbondanza di sperimentazione dotta può superare sia gli articoli della stampa che le deduzioni fatte dai genitori preoccupati dal comportamento aggressivo manifestato di tanto in tanto da tutti i bambini. E che importa l’angoscia sofferta dai genitori, specialmente se la connessione è falsa, come quasi sicuramente è? In teoria, il legame tra XYY e criminalità aggressiva non andò mai, di per sé, oltre la nozione, singolarmente semplicistica, secondo cui dato che i maschi sono più aggressivi delle femmine e hanno un cromosoma Y che le femmine non hanno,

questo cromosoma deve essere la sede dell’aggressione, e una doppia dose significa doppio pericolo. Un gruppo di ricercatori proclamò nel 1973 (Jarvik et al., pp. 679680): «Il cromosoma Y è il cromosoma determinante dei caratteri maschili; quindi, dovrebbe derivarne, senza sorpresa, che un cromosoma Y in più può produrre un individuo con accresciuta mascolinità, indicata da caratteristiche come altezza insolita, accresciuta fertilità […] e potenti tendenze aggressive». La storia dell’XYY come marchio criminale è stata ora ampiamente denunciata come favola (Borgaonkar e Shah, 1974; Pyeritz et al., 1977). Entrambi questi studi denunciano le elementari incrinature del metodo nella maggior parte della letteratura che asseriva un legame tra XYY e criminalità. I maschi XYY sembrano essere eccessivamente rappresentati negli istituti penali per malati mentali, ma non vi è prova di elevate frequenze nelle prigioni ordinarie. Un massimo dell’1 per cento di maschi XYY in America può trascorrere parte della vita in manicomi criminali (Pyeritz et al, 1977, p. 92). Aggiungendo a questo il numero che può essere incarcerato nelle prigioni ordinarie con la stessa frequenza dei normali maschi XY, Chorover (1979) stima che il 96 per cento dei maschi XYY condurrà una vita normale e non passerà mai davanti alle autorità penali. Un cromosoma abbastanza criminale! Inoltre, non abbiamo prove che la proporzione relativamente alta di individui XYY in istituti penali per malati mentali non abbia nulla a che fare con gli elevati livelli di aggressività innata. Altri scienziati si sono indirizzati verso il malfunzionamento di specifiche aree del cervello come causa del comportamento criminale. Dopo le vaste sommosse del ghetto dell’estate del 1967, tre dottori scrissero una lettera al prestigioso Journal of the American Medical Association (citato in Chorover, 1979): È importante tener presente che solo un piccolo numero dei milioni di abitanti dei bassifondi ha partecipato alle sommosse e che solo una parte di questi rivoltosi si è abbandonata a incendi, sparatorie e aggressioni. Tuttavia, se solo le condizioni dei bassifondi hanno determinato e fatto nascere le sommosse, perché la grande maggioranza degli abitanti è capace di resistere alle tentazioni della violenza sfrenata? C’è qualcosa di peculiare nell’abitante violento dei bassifondi che lo differenzia dai suoi vicini pacifici? Tendiamo tutti a generalizzare partendo dai nostri campi di competenza. Questi dottori sono psicochirurghi. Ma perché il comportamento violento di alcuni individui disperati e scoraggiati punta verso un disordine specifico del loro cervello mentre la corruzione e la violenza di alcuni membri del Congresso e di alcuni presidenti non producono una simile teoria? Le popolazioni umane sono altamente variabili in riferimento ai comportamenti; il semplice fatto che alcune compiano degli atti e altre no non fornisce alcuna prova di una specifica patologia rappresentata nel cervello di chi li compie. Ci concentreremo su un’infondata speculazione della violenza di alcuni – quella che segue la filosofia determinista di biasimare la vittima

– o proveremo, in primo luogo, a eliminare l’oppressione che costruisce i ghetti e che mina lo spirito dei loro abitanti disoccupati?

1

I lettori interessati alle giustificazioni fornite da Haeckel e dai suoi colleghi per la ricapitolazione e

per le ragioni della sua successiva caduta, possono consultare il mio noioso ma molto dettagliato testo Ontogeny and Phylogeny (1977). 2

Nel suo Annotated Dracula, Leonard Wolf (1975, p. 300) nota che l’iniziale descrizione del conte

Dracula di Jonathan Harker è basata direttamente sul criminale nato di Cesare Lombroso. Wolf presenta i seguenti raffronti: Harker scrive: «La sua faccia [quella del conte] era […] aquilina, con il ponte del sottile naso alto e narici arcuate». Lombroso: «Il naso [del criminale] al contrario […] è spesso aquilino come il becco di un uccello rapace». Harker: «Le sue sopracciglia erano molto massicce e quasi si toccavano sopra il naso». Lombroso: «Le sue sopracciglia sono folte e tendono a incontrarsi sul naso». Harker: «Le sue orecchie erano pallide e molto appuntite in alto». Lombroso: «Con una protuberanza sulla parte superiore del margine posteriore […], retaggio dell’orecchio appuntito». 3

In Dracula, il professor Van Helsing esaltò, nel suo inimitabile, incespicante inglese la tesi della

ricapitolazione marchiando il conte di rimanere costantemente bambino (e quindi, come primitivo e come criminale): «Ah! Ho la speranza che i nostri cervelli di uomo, che sono stati dell’uomo così a lungo e che non hanno perso la grazia di Dio, arriveranno più in alto del suo cervello di bambino che giace nella sua tomba da secoli, che non cresce tuttavia alla nostra statura e che fa solo un lavoro egoista e che quindi lavora poco […]. Egli è intelligente, astuto e ingegnoso; ma non è della statura dell’uomo quanto a cervello. In gran parte ha un cervello da bambino. Ora, questo nostro criminale è anche predestinato al crimine; egli ha pure un cervello da bambino ed è del bambino fare ciò che egli ha fatto. Il piccolo uccello, il piccolo pesce, il piccolo animale non apprendono dal principio, ma empiricamente; e, quando apprendono a fare, c’è per loro la base per cominciare a far di più». 4

Altre tesi craniometriche standard furono spesso utilizzate dall’antropologia criminale. Per esempio,

fin dal 1843, Voisin invocò la tesi classica della parte anteriore e posteriore del cervello per porre i criminali tra gli animali. Studiò cinquecento giovani delinquenti e riportò deficienze nelle porzioni anteriori e superiori del loro cervello: la sede supposta della moralità e della razionalità. Voisin scrive (1843, pp. 100-101): «I loro cervelli sono a un livello minimo di sviluppo nelle parti anteriori e superiori, le due parti che ci rendono ciò che siamo, che ci pongono sopra agli animali e che ci fanno uomini. Essi [i cervelli dei criminali] sono posti per loro natura […] completamente al di fuori delle specie umane».

5. La teoria ereditaria del QI Un’invenzione americana

Alfred Binet e gli obiettivi originali della sua scala 1. Il flirt tra Binet e la craniometria Alfred Binet (1857-1911), direttore del laboratorio di psicologia alla Sorbona, quando decise di studiare la misura dell’intelligenza, si rivolse naturalmente al metodo favorito del secolo e al lavoro del suo grande connazionale Paul Broca. Incominciò, in breve, a misurare crani, senza mai mettere in dubbio, sulle prime, le conclusioni basilari della scuola di Broca: La relazione tra l’intelligenza dei soggetti e il volume della loro testa […] è ben definita ed è stata confermata da tutti i ricercatori metodici, senza eccezione […]. Dato che questi lavori includono osservazioni su diverse centinaia di soggetti, possiamo concludere che l’asserzione precedente [di una correlazione fra grandezza della testa e intelligenza] deve essere considerata incontestabile. (1898, pp. 294-295) Durante i successivi tre anni, Binet pubblicò nove relazioni sulla craniometria in L’Année psychologique, il giornale da lui fondato nel 1895. Alla fine di questo suo lavoro, però, aveva perso la sua sicurezza. Cinque studi sulla testa di bambini in età scolare avevano distrutto le sue originali opinioni. Binet si recò in varie scuole, effettuando le misure raccomandate da Broca sulla testa di alunni segnalati dagli insegnanti come i più intelligenti e i più stupidi. Nei suoi diversi studi, portò il suo campione da 62 a 230 soggetti. «Incominciai» scrisse «con l’idea che mi fu inculcata dagli studi di molti altri scienziati, che la superiorità intellettiva è legata alla superiorità del volume cerebrale.» (1900, p. 427) Binet trovò le sue differenze, ma queste erano del tutto insignificanti e potevano registrare solo la maggiore altezza media degli alunni migliori (1,401 rispetto a 1,378 metri). La maggior parte delle misure favoriva sì gli studenti migliori, ma la differenza media fra i più e i meno bravi era di appena un millimetro: «extrêmement petite», come scrisse lui stesso. Binet non osservò grandi differenze nella regione anteriore del cranio, dove si supponeva avesse sede l’intelligenza superiore, e dove Broca aveva sempre trovato la più grande disparità tra gli individui superiori e quelli meno fortunati. A peggiorare le cose, alcune misure,

generalmente giudicate cruciali nella valutazione del valore mentale, favorivano i meno bravi: per il diametro anteroposteriore del cranio, questi studenti superavano i loro colleghi più intelligenti di 3,0 mm. Sebbene la maggior parte dei risultati tendesse a orientarsi nella «giusta» direzione, il metodo era sicuramente non valido per la valutazione degli individui. Oltre al fatto che le differenze erano davvero troppo insignificanti, Binet trovò che i meno bravi variavano più della loro controparte più intelligente. Per questo, sebbene il valore minore appartenesse solitamente allo studente meno bravo, spesso ciò avveniva anche per il valore superiore. Inoltre Binet alimentò ulteriormente i suoi dubbi con uno studio supplementare sulla sua stessa suggestionabilità, un esperimento relativo al tema fondamentale di questo libro: la tenacia delle influenze inconsce e la sorprendente malleabilità dei dati «oggettivi» quantitativi nell’interesse di un’idea preconcetta. «Temevo» scrisse Binet «che nell’effettuare le misurazioni delle teste con l’intenzione di trovare una differenza di volume fra una testa intelligente e una meno, sarei stato indotto ad aumentare, inconsciamente e in buona fede, il volume cefalico della testa intelligente, e a ridurre quello della testa meno intelligente.» (Ivi, p. 323) Riconobbe il grande pericolo in agguato quando i pregiudizi sono sommersi e uno scienziato crede fermamente nella propria obiettività: «La suggestionabilità […] è meno efficace in un atto del quale abbiamo piena coscienza, che in un atto semicosciente: ed è precisamente questo il pericolo» (ivi, p. 324). Come sarebbe meglio se tutti gli scienziati si sottoponessero a un autoesame in modo altrettanto chiaro: «Voglio dichiarare molto esplicitamente» scrisse Binet «ciò che ho osservato su me stesso. I seguenti dettagli sono quelli che la maggior parte degli autori non pubblica; costituiscono ciò che si vuole celare» (ibid). Sia Binet che il suo discepolo Simon avevano misurato le stesse teste di «idioti e imbecilli» nell’ospedale dove Simon era interno. Binet notò che, per una misura cruciale, i valori di Simon erano consistentemente inferiori ai suoi. Tornò quindi a misurare i soggetti una seconda volta. La prima volta, ammise, «effettuai le misure meccanicamente, senz’altro preconcetto che quello di rimanere fedele al mio metodo». Ma la seconda volta «avevo un diverso preconcetto […]. Ero infastidito dalla differenza fra i risultati di Simon e i miei. Volevo ridurla al suo valore reale […]. Questa è autosuggestione. Ora, fatto principale, le misure rilevate durante il secondo esperimento, sotto la prospettiva di una diminuzione, erano in verità minori rispetto a quelle prese [sulle stesse teste] nel primo esperimento». Tra i due esperimenti, infatti, tutte le teste, eccetto una, si erano «ristrette», e la diminuzione media era di 3 mm: molto più della differenza tra i crani di studenti più e meno bravi del suo precedente lavoro. Binet parlò vividamente del suo scoraggiamento: Ero convinto di aver affrontato un problema intrattabile. Le misure richiedevano viaggi e faticose procedure d’ogni genere, e finivano con la scoraggiante conclusione che spesso non esisteva neanche un millimetro di

differenza fra le misure cefaliche degli studenti più intelligenti e quelli meno intelligenti. L’idea di misurare l’intelligenza tramite le misurazioni della testa sembrava ridicola […]. Ero sul punto di abbandonare questo lavoro, e non volevo pubblicare di ciò neanche una riga. (Ivi, p. 403) Alla fine Binet riuscì a strappare una dubbia e debole vittoria dalle fauci della sconfitta più totale. Riesaminò il suo campione prendendo in considerazione solo i primi e gli ultimi cinque studenti di ogni gruppo, eliminando così quelli collocati al centro. Le differenze tra gli estremi erano più ampie e più consistenti: da 3 a 4 mm in media. Ma anche questa differenza non superò l’influenza potenziale media dovuta alla suggestionabilità. La craniometria, il gioiello dell’obiettività del XIX secolo, non era destinata a ulteriori celebrazioni. 2. La scala Binet e la nascita del QI Quando nel 1904, Binet ritornò a misurare l’intelligenza, ricordando la sua precedente frustrazione, si rivolse ad altre tecniche. Abbandonò quello che definì l’approccio «medico» della craniometria e la ricerca di stimmate anatomiche di Lombroso, e si rivolse invece al metodo «psicologico». A quel tempo la letteratura sui reattivi mentali era relativamente scarsa e decisamente inconclusiva. Senza notevole successo, Galton aveva sperimentato una serie di misurazioni che, per la maggior parte, erano registrazioni di indici fisiologici e tempi di reazione piuttosto che test sul ragionamento. Binet decise di costruire una serie di compiti che potessero valutare, più direttamente, i vari aspetti del ragionamento. Nel 1904 Binet fu incaricato dal ministro della Pubblica istruzione di effettuare uno studio con uno scopo specifico e pratico: sviluppare tecniche per identificare quei bambini il cui insuccesso nelle classi normali suggeriva la necessità di particolari forme d’educazione. Binet scelse un corso puramente pragmatico. Per svolgere il suo lavoro, decise di mettere insieme una lunga serie di brevi compiti relativi a problemi della vita di tutti i giorni, per esempio contare monete o stabilire quale volto fosse più «grazioso», supponendo che tali compiti includano dei processi di base del ragionamento come la «direzione (ordinare), la comprensione, la capacità inventiva e la critica (correggere)» (Binet, 1909). Le abilità apprese, come per esempio la lettura, non sarebbero state trattate esplicitamente. I test erano somministrati individualmente da esaminatori esperti che guidavano i soggetti attraverso i compiti ordinati in base alla loro difficoltà. Diversamente dai precedenti test progettati per misurare «facoltà» specifiche e indipendenti dalla mente, la scala di Binet era un insieme di varie attività. Binet sperava che riunendo abbastanza test relativi ad abilità differenti, sarebbe stato in grado di riassumere in un singolo punteggio il potenziale generale di un bambino. Sottolineò la natura empirica del suo lavoro nel famoso detto (1911, p. 329): «Si potrebbe dire che “ha poca importanza che i test siano così lunghi quanto numerosi”». Binet pubblicò tre versioni della scala prima della sua morte nel 1911. L’edizione

del 1905 collocava semplicemente i compiti in ordine crescente di difficoltà. La versione del 1908 stabiliva il criterio usato nella misurazione di ciò che da allora fu detto QI Binet decise di assegnare a ogni compito un livello d’età definito come l’età più giovane alla quale un bambino d’intelligenza normale dovrebbe essere in grado di completare il compito con successo. Il bambino iniziava il test Binet con i compiti per l’età più giovane e procedeva in sequenza finché non poteva più completarli. L’età associata con gli ultimi compiti che poteva effettuare corrispondeva alla sua «età mentale» e il suo livello intellettivo generale era calcolato sottraendo la sua età mentale dalla sua reale età cronologica. I bambini la cui età mentale era sufficientemente al di sotto dell’età cronologica potevano allora essere identificati per i programmi d’educazione speciale. Binet aveva in tal modo svolto il suo incarico per il ministero. Nel 1912 lo psicologo tedesco W. Stern sostenne che l’età 1 mentale doveva esser divisa per l’età cronologica e non sottratta da essa. Nacque così il quoziente d’intelligenza o QI Il QI ha avuto conseguenze rilevanti nel nostro secolo, e alla luce di ciò dovremmo indagare sui motivi di Binet anche solo per comprendere come le tragedie del suo errato uso sarebbero state evitate se il suo fondatore fosse ancora vivo e le sue preoccupazioni fossero state ascoltate. In opposizione all’approccio intellettuale generale di Binet al problema, l’aspetto più curioso della sua scala è il suo fuoco pratico ed empirico. Molti scienziati lavorano in questo modo a causa di profonde convinzioni o per inclinazione esplicita. Credono che la speculazione teorica sia vana e che il vero progresso scientifico avvenga per induzione da semplici esperimenti portati a termine per raccogliere i fatti principali e non per valutare teorie elaborate. Ma Binet fu principalmente un teorico; si poneva questioni di grande portata e partecipava con entusiasmo ai maggiori dibattiti filosofici che interessavano la sua area di studio, e aveva, a riguardo delle teorie dell’intelligenza, consistenti interessi. Pubblicò il suo primo libro, la Psycologie du raisonnement nel 1886, a cui seguì nel 1903 il suo famoso L’Étude experimentale de l’intelligence, nel quale abiurò le sue precedenti convinzioni e sviluppò una nuova impalcatura per analizzare il ragionamento umano. Inoltre Binet declinò esplicitamente l’idea di premiare con una qualunque interpretazione teorica la sua scala d’intelligenza, il più vasto e importante lavoro che avesse mai effettuato nella sua materia preferita. Perché un grande teorico si sarebbe comportato in modo così curioso, e apertamente contraddittorio? Binet cercò «di separare l’intelligenza naturale dall’istruzione» (1905, p. 42) nella sua scala: «È soltanto l’intelligenza che cerchiamo di misurare, eliminando il più possibile il grado di istruzione che il bambino possiede […]. Non gli diamo niente da leggere, niente da scrivere e non lo sottoponiamo a nessun test nel quale egli potrebbe avere successo per mezzo di ciò che ha precedentemente appreso» (ibid.). «È una caratteristica particolarmente interessante di questi test che ci permettono, quando necessario, di liberare la bellezza dell’intelligenza innata dalle pastoie della scuola.» (1908, p. 259) Eppure, nonostante questo ovvio desiderio di eliminare gli effetti superficiali

dovuti chiaramente alla conoscenza acquisita, Binet rifiutò di definire e speculare sul significato del punteggio che assegnò a ogni bambino. L’intelligenza, proclamò Binet, è troppo complessa per catturarla con un semplice numero. Questo numero, poi chiamato QI, è soltanto una grossolana guida empirica costituita per un limitato scopo pratico: Parlando propriamente, la scala non permette una misurazione dell’intelligenza, perché le qualità intellettuali non sono sovrapponibili, e quindi non possono essere misurate come può essere misurata una superficie lineare. (1905, p. 40) Inoltre, il numero è soltanto una media di tante prestazioni e non un’unica entità. L’intelligenza, ci rammenta Binet, non è una singola cosa rappresentabile in scala come l’altezza. «Sentiamo la necessità d’insistere su questo fatto» mette in guardia Binet (1911) «perché in seguito, nell’interesse della semplicità, parleremo di un bambino di otto anni che ha l’intelligenza di uno di sette o nove anni; queste espressioni, se accettate arbitrariamente, possono dar luogo a illusioni.» Binet fu un teorico troppo bravo per cadere nell’errore logico identificato da John Stuart Mill: «Credere che tutto ciò a cui è stato dato un nome debba essere un’entità e una creatura a sé stante, avente un’esistenza di per sé indipendente». Binet aveva anche un motivo sociale per la sua evasività. Temeva molto che questo suo strumento pratico, se materializzato come entità, potesse essere alterato e usato come un’etichetta indelebile piuttosto che come una guida per identificare i bambini bisognosi di aiuto. La sua preoccupazione era che i maestri con «zelo esagerato» potessero usare il QI come una comoda scusa: «Essi sembrano ragionare nel modo seguente: “Ecco un’ottima opportunità per liberarci dei bambini che ci pongono problemi”, e senza un vero spirito critico, designano coloro che sono risultati indisciplinati o disinteressati alla scuola» (1905, p. 169). Ma Binet temeva ancora di più quella che da allora fu chiamata la «profezia autoavverantesi». Un’etichetta rigida può stabilire il modo di operare dell’insegnante ed eventualmente dirottare il comportamento del bambino su un sentiero prestabilito: Quando esistono dei preconcetti, è veramente facile scoprire dei segni di regressione nell’individuo. Ciò significa operare come quei grafologi che, quando Dreyfus fu creduto colpevole, trovarono nella sua scrittura segni che egli era un traditore o una spia. (Ivi, p. 170) Non solo Binet rifiutò di definire il QI come intelligenza innata; si rifiutò anche di considerarlo uno strumento generale per classificare tutti gli alunni secondo il loro valore mentale. Costruì la sua scala soltanto per il limitato scopo dell’incarico avuto dal ministro della Pubblica istruzione: come guida pratica per identificare i bambini le cui scarse prestazioni indicavano il bisogno di un’educazione speciale: quelli che oggi verrebbero chiamati disagiati nell’apprendimento o leggermente ritardati.

Binet scriveva: «Siamo dell’opinione che il miglior uso della nostra scala non sarà nell’applicazione agli alunni normali, ma piuttosto a quelli con minor grado d’intelligenza» (1908, p. 263). Binet si rifiutò di speculare sulle cause delle scarse prestazioni. In ogni caso i suoi test non erano conclusivi: Nostro scopo è quello di essere in grado di misurare la capacità intellettiva di un bambino che ci è stato portato per sapere se è normale o ritardato. Dovremmo quindi studiare la sua condizione in quel momento e solo in quel momento. Non abbiamo niente a che fare né con il suo passato né con il suo futuro, di conseguenza trascureremo la sua eziologia, e non faremo nessun tentativo per distinguere fra idiozia congenita e acquisita […]. Per quanto riguarda il suo futuro noi adotteremo la stessa posizione; non tenteremo di stabilire o formulare una prognosi, e lasceremo senza risposta la questione se questo ritardo sia curabile o anche solo riducibile. Ci limiteremo ad accettare la verità riguardo al suo attuale stato mentale. (1905, p. 37) Ma di una cosa Binet era sicuro: qualsiasi fosse la causa della scarsa prestazione a scuola, l’obiettivo della sua scala era di identificare per aiutare e migliorare, non per categorizzare e limitare. Alcuni bambini potevano essere incapaci, per motivi innati, di raggiungere un apprendimento normale, ma tutti potevano migliorare grazie a un aiuto speciale. La differenza tra gli innatisti stretti e i loro oppositori non è, come alcune caricature suggeriscono, il credere che il comportamento del bambino è dovuto totalmente a fattori innati o a fattori ambientali e d’apprendimento. Dubito che i più convinti antinnatisti abbiano mai negato l’esistenza di differenze innate fra i bambini. Le differenze sono più una questione di politica sociale e di pratiche educative. Gli innatisti vedono le loro misure dell’intelligenza come segni di limiti innati e permanenti. Bambini così classificati potrebbero essere scelti e addestrati secondo le loro caratteristiche ereditarie e indirizzati verso professioni appropriate alla loro «costituzione biologica». L’uso del reattivo mentale diviene così una teoria dei limiti. Gli antinnatisti come Binet usano i test al fine di rilevare le caratteristiche mentali dei bambini, per aiutare. Senza negare il fatto evidente che non tutti i bambini, qualunque sia stato il loro addestramento educativo, saranno dei geni come Newton ed Einstein, essi mettono in rilievo il potere dell’educazione creativa per aumentare le capacità di successo di tutti i bambini, spesso in modo esteso e inaspettato. L’uso dei reattivi mentali diventa una teoria per incrementare la potenzialità del bambino attraverso un’educazione appropriata. Binet parlò eloquentemente d’insegnanti ben intenzionati, catturati nel pessimismo ingiustificato generato dai loro non validi assunti innatisti: Come so per esperienza [gli insegnanti] sembrano ammettere implicitamente che in una classe dove si trovano i migliori alunni si devono anche trovare i peggiori e che questo sia un fenomeno naturale e inevitabile del quale l’insegnante non dovrebbe preoccuparsi, così come nella società

si riscontra l’esistenza del ricco e del povero. Che grave errore! (1909, pp. 16-17) Come possiamo aiutare un bambino se lo definiamo incapace di riuscire a causa delle nostre convinzioni biologiche? Se non facciamo niente, se non interveniamo attivamente e utilmente, continuerà a perdere tempo […] e alla fine sarà scoraggiato. La situazione è molto seria per lui, e dato che il suo non è un caso eccezionale (dato che i bambini con difetti di comprensione sono legioni), potremmo dire che è per noi tutti e per tutta la società una questione seria. Il bambino che perde il piacere di lavorare in classe rischia fortemente di essere incapace di acquisirlo in seguito quando avrà lasciato la scuola. (Ivi, p. 100) Binet reagì contro il detto «la stupidità dura sempre» («quand on est bête, c’est pour longtemps»), e rimproverò gli insegnanti che «non sono interessati agli studenti carenti in intelligenza. Essi non hanno né simpatia né rispetto per questi, e il loro linguaggio incontrollato li spinge a dire, in loro presenza, cose tipo: “Questo è un bambino che non combinerà mai niente […], è scarsamente dotato […], non è affatto intelligente”. Quante volte ho sentito queste parole imprudenti» (ibid). Binet cita poi un episodio della sua discussione di laurea quando un esaminatore gli disse che non avrebbe mai avuto un «vero» spirito filosofico: «Mai! Che parola imponente. Alcuni recenti pensatori sembrano aver dato il loro sostegno morale a questi deplorevoli verdetti, affermando che l’intelligenza di un individuo è una quantità fissa, una quantità che non può essere aumentata. Dobbiamo protestare e reagire contro questo brutale pessimismo; dobbiamo cercare di dimostrare che è fondato sul nulla» (ivi, p. 101). I bambini identificati dai test di Binet lo erano al fine di essere aiutati e non per essere indelebilmente etichettati. Binet aveva suggerimenti pedagogici definiti e molti di questi furono seguiti. Credeva, soprattutto, che l’educazione speciale deve essere adeguata ai bisogni individuali dei bambini svantaggiati: deve essere basata sul «loro carattere, le loro attitudini, e sulla necessità di adattarsi ai loro bisogni e capacità» (ivi, p. 15). Binet suggerì piccole classi composte da quindici, venti studenti, invece di sessanta, ottanta allora comuni nelle scuole pubbliche frequentate dai bambini poveri. In particolare, difese i metodi speciali d’educazione, fra i quali incluse un programma che chiamò «ortopedia mentale»: Quello che dovrebbero dapprima apprendere non sono le materie d’insegnamento ordinarie, per quanto importanti esse siano, ma lezioni di volontà, attenzione e disciplina; prima della fatica grammaticale essi hanno bisogno d’esercitarsi nell’ortopedia mentale. In una parola, devono imparare ad apprendere. (1908, p. 257) L’interessante programma d’ortopedia mentale includeva una serie di esercizi fisici

progettati per migliorare, tramite il trasferimento a funzioni mentali, la volontà, l’attenzione e la disciplina che Binet vedeva come prerequisiti per lo studio delle materie scolastiche. In uno di questi, chiamato l’exercise des statues, e ideato per migliorare la sfera d’attenzione, i bambini si muovevano energicamente finché non veniva detto loro di assumere e mantenere una posizione immobile. (Quand’ero bambino anch’io giocavo così nelle strade di New York e anche noi chiamavamo questo gioco «alle statue».) Ogni giorno il periodo di immobilità doveva essere aumentato. In un altro gioco, ideato per migliorare la velocità, i bambini riempivano un foglio di carta con tanti punti quanti era loro possibile in un determinato tempo. Binet parlò con piacere del successo delle sue classi speciali (1909, p. 104) e sostenne che gli alunni che ne avevano beneficiato avevano aumentato non solo le loro conoscenze, ma anche la loro intelligenza. L’intelligenza, qualunque sia il suo significato, può essere aumentata da una buona educazione, non è una quantità fissa e innata: L’unico modo in cui l’intelligenza ci è accessibile è in questo senso pratico, per cui possiamo dire che l’intelligenza di questi bambini è stata aumentata. Abbiamo aumentato ciò che costituisce l’intelligenza dell’alunno: la capacità d’apprendere e d’assimilare l’istruzione. 3. La demolizione delle intenzioni di Binet in America Riassumendo, Binet insisteva su tre principi cardinali per l’uso dei suoi test. Tutti i suoi avvertimenti furono in seguito trascurati, e le sue intenzioni sovvertite, dagli innatisti americani, che interpretarono la sua scala alla lettera come mezzo di routine per sottoporre a test tutti i bambini. 1. I punteggi sono uno strumento pratico; non contraddicono alcuna teoria dell’intelletto. Non definiscono alcunché d’innato o permanente. Non si può definire ciò che loro misurano come «intelligenza» o come una qualunque altra entità concreta. 2. La scala è una guida empirica e grossolana per identificare i bambini leggermente ritardati, e quelli con problemi nell’apprendimento che necessitano di un aiuto speciale. La scala non è un mezzo per classificare i bambini normali. 3. Qualunque sia la causa di difficoltà nei bambini riconosciuti bisognosi d’aiuto, l’importanza sarà posta sul miglioramento attraverso l’addestramento speciale. I bassi punteggi non saranno usati per marcare i bambini come congenitamente incapaci. Se i principi di Binet fossero stati seguiti e i suoi test utilizzati adeguatamente, avremmo evitato uno dei principali usi errati della scienza nel nostro secolo. Ironicamente, molti consigli d’istituto delle scuole americane hanno compiuto un giro completo e sono tornati al punto di partenza, e ora usano il reattivo del QI solo come Binet raccomandava originariamente: come strumento per definire i bambini con specifici problemi d’apprendimento. Parlando personalmente, penso che i

reattivi del tipo QI furono d’aiuto nella diagnosi corretta relativa ai problemi d’apprendimento di mio figlio. Il suo punteggio medio, cioè il quoziente intellettivo, non significava molto perché era soltanto un miscuglio di punteggi molto alti e molto bassi, ma la configurazione dei valori bassi indicava l’area del suo deficit. L’uso errato dei reattivi mentali non è inerente all’uso stesso dei test. Esso proviene principalmente da due idee fallaci, «materializzazione» e «innatismo», abbracciate con molto entusiasmo (così sembra) da coloro che desiderano usare i reattivi mentali per continuare a mantenere i ranghi sociali e le distinzioni. Più avanti tratteremo della «materializzazione»: l’assunto che i punteggi dei test rappresentino un’unica cosa, disponibile in scala, situata nella testa e denominata intelligenza generale. La fallacia dell’innatismo non è la semplice affermazione che il QI è in un certo grado «ereditabile». Non ho dubbi che esso lo sia, benché il grado sia stato chiaramente esagerato dagli innatisti più zelanti. È difficile trovare qualche aspetto generale dell’anatomia o delle prestazioni umane che non abbia alcuna componente ereditaria. Da ciò deriva la fallacia innatista che risiede in due false implicazioni: 1. L’equazione «ereditabile» = «inevitabile». Per un biologo l’ereditarietà si riferisce al passaggio di tratti o tendenze lungo la genealogia familiare come risultato della trasmissione genetica. Questo dice poco sulla gamma di modificazioni ambientali alle quali questi tratti sono soggetti. Nel nostro gergo «ereditario» spesso significa «inevitabile»; ma non per un biologo. I geni non producono specifiche unità o elementi di un corpo; essi codificano una serie di forme in una schiera di condizioni ambientali. Inoltre, anche quando un tratto è stato costruito e fissato, l’intervento ambientale può ancora modificare i difetti ereditari. Milioni di americani vedono normalmente attraverso lenti che correggono deficienze di vista innate. L’affermazione che il QI è in certa percentuale «ereditabile» non è in conflitto con la credenza che un’educazione ben strutturata può aumentare ciò che noi chiamiamo, ancora non tecnicamente, «intelligenza». Un basso QI, parzialmente ereditato, può essere soggetto a un ampio miglioramento attraverso un’adeguata educazione allo stesso modo che può non esserlo. Il puro e semplice fatto della sua ereditarietà non permette conclusioni. 2. La confusione dell’ereditarietà all’«interno dei gruppi» e «tra gruppi». Il maggior impatto politico delle teorie innatiste non proviene dalla ereditarietà inferita dai test, bensì dalla sua estensione non valida dal punto di vista logico. Studi sull’ereditarietà del QI effettuati con metodi tradizionali, come comparare i punteggi dei parenti, o contrapporre i punteggi di figli adottivi sia coi genitori naturali che coi genitori adottivi, sono tutti del tipo «all’interno dei gruppi», cioè permettono una valutazione dell’ereditarietà all’interno di una singola e coerente popolazione (per esempio, gli americani bianchi). L’errore frequente consiste nell’assunzione che se l’ereditarietà spiega una certa percentuale di variazione fra gli individui dentro un gruppo, deve anche spiegare una simile percentuale della differenza nella media del QI fra i gruppi. Per esempio bianchi e neri. Ma la variazione fra individui all’interno di un gruppo e le differenze nei valori medi fra gruppi sono fenomeni

completamente separati. Un elemento non permette di speculare sull’altro. Un ipotetico e indiscutibile esempio sarà sufficiente. L’altezza umana ha un grado di ereditarietà maggiore di qualunque valore mai indicato per il QI. Prendiamo in considerazione due gruppi distinti di maschi adulti. I primi, con un’altezza media di metri 1,78, vivono in una prosperosa cittadina americana. I secondi, con un’altezza media di metri 1,68, vivono in un affamato villaggio del Terzo mondo. L’ereditarietà è di circa il 95 per cento in ogni caso, ciò vuol dire soltanto che genitori relativamente alti tendono ad avere figli alti e genitori relativamente bassi figli bassi. Questa altezza ereditabile all’interno dei gruppi non fornisce elementi né a favore né contro le possibilità che una migliore nutrizione, nella successiva generazione, possa aumentare l’altezza media degli abitanti del villaggio del Terzo mondo al di sopra di quella degli agiati americani. Allo stesso modo, il QI potrebbe essere altamente ereditabile all’interno dei gruppi e la differenza media fra bianchi e neri in America potrebbe registrare ancora e soltanto gli svantaggi ambientali di quest’ultimi. Spesso sono stato frustrato dalla seguente risposta al succitato monito: «D’accordo, capisco ciò che vuoi dire, tu hai ragione in teoria. Non vi può essere nessuna necessaria connessione dal punto di vista logico, ma non è più probabile, nonostante ciò, che differenze significative fra gruppi abbiano le stesse cause delle variazioni all’interno dei gruppi?». La risposta è ancora «no». In quanto, sebbene l’ereditarietà aumenti dentro gruppi e le differenze si accentuino fra loro, l’ereditarietà all’interno dei e tra i gruppi non è legata all’aumento del grado di probabilità con cui si manifesta. I due fenomeni sono semplicemente separati. Pochi argomenti sono più dannosi di quelli che vengono «sentiti» come giusti ma che non possono essere giustificati. Alfred Binet evitò questi errori e rimase fedele ai suoi tre principi. Gli psicologi americani sovvertirono le intenzioni di Binet e inventarono le teorie ereditarie del QI. Resero reali i punteggi di Binet e li considerarono come misure di un’entità chiamata intelligenza. Essi assunsero che l’intelligenza era ampiamente ereditata, e svilupparono una serie di speciosi argomenti confondendo differenze culturali e proprietà innate. Credevano che il punteggio del QI ereditato fissasse persone e gruppi a uno stadio di vita inevitabile. Supposero che le differenze medie fra gruppi fossero in larga misura il prodotto dell’eredità, a dispetto delle manifeste e profonde variazioni nella qualità della vita. Questo capitolo passa in rassegna i principali lavori di tre pionieri dell’innatismo in America: H.H. Goddard, che portò la scala di Binet in America e materializzò i suoi punteggi come intelligenza innata; L.M. Terman, che sviluppò la scala Stanford-Binet, e sognò una società razionale che assegnasse le professioni in funzione del punteggio QI; e R.M. Yerkes, che convinse l’esercito a sottoporre a reattivi mentali 1750000 uomini durante la Prima guerra mondiale, ponendo così le premesse, apparentemente obiettive, che rivendicavano diritti ereditari e portarono all’Immigration Restriction Act del 1924 con la sua bassa quota per i paesi afflitti dall’influsso malefico di corredi genetici mediocri.

La teoria ereditaria del QI è un prodotto nato e cresciuto in America. Se questa affermazione sembra paradossale, per un paese con tradizioni democratiche, ricordiamo anche il nazionalismo sciovinista della Prima guerra mondiale, la paura dei vecchi nazionalisti americani di fronteggiare una marea di manodopera a basso costo (e qualche volta politicamente radicale), immigrata dall’Europa meridionale e orientale, e soprattutto il nostro indigeno e ostinato razzismo.

H.H. Goddard e la minaccia del debole di mente 1. L’intelligenza come un gene mendeliano 1.1. GODDARD IDENTIFICA IL MORON

Rimane ora, per qualcuno, da determinare la natura della stupidità e completare la teoria del quoziente d’intelligenza. (H.H. GODDARD, 1917b, in una recensione di Terman, 1916) La tassonomia è sempre stata un problema controverso, poiché il mondo non ci giunge in distinti e piccoli quanti. La classificazione della deficienza mentale sollevò un salutare dibattito nei primi anni del nostro secolo. Due categorie di un ordinamento tripartito ebbero la generale approvazione: gli idioti non potevano sviluppare pienamente il linguaggio e avevano un’età mentale inferiore a tre anni; gli imbecilli non potevano padroneggiare il linguaggio scritto e la loro età mentale variava da tre a sette anni. (Entrambi i termini sono ora talmente radicati nella lingua delle invettive, che poche persone riconoscono il loro status tecnico all’interno della vecchia psicologia.) Idioti e imbecilli poterono essere categorizzati e separati per la soddisfazione della maggior parte dei professionisti, perché la loro afflizione era sufficientemente grave da garantirgli una diagnosi di reale patologia. Essi non sono come noi. Ma consideriamo il nebuloso e più minaccioso regno dei «deficienti di grado superiore»: la gente che poteva essere addestrata a compiti nella società, quelli che costituivano un ponte tra patologia e normalità e per questo minacciavano l’edificio tassonomico. Queste persone, con età mentale da otto a dodici anni, erano chiamate débile (o deboli) dai francesi. Gli americani e gli inglesi solitamente li chiamavano «deboli mentali», un termine impantanato in una disperata ambiguità perché altri psicologi usavano l’espressione «debolezza mentale» come termine generico per tutte le deficienze mentali, non solo per quelle di grado superiore. I tassonomi spesso confondono l’invenzione di un nome con la soluzione di un problema. H.H. Goddard, l’attivo direttore della ricerca della Vineland Training School nel New Jersey per ragazze e ragazzi deboli di mente, fece questo errore

cruciale. Ideò un nome per i carenti di «grado superiore», una parola che diventò radicata nella nostra lingua attraverso una serie di barzellette. La metaforica barba per queste facezie è ora talmente lunga che la maggior parte della gente probabilmente assegnerebbe al nome un’autentica genealogia. Ma Goddard inventò la parola nel nostro secolo. Battezzò queste persone come moron, da una parola greca che significa idiota. Goddard fu il primo divulgatore della scala di Binet in America. Tradusse gli articoli di Binet in inglese, applicò i suoi test e promosse il loro uso generale. Era d’accordo con Binet che il miglior uso dei test consisteva nell’identificare le persone appena sotto la gamma normale: quelli battezzati da poco come moron da Goddard. Ma le somiglianze fra Binet e Goddard finiscono qui. Binet rifiutava di definire i suoi punteggi come «intelligenza» e desiderava identificare per aiutare. Goddard considerava i punteggi come misure di una singola entità innata. Voleva cioè identificare al fine di riconoscere i limiti, segregare e ridurre la riproduzione per prevenire l’ulteriore deterioramento di una stirpe americana in pericolo, minacciata all’esterno dall’immigrazione e all’interno dalla prolifica riproduzione dei propri deboli di mente. 1.2. UNA SCALA LINEARE DELL’INTELLIGENZA

Il tentativo di costruire una classificazione lineare delle deficienze mentali, una scala crescente comprendente idioti, imbecilli e moron, incorpora due comuni errori che pervadono la maggior patte delle teorie del determinismo biologico discusso in questo libro: la materializzazione dell’intelligenza come un’entità singola e misurabile; e l’assunto, che risale ai crani di Morton (pp. 67-83) e arriva alla scala universale di Jensen dell’intelligenza generale di pensiero (pp. 295-298), che l’evoluzione è la storia di un progresso lineare e che una singola scala ascendente dal primitivo al progredito rappresenta il miglior modo d’ordinare la variazione. Il concetto di progresso è un pregiudizio profondo dall’antica genealogia (Bury, 1920) e ha un sottile potere anche per coloro che lo negano esplicitamente (Nisbet, 1980). Può la pletora di cause e fenomeni raggruppati sotto la rubrica «deficienze mentali» essere ordinata in modo utile in una singola scala con l’implicazione che ogni persona deve il suo posto alla relativa quantità di una singola sostanza, e che la deficienza mentale significa averne meno della maggior parte delle persone? Consideriamo alcuni fenomeni coinvolti nel comune novero assegnato un tempo ai deficienti di grado superiore: i ritardi di basso livello mentale generale, i disturbi specifici dell’apprendimento provocati da danni neurologici locali, gli svantaggi ambientali, le differenze culturali, le ostilità nei confronti di chi somministra i test. Consideriamo ancora alcune delle cause potenziali: modelli di funzione ereditati, patologie genetiche insorgenti accidentalmente e non trasmesse per linee familiari, danni cerebrali congeniti causati da infermità materna durante la gravidanza, traumi della nascita, cattiva nutrizione dei feti e dei bimbi e una varietà di cattive condizioni ambientali nei primi e nei successivi anni di vita. Inoltre, per Goddard, tutte le persone con età mentale tra otto e dodici anni erano moron, tutti dovevano

essere trattati approssimativamente nello stesso modo: istituzionalizzati o attentamente controllati, resi felici dall’organizzazione dei loro limiti e, soprattutto, ostacolati nella procreazione. Goddard può essere considerato l’innatista più ottuso di tutti. Usò la sua scala delle deficienze mentali allo scopo di identificare l’intelligenza come singola entità, e assunse che tutto ciò d’importante che la riguardasse era innato ed ereditato per linee familiari. Scrisse nel 1920: Espressa nella sua forma più chiara, la nostra tesi è che il principale elemento determinante della condotta umana è un processo mentale unitario che definiamo intelligenza; che questo processo è condizionato da un meccanismo nervoso innato; che il grado di efficienza che viene raggiunto da quel meccanismo nervoso e il conseguente grado di livello intellettuale o mentale è determinato dal tipo di cromosomi che provengono dall’unione delle cellule germinali; che il processo mentale è tuttavia poco incline a ogni influenza successiva eccetto incidenti tanto seri da poter distruggere parte del meccanismo. (Citato in Tuddenham, 1962, p. 491) Goddard estese la gamma dei fenomeni sociali, causati dalle differenze nell’intelligenza innata, fino a comprendere quasi tutto ciò che concerne il comportamento umano. Iniziando dai moron e proseguendo sulla scala, attribuì i comportamenti più indesiderati alla deficienza mentale ereditata dei malviventi. I loro problemi sono causati non solo dalla stupidità in sé, ma dal legame tra scarsa 2 intelligenza e immoralità. Un’intelligenza elevata non solo ci permette di fare i nostri calcoli; essa genera anche il giudizio assennato che è il fondamento di tutto il comportamento morale: L’intelligenza controlla le emozioni e le emozioni sono controllate in proporzione al grado d’intelligenza […]. Ne segue che se c’è scarsa intelligenza, le emozioni saranno incontrollate, e siano esse forti o deboli, comunque nelle azioni risulteranno disordinate, incontrollate e solitamente, come dimostra l’esperienza, sgradevoli. Quindi, quando noi misuriamo l’intelligenza di un individuo e veniamo a conoscenza che egli ne possiede molto meno del normale, tanto da rientrare nel gruppo che noi chiamiamo dei deboli mentali, di gran lunga abbiamo accertato il fatto più importante che lo riguarda. (1919, p. 272) Molti criminali, la maggior parte degli alcolizzati e delle prostitute, e anche i «poco di buono», i quali semplicemente non si inseriscono, sono moron: «Noi sappiamo che cos’è la debolezza mentale e ci è sorto il sospetto che tutte le persone che sono incapaci di adattarsi al proprio ambiente, che vengono meno alle convenzioni della società o al vivere civile, siano dei deboli mentali» (1914, p. 571). Al livello successivo, del «semplicemente ottuso», troviamo le masse lavoratrici che fanno ciò che per loro è spontaneo. «La gente che fa un lavoro ingrato» scrive

Goddard «è di regola nel posto che le spetta.» (1919, p. 246) Ora dobbiamo capire che ci sono vasti gruppi di uomini, operai, che sono di poco al di sopra del bambino cui deve essere detto cosa fare e mostrato come farlo; i quali, se vogliamo evitare un disastro, non devono essere collocati in posizioni in cui possano agire di loro propria iniziativa o a loro proprio giudizio […]. Ci sono solamente pochi che dirigono, i più devono essere diretti. (Ivi, pp. 243-244). All’estremo superiore, gli uomini intelligenti governano nel benessere e secondo giustizia. Nel 1919 Goddard, parlando dinanzi a un gruppo di studenti universitari di Princeton, dichiarò: Ora il punto è che i lavoratori possono avere un’intelligenza di 10 anni, mentre voi ne avete una di 20. Pretendere per l’operaio un’abitazione simile a quella di cui godete voi è un assurdo, come lo è insistere che ogni lavoratore debba ricevere una retribuzione da laureato. Come può esserci una cosa come l’uguaglianza sociale con questa ampia diversità di capacità mentale? «Democrazia» sosteneva Goddard «significa che le persone decretano, attraverso selezioni, l’individuo più saggio, più intelligente e umano che dica loro che cosa fare per essere felici. Quindi la democrazia è un metodo per arrivare a un’aristocrazia realmente benevola.» (Ivi, p. 237) 1.3. LA DIVISIONE DELLA SCALA IN COMPARTIMENTI MENDELIANI

Ma come possiamo risolvere i problemi sociali che ci circondano se l’intelligenza forma una scala singola e continua? A un primo livello, la scarsa intelligenza genera linee di condotta sociali deleterie, mentre al grado successivo la società industriale ha bisogno di lavoratori docili e ottusi che facciano funzionare i macchinari e accettino basse retribuzioni. A questo punto cruciale, come possiamo trasformare la scala continua in due categorie e continuare a mantenere l’idea che l’intelligenza è una singola entità ereditata? Ora possiamo capire perché Goddard prodigava tanta attenzione ai moron. Il moron minaccia la salute della razza perché occupa il più elevato posto tra gli indesiderabili e potrebbe, se non identificato, essere lasciato prosperare e propagarsi. Tutti riconosciamo l’idiota e l’imbecille e sappiamo cosa deve esser fatto; la scala deve essere interrotta appena sopra il livello del moron. L’idiota non costituisce il nostro più grande problema. È certamente disgustoso […]. Nonostante ciò vive la sua vita e basta. Egli non continua la razza procurando bambini simili a lui […]. È il moron il nostro più grande problema. (1912, pp. 101-102)

Goddard lavorò durante il primo fiorire dell’eccitazione che salutò la riscoperta del lavoro di Mendel e la decifrazione di base dell’ereditarietà. Ora noi sappiamo che virtualmente ogni principale caratteristica del nostro corpo è costruita attraverso l’interazione di molti geni tra di loro e con l’ambiente esterno. Ma in quei primi giorni, molti biologi ingenuamente supponevano che tutte le caratteristiche umane si comportassero come il colore e la grandezza, o il corrugamento dei piselli di Mendel; in breve, credevano che anche le parti più complesse di un corpo potessero essere costruite da singoli geni, e che le variazioni nell’anatomia o nel comportamento registrassero le diverse forme dominanti e recessive di questi geni. Gli eugenetisti afferrarono questa sciocca idea con avidità, in quanto permetteva loro di asserire che tutte le caratteristiche indesiderabili potessero essere attribuite a singoli geni, ed eliminate con un’appropriata limitazione della procreazione. La prima letteratura eugenetica è infarcita di speculazioni e di discendenze laboriosamente compilate e rabberciate circa il gene che causa l’istinto a viaggiare, rintracciato attraverso linee familiari di capitani di marina, o il gene del temperamento che rende alcuni di noi tranquilli e altri prepotenti. Non dobbiamo essere fuorviati dal fatto che oggi tali idee sembrano sciocche; esse rappresentarono, anche se per breve tempo, la genetica ortodossa ed ebbero un elevato impatto sociale in America. Goddard collegò questo effimero carrozzone con l’ipotesi che doveva rappresentare un elemento definitivo nel tentativo di materializzazione dell’intelligenza. Provò a tracciare le genealogie dei deficienti mentali nella sua scuola di Vineland e concluse che la «debolezza mentale» ubbidiva alla legge mendeliana dell’ereditarietà. La deficienza mentale deve quindi essere una cosa definita e deve essere governata da un singolo gene indubbiamente recessivo rispetto all’intelligenza normale (1914, p. 539). «L’intelligenza normale» Goddard concluse «sembra essere un carattere unitario, trasmesso precisamente in maniera mendeliana.» (Ivi, p. IX) Goddard affermò di essere stato spinto a sostenere questa improbabile conclusione dalla forza dell’evidenza, non da una qualsiasi speranza o pregiudizio a priori. Tutte le teorie o ipotesi che sono state presentate sono semplicemente espressioni di ciò che era suggerito dai dati stessi, e sono state poi elaborate nello sforzo di comprendere ciò che i dati sembrano includere. Alcune delle conclusioni sono così sorprendenti e difficili da accettare per l’autore così come, probabilmente, lo sono per molti lettori. (Ivi, p. VIII) Possiamo considerare seriamente Goddard un convertito, forzato e riluttante, a un’ipotesi che si adatta benissimo al suo schema generale e che risolve il suo problema più pressante in maniera così chiara? Un singolo gene per l’intelligenza normale rimuoveva la potenziale contraddizione tra una scala unilineare che indicava l’intelligenza come una singola, misurabile entità, e un desiderio di

separare e identificare il deficiente mentale come una categoria a parte. Goddard aveva separato la sua scala in due sezioni proprio al punto giusto: i moron portavano con sé una doppia dose di geni recessivi cattivi; i lavoratori ottusi avevano almeno una copia del gene normale e potevano essere posti davanti alle macchine. Inoltre, a questo punto, il flagello della debolezza mentale poteva essere eliminato tramite schemi di riproduzione facilmente pianificabili. Un gene poteva essere rintracciato, localizzato ed eliminato. Se un centinaio di geni regolano l’intelligenza, la riproduzione eugenetica deve fallire o procedere con disperata indolenza. 1.4. LA CURA E L’ALIMENTAZIONE APPROPRIATA DEI MORON (MA NON LA LORO PROCREAZIONE)

Se la deficienza mentale è l’effetto di un singolo gene, la strada che porta alla sua eventuale eliminazione si stende con evidenza davanti a noi: non permettere a tali persone di far figli: Se entrambi i genitori sono deboli mentali, tutti i loro bambini lo saranno. È ovvio che simili accoppiamenti non dovrebbero essere permessi. È perfettamente chiaro che a nessuna di tali persone dovrebbe mai essere concesso di sposarsi o di divenire genitori. È ovvio che se questa norma deve essere messa in atto, la parte intelligente della società deve imporla. (Ivi, p. 561) Se, per il bene della specie umana, i moron potessero controllare i propri istinti sessuali e desistere dall’attuarli, potremmo permettergli di vivere liberamente tra noi. Ma essi non possono, perché l’immoralità e la stupidità sono inesorabilmente collegate fra loro. L’uomo saggio può controllare la sua sessualità in maniera razionale: «Consideriamo per un momento l’emozione sessuale, che si suppone sia il più incontrollabile di tutti gli istinti umani; eppure è noto che l’uomo intelligente può controllarlo» (1919, p. 273). Il moron non è capace di comportarsi in modo così esemplare e sobrio: Non solo hanno poco controllo, ma spesso gli fa difetto la percezione delle qualità morali, anche se non gli è permesso di sposarsi, non gli è tuttavia impedito di divenire genitori. Cosicché, se vogliamo evitare assolutamente che una persona debole di mente divenga genitore, si deve far qualcos’altro che proibire semplicemente il matrimonio. A tal fine ci sono due proposte: la prima è la colonizzazione, la seconda è la sterilizzazione. (1914, p. 566) Goddard non si opponeva alla sterilizzazione, ma la considerava impraticabile perché la tradizionale suscettibilità di una società non ancora del tutto razionale avrebbe impedito una mutilazione così estesa. La soluzione da preferire doveva essere quella della colonizzazione in istituti esemplari come il suo a Vineland, New Jersey. Solamente qui la riproduzione dei moron poteva essere ridotta. Se l’opinione pubblica si opponeva alla notevole spesa della costruzione di tanti nuovi

centri di confino, il costo poteva facilmente essere recuperato dalla stessa economia che ne derivava. Se tali colonie fossero in numero sufficiente da prendersi cura di tutti i distinti casi di deboli mentali della comunità, prenderebbero largamente il posto dei nostri attuali ospizi e prigioni, e ridurrebbero considerevolmente il numero delle persone nei nostri manicomi. Tali colonie farebbero risparmiare un’annuale perdita di beni e di energia, dovuta all’azione di questa gente irresponsabile, sufficiente completamente, o quasi, al costo del nuovo impianto. (1912, pp. 105-106) All’interno di questi istituti, i moron potevano agire in sintonia al loro livello biologicamente fissato, veniva negata loro solo la fondamentale biologia della loro sessualità. Goddard concludeva il suo libro sulle cause della deficienza mentale con questa richiesta per la cura dei moron istituzionalizzati: «Trattateli come bambini in conformità alla loro età mentale, incoraggiateli ed elogiateli costantemente, non scoraggiateli o non rimproverateli mai; e li farete felici» (1919, p. 327). 2. Prevenzione dell’immigrazione e della propagazione di moron Una volta che Goddard ebbe identificato la causa della debolezza mentale in un singolo gene, la cura sembrava abbastanza semplice: non permettere ai moron del luogo di procreare e tener fuori quelli stranieri. Come contributo al secondo provvedimento, Goddard e i suoi colleghi visitarono nel 1912 Ellis Island «per osservare le condizioni e offrire qualsiasi suggerimento per quanto poteva essere fatto per assicurare un più completo esame degli immigranti allo scopo di individuare i deficienti mentali» (1917a, p. 253). Quel giorno, come Goddard descrisse la scena, la nebbia incombeva sul porto di New York e nessun immigrante poteva sbarcare. Ma un centinaio erano quasi pronti a partire, quando Goddard intervenne: «Scegliemmo un uomo giovane che sospettavamo deficiente, e attraverso l’interprete, procedemmo a somministrargli il test. Il ragazzo conseguì un punteggio di 8 nella scala di Binet. L’interprete disse: “Io non ero in grado di farlo quando venni in questo paese”, e sembrava pensare che il test fosse ingiusto. Lo convincemmo che il ragazzo era deficiente» (1913, p. 105). Incoraggiato da questa che fu una delle prime applicazioni della scala Binet in America, Goddard si procurò fondi per uno studio più esauriente, e nella primavera del 1913 inviò per due mesi e mezzo due donne alla Ellis Island. Esse erano istruite a individuare il debole mentale a vista, un compito che Goddard preferiva assegnare alle donne, cui attribuiva una superiore intuizione innata: Dopo che una persona ha avuto una considerevole esperienza in questo lavoro, acquista quasi il senso di che cosa sia la persona debole di mente, così che può riconoscerla da lontano. Le persone più indicate per questo

lavoro, e che io credo lo svolgerebbero al meglio, sono le donne. Esse sembrano possedere una capacità d’osservazione più fine degli uomini. Era del tutto impossibile per gli altri capire come queste due giovani donne potessero individuare il debole di mente senza ricorrere affatto al test di Binet. (Ivi, p. 106) Le donne di Goddard sottoposero a reattivo mentale 35 ebrei, 22 ungheresi, 50 italiani e 45 russi. Questi gruppi non potevano essere considerati come campioni casuali, poiché i funzionari statali avevano già «eliminato quelli che erano stati da loro riconosciuti come deficienti». Per equilibrare questa tendenza, Goddard e i suoi assistenti fecero così: «tralasciarono gli individui chiaramente normali. Ciò ci lasciò la grande massa degli “immigranti medi”» (1917a, p. 244). (Sono continuamente sorpreso delle dichiarazioni inconsce di pregiudizi che si insinuano nei resoconti apparentemente obiettivi. Notate che qui gli «immigranti medi» sono al di sotto del normale o, almeno, non chiaramente normali; questa era l’asserzione che Goddard stava, almeno alle apparenze, valutando e non asserendo a priori.) I test di Binet sui quattro gruppi portarono a un risultato stupefacente: l’83 per cento degli ebrei, l’80 per cento degli ungheresi, il 79 per cento degli italiani, e l’87 per cento dei russi erano deboli di mente; cioè al di sotto dell’età di 12 anni nella scala Binet. Goddard stesso fu sbalordito: chi poteva credere che i quattro quinti degli abitanti di ogni nazione fossero moron? «I risultati ottenuti nella suddetta valutazione dei dati sono così sorprendenti e difficili da accettare che possono essere a malapena ritenuti validi» (ivi, p. 247). Forse i test non erano stati adeguatamente spiegati dagli interpreti? Ma gli ebrei erano stati sottoposti ai reattivi da psicologi che parlavano lo yiddish, eppure non vennero classificati superiori agli altri gruppi. Alla fine, Goddard armeggiò con i test, ne scartò diversi e ottenne valori al di sotto del 40-50 per cento, ma nonostante ciò era scontento. I risultati ottenuti da Goddard erano anche più assurdi di quanto potesse immaginare, per due motivi, uno evidente, l’altro meno. Per quanto concerne la ragione meno ovvia, l’originale trasposizione di Goddard della scala Binet assegnava alla gente punteggi rigidi, tali da rendere moron soggetti solitamente considerati normali. Nel 1916 Terman, quando elaborò la scala Stanford-Binet, scoprì che la versione data da Goddard classificava le persone ben al di sotto rispetto alla sua. Terman riporta (1916, p. 62) che di 104 adulti, sottoposti da lui a reattivi, con età mentale tra i 12 e i 14 anni (intelligenza bassa ma normale), il 50 per cento erano moron nella scala di Goddard. Per quanto concerne la ragione più ovvia, proviamo a prendere in considerazione un gruppo composto da uomini e donne impauriti, che non parlano inglese e hanno appena sopportato un viaggio attraverso l’oceano su un ponte di terza classe. La maggior parte sono poveri e non sono mai andati a scuola, molti non hanno neppure mai tenuto una matita o una penna in mano. Si allontanano dalla nave, poi una delle intuitive donne di Goddard li prende da parte, li fa sedere, mette loro in mano una matita e chiede di riprodurre su un foglio un disegno che era stato mostrato loro un

momento prima, ma che ora è sottratto alla loro vista. Il loro fallimento potrebbe essere considerato il risultato delle condizioni in cui si svolge la prova, di debolezza, paura o confusione, piuttosto che di stupidità innata? Goddard considerò questa possibilità ma la scartò: La domanda successiva è «tracciare un disegno a memoria», prova superata solamente dal 50 per cento delle persone. Ai non iniziati ciò non sembrerà sorprendente poiché appare difficile, e anche coloro ai quali è familiare il fatto che i bambini normali di dieci anni superano la prova senza difficoltà, ammetteranno che le persone che non hanno mai tenuto in mano una penna o una matita, com’era il caso della maggior parte degli immigranti, possono trovare impossibile tracciare il disegno. (Ivi, p. 250) Ma anche guardando con occhio caritatevole questo fallimento, che cosa se non la stupidità poteva spiegare l’incapacità a esprimere in tre minuti più di sessanta parole, qualsiasi tipo di parole, nella propria lingua? Che cosa dire del fatto che solo il 45 per cento degli immigranti può dire sessanta parole in tre minuti, quando nello stesso tempo un bambino normale di undici anni qualche volta ne dice duecento! È difficile trovare una spiegazione per ciò che non sia la mancanza d’intelligenza o di vocabolario, ma in un adulto una tale mancanza di vocabolario probabilmente significherebbe mancanza d’intelligenza. Come può una persona vivere anche solo quindici anni in un qualsiasi ambiente senza apprendere centinaia di nomi di cui certamente in tre minuti potrebbe ricordarne sessanta? (Ivi, p. 251) E che dire dell’ignoranza della data, giorno o anche mese o anno? Dobbiamo d’altra parte concludere che il bracciante europeo che immigra in America non presta attenzione alcuna al trascorrere del tempo? Che la miseria della vita è così grave che egli non si cura se si è in gennaio o in luglio, né se si è nel 1912 o nel 1906? Anche se il calendario non è d’uso generale nel continente, o è alquanto complicato come in Russia, è possibile che una persona possa essere di considerevole intelligenza e tuttavia, a causa della peculiarità del suo ambiente, non abbia acquisito questa piccola e ordinaria parte di conoscenza? Se è così, che ambiente dev’esser stato! (Ivi, p. 250) Poiché l’ambiente, sia esso quello europeo o quello a diretto contatto, non poteva spiegare un tale misero fallimento, Goddard affermò: «Non possiamo evitare di giungere alla conclusione generale che questi immigranti posseggono un’intelligenza sorprendentemente bassa» (ivi, p. 251). L’alta percentuale di moron continuava a infastidire Goddard, ma alla fine la attribuì al carattere nuovo

dell’immigrazione: «In quest’ultimi anni si nota che l’immigrazione ha acquisito caratteri decisamente diversi da quelli dei primi anni […]. Attualmente stiamo accogliendo la feccia di ogni razza» (ivi, p. 266). «L’intelligenza degli immigranti medi di “terza classe” è bassa, forse del grado dei moron» (ivi, p. 243). Forse Goddard sperava che, fuori della folla, le cose andassero meglio sul ponte di coperta, ma non sottopose mai a test questi clienti più ricchi. Che cosa fare allora? Tutti questi moron dovevano essere reimbarcati o addirittura si doveva impedire loro innanzitutto di arrivare? Presagendo le restrizioni che sarebbero state legiferate entro un decennio, Goddard sostenne queste sue conclusioni: «Attribuire particolare considerazione alle azioni future in campo scientifico, sociale e legislativo» (ivi, p. 261). Ma ormai Goddard aveva attenuato la sua rigida posizione iniziale sulla colonizzazione dei moron. Forse non c’erano abbastanza lavoratori ottusi per occupare il vasto numero di mestieri francamente indesiderabili e così il moron poteva essere recuperato: «Svolgono una gran quantità di lavoro che nessun altro farebbe […]. C’è un’immensità di lavoro pesante che deve essere fatto, una notevole quantità di lavoro per il quale non desideriamo pagare abbastanza per assicurarci lavoratori più intelligenti […]. È possibile che il moron abbia trovato il suo posto» (ivi, p. 269). Nondimeno Goddard si rallegrò del generale restringimento degli standard di ammissione. In una pubblicazione (1917a) riporta che le deportazioni dovute a deficienze mentali erano aumentate nel 1913 del 350 per cento e nel 1914 del 570 per cento rispetto alla media dei cinque anni precedenti: Ciò era dovuto agli infaticabili sforzi dei medici che erano ispirati dalla convinzione che i test mentali potessero essere usati per l’identificazione degli stranieri con debolezze mentali […]. Se l’opinione pubblica americana desidera che gli stranieri deboli di mente siano esclusi, deve richiedere che il Congresso fornisca le necessarie condizioni nei porti d’entrata. (Ivi, p. 271) Al tempo stesso, in patria, i deboli di mente dovevano essere identificati e doveva essere impedito loro di procreare. In diversi studi Goddard espose la minaccia della stupidità, pubblicando genealogie di centinaia di buoni a nulla, persone affidate alla cura dello Stato e della comunità, che non sarebbero mai nate se ai loro antenati deboli di mente fosse stato proibito di procreare. Goddard scoprì una serie di indigenti e poco di buono che vivevano nel Pine barren del New Jersey e fece risalire la loro discendenza all’illecita unione di un uomo forte e sano con una prostituta di taverna debole di mente. Lo stesso uomo successivamente si sposò con una degna quacchera e iniziò un’altra discendenza totalmente composta da cittadini forti e sani. Dato che il progenitore aveva generato sia una discendenza buona che una cattiva, Goddard combinò i termini greci per il bello (kalós) e il brutto (kakós) e gli assegnò lo pseudonimo di Martin Kallikak. La famiglia Kallikak di Goddard svolse il ruolo di mito primordiale del movimento eugenetico per più decenni!

Lo studio di Goddard è poco più di una congettura fondata su conclusioni stabilite sin dal principio. Il suo metodo si basava, come al solito, sulla preparazione di donne dotate di intuizione a riconoscere a vista il debole di mente. Goddard non somministrò alcun test di Binet fra le capanne del Pine barren. La sua fiducia nell’identificazione a vista era illimitata. Nel 1919 analizzò il poema di Edwin Markham, The Man with the Hoe: Chinato dal peso dei secoli egli si poggia Su la sua zappa e fissa il terreno, La vacuità degli anni sul suo volto E su la sua schiena il fardello del mondo. Il poema di Markham fu ispirato dal famoso dipinto omonimo di Millet. Esso, protestava Goddard, «sembra implicare che l’uomo dipinto da Millet giunge alla sua condizione come risultato della condizione sociale che lo trattiene al suo posto e lo rende simile alle zolle che rivolta» (1919, p. 239). Sciocchezze, esclamava Goddard. La maggior parte dei contadini soffre solo della propria debolezza mentale, e il dipinto di Millet lo prova. Markham non si accorgeva forse che il contadino è un deficiente? «L’uomo con la zappa di Millet è un uomo con un arresto nello sviluppo mentale, il dipinto è il ritratto perfetto di un imbecille» (ivi, pp. 239240). Alla scottante domanda di Markham: «Di chi è il soffio che spegne la fiamma in questo cervello?», Goddard replica che in quel cervello il fuoco mentale non è mai stato acceso. Dato che Goddard poteva determinare il grado della deficienza mentale semplicemente esaminando un dipinto, di certo non si aspettava problemi con le persone in carne e ossa. Spedì la formidabile signorina Kite, che avrebbe prestato servizio poi alla Ellis Island, nel New Jersey e lì essa rapidamente ricostruì la triste genealogia della linea kakós. Così Goddard descrive una delle identificazioni della signorina Kite: Abituata com’era alla vista della miseria e della degradazione, era penosamente preparata allo spettacolo che la circondava. Il padre, un uomo forte, sano, dalle spalle larghe, sedeva inerme in un angolo […]. Tre bambini mal vestiti, e con scarpe che a mala pena si tenevano insieme, stavano in piedi qui e là, con mascelle pendenti e l’inequivocabile sguardo da debole mentale […]. L’intera famiglia era una dimostrazione vivente della futilità del tentativo di rendere cittadini desiderabili una famiglia di deficienti attraverso la creazione e l’applicazione di leggi di educazione obbligatoria […]. Il padre stesso, sebbene fosse forte e vigoroso, mostrava dal volto di possedere solamente la capacità mentale di un bambino. La madre, sporca e cenciosa, era anch’essa un bambino. In questa casa di abietta povertà si aveva una sola sicura prospettiva davanti, quella di produrre molti bambini deboli di mente che avrebbero ostacolato gli ingranaggi del progresso umano. (1912, pp. 77-78)

Se queste identificazioni fatte sul posto sembrano un po’ affrettate o incerte, considerate il metodo di Goddard per trarre deduzioni sullo stato mentale dei defunti o di persone non disponibili: Dopo un po’ d’esperienza, chi lavora nel campo diviene in grado di dedurre lo stato mentale delle persone con cui non può avere un contatto diretto, tramite la similarità del linguaggio usato per descriverle con quello usato per descrivere le persone che ha visto. (Ivi, p. 15) Può esserci una qualche piccola informazione in mezzo a tali assurdità, ma io ho scoperto una disonestà ben più consapevole due anni fa. Il mio collega Steven Selden e io stavamo esaminando una copia del volume di Goddard sui Kallikak. Il frontespizio mostra un membro della linea kakós, salvato dalla depravazione attraverso la reclusione nell’istituto di Goddard a Vineland. Deborah, questo è il nome datole da Goddard, è una bella donna (fig. 17). Vestita di bianco, sta tranquillamente seduta a leggere un libro, mentre un gatto le sta comodamente in grembo. Altre tre illustrazioni mostrano membri della linea kakós che vivono poveramente nelle loro baracche. Tutti hanno sembianze da depravato (fig. 18). Le loro bocche sono di aspetto sinistro, i loro occhi sono fessure scure. Ma i libri di Goddard risalgono circa a settant’anni fa e l’inchiostro si è sbiadito. Appare chiaro che tutte le fotografie dei kakós non istituzionalizzati furono falsificate con l’inserimento di pesanti linee scure che davano agli occhi e alla bocca un aspetto diabolico. Le tre illustrazioni di Deborah sono inalterate.

Figura 17. A sinistra. Un ritratto di Deborah, discendente della famiglia Kallikak che viveva nell’istituto di Goddard.

Figura 18. A destra. Fotografie truccate di componenti della famiglia Kallikak che vivevano in povertà nel Pine barren del New Jersey. Notare la bocca e le sopracciglia accentuate per produrre una sembianza di cattiveria o di stupidità. L’effetto è molto più chiaro nelle fotografie originali riprodotte nel libro di Goddard. Selden diede la sua copia del volume a James H. Wallace Jr., direttore dei servizi fotografici alla Smithsonian Institution. Wallace scrive (nella lettera a Selden del 17 marzo 1980): Non può esserci il minimo dubbio che le fotografie dei membri della famiglia Kallikak sono state ritoccate. Inoltre, appare che questo ritocco era limitato ai tratti facciali degli individui in questione: in maniera specifica agli occhi, alle sopracciglia, alla bocca, al naso e ai capelli. Rispetto agli standard attuali, questo tipo di ritocco è estremamente grossolano ed evidente. È tuttavia necessario ricordare che, al tempo della pubblicazione originale del libro, la nostra società era molto meno sofisticata nel campo visivo. L’uso della fotografia era limitato, i casuali osservatori di allora non avevano neppure la capacità di confronto posseduta oggi anche dai preadolescenti […]. La durezza dà chiaramente un aspetto sinistro di lineamenti fissi, talvolta di cattiveria, talvolta di ritardo mentale. Se questi ritocchi non furono fatti per dare all’osservatore una falsa impressione delle caratteristiche delle persone ritratte, è difficile capire perché vennero fatti. A questo riguardo credo che il fatto che nessun’altra parte delle fotografie o degli individui sia stata ritoccata è pure significativo […]. Trovo che queste fotografie sono una varietà estremamente interessante di manipolazione fotografica. 3. Goddard ritratta Dal 1928 Goddard cambiò posizione, e divenne sostenitore dell’uomo di cui aveva originariamente alterato il lavoro, Alfred Binet. Per prima cosa Goddard ammise di aver posto il limite superiore della stupidità troppo in alto: Per un certo periodo, abbastanza incautamente si era supposto che chiunque, sottoposto a test, risultasse di età mentale di 12 anni o meno fosse debole di mente […]. Ora sappiamo naturalmente che solo una piccola percentuale delle persone che ottengono tale punteggio sono realmente deboli mentali ovvero, sono incapaci di amministrare i loro interessi con ordinaria prudenza o di competere nella lotta per l’esistenza. (1928, p. 220) Ma nonostante la ridefinizione del livello, i moron autentici continuano a essere

molti. Come bisogna agire nei loro riguardi? Goddard non smise di credere che la loro condizione mentale fosse ereditata, ma, adottate le posizioni di Binet, sostenne che la maggior parte degli stupidi, se non tutti, potesse essere educata a condurre una vita utile nella società: Il problema del moron è un problema di educazione e addestramento […]. Ciò potrebbe sorprendervi, ma francamente quando vedo ciò che è stato fatto per esso da un sistema di educazione, che di solito è solo per metà corretto, non ho difficoltà a concludere che qualora noi riuscissimo ad avere un’educazione completamente corretta non ci saranno moron che non possano amministrare se stessi e i loro interessi e competere nella lotta per l’esistenza. Potendo sperare di aggiungere a ciò un ordine sociale che letteralmente dà a ogni uomo una possibilità, sarei del tutto sicuro del risultato. (Ivi, pp. 223-224) Ma se permettiamo che i moron vivano all’interno della società, essi si sposeranno e procreeranno, e questo non è il più grande pericolo, causa del precedente e appassionato ammonimento di Goddard? Alcuni obietteranno che questo progetto trascura l’aspetto eugenetico del problema. Nella comunità, i moron si sposeranno e avranno bambini. E perché no?… Si può anche obiettare che genitori stupidi probabilmente daranno alla luce bambini imbecilli o idioti. Ciò non è dimostrato. Il pericolo è probabilmente trascurabile. Per lo meno, non è probabile che ciò avvenga con maggior frequenza rispetto a ciò che avviene nella popolazione 3 normale. Io suppongo che la maggior parte di voi, come me, troverà difficile ammettere che quanto sopra può essere il giusto punto di vista. Abbiamo lavorato troppo a lungo sotto l’influenza delle vecchie concezioni. (Ibid.) Goddard concludeva ribaltando i due baluardi del suo passato sistema: 1. La debolezza mentale (il moron) non è incurabile. 2. Il debole di mente non necessita generalmente di essere segregato in istituti. (Ivi, p. 225) «Per quanto mi riguarda» confessò Goddard «penso di essere passato al nemico.» (Ivi, p. 224)

L.M. Terman e la diffusione di massa del QI innato Senza prestare alcuna attenzione a tutto ciò che intercorre tra il concepimento e l’età dell’asilo infantile, annunciano, sulla base di ciò che hanno

estratto da poche migliaia di questionari, che stanno misurando la dotazione intellettiva ereditaria della razza umana. Ovviamente questa conclusione non proviene da ricerche. Ma è fondata sul proprio credo. E penso che per la maggior parte è stabilita inconsciamente […]. Se prende piede l’impressione che questi test misurano realmente l’intelligenza, che costituiscono una sorta di ultimo giudizio sulla capacità del bambino, che rivelano «scientificamente» la sua predestinata abilità, allora sarebbe mille volte meglio se tutti coloro che valutano l’intelligenza, con tutti i loro questionari, fossero affondati senza preavviso nel Mar dei Sargassi. (WALTER LIPPMANN nel corso di un dibattito con Lewis M. Terman) 1. I test di massa e la scala Stanford-Binet Lewis M. Terman, dodicesimo di quattordici figli di una famiglia che viveva in una fattoria dell’Indiana, scoprì il suo interesse per lo studio dell’intelligenza grazie a un frenologo, e insieme venditore ambulante di libri, che visitò la sua casa quando aveva nove o dieci anni, predicendogli una buona fortuna dopo aver sentito i bernoccoli della sua testa. Terman perseguì questo primo interesse senza mai dubitare che un valore mentale misurabile fosse situato all’interno della testa della gente. Nella sua tesi di laurea del 1906, Terman esaminò sette ragazzi «brillanti» e sette «stupidi» e difese, come misura dell’intelligenza, ognuno dei suoi test, appellandosi al catalogo standard degli stereotipi delle razze e nazionali. Per quanto riguarda i test per l’invenzione scrisse: «Abbiamo solamente confrontato il negro con l’esquimese o l’indiano, e l’indigeno australiano con l’anglosassone, essendo stati attratti dall’evidente relazione che intercorre tra intelletto in generale e capacità inventiva» (1906, p. 14). Per le capacità matematiche proclamò: «L’etnologia mostra che il progresso della razza si è sviluppato parallelamente alla capacità di trattare concetti e relazioni matematiche» (ivi, p. 29). Terman concluse il suo studio commettendo entrambi gli errori identificati a p. 156 come fondamenti della posizione innatista. Materializzò i punteggi medi dei test come una «cosa» chiamata intelligenza generale perorando la prima delle due seguenti possibili posizioni: «È la capacità intellettiva un deposito in banca dal

quale possiamo prelevare per qualsiasi fine si desideri, o è piuttosto un blocchetto di assegni circolari distinti, ognuno dei quali può essere usato solo per un fine specifico e inconvertibile?» (ivi, p. 9). E mentre ammetteva di non poter fornire alcun sostegno a tale scelta, difendeva il punto di vista innatista: «Mentre presentiamo pochi dati concreti sui soggetti, lo studio ha rafforzato la mia impressione di una maggiore importanza delle doti innate rispetto all’educazione, in qualità di fattore determinante del grado intellettivo di un individuo tra i suoi simili» (1906, p. 68). Goddard introdusse la scala di Binet in America, ma Terman fu il principale artefice della sua diffusione. L’ultima versione di Binet del 1911 includeva cinquantaquattro compiti, graduati dalla preinfanzia alla media adolescenza. Nel 1916 la prima revisione fatta da Terman estendeva la scala agli «adulti superiori» e aumentava il numero dei compiti a novanta. Terman, che in quel periodo divenne professore alla Stanford University, diede alla sua revisione un nome che è divenuto ormai parte del vocabolario del nostro secolo: Stanford-Binet, lo standard, in 4 pratica, di tutti i test QI che seguirono. Io non presento alcuna analisi circostanziata del contenuto (vedi Block e Dworkin, 1976 o Chase, 1977), ma propongo due esempi per mostrare come i test di Terman accentuassero la conformità alle aspettattive e abbassassero di grado le risposte originali. Quando sono le norme sociali a costituire l’aspettativa, i test misurano ancora alcune astratte proprietà del ragionamento o piuttosto la dimestichezza col comportamento convenzionale? Terman aggiunse il seguente item alla lista di Binet: Un indiano, giunto in città per la prima volta nella sua vita, vide un uomo bianco cavalcare lungo la strada. Non appena gli fu vicino, l’indiano disse: «L’uomo bianco è un pigro, viaggia seduto». Che cos’era ciò su cui il bianco stava cavalcando e che fece dire all’indiano «viaggia seduto»? Terman accettava come unica risposta corretta «bicicletta» e non automobile o altri veicoli perché in questo caso non si sarebbe potuto usare il termine cavalcare che si riferisce al tipico movimento delle gambe, e neppure cavallo (la risposta «sbagliata» più comune) perché qualsiasi indiano che si rispetti avrebbe riconosciuto ciò che vedeva. (Io stesso risposi «cavallo» perché vidi l’indiano come un arguto ironista che criticava un indebolito abitante di città.) Anche alcune risposte originali come «un mutilato su una sedia a rotelle» e «una persona a cavalcioni sulla schiena di qualcuno» furono considerate errate. Terman incluse anche questo item, tratto dai test originali di Binet: «Il mio vicino ha ricevuto strani ospiti. Sono entrati prima un dottore, poi un legale, infine un prete. Che cosa pensate stesse accadendo?». Terman permetteva poco, oltre «una morte», sebbene avesse accettato «un matrimonio» da un ragazzo che descrisse come «un giovane eugenetista di larghe vedute» il quale rispose che il dottore andò per vedere se i futuri sposi erano sani, il legale per combinare il matrimonio, il

prete per il vincolo coniugale. Non accettava la combinazione «divorzio e seconde nozze» sebbene riportasse che un suo collega a Reno, in Nevada, aveva trovato la risposta «molto, molto comune». Non consentiva neppure soluzioni plausibili, ma semplici (una cena o un ricevimento) o risposte originali come: «qualcuno è moribondo, desidera sposarsi e vuol fare testamento prima di morire». Ma la maggiore influenza di Terman non fu nell’affinamento o nell’estensione della scala Binet. I compiti di Binet dovevano essere somministrati da personale addestrato che lavorava con un bambino alla volta. Essi non potevano essere usati come strumenti per una classificazione generale. Ma Terman desiderava sottoporre a test chiunque, nella speranza di stabilire una graduatoria delle capacità innate che potessero assegnare a ogni bambino la sua appropriata condizione di vita: Quali alunni saranno sottoposti a test? La risposta è: tutti. Se fossero sottoposti a test soltanto alunni selezionati, molti casi di bambini bisognosi di adattamento non sarebbero rilevati. Lo scopo dei test è dirci ciò che noi non sappiamo, e sarebbe un errore sottoporre a test solamente quegli alunni riconosciuti come chiaramente inferiori o superiori alla media. Alcune delle più grandi sorprese si sono avute nel sottoporre a test coloro che erano considerati superiori sebbene vicini alla media in abilità. Il test per tutti è pienamente garantito. (1923, p. 22) Lo Stanford-Binet rimase un test per singoli, come appunto lo era il suo progenitore, ma in pratica divenne il paradigma di tutte le versioni scritte che 5 seguirono. Grazie a un’accurata manipolazione ed eliminazione, Terman uniformò la scala in modo che i bambini «medi» ottenessero un punteggio di 100 a ogni età (età mentale uguale età cronologica). Terman eguagliò anche le variazioni tra i bambini in modo da stabilire una deviazione standard di 15 o 16 punti a ogni età cronologica. Con la media di 100 e la deviazione standard di 15, lo Stanford-Binet divenne (e per molti aspetti lo è ancora oggi) il criterio fondamentale per valutare la pletora di test di massa scritti che seguirono. Vi è in ciò un’errata argomentazione di fondo che procede così: sappiamo che lo Stanford-Binet misura l’intelligenza; quindi qualsiasi test scritto, che sia strettamente correlato con lo Stanford-Binet, ugualmente misura l’intelligenza. Negli ultimi cinquant’anni molto del complesso lavoro statistico eseguito da chi somministra i test non fornisce alcuna conferma, che possa essere considerata indipendente, in favore dell’asserzione che i test misurano l’intelligenza, ma semplicemente stabilisce una correlazione con uno standard prestabilito e indiscusso. Ben presto i test divennero un’industria multimilionaria; le società di marketing non osavano correre il rischio con test che non rivelassero una correlazione con lo standard di Terman. L’Army Alpha (vedi pp. 189-214) segnò l’inizio dei test di massa, ma entro pochi anni dalla fine della guerra un’ondata di test concorrenti accolse gli amministratori scolastici. Un rapido sguardo all’avviso accluso al successivo libro di Terman (1923) illustra, drammaticamente e involontariamente,

come tutte le caute parole di Terman circa una valutazione lunga e attenta (1919, p. 299, per esempio) potevano svanire davanti a un restringimento delle spese e del tempo, quando il suo desiderio di sottoporre a test tutti i bambini divenne realtà (fig. 19). Se le scuole avessero adottato il seguente esame, propagandato in Terman (1923) e costruito da una commissione che includeva Thorndike, Yerkes e lo stesso Terman, trenta minuti e cinque test potevano segnare un bambino per la vita.

Figura 19. Una nota, di Terman e Yerkes tra gli altri, per i test mentali di massa. Test nazionale di intelligenza per le classi 3-8 [Questi test sono] il diretto risultato dell’applicazione dei metodi usati

dall’esercito nella somministrazione dei test, ai bisogni della scuola […]. I test sono stati selezionati da un ampio gruppo di reattivi mentali in seguito a una verifica e a un’accurata analisi eseguita da uno staff di statistici. Le due scale preparate consistono di cinque test l’una (con esercizi pratici) e devono essere somministrate in trenta minuti. Sono semplici nell’applicazione, attendibili e immediatamente utili nel classificare i bambini nelle classi da 3 a 8 rispetto all’abilità intellettiva. Attribuire i punteggi è eccezionalmente semplice. Se Binet fosse vissuto, sarebbe stato assai addolorato da una posizione così superficiale, ma avrebbe reagito con ancor più forza contro i fini di Terman. Terman concordava con Binet che il miglior modo di usare i test era per identificare «i deficienti di grado elevato», ma le ragioni che adottava erano in raggelante contrasto col desiderio di Binet di individuare e aiutare: È facile predire che nel prossimo futuro i test di intelligenza porteranno decine di migliaia di questi deficienti di grado elevato sotto la sorveglianza e la protezione della società. Ciò deriverà, in definitiva, dalla riduzione dei deboli di mente e dalla eliminazione di un’enorme quantità di crimini, miserie e inefficienza industriale. È appena necessario sottolineare che i casi d’alto grado, del tipo ora così frequentemente trascurato, sono precisamente quelli per i quali è più importante per lo Stato assumerne la tutela. (1916, pp. 6-7) Terman metteva inesorabilmente in risalto i limiti e la loro inevitabilità. Gli bastava meno di un’ora per annientare le speranze e sminuire gli sforzi di genitori, dotati di «buona intelligenza», in lotta con la sorte poiché afflitti da un bambino con un QI di 75. Strano a dirsi, la madre è incoraggiata e piena di speranza perché vede che il suo ragazzo sta imparando a leggere. Non sembra capire che alla sua età dovrebbe essere iscritto da tre anni alla scuola superiore. In particolare un test di quaranta minuti ha detto, circa le capacità mentali di questo ragazzo, più di quanto l’intelligente madre sia stata in grado di apprendere in undici anni di osservazioni fatte quotidianamente ora per ora. Dato che è un debole di mente non riuscirà mai a completare la scuola elementare, non sarà mai un lavoratore efficiente o un cittadino responsabile. (1916) Walter Lippmann, allora giovane giornalista, riuscì a vedere attraverso i numeri di Terman il nocciolo del suo tentativo preconcetto, e con moderata rabbia scrisse: Il pericolo dei test d’intelligenza è che in un sistema educativo di massa, i meno sofisticati e i più prevenuti si bloccheranno dopo aver classificato, dimenticando che il loro dovere è educare. Classificheranno il bambino

ritardato invece di combattere le cause della sua arretratezza. In quanto l’intera tendenza della propaganda, basata sui test d’intelligenza, è trattare le persone con basso quoziente d’intelligenza come individui congenitamente inferiori e senza speranza. 2. La tecnocrazia dell’innatismo di Terman Se ciò fosse vero, la soddisfazione emotiva e materiale in serbo per il testista dell’intelligenza sarebbe molto grande. Se egli stesse realmente misurando l’intelligenza e se l’intelligenza fosse una quantità fissa ed ereditaria, per lui significhebbe non solo dire dove collocare ogni bambino, a scuola, ma anche quali bambini potranno andare alla scuola superiore, quali all’università, quali a svolgere una professione, quali attività manuali e lavori ordinari. Se il somministratore di test mantenesse fede alle sue affermazioni, egli occuperebbe una posizione di potere che nessun intellettuale ha più sostenuto dal tracollo della teocrazia. La prospettiva è incantevole e in parte abbastanza eccitante. Se solo potesse essere provato o almeno creduto che l’intelligenza è fissata dall’eredità e che il somministratore di test può misurarla, quale futuro possiamo immaginare! La tentazione incoscia è troppo forte rispetto alla consueta difesa critica dei metodi scientifici. Con l’aiuto di una sottile illusione statistica, di complessi errori logici e di alcuni contrabbandati obiter dicta, l’ingannare se stessi come preliminare all’inganno del pubblico è quasi automatico. (WALTER LIPPMANN, in un dibattito con Terman) Platone sognava un mondo razionale governato da monarchi filosofi. Terman riportò

in vita questa visione pericolosa ma guidò la sua équipe di testisti della mente in un atto di usurpazione. Se tutte le persone potevano essere sottoposte a test, e poi collocate in ruoli appropriati alla loro intelligenza, allora una società giusta e soprattutto efficiente poteva essere edificata per la prima volta nella storia. Emarginare l’inferiore! Terman sosteneva che si devono rinchiudere o eliminare quelli la cui intelligenza è troppo bassa per condurre una vita efficiente o morale. La causa fondamentale della patologia sociale è la debolezza mentale innata. Terman criticò Lombroso per la teoria secondo la quale gli attributi esterni dell’anatomia sono espressione di comportamento criminale. In verità, la causa di ciò è sempre innata, ma il suo segno tangibile è un basso QI, non braccia lunghe o mascelle sporgenti: Le teorie di Lombroso sono state completamente screditate dai risultati dei test di intelligenza. Tali test hanno dimostrato, al di là di qualsiasi dubbio, che la più importante caratteristica di almeno il 25 per cento dei nostri criminali è la debolezza mentale. Le anormalità fisiche che sono state trovate così comuni tra i carcerati non sono le stimmate della criminalità, ma ciò che accompagna fisicamente la deficienza mentale. (1916, p. 7) Le persone deboli di mente sono doppiamente oppresse dalla loro infelice eredità, in quanto la mancanza d’intelligenza, di per sé abbastanza debilitante, conduce all’immoralità. Se volessimo eliminare la patologia sociale, dovremmo identificarne la causa nella biologia delle condotte sociali dei deboli mentali stessi, per poi eliminarli attraverso il confino in istituti, e soprattutto impedendo loro di sposarsi e di procreare. Non tutti i criminali sono deboli di mente, ma tutte le persone deboli di mente sono criminali potenziali. Che ogni donna debole di mente sia una prostituta potenziale, a malapena sarebbe messo in discussione da qualcuno. Il senso morale come quello degli affari o quello sociale o ogni processo di pensiero superiore di altro tipo è funzione dell’intelligenza. La moralità non può fiorire e fruttificare se l’intelligenza resta infantile. (Ivi, p. 11) I deboli mentali, nel senso di incompetenti sociali, sono per definizione un onere più che un bene, non solo economicamente ma ancor più a causa della loro tendenza a divenire delinquenti o criminali […]. La sola maniera efficace di trattare i deboli mentali senza speranza è tramite custodia permanente. Gli obblighi della scuola pubblica sono piuttosto quelli di provvedere all’ampio e più promettente gruppo dei bambini che sono solamente inferiori. (1919, pp. 132-133) In difesa dell’uso universale del test, Terman scrisse: «Considerando il tremendo costo del vizio e del crimine, il quale con tutta probabilità ammonta a non meno di 500000000 di dollari all’anno soltanto negli Stati Uniti, è evidente che i test

psicologici hanno trovato qui una delle più ricche applicazioni» (1916, p. 12). Dopo aver individuato le condotte sociali deleterie al fine di rimuoverle dalla società, i test di intelligenza potevano indirizzare le persone biologicamente accettabili alle professioni che meglio si adattavano al loro livello mentale. Terman sperava che i suoi testisti avrebbero «determinato il minimo di “quoziente di intelligenza” necessario per svolgere con successo ogni principale mestiere» (ivi, p. 17). Ogni professore coscienzioso cerca di trovare lavoro per i suoi studenti, ma pochi sono abbastanza audaci da spacciare i loro discepoli come fautori di un nuovo ordine sociale: Gli interessi industriali, senza dubbio, subiscono enormi perdite dall’impiego di persone la cui abilità mentale non corrisponde ai compiti che ci si aspetta siano in grado di eseguire […]. Ogni ditta che impiega dai 500 ai 1000 lavoratori come, per esempio, un grande magazzino potrebbe risparmiare in questo modo varie volte il salario di uno psicologo ben addestrato. Terman, in pratica, precludeva le professioni di prestigio e ben ricompensate alle persone con un QI inferiore a 100 (1919, p. 282) e sosteneva che «un vero successo» probabilmente richiedeva un QI superiore a 115 o 120. Ma il suo maggiore interesse era costruire delle classi per il livello inferiore della scala, per quelle persone che aveva stimato «solamente inferiori». La moderna società industriale necessita dell’equivalente tecnologico della metafora biblica per tempi più bucolici: «taglialegna e portatori d’acqua». E ce ne sono molti di loro: L’evoluzione della moderna organizzazione industriale, insieme con la meccanizzazione del processo attuato tramite macchinari, sta rendendo possibile una sempre più numerosa utilizzazione di persone con qualità mentali inferiori. Un uomo con la capacità di pensare e organizzare guida il lavoro di dieci o venti operai, che eseguono ciò che è ordinato loro e non hanno molto bisogno di ingegnosità o iniziativa. (Ivi, p. 276) Un QI di 75 o meno dovrebbe essere il regno della manodopera non specializzata, da 75 a 85 «prevalentemente il campo per manodopera semi-specializzata». Potevano anche essere fatti giudizi più specifici. «Qualcosa al di sopra di un QI di 85 nel caso di un barbiere rappresenta assolutamente uno spreco» (ivi, p. 288). Un QI di 75 è «un rischio pericoloso per un macchinista o un conducente e contribuisce allo scontento». La formazione e la collocazione professionale adatta sono essenziali per quelli «della classe da 70 a 85». Senza questo, essi tendono ad abbandonare la scuola «e a essere facilmente trasportati entro le classi degli antisociali o a confluire nell’esercito degli scontenti bolscevichi» (ivi, p. 285). Terman svolse un’indagine sul QI dei professionisti e concluse con soddisfazione che un’assegnazione imperfetta dovuta all’intelligenza era già avvenuta

naturalmente. Le imbarazzanti eccezioni erano da lui spiegate. Studiò 47 dipendenti d’agenzie di spedizioni, uomini impiegati in meccanici lavori ripetitivi «che offrivano opportunità estremamente limitate per l’esercizio dell’ingegnosità o anche di giudizi personali» (ivi, p. 275). Tuttavia il loro QI medio era 95 e precisamente il 25 per cento misurava più di 104, guadagnandosi così un posto fra le classi delle persone intelligenti. Terman fu perplesso, ma attribuì tale basso risultato in primo luogo alla mancanza di «qualità emotive, morali o di altre qualità ugualmente desiderabili», quantunque ammettesse che «pressioni economiche» potevano aver spinto qualcuno «fuori dalla scuola prima che fosse addestrato per un servizio più difficile» (ibid). In un altro studio, Terman raggruppò un campione di 256 «vagabondi e disoccupati», in gran parte provenienti da una «casa del vagabondo» di Palo Alto. Si aspettava di trovare che il loro QI medio si collocasse al limite inferiore della lista; tuttavia si imbatté in una media di 89 che, se da un lato non suggeriva una dote spropositata per i vagabondi, dall’altro li classificava al di sopra dei macchinisti, delle commesse, dei pompieri e dei poliziotti. Terman ovviò a questa difficoltà ordinando la sua tabella in un modo curioso. La media dei vagabondi era pericolosamente alta, tuttavia la loro variazione interna era maggiore rispetto agli altri gruppi e includeva un considerevole numero di punteggi piuttosto bassi. Terman accomodò la sua lista prendendo solamente i punteggi appartenenti al 25 per cento più basso di ogni gruppo, e così fece sprofondare i suoi vagabondi in cantina. Se Terman avesse semplicemente sostenuto una meritocrazia basata sui risultati, da una parte si poteva biasimare la sua concezione d’élite, ma dall’altra lodare un progetto che concedeva l’opportunità per un duro lavoro e per una forte motivazione. Ma Terman credeva che i limiti delle classi fossero stati fissati dall’intelligenza innata. La sua ordinata scala di professioni, autorità e stipendi rifletteva il valore biologico delle classi sociali esistenti. Se anche i barbieri non fossero italiani, continuerebbero a provenire dalle classi povere e a rimanerci: L’opinione comune che il bambino proveniente da una famiglia colta rende meglio nei test unicamente per i vantaggi delle sue migliori condizioni familiari, è un’opinione del tutto gratuita. Praticamente tutte le indagini che sono state fatte circa l’influenza della natura e dell’educazione sulla prestazione mentale concordano nell’attribuire molta più influenza alla dote originale che all’ambiente. La normale osservazione suggerisce di per sé che la classe sociale cui la famiglia appartiene non dipende dalla sorte ma dalle naturali qualità dell’intelligenza e del carattere dei genitori […]. I figli di genitori fortunati e colti hanno nei test un punteggio più alto dei bambini provenienti da famiglie misere e ignoranti per il semplice motivo che la loro eredità è migliore. (1916, p. 115) 3. I resti fossili del QI degli ingegni del passato

Terman credeva che la società potesse avere bisogno della massa dei «semplicemente inferiori» per far funzionare le macchine; tuttavia la salute della società dipende fondamentalmente dalle capacità di comando di rari ingegni con elevati QI. Terman e i suoi colleghi pubblicarono una serie di cinque volumi intitolata Genetic Studies of Genius nel tentativo di definire e seguire la gente posta al limite superiore della scala Stanford-Binet. Nel primo volume, Terman decise di misurare, in retrospettiva, il QI di personaggi importanti della storia: statisti, militari e intellettuali. Se si fossero classificati al vertice della scala, allora il QI sarebbe stato sicuramente la sola misura di un valore fondamentale. Ma come si può recuperare un QI del passato senza rievocare il giovane Copernico per chiedergli che cosa l’uomo bianco stava cavalcando? Imperterriti, Terman e i suoi colleghi cercarono di ricostruire il QI delle persone importanti del passato e pubblicarono un grosso libro (Cox, 1926) che dev’essere annoverato tra le grandi curiosità di una letteratura già cosparsa di assurdità, anche se Jensen (1979, pp. 113 e 355) e altri continuano ancora a prenderlo sul 6 serio. Terman (1917) aveva già pubblicato uno studio preliminare su Francis Galton e aveva assegnato un impressionante QI di 200 a questo precursore del reattivo mentale. Quindi incoraggiò i suoi colleghi a procedere a una ricerca più ampia. J.M. Cattell aveva pubblicato una classifica di mille personaggi della storia in base alla misurazione della lunghezza delle loro voci nei dizionari biografici. Catherine M. Cox, collaboratrice di Terman, ridusse la lista a 282 assemblando dettagliate informazioni biografiche sulla loro infanzia, e procedette a stimare due valori di QI per ognuno, chiamati l’uno QI A1, dalla nascita a diciassette anni, l’altro QI A2, da diciassette a ventisei anni. Cox si imbatté in problemi sin dall’inizio. Chiese a cinque persone, fra cui Terman, di leggere i suoi dossier e di valutare i due punteggi QI relativi a ogni individuo. Dei cinque, tre concordarono sostanzialmente nei loro valori medi, con un QI A1 raggruppato intorno a 135 e un QI A2 vicino a 145. Ma due persone si differenziarono notevolmente, una riportando un QI medio ben al di sopra, l’altra ben al di sotto. Cox semplicemente eliminò i loro punteggi, scartando così il 40 per cento dei suoi dati, e sostenne, a tal riguardo, che quei punteggi si sarebbero in ogni caso bilanciati tra loro nella media. Inoltre, se cinque persone che lavoravano nello stesso gruppo di ricerca potevano non esser d’accordo fra loro, quale speranza di uniformità e coerenza, per non parlare d’obiettività, poteva essere offerta? A parte queste avvilenti difficoltà pratiche, la logica di base dello studio era incrinata senza speranza fin dal principio. Le differenze nel QI che Cox registrò fra i suoi soggetti non misuravano le loro varie qualità, per non parlare della loro intelligenza innata. Invece le differenze sono un artefatto metodologico della differente qualità di informazione che Cox aveva a disposizione per compilare una relazione sull’infanzia e la prima giovinezza dei suoi soggetti. Cox cominciò con

l’assegnare un QI base di 100 a ogni individuo; chi valutava i suoi dossier in seguito, in conformità agli elementi forniti, aumentava o raramente diminuiva questo valore. I dossier di Catherine Cox sono composti da svariate liste di qualità dell’infanzia e della giovinezza, con un’enfasi sugli esempi di precocità. Poiché il suo metodo implicava un aumento al valore base di 100 per ogni elemento nel dossier, i QI stimati non registrano altro che la quantità di informazione disponibile. In generale, un punteggio QI basso riflette una mancanza di informazione, mentre un punteggio alto riflette una lista estesa (Cox ammise anche che non misurò il QI effettivo, ma solamente ciò che poteva essere dedotto in base a dati limitati, sebbene questa precisazione sia stata irrimediabilmente persa nella versione fornita al pubblico). Per credere, anche solo per un momento, che una tale procedura possa recuperare la corretta classificazione del QI tra «gli uomini di genio», si deve supporre che l’infanzia di tutti i soggetti sia stata scrupolosamente osservata e registrata con la stessa attenzione. Si dovrebbe affermare (come appunto Cox fa) che una mancanza di registrata precocità infantile indichi una vita monotona che non meritava di essere riferita e non di una vita straordinariamente dotata di talento che nessuno si era preoccupato di registrare. Due risultati fondamentali dello studio di Catherine Cox immediatamente destano in noi il sospetto che i suoi punteggi QI riflettano le casualità storiche di annotazioni sopravvissute, piuttosto che le varie qualità dei geni da lei esaminati. Per prima cosa non si ritiene che il QI possa cambiare in una direzione precisa durante la vita di un individuo. Inoltre, nei suoi studi, la media del QI A1 è 135, e la media del QI A2 è 145, un punteggio decisamente più alto. Quando noi esaminiamo minuziosamente i suoi dossier (interamente riportati in Cox, 1926) si vedono facilmente le ragioni e i chiari artifici del suo metodo. Cox ha a disposizione più informazioni sui suoi soggetti da giovani che da bambini (il QI A2 registra i successi ottenuti tra i diciassette e i ventisei anni, mentre il QI A1 quelli dei primi anni). In secondo luogo, Cox pubblicò punteggi sconvolgentemente bassi di QI A1 attribuiti ad alcuni personaggi formidabili, tra cui Cervantes e Copernico, entrambi a 105. I suoi dossier ne chiariscono il motivo: si conosce poco o niente riguardo alla loro infanzia, che non fornisce quindi nessun dato per aumentare il valore base di 100. Cox stabilì sette livelli di attendibilità per i suoi valori. Il settimo, che ci crediate o no, è «supposizione basata su nessun dato». Come altra prova più chiara, consideriamo i geni nati in umili condizioni, dove gli insegnanti privati e gli scrivani non abbondavano per incoraggiare e poi per riportare audaci gesta di precocità. John Stuart Mill poteva aver appreso il greco nella sua culla, ma Faraday o Bunyan ne hanno avuto mai la possibilità? I bambini poveri sono doppiamente svantaggiati; non solo nessuno si è preoccupato di annotare i loro primi anni di vita, ma sono anche retrocessi come diretto risultato della loro povertà in quanto, usando il sistema preferito degli eugenisti, Cox dedusse l’intelligenza innata dei genitori in base al loro lavoro e alla loro condizione sociale! Classificò i genitori su una scala di professioni da 1 a 5, assegnando ai loro

bambini un QI di 100 corrispondente al grado 3 dei genitori, e un bonus (o deficit) di 10 punti QI a ogni grado superiore o inferiore. Un bambino che non rivelava nessun valore durante i primi diciassette anni della sua vita poteva anche ottenere un QI di 120 in virtù del benessere dei suoi genitori o della loro condizione professionale. Consideriamo il caso del povero Massena, grande generale di Napoleone che toccò il fondo con un QI A1 di 100, e a proposito del quale, da bambino, non sappiamo nulla, tranne il fatto che prestò servizio come mozzo sulla nave di suo zio per due lunghi viaggi. Scrive Cox: I nipoti dei comandanti di navi da guerra probabilmente meritano qualcosa di più di un QI di 100: ma i mozzi che rimangono tali per due lunghi viaggi e sui quali non è riportato nient’altro oltre ciò fino all’età di diciassette anni, possono ottenere solo un QI medio inferiore a 100. (1926, p. 88) Altri eccellenti personaggi con genitori poveri e scarsi resoconti sull’infanzia avrebbero sofferto l’ignominia di un punteggio inferiore a 100. Ma Cox riuscì a adeguarsi alla situazione e a porvi rimedio spingendo tutti questi personaggi al di sopra dello spartiacque delle tre cifre, anche se di poco. Prendiamo in considerazione lo sfortunato Saint-Cyr, salvato solo da una lontana parentela, per mezzo della quale gli venne riconosciuto un QI A1 di 105: «Il padre fu un conciatore di pelli dopo essere stato macellaio, il che avrebbe dato a suo figlio un QI per status da 90 a 100; ma due suoi parenti lontani avevano ottenuto notevoli onorificenze di guerra, indicando così un lignaggio superiore nella famiglia» (ivi, pp. 90-91). John Bunyan era di fronte a ostacoli familiari ben più grandi di quelli del suo famoso Pilgrim, ma Cox riuscì a fargli ottenere un punteggio di 105: Il padre di Bunyan era un ottonaio o calderaio, ma un calderaio di riconosciuta posizione nel villaggio, e la madre non apparteneva alla squallida povertà, bensì a gente che fu «decente e rispettabile nella loro condotta». Ciò sarebbe una testimonianza sufficiente per una stima fra 90 e 100. Ma il resoconto va oltre e leggiamo che nonostante la loro «mediocrità e mancanza d’importanza» i genitori di Bunyan mandarono il loro ragazzo a scuola a imparare «a leggere e a scrivere», la qual cosa probabilmente indica che il ragazzo meritava di valere di più rispetto al suo potenziale futuro da calderaio. (Ivi, p. 90) Michael Faraday languiva vicino a 105 superando l’onta delle condizioni familiari tramite le notizie frammentarie circa la sua fidatezza come fattorino e la sua natura indagatrice. Il suo elevato QI A2 di 150 registra solo un aumento d’informazioni sulla sua più notevole prima maturità. In un caso, comunque, Cox non poté tollerare di registrare lo spiacevole risultato che il suo metodo dettava. Shakespeare, dalle umili origini e dall’infanzia sconosciuta, avrebbe riportato un punteggio inferiore a 100 punti. Così lo lasciò da parte, sebbene avesse incluso

diversi altri personaggi con resoconti sull’infanzia ugualmente inadeguati. Fra le altre curiosità sui punteggi che riflettono i pregiudizi sociali di Catherine Cox e di Terman, troviamo che diversi ragazzotti precoci (in particolare Clive, Liebig e Swift) furono degradati a causa della loro insubordinazione scolastica e in special modo per la loro ritrosia nei confronti degli studi classici. Un’animosità contro le arti interpretative è evidente nella valutazione dei compositori, che (come gruppo) si classificano subito prima dei soldati in fondo alla lista finale. Consideriamo l’inadeguatezza della seguente affermazione su Mozart: «Un bambino che impara a suonare il pianoforte a tre anni, che riceve e trae profitto dall’educazione musicale a quell’età e che studia ed esegue i più difficili contrappunti all’età di quattordici anni, è probabilmente sopra il livello medio del suo gruppo sociale» (ivi, p. 129). Io sospetto, alla fine, che Cox riconobbe le deboli basi del suo lavoro, nondimeno insistette coraggiosamente. Le correlazioni fra personaggi eminenti e QI assegnato portavano a risultati veramente deludenti: un semplice 0,25 per i personaggi eminenti nei confronti del QI A2, e nessuna cifra per gli stessi rispetto al QI A1 (secondo i miei calcoli è un più basso 0,20). Invece Cox mise in risalto il fatto che i suoi dieci più illustri soggetti avevano in media nel QI A1 4 punti, sì solo 4 punti, in più rispetto agli ultimi dieci della stessa lista. Cox calcolò la sua più forte correlazione (0,77) fra il QI A2 e «l’indice di credibilità», una misura dell’informazione disponibile riguardante i suoi soggetti. E questa è, a mio avviso, la migliore dimostrazione del fatto che i punteggi QI sono artefatti originati dalla differente qualitità di informazione, non misure di capacità innate o, visto l’argomento, di semplice talento. Cox lo riconobbe e, in un tentativo finale, provò a «correggere» i suoi punteggi viziati da mancanza d’informazione, tramite un riordinamento dei soggetti con scarsa documentazione verso l’alto, nel gruppo con indice di 135 per il QI A1 e 145 per il QI A2. Questo riordinamento spinse sostanzialmente in avanti i punteggi medi del QI, ma condusse a nuovi aspetti imbarazzanti. Nella classifica non corretta, i cinquanta personaggi più famosi avevano un QI A1 medio di 142, mentre gli ultimi cinquanta si aggiravano intorno a un punteggio più basso di 133. Con le correzioni, i primi cinquanta ottennero un punteggio di 160, gli ultimi cinquanta di 165. Infine, solo Goethe e Voltaire si trovavano in cima alla classifica sia tra i personaggi famosi che nel QI. Si potrebbe qui parafrasare il famoso sarcasmo di Voltaire su Dio e concludere che sebbene non esistessero adeguate informazioni sul QI dei personaggi illustri della storia, probabilmente era inevitabile che l’innatismo americano avrebbe cercato di inventarle. 4. La posizione di Terman sulle differenze di gruppo Il lavoro empirico di Terman misurava ciò che gli statistici chiamano «varianza all’interno del gruppo» del QI, cioè le differenze nei punteggi all’interno di singole popolazioni (per esempio, tutti i bambini di una scuola). Nella migliore delle ipotesi,

era in grado di dimostrare che bambini sottoposti a test e valutati buoni o scarsi in giovane età, generalmente mantenevano la loro posizione rispetto agli altri bambini anche quando crescevano. Terman attribuiva la maggior parte di queste differenze a variazione nella dotazione biologica, senza attestare niente al di là dell’asserzione che le persone ragionevoli riconoscono il predominio della natura sull’educazione. Questa specie di ereditarismo potrebbe offendere la nostra attuale sensibilità con la sua concezione elitaria e la proposta di cure istituzionali e di forzata astinenza dalla procreazione, tuttavia ciò di per sé non implicava la più controversa affermazione riguardo alle differenze innate fra gruppi. Terman effettuò questa estrapolazione non valida che in pratica tutti gli innatisti facevano e fanno tuttora. Il suo errore venne fuori dalla confusione tra l’origine delle reali patologie e le cause di variazione nel comportamento normale. Per esempio, sappiamo che il ritardo mentale associato con la sindrome di Down ha la sua origine in uno specifico difetto genetico (un cromosoma in più). Tuttavia, non possiamo, per tale ragione, attribuire il basso QI di molti bambini evidentemente normali a una biologia innata. Allo stesso modo noi potremmo anche affermare che tutte le persone eccedenti in peso non possono farci nulla, dato che molti individui veramente obesi possono far risalire la loro condizione a uno squilibrio ormonale. I dati di Terman, sulla stabilità dell’ordinamento del QI all’interno di gruppi di bambini in crescita, facevano ampio assegnamento sul persistente basso QI di individui afflitti biologicamente, a dispetto del tentativo di Terman di portare tutti i punteggi sotto l’ombrello di una curva normale (1916, pp. 65-67), e così suggerire l’idea che tutte le variazioni hanno una radice comune nel possesso di più o meno di una singola sostanza. In breve, non è valido estrapolare da variazioni all’interno di un gruppo differenze tra gruppi. Ed è doppiamente non valido usare la biologia innata di individui patologici come base per attribuire a cause innate una normale variazione all’interno di un gruppo. Per lo meno, gli innatisti del QI non imitarono i loro predecessori craniologi, nei loro severi giudizi sulle donne. Le ragazze non ottenevano punteggi QI inferiori ai ragazzi, e Terman proclamò che il loro accesso limitato alle professioni era ingiusto e allo stesso tempo implicava uno spreco di talenti intellettuali (ivi, p. 72; 1919, p. 288). Presumendo una corrispondenza tra QI e retribuzione, Terman notò che le donne con punteggi tra 100 e 120 generalmente guadagnavano come insegnanti o «stenografe di grado superiore», quanto gli uomini con un QI di 85 ricevevano come macchinisti, pompieri o poliziotti (1919, p. 278). Ma Terman accettò le posizioni innatiste sulla razza e le classi e dichiarò che la loro convalida era lo scopo primario del suo lavoro. Nella parte finale del capitolo sui possibili usi del QI (1916, pp. 19-20), Terman pose tre domande: È il posto occupato dalle cosiddette classi inferiori nella scala sociale e industriale il risultato della loro inferiore dotazione innata, oppure la loro evidente inferiorità è semplicemente il risultato di un’inferiore educazione familiare e scolastica? Il genio è più comune tra i bambini delle classi

educate che tra quelli delle classi ignoranti e povere? Sono le razze inferiori veramente inferiori o sono solamente sfortunate nella loro mancanza di opportunità di apprendere? A dispetto di una scarsa correlazione di 0,4 tra status sociale e QI, Terman avanzò cinque ragioni principali per sostenere che «nel determinare la natura delle caratteristiche in questione, l’ambiente ha molto meno importanza della dotazione originale» (1917, p. 91). Le prime tre ragioni, basate su correlazioni aggiuntive, non forniscono nessuna prova a favore di cause innate. Terman calcolò: 1) una correlazione di 0,55 tra status sociale e valutazione dell’intelligenza da parte degli insegnanti; 2) una di 0,47 tra status sociale e lavoro scolastico; 3) una correlazione 7 più bassa e non dichiarata tra «progresso durante gli anni della scuola elementare» e status sociale. Poiché tutte le cinque proprietà (QI, status sociale, valutazione dell’insegnante, lavoro scolastico e progresso durante gli anni della scuola elementare) possono essere misure ridondanti delle stesse cause complesse e sconosciute, la correlazione tra ogni coppia aggiuntiva accresce di poco il risultato base di 0,4 tra QI e status sociale. Se la correlazione di 0,4 non offre alcuna prova a favore di cause innate, lo stesso può essere detto a proposito delle correlazioni aggiuntive. La quarta ragione addotta, riconosciuta debole dallo stesso Terman (1916, p. 98), confonde una patologia probabile con una variazione normale, ed è quindi da ritenersi irrilevante per quanto discusso sopra: bambini deboli di mente sono occasionalmente nati da genitori ricchi o intellettualmente fortunati. Il quinto argomento rivela la forza delle convinzioni innatiste di Terman e la sua eccezionale insensibilità all’influenza dell’ambiente. Terman misurò il QI di venti bambini in un orfanotrofio della California. Qui tre solamente si rivelarono «completamente normali», mentre diciassette si classificarono tra 75 e 95. Terman sostiene che questi bassi punteggi non possono essere attribuiti alla mancanza dei genitori, perché […] l’orfanotrofio in questione è ragionevolmente buono e offre un ambiente che è stimolante per un normale sviluppo mentale come la vita familiare che si conduce tra le classi medie. I bambini vivono nell’orfanotrofio e frequentano un’eccellente scuola pubblica in un villaggio della California. (Ivi, p. 99) I bassi punteggi devono riflettere la biologia dei bambini affidati a tali istituti: Alcuni dei test che sono stati fatti in tali istituti indicano che la subnormalità mentale, di grado sia alto che moderato, è estremamente frequente tra i bambini che sono posti in questi ricoveri. La maggior parte, sebbene non tutti per ammissione generale, sono bambini di classi sociali inferiori. (Ibid.)

Terman non offre nessuna testimonianza diretta sulla vita di questi venti bambini al di là del fatto di essere stati collocati in istituti. Non è neppure certo che tutti provengano da «classi sociali inferiori». Sicuramente anche l’ipotesi più riduttiva collegherebbe i bassi punteggi QI all’unico fatto comune e incontestabile circa i bambini: la loro vita nell’orfanotrofio. Terman si spostò facilmente dagli individui alle classi sociali, alle razze. Angosciato dalla frequenza di punteggi QI tra 70 e 80, si lamentò: Ce ne sono migliaia come loro fra gli operai e le domestiche […]. I test hanno detto la verità. Questi ragazzi non sono educabili al di là dei puri e semplici rudimenti dell’istruzione. Nessuna istruzione scolastica li renderà mai elettori intelligenti o bravi cittadini […]. Essi rappresentano il livello d’intelligenza che è molto, molto comune tra le famiglie indo-spagnole e messicane del Sud-Ovest e anche tra i negri. La loro ottusità sembra essere di razza, o per lo meno propria del ceppo familiare da cui provengono. Il fatto che con tanta straordinaria frequenza si incontrino questi tipi tra indiani, messicani e negri suggerisce, davvero in modo convincente, che l’intero problema delle differenze di razza riguardo le caratteristiche mentali dovrà essere ripreso di nuovo e con metodi sperimentali. L’autore predice che, quando ciò sarà fatto, si scopriranno differenze di razza enormemente significative nell’intelligenza generale, differenze che non possono essere cancellate da un qualsiasi schema di educazione mentale. I bambini di questo gruppo dovrebbero essere segregati in classi speciali e si dovrebbe dare loro un’istruzione che sia concreta e pratica. Essi non possono padroneggiare concetti astratti, ma spesso possono diventare lavoratori efficienti, in grado di accudirsi. Attualmente non c’è nessuna possibilità di convincere la società che a essi non dovrebbe essere permesso di riprodursi, sebbene da un punto di vista eugenetico essi costituiscano un grave problema a causa della loro insolita prolificità. (Ivi, pp. 91-92) Terman sentiva che queste sue ragioni a favore dell’innatismo erano deboli. Che cosa ancora doveva essere fatto? Abbiamo bisogno di provare ciò che il senso comune proclama così chiaramente? Dopotutto, la comune osservazione non ci insegna che, nel complesso, le qualità innate dell’intelletto e del carattere piuttosto che il caso determinano la classe sociale cui una famiglia appartiene? Da ciò che si sa sull’ereditarietà, non ci dovremmo aspettare naturalmente di trovare che i bambini di genitori benestanti, colti e di successo, sono meglio dotati dei bambini che sono stati educati in quartieri malfamati e in povertà? Una risposta affermativa alla domanda di cui sopra è suggerita da quasi tutte le prove scientifiche disponibili. (1917, p. 99)

Il senso comune di chi? 5. Terman ritratta Il libro di Terman del 1937 sulla revisione della scala Stanford-Binet fu così diverso dal volume originale del 1916 che la comune paternità a prima vista sembra improbabile. Ma in quel periodo i tempi erano cambiati e gli stili intellettuali dello sciovinismo e dell’eugenetica erano stati inghiottiti dalla palude della Grande Depressione. Nel 1916 Terman aveva fissato l’età mentale adulta a sedici anni in quanto non aveva a disposizione un campione casuale di studenti più grandi da sottoporre a test. Nel 1937 poté estendere la sua scala all’età di diciotto anni, poiché, «quando i test vennero fatti, il compito fu facilitato dalla situazione d’impiego estremamente sfavorevole, che produsse una considerevole riduzione dell’eliminazione scolastica che normalmente avveniva dopo i quattordici anni» (1937, p. 30). Terman non abiurò esplicitamente le sue conclusioni precedenti, tuttavia un velo di silenzio discese su di esse. Al di là di poche dichiarazioni di cautela non viene fatta parola a riguardo dell’ereditarietà. Tutte le potenziali ragioni in riferimento alle differenze tra gruppi sono composte in termini ambientali. Terman presenta le sue vecchie curve sulle differenze medie di QI tra le classi sociali, tuttavia ci avverte che esse sono troppo piccole per fornire una qualche informazione di carattere predittivo sugli individui. Inoltre non sappiamo come ripartire le differenze medie tra influenze genetiche e influenze ambientali: È appena necessario sottolineare il fatto che queste cifre si riferiscono solamente a valori medi, e che, in vista della variabilità del QI entro ogni gruppo, le rispettive distribuzioni si sovrappongono considerevolmente l’una all’altra, e sarebbe necessario indicare che tali dati, per se stessi, non offrono nessuna prova conclusiva dei relativi contributi dei fattori genetici e ambientali nel determinare le differenze medie osservate. Qualche pagina dopo, Terman discute le differenze tra i bambini di campagna e di città, notando i punteggi più bassi dei bambini di campagna e la curiosa scoperta che il QI di questi ultimi diminuisce con gli anni dopo l’ingresso nella scuola, mentre il QI dei bambini di città, figli di lavoratori semispecializzati e non specializzati, aumenta. Terman non esprime nessuna ferma opinione, ma nota che le sole ipotesi che ora desidera esaminare sono quelle ambientali: Andrebbe fatta una vasta ricerca, accuratamente progettata, con lo scopo di determinare se il basso QI dei bambini di campagna possa essere attribuito alle agevolazioni educative, relativamente più povere, nelle comunità rurali e se il vantaggio dei bambini provenienti dai più bassi strati economici possa essere attribuito a un presunto arricchimento dell’ambiente intellettuale che l’assistenza scolastica conferisce.

Autres temps, autres mœurs.

R.M. Yerkes e l’Army Merital Test: il QI diventa maggiorenne 1. Il grande balzo in avanti della psicologia Robert M. Yerkes nel 1915, quando si accingeva a varcare la soglia dei quarant’anni, era un uomo frustrato. Era presso la facoltà della Harvard University sin dal 1902 ed era un superbo organizzatore di uomini e un eloquente promotore della sua professione. La psicologia sguazzava ancora nella sua reputazione di scienza «morbida», se di scienza si poteva parlare. Alcuni colleghi non ne riconoscevano l’esistenza; altri la classificavano tra le scienze umane e collocavano gli psicologi nelle facoltà di filosofia. Yerkes desiderava, soprattutto, rendere accetta la sua professione dimostrando che la psicologia poteva essere una scienza rigorosa come la fisica. Yerkes e la maggior parte dei suoi contemporanei equiparavano rigore e scienza con numeri e quantificazione. Credeva che la fonte più promettente di cifre copiose e obiettive si trovasse nel campo ancora in embrione dei reattivi mentali. Se la psicologia poteva portare il problema del potenziale umano sotto l’ombrello della scienza, sarebbe divenuta maggiorenne, e avrebbe ottenuto l’approvazione come scienza effettiva, meritevole di sostegno finanziario e istituzionale: I più fra noi sono pienamente convinti che il futuro della razza umana dipende in non piccola misura dallo sviluppo delle varie scienze biologiche e sociali […]. Noi dobbiamo […] sforzarci sempre di più di ottenere il perfezionamento dei nostri metodi di misurazione mentale affinché non ci sia più motivo di dubitare dell’importanza sia pratica che teorica degli studi relativi al comportamento umano. Dobbiamo imparare a misurare abilmente ogni forma e aspetto del comportamento che abbia significato psicologico e sociologico. (Yerkes, 1917a, p. 111) Ma il reattivo mentale soffriva di un sostegno inadeguato e delle sue stesse contraddizioni interne. Prima di tutto era ampiamente praticato da dilettanti scarsamente addestrati, i cui risultati, palesemente assurdi, davano all’impresa una cattiva fama. Nel 1915, durante l’annuale congresso dell’American Psychological Association a Chicago, un critico riportò che lo stesso sindaco di Chicago, sottoposto a test, era stato valutato un moron in base a una versione della scala Binet. Alla riunione, Yerkes partecipò alla discussione con i critici e proclamò: «Noi stiamo costruendo per gradi una scienza, ma non abbiamo ancora ideato un meccanismo con cui chiunque possa operare» (citato in Chase, 1977, p. 242). In secondo luogo, valide scale davano risultati considerevolmente diversi anche quando venivano applicati correttamente. Come si è discusso alle pp. 165-166,

metà degli individui sottoposti a test e che erano risultati scarsi, ma di grado normale secondo la scala Stanford-Binet erano moron in base alla versione di Goddard della scala Binet. Infine, il sostegno era stato troppo inadeguato e il coordinamento troppo sporadico per accumulare un insieme di dati sufficientemente abbondanti e costanti da esigere fiducia (Yerkes, 1917b). Le guerre generano sempre una schiera di civili con secondi fini al seguito degli eserciti. Molti sono semplicemente canaglie e profittatori, ma pochi sono spronati da ideali superiori. Quando si avvicinò la mobilitazione per la Prima guerra mondiale, Yerkes ebbe una di quelle «grandi idee» che muovono la storia della scienza: potevano gli psicologi in qualche modo convincere l’esercito a sottoporre a test tutte le reclute? In tal caso la pietra filosofale della psicologia poteva essere realizzata: la grande quantità, utile e uniforme di numeri che avrebbero alimentato il passaggio della psicologia da arte dubbia a scienza rispettata. Yerkes fece proseliti nel suo campo e nei circoli governativi e segnò un punto a suo vantaggio. In qualità di colonnello, Yerkes, nella Prima guerra mondiale, presiedette alla somministrazione di test a 1750000 reclute. In seguito proclamò che i test mentali «avevano aiutato a vincere la guerra». «Nello stesso tempo» aggiunse «questa pratica si è incidentalmente collocata tra le altre scienze e ha dimostrato il suo diritto a una seria considerazione tra le tecniche umane» (citato in Kevies, 1968, p. 581) Yerkes convinse tutti i maggiori innatisti della psicometria americana a scrivere test mentali per l’esercito. Dal maggio al luglio del 1917 lavorò con Terman, Goddard e altri colleghi della Training School di Goddard a Vineland, nel New Jersey. Il loro schema includeva tre tipi di test. Le reclute in grado di leggere e scrivere venivano sottoposte a una prova scritta chiamata Army Alpha. Gli analfabeti e coloro che risultavano inadeguati per l’Alpha sarebbero stati sottoposti a un test illustrato detto Army Beta. Quelli che sarebbero risultati insufficienti nel Beta sarebbero stati convocati per un colloquio individuale, consistente di solito in una qualche versione della scala Binet. Gli psicologi dell’esercito quindi avrebbero collocato ogni individuo in una delle cinque classi definite con le lettere A, B, C, D, E (con dei più o dei meno) e fornito indicazioni per una appropriata collocazione militare. Yerkes indicò che reclute con un punteggio C avrebbero dovuto essere qualificate come «di bassa intelligenza media: soldati semplici». Gli uomini di grado D erano «raramente adatti per compiti che richiedono speciali abilità, capacità di previsione, intraprendenza o grande prontezza». I soggetti di tipo D ed E erano ritenuti «incapaci di leggere e capire ordini scritti». Io non penso che l’esercito abbia mai fatto molto uso dei test. Si può immaginare cosa provassero gli ufficiali di professione di fronte all’arroganza di giovani psicologi che arrivavano senza essere stati invitati, che spesso assumevano un ruolo di ufficiale senza alcun preventivo addestramento, requisivano un edificio per eseguire i test (se ci riuscivano), osservavano ogni recluta per un’ora in un ampio gruppo e infine usurpavano il tradizionale ruolo dell’ufficiale: quello di giudicare le

attitudini degli uomini per i diversi compiti militari. Il personale di Yerkes incontrò ostilità in alcuni campi; in altri fu penalizzato in modi assai più spiacevoli: fu trattato 8 educatamente, adeguatamente facilitato e quindi ignorato. Alcuni ufficiali divennero sospettosi circa gli intenti di Yerkes e dettero luogo a tre inchieste indipendenti sul programma del test. Una di queste concluse che si sarebbe dovuto controllare affinché «nessun teorico potesse […] usare il test come passatempo, con il proposito di ottenere dati per lavoro di ricerca e per il bene futuro della razza umana» (citato in Kevles, 1968, p. 577). Tuttavia, in alcuni settori, i test ebbero un forte impatto, particolarmente nel selezionare uomini per il corso ufficiali. All’inizio della guerra, l’esercito e la guardia nazionale contavano 9000 ufficiali. Verso la fine erano 200000 e i due terzi di essi aveva cominciato la carriera in campi di addestramento dove erano stati usati i test. In alcuni campi nessuno con punteggio inferiore al livello C poté essere ammesso al corso ufficiali. Ma l’influenza maggiore i test di Yerkes non la ebbero sull’esercito. Yerkes può non aver condotto l’esercito alla vittoria, ma certamente vinse la sua battaglia. Ora aveva dati omogenei su 1750000 uomini e aveva inventato, con gli esami Alpha e Beta, il primo test d’intelligenza scritto e di massa. Richieste giunsero dalle scuole e dagli ambienti degli affari. Nella sua imponente monografia («Psychological Examining in the United States Army»), Yerkes, a p. 96, fa un’affermazione di notevole significato sociale. Parla della «grossa ondata di richieste da parte di aziende commerciali, istituzioni educative e di richieste individuali per l’utilizzazione dei metodi di indagine psicologica usati nell’esercito o per il loro adattamento a esigenze particolari». Ora l’intento di Binet avrebbe potuto esser raggiunto, poiché era stata sviluppata una tecnologia per esaminare tutti gli allievi. I test avrebbero potuto così classificare e indirizzare ciascuno; era cominciata l’era dei test di massa. 2. I risultati dei test dell’esercito L’impatto principale dei test non provenne dall’uso fatto dall’esercito dei punteggi per individuo, bensì dalla propaganda generale che accompagnò i resoconti delle statistiche riassuntive di Yerkes (Yerkes, 1921, pp. 538-875). E.G. Boring, che più tardi sarebbe diventato anche lui un famoso psicologo, ma a quei tempi era luogotenente di Yerkes (e capitano dell’esercito), selezionò 160000 casi degli elenchi e produsse dati che si riverberarono con un netto tono ereditarista durante gli anni Venti. Il compito era formidabile. Il campione, che Boring stesso scelse con l’aiuto di un solo assistente, era molto ampio; inoltre le scale dei tre differenti test (Alpha, Beta e individuale) dovevano essere riportate a uno standard comune, cosicché le medie riferite alle razze e alla nazionalità potevano esser costruite da campioni di uomini che avevano svolto i test in differenti proporzioni (per esempio, v’erano pochi neri che avevano eseguito l’Alpha). Dall’oceano di numeri di Boring tre «fatti» emersero in modo netto e

continuarono a influenzare a lungo la politica sociale in America dopo che la loro origine dai test era stata dimenticata. 1. L’età mentale media degli americani adulti bianchi si collocava giusto al di sopra del limite dei moron, a un sorprendente 13 scarso. Dato che Terman aveva precedentemente stabilito lo stesso standard a 16, il nuovo valore divenne un luogo di adunata per eugenetisti che predissero disastri, lamentarono il declino della nostra intelligenza, causato dall’incontrastata riproduzione dei poveri e dei deboli di mente, dalla diffusione del sangue nero attraverso i matrimoni misti, dalla sopraffazione di un ceppo indigeno intelligente a causa della feccia immigrante dal 9 Sud e dall’Est europeo. Yerkes scrisse: È d’uso dire che l’età mentale dell’adulto medio è circa 16 anni. Questo valore, tuttavia, è basato sull’esame di solo 62 persone; 32 delle quali studenti di scuola superiore fra i 16 e i 20 anni e i restanti 30 «uomini d’affari di moderato successo e di limitata istruzione». Il gruppo è troppo piccolo per fornire risultati abbastanza affidabili, e inoltre probabilmente non è rappresentativo […]. Sembra che l’intelligenza del campione principale della leva bianca, tradotto in termini d’età mentale dagli esami Alpha e Beta, è circa di 13 anni (13,08). (1921, p. 785) Tuttavia, proprio mentre scriveva, Yerkes cominciò a sentire l’assurdità logica di una tale affermazione. Una media è quello che è; non può collocarsi tre anni al di sotto di quanto dovrebbe essere. Così Yerkes ci ripensò e aggiunse: Tuttavia, a mala pena, possiamo dire con sicurezza che queste reclute sono di tre anni d’età mentale al di sotto della media. In realtà si potrebbe sostenere su basi esterne che la leva è di per sé più rappresentativa dell’intelligenza media del paese di quanto lo sia un gruppo di studenti di scuola superiore o di uomini d’affari. (Ivi, p. 785) Se la media della popolazione bianca è 13,08, e tutti gli individui con un’età mentale compresa fra 8 e 12 sono moron, allora noi siamo decisamente una nazione che per metà è composta da stupidi. Yerkes concludeva: «Sarebbe del tutto impossibile eliminare tutti gli stupidi in base all’attuale limite, poiché, sotto i tredici anni, vi si trova il 37 per cento dei bianchi e l’89 per cento dei negri» (ivi, p. 791). 2. Gli immigrati europei possono essere classificati secondo il loro paese d’origine. L’uomo medio di molte nazioni è un moron. I popoli bruni dell’Europa meridionale e gli slavi dell’Europa orientale sono meno intelligenti dei popoli chiari dell’Europa occidentale e del Nord. La supremazia nordica non è un pregiudizio nazionalista. Il russo medio ha un’età mentale di 11,34, l’italiano di 11,01, il polacco di 10,74. La barzelletta sul polacco otteneva la stessa legittimità della barzelletta sullo stupido: infatti parlava dello stesso animale. 3. Il nero si colloca al livello più basso della scala con un’età mentale media di 10,41. Alcuni campi militari tentarono di portare l’analisi un po’ oltre, ovviamente

nella direzione razzista. A Camp Lee, i neri furono divisi in tre gruppi in base all’intensità del colore; il gruppo con la pelle più chiara ebbe il punteggio più alto (p. 531). Yerkes riportò che le opinioni degli ufficiali concordavano con i suoi numeri: Tutti gli ufficiali senza eccezione sono d’accordo nel dire che il negro manca d’iniziativa, presenta poca o nessuna attitudine al comando, e non è in grado di assumere responsabilità. Alcuni indicano che questi difetti sono accentuati nel negro meridionale. Tutti gli ufficiali sembrano inoltre concordare sul fatto che il negro è un soldato volenteroso, ben disposto e naturalmente ossequente. Queste qualità operano per un’obbedienza immediata, sebbene non necessariamente per una buona disciplina, dato che piccoli furti o malattie veneree sono più comuni nelle truppe di colore che in quelle bianche. (Ivi, p. 742) Lungo la via, Yerkes e i suoi colleghi provarono vari altri pregiudizi sociali. Ad alcuni di questi andò male, in particolare alla popolare opinione eugenetista secondo cui moltissimi delinquenti sono deboli di mente. Tra gli obiettori di coscienza per ragioni politiche il 59 per cento ricevette un punteggio A, e anche quelli completamente ribelli al governo ottennero un punteggio superiore alla media (p. 803). Ma altri risultati sostennero i loro pregiudizi. L’equipe di Yerkes decise di sottoporre a test la loro più tradizionale categoria di colleghi come civili al seguito dell’esercito: le prostitute del campo. Trovarono che il 53 per cento (il 44 per cento di bianche e il 68 per cento di nere) si classificavano a un’età mentale di dieci anni o meno nella versione di Goddard della scala Binet. (Essi riconobbero che la scala di Goddard classificava gli individui ben al di sotto dei loro punteggi in base all’altra versione dei test Binet.) Yerkes concluse: I risultati dati dall’esame delle prostitute in base ai test dell’esercito confermano la conclusione, ottenuta con test civili somministrati a prostitute di varie parti del paese, che esse sono dal 30 al 60 per cento deficienti e per la maggior parte moron di grado superiore; e che dal 15 al 25 per cento tutte le prostitute sono mentalmente di grado così basso che è saggio (come del resto è possibile in base alle leggi di molti stati) segregarle permanentemente in istituti per deboli di mente. (Ivi, p. 808) Si deve essere riconoscenti per queste piccole parti umoristiche che illuminano ottocento pagine di una monografia statistica. Il pensiero del personale dell’esercito che raduna le prostitute locali e le fa sedere per sottoporle ai test di Binet mi ha divertito a non finire e ancora di più deve aver stupito le signore. Come cifre pure e semplici, questi dati non implicavano alcun messaggio inerente agli aspetti sociali. Essi avrebbero potuto essere usati per promuovere un’uguaglianza di opportunità e per sottolineare gli svantaggi imposti a tanti americani. Yerkes avrebbe potuto sostenere che un’età mentale media di 13 anni

rifletteva il fatto che solamente poche reclute avevano la possibilità di finire o addirittura di frequentare le scuole superiori. Avrebbe potuto attribuire la bassa media di alcuni gruppi nazionali al fatto che la maggior parte delle reclute provenienti da questi paesi era di immigrati da poco tempo che non parlava l’inglese e non aveva familiarità con la cultura americana. Avrebbe potuto riconoscere il collegamento fra i bassi punteggi dei neri e la storia dello schiavismo e del razzismo. Tuttavia non leggiamo neppure una parola in ottocento pagine che assegni un qualche ruolo all’influenza ambientale. I test erano stati scritti da una commissione che includeva tutti i maggiori innatisti americani di cui si è detto in questo capitolo. Erano stati costruiti per misurare l’intelligenza innata e per definizione la misuravano. La circolarità dell’argomento non poteva essere spezzata. Tutte le maggiori conclusioni erano oggetto di una interpretazione innatista, spesso tramite i miracoli di particolari difese dirette a sostenere come impossibile una manifesta influenza ambientale. Una circolare della Scuola di psicologia militare al Camp Greenleaf diceva: «Questi test non misurano l’idoneità occupazionale né il livello educativo, essi misurano la capacità intellettuale. Quest’ultima si è dimostrata importante per la stima del valore militare» (ivi, p. 424). E il capo in persona argomentava (citato in Chase, 1977, p. 249): Gli esami Alpha e Beta sono costruiti e somministrati in modo da ridurre al minimo lo svantaggio degli uomini che, perché stranieri o per mancanza di istruzione, sono poco esperti nell’uso dell’inglese. Originariamente, questi esami di gruppo erano destinati, e ora sono definitivamente riconosciuti tali, a misurare la capacità intellettuale innata. In qualche misura sono influenzati da qualità acquisite per educazione, ma nel complesso l’intelligenza innata del soldato e non i fatti dell’ambiente determinano il suo grado mentale o il suo grado nell’esercito. 3. Una critica ai test mentali dell’esercito 3.1. IL CONTENUTO DEI TEST

Il test Alpha comprendeva otto parti, il Beta sette; ogni test impegnava per meno di un’ora e poteva essere somministrato a larghi gruppi. La maggior parte dell’Alpha presentava elementi che da allora sono divenuti familiari a generazioni di soggetti sottoposti a test: analogie, inserimento di un numero in una sequenza, riordino di frasi, e così via. Questa similarità non è casuale: l’Army Alpha fu il «nonnino», letteralmente e simbolicamente, di tutti i test mentali scritti. Un allievo di Yerkes, C.C. Brigham, divenuto segretario del College Entrance Examination Board, sviluppò lo Scholastic Aptitude Test su modelli dell’esercito. Questi elementi familiari non sono particolarmente soggetti al peso dell’influenza culturale, per lo meno non più di quanto lo sono i loro attuali discendenti. In generale, naturalmente, essi valutano il grado di alfabetizzazione e

l’alfabetizzazione registra l’istruzione più che l’intelligenza innata. Inoltre, un’affermazione del maestro è quella di sottoporre a test bambini della stessa età ed esperienza scolastica, e perciò di poter registrare qualche biologia interna, non applicabile alle reclute dell’esercito, in quanto esse variavano enormemente nell’accesso all’istruzione registrando così differenti valori di scolarizzazione nei loro punteggi. Alla luce dell’asserzione di Yerkes che i test «misurano l’abilità intellettuale innata», alcune voci appaiono veramente divertenti. Basta considerare un’analogia dell’Alpha: «Washington sta a Adams come il primo sta a […]». Ma diverse parti di ogni test sono semplicemente comiche alla luce dell’analisi di Yerkes. Come potevano Yerkes e soci attribuire i bassi punteggi di individui immigrati da poco tempo a stupidità innata, quando il loro test di scelta multipla consisteva interamente di problemi del tipo: Crisco è: una specialità farmaceutica, un disinfettante, un dentifricio, un prodotto alimentare. Il numero delle gambe di un carro è: 2, 4, 6, 8. Christy Mathewson è famoso come: scrittore, artista, giocatore di baseball, attore. L’ultima l’ho azzeccata, ma non fece così il mio intelligente fratello che, per mia pena, era cresciuto a New York senza curarsi affatto dei campioni delle tre grandi squadre locali di baseball di quel tempo. Yerkes avrebbe potuto rispondere che chi era immigrato di recente in genere eseguiva il test Beta piuttosto che quello Alpha, ma il Beta contiene una versione figurata dello stesso tema. In questo test, consistente nel completare una figura, le prime prove potevano esser dichiarate come sufficientemente universali: aggiungere una bocca a un volto o un orecchio a un coniglio. Ma le prove successive richiedevano l’aggiunta di un chiodino a un coltello da tasca, un filamento in una lampadina a bulbo, una tromba a un fonografo, una rete a un campo da tennis, una palla in mano a un giocatore di bowling (Yerkes spiega che era un errore se l’esaminato disegnava la palla nella corsia, perché, in base alla posizione del giocatore, si può dire che costui non ha ancora effettuato il tiro). Franz Boas, uno dei primi critici raccontò l’aneddoto di una recluta siciliana che aveva aggiunto una croce a una casa senza comignolo nel punto dove sta sempre nella sua terra nativa. Fu considerato inesatto. I test venivano attentamente cronometrati, perché i successivi 50 soggetti attendevano davanti alla porta. Non ci si aspettava che le reclute completassero ogni parte; ciò era spiegato a coloro che facevano l’Alpha, ma non a quelli del Beta. Yerkes si chiedeva perché tante reclute ottenevano punteggio zero in tante parti (per la dimostrazione più ampia della mancanza di valore dei test, vedi pp. 206207). Quanti di noi, se nervosi, scomodi e ammassati (e anche se no) avrebbero capito abbastanza da scrivere qualcosa nei dieci secondi concessi per completare i seguenti ordini, ognuno dato una sola volta nell’Alpha, parte 1?

Attenzione! Guardate la prova 4. Quando dico «via» fate il numero 1 nel cerchio, ma non nel triangolo o nel quadrato e fate anche il numero 2 nel triangolo e nel cerchio, ma non nel quadrato. Via! Attenzione! Guardate la prova 6. Quando dico «via» mettete nel secondo cerchio l’esatta risposta alla domanda: «Quanti mesi ci sono in un anno?». Nel terzo cerchio non fate niente, ma nel quarto mettete qualsiasi numero che sia una risposta sbagliata alla domanda alla quale avete appena risposto correttamente. Via. 3.2. CONDIZIONI INADEGUATE

Il protocollo di Yerkes era rigido e piuttosto laborioso. I suoi esaminatori dovevano sottoporre a trattamento gli uomini velocemente e classificare gli esami immediatamente, in modo che coloro che avevano sbagliato potessero essere richiamati per un test differente. I testisti di Yerkes, che dovevano affrontare l’ulteriore aggravio costituito dall’ostilità sottilmente velata da parte degli ufficiali nei vari campi militari, raramente riuscivano a fare qualcosa di più di una caricatura delle procedure stabilite. Venivano continuamente a compromessi, ritornavano sui loro passi e in caso di necessità apportavano modifiche. Le procedure variavano così tanto da un campo militare all’altro che i risultati potevano a malapena essere collezionati e comparati. L’intera impresa divenne qualcosa di confuso, se non addirittura una vergogna, non solo per colpa dei testisti di Yerkes, ma anche per l’impossibilità e la troppa ambizione. I dettagli si trovano tutti nella monografia di Yerkes, ma difficilmente qualcuno l’ha letta. La statistica riassuntiva divenne un’importante arma sociale per i razzisti e gli eugenetisti; la loro anima marcia è messa in mostra nella monografia, tuttavia chi guarda dentro quando l’aspetto esteriore brilla di un messaggio così congeniale? L’esercito dispose che edifici speciali fossero forniti o anche costruiti per gli esami di Yerkes, ma prevalse una realtà diversa (1921, p. 61). Gli esaminatori dovevano prendere ciò che potevano, spesso stanze in baracche senza spazio per muoversi, senza alcun arredamento e con un’acustica, un’illuminazione e una condizione generale di visibilità insufficienti. Il capo dei testisti di un campo militare così si lamentò (ivi, p. 106): «Parte di questa imprecisione credo sia dovuta al fatto che la stanza in cui si svolge l’esame è fin troppo zeppa di uomini. Come risultato, quelli che sono seduti in fondo non sono in grado di sentire in maniera abbastanza chiara per capire le istruzioni». Le tensioni crescevano tra i testisti di Yerkes e gli ufficiali. Il capo dei testisti di Camp Custer denunziò (ivi, p. 111): «L’ignoranza dell’argomento da parte dell’ufficiale medio è pari solamente alla sua indifferenza per esso». Yerkes esortava al riserbo e all’accomodamento: L’esaminatore dovrebbe sforzarsi particolarmente di tener conto del punto di vista militare. Ingiustificate prese di posizione concernenti l’accuratezza dei risultati dovrebbero essere evitate. In generale, oneste dichiarazioni di

buon senso saranno ritenute più convincenti di descrizioni tecniche, dimostrazioni statistiche o argomenti accademici. (Ivi, p. 155) Poiché attriti e dubbi aumentavano, il segretario alla Guerra volle richiedere agli ufficiali comandanti di tutti i campi la loro opinione circa i test di Yerkes. Ricevette un centinaio di risposte quasi tutte negative. Yerkes ammise che esse erano, «con qualche eccezione, sfavorevoli al lavoro psicologico e avevano portato alla conclusione da parte dei vari ufficiali dello stato maggiore che questo lavoro aveva, se pure ne aveva, poco valore per l’esercito e doveva essere interrotto» (ivi, p. 43). Yerkes si batté di rimando e ottenne un rinvio (ma non tutte le agevolazioni, gli incarichi e le ricompense che gli erano stati promessi); il suo lavoro continuò sotto l’ombra del sospetto. Frustrazioni minori non lo abbandonarono mai. A Camp Jackson rimasero sprovvisti di schede e dovettero improvvisarle con dei fogli (p. 78). Ma una difficoltà maggiore e persistente perseguitò l’intera impresa e infine, come dimostrerò, privò la statistica riassuntiva di qualsiasi significato. Le reclute dovevano essere sottoposte ai test a loro adatti. Gli uomini che non erano in grado di leggere e scrivere in inglese, perché non erano andati a scuola o perché stranieri, avrebbero fatto l’esame Beta, per assegnazione diretta o indirettamente per aver fallito l’Alpha. L’equipe di Yerkes cercò eroicamente di adempiere a questa procedura. In almeno tre campi militari, essi contrassegnarono le piastrine di identificazione o, addirittura, dipinsero le lettere direttamente sul corpo degli uomini che fallivano: un rapido modo d’identificazione per ulteriori valutazioni (ivi, pp. 73 e 76): «Una lista di uomini D era mandata, entro sei ore dall’esame di gruppo, all’impiegato addetto all’ufficio rivista. Appena gli uomini entravano l’impiegato segnava sul corpo di ciascun D una lettera P» (a indicare che li avrebbe esaminati ulteriormente lo psichiatra). Ma gli standard per la divisione tra Alpha e Beta variavano sostanzialmente da un campo militare all’altro. Una rassegna attraverso i campi rilevò che il punteggio minimo ottenuto su una prima versione dell’Alpha andava da 20 a 100 per l’assegnazione a un successivo reattivo mentale (p. 476). Yerkes ammise: Questa mancanza di un processo uniforme di separazione è certamente infelice. Tuttavia, a causa della variazione delle agevolazioni per esaminare e della variazione della capacità dei gruppi esaminati, sembra del tutto impossibile stabilire uno standard uniforme per tutti i campi militari. (Ivi, p. 354) Anche C.C. Brigham, il più zelante seguace di Yerkes, si lamentò: Il metodo per selezionare gli uomini per il Beta variava da campo a campo e qualche volta da una settimana all’altra nello stesso campo. Non c’era nessun criterio fisso per stabilire il saper leggere e scrivere e nessun metodo uniforme per selezionare gli analfabeti. (1921)

Questo problema colpisce più a fondo della semplice discordanza tra campi. Le persistenti difficoltà logistiche imponevano una sistematica tendenza che sostanzialmente abbassava i punteggi medi ottenuti dai neri e dagli immigrati. Per due principali ragioni molti uomini che facevano solamente l’Alpha ottenevano un punteggio zero o quasi non perché erano congenitamente stupidi, ma perché non sapevano leggere e scrivere e, in base allo stesso protocollo di Yerkes, avrebbero dovuto fare l’esame Beta. Per ciò che concerne la prima ragione, le reclute e i soldati di leva in media avevano trascorso a scuola meno anni di quanto Yerkes aveva previsto. Gli elenchi per il Beta cominciarono ad allungarsi e l’intera operazione minacciava di bloccarsi in questo collo di bottiglia. In molti campi, uomini non qualificati furono inviati in massa all’Alpha tramite una riduzione degli standard. In un campo l’essere andati a scuola fino alla terza elementare era sufficiente per essere sottoposti all’Alpha; in un altro, chiunque dicesse di saper leggere, qualsiasi fosse il livello, faceva l’Alpha. Il capo dei testisti di Camp Dix riportò: «Per evitare gruppi Beta eccessivamente ampi, gli standard per le ammissioni all’esame Alpha furono abbassati» (ivi, p. 72). Per quanto riguarda la seconda e più importante ragione, l’incalzare del tempo e l’ostilità degli ufficiali spesso precludevano agli uomini che avevano fallito nell’Alpha la possibilità di essere sottoposti al Beta. Yerkes ammise: «Comunque, fortunatamente non fu mai dimostrato che i continui richiami […] fossero tali da comportare ripetute interferenze con le manovre della compagnia» (ivi, p. 472). Non appena il ritmo divenne più frenetico, il problema si aggravò. Il capo dei testisti di Camp Dix protestò: «In giugno ci siamo trovati nell’impossibilità di richiamare un migliaio di uomini in lista per l’esame individuale. In luglio i negri che avevano fallito l’Alpha non furono richiamati» (ivi, pp. 72-73). Il protocollo stabilito era a malapena applicato ai neri che, come al solito, erano trattati da tutti con meno interesse e più disprezzo. Per esempio, coloro che avevano fallito il Beta avrebbero dovuto poi sostenere un esame individuale. Metà delle reclute di colore ottenne un punteggio D nel Beta, ma di queste solamente un quinto fu richiamato e i restanti quattro quinti non sostennero nessun ulteriore esame (ivi, p. 708). Eppure noi sappiamo che i punteggi dei neri aumentarono sostanzialmente quando il protocollo fu seguito. In un campo (p. 736), solamente il 14,1 per cento degli uomini che avevano avuto un punteggio D nell’Alpha non riuscì a riportare un punteggio più alto nel Beta. Gli effetti di questa tendenza sistematica sono evidenti in uno degli esperimenti di Boring con la statistica riassuntiva. Boring selezionò 4893 casi di uomini che avevano sostenuto sia l’Alpha che il Beta. Convertendo i loro punteggi nella scala comune, calcolò, per l’Alpha un’età mentale media di 10,775 e per il Beta una di 12,158 (p. 655). Boring, usando la procedura di Yerkes, riportò solo i punteggi Beta nelle sue statistiche riassuntive. Ma che cosa dire della miriade di persone che avrebbero dovuto sostenere il test Beta e a cui fu somministrato solo l’Alpha, ottenendo come risultato un punteggio abissale: soprattutto neri scarsamente istruiti e immigrati con un’imperfetta padronanza dell’inglese. Cosa dire di questi

ampi gruppi i cui bassi punteggi suscitarono successivamente il tumulto innatista? 3.3. PROCEDIMENTI DUBBI E INIQUI: UNA TESTIMONIANZA PERSONALE

Gli accademici spesso dimenticano quanto i documenti scritti, loro fonte primaria, possano rappresentare un’esperienza povera o incompleta. Alcune cose devono essere viste, toccate e provate. Che cosa era meglio essere, una recluta di colore analfabeta o una recluta straniera, entrambe curiose e stordite di fronte alla nuova esperienza di fare un esame di cui non era stato spiegato il perché, o che cosa si sarebbe fatto dei risultati: espulsione o invio al fronte? Nel 1968 (citato in Kevles) un esaminatore ricordò la sua somministrazione dei test Beta: «Era patetico vedere lo sforzo intenso […] compiuto nel rispondere alle domande, spesso da uomini che non avevano mai tenuto prima una matita in mano». Yerkes aveva trascurato o aveva consapevolmente evitato qualcosa di importante. L’esame Beta conteneva solamente figure, numeri e simboli, ma richiedeva anche un lavoro di penna e, in tre parti su sette, una conoscenza dei numeri e di come scriverli. La monografia di Yerkes è così minuziosa che la sua procedura nel somministrare i due esami può essere ricostruita in base alla coreografia dei gesti per gli esaminatori e gli aiutanti. Yerkes fornisce facsimili completi per tutti gli esami e per tutto il materiale illustrativo usato dagli esaminatori. Di questi ultimi le parole e i gesti standard sono completamente riprodotti. Poiché io volevo sapere nella maniera più completa possibile che cosa si prova nell’assegnare e fare il test, somministrai, alla stregua di un’arma sociale, l’esame Beta (per coloro che non sanno né leggere né scrivere) a un gruppo di cinquantatré studenti del mio corso di biologia a Harvard. Cercai di seguire scrupolosamente il protocollo di Yerkes in tutti i suoi dettagli. Credo di aver ricostruito accuratamente la situazione originale, con un’unica importante eccezione: i miei studenti sapevano ciò che stavano facendo, non dovevano mettere i loro nomi sulla scheda e non avevano nessuna posta in palio. (Più tardi un amico mi suggerì che come piccolo contributo per simulare l’ansietà della situazione originale avrei dovuto richiedere i nomi e affiggere i risultati.) Sapevo prima di iniziare che le contraddizioni interne e i pregiudizi a priori invalidavano completamente le conclusioni innatiste che Yerkes aveva tratto dai risultati. Boring stesso chiamò queste conclusioni «assurde» negli ultimi anni della sua carriera (in un’intervista del 1962, citata in Kevles, 1968). Ma io non avevo compreso come le condizioni draconiane, in cui il reattivo mentale veniva effettuato, rendessero insulsa l’affermazione che le reclute potessero essere in grado di registrare qualcosa circa le loro capacità innate. In poche parole, la maggior parte degli uomini doveva arrivare alla fine completamente confusa o spaventata da farsela sotto. Le reclute erano introdotte in una stanza e fatte sedere davanti a vari aiutanti, un esaminatore e un dimostratore, quest’ultimi situati su una pedana. Gli esaminatori erano istruiti a somministrare i test «in maniera socievole» giacché «i soggetti che fanno questo esame qualche volta s’imbronciano e rifiutano di lavorare» (ivi, p.

163). Alle reclute non era spiegato niente a proposito dell’esame o dei suoi scopi. L’esaminatore si limitava a dire: «Qui ci sono alcuni fogli. Voi non dovete aprirli o voltarli fino a che non vi sarà detto di farlo». Gli uomini poi scrivevano sulla scheda il loro nome, età e grado di istruzione (quelli che non erano in grado di farlo, venivano aiutati). Dopo questi preliminari, l’esaminatore incalzava: Attenzione! Guardate quest’uomo (indicando il dimostratore). Egli (continuando a indicare il dimostratore) sta per fare qui (batte sulla lavagna con la bacchetta) quello che voi (indica i diversi membri del gruppo) state per fare sui vostri fogli (a questo punto l’esaminatore indica i diversi fogli che si trovano vicino agli uomini del gruppo, ne prende uno, lo avvicina alla lavagna, rimette il foglio a posto, indica il dimostratore e la lavagna, poi gli uomini e i loro fogli). Non fate domande. Aspettate fino a quando dico «Procedete». (Ibid.) Nell’Alpha, al confronto, gli uomini erano praticamente inondati d’informazioni poiché l’esaminatore diceva: Attenzione! Lo scopo di quest’esame è vedere in che misura voi potete ricordare, riflettere ed eseguire ciò che vi sarà detto di fare. Noi non stiamo cercando persone pazze. L’intenzione è aiutare a scoprire quello che voi siete più adatti a fare nell’esercito. Il grado che voi otterrete in quest’esame sarà messo sulla vostra cartolina di qualificazione e andrà anche al vostro comandante di compagnia. Alcune delle cose che vi sarà detto di fare sono molto facili. Qualcuno di voi potrà trovarle difficili. Non vi aspettate di conseguire un voto eccellente, ma fate il meglio che potete […]. Ascoltate attentamente. Non fate domande. (Ivi, p. 157) I limiti estremi imposti al vocabolario dall’esaminatore del Beta non riflettevano solamente la misera opinione di Yerkes su ciò che le reclute Beta potevano capire in virtù della loro stupidità. Molti esaminati Beta erano immigrati da poco tempo e non parlavano inglese e le istruzioni dovevano essere il più possibile figurate e gestuali. Yerkes consigliava: «In un campo militare è stato usato con grande successo, come dimostratore, un “venditore di finestre”. Anche gli attori dovrebbero essere considerati per questo lavoro» (ivi, p. 163). Non era data una parte particolarmente importante dell’informazione: agli esaminati non veniva detto che era praticamente impossibile terminare almeno tre dei test e che non ci si aspettava che dovessero farlo. Sulla pedana, il dimostratore stava in piedi di fronte a una lavagna a fogli, coperta da un telo; l’esaminatore stava in piedi al suo fianco. Prima di ognuno dei 7 test, il telo veniva sollevato per esporre un problema campione (fig. 20) e l’esaminatore e il dimostratore si impegnavano in un po’ di mimica per illustrare l’esatta procedura. L’esaminatore poi dava l’ordine di lavorare e il dimostratore abbassava il telo e preparava l’esempio successivo. Il primo test, procedere lungo un labirinto, veniva

così illustrato: Il dimostratore traccia un percorso nel primo labirinto con un gessetto lentamente e con esitazione. L’esaminatore poi traccia un secondo percorso e fa cenno al dimostratore di andare avanti. Il dimostratore fa un errore entrando nel vicolo cieco all’angolo in alto a sinistra del labirinto. L’esaminatore mostra di non accorgersi di quello che il dimostratore sta facendo fino a che questi non attraversa la linea alla fine dei vicolo cieco; a questo punto l’esaminatore scuote la testa vigorosamente e dice «No, no», prende la mano del dimostratore e ritorna nel punto da cui può di nuovo partire in maniera corretta. Il dimostratore traccia il resto del labirinto in modo tale da indicare un tentativo fatto in fretta esitando solamente nei punti ambigui. L’esaminatore dice «Bene». Quindi, tenendo in evidenza il modulo, «guardate qui» e traccia una linea immaginaria attraverso la pagina da sinistra a destra per ogni labirinto raffigurato. Poi dice: «Va bene. Procedete. Fatelo (indica gli uomini e poi i libri). Rapidi». Questo paragrafo può essere semplicemente divertente (alcuni dei miei studenti la pensavano così). In confronto, il passo seguente è un po’ diabolico. L’idea di lavorare in fretta deve essere impressa negli uomini durante il test del labirinto. L’esaminatore e gli aiutanti girano per la stanza facendo segno a quelli che lavorano e dicendo. «Fatelo, fatelo in fretta, veloci». Al termine dei due minuti l’esaminatore dice: «Fermi! Voltate la pagina al test 2».

Figura 20. Dimostrazione alla lavagna delle sette parti del test Beta (da Yerkes, 1921). L’esaminatore mostrava il test 2, conta dei cubi, con modelli tridimensionali (mio figlio ne aveva qualcuno di quand’era piccolo). Si noti che le reclute che non erano

in grado di scrivere i numeri avrebbero ottenuto punteggio zero anche se avevano contato tutti i cubi correttamente. Il test 3, sequenze di X e di 0, oggi sarà riconosciuto da quasi tutti come una versione pittoresca di «qual è il numero successivo nella sequenza». Il test 4, simbolico-numerico, richiedeva la traduzione di nove cifre nei corrispondenti simboli. Sembra piuttosto facile, ma lo stesso test comprendeva 90 elementi e difficilmente poteva essere portato a termine da qualcuno nei due minuti concessi. Un uomo che non era in grado di scrivere i numeri era posto di fronte a due serie di simboli sconosciuti e subiva un serio svantaggio supplementare. Il test 5, controllo di numeri, chiedeva agli uomini di confrontare sequenze numeriche, fino alla lunghezza di undici cifre, in due colonne parallele. Se gli elementi sulla stessa linea erano identici sulle due colonne, le reclute erano istruite (mediante gesti) a scrivere una X vicino a essi. Per cinquanta sequenze, tre minuti, e poche reclute potevano completare il test. Inoltre, l’incapacità di scrivere o di riconoscere i numeri avrebbe reso il compito praticamente impossibile. Il 6, completamento di figure, è il test visivo del Beta analogo all’esame a scelta multipla dell’Alpha per valutare l’intelligenza innata, svolto tramite domande alle reclute circa prodotti commerciali, sportivi famosi, dive dello schermo o le industrie principali di varie città e stati. Vale la pena di riportare le istruzioni: «Questo è il test 6. Guardate. Una serie di figure.» Dopo che tutti hanno trovato posto: «Ora osservate». L’esaminatore indica la mano e dice al dimostratore: «Sistemala». Il dimostratore non fa niente ma guarda sconcertato. L’esaminatore indica la figura della mano e quindi il posto in cui manca il dito e dice al dimostratore: «Sistemala, sistemala». Il dimostratore allora disegna il dito. L’esaminatore dice: «Va bene». A questo punto l’esaminatore indica il pesce e il posto dell’occhio e dice: «Sistemalo». Dopo che il dimostratore ha disegnato l’occhio mancante, l’esaminatore indica ognuno dei quattro disegni rimasti e dice: «Sistemali tutti». Il dimostratore risolve gli esempi lentamente e con sforzo apparente. Quando gli esempi sono terminati l’esaminatore dice: «Va bene. Procedete! Veloci!». Durante il corso di questo test gli aiutanti girano per la stanza e localizzati gli individui che non stanno facendo niente indicano i loro fogli e dicono: «Sistemali. Sistemali», cercando di porre tutti al lavoro. Allo scadere dei tre minuti l’esaminatore dice: «Fermi! Ma non voltate pagina».

Figura 21. La sesta parte dell’esame Beta per il reattivo di intelligenza innata. Vale la pena di riprodurre l’esame stesso (fig. 21). Massimo della fortuna, code di maiali, zampe di granchi, palle da bowling, reti da tennis, e il seme mancante nel Jack di quadri per non parlare della tromba del fonografo (un problema veramente difficile per i miei studenti). Yerkes forniva le seguenti istruzioni per assegnare i punteggi: Regole per le singole prove: Prova 4 – Qualsiasi cucchiaio in qualsiasi posizione nella mano destra va bene. Nella mano sinistra o un cucchiaio separato non va bene. Prova 5 – Il comignolo deve essere al posto giusto. Non va bene il fumo. Prova 6 – Un altro orecchio sullo stesso lato del primo non va bene. Prova 8 – Un quadrato, croce ecc., al posto esatto del francobollo, va bene. Prova 10 – La parte mancante è il chiodino. L’anello per attaccarlo può essere omesso.

Prova 13 – La parte mancante è la zampa. Prova 15 – La palla dovrebbe essere disegnata nella mano dell’uomo. Se rappresentata nella mano della donna o in movimento non va bene. Prova 16 – Una singola linea a indicare la rete va bene. Prova 18 – Qualsiasi rappresentazione con cui si voglia intender la tromba orientata in una qualsiasi direzione va bene. Prova 19 – La mano e il piumino per la cipria devono essere messi al giusto posto. Prova 20 – Il seme è la parte mancante. L’incapacità di completare l’elsa sulla spada non è un errore. Il settimo e ultimo test, costruzione geometrica, richiedeva che un quadrato fosse scomposto nei pezzi che lo componevano. Per le sue dieci parti erano assegnati due minuti e mezzo. Credo che le condizioni in cui il reattivo mentale veniva eseguito e il fondamentale carattere dell’esame rendevano assurdo il credere che il Beta misurasse un qualche stato interno che potesse poi meritare l’etichetta d’intelligenza. Nonostante la raccomandazione per un clima disteso e tranquillo, l’esame era condotto a ritmo quasi frenetico. Molte parti non potevano essere finite nel tempo concesso, ma le reclute non erano preavvertite. I miei studenti compilarono la seguente nota di completamento delle 7 parti. Per quanto riguarda due dei test, il simbolico-numerico e il controllo di numeri (4 e 5), la maggior parte degli studenti semplicemente non poté scrivere abbastanza velocemente da completare i rispettivi 90 e 50 elementi, anche se il protocollo era chiaro a tutti. Il terzo test, che registra un numero maggiore di risposte incomplete, contare i cubi (il numero 2), era troppo difficile a causa del numero degli elementi inclusi e il tempo concesso.

In conclusione, molte reclute non potevano vedere o udire l’esaminatore; molte non avevano mai fatto un test prima o anche tenuto una matita in mano. Molti non capivano le istruzioni ed erano completamente storditi. Quelli che le comprendevano potevano completare, nel tempo concesso, solo una piccola parte della totalità dei test. Nel frattempo, se l’ansietà e la confusione non avevano già raggiunto livelli sufficientemente alti da invalidare i risultati, gli assistenti giravano continuamente per la stanza, indicando individualmente le reclute e ordinando loro di affrettarsi con voce abbastanza alta, come gli era stato specificatamente detto di

fare, in modo da comunicare il messaggio in generale. Si aggiungano a ciò le manifeste influenze culturali del test 6, e le tendenze più sottili dirette contro coloro che non potevano scrivere i numeri o che avevano poca esperienza nello scrivere, e non si avrà altro se non una strage. La dimostrazione dell’inadeguatezza si trova nelle statistiche riassuntive, sebbene Yerkes e Boring decisero di interpretarle in maniera differente. La monografia presenta separatamente le distribuzioni di frequenza dei punteggi per ogni parte del test. Poiché Yerkes credeva che l’intelligenza innata fosse distribuita normalmente (il modello «standard» è con una singola moda per alcuni punteggi medi e con frequenze simmetricamente decrescenti dalla moda in entrambe le direzioni), si aspettava che i punteggi di ogni test sarebbero stati distribuiti altrettanto normalmente. Ma solo due test, quello del labirinto e quello del completamento di figure (1 e 6), produssero una distribuzione regolare simile alla normale. (Questi sono anche i test che i miei studenti trovarono più facili e ne portarono a termine una quantità più alta.) Tutti gli altri test condussero a una distribuzione bimodale con un picco a un valore medio e l’altro esattamente in corrispondenza del valore minimo zero (fig. 22).

Figura 22. Distribuzioni di frequenza di quattro test Beta. Si noti la moda al valore zero per i test 4, 5 e 7. L’interpretazione del senso comune di questa bimodalità sostiene che le reclute avevano due differenti reazioni di fronte ai test. Alcune capivano ciò che si supponeva esse dovessero fare e lo facevano in vari modi. Altre, per ragioni qualsiasi, non potevano capire bene le istruzioni e ottenevano un punteggio zero. Di

fronte agli alti livelli di ansietà imposta, alle cattive condizioni per vedere e udire e alla generale inesperienza della maggior parte delle reclute con i reattivi mentali, sarebbe sciocco interpretare i punteggi zero come prova di stupidità innata, inferiore all’intelligenza degli uomini che avevano ottenuto qualche punto: sebbene in questo modo Yerkes si tirasse fuori dalle difficoltà. (I miei studenti ottennero la più bassa percentuale di completamento per i test che nel campione di Yerkes producono le più ampie mode secondarie in corrispondenza dello zero: i test 4 e 5. Come sola eccezione a questo modello, la maggior parte dei miei studenti completò il test 3, che produceva un’alta moda zero nel campione dell’esercito. Ma il 3 è l’analogo visivo di «qual è il numero successivo in questa sequenza?», un test che tutti i miei studenti hanno fatto un’infinità di volte.) Gli statistici sono portati a essere sospettosi nei confronti di distribuzioni con mode multiple. Tali distribuzioni, solitamente, indicano una mancanza di omogeneità nel sistema o, in un linguaggio più chiaro, cause differenti per mode differenti. Si applicano qui tutti i proverbi familiari a proposito della sconsigliabilità di mischiare le mele e le pere. Le mode multiple avrebbero dovuto portare Yerkes a sospettare che i suoi test non stavano misurando una singola entità chiamata intelligenza. Invece i suoi statistici trovarono il modo di ridistribuire i punteggi zero in una maniera favorevole alle ipotesi innatiste (vedi più sotto). Ah già, qualcuno si sta chiedendo com’è andata ai miei studenti? Molto bene, naturalmente. Qualsiasi altro risultato sarebbe stato sconvolgente poiché tutti i test sono precursori ampiamente semplificati di esami che essi avevano sostenuto in tutta la loro vita. Di 53 studenti, 31 ottennero un punteggio A e 16 B. Inoltre, più del 10 per cento (6 su 53) ottenne un punteggio C corrispondente al limite intellettuale; in base agli standard di alcuni campi militari, essi sarebbero stati adatti a fare i soldati semplici. 3.4. LA MISTIFICAZIONE DELLA STATISTICA RIASSUNTIVA: IL PROBLEMA DEI VALORI ZERO

Se il Beta vacillò per l’artefatto di una moda secondaria dei punteggi zero, l’Alpha divenne un grave disastro, ampiamente intensificato, per la stessa ragione. Le mode zero nel Beta erano pronunciate ma non raggiunsero mai l’altezza della moda primaria a un valore medio. Ma sei degli otto questionari Alpha producevano la loro moda più alta a zero. (Solo uno aveva una distribuzione normale con una moda centrale, mentre l’altro produceva una moda zero inferiore a quella della moda centrale.) La moda zero si alzava spesso sopra tutti gli altri valori. In un questionario quasi il 40 per cento di tutti i punteggi era zero (fig. 23a). In un altro, lo zero era il solo valore comune in presenza di una distribuzione appiattita degli altri punteggi (a circa un quinto del livello dei valori zero), che iniziavano anche a declinare a valori elevati (fig. 23b).

Figura 23. Il valore zero era di gran lunga il più comune in diversi test Alpha. L’interpretazione di senso comune dei numerosi zero suggerisce che molti uomini non comprendevano le istruzioni e che i test non erano validi per questo motivo. Sepolte nella monografia di Yerkes ci sono numerose testimonianze che provano che gli esaminatori si preoccuparono molto dell’alta frequenza di zero e, nel mezzo della somministrazione dei test, tendevano a interpretare gli zero in questo modo di senso comune. Eliminarono alcuni test dal repertorio Beta perché producevano sino al 30,7 per cento di punteggi zero (sebbene alcuni test Alpha con una maggiore frequenza di zero furono conservati). Ridussero la difficoltà degli item iniziali in parecchi test «per abbassare il numero dei punteggi zero» (1921, p. 341). Inclusero, tra i criteri di accettazione di un test entro il repertorio Beta, «la facilità della dimostrazione, come mostrato dalla bassa percentuale di punteggi zero» (ivi, p. 373). Ricordarono parecchie volte che un’elevata frequenza di zero rifletteva una spiegazione insufficiente, non la stupidità delle reclute: «Il grande numero di punteggi zero, anche con ufficiali, indica che le istruzioni erano insufficienti» (ivi, p. 340). «Il principale fardello dei primi rapporti stava nel fatto che il compito più difficile era “di far capire l’idea”. Un’elevata percentuale di punteggi zero in ogni dato test veniva considerata un’indicazione dell’incapacità di “capire quel test”» (ivi, p. 379). Con tutti questi riconoscimenti, si poteva aver anticipato la decisione di Boring di escludere gli zero dalla statistica riassuntiva o di correggerli assumendo che la maggior parte delle reclute avrebbe totalizzato alcuni punti se avesse compreso ciò che si supponeva facesse. Invece Boring «corresse» i punteggi zero nel modo opposto e retrocesse realmente molti di loro in una gamma negativa. Iniziò con lo stesso assunto ereditaristico che invalidava tutti i risultati: che i questionari, per definizione, misuravano l’intelligenza innata. La massa di punteggi zero doveva perciò essere dovuta a uomini troppo stupidi per rispondere a qualsiasi item. Era giusto dare a tutti questi zero? Dopotutto, alcuni devono esser stati proprio troppo stupidi e il loro punteggio era giusto. Ma altri imbecilli devono essere stati salvati da un fato peggiore dal minimo di zero.

Essi avrebbero fatto anche peggio se il test avesse incluso item abbastanza facili da fare distinzioni tra i punteggi zero. Boring distinse tra un vero «zero matematico», un minimo intrinseco che non può logicamente andare più in basso e uno «zero psicologico», un inizio arbitrario definito da un particolare test. (Come asserzione generale, Boring stabilì un punto valido. Nel particolare contesto dei test militari, questo è assurdo.) Un punteggio zero, perciò, non significa l’assenza completa di capacità, non significa il punto di discontinuità della cosa misurata; esso significa il punto di discontinuità dello strumento di misura: il test […]. All’individuo che non riesce a ottenere un punteggio positivo, ed è marcato zero, viene dato veramente, per questo motivo, un premio che varia di valore direttamente con la sua stupidità. (Ivi, p. 622) Boring «corresse» perciò ogni punteggio zero calibrandolo con altri test della serie in cui lo stesso uomo aveva totalizzato dei punti. Se aveva totalizzato un buon numero di punteggi in altri test, non veniva doppiamente penalizzato per i suoi zero; se aveva dato una prestazione insufficiente, allora i suoi zero venivano convertiti in punteggi negativi. Con questo metodo, un vizio debilitante della procedura fondamentale di Yerkes veniva accentuato con l’aggiunta di un ulteriore preconcetto. Gli zero indicavano soltanto che, per una serie di ragioni non correlate all’intelligenza, erano tantissimi coloro che non comprendevano ciò che ci si aspettava facessero. E Yerkes dovrebbe averlo riconosciuto, perché i suoi resoconti provavano che, con meno confusione e meno assillo, gli uomini che avevano totalizzato zero nel test di gruppo riuscivano quasi tutti a fare dei punti negli stessi test o in test simili in un esame individuale. Yerkes scrisse: «A Greenleaf si trovò che la proporzione di punteggi zero nel test del labirinto era ridotta dal 28 per cento nel Beta al 2 per cento nella scala di prestazione e che, similmente, i punteggi zero nel test simbolico-numerico erano ridotti dal 49 al 6 per cento» (ivi, p. 406). Tuttavia, quando ci fu un’opportunità di correggere quest’influenza, ignorando o ridistribuendo appropriatamente i punteggi zero, gli statistici di Yerkes fecero l’opposto. Essi inflissero una doppia penalità, retrocedendo la maggior parte dei punteggi zero in una gamma negativa. 3.5. LA MISTIFICAZIONE DELLA STATISTICA RIASSUNTIVA: L’AGGIORNAMENTO DI OVVIE CORRELAZIONI CON L’AMBIENTE

La monografia di Yerkes è un tesoro di informazioni per chiunque cerchi correlazioni ambientali della prestazione ai «test di intelligenza». Dato che Yerkes negò esplicitamente ogni sostanziale ruolo causale dell’ambiente e continuò a insistere che i test misuravano l’intelligenza innata, questa affermazione può sembrare paradossale. Si può sospettare che Yerkes, nella sua cecità, non lesse le sue stesse informazioni. La situazione, di fatto, è anche più curiosa. Yerkes lesse molto attentamente; restò perplesso su ognuna delle sue correlazioni ambientali e

riuscì a dar ragione di ognuna di esse con argomenti che talvolta rasentano il ridicolo. Gli item sono riportati e dispersi in una o due pagine. Yerkes trovò forti correlazioni tra il punteggio medio e l’infestazione da anchilostomi in tutte e quattro le categorie.

Questi risultati potrebbero aver condotto all’ovvia ammissione che lo stato di salute, in particolar modo nei disturbi correlati alla povertà, ha un certo effetto sui punteggi. Sebbene non negasse questa possibilità, Yerkes pose l’accento su un’altra spiegazione: «Una bassa capacità innata può determinare tali condizioni di vita da risaltare in un’infezione da anchilostomi» (ivi, p. 811). Studiando la distribuzione dei punteggi a seconda dell’occupazione, Yerkes congetturò che, poiché l’intelligenza procura la sua ricompensa, i punteggi dei test dovevano crescere con la pratica. Divise ciascun lavoro fra apprendisti, operai e tecnici, e cercò dei punteggi crescenti tra i gruppi. Ma non trovò alcun modello. Invece di abbandonare la sua ipotesi, decise che la procedura di assegnare gli uomini a tre categorie doveva essere stata difettosa: Sembra ragionevole supporre che nell’industria si verifichi un processo di selezione che risulta in una selezione di coloro che sono mentalmente più accorti per la promozione dal livello di apprendista a quello di operaio e, similmente, dal livello di operaio a quello di tecnico. Quelli mentalmente inferiori si arresterebbero ai livelli inferiori di abilità o sarebbero mandati via. Con questa ipotesi si comincia a dubitare dell’accuratezza della procedura d’intervista del personale. (Ivi, pp. 831-832) Tra i maggiori modelli, Yerkes trovò continuamente delle relazioni tra intelligenza e livello di scolarità. Calcolò un coefficiente di correlazione di 0,75 tra il punteggio del test e gli anni di istruzione. Di 348 uomini che totalizzarono un punteggio inferiore alla media nell’Alpha, solo 1 aveva frequentato l’università (come studente di odontoiatria), 4 avevano conseguito il diploma di scuola superiore e solo 10 avevano frequentato detta scuola. Tuttavia Yerkes non concluse che una maggiore scolarità conduceva di per sé a punteggi crescenti; sostenne invece che gli uomini con più intelligenza innata trascorrono più tempo a scuola: «La teoria secondo cui l’intelligenza innata è uno dei più importanti fattori condizionanti per la continuazione degli studi è certamente confermata da questa accumulazione di dati» (ivi, p. 780). Yerkes notò la più forte correlazione dei punteggi con la scolarità nel considerare le differenze tra neri e bianchi. Fece una significativa osservazione sociale, ma le

diede la sua solita tendenza innatista: Il contingente bianco di nati stranieri è meno scolarizzato, più della metà di questo gruppo non è andato oltre la quinta classe, mentre un ottavo, cioè il 12,5 per cento non riporta alcuna scolarità. Le reclute negre, sebbene cresciute in questo paese dove l’istruzione elementare è per supposizione non solo libera ma obbligatoria, non riportano alcuna scolarità in una proporzione sorprendentemente alta. (Ivi, p. 760) La mancanza di frequenza della scuola da parte dei neri, sostenne, doveva riflettere una riluttanza fondata su un basso livello di intelligenza innata. Non una parola sulla segregazione (allora ufficialmente sancita, se non ordinata), sulle misere condizioni delle scuole per neri o sulla necessità di lavorare presto. Yerkes riconobbe che le scuole potevano variare di qualità, ma assunse che tale effetto doveva essere trascurabile e citò, come principale prova della stupidità innata del nero, i punteggi dei neri inferiori a quelli di bianchi che avevano frequentato un eguale numero di anni di scuola: Gli standard degli anni di scuola, naturalmente, non sono identici in tutto il paese, specialmente tra le scuole per bambini bianchi e quelle per negri, cosicché una «scolarità di quarta classe» varia indubbiamente di significato da gruppo a gruppo, ma questa variabilità non può essere responsabile delle chiare differenze di intelligenza tra i gruppi. (Ivi, p. 773) I dati che avrebbero indotto Yerkes a cambiare idea (se si fosse avvicinato allo studio con qualche elasticità) sono tutti, tabulati ma non usati, nella sua monografia. Yerkes aveva notato delle differenze regionali nell’istruzione nera. Metà delle reclute nere provenienti dagli stati del Sud non aveva frequentato la scuola oltre la terza classe, ma la metà aveva raggiunto la quinta classe negli stati del Nord (p. 760). Al Nord, il 25 per cento aveva completato la scuola elementare; al Sud, un mero 7 per cento. Yerkes notò anche che «la percentuale di Alpha è molto minore e la percentuale di Beta molto maggiore nel gruppo del Sud che in quello del Nord» (ivi, p. 734). Molti anni dopo, Ashley Montagu (1945) studiò le tabulazioni che Yerkes aveva fornito stato per stato e confermò il modello di Yerkes: in tredici stati del Sud, il punteggio medio dei neri dell’Alpha era 21,31 e 39,90 in nove stati del Nord. Montagu notò poi che i punteggi neri medi dei quattro stati più importanti del Nord (45,31) superavano la media bianca di nove stati del Sud (43,94). Trovò lo stesso risultato per il Beta, dove i neri di sei stati del Nord avevano una media di 34,63 e i bianchi di quattordici stati del Sud, 31,11. I sostenitori della teoria innatista avevano, come al solito, la loro risposta opportuna: soltanto i neri migliori erano stati abbastanza in gamba da trasferirsi al Nord. Per gli individui di buona volontà e di senso comune una spiegazione in termini di dualità di istruzione è sempre sembrata più ragionevole, specialmente

perché anche Montagu trovò delle correlazioni tra le spese di uno stato per l’istruzione e il punteggio medio delle sue reclute. Un’altra persistente correlazione minacciava le convinzioni ereditaristiche di Yerkes e la sua tesi di soccorso divenne un’importante arma sociale nelle sue successive campagne politiche per la restrizione dell’immigrazione. I punteggi dei test erano stati tabulati per paese di origine e Yerkes notò il modello così caro ai cuori dei suprematisti nordici. Divise le reclute per paese di origine, in inglesi, scandinave e teutoniche da un lato, e latine e slave dall’altro, e affermò (ivi, p. 69): «Le differenze sono considerevoli (praticamente, una gamma estrema di due anni di età mentale)» (a favore dei nordici, naturalmente). Ma riconobbe un problema potenziale. Latini e slavi erano per la maggior parte arrivati da poco e, o parlavano male l’inglese, o non lo parlavano affatto; la principale ondata dell’immigrazione teutonica si era verificata molto tempo prima. Secondo il protocollo di Yerkes, ciò non dovrebbe aver avuto importanza. Chi non sapeva parlare inglese non era penalizzato. Riceveva il Beta, un test illustrato che, per supposizione, misurava l’abilità innata indipendentemente dal grado di istruzione e dalla lingua. I dati tuttavia mostravano ancora una chiara penalità a causa della mancanza di familiarità con l’inglese. Delle reclute bianche che totalizzavano un punteggio E nell’Alpha e che perciò ricevevano anche il Beta, quelle che parlavano inglese avevano una media di 101,6 nel Beta, mentre quelle che non parlavano inglese avevano una media di 77,8. Sulla scala di prestazione individuale, che eliminava l’assillo e la confusione del Beta, le reclute indigene e quelle nate all’estero non differivano (p. 403). (Ma questi test individuali furono somministrati a pochissimi uomini e quindi non influenzarono le medie nazionali.) Yerkes dovette ammettere: «Vi sono indicazioni del fatto che gli individui handicappati dalla difficoltà della lingua e dall’analfabetismo sono apprezzabilmente penalizzati nel Beta in confronto con quelli che questo handicap non hanno» (ivi, p. 395). Un’altra correlazione poteva disturbare ancora di più. Yerkes trovò che i punteggi medi dei test per le reclute nate all’estero salivano consistentemente con gli anni di residenza in America. Ciò non indicava che la familiarità con gli usi americani e non l’intelligenza innata regolava le differenze dei punteggi? Yerkes ne ammise la possibilità, ma dette una forte speranza di salvezza ereditaristica: Evidentemente il gruppo che è stato più a lungo residente in questo paese è 10 un po’ migliore nell’esame dell’intelligenza. Non è possibile stabilire se la differenza è causata dal migliore adattamento alla situazione di esame del gruppo più completamente americanizzato o se opera qualche altro fattore. Potrebbe essere, per esempio, che gli immigrati più intelligenti abbiano successo e rimangano quindi in questo paese, ma tale ipotesi viene indebolita dal fatto che così tanti immigrati di successo ritornano in Europa. Nel migliore dei casi, possiamo soltanto lasciare a una decisione futura la

questione se le differenze rappresentino una reale differenza di intelligenza o un artificio del metodo d’esame. (Ivi, p. 704)

I suprematisti teutonici avrebbero presto preso quella decisione: l’immigrazione recente aveva attratto la feccia dell’Europa, latini e slavi delle classi inferiori. Gli immigrati di più lunga data appartenevano prevalentemente a ceppi superiori del Nord. La correlazione con gli anni di permanenza in America era un artefatto dello stato genetico. I test mentali militari potevano aver fornito un impeto di riforma sociale, poiché documentarono che gli svantaggi ambientali stavano privando milioni di persone dell’opportunità di sviluppare le loro capacità intellettive. I dati indicarono ripetutamente forti correlazioni tra i punteggi dei test e l’ambiente. Coloro che scrissero e somministrarono i test ripetutamente inventarono tortuose spiegazioni ad hoc per preservare i loro pregiudizi ereditaristici. Quanto dovevano essere stati potenti i preconcetti di Terman, Goddard e Yerkes, per renderli così ciechi alle circostanze immediate! Terman sostenne seriamente che dei buoni orfanotrofi precludevano qualsiasi causa ambientale di basso QI per i bambini che vivevano in essi. Goddard esaminò immigrati confusi e impauriti che avevano appena compiuto un estenuante viaggio in terza classe e pensò di aver colto l’intelligenza innata. Yerkes tormentò le sue reclute, ottenne la prova di confusione e assillo nella loro grossa moda di punteggi zero e produsse dati sulle abilità di gruppi razziali e nazionali. Non si possono attribuire tutte queste conclusioni a un qualche misterioso «umore del tempo» perché la critica contemporanea vide anche attraverso l’assurdità. Anche per gli standard della loro stessa era, gli innatisti americani erano dogmatici. Ma il loro dogma fu sospinto da venti favorevoli nel regno della pubblica accettazione, con conseguenze tragiche. 4. L’impatto politico dei dati militari 4.1. PUÒ SOPRAVVIVERE LA DEMOCRAZIA CON UN’ETÀ MENTALE MEDIA DI TREDICI ANNI?

Yerkes era preoccupato dal suo valore di 13,08 per l’età mentale media delle leve bianche. Esso si adattava ai suoi pregiudizi e alle paure eugenetistiche di vecchi americani prosperosi, ma era troppo buono per essere vero o troppo basso per essere creduto. Yerkes riconobbe che gli individui più in gamba erano stati esclusi dal campione: gli ufficiali volontari e «i professionisti e gli esperti d’affari esentati dalla leva perché essenziali all’attività industriale durante la guerra» (1921, p. 785). Ma anche gli individui evidentemente ritardati e deboli di mente erano stati selezionati prima di arrivare dai suoi esaminatori bilanciando quindi le esclusioni

all’altro estremo. La media risultante, cioè 13, poteva essere un poco bassa, ma non poteva essere sbagliata di molto (ivi, p. 785). Yerkes aveva dinanzi due possibilità. Poteva riconoscere la cifra come assurda e cercare nei suoi metodi i vizi che avevano generato un tale assurdo. Non avrebbe dovuto guardar lontano, se fosse stato così propenso, dato che tre gravi preconcetti cospirarono per abbassare la media sino a questo valore implausibile. Primo, i test misuravano l’istruzione e la familiarità con la cultura americana, non l’intelligenza innata. Molte reclute, qualunque fosse la loro intelligenza, avevano disgraziatamente un’istruzione deficiente ed erano o da troppo poco tempo in America o troppo impoverite per poter apprezzare le prodezze del signor Mathewson. Secondo, il citato protocollo di Yerkes non era stato seguito. Circa i due terzi del campione bianco ricevette l’Alpha e l’elevata frequenza di punteggi zero indicava che molti avrebbero dovuto essere stati riesaminati con il Beta. Ma il tempo e l’indifferenza degli ufficiali cospirarono contro ciò, e molte reclute non furono riesaminate. Infine, il trattamento di Boring dei valori zero impose un’ulteriore penalità sui punteggi già (e artificialmente) troppo bassi. Oppure, poteva accettare questo valore e rimanere un po’ confuso. Naturalmente optò per la seconda strategia: Conosciamo ora approssimativamente dall’esperienza clinica la capacità e l’abilità mentale di un uomo dell’età mentale di 13 anni. Non abbiamo mai supposto sinora che l’abilità mentale di quest’uomo fosse la media del paese o dovunque vicina a essa. Un moron è stato definito come qualcuno con un’età mentale da 7 a 12 anni. Se a questa definizione viene dato il significato di qualcuno con un’età mentale minore di 13 anni, come è stato fatto recentemente, allora quasi la metà delle leve bianche (47,3 per cento) doveva esser moron. Così, sembra che la debolezza mentale, come viene definita ora, abbia frequenza molto maggiore di quanto sia stato originalmente supposto. Anche i colleghi di Yerkes furono disturbati. Goddard, che aveva inventato il moron, cominciò a dubitare della sua creazione: «Sembra che ci siamo impalati sui corni di un dilemma: o la metà della popolazione è debole di mente o una mentalità di 12 anni non rientra appropriatamente entro i limiti della debolezza mentale» (1919, p. 352). Anche Goddard optò per la soluzione di Yerkes e fece risuonare il grido d’avvertimento per la democrazia americana: Se viene alla fine trovato che l’intelligenza dell’uomo medio è 13 – invece che 16 – ciò conferma solo quello che alcuni cominciano a sospettare; e cioè che l’uomo medio può amministrare i suoi affari solo con un modesto grado di prudenza, può raggiungere solo un modo di vita molto modesto ed è migliore quando esegue degli ordini di quando prova a far progetti da se stesso. In altre parole, dimostra che vi è una ragione fondamentale per molte delle condizioni che troviamo nella società umana e oltre a ciò che

molti dei nostri sforzi per cambiare queste condizioni non sono intelligenti perché non abbiamo compreso la natura dell’uomo medio. (Ivi, p. 236) Il disgraziato 13 divenne un simbolo tra coloro che cercavano di contenere i movimenti per l’assistenza sociale. Dopotutto, se l’uomo medio è a malapena meglio di un moron, allora la povertà è fondamentalmente di origine biologica e né l’istruzione né migliori opportunità di impiego possono alleviarla. In un famoso discorso intitolato Is America Safe for Democracy?, il preside del dipartimento di psicologia di Harvard sostenne (W. Mc Dougall, citato in Chase, 1977, p. 226): I risultati dei test militari indicano che circa il 75 per cento della popolazione non ha sufficienti capacità innate di sviluppo intellettuale da renderla capace di completare il normale corso di scuola superiore. L’uso molto estensivo dei reattivi mentali sugli scolari fatto dal prof. Terman e dai suoi colleghi conduce a risultati strettamente concordanti. In un discorso inaugurale come presidente della Colgate University, G.G. Cutten proclamò nel 1922 (citato in Cravens, 1978, p. 224): «Non possiamo concepire una forma peggiore di caos di una democrazia reale in una popolazione di intelligenza media di poco superiore a 13 anni». Un attraente «fatto» numerico si era nuovamente messo in risalto come scoperta della scienza oggettiva, mentre gli errori e la mistificazione che lo invalidavano completamente rimasero nascosti nei dettagli di una monografia di ottocento pagine che i propagandisti non lessero mai. 4.2. I TEST MILITARI E L’AGITAZIONE PER LIMITARE L’IMMIGRAZIONE: LA MONOGRAFIA DI BRIGHAM SULL’INTELLIGENZA DEGLI AMERICANI

La media di 13 ebbe un impatto politico, ma il suo potenziale di rovina sociale era trascurabile in confronto ai valori di Yerkes per le differenze razziali e nazionali; poiché gli innatisti potevano affermare che, infine, il fatto e l’estensione delle differenze di intelligenza innata tra i gruppi erano stati una volta per tutte stabiliti. Il discepolo di Yerkes, C.C. Brigham, allora professore associato di psicologia all’Università di Princeton, proclamò: Abbiamo qui una ricerca che naturalmente supera di cento volte in attendibilità tutte le precedenti ricerche, montate e correlate. Questi dati militari costituiscono il primo contributo, realmente significativo, allo studio delle differenze razziali nei tratti mentali. Esse ci danno una base scientifica per le nostre conclusioni. (1923, p. XX) Nel 1923 Brigham pubblicò un libro, abbastanza breve e scritto con stile scarno (alcuni direbbero chiaro), sufficiente per essere letto e usato da tutti i propagandisti. A Study of American Intelligence divenne un veicolo primario per tradurre i risultati militari sulle differenze di gruppo in azione sociale (si veda

Kamin, 1974 e Chase, 1977). Yerkes stesso scrisse la prefazione ed elogiò Brigham per la sua obiettività: L’autore non presenta teorie o opinioni, ma fatti. Ci conviene considerare la loro attendibilità e il loro significato, perché nessuno di noi come cittadino si può permettere di ignorare la minaccia del deterioramento della razza o le eventuali relazioni fra immigrazione e progresso e benessere nazionale. (Brigham, 1923, p. VII) Dato che derivò i suoi «fatti» sulle differenze di gruppo o interamente dai risultati militari, Brigham dovette per prima cosa respingere l’affermazione secondo cui i test di Yerkes non potevano essere misure pure di intelligenza innata. Ammise che l’Alpha poteva confondere l’impatto dell’istruzione con la capacità innata perché richiedeva il saper leggere e scrivere. Ma il Beta poteva solo registrare l’intelligenza innata non adulterata: «L’esame Beta non implica l’inglese e i test non possono essere considerati come misure dell’istruzione in alcun senso» (ivi, p. 100). In ogni caso, aggiunse per buona misura, importa poco se i questionari registrano anche ciò che Yerkes aveva chiamato «il miglior adattamento del gruppo più completamente americanizzato alla situazione dell’esame» (ivi, p. 93), dal momento che […] se i test usati includevano qualche misterioso tipo di situazione che era «tipicamente americana», siamo davvero fortunati perché questa è l’America, e lo scopo della nostra inchiesta è quello di ottenere una misura 11 del carattere della nostra immigrazione. L’incapacità di rispondere a una situazione «tipicamente americana» è ovviamente una caratteristica indesiderabile. (Ivi, p. 96) Una volta provato che i test misuravano l’intelligenza innata, Brigham dedicò la maggior parte del suo libro a dissipare le impressioni comuni che potevano minacciare questo assunto fondamentale. I test militari avevano valutato, per esempio, che gli ebrei (essenzialmente di recente immigrazione) avevano intelligenza alquanto bassa. Questa scoperta non contrasta con le notevoli doti di così tanti studiosi, statisti e artisti ebrei? Brigham congetturò che gli ebrei potevano essere più variabili di altri gruppi; una media bassa non precludeva la presenza di pochi geni nella gamma superiore. In ogni caso, aggiunse, probabilmente ci fermiamo tanto sull’eredità ebrea di alcuni grandi uomini perché ci sorprende: «L’ebreo capace viene popolarmente riconosciuto non solo a causa delle sue capacità, ma perché egli è capace ed ebreo» (ivi, p. 190). «Le nostre cifre, quindi, tenderebbero a confutare la popolare convinzione secondo cui l’ebreo è molto intelligente.» (Ibid.) Ma che cosa si può dire dei punteggi più elevati dei neri del Nord in confronto con quelli del Sud? Dato che Yerkes aveva anche dimostrato che i neri del Nord frequentavano, in media, la scuola per parecchi più anni dei loro simili del Sud, i

punteggi non riflettevano differenze d’istruzione, più che capacità innata? Brigham non negò un piccolo effetto dell’istruzione (p. 191), ma presentò due ragioni per attribuire i maggiori punteggi dei neri del Nord principalmente a migliore biologia: primo, «la maggior mescolanza di sangue bianco» tra i neri del Nord; secondo, «l’azione di forze economiche e sociali, quali paghe superiori, migliori condizioni di vita, identici privilegi scolastici e un ostracismo sociale meno totale che tendono ad attrarre il nero più intelligente al Nord» (ivi, p. 192). Brigham affrontò la più grande sfida dell’ereditarismo sul tema dell’immigrazione. Anche Yerkes aveva espresso agnosticismo – il solo momento in cui considerò un’alternativa significativa alla biologia innata – sulle cause dei punteggi costantemente crescenti degli immigrati che avevano vissuto più a lungo in America (si veda p. 213). Gli effetti erano certamente grandi e la regolarità sorprendente. Senza eccezione (si veda la tabella a p. 214), ogni periodo di cinque anni di residenza apportava un aumento dei punteggi nel test, e la differenza totale tra i recenti arrivi e i residenti che erano stati più a lungo in America era due anni e mezzo tondi di età mentale. Brigham si indirizzò verso la spaventosa possibilità dell’ambientalismo ragionando in modo circolare. Cominciò con l’ammettere ciò che intendeva dimostrare. Negò a priori la possibilità dell’influenza ambientale, accettando come provata l’asserzione fortemente controversa secondo cui il Beta doveva misurare l’intelligenza innata non adulterata, qualunque cosa l’Alpha facesse con la sua richiesta di un grado d’istruzione. La base biologica dei punteggi in diminuzione degli immigrati recenti poteva esser quindi provata dimostrando che la diminuzione sulla scala combinata non era solo un artefatto delle differenze nell’Alpha: L’ipotesi di crescita dell’intelligenza con la crescente lunghezza della residenza può essere identificata con l’ipotesi di un errore nel metodo di misurare l’intelligenza, perché dobbiamo assumere che stiamo misurando l’intelligenza originaria e innata e qualunque aumento del nostro punteggio al test, dovuto a qualunque altro fattore, può essere considerato un errore […]. Se a tutti i membri dei nostri gruppi con cinque anni di residenza fossero stati somministrati l’Alpha, il Beta e l’esame individuale in eguali proporzioni, allora tutti sarebbero stati trattati similmente e la relazione dimostrata rimarrebbe valida senza alcuna possibilità di errore. (Ivi, p. 100) Se le differenze tra i gruppi di residenza non erano innate, sostenne Brigham, allora esse riflettevano un vizio tecnico nella costruzione della scala combinata dalle proporzioni varianti dell’Alpha e del Beta; esse non potevano essere causate da un difetto dei test stessi e non potevano perciò, per definizione, essere indicatori ambientali della crescente familiarità con i costumi e la lingua americani. Brigham studiò le prestazioni degli Alpha e dei Beta, trovò che tra i Beta le differenze tra i gruppi di residenza persistevano e proclamò la sua controintuitiva

ipotesi di intelligenza innata decrescente tra gli immigrati più recenti. «Troviamo realmente» proclamò «che l’aumento derivato da ciascun tipo di esame [sia Alpha che Beta] è circa lo stesso. Ciò indica, quindi, che i gruppi con cinque anni di residenza sono gruppi che hanno reali differenze di intelligenza innata e non gruppi che soffrono di un maggiore o minore handicap linguistico e educativo» (ivi, p. 102). Invece di considerare che la nostra curva indica una crescita dell’intelligenza in relazione all’aumento del periodo di residenza, siamo costretti ad assumere il rovescio della medaglia e accettare l’ipotesi che la curva indichi un graduale deterioramento della classe degli immigrati esaminati nell’esercito, venuti in questo paese in ogni successivo periodo di cinque anni a partire dal 1902. (Ivi, pp. 110-111) […] L’intelligenza media delle ondate successive di immigrazione è divenuta progressivamente più bassa. (Ivi, p. 155) Ma perché gli immigrati recenti dovrebbero essere più stupidi? Per risolvere questo enigma, Brigham invocò l’eminente teorico del razzismo del tempo, l’americano Madison Grant (autore di The Passing of the Great Race) e una vecchia reliquia dell’apogeo della craniometria francese, il conte Georges Vacher de Lapouge. Brigham sostenne che i popoli europei sono misture, in varia misura, di tre razze originali: 1) i nordici, «una razza di soldati, navigatori, avventurieri ed esploratori, ma soprattutto, di dominatori, organizzatori e aristocratici […]. Feudalesimo, distinzioni di classe e fierezza della razza tra gli europei sono rintracciabili per la maggior parte al Nord». Essi sono «autoritari, individualisti, fiduciosi in se stessi […], e come risultato sono di solito protestanti» (Grant, citato in Brigham, p. 182); 2) gli abitanti alpini, che sono «sottomessi sia all’autorità politica che a quella religiosa, essendo di solito cattolici romani» (ivi, p. 183), e che Vacher de Lapouge descrisse come «il perfetto schiavo, il servo ideale, il sottomesso modello» (ibid.); 3) i mediterranei, che Grant approvava, date le loro realizzazioni nell’antica Grecia e nell’antica Roma, ma che Brigham disprezzava perché i loro punteggi medi erano leggermente più bassi di quelli degli alpini. Brigham provò poi a valutare la quantità di sangue nordico, alpino e mediterraneo nei vari popoli europei, e a calcolare i punteggi militari con questa base scientifica e razziale, invece di partire dall’origine nazionale. Concepì i seguenti valori di intelligenza media: nordico, 13,28; alpino, 11,67; mediterraneo, 11,43. Il progressivo ridursi dell’intelligenza per ogni gruppo con residenza di cinque anni ottenne, quindi, la sua facile spiegazione innatista. Il carattere dell’immigrazione era marcatamente mutato durante i trascorsi venti anni. Prima d’allora, gli arrivi erano stati prevalentemente nordici: in seguito, siamo stati inondati da un numero progressivamente crescente di alpini e mediterranei, quando la fonte principale dell’immigrazione si spostò da Germania, Scandinavia e isole britanniche alla plebaglia dell’Europa orientale e del Sud: italiani, greci, turchi, ungheresi, polacchi, russi e altri slavi (compresi gli ebrei, che Brigham definì

razzialmente «slavi alpini»). Dell’inferiorità di questi recenti immigrati non ci può esser dubbio: L’oratore del 4 luglio può essere convincente nel suscitare la fede popolare nel livello intellettuale della Polonia urlando il nome di Kosciusko da un palco, ma non può alterare la distribuzione dell’intelligenza dell’immigrato polacco. (1923, p. 202) Ma Brigham realizzò che due difficoltà stavano ancora di fronte alla sua asserzione innatista. Aveva provato che i test militari misuravano l’intelligenza innata, ma aveva ancora paura che oppositori ignoranti potessero provare ad attribuire elevati punteggi nordici alla presenza di così tanti nativi di lingua inglese nel gruppo. Brigham divise perciò il gruppo nordico in nativi del Canada e delle isole britanniche, che avevano una media di 13,84 e «nativi non di lingua inglese», principalmente di Germania, Olanda e Scandinavia, che avevano una media di 12,97. Brigham aveva in pratica nuovamente provato l’asserzione ambientalista secondo cui i test militari misuravano la familiarità con il linguaggio e i costumi americani; ma nuovamente escogitò una fandonia innatista. La disparità tra nordici inglesi e non inglesi era pari a metà della differenza tra nordici e mediterranei. Dato che le differenze tra nordici potevano rappresentate soltanto gli effetti ambientali di linguaggio e cultura (come ammetteva Brigham), perché non attribuire la variazione tra le razze europee alla stessa causa? Dopotutto, i cosiddetti «nordici non inglesi» avevano, in media, più familiarità con gli usi americani e avrebbero dovuto ottenere punteggi superiori di alpini e mediterranei su questa base soltanto. Brigham chiamò questi uomini «non inglesi» e li usò come prova della sua ipotesi del linguaggio. Ma di fatto sapeva solo il loro paese di origine, non il loro grado di familiarità con l’inglese. In media, questi cosiddetti nordici non inglesi erano stati in America molto più a lungo degli alpini e dei mediterranei. Molti parlavano bene l’inglese e avevano trascorso abbastanza anni in America da conoscere a fondo i segreti del bowling, i prodotti commerciali e i divi del cinema. Se essi, con la loro conoscenza intermedia della cultura americana, ottenevano un punteggio di quasi un anno più basso di quello dei nordici inglesi, perché non attribuire lo svantaggio di quasi due anni di alpini e mediterranei alla loro maggiore mancanza di familiarità con gli usi americani? È sicuramente più semplice usare la stessa spiegazione per un continuum di effetti. Invece Brigham ammise le cause ambientali per le disparità tra nordici, ma poi portò avanti l’innatismo per spiegare i punteggi più bassi dei suoi disprezzati europei orientali e meridionali: Ci sono naturalmente persuasive ragioni storiche e sociologiche che rendono conto dell’inferiorità del gruppo nordico che non parla inglese. D’altro canto, se si desidera negare, a dispetto dei fatti, la superiorità della razza nordica sulla base del fatto che il fattore linguaggio aiuta misteriosamente questo gruppo quando viene esaminato, si può eliminare

dalla distribuzione nordica i nordici che parlano inglese e trovare ancora una marcata superiorità dei nordici che non parlano inglese sui gruppi alpini e mediterranei, un fatto che indica chiaramente che la causa sottostante delle differenze di nascita che abbiamo dimostrato è la razza e non il linguaggio. (Ivi, pp. 171-172) Dopo questa opposizione, Brigham ne affrontò un’altra che non poté del tutto aggirare. Aveva attribuito i punteggi via via decrescenti dei gruppi con residenza di cinque anni alla decrescente percentuale in essi di nordici. Dovette ammettere, tuttavia, un importuno anacronismo. L’ondata nordica era diminuita molto prima e l’immigrazione dei due o tre più recenti gruppi con cinque anni di residenza aveva contato una proporzione approssimativamente costante di alpini e mediterranei. Tuttavia i punteggi continuarono a diminuire mentre la composizione razziale rimaneva costante. Questo, almeno, non riguardava il linguaggio e la cultura? Dopotutto, Brigham aveva evitato la biologia nello spiegare le sostanziali differenze tra gruppi nordici; perché non trattare simili differenze tra gli alpini e i mediterranei allo stesso modo? Il pregiudizio annientò nuovamente il buonsenso e Brigham inventò un’implausibile spiegazione per la quale, ammise, non aveva prove dirette. Dato che i punteggi di alpini e mediterranei erano in declino, le nazioni che accoglievano questi scellerati stavano trasmettendo una stirpe biologica progressivamente più povera col trascorrere degli anni: Il declino dell’intelligenza è dovuto a due fattori: il mutamento delle razze che migrano in questo paese e il fattore aggiuntivo della trasmissione di sempre più bassi rappresentanti di ciascuna razza. (Ivi, p. 178) Le prospettive dell’America, lamentò Brigham, erano tristi. La minaccia europea era abbastanza grave, ma l’America affrontava un problema speciale e più serio: Parallelamente ai movimenti di questi popoli europei, abbiamo il più sinistro sviluppo della storia di questo continente: l’importazione del negro. (Ivi, p. XXI) Brigham concluse il suo scritto con un’istanza politica, difendendo la linea ereditaristica per due scottanti questioni politiche del suo tempo: la restrizione dell’immigrazione e la regolazione eugenetica della riproduzione: Il declino dell’intelligenza degli americani sarà più rapido del declino dell’intelligenza dei gruppi nazionali europei, a causa della presenza, qui, del negro. Questi sono i fatti espliciti, alquanto brutti, che il nostro studio dimostra. Il deterioramento dell’intelligenza americana non è, comunque, inevitabile se l’azione pubblica può essere sollevata a prevenirlo. Non v’è ragione perché non debbano essere intrapresi passi legali che assicurerebbero una continua progressiva evoluzione verso l’alto. I passi

che dovrebbero essere intrapresi per preservare o accrescere la nostra attuale capacità intellettuale devono essere, naturalmente, dettati dalla scienza e non dalla convenienza politica. L’immigrazione non dovrebbe essere solo restrittiva, ma altamente selettiva. E la revisione delle leggi sull’immigrazione e la naturalizzazione darà soltanto un lieve sollievo alla nostra attuale difficoltà. I passi realmente importanti sono quelli che guardano alla prevenzione della continua propagazione delle stirpi deficienti nell’attuale popolazione. (Ivi, pp. 209-210) Come Yerkes aveva detto di Brigham: «L’autore non presenta teorie o opinioni, ma fatti». 4.3. IL TRIONFO DELLA RESTRIZIONE DELL’IMMIGRAZIONE

I test militari generarono una varietà di usi sociali. Il loro più durevole effetto sta sicuramente nel campo stesso dell’uso dei reattivi mentali. Essi furono i primi test scritti di QI a guadagnarsi rispetto e fornirono la tecnica essenziale per rendere effettiva l’ideologia ereditaristica che sostenne, contrariamente ai desideri di Binet, l’esame e la classificazione di tutti i bambini. Altri propagandisti usarono i risultati militari per difendere la segregazione razziale e il limitato accesso dei neri all’istruzione superiore. Cornelia James Cannon, scrivendo sull’Atlantic Monthly nel 1922, notò che l’89 per cento dei neri veniva testato come moron e sostenne (citato in Chase, 1977, p. 263): L’accento deve essere necessariamente posto sullo sviluppo delle scuole elementari, sull’addestramento alle attività, alle abitudini e alle occupazioni che non richiedono le facoltà più evolute. Particolarmente al Sud […] l’istruzione dei bambini bianchi e di quelli di colore in scuole separate può avere una giustificazione diversa da quella creata dal pregiudizio razziale […]. Un sistema di scuola pubblica che prepara alla vita i giovani di una razza, il 59 per cento dei quali non raggiungerà mai un’età mentale di 10 anni, è un sistema ancora da perfezionare. Ma i dati militari ebbero il loro più immediato e profondo impatto sul grande dibattito sull’immigrazione, allora una delle questioni politiche principali in America e in definitiva il più grande trionfo dell’eugenetica. La restrizione era nell’aria e può essersi verificata senza l’appoggio scientifico. (Si consideri l’ampio spettro di appoggi che i limitazionisti potevano ottenere: dalle unioni artigiane tradizionali impaurite dalle moltitudini di lavoratori sottopagati, agli sciovinisti e ai fanatici americani che consideravano la maggior parte degli immigrati come anarchici e dinamitardi e che aiutarono a fare di Sacco e Vanzetti dei martiri.) Ma il carattere peculiare dell’Immigration Restriction Act del 1924 rifletteva chiaramente gli intrighi di scienziati ed eugenetisti e i dati militari costituirono il loro più potente ariete (si veda Chase, 1977; Kamin, 1974; Ludmerer, 1972). Henry Fairfield Osborn, amministratore deUa Columbia University e presidente

dell’American Museum of Naturai History, nel 1923, in un rapporto che non posso leggere senza un brivido quando ricordo le macabre statistiche sui morti della prima guerta mondiale, scrisse: Credo che questi test valessero il costo della guerra, anche in vite umane, se son serviti a dimostrare chiaramente al nostro popolo la mancanza di intelligenza nel nostro paese e i gradi d’intelligenza delle diverse razze che stanno venendo da noi, in un modo che nessuno possa dire che è il risultato di pregiudizio […]. Abbiamo appreso una volta per tutte che il negro non è come noi. Così, in merito a molte razze e sottorazze europee, abbiamo appreso che alcune che abbiamo creduto in possesso di un ordine d’intelligenza forse superiore al nostro [si legga, ebrei] erano di gran lunga inferiori. I dibattiti del Congresso che condussero all’approvazione dell’Immigration Restriction Act del 1924 invocarono, tutti, i dati militari. Gli eugenetisti intrigarono non solo per limitare l’immigrazione ma per cambiarne il carattere, imponendo rigidi blocchi verso le nazioni con ceppi inferiori: un aspetto dell’atto del 1924 che non si sarebbe mai potuto attuare, o anche considerare, senza i dati militari e la propaganda eugenetista. In breve, gli europei orientali e meridionali, le nazioni alpine e mediterranee con punteggi minimi ai test militari, dovevano esser tenuti fuori. Gli eugenetisti combatterono e vinsero una delle più grandi battaglie del razzismo scientifico della storia americana. La prima legge sulla restrizione del 1921 aveva imposto quote annuali del 3 per cento di immigrati da qualsiasi nazione allora residente in America. La legge del 1924, seguendo uno sbarramento della propaganda eugenetista, riportò le quote al 2 per cento di immigrati da ciascuna nazione registrati nel censimento del 1890. Le cifre del 1890 furono usate fino al 1930. Perché il 1890 e non il 1920, dato che la legge fu approvata nel 1924? Il 1890 rappresentò uno spartiacque nella storia dell’immigrazione. Gli europei orientali e meridionali arrivavano in numero relativamente basso prima d’allora, ma dopo cominciarono a essere preponderanti. Cinico ma efficace. «L’America dev’essere mantenuta americana» proclamò Calvin Coolidge nel firmare il progetto di legge. 4.4. BRIGHAM RITRATTA

Sei anni dopo che i suoi dati avevano così materialmente influenzato l’instaurazione di quote nazionali, Brigham ebbe un profondo mutamento di sentimenti. Riconobbe che un punteggio di un test non poteva essere materializzato come un’entità interna alla testa di una persona: La maggior parte degli psicologi che lavorano nel campo dei test è stata colpevole di un errore di denominazione che mette facilmente in condizioni di scivolare misteriosamente dal punteggio del test all’ipotetica facoltà suggerita dal nome dato al test. Essi parlano, quindi, di discriminazione

sensoriale, di percezione, di memoria, di intelligenza e così via, mentre il riferimento è a una certa oggettiva situazione d’esame. (Brigham, 1930, p. 159) Inoltre Brigham realizzò che i dati militari erano inutili come misure di intelligenza innata per due ragioni. Per ogni suo errore si giustificò con una viltà raramente incontrata nella letteratura scientifica. Primo, ammise che l’Alpha e il Beta non potevano essere combinati in una singola scala, come Yerkes e lui avevano fatto producendo medie per razze e nazioni. I test misuravano cose diverse e ognuno era in ogni caso internamente inconsistente. Ogni nazione era rappresentata da un campione di reclute che avevano ricevuto l’Alpha e il Beta in proporzioni diverse. Le nazioni non potevano essere affatto confrontate (ivi, p. 164). Dato che questo metodo di amalgamare gli Alpha e i Beta per produrre una scala combinata veniva usato da chi scrive nella sua precedente analisi dei test militari applicati a campioni di nati all’estero nelle leve, quello studio, con la sua intera sovrastruttura ipotetica di differenze razziali, crolla completamente. In secondo luogo, Brigham sapeva che i test avevano misurato la familiarità con la lingua e la cultura americana, non l’intelligenza innata: Per confrontare individui o gruppi, è evidente che i test in gergo devono essere usati solo con individui che hanno uguale opportunità di acquisire il gergo del test. Questa esigenza preclude l’uso di tali test per fare studi comparati sugli individui allevati in case in cui il gergo del test non viene usato, o in cui vengono usati due gerghi. Quest’ultima condizione viene di frequente violata negli studi sui bambini nati in questo paese i cui genitori parlano un’altra lingua. Ciò è importante, dato che gli effetti del bilinguismo non sono interamente conosciuti […]. Studi comparati sui vari gruppi nazionali e razziali non possono essere fatti con i test esistenti […]. Uno dei più pretenziosi di questi studi razziali comparati – quello di chi scrive – era senza fondamento. (Ivi, p. 165) Brigham pagò il suo debito personale, ma non poté disfare ciò che i test avevano fatto. Le quote rimasero e ridussero a niente l’immigrazione dall’Europa orientale e meridionale. Negli anni Trenta, presagendo l’Olocausto, i profughi ebrei cercarono di emigrare ma non furono ammessi. Il contingentamento e la continua propaganda eugenetica sbarrarono loro la via anche negli anni in cui le quote rialzate per le nazioni europee occidentali e settentrionali non erano raggiunte. Chase (1977) ha stimato che le quote hanno sbarrato la strada a sei milioni di europei del Sud, del Centro e dell’Est tra il 1924 e lo scoppio della Seconda guerra mondiale (ipotizzando un’immigrazione al tasso pre-1924). Sappiamo cosa accadde a molti che volevano partire ma che non ebbero dove andare. Le vie della distruzione sono

spesso indirette, ma le idee possono essere agenti sicuri quanto i fucili o le bombe.

1

La divisione è più appropriata in quanto ciò che interessa è l’ampiezza di disparità relativa e non

assoluta fra età mentale ed età cronologica. Una disparità di due anni fra età mentale 2 ed età cronologica 4 può denotare un maggior grado di deficienza che una disparità di due anni fra età mentale 14 ed età cronologica 16. Il metodo di sottrazione di Binet darebbe lo stesso risultato in entrambi i casi, mentre la misurazione del QI di Stern risultava di 50 nel primo caso e di 88 nel secondo. (Stern moltiplicava il quoziente reale per 100 al fine di eliminare i punteggi decimali.) 2

Il legame tra moralità e intelligenza era uno dei temi favoriti dell’eugenetica. Thorndike (1940, pp.

264-265), rifiutando un’impressione popolare che tutti i monarchi sono reprobi, riportò, per una valutazione dell’intelligenza nei confronti di una valutazione della moralità, un coefficiente di correlazione di 0,56 su 269 membri maschi di famiglie reali europee! 3

Non leggete in questa affermazione più di quanto Goddard intendesse. Goddard non abbandonò la sua convinzione sulla ereditarietà della stupidità. Genitori moron avranno bambini moron, ma questi ultimi possono esser resi utili tramite l’educazione. Comunque, genitori moron non necessariamente metteranno al mondo deficienti di grado inferiore: idioti e imbecilli. 4

Terman (1919) fornì una lunga lista di attributi dell’intelligenza generale presi dai test Stanford-

Binet: memoria, comprensione del linguaggio, ampiezza del vocabolario, orientamento nello spazio e nel tempo, coordinazione fra occhi e mano, conoscenza delle cose pratiche, giudizio, somiglianza e differenza, ragionamento matematico, intraprendenza e ingegnosità in situazioni pratiche difficili, abilità nell’individuare assurdità, rapidità e ricchezza nell’associazione di idee, capacità di combinare le parti divise di un quadro o di un gruppo di idee in un tutto unitario, capacità di generalizzare da particolari e capacità di dedurre una regola da fatti collegati. 5

Ciò, in sé, non è un imbroglio, ma una valida procedura statistica per stabilire una uniformità di

punteggio medio e di varianza attraverso i livelli di età. 6

Jensen scrive: «Il QI medio stimato di trecento personaggi storici […] per i quali era disponibile una

testimonianza sull’infanzia sufficiente per una stima attendibile, era 155 […]. Così la maggior parte di questi eminenti personaggi molto probabilmente sarebbe stata riconosciuta nella sua infanzia come intellettivamente dotata di ingegno se fosse stato somministrato loro il test del QI» (1979, p. 113). 7

È un’irritante caratteristica del modo di lavorare di Terman citare le correlazioni quando esse sono

elevate e favorevoli, ma non dare le reali cifre quando sono basse anche se comunque favorevoli alla sua ipotesi. Questo impiego abbonda nello studio di Catherine Cox sui geni postumi e nelle analisi di Terman del QI tra professioni, entrambi discussi precedentemente. 8

Yerkes continuò a lamentarsi durante tutta la sua carriera che la psicologia militare non aveva

ottenuto la sua debita considerazione, a dispetto del merito ottenuto nella Prima guerra mondiale. Durante la Seconda guerra mondiale, il vecchio Yerkes stava ancora brontolando e sostenendo che i nazisti stavano sostituendo l’America nel loro incoraggiamento e giusto uso dei reattivi mentali per il personale militare. «La Germania ha un grande vantaggio nello sviluppo della psicologia militare […]. I nazisti hanno ottenuto qualcosa che è assolutamente senza confronto nella storia militare […]. Ciò che è

accaduto in Germania è la logica continuazione dei servizi psicologici e del personale militare nel nostro esercito durante il 1917-1918.» (Yerkes, 1941, p. 209) 9

Dubito che Yerkes stesso scrisse di persona tutte le parti della sua massiccia monografia del 1921.

Ma è registrato come il solo autore di questa pubblicazione ufficiale e io continuerò ad attribuire a lui le affermazioni in essa contenute. 10

Si noti come la scelta del linguaggio possa servire da indicatore di pregiudizio. Questa differenza di

2,5 anni di età mentale (13,74-11,29) rappresenta soltanto una prestazione «un po’ migliore». La differenza più piccola (ma presumibilmente ereditaria) di 2 anni tra gruppi teutonici nordici e latini e slavi era stata descritta come «considerevole». 11

In tutte le altre parti del libro, Brigham afferma che il suo scopo è di misurare e interpretare le

differenze innate di intelligenza.

6. Il vero errore di Cyril Burt L’analisi fattoriale e la materializzazione dell’intelligenza Il grande merito della scuola inglese di psicologia, da Sir Francis Galton in poi, è stato che, mediante quel mezzo che è l’analisi matematica, ha trasformato i test mentali da trucco screditato in uno strumento riconosciuto di precisione scientifica. (C. BURT, 1921, p. 130)

La storia di Sir Cyril Burt Se desiderassi condurre una vita agiata, vorrei essere un gemello monozigote, separato alla nascita da mio fratello e allevato in una classe sociale differente. Ci potremmo affittare a una schiera di studiosi di scienze sociali e di fatto fissare il nostro onorario. Infatti saremmo quei rarissimi rappresentanti del solo esperimento naturale realmente adeguato per separare gli effetti genetici da quelli ambientali negli uomini: individui geneticamente identici allevati in ambienti diversi. Gli studi sui gemelli identici cresciuti separatamente dovrebbero occupare quindi un posto privilegiato nella letteratura sull’ereditarietà del QI. E sarebbe così se non fosse per un problema: l’estrema rarità delle cavie stesse. Pochi ricercatori sono stati capaci di mettere insieme più di venti coppie di gemelli. Eppure, in questa miseria, uno studio sembrava emergere: quello di Sir Cyril Burt (1883-1971). Sir Cyril, decano dei testisti della mente, aveva fatto due carriere, l’una dopo l’altra, che gli procurarono un ruolo preminente sia nella teoria che nella pratica della psicologia pedagogica. Per vent’anni fu lo psicologo ufficiale del Consiglio della contea di Londra, responsabile della somministrazione e interpretazione dei test mentali nelle scuole della capitale. Poi succedette a Charles Spearman alla cattedra di psicologia più autorevole in Gran Bretagna, allo University College di Londra, cattedra che tenne dal 1932 al 1950. Durante il lungo periodo della sua pensione, Sir Cyril pubblicò parecchi articoli che sostenevano la tesi ereditaria citando correlazioni assai elevate tra i punteggi di QI di gemelli identici allevati separatamente. Lo studio di Burt sovrastava tutti gli altri perché aveva trovato cinquantatré coppie, più del doppio del totale di ogni tentativo precedente. Sorprende ben poco che Arthur Jensen abbia usato le cifre di Sir Cyril come il dato più importante nel suo articolo (1969) sulle supposte differenze ereditate e non sradicabili nell’intelligenza tra bianchi e neri in America. La storia dello sfacelo di Burt è trita e ritrita. Lo psicologo di Princeton, Leon Kamin, per primo ha notato che, se pure Burt aveva aumentato il suo campione di

gemelli da poco più di venti a più di cinquanta in una serie di pubblicazioni, la correlazione media tra le coppie per il QI rimaneva inalterata al terzo decimale, una situazione statistica così poco probabile che corrisponde alla nostra definizione corrente di impossibile. Poi, nel 1976, Oliver Gillie, corrispondente medico del Sunday Times di Londra, ha elevato l’accusa da negligenza inscusabile a contraffazione consapevole. Gillie ha scoperto, tra le altre cose, che due «collaboratori» di Burt, una certa Margaret Howard e una certa J. Conway, le due donne che a quanto pare raccolsero ed elaborarono i suoi dati, o non sono mai esistite o al minimo non possono essere state in contatto con Burt quando scrisse gli articoli che portano i loro nomi. Queste accuse spinsero a rivedere la «prova» fornita da Burt della sua netta posizione ereditarista. In verità, altri importanti studi erano altrettanto falsi, in particolare le sue correlazioni del QI di parenti stretti (sospette di esser troppo buone per essere vere e costruite chiaramente sulla base di distribuzioni statistiche ideali, piuttosto che misurate sulla base di dati naturali; Dorfman, 1978) e i suoi dati sui declinanti livelli d’intelligenza in Gran Bretagna. In un primo tempo i sostenitori di Burt tesero a considerare le accuse come un complotto di sinistra, appena velato, per abbattere retoricamente la posizione ereditarista. H.J. Eysenck scrisse alla sorella di Burt: «Penso che tutto questo affare sia proprio uno sforzo determinato da parte di alcuni ambientalisti di estrema sinistra decisi a condurre un gioco politico con fatti scientifici. Sono sicuro che il futuro confermerà l’onore e l’integrità di Sir Cyril senza problemi». Arthur Jensen, che aveva chiamato Burt un «gentiluomo nato» e «uno dei grandi psicologi mondiali», dovette concludere che non ci si poteva fidare dei dati sui gemelli identici, sebbene attribuisse la loro inesattezza solo a negligenza. Penso che la splendida biografia «ufficiale» di Burt, pubblicata da L.S. Hearnshaw (1979), abbia risolto la questione per quanto permettevano i dati (Hearnshaw ebbe l’incarico di scrivere il libro dalla sorella di Burt prima che fosse sollevata qualsiasi accusa). L’autore, che aveva cominciato come ammiratore incondizionato di Burt e tendeva a condividerne l’atteggiamento intellettuale, alla fine ha concluso che tutte le asserzioni sono vere e più gravi. Eppure Hearnshaw mi ha convinto che le grandi enormità e la bizzarria delle contrapposizioni di Burt ci spingono a considerarle non come il programma «razionale» di una persona disonesta che cercava di salvare il suo dogma ereditarista sapendo che la partita era persa (mio sospetto originario, lo confesso), ma come l’azione di un uomo malato e tormentato. (Tutto ciò, naturalmente, non tocca il problema più profondo del perché tali dati chiaramente contraffatti non furono contestati per così lungo tempo, e di che cosa questa volontà di credere comporti alla base dei nostri pregiudizi ereditari.) Hearnshaw crede che Burt abbia cominciato le sue costruzioni nei primi anni Quaranta e che il suo lavoro precedente fosse onesto, sebbene guastato da una ferma convinzione a priori, e spesso inscusabilmente sciatto e superficiale, anche per lo standard del suo tempo. Il mondo di Burt cominciò a crollare durante la guerra, in parte per i suoi tentativi di sentirsi sicuro. I dati delle sue ricerche

scomparvero nel blitz di Londra; il suo matrimonio fallì; venne allontanato dal suo dipartimento quando si rifiutò di andare tranquillamente in pensione all’età prevista e cercò di conservarne il controllo; venne rimosso dalla carica di direttore della rivista da lui fondata, anche qui dopo aver rifiutato di passare la mano, arrivato il momento da lui stesso fissato; il suo dogma ereditarista non corrispondeva più allo spirito di un’epoca che aveva appena assistito all’Olocausto. Inoltre Burt soffriva chiaramente del morbo di Ménières, un disturbo degli organi dell’equilibrio, con frequenti conseguenze negative sulla stessa personalità. Hearnshaw cita quattro esempi di frode nella successiva carriera di Burt. Tre li ho già menzionati (costruzione di dati sui gemelli identici, correlazioni parentali del QI e diminuzione dei livelli di intelligenza in Gran Bretagna). Il quarto, per molti versi, è la storia più bizzarra di tutte perché le affermazioni di Burt furono così assurde e le sue azioni così manifeste e facilmente smascherabili. Non può esser stato l’atto di un uomo che ragionava. Burt cercò di commettere un parricidio intellettuale dichiarando se stesso, al posto del suo predecessore e mentore Charles Spearman, fondatore di una tecnica in psicologia, detta «analisi fattoriale». Spearman aveva inventato la tecnica essenzialmente in un celebre articolo del 1904. Burt non negò mai questa priorità – di fatto la ribadì costantemente – mentre Spearman aveva la cattedra che Burt avrebbe occupato in seguito alla University College. Infatti, nel suo famoso libro sull’analisi fattoriale (1940), Burt afferma che «la preminenza di Spearman è riconosciuta da ogni fattorialista» (1940, p. X). Il primo tentativo di Burt di riscrivere la storia si verificò quando Spearman era ancora vivo e procurò una secca risposta da parte di chi occupava, come professore emerito, la cattedra di Burt. Burt ritrattò immediatamente e scrisse una lettera a Spearman che non può essere uguagliata per deferenza e ossequiosità: «Sicuramente voi avete la priorità […]. Mi stavo chiedendo dove precisamente sono andato fuori strada. La cosa più semplice per me sarebbe elencare le mie affermazioni, poi, come i miei maestri di scuola, potete fare una croce nei punti in cui il vostro alunno ha inciampato e un segno dove la vostra idea viene correttamente interpretata». Quando però Spearman morì, Burt sferrò una campagna che «divenne sempre più senza ritegno, ossessiva e bizzarra» (Hearnshaw, 1979) per tutto il resto della sua vita. Hearnshaw nota: «I mormorii contro Spearman, che erano appena udibili alla fine degli anni Trenta, crebbero in una stridula campagna di deprezzamento che montò fino a quando Burt si arrogò tutta la fama di Spearman. In verità, Burt sembrò essere sempre più ossessionato da problemi di priorità e sempre più permaloso ed egoista» (ivi, pp. 286-287). La falsa storia di Burt era molto semplice: Karl Pearson aveva inventato la tecnica dell’analisi fattoriale (o qualcosa di assai vicino) nel 1901, tre anni prima dell’articolo di Spearman. Pearson però non l’aveva applicata ai problemi psicologici. Burt capì le sue implicazioni e trasferì la tecnica nello studio dei test mentali, facendo parecchie importanti modifiche cruciali e delle migliorie. La linea quindi andava da Pearson a Burt. L’articolo di Spearman del 1904 era semplicemente una diversione.

Burt raccontò questa storia molte volte. La narrò pure, con uno dei tanti suoi pseudonimi, in una lettera che scrisse al suo giornale firmando col nome di Jacques Lafitte, un ignoto psicologo francese. Con l’eccezione di Voltaire e Binet, Lafitte citava solo fonti inglesi e diceva: «Certamente la prima affermazione formale adeguata fu la dimostrazione di Karl Pearson del metodo degli assi principali del 1901». Chiunque avrebbe potuto smascherare la storia di Burt come invenzione in un’ora, infatti Burt non citò mai l’articolo di Pearson in nessuna delle sue opere anteriori al 1947, mentre tutti i suoi studi precedenti dell’analisi fattoriale davano il merito a Spearman e mostravano chiaramente il carattere derivato dei metodi di Burt. L’analisi fattoriale deve esser stata molto importante se Burt scelse di centrare la sua ricerca di fama riscrivendo una storia che avrebbe fatto di lui l’inventore di questa tecnica. Comunque, nonostante tutta la letteratura popolare sul QI nella storia dei test mentali, non è stato scritto praticamente niente (al di fuori degli ambienti professionali) sul ruolo, l’impatto e il significato dell’analisi fattoriale. Sospetto che la principale ragione di tale noncuranza sia nella astrusa natura matematica della tecnica. Il QI, una scala lineare stabilita dapprima come una misura grossolana ed empirica, è facilmente comprensibile. L’analisi fattoriale, basata su astratta teoria statistica e sul tentativo di scoprire una struttura «sottostante» in grosse matrici di dati è, per dirla volgarmente, una «drittata». Tuttavia, tale mancanza di attenzione per l’analisi fattoriale è una seria omissione per chiunque voglia comprendere la storia dei test mentali nel nostro secolo e la sua logica ancor oggi perdurante. Infatti, come notò correttamente Burt (1914, p. 36), la storia dei test mentali contiene due linee principali collegate: i metodi basati su scale per età (test QI di Binet) e i metodi correlazionali (analisi fattoriale). Inoltre, come Spearman ha sempre ribadito, la giustificazione teorica per usare una scala unilineare del QI sta nella stessa analisi fattoriale. Burt può esser stato perverso nella sua campagna, ma aveva ragione nella tattica scelta: una nicchia permanente ed elevata nel pantheon della psicologia è riservata a chi ha sviluppato l’analisi fattoriale. Ho cominciato la mia carriera di biologo usando l’analisi fattoriale per studiare l’evoluzione di un gruppo di rettili fossili. Mi è stata insegnata la tecnica come se si fosse sviluppata da principi primi usando la pura logica. Infatti, tutte le sue procedure vennero fuori praticamente come giustificazioni di particolari teorie dell’intelligenza. L’analisi fattoriale, nonostante il suo status di pura matematica deduttiva, fu inventata in un contesto sociale e per ragioni precise. E, sebbene la sua base matematica sia inattaccabile, il suo uso continuo come strumento d’apprendimento della struttura fisica dell’intelletto si è impantanato in profondi errori concettuali fin dall’inizio. L’errore principale, infatti, ha riguardato uno dei temi principali di questo libro: la materializzazione, cioè l’idea che un concetto tanto nebuloso e definito in chiave sociale come l’intelligenza possa esser identificato come una «cosa» con una localizzazione nel cervello e un grado definito di ereditarietà e che possa esser misurata ed espressa con un semplice numero,

permettendo così un ordinamento lineare delle persone a seconda di quanta ne possiedono. Identificando un asse fattoriale matematico con il concetto di «intelligenza generale», Spearman e Burt fornirono una giustificazione teorica per la scala unilineare che Binet aveva proposto come grossolana guida empirica. L’intenso dibattito sull’opera di Cyril Burt si è focalizzato esclusivamente sulle contraffazioni compiute alla fine della sua carriera. Questa prospettiva ha oscurato la più grande influenza di Sir Cyril come il più poderoso testista mentale, impegnato su un modello analitico-fattoriale dell’intelligenza come «cosa» reale e unitaria. L’impegno di Burt era radicato nell’errore della materializzazione. Le falsificazioni successive furono i ripensamenti tardivi di un uomo sconfitto; il suo errore, in precedenza onesto, si è riverberato per tutto il nostro secolo e ha toccato milioni di vite.

Correlazione, causa e analisi fattoriale 1. Correlazione e causa Lo spirito di Platone muore difficilmente. Non siamo riusciti a sfuggire alla tradizione filosofica per la quale ciò che vediamo e misuriamo nel mondo è semplicemente la rappresentazione superficiale e imperfetta di una realtà sottostante. Molto del fascino della statistica sta nella nostra intima e viscerale impressione – e non si creda mai a un’intima impressione – che le misure astratte che riassumono grosse tavole di dati debbano esprimere qualche cosa di più reale e fondamentale dei dati stessi. (Gran parte della pratica professionale in statistica richiede uno sforzo cosciente per annullare quest’intima sensazione.) In particolare, la tecnica della correlazione è stata soggetta a questo uso scorretto perché sembra fornire una via per fare inferenze sulla causalità (e in verità qualche volta lo fa, ma solo qualche volta). La correlazione accerta la tendenza di una misura a variare di concerto con un’altra. Per esempio, via via che un bambino cresce, le sue braccia e le sue gambe divengono più lunghe; questa tendenza comune a variare nella stessa direzione è chiamata correlazione positiva. Non tutte le parti del corpo hanno tali correlazioni positive durante la crescita. I denti, per esempio, non crescono una volta spuntati. La relazione tra la lunghezza del primo incisivo e la lunghezza delle gambe, diciamo, dall’età di dieci anni all’età adulta sarebbe una correlazione zero: le gambe divengono più lunghe mentre i denti non cambiano affatto. Altre correlazioni possono essere negative: una misura aumenta mentra l’altra diminuisce. Cominciamo a perdere neuroni a un’età purtroppo assai precoce e questi non vengono rimpiazzati. Così, la relazione tra la lunghezza delle gambe e il numero di neuroni a partire dalla mezza infanzia è una correlazione negativa: la lunghezza delle gambe aumenta mentre il numero dei neuroni diminuisce. Si noti che non ho detto niente sulla causalità. Non sappiamo perché queste correlazioni esistono o

non esistono, sappiamo solo che sono presenti o non lo sono. La misura standard della correlazione è detta coefficiente di correlazione di Pearson e si indica con r. Il coefficiente di correlazione varia fra + 1 per correlazione positiva perfetta e – 1 per una correlazione negativa perfetta; è invece 1 0 se non c’è correlazione. In termini semplici, r misura la forma di un’ellisse di punti (fig. 24). Un’ellisse molto allungata significa elevate correlazioni e la più allungata di tutte (una linea) indica un r = 1. Un’ellisse poco allungata significa basse correlazioni e la meno allungata di tutte (un cerchio) significa nessuna correlazione (l’aumento di una misura non permette di predire se l’altra aumenterà, diminuirà o resterà uguale).

Figura 24. Forza della correlazione in funzione della forma di un’ellisse di punti. Più allungata è l’ellisse, più alta è la correlazione. Il coefficiente di correlazione, sebbene facilmente calcolato, è stato afflitto da errori di interpretazione. Lo si può illustrare con un esempio. Supponiamo di riportare in grafico la lunghezza delle braccia rispetto a quella delle gambe durante la crescita di un bambino. Otterrò un’alta correlazione con due implicazioni interessanti. La prima, ho ottenuto una semplificazione. Ho cominciato con due dimensioni (lunghezza delle gambe e delle braccia) che ora ho ridotto effettivamente a una. Poiché la correlazione è così forte, possiamo dire che la linea stessa (una singola dimensione) rappresenta quasi tutta l’informazione fornita in origine da due dimensioni. La seconda implicazione è che posso, in questo caso, fare una ragionevole inferenza sulla causa di questa riduzione a una dimensione. Le lunghezze delle braccia e delle gambe sono strettamente correlate perché sono entrambe misure parziali di un fenomeno biologico sottostante, cioè la crescita stessa. Tuttavia, affinché non si diventi troppo fiduciosi nella correlazione come metodo magico per identificare senza equivoci una causa, considerate la relazione tra la mia età e il prezzo della benzina negli ultimi dieci anni. La correlazione è quasi perfetta, ma nessuno andrebbe a ricercarsi una causa. Il fatto della correlazione non implica niente a proposito della causa. Non è neppure vero che correlazioni forti hanno maggiore probabilità di rappresentare una causa rispetto a correlazioni deboli (infatti la correlazione fra la mia età e il prezzo della benzina è quasi 1,0).

Parlo di causa per la lunghezza delle braccia e delle gambe non perché la correlazione è alta, ma perché so qualche cosa della biologia della situazione. L’inferenza della causa deve venire da qualcos’altro, non dal semplice fatto della correlazione, anche se una correlazione inaspettata può portarci a cercare le cause purché ci ricordiamo che possiamo non trovarle. La grande maggioranza delle correlazioni nel nostro mondo è indubbiamente senza causa. Qualsiasi cosa che è diminuita costantemente nel corso degli ultimi anni sarà correlata fortemente con la distanza tra la Terra e la cometa di Halley (anch’essa è diminuita negli ultimi anni), ma neppure il più devoto astrologo vedrebbe una causalità in gran parte di queste relazioni. L’assunto non valido che la correlazione implica una causa è probabilmente uno dei due o tre errori più seri e comuni del ragionamento umano. Poche persone sarebbero ingannate da una tale reductio ad absurdum come la correlazione età-benzina. Considerate però un caso intermedio. Mi viene presentata una tavola di dati che mostrano come venti ragazzi possono battere e lanciare una palla da baseball. Riporto su un grafico questi dati e calcolo un alto r. I più, penso, condivideranno la mia intuizione che questa non è una correlazione insensata; tuttavia, in assenza di altre informazioni, la correlazione di per sé non mi insegna nulla sulle cause sottostanti. Infatti io posso indicare almeno tre differenti e ragionevoli interpretazioni causali della correlazione (e la ragione vera è probabilmente una loro combinazione): 1. I ragazzi sono semplicemente di età diverse e i più grandi battono e lanciano più lontano. 2. Le differenze rappresentano una variazione nella pratica e nell’addestramento. Qualche ragazzo è un astro del vivaio «Primavera» e può dirvi l’anno in cui Rogers Hornsby totalizzò alla battuta 0,424 (nel 1924, ero anch’io uno di quei ragazzetti), altri conoscono Bill Martin solo perché fa la pubblicità della birra Lite. 3. Le differenze rappresentano disparità di capacità innata che non può essere cancellata neppure con un addestramento intenso. (La situazione sarebbe ancora più complessa se il campione includesse maschi e femmine con educazione convenzionale. La correlazione potrebbe essere quindi attribuita a una quarta causa: le differenze sessuali; e allora dovremmo preoccuparci, in più, della causa della differenza sessuale: l’educazione, la costituzione congenita o una combinazione tra natura e cultura.) Riassumendo, la gran parte delle correlazioni non è causale; quando le correlazioni sono causali, raramente il fatto e la forza della correlazione specificano la natura della causa. 2. Correlazione tra più di due dimensioni È facile afferrare questi esempi a due dimensioni (sebbene ne sia difficile l’interpretazione). Che dire però delle correlazioni tra più di due misure? Un corpo è composto di molte parti, non solo di braccia e di gambe, e possiamo voler sapere come parecchie misure interagiscono durante la crescita. Supponiamo, per

semplificare, di aggiungere solo un’altra misura, la lunghezza della testa, per fare un sistema a tre dimensioni. Possiamo ora tracciare la struttura della correlazione tra le tre misure in due modi:

Figura 25. Una matrice di correlazione per tre misurazioni. 1. Possiamo raccogliere tutti i coefficienti di correlazione tra coppie di misure in una singola tavola o matrice dei coefficienti di correlazione (fig. 25). La linea da sinistra in alto a destra in basso registra la correlazione necessariamente perfetta di ciascuna variabile con se stessa. E detta diagonale principale e tutte le correlazioni lungo di essa sono di 1,0. La matrice è simmetrica rispetto alla diagonale principale perché la correlazione della misura 1 con la misura 2 è la stessa della correlazione della 2 con la 1. Così i tre valori sopra o sotto la diagonale principale sono le correlazioni che cerchiamo: braccia con gambe, braccia con testa e gambe con testa.

Figura 26. Grafico tridimensionale che mostra le correlazioni per tre misurazioni. 2. Possiamo riportare su un grafico a tre dimensioni i punti relativi a tutti gli individui (fig. 26). Poiché le correlazioni sono tutte positive, i punti formano un ellissoide. (A due dimensioni, formavano un’ellisse.) Una linea che corre lungo l’asse maggiore dell’ellissoide rappresenta la forte correlazione positiva tra tutte le misure. Possiamo renderci conto della situazione a tre dimensioni sia mentalmente che graficamente. Ma che dire di venti o cento dimensioni? Se misurassimo cento parti di un corpo in crescita, la nostra matrice di correlazione conterebbe diecimila punti. Per riportare questa informazione su un grafico, dovremmo lavorare in uno spazio a cento dimensioni, con cento assi tra loro perpendicolari che rappresentano le misure originali. Sebbene questi cento assi non presentino alcun problema matematico (in termini tecnici formano un iperspazio), non possiamo riportarli su un grafico nel nostro spazio euclideo a tre dimensioni. Queste cento misure di un corpo in crescita probabilmente non rappresentano cento fenomeni biologici differenti. Come gran parte dell’informazione nel nostro esempio a tre dimensioni può essere riportata a una sola dimensione (l’asse maggiore dell’ellissoide), così le nostre cento misure potrebbero esser semplificate in un numero minore di dimensioni. Certamente perderemo qualche informazione in

questo processo, come quando abbiamo ridotto l’ellissoide allungato con tre dimensioni a una singola linea rappresentante il suo asse maggiore. Possiamo però accettare questa perdita in cambio della semplificazione e della possibilità di interpretare in termini biologici le dimensioni che manteniamo. 3. L’analisi fattoriale e le sue finalità Con questo esempio, arriviamo alla sostanza di che cosa tenta di fare l’analisi fattoriale. L’analisi fattoriale è una tecnica matematica per ridurre un sistema complesso di correlazioni in un numero minore di dimensioni. Agisce, letteralmente, fattorizzando una matrice, di solito una matrice di coefficienti di correlazione. (Ricordate gli esercizi di algebra della scuola superiore chiamati «di fattorizzazione» in cui semplificavate delle incredibili espressioni togliendo i comuni multipli di tutti i termini?) Da un punto di vista geometrico il processo di fattorizzazione equivale a porre gli assi attraverso un ellissoide di punti. Nel caso di cento dimensioni, è probabile che non raccogliamo informazione sufficiente da una singola linea che rappresenta l’asse maggiore di una sorta di «iperpalla» da rugby: una linea chiamata prima componente principale. Avremmo bisogno di assi aggiuntivi. Per convenzione, rappresentiamo la seconda dimensione con una linea perpendicolare alla prima componente principale. Questo secondo asse o seconda componente principale viene definita come una linea che della variazione rimanente risolve più di ogni altra linea che potrebbe essere tracciata perpendicolarmente alla prima componente principale. Se, per esempio, l’iperpalla venisse schiacciata, la prima componente principale passerebbe per il mezzo, dalla testa alla coda, e anche la seconda per il mezzo, ma da parte a parte. Le altre linee sarebbero perpendicolari a tutti gli assi precedenti e risolverebbero una quantità sempre minore di variazione rimanente. Potremmo trovare che cinque componenti principali risolvono quasi tutta la variazione della nostra iperpalla da rugby: cioè questa iperpalla rappresentata in cinque dimensioni assomiglia sufficientemente all’originale da poterne essere soddisfatti, come una pizza o un passerino disegnati in due dimensioni possono esprimere tutta l’informazione di cui abbiamo bisogno, anche se gli oggetti originali hanno tre dimensioni. Se scegliamo di fermarci a cinque dimensioni, possiamo ottenere una considerevole semplificazione al prezzo accettabile di una minima perdita di informazione. Possiamo concettualmente afferrare le cinque dimensioni, possiamo pure esser capaci di interpretarle biologicamente. Poiché la fattorizzazione viene svolta su una matrice di correlazione, userò una rappresentazione geometrica dei coefficienti di correlazione stessi per spiegare meglio come opera la tecnica. Le misure originarie possono essere rappresentate 2 come vettori di lunghezza unitaria che si dipartono da una comune origine. Se due misure sono altamente correlate, i loro vettori stanno vicini l’uno all’altro. Il coseno dell’angolo tra due vettori qualsiasi rappresenta il coefficiente di correlazione tra di loro. Se due vettori sono sovrapposti, la loro correlazione è perfetta o 1,0; il coseno

di 0° è 1,0. Se due vettori formano un angolo retto, essi sono completamente indipendenti, con una correlazione zero; il coseno di 90° è 0. Se due vettori sono opposti, la loro correlazione è perfettamente negativa o – 1,0; il coseno di 180° è – 1,0. Una matrice di coefficienti di correlazione altamente positivi sarà rappresentata da un fascio di vettori separati tra loro da un piccolo angolo acuto (fig. 27). Quando fattorizziamo questo fascio in poche dimensioni calcolando le componenti principali, scegliamo come nostra prima componente principale l’asse con il massimo potere di risoluzione, una specie di media delle medie di tutti i vettori. Determiniamo il potere di risoluzione proiettando ciascun vettore sull’asse. Ciò viene fatto tracciando una linea dall’apice del vettore all’asse, perpendicolare all’asse stesso. Il rapporto tra la lunghezza proiettata sull’asse e la lunghezza effettiva del vettore stesso è la misura della percentuale di informazione di un vettore risolta dall’asse. (È difficile a rendersi a parole, ma credo che la figura 28 farà chiarezza.) Se un vettore sta vicino all’asse, esso ha un alto potere di risoluzione e l’asse racchiude la gran parte della sua informazione. Via via che un vettore si allontana dall’asse fino a formare con questo un angolo di 90°, l’asse lo risolve sempre di meno.

Figura 27. Rappresentazione geometrica di correlazioni tra otto test quando tutti i coefficienti di correlazione sono elevati e positivi. La prima componente principale (1) è vicina a tutti i vettori, mentre la seconda componente principale (2) sta ad angolo retto con la prima e non dà molta informazione sui vettori.

Figura 28. Calcolo della quantità di informazione in un vettore fornita da un asse. Si abbassa la perpendicolare dell’estremità del vettore all’asse. La quantità di informazione risolta dall’asse è il rapporto tra la lunghezza della sua proiezione sull’asse e la lunghezza vera del vettore. Se un vettore sta vicino all’asse, allora questo rapporto è alto e gran parte dell’informazione viene risolta dall’asse. Il vettore AB’ è vicino all’asse e il rapporto della proiezione AB col vettore stesso, AB, è alto. Il vettore AC è lontano dall’asse e il rapporto della sua proiezione AC’ col vettore AC è basso. Poniamo la prima componente principale (o asse) cosicché essa risolva più informazione tra tutti i vettori di quanto possa fare qualsiasi altro asse. Per la matrice di coefficienti di correlazione altamente positivi, rappresentati da un fitto fascio di vettori, la prima componente principale corre lungo la metà dell’insieme (fig. 27). La seconda componente principale forma un angolo retto con la prima e risolve il massimo dell’informazione rimanente. Se però la prima componente ha già risolto gran parte dell’informazione di tutti i vettori, allora il secondo asse e quelli successivi possono riguardare solo una piccola quantità dell’informazione che rimane (fig. 27). In natura si trovano di frequente questi sistemi di elevate correlazioni positive. Nel mio primo studio sull’analisi fattoriale, per esempio, ho considerato quattordici misure delle ossa di ventidue specie di rettili pelicosauri (i fossili con le pinne sulla schiena, spesso confusi con i dinosauri, ma di fatto gli antenati dei mammiferi). La mia prima componente principale risolveva il 97,1 per cento dell’informazione di tutti i quattordici vettori, lasciando solo il 2,9 per cento agli altri assi. I miei

quattordici vettori formavano un fascio estremamente compatto (tutti praticamente si sovrapponevano); il primo asse passava per il centro del fascio. La lunghezza del corpo dei miei pelicosauri andava da meno di due a più di undici piedi. Sembrano tutti uguali tra di loro e gli animali grossi hanno misure più grandi per tutte le quattordici ossa. Tutti i coefficienti di correlazione di ciascun osso con le altre ossa sono molto alti; infatti il più piccolo coefficiente è ancora un enorme 0,912. Ciò sorprende ben poco. Dopotutto gli animali grossi hanno ossa grandi e gli animali piccoli ossa piccole. Posso interpretare la mia prima componente principale come un astratto fattore di dimensione, riducendo così (con una perdita minima d’informazione) le mie quattordici misure originarie a una singola dimensione interpretata come crescente dimensione corporea. In questo caso l’analisi fattoriale ha raggiunto sia la semplificazione con la riduzione delle dimensioni (da quattordici a una) che la spiegazione con una ragionevole interpretazione biologica del primo asse come un fattore di dimensione. Ma – e qui c’è un enorme ma – prima di rallegrarci e decantare l’analisi fattoriale come una panacea per comprendere i complessi sistemi di correlazione, dovremmo riconoscere che è soggetta alle stesse cautele e alle stesse obiezioni esaminate in precedenza per i coefficienti di correlazione stessi. Considererò due problemi importanti nelle pagine seguenti. 4. L’errore della materializzazione La prima componente principale è un’astrazione matematica che può essere calcolata per qualsiasi matrice di coefficienti di correlazione; non è una «cosa» con una realtà fisica. I fattorialisti sono spesso caduti in preda alla tentazione della materializzazione riconoscendo un significato fisico a tutte le componenti principali forti. Qualche volta ciò è giustificato; credo di poter dimostrare la giustezza della mia interpretazione del mio primo asse pelicosauro come un fattore di dimensione. Questa affermazione però non potrà mai venire dalla sola matematica, ma solo dalla conoscenza ulteriore della natura fisica delle misure stesse. Infatti anche sistemi assurdi di correlazione hanno componenti principali e possono risolvere più informazione di quanto facciano componenti sensate in altri sistemi. Un’analisi fattoriale di una matrice di correlazione cinque per cinque tra la mia età, la popolazione del Messico, il prezzo del formaggio svizzero, il peso della mia tartarughina e la distanza media tra le galassie negli ultimi dieci anni rileverà una forte prima componente principale. Questa componente – poiché tutte le correlazioni sono così fortemente positive – risolverà probabilmente un’alta percentuale di informazione come il primo asse del mio studio sui pelicosauri. Tuttavia non avrà alcun significato fisico illuminante. Negli studi sull’intelligenza, l’analisi fattoriale è stata applicata alle matrici di correlazione tra test mentali. Si possono somministrare, per esempio, dieci test a cento persone. Ogni entrata significativa della matrice di correlazione dieci per dieci è un coefficiente di correlazione tra i punteggi di due test ottenuti da ciascuna

delle cento persone. Abbiamo imparato fin dai primi giorni dell’applicazione dei test mentali – e ciò non dovrebbe sorprendere nessuno – che la maggior parte di questi coefficienti di correlazione è positiva: le persone che ottengono punteggi alti in un tipo di test tendono, in media, ad avere punteggi alti anche negli altri. La maggior parte delle matrici di correlazione dei test mentali contiene una preponderanza di entrate positive. Questa osservazione fondamentale servì come punto di partenza per l’analisi fattoriale. Charles Spearman inventò di fatto questa tecnica nel 1904 come strumento per inferire le cause dalle matrici di correlazione dei test mentali. Poiché la maggior parte dei coefficienti di correlazione della matrice sono positivi, l’analisi fattoriale deve avere una prima componente principale ragionevolmente forte. Spearman calcolò indirettamente questa componente nel 1904 e poi fece la cardinale inferenza non valida che da allora ha afflitto l’analisi fattoriale. La materializzò come un’entità e cercò di darne un’interpretazione causale non ambigua. La chiamò g, o intelligenza generale e immaginò di aver identificato una qualità unitaria sottesa a tutta l’attività mentale cognitiva, una qualità che poteva essere espressa come un singolo numero ed essere usata per classificare la gente lungo una scala lineare del patrimonio intellettuale. La g di Spearman, la prima componente principale della matrice di correlazione dei test mentali, non raggiunge mai il ruolo predominante che ha una prima componente in molti studi sulla crescita (come per i miei pelicosauri). Nel migliore dei casi, la g risolve il 50-60 per cento di tutta l’informazione nella matrice dei test. Le correlazioni tra test sono di solito molto più deboli delle correlazioni tra due parti di un corpo in crescita. Nella maggior parte dei casi, la correlazione più alta in una matrice di test non si avvicina al più basso valore della mia matrice dei pelicosauri: 0,912. Sebbene g non eguagli mai la forza di una prima componente principale di alcuni studi sulla crescita, non considero il suo discreto potere di risoluzione come accidentale. Dietro alle correlazioni positive della maggior parte dei test mentali vi sono ragioni causali. Ma che ragioni sono? Non possiamo inferire le ragioni da una prima componente principale forte più di quanto possiamo indurre la causa di un singolo coefficiente di correlazione dalla sua grandezza. Non possiamo materializzare la g come una «cosa» a meno che non abbiamo una convincente informazione indipendente al di là del fatto della correlazione stessa. La situazione dei test mentali assomiglia al caso ipotetico che ho presentato prima sul lancio e la battuta di una palla da baseball. La relazione è forte e noi abbiamo il diritto di considerarla come non accidentale. Non possiamo però inferire la causa della correlazione, e la causa è certo complessa. La g di Spearman è particolarmente soggetta ad ambiguità d’interpretazione, se non altro perché le sue due ipotesi causali più contraddittorie sono pienamente coerenti con essa: 1) essa riflette un livello ereditario di acuità mentale (alcune persone vanno meglio in molti test perché sono nate più sveglie) o 2) essa registra vantaggi e deficit ambientali (alcune persone vanno meglio in molti test perché sono ben istruite, nutrite a sufficienza, hanno avuto libri in casa e genitori affettuosi). Se

la semplice esistenza di g potesse essere interpretata teoricamente in modo puramente ereditario o ambientalista, allora la sua sola presenza – anche la sua forza ragionevole – non potrebbe affatto portare a una qualsiasi materializzazione. La tentazione di materializzare è potente. L’idea che abbiamo scoperto qualche cosa «sottostante» alle esteriorità di un vasto insieme di coefficienti di correlazione, qualche cosa forse più reale delle stesse misurazioni superficiali, può inebriare. È l’essenza di Platone, l’astratto, l’eterna realtà sottostante alle apparenze superficiali. Ma è una tentazione cui dobbiamo resistere, perché riflette un antico pregiudizio del pensiero, non una verità della natura. 5. La rotazione e la non necessità delle componenti principali Un’altra argomentazione, più tecnica, dimostra chiaramente perché le componenti principali non possono essere materializzate automaticamente come entità causali. Se le componenti principali rappresentassero il solo modo per semplificare una matrice di correlazione, allora si potrebbe a ragione cercare per esse una qualche condizione speciale. Ma rappresentano soltanto un metodo fra tanti di inserire gli assi in uno spazio multidimensionale. Le componenti principali hanno una disposizione geometrica definita, specificata dal criterio usato per costruirle: la prima componente principale risolverà una quantità massima di informazione in un insieme di vettori e le componenti successive saranno tutte tra loro perpendicolari. Ma non c’è niente di sacrosanto in questo criterio; i vettori possono essere risolti in un qualsiasi insieme di assi posti nel loro spazio. Le componenti principali in alcuni casi forniscono degli spunti, ma spesso altri criteri sono più utili.

Figura 29. Un’analisi della componente principale di quattro test mentali. Tutte le correlazioni sono elevate e la prima componente principale, la g di Spearman, esprime la correlazione complessiva. Ma i fattori di gruppo per le attitudini verbali e matematiche non vengono risolti bene in questo tipo di analisi. Consideriamo la situazione seguente, in cui può esser preferito un altro schema per porre gli assi. Nella figura 29 sono mostrate delle correlazioni tra quattro test mentali, due di attitudine verbale e due di attitudine aritmetica. Due «fasci» sono evidenti, anche se tutti i test sono correlati positivamente. Supponiamo di voler identificare questi fasci con l’analisi fattoriale. Se usiamo le componenti principali, possiamo non riconoscerli affatto. La prima componente principale (la g di Spearman) va su dritta a metà tra i due fasci. Non è vicina ad alcun vettore e risolve una quantità approssimativamente uguale di ciascuno di essi, mascherando quindi l’esistenza di fasci verbali e aritmetici. Questa componente è un’entità? Esiste una «intelligenza generale»? O g è in questo caso semplicemente una media senza senso basata sulla fusione scorretta di due tipi di informazione? Possiamo raccogliere i fasci verbali e aritmetici sulla seconda componente principale (chiamata «fattore bipolare» perché alcune proiezioni su di essa saranno positive e altre negative quando i vettori giacciono da entrambe le parti della prima componente principale). In questo caso, i test verbali si proiettano sul lato negativo della seconda componente e i test aritmetici sul lato positivo. Ma possiamo non riuscire a cogliere completamente questi fasci se la prima componente principale domina tutti i vettori. Perché, allora, le proiezioni sulla seconda componente saranno piccole e si perderà facilmente il quadro della situazione (fig. 29).

Figura 30. Assi fattoriali ruotati degli stessi quattro test mentali della figura 29. Gli assi sono ora vicino ai vettori che stanno sull’esterno del fascio. I fattori di gruppo per le attitudini verbali e matematiche ora sono bene identificati (proiezioni sugli assi), ma la g è scomparsa. Durante gli anni Trenta, i fattorialisti hanno sviluppato dei metodi per affrontare questo dilemma e per riconoscere i fasci di vettori che spesso le componenti principali oscuravano. Lo fecero ruotando gli assi dei fattori dalla direzione delle componenti principali a nuove posizioni. Le rotazioni, stabilite con diversi criteri, avevano come scopo quello di posizionare gli assi vicino ai fasci. Nella figura 30, per esempio, usiamo il seguente criterio: porre gli assi vicino ai vettori che occupano le posizioni estreme esterne nell’insieme totale. Se ora risolviamo tutti i vettori in questi assi ruotati, individuiamo facilmente i fasci; infatti, i test aritmetici si proiettano in alto sull’asse ruotato 1 e in basso sull’asse ruotato 2, mentre i test verbali si proiettano in alto su 2 e in basso su 1. Inoltre g è scomparsa. Non troviamo più un «fattore generale» d’intelligenza, niente che possa esser materializzato ed espresso come un singolo numero che esprima la capacità complessiva. Eppure non abbiamo perso informazione. I due assi ruotati risolvono la stessa informazione nei quattro vettori che risolvevano le due componenti principali. Distribuiscono semplicemente la stessa informazione in modo differente sugli assi di risoluzione. Come possiamo sostenere che g ha qualche diritto a uno status materializzato come una entità se non rappresenta che uno dei numerosi modi possibili di posizionare gli assi all’interno di un insieme di vettori? In breve, l’analisi fattoriale semplifica un vasto insieme di dati riducendone le dimensioni e scambiando una perdita di informazione con il riconoscimento di una struttura ordinata in un numero minore di dimensioni. Come strumento di semplificazione, ha dimostrato la sua grande validità in molte discipline. Molti fattorialisti però sono andati al di là della semplificazione e hanno cercato di definire i fattori come entità causali. Questo errore di materializzazione ha afflitto la tecnica fin dall’inizio. Fu così già alla nascita, perché Spearman inventò l’analisi fattoriale per studiare la matrice di correlazione dei test mentali e poi materializzò la sua componente principale come g o intelligenza generale innata. L’analisi fattoriale può aiutarci a comprendere le cause guidandoci verso un’informazione che è al di là della matematica della correlazione. Ma i fattori di per sé non sono né cose né cause; sono astrazioni matematiche. Poiché lo stesso insieme di vettori (vedi figg. 29 e 30) può essere diviso in g e in un piccolo asse residuo o in due assi di uguale forza che identificano i fasci verbali e aritmetici e sono completamente indipendenti da g, non possiamo affermare che l’«intelligenza generale» di Spearman è un’entità ineluttabile che necessariamente sottostà e causa le correlazioni tra i test mentali. Anche se scegliamo di difendere g come un risultato non accidentale, né la sua forza né la sua posizione geometrica possono specificare che cosa significhi in termini causali, se non altro perché le sue caratteristiche sono ugualmente coerenti con le più estremiste concezioni ereditariste e ambientali

dell’intelligenza.

Charles Spearman e l’intelligenza generale 1. La teoria bifattoriale Oggi i coefficienti di correlazione sono dappertutto e non sorprendono, allo stesso modo degli scarafaggi nel centro di New York. Anche i più economici calcolatori tascabili calcolano i coefficienti di correlazione premendo un pulsante o scorrendo un nastro magnetico. Per quanto indispensabili, vengono considerati equipaggiamento automatico di qualsiasi analisi statistica che abbia a che fare con più di una misura. In tale contesto, dimentichiamo facilmente che una volta furono accolti come una nuova via nella ricerca, come uno strumento nuovo ed eccitante per scoprire una struttura sottostante in tavole di misure grezze. Possiamo provare questa eccitazione leggendo i primi articoli del grande biologo e statistico americano Raymond Pearl (vedi Pearl, 1905 e 1906 e Pearl e Fuller, 1905). Pearl completò il suo dottorato alla fine del secolo e poi procedette, come un bambino felice con un nuovo luccicante giocattolo, a correlare tutto quanto gli capitava a tiro, dalla lunghezza dei lombrichi rispetto al numero dei loro segmenti corporei (non trovò alcuna correlazione, e ritenne che l’aumento di lunghezza riflettesse segmenti più larghi piuttosto che più numerosi) alla grandezza della testa rispetto all’intelligenza (trovò una correlazione molto piccola, ma l’attribuì all’effetto indiretto di una migliore nutrizione). 3 Charles Spearman, un illustre psicologo e anche un fine statistico, cominciò a studiare le correlazioni tra i test mentali in quel periodo inebriante. Se si davano a un gran numero di persone due test mentali, notò Spearman, il coefficiente di correlazione tra loro era quasi sempre positivo. Spearman rifletté su questo risultato e si chiese quale generalità superiore esso implicasse. La correlazione positiva indicava chiaramente che ciascun test non misurava un attributo indipendente del funzionamento mentale. Qualche struttura più semplice stava alle spalle delle diffuse correlazioni positive; ma quale? Spearman ipotizzò due alternative. La prima era che le correlazioni positive potevano ridursi a un piccolo insieme di attributi indipendenti: le «facoltà» dei frenologi e di altre scuole della prima psicologia. Forse la mente aveva «compartimenti» separati, per esempio, per le attitudini matematiche, verbali e spaziali. Spearman chiamò «oligarchiche» queste teorie dell’intelligenza. La seconda alternativa era che le correlazioni positive potevano ridursi a un solo fattore generale sottostante: un’idea che Spearman chiamò «monarchica». In entrambi i casi, Spearman riconobbe che i fattori sottostanti – fossero più di uno (oligarchia) o uno solo (monarchia) – non avrebbero racchiuso tutta l’informazione in una matrice di coefficienti di correlazione positivi tra un gran numero di test mentali. Sarebbe rimasta una «varianza residua»: l’informazione propria di ciascun test e non relativa a qualsiasi

altro. In altre parole, ciascun test avrebbe una sua componente «anarchica». Spearman chiamò la varianza residua di ciascun test s o informazione specifica. Così, secondo il ragionamento di Spearman, uno studio della struttura sottostante poteva portare a una «teoria bifattoriale» in cui ciascun test conteneva qualche informazione specifica (la sua s) e rifletteva anche l’operazione di un solo fattore sottostante, che Spearman chiamò g o intelligenza generale. Oppure ciascun test poteva includere la sua informazione specifica e anche registrare una o più facoltà in un insieme di facoltà indipendenti e sottostanti: una teoria multifattoriale. Se la più semplice teoria bifattoriale reggesse, allora tutti gli attributi comuni dell’intelligenza si ridurrebbero a una singola entità sottostante, una vera «intelligenza generale» che potrebbe essere misurata per ciascuna persona e potrebbe offrire un criterio non ambiguo per classificare in termini di valore mentale. Charles Spearman sviluppò l’analisi fattoriale – ancor oggi la tecnica più importante della moderna statistica multivariata – come procedura per decidere tra una teoria bifattoriale e una multifattoriale, determinando se la varianza comune in una matrice di coefficienti di correlazione poteva esser ridotta a un singolo fattore «generale» o solo a parecchi fattori di «gruppo» indipendenti. Non trovò che una sola «intelligenza», optò per la teoria bifattoriale, e nel 1904 pubblicò un articolo che più tardi ebbe questo riconoscimento da parte di un uomo che si oppose al suo risultato principale: «Nessun evento nella storia dei test mentali si è dimostrato così tanto importante quanto la proposta di Spearman della sua famosa teoria bifattoriale» (Guilford, 1936, p. 155). Inorgoglito, e con una immodestia caratteristica, Spearman dette al suo articolo del 1904 un titolo altisonante: «General Intelligence Objectively Determined and Measured». Dieci anni più tardi esultò: «Il futuro della ricerca sull’ereditarietà delle capacità deve centrarsi sulla teoria dei “due fattori”. Solo questa sembra capace di ridurre lo sconcertante caos dei fatti a ordine evidente. Con essa, i problemi diventano chiari; sotto molti aspetti le loro risposte sono già prefigurate e sono ovunque suscettibili di una soluzione finale decisiva» (1914a, p. 237).

2. Il metodo delle differenze tetradiche Nel suo lavoro originario, Spearman non usò il metodo delle componenti principali (descritto alle pp. 238-240). Elaborò invece una procedura più semplice, sebbene noiosa, più adatta a un’epoca precedente quella dei calcolatori, quando tutti i calcoli 4 venivano fatti a mano. Calcolò l’intera matrice dei coefficienti di correlazione tra tutte le coppie di test, prese tutti i possibili raggruppamenti di quattro misure e calcolò per ognuno di questi un numero che chiamò la «differenza tetradica». Consideriamo il seguente esempio. Cerchiamo di definire la differenza tetradica e spiegare come Spearman la usò per determinare se la varianza comune della sua matrice poteva esser ridotta a un singolo fattore generale oppure solo a parecchi fattori di gruppo.

Supponiamo di voler calcolare la differenza tetradica per quattro misure prese in una serie di topi di età diversa, da piccoli a adulti: lunghezza della zampa, larghezza della zampa, lunghezza della coda e larghezza della coda. Calcoliamo tutti i coefficienti di correlazione tra le coppie di variabili e troviamo, senza sorprenderci, che sono tutti positivi: via via che i topi crescono, le loro parti diventano più grandi. Ma ci piacerebbe sapere se la varianza comune nelle correlazioni positive riflette un singolo fattore generale – la crescita in sé – o se devono essere identificate due componenti separate di crescita, in questo caso un fattore zampa e un fattore coda o un fattore lunghezza e un fattore larghezza. Spearman dà la seguente formula per la differenza tetradica: r13 × r24 – r23 × r14 dove r è il coefficiente di correlazione e i numeri a deponente rappresentano le due misure da correlare (in questo caso 1 è la lunghezza della zampa, 2 è la larghezza della zampa, 3 è la lunghezza della coda e 4 è la larghezza della coda, cosicché r13 è il coefficiente di correlazione tra la prima e la terza misura: tra la lunghezza della zampa e la lunghezza della coda). Nel nostro esempio, la differenza tetradica è (lunghezza della zampa e lunghezza della coda) × (larghezza della zampa e larghezza della coda) – (larghezza della zampa e lunghezza della coda) × (lunghezza della zampa e larghezza della coda). Spearman argomentò che differenze tetradiche zero implicavano l’esistenza di un singolo fattore generale mentre valori o positivi o negativi indicavano che andavano riconosciuti fattori di gruppo. Supponiamo, per esempio, che i fattori di gruppo per la lunghezza del corpo in generale e la larghezza del corpo in generale regolino la crescita dei topi. In questo caso, avremmo un alto valore positivo per la differenza tetradica perché i coefficienti di correlazione di una lunghezza con un’altra lunghezza o di una larghezza con un’altra larghezza tenderebbero a essere più alti dei coefficienti di correlazione di una larghezza con una lunghezza. (Notate che la parte sinistra dell’equazione tetradica include solo lunghezze con lunghezze o larghezze con larghezze, mentre la parte destra include solo lunghezze con larghezze.) Ma se soltanto un singolo fattore di crescita generale regola la grandezza dei topi, allora le lunghezze con le larghezze dovrebbero mostrare una correlazione tanto alta quanto lo è quella tra lunghezze e lunghezze o tra larghezze e larghezze e la differenza tetradica dovrebbe essere zero. La figura 31 mostra un’ipotetica matrice di correlazione per le quattro misure, la quale ha differenza tetradica zero (valori presi da un esempio di Spearman in un altro contesto, 1927, p. 74). La figura 31 mostra pure una differente matrice ipotetica che ha una differenza tetradica positiva e la conclusione (se le altre tetradi mostrano lo stesso risultato) che vanno riconosciuti dei fattori di gruppo per la lunghezza e la larghezza.

Figura 31. Differenze tetradiche di 0 (sopra) e di un valore positivo (sotto) da matrici di correlazione ipotetiche per quattro misurazioni: LUZ = lunghezza della zampa; LAZ = larghezza della zampa; LUC = lunghezza della coda; LAC = larghezza della coda. La differenza tetradica positiva indica l’esistenza di fattori di gruppo per le lunghezze e le larghezze. La matrice in alto della figura 31 illustra un altro punto importante che riecheggia lungo la storia dell’analisi fattoriale in psicologia. Notate che, sebbene la differenza tetradica sia zero, non occorre che i coefficienti di correlazione siano (e quasi sempre non lo sono) uguali. In questo caso, la larghezza della zampa con la lunghezza della zampa dà una correlazione di 0,80, mentre la larghezza della coda con la lunghezza della coda dà soltanto 0,18. Queste differenze riflettono «saturazioni» diverse con g, il singolo fattore generale quando le differenze

tetradiche sono zero. Le misure della zampa hanno saturazioni più alte delle misure della coda, cioè sono più vicine a g o la riflettono meglio (in termini moderni, sono più vicine alla prima componente principale nelle rappresentazioni geometriche 5 come quelle della figura 29). Le misure della coda non pesano fortemente su g. Hanno una piccola varianza comune e devono essere spiegate in primo luogo con le loro s, l’informazione unica per ciascuna misura. Passiamo ora ai test mentali: se g rappresenta l’intelligenza generale, allora i test mentali saturati di più con g sono i migliori rappresentanti dell’intelligenza generale, mentre i test con un basso peso di g (e alti valori s) non possono servire come buone misure del valore mentale generale. La forza del peso di g diviene il criterio per determinare se un particolare test mentale (il QI, per esempio) è, oppure no, una buona misura dell’intelligenza generale. La procedura tetradica di Spearman è molto laboriosa quando la matrice di correlazione comprende un gran numero di test. Ogni differenza tetradica deve essere calcolata separatamente. Se la varianza comune non riflette che un singolo fattore generale, allora le tetradi dovrebbero essere uguali a zero. Ma se, come in qualsiasi procedura statistica, non tutti i casi hanno il valore atteso (metà teste e metà croci è quanto ci si attende nel lancio di una moneta, ma avrete 6 teste di fila una volta circa su 64 serie di 6 lanci), alcune differenze tetradi che calcolate saranno positive o negative anche quando esiste una sola g e il valore atteso è zero. Spearman calcolò tutte le differenze tetradiche e cercò le distribuzioni di frequenza normali con una differenza tetradica media zero come il suo test per l’esistenza di g. 3. La g di Spearman e il grande rinnovamento della psicologia Charles Spearman calcolò le sue tetradi, trovò una distribuzione abbastanza vicina a quella normale con una media abbastanza vicina a zero e affermò che la varianza comune nei test mentali rivelava un solo fattore sottostante: la g di Spearman o intelligenza generale. Spearman non nascose la sua gioia; si rese infatti conto che aveva scoperto l’elusiva entità che avrebbe fatto della psicologia una vera scienza. Aveva trovato l’essenza innata dell’intelligenza, la realtà sottostante alle misure superficiali e inadeguate escogitate per ricercarla. La g di Spearman sarebbe la pietra filosofale della psicologia, quella «cosa» solida e quantificabile sarebbe la particella fondamentale di cui si sarebbe lastricata la strada per una scienza esatta salda e basilare come la fisica. Nell’articolo del 1904, Spearman proclamò l’ubiquità della g in tutti i processi considerati intellettivi: «Tutte le branche dell’attività intellettiva hanno in comune una funzione fondamentale […] mentre i rimanenti o specifici elementi sembrano in ogni caso essere del tutto diversi da quella […]. Questa g non è confinata a un piccolo insieme di capacità le cui interrelazioni sono state misurate effettivamente e riportate in qualche tavola particolare, ma entra in tutte le capacità». Gli argomenti scolastici convenzionali, in quanto riflettono attitudine piuttosto che

semplice acquisizione di informazioni, non fanno che scrutare semplicemente attraverso un vetro affumicato l’unica intima essenza: «Tutti gli esami per le varie facoltà sensoriali, scolastiche e altre specifiche possono esser considerati come molte valutazioni ottenute indipendentemente da una grande Funzione Intellettiva comune» (1904, p. 273). Così Spearman cercò di risolvere un dilemma tradizionale dell’educazione tradizionale dell’élite inglese: perché lo studio dei classici farebbe un soldato o uno statista migliori? «Invece di continuare a protestare senza efficacia che voti alti in sintassi greca non sono un test della capacità degli uomini di comandare truppe o amministrare province, determineremo finalmente l’accuratezza e la precisione dei vari mezzi di misurazione dell’Intelligenza Generale» (ivi, p. 277). Invece di una argomentazione infruttuosa, si deve semplicemente determinare il peso di g della grammatica latina e dell’acume militare. Se entrambi sono vicini a g, allora la bravura nelle coniugazioni può essere una buona stima delle future capacità di comando. Vi sono stili diversi di far scienza, tutti legittimi e parzialmente validi. Il tassonomo dei coleotteri, che si diletta a notare le peculiarità di ogni nuova specie, può avere ben poco interesse per la riduzione, la sintesi o la ricerca dell’essenza della «coleotterità», se mai esiste! All’estremo opposto, occupato da Spearman, le esteriorità di questo mondo sono solo guide superficiali verso una realtà sottostante più semplice. Secondo un’idea popolare (sebbene molti professionisti la rifiutino), la fisica è per eccellenza la scienza della riduzione a cause fondamentali e quantificabili che generano la complessità evidente del nostro mondo materiale. I riduzionisti come Spearman, che lavorano nelle cosiddette scienze «morbide» della biologia, psicologia o sociologia, hanno spesso sofferto di «invidia per la fisica». Hanno cercato di praticare la loro scienza secondo la loro chiusa visione della fisica: ricercare leggi semplificatrici e particelle fondamentali. Spearman descrisse così la sua profonda speranza per una scienza della conoscenza: Più profonda delle regolarità degli eventi che sono rilevabili anche senza il suo aiuto, essa [la scienza] ne scopre altre più astruse, ma corrispondentemente più di vasta portata, alle quali viene dato il nome di leggi […]. Quando ci guardiamo intorno alla ricerca di qualche approccio a questo ideale, si può trovare qualche cosa del genere nella scienza della fisica basata sulle tre leggi prime del movimento. Coordinata con questa physica corporis, quindi, oggi siamo alla ricerca di una physica animae. (1923, p. 30) Con g come una particella fondamentale quantificata, la psicologia potrebbe prendere il suo posto di diritto tra le scienze reali. «Con questi principi» scrisse «possiamo azzardarci a sperare che le fondamenta autenticamente scientifiche della psicologia, da tempo mancanti, siano state finalmente fornite, cosicché d’ora innanzi essa può prendere il posto che le spetta assieme alle altre scienze solidamente fondate, anche la stessa fisica» (ivi, p. 355). Spearman definì la sua

opera «una rivoluzione copernicana del punto di vista» (1927, p. 411) e si rallegrò del fatto che «questa Cenerentola delle scienze avesse fatto un audace tentativo per raggiungere il livello della stessa trionfante fisica» (1937, p. 21). 4. La g di Spearman e la giustificazione teorica del QI Spearman, il teorico, il ricercatore dell’unità attraverso la riduzione alle cause sottostanti, parlò spesso nei termini meno lusinghieri delle intenzioni espresse dai testisti del QI. Si riferì al QI (1931) come a «semplice media di sotto-test raccolti e messi insieme senza senso». Condannò la nobilitazione fatta di questo «guazzabuglio di test» con il nome di intelligenza. Infatti, sebbene avesse descritto la sua g come intelligenza generale nel 1904, successivamente abbandonò la parola intelligenza perché interminabili argomentazioni e procedure incoerenti di testisti mentali l’avevano immersa in un’ambiguità irrimediabile (1927, p. 412; 1950, p. 67). Tuttavia sarebbe scorretto – in verità sarebbe proprio contrario alla concezione di Spearman – considerarlo un oppositore dei test del QI. Disprezzava l’empirismo ateorico dei testisti, la loro tendenza a costruire test mettendo insieme questioni chiaramente scollegate non offrendo poi alcuna giustificazione di una tale curiosa procedura oltre l’affermazione che dava buoni risultati. Tuttavia non negava che i test di Binet funzionassero e si rallegrò del risuscitamento così prodotto. «Con questa grande indagine [la scala Binet] tutta la scena s’è trasformata. I test prima disprezzati ora sono stati introdotti in ogni paese con entusiasmo. E dovunque la loro applicazione pratica ha avuto grande successo» (1914b, p. 312). Ciò che irritava Spearman era la sua convinzione che i testisti del QI stessero facendo la cosa giusta amalgamando un insieme di questioni disparate in una singola scala, ma rifiutavano di riconoscere la teoria dietro una tale procedura e continuavano a considerare la loro opera grossolano empirismo. Spearman sostenne vigorosamente che la giustificazione dei test di Binet stava nella sua teoria di una singola g sottostante a tutte le attività cognitive. I test del QI funzionavano perché, all’insaputa dei loro artefici, misuravano g con buona accuratezza. Ogni singolo test ha un suo specifico peso di g e una sua specifica informazione (o s), ma il peso di g varia da quasi zero a quasi il 100 per cento. Ironicamente la misura più accurata di g è il punteggio medio per un grande insieme di test individuali dei tipi più diversi. Ciascuno misura g in qualche grado. La varietà garantisce che i fattori s dei test individuali varieranno in tutte le direzioni possibili e si cancelleranno l’un l’altro. Solo g rimarrà come il fattore comune a tutti i test. Il QI funziona perché misura g. Si dà subito una spiegazione del successo della loro strana procedura di […] mettere insieme i test dalle descrizioni più svariate. Infatti se ogni prestazione dipende da due fattori, uno che varia sempre a caso, mentre l’altro è costantemente lo stesso, è chiaro che in media le variazioni casuali

tenderanno a neutralizzarsi tra di loro, lasciando l’altro, il fattore costante, unico dominante. (Ivi, p. 313; vedi anche 1923, p. 6 e 1927, p. 77) Il «guazzabuglio di molte misurazioni» di Binet era una decisione tecnica corretta, non solo l’ipotesi intuitiva di un professionista acuto: «In questo modo, tale principio di fare un guazzabuglio, che potrebbe sembrare la procedura più arbitraria e insensata possibile, aveva realmente una profonda base teorica e una suprema utilità pratica» (Spearman, citato in Tuddenham, 1962, p. 503). La g di Spearman e l’affermazione complementare che l’intelligenza è un’entità singola, misurabile, fornì la sola giustificazione teorica promettente che le teorie ereditarie del QI abbiano mai avuto. Allorché i test mentali acquistarono rilievo nei primi decenni del XX secolo, si svilupparono due tradizioni di ricerca che Cyril Burt identificò correttamente nel 1914 (p. 36) come metodi di correlazione (analisi fattoriale) e metodi delle scale di età (test del QI). Hearnshaw ha fatto la stessa distinzione nella sua biografia di Burt: «La novità del Novecento non fu nel concetto stesso di intelligenza, ma nella sua definizione operativa in termini di tecniche di correlazione e nello sviluppo di metodi pratici di misurazione» (1979, p. 47). Nessuno meglio di Spearman riconobbe l’intima connessione tra il suo modello di analisi fattoriale e le interpretazioni ereditariste dei test del QI. Nel suo articolo del 1914 su Eugenics Review, predisse l’unione di queste due grandi tradizioni dei test mentali: «Ciascuna di queste due linee di ricerca fornisce all’altra un supporto particolarmente felice e indispensabile […], Per quanto grande sia stato il valore dei test di Simon-Binet, anche quando funzionavano nell’oscurità teorica, la loro efficacia sarà moltiplicata mille volte quando verranno impiegati avendo completa chiarezza sulla loro natura essenziale e sul loro meccanismo». Quando l’analisi fattoriale venne attaccata alla fine della sua carriera (vedi pp. 277-283), Spearman difese la g citandola come base logica del QI: «Statisticamente questa determinazione è fondata su un’estrema semplicità. Psicologicamente le viene riconosciuto di offrire l’unica base per concetti così utili come quelli di capacità generale o QI» (1939a, p. 79). Sicuramente i testisti professionisti non badarono sempre alla richiesta di Spearman di adottare la g come base del loro lavoro. Molti testisti rifiutavano la teoria e continuavano a insistere sull’utilità pratica come giustificazione dei loro sforzi. Ma il silenzio sulla teoria non indica un’assenza di teoria. La materializzazione del QI come un’entità biologica è dipesa dalla convinzione che la g di Spearman misurasse una singola «cosa» graduabile e fondamentale che risiedeva nel cervello umano. Molti, tra i testisti più teoricamente orientati, hanno adottato questa concezione (vedi Terman et al, 1917, p. 152). C.C. Brigham non basò la sua famosa abiura solo su un tardivo riconoscimento del fatto che i test mentali dell’esercito avevano considerato evidenti misure di cultura come proprietà innate. Precisò pure che nessuna solida e singola g poteva essere estratta dalla combinazione dei test, che quindi non potevano essere affatto misure dell’intelligenza (Brigham, 1930). E dirò alla fine la stessa cosa per Arthur Jensen,

il quale riconosce che la sua teoria ereditaria del QI dipende dalla validità di g e dedica gran parte di un suo libro (1979) a una difesa delle argomentazioni di Spearman nella loro forma originaria. Un’adeguata comprensione degli errori concettuali della formulazione di Spearman è un prerequisito per criticare le tesi ereditarie del QI al loro livello di base, non semplicemente nelle ingarbugliate minuzie di procedure statistiche. 5. La materializzazione della g di Spearman Spearman non poteva essere contento all’idea di aver indagato in profondità sui risultati empirici dei test mentali e aver trovato un singolo fattore sottostante a tutte le prestazioni. Né poteva trovare soddisfazione adeguata nell’identificazione 6 di quel fattore con quella che chiamiamo intelligenza stessa. Spearman si sentì costretto a chiedere di più alla sua g: doveva misurare qualche proprietà fisica del cervello; doveva essere una «cosa» nel senso più diretto e materiale. Anche se la neurologia non aveva trovato nessuna sostanza da identificare con g, le prestazioni del cervello nei test mentali provavano che un tale substrato fisico doveva esistere. Così, preso di nuovo dall’invidia della fisica, Spearman descrisse la sua «avventurosa strada consistente nell’abbandono di tutti i fenomeni effettivamente osservabili della mente e nella ricerca invece di una qualche cosa sottostante che – per analogia con la fisica – è stata chiamata energia mentale» (1927, p. 89). Spearman considerò le proprietà fondamentali di g – la sua influenza in misura diversa sulle operazioni mentali – e cercò di immaginare quale entità fisica corrispondesse meglio a tale comportamento. Che cos’altro, sostenne, se non una forma di energia che pervade l’intero cervello e attiva un insieme di «motori» specifici, ciascuno in un luogo definito? Maggiore è l’energia, maggiore è l’attivazione generale, maggiore è l’intelligenza. Spearman scrisse: Sembra che questa continua tendenza della stessa persona ad aver successo in tutte le variazioni sia di forma sia d’argomento – cioè in tutti gli aspetti coscienti della conoscenza – sia spiegabile solo con qualche fattore che giace più in profondità dei fenomeni della coscienza. E così vi emerge il concetto di un fattore ipotetico generale e puramente quantitativo sottostante a tutte le prestazioni cognitive di ogni genere […]. Si è ritenuto che questo fattore, in attesa di ogni altra informazione, consista in qualche cosa della natura di una «energia» o «potere» che serve in comune tutta la corteccia (o possibilmente anche tutto il sistema nervoso). (1923, p. 5) Se g pervade l’intera corteccia come un’energia generale, allora i fattori s per ciascun test devono avere localizzazioni più definite. Devono rappresentare gruppi specifici di neuroni, attivati in modi differenti dall’energia identificata con g. I fattori s, scrisse Spearman, sono motori alimentati da una g circolante. Ciascuna operazione diversa deve necessariamente essere servita da

qualche fattore specifico, suo peculiare. Anche per questo fattore è stato indicato un substrato fisiologico, cioè il particolare gruppo di neuroni che servono specialmente quel particolare tipo di operazione. Questi gruppi neurali funzionerebbero così come «motori» alternativi in cui la scorta comune di energia verrebbe distribuita alternativamente. Un’azione riuscita dipenderebbe sempre in parte dal potenziale di energia sviluppata nell’intera corteccia e in parte dall’efficienza del gruppo specifico di neuroni implicati. L’influenza relativa di questi due fattori potrebbe variare in modo rilevante a seconda del tipo d’operazione; alcuni tipi dipenderebbero più dal potenziale d’energia, altri più dall’efficienza del motore. (Ivi, pp. 5-6) I diversi pesi di g dei test erano stati provvisoriamente spiegati: un’operazione mentale poteva dipendere principalmente dal carattere del suo motore (elevato peso di s e basso peso di g), un’altra poteva dovere il suo status alla quantità di energia generale implicata nell’attivazione del suo motore (elevato peso di g). Spearman era sicuro di aver scoperto la base dell’intelligenza, così sicuro da affermare che il suo concetto era inconfutabile. Spearman si aspettava che un’energia fisica corrispondente a g sarebbe stata trovata dai fisiologi. «Sembra che ci siano dei fondamenti per sperare che un giorno sarà effettivamente scoperta un’energia materiale del tipo richiesto dagli psicologi.» (1927, p. 407). Con questa scoperta, affermò, «la fisiologia coglierà il suo più grande trionfo» (ivi, p. 408). Se non si dovesse trovare alcuna energia fisica, un’energia comunque ci deve essere, ma di natura diversa: E se arrivasse il peggio e la spiegazione fisiologica richiesta alla fine non venisse scoperta, nondimeno i fatti mentali rimarrebbero fatti. Se essi sono tali da esser spiegati al meglio con il concetto di un’energia sottostante, allora questo concetto dovrà subire ciò che, dopotutto, è solo quanto è stato da tempo richiesto dai migliori psicologi: dovrà esser considerato come [un’energia] puramente mentale. (Ibid.) Spearman, almeno nel 1927, non considerò mai l’alternativa ovvia che, anzitutto, il suo tentativo di materializzare la g potesse non essere valido. Nel corso della sua carriera, cercò di trovare altre regolarità del funzionamento mentale che avrebbero convalidato la teoria dell’energia generale e dei motori specifici. Enunciò una «legge della uscita [output] costante» (ivi, p. 133), affermando che la fine di un’attività mentale è causa dell’inizio di altre attività di uguale intensità. Così, pensava, l’energia generale rimane intatta e deve sempre stare ad attivare qualche cosa. Trovò, d’altra parte, che la fatica viene «trasferita selettivamente», cioè l’affaticamento di una attività mentale comporta la fatica in alcune aree collegate ma non in altre (ivi, p. 318). Così la fatica non può essere attribuita a «diminuzione della quantità di energia psicofisiologica generale», ma deve rappresentare un accumulo di tossine che agiscono selettivamente su certi tipi di

neuroni. La fatica, affermò Spearman, «riguarda in primo luogo non l’energia, ma i motori» (ibid). Tuttavia, come vediamo spesso nella storia dei test mentali, i dubbi di Spearman cominciarono ad aumentare fino a quando ritrattò nel suo ultimo libro (pubblicato postumo) del 1950. Gli parve che fosse svanita la teoria dell’energia e dei motori come una follia di gioventù (sebbene l’avesse difesa fermamente fino alla mezza età). Abbandonò pure il tentativo di materializzare i fattori, riconoscendo tardivamente che non occorre che un’astrazione matematica corrisponda a una realtà fisica. Il grande teorico era entrato nel partito dei suoi nemici e si rifondò come cauto empirista: Non siamo affatto obbligati a rispondere a domande come: i «fattori» hanno un’esistenza reale? Ammettono una vera «misurazione»? La nozione di «capacità» implica in fondo qualche tipo di causa o potere? O è destinata solo allo scopo di semplice descrizione? A loro tempo e luogo questi temi vanno indubbiamente bene. L’autore più anziano ha indugiato su di essi non poco. Dulce est desipere in loco [«È piacevole folleggiare ogni tanto»: un verso di Orazio]. Ma per gli scopi attuali ha ritenuto di doversi costringere a stare nei limiti della più semplice scienza empirica. Egli crede che questi non siano in fondo nient’altro che la descrizione e la predizione […]. Il resto è soprattutto illuminazione mediante metafore e similitudini. (1950, p. 25) La storia dell’analisi fattoriale è disseminata di macerie, di tentativi fuorvianti di materializzazione. Non nego che forme di causalità possano avere ragioni fisiche identificabili e sottostanti, e sono d’accordo con Eysenck quando afferma (1953, p. 113): «In certe circostanze, i fattori possono essere considerati come ipotetiche influenze causali che sottostanno e determinano le relazioni osservate tra un insieme di variabili. È solo quando vengono considerati sotto questa luce che hanno un interesse e un significato per la psicologia». La mia protesta è rivolta contro la pratica di assumere che la semplice esistenza di un fattore di per sé dia la licenza a una speculazione causale. I fattorialisti hanno costantemente messo in guardia contro un tale assunto, ma il nostro impulso platonico a scoprire le essenze sottostanti continua a prevalere sull’opportuna cautela. Possiamo ridacchiare, con il vantaggio della scienza del poi, dello psichiatra T.V. Moore che, nel 1933, parlò di geni definiti per la depressione catatonica, illusoria, maniacale, cognitiva e costituzionale, perché la sua analisi fattoriale raggruppava le misure supposte di queste sindromi su assi separati (in Wolfle, 1940). Eppure, nel 1972 due autori hanno trovato un’associazione tra la produzione di latte e una florida vocalizzazione sul minuscolo tredicesimo asse di un’analisi fattoriale a diciannove assi per le abitudini musicali di varie culture e hanno ipotizzato che «questa ulteriore fonte di proteine spiega molti casi di vocalizzazione energica» (Lomax e Berkowitz, 1972, p. 232). La materializzazione automatica non è valida per due ragioni principali. In primo

luogo (come ho discusso brevemente alle pp. 240-243 e tratterò diffusamente alle pp. 277-395), nessun insieme di fattori ha qualche diritto a una concordanza esclusiva con il mondo reale. Qualsiasi matrice di coefficienti di correlazione positivi può essere fattorizzata, come fece Spearman, in un fattore g e un insieme di fattori sussidiari o, come fece Thurstone, in un insieme di fattori «di struttura semplice» che di solito sono privi di un’unica direzione dominante. Poiché entrambe le soluzioni risolvono la stessa quantità d’informazione, esse sono equivalenti in termini matematici. Eppure portano a interpretazioni psicologiche contrarie. Come possiamo affermare che l’una, o l’altra, è uno specchio della realtà? In secondo luogo, ogni singolo insieme di fattori può essere interpretato in una varietà di modi. Spearman lesse la sua forte g come prova di una singola realtà sottostante a tutte le attività mentali cognitive, un’energia generale all’interno del cervello. Anche il più celebre collega inglese di Spearman nell’analisi fattoriale, Sir Godfrey Thomson, accettò i risultati matematici di Spearman, ma scelse coerentemente di interpretarli in modo opposto. Spearman riteneva che il cervello potesse esser diviso in un insieme di motori specifici, alimentati da un’energia generale. Thomson, usando gli stessi dati, dedusse che il cervello non aveva quasi per niente una qualche struttura specializzata. Le cellule nervose, affermò, o si eccitano completamente o niente affatto: sono spente o accese, senza stati intermedi. Ogni test mentale campiona un gruppo casuale di neuroni. I test con elevati pesi di g colgono molti neuroni nello stato attivo; altri, con bassi pesi di g, hanno campionato semplicemente una quantità minore di cervello non strutturato. Thomson concluse (1939): «Lungi dall’essere divisa in pochi “fattori unitari”, la mente è un ricco complesso relativamente indifferenziato, di innumerevoli influenze – dal lato fisiologico una rete intricata di possibilità di intercomunicazioni». Se lo stesso quadro matematico può dare interpretazioni tanto disparate, quale rivendicazione possono avere sulla realtà? 6. Spearman e l’ereditarietà della g Due delle affermazioni di Spearman compaiono nella maggior parte delle teorie ereditarie dei test mentali: l’identificazione dell’intelligenza con una «cosa» unitaria e l’inferenza di un substrato fisico per essa. Ma queste affermazioni non completano l’argomento: una singola sostanza fisica può raggiungere la sua forza variabile attraverso gli effetti dell’ambiente e dell’educazione, non per differenze innate. Occorre un’argomentazione più diretta per l’ereditarietà della g e Spearman la fornì. L’identificazione di g e s con l’energia e i motori dette ancora a Spearman la struttura. Lo studioso ritenne che i fattori s registrassero l’educazione, ma che la forza della g di una persona riflettesse solo l’eredità. Come può essere influenzata g dall’educazione, ragionò Spearman (1927, p. 392), se essa cessa di crescere all’età di sedici anni circa, ma l’educazione può continuare indefinitivamente anche dopo? Come può g essere alterata dalla scolarizzazione se essa misura ciò che

Spearman chiamava eduction (o la capacità di sintetizzare e fare collegamenti) e non la retention (la capacità di apprendere fatti e ricordarli), quando le scuole sono impegnate a fornire informazione? I motori possono esser riempiti di informazione e foggiati dall’educazione, ma l’energia generale del cervello è una conseguenza della sua struttura innata: L’effetto dell’educazione è limitato ai fattori specifici e non tocca quello generale; parlando fisiologicamente, certi neuroni si abituano a particolari tipi d’azione, ma l’energia libera del cervello rimane inalterata […]. Sebbene sia indubbio che lo sviluppo di capacità specifiche dipenda in gran misura da influenze ambientali, lo sviluppo dell’abilità generale è governato quasi completamente dall’eredità. (1914a, pp. 233-234) Il QI come misura di g registra un’intelligenza generale innata; il matrimonio delle due grandi tradizioni della misurazione della mente (test del QI e analisi fattoriale) fu consumato all’insegna dell’ereditarietà.

Figura 32. Stereotipo razzista di finanziere ebreo, riprodotto dalla prima pagina dell’articolo di Spearman del 1914. Spearman usò questa figura per criticare la credenza in fattori di gruppo per questi aspetti particolari dell’intelligenza, ma la sua pubblicazione illustra il modo di pensare di un’altra epoca.

Nella discussione delle differenze di gruppo, le concezioni di Spearman si accordavano con le credenze usuali di autorevoli scienziati maschi dell’Europa occidentale del tempo (fig. 32). Dei neri scrisse, appellandosi alla g per interpretare i test mentali dell’esercito: Nella media di tutti i test, gli individui di colore erano circa due anni dietro ai bianchi; la loro inferiorità si manifestava in tutti i dieci test, ma era soprattutto netta in quelli che notoriamente hanno la maggiore saturazione di g. (1927, p. 379) In altre parole, i neri davano prestazioni peggiori nei test che avevano le correlazioni più forti con la g, cioè l’intelligenza generale innata. Dei bianchi dell’Europa meridionale e orientale, Spearman scrisse, elogiando l’American Immigration Restriction Act del 1924: La conclusione generale sottolineata da quasi tutti i ricercatori è che, per quanto riguarda l’«intelligenza», la razza germanica ha in media un marcato vantaggio su quella sud-europea. E sembra che questo risultato abbia avuto vitali e importanti conseguenze pratiche sulla formulazione delle recenti leggi americane molto restrittive sull’ammissione di immigranti. (Ibid.) Tuttavia sarebbe scorretto marchiare Spearman come un architetto della teoria ereditaria delle differenze di intelligenza tra i gruppi umani. Fornì alcune componenti importanti, in particolare l’argomento che l’intelligenza è una «cosa» innata, singola, classificabile. Ebbe pure delle concezioni convenzionali sulla fonte delle differenze medie di intelligenza tra le razze e i gruppi nazionali. Ma non esagerò sull’ineluttabilità delle differenze. Infatti attribuì le differenze sessuali all’istruzione e alle convenzioni sociali (ivi, p. 229) ed ebbe ben poco da dire sulle classi sociali. Inoltre, quando discusse le differenze razziali, Spearman accompagnò sempre le sue affermazioni ereditarie sui punteggi medi con l’argomento che la gamma di variazione all’interno di qualsiasi gruppo razziale o nazionale supera di gran lunga la piccola differenza media tra i gruppi, cosicché molti individui di una razza «inferiore» supereranno l’intelligenza media di un gruppo «superiore» (ivi, p. 7 380, per esempio). Spearman riconobbe pure la forza politica delle affermazioni ereditarie, sebbene non ritrattasse né le affermazioni né la politica: «Tutti i grandi sforzi per migliorare gli esseri umani mediante l’istruzione sono ostacolati dall’apatia di coloro che ritengono che la sola strada praticabile sia quella di una procreazione più controllata» (ivi, p. 376). Il fatto più importante, però, è che non sembrò che Spearman si interessasse molto del tema delle differenze ereditarie tra le genti. Mentre la discussione turbinava intorno a lui e ne sotterrava la professionalità attraverso la stampa, e mentre lui stesso aveva fornito un’argomentazione basilare per la scuola

ereditarista, l’inventore della g se ne stette da parte in un’apparente apatia. Aveva studiato l’analisi fattoriale perché voleva comprendere la struttura del cervello umano, non come una guida per misurare le differenze tra gruppi, o anche tra individui. Spearman può essere stato un riluttante cortigiano, ma l’unione politicamente potente del QI e dell’analisi fattoriale in una teoria ereditaria dell’intelligenza fu escogitata dal successore di Spearman alla cattedra di psicologia dell’University College: Cyril Burt. Spearman può essersene preoccupato poco, ma il carattere innato dell’intelligenza fu l’idea fissa di Sir Cyril.

Cyril Burt e la sintesi ereditarista 1. La fonte dell’ereditarismo intransigente di Burt Cyril Burt pubblicò il suo primo articolo nel 1909. In esso affermò che l’intelligenza è innata e che le differenze tra le classi sociali sono in gran parte prodotto dell’ereditarietà; citò pure la g di Spearman come principale supporto. L’ultimo articolo di Burt in una rivista importante comparve postumo nel 1972. Suonava proprio lo stesso motivo: l’intelligenza è innata e l’esistenza della g di Spearman lo prova. Malgrado le sue più dubbie qualità, Cyril Burt aveva certamente capacità di resistenza. L’articolo del 1972 dichiara: Le due principali conclusioni che abbiamo raggiunto sembrano chiare e al di là di ogni questione. L’ipotesi di un fattore generale che entra in ogni tipo di processo cognitivo, suggerita da speculazioni derivate dalla neurologia e dalla biologia, è pienamente confermata dalle prove statistiche, e risulta incontestabile l’affermazione che le differenze in questo fattore generale dipendono in gran parte dalla costituzione genetica dell’individuo. Il concetto di una capacità cognitiva innata generale, che deriva da questi due assunti, sebbene sia per ammissione universale una vera e propria astrazione, è pienamente coerente con i fatti empirici. (1972, p. 188) Solo l’intensità degli aggettivi di Sir Cyril era cambiata. Nel 1912 aveva definito questo argomento «conclusivo»; nel 1972 era diventato «incontestabile». L’analisi fattoriale è l’essenza della definizione di intelligenza data da Burt, come capacità i.g.c. (innata, generale, cognitiva). Nella sua opera principale sull’analisi fattoriale (1940, p. 216), Burt sviluppò il suo caratteristico uso della tesi di Spearman. L’analisi fattoriale mostra che «un fattore generale entra in tutti i processi cognitivi» e «questo fattore generale sembra essere in gran parte, se non del tutto, ereditato o innato», ancora una volta, una capacità i.g.c. Tre anni prima aveva legato, anche più pittorescamente, la g a un’eredità ineluttabile: Questo fattore intellettivo generale, centrale e onnipervasivo, mostra un’ulteriore caratteristica, anch’essa rilevata dai test e dalla statistica.

Sembra che sia ereditata o almeno innata. Né la conoscenza, né la pratica, né gli interessi, né la laboriosità gioveranno ad accrescerlo. (1937, pp. 1011) Altri, compreso lo stesso Spearman, avevano tracciato il legame tra g e l’eredità. Eppure nessun altro come Sir Cyril l’aveva mai portato avanti con tanto caparbio e quasi ossessivo fervore. E nessun altro l’aveva usato come efficace strumento politico. La combinazione di pregiudizi ereditari con una materializzazione dell’intelligenza come entità singola e misurabile definì l’inflessibile posizione di Burt. Ho discusso le radici della seconda componente: l’intelligenza come un fattore materializzato. Ma dove sorse nella concezione della vita di Burt la prima componente, il rigido ereditarismo? Non discendeva logicamente dall’analisi fattoriale di per sé, perché non poteva (vedi pp. 238-240). Non cercherò di rispondere a questa domanda riferendomi alla psiche di Burt o alla sua epoca (sebbene Hearnshaw, 1979, abbia dato qualche indicazione). Ma dimostrerò che l’argomentazione ereditaria di Burt non ha alcun fondamento nei suoi lavori empirici (onesti o fraudolenti) e che essa rappresentò un pregiudizio a priori imposto agli studi che dovevano provarla. Agì pure, per la zelante ricerca di Burt di perseguire la sua idea fissa, come elemento di distorsione del giudizio e infine come 8 incitamento alla frode. 1.1. LA «PROVA» INIZIALE DELL’INNATEZZA

In tutta la sua lunga carriera, Burt citò di continuo il suo primo articolo del 1909 come una prova che l’intelligenza è innata. Tuttavia, quello studio barcolla sia per un errore di logica (ragionamento circolare) sia per il carattere notevolmente povero e superficiale dei dati stessi. Questa pubblicazione prova una cosa sola sull’intelligenza: che Burt cominciò il suo studio con una convinzione a priori della sua innatezza e ragionò in circolo vizioso ritornando alla sua idea iniziale. La «prova» – su ciò che vi era di innato – servì solo per preparare la vetrina selettiva. All’inizio del suo articolo del 1909, Burt si prefisse tre obiettivi. I primi due riflettono l’influenza del lavoro pionieristico di Spearman sull’analisi fattoriale («l’intelligenza generale può essere rilevata e misurata?»; «la sua natura può essere isolata e il suo significato può essere analizzato?»). Il terzo obiettivo rappresenta la preoccupazione peculiare di Burt: «Lo sviluppo dell’intelligenza è determinato in maniera predominante dalle influenze ambientali e dalle acquisizioni individuali o dipende piuttosto dall’ereditarietà di un carattere razziale o di un tratto familiare?» (1909, p. 96). Non solo Burt dichiara che questo terzo problema è «per molti versi il più importante di tutti», ma dà anche la sua risposta dicendo perché dovremmo esservi così interessati. La sua importanza risiede nel fatto che […] la crescente credenza che i caratteri innati della famiglia nell’evoluzione sono più potenti dei caratteri acquisiti dell’individuo, la

graduale comprensione che l’umanitarismo e la filantropia possono interrompere la naturale eliminazione dei ceppi inadatti, queste caratteristiche della sociologia contemporanea rendono di fondamentale importanza la domanda se la capacità è ereditaria. (Ivi, p. 169) Burt scelse 43 ragazzi di due scuole di Oxford, 30 figli di piccoli commercianti di una scuola elementare e 13 ragazzi, di classe superiore, di una scuola preparatoria. In questa «dimostrazione sperimentale che l’intelligenza è ereditaria» (ivi, p. 179), con il suo comicamente piccolo campione, Burt somministrò dodici test di «funzioni mentali di vario grado di complessità» a ciascun ragazzo. (La maggior parte di questi test non erano direttamente cognitivi nel senso usuale, ma erano più del tipo dei vecchi test galtoniani di fisiologia: attenzione, memoria, discriminazione sensoriale e tempo di reazione.) Burt ottenne allora delle «precise stime empiriche dell’intelligenza» per ciascun ragazzo. Lo fece non mediante il rigoroso uso dei reattivi mentali di Binet, ma chiedendo a «esperti» osservatori di classificare i ragazzi secondo la loro intelligenza, indipendentemente dalla semplice istruzione scolastica. Ottenne queste classificazioni dai presidi delle scuole, da insegnanti e da due «ragazzi competenti e imparziali» inclusi nello studio. Scrivendo nei giorni vittoriosi del colonialismo britannico, Burt istruì i suoi due ragazzi sul significato di intelligenza: Supponendo di dover scegliere un capo per una spedizione in un paese sconosciuto, quale dei 30 ragazzi scegliereste come il più intelligente? Scartato il primo, quale sarebbe il successivo? (Ivi, p. 106) Burt poi cercò le correlazioni tra la prestazione ai dodici test e le classificazioni fornite dai suoi esperti. Trovò che cinque test avevano coefficienti di correlazione con l’intelligenza sopra lo 0,5 e che le correlazioni più basse riguardavano i test dei «sensi inferiori: tatto e peso», mentre le correlazioni migliori includevano i test di più chiaro significato cognitivo. Convinto che i dodici test misurassero l’intelligenza, Burt considerò quindi i punteggi stessi. Trovò che i ragazzi di classe superiore rendevano meglio dei ragazzi di classe medio-inferiore in tutti i test eccetto quelli relativi al tatto e al peso. I ragazzi di classe superiore devono quindi essere più svegli. Ma la maggiore bravura di questi ragazzi è innata o acquisita in funzione dei vantaggi dovuti alla famiglia e alla scuola? Burt dette quattro argomenti per sminuire l’influenza dell’ambiente: 1. L’ambiente dei ragazzi di classe medio-bassa non può essere tanto povero da produrre una differenza, perché i loro genitori possono permettersi i nove pennies alla settimana richiesti per frequentare la scuola: «Ora, nel caso delle classi sociali più basse, l’inferiorità generale nei test mentali può essere attribuita alle sfortunate influenze ambientali e post-natali […]. Ma non si possono supporre queste condizioni per i ragazzi che, per una tassa di nove pennies alla settimana, frequentavano la scuola elementare centrale» (ivi, p. 173). In altre parole,

l’ambiente non può fare differenze fino a quando non riduce un bambino quasi alla fame. 2. Le «influenze educative della famiglia e della vita sociale» sembrano scarse. In questa affermazione, chiaramente soggettiva, Burt si richiamava a una sottile intuizione affilata in anni di esperienze risolute. «Qui tuttavia, bisogna confessare, tali argomenti speculativi possono convincere ben poco coloro che non hanno seguito l’istruzione effettiva dei propri figli.» 3. Il carattere stesso dei test esclude gran parte delle influenze ambientali. Come test di prestazione sensoriale e motoria, essi non implicano «una misura apprezzabile di una capacità o una conoscenza acquisite […]. C’è ragione di credere, quindi, che le differenze rilevate sono principalmente innate» (ivi, p. 180). 4. L’aver sottoposto di nuovo al test i ragazzi dopo diciotto mesi, quando parecchi s’erano avviati al lavoro o a nuove scuole, non portò a importanti riaggiustamenti della classificazione. (Poteva mai capitare a Burt che l’ambiente avesse un’influenza primaria nei primi anni di vita e non solo in situazioni contingenti?) Il problema di tutti questi punti e del piano dell’intero studio è una manifesta circolarità dell’argomentazione. Le affermazioni di Burt si basavano su correlazioni tra prestazioni ai test e una classificazione dell’intelligenza compilata da osservatori «imparziali». (Gli argomenti sul «carattere» dei test di per sé sono secondari perché non avrebbero contato nulla nel disegno di Burt se i test non si correlavano con misure indipendenti dell’intelligenza.) Dobbiamo sapere che cosa significano le classificazioni soggettive per interpretare le correlazioni e fare un qualche uso dei test stessi. Infatti, se le classificazioni di insegnanti, presidi e colleghi, per quanto oneste, registrano i vantaggi dell’educazione piuttosto che le differenze genetiche, dono del cielo, allora le classificazioni sono in primo luogo una registrazione dell’ambiente e i punteggi dei test possono fornire solo un’altra (e più imperfetta) misura della stessa cosa. Burt usò la correlazione tra i due criteri come prova dell’ereditarietà senza mai stabilire che entrambi i criteri misuravano la sua proprietà favorita. In ogni caso, tutti questi argomenti sull’ereditarietà sono indiretti. Burt vantò pure, come prova finale, un test diretto dell’ereditarietà: l’intelligenza misurata dei ragazzi si correlava con quella dei loro genitori: Dovunque un processo è correlato con l’intelligenza, questi bambini di famiglia superiore assomigliano ai loro genitori nell’essere essi stessi superiori […]. La capacità di fare questi test non dipende dalle opportunità o dall’istruzione, ma da qualche qualità innata. La somiglianza del grado di intelligenza tra i ragazzi e i loro genitori deve quindi esser dovuta all’ereditarietà. Abbiamo quindi una dimostrazione sperimentale che l’intelligenza è ereditaria. (Ivi, p. 181) Ma come misurò Burt l’intelligenza dei genitori? La risposta, notevole, è che non lo fece; Burt la dedusse semplicemente dalla professione e dalla condizione sociale.

Genitori intellettuali di classe superiore devono essere, per carattere innato, più intelligenti di chi è commerciante. Ma lo studio era destinato ad accertare se la prestazione ai test riflette o meno le qualità innate oppure i vantaggi della condizione sociale. Non si può quindi cambiare idea e dedurre l’intelligenza direttamente dalla condizione sociale. Sappiamo che gli studi successivi di Burt sull’ereditarietà furono una frode. Comunque, i suoi primi lavori, assolutamente onesti, erano pieni di errori così basilari che stanno appena in migliore luce. Come nello studio del 1909, Burt sostenne continuamente l’«innatezza» citando correlazioni d’intelligenza tra genitori e prole. E continuamente determinò l’intelligenza dei genitori in base alla condizione sociale, non mediante test effettivi. Per esempio, dopo aver completato lo studio di Oxford, Burt cominciò un programma più esteso di somministrazione di test a Liverpool. Citò alcune elevate correlazioni tra genitori e figli come uno degli argomenti principali a favore dell’intelligenza innata, ma non fornì mai i punteggi dei genitori. Cinquant’anni dopo, L.S. Penrose lesse il lavoro di Burt, notò l’assenza dei dati e chiese a Burt come aveva misurato l’intelligenza dei genitori. Il vecchio replicò: L’intelligenza dei genitori fu determinata principalmente sulla base della loro occupazione reale, stabilita con interviste personali; circa un quinto di loro fu pure sottoposto a test per consolidare le valutazioni impressionistiche. (Hearnshaw, 1979, p. 29) Hearnshaw commenta: «Un resoconto inadeguato e conclusioni incaute segnano questa prima incursione di Burt nel campo della genetica. Abbiamo qui, proprio all’inizio della sua carriera, i semi dei guai futuri» (ivi, p. 30). Anche quando sottoponeva i soggetti ai test, Burt raramente riportava gli effettivi punteggi misurati, ma li «aggiustava» secondo la sua propria valutazione della loro deficienza nel misurare la vera intelligenza come lui stesso e altri esperti l’avevano giudicata soggettivamente. Burt ammise in una sua opera importante: Non ho considerato i miei risultati ai test come si presentavano. Venivano attentamente discussi con gli insegnanti e venivano liberamemte corretti ogni volta sembrasse probabile che l’opinione dell’insegnante sui meriti dei propri alunni fornisse una stima migliore dei punteggi grezzi dei test. (1921, p. 280) Una tale procedura ha un lodevole intento. Ammette l’incapacità di un semplice numero, calcolato in una breve serie di test, di cogliere un concetto sottile come l’intelligenza. Dà a insegnanti e ad altri con vaste conoscenze personali l’opportunità di registrare i propri giudizi. Ma sicuramente getta nel ridicolo ogni affermazione che un’ipotesi specifica è sottoposta a verifica oggettiva e rigorosa. Infatti, se uno crede in partenza che i bambini ben educati sono intelligenti per 9 nascita, allora in quale direzione verranno aggiustati i punteggi?

Nonostante il suo minuscolo campione, gli argomenti illogici e la dubbia procedura, Burt chiudeva il suo articolo del 1909 con una affermazione di trionfo personale: L’intelligenza dei genitori quindi può essere ereditata, l’intelligenza individuale misurata e l’intelligenza generale analizzata; e l’intelligenza può essere analizzata, misurata e ereditata in una misura che pochi psicologi fino a ora avrebbero ragionevolmente osato riconoscere. (1909, p. 176) Quando Burt riciclò questi dati in un articolo del 1912 per Eugenics Review, aggiunse una «prova» aggiuntiva con campioni ancora più piccoli. Studiò le due figlie di Alfred Binet, notò che il padre non era stato incline a collegare segni fisici con capacità mentali e notò che la figlia bionda, con occhi azzurri e testa larga, di aspetto teutonico era obiettiva e schietta, mentre la figlia più bruna tendeva a essere poco concreta e sentimentale. Touché. Burt non era pazzo. Confesso che cominciai a leggerlo con l’impressione, alimentata dalle cronache spettacolari dei suoi lavori fraudolenti, che fosse semplicemente un ciarlatano disonesto e astuto. Certo, lo divenne e per complesse ragioni (pp. 255-259). Man mano che leggevo, però, acquistai rispetto per la grande erudizione di Burt, per la sua notevole sensibilità e per la sottigliezza e la complessità del suo ragionamento; finì che mi piacevano moltissime cose di lui, mio malgrado. Eppure questo riconoscimento rende ancor più sconcertante la straordinaria debolezza del suo ragionamento sull’innatismo dell’intelligenza. Se fosse stato semplicemente un pazzo, allora argomentazioni folli avrebbero denotato coerenza. I dizionari definiscono un’idea fissa come un’idea persistente e ossessiva, spesso illusoria, alla quale una persona non può sottrarsi. L’innatezza dell’intelligenza fu l’idea fissa di Burt. Quando rivolse le sue capacità intellettive ad altre aree, ragionò bene, con acume e spesso con grande intuizione. Quando considerò l’innatezza dell’intelligenza, gli scesero i paraocchi e il suo pensiero razionale andò in fumo davanti al dogma ereditario che gli procurò fama e che segnò alla fine il suo destino intellettuale. Può essere interessante che Burt abbia potuto agire con un tale dualismo nello stile di ragionamento. Ma trovo molto più interessante che molti altri credettero alle affermazioni di Burt sull’intelligenza quando i suoi argomenti e i suoi dati, tutti facilmente disponibili in pubblicazioni, contenevano così evidenti errori e affermazioni speciose. Che cosa c’insegna tutto ciò su un dogma condiviso che si maschera di oggettività? 1.2. ARGOMENTAZIONI SUCCESSIVE

Forse sono stato ingiusto a scegliere il primo lavoro di Burt per le mie critiche. Forse la follia della gioventù presto cedette alla saggezza e alla cautela della maturità. Niente affatto; Burt fu ontogeneticamente coerente. Gli argomenti del 1909 non cambiarono mai, non fecero mai progressi e finirono con un supporto inventato. L’innatezza dell’intelligenza continuò a funzionare come dogma.

Consideriamo l’argomento principale del libro più famoso di Burt, sui bambini ritardati, The Backward Child (1937), scritto al culmine delle sue facoltà e prima di scendere nella frode consapevole. Il ritardo, nota Burt, è definito dal rendimento a scuola, non dai test d’intelligenza: i bambini ritardati stanno più di un anno indietro nella loro attività scolastica. Burt ritiene che gli effetti ambientali, se sono importanti, dovrebbero avere il maggiore peso sui bambini di questa categoria (quelli molto più indietro a scuola sono più chiaramente menomati geneticamente). Burt intraprese così uno studio statistico dell’ambiente, correlando la percentuale di bambini ritardati con indici di povertà nei sobborghi di Londra. Calcolò una quantità impressionante di forti correlazioni: 0,73 con la percentuale di persone sotto il livello di povertà; 0,89 con il sovraffollamento; 0,68 con la disoccupazione e 0,93 con la mortalità giovanile. Questi dati sembrano fornire una prova inconfutabile di una influenza ambientale dominante sul ritardo, ma Burt fa un’obiezione. C’è un’altra possibilità. Forse i gruppi più poveri dalla nascita creano i sobborghi peggiori e poi vi gravitano intorno e il grado di povertà è semplicemente una misura imperfetta della mediocrità genetica. Burt, guidato dalla sua idea fissa, optò per la stupidità innata come causa primaria della povertà (1937, p. 105). Si rifece ai test del QI come argomento principale. La maggior parte dei bambini ritardati ottiene punteggi con 1-2 deviazioni standard sotto la media (70-85), in una gamma indicata tecnicamente come quella degli «ottusi». Poiché il QI registra l’intelligenza innata, la maggior parte dei bambini ritardati rende poco a scuola perché essi sono ottusi, non (o solo indirettamente) perché sono poveri. Di nuovo Burt fa un circolo vizioso. Vuol provare che la deficienza di intelligenza innata è la causa principale dello scarso rendimento a scuola. Sa benissimo che il legame tra i punteggi del QI e l’innatezza è una questione irrisolta negli animati dibattiti sul significato del QI e ammette in molte occasioni che il test Stanford-Binet è, nel migliore dei casi, solo una misura imperfetta dell’innatismo (per esempio, 1921, p. 90). Eppure, usando i punteggi del test come guida, conclude: In più della metà dei casi, il ritardo sembra dovuto principalmente a fattori mentali intrinseci; qui allora è primario, innato e di misura tale che va al di là di qualsiasi speranza di cura. (1937, p. 110) Si consideri la curiosa definizione di innato che Burt dà in questa affermazione. Un carattere innato, che c’è sin dalla nascita e, nell’uso di Burt, ereditato, forma parte della costituzione biologica di un organismo. La dimostrazione però che un tratto rappresenta la natura non toccata dall’educazione non assicura l’ineluttabilità del suo stato. Burt aveva ereditato una vista debole. Nessun medico aveva mai ricostruito i suoi occhi secondo un paradigma ingegneristico di un progetto logico, ma Burt portò gli occhiali e il solo offuscamento della sua vista fu concettuale. The Backward Child abbonda anche di affermazioni tangenziali che documentano

i pregiudizi di stampo ereditario di Burt. Scrivendo su un handicap ambientale – catarro ricorrente tra i poveri – Burt tratta la predisposizione ereditaria (del tutto plausibile) con una battuta interessante per l’aspetto pittoresco: Eccezionalmente prevalente in quelli le cui facce sono segnate da deficit di sviluppo: la fronte sfuggente, muso sporgente, naso corto e all’insù, labbra spesse, si combinano dando al profilo del bambino dei quartieri poveri lineamenti negroidi o quasi scimmieschi […]. «Scimmie che sono a mala pena antropoidi» fu il commento di un preside cui piacque riassumere in una frase i suoi casi. (Ivi, p. 186) Si stupisce dei successi intellettuali degli ebrei e li attribuisce in parte alla miopia ereditaria che li tiene fuori dai campi da gioco e li adatta a riflettere sui libri dei conti. Prima dell’invenzione degli occhiali, l’ebreo, la cui vita dipendeva dalla sua capacità di tenere i conti e di leggerli, sarebbe stato reso inabile all’età di cinquant’anni se non avesse avuto la tendenza comune all’ipermetropia: d’altra parte (come posso testimoniare personalmente) il miope […] può fare a meno degli occhiali nei lavori da vicino senza perdere molto in efficienza. (Ivi, p. 219) 1.3. LA CECITÀ DI BURT

La forza accecante dei pregiudizi ereditaristi di Burt può essere valutata meglio studiando il suo approccio a tematiche diverse dall’intelligenza. Infatti qui dimostrò coerentemente una lodevole cautela. Riconobbe la complessità delle cause e la sottile influenza che può esercitare l’ambiente. Se la prese con le ipotesi semplicistiche e si rifiutò di dare giudizi in attesa di ulteriori prove. Eppure, come ritornava al tema favorito dell’intelligenza, i paraocchi scendevano e veniva fuori di nuovo il catechismo dell’ereditarista. Burt scrisse con vigore e sensibilità sugli effetti debilitanti degli ambienti poveri. Notò che il 23 per cento della gioventù londinese da lui intervistata non aveva mai visto un campo o una striscia d’erba, «neppure in un parco pubblico», il 64 per cento non aveva mai visto un treno e il 98 per cento non aveva mai visto il mare. Il brano che segue dà la misura di una condiscendenza paternalistica e di stereotipo, ma offre anche un’immagine possente della povertà esistente nelle abitazioni della classe operaia e dei suoi effetti sui bambini. Il padre e la madre sanno sorprendentemente poco di qualsiasi altro modo di vita che non sia il proprio e non hanno né il tempo né l’agio, né la capacità né la predisposizione a insegnare quel poco che sanno. La conversazione della madre può essere limitata unicamente a questioni di pulizia, cucina e a rimproveri. Il padre, quando non è al lavoro, può passare la maggior parte del suo tempo «dietro l’angolo» a riposare il suo corpo

consumato o seduto davanti al fuoco con il cappello in testa e senza giacca, succhiando la pipa in mesto silenzio. Il vocabolario che il bambino apprende è ristretto a poche centinaia di parole, la maggior parte delle quali imprecise, grossolane e pronunciate male e per il resto non adatte a esser ripetute in classe. Nella stessa casa non c’è letteratura degna di questo nome; e l’intero universo del bambino è chiuso e circoscritto da mura di mattoni e una cappa di fumo. Da una fine dell’anno all’altro non va oltre i negozi vicini o il campo di divertimenti nei dintorni. La campagna o il mare sono semplici parole per lui, le quali a mala pena suggeriscono un qualche posto dove vengono mandati gli invalidi dopo un incidente, visualizzate forse sotto forma di qualche fotografico «ricordo di Southend» o qualche pittoresco «souvenir di Margate», fatto tutto di conchiglie, portato dai genitori al ritorno da una gita fatta in qualche festività poche settimane dopo il matrimonio. (1937, p. 127) Burt aggiunse alla sua descrizione questo commento di un «tarchiato conducente di autobus»: «Imparare sui libri non è cosa per bambini che devono guadagnarsi il pane. Per essi è solo come pettinarsi da intellettuali». Burt poté applicare quanto sapeva così bene a questioni diverse dall’intelligenza. Prendiamo le sue idee sulla delinquenza giovanile e sul mancinismo. Burt scrisse estesamente sulle cause della delinquenza e le attribuì a complesse interazioni tra i bambini e il loro ambiente: «Il problema non sta mai nel solo “problema del bambino”: sta sempre nelle relazioni tra quel bambino e il suo ambiente» (1940, p. 243). Se una prestazione comportamentale disprezzabile merita un tale riconoscimento, perché non si può dire la stessa cosa della prestazione intellettuale? Si potrebbe sospettare che Burt si basasse di nuovo sui punteggi ai test, ritenendo che i delinquenti andassero bene ai test e che quindi il loro comportarsi male non potesse essere risultato di stupidità innata. Ma di fatto, i delinquenti spesso andavano male ai test quanto i bambini poveri considerati da Burt come deficienti di nascita nell’intelligenza. Tuttavia Burt riconobbe che i punteggi del QI dei delinquenti non possono riflettere capacità innate perché essi si ribellano ai test: Verso ciò che può sembrar loro nient’altro che un esame scolastico resuscitato, i delinquenti di regola provano poca inclinazione e molto disgusto. Sin dall’inizio ritengono che è più probabile un fallimento invece di un successo, che siano rimproverati invece che lodati […]. A meno che, in verità, non si tentino con tatto particolari manovre per vincere i loro sospetti e assicurarsi la loro buona volontà, in tutti questi test la loro effettiva capacità cadrà molto al di sotto del loro vero potere […]. Nelle cause della delinquenza giovanile […] la parte data dalla deficienza mentale è stata indubbiamente ingrandita da coloro che, confidando esclusivamente sulla scala Binet-Simon, hanno ignorato i fattori che fanno abbassare i

risultati. (1921, pp. 189-190) Ma perché non dire che la povertà spesso comporta un’avversione e un senso di insuccesso analoghi? Burt considerò il mancinismo come l’«incapacità motoria […] che interferisce in larghissima misura con i compiti ordinari in classe». Come capo degli psicologi delle scuole londinesi, dedicò quindi molti studi alle sue cause. In questo caso, senza una convinzione a priori, ideò e cercò di verificare un’ampia gamma di potenziali influenze ambientali. Studiò i dipinti medievali e rinascimentali per determinare se Maria portava di solito il bambino al suo fianco destro. Se era così, i bambini avrebbero nascosto il loro braccio sinistro dietro il collo della madre, lasciando la mano destra libera per movimenti più «destri». Si chiese se la maggiore frequenza di destrimani poteva riflettere l’asimmetria degli organi interni e il bisogno di protezione imposto dalle nostre abitudini. Se il cuore e lo stomaco stanno a sinistra della linea mediana, allora un guerriero o un lavoratore allontaneranno naturalmente il lato sinistro del corpo dal potenziale pericolo, «si affideranno al più solido appoggio del lato destro del tronco e useranno la mano e il braccio destri per tenere strumenti e armi pesanti» (1937, p. 270). Alla fine Burt optò per una posizione prudente e concluse che non poteva pronunciarsi: In ultima analisi devo replicare che probabilmente tutte le forme di mancinismo sono solo indirettamente ereditarie: sembra che l’influenza post-natale c’entri sempre […]. Devo quindi ripetere che, qui come altrove in psicologia, le nostre conoscenze attuali sono troppo scarne per permetterci di dichiarare con sicurezza ciò che è innato e ciò che non lo è. (Ivi, pp. 303-304) Sostituite «intelligenza» a «mancinismo» e l’affermazione è un modello di inferenza prudente. Infatti il mancinismo è un’entità molto più chiara dell’intelligenza e probabilmente molto più soggetta a una influenza ereditaria definita e specificabile. Tuttavia qui, dove le sue argomentazioni sull’innatismo furono migliori, Burt verificò tutte le influenze ambientali – alcune piuttosto attraenti – che poté escogitare e alla fine dichiarò che l’argomento era troppo complesso per essere risolto. 1.4. L’USO POLITICO DELL’INNATISMO

Burt estese la sua fede nel carattere innato dell’intelligenza individuale a un solo aspetto delle differenze medie tra gruppi. Non ritenne (1912) che le razze variassero molto nell’intelligenza ereditata e pensò (1921, p. 197) che i comportamenti differenti dei ragazzi e delle ragazze potessero essere ricondotti in gran parte alle cure parentali. Ma le differenze di classe sociale, l’ingegno dell’individuo di successo e l’ottusità del povero sono il riflesso di capacità ereditate. Se in America la razza è il problema sociale primario, allora la classe è stata la preoccupazione corrispondente in Inghilterra. 10 Nel suo articolo «di svolta» del 1943 su «capacità e reddito», Burt conclude che

«la grande disuguaglianza nei redditi individuali è largamente, se non interamente, un effetto indiretto della grande disuguaglianza nell’intelligenza innata». I dati «non sostengono la concezione (ancora adottata da molti riformatori dell’educazione e della società) che l’evidente disuguaglianza nell’intelligenza dei bambini e degli adulti è nel complesso una conseguenza indiretta della disuguaglianza nelle condizioni economiche» (1943, p. 141). Burt spesso negò di voler limitare le opportunità di riuscita considerando i test come misure di intelligenza innata. Sostenne, al contrario, che i test potevano identificare quei pochi individui delle classi inferiori la cui elevata intelligenza innata non sarebbe stata altrimenti riconosciuta sotto la vernice di uno svantaggio ambientale. Infatti «tra le nazioni, il successo nella lotta per la sopravvivenza è destinato a dipendere sempre di più dai successi di un gruppetto di individui che hanno avuto dalla natura doti eccezionali di capacità e carattere» (1959a, p. 31). Queste persone devono essere identificate e coltivate per compensare «la relativa incapacità generale» (ivi, p. 31). Devono essere incoraggiati e premiati, perché l’ascesa e la caduta di una nazione non dipende da geni peculiari di un’intera razza, ma da «mutamenti della fertilità relativa dei suoi membri o delle sue classi dominanti» (1962, p. 49). I test possono essere stati il veicolo con cui alcuni bambini sono sfuggiti alle strettoie di una struttura di classe assolutamente inflessibile. Ma quale fu il loro effetto sulla maggior parte dei bambini di classe inferiore che Burt ingiustamente bollò come incapaci, per ereditarietà, anche di sviluppare l’intelligenza e quindi, a ragione, non meritevoli di una più elevata posizione sociale? Ogni moderno tentativo di basare la nostra futura politica educativa sull’ipotesi che non vi sono differenze reali o, in ogni modo, non vi sono differenze importanti nell’intelligenza media delle differenti classi sociali non è soltanto destinato a fallire, è probabile che sia carico di conseguenze disastrose per il benessere dell’intera nazione e al tempo stesso che dia inutili delusioni agli alunni. I fatti della disuguaglianza genetica, siano o no conformi ai nostri personali desideri e ai nostri ideali personali, sono qualche cosa cui non si può scappare. (1959a, p. 28) […] Un limite definito a ciò che i bambini possono raggiungere è inesorabilmente posto dalle limitazioni delle loro capacità innate. (1969) 2. L’estensione di Burt della teoria di Spearman Per il pubblico Cyril Burt può esser meglio noto come un ereditarista nel campo dei test mentali, ma la sua reputazione come psicologo teorico si fondò soprattutto sul suo lavoro riguardo all’analisi fattoriale. Non inventò la tecnica, come dichiarò più tardi; ma fu successore di Spearman, in senso letterale e figurato, e divenne il principale fattorialista inglese della sua generazione. I risultati di Burt nell’analisi fattoriale furono sostanziali. Il suo complesso e densamente ragionato libro sull’argomento (1940) fu il risultato ultimo della scuola

di Spearman. Burt scrisse che esso «può rivelarsi come un contributo alla psicologia più duraturo di qualsiasi altra cosa abbia mai scritto» (lettera alla sorella, citata in Hearnshaw, 1979, p. 154). Burt fu anche il pioniere (sebbene non le abbia inventate) di due importanti estensioni dell’approccio di Spearman: una tecnica rovesciata (discussa alle pp. 274-275), che chiamò «correlazione tra persone» (nota come «analisi fattoriale a moda Q»), e un’espansione della teoria bifattoriale di Spearman per aggiungere «fattori di gruppo» a un livello tra g e s. Burt si uniformò alla linea di Spearman nel suo primo articolo del 1909. Spearman aveva insistito sul fatto che ciascun test registrava solo due proprietà della mente: un fattore generale comune a tutti i test e un fattore specifico peculiare di quel test soltanto. Negò che insiemi di test mostrassero qualche significativa tendenza a formare «fattori di gruppo» tra i suoi due livelli: non trovò cioè alcuna prova delle «facoltà» di una più vecchia psicologia, nessun insieme che rappresentasse, per esempio, capacità verbali, spaziali o aritmetiche. Nell’articolo del 1909, Burt notò, in test della stessa famiglia, una «distinguibile, ma piccola» tendenza a raggrupparsi. Ma dichiarò che era così debole da poter essere ignorata («minuscola da annullarsi» secondo le sue parole) e affermò che i suoi risultati «confermano e ampliano» la teoria di Spearman. Ma Burt, a differenza di Spearman, fu un professionista dei test (responsabile per tutte le scuole di Londra). Studi ulteriori sull’analisi fattoriale continuarono a distinguere fattori di gruppo, sebbene fossero sempre sussidiari della g. Essendo un problema pratico per la guida degli scolari, Burt si rese conto che non poteva ignorare i fattori di gruppo. Con un approccio puramente spearmaniano, che cosa si poteva dire di un bambino se non che era in generale sveglio o stupido? Gli scolari dovevano essere guidati alle professioni identificando la forza e la debolezza in aree più specifiche. Quando Burt si accinse al suo principale lavoro sull’analisi fattoriale, lo scomodo metodo di Spearman delle differenze tetradiche era stato sostituito dall’approccio delle componenti principali (di cui abbiamo detto alle pp. 234-238). Burt identificò i fattori di gruppo studiando la proiezione dei test individuali sulla seconda componente principale e sulle successive. Riprendiamo la figura 29: in una matrice di coefficienti di correlazione positivi, i vettori che rappresentano i test individuali sono tutti raggruppati assieme. La prima componente principale, la g di Spearman, corre lungo la linea mediana del fascio e definisce più informazione di quanto potrebbe qualsiasi altro asse. Burt riconobbe che nessun modello coerente sarebbe stato trovato sugli assi successivi se la teoria bifattoriale di Spearman avesse retto: infatti i vettori non avrebbero formato dei sottofasci se la loro sola variazione comune fosse stata già spiegata dalla g. Ma se i vettori formano dei sottofasci che rappresentano capacità più specializzate, allora la prima componente principale deve passare tra i sottofasci se deve essere la miglior media che si accordi a tutti i vettori. Poiché la seconda componente principale è perpendicolare alla prima, alcuni sottofasci devono proiettarsi positivamente su di essa e le altre negativamente (come mostra la figura 29 con le proiezioni negative per i test

verbali e le proiezioni positive per i test aritmetici). Burt chiamò questi assi fattori bipolari, perché includevano fasci con proiezioni positive e negative. Identificò come fattori di gruppo gli stessi fasci con proiezioni positive e negative. Può sembrare superficialmente che l’identificazione da parte di Burt dei fattori di gruppo mettesse in discussione la teoria di Spearman, ma di fatto ne forniva un ampliamento e un miglioramento che Spearman alla fine apprezzò. L’essenza della tesi di Spearman è il primato della g e la subordinazione a essa di tutte le altre determinanti dell’intelligenza. L’identificazione di Burt dei fattori di gruppo conservò questo concetto di gerarchia e lo estese aggiungendo un altro livello tra g e s. Infatti, il considerare i fattori di gruppo come un livello in una gerarchia subordinata alla g salvava la teoria di Spearman dai dati che sembravano minacciarla. Originariamente Spearman negò i fattori di gruppo, ma le prove su di essi continuarono ad accumularsi. Molti fattorialisti cominciarono a considerare queste prove come una denigrazione della g e come un cuneo per scalzare l’intero edificio di Spearman. Burt rafforzò l’edificio, conservò il ruolo preminente della g ed estese la teoria di Spearman enumerando altri livelli subordinati alla g. I fattori, scrisse Burt, sono «organizzati su ciò che può esser chiamata una base gerarchica […]. C’è prima un fattore generale e globale, che copre tutte le attività cognitive, poi un numero relativamente piccolo di estesi fattori di gruppo, che coprono capacità differenti classificate secondo la loro forma o il loro contenuto […]. L’intera serie appare disposta su livelli successivi, con i fattori al livello più basso che sono i più specifici e i più numerosi di tutti» (1949, p. 199). Spearman aveva sostenuto una teoria bifattoriale; Burt proclamò una teoria a quattro fattori: il fattore generale o g di Spearman, i fattori particolari o di gruppo da lui identificati, i fattori specifici o s di Spearman (attributi di un singolo tratto misurato in tutte le occasioni) e ciò che Burt chiamò fattori accidentali o attributi di 11 un singolo tratto misurato solo in un’unica occasione. Burt aveva sintetizzato tutte le prospettive. Nei termini di Spearman, la sua teoria era monarchica nel riconoscere il predominio di g, oligarchica nell’identificazione dei fattori di gruppo e anarchica nel riconoscere fattori s in ciascun test. Ma lo schema di Burt non era un compromesso; era la teoria gerarchica di Spearman con un altro livello subordinato a g. Inoltre Burt accettò ed elaborò largamente le concezioni di Spearman sull’innatismo differenziale dei livelli. Spearman aveva considerato la g ereditaria e la s una funzione dell’istruzione. Burt fu d’accordo, ma sostenne al contempo l’influenza dell’educazione sui suoi fattori di gruppo. Conservò la distinzione tra una g ereditata e ineluttabile e un insieme di capacità più specializzate suscettibili di miglioramento attraverso l’educazione. Sebbene una deficienza nell’intelligenza generale ponga inevitabilmente un limite definito al progresso educativo, raramente è così per capacità intellettive particolari. (1937, p. 537)

Burt dichiarò pure, con l’intensità e l’ostinazione a lui consuete, che la primaria importanza dell’analisi fattoriale sta nella sua capacità di identificare qualità ereditate, permanenti. Fin dall’inizio della mia opera educativa è parso essenziale non semplicemente dimostrare che un fattore generale sottostà al gruppo cognitivo delle attività mentali, ma anche che questo fattore generale (o qualche componente importante di esso) e innato o permanente. (1940, p. 57) […] La ricerca dei fattori diviene così, in larga misura, un tentativo di scoprire potenzialità innate, tali che permanentemente aiuteranno o limiteranno il comportamento futuro di un individuo. (Ivi, p. 230)

3. Burt sulla materializzazione dei fattori Le concezioni di Burt sulla materializzazione, come ha notato Hearnshaw con amara delusione (1979, p. 166), sono incoerenti e contraddittorie (talvolta nella 12 medesima pubblicazione). Spesso Burt dichiarò che la materializzazione dei fattori è una tentazione da evitare. Senza dubbio, questo linguaggio causale, che tutti noi in qualche misura favoriamo, nasce in parte dalla disposizione irreprensibile della mente umana a reificare e anche personificare qualsiasi cosa si possa: raffigurare come realtà ragioni inferite e dotare quelle realtà di una forza attiva. (1940, p. 66) Parlò con eloquenza di questo errore del pensiero: La mente comune ama ridurre le strutture a singole entità atomiche: trattare la memoria come una facoltà elementare albergata in un organo frenologico, comprimere tutta la coscienza nella ghiandola pineale, chiamare reumatici una dozzina di disturbi e considerarli come l’effetto di un germe specifico, dichiarare che la forza risiede nei capelli o nel sangue, trattare la bellezza come una qualità elementare che può essere applicata come una vernice. Ma l’orientamento della scienza contemporanea è quello di cercare i suoi principi unificatori non in semplici cause unitarie, ma nel sistema o nella struttura in quanto tali. (Ivi, p. 237) E negò esplicitamente che i fattori fossero delle «cose» contenute nella testa: I «fattori», in breve, devono essere considerati come astrazioni matematiche convenienti, non «facoltà» mentali concrete, poste in «organi» separati del cervello. (1937, p. 459) Che cosa poteva esser detto di più chiaro?

Tuttavia, in un commento biografico, Burt (1961, p. 53) centrò la sua disputa con Spearman non sul problema se i fattori potevano essere materializzati oppure no, ma piuttosto su come dovevano essere materializzati: «Spearman stesso identificò il fattore generale con l’“energia cerebrale”. Io l’ho identificato con la struttura generale del cervello». Nello stesso articolo, fornì maggiori dettagli su supposte localizzazioni fisiche di entità identificate da fattori matematici. I fattori di gruppo, ritiene, sono aree definite della corteccia cerebrale (ivi, p. 57), mentre il fattore generale rappresenta la quantità e la complessità del tessuto corticale: «È questo carattere generale del tessuto cerebrale individuale – cioè il grado generale della complessità sistematica dell’architettura neuronale – che mi sembra rappresenti il fattore generale e la spiegazione delle alte correlazioni positive ottenute tra i vari 13 test cognitivi» (ivi, pp. 57-58; vedi anche 1959b, p. 106). Affinché non si sia tentati di considerare queste affermazioni successive come uno spostamento d’opinione dalla prudenza di uno studioso nel 1940 alla povertà di giudizio di un uomo impantanato nelle frodi degli ultimi suoi anni, noto che Burt presentò gli stessi argomenti sulla materializzazione nel 1940, proprio affianco agli avvertimenti contro di essa: Ora, sebbene io non identifichi il fattore generale g con una forma qualsiasi di energia, dovrei esser pronto a riconoscergli un’«esistenza reale» quale può rivendicare a ragione l’energia fisica. (1940, p. 214) […] In verità considero l’intelligenza non come qualche cosa che designa una particolare forma di energia, ma piuttosto che specifica certe differenze individuali nella struttura del sistema nervoso centrale, differenze la cui natura concreta potrebbe esser descritta in termini istologici. (Ivi, pp. 216-217) Burt arrivò pure a suggerire che il carattere tutto-o-niente della scarica neuronale «suffraga la richiesta di un’analisi finale in fattori indipendenti o “ortogonali”» (ivi, p. 222). Ma forse l’indicazione migliore delle speranze di Burt per la materializzazione sta proprio nel titolo che scelse per il suo libro del 1940, cioè The Factors of the Mind. Burt seguì Spearman nel cercare di trovare nel cervello una localizzazione fisica dei fattori matematici estratti dalla matrice di correlazione dei test mentali. Ma andò anche oltre e si nominò «reificatore» in un dominio in cui Spearman stesso non avrebbe mai osato addentrarsi. Burt non poteva accontentarsi di qualcosa di così comune e materiale come un pezzetto di tessuto nervoso quale residenza dei fattori. Aveva una visione più ampia che evocava lo spirito di Platone stesso. Gli oggetti materiali sulla terra sono rappresentazioni immediate e imperfette di essenze superiori in un mondo ideale al di là della nostra percezione. Burt sottopose molti tipi di dati all’analisi fattoriale nella sua lunga carriera. La sua interpretazione dei fattori riflette una credenza platonica in una realtà superiore, incorporata in modo imperfetto dagli oggetti materiali, ma riconoscibile

in essi attraverso un’idealizzazione delle loro proprietà essenziali sottostanti ai fattori delle componenti principali. Analizzò una sfilza di tratti emotivi (ivi, pp. 406408) e identificò la sua prima componente principale come un fattore di «emotività generale». (Trovò pure due fattori bipolari per introversione-estroversione ed euforia-tristezza.) Scoprì un «fattore generale paranormale» in uno studio di dati di potenziale sinaptico evocato (Hearnshaw, 1979, p. 222). Analizzò l’anatomia umana e interpretò la prima componente principale come un tipo ideale di umanità (1940, p. 113). Non occorre dedurre da questi esempi che Burt credesse in una testuale realtà superiore: forse pensava questi fattori generali idealizzati come semplici principi di classificazione per aiutare la comprensione umana. Ma, in un’analisi fattoriale del giudizio estetico, Burt espresse esplicitamente la sua convinzione che gli standard reali della bellezza esistono indipendentemente dalla presenza degli esseri umani che possano apprezzarli. Scelse cinquanta cartoline con illustrazioni che andavano dai grandi maestri fino alla «meno raffinata e più vistosa cartolina di buon compleanno che potessi trovare da un cartolaio dei bassifondi». Chiese a un gruppo di soggetti di classificare le cartoline a seconda della bellezza e fece un’analisi fattoriale delle correlazioni tra i livelli. Di nuovo scoprì un fattore generale sottostante nella prima componente principale, dichiarò che era uno standard universale di bellezza ed espresse un disprezzo personale per le statue celebrative vittoriane nell’identificare questa realtà superiore: Vediamo la bellezza perché è lì per essere vista […]. Sono tentato di affermare che le relazioni estetiche, come le relazioni logiche, hanno un’esistenza oggettiva indipendente: la Venere di Milo rimarrà più attraente della statua della regina Vittoria nel Mall, così sarà per il Taj Mahal rispetto all’Albert Memorial, anche se tutti gli uomini e tutte le donne del mondo fossero uccisi dal gas di una cometa viaggiante. Nell’analisi dell’intelligenza, Burt affermò spesso (per esempio, 1939; 1940; 1949) che ciascun livello della sua teoria gerarchica a quattro fattori corrispondesse a una categoria riconosciuta nella «logica tradizionale delle classi» (1939, p. 85): il fattore generale al genere, i fattori di gruppo alla specie, i fattori specifici al proprio e i fattori accidentali all’accidente. Sembrava che considerasse queste categorie più che convenienze per l’ordinamento umano della complessità del mondo, come modi necessari per fare l’analisi logica di una realtà strutturata in modo gerarchico. Burt credeva certamente in regni di esistenza al di là della realtà materiale degli oggetti di tutti i giorni. Accettò molti dati di parapsicologia e ipotizzò una superanima o psychon, «un genere di mente di gruppo formata dall’interazione telepatica subconscia delle menti di certe persone ora viventi, assieme forse con la riserva psichica da cui erano formate le menti di individui ora deceduti e in cui furono riassorbiti con la morte dei loro corpi» (citato in Heamshaw, 1979, p. 225).

In questo regno superiore di realtà psichica, i «fattori della mente» possono avere un’esistenza reale come modi di pensiero veramente universali. Burt riuscì a sposare tre concezioni contraddittorie sulla natura dei fattori: le astrazioni matematiche per una convenienza umana; le entità reali poste in proprietà fisiche del cervello; e le categorie reali del pensiero in un regno superiore, gerarchicamente organizzato di realtà psichica. Spearman non era stato molto audace come reificatore; non si avventurò mai al di là dell’esortazione aristotelica a localizzare le astrazioni idealizzate nei corpi fisici stessi. Burt, almeno in parte, si innalzò in un regno platonico sopra e al di là dei corpi fisici. In questo senso fu il «reificatore» più ardito e letteralmente più esauriente di tutti. 4. Burt e l’uso politico della g L’analisi fattoriale di solito viene compiuta sulla matrice di correlazione dei test. Burt dette il via a una forma «rovesciata» di analisi fattoriale, matematicamente equivalente allo stile usuale, ma basata sulla correlazione tra le persone piuttosto che tra i test. Se ciascun vettore nello stile usuale (tecnicamente denominato analisi a moda R) rappresenta i punteggi di parecchie persone in un singolo test, allora ciascun vettore nello stile rovesciato di Burt (denominato analisi a moda Q ) riflette i risultati di parecchi test per una singola persona. In altre parole, ciascun vettore ora rappresenta una persona invece di un test e la correlazione tra i vettori misura il grado di relazione tra gli individui. Perché Burt arrivò al punto di sviluppare una tecnica matematicamente equivalente alla forma usuale e in genere più scomoda e dispendiosa da applicare (dato che un progetto sperimentale quasi sempre comporta il coinvolgimento più di persone che di test)? La risposta sta nel non comune centro degli interessi di Burt. Spearman, e gran parte dei fattorialisti, desiderava conoscere la natura del pensiero o la struttura della mente studiando le correlazioni tra test che misuravano aspetti differenti del funzionamento mentale. Cyril Burt, come psicologo ufficiale del Consiglio della contea di Londra (1913-1932), era interessato alla classificazione degli scolari. In un passo autobiografico Burt scrisse: «[Sir Godfrey] Thomson era interessato in primo luogo alla descrizione delle capacità esaminate con i test e alle differenze tra queste; io ero interessato piuttosto alle persone esaminate e alle differenze tra di loro» (1961, p. 56). Per Burt il confronto non era una questione astratta. Voleva valutare gli scolari secondo il suo modo caratteristico, basato su due principi guida: il primo (il tema di questo capitolo), che l’intelligenza generale è una entità singola, misurabile (la g di Spearman); il secondo (l’idea fissa di Burt), che l’intelligenza generale di una persona è quasi del tutto innata e immutabile. Dunque Burt cercava la relazione tra le persone in un ordinamento unilineare del patrimonio mentale ereditato. Usò l’analisi fattoriale per convalidare questa singola scala e piantarci sopra la gente. «L’oggetto vero e proprio dell’analisi fattoriale» scrisse «è quello di dedurre da un insieme empirico di misurazioni con test un singolo numero per ogni singolo

individuo.» (1940, p. 136) Burt cercava «un ordine ideale, che agisse da fattore generale, comune a ogni esaminatore e a ogni esaminato, predominante su altre influenze irrilevanti, anche se indubbiamente era disturbato da esse» (ivi, p. 176). La visione di Burt di un singolo ordinamento basato su capacità ereditate alimentò il maggiore trionfo politico in Inghilterra delle teorie ereditaristiche dei test mentali. Se la legge del 1924 sulla restrizione dell’immigrazione segnò la vittoria più importante degli ereditaristi americani in psicologia, allora il cosiddetto esame 11+ dette alla controparte inglese un trionfo di uguale impatto. Con questo sistema per distribuire i bambini in scuole secondarie differenti, gli scolari passavano un esame esauriente all’età di dieci o undici anni. Come risultato di questi test, in larga parte un tentativo di verificare la g di Spearman in ciascun bambino, il 20 per cento era mandato alle scuole classiche dove poteva prepararsi per entrare all’università, mentre l’80 per cento veniva relegato nelle scuole tecniche e considerato inadatto all’istruzione superiore. Cyril Burt difese questa separazione come un passo saggio per «allontanare il destino e la decadenza che hanno colpito alla fine ciascuna grande civiltà del passato» (1959b, p. 117): È essenziale, negli interessi sia dei bambini stessi che della nazione nel suo complesso, che coloro che hanno qualità superiori – i più intelligenti dei più intelligenti – debbono essere identificati nel modo più accurato possibile. Dei metodi finora tentati il cosiddetto esame 11+ si è dimostrato di gran lunga il più sicuro. (Ibid.) La sola lamentela di Burt (ivi, p. 32) era che la selezione con i test arrivava troppo tardi nella vita di un bambino. Il sistema di esame 11+ e la successiva separazione delle scuole vennero alla ribalta congiuntamente a una serie di rapporti ufficiali redatti da commissioni governative in venti anni (i rapporti Hadow del 1926 e 1931, il rapporto Spens del 1938, il rapporto Norwood del 1943 e il libro bianco del ministero dell’Educazione per la riforma dell’istruzione, tutti confluiti nella legge Butler sull’educazione del 1944, che ha regolato la politica scolastica fino alla metà degli anni Sessanta, quando il partito laburista votò la fine della selezione secondo l’11+). Nel chiasso che accompagnò la rivelazione iniziale della sua opera fraudolenta, Burt venne spesso identificato come l’artefice dell’esame 11+. Non è esatto. Burt non fu neppure membro delle varie commissioni, anche se si consultò di frequente con 14 esse e scrisse ampiamente per i loro rapporti. Tuttavia conta poco se la mano di Burt abbia o non abbia mosso la penna. Le relazioni contengono una particolare concezione dell’educazione, che si identifica chiaramente con la scuola inglese dell’analisi fattoriale, ed evidentemente si collegava molto da vicino con la versione di Cyril Burt. L’esame 11+ fu l’incarnazione della teoria gerarchica dell’intelligenza di Spearman, con il suo fattore generale innato che pervadeva tutte le attività

cognitive. Un critico si riferì alla serie di rapporti come a «inni di lode per il fattore g» (Hearnshaw, 1979 p. 112). Il primo rapporto Hadow definiva le capacità intellettive misurate dal test secondo i termini favoriti di Burt come capacità i.g.c. (innata, generale, cognitiva): «Durante l’infanzia, lo sviluppo intellettivo procede come se fosse governato in gran parte da un singolo fattore centrale, di solito noto come “intelligenza generale” che può essere definito in senso lato come capacità innata, completa, intellettuale e sembra entrare in ogni cosa il bambino cerchi di pensare, dire o fare: sembra che sia il fattore più importante nel determinare il suo lavoro in classe» (corsivo mio). L’11+ doveva la sua logica generale ai fattorialisti inglesi; inoltre, parecchi suoi dettagli possono essere pure ricondotti alla scuola di Burt. Perché, per esempio, i test e la selezione a undici anni d’età? C’erano certamente delle ragioni pratiche e storiche; undici anni erano quasi l’età tradizionale del passaggio tra la scuola primaria e la secondaria. Ma i fattorialisti aggiunsero due importanti supporti teorici. Il primo fu che gli studi sulla crescita dei bambini dimostravano che la g variava largamente nella prima età e si stabilizzava dapprima all’età di unidici anni circa. Spearman scrisse nel 1927 (p. 367): «Se una volta, quindi, un bambino di undici anni circa avesse avuto la sua quantità relativa di g misurata in un modo veramente accurato, sarebbe sembrata illusoria la speranza degli insegnanti e dei genitori che egli potesse arrivare a una posizione molto più elevata». Il secondo supporto fu che i «fattori di gruppo» di Burt, che (per gli scopi della separazione dal patrimonio mentale generale) potevano essere visti solo come fattori di disturbo del fattore g, non influenzavano con forza un bambino fino dopo l’età di undici anni. Il rapporto Hadow del 1931 dichiarò che «capacità particolari raramente si rivelano in una qualche apprezzabile misura prima dell’età di undici anni». Burt affermò spesso che il suo fine primario nel sostenere l’11+ era «liberale»: dare, cioè, accesso all’istruzione superiore ai bambini svantaggiati il cui talento innato poteva altrimenti non essere riconosciuto. Non dubito che qualche bambino di capacità elevate sia stato aiutato in questo modo, anche se Burt stesso non credeva che molte persone di intelligenza elevata si trovassero nascoste nelle classi inferiori. (Credeva pure che il loro numero diminuisse rapidamente man mano che le persone intelligenti salivano la scala sociale, lasciando le classi inferiori sempre più prive di talenti intellettuali: 1946, p. 15. R. Herrnstein [1971], qualche anno 15 dopo, suscitò un parapiglia con un’identica argomentazione riciclata.) Eppure, l’effetto maggiore dell’11+, in termini di vite e di speranze, sta sicuramente nel suo risultato numerico primario: l’80 per cento veniva bollato come inadatto all’istruzione superiore a causa di una bassa capacità intellettiva innata. Due casi vengono alla mente, ricordi di due anni passati in Inghilterra durante il regime dell’11+: ragazzi, già etichettati sufficientemente con la collocazione della loro scuola, passavano quotidianamente per le strade di Leeds nelle loro uniformi accademiche, subito identificati da tutti come quelli che non si erano qualificati; un’amica che non aveva superato l’11+ ma che era a ogni modo arrivata all’università, perché aveva imparato da sé il latino, dato che la sua scuola

superiore «moderna» non l’insegnava e l’università lo richiedeva ancora per l’accesso a certi corsi (quanti altri ragazzi delle classi lavoratrici hanno avuto i mezzi o la motivaziore, nonostante il loro talento e i loro desideri?). Burt si impegnò nella sua idea eugenetica di salvare l’Inghilterra trovando e educando quei pochi di talento superiore. Per tutti gli altri, ritengo che desiderasse che stessero bene e sperasse di dar loro un’educazione adeguata alle loro capacità. Ma l’80 per cento non veniva incluso nel suo piano per la conservazione della grandezza britannica. Di loro scrisse: Dovrebbe essere parte essenziale dell’educazione del bambino l’insegnargli come affrontare una possibile sconfitta all’11+ (o a un altro esame), proprio come dovrebbe imparare a essere battuto in una corsa di mezzo miglio o in un incontro di pugilato o in una partita di calcio con una scuola rivale. (1959b, p. 123) Poteva Burt rendersi conto del dolore di speranze infrante da proclami biologici, se paragonava seriamente un marchio permanente di inferiorità intellettuale con la sconfitta in una singola corsa?

L.L. Thurstone e i vettori della mente 1. La critica e la ricostruzione di Thurstone L.L. Thurstone (1887-1955) nacque e fu educato a Chicago (ottenne il dottorato all’Università di Chicago nel 1917, dove fu professore di psicologia dal 1924 fino all’anno della morte). Forse non è sorprendente che un uomo che scrisse la sua opera principale nel cuore dell’America durante la Grande depressione, dovesse essere l’angelo sterminatore della g di Spearman. Si potrebbe costruire facilmente una favola dalla morale di tempra eroica: Thurstone, libero dai dogmi accecanti dei pregiudizi di classe, capisce l’errore della materializzazione e le tesi ereditaristiche e smaschera la g come logicamente falsa, scientificamente inutile e moralmente ambigua. Ma il nostro complesso mondo riconosce valide ben poche di queste favole e questa è falsa e vuota come molte del suo genere. Thurstone distrusse la g per qualcuna delle ragioni suddette, ma non perché riconobbe i più profondi errori concettuali che l’avevano generata. Infatti a Thurstone la g non piaceva perché pensava che non fosse reale abbastanza! Thurstone non aveva dubbi che l’analisi fattoriale dovesse cercare, come suo obiettivo primario, di identificare gli aspetti reali della mente che potessero essere connessi a cause definite. Cyril Burt intitolò il suo libro principale The Vector of the Mind; Thurstone, che inventò la raffigurazione geometrica dei test e dei fattori come vettori (figg. 30 e 31) chiamò la sua opera principale (1935) The Vectors of Mind: i vettori della mente. «L’oggetto dell’analisi fattoriale» scrisse Thurstone «è

quello di scoprire le facoltà mentali.» (1935, p. 53) Thurstone pensò che il metodo delle componenti principali di Spearman e Burt non fosse riuscito a identificare i veri vettori della mente perché poneva gli assi dei fattori in posizioni geometriche sbagliate. Si oppose decisamente sia alla prima componente principale (che produceva la g di Spearman) sia alle componenti successive (che identificavano i «fattori di gruppo» in fasci di proiezioni positive e negative dei test). La prima componente principale, la g di Spearman, è una media di tutti i test nelle matrici dei coefficienti di correlazione positivi, mentre tutti i vettori devono puntare nella stessa direzione generale (fig. 28). Quale significato psicologico può avere un tale asse – si chiese Thurstone – se la sua posizione dipende dai test inclusi e si sposta in modo drastico da una batteria di test all’altra?

Figura 33. Illustrazione di Thurstone di come la posizione della prima componente principale (la X in entrambe le figure) sia influenzata dai tipi di test inclusi in una batteria. Consideriamo la figura 33 tratta dall’edizione ampliata (1947) di The Vectors of Mind. Le curve formano un triangolo sferico sulla superficie di una sfera. Ciascun vettore si irradia dal centro della sfera (che non viene mostrato) e interseca la superficie della sfera in un punto rappresentato da uno dei dodici circoletti. Thurstone assume che i dodici vettori rappresentano i test di tre facoltà «reali» della mente, A, B e C (chiamatele verbali, numeriche e spaziali, se volete). L’insieme di dodici test a sinistra ne include otto che misurano primariamente la capacità spaziale e cadono vicino a C; due test misurano la capacità verbale e cadono vicino ad A, mentre due riflettono la capacità numerica. Non c’è niente di sacrosanto, però, sia sul numero che sulla distribuzione dei test in una batteria. Tali decisioni sono arbitrarie; infatti, un testista di solito non può imporre una decisione proprio perché non sa in anticipo quale test misura chissà quale facoltà sottostante. Può accadere che un’altra batteria di test (fig. 33, a destra) ne includa otto per le

abilità mentali e solo due per le abilità numerica e spaziale. Le tre facoltà, crede Thurstone, sono reali e invarianti per posizione, indipendentemente da quanti test esse siano misurate in una batteria. Guardate però che cosa accade alla g di Spearman. È semplicemente la media di tutti i test e la sua posizione – la X nella figura 33 – si sposta nettamente per la ragione arbitraria che una batteria include più test spaziali (forzando la g vicino al polo spaziale e) e l’altra più test verbali (spostando la g vicino al polo verbale A). Quale significato psicologico può avere la g se è solo una media, sbattuta di qua e di là dai cambiamenti del numero di test delle varie capacità? Thurstone scrisse della g: Si può sempre trovare un tale fattore per qualsiasi insieme di test correlati positivamente e non significa niente di più o di meno che la media di tutte le capacità richieste dalla batteria nel suo complesso. Di conseguenza, varia da una batteria all’altra e non ha alcun fondamentale significato psicologico oltre quello della collezione arbitraria di test che a qualcuno capita di mettere insieme […]. Non possiamo essere interessati a un fattore generale che è soltanto la media di una qualsiasi collezione casuale di test. (1940, p. 208) Burt aveva identificato i fattori di gruppo cercando i fasci di possibili proiezioni positive e negative sulla seconda componente principale e su quelle successive. Thurstone si oppose decisamente a questo metodo, non su basi matematiche, ma perché pensava che i test non potessero avere proiezioni negative su «cose» reali. Se un fattore rappresentava un vettore vero della mente, allora un test singolo poteva o misurare quell’entità in parte, e avere una proiezione positiva sul fattore, o non poteva misurarlo affatto, e avere una proiezione zero. Ma un test non poteva avere una proiezione negativa su un vettore reale della mente: Un’entrata negativa […] dovrebbe essere interpretata a significare che il possesso di una capacità ha un effetto dannoso sulla prestazione al test. Si può comprendere facilmente come il possesso di una certa capacità possa aiutare nella prestazione a un test e si può immaginare che una capacità non abbia effetto sulla prestazione a un test, ma è difficile pensare a capacità che sono così spesso sia nocive che utili nelle prestazioni ai test. Sicuramente la matrice fattoriale corretta dei test cognitivi non ha molte entrate negative e preferibilmente non dovrebbe averne affatto. (Ivi, pp. 193-194) Così Thurstone dichiarò di trovare la «matrice fattoriale corretta» eliminando le proiezioni negative dei test sugli assi e rendendo tutte le proiezioni o positive o zero. Gli assi della componente principale di Spearman e Burt non potevano farlo perché contenevano per forza tutte le proiezioni positive sul primo asse (g) e combinazioni di gruppi negativi e positivi sui «bipolari» successivi. La soluzione di Thurstone fu ingegnosa e rappresenta nella storia dell’analisi

fattoriale l’idea più originale, seppure semplice. Invece di fare del primo asse una media di tutti i vettori e di lasciare che gli altri racchiudano una quantità progressivamente decrescente di informazione residua nei vettori, perché non cercare di porre tutti gli assi vicino ai fasci di vettori? I fasci possono riflettere reali «vettori della mente», misurati in modo imperfetto da parecchi test. Un asse fattoriale posto vicino a un tale fascio avrà elevate proiezioni positive per i test che 16 misurano quella capacità primaria e proiezioni zero per tutti i test che misurano altre capacità primarie, per quanto le capacità primarie sono indipendenti e non correlate. (Due fattori indipendenti sono separati da 90° e hanno una proiezione zero uno sull’altro: il loro coefficiente di correlazione è 0,0.) Ma come possono esser posti gli assi fattoriali vicino ai fasci dal punto di vista matematico? Qui Thurstone ebbe la grande intuizione. Gli assi della componente principale di Burt e Spearman (fig. 30) non giacciono nell’unica posizione che gli assi fattoriali possono assumere. Rappresentano una possibile soluzione, dettata dalla convinzione a priori di Spearman che esista una singola intelligenza generale. In altre parole, sono legati alla teoria, non sono necessari matematicamente e la teoria può essere sbagliata. Thurstone decise di mantenere una caratteristica dello schema di Spearman-Burt: i suoi assi fattoriali rimanevano reciprocamente perpendicolari e quindi matematicamente non correlati. I vettori reali della mente, invece, devono rappresentare capacità primarie indipendenti. Thurstone calcolò quindi le componenti principali di Spearman-Burt e poi le ruotò in posizioni differenti finché non stavano il più vicino possibile (rimanendo ancora perpendicolari) ai fasci effettivi dei vettori. In questa posizione ruotata, ciascun asse fattoriale avrebbe ricevuto alte proiezioni positive per i pochi vettori raggruppati vicino a esso e proiezioni zero o vicino allo zero per tutti gli altri vettori. Quando ciascun vettore aveva un’alta proiezione su un asse fattoriale e proiezione zero o vicino allo zero su tutti gli altri, Thurstone indicava il risultato come una struttura semplice. Ridefinì il problema dei fattori come ricerca di una struttura semplice mediante la rotazione degli assi fattoriali dalla direzione delle loro componenti principali a posizioni più vicine possibile ai fasci dei vettori. Le figure 30 e 31 mostrano questo processo geometricamente. I vettori sono disposti in due fasci che rappresentano i test verbali e matematici. Nella figura 30 la prima componente principale (g) è una media di tutti i vettori, mentre la seconda è una bipolare, con i test verbali che proiettano negativamente e i test matematici positivamente. Ma i fasci verbali e matematici non sono ben definiti in questo fattore bipolare, perché la maggior parte della loro informazione è stata già proiettata su g e rimane poco per la distinzione sul secondo asse. Ma se gli assi sono ruotati nella struttura semplice di Thurstone (fig. 31), allora entrambi i fasci sono ben definiti perché ciascuno è vicino a un asse fattoriale. I test matematici hanno proiezione grande sul primo asse della struttura semplice e piccola sul secondo; i test verbali grande sul secondo e piccola sul primo. Il problema dei fattori non viene risolto graficamente, ma mediante il calcolo. Thurstone usò parecchi criteri matematici per scoprire la struttura semplice. Uno,

ancora di uso comune, è chiamato «varimax» o ricerca della varianza massima su ciascun asse fattoriale ruotato. La «varianza» di un asse viene misurata dalla dispersione delle proiezioni dei test su di esso. La variazione è bassa sulla prima componente principale perché tutti i test hanno quasi la stessa proiezione positiva e la dispersione è limitata. Ma la varianza è alta sugli assi ruotati posti vicino ai fasci, perché tali assi hanno poche proiezioni elevate e le altre sono zero o vicino allo 17 zero, rendendo così massima la dispersione. Le soluzioni della componente principale e della struttura semplice sono matematicamente equivalenti; nessuna delle due è «migliore». Non si guadagna né si perde informazione ruotando gli assi; si ha semplicemente una sua ridistribuzione. La preferenza dipende dal significato assegnato agli assi fattoriali. La prima componente principale esiste ed è dimostrabile. Per Spearman deve essere considerata come misura dell’intelligenza generale innata. Per Thurstone, è una media senza senso di una batteria arbitraria di test, senza significato psicologico, calcolata solo come un gradino intermedio nella rotazione verso la struttura semplice. Non tutti gli insiemi di vettori hanno una «struttura semplice» definibile. Un insieme casuale senza fasci non può corrispondere a un insieme di fattori, ciascuno con poche proiezioni notevoli e un numero elevato di proiezioni vicine allo zero. La scoperta di una struttura semplice implica che i vettori siano raggruppati in fasci e che i fasci siano relativamente indipendenti l’uno dall’altro. Thurstone trovò continuamente strutture semplici tra i vettori di test mentali e dichiarò quindi che i test misurano un piccolo numero di «capacità mentali primarie» indipendenti, o vettori della mente: un ritorno, in un certo senso, a una vecchia «psicologia delle facoltà» che vedeva la mente come una congerie di capacità indipendenti. Ora succede, sempre più, che quando si trova una matrice fattoriale con un gran numero di entrate zero, le entrate negative scompaiono contemporaneamente. Non sembra che tutto ciò accada per caso. Probabilmente la ragione va trovata nei sottostanti processi mentali distinti che sono implicati in compiti differenti […]. Queste sono quelle che ho chiamato capacità mentali primarie. (Ivi, p. 194) Thurstone credeva di aver scoperto le reali entità mentali con posizioni geometriche fisse. Le capacità mentali primarie (PMA: Primary Mental Abilities, come le chiamava lui) non cambiano di posizione o di numero in batterie di test diverse. La PMA verbale è nel suo punto designato ogniqualvolta è misurato da tre test in una batteria o da venticinque diversi test in un’altra. I metodi fattoriali hanno come loro oggetto quello di isolare le capacità primarie con procedure sperimentali oggettive cosicché può essere una questione di fatto quante siano le capacità rappresentate in una serie di compiti. (1938, p. 1)

Thurstone materializzò gli assi della sua struttura semplice come capacità mentali primarie e cercò di specificarne il numero. La sua opinione cambiò quando trovò nuove PMA o ne condensò altre, ma il suo modello di base includeva sette PMA: V per la comprensione verbale, W per la scioltezza verbale, N per il numero (calcolo), S per la visualizzazione spaziale, M per la memoria associativa, P per la velocità 18

percettiva e R per il ragionamento. Che cosa accadde però a g – l’intelligenza generale, innata, ineluttabile di Spearman – in mezzo a tutta questa rotazione di assi? Semplicemente scomparve. Era stata ruotata via; non c’era più (fig. 31). Thurstone studiò gli stessi dati usati da Spearman e Burt per scoprire g. Ma ora, invece di una gerarchia con un’intelligenza generale, innata e dominante e alcuni fattori di gruppo sussidiari e suscettibili di apprendimento, gli stessi dati avevano portato un insieme di PMA indipendenti ed egualmente importanti, senza alcuna gerarchia e nessun fattore generale dominante. Che significato psicologico poteva reclamare g se non rappresentava che una sola possibile rappresentazione dell’informazione soggetta a interpretazioni radicalmente diverse, ma matematicamente equivalenti? Thurstone scrisse nel suo studio empirico più famoso: Finora nel nostro lavoro non abbiamo trovato il fattore generale di Spearman […]. Per quanto possiamo determinare al presente, i test che si è supposto essere saturati con il fattore generale comune dividono la loro varianza tra i fattori primari che non sono presenti in tutti i test. Non possiamo riportare alcun fattore generale comune nella batteria di 56 test che sono stati analizzati nel presente studio. (Ivi, p. VII) 2. L’interpretazione egualitaria delle PMA I fattori di gruppo per le capacità specializzate hanno avuto un’odissea interessante nella storia dell’analisi fattoriale. Nel sistema di Spearman venivano chiamati «disturbatori» dell’equazione tetradica ed erano spesso eliminati di proposito mantenendo solo un test in un fascio, un modo notevole per rendere un’ipotesi difficile a essere smentita. In uno studio famoso, fatto specificatamente per scoprire se i fattori di gruppo esistevano o no, Brown e Stephenson (1933), somministrarono 22 test cognitivi a 300 ragazzi di dieci anni. Calcolarono alcune tetradi di disturbo e tolsero due test «perché 20 è un numero sufficientemente grande per il nostro scopo attuale». Poi ne eliminarono un altro per le grosse tetradi che generava, con la scusa che «alla peggio non è peccato omettere un test da una batteria che ne ha così tanti». Valori ancora più alti spinsero all’ulteriore eliminazione di tutte le tetradi inclusa la correlazione tra 2 dei 19 test rimasti, dato che «la media di tutte le tetradi implicanti questa correlazione è superiore a 5 volte l’errore probabile». Alla fine, con circa un quarto delle tetradi che se n’era andato, le rimanenti undicimila formavano una distribuzione sufficientemente vicina a quella normale. Essi affermarono che «la teoria dei due fattori [di Spearman] supera

soddisfacentemente il test dell’esperienza». «C’è nella prova il fondamento e lo sviluppo di una psicologia sperimentale scientifica; e, anche se vogliamo essere modesti, in misura tale da costituire una “rivoluzione copernicana”.» (Brown e Stephenson, 1933, p. 353) Per Cyril Burt, i fattori di gruppo, per quanto reali e importanti per l’orientamento professionale, erano sussidiari a una g dominante e innata. Per Thurstone, i vecchi fattori di gruppo divennero capacità mentali primarie. Erano le irriducibili entità mentali; g era una delusione. La teoria eliocentrica di Copernico può esser vista come un’ipotesi puramente matematica che offriva una rappresentazione più semplice degli stessi dati astronomici che Tolomeo aveva spiegato ponendo la Terra al centro di tutto. In verità, i sostenitori cauti e pratici di Copernico, incluso l’autore della prefazione al De revolutionibus, sollecitarono un tale corso pragmatico in un mondo popolato da inquisizioni e da indici di libri proibiti. Ma la teoria di Copernico alla fine suscitò clamore quando i suoi sostenitori, guidati da Galileo, insistettero per vedere in essa la reale organizzazione dei cieli, non puramente una rappresentazione più semplice dei moti dei pianeti. Così fu con la scuola dell’analisi fattoriale di Spearman-Burt rispetto a quella di Thurstone. Le loro rappresentazioni matematiche erano equivalenti e ugualmente degne di considerazione. Il dibattito raggiunse una grande violenza perché le due scuole matematiche proposero concezioni radicalmente diverse della natura reale dell’intelligenza e l’accettazione dell’una o dell’altra comportava un insieme di conseguenze di fondo per la pratica educativa. (Con la g di Spearman, ogni bambino può essere classificato secondo un’unica scala di intelligenza innata; tutto il resto è sussidiario. La capacità generale può essere misurata precocemente e i bambini possono essere selezionati secondo le loro promesse intellettive come nell’esame 11+.) Con le PMA di Thurstone non c’è nessuna capacità generale da misurare. Qualche bambino è bravo in qualche cosa, altri eccellono per qualità differenti e indipendenti della mente. Inoltre, una volta rotta l’egemonia di g, le PMA poterono sbocciare come i fiori in primavera. Thurstone ne individuò solo alcune, ma altri autorevoli schemi ne sostennero 120 (Guilford, 1956) e forse più (Guilford, 1959, p. 477). (I 120 fattori di Guilford non sono indotti empiricamente, ma predetti sulla base di un modello teorico – rappresentato come un cubo di dimensioni 6 × 5 × 4 = 120 – il quale indica i fattori da trovare con studi empirici.) La classificazione unilineare degli scolari non trova posto, neanche nel mondo di Thurstone di appena poche PMA. L’essenza di ciascun bambino diviene la sua individualità; scrisse Thurstone: Se ogni individuo può essere descritto in termini di un numero limitato di capacità indipendenti di riferimento, è pure possibile per ogni persona esser differente da ogni altra persona al mondo. Ciascuna persona può essere descritta in termini dei suoi punteggi standard in un numero limitato di capacità indipendenti. Il numero di permutazioni di questi punteggi

sarebbe probabilmente sufficiente a garantire il mantenimento delle individualità. (1935, p. 53) Nel mezzo di una depressione economica che ridusse in povertà molti degli appartenenti all’élite intellettuale, un’America con ideali egualitari (per quanto raramente messi in pratica) sfidò la tradizionale equazione britannica tra classe sociale e doti innate. La g di Spearman era stata ruotata via e le doti mentali sfumarono con essa. Si potrebbe leggere il dibattito tra Burt e Thurstone come una disputa di natura matematica sulla localizzazione degli assi fattoriali. Sarebbe una miopia, sarebbe lo stesso che interpretare la lotta tra Galileo e la Chiesa come una disputa sulla descrizione dei moti dei pianeti. Burt comprese certamente questo contesto più ampio quando difese l’esame 11+ dagli assalti di Thurstone: Nella pratica educativa, la supposizione avventata che il fattore generale alla lunga è stato demolito, ha contribuito molto a sancire l’idea impraticabile che, nel classificare i bambini secondo le loro varie capacità, non abbiamo più bisogno di considerare il loro grado di capacità generale e dobbiamo soltanto distribuirli in scuole di tipo diverso a seconda delle loro attitudini particolari; in breve, che l’esame 11+ può essere, alla meglio, basato sul principio della corsa della cricca del Paese delle meraviglie dove ognuno vince e tutti ottengono un qualche premio. (1955, p. 165) Thurstone, da parte sua, si dette un gran da fare tirando fuori argomentazioni (e test alternativi) per sostenere la sua opinione che i bambini non andavano giudicati in base a un singolo numero. Voleva invece valutare ogni individuo nella sua forza e nella sua debolezza secondo i punteggi ottenuti in un insieme di PMA (come prova del suo successo nel modificare la pratica dei test negli Stati Uniti vedi Guilford, 1959 e Tuddenham, 1962, p. 515). Invece di tentare di descrivere il patrimonio mentale di ciascun individuo con un singolo indice come l’età mentale o un quoziente di intelligenza, è preferibile descriverlo in termini di un profilo di tutti i fattori primari che sono noti essere significativi […]. Se qualcuno insiste per avere un solo indice come un QI, questo può essere ottenuto prendendo una media di tutte le capacità note. Ma un tale indice tende così a oscurare la descrizione di ciascun uomo che le sue qualità e i suoi limiti mentali sono sommersi in quel singolo indice. (1946, p. 110) Due pagine dopo, Thurstone lega esplicitamente la sua teoria astratta dell’intelligenza con le concezioni sociali preferite. Questo lavoro è in armonia non solo con lo scopo scientifico di identificare le funzioni mentali distinguibili, ma sembra pure corrispondere al desiderio

di differenziare la nostra analisi della gente, individuando ogni persona in termini delle qualità fisiche e mentali che la rendono unica come individuo. (Ivi, p. 112) Thurstone arrivò alla sua ricostruzione fondamentale senza attaccare le due assunzioni più profonde che avevano motivato Spearman e Burt: la materializzazione e l’ereditarismo. Lavorò all’interno delle tradizioni fissate nelle argomentazioni dell’analisi fattoriale e ricostruì i risultati e il loro significato senza alterare le premesse. Non dubitò mai che le sue PMA fossero entità con cause identificabili (vedi la sua prima opera del 1924, pp. 158-159, per i germi del suo impegno a materializzare concetti astratti – in questo caso lo spirito altruistico – come cose dentro di noi). Suppose pure che i suoi metodi matematici avrebbero identificato gli attributi della mente prima che la biologia acquisisse gli strumenti per verificarli: «È del tutto probabile che le capacità mentali primarie saranno bene isolate del tutto coi metodi fattoriali prima che siano verificate coi metodi della neurologia e della genetica. Alla fine i risultati dei vari metodi di indagine dello stesso fenomeno devono concordare» (1938, p. 2). I vettori della mente sono reali, ma le loro cause possono essere complesse e multiformi. Thurstone ammise una forte influenza potenziale dell’ambiente, ma esaltò la biologia innata: Può risultare che alcuni fattori siano determinati da effetti endocrinologici. Altri possono essere definiti da parametri biochimici o biofisici dei fluidi del corpo o del sistema nervoso centrale. Altri fattori possono essere determinati da reazioni neurologiche o vascolari in qualche luogo anatomico; altri ancora possono implicare parametri della dinamica del sistema nervoso autonomo; altri ancora possono essere definiti in termini di esperienza e scolarità. (1947, p. 57) Thurstone attaccò la scuola ambientalista citando come prove gli studi su gemelli identici per l’ereditarietà delle PMA. Affermò pure che l’istruzione avrebbe di solito aumentato le differenze innate, pur accrescendo le doti dei bambini sia scarsamente che largamente dotati: L’ereditarietà ha una parte importante nella determinazione della prestazione mentale. È mia convinzione che le argomentazioni degli ambientalisti siano basate troppo sul sentimentalismo. Spesso sono pure fanatici su questo tema. Se i fatti sostengono l’interpretazione genetica, allora l’accusa di non essere democratici non deve essere scagliata contro i biologi. Se c’è qualcuno di non democratico su questo tema, deve essere Madre Natura. Alla domanda se le capacità mentali possono essere addestrate, sembra che la risposta affermativa sia l’unica che abbia senso. D’altra parte, se a due ragazzi che differiscono marcatamente, per

esempio, nella capacità di visualizzare viene data la stessa quantità di addestramento con questo tipo di pensiero, ho paura che saranno ancor più diversi alla fine dell’addestramento di quanto lo fossero all’inizio. (1946, p. 111) Come ho messo in risalto in questo libro, non può esser fatta nessuna equazione semplice tra preferenze sociali e impegno biologico. Non possiamo raccontare storie fantastiche delle cattiverie ereditaristiche che confinano intere razze, classi e sessi a una permanente inferiorità biologica o delle bontà ambientalistiche che esaltano il patrimonio irriducibile di tutti gli esseri umani. Altri pregiudizi devono essere fattorializzati (scusate l’espressione di gergo) in una equazione complessa. L’ereditarismo diventa quindi uno strumento per assegnare i gruppi a uno stato di inferiorità solo quando è combinato con la fede nella classificazione e in un patrimonio differenziato. Burt unì entrambe le concezioni nella sua sintesi ereditaria. Thurstone superò Burt nel suo impegno per una forma ingenua di materializzazione e non si oppose alle affermazioni ereditaristiche (anche se di certo non le difese mai con il sincero vigore di un Burt). Ma scelse di non ordinare e pesare in un’unica scala di merito generale e la sua distruzione dello strumento primario della classificazione – la g di Spearman – cambiò la storia dei test mentali.

3. Spearman e Burt reagiscono Quando Thurstone fece scomparire la g come un’illusione, Spearman era ancora vivo e quanto mai combattivo, mentre Burt era all’apice del suo potere e della sua influenza. Spearman, che aveva difeso abilmente la g per trent’anni incorporando i critici nel suo sistema flessibile, pensò che Thurstone non potesse essere sistemato allo stesso modo: Finora sembra che tutti questi attacchi a essa [g] si siano alla fine ridotti a meri tentativi per spiegarla più semplicemente. Ora però è sorta una crisi molto diversa; in uno studio recente non s’è trovato niente da spiegare; il fattore generale è proprio svanito. Inoltre, il detto studio non è comune. Sarebbe difficile, per l’eminenza dell’autore, la ragionevolezza del piano e l’esaustività dello scopo trovare qualche cosa da confrontare con l’opera recentissima sulle capacità mentali primarie di L.L. Thurstone. (Spearman, 1939a, p. 78). Spearman ammise che la g, come una media tra test, potesse variare di posizione da batteria a batteria. Ma ritenne che la sua migrazione avesse un’ampiezza minima e che fosse sempre secondo la stessa direzione generale determinata dalla diffusa correlazione positiva tra i test. Thurstone non aveva eliminato la g; l’aveva semplicemente oscurata con un trucco matematico, distribuendola in pezzetti tra un insieme di fattori di gruppo: «La nuova operazione consistette essenzialmente

nella dispersione della g tra questi numerosi fattori di gruppo, tanto che il frammento assegnato a ciascuno separatamente diventava troppo piccolo per poter esser notato» (ivi, p. 14). Allora Spearman rivolse l’argomento favorito di Thurstone contro di lui. Essendo un convinto reificatore, Thurstone credeva che le PMA fossero «lì fuori» in posizioni fisse all’interno di uno spazio fattoriale. Riteneva che i fattori di Spearman e Burt non fossero «reali» perché variavano di numero e posizione tra le diverse batterie di test. Spearman controbatté che anche le PMA di Thurstone erano prodotti lavorati dei test scelti, non vettori invarianti della mente. Una PMA poteva essere creata semplicemente costruendo una serie di test ridondanti che misurassero la stessa cosa parecchie volte e formassero un fitto fascio di vettori. Similmente, ogni PMA poteva esser dispersa riducendo o eliminando i test che le misurano. Le PMA non sono posizioni invarianti presenti prima di ogni test mai inventato per identificarle; esse sono i prodotti dei test stessi: Siamo portati a pensare che i fattori di gruppo, lungi dal costituire un piccolo numero di capacità «primarie» tagliate di netto, siano infinite di numero, indefinitivamente variabili per estensione e anche instabili quanto alla loro esistenza. Qualsiasi costituente della capacità può divenire un fattore di gruppo. Qualsiasi può cercare di esserlo. (Ivi, p. 15) Spearman aveva ragione a lamentarsi. Due anni dopo, per esempio, Thurstone trovò una nuova PMA che non sapeva come interpretare (in Thurstone e Thurstone, 1941). La chiamò X1 e la identificò con forti correlazioni fra tre test che implicavano il conteggio di punti. Ammise pure che avrebbe perso interamente X1 se la sua batteria non avesse incluso un test di conteggio di punti: Tutti questi test hanno un fattore in comune; ma poiché i tre test di conteggio di punti sono praticamente isolati dal resto della batteria e senza alcuna saturazione con il fattore numerico, abbiamo ben poco da suggerire sulla natura del fattore. Indubbiamente è la sorte della funzione che sarebbe stata persa ordinariamente nella varianza specifica dei test se solo uno di questi test di conteggio di punti fosse stato incluso nella batteria. (Thurstone e Thurstone, 1941, pp. 23-24) L’attaccamento di Thurstone per la materializzazione lo accecò nei confronti di un’alternativa ovvia. Assunse che X1 esisteva realmente e che precedentemente non l’aveva colta, non avendo mai incluso un numero sufficiente di test per il suo riconoscimento. Ma supponiamo che X1 sia una creazione dei test, ora «scoperta» solo perché tre misure ridondanti hanno un fascio di vettori (e una PMA potenziale), mentre un test differente può esser visto solo come una stranezza. C’è un difetto generale nell’argomentazione di Thurstone, che le PMA non dipendono dai test e che gli stessi fattori compariranno in una qualsiasi batteria

correttamente costituita. Thurstone affermò che un test individuale avrebbe registrato sempre le stesse PMA solo nelle strutture semplici che sono «complete e iperdeterminate» (1947, p. 363), in altre parole, solo quando tutti i vettori della mente sono stati identificati e collocati correttamente. In verità, se ci sono realmente solo pochi vettori della mente e se li possiamo conoscere quando sono stati tutti identificati, allora ogni test aggiuntivo deve cadere nella sua esatta e immutevole posizione all’interno della struttura semplice invariante. Ma può non esserci una cosa come una struttura semplice «iperdeterminata», in cui tutti gli assi fattoriali possibili sono stati scoperti. Forse gli assi fattoriali non sono in numero fisso, ma sono soggetti ad aumentare senza limite con l’aggiunta di nuovi test. Forse sono veramente dipendenti dai test e non sono affatto entità reali sottostanti. Proprio il fatto che le stime del numero delle capacità primarie vanno dalle 7 di Thurstone alle 120 o più di Guilford indica che i vettori della mente possono essere immaginazioni della mente. Se Spearman attaccò Thurstone sostenendo la sua amata g, Burt poi parò il colpo difendendo un tema altrettanto vicino al suo cuore: l’identificazione di fattori di gruppo con fasci di proiezioni positive e negative su assi bipolari. Thurstone aveva attaccato Spearman e Burt essendo d’accordo che i fattori devono essere materializzati, ma screditando il metodo inglese per farlo. Eliminò la g di Spearman perché era troppo variabile di posizione e respinse i fattori bipolari di Burt perché «capacità negative» non possono esistere. Burt rispose, molto correttamente, che Thurstone era un reificatore troppo grossolano. I fattori non sono oggetti materiali nella testa, ma principi di classificazione che ordinano la realtà. (Burt sostenne spesso anche la posizione contraria, vedi pp. 271-274.) La classificazione procede per dicotomie e antitesi logiche (Burt, 1939). Le proiezioni negative non implicano che una persona abbia meno di zero di una data cosa. Registrano soltanto un contrasto relativo tra due qualità astratte di pensiero. Qualche cosa che è in più va di solito con qualche cos’altro che è in meno: per esempio, il lavoro amministrativo e la produttività negli studi. Come carta vincente, Spearman e Burt affermarono che Thurstone non aveva prodotto una revisione convincente della loro realtà, ma solo un’alternativa matematica per gli stessi dati. Naturalmente, possiamo inventare metodi di ricerca fattoriale che avranno sempre uno schema fattoriale che mostra qualche grado di formazione «gerarchica» di quella (se preferiamo) che talvolta viene chiamata «struttura semplice». Ma di nuovo i risultati significheranno poco o niente: usando i primi, potremmo dimostrare quasi sempre che un fattore generale esiste; usando gli ultimi, potremmo dimostrare quasi sempre, anche con lo stesso insieme di dati, che esso non esiste. (Burt, 1940, pp. 27-28) Ma Burt e Spearman non avevano capito che proprio questa difesa costituiva la loro rovina come pure di Thurstone? Avevano ragione, avevano innegabilmente ragione.

Thurstone non aveva dimostrato una realtà alternativa. Era partito da presupposti diversi sulla struttura della mente e aveva inventato uno schema matematico che si accordasse di più con le sue preferenze. Ma la stessa critica vale, con la stessa forza, per Spearman e Burt. Anch’essi erano partiti con un assunto sulla natura dell’intelligenza e avevano inventato un sistema matematico per sostenerla. Se gli stessi dati possono rientrare in questi due diversi schemi matematici, come possiamo dire con sicurezza che uno rappresenta la realtà e l’altro un rabberciato diversivo? Forse entrambe le concezioni della realtà sono sbagliate e il loro reciproco difetto sta nel loro errore comune: una credenza comune nella materializzazione dei fattori. Copernico aveva ragione, anche se le tavole accettabili delle posizioni dei pianeti possono essere generate dal sistema di Tolomeo. Burt e Spearman potevano aver ragione, anche se la matematica di Thurstone tratta gli stessi dati con uguale facilità. Per difendere entrambe le concezioni, bisogna fare un legittimo appello al di fuori della stessa matematica astratta. In questo caso deve esser scoperto qualche fondamento biologico. Se i biochimici avessero trovato l’energia cerebrale di Spearman, se i neurologi avessero localizzato le PMA di Thurstone in aree definite della corteccia cerebrale, allora si poteva stabilire la base per una preferenza. Tutti i contendenti si appellarono alla biologia e fecero esili affermazioni, ma nessun legame concreto è stato mai confermato tra un qualche oggetto neurologico e un asse fattoriale. Rimaniamo solo con la matematica e quindi non possiamo convalidare nessun sistema. Entrambi sono afflitti dall’errore concettuale della reificazione. L’analisi fattoriale è un fine strumento descrittivo, non penso che scoprirà gli elusivi (e illusori) fattori, o vettori, della mente. Thurstone detronizzò la g non perché aveva ragione con il suo sistema alternativo, ma perché aveva ugualmente torto e così 19 mise in luce gli errori metodologici di tutta l’impresa. 4. Gli assi obliqui e la g di secondo ordine Poiché Thurstone è stato il pioniere nella rappresentazione geometrica dei test come vettori, è sorprendente che non abbia afferrato subito una deficienza tecnica della sua analisi. Se i test sono correlati positivamente, allora tutti i vettori devono formare un insieme in cui nemmeno due sono separati da un angolo maggiore di 90° (perché un angolo retto implica un coefficiente di correlazione zero). Thurstone desiderava mettere gli assi della sua struttura semplice il più vicino possibile ai fasci all’interno dell’insieme totale di vettori. Tuttavia, insistette che gli assi fossero perpendicolari l’uno all’altro. Questo criterio garantisce che gli assi non possono stare realmente vicino ai fasci di vettori, come indica la figura 34. Poiché la separazione massima dei vettori è minore di 90° e i due assi, forzati a esser perpendicolari, devono stare al di fuori dei fasci stessi. Perché non abbandonare questo criterio, lasciare che gli assi stessi siano correlati (separati da un angolo minore di 90°) e permettere loro di stare proprio dentro ai fasci di vettori?

Gli assi perpendicolari hanno un grosso vantaggio concettuale. Sono matematicamente indipendenti (non correlati). Se si vuole identificare gli assi fattoriali come «capacità mentali primarie», forse è meglio che debbano esser non correlati, perché se gli assi fattoriali stessi sono correlati, allora la causa di questa correlazione non diventa più «primaria» dei fattori stessi? Ma gli assi correlati hanno pure un tipo diverso di vantaggio concettuale: possono esser posti più vicino ai fasci di vettori che possono rappresentare «capacità mentali». Non si possono avere entrambe le modalità per gli insiemi di vettori ricavati da una matrice di coefficienti di correlazione positivi: i fattori possono essere indipendenti e solo vicini ai fasci o correlati e dentro i fasci. (Nessuno dei due sistemi è «migliore»; ciascuno ha i suoi vantaggi in certe circostanze. Gli assi correlati e non correlati sono ancora entrambi usati e la disputa continua, pure in questi anni di sofisticatezza computerizzata nell’analisi fattoriale.) Thurstone inventò gli assi ruotati e la struttura semplice nei primi anni Trenta. Alla fine degli anni Trenta cominciò a sperimentare sulle cosiddette strutture semplici oblique o sistemi di assi correlati. (Gli assi non correlati sono chiamati «ortogonali» o reciprocamente perpendicolari; gli assi correlati sono «obliqui» perché l’angolo tra di essi è minore di 90°.) Proprio come parecchi metodi possono essere usati per determinare la struttura semplice ortogonale, gli assi obliqui possono essere calcolati in una varietà di modi, sebbene lo scopo sia sempre quello di porre gli assi all’interno di fasci di vettori. In un metodo relativamente semplice, mostrato nella figura 34, i vettori che occupano le posizioni estreme di tutto l’insieme sono usati come assi fattoriali. Si noti, confrontando le figure 31 e 34, come gli assi fattoriali per le capacità verbali e matematiche si siano spostati da una posizione esterna ai fasci (nella soluzione ortogonale) ai fasci stessi (nella soluzione obliqua). Gran parte di coloro che adottano l’analisi fattoriale lavorano nell’ipotesi che le correlazioni possono avere delle cause e che gli assi fattoriali possono aiutarci a identificarle. Se gli stessi assi fattoriali sono correlati, perché non servirsi dello stesso argomento e chiedersi se questa correlazione riflette qualche causa superiore o più di fondo? Gli assi obliqui di una struttura semplice dei test mentali sono di solito correlati positivamente (come nella figura 34).

Figura 34. Assi della struttura semplice obliqua di Thurstone per gli stessi quattro test mentali delle figg. 29 e 30. Gli assi fattoriali non sono più perpendicolari fra di loro. In questo esempio l’asse fattoriale coincide con i vettori periferici del fascio. La causa di questa correlazione non può essere identificata con la g di Spearman? Il vecchio fattore generale è dopotutto ineluttabile? Thurstone combatté contro quella che chiamò g di «secondo ordine». Confesso che non capisco perché combatté così aspramente, a meno che i molti anni di lavoro con le soluzioni ortogonali gli avessero reso la mente poco elastica e non troppo familiare il concetto per accettarlo subito. Se ci fu qualcuno che comprese la rappresentazione geometrica dei vettori, questo fu Thurstone. Questa rappresentazione garantisce che gli assi obliqui saranno correlati positivamente e che deve esistere quindi un fattore generale di secondo ordine. La g di secondo ordine è semplicemente un modo più sofisticato di riconoscere ciò che mostrano i coefficienti di correlazione grezzi: quasi tutti i coefficienti di correlazione tra i test mentali sono positivi. In ogni caso, alla fine Thurstone si chinò all’inevitabile e ammise l’esistenza di un fattore generale di secondo ordine. Una volta lo descrisse pure quasi nei termini di Spearman: Sembra che esista un gran numero di capacità particolari che possono essere identificate come capacità primarie con i metodi fattoriali e sembra che sotto a queste capacità particolari ci sia qualche fattore centrale energetizzante che promuove l’attività di tutte queste capacità particolari. (1946, p. 110) Potrebbe sembrare come se tutte le parole senza senso della polemica di Thurstone con i fautori britannici dell’analisi fattoriale fossero finite in una specie di

compromesso statico, più favorevole a Burt e Spearman, e che poneva il povero Thurstone nella posizione non invidiabile di lottare per salvare la faccia. Se la correlazione degli assi obliqui comporta una g di secondo ordine, allora Spearman e Burt avevano ragione nella loro insistenza di fondo su un fattore generale? Thurstone può aver mostrato che i fattori di gruppo erano più importanti di quanto avesse mai ammesso qualsiasi fautore britannico dell’analisi fattoriale, ma non era stato riaffermato il primato della stessa g? Arthur Jensen (1979) dà questa interpretazione, ma fornisce una rappresentazione inadeguata della storia di questo dibattito. La g di secondo ordine, non unì le varie scuole di Thurstone e dei sostenitori britannici dell’analisi fattoriale; non arrivò neppure a un compromesso sostanziale tra le parti. Dopotutto, le citazioni che ho riportato da Thurstone sulla vanità della classificazione mediante il QI e la necessità di costruire profili basati sulle capacità mentali primarie di ogni individuo furono scritte dopo che aveva ammesso il fattore generale di secondo ordine. Le due scuole non si unirono e la g di Spearman non venne difesa per tre ragioni fondamentali: 1. Per Spearman e Burt, la g non può semplicemente esistere: deve dominare. La concezione gerarchica, con una g innata di controllo e fattori di gruppo sussidiari addestrabili, fu fondamentale nella scuola inglese. Come poteva esser sostenuta la classificazione unilineare? Come poteva esser difeso l’esame 11+? Questo esame misurava probabilmente una forza mentale di controllo che definiva un potenziale generale del bambino e foggiava tutto il suo futuro intellettuale. Thurstone ammise una g di secondo ordine, ma la considerò secondaria, per importanza, rispetto a quanto continuò a chiamare capacità mentali «primarie». A parte ogni speculazione psicologica, la matematica fondamentale sostiene certamente la concezione di Thurstone. La g di secondo ordine (la correlazione di assi obliqui a struttura semplice) spiega raramente più che una piccola percentuale dell’informazione totale in una matrice di test. D’altra parte, la g di Spearman (la prima componente principale) include spesso più della metà dell’informazione. L’intero apparato psicologico e tutti gli schemi pratici della scuola britannica dipendevano dalla predominanza di g, non dalla sua semplice presenza. Quando Thurstone rivide The Vectors of Mind, nel 1947, dopo aver ammesso un fattore generale di secondo ordine, continuò a opporsi ai sostenitori britannici dell’analisi fattoriale affermando che il suo schema trattava i fattori di gruppo come primari e il fattore generale di secondo ordine come resto, mentre esaltavano la g e consideravano i fattori di gruppo come secondari. 2. La ragione di centro, per affermare che la concezione alternativa di Thurstone smentisce la realtà necessaria della g di Spearman, conserva tutta la sua forza. Thurstone derivò la sua interpretazione dagli stessi dati, semplicemente sistemando gli assi fattoriali in posizioni diverse. Non si può più passare direttamente dalla matematica degli assi fattoriali a un significato psicologico. In assenza di prove sostanziali fornite dalla biologia per uno schema o l’altro, come si può decidere? Alla fine, per quanto uno scienziato possa odiare

l’ammetterlo, la decisione diventa una questione di gusto o di preferenza a priori basata su pregiudizi personali o culturali. Spearman e Burt, come cittadini privilegiati della Gran Bretagna cosciente delle classi sociali, difesero g e la sua classificazione lineare. Thurstone preferì profili individuali e capacità primarie numerose. In un accenno involontariamente spassoso, Thurstone rifletté una volta sulle differenze tecniche tra Burt e se stesso e decise che la tendenza di Burt alla rappresentazione algebrica piuttosto che a quella geometrica dei fattori derivasse dalla sua deficienza nella PMA spaziale: Evidentemente le interpretazioni grafiche sono ripugnanti per Burt, infatti non c’è un solo diagramma nel suo testo. Forse ciò è indicativo delle differenze individuali nel tipo di immaginazione che crea differenze nei metodi e nelle interpretazioni tra gli scienziati. (1947, p. IX) 3. Burt e Spearman basarono la loro interpretazione psicologica dei fattori sulla credenza che g fosse dominante e reale: un’intelligenza generale, innata, che segna la natura essenziale di una persona. L’analisi di Thurstone permise loro, alla meglio, una debole g di secondo ordine. Ma supponiamo che essi avessero prevalso e avessero stabilito l’inevitabilità di una g dominante? La loro tesi sarebbe di nuovo fallita per la ragione di fondo che essa passava sopra a tutti. Il problema stava in un errore logico commesso da tutti i grandi sostenitori dell’analisi fattoriale, che ho discusso: il desiderio di materializzare i fattori in entità. Curiosamente, tutta la storia che ho raccontato non ebbe alcuna importanza. Se Burt e Thurstone non fossero mai esistiti, se un’intera professione fosse rimasta soddisfatta permanentemente dalla teoria bifattoriale di Spearman e avesse cantato le lodi della sua g dominante per tre quarti di secolo da quando l’aveva proposta, l’errore sarebbe stato madornale. Il fatto di una estesa correlazione positiva tra i test mentali deve essere considerata tra le principali scoperte nient’affatto sorprendenti della storia della scienza. Perché la correlazione positiva è la predizione di quasi ogni teoria contraddittoria sulla sua causa potenziale, incluse le due concezioni estreme: il puro ereditarismo (che Spearman e Burt furono prossimi ad affermare) e il puro ambientalismo (che nessun pensatore importante è stato mai così folle da proporre). Nella prima concezione, tutti vanno bene o male in qualsiasi tipo di test perché sono nati svegli o stupidi. Nella seconda, vanno bene o male perché hanno mangiato, letto, appreso e vissuto un’infanzia da ricchi o da poveri. Dato che entrambe le teorie predicano un’ampia correlazione positiva, il fatto della correlazione in sé non conferma nessuna delle due. Poiché g è semplicemente un modo elaborato di esprimere le correlazioni, anche la sua esistenza putativa non dice nulla sulle cause. 5. Thurstone sugli usi dell’analisi fattoriale Talvolta Thurstone fece delle grandiose affermazioni sugli scopi esplicativi del suo

lavoro. Ma aveva pure un tocco di modestia che non si trova mai in Burt o Spearman. In momenti di riflessione, riconobbe che la scelta dell’analisi fattoriale come metodo rispecchia lo stato primitivo delle conoscenze in un campo. L’analisi fattoriale è una brutale tecnica empirica, usata quando una disciplina non ha solidi principi, ma solo una massa di dati grezzi e la speranza che le forme di correlazione possano fornire indicazioni per ulteriori e più fruttuose linee di ricerca. Thurstone scrisse: Nessuno penserebbe di indagare le leggi fondamentali della meccanica classica con metodi di correlazione o con metodi fattoriali, perché le leggi della meccanica classica sono già note. Se non si sapesse nulla della legge della caduta dei corpi, avrebbe senso analizzare fattorialmente una grande quantità di attributi degli oggetti che sono fatti cadere o sono gettati da un punto elevato. Allora si scoprirebbe che un fattore satura moltissimo con il tempo e con lo spazio di caduta, ma che questo fattore ha un valore zero rispetto al peso dell’oggetto. L’utilità dei metodi fattoriali si troverà ai confini della scienza. (1935, p. XI) Non cambiò niente quando rivide The Vectors of Mind: Spesso non si comprende la natura esplicativa dell’analisi fattoriale. L’analisi fattoriale ha la sua più grande utilità ai confini della scienza […]. L’analisi fattoriale è utile, specialmente in quei campi in cui mancano essenzialmente concetti fondamentali e fruttuosi e dove è stato difficile concepire esperimenti cruciali. I nuovi metodi hanno un ruolo modesto. Ci permettono soltanto di fare la prima e più sommaria mappa di un nuovo dominio. (1947, p. 56) Si noti la frase comune che torna: «ai confini della scienza». Secondo Thurstone, la decisione di usare l’analisi fattoriale come un metodo primario implica una profonda ignoranza dei principi e delle cause. Che i tre più grandi sostenitori dell’analisi fattoriale in psicologia non andassero mai al di là di questi metodi, nonostante il loro riferimento alla neurologia, all’endocrinologia e ad altri modi potenziali per scoprire una biologia innata, dimostra quanto Thurstone avesse ragione. La tragedia di questa storia è che gli ereditaristi britannici promossero, ciò nonostante, un’interpretazione innatistica della g dominante e vanificarono così le speranze di milioni di persone.

Epilogo: Arthur Jensen e la rinascita della g di Spearman Quando nel 1979 feci le ricerche per questo capitolo, venni a sapere che lo spettro della g di Spearman tormentava ancora le moderne teorie dell’intelligenza. Pensavo però che la sua immagine fosse offuscata e la sua influenza fosse largamente non

conosciuta. Speravo che un’analisi storica degli errori concettuali nella sua formulazione e nel suo uso potesse smascherare gli errori nascosti in alcune concezioni contemporanee dell’intelligenza e del QI. Non mi sono mai aspettato di trovare una difesa moderna del QI da una prospettiva esplicitamente spearmaniana. Ma in quel tempo il più noto ereditarista d’America, Arthur Jensen, si rivelò uno spearmaniano integro e centrò le sue ottocento pagine di difesa del QI sulla realtà della g. La storia spesso ricicla i suoi errori. Jensen conduce la maggior parte delle sue analisi fattoriali nell’orientamento delle componenti principali preferito da Spearman e Burt (anche se vuole accettare la g nella forma della correlazione di Thurstone tra assi obliqui a struttura semplice). Nel corso del libro, nomina e materializza i fattori con il solito riferimento non valido al solo schema matematico. Abbiamo g per l’intelligenza generale come pure g per la capacità atletica generale (con fattori di gruppo sussidiari per la forza della mano e del braccio, la coordinazione mano-occhio e l’equilibrio del corpo). Jensen definisce esplicitamente l’intelligenza come «il fattore g di una indefinitivamente vasta e varia batteria di test mentali» (p. 249). «Abbiamo identificato l’intelligenza con g» afferma. «Nella misura in cui un test ordina gli individui secondo g, si può dire che esso sia un test di intelligenza.» (Ivi, p. 224) Il QI è il nostro più efficace test d’intelligenza perché proietta in modo così forte sulla prima componente principale (g) nelle analisi fattoriali dei test mentali. Jensen riferisce (ivi, p. 219) che la scala completa dei QI della scala Wechsler per adulti si correla allo 0,9 con g, mentre la versione 1937 dello Stanford-Binet si proietta allo 0,8 su una g che rimane «molto stabile nei successivi livelli di età» (mentre i pochi piccoli fattori di gruppo non sono sempre presenti e tendono a essere instabili in ogni caso). Jensen proclama l’«ubiquità» della g, estendendone lo scopo in ambiti che avrebbero imbarazzato lo stesso Spearman. Jensen non solo vuole classificare la gente; crede che tutte le creature di Dio possano essere ordinate secondo una scala di g dall’ameba in basso (p. 175) alle intelligenze extraterrestri in alto (p. 248). Non avevo incontrato una tale esplicita catena dell’esistenza fin da quando lessi le speculazioni di Kant sugli esseri superiori di Giove che fanno da ponte sull’abisso tra l’uomo e Dio. Jensen ha combinato due dei più vecchi pregiudizi culturali del pensiero occidentale: la scala del progresso sociale come modello di organizzazione della vita e la reificazione di una qualche qualità astratta come criterio di classificazione. Jensen sceglie l’«intelligenza», e infatti afferma che la prestazione degli invertebrati, dei pesci e delle tartarughe in semplici test comportamentali rappresenti, in forma minore, la stessa essenza che gli esseri umani hanno in grande abbondanza, cioè la g materializzata come oggetto misurabile. Allora l’evoluzione diventa una salita lungo la scala verso regni di g sempre più grandi. Come paleontologo, sono sbalordito. L’evoluzione forma un cespuglio abbondantemente ramificato, non una sequenza unilineare progressiva. Jensen

parla di «livelli differenti della scala filetica, cioè lombrichi, granchi, pesci, tartarughe, piccioni, ratti e scimmie». Non si rende conto che i lombrichi e i granchi attuali sono il prodotto di discendenze che si sono probabilmente evolute separatamente dai vertebrati per più di un miliardo di anni? Non sono i nostri antenati; non sono neppure «inferiori» o meno complicati rispetto agli esseri umani in qualsiasi senso. Rappresentano buone soluzioni per il loro proprio modo di vita; non devono essere giudicati in base all’idea semplicistica che un particolare primate costituisce uno standard per tutto quanto è vivente. In quanto ai vertebrati, «la tartaruga» non è, come afferma Jensen, «filogeneticamente superiore al pesce». Le tartarughe si sono evolute molto prima della gran parte dei nostri pesci attuali, e ne esistono centinaia di specie, mentre i moderni pesci ossei comprendono quasi ventimila tipi distinti. Che cos’è allora «il pesce» e «la tartaruga»? Jensen pensa realmente che piccione-topo-scimmia-uomo rappresenti una sequenza evolutiva tra i vertebrati a sangue caldo? La caricatura che Jensen fa dell’evoluzione esprime la sua preferenza per una classificazione unilineare dovuta a un valore implicito. Con tale prospettiva, la g diventa quasi irresistibile e Jensen la usa come un criterio universale di ordine: Le caratteristiche comuni dei test sperimentali sviluppati dagli psicologi comparati, che in gran parte distinguono chiaramente, diciamo, i polli dai cani, i cani dalle scimmie e le scimmie dagli scimpanzé, indicano che sono ordinabili grosso modo lungo una dimensione g […]. La g può esser vista come un concetto interspecie con una larga base biologica che culmina nei primati. (Ivi, p. 251) Non soddisfatto di assegnare a g uno status reale come guardiano degli ordinamenti terrestri, Jensen l’ha estesa a tutto l’universo, affermando che tutte le intelligenze concepibili devono esser misurate con essa: L’ubiquità del concetto di intelligenza si vede chiaramente nelle discussioni sugli esseri di culture più diverse che si possono immaginare: la vita extraterrestre nell’universo […]. Ci si potrebbe immaginare facilmente esseri «intelligenti» per i quali non c’è g o la cui g è qualitativamente piuttosto che quantitativamente differente dalla g come la conosciamo noi. (Ivi, p. 248) Jensen discute l’opera di Thurstone, ma l’accantona come critica perché Thurstone alla fine ammise una g di secondo ordine. Jensen però non ha riconosciuto che se g è solo un effetto di secondo ordine, numericamente debole, allora non può sostenere una affermazione come quella che l’intelligenza è un’entità unitaria, dominante, del funzionamento mentale. Penso che si accorga di questa difficoltà, perché in un grafico (p. 220) calcola la g classica come una prima componente principale e poi ruota tutti i fattori (inclusa g) per ottenere un insieme di assi a struttura semplice. Così registra la stessa cosa due volte per ciascun test – g come

una prima componente principale e la stessa informazione dispersa tra gli assi a struttura semplice – dando ad alcuni test un’informazione totale di più del 100 per cento. Poiché grosse g appaiono nello stesso grafico con grandi pesi sugli assi a struttura semplice, si potrebbe esser portati falsamente a dedurre che g rimane grande anche nelle soluzioni a struttura semplice. Jensen mostra disprezzo per la struttura semplice ortogonale di Thurstone, congedandola come «nettamente sbagliata» (ivi, p. 675) e come «scientificamente un errore marchiano» (ivi, p. 258). Poiché riconosce che la struttura semplice è matematicamente equivalente alle componenti principali, perché questo rifiuto intransigente? È sbagliata, afferma Jensen, «non matematicamente, ma psicologicamente e scientificamente» (ivi, p. 675) perché «nasconde o sommerge artificialmente il grande fattore generale» (ivi, p. 258) ruotandolo via. Jensen è caduto in un circolo vizioso. Assume a priori che g esiste e che la struttura semplice è sbagliata perché disperde g. Ma Thurstone sviluppò il concetto di struttura semplice in gran parte per affermare che g è un artefatto matematico. Thurstone, infatti, voleva disperdere g e ci riuscì; non è una confutazione della sua posizione ripetere che lo fece. Jensen usa pure g in modo più specifico per rafforzare la sua affermazione che la differenza media nel QI tra bianchi e neri riflette una deficienza innata dell’intelligenza tra i neri. Riporta la citazione a p. 271 come «l’interessante ipotesi di Spearman» che i neri ottengono punteggi molto più miseri rispetto ai bianchi in test fortemente correlati con g: Questa ipotesi è importante per studiare le distorsioni dei test, perché se vera, significa che la differenza bianchi-neri nei punteggi ai test non è attribuibile principalmente a peculiarità culturali idiosincratiche in questo o quel test, ma a un fattore generale che tutti i test di capacità misurano in comune. Sembrerebbe che una differenza media tra le popolazioni, che sia connessa a uno o più piccoli fattori di gruppo, dovrebbe essere spiegata più facilmente in termini di differenze culturali che se la differenza di gruppo media è più strettamente connessa a un fattore generale comune a una vasta varietà di test. (Ivi, p. 535) Qui vediamo una reincarnazione dell’argomentazione più vecchia nella tradizione spearmaniana: il contrasto tra una dominante g innata e fattori di gruppo addestrabili. Ma g, come ho mostrato, non è né chiaramente una cosa, né necessariamente innata, se è una cosa. Anche se esistevano i dati per confermare l’«interessante ipotesi» di Spearman, i risultati non potevano suffragare il concetto di Jensen di una differenza innata, ineluttabile. Sono grato a Jensen per una cosa: ha dimostrato con un esempio che una g di Spearman materializzata è ancora la sola giustificazione promettente per le teorie ereditaristiche delle differenze medie nel QI tra gruppi umani. Gli errori concettuali della materializzazione hanno afflitto g fin dall’inizio, e la critica di Thurstone

rimane valida oggi come lo era negli anni Trenta. La g di Spearman non è un’entità ineluttabile; rappresenta una soluzione matematica tra molte alternative equivalenti. La natura chimerica di g è il nucleo marcio dell’edificio di Jensen e dell’intera scuola ereditaristica.

Un pensiero finale «C’è sempre stata una forte tendenza a credere che qualsiasi cosa riceva un nome debba essere un’entità o un essere, avendo di per sé un’esistenza indipendente. E se non poteva esser trovata un’entità reale in risposta al nome, gli uomini non supponevano per quella ragione che non esisteva niente, ma si immaginavano che essa fosse qualche cosa di particolarmente astruso e misterioso.» (John Stuart Mill)

1

La r di Pearson non è una misura appropriata per tutti i tipi di correlazione, infatti accerta solo ciò

che gli statistici chiamano l’intensità della relazione lineare tra due misure: la tendenza di tutti i punti a cadere su un’unica retta. Altre relazioni di stretta dipendenza non raggiungeranno un valore 1,0 per r. Se, per esempio, ogni aumento di 2 unità in una variabile fosse accoppiato a un aumento di 22 unità nell’altra variabile, la r sarebbe minore di 1, anche se le due variabili potrebbero essere «correlate» perfettamente in senso non tecnico. Il loro grafico sarebbe una parabola, non una retta e la r di Pearson misura l’intensità di somiglianza lineare. 2

(Nota

per gli aficionados; gli altri la possono tranquillamente saltare.) Voglio qui fare una

precisazione tecnica: voglio parlare di una procedura denominata «analisi delle componenti principali» che non è proprio la stessa cosa dell’analisi fattoriale. Nell’analisi delle componenti principali, conserviamo tutta l’informazione nelle misure originali e accordiamo i nuovi assi a esse con lo stesso criterio usato nell’analisi fattoriale per l’orientamento delle componenti principali, cioè il primo asse spiega più dati di quanto potrebbe ogni altro asse e gli assi successivi stanno ad angolo retto rispetto a tutti gli altri e includono quantità costantemente decrescenti di informazione. Nella vera analisi fattoriale, decidiamo in anticipo (con varie procedure) di non includere tutta l’informazione nei nostri assi fattoriali. Ma le due tecniche – la vera analisi fattoriale per l’orientamento delle componenti principali e l’analisi delle componenti principali – hanno lo stesso ruolo concettuale e differiscono solo nella modalità di calcolo. In entrambe, il primo asse (la g di Spearman nei test di intelligenza) è una dimensione «best fit» (con la migliore corrispondenza) che risolve più informazione in un insieme di vettori di quanto potrebbe qualsiasi altro asse. Negli ultimi dieci anni circa, si è diffusa una confusione semantica negli ambienti della statistica attraverso una tendenza a restringere il termine «analisi fattoriale» solo alle rotazioni degli assi compiute di solito dopo il calcolo delle componenti principali e a estendere il termine «analisi delle componenti principali» sia alla vera analisi delle componenti principali (tutta l’informazione viene conservata) sia all’analisi fattoriale fatta per l’orientamento delle componenti principali (la dimensionalità viene ridotta e si ha una perdita di informazione). Questo spostamento di definizione è completamente estraneo alla storia dell’argomento e dei termini. Spearman, Burt e schiere di altri

psicometristi hanno lavorato per decenni in quest’area prima che Thurstone e altri inventassero le rotazioni assiali. Hanno compiuto tutti i loro calcoli per l’orientamento delle componenti principali e chiamarono se stessi «analisti fattoriali». Continuo quindi a usare il termine «analisi fattoriale» nel suo senso originale per includere ogni orientamento degli assi: componenti principali o ruotati, ortogonali o obliqui. Userò pure una forma abbreviata comune, anche se un po’ sciatta, per dire che cosa fanno gli assi fattoriali. Tecnicamente, gli assi fattoriali risolvono la varianza delle misure originali. Come si fa spesso dirò che «spiegano» o «risolvono» l’informazione, come fanno nel senso non tecnico di informazione. Cioè, quando il vettore di una variabile originale si proietta con forza su un insieme di assi fattoriali, poca della sua varianza rimane non risolta nelle dimensioni superiori al di fuori del sistema di assi fattoriali. 3

Spearman ebbe un particolare interesse per i problemi della correlazione e inventò una misura che probabilmente è seconda nell’uso rispetto alla r di Pearson come misura di associazione tra due variabili: il cosiddetto coefficiente di rango di Spearman. 4

La g calcolata con la formula tetradica è concettualmente equivalente e matematicamente quasi

equivalente alla prima componente principale (descritta alle pp. 238-240) usata nella moderna analisi fattoriale. 5

I termini «saturazione» e «peso» si riferiscono alla correlazione tra un test e un asse fattoriale. Se

un test ha un peso forte su un fattore, allora la maggior parte della sua informazione viene spiegata dal fattore. 6

Almeno

nella sua prima opera. Successivamente, come abbiamo visto, abbandonò la parola

intelligenza come risultato della sua notevole ambiguità nell’uso comune. Ma non cessò di considerare g come l’unica essenza cognitiva che doveva esser chiamata intelligenza, se la confusione non tecnica (e tecnica) non avesse fatto di questo termine una beffa. 7

Richard Herrnstein e Charles Murray sottolineano gli stessi argomenti per ovviare all’accusa di razzismo rivolta a The Bell Curve (1994). Si veda il capitolo «Critica a The Bell Curve». 8

Della fede di Burt nel carattere innato dell’intelligenza Hearnshaw scrive: «Per lui fu quasi un

articolo di fede, che era preparato a difendere contro tutte le opposizioni, piuttosto che un’ipotesi da confutare, se possibile, con test empirici. Non è difficile rendersi conto che quasi tutto del primo Burt mostrava un’eccessiva sicurezza nella finalità e nella correttezza delle sue conclusioni» (1979, p. 49). 9

Talvolta Burt andò ancora più oltre in una logica circolare e affermò che i test devono misurare

l’intelligenza perché i testisti li hanno costruiti per questo: «In verità, da Binet in poi praticamente tutti i ricercatori che hanno tentato di costruire “test d’intelligenza” hanno cercato in primo luogo qualche misura di capacità innata, distinta dalla conoscenza o dalle capacità acquisite. Con tale interpretazione ovviamente diventa vano cercare quanto l’“intelligenza” è dovuta all’ambiente e quanto è dovuta alla costituzione innata: la definizione di per sé risolve la questione» (1943, p. 88). 10

Hearnshaw (1979) sospetta che questo articolo di Burt segni il primo uso di dati fraudolenti.

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Questa varianza accidentale rappresenta le caratteristiche delle situazioni particolari dei test,

forma parte di ciò che gli statistici chiamano «errore di misurazione». È importante la quantificazione, perché può formare un livello base di confronto per l’identificazione delle cause in un insieme di tecniche dette «analisi della varianza». Ma essa rappresenta le caratteristiche di un’occasione, non una qualità del test o di chi è esaminato.

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Altri studiosi si sono spesso lamentati della tendenza di Burt a offuscare, prender tempo e

argomentare le sue come le altre opinioni quando trattava questioni difficili e controverse. D.F. Vincent scrisse della sua corrispondenza con Burt sulla storia dell’analisi fattoriale: «Non ottenevo una risposta semplice a una domanda semplice. Ricevevo una mezza dozzina di fogli protocollo dattiloscritti, tutti molto garbati e molto cordiali, che ponevano una mezza dozzina di problemi sussidiari ai quali non ero particolarmente interessato e ai quali dovevo rispondere sgarbatamente […]. Allora ricevevo un numero ancora maggiore di pagine dattiloscritte che sollevavano questioni ancora più estranee […]. Dopo la prima lettera il mio problema è stato come porre termine a tale corrispondenza senza essere scortese» (Hearnshaw, 1979, pp. 177-178). 13

Si potrebbe risolvere questa evidente contraddizione pensando che Burt rifiutò la materializzazione

soltanto sulla base di prove matematiche (1940), ma lo fece più tardi quando informazioni neurologiche indipendenti confermarono l’esistenza di strutture nel cervello che potevano essere identificate con fattori. È vero che Burt avanzò alcune argomentazioni neurologiche (1961, p. 57, per esempio) confrontando i cervelli di individui normali e «deficienti di grado basso». Ma queste argomentazioni sono sporadiche, affrettate e marginali. Burt le ripeteva praticamente pari pari, una pubblicazione dopo l’altra, senza citare le fonti o senza fornire qualche ragione specifica del collegamento tra fattori matematici e proprietà corticali. 14

Hearnshaw (1979) riferisce che Burt ebbe la massima influenza sul rapporto Spens del 1938, che

raccomandava la selezione secondo l’11+ e rifiutava quindi esplicitamente una scolarizzazione estesa sotto lo stesso tetto. Burt fu irritato dal rapporto Norwood perché degradava le prove psicologiche; ma, come nota Hearnshaw, questa irritazione «mascherava un accordo di fondo con le raccomandazioni che in principio non differivano così tanto da quelle della commissione Spens, che aveva approvato in precedenza». 15

Il riciclaggio raggiunse una completa e duratura realizzazione quando Herrnstein e Murray utilizzarono la stessa affermazione come mossa iniziale e base generale di The Bell Curve. 16

Thurstone materializzò i suoi fattori, chiamandoli «capacità primarie» o «vettori della mente». Tutti

questi termini rappresentano lo stesso elemento matematico nel sistema di Thurstone: gli assi fattoriali posti vicino ai fasci dei vettori dei test. 17

I lettori che hanno studiato l’analisi fattoriale in un corso di statistica o metodologia per le scienze

biologiche o sociali (cosa molto comune nell’era dei computer) ricorderanno qualche cosa sugli assi ruotanti nelle posizioni varimax. Come me, avranno appreso probabilmente questa procedura come se fosse una deduzione matematica basata sull’inadeguatezza delle componenti principali a trovare i fasci. Infatti è sorta storicamente con il riferimento a una teoria definita dell’intelligenza (la credenza di Thurstone in capacità mentali primarie indipendenti) e in opposizione a un’altra (l’intelligenza generale e la gerarchia dei fattori minori) fondata sulle componenti principali. 18

Thurstone, come Burt, sottopose molti altri insiemi di dati all’analisi fattoriale. Burt, incatenato al

suo modello gerarchico, trovava sempre un fattore generale dominante e bipolari sussidiari, sia che studiasse dati anatomici che quelli parapsicologici o estetici. Thurstone, sposatosi al suo modello, scopriva sempre fattori primari indipendenti. Nel 1950, per esempio, sottopose i test di temperamento all’analisi fattoriale e trovò i fattori primari, di nuovo in numero di sette. Li denominò attività, impulsività, stabilità emotiva, socievolezza, interesse estetico, ascendente e capacità riflessiva.

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Tuddenham (1962, p. 516) scrive: «I costruttori di test continueranno a impiegare le procedure

fattoriali, a patto che riescano a migliorare l’efficienza e il valore predittivo delle nostre batterie di test, ma è già svanita la speranza che l’analisi fattoriale possa fornire un catalogo breve di “capacità fondamentali”. Le continue difficoltà con l’analisi fattoriale dell’ultimo mezzo secolo indicano che ci può essere qualche cosa di fondamentalmente sbagliato nei modelli che concettualizzano l’intelligenza in termini di un numero finito di dimensioni lineari. Al detto dello statistico che tutto quel che esiste può essere misurato, il fattorialista ha aggiunto l’assunto che tutto quel che può essere “misurato” deve esistere. La relazione però può non essere reversibile e l’assunto può essere falso».

7. Una conclusione positiva

Walt Whitman, il grande uomo dal piccolo cervello (vedi p. 104), ci consigliò di «tenere in gran conto le qualità negative» e questo libro ha dato retta alle sue parole, si potrebbe dire, in modo estremo. Mentre la gran parte di noi può apprezzare una scopa per pulire, un tale oggetto raramente evoca un grande affetto; certamente non produce alcuna integrazione. Ma io non considero questo libro come un esercizio negativo, per screditare, non offrendo in cambio altro, una volta che gli errori del determinismo biologico sono stati smascherati come pregiudizi sociali. Credo che abbiamo molto da imparare su noi stessi dal fatto innegabile che siamo animali evoluti. Questa comprensione non può penetrare le abitudini radicate del pensiero che ci hanno portato a reificare e classificare: abitudini che sono sorte nel contesto sociale e a loro volta lo suffragano. Il mio messaggio, come almeno spero di comunicarlo, è del tutto positivo per tre principali ragioni.

La critica come scienza positiva L’impressione popolare che la confutazione rappresenta un lato negativo della scienza nasce da una concezione comune, ma erronea, della storia. L’idea del progresso unilineare non sta dietro solo alle classificazioni razziali che ho criticato come pregiudizio sociale in tutto questo libro; suggerisce anche una falsa concezione di come si sviluppa la scienza. In questa prospettiva, qualsiasi scienza parte dal niente dell’ignoranza e si muove verso la verità acquisendo sempre più informazione, costruendo teorie man mano che si accumulano fatti. In questo modo, la critica sarebbe in primo luogo negativa perché toglierebbe soltanto qualche mela marcia dal cestino delle conoscenze accumulate. Ma il cestino della teoria è sempre pieno; le scienze lavorano in elaborati contesti per spiegare i fatti sin dall’inizio. La biologia creazionista era completamente in errore sull’origine delle specie, ma il marchio di creazionismo di Cuvier non fu una concezione del mondo più vuota o meno sviluppata di quella di Darwin. La scienza avanza in primo luogo per rimpiazzi, non per aggiunte. Se il cestino è sempre pieno,

allora le mele marce devono essere scartate prima che se ne possano aggiungere di migliori. Gli scienziati non screditano solo per depurare e purgare. Confutano le vecchie idee alla luce di una concezione differente della natura delle cose.

Apprendere attraverso la critica Se deve avere un valore duraturo, una critica efficace deve far di più che rimpiazzare un pregiudizio sociale con un altro. Deve usare una biologia più adeguata per scacciare le idee fallaci. (Gli stessi pregiudizi sociali possono essere refrattari, ma se ne possono eliminare i supporti biologici.) Abbiamo rigettato molte teorie specifiche del determinismo biologico perché le nostre conoscenze sulla biologia umana, l’evoluzione e la genetica sono aumentate. Per esempio, i grossolani errori di Morton non potrebbero essere ripetuti in modo così scoperto da scienziati moderni costretti a seguire i canoni del procedimento statistico. L’antidoto all’affermazione di Goddard che un singolo gene causa la deficienza mentale non fu in primo luogo un cambiamento nelle preferenze sociali, ma un avanzamento importante nella teoria genetica: l’idea dell’ereditarietà poligenica. Per quanto possa sembrare assurdo oggi, i primi mendeliani cercarono di attribuire anche i tratti più sottili e complessi (dell’anatomia politica come del carattere) all’azione di singoli geni. L’ereditarietà poligenica afferma la partecipazione di molti geni – e una moltitudine di effetti ambientali e interattivi – in caratteri come il colore della pelle. Cosa più importante, e motivo della necessità della conoscenza biologica, è che la notevole mancanza di differenziazione genetica tra i gruppi umani – una base biologica fondamentale per screditare il determinismo – è un fatto contingente della storia evolutiva, non una verità a priori o necessaria. Supponiamo, per esempio, che una o parecchie specie del nostro genere ancestrale Australopithecus fosse sopravvissuta, sarebbe uno scenario del tutto ragionevole in teoria, dal momento che nuove specie hanno origine per scissione da quelle vecchie (con gli antenati che di solito sopravvivono almeno per qualche tempo), non per la completa trasformazione di antenati in discendenti. Noi, cioè Homo sapiens, ci saremmo trovati allora di fronte a tutti i dilemmi morali implicati nel trattare una specie umana di capacità mentale distintamente inferiore. Che avremmo dovuto fare con questi: schiavitù? estirpazione? coesistenza? lavori umili? riserve territoriali? giardini zoologici? In modo simile, la nostra stessa specie, Homo sapiens, potrebbe aver incluso un insieme di sottospecie (razze) con capacità genetiche significativamente differenti. Se le nostre specie fossero vecchie di milioni di anni (molte lo sono) e se le razze fossero state geograficamente separate per la maggior parte del tempo senza un significativo interscambio genetico, allora si sarebbero potute accumulare lentamente tra i gruppi delle grandi differenze genetiche. Ma Homo sapiens ha

decine di migliaia o al massimo qualche centinaio di migliaia di anni e tutte le razze umane moderne probabilmente si divisero da un ceppo ancestrale comune solo decine di migliaia di anni fa. Pochi tratti rilevanti delle sembianze esterne ci portano al nostro giudizio soggettivo di differenze importanti. Ma i biologi hanno affermato recentemente, come si sospettava da tempo, che tutte le differenze genetiche generali tra le razze umane sono straordinariamente piccole. Sebbene le frequenze di differenti stati di un gene differiscano tra le razze, non abbiamo trovato nessun «gene della razza», cioè stati fissi in certe razze e assenti nelle altre. Lewontin (1972) ha studiato la variazione in 17 geni del codice per le differenze nel sangue e trovò che solo il 6,3 per cento della variazione può essere attribuito alla razza. Un pieno 85,4 per cento della variazione si ha all’interno delle popolazioni locali (il rimanente 8,3 per cento registra le differenze tra le popolazioni locali all’interno di una razza). Come ha notato Lewontin (comunicazione personale): se si verifica un olocausto e una piccola tribù nel profondo delle foreste della Nuova Guinea è l’unica superstite, si conserveranno quasi tutte le variazioni genetiche che si esprimono ora tra gli innumerevoli gruppi dei nostri quattro miliardi di individui. Questa informazione sulle limitate differenze genetiche tra i gruppi umani è utile e interessante, spesso nel senso più profondo: per salvare delle vite. Quando gli eugenetisti attribuirono i malanni della povertà all’inferiore costruzione genetica della gente povera, non proposero altro rimedio sistematico se non la sterilizzazione. Quando Joseph Goldberger dimostrò che la pellagra non era un disordine genetico, ma il risultato di deficienze nei poveri, la poté curare.

Biologia e natura umana Se le persone sono così simili geneticamente e se le affermazioni precedenti di una diretta mappa biologica delle questioni umane hanno registrato pregiudizi culturali e non la natura, allora la biologia ci risulta una guida vuota nella nostra ricerca per conoscere noi stessi? Dopotutto, alla nascita, siamo la tabula rasa o la lavagna vuota immaginata da alcuni filosofi empiristi del XVIII secolo? Come biologo evoluzionista, non posso adottare una tale posizione nichilista senza negare l’intuizione fondamentale della mia professione. L’unità evolutiva degli esseri umani con tutti gli altri organismi è il messaggio cardinale della rivoluzione di Darwin per le più arroganti specie della natura. Noi siamo inestricabilmente parte della natura, ma l’unicità umana non viene per questo negata. «Nient’altro che» un animale è un’affermazione sbagliata come «creato a immagine di Dio». Non è semplice orgoglio affermare che Homo sapiens è speciale in qualche senso, infatti ciascuna specie è unica nel suo modo; faremo dei confronti tra la danza delle api, il canto della balena e l’intelligenza dell’uomo? L’impatto dell’unicità dell’uomo sul mondo è stato enorme perché ha stabilito un nuovo tipo di evoluzione per sostenere la trasmissione attraverso generazioni di

conoscenze acquisite e di comportamenti. L’unicità umana risiede prima di tutto nei nostri cervelli. È espressa nella cultura costruita sulla nostra intelligenza e sul potere che ci dà per manipolare il mondo. Le società umane cambiano con l’evoluzione culturale, non come risultato di alterazioni biologiche. Non abbiamo prove di cambiamenti biologici nella dimensione o nella struttura del cervello da quando Homo sapiens apparve nei reperti fossili di circa cinquantamila anni fa. (Broca aveva ragione ad affermare che la capacità cranica dei crani di Cro-Magnon era uguale se non superiore alla nostra.) Tutto quello che abbiamo fatto da allora – la più grande trasformazione nel più breve tempo che il nostro pianeta ha provato da quando la crosta si solidificò quasi quattro miliardi di anni fa – è il prodotto dell’evoluzione culturale. L’evoluzione biologica (darwiniana) continua nella nostra specie, ma la sua velocità, al confronto con l’evoluzione culturale, è così incomparabilmente lenta che il suo impatto sulla storia di Homo sapiens è stato piccolo. Mentre la frequenza del gene dell’anemia falciforme tra i neri d’America si è andata riducendo, abbiamo inventato la ferrovia, l’automobile, la radio e la televisione, la bomba atomica, il calcolatore, l’aeroplano e l’astronave. L’evoluzione culturale può procedere così rapidamente perché opera, come l’evoluzione biologica non fa, in modo «lamarckiano»: mediante l’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Qualsiasi cosa una generazione apprenda, passa alla successiva attraverso la scrittura, l’istruzione, l’inculcazione, il rituale, la tradizione e una schiera di metodi che gli uomini hanno sviluppato per assicurare la continuità della cultura. L’evoluzione darwiniana, d’altra parte, è un processo indiretto: anzitutto la variazione genetica deve essere disponibile per costruire caratteristiche vantaggiose e la selezione naturale deve poi conservarla. Poiché la variazione genetica sorge casualmente, non diretta in modo preferenziale verso caratteristiche vantaggiose, il processo darwiniano opera lentamente. L’evoluzione culturale non è solo rapida; è anche prontamente reversibile perché i suoi prodotti non sono codificati nei nostri geni. Gli argomenti classici del determinismo biologico falliscono perché le caratteristiche che invocano per fare distinzioni tra i gruppi sono di solito i prodotti dell’evoluzione culturale. I deterministi cercavano le prove nei tratti anatomici costruiti dall’evoluzione biologica, non da quella culturale. Ma nel far ciò cercavano di usare l’anatomia per fare deduzioni sulle capacità e i comportamenti che essi legavano all’anatomia e che noi consideriamo prodotti dalla cultura. La capacità cranica di per sé aveva poco interesse per Morton e Broca come la variazione nella lunghezza del terzo dito del piede; essi si preoccuparono soltanto delle caratteristiche mentali presumibilmente associate a differenze tra gruppi nella grandezza media del cervello. Oggi noi crediamo che le differenze nelle attitudini e negli stili di pensiero tra i gruppi umani siano di solito i prodotti non genetici dell’evoluzione culturale. In breve, la base biologica dell’unicità umana ci porta a rifiutare il determinismo biologico. Il nostro grande cervello è il fondamento biologico dell’intelligenza; l’intelligenza è la base della cultura; e la trasmissione culturale arreca una nuova modalità di evoluzione più efficiente dei processi

darwiniani nel suo ambito limitato: l’«ereditarietà» e la modificazione del comportamento appreso. Come ha affermato il filosofo Stephen Toulmin (1977, p. 4): «La cultura ha 0 potere di imporsi alla natura dal suo interno». Eppure, se la biologia umana genera la cultura, è anche vero che la cultura, una volta sviluppatasi, si è evoluta con scarso o nessun riferimento alla variazione genetica tra i gruppi umani. Allora la biologia non ha alcun altro ruolo valido, nell’analisi del comportamento umano? È solo un fondamento senza alcun’idea da offrire se non il riconoscimento non illuminante che la cultura complessa richiede un certo livello di intelligenza? La gran parte dei biologi seguirebbe la mia argomentazione nel negare una base genetica al maggior numero di differenze comportamentali tra i gruppi e al cambiamento nella complessità delle società umane lungo la storia recente della nostra specie. Che dire però delle presunte costanze nella personalità e nel comportamento, i tratti della mente che gli uomini hanno in comune in tutte le culture? Che dire, in breve, di una «natura umana» generale? Alcuni biologi riconoscerebbero ai processi darwiniani un ruolo sostanziale non solo nell’aver stabilito molto tempo fa, ma anche nel mantenerlo attivamente oggi, un insieme di specifici comportamenti adattativi che formano una «natura umana» biologicamente condizionata. Credo che questa vecchia storia di argomentazioni – la quale ha trovato la sua espressione più recente come «sociobiologia umana» – non sia valida non perché la biologia è irrilevante e il comportamento umano riflette soltanto una cultura incorporea, ma perché la biologia umana suggerisce un ruolo differente e meno limitante alla genetica nell’analisi della natura umana. La sociobiologia comincia con una lettura moderna di che cosa la selezione naturale è, cioè, il successo riproduttivo differenziale degli individui. Secondo l’imperativo darwiniano, gli individui vengono selezionati per portare al massimo il contributo dei propri geni per le future generazioni, e questo è tutto. (Il darwinismo non è una teoria del progresso, della complessità crescente o dell’armonia evoluta per il bene delle specie o degli ecosistemi.) Paradossalmente (come sembra a molti), l’altruismo come l’egoismo possono essere selezionati con lo stesso criterio: atti di generosità possono giovare agli individui o perché stabiliscono legami di obbligo reciproco o perché aiutano i parenti che portano copie dei geni dell’altruista. I sociobiologi che studiano l’uomo esaminano allora i nostri comportamenti con questo criterio in mente. Quando identificano un comportamento che sembra essere adattativo nell’aiutare i geni di un individuo, elaborano una storia sulla sua origine dalla selezione naturale operante sulla variazione genetica che influenza l’atto specifico stesso. (Queste storie sono sostenute raramente da prove al di là dell’inferenza dell’adattamento.) La sociobiologia umana è una teoria dell’origine e del mantenimento dei comportamenti specifici, adattativi attraverso la selezione 1 naturale; questi comportamenti devono quindi avere una base genetica, perché la selezione naturale non può operare in assenza di variazione genetica. I sociobiologi hanno cercato, per esempio, di identificare un fondamento adattativo e genetico

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dell’aggressione, del rancore, della xenofobia, del conformismo dell’omosessualità e forse pure della mobilità verso l’alto (Wilson, 1975). Credo che la biologia moderna fornisca un modello che sta tra l’affermazione disperata che la biologia non ha niente da insegnarci sul comportamento umano e la teoria deterministica che gli aspetti specifici del comportamento sono programmati geneticamente dall’azione della selezione naturale. Vedo due campi principali per la ricerca biologica: 1. Analogie fruttuose. Gran parte del comportamento umano è sicuramente adattativo; se non lo fosse, non esisteremmo più. Ma adattamento negli uomini non è un argomento adeguato e neppure un buon argomento per l’influenza genetica. Infatti negli uomini, come ho notato sopra (p. 309), l’adattamento può sorgere per la via alternativa dell’evoluzione culturale, non genetica. Poiché l’evoluzione culturale è molto più rapida dell’evoluzione darwiniana, la sua influenza dovrebbe prevalere nella diversità comportamentale manifestata dai gruppi umani. Ma anche quando un comportamento adattativo non è genetico, l’analogia biologica può essere utile per interpretarne il significato. I condizionamenti adattativi sono spesso forti e qualche funzione può dover procedere in un certo modo, sia che l’impeto sottostante sia l’apprendimento che la programmazione genetica. Per esempio, gli ecologi hanno sviluppato una possente teoria quantitativa, denominata strategia ottimale per l’approvvigionamento, per studiare i tipi di sfruttamento in natura (gli erbivori dai carnivori, le piante dagli erbivori). L’antropologo della Cornell University, Bruce Winterhalder, ha dimostrato che una comunità di persone di lingua Cree nel nord dell’Ontario segue alcune previsioni della teoria nel loro comportamento nella caccia e nella preparazione delle trappole. Sebbene abbia usato una teoria biologica per comprendere alcuni aspetti della caccia nell’uomo, Winterhalder non crede che la gente da lui studiata sia stata selezionata geneticamente per cacciare come predice la teoria ecologica. Winterhalder scrive (comunicazione personale, luglio 1978): Dovrebbe esser chiaro […] che le cause della variabilità umana nel comportamento di caccia e di riunione risiedono nel regno socioculturale. Per questa ragione, i modelli che ho usato sono stati adattati, non adottati, e poi applicati a un ambito molto circoscritto di analisi […]. Per esempio, i modelli ci assistono nell’analizzare quale specie un cacciatore cercherà tra quelle disponibili una volta che è stata presa la decisione di andare a caccia. Essi sono però inutili per analizzare perché i Cree ancora cacciano (non ne hanno bisogno), in che modo decidono in un giorno particolare se cacciare o formare un gruppo di operai, il significato della caccia per un Cree, o una qualsiasi domanda in una pletora di domande importanti. In quest’area, i sociobiologi sono caduti spesso in uno dei più comuni errori di ragionamento: scoprire un’analogia e inferire una similarità genetica (letteralmente, in questo caso!). Le analogie sono utili, ma limitate; possono

riflettere limiti comuni, ma non cause comuni. 2. La potenzialità biologica rispetto al determinismo biologico. Gli esseri umani sono animali e ogni cosa che facciamo è limitata, in qualche senso, dalla nostra biologia. Alcuni limiti sono così integrati nel nostro essere che raramente li riconosciamo, infatti non immaginiamo mai che la vita potrebbe scorrere in un altro modo. Consideriamo la nostra limitata gamma di dimensione media nell’adulto e le conseguenze del vivere nel mondo gravitazionale di grandi organismi, non il mondo delle forze di superficie abitato dagli insetti (Went, 1968; Gould, 1977). O il fatto che siamo nati senza aiuti (molti animali non lo sono), che maturiamo lentamente, che dobbiamo dormire per una gran parte del giorno, che non operiamo la fotosintesi, che possiamo digerire sia la carne che le piante, che invecchiamo e moriamo. Questi sono tutti risultati della nostra costruzione genetica e sono tutte influenze importanti sulla natura e la società umane. Questi confini biologici sono così evidenti che non hanno mai causato controversie. I temi dibattuti sono comportamenti specifici che ci colpiscono e per il cui cambiamento (o per la gioia o paura di perderli) noi lottiamo con difficoltà: aggressione, xenofobia, predominio del maschio, per esempio. I sociobiologi non sono dei deterministi sul piano genetico nel vecchio senso eugenetico di postulare singoli geni per tali comportamenti complessi. Tutti i biologi sanno che non c’è nessun gene «per» l’aggressione, non più di quanto ve ne siano per il vostro dente del giudizio inferiore sinistro. Tutti noi riconosciamo che l’influenza genetica può diffondersi tra molti geni e che i geni pongono limiti alle serie; non forniscono lo schema per repliche esatte. In un certo senso, il dibattito tra i sociobiologi e i loro critici è una disputa sull’ampiezza delle serie. Per i sociobiologi le serie sono abbastanza ristrette per programmare un comportamento specifico come risultato predicibile del possesso di certi geni. I critici sostengono che le specie permesse da questi fattori genetici sono ampie abbastanza da includere tutti i comportamenti che i sociobiologi atomizzano in tratti distinti codificati da geni separati. Ma in un altro senso, il mio contrasto con la sociobiologia umana non è solo un dibattito quantitativo sull’estensione delle serie. Non sarà risolto amichevolmente in qualche punto di «giusto mezzo» con i critici che ammettono qualche limite in più e i sociobiologi un po’ più di brodaglia. I sostenitori delle serie ristrette o ampie non occupano semplicemente posizioni diverse su un piano continuo; sostengono due teorie qualitativamente differenti sulla natura biologica del comportamento umano. Se le serie sono ristrette, allora i geni codificano tratti specifici e la selezione naturale può creare e mantenere aspetti individuali del comportamento in modo separato. Se le serie sono caratteristicamente ampie, allora la selezione può mettere in moto alcune regole di generazione poste in profondità; ma i comportamenti specifici sono epifenomeni delle regole, non oggetti di attenzione darwiniana di per sé. Credo che i sociobiologi abbiano fatto un errore fondamentale nelle categorie. Stanno cercando la base genetica del comportamento umano al livello sbagliato. Stanno cercando tra i prodotti specifici delle regole generanti – l’omosessualità di

Joe, la paura di Marta per gli stranieri – mentre le regole stesse sono le strutture genetiche profonde del comportamento umano. Per esempio, scrive E.O. Wilson (1978, p. 99): «È innata l’aggressività nell’uomo? È una domanda che viene posta molto spesso nei seminari universitari e nelle conversazioni salottiere e ha risvolti emotivi negli ideologi politici di ogni tendenza. La risposta è sì». Come prova, Wilson cita la prevalenza dello stato di guerra nella storia e poi tiene in poco conto una attuale inclinazione a non combattere: «Tribù che oggi sono molto pacifiche si sono spesso dedicate, in un passato non lontano, al saccheggio ed è probabile che in futuro generino ancora soldati e assassini». Ma se oggi alcune persone sono pacifiche, allora l’aggressività di per sé non può essere codificata nei nostri geni, ma solo la sua potenzialità. Se innato significa soltanto possibile, o anche probabile in certi ambienti, allora tutto quello che facciamo è innato e la parola non ha significato. L’aggressività è un’espressione di una regola generante che anticipa il pacifismo in altri ambienti comuni. La gamma di comportamenti specifici generati dalla norma è una impressionante e bella testimonianza di flessibilità come caratteristica del comportamento umano. Questa flessibilità non dovrebbe essere oscurata dall’errore linguistico di marchiare qualche espressione comune della norma come «innata» perché possiamo predirne la manifestazione in certi ambienti. I sociobiologi lavorano come se Galileo fosse realmente salito sulla torre di Pisa (di fatto non lo fece), avesse gettato di sotto una serie di oggetti diversi e avesse cercato una spiegazione separata per ciascun comportamento: la caduta della palla di cannone come risultato di qualche cosa della natura dell’esser palla di cannone; la discesa leggera della piuma come intrinseca all’esser piuma. Sappiamo invece che l’ampia gamma di comportamenti diversi di caduta nasce dall’interazione di due regole fisiche: la gravità e la resistenza dell’aria. Questa interazione può generare un migliaio di modi di caduta diversi. Se ci fissiamo sugli oggetti e cerchiamo una spiegazione del comportamento di ciascuno nei suoi propri termini, siamo perduti. La ricerca, tra comportamenti specifici, della base genetica della natura umana è un esempio di determinismo biologico. La ricerca di regole generanti sottostanti esprime un concetto di potenzialità biologica. Il problema non è la natura biologica rispetto alla cultura non biologica. Il determinismo e la potenzialità sono entrambi teorie biologiche, ma cercano la base genetica della natura umana a livelli fondamentalmente diversi. Seguitando nell’analogia con Galileo, se le palle da cannone agiscono per il loro essere palle da cannone, le piume per il loro essere piume, allora possiamo far ben poco oltre che architettare una storia sul significato adattativo di ciascuna. Non penseremmo mai di fare il grande esperimento storico: eguagliare l’ambiente effettivo ponendo entrambi gli oggetti nel vuoto e osservando un comportamento identico nella discesa. Questo ipotetico esempio illustra il ruolo sociale del determinismo biologico. È fondamentalmente una teoria sui limiti. Considera la gamma attuale degli ambienti moderni come un’espressione della diretta programmazione genetica, piuttosto che come un’espressione limitata di un

potenziale molto più ampio. Se una piuma agisce per l’esser piuma, non possiamo cambiarne il comportamento finché rimane una piuma. Se il suo comportamento è un’espressione di regole ampie legate a circostanze specifiche, noi anticipiamo una vasta gamma di comportamenti in ambienti differenti. Perché la gamma di comportamenti umani dovrebbe essere così vasta, quando la gamma anatomica è generalmente più ristretta? Questa affermazione di flessibilità comportamentale è semplicemente una speranza sociale o è pure buona biologia? Due argomenti differenti mi portano a concludere che la vasta gamma di comportamenti dovrebbe nascere come conseguenza dell’evoluzione e dell’organizzazione strutturale del nostro cervello. Consideriamo anzitutto le probabili ragioni adattative per evolvere un cervello così grosso. L’unicità umana sta nella flessibilità di ciò che può fare il nostro cervello. Che cos’è l’intelligenza se non la capacità di affrontare i problemi in un modo non programmato (o, come diciamo spesso, creativo)? Se l’intelligenza ci pone a parte rispetto agli altri organismi, allora penso che sia probabile che la selezione naturale abbia agito per portare al massimo la flessibilità del nostro comportamento. Che cosa sarebbe più adattativo per un animale che apprende e pensa: geni selezionati per l’aggressività, il rancore, la xenofobia; o la selezione di regole di apprendimento che possono generare l’aggressività in circostanze appropriate e la pacificità in altre? In secondo luogo, bisogna stare molto attenti a riconoscere un così grande potere alla selezione naturale considerando tutte le capacità fondamentali del nostro cervello come adattamenti diretti. Non ho dubbi sul fatto che la selezione naturale abbia agito nella costruzione dei nostri sovradimensionati cervelli e credo pure che i nostri cervelli siano diventati grandi per un adattamento a ruoli definiti (probabilmente un insieme complesso di funzioni interagenti). Queste assunzioni non portano però al concetto, spesso abbracciato in modo non critico da darwiniani stretti, che tutte le principali capacità del cervello debbono sorgere come prodotti diretti della selezione naturale. Il nostro cervello è un computer enormemente complesso. Se in un’impresa installo un computer molto semplice per l’amministrazione, questo può pure assolvere molti altri compiti, molto più complessi e non connessi al ruolo stabilito. Queste capacità aggiuntive sono conseguenze ineluttabili del progetto strutturale, non adattamenti diretti. Anche i nostri computer organici assai più complessi sono stati costruiti per quelle ragioni, ma possiedono una gamma quasi terrificante di capacità aggiuntive, compreso, sospetto, gran parte di ciò che ci rende essere umani. I nostri antenati non leggevano, non scrivevano o non si chiedevano perché la maggior parte delle stelle non cambia le posizioni relative mentre cinque punti di luce vaganti e due dischi più larghi si muovono lungo una via chiamata zodiaco. Non dobbiamo considerare Bach come un felice prodotto del valore della musica nel cementare la coesione tribale o Shakespeare come una conseguenza fortunata del ruolo del mito e dell’epica nel mantenere bande per la caccia. La gran parte dei «tratti» comportamentali che i sociobiologici cercano di spiegare può non essere mai stata soggetta affatto a selezione naturale diretta e può quindi mostrare una flessibilità che proprietà

cruciali per la sopravvivenza non possono mai mostrare. Anche queste conseguenze complesse del progetto strutturale dovrebbero esser chiamate «tratti». Questa tendenza ad atomizzare un repertorio comportamentale in un insieme di «cose» non è un altro esempio dello stesso errore di reificazione che ha afflitto gli studi sull’intelligenza nel nostro secolo? La flessibilità è il marchio dell’evoluzione umana. Se gli esseri umani si sono evoluti, come credo, in base alla neotenia (vedi il IV capitolo e Gould, 1977, pp. 352404), allora siamo, in un senso più che metaforico, bambini permanenti. (Nella neotenia, i ritmi di sviluppo diminuiscono e gli stadi giovanili degli antenati divengono le caratteristiche adulte dei discendenti.) Molte caratteristiche centrali della nostra anatomia ci legano agli stadi fetali e giovanili dei primati: faccia piccola, cranio a volta e un cervello grosso in rapporto alla dimensione del corpo, alluce non ruotato, foramen magnum sotto il cranio per un orientamento corretto della testa nella postura eretta, distribuzione di peli soprattutto sulla testa, le ascelle e l’area pubica. Se una figura vale un migliaio di parole, considerate la figura 35. In altri mammiferi, l’esplorazione, il gioco e la flessibilità di comportamento sono qualità dei giovani, solo raramente degli adulti. Non conserviamo soltanto lo stampo anatomico dell’infanzia, ma pure la sua flessibilità mentale. L’idea che la selezione naturale dovrebbe aver lavorato per la flessibilità nell’evoluzione animale non è un concetto ad hoc nato per la speranza ma un’implicazione della neotenia come processo fondamentale della nostra evoluzione. Gli uomini sono animali che apprendono.

Figura 35. Uno scimpanzé giovane e uno adulto. Le foto mostrano la maggiore somiglianza degli uomini al piccolo e illustrano il principio della neotenia nell’evoluzione umana. Nel romanzo The Once and Future King, di T.H. White, un tasso racconta una parabola sull’origine degli animali. Dio, dice, creò tutti gli animali come embrioni e chiamò ciascuno davanti al suo trono, e gli offrì di aggiungere alla sua anatomia tutto ciò che desiderava. Tutti optarono per caratteristiche adulte specializzate: il leone per artigli e denti acuminati, il cervo per le corna e gli zoccoli. L’embrione umano avanzò per ultimo e disse: «Col Vostro permesso, Signore, penso che mi avete fatto nella forma che ho

ora per le ragioni che Voi conoscete meglio e che sarebbe insolente cambiare. Se ho da scegliere, voglio stare come sono. Non altererò nessuna delle parti che mi avete dato… Rimarrò per tutta la vita un embrione indifeso e farò del mio meglio per farmi qualche fragile attrezzo con il legno, il ferro e l’altro materiale che Voi avete ritenuto opportuno di pormi davanti». «Benfatto» esclamò il Creatore con un tono di gioia. «Qui, voi tutti embrioni, venite qui con i vostri becchi e le vostre bazzecole a vedere il Nostro primo Uomo. È l’unico che ha indovinato il nostro enigma… Quanto a te, Uomo… sembrerai un embrione fino a quando ti seppelliranno, ma tutti gli altri saranno embrioni davanti al tuo potere. Eternamente sottosviluppato, rimarrai sempre in potenza nella Nostra immagine, capace di vedere qualcuna delle Nostre pene e di provare qualcuna delle Nostre gioie. Siamo in parte spiacenti per te, Uomo, ma in parte pieni di speranza. Va’, allora, e fa’ del tuo meglio.»

1

Il chiasso sulla sociobiologia negli ultimi anni è stato causato da questa versione del tema: le

proposte genetiche (basate su una inferenza dell’adattamento) per i comportamenti umani specifici. Altri evoluzionisti chiamano se stessi «sociobiologi», ma rifiutano questo modo di congetturare sulle forme specifiche. Se un sociobiologo è uno che crede che l’evoluzione biologica non sia irrilevante per il comportamento umano, allora suppongo che tutti (esclusi i creazionisti) siano sociobiologi. A questo punto, però, il termine perde il suo significato e potrebbe pure esser buttato via. La sociobiologia umana è entrata nella letteratura (specializzata e divulgativa) come una teoria definitiva sulle basi genetiche e adattative di tratti specifici del comportamento umano. Se è fallita in questa meta – come credo che sia fallita – allora lo studio delle relazioni valide tra biologia e comportamento umano dovrebbe ricevere un altro nome. In un mondo invaso da un linguaggio tecnicistico, non vedo perché la «biologia comportamentale» non possa allargare il suo ombrello in modo sufficiente da coprire questo ambito legittimo. 2

Affinché l’omosessualità non sembri un improbabile candidato per l’adattamento poiché gli

omosessuali non hanno figli, riferisco la seguente storia sostenuta da E.O. Wilson (1975; 1978). La società umana ancestrale era organizzata in un gran numero di unità familiari in competizione. Alcune unità erano esclusivamente eterosessuali; il patrimonio genetico delle altre unità includeva fattori per l’omosessualità. Gli omosessuali funzionavano come aiutanti per allevare la discendenza dei loro parenti eterosessuali. Questo comportamento aiutava i loro geni poiché il gran numero di parenti che essi aiutavano a crescere aveva più copie dei loro geni di quanto avrebbe potuto la loro discendenza (se fossero stati eterosessuali). I gruppi con aiutanti omosessuali ebbero una prole più numerosa, poiché potevano più che bilanciare, con cure extra e tassi superiori di sopravvivenza, la perdita sostanziale per la non fecondità dei loro membri omosessuali. Così i gruppi con membri omosessuali alla fine prevalsero sui gruppi esclusivamente eterosessuali e i geni per l’omosessualità sono sopravvissuti.

Epilogo

Nel 1927 Oliver Wendell Holmes Jr. pronunciò la decisione della Corte suprema che approvava la legge per la sterilizzazione in Virginia nel processo Buck contro Bell. Carrie Buck, una giovane madre con un bambino poco intelligente secondo l’accusa, aveva ottenuto un’età mentale di nove anni al test Stanford-Binet. La madre di Carrie Buck, che aveva allora cinquantadue anni, aveva secondo il test un’età mentale di sette anni. Holmes scrisse in una delle più famose e raggelanti dichiarazioni del nostro secolo: Abbiamo visto più di una volta che il pubblico benessere può richiedere ai migliori cittadini la loro vita. Sarebbe strano se non potesse rivolgersi a coloro che già indeboliscono la forza dello stato per questi sacrifici minori […]. Tre generazioni di imbecilli sono troppe. (La frase viene spesso citata male come «tre generazioni di idioti», ma Holmes conosceva la terminologia tecnica del suo tempo e i Buck, anche se non «normali» secondo lo Stanford-Binet, erano un grado più su degli idioti.) Il processo Buck contro Bell è una pietra miliare nella storia, un evento legato 1 nella mia mente a un passato lontano. Babe conquistò sessanta basi nel 1927 e le leggende sono tanto più meravigliose proprio perché sembrano così lontane. Fui quindi colpito da una notizia riportata dal Washington Post del 23 febbraio 1980; poche cose possono essere più sconcertanti di una giustapposizione di eventi temporali ben distinti e separati. «Più di 7500 gli sterilizzati in Virginia» si leggeva nel titolo. La legge, sostenuta da Holmes, era stata applicata per quarantotto anni, dal 1924 al 1972. Le operazioni erano state compiute in strutture di igiene mentale, in primo luogo su uomini e donne bianchi considerati elementi deboli di mente e antisociali, compresi «donne nubili, prostitute, piccoli criminali e bambini con problemi di disciplina». Carrie Buck vive vicino a Charlottesville. Né lei né sua sorella Doris sarebbero considerate deficienti mentali secondo gli standard odierni. Doris Buck fu sterilizzata per la stessa legge nel 1928. Più tardi sposò Matthew Figgins, un idraulico. Ma Doris Buck non era mai stata informata. «Mi dissero» ricordava «che

si trattava di un’operazione di appendice e di un’ernia.» Così Doris e Matthew Figgins cercarono di fare un figlio. Consultarono i medici di tre ospedali; nessuno si accorse che le sue trombe di Falloppio erano state tagliate. L’anno scorso Doris Buck Figgins scoprì finalmente la causa della sua tristezza durata tutta una vita. Si potrebbe freddamente concludere che la delusione di Doris Buck è niente al confronto dei milioni di morti in guerra per i piani di pazzi o le vanità di governanti. Ma si può misurare il dolore di un singolo sogno incompiuto, la speranza di una donna indifesa ghermita dal potere pubblico in nome di una ideologia proposta per purificare una razza? Che la semplice ed eloquente testimonianza di Doris Buck possa valere milioni di morti e delusioni e aiutarci a ricordare che il Settimo giorno è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il Settimo giorno: «Mi disperavo e piangevo. Mio marito e io desideravamo dei bambini disperatamente. Ci andavamo pazzi. Non avevo mai saputo che cosa mi avevano fatto».

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Il campione americano di baseball Babe Ruth. [N.d.T.]

Critica a The Bell Curve

«The Bell Curve» The Bell Curve di Richard J. Herrnstein e Charles Murray fornisce un’ottima e insolita opportunità di cogliere il significato della sperimentazione come metodo scientifico. Ridurre le variabili che ingenerano confusione è un obiettivo fondamentale in tutti gli esperimenti. Portiamo nei laboratori tutta la confusione che ci ronza attorno nel mondo e cerchiamo di variare un solo fattore potenziale alla volta, mantenendo tutto il resto costante, e operiamo così una semplificazione artificiale. Spesso, comunque, non possiamo usare un metodo di sperimentazione di questo tipo, soprattutto quando trattiamo la maggior parte dei fenomeni sociali, allorché il trasferimento in laboratorio distrugge il soggetto stesso della ricerca; perciò possiamo solo sperare di semplificare i principi della natura. Se il mondo esterno obbliga perciò alcuni fattori a mantenersi costanti, possiamo ringraziarlo di aver dato un apporto naturale alla comprensione. Quando un libro riceve tanta attenzione, come è accaduto a The Bell Curve, vorremmo conoscere le ragioni di tale successo. Le si potrebbero attribuire al contenuto in sé – una nuova e sorprendente idea, oppure un vecchio sospetto avallato ora da dati persuasivi – ma il motivo potrebbe anche essere il grado di consenso sociale, o un lancio pubblicitario efficace. The Bell Curve non contiene nuove tesi e non espone dati interessanti a supporto del suo anacronistico darwinismo sociale. Devo perciò concludere, forse, che la capacità del libro di conquistare l’attenzione pubblica riflette il deprimente spirito del nostro tempo: un momento storico di grettezza senza precedenti, se è vero che la tendenza al taglio dei programmi sociali può essere sostenuta chiamando in causa i limiti innati delle facoltà intellettuali dei possibili beneficiari, espresse sottoforma di bassi punteggi di QI. The Bell Curve si basa su due tesi ben distinte ma consequenziali che, messe insieme, racchiudono il corpus classico del determinismo biologico come filosofia della società. La prima tesi (capitoli I-XII) rimastica i dogmi del darwinismo sociale così come furono originariamente stabiliti. («Darwinismo sociale» è stato spesso

usato come definizione generale di ogni tesi evoluzionista a favore delle basi biologiche delle differenze umane, ma il suo significato originario fa riferimento a una specifica teoria delle stratificazioni delle classi nelle società industriali e, in modo particolare, all’idea che una sottoclasse permanentemente povera, composta da individui geneticamente inferiori, fosse precipitata in basso a causa di un inevitabile destino.) Questa metà darwiniano-sociale di The Bell Curve deriva da un paradosso dell’egualitarismo. Finché le persone rimarranno al vertice della piramide sociale solo in virtù di un titolo nobiliare o dell’appartenenza a una famiglia ricca, e finché i membri delle classi disagiate non potranno farsi strada malgrado il loro talento, la stratificazione sociale non rifletterà il merito intellettuale, e l’intelligenza si troverà equamente distribuita in tutte le classi. Ma se una vera e propria parità di opportunità potrà essere raggiunta, le persone intelligenti si faranno strada e alle classi inferiori apparterranno rigorosamente soltanto coloro che si dimostreranno intellettualmente incapaci. Questa tesi ottocentesca ha trovato una serie di sostenitori nel Novecento, fra cui lo psicologo di Stanford, Lewis M. Terman, che importò il test originale di Binet dalla Francia, sviluppò il test del QI Stanford-Binet, e ne interpretò in chiave ereditaria i risultati (interpretazione che Binet aveva fermamente respinto nello sviluppo di questo tipo di test); il primo ministro Lee Kuan Yew di Singapore, che cercò di istituire un programma eugenetico che consisteva nell’incrementare il tasso di natalità nelle donne più acculturate offrendo loro speciali remunerazioni; e quindi Richard Herrnstein, coautore di The Bell Curve e autore di un articolo uscito sull’Atlantic Monthly nel 1971 che presentava la stessa tesi, ma senza prove. La teoria generale non è illogica, né priva di interesse, ma richiederebbe la fondatezza di quattro premesse che sono invece traballanti, tutte asserite (mai discusse e difese approfonditamente) da Herrnstein e Murray. Secondo la loro esposizione, l’intelligenza deve essere rappresentabile come un solo numero, atto a classificare le persone in un ordine lineare, fondato su basi genetiche, e di fatto immutabile. Se solo una di queste premesse risultasse falsa, tutta quanta la tesi crollerebbe. Per esempio, se fossero vere tutte tranne quella dell’immutabilità, i programmi per gli interventi sulla prima educazione riuscirebbero a incrementare il QI tanto quanto un paio di occhiali può correggere un difetto di vista genetico. La tesi centrale di The Bell Curve non regge perché le premesse sono sostanzialmente false. La seconda affermazione (capitoli XIII-XXII), un parafulmine per la maggior parte delle critiche, estende la tesi della stratificazione delle doti cognitive innate secondo le classi sociali alla tesi delle differenze razziali innate in fatto di QI; piccole differenze per provare la superiorità degli asiatici sui bianchi, ma grandi per quella dei bianchi sulle persone d’origine africana. Questa tesi è vecchia quanto lo studio delle razze. Il dibattito dell’ultima generazione è incentrato sulla sofisticata opera di Arthur Jensen (assai più varia ed elaborata di qualsiasi parte di The Bell Curve, e pertanto fonte più adatta per cogliere la tesi e le sue fallaci implicazioni), nonché sul debole patrocinio di William Shockley. L’errore centrale di chi ricorre alla sostanziale ereditarietà del QI all’interno di un

gruppo (fra i bianchi, per esempio) per spiegare le differenze medie fra gruppi (fra bianchi e neri, per esempio) è ormai chiaro e riconosciuto da tutti, inclusi Herrnstein e Murray, ma merita una nuova formulazione sulla base di alcuni esempi. Prendiamo un tratto assai più ereditabile di quanto non sia mai stato ritenuto il QI, e tuttavia molto meno soggetto a controversie politiche: l’altezza dell’uomo. Supponiamo di misurare l’altezza di un maschio adulto in un villaggio povero dell’India dove la malnutrizione è dilagante. Supponiamo anche che l’altezza media dei maschi adulti sia un metro e sessantasette centimetri, ben al di sotto della media americana, che si aggira intorno al metro e settantacinque. L’ereditarietà all’interno del villaggio sarà alta; ciò significa che padri alti (in media un metro e settantadue circa) tendono ad avere figli alti, mentre padri bassi (mediamente un metro e sessantadue) tendono ad averli bassi. Ma l’alta ereditarietà all’interno del villaggio non significa che una migliore nutrizione non potrebbe innalzare l’altezza media a un metro e settantotto (al di sopra della media americana), nel giro di poche generazioni. Allo stesso modo, la differenza media di quindici punti di QI fra bianchi e neri in America, ampiamente documentata e mantenuta grazie alla sostanziale ereditarietà di QI nelle genealogie familiari all’interno di ciascun gruppo, non permette di negare che autentiche pari opportunità potrebbero innalzare la media dei neri fino a pareggiare o superare quella dei bianchi. Dato che Herrnstein e Murray conoscono e ammettono questa critica, devono fornire una prova dettagliata che attribuisca la maggior parte delle differenze medie fra bianchi e neri a cause irrevocabilmente genetiche, sottolineando, intanto, che la differenza media non fornisce alcun aiuto nella valutazione di ogni singola persona, poiché molti individui neri, con il loro QI, battono la media dei bianchi. Sorvoliamo pure la goffaggine retorica di una vecchia excusatio non petita fra le più trite («alcuni-dei-miei-più-cari-amici-sono-del-gruppo-x»); Herrnstein e Murray violano le regole della lealtà convertendo un caso complesso che può generare soltanto agnosticismo in un resoconto distorto della differenza permanente ed ereditaria. Essi impongono questa interpretazione trasformando ogni fuscello a proprio favore in una quercia, mentre citano a malapena e minimizzano le schiaccianti e dettagliate prove della sostanziale malleabilità e dell’irrisoria differenza media congenita (notevoli incrementi nel QI di bambini poveri neri adottati da famiglie istruite e benestanti; aumento del QI medio, pari ai quindici punti di differenza che separano attualmente i bianchi dai neri in America, registrato in alcune nazioni a partire dalla Seconda guerra mondiale; fallimento della ricerca di qualsiasi differenza nelle facoltà cognitive fra due gruppi di bambini, figli illegittimi di madri tedesche, cresciuti in Germania come cittadini tedeschi, ma concepiti da soldati americani rispettivamente bianchi e neri). Per quanto sia indisponente l’anacronismo di The Bell Curve, trovo molto più irritante la sostanziale falsità del libro. Gli autori tacciono fatti oggettivi, facendo un uso scorretto dei metodi statistici, e sembrano restii ad ammettere le conseguenze delle loro affermazioni.

Falsità del contenuto Il mare di pubblicità che ha sommerso The Bell Curve ha il suo fondamento in ciò che Murray e Herrnstein chiamano «il punto critico dell’intelligenza come argomento pubblico: la questione delle differenze genetiche fra le razze» (New Republic, 31 ottobre 1994). Eppure, fin dal giorno della pubblicazione, Murray ha preso tempo, quindi ha negato categoricamente che quello della razza fosse un tema centrale del suo libro; anzi, ha accusato a questo proposito la stampa di aver soffiato ingiustamente sul fuoco. Scrive con Herrnstein (morto un mese prima della pubblicazione del libro) sul New Republic: «Ecco quello che speriamo sia il nostro contributo al dibattito. Lo mettiamo in corsivo, e se potessimo ne faremmo una scritta al neon: La risposta non ha molta importanza». È vero limitatamente al fatto che ciascun individuo può rappresentare un caso raro di intelligenza all’interno di un gruppo mediamente ottuso (e perciò non soggetto a un giudizio in base alla media del gruppo), ma Murray non può negare che la razza sia uno dei due argomenti principali di The Bell Curve, ai quali viene dato suppergiù lo stesso spazio; né può fingere che esplicite dichiarazioni sulle differenze fra gruppi non abbiano un impatto politico in una società ossessionata dal significato e dalle conseguenze dell’etnicità. La primissima frase della prefazione al libro sottolinea l’uguale trattamento riservato ai due argomenti, quello delle differenze individuali e quello delle differenze fra gruppi: «Questo libro riguarda le differenze di capacità intellettuali fra individui e fra gruppi, e ciò che tali differenze significano per il futuro dell’America». L’articolo di Murray e Herrnstein sul New Republic si apre indicando nella differenza razziale il soggetto d’interesse principale: «In America, le discussioni private sulle razze sono assai diverse da quelle pubbliche».

Falsità della tesi The Bell Curve è un capolavoro retorico di scientismo, i cui numeri gettano in un particolare stato di ansia e confusione i chiosatori profani. Il libro prosegue per ottocentoquarantacinque pagine, inclusa un’appendice piena di figure che supera le cento. Il testo, perciò, dà l’impressione di essere molto complicato, e i recensori lo aggirano con l’ovvia scusa che, sebbene sospettino la falsità della tesi, non possono però giudicare. Scrive Mickey Kaus sul New Republic (31 ottobre 1994): «Da lettore profano di The Bell Curve, non sono in grado di giudicare correttamente»; lo stesso fa Leon Wieseltier sul medesimo numero: «Murray, per giunta, nasconde la rigidità delle sue idee politiche dietro la robustezza della sua scienza. Ma la sua scienza, per quanto ne so, è fragile […]. Almeno così immagino. Non sono uno scienziato. Non so nulla di psicometria». E lo stesso Peter Passel sul New York Times (27 ottobre 1994): «Ma questo recensore non è un biologo, perciò lasceremo l’argomento agli esperti».

Di fatto, The Bell Curve è rigorosamente unidimensionale. Nel libro non vi è alcuno sforzo di indagare la varietà dei dati disponibili e si presta assai scarsa attenzione alla ricca e istruttiva storia di questo controverso argomento. (Non ci resta che ripescare il detto di Santayana, diventato ormai un cliché fra gli intellettuali: «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo».) Praticamente, tutte le analisi si fondano su una sola tecnica applicata a un solo insieme di dati; il tutto eseguito, con ogni probabilità, digitando un semplice tasto del computer. (Concordo che gli autori abbiano usato la tecnica più appropriata – la regressione multipla – e la migliore fonte di informazione – l’Indagine nazionale sull’altezza della gioventù – ma metterò in luce qui di seguito un passaggio fallace nel loro procedimento. Tesi tanto vaste come quelle esposte in The Bell Curve non possono essere difese adeguatamente – il che significa, né opportunamente supportate, né refutate – da un approccio così ristretto.) Gli evidenti errori e le inadeguatezze di The Bell Curve avrebbero potuto essere colti dai recensori profani se solo questi non si fossero lasciati spaventare dai numeri, visto che Murray e Herrnstein scrivono in maniera chiara e i loro errori sono palesi e comprensibili. Classificherei gli aspetti ingannevoli in due categorie: omissioni e confusioni, ed errori di contenuto. 1. Omissioni e confusioni. Mentre ammette la sua incapacità di giudicare, Mickey Kaus (sul New Republic) identifica correttamente «le due affermazioni principali» che sono assolutamente essenziali «per far funzionare la pessimistica tesi della “differenza etnica”»: «1) c’è una sola misura generale delle capacità mentali; 2) i test del QI che pretendono di misurare questa capacità […] non celano alcuna distorsione culturale». Nulla di The Bell Curve mi manda tanto in collera quanto la mancanza di prove a sostegno dell’affermazione centrale, nonché condizione essenziale, di tutta quanta la tesi: la realtà del QI come numero che misura una reale proprietà situata nella testa, il famoso «fattore generale» dell’intelligenza (noto come g), identificato per la prima volta nel 1904 da Charles Spearman. Murray e Herrnstein dichiarano semplicemente che il problema è già stato risolto in precedenza, come in questo passaggio del loro articolo sul New Republic: «Fra gli esperti, è ormai assodato da molte dispute basate su dati tecnici che esiste un’entità corrispondente al fattore generale della facoltà cognitiva in base al quale gli esseri umani differiscono, e che questo fattore è in genere adeguatamente misurato da una gamma di test standardizzati, il migliore dei quali è quello del QI messo a punto a questo preciso scopo». Una siffatta dichiarazione svela una sbalorditiva confusione mentale che tocca l’apice quando definisce «esperti» «quel gruppo di psicometristi operanti nella tradizione della g e nella sua rappresentazione attraverso il QI». Gli autori ammettono anche (pp. 14-19) che le tre maggiori scuole dell’interpretazione psicometrica sono attualmente in disaccordo, e che solo una di queste sostiene la loro visione della g e del QI. Nel libro sono così classificati: classicisti («intelligenza come struttura»), revisionisti («intelligenza come elaborazione di informazione») e

radicali («la teoria delle intelligenze multiple»). Una questione così importante non può essere risolta, e nemmeno compresa, se non si discute la chiave e la base logica che la g ha conservato da quando, nel 1904, Spearman inventò il concetto: l’analisi fattoriale. Il fatto che Herrnstein e Murray citino a stento l’argomentazione analitico-fattoriale (al tema è riservata una frettolosa attenzione in soli due paragrafi) costituisce un motivo d’accusa fondamentale e una prova della vacuità di The Bell Curve. Come possono, gli autori, basare un libro di ottocento pagine sull’asserzione dell’esistenza del QI come misura di un’autentica e in gran parte genetica facoltà cognitiva generale, menzionando a stento la base teorica della loro certezza? Vengono alla mente diversi paragoni, come lo shakespeariano Amleto senza il principe di Danimarca. L’analisi fattoriale è certamente un argomento difficile e puramente matematico, ma si può spiegare ai lettori profani con una forma geometrica scoperta da L.L. Thurstone negli anni Trenta e che ho utilizzato nel V capitolo di Intelligenza e pregiudizio. Alcuni paragrafi non sono sufficienti per un’adeguata illustrazione, perciò, sebbene io mi accinga a offrire qualche accenno superficiale, i lettori non devono mettere in dubbio il proprio QI se l’argomento continua ad apparire loro oscuro. In breve, le prestazioni di una persona nei vari test mentali tendono a essere correlate positivamente; cioè, se totalizzi un buon punteggio in un certo tipo di test, tenderai a fare lo stesso anche negli altri. Questo risultato non è molto sorprendente, ed è soggetto o a un’interpretazione puramente genetica (ciò che di innato si trova nella testa innalza tutti i punteggi), o a una spiegazione che fa risalire questa omogeneità a fattori ambientali (buoni libri e un’adeguata alimentazione durante l’infanzia aumentano le prestazioni). Perciò, le correlazioni positive di per se stesse non dicono nulla sulle cause. Charles Spearman ricorse all’analisi fattoriale per identificare un solo asse – chiamato g – che rappresentasse meglio di tutti il fattore comune che stava dietro le correlazioni positive fra i test. Ma Thurstone, più tardi, dimostrò che la g poteva essere fatta sparire ruotando semplicemente gli assi fattoriali in posizioni differenti. Con una sola rotazione, Thurstone collocò gli assi vicino agli attributi più distanti risultanti dai test, dando così origine alla teoria delle intelligenze multiple (verbale, matematica, spaziale eccetera, senza alcuna g totalizzante). Questa teoria (la veduta «radicale» secondo la classificazione di Herrnstein e Murray) è stata sostenuta da molti psicometristi eminenti, compresi, negli anni Cinquanta, G.P. Guilford, e oggi, in maniera più autorevole, Howard Gardner. In questa prospettiva, la g non può avere una realtà intrinseca, poiché si manifesta in una forma di rappresentazione matematica delle correlazioni fra test, e scompare (o comunque si affievolisce di gran lunga) in altre forme che sono del tutto equivalenti nella quantità di informazioni che forniscono. Insomma, non si riesce assolutamente a cogliere il problema senza una chiara esposizione dell’analisi fattoriale, e The Bell Curve non si occupa affatto di questo concetto centrale. A proposito della seconda affermazione individuata da Kaus, quella sulla

«distorsione culturale», The Bell Curve è sullo stesso piano di Arthur Jersen e degli altri ereditaristi che confondono il significato scientifico (e corretto) di distorsione (chiamiamola «distorsione S», da statistica) con il significato invalso e completamente diverso della parola (chiamiamola «distorsione G») che alimenta il dibattito popolare. Tutti questi autori sono pronti a giurare (e io concordo completamente con loro) che i test non sono distorti, in senso statistico. La mancanza di distorsioni S significa che lo stesso punteggio, ottenuto da membri di gruppi differenti, fa prevedere la stessa conseguenza: cioè, un nero e un bianco con un punteggio identico di QI pari a cento avranno le stesse probabilità di fare ciò che il QI prevede. (Devo sperare che i test mentali non siano distorti dal punto di vista statistico, perché la professione del testista non vale molto se chi la pratica non riesce a eliminare una fonte di inattendibilità tanto ovvia ricorrendo a scelte ponderate e a domande adeguatamente formulate.) Ma la distorsione G, la fonte dell’interesse pubblico, rappresenta un problema del tutto diverso, definito sfortunatamente dalla stessa parola. Il pubblico desidera sapere se i neri totalizzano in media ottantacinque e i bianchi cento perché la società tratta i neri in maniera sleale; in altre parole, se l’inferiore punteggio dei neri indica la presenza di distorsioni in questo senso sociale. E questo interrogativo cruciale (al quale non sappiamo rispondere) non può essere affrontato dimostrando che le distorsioni S non esistono (l’unico problema trattato, correttamente o meno, da The Bell Curve). 2. Errori di contenuto. Come ho detto sopra, tutti i dati di The Bell Curve, in pratica, derivano da un solo tipo di analisi, condotta sulla base di un grafico tracciato secondo una tecnica detta «regressione multipla»: i comportamenti sociali destabilizzanti come la criminalità, la disoccupazione e le nascite illegittime rappresentano le variabili dipendenti; il QI e lo status economico familiare quelle indipendenti. Gli autori mantengono prima il QI costante e considerano la relazione fra i comportamenti sociali e lo status socioeconomico parentale. Quindi mantengono costante lo status socioeconomico e prendono in esame la relazione fra gli stessi comportamenti sociali e il QI. In generale, riscontrano una maggiore correlazione con il QI che con lo status socioeconomico; per esempio, le persone con un basso QI sono più portate ad abbandonare la scuola secondaria, delle persone i cui genitori hanno un basso status socioeconomico. Ma tali analisi devono tenere conto di due elementi, ossia la forma e la forza della relazione: Herrnstein e Murray prendono in esame solo quello che sembra avallare il loro punto di vista, mentre ignorano in pratica (e in un passaggio chiave quasi lo nascondono di proposito e premeditatamente) l’altro fattore, che invalida in maniera tanto determinante le loro tesi. I numerosi grafici presentano solo la forma delle relazioni, tracciano cioè le curve di regressione delle loro variabili in base al QI e allo status socioeconomico parentale. Tuttavia, violando tutte le norme statistiche che conosco, gli autori tracciano solo la curva di regressione e non mostrano la dispersione di variazione attorno alla curva, cosicché il loro grafico non rivela nulla sulla forza della relazione, cioè sulla quantità di variazione nei fattori

sociali manifestata dal QI e dallo status sociale. Perché Herrnstein e Murray si sarebbero concentrati sulla forma, ignorando la forza? Quasi tutte le loro relazioni sono molto deboli, il che significa che pochissime variazioni nei fattori sociali possono essere spiegate per mezzo del QI o dello status sociale (sebbene la forma delle relazioni tenda a confermare la tesi degli autori). In poche parole, il QI non è un fattore primario nel determinare la variazione di quasi tutti i fattori sociali che gli autori studiano; e le conclusioni a cui dicono di essere arrivati, per questo motivo, crollano o si fanno talmente deboli che il loro pessimismo e la loro funzione sociale conservatrice non ne trae alcun supporto significativo. A dire il vero Herrnstein e Murray lo ammettono, per esempio in un passaggio cruciale (a p. 117), ma poi nascondono il loro metodo. Scrivono: «Questa tecnica spiega quasi sempre meno del 20 per cento della variazione, per dirla in termini statistici, in media meno del 10 per cento, e spesso meno del 5 per cento. Il che significa, traducendo, che non si può prevedere ciò che una persona farà dal suo punteggio di QI […] Viceversa, a dispetto della bassa associazione a livello individuale, grandi differenze di comportamento sociale separano i gruppi di persone quando presentano medie d’intelligenza diverse». A dispetto di questa ritrattazione, la sorprendente frase successiva afferma un forte nesso causale: «Ne dedurremo che l’intelligenza in sé, non solo le sue correlazioni con lo status socioeconomico, è responsabile di queste differenze fra gruppi». Ma una bassa percentuale di determinazioni statistiche non equivale alla spiegazione causale (e la correlazione non implica in nessun caso causalità, nemmeno quando le correlazioni sono forti; come accade nel caso della certa, positiva e perfetta correlazione fra l’avanzare dei miei anni e l’aumento del debito pubblico). Per giunta, il loro caso è persino peggiore, stando alle loro stesse affermazioni-chiave in materia di genetica, poiché parlano di un’ereditarietà del QI di circa il 60 per cento; perciò, bisogna dividere circa a metà la bassa percentuale dichiarata, se si vuole isolare il valore della determinazione genetica secondo i loro stessi criteri! La mia accusa di insincerità trova la più schiacciante conferma in una frase quasi nascosta nell’Appendice 4 dove gli autori dichiarano: «Nel testo, non facciamo riferimento alla misura consueta del grado di idoneità per le regressioni multiple, R2, che sono presentate qui per l’analisi dei campioni rappresentativi» (p. 593). Ma perché avrebbero escluso dal testo e relegato in un’appendice, che pochissimi leggeranno o addirittura consulteranno, un elemento che, per loro stessa ammissione, è la «misura consueta del grado di idoneità»? Posso solo concludere che hanno scelto di non includere nel testo vero e proprio l’estrema debolezza delle loro millantati relazioni. I coefficienti di correlazione di Herrnstein e Murray, in genere, sono di per sé abbastanza bassi da ispirare poca fiducia. (I coefficienti di correlazione misurano la forza delle relazioni lineari fra variabili; i valori positivi vanno da 0, nel caso di assenza di correlazione, a 1, nel caso di una perfetta relazione lineare.) Sebbene le cifre basse non siano inusuali nelle scienze sociali, dal momento che gli studi a vasto

raggio coinvolgono molte variabili, quasi tutte le correlazioni di Herrnstein e Murray sono molto basse, spesso sono comprese nell’arco fra lo 0,2 e lo 0,4. A dire il vero lo 0,4 può sembrare un coefficiente relativamente forte, ma – ed eccoci al punto chiave – R2 è il quadrato del coefficiente di correlazione, e il quadrato di un numero compreso fra 0 e 1 è inferiore al numero stesso: pertanto una correlazione di 0,4 determina una R2 di solo 0,16. Nell’Appendice 4, poi, scopriamo che la stragrande maggioranza delle misure di R2, escluse dal corpo principale del testo, riportano valori inferiori allo 0,1. Questi bassissimi valori di R2 rivelano il vero punto debole di quasi tutte le relazioni che sono al centro di The Bell Curve. Falsità del programma Al pari di molti ideologi conservatori che inveiscono contro le mostruose – a loro dire – e soffocanti vedute politically correct, Herrnstein e Murray affermano che stanno solamente cercando di dar voce a idee impopolari affinché la verità venga finalmente a galla. E su questo, per una volta, sono pienamente d’accordo. Come sostenitore (quasi) assolutista del Primo emendamento, accolgo con favore la pubblicazione di una visione impopolare e che alcuni considerano pericolosa. Sono molto contento che The Bell Curve sia stato scritto e che i suoi errori siano venuti alla luce, perché Herrnstein e Murray hanno ragione a segnalare la differenza che esiste fra le discussioni pubbliche sulle razze e quelle private, e dobbiamo quindi lottare per creare un impatto anche sulle discussioni private. Ma The Bell Curve può essere sì e no definito un trattato accademico sulla teoria sociale e sulla genetica della popolazione. Il libro è un manifesto della teoria conservatrice, e il suo misero e distorto trattamento dei dati ne rivela il proposito principale: la perorazione di una causa, prima di tutto. Il testo evoca il triste e pauroso rullo di tamburi di affermazioni associate a commissioni tecniche conservatrici: riduzione o eliminazione del welfare, abbandono delle iniziative a favore della scuola e dell’occupazione, cessazione del programma Head Start e altre forme di educazione prescolastica, taglio ai programmi per chi ha difficoltà di apprendimento, in favore dello stanziamento di fondi per chi dimostra doti particolari (Dio solo sa quanto vorrei che venisse rivolta maggiore attenzione agli studenti di talento, ma non a questo crudele e cinico prezzo). Il penultimo capitolo presenta una visione apocalittica di una società le cui classi inferiori sono in costante crescita e impantanate senza via di scampo nell’inevitabile inettitudine del loro basso QI. Occuperanno i centri delle nostre città, daranno alla luce figli illegittimi (perché molti di loro sono troppo stupidi per praticare il controllo delle nascite), commetteranno più crimini; alla fine avranno bisogno di uno stato detentivo che li tenga sotto controllo (e fuori dalle nostre zone ad alto QI), senza puntare a insperati miglioramenti, esclusi a priori dal basso QI. Herrnstein e Murray scrivono difatti: «In breve, per ciò che riguarda lo stato detentivo, abbiamo in mente una versione hig teck e più liberale della Riserva indiana, pensata per qualche minoranza sostanziale della popolazione nazionale,

mentre il resto dell’America cerca di occuparsi dei fatti propri» (p. 526). Il capitolo finale tenta di suggerire un’alternativa: ma non ho mai letto niente di più fragile, inverosimile e di così grottescamente inadeguato. Rimpiangono romanticamente i «bei vecchi tempi» in cui nelle città e nei quartieri veniva assegnato a tutti un compito di valore e in cui sentimenti di autostima potevano nascere a ogni livello nella gerarchia del QI (in questo modo Forrest Gump potrebbe raccogliere stracci per le pesche di beneficenza parrocchiali, mentre il signor Murray e le altre persone intelligenti si occupano dei programmi e tengono i conti. Hanno dimenticato la comunità ebraica e gli abitanti dei quartieri bassi in molti di questi idilliaci villaggi?). Credo in un concetto di territorio misto e aperto a tutti, e lotterò per il suo ritorno. Sono cresciuto all’interno di quel mosaico che è il distretto di Queens, a New York, ma c’è qualcuno che può trovare soluzioni serie (invece di pomposi palliativi) ai nostri mali sociali? Se Herrnstein e Murray si sbagliassero nel considerare il QI come una cosa immutabile che si trova nella testa, e a classificare gli uomini in base a un’unica scala di capacità generali, lasciando un gran numero di incompetenti in stato di custodia all’estremità inferiore, allora il modello che genera la loro cupa visione crollerebbe, e la meravigliosa varietà delle capacità umane, adeguatamente educate, riemergerebbe. Dobbiamo combattere la dottrina di The Bell Curve sia perché è sbagliata, sia perché, se messa in pratica, precluderà ogni possibilità di una formazione appropriata per l’intelligenza di ciascuno. Naturalmente non possiamo essere tutti geni della scienza, o luminari chirurghi (per usare due sineddochi correnti per i più intelligenti fra gli intelligenti), e nemmeno quelli che hanno la stoffa per diventare musicisti rock o atleti professionisti (e guadagnare maggior prestigio sociale e, di conseguenza, un ottimo stipendio), mentre gli altri serviranno di sicuro a star lì e aspettare. Ho chiuso il VI capitolo di Intelligenza e pregiudizio sull’irrealtà della g e sull’errore di considerare l’intelligenza come una cosa singola e innata che si trova nella testa (anziché un approssimativo termine gergale che designa una meravigliosa varietà di abilità di gran lunga indipendenti) con una stupenda citazione di John Stuart Mill, da ripetere per sfatare il riciclaggio generazionale del determinismo biologico applicato all’origine genetica dell’intelligenza: C’è sempre stata una forte tendenza a credere che qualsiasi cosa riceva un nome debba essere un’entità o un essere, avendo di per sé un’esistenza indipendente. E se non poteva essere trovata un’entità reale in risposta al nome, gli uomini non supponevano per quella ragione che non esisteva niente, ma si immaginavano che essa fosse qualche cosa di particolarmente astruso e misterioso. È davvero strano permettere a un semplice numero, per di più falso, di dividerci, quando l’evoluzione ha unito tutti con la recente scoperta della nostra comune ascendenza. Siamo uniti pertanto da una comune umanità infinitamente varia, il cui

costume non potrà mai invecchiare. E pluribus unuum.

Fantasmi del passato delle curve a campana Non so se la maggior parte dei bianchi sa saltare oppure no (benché possa attestare, dopo lunga osservazione, che Larry Bird non salta; ma altro che se gioca a pallacanestro!). E non mi interessa molto, malgrado io ritenga che l’argomento rechi qualche rilevante e non marginale legittimazione a una formulazione alternativa a categorie così insignificanti dal punto di vista biologico come «bianchi e neri». Ma non riesco a dire una parola sulle differenze umane senza incappare in qualche variante di questo quesito. Credo che questa «versione sportiva» di discriminazione sia un surrogato accettabile di ciò che in realtà turba le persone di buona volontà (e di cattiva, sebbene per altre ragioni). I vecchi tempi di aperto razzismo non davano certo vita a queste delicatezze. Quando il nonno del moderno razzismo accademico, Joseph-Arthur, conte di Gobineau (1816-1882), pose una domanda analoga circa la natura delle presunte differenze innate e immutabili fra gruppi razziali, indirizzò la questione sulla buona strada. Il titolo del capitolo conclusivo del primo volume del suo lavoro più influente (Essai sur l’inégalité des races humains) è: «Caratteristiche morali e intellettuali delle tre grandi varietà». I nostri interessi si sono sempre incentrati sull’intelligenza e il comportamento, non sull’altezza dei salti o la predisposizione all’arresto cardiovascolare. E Gobineau non lascia dubbi sulla sua posizione: L’idea di una differenza permanente e innata nelle doti morali e mentali dei vari gruppi della specie umana è una delle più antiche e universalmente sostenute. Salvo rare eccezioni, riguardanti per lo più i giorni nostri, è stata alla base di quasi tutte le teorie politiche, ed è stata il massimo fondamento del governo di tutte le nazioni, piccole o grandi. I pregiudizi delle nazioni non hanno altre cause: ciascuna crede nella propria superiorità rispetto alle altre, e molto spesso parti differenti di una stessa nazione giudicano le altre con disprezzo. Gobineau fu senza dubbio il razzista accademico più autorevole dell’Ottocento. I suoi scritti influenzarono enormemente artisti e intellettuali come Wagner e Nietzsche, e ispirarono un movimento sociale noto come gobinismo. Grazie soprattutto al suo forte influsso sul fanatico inglese Houston Stewart Chamberlain, le idee di Gobineau servirono da fondamento alle teorie razziali sposate da Adolf Hitler. Gobineau, un aristocratico monarchico per tradizione, inframmezzò la sua attività di scrittore con una carriera diplomatica di successo per conto del governo francese. Firmò diversi romanzi e opere di saggistica storica (una storia dei persiani e del Rinascimento europeo, per esempio), ma divenne più famoso grazie alla sua opera in quattro volumi sull’ineguaglianza razziale, pubblicata fra il 1853 e

il 1855. L’idea di fondo di Gobineau può essere riassunta in breve. Il destino dei paesi civili è in gran parte determinato dalla composizione razziale: il declino o la caduta sono dovuti in genere alla diluizione di un ceppo puro avvenuta attraverso l’ibridazione. (Gobineau temeva che la contemporanea debolezza della Francia, a vantaggio soprattutto della Germania, potesse essere fatta «risalire alla grande varietà di elementi etnici incongrui di cui è costituita la popolazione», come scrisse il suo traduttore introducendo la prima edizione americana del 1865). Le razze bianche (in particolare il sottogruppo dominante ariano) potevano rimanere al comando, auspicava Gobineau, solo se fossero riuscite a rimanere relativamente prive di incroci con stirpi intellettualmente e moralmente inferiori, come quelle dei «gialli» o dei «neri» (Gobineau usava queste crude denominazioni per colore in relazione ai tre gruppi principali che aveva individuato). Nessuno dubiterebbe della forza politica di tali idee, e nessuno darebbe credito ad affermazioni secondo cui Gobineau avrebbe scritto nell’esclusivo interesse dell’astratta verità, senza la minima intenzione di perorare una causa. Tuttavia, non farà male sottolineare che la traduzione americana, pubblicata a Philadelphia nel 1856, e il caso di Dred Scott portato di fronte alla Corte suprema sull’orlo della Guerra civile, toccarono un tasto nevralgico in tempi molto rischiosi; infatti, la teoria specifica di Gobineau sulla purezza razziale e sul pericolo delle mescolanze andò subito a segno nella nostra nazione, caratterizzata da molteplici differenze razziali e da una dilagante discriminazione, che diedero luogo alla schiavitù dei neri e allo sterminio degli indiani. J.C. Nott di Mobile, il più attivo divulgatore americano di antropologia di stampo razzista, scrisse una lunga appendice alla traduzione (il suo testo, Types of Mankind, scritto con G.R. Gliddon nel 1854, divenne il bestseller americano contemporaneo su quell’argomento). Affinché a nessuno sfuggisse la rilevanza locale di questo trattato europeo, il traduttore scriveva, nella Prefazione: Lo scopo [dello studio delle differenze razziali] è di certo nobile, e il suo perseguimento non potrà che essere istruttivo per l’uomo di stato, lo storico, e nondimeno per il lettore comune. In questo paese è particolarmente interessante e importante, non solo perché il nostro immenso territorio è la dimora delle tre varietà meglio definite della specie umana – il bianco, il negro e l’indiano – alle quali la cospicua immigrazione di cinesi dalle coste pacifiche ne sta rapidamente aggiungendo una quarta, ma è anche il luogo in cui la fusione delle diverse nazionalità è attualmente più rapida e totale. Gobineau, tuttavia, aveva bisogno di prove evidenti per suffragare le sue affermazioni. (La mia precedente citazione da Gobineau afferma soltanto che molte persone credono nell’ineguaglianza innata, e non adduce alcuna prova dell’esattezza della comune convinzione.) Nell’ultimo capitolo del suo lavoro,

Gobineau abbozza pertanto un approccio che gli assicuri i dati necessari su cui fondare il suo razzismo. Comincia col dirci come non dobbiamo concepire l’argomento. Non dobbiamo, dice, mettere in evidenza le poche doti degli individui appartenenti alle «classi inferiori», perché una strategia del genere si ritorcerebbe contro di noi, assumendo i connotati di una ricerca egualitaria dei rari esemplari che ottengono buoni risultati all’interno di gruppi generalmente ottusi. Gobineau comincia il suo capitolo finale scrivendo (la citazione è lunga e raggelante, ma vale bene lo spazio che occupa, perché richiama alla memoria delle «certezze» di un passato non tanto distante): Nelle pagine precedenti ho cercato di dimostrare che […] i vari rami della famiglia umana sono distinti da permanenti e inestirpabili differenze sia mentali che fisiche. Sono ineguali quanto a capacità intellettuali, bellezza, e forza fisica […]. Nel giungere a questa conclusione, ho evitato completamente quel metodo a cui troppo spesso ricorrono gli etnologi – per colpa, ahimè, della scienza – e che è a dir poco ridicolo. La questione non è fondata sul valore morale e intellettuale dei singoli individui. Non aspetterò gli assertori dell’assoluta eguaglianza di tutte le razze per addurre come prova del mio assunto uno di quei passi dal diario di qualche navigatore o missionario, in cui si legge che un Gialuo è diventato un abile falegname, che un Ottentotto è arrivato a essere un eccellente domestico, che un Cafri suona benissimo il violino, o che un Bambara ha fatto notevolissimi progressi in aritmetica. Sono pronto ad ammettere – e ad ammettere senza prove – che fenomeni di questa sorta, per quanto sorprendenti, possano accadere ai più degradati dei selvaggi […]. Anzi, vado oltre i miei oppositori e non sono nemmeno disposto a dubitare che fra i capi dei più rozzi negri d’Africa si possa trovare un numero considerevole di menti attive e vivaci che sorpassano di gran lunga, quanto a fecondità di idee e risorse mentali, la media dei nostri contadini; e addirittura di qualche esponente della nostra middle class. (Il pregiudizio dilagante si trova nei dettagli inconsci. Notiamo come Gobineau, pur scrivendo con i suoi modi «generosi», non possa comunque concepire, per un sovrano africano, un livello intellettuale superiore a quello della contadinanza europea, o a quello della middle class di scarse capacità; e mai e poi mai, Dio ne scampi, a quello del peggiore rappresentante delle classi superiori!) Come può essere definito, allora, lo status razziale se le tesi sugli individui non hanno alcuna attendibilità? Gobineau afferma che si deve trovare una misura, possibilmente dotata della fondatezza della matematica, che rappresenti il valore medio delle proprietà dei gruppi: Una volta per tutte, tesi del genere [sugli individui] mi sembrano prive di un reale valore scientifico […]. Lasciamo perdere siffatte ingenuità e confrontiamo non gli individui, ma le masse […]. Questo difficile e delicato

compito non può essere compiuto fino a che la relativa posizione di ciascuna razza non sarà esattamente, e per così dire, matematicamente definita. Confesso che sono stato spinto a rileggere Gobineau dal trambusto che ha sollevato The Bell Curve di Charles Murray e del mio defunto collega Richard Herrnstein, perché mi ero accorto che avevano usato esattamente la stessa struttura argomentativa per ciò che riguarda gli individui e i gruppi, sebbene per un proposito un po’ diverso; e la differenza che li divideva, pur nell’analogia, mi pareva strana. Anche Herrnstein e Murray affermano che le differenze medie di intelligenza fra gruppi razziali sono reali e salienti (oltre che in gran parte innate ed effettivamente immutabili) e insistono sul fatto che tali disparità di gruppo non abbiano alcuna influenza sul giudizio degli individui. In questo modo, sperano di evitare l’accusa di razzismo e si assicurano la fama di sostenitori dei diritti umani; secondo la loro visione, infatti, nessun individuo nero dovrebbe essere svalutato perché il proprio gruppo è geneticamente meno intelligente di quello dei bianchi; dopo tutto, questo particolare individuo può essere uno dei rari membri brillanti di questa razza mediamente ottusa. (Devo dire che considero un’argomentazione del genere sia fasulla che ingenua – e non ce lo vedo proprio il signor Murray a peccare di ingenuità – data la realtà delle tendenze razziste in America in contrasto con la nostra idealistica speranza di arrivare a giudicare le persone dalle imprese e dalle qualità individuali, e non in base al gruppo di cui sono parte.) Gobineau voleva separare il giudizio individuale da quello sui gruppi, perché non voleva che la «realtà» delle differenze fra razze venisse offuscata dalle prestazioni atipiche di rari individui. Herrnstein e Murray fanno la stessa distinzione in un clima politico assai differente; enfatizzano la realtà dell’impresa individuale (invece del fastidioso scompiglio che getta) al fine di evitare (abbastanza lealmente) l’accusa di razzismo, mentre mantengono qualcosa di abbastanza simile alle differenze di intelligenza individuate da Gobineau affermandone l’inesorabilità. (Sia chiaro però che non voglio sporcare con epiteti ingiuriosi presi dal passato i nomi di Herrnstein e Murray. Non sto cercando di stabilire un legame indiretto con il Terzo Reich, e non possiamo nemmeno incolpare Gobineau per l’uso estremo che Hitler fece delle sue teorie passando attraverso Chamberlain. Ma mi intriga molto il fatto che le strutture delle idee possano essere così simili a distanza di secoli, anche se i pensatori di mentalità fondamentalmente simili enfatizzano parti differenti di un concetto a seconda del clima che varia nel tempo.) Gobineau, cercando un fondamento matematico per le differenze di intelligenza e moralità fra gruppi, si dedicò assiduamente alle crude e dirette misurazioni della scienza razzista dell’Ottocento; in particolare, si interessò della forma e della misurazione dei crani e di altre parti del corpo (poiché ancora non era stata sviluppata alcuna presunta valutazione «diretta» per mezzo di test mentali). Gobineau, per esempio, ascrisse il destino dei neri alla loro anatomia esteriore: Le razze scure sono le più basse nella scala. La forma del bacino ha un

carattere di animalismo che è impresso negli individui di questa razza prima della loro nascita, e sembra presagire il loro destino […]. La fronte dei negri, bassa e rientrante, sembra denotare la loro inferiorità nelle facoltà mentali. In più, in un modo davvero caratteristico di questa pseudoscienza, Gobineau riesce a girare ogni osservazione a favore dei suoi preconcetti sull’inferiorità dei neri. Persino le caratteristiche apparentemente positive sono rigirate a vantaggio dell’interpretazione razzista. A proposito del presunto stoicismo dei neri nel sopportare il dolore, per esempio, Gobineau cita la testimonianza di un medico: «Sopportano le operazioni chirurgiche molto meglio dei bianchi, e ciò che sarebbe causa di un dolore insopportabile per un bianco, lascerebbe indifferente un negro. Ho amputato le gambe a diversi negri che si tenevano ferma da soli la parte superiore dell’arto». Qualunque uomo bianco sarebbe stato elogiato per il coraggio, la forza e la dignità, invece Gobineau attribuisce questa presunta sopportazione del dolore da parte dei neri a «una codardia morale che cerca prontamente rifugio nella morte, o in una sorta di mostruosa impassibilità». Come la misurazione dei corpi rappresentava l’unico espediente, dal successo parziale (anche dal loro punto di vista) su cui fondare il razzismo scientifico nell’Ottocento, così la più sofisticata tecnologia dei test mentali – che misuravano l’oscuro contenuto, piuttosto dell’indiretta conformazione esterna – ha fornito le basi per la maggior parte delle argomentazioni sull’ineguaglianza umana nel nostro secolo. (Come ho spiegato con maggiori dettagli nel testo principale, non sono contrario ai test mentali in sé, e non considero certamente questa pratica intrinsecamente razzista o rivolta a sostenere l’immutabilità delle differenze umane; in realtà sono state intenzioni esattamente opposte, spesso, a indurre l’uso dei test: sono serviti anche a misurare i progressi che può fornire una buona educazione.) C’è una particolare filosofia dei test mentali, comunque, che include molte tesi sulle differenze intellettuali fra gruppi umani sorte nel nostro secolo. Questa filosofia, per di più, deriva direttamente dalle tecniche più crude di misurazione dei corpi su cui si fondava questa tesi nell’Ottocento. In questo senso, possiamo tracciare una linea continua da Gobineau alla moderna teoria ereditaria del QI. Pensavo che questa filosofia avesse perduto la sua influenza per le evidenti false credenze contenute nell’idea generale, unite alla mancanza di dati che convalidino le premesse essenziali. Ma Herrnstein e Murray, in The Bell Curve, hanno riportato in auge questa filosofia nella sua forma completa e originale; non ci resta allora che tornare alle fonti storiche di tale credenza erronea. La versione «gobinista» dei test mentali – usati per argomentare le differenze di intelligenza innate e immutabili fra gruppi umani – fa affidamento su quattro premesse conseguenti e correlate; ciascuna dev’essere vera singolarmente (e tutti i nessi devono al pari sussistere), altrimenti l’edificio crolla: 1. La meravigliosa serie, multiforme e multidimensionale, di attributi umani che chiamiamo comunemente «intelligenza» deve essere sostenuta da un singolo fattore sovrastante (o

circostante) di capacità intellettuale generale, chiamato g, cioè il fattore generale dell’intelligenza (vedi la mia critica a questa nozione e ai suoi fondamenti matematici nel VI capitolo del testo principale). 2. In ogni persona, la «quantità» di intelligenza generale dev’essere misurabile con un singolo numero (chiamato di solito «QI»); una classificazione generale delle persone secondo il QI può perciò stabilire una gerarchia di intelligenza; infine (per ciò che riguarda l’aspetto sociale della tesi), i risultati delle persone nella vita, e la loro classificazione sociale nelle gerarchie di valore e salute, devono essere strettamente correlate ai loro punteggi di QI. 3. Questo numero, da solo, dovrà misurare una qualità innata di origine genetica, fortemente ereditaria lungo le generazioni. 4. Il punteggio di QI di una persona dev’essere stabile e permanente, soggetto a piccoli mutamenti (e solo temporanei e minimi aggiustamenti) per mezzo di programmi di intervento sociali e educativi. In altri termini, per caratterizzare ognuna delle quattro tesi in poche parole, l’intelligenza umana dev’essere rappresentabile (come singolo numero), classificabile, fortemente ereditaria, ed effettivamente immutabile. Se uno solo di questi assunti viene meno, l’intera tesi e le connesse implicazioni politiche crollano. Per esempio: se solo la quarta premessa, quella dell’immutabilità, risultasse falsa, allora i programmi sociali mirati a importanti provvedimenti educativi potrebbero sopperire in modo definitivo e sostanziale a un deficit di QI immutabile e in larga misura ereditato, esattamente come un paio di occhiali potrebbe correggere un difetto di vista congenito ed ereditario. (La falsa equazione fra «ereditario» e «permanente» o «immutabile» ha dato luogo a un equivoco cardinale e duraturo in questo dibattito.) In questo saggio, non posso presentare una critica completa di The Bell Curve (per maggiori dettagli si veda il saggio precedente). Vorrei soltanto accennare ad alcune radici storiche ed esporre una sorprendente ironia. La tesi di The Bell Curve sull’intelligenza media dei gruppi razziali non è diversa dalla versione fondamentale di Gobineau, né più semplice da sostenere. La differenza più sostanziale sta nel metodo più raffinato: dalla misurazione dei corpi alla misurazione del contenuto delle teste nella misurazione dell’intelligenza. Ma la teoria del QI si fonda su assunti (le quattro affermazioni riportate sopra) tanto intollerabili quanto quelli che sostengono le vecchie gerarchie delle misure dei crani proposte dai teorici dell’Ottocento. Alla luce di questo, possiamo cogliere un importante concetto rivisitando la filosofia e l’intenzione dell’uomo che inventò il moderno metodo dei testi mentali, all’inizio del nostro secolo: lo psicologo francese Alfred Binet (che in seguito divenne eponimo del test, quando il professore di Stanford, Lewis M. Terman, importò il suo sistema in America, ne sviluppò una versione locale, e lo chiamò il test di QI Stanford-Binet). Dimostrerò che le intenzioni di Binet contraddicevano completamente la versione innatista, perché lo psicologo credeva fermamente nei risultati ottenibili dall’educazione e respingeva esplicitamente ogni lettura ereditarista dei suoi

risultati. Ironicamente, la teoria ereditaria del QI (l’innesto del metodo di Binet nella tesi di Gobineau) nacque in America, terra di libertà e di giustizia per tutti (ma nel corso del nostro periodo più sciovinista, durante e subito dopo la Prima guerra mondiale). L’intenzione originaria di Binet, di per sé, non prova che avesse ragione e gli ereditaristi torto (dopo tutto, una teoria fondata sulle intenzioni originarie funziona ancor meno nella scienza che nel diritto costituzionale!). Eppure lo psicologo francese ha ragione, perché le sue tesi continuano a essere valide, mentre la distorsione della sua grande e nobile impresa deve essere considerata come una delle maggiori tragedie della scienza del XX secolo. Nel 1904, Binet fu incaricato dal ministro della Pubblica istruzione francese di inventare un metodo per identificare i bambini della scuola primaria le cui difficoltà nello stare al passo con le classi normali rendevano necessario un aiuto sottoforma di istruzione speciale. (Nella scuola pubblica francese, le classi tendevano a essere numerose e i programmi inflessibili; gli insegnanti avevano pochissimo tempo da dedicare ai singoli studenti che avevano particolari problemi.) Binet optò per un approccio puramente pratico. Inventò un test basato su una mescolanza di diversi compiti da svolgere, relativi a problemi di vita quotidiana (contare gli spiccioli, per esempio) e riguardanti i presunti procedimenti razionali fondamentali (logica, disposizione, correzione), invece che facoltà chiaramente apprese come la lettura. Mescolando insieme un numero sufficiente di test relativi ad attributi differenti, Binet sperava di ricavare in un solo numero il potenziale generale di un bambino. Binet sottolineò l’approssimativa ed empirica natura del suo test con un detto: «Non importa tanto quali siano i test, quanto che siano numerosi». Binet negò esplicitamente che la sua invenzione – chiamata quoziente d’intelligenza (QI) solo più tardi, quando lo psicologo tedesco W. Stern segnò i risultati dividendo l’«età mentale» (così come accertata sulla base del test) per l’età cronologica – potesse misurare una proprietà biologica interna degna del nome di «intelligenza generale». Prima di tutto lo psicologo francese credeva che la complessa e multiforme proprietà chiamata intelligenza non potesse essere colta, in linea di principio, da un solo numero in grado di classificare i bambini in una gerarchia generale. Scrisse nel 1905: Parlando propriamente, la scala non permette una misurazione dell’intelligenza, perché le qualità intellettuali non sono sovrapponibili, e quindi non possono essere misurate come può essere misurata una superficie lineare. Per di più, Binet temeva che se gli insegnanti avessero letto il valore del QI come una qualità congenita e inflessibile, invece che (come intendeva lui) un’indicazione per identificare gli scolari bisognosi di aiuto, avrebbero usato i punteggi come una cinica scusa per escludere, anziché aiutare, gli scolari difficili. A proposito di siffatti insegnanti, lo psicologo francese scrisse: «Sembra che ragionino nel modo seguente: “Ecco un’ottima opportunità di liberarci dei bambini che ci pongono

problemi”, e senza un vero spirito critico designano coloro che sono risultati indisciplinati o disinteressati alla scuola». Binet temeva anche la pericolosa distorsione da sempre etichettata come «profezia che si autorealizza», quella cioè dell’effetto Pigmalione: se si dice agli insegnanti che uno scolaro è per natura ineducabile, sulla base di un punteggio di QI male interpretato, essi lo tratteranno da incapace: perciò, ad alimentare il suo scarso rendimento sarà la loro educazione inadeguata, più che l’intrinseca scarsa attitudine dello scolaro. Citando poi il caso che tormentava la Francia in quegli anni, Binet scrisse: Quando esistono dei preconcetti, è veramente facile scoprire dei segni di regressione nell’individuo. Ciò significa operare come quei grafologi che, quando Dreyfus fu creduto colpevole, trovarono nella sua scrittura segni che egli era un traditore o una spia. L’inventore si accorse che il migliore utilizzo di questo test consisteva nell’identificazione di forme lievi di ritardo mentale o di incapacità di apprendimento. Binet, tuttavia, respinse fermamente l’idea che il suo test potesse individuare le cause dei problemi educativi relativi a tali difficoltà serie e specifiche, e ancor meno che potesse individuare le loro potenziali origini nell’ereditarietà biologica. Il suo scopo era soltanto quello di identificare i bambini con bisogni particolari, in modo da fornire loro un aiuto: Nostro scopo è quello di essere in grado di misurare la capacità intellettiva di un bambino che ci è stato portato per sapere se è normale o ritardato. […] trascureremo la sua eziologia, e non faremo nessun tentativo per distinguere fra [ritardo mentale] congenito e acquisito. […] non tenteremo di stabilire o formulare una prognosi, e lasceremo senza risposta la questione se questo ritardo sia curabile o anche solo riducibile. Ci limiteremo ad accettare la verità riguardo al suo attuale stato mentale. Binet invalidò qualsiasi affermazione che rivendicasse come biologicamente congeniti questi limiti, perché sapeva che un’interpretazione innatista (in ogni caso non autorizzata dai punteggi del test) avrebbe distorto in maniera perversa il suo proposito di aiutare i bambini con problemi di apprendimento. Binet rimproverò gli insegnanti che adducevano un giudizio di irrimediabile stupidità come scusa per evitare lo sforzo particolare che gli scolari difficili richiedevano: «Non hanno simpatia né rispetto [per questi scolari] e il loro linguaggio incontrollato li spinge a dire, in loro presenza, cose come: “Questo è un bambino che non combinerà mai niente […] non è affatto intelligente”. Quante volte ho sentito queste parole imprudenti». In un passaggio eloquente, Binet sfogò poi la sua rabbia contro gli insegnati che sostenevano che uno scolaro non avrebbe «mai» potuto avere successo a causa dell’inferiorità biologica: Mai! Che parola imponente. Alcuni recenti pensatori sembrano aver dato il

loro sostegno morale a questi deplorevoli verdetti affermando che l’intelligenza di un individuo è una quantità fissa, una quantità che non può essere aumentata. Dobbiamo protestare e reagire contro questo brutale pessimismo; dobbiamo cercare di dimostrare che è fondato sul nulla. Alla fine Binet si compiacque del successo degli insegnanti che avevano usato i suoi test per identificare gli studenti in difficoltà e fornire loro l’aiuto necessario. Promosse i programmi di recupero e insistette nell’affermare che i progressi ottenuti con questo metodo dovevano essere letti come un vero e proprio incremento dell’intelligenza. L’unico modo in cui l’intelligenza ci è accessibile è in questo senso pratico, per cui possiamo dire che l’intelligenza di questi bambini è stata aumentata. Abbiamo aumentato ciò che costituisce l’intelligenza dell’alunno: la capacità d’apprendere e d’assimilare l’istruzione. Tragico e ironico! Se i test del QI fossero stati usati in modo coerente come Binet li intendeva, i loro risultati sarebbero stati del tutto benefici (in questo senso, come ho dichiarato, non mi oppongo al principio dei test mentali, ma soltanto a certe versioni e a certe filosofie che vi sono sottese). Ma il taglio innatista e le relative affermazioni di impossibilità di miglioramento che Binet aveva previsto e condannato divennero l’interpretazione dominante: le intenzioni dell’inventore vennero così capovolte. E questo capovolgimento – il fondamento della teoria ereditaria del QI – avvenne in America, non nell’elitaria Europa. I maggiori importatori del metodo di Binet promossero la versione biodeterminista che lo psicologo francese stesso aveva rifiutato; e le conseguenze, con le loro false premesse, continuano a farsi sentire anche ai giorni nostri, come nel caso di The Bell Curve. Consideriamo i due primi ed eminenti promotori della scala di Binet in America. Lo psicologo H.H. Goddard, che tradusse gli articoli di Binet in inglese e si mobilitò per l’uso generale dei test, adottando sia la spietata visione ereditarista, sia la tesi dell’intelligenza come singola entità: Espressa nella sua forma più chiara, la nostra tesi è che il principale elemento determinante della condotta umana è un processo mentale unitario che definiamo intelligenza; che questo processo è condizionato da un meccanismo nervoso innato; che il grado di efficienza che viene raggiunto da quel meccanismo nervoso e il conseguente grado di livello intellettuale o mentale è determinato dal tipo di cromosomi che provengono dall’unione delle cellule germinali; che il processo mentale è tuttavia poco incline a ogni influenza successiva eccetto incidenti tanto seri da poter distruggere parte del meccanismo. Lewis M. Terman, che codificò il QI per gli Stati Uniti come test Stanford-Binet, era

dello stesso avviso, in particolare per ciò che riguardava l’intelligenza come entità unitaria: «La capacità intellettuale è forse un conto in banca a cui possiamo attingere per qualsiasi bisogno, o è piuttosto un fascio di tratte distinte, ciascuna delle quali spiccata per una causale precisa e inconvertibile?». Terman optò per il conto in banca generale. Dichiarò inoltre la sua convinzione ereditarista: «Lo studio ha rafforzato la mia impressione che sia molto più importante il talento naturale della formazione, per determinare una classificazione intellettuale degli individui fra loro». Ma Binet aveva fornito tutti gli argomenti necessari da addurre in opposizione a queste tesi, e le sue parole, anche oggi, possono servire da manuale alla confutazione su basi scientifiche ed etiche di The Bell Curve di Herrnstein e Murray, il retaggio vivente del contributo specifico dell’America ai test mentali: l’interpretazione ereditaria. L’intelligenza, parola di Binet, non può essere rappresentata da un singolo numero. Il QI è uno stratagemma che si presta per identificare i bambini che hanno bisogno di aiuto, non un dettame biologico inevitabile. Tale aiuto dev’essere effettivo, perché la mente umana, dopo tutto, è flessibile. Non siamo tutti uguali nelle inclinazioni naturali, e non veniamo al mondo come lavagnette bianche, ma a molte deficienze si può rimediare in maniera considerevole: il disgustoso effetto del determinismo biologico definisce la terribile tragedia di cui è responsabile, poiché se ci arrendiamo (accettando la dottrina che considera i limiti innati e immutabili), malgrado la possibilità di un aiuto, commettiamo il terribile errore di incatenare lo spirito umano. Perché dovremmo seguire il modello fallace e dicotomico di contrapposizione fra una natura biologica innata e presunta immutabile, e la flessibilità della formazione? Oppure fra la natura e la cultura nella usitata coppia di parole che rappresenta questa falsa opposizione nel pensiero corrente? La biologia non è un destino inevitabile; l’educazione non è un’arma contro i limiti biologici. Viceversa, la nostra vasta capacità di miglioramento attraverso l’educazione testimonia una straordinaria capacità congenita concessa, fra tutte le specie animali, solo all’uomo. Sono stato sia rincuorato sia addolorato da un servizio uscito su Newsweek (24 ottobre 1994) riguardo a una scuola superiore del Bronx che si era impegnata ad accrescere le aspettative per il futuro degli scolari svantaggiati. Sul giornale si legge: Questi trecento studenti neri e latini offrono la base su cui fondare una risposta per le rime a The Bell Curve. Richard Herrnstein e Charles Murray sostengono che il QI è in gran parte congenito e che un basso QI significa scarso successo nella vita sociale. Perciò, sostengono, né una buona scuola, né un ambiente più sano possono fare gran che per mutare il destino di una persona. Viceversa, alla Hostos, i punteggi totalizzati nella prova di lettura sono raddoppiati nel giro di due anni. Bassa è la percentuale degli abbandoni, e alta quella della frequenza. Circa il 70 per cento delle classi del 1989 si è diplomato nei tempi stabiliti, il doppio della

media cittadina. Splendide notizie, e un buon incoraggiamento alla messa in pratica delle vere intenzioni di Binet. Ma devo muovere una critica al titolo di questo servizio: «A dispetto di Darwin», e alla dichiarazione iniziale: «Oggi, nella 149esima Strada all’angolo con il Grand Concours, una scuola superiore pubblica per ragazzi a rischio sfida Darwin grazie a un impegno quotidiano». Perché Darwin è considerato il nemico e l’ostacolo? Forse Newsweek intende solo il significato metaforico di darwinismo (il che è comunque un grave malinteso), inteso come lotta in un mondo difficile che vede, alla fine, la maggior parte dei combattenti eliminati. Ma io credo che i redattori di Newsweek abbiano usato «Darwin» in luogo di un senso ristretto della parola «biologia», intendendo dire che questa scuola ha respinto l’idea dell’esistenza di limiti genetici fissati. La biologia non è nemica della flessibilità umana, ma ne è fonte e potenziamento (mentre il determinismo genetico rappresenta una falsa teoria della biologia). Il darwinismo non afferma l’esistenza di differenze fisse, ma rappresenta la teoria centrale di una disciplina – la biologia evoluzionistica – che ha scoperto le origini dell’unità umana nelle minime differenze genetiche fra le nostre razze e nel passato geologico della nostra comune origine.

Tre secoli di idee sulla razza e il razzismo

Antichi inganni del pensiero e dell’olfatto Rabbrividiamo al pensiero di ripetere le colpe originali della nostra specie. Lo zio di Amleto piange il suo atto fratricida ricordando Caino che uccise Abele così: Oh, è putrido il mio delitto! Appesta anche il cielo! E porta il segno dell’antica e originaria maledizione: L’assassinio d’un fratello! Tali metafore che coinvolgono il cattivo odore sono d’effetto soprattutto perché il senso dell’olfatto è molto radicato nella nostra struttura evolutiva; tuttavia rimane (forse per questo) molto sottovalutato e spesso taciuto nella nostra cultura. Uno scrittore inglese del Seicento, successivo a Shakespeare, riconobbe questa forza e invitò i suoi lettori a non fare uso di metafore olfattive, sostenendo che le persone comuni le avrebbero prese alla lettera: L’espressione metaforica spesso passava al suo senso letterale; ma in maniera impropria […] È pericoloso usare espressioni metaforiche sulle persone; e che assurde idee danno a bere se prese nel loro senso letterale. Questa citazione proviene da un capitolo dell’opera di Sir Thomas Browne del 1646: Pseudodoxia Epidemica: or, Enquiries into Very Many Received Tenents [sic], and Commonly Presumed Truths (Pseudodoxia Epidemica, ovvero Indagini su moltissimi dogmi acquisiti e verità comunemente accettate). Browne, un medico di Norwich, è meglio conosciuto per la sua meravigliosa e tuttora diffusa opera del 1642, intitolata Religio Medici, un eccentrico trattato in parte autobiografico e in parte filosofico. La Pseudodoxia Epidemica (il titolo latino significa «pletora di false credenze») è la progenitrice di uno dei generi più nobili e ancora tenacemente seguiti: la denuncia degli errori correnti e dell’ignoranza popolare e, in particolare, delle false credenze più soggette a provocare guasti sociali. Ho citato l’affermazione di Browne da un particolare capitolo (scelto fra più di un

centinaio), che farebbe di sicuro venire i brividi ai lettori moderni, in cui l’autore sfata la comune opinione secondo la quale «gli ebrei puzzano». Sebbene quasi filosemita, per gli standard del suo secolo, Browne non era completamente libero dai pregiudizi contro gli ebrei. Attribuì l’origine della diceria sull’odore cattivo degli ebrei – come è spiegato nella prossima citazione – a una lettura erroneamente letterale di una metafora legittimamente applicata (o così pensava) ai discendenti del popolo che aveva invocato la crocifissione di Gesù. Scrisse Browne: «Il terreno che generò e propagò questa affermazione potrebbe essere la fastidiosa avversione del cristiano nei confronti dell’ebreo, sulla base del fatto infamante che fece di loro una razza abominevole e fetida alle narici di tutti gli uomini». (Gli apostoli della politically correctness dovrebbero meditare bene sul senso non onnicomprensivo dato da Browne a «tutti gli uomini» in questo contesto.) Come base razionale per sfatare un compendio di errori comuni, Browne adduce giustamente questa falsa credenza derivata da teorie erronee sulla natura che agiscono perciò da ostacolo attivo alla conoscenza, oltre a essere ridicoli segni di primitività: «Per acquisire un chiaro e legittimo livello di verità, dobbiamo scordarci e sbarazzarci di gran parte delle nostre conoscenze». In più, nota Browne, la verità è assai difficile da accertare, mentre l’ignoranza è assai più comune della precisione. Scrivendo in pieno Seicento, Browne usa l’«America» come metafora di un territorio di inesplorata ignoranza; a suo avviso l’errore dell’Occidente è di non essersi servito di buoni strumenti razionali come guida attraverso questa terra incognita: «Non troviamo alcuna uscita […] in questo labirinto; ma sovente siamo lieti di errare per l’America e per i territori inesplorati della verità». La Pseudodoxia Epidemica, la peregrinazione di Browne nel labirinto dell’ignoranza umana, comprende centotredici capitoli raccolti in sette libri suddivisi per argomenti generali: i corpi minerali e vegetali, gli animali, gli uomini, i racconti biblici e i miti storici e geografici. Browne sfata un buon assortimento di opinioni generali, incluse le affermazioni secondo cui gli elefanti non hanno articolazioni, le gambe del tasso sono più corte da una parte che dall’altra, e le ostriche possono digerire il ferro. Come esempio del suo modo di argomentare, consideriamo il III libro, IV capitolo: «Che il castoro per fuggire il cacciatore si stacchi con un morso i testicoli», una tattica estrema che, secondo la leggenda, distrae l’inseguitore e allo stesso tempo lo convince ad accontentarsi di un pasto più scarso rispetto al corpo intero. Browne etichetta questa credenza come «un principio molto antico; e ha avuto perciò maggiore diffusione […]. Anche gli egizi ci cascarono. Nel sistema dei geroglifici esprimevano la punizione per l’adulterio con il disegno del castoro che si privava dei testicoli, la pena, presso di loro, per tale incontinenza». Browne si gloriava di usare un misto di ragione e osservazione per compiere il suo ridimensionamento. Comincia cercando di identificare la fonte dell’errore, che in questo caso è duplice: proviene da una falsa illazione etimologica nata dal nome castoro, che non ha nulla a che vedere con la radice di castrazione (come la leggenda aveva presunto), ma che deriva, in ultima istanza, da una parola sanscrita

che significa «muschio»; ed è connesso anche con la posizione interna, e perciò quasi invisibile, dei testicoli del castoro vista come conseguenza di una mutilazione spontanea. Adduce poi l’evidenza di fatto dell’integrità dei maschi, e la ragione secondo cui un castoro non potrebbe nemmeno arrivare ai propri testicoli, se volesse staccarli con un morso (e così, usando il cervello, la fonte dell’invalsa credenza erronea – l’invisibilità esterna dei testicoli – diventa la prova della falsità). I testicoli propriamente detti sono di dimensioni inferiori, e si trovano all’interno del lombo: non sarebbe stata solo un’impresa inutile, ma anche un’azione impossibile, quella di rendere eunuchi, ossia castrare, se stessi: e poteva essere una rischiosa pratica artistica, se tentata da altri. Nel secondo capitolo del VII libro viene sfatata la leggenda secondo cui «l’uomo ha una costola in meno della donna», «un’opinione comune derivata dalla storia della Genesi, in cui sta scritto che Eva venne forgiata da una costola di Adamo». (Mi dispiace constatare che questa assurdità strappa ancora qualche consenso. Ho partecipato di recente a una trasmissione della TV nazionale per gli studenti delle scuole superiori, alla quale il pubblico interveniva con telefonate in diretta; una giovane donna, una creazionista, citava questo «fatto ben noto» come prova dell’infallibilità della Bibbia e della falsità dell’evoluzione.) Browne procede ancora con un mix di logica e di osservazione, affermando: «ciò non s’accorderà con la ragione e con la verifica». Un semplice computo delle ossa (Browne era medico per formazione) prova l’eguaglianza del numero per i due sessi. Il buon senso, inoltre, non fornisce alcuna argomentazione per affermare che la sola amputazione di Adamo venisse trasmessa ai successivi membri del suo sesso: Ammesso pure che ci volesse una costola dallo scheletro di Adamo, sarebbe tuttavia incompatibile con il buon senso e con l’osservazione comune che i suoi posteri riportassero lo stesso difetto. È evidente infatti che le mutilazioni non vengono trasmesse di padre in figlio: il cieco dà alla luce un figlio che vede; uomini con un solo occhio, bambini con due; storpi mutilati in tutto il corpo risultano perfetti nelle loro generazioni. Il X capitolo del IV libro – «Che gli ebrei puzzano» – è uno dei più lunghi, e ha un’importanza particolare per il dottor Browne. Le sue tesi sono più elaborate, ma seguono la stessa procedura usata per dissipare credenze meno dannose: procede sempre citando dati di fatto che contraddicono la credenza, uniti al generale supporto della logica e della ragione. Browne esordisce con la dichiarazione della fallacia: «Che gli ebrei puzzano per natura, cioè che la loro razza e la loro nazione abbiano un cattivo odore, è opinione invalsa». Browne poi ammette che le specie possono avere odori diversi, e che certi individui sicuramente puzzano: «Aristotele dice che nessun animale ha un buon odore eccetto il leopardo. Riconosciamo che oltre all’odore delle specie, possono esserci quelli individuali, e ogni essere umano ha un proprio e peculiare odore; il

quale, sebbene non sia percepibile dall’uomo, che possiede questo senso in deboli proporzioni, è tuttavia distinguibile dai cani, che riescono così a riconoscere il proprio padrone al buio». In linea di principio, perciò, gruppi umani distinti possono avere diversi odori, ma il buon senso e l’osservazione non permettono una simile attribuzione agli ebrei come gruppo: «Che l’odore sgradevole degli ebrei sia gentilizio o nazionale, beninteso, non lo possiamo ammettere, né le informazioni venute dalla ragione o dai sensi porteranno a questo». Per quanto riguarda i fatti, l’esperienza diretta non ha fornito alcuna prova che avvalori questa dannosa credenza: «Questo odore ripugnante non è in alcun modo riscontrabile nelle sinagoghe, dove gli ebrei sono presenti in massa e difficilmente riuscirebbero a nasconderlo: e parimenti non è rinvenibile nei rapporti di lavoro o nelle conversazioni con queste persone, che possiedono vesti pulite e dimore decorose». Il «caso-prova» degli ebrei convertiti al cristianesimo avvalora l’ipotesi, perché nemmeno il peggior bigotto accusa queste persone di maleodorare: «Agli ebrei convertiti, appartenenti alla stessa stirpe, nessuno imputa un odore sgradevole; quasi profumati dalla conversione, perdettero, con la religione, il loro odore, e da allora non puzzarono più». Se una persona ebrea di lignaggio potesse essere distinta dall’odore, l’Inquisizione avrebbe usufruito del grande beneficio fornito da una guida infallibile nell’identificare i falsi convertiti: «Ci sono, oggidì, diverse migliaia di ebrei in Spagna […] perfino diversi dispensati arrivati pure al grado di sacerdozio, e potrebbero essere scoperti col fiuto, con molto più vantaggio, non solo della Chiesa di Cristo, ma anche degli scrigni dei principi». Passando dal buon senso alle argomentazioni, i cattivi odori possono sorgere fra gruppi di persone dalle malsane abitudini alimentari o igieniche. Ma la dieta degli ebrei garantisce moderazione e buon senso, mentre le abitudini nel bere sono all’insegna della temperanza: «Raramente trasgressivi in quanto a ubriachezza o eccesso nel bere, non peccano di golosità o per incontinenza da cibo; da cui derivano l’indigestione e le malsane esalazioni, e di conseguenza la putrescenza degli umori». Se non si riesce a trovare alcuna ragione nelle abitudini di vita degli ebrei, l’unico fondamento logico plausibile per un fastidioso odore razziale si troverebbe in una «maledizione divina mandata su di loro da Cristo […] come emblema o stigma della generazione che ha crocifisso il loro Salvatore». Ma Browne respinge ancor più energicamente questa proposta in quanto «idea presunta senza alcuna fondatezza; e un modo facile di liquidare il problema in corrispondenza di uno dei suoi punti oscuri». L’invocazione di una forza miracolosa, quando non può essere avanzata alcuna spiegazione naturale, è la via di fuga dei codardi e dei pigri. (Browne non rifiuta il possibile intervento del Cielo in occasione di eventi grandiosi quali il diluvio universale, o la divisione delle acque del Mar Rosso, ma fare affidamento sui miracoli per ciò che concerne piccoli eventi, come il presunto odore razziale di persone slealmente stigmatizzate, svuota di ogni significato la magnificenza divina. Browne allora accosta l’analoga stupida leggenda secondo cui in Irlanda non ci sono

serpenti perché san Patrizio li cacciò via con il suo bastone. Spiegazioni improprie come questa, addotte per una miriade di fatti straordinari di minore importanza, soffocano le discussioni sulla natura dei fenomeni e il meccanismo delle cause vere e proprie.) Ma Browne prosegue poi la sua argomentazione contro l’idea secondo cui «gli ebrei puzzano» con una tesi razionale ancor più convincente. L’intero argomento, afferma, non ha alcun senso perché la categoria in questione – gli ebrei – non rappresenta il tipo di entità che possa recare caratteristiche quali un odore nazionale distintivo. Fra i peggiori errori della ragione umana, tali «errori di categoria» sono particolarmente diffusi nell’identificazione dei gruppi e nella definizione delle loro caratteristiche: sono problemi che riguardano in particolare i tassonomi come me. Il testo di Browne è in gran parte arcaico, e perciò di un fascino tutto particolare, come fosse una sorta di fossile concettuale. Ma la sua lotta contro gli errori di categoria, nel corso della demistificazione della diceria secondo cui «gli ebrei puzzano», introduce una patina di modernità, e suscita un diverso tipo di interesse da rivolgere alle tesi della Pseudodoxia Epidemica. Browne comincia rilevando che i tratti individuali non possono automaticamente essere estesi a proprietà dei gruppi. Non dubitiamo che gli individui abbiano odori distinti, ma i gruppi potrebbero abbracciare l’intera gamma delle differenze individuali, e perciò non riuscire a mantenere alcuna identità particolare. Quale tipo di gruppo, allora, potrebbe candidarsi a rappresentare queste proprietà distintive? Browne asserisce che un tale gruppo dovrebbe essere rigidamente definito o da stretti criteri di genealogia (in modo che i membri possano condividere caratteristiche ereditate da un’unica discendenza), oppure da usi comuni e modelli di vita non condivisi da altri (ma Browne aveva già dimostrato che lo stile di vita degli ebrei, votato alla moderazione e all’igiene, smentisce ogni pretesa di attribuire loro un odore nazionale sgradevole). Browne ribadisce poi il concetto affermando che gli ebrei non rappresentano un gruppo genealogico in senso stretto. Gli ebrei si sono dispersi per il mondo, vituperati e disprezzati, espulsi ed esclusi. Molti sottogruppi si sono perduti per assimilazione, altri si sono diluiti a causa di matrimoni misti. Quasi tutte le nazioni, infatti, sono fortemente miste e perciò non rappresentano gruppi distinti con una netta definizione genealogica; e questa tendenza comune ha assunto proporzioni assai maggiori nel popolo ebraico. Gli ebrei non sono un gruppo geneticamente distinto, e per questo non possono avere caratteristiche proprie quali l’odore nazionale: Non si troverà facilmente una prova certa che attribuisca una proprietà materiale o di temperamento a qualche nazione; […] e sarà ancor più difficile trovare questa affezione tra gli ebrei; la cui razza, sebbene pretendesse di essere pura, deve aver subìto commistioni non più distinguibili con nazioni di ogni sorta […]. Essendo perciò assodato che

certi [ebrei] si sono perduti, evidente che altri si sono mescolati, e incerto che ve ne siano di distinti, sarà difficile attribuire questa caratteristica [un odore nazionale] agli ebrei. In tanti anni di riflessione sulle teorie fallaci del determinismo biologico, e constatando la loro straordinaria persistenza e tendenza a riemergere dopo presunte estirpazioni, sono stato colpito da una caratteristica che io chiamo «surrogazione». Tesi specifiche sollevano un’accusa ben precisa contro un particolare gruppo – gli ebrei puzzano, gli irlandesi bevono, alle donne piace il visone, gli africani non sanno pensare – ma ogni affermazione specifica fa da surrogato a tutte le altre. La forma generale della tesi è sempre la stessa, e sempre permeata dagli stessi errori nei secoli. La tesi secondo cui le donne, per loro natura biologica, non possono riuscire come capi di stato, nasconde a ben guardare la stessa struttura di erronea deduzione che sottostà all’affermazione secondo cui gli afroamericani non saranno mai presenti in alta percentuale nei gruppi di candidati ai dottorati di ricerca. Così, la vecchia confutazione di Browne del mito secondo cui «gli ebrei puzzano» continua a fare al caso nostro, per questa disputa moderna, dato che la forma della sua tesi è valida per l’attuale e corrente svilimento di gruppi di persone, basato su difetti di intelligenza o vedute morali che si presumono congeniti e inalterabili. Per fortuna (dato che appartengo al gruppo), gli ebrei, di questi tempi, non suscitano molto fervore (sebbene non abbia bisogno di rievocare i brucianti avvenimenti che hanno colpito la generazione dei miei genitori per ricordare a ciascuno che l’accettazione attuale non dovrebbe generare alcun compiacimento). La credenza, oggi tornata di moda, ha riportato alla memoria un altro capitolo venerabile di questa forma generale di infamia: la versione esposta in The Bell Curve dell’affermazione secondo cui le popolazioni d’origine africana hanno, in media, un’intelligenza congenita inferiore a tutte le altre. Seguendo il metodo di Browne, quest’affermazione può essere sfatata basandosi allo stesso tempo su dati di fatto e su argomentazioni logiche. Non ripeterò in questa sede l’esercizio per intero, per evitare che questo saggio diventi a sua volta un libro (si veda il capitolo precedente). Ma vorrei sottolineare che il punto cruciale dell’argomentazione con cui Browne confuta la diceria sugli ebrei – la sua spiegazione degli errori di categoria compiuti nel definire gli ebrei come gruppo biologico – serve anche a sfatare la leggenda moderna dell’inferiorità intellettuale dei neri, dalla versione di Jensen e Shockley negli anni Sessanta, fino a quella di Murray e Herrnstein oggi. La popolazione afroamericana degli Stati Uniti, oggi, non costituisce un’unità genealogica; allo stesso modo gli ebrei di Browne sono privi di una definizione complessiva su basi genetiche. Ecco un retaggio della nostra turpe storia di razzismo: nessun afroamericano con un’evidente componente di origini africane appartiene alla categoria dei «neri», sebbene molte persone così designate presentino comunque una notevole e spesso maggioritaria presenza di bianchi fra i

propri antenati. (Una vecchia domanda trabocchetto per patiti di baseball dice: «Quale giocatore italoamericano ha totalizzato più di quaranta punti per i Brooklyn Dodgers nel 1953?». La risposta è: «Roy Campanella» che aveva padre italiano bianco e madre nera, ma che, secondo le nostre convenzioni sociali, è sempre stato identificato come nero.) (Come nota in calce al tema delle tesi surrogate degli stessi errori di categoria commessi nei confronti dei neri e degli ebrei spesso assumono la medesima forma di biasimo nei confronti della vittima. Browne, per quanto generalmente e piacevolmente libero da pregiudizi antisemiti, cita una tesi particolarmente ripugnante per spiegare le alte percentuali di incroci fra ebrei e cristiani: la presunta lascivia delle donne ebree e il loro debole per i maschi biondi cristiani a scapito dei bruni e poco attraenti ebrei. Browne scrive: «Né sono infrequenti le fornicazioni fra di loro [donne ebree e uomini cristiani]; è opinione generale, in materia di seduzione, che le loro donne desiderino copulare con loro piuttosto che con i consimili, e che prediligano di gran lunga la carnalità cristiana agli organi sessuali circoncisi». Gli americani razzisti adducevano spesso la stessa ragione, durante il periodo della schiavitù: ma in questo caso si aggiunge un’aggravante particolare, perché la tesi serviva a legittimare gli stupratori, che riversavano la colpa su chi in realtà era vittima impotente. Per esempio, Louis Agassiz scrisse nel 1863: «Appena i desideri sessuali dell’uomo del Sud si svegliano, trovano facile gratificazione nella disponibilità delle serve di colore [sangue misto] […]. Così smorza i suoi istinti migliori in quella direzione, e finisce poi per cercare partner sempre più saporite, come ho sentito definire le nere più scure da brutali giovanotti».) Non possiamo, naturalmente, attribuire ai «neri» nulla di congenito per eredità, dal momento che le persone così catalogate non costituiscono un gruppo genealogico distinto. Ma l’errore di categoria va molto, molto più in là della diluizione in seguito alla vasta mescolanza con altre popolazioni. La scoperta più entusiasmante e sempre di grande rilievo della paleoantropologia moderna e della genetica umana ci costringerà a ripensare in maniera radicale all’intera questione delle categorie dell’uomo. Saremo obbligati a riconoscere che il «nero africano» non può essere classificato come gruppo razziale, accanto a popolazioni convenzionali come gli «indigeni americani», i «caucasici europei» o gli «asiatici orientali», ma deve essere visto come qualcosa di più complessivo rispetto a tutte le altre combinazioni, non esattamente definibile come gruppo distinto, e per questo non suscettibile di preconcetti come: «i neri africani sono meno intelligenti» o «i neri africani giocano meglio a pallacanestro». Nell’ultimo decennio, l’antropologia ha dato luogo a un vivace dibattito sull’origine dell’unica specie umana vivente, l’Homo sapiens. La nostra specie è forse nata separatamente sui tre continenti (Africa, Europa e Asia), dalle popolazioni preconitrici dell’Homo erectus che abitavano tutte queste aree, come sostiene la cosiddetta «teoria multiregionalista»? Oppure, l’Homo sapiens ha avuto origine in un solo luogo, probabilmente l’Africa, da uno solo di questi ceppi di Homo

erectus, ed è poi migrato, andando a ricoprire tutto il globo, secondo la teoria della «partenza dall’Africa»? Le alterne tendenze sull’argomento sono oscillate da una parte e dall’altra, ma una prova recente sembra propendere fortemente a favore della «partenza dall’Africa». Man mano che sempre più geni sono sistemati in sequenza e analizzati in base alla variazione fra gruppi razziali umani, e gli alberi genealogici vengono ricostruiti sulla base di queste differenze genetiche, emergono lo stesso forte segnale e lo stesso schema: l’Homo sapiens nacque in Africa; la migrazione nel resto del mondo non iniziò che nell’intervallo di tempo fra 112000 e 280000 anni fa, mentre gli ultimi studi che utilizzano tecniche più sofisticate propendono per date intorno al margine più recente di questo spettro. In altre parole, tutte le razze diverse da quella africana – bianchi, gialli, rossi, tutti quanti, dagli Hopi, ai norvegesi, agli abitanti delle Fiji – non possono avere più di centomila anni. L’Homo sapiens, invece, ha vissuto in Africa per un periodo di tempo più lungo. Dato che la differenza genetica è correlata approssimativamente al tempo disponibile per il cambiamento evoluzionistico, la varietà genetica degli africani supera da sola la somma totale della differenza genetica di tutti gli altri uomini nel resto del mondo! Come possiamo, perciò, mettere insieme tutti i «neri africani» come fossero un solo gruppo, e attribuire loro dei tratti, positivi o negativi che siano, se rappresentano lo spazio evoluzionistico maggiore, e se presentano una varietà di geni più alta di quella che troviamo presso i popoli non africani in tutto il resto del mondo? L’Africa è il continente più ricco di umanità secondo ogni definizione genealogica vera e propria; tutti noi popoli occupiamo un ramo dell’albero africano. Questo ramo non africano è di sicuro fiorito, ma dal punto di vista topologico non potrà mai essere più di una sottosezione di una struttura africana. Ci vorranno molti anni e molte riflessioni per assimilare le implicazioni teoriche, concettuali e iconografiche di questo nuovo orientamento sorprendente delle nostre vedute sulla natura e il significato delle differenze umane. Tanto per cominciare, suggerisco di lasciar perdere affermazioni prive di senso quali «i neri africani hanno più senso del ritmo, meno intelligenza e più doti atletiche». Dichiarazioni del genere, oltre a costituire una minaccia per la società, non hanno alcun senso se gli africani non possono costituire un gruppo coerente, visto che presentano più differenze di tutto il resto del mondo messo insieme. Le più grandi avventure intellettuali capitano spesso quando si è fra sé e sé: e non a partire dalla ricerca senza sosta di nuovi fatti e nuovi oggetti sulla Terra o sulle stelle, ma da un bisogno di espungere vecchi pregiudizi e di costruire nuove strutture intellettuali. Nessuna caccia può avere premio più dolce e scopo più ammirevole dell’emozione nata dalla totale revisione di un giudizio; essa accompagna il viaggio interiore che entusiasma i veri studiosi e spaventa a morte i buffoni. Abbiamo bisogno di organizzare una sorta di spedizione interna per riconcettualizzare le nostre vedute sulla genealogia umana e sul significato della differenza evoluzionistica. Thomas Browne – giacché dobbiamo riservare a lui

l’ultima parola – elogiò una simile avventura interiore al di sopra di ogni altra emozione intellettuale. È curioso notare che nello stesso passaggio Browne invoca l’Africa come metafora di meraviglia inesplorata. Non poteva rendersi conto della stupefacente esattezza letterale delle sue parole (da Religio Medici, I libro, XV sezione): Non potrò mai stancarmi di contemplare questi frammenti di meraviglia, il flusso e riflusso del mare, la crescita del Nilo, l’ago [di una bussola] che si rivolge verso il nord; li ho studiati fin troppo e confrontati al più scontato e obliato frammento di natura che, senza andare lontano, posso trovare nella cosmografia di me stesso; portiamo con noi le meraviglie che cerchiamo fuori da noi stessi: c’è tutta l’Africa con i suoi prodigi dentro di noi; siamo noi lo sfrontato e avventuroso frammento di natura.

Geometria razziale Interessanti storie si nascondono spesso sotto forme cifrate in nomi che sembrano o capricciosi o fraintesi. Perché, per esempio, la parte politica radicale è chiamata «sinistra» e la sua avversaria conservatrice è chiamata «destra»? In molte legislature europee, i membri più distinti sedevano alla destra del presidente, seguendo un’usanza di cortesia vecchia quanto i nostri pregiudizi che favoriscono l’uso della mano più importante nella maggior parte delle persone. (Queste tendenze sono profondamente radicate e si estendono, ben al di là degli apriscatole e delle scrivanie, al linguaggio stesso: destro significa «abile», e sinistro «cattivo», «funesto».) Dato che questi distinti nobili e magnati tendevano a rappresentare vedute conservatrici, l’ala destra e l’ala sinistra della legislatura vennero a definire una geometria delle opinioni politiche. Di questi nomi apparentemente capricciosi, il mio campo (la biologia e l’evoluzione) ne annovera uno particolarmente bizzarro: nessuno suscita tanta curiosità e stimola tante domande dopo le conferenze come la denominazione ufficiale di «caucasici» per gli uomini dalla pelle chiara originari dell’Europa, del Nord Africa e dell’Asia occidentale. Perché, dunque, il gruppo razziale più diffuso in Occidente dovrebbe prendere il nome da una catena di monti della Russia? J.F. Blumenbach (1752-1840), il naturalista tedesco che stabilì la più influente fra le classificazioni razziali, ideò questo nome nel 1795, nella terza edizione della sua opera di grande rilievo, De generis humani varietate nativa. La definizione originale di Blumenbach motiva con due ragioni la sua scelta: la somma bellezza delle persone originarie di quella piccola regione, e la probabilità che gli esseri umani fossero stati creati in origine in quell’area. Blumenbach scrisse: Varietà caucasica. Ho preso il nome di questa varietà dalle montagne del Caucaso, sia per la sua vicinanza, e sia soprattutto perché il suo versante meridionale dà vita alla più bella razza umana, e perché […] in questa

regione, come in nessun’altra, si dovrebbe con ogni probabilità collocare l’origine del genere umano. Blumenbach, uno dei maggiori e più stimati naturalisti dell’Illuminismo, passò l’intero arco della sua carriera come docente all’università di Göttingen, in Germania. Presentò per la prima volta il suo De generis humani varietate nativa come tesi di dottorato presso la facoltà di medicina di Göttingen nel 1775, quando le battaglie di Lexington e di Concord diedero inizio alla rivoluzione americana. Pubblicò poi il testo nel 1776, quando un fatale incontro a Philadelphia proclamò la nostra indipendenza. La coincidenza di tre grandi documenti nel 1776 – la Dichiarazione di indipendenza di Jefferson (sulla politica della libertà), la Ricchezza delle nazioni di Adam Smith (sull’economia dell’individualismo), il saggio di Blumenbach sulla classificazione delle razze (sulla scienza delle differenze umane) – testimonia il grande fermento sociale di quegli anni, e compone il più vasto contesto che renderà la tassonomia di Blumenbach, e la sua scelta di chiamare caucasica la razza europea, così importante per la nostra storia e per i nostri attuali interessi. La soluzione di grandi enigmi ruota spesso attorno a piccole curiosità, sulle quali troppo spesso si sorvola o che ci sfuggono con facilità. Azzardo che la chiave per capire la classificazione di Blumenbach, il fondamento di ciò che continua a influenzarci e disturbarci tuttoggi, stia nel criterio particolare seguito nel chiamare la razza europea caucasica: la bellezza presunta insuperabile delle persone originarie di questa regione. Prima di tutto, perché si dovrebbe attribuire tanta importanza a un giudizio palesemente soggettivo? E perché, in seconda istanza, un criterio estetico dovrebbe diventare il fondamento di un giudizio scientifico sul luogo delle origini? Per rispondere a queste domande, dobbiamo rivolgerci alla formulazione originale di Blumenbach del 1775, e quindi passare ai cambiamenti che apportò nel 1795, quando i caucasici ricevettero il loro nome. La definitiva tassonomia di Blumenbach del 1795 divise tutti gli esseri umani in cinque gruppi, definiti sia dalla collocazione geografica sia dall’aspetto. Seguendo il suo ordine: la «varietà caucasica», corrispondente alle popolazioni di pelle bianca dell’Europa e dei territori adiacenti; la «varietà mongolica», corrispondente agli abitanti dell’Asia orientale, inclusi la Cina e il Giappone; la «varietà etiopica», corrispondente alle popolazioni di pelle nera dell’Africa; la «varietà americana», corrispondente alle popolazioni indigene del Nuovo Mondo; e la «varietà malese», corrispondente ai polinesiani e ai malesi delle isole del Pacifico, e agli aborigeni dell’Australia. Ma l’originaria classificazione di Blumenbach del 1775 aveva riconosciuto soltanto le prime quattro di queste cinque, e aveva ricondotto i membri della «varietà malese» agli altri asiatici chiamati poi da Blumenbach «varietà mongola». Ci imbattiamo ora nel paradosso della fama di Blumenbach quale inventore della moderna classificazione razziale. Il sistema originario a quattro razze, come dimostrerò, non deriva dalle osservazioni o dalle teorizzazioni di Blumenbach, bensì

rappresenta, come lui stesso ammette prontamente, la classificazione adottata e divulgata dal suo padre spirituale, Carlo Linneo, in quel documento fondamentale della tassonomia che è il Systema naturae del 1758. La successiva aggiunta della «varietà malese» corrispondente ad alcune popolazioni del Pacifico, incluse dapprima in un più vasto gruppo asiatico, rappresenta perciò il solo contributo originale di Blumenbach alla classificazione delle razze. Questo cambiamento sembra proprio di rilevanza minore. Perché, allora, attribuiamo a Blumenbach, anziché a Linneo, il merito della fondazione della classificazione razziale? (Si dovrebbe forse dire il demerito, dato che ai giorni nostri l’impresa, per ovvi motivi, non gode di buona fama.) Desidero sottolineare che i cambiamenti apparentemente piccoli apportati da Blumenbach testimoniano, in realtà, un mutamento teorico che non avrebbe potuto registrare una portata più vasta, o più profonda. Questo cambiamento è sfuggito o è stato sottovalutato dalla maggior parte degli studiosi, perché gli scienziati successivi non riuscirono a cogliere il fondamentale principio storico e filosofico secondo cui le teorie sono modelli rappresentabili visivamente e in particolare attraverso figure geometriche facili da determinare. Passando dal sistema linneano a quattro razze al proprio schema a cinque razze, Blumenbach cambiò radicalmente la geometria dell’ordine umano da un modello basato sulla geografia, senza una classificazione esplicita, a una doppia gerarchia di valore basata in modo vago sulla percezione della bellezza e su un’apertura a ventaglio nelle due direzioni a partire dall’ideale caucasico. L’aggiunta di una categoria malese, come vedremo, fu cruciale per questa riformulazione geometrica: il cambiamento «minore» di Blumenbach fra il 1775 e il 1795 diventa perciò la chiave di una trasformazione concettuale, non già un semplice aggiornamento di un vecchio schema per mezzo di nuove informazioni concrete. (Per quanto riguarda l’intuizione secondo cui le rivoluzioni scientifiche si rispecchiano in tali mutamenti geometrici, sono grato a mia moglie Rhonda Roland Shearer, che ritrae questi temi nelle sue sculture e nel suo libro in corso di stampa, The Flatland Hypothesis [L’ipotesi del terreno piano]: il titolo è tratto dalla grande opera di science fiction di Abbott del 1884, che affronta i limiti imposti dalla geometria ai nostri modi di pensare e alle teorie sociali.) Blumenbach idolatrava il suo maestro Linneo. Sulla prima pagina dell’ultima edizione della sua classificazione razziale, acclama «l’immortale Linneo, un uomo nato quasi allo scopo di indagare le caratteristiche dei meccanismi naturali, e di disporli in un ordine sistematico». Blumenbach riconosce anche Linneo come fonte della sua originaria quadruplice classificazione: «Ho seguito Linneo nel numero, ma ho definito le mie varietà in base ad altri confini» (edizione del 1775). Nell’aggiungere poi la sua «varietà malese», Blumenbach definì il cambiamento come un distacco dal suo vecchio maestro: «È diventato chiaro che non possiamo più restare fedeli alla divisione linneana delle razze umane; per la qual ragione, in questa piccola opera, debbo cessare, come hanno fatto altri, di seguire questo illustre uomo». Linneo divise la specie Homo sapiens in quattro varietà, definite prima di tutto

dalla collocazione geografica, quindi da tre parole indicanti colore, temperamento e postura. (Linneo introdusse anche altre due improprie e fasulle varietà all’interno dell’Homo sapiens: ferus, corrispondente ai «ragazzi selvaggi» scoperti di tanto in tanto nelle foreste e probabilmente allevati dagli animali [quasi sempre saltava fuori che si trattava di giovani abbandonati dai genitori perché ritardati o malati di mente]; e monstrosus, corrispondente a certi protagonisti dei racconti dei viaggiatori, i quali riferivano di persone pelose con la coda, e altre favole di vario genere.) Linneo presentò poi le quattro varietà principali disposte in base alla collocazione geografica e non, cosa interessante, nell’ordine classificatorio favorito dalla maggior parte degli europei fedeli alla tradizione razzista. Discusse, nell’ordine, l’Americanus, l’Europeus, l’Asiaticus, e, l’Afer (ossia l’africano). Così facendo, Linneo non presentò nulla di nuovo, ma si limitò a stendere una mappa degli uomini sulla base delle quattro regioni geografiche della cartografia convenzionale. Nella prima riga della sua descrizione, caratterizzò ogni gruppo con tre parole corrispondenti al colore, al temperamento e alla postura. Nessuna di queste tre categorie implica un qualsiasi giudizio di valore. Per di più, nel prendere queste decisioni, Linneo cedette alle teorie tassonomiche classiche, invece di fondarsi sulle proprie osservazioni. Per esempio, la sua divisione per temperamento (o «umore») indica l’osservanza dell’antica teoria medievale secondo cui lo stato d’animo di una persona deriva da un bilanciamento di quattro fluidi (humor in latino significa «umidità»): sangue, flemma, collera (o bile gialla), e malinconia (o bile nera). A seconda della sostanza dominante, una persona si definiva sanguigna (appartenente al solare regno della vitalità), flemmatica (pigra), collerica (incline all’ira), o malinconica (triste). Quattro regioni geografiche, quattro umori, quattro razze. Per la varietà americana, Linneo scrisse: «rufus, cholericus, rectus» (rosso, collerico, eretto); per l’europea, «albus, sanguineus, torosus» (bianco, sanguigno, muscoloso); per l’asiatica, «luridus, melancholicus, rigidus» (giallognolo, malinconico, rigido); e per l’africana «niger, phlegmaticus, laxus» (nero, flemmatico, rilassato). Non voglio negare che Linneo sposasse le credenze convenzionali sulla superiorità della propria varietà europea su tutte le altre. Condivise di certo il razzismo quasi universale del suo tempo, ed essere sanguigno e muscoloso, da europeo, era certo meglio che essere malinconico e rigido come l’asiatico. In più, Linneo incluse una definizione ancor più apertamente razzista nell’ultima riga della descrizione di ogni varietà: questa voce cercava di compendiare il presunto comportamento con una sola parola che seguiva la dicitura regitur (è regolato da): per l’americana, consuetudine (dall’abitudine); per l’europea, ritibus (dai costumi); per l’asiatica, opinionibus (dalle credenze); per l’africana, arbitrio (dal capriccio). Naturalmente un ordinamento in base a consuetudini stabilite e ponderate batte l’irrazionale regola dell’abitudine o della credenza, e tutte queste sono superiori al capriccio: eccoci arrivati all’implicita e convenzionale classificazione razzista che vede gli europei primi, gli americani e gli asiatici nel mezzo, e gli africani alla fine.

Tuttavia, e a dispetto di queste implicazioni, la chiara geometria del modello linneano non è lineare o gerarchica. Quando sintetizziamo il suo schema in un’immagine nella nostra mente, vediamo una mappa del mondo divisa in quattro regioni: in ciascuna di esse le persone sono caratterizzate da una lista di tratti differenti. Linneo, in poche parole, usò la cartografia come principio fondamentale nell’ordinare l’umanità; se avesse voluto fare del quadro essenziale della varietà umana una classificazione, avrebbe di sicuro collocato gli europei al primo posto e gli africani all’ultimo; partì invece dagli americani indigeni. Il passaggio dalla disposizione geografica della differenza fra uomini a quella gerarchica marca una svolta fatale nella storia della scienza occidentale, poiché fu quello che, dopo l’invenzione del treno e della bomba atomica, ebbe un maggior impatto pratico – in questo caso quasi del tutto negativo – sulle nostre vite collettive e sulle nazionalità. Ironicamente, J.F. Blumenbach è il punto focale di questo mutamento, perché il suo schema a cinque razze divenne canonico, e cambiò la geometria dell’ordine umano: marcò il passaggio dalla cartografia linneana a una classificazione lineare basata su un valore presunto. Dico «ironicamente» perché Blumenbach fu il meno razzista, il più egualitario, e il più geniale di tutti gli scrittori illuministi interessatisi al tema della differenza fra uomini. Singolare che lo studioso più impegnato nell’affermazione dell’unità fra gli uomini e della illogicità delle differenze morali e intellettuali fra gruppi possa aver cambiato la geometria mentale dell’ordine umano in uno schema che da allora ha favorito il razzismo convenzionale. Eppure, pensandoci bene, questa situazione non è tanto singolare o inusuale, poiché la maggior parte degli scienziati è sempre stata inconsapevole del meccanismo mentale, e in particolare delle implicazioni visive o geometriche che stanno dietro a ogni teoria. Una vecchia tradizione scientifica sostiene che i cambiamenti teorici devono essere guidati dall’osservazione. Dato che molti scienziati credono a questa formula semplicistica, presumono che i loro mutamenti di interpretazione indichino semplicemente i loro passi avanti nella comprensione dei fatti appena scoperti. Essi tendono perciò a non essere coscienti delle proprie imposizioni mentali sul disordine del mondo e sull’ambiguità della realtà dei fatti. Tali imposizioni hanno diverse origini, fra cui la predisposizione psicologica e il contesto sociale. Blumenbach viveva in un’epoca in cui l’idea di progresso e di superiorità culturale della vita europea dominava il panorama politico e sociale dei suoi contemporanei. Nozioni di classificazione razziale implicite e formulate con approssimazione (o persino inconsce) si adattavano bene a questa visione del mondo; nessun altro schema tassonomico sarebbe apparso anomalo. Non credo che Blumenbach volesse rendere di proposito un aperto servizio al razzismo, mutando la geometria dell’ordine umano in un sistema di classificazione in base al valore. Mi pare piuttosto che testimoniasse soltanto passivamente la visione della società diffusa nel suo tempo. Ma le idee hanno conseguenze indipendenti dalle motivazioni e dagli intenti dei promotori. Blumenbach pensava di sicuro che il suo passaggio dal sistema linneano a quattro

razze al proprio schema a cinque – il fondamento, come vedremo, del suo fatale passaggio dalla base cartografica a quella geometrica – fosse la prova dei suoi progressi nella comprensione della realtà naturale. Così dichiarò, nella seconda edizione del trattato (1781), quando annunciò il cambiamento: «In passato, nella prima edizione della mia opera, ho diviso tutta la razza umana in quattro varietà; ma in seguito ho compiuto indagini più approfondite sulle diverse nazioni dell’Asia orientale e dell’America, e, per così dire, le ho osservate più da vicino; sono stato allora costretto ad abbandonare quella divisione, e a sostituirla con le seguenti cinque varietà, più consone alla realtà della natura». Nella Prefazione alla terza edizione (1795), Blumenbach sostenne di aver abbandonato lo schema linneano con l’intento di disporre «le varietà dell’uomo secondo la verità della natura». Quando gli scienziati fanno proprio il mito secondo cui le teorie hanno origine esclusivamente dall’osservazione, e non prendono in esame le influenze personali e sociali imposte dalle loro menti, non solo ignorano le cause dei loro mutamenti di giudizio, ma rischiano anche di non capire il profondo e pervasivo cambiamento di mentalità espresso in un linguaggio cifrato dalla loro nuova teoria. Blumenbach sostenne con convinzione l’unità della specie umana, contro una visione alternativa secondo cui ogni razza principale era stata creata separatamente; di anno in anno questa visione si fece più popolare diventando il supporto per forme convenzionali di razzismo. Concluse la terza edizione del suo trattato scrivendo: «Rimangono ben pochi dubbi ormai, e con ogni probabilità abbiamo ragione a ricondurre tutte le varietà umane […] a una stessa e unica specie». Come argomentazione principale avanzata a favore dell’unità, Blumenbach fa notare che ogni presunta caratteristica razziale sfuma continuamente da un popolo all’altro, non potendo così definire alcun gruppo separato e delimitato da confini netti. Malgrado sembrino sussistere enormi differenze fra le popolazioni di nazioni assai lontane fra loro, tanto che si potrebbero prendere gli abitanti del Capo di Buona Speranza, i groenlandesi e i circassi, per altrettante specie diverse, tuttavia, a ben guardare, si noterà che tutto passa dall’una all’altra e che una varietà del genere umano sconfina nell’altra, tanto che non si riconoscono i confini tra esse. In particolare, egli confuta l’affermazione invalsa secondo cui i neri africani, il gradino inferiore nella convenzionale scala razzista, portano nel loro aspetto esteriore i segni della loro inferiorità: «Non c’è nessun carattere peculiare e universale fra gli Etiopici, se non ciò che può essere osservato ovunque, in un certo senso, nelle altre varietà di uomini». Blumenbach era convinto che l’Homo sapiens avesse avuto origine in una sola area e che si fosse poi diffuso in tutto il pianeta. La nostra differenza razziale, argomentò, crebbe in seguito alle migrazioni verso altri climi e altre conformazioni

topografiche, e in seguito all’adozione di abitudini e modi di vita diversi imposti dalle nuove regioni. Conformandosi alla terminologia del suo tempo, Blumenbach chiamò questi cambiamenti «degenerazioni», intendendo questo termine non nel senso corrente di «deterioramenti», ma nel significato etimologico indicante il «distacco da una forma iniziale di umanità al momento della creazione» (dal latino degenus riferito al nostro ceppo originario). La maggior parte di queste degenerazioni, sostiene Blumenbach, ha origine direttamente dalle differenze climatiche: si va da esempi ovvi come la correlazione fra la pelle scura e le aree tropicali, ad attribuzioni più particolari (e bizzarre), fra cui l’ipotesi secondo la quale la fenditura stretta degli occhi di certe popolazioni australiane sarebbe una forma di difesa dai «persistenti sciami di moscerini […] che costringono gli abitanti a contrarre il volto». Altri cambiamenti hanno origine successivamente, in seguito ai nuovi modi di vita adottati in queste differenti regioni. Per esempio, i popoli che comprimono le teste dei bambini fasciandoli sulle assi o sulle portantine, come accadeva ai piccoli indiani d’America, finiscono per ritrovarsi con crani relativamente lunghi. Blumenbach sostiene che «quasi tutte le differenze nella forma della testa rilevate fra una nazione e l’altra sono da attribuirsi al modo di vita e all’arte». Blumenbach non nega che cambiamenti del genere, nell’arco di molte generazioni, possano diventare ereditari (attraverso un processo generalmente noto come «lamarckismo», che oggi indica l’«ereditarietà di caratteri acquisiti», ma che nel tardo Settecento era pura e semplice saggezza popolare, non aveva nulla a che fare con Lamarck, ed era semplicemente il supporto illustrativo di Blumenbach). «Con il progresso degli anni» scriveva «l’arte può degenerare in una seconda natura». Blumenbach sostenne però con fermezza che la maggior parte delle variazioni razziali, come quelle più superficiali imposte dal clima e dai modi di vita, potevano essere facilmente alterate o ribaltate in seguito al trasferimento in una nuova regione, o all’adozione di nuovi stili di comportamento. Vivendo per generazioni ai tropici, gli europei bianchi possono diventare scuri di pelle, mentre gli africani trasferiti come schiavi alle alte latitudini possono alla fine diventare bianchi: «Il colore, qualunque sia la sua causa, sia essa la bile, o l’influenza del sole, l’aria, o il clima, è a tutti gli effetti un fattore accidentale e facilmente alterabile, e non potrà mai costituire una differenza di specie». Con il sostegno di queste idee sulla superficialità della variazione razziale, Blumenbach difese strenuamente l’unità morale e mentale di tutte le popolazioni. Sostenne con particolare fermezza l’uguaglianza fra africani neri ed europei bianchi, forse perché gli africani erano stati stigmatizzati di più dalle credenze razziste convenzionali. Blumenbach istituì in casa propria una biblioteca particolare, costituita esclusivamente da scritti di autori neri. Forse mostrò un eccesso di condiscendenza nell’elogiare «le buone disposizioni e le facoltà di questi nostri fratelli neri», ma il paternalismo è sempre meglio del disprezzo. Fece una campagna a favore

dell’abolizione della schiavitù in tempi in cui queste posizioni non avevano un vasto consenso, e sostenne la superiorità morale degli schiavi rispetto a chi li aveva catturati, accennando a «una naturale tenerezza di cuore, che non fu mai intorpidita o compromessa a bordo dei vascelli che li trasportavano, né dai modi brutali dei loro carnefici bianchi nelle piantagioni di zucchero delle Indie occidentali». Blumenbach sostenne «la perfettibilità delle facoltà mentali e dei talenti del negro», e catalogò le preziose opere della sua biblioteca elogiando in particolare la poesia di Phillis Wheatley, uno schiavo di Boston le cui opere sono state solo di recente riscoperte e ristampate in America: «Possiedo poesie inglesi, tedesche e latine di diversi [autori neri], fra cui, prime fra tutte, quelle di Phillis Wheatley di Boston, che è giustamente famoso per i suoi versi, e merita qui una menzione». Infine, Blumenbach fa notare che poche nazioni caucasiche possono vantare una gamma così encomiabile di autori e studiosi come quelli che ha prodotto l’Africa nera nelle circostanze più deprimenti del pregiudizio e della schiavitù: «Non sarà difficile citare intere province d’Europa ben note dalle quali è difficile aspettarsi che emergano lì per lì autori, poeti, filosofi e corrispondenti dell’Accademia di Parigi tanto validi». Tuttavia, quando Blumenbach presentò il suo implicito quadro mentale della diversità fra uomini – la sua trasposizione della geografia linneana nella classificazione gerarchica – scelse di identificare un gruppo centrale quale esempio più prossimo dell’ideale di uomo così come si presentava al momento della creazione, e di classificare gli altri gruppi in base al relativo grado di distanza da quello standard archetipico. Finì per adottare uno schema (si veda la figura 36) che poneva in vetta la razza più vicina e più simile alla creatura originale; quindi individuò due linee simmetriche che si distanziavano da questo ideale in una progressiva degenerazione.

Figura 36. La geometria razziale di Blumenbach, con le due linee di «degenerazione» che si allontanano da un «ideale» caucasico centrale, attraverso stadi intermedi. Riprodotto da J.F. Blumenbach, Anthropological Treatises, 1865. Dobbiamo ora tornare all’enigma del nome «caucasico», e al significato dell’aggiunta di una quinta razza, la varietà malese, per opera di Blumenbach. Lo studioso scelse di identificare in quella europea la varietà più prossima all’ideale originale, e successivamente cercò, all’interno di essa, un gruppo più esiguo di massima perfezione; il meglio del meglio, per così dire. Come abbiamo detto, riconobbe negli abitanti delle zone del Caucaso la migliore incarnazione di un’ideale originale; diede perciò all’intera razza europea il nome dei suoi migliori rappresentanti. Ma Blumenbach, a quel punto, si trovò ad affrontare un’impasse. Aveva già affermato l’ugualianza morale e mentale fra le persone. Non poteva allora

utilizzare questo standard convenzionale di classificazione razzista per stabilire il grado di distanza relativa dall’ideale caucasico. Al suo posto, Blumenbach preferì adottare la bellezza fisica come criterio di classificazione, per quanto soggettivo (e perfino ridicolo) si possa considerare oggi questo criterio. Disse semplicemente che gli europei erano i più belli, e che le popolazioni caucasiche toccavano la vetta più alta della bellezza (e così collegò il massimo grado di bellezza con il luogo d’origine dell’uomo, come si legge nel brano all’inizio di questo articolo; quest’idea nasceva dal fatto che Blumenbach considerava tutte le variazioni come progressivi allontanamenti da un ideale originale; il popolo più bello doveva perciò vivere più vicino degli altri alla nostra primitiva dimora). Le descrizioni di Blumenbach sono condizionate dal suo personale modello di bellezza proposto come argomentazione, malgrado stesse discutendo una proprietà oggettiva, quantificabile e non suscettibile di dubbi o dissensi. Nella sua rilevazione, descrive il cranio di una donna della Georgia (la zona più vicina al Caucaso) come «la più bella forma di testa che […] da sola attira qualunque occhio, anche il meno dotato di spirito di osservazione». Sostiene così il suo standard europeo sul campo dell’estetica: Al primo posto […] sta la forma di cranio più bella; tutte le altre differiscono gradatamente da questa sorta di modello principale e primitivo […]. Inoltre è di colore bianco, che possiamo ritenere con una certa esattezza il colore primitivo del genere umano, dato che […] è molto facile che esso degeneri in nero, ma molto più difficile che il colore scuro diventi chiaro. Blumenbach dispose poi tutte le varietà umane su due linee che si distaccavano progressivamente da questo ideale caucasico, e che terminavano con le due forme di genere umano più degenerate (ovvero meno attraenti, non immorali o mentalmente ottuse): gli asiatici da un lato, e gli africani dall’altro. Blumenbach però voleva anche stabilire forme intermedie fra l’ideale e le massime degenerazioni, soprattutto perché la gradualità del distacco costituiva la principale argomentazione a favore dell’unità umana. Nel suo originario sistema a quattro razze, poteva identificare gli americani indigeni come intermediari fra gli europei e gli asiatici; ma chi poteva fare da passaggio fra gli europei e gli africani? Il sistema a quattro razze non comprendeva un gruppo adatto a ricoprire questa funzione, e non poteva perciò essere trasformato in una nuova geometria a cinque razze, costituita da una vetta con due rami simmetrici che conducono al massimo distacco dalla forma ideale. Ma l’invenzione di una quinta categoria razziale corrispondente alle forme intermedie fra europei e africani avrebbe completato la nuova geometria. Così Blumenbach aggiunse la razza malese: e non fu un perfezionamento marginale sulla base di nuovi dati di fatto, ma il motore di una radicale trasformazione geometrica nelle teorie (nei quadri mentali) della differenza fra gli uomini. Funzionando da stadio intermedio fra europei e africani, la

varietà malese fornì una simmetria di importanza cruciale per la tassonomia gerarchica di Blumenbach. Questa aggiunta malese, quindi, portò a compimento il passaggio dal modello geografico senza classificazioni, alla convenzionale gerarchia di valore che, da allora in poi, ha così tanto incrementato gli affanni della vita sociale. Blumenbach sintetizzò il suo sistema in questa forma geometrica, e difese apertamente la necessità della sua aggiunta malese: Ho assegnato il primo posto alla caucasica […] che ritengo sia la varietà primordiale. Essa si dirama, in entrambe le direzioni, in due forme più distanti e assai diverse fra loro; da una parte l’etiopica, e dall’altra la mongolica. Le restanti due occupano la posizione intermedia fra quella primordiale e le due ultime varietà; vale a dire, l’americana fra la caucasica e la mongolica; la malese, fra la stessa caucasica e l’etiopica. Spesso gli studiosi credono che le idee accademiche, nella peggiore delle ipotesi, siano innocue, e, nella migliore, vagamente interessanti o addirittura istruttive. Ma le idee non abitano nella torre d’avorio con cui si è soliti rappresentare per metafora l’irrilevanza accademica. Le persone, come disse Pascal, sono canne pensanti al vento, e le idee muovono la storia degli uomini. Che fine avrebbe fatto Hitler senza il razzismo, e Jefferson senza la libertà? Blumenbach condusse sempre una vita appartata da professore, ma le sue idee riecheggiano nelle nostre guerre, nelle conquiste, nelle sofferenze, e nelle speranze. Concludo perciò tornando alla coincidenza del 1776: quando Jefferson scriveva la Dichiarazione di indipendenza, Blumenbach pubblicava la prima edizione del suo trattato in latino. Consideriamo le parole di Lord Acton sul potere che hanno le idee di muovere la storia, com’è illustrato dal potenziale passaggio dalla lingua latina all’azione: Fu dall’America che […] idee rinchiuse a lungo nell’anima di pensatori solitari, e nascoste dentro pagine in latino, apparvero all’improvviso come un conquistatore sul mondo che erano destinate a trasformare, sotto il nome di Diritti dell’uomo.

La condizione morale di Tahiti (e di Darwin) La precocità infantile è un fenomeno affascinante e arcano. Ma non dimentichiamone i limiti; l’età e l’esperienza portano i loro benefici. Le composizioni che Mozart scrisse a quattro o cinque anni non sono capolavori intramontabili, per quanto piacevoli da ascoltare. C’è persino un termine che designa tali «opere letterarie o artistiche prodotte durante la giovinezza dell’autore» (Oxford English Dictionary): juvenilia. La parola ha sempre avuto un’accezione spregiativa; gli artisti, naturalmente, sperano in un sostanziale miglioramento ontogenetico! John Donne, nella seconda attestazione dell’uso della parola (1633), intitola le sue prime opere Juvenilia: or certain paradoxes and

problems. Non voglio includermi in una cerchia così autorevole, ma sento il bisogno di fare una confessione. Il mio primo scritto fu una poesia sui dinosauri, composta all’età di otto anni. Arrossisco per l’imbarazzo nel ricordare la prima strofa: Un Triceratopo nel bosco avanzava e con il suo corno feroce colpiva, un Allosauro quei colpi prendeva e senza un ruggito presto fuggiva. (E arrossisco ancora di più se penso a dove andò a finire. Mandai la poesia al mio eroe dell’adolescenza, Ned Colbert, responsabile del settore dedicato ai dinosauri all’American Museum of Natural History. Quindici anni dopo, mentre seguivo il suo corso da studente universitario, a Colbert capitò di vuotare e ripulire i suoi vecchi archivi, e trovò la poesia: così, un pomeriggio, si fece delle grandi risate leggendola ai miei compagni di corso.) Ecco allora una banale domanda su questo argomento: quale fu l’opera che Charles Darwin pubblicò per prima? Un’ipotesi sull’evoluzione? Magari il resoconto di una scoperta scientifica avvenuta durante il viaggio sul Beagle? Niente di tutto ciò. Il più grande e rivoluzionario di tutti i biologi, questo sovvertitore dell’ordine stabilito, pubblicò il suo primo lavoro sul South African Christian Recorder nel 1836: si trattava di un articolo sulla «Condizione morale di Tahiti» scritto a quattro mani con il nostromo del Beagle, Robert FitzRoy. (Il catalogo ufficiale delle pubblicazioni di Darwin include una voce precedente, un libretto di lettere dal Beagle indirizzate al professor Henslow e stampate nel 1835 dalla Cambridge Philosophical Society. Ma questo pamphlet fu pubblicato solo per la distribuzione privata fra i membri della società, l’equivalente del metodo moderno delle xerocopie. «La condizione morale di Tahiti» rappresenta la prima apparizione pubblica di Darwin su carta stampata, e i biografi indicano quest’articolo come la sua prima pubblicazione (sebbene il testo sia per lo più opera di FitzRoy, con lunghi brani presi dai diari di Darwin e debitamente attribuiti al suo autore). Il grande esploratore russo Otto von Kotzebue aveva gettato benzina sul fuoco a proposito di una disputa antica e universale, sostenendo che i missionari cristiani avevano arrecato molti più danni che benefici nel distruggere le culture indigene (facendo spesso da cinica copertura al potere coloniale) sotto la maschera del «progresso». FitzRoy e Darwin scrissero il loro articolo per attaccare Kotzebue, e per difendere il buon operato dei missionari inglesi a Tahiti e in Nuova Zelanda. I due compagni di bordo cominciarono annotando con rammarico i forti sentimenti antimissionari che avevano riscontrato durante uno scalo del Beagle a Città del Capo: Una brevissima sosta al Capo di Buona Speranza è sufficiente per convincere anche uno straniero di passaggio che, laggiù, prevale un forte sentimento contro i missionari nel Sudafrica. Da dove derivi un sentimento

tanto biasimevole, lo sanno probabilmente molto bene gli abitanti di Città del Capo. Noi possiamo soltanto prenderne atto: e rammaricarcene. Seguitando una difesa generale dell’attività missionaria, FitzRoy e Darwin si spostano su casi specifici visti con i loro stessi occhi, in particolare sui miglioramenti delle «condizioni morali» di Tahiti: Lasciando da parte le opinioni […] sarà utile vedere cos’è stato fatto a Otaheite (chiamata oggi Tahiti) e in Nuova Zelanda, per il riscatto dei «barbari» […] Il Beagle capitò nel novembre scorso a Otaheite o Tahiti. Non ho mai visto in nessuna parte del mondo una comunità più ordinata, tranquilla e inoffensiva. Tutti i tahitiani sembravano molto disponibili, di buon temperamento naturale, e cordiali. Mostravano grande rispetto per i missionari, e buona volontà nel seguirli […] e i più erano degni dell’impressione che davano. FitzRoy e Darwin, naturalmente, si aspettavano una possibile obiezione, cioè che i tahitiani erano sempre stati così decorosi, e che l’attività dei missionari era stata irrilevante per le loro buone qualità secondo il canone europeo. L’articolo è in sostanza un’argomentazione contro questa interpretazione e una difesa del netto e sostanziale «progresso» ottenuto per opera dei missionari. Darwin, in particolare, adduce due ragioni, entrambe citate direttamente dai suoi diari. Primo, il cristianesimo tahitiano sembra radicato e genuino, non ostentato solamente alla presenza dei missionari. Darwin cita un aneddoto capitato durante una delle sue perlustrazioni all’interno dell’isola in compagnia di alcuni indigeni tahitiani, lontano da testimoni. (Questo episodio deve averlo impressionato parecchio, perché raccontò l’aneddoto in diverse lettere ai suoi familiari, una volta tornato a casa, e ne incluse un resoconto anche nel Viaggio di un naturalista intorno al mondo): Prima di andarci a coricare per la notte, il più anziano dei tahitiani si inginocchiò e recitò una lunga preghiera. Sembrava che pregasse come farebbe un cristiano, con l’adeguata riverenza al suo Dio, senza pietà ostentata, o paura di sembrare ridicolo. Appena fece giorno, dopo la sua preghiera del mattino, i miei compagni prepararono un’eccellente colazione a base di pesce e banane. Nessuno di loro volle assaggiare il cibo senza recitare prima una breve preghiera di ringraziamento. Quei viaggiatori che insinuano che un tahitiano prega solo quando gli occhi dei missionari sono puntati su di lui dovrebbero dissuadersi dinnanzi a una prova tanto evidente. Seconda e più importante ragione: le buone qualità dei tahitiani sono state create, o sostanzialmente favorite, dall’attività dei missionari. Erano infatti dei soggetti ambigui, dice Darwin, prima che arrivasse la civilizzazione occidentale.

Tutto sommato, è mia opinione che la condizione di moralità e religione a Tahiti sia del tutto encomiabile […]. I sacrifici umani – la guerra più sanguinosa – i parricidi – e infanticidi –, il potere di sacerdoti idolatri – e un sistema di libertinaggio che non ha uguali negli annali del mondo – sono stati aboliti, e la disonestà, la lascivia e l’intemperanza sono state di gran lunga ridotte grazie all’introduzione del cristianesimo. (In merito alla libertà sessuale delle donne, da sempre tema controverso e leggenda riportata da chi era stato a Tahiti – dal capitano Cook a Fletcher Christian – FitzRoy fece notare: «Non vorrei azzardare dando la mia opinione generale dopo una permanenza così breve, ma posso dire di non aver assistito a nessuna scostumatezza». FitzRoy ammise tuttavia che «la natura umana a Tahiti non può essere ritenuta più lasciva di quella che si incontra nelle altre parti del mondo». Darwin poi aggiunse un’acuta osservazione sull’ipocrisia dei maschi viaggiatori occidentali che non davano il giusto credito ai missionari a causa delle frustrazioni personali arrecate dai nuovi costumi: «Delusi di non aver trovato la disponibilità di un tempo, e che si aspettavano, si rifiutarono, credo io, di dare credito a una moralità che non volevano condividere».) Molti argomenti emergono qua e là in questo interessante articolo, ma il tema dominante può certamente essere sintetizzato in una sola parola: paternalismo. Sappiamo ciò che è bene per i primitivi; e grazie a Dio a Tahiti rispondono e progrediscono diventando sempre più europei nei costumi e nelle azioni. Lode ai missionari per quest’opera esemplare. Un commento, ancora di FitzRoy, riesce a cogliere questo atteggiamento in maniera imbarazzante (agli occhi moderni) per il suo approccio paternalistico, persino nei confronti dei sovrani: La regina e una numerosa comitiva hanno trascorso qualche ora a bordo del Beagle. Il loro comportamento è stato estremamente corretto e il loro atteggiamento inoffensivo. A giudicare dalle testimonianze di un tempo, e a confronto di ciò cui abbiamo assistito, devo pensare che stiano migliorando anno dopo anno. Possiamo tornare ora alla mia questione iniziale, il tema degli juvenilia. Dovremmo includere quest’articolo sulla «Condizione morale di Tahiti», il primissimo di Darwin, nella categoria dei motivi di disagio successivi? Darwin rivedette di gran lunga i suoi giudizi sui popoli e le civiltà non occidentali, e arrivò a considerare il suo iniziale paternalismo come una follia dell’inesperienza giovanile? Un commento più tradizionale di stampo agiografico propenderebbe per questa interpretazione e qualche isolata citazione presa qua e là la avvalorerebbe (perché Darwin era un uomo complesso che si dedicò seriamente a problemi controversi per tutta la vita, talvolta in modi contraddittori). Ma vorrei avanzare, in linea di massima, l’ipotesi opposta. Non credo che Darwin abbia mai riveduto sostanzialmente i suoi giudizi antropologici. Le sue tesi di fondo rimasero le stesse: «loro» sono inferiori, ma riscattabili. Il suo modo di

argomentare cambiò negli anni a venire. La sua posizione si sarebbe poi ben distanziata dal cristianesimo tradizionale e dalla politica missionaria. Avrebbe temperato il suo più vivo entusiasmo paternalistico con una maggiore coscienza («cinismo» sarebbe una parola troppo dura) delle debolezze della natura umana in tutte le culture, compresa la sua. (Si vede il primo frutto di questa saggezza nella sua spiegazione, citata precedentemente, delle ragioni che indussero i viaggiatori sessualmente frustrati a non prestar fede ai missionari.) Ma la sua fondamentale convinzione sulla gerarchia culturale, con gli europei bianchi in testa e gli indigeni di razze diverse in coda, non cambiò mai. Spostandoci all’opera più importante della maturità, L’origine dell’uomo (1871), Darwin scrive riassumendo: Le razze differiscono anche in quanto a costituzione, acclimatazione e predisposizione per certe malattie. Le rispettive caratteristiche mentali sono allo stesso modo assai distinte, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti emotivi, e in parte anche le doti intellettuali. Chiunque abbia avuto l’opportunità di fare paragoni, dev’essere stato colpito dal contrasto fra i taciturni e perfino scontrosi aborigeni del Sudamerica e i solari e loquaci negri. Il passaggio più sorprendente si trova in un altro contesto. Darwin sta sostenendo che le discontinuità presenti nella natura non contrastano con l’evoluzione, perché la maggior parte delle forme intermedie è oggi estinta. Pensiamo solamente, ci suggerisce, quanto più grande diventerà lo scarto fra le scimmie e gli uomini, quando sia le scimmie più alte sia gli uomini più bassi si estingueranno: In un futuro non troppo distante, quantificabile in secoli, le razze umane sviluppate stermineranno quasi sicuramente e soppianteranno in tutto il mondo quelle selvagge. Le scimmie antropomorfe, contemporaneamente […] si estingueranno senza dubbio. La frattura sarà resa ancor più ampia perché verrà a frapporsi fra uomini di condizione più civilizzata, come ci auguriamo che siano i caucasici, e le scimmie più arretrate come i babbuini; e non più, come in origine, fra negri o australiani e gorilla. La diffusa (e falsa) impressione dell’egualitarismo darwiniano deriva in larga misura dalla scelta delle citazioni. Darwin fu fortemente attratto da certe popolazioni spesso disprezzate dagli europei; alcuni scrittori successivi hanno erroneamente interpretato questo atteggiamento come generale. Durante il viaggio sul Beagle, per esempio, parlò molto dei neri africani fatti schiavi in Brasile: È impossibile vedere un negro e non sentirsi ben disposti verso di lui; verso modi così spontanei, onesti, cordiali e corpi finemente muscolosi; non ho mai visto nessuno dei minuscoli portoghesi, con i loro ghigni criminali, senza augurarmi che il Brasile seguisse l’esempio di Hayti.

Disprezzò invece altri popoli, in particolare i fuegini dell’estremo sud dell’America meridionale: «Credo che se il mondo intero venisse setacciato, non si troverebbe un genere di uomo più abbietto». Ripensando più tardi al viaggio, Darwin scrisse: La pelle rossa, sudicia e untuosa, i capelli intricati, le voci discordanti, la gestualità truce e senza la minima dignità. Vedendo uomini siffatti, è difficile persuadersi che siano nostri simili nati e cresciuti nel nostro stesso mondo […]. Ci si chiede comunemente di quali piaceri possano godere, nella vita, gli animali meno dotati di ingegno. Sarebbe assai più ragionevole chiederselo a proposito di questi uomini. Sul tema delle differenze fra i sessi, che sono spesso surrogato di idee sulla differenza fra le razze, Darwin scrive, nell’Origine dell’uomo (e con un accenno alle differenze culturali fra le razze): È generalmente assodato che nella donna le capacità di intuizione, di rapida percezione, e forse di imitazione sono più marcate che nell’uomo; ma almeno alcune di queste facoltà sono tipiche delle razze inferiori, e perciò di uno stadio remoto e più basso di civilizzazione. La distinzione principale nelle capacità intellettuali dei due sessi è dimostrata dal raggiungimento da parte dell’uomo di un grado più alto, rispetto a quello conseguito dalla donna, in qualsiasi attività egli intraprenda: sia che richieda riflessione profonda, ragionamento e immaginazione, sia che coinvolga il semplice uso dei sensi e delle mani. Darwin attribuisce queste differenze alla lotta evolutiva che i maschi devono combattere per riuscire ad accoppiarsi: «Queste varie facoltà verranno perciò continuamente messe alla prova e selezionate nel corso dell’età virile». In un passaggio degno di nota, considerava una fortuna che le innovazioni evolutive di uno dei due sessi tendessero a passare per via ereditaria a entrambi; in questo modo la disparità fra uomo e donna non sarebbe diventata sempre più grande a causa della realizzazione esclusiva del maschio: È proprio un caso fortunato che la legge dell’eguale trasmissione di caratteri a entrambi i sessi abbia prevalso comunemente nell’intera classe dei mammiferi; se ciò non fosse stato, probabilmente, l’uomo sarebbe diventato superiore alla donna nelle doti mentali, quanto un pavone alla pavonessa nell’ornamento del piumaggio. Dobbiamo allora semplicemente etichettare Darwin come un irriducibile razzista e sessista, a partire dalla follia giovanile fino alla maturità? Un approccio così irragionevole e spietato non ci aiuterà se vogliamo capire e cercare chiarimenti dal nostro passato. Io, invece, voglio perorare la causa di Darwin sulla base di due argomentazioni, una generale, l’altra personale.

Quella generale è ovvia e facile da comprendere. Come possiamo biasimare qualcuno solo per aver ripetuto un’ipotesi normale per i suoi tempi, benché deplorevole al giorno d’oggi? La fede nell’ineguaglianza razziale e sessuale era canonica e assodata per i maschi dell’alta borghesia vittoriana; era tanto controversa quanto la tavola pitagorica. Darwin concepì un diverso fondamento logico per un dato di fatto condiviso da tutti, e soltanto su questo possiamo avanzare qualche giudizio. Non ne vedo però l’intenzione da parte della critica più dura, ancorata passivamente ai luoghi comuni su Darwin. Chiediamoci piuttosto perché una credenza tanto assurda, maligna e potente sia passata per dottrina assodata. Se decidessi di ricercare colpe individuali per tutti i mali sociali del passato, non si salverebbe nessuno dei personaggi straordinari che hanno avuto parte attiva in alcuni fra i periodi più affascinanti della nostra storia. Per esempio, e per esperienza personale, se escludessi ogni antisemita vittoriano dai miei interessi, il mio repertorio di musica da ascoltare e di libri da leggere sarebbe penosamente ridotto. Sebbene non nutra un briciolo di compassione per chiunque abbia preso parte attiva alle persecuzioni, non posso fustigare gli individui che hanno condiviso passivamente un’opinione generale della comunità. Prendiamocela invece con l’opinione in sé, e cerchiamo di capire che cosa sia stato a spingere in quella direzione degli uomini per bene. L’argomentazione più personale è più complicata e richiede una sostanziale conoscenza della biografia darwiniana. Una cosa sono le attitudini, un’altra le azioni (e, visti i loro frutti, sono sotto gli occhi di tutti). Cosa se ne fece Darwin delle sue idee razziali, e in che modo le sue azioni si distinsero da quelle dei suoi contemporanei? Dalle risposte a queste domande vedremo che Darwin merita la nostra ammirazione. Darwin era un migliorista nella tradizione paternalistica, non un assertore dell’inegualianza biologicamente fissata e inestirpabile. L’una e l’altra posizione possono offendere con le parole popoli disprezzati, ma le conseguenze pratiche sono molto diverse. Il migliorista vorrebbe eliminare gli usi culturali, e può sembrare immorale e intransigente nella sua mancanza di apertura e di simpatia nei confronti delle differenze: considera i «selvaggi» (termine di Darwin) come «primitivi» per ragioni sociali e in grado di «progredire» biologicamente (si legga «occidentalizzarsi»). Ma il determinista considera la cultura «primitiva» il riflesso di un’inalterabile inferiorità biologica e ne fa oggetto di una politica sociale specifica in tempi di espansione coloniale: eliminarli, farli schiavi o sottometterli? Perfino tra i fuegini, il popolo che più disprezzava, Darwin comprese la minima differenza intrinseca che correva fra quelli, nudi come bambini, e lui, con i suoi distintivi regali. Attribuì i loro limiti al rigido clima in cui vivevano e auspicava, alla sua maniera paternalistica, che potessero progredire. Scrisse nel suo diario del Beagle, il 24 febbraio 1834: Il loro paese è un misero ammasso di aspre rocce, alte colline, e foreste

selvagge, visibili attraverso nebbie e tempeste continue […]. Le più elevate capacità mentali possono fare ben poco: in quelle terre, che cosa può dipingere l’immaginazione, che cosa può mettere a confronto la ragione e che cosa può decidere il giudizio? Staccare una patella da una roccia non richiede nemmeno un po’ di astuzia, la più banale delle capacità mentali […]. Malgrado si tratti essenzialmente delle stesse creature, quanto poco la mente di uno di questi esseri assomiglia a quella di un uomo istruito. Che lunga scala di progresso è compresa fra le facoltà di un selvaggio fuegino e di un Sir Isaac Newton! L’ultima sentenza di Darwin sui fuegini (nel Viaggio di un naturalista intorno al mondo) include un’interessante e illuminante frase riepilogativa: «Credo che in questa parte estrema del Sudamerica l’uomo si trovi nella condizione di progresso più bassa che in ogni altra parte del mondo». Si può inorridire davanti al paternalismo, ma «la condizione di progresso più bassa» lascia aperto almeno uno spiraglio di potenziale fratellanza. E Darwin riconosce la trave negli occhi dei suoi compagni di bordo, nello scrivere delle loro forme di irrazionalismo paragonabili a quelle dei «selvaggi»: Ogni famiglia o tribù [fuegina] ha un mago o un guaritore […]. [Tuttavia] non credo che i nostri fuegini siano molto più superstiziosi di alcuni marinai; infatti un vecchio quartiermastro era testardamente convinto che le burrasche che imperversarono nei giorni successivi, incontrate dopo aver lasciato Capo Horn, fossero dovute alla presenza dei fuegini a bordo con noi. Devo annotare una preziosa ironia e riassumere (fin troppo brevemente) una singolare e meravigliosa storia. Non fosse stato per paternalismo, il Beagle non sarebbe salpato, e Darwin avrebbe perso il suo appuntamento con la storia. Rammarichiamoci del paternalismo, deridiamolo, scuotiamo la testa, ma riconosciamogli la grande utilità, sebbene indiretta, che ebbe per Darwin. Il capitano FitzRoy aveva già fatto un precedente viaggio nella Terra del Fuoco. Laggiù «acquistò», riscattandone il prezzo, quattro fuegini indigeni che portò in Inghilterra per condurre un dissennato esperimento sul «progresso» dei «selvaggi». Arrivarono a Plymouth nell’ottobre del 1830, e lì rimasero fino a che il Beagle non salpò di nuovo nel dicembre del 1831. Uno dei quattro di lì a poco morì di vaiolo, ma gli altri vissero a Walthamstow e furono allevati secondo le maniere, la lingua e la religione inglesi. Attrassero su di sé un’enorme attenzione, e ricevettero anche una convocazione ufficiale per una visita a sua maestà il re Guglielmo IV. FitzRoy, impegnato con molto orgoglio nel suo esperimento paternalistico e con l’intento principale di riportare a casa i tre fuegini, pianificò il successivo viaggio del Beagle insieme con un missionario inglese e con un vasto cargo di beni assurdi e inutili (fra cui vassoi da tè e servizi di pregiata porcellana cinese) offerti dalle donne della zona, con le migliori intenzioni

del mondo e la più disarmante ingenuità. Laggiù, nella punta estrema del Sudamerica, FitzRoy progettò di fondare una missione per dare inizio alla grande impresa di far progredire le creature meno evolute della terra. FitzRoy avrebbe noleggiato una barca a sue spese per riportare a casa York Minster, Jemmy Button e Fuegia Basket. (Anche i nomi dati ai ragazzi che aveva in custodia sanno di beffa paternalistica. Vi piacerebbe forse esser chiamati Chrysler Building, la secolare e moderna controparte americana della cattedrale di York?) Ma l’Ammiragliato, dietro pressioni dei potenti parenti di FitzRoy, finì per armare il Beagle e spedì di nuovo FitzRoy in missione, questa volta in compagnia di Darwin. Al quale piacquero molto i tre fuegini, e lo stretto contatto con i tre ragazzini in un alloggio così angusto lo aiutò a convincersi che tutti gli esseri umani condividono una comune natura biologica, malgrado la disparità culturale. Durante gli ultimi anni della sua vita, nell’Origine dell’uomo (1871), ricorderà: Gli aborigeni americani, i negri e gli europei differiscono fra loro nelle capacità mentali come nessun’altra terna di razze che possa mai essere citata; eppure ero continuamente sorpreso, mentre vivevo con i fuegini a bordo del Beagle, dai tanti piccoli tratti di carattere che dimostravano quanto le loro menti fossero simili alle nostre. Il nobile esperimento di FitzRoy andò a finire in un prevedibile disastro. Attraccarono vicino a casa di Jemmy Button, costruirono capanne per la missione, piantarono ortaggi europei, e sbarcarono il signor Matthews, incarnazione di Cristo fra i selvaggi, insieme ai tre fuegini. Matthews resistette circa due settimane. Frantumate le sue porcellane, calpestati gli ortaggi, FitzRoy gli ordinò di tornare sul Beagle e infine lo lasciò in Nuova Zelanda presso un suo fratello missionario. FitzRoy tornò laggiù un anno e un mese dopo. Incontrò Jemmy Button che gli riferì che York e Fuegia lo avevano derubato di tutti i vestiti e gli attrezzi, ed erano partiti in canoa verso le loro regioni d’origine, non molto distanti da lì. Jemmy, nel frattempo, era «regredito» completamente al suo modo di vita di un tempo, malgrado ricordasse un po’ di inglese, avesse espresso la sua gratitudine a FitzRoy, e avesse chiesto al capitano di portare con sé, al suo ritorno, dei regali per alcuni amici particolari: «un arco e una faretra piena di frecce per il suo maestro di Walthamstow […] e una punta di lancia fatta apposta per il signor Darwin». Dando un notevole saggio di faccia tosta di fronte all’avversità, FitzRoy propose la migliore interpretazione possibile per un fallimento che era sua completa responsabilità. Scrisse per concludere: Forse, in futuro, un naufrago uomo di mare potrà ricevere un aiuto e un’accoglienza gentile dai figli di Jemmy Button ispirati, come non mancheranno certamente di essere, dalle tradizioni che avranno appreso da uomini venuti da terre lontane; e da un senso, per quanto vago, di devozione a Dio e ai loro simili.

Ma il più forte motivo di ammirazione nei confronti di Darwin non si trova nel carattere relativamente benevolo delle sue convinzioni, ma nel modo in cui decise di agire, sulla base di queste idee. Non possiamo usare una classificazione politica moderna per determinare gli estremi di un vecchio spettro. L’estremo egualitario non esisteva per chi prendeva le decisioni politiche ai tempi di Darwin. Erano tutti razzisti, conformemente allo standard del tempo. All’interno di questo spettro, quelli che oggi giudichiamo più severamente esortavano a usare l’inferiorità come scusa per la schiavitù e l’espropriazione; mentre quelli che suscitano la nostra ammirazione retrospettiva sostenevano parità di diritti e osteggiavano la spoliazione, quale che fosse lo status biologico. Darwin prese questa seconda posizione insieme ai due americani che godono della miglior fama nella storiografia successiva: Thomas Jefferson e l’anima gemella di Darwin (perché nacquero lo stesso giorno) Abraham Lincoln. Sebbene esprimendosi con qualche esitazione, Jefferson scrisse: «Avanzo perciò l’idea, ma è solo un sospetto, che i neri […] siano inferiori ai bianchi nella costituzione sia corporea sia mentale». Auspicava però che da questo sospetto non si generasse nessuna politica di disparità sociale coatta. «Qualunque sia il livello delle loro doti naturali, non costituisce la misura dei loro diritti». Come per Lincoln, molte fonti hanno raccolto le sue raggelanti (e frequenti) dichiarazioni di inferiorità dei neri. Eppure egli è un eroe nazionale per aver distinto le caratteristiche biologiche dai giudizi sulle distinzioni morali e politico-sociali. Anche Darwin fu un fervente e attivo abolizionista. Uno dei più toccanti brani mai scritti contro la tratta degli schiavi si trova nell’ultimo capitolo del Viaggio di un naturalista intorno al mondo. La nave di Darwin, dopo aver fatto scalo a Tahiti, in Nuova Zelanda, in Australia e in Sudafrica (dove lui e FitzRoy sottoposero i loro frammenti di juvenilia a un giornale locale), si fermò per un’ultima visita in Brasile, prima di fare rotta dritto verso l’Inghilterra. Darwin scrisse: Il 19 agosto lasciammo finalmente le coste del Brasile. Grazie a Dio, non visiterò mai più un paese di schiavi […]. Vicino a Rio de Janeiro, abitavo di fronte a una vecchia signora che aveva uno strumento a vite per schiacciare le dita delle sue schiave. Ho abitato in una casa in cui un giovane maggiordomo mulatto, ogni giorno e ogni ora, era insultato, battuto e perseguitato in modo tale da avvilire anche il più basso animale. Ho visto un ragazzo, di sei o sette anni, colpito per tre volte con una frusta (prima che potessi intervenire) sulla testa nuda per avermi portato un bicchiere d’acqua che non era del tutto pulita […]. Ero presente quando un uomo di buon cuore era sul punto di separare per sempre uomini, donne e bambini di un gran numero di famiglie che avevano vissuto a lungo insieme. Nella frase successiva, Darwin passa dalla descrizione alla confutazione e all’appello perché si faccia qualcosa: Non accennerò neppure alle molte atrocità orribili delle quali sentii parlare

da fonti sicure; e non avrei neppure menzionato i rivoltanti particolari di prima se non avessi incontrato parecchie persone così accecate dalla costituzionale allegria del negro da parlare della schiavitù come di un male tollerabile. Negando le dicerie correnti riguardo al trattamento benevolo degli schiavi, e citando un caso analogo tratto della sua terra, Darwin continua: Si pensa che l’interesse personale impedisca un’eccessiva crudeltà, come se quest’interesse proteggesse i nostri animali domestici, che sono ben lontani dall’assomigliare a schiavi degradati, tutte le volte che il padrone si arrabbia. Sebbene abbia letto centinaia di volte Darwin, non posso imbattermi nelle sue frasi senza avvertire un brivido per la forza della sua scrittura; e senza provare l’orgoglio di avere trovato un eroe intellettuale dalle qualità umane comunque così ammirevoli (le due cose non sono molto spesso compatibili): Quelli che considerano con benevolenza il padrone degli schiavi e con freddezza lo schiavo, sembra che non si mettano mai nella posizione di quest’ultimo; che triste prospettiva, senza neppure la speranza di un cambiamento! Immaginatevi la possibilità sempre incombente su di voi, che vostra moglie e i vostri bambini, questi esseri che persino uno schiavo è costretto a chiamare suoi, vi siano strappati e venduti come bestie al primo offerente! E queste cose vengono fatte e sono giustificate da uomini che professano di amare il loro prossimo come se stessi, che credono in Dio e pregano che la sua volontà sia fatta sulla terra! Fa bollire il sangue e tremare il cuore pensare che noi inglesi e i nostri discendenti americani con il loro millantato grido di libertà, siamo stati e siamo tanto colpevoli. Così, se dovessimo giudicare il caso a più di centocinquanta anni di distanza – un’idea comunque piuttosto folle, malgrado sembri che siamo portati ad affrontare un anacronismo del genere – credo che Darwin varcherebbe le porte del Paradiso, magari dopo una breve sosta in Purgatorio, per riflettere un po’ sul paternalismo. Ma qual è, allora, l’antidoto al paternalismo e alle sue versioni moderne manifestate sottoforma di insufficiente stima per le differenze fra esseri umani (combinata con un’equazione troppo superficiale fra i particolari e per lo più accidentali modi di vita di ciascuno e la giustizia universale)? Che cos’altro, se non il diretto e onesto studio delle differenze culturali, l’argomento di gran lunga più affascinante del mondo? È questo il tema autentico che sta alla base del nostro moderno pluralismo nello studio della letteratura e della storia; questa visione permette di conoscere le opere e le culture delle minoranze e dei gruppi disprezzati, resi invisibili dalla cultura tradizionale. Non nego che siano stati perpetrati abusi occasionali da parte di persone con un

forte coinvolgimento emotivo in questa buona causa; non è una novità. Ma il tentativo da parte dei più infervorati conservatori di distorcere e sbeffeggiare questo movimento definendolo fascismo di sinistra politically correct è da considerarsi una cinica cortina di fumo propagata per coprire una potente lotta per il controllo dei programmi scolastici. Certo, Shakespeare viene prima di tutti e non tramonterà mai (ma neanche Darwin). Cerchiamo di insegnare anche gli straordinari aspetti della tecnica di sopravvivenza pigmea nel bush australiano, e lo spirito di adattamento fuegino nel clima più rigido del mondo. La dignità e l’ispirazione si presentano sotto diverse forme. Chi preferirebbe il patriottismo da strapazzo di George Armstrong Custer all’eloquenza del comandante Joseph nella sconfitta? Per finire, pensiamo a un’altra frase darwiniana – forse la più importante – tratta dal capitolo sulla schiavitù del Viaggio di un naturalista intorno al mondo. Impariamo la differenza al fine di comprenderla, non solo di accettarla: Se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi della natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande.

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Sommario Colophon Frontespizio Occhiello Premessa Introduzione all’edizione riveduta e ampliata. Riflessione all'età di cinque anni

La cornice di Intelligenza e pregiudizio Perché rivedere Intelligenza e pregiudizio dopo quindici anni? Ragioni, storia e revisione di Intelligenza e pregiudizio 1. Ragioni 2. Storia e revisione 1. Introduzione 2. La poligenesi e la craniometria in America prima di Darwin. Neri e indiani considerati come specie separate e inferiori

Un contesto culturale comune Stili preevoluzionisti di razzismo scientifico: monogenesi e poligenesi Louis Agassiz: il teorico americano della poligenesi Samuel George Morton, empirista della poligenesi 1. Il caso dell’inferiorità indiana: Crania Americana 2. Il caso delle tombe egizie: Crania Aegyptiaca 3. Il caso del cambiamento della media dei neri 4. La tabulazione finale del 1849 5. Conclusioni

La scuola americana e la schiavitù 3. La misurazione delle teste. Paul Broca e l’apogeo della craniologia La seduzione dei numeri 1. Introduzione 2. Francis Galton, apostolo della quantificazione 3. Una farsa con una morale: i numeri non garantiscono la verità I maestri della craniometria: Paul Broca e la sua scuola 1. La grande via circolare 2. La selezione dei caratteri 3. Evitare le anomalie 4. Anteriore e posteriore 5. I cervelli delle donne «Post scriptum» 4. La misurazione dei corpi. Due casi della natura scimmiesca degli indesiderabili

La scimmia che è in tutti noi: la ricapitolazione La scimmia che è in alcuni di noi: l’antropologia criminale 1. Atavismo e criminalità 2. Animali e selvaggi come criminali nati 3. Le stimmate anatomiche, fisiologiche e sociali 4. La ritirata di Lombroso 5. L’influenza dell’antropologia criminale 6. Nota aggiunta Epilogo 5. La teoria ereditaria del QI. Un’invenzione americana

Alfred Binet e gli obiettivi originali della sua scala 1. Il flirt tra Binet e la craniometria 2. La scala Binet e la nascita del QI 3. La demolizione delle intenzioni di Binet in America H.H. Goddard e la minaccia del debole di mente 1. L’intelligenza come un gene mendeliano 2. Prevenzione dell’immigrazione e della propagazione di moron 3. Goddard ritratta L.M. Terman e la diffusione di massa del QI innato 1. I test di massa e la scala Stanford-Binet 2. La tecnocrazia dell’innatismo di Terman 3. I resti fossili del QI degli ingegni del passato 4. La posizione di Terman sulle differenze di gruppo 5. Terman ritratta R.M. Yerkes e l’Army Mental Test: il QI diventa maggiorenne 1. Il grande balzo in avanti della psicologia 2. I risultati dei test dell’esercito 3. Una critica ai test mentali dell’esercito 4. L’impatto politico dei dati militari 6. Il vero errore di Cyril Burt. L’analisi fattoriale e la materializzazione dell’intelligenza

La storia di Sir Cyril Burt Correlazione, causa e analisi fattoriale

1. Correlazione e causa 2. Correlazione tra più di due dimensioni 3. L’analisi fattoriale e le sue finalità 4. L’errore della materializzazione 5. La rotazione e la non necessità delle componenti principali Charles Spearman e l’intelligenza generale 1. La teoria bifattoriale 2. Il metodo delle differenze tetradiche 3. La g di Spearman e il grande rinnovamento della psicologia 4. La g di Spearman e la giustificazione teorica del QI 5. La materializzazione della g di Spearman 6. Spearman e l’ereditarietà della g Cyril Burt e la sintesi ereditarista 1. La fonte dell’ereditarismo intransigente di Burt 2. L’estensione di Burt della teoria di Spearman 3. Burt sulla materializzazione dei fattori 4. Burt e l’uso politico della g L.L. Thurstone e i vettori della mente 1. La critica e la ricostruzione di Thurstone 2. L’interpretazione egalitaria delle PMA 3. Spearman e Burt reagiscono 4. Gli assi obliqui e la g di secondo ordine 5. Thurstone sugli usi dell’analisi fattoriale Epilogo: Arthur Jensen e la rinascita della g di Spearman

Un pensiero finale 7. Una conclusione positiva

La critica come scienza positiva Apprendere attraverso la critica Biologia e natura umana Epilogo Critica a The Bell Curve

«The Bell Curve» Falsità del contenuto Falsità della tesi Falsità del programma Fantasmi del passato delle curve a campana Tre secoli di idee sulla razza e il razzismo Antichi inganni del pensiero e dell’olfatto Geometria razziale La condizione morale di Tahiti (e di Darwin) Bibliografia

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