Nuages Django Reinardht

January 17, 2018 | Author: Michele Fisichella | Category: Elements Of Music, Jazz, Musical Forms, Pop Culture, Performing Arts
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Django Reinhardt

Nuages (Tesina di Alessandro Arcuri)

L'autore Jean-Baptiste Reinhardt, detto "Django", nacque nel 1910 in Belgio, a Liberchies, da una famiglia di zingari. Trascorse però la maggior parte della sua adolescenza nei pressi di Parigi, dove cominciò a suonare professionalmente già da ragazzo, dapprima come violinista, poi come banjoista. All'età di diciotto anni un grave incidente rischiò di troncare sul nascere la sua carriera musicale. Un incendio devastò la sua roulotte, lasciandolo gravemente ustionato ad una gamba ma soprattutto alla mano sinistra, che rimase con le due ultime dita, l'anulare ed il mignolo, praticamente inservibili. Nonostante la menomazione costituita dalle due dita rattrappite Django, che nel frattempo era passato dal banjo alla chitarra, sviluppò una tecnica strumentale personalissima, che prevedeva l'uso quasi esclusivo dell'indice e del medio per l'esecuzione degli assoli e -nei limiti del possibile- delle due dita semi-paralizzate per i voicing degli accordi. A metà degli anni trenta, Reinhardt e il violinista Stéphane Grappelli (che era anche il principale trascrittore delle melodie del chitarrista, essendo questi totalmente analfabeta) formarono un quintetto di soli strumenti a corda che divenne presto famoso, grazie anche all'appoggio dell'Hot Club De France, una delle prime associazioni europee di promozione del jazz. La formazione senza batteria era tipica del genere gypsy jazz, dove viene difatti sostituita dall'incessante accompagnamento ritmico delle chitarre, la cosiddetta pompe manouche. L'abilità di Django come chitarrista, e la sua vivissima prolificità di compositore lo portarono a collaborazioni internazionali di prim'ordine, fra cui quella con Duke Ellington, col quale arrivò perfino a suonare alla Carnegie Hall di new York. Dopo un breve periodo in cui, sull'onda dei chitarristi di impronta bebop, si dedicò alla chitarra elettrica e all'uso di organici più tradizionali, ritornò all'uso della sua tipica chitarra acustica Selmer/Maccaferri, modello ora prediletto dai musicisti Manouche. Django morì a seguito di un'emorragia cerebrale (e probabilmente anche a causa della sua avversione nei confronti dei medici, che lo portò a trascurare la sua salute) a soli quarantatrè anni. Samois-sur-Seine, il paese dove si era stabilito e dove morì, è oggi sede di un importantissimo festival di musica gitana, che porta il suo nome e che si svolge nell'ultima settimana di giugno.

Il brano Forse il più suonato e reinterpretato dei brani di Django, Nuages fu composto -e registrato per la prima volta- nel 1940, curiosamente con un organico "classico", anziche tipicamente gypsy, costituito da Django e suo fratello Joseph alle chitarre, da Francis Luca al contrabbasso, Pierre Fouad alla batteria e -data l'assenza di Grappelli, impegnato in Inghilterra- da Hubert Rostaing al clarinetto. Questa versione, però, rimase inedita (e fu anzi riscoperta dopo una quarantina d'anni) dato che il risultato non fu all'altezza delle aspettative dell'autore, alla ricerca di un suono più "orchestrale". Solo due mesi più tardi l'aggiunta di un altro clarinetto (Alix Combelle) ad una nuova registrazione del brano permise l'incisione della versione "definitiva" da mandare in stampa, che divenne l'enorme successo che conosciamo. Django registrò comunque numerose altre versioni, sia dal vivo che in studio o registrate durante trasmissioni radiofoniche; sia in versione orchestrale che durante il suo "periodo elettrico", nonché -ovviamente- anche con Grappelli al violino. Visto l'enorme successo ottenuto dal brano, venne anche incisa una versione cantata (una pratica piuttosto diffusa nel jazz), intitolata "It's The Bluest Kind Of Blue" con un testo composto apposta da Spencer Williams. In realtà esisteva già un testo composto da Jacques Larue, ma la versione di Williams, essendo in inglese, poteva essere destinata ad un mercato molto più ampio, divenendo un vero e proprio standard. In questa versione viene però aggiunta un'introduzione e un "verse" prima del tema originale, considerato invece come "chorus", modificandone la struttura, che passa da un A - A' ad un A - B - B'. La vesione strumentale resta comunque la più diffusa e la più reinterpretata anche da altri artisti fra cui Sidney Bechet, Lionel Hampton, Martial Solal, Charlie Haden, Allan Holdsworth e Bireli Lagrene.

Analisi Il brano è un medium-slow in 4/4, in tonalità di Sol Maggiore e si presenta con una struttura di tipo A - A' con ciascuna sezione di 16 battute. La cellula tematica è costituita dalla frase di sei crome (che termina poi su una nota più lunga, una minima o più) e che si trova come anacrusi all'inizio del pezzo. Questa cellula viene riproposta -a diverse altezze e con diversi rapporti armonici- più volte durante il tema, ma sostanzialmente è sempre costituita da un pick-up cromatico ascendente, di due note, seguito da una discesa delle restanti quattro, quasi sempre cromatica. L'utilizzo di frasi cromatiche è fra l'altro una caratteristica del fraseggio di Django Reinhard, conseguenza della sua particolare tecnica strumentale.

Cellula tematica di Nuages Il brano si apre con una sequenza di II - V che conducono all'accordo costruito sulla fondamentale della tonalità d'impianto; considerando 6 quell'accordo di G e andando a ritroso si può pensare che si tratti di una progressione II - V (un accordo per battuta) in cui il II grado viene reso 7 V /V e al quale poi viene applicata una sostituzione di tritono. Ciascun accordo di dominante viene fatto quindi precedere dal suo relativo II grado. || ||

Am

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D7

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G6

|...

A7

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D7

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G6

|...

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D7

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G6

|...

Am7 D7

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G6

|...

7

(V /V)

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Eb7 (sost. tritono)

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Bbm7 Eb7 |

L'andamento della melodia impone, per così dire, un carattere minore alla progressione, specie nella seconda battuta dove al canto viene mantenuta per quasi tutta la sua durata, il Eb, dapprima quinta diminuita dell'accordo di A e poi nona bemolle dell'accordo di D. La progressione risolve però in maggiore, sull'accordo costruito sulla tonica (a cui seguono un II e III grado). La sequenza viene ripetuta per le successive quattro battute (in cui viene anche riproposta, come risposta, la stessa linea melodica delle prime quattro).

Le battute dalla 9 alla 12 presentano un II - V di Em (relativa minore del G) e la cellula tematica viene riproposta due volte, con le necessarie variazioni melodiche, così da fornire una risposta tematica che si sviluppi e conduca il tema verso la fine del primo "A". 7 7 Le ultime quattro battute del primo "A" oscillano fra un V /V (A ) e un V 7 grado (D ), con alcuni accordi di passaggio ottenuti per movimento cromatico (un tratto tipicamente di Django, questo, anzi, nella battuta 15 7 7 è più comune trovare la sequenza D Db , rispetto a quella riportata nella partitura del Real Book) Il secondo "A" ripropone la stessa frase -e la stessa struttua armonicacon cui apre l'intero brano; la frase di risposta, però, viene qui trasportata una quarta giusta sopra, rispetto alle corrispondenti battute del primo "A", sequenza di accordi compresa, ovviamente. Lo stesso ragionamento applicato prima, vale anche per gli accordi presenti in queste battute. Nelle successive quattro il tema raggiunge il suo climax e con un cambio di modo si passa da Do maggiore a Do minore (spesso mantenuto per due battute, anche se in questa partitura la funzione del Cm7 è quella di secondo grado in una progressione II - V) ritornando poi in Sol maggiore per la chiusura del tema Nella versione cantata, "It's The Bluest Kind Of Blues", viene aggiunto un verse iniziale di ventidue battute (più quattro di introduzione strumentale). Come nella parte originale vengono effettuate alcune 7 sostituzioni di tritono e applicati dei V /V ma non ci si allontana mai dalla tonalità di impianto, rendendo in pratica questo verse d'apertura nient'altro che una lunga introduzione al tema già noto.

Altre versioni

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Jo Privat (CD: "Manouche Partie" - Nocturne, 1991) Raphaël Fays (CD: "Jazz Hot; The Gipsy Way" - Harmonia Mundi, 2000)

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The Rosenberg Trio (CD: "Seresta" - Hot Club Records, 1989) Angelo Debarre & Tchavolo Schmitt (CD: "Mémoires" - Le



Chant Du Monde, 2003) Bireli Lagrene (CD: "Live In Marciac" - Dreyfus Jazz, 1994)

Le versioni allegate nel CD sono sempre di matrice Gypsy e possono rappresentare uno spaccato di come la tradizione gitana sia giunta fino ai giorni nostri, con una parte degli stilemi più classici praticamente invariati e una certa dose di modernismi più o meno evidenti. Oltre alla strumentazione molto spesso tradizionale (come nelle incisioni del fisarmonicista Jo Privat e del chitarrista Raphaël Fays), anche la tecnica strumentale si dimostra ancora molto legata alle innovazioni chitarristiche apportate da Reinhardt.Oltre alla già citata pulsazione ritmica o "pompe manouche", si può apprezzare, per esempio nelle esecuzioni del trio dell'olandese Stochelo Rosenberg o nel duo Debarre/Schmitt la cosiddetta "rullata cromatica", perfezionata da Django per sopperire alla sua menomazione. Con questa tecnica vengono suonate tutte le note di una scala cromatica (ascendente o discendente) su una singola corda e con un solo dito, trascinandolo lungo la tastiera in perfetta sincronia con la pizzicata del plettro. Occasionalmente tale tecnica è anche applicata a degli interi accordi, fornendo una sorta di lungo approccio cromatico da un accordo all'altro. Il fraseggio chitarristico, pur ricco di cromatismi, non richiama eccessivamente le sonorità bebop, più che altro per il carattere più lirico delle frasi e -anzi- nonostante i chitarristi moderni (come appunto Rosenberg) non solo non abbiano menomazioni come quelle che aveva Reinhardt, ma siano stati esposti a molte più influenze moderne, il fraseggio non si discosta mai troppo dalla matrice gitana.Una notevole eccezione è data dall'esecuzione di Bireli Lagrene, chitarrista che, pur avendo cominciato come "imitatore" di Django (all'età di soli otto anni ne conosceva tutti i temi e gli assoli, nota per nota) si è poi avventurato nella fusion e nel jazz-rock, collaborando anche con Jaco Pastorius. Con il ritorno alla tradizione gitana che è poi seguito, negli anni successivi e fino

ad oggi, Lagrene ha mantenuto comunque una poliedricità stilistica, evidente nella sua personalissima reinterpretazione del brano.

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