Nino Filastò - Storia Delle Merende Infami

March 22, 2017 | Author: Mario | Category: N/A
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STORIA DELLE MERENDE INFAMI

".. .Pochissimi hanno esaminata e combattuta la crudeltà delle pene, e l'irregolarità delle procedure criminali, parte di legislazione così principale e così trascurata in quasi tutta l'Europa; pochissimi, rimontando a principi generali annientarono gli errori accumulati di più secoli, frenando, almeno con quella sola forza che hanno le verità conosciute, il troppo libero corso delle mal dirette potenze, che ha dato finora un lungo ed autorizzato esempio di fredda atrocità". Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene.

"...Eh, figlio mio, in fin dei conti voi portate la croce delle debolezze del vostro mondo. Dimorano sia qui che là esseri volgari che non possono sopportare l'idea delle cose a cui non sono abituati. Ma sappiate che vi si tratta allo stesso m o d o che da voi, perché se qualcuno di questa terra fosse asceso alla vostra e lì avesse osato dichiararsi uomo, i vostri dottori l'avrebbero fatto strangolare come un mostro o come uno scimmiotto posseduto dal demonio". Cyrano de Bergerac L'Altro Mondo ovvero gli Stati e gli Imperi della Luna. Titolo originale Lautre monde ou les Etats et Impires de la Lune. Traduzione di Pippo Vitiello, Liguori editore, Napoli 1984.

Nino Filastò

Storia delle merende infami con la collaborazione di L e o n a r d o Filastò

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SOMMARIO

PROLOGO CAPITOLO PRIMO

pag. 7 9

CAPITOLO SECONDO

21

CAPITOLO TERZO

51

CAPITOLO QUARTO

87

CAPITOLO QUINTO

145

CAPITOLO SESTO

163

CAPITOLO SETTIMO

185

CAPITOLO OTTAVO

215

CAPITOLO NONO

253

CAPITOLO DECIMO

283

CAPITOLO UNDICESIMO

303

CAPITOLO DODICESIMO

321

CAPITOLO TREDICESIMO

357

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

377

CAPITOLO QUINDICESIMO

435

H o indicato l'ignoto protagonista di questo libro - l'omicida seriale, il quale, secondo me, ha agito nella provincia di Firenze dal 1968 al 1993 - col termine 'mostro'. E una definizione enfatica rifiutata da molti. Resta però il fatto che essa è entrata nella lingua italiana per indicare un pluriomicida il quale uccide gratuitamente, cioè al di fuori da qualsiasi relazione con le vittime, a parte quella conclusiva e tragica. Nello sviluppo dell'indagine infinita (dal 1968 al 2004, almeno finora), ho seguito il criterio di ricondurre, nei limiti del possibile, i vari processi trattandoli come se si trattasse di un unico processo. Prevedo che alcuni pur cortesi Lettori salteranno le note poste al termine di ciascun capitolo. Preferirei che non lo facessero. Le numerose citazioni in nota o nel testo, di contenuto storico, letterario o cinematografico, possono apparire, e forse sono, digressioni. L'intento più frequente corrisponde all'idea che il processo di cui parlo, inteso nel suo complesso, venga di lontano, e che in esso siano stati usati strumenti antichi. Lo scopo dell'inserimento di alcuni brani di letteratura non storica, né giuridica, è quello di consentire a chi legge, nel contesto generale piuttosto pesante, di sollevare la testa per prendere, di tanto in tanto, una boccata d'aria più pura e leggera. Ma molte delle note contengono riferimenti alle fonti, in special modo a quelle tratte dai processi: sono le più numerose, atteso che i procedimenti penali sulla vicenda complessiva del mostro di Firenze (fra primi gradi, appelli, Cassazione, e altri che si sono arrestati nella fase istruttoria, oppure arenati nella fase delle indagini preliminari), sono circa una dozzina, con un un numero esorbitante di carte processuali. H o posto una cura speciale, avvocatesca e faticosa, nel controllo delle fonti, in special modo processuali: il virgolettato corrisponde esattamente al testo degli interrogatori, degli esami, degli atti dei magistrati, dei rapporti e relazioni di polizia. L'ultima cosa che vorrei in un libro come il presente, che non vuole lasciare spazio alla fantasia, o alle ipotesi azzardate, è di essere tacciato di gratuità e di inesattezza.

I GIORNI DELLA MERLA. G L I SCOOP GIORNALISTICI E UN ROMANZO. L E RAGIONI DI UN ENNESIMO LIBRO SUL MOSTRO DI FIRENZE. COINCIDENZE.

18/30 gennaio 2004. Secondo il detto popolare questi sono i giorni della merla, i più freddi. All'inizio dell'anno 2004 il tempo rispetta la tradizione e questi sono davvero giorni gelidi. I media si occupano della morsa del gelo che attanaglia l'Italia, del lifting di Berlusconi, della kermesse di Forza Italia. Fra canti corali e scenografie hollywoodiane il Presidente del Consiglio continua a prendersela con i giudici 'comunisti', usando quest'ultimo termine con lo stesso livore antistorico e demoniaco del maccartismo nel suo momento di maggiore virulenza. La cronaca registra il Presidente del Senato che si è recato ad Hammamet a rendere omaggio alla tomba di Craxi. Ma su tutte le notizie domina il crac di Parmalat, una truffa di proporzioni immani, che qualcuno sospetta sia solo la cima deW'iceberg. Si teme che il numero dei piccoli risparmiatori già sacrificati in questi ultimi anni sull'altare delle borse falsamente gonfiate, sia destinato ad aumentare. Qualche burlone maligno deforma il detto popolare in 'i giorni dei merli', dove i merli sarebbero appunto i patiti del 'sotto-il-mattone' che si sarebbero lasciati convincere da funzionari di banca, non si sa quanto consapevoli o pilotati, ad abbandonare il mattone o il materasso per mettere le ali ai loro risparmi acquistando titoli (i famosi bond, termine che presenta un'assonanza con la parola popolaresca 'bidone'), che avrebbero dovuto essere in ascesa perenne e inarrestabile. La paura raggela i cuori del ceto medio e medio-basso italiano: non capiterà anche a me? Non avverrà un crollo generale, come in Argentina? Il malessere è diffuso, la barca non va, i prezzi continuano a salire, una signora ha

tentato il suicidio, perché non ce la faceva a vivere, lei e la famiglia, con mille euro al mese. Ma le statistiche dell'EURISPES avvertono che in buona percentuale la gente deve stringere la cinghia anche con meno. Atterrisce, come un funesto pronostico, la falla (quattordici miliardi di euro) di una delle imprese italiane che appariva fra le più solide. I sospetti di connivenza, o almeno di colpevole inerzia, raggiungono i vertici della Banca d'Italia. L'euro avrebbe impedito che la voragine dilagasse, ma qualcuno ritiene che la moneta europea sia la causa della riduzione del potere d'acquisto. Come se non bastasse, rinfocolando l'atmosfera di timore di un anno fa, al tempo della SARS, la polmonite severa atipica, dall'Est giungono gli echi, enfatizzati dai media, dell'influenza dei polli, suscettibile di trasmettersi agli umani. In Cina, Indonesia, Tailandia e Vietnam ci sono già stati una ventina di morti. Come quello di Canterville di Oscar Wilde, il fantasma di una nuova pandemia agita il sudario sporcato dallo sterco verdastro dei polli. Intanto i venti di guerra che continuano a spirare dall'Iraq, atterriscono con un presagio di catastrofe planetaria. Il 22 gennaio, uno dei giorni più freddi, sui giornali e in TV rispunta il mostro di Firenze. In quasi quarant'anni di indagini molti, come me, sono invecchiati dietro le vicende del mostro, e ne hanno piene le tasche. D'altronde, non c'è una sentenza, passata in giudicato, che almeno da un punto di vista processuale dovrebbe aver messo il punto fermo? Cosa cerca ancora una speciale squadra di poliziotti, con a capo il dottor Michele Giuttari, in collaborazione con un nucleo di indagatori perugini, guidato quest'ultimo da un sostituto pubblico ministero della città umbra, intorno a un cadavere riesumato dopo quasi vent'anni di sepoltura? Che vanno indagando, ancora, tutti questi signori? Quali dubbi cercano di sciogliere, di quali certezze ulteriori hanno bisogno? Questo libro, non avrei voluto scriverlo. Per tre ragioni. Ecco la prima: l'argomento è inflazionato, come è inflazionata, secondo Laura Grimaldi, la scrittrice più esperta del genere in Italia, tutta la letteratura cosiddetta 'gialla', o lnoir, o 'poliziesca' che dir si voglia: saggi, e romanzi-verità compresi. La mia amica ha ragione: è nata una moda, che si è trasformata in maniera. La moda letteraria crea un'eterogenea commistione di realtà e di immagina-

CAPITOLO PRIMO

ICIV^

zione. Il libro si trasforma in 'evento'. Non è nuovo il fenomeno, l'esempio più classico è quello della Francia e dell'affare Dreyfus. Chi non ricorda Zola e il suo }'accuse} Ma il grande scrittore francese, in linea col suo impegno civile, lasciò per una volta da parte l'immaginazione, per concentrarsi con coraggio sulla condanna dei poteri costituiti, e per additare un episodio di razzismo. La letteratura in molte occasioni è stata denuncia, condanna, polemica, critica del reale. L'inflazione poi è sempre un fenomeno negativo, il termine deriva dal latino inflatio, gonfiamento. Secondo lo Zingarelli, in senso figurato è "il rapido ed eccessivo accrescersi di qualche cosa". Il contrappasso di Mastro Adamo, il falsario arso vivo a Firenze nel 1281, del trentesimo canto dell'Inferno, è l'idropisia. Mastro Adamo è gonfio fino a rassomigliare a un liuto. Sembra che qui Dante suggerisca che la moneta falsa gonfia, cioè produce inflazione. Sicché, secondo Dante, l'inflazione sarebbe contigua alla falsificazione. Nel nostro caso al rigonfiamento letterario (non saprei dire quanti siano i libri scritti sul mostro di Firenze, senza contare la miriade di articoli, di trasmissioni, di interventi di ogni genere) corrisponde l'inflazione dell'indagine, favorita da un sistema giudiziario idropico che di recente il Procuratore Generale della Cassazione ha definito "malato" e "provinciale". D'altronde io stesso ho contribuito ad accrescere l'epa croia, con un libro 1 e molti articoli. Non mi sembrava il caso di contribuire ulteriormente al già eccessivo accrescimento, suscitando oltretutto il sospetto di avvalermi dello strumento dell'immaginazione, come sono abituato a fare come scrittore di romanzi, e così generando io pure un'orribile commistione di realtà e di fantasia circa fatti serissimi, e purtroppo anche troppo autentici. Secondo motivo, e questo è personale, anzi personalissimo. Fu a causa della pubblicazione del libro Pacciani innocente, avvenuta alcuni mesi prima che cominciasse il processo ai compagni di merende, e prima che la Corte d'Assise d'Appello di Firenze assolvesse con formula piena Pacciani dall'accusa di essere lui l'assassino seriale delle coppie, che Mario Vanni, uno dei 'merendari', mi nominò suo difensore. Qualcuno dei suoi compagni di detenzione, Mario Vanni era allora in stato di custodia cautelare nel carcere Don Bosco a Pisa, doveva aver letto il libro, e suggerito all'imputato di nominarmi difensore. Da allora ho considerato quel libro malaugurato. Il processo e il verdetto finale hanno prodotto in me un'autentica sofferenza; è

il caso di dire che ne ho fatto una malattia. A un certo punto del dibattimento di primo grado, prima ancora che si cominciassero a sentire i testimoni, capii l'aria che tirava, e abbandonai il processo. Era avvenuto, per la prima volta nella mia carriera professionale d'avvocato, di sentirmi contraddire dal condifensore, in disaccordo totale con la mia linea difensiva. Dissi a Vanni: " O me o lui", e me n'andai, ben contento di abbandonare quello che m'appariva, e non per motivi processuali o razionali, ma per altri motivi, un caso disperato. Avevo difatti l'impressione che la sentenza di condanna fosse già stata pronunciata in anticipo sulla raccolta delle prove che avrebbero dovuto svilupparsi nel dibattimento. Vanni allora mi scrisse, (o mi fece scrivere da qualcuno, perché già all'epoca non era in grado di rendersi compiutamente conto di quello che gli accadeva) una lettera in cui mi pregava di riprendere il mio posto. Andai a trovarlo di nuovo in carcere. Ricavai dal colloquio una profonda compassione, sentii in lui il sentimento della giustizia offesa. Un sentimento che l'imputato, in modo semplice, da povero, da illetterato, da cerebroleso, tuttavia avvertiva con intensità, e riusciva a comunicarmi in modo da provocare commozione. Ritornai dietro il banco della difesa. Il giorno in cui i giudici del primo grado del processo ai compagni di merende uscirono dalla camera di consiglio con la sentenza di condanna, avevo l'influenza. Andai all'udienza col cappotto sotto la toga e avvolto in una sciarpa. Al ritorno a casa, la febbre era salita vertiginosamente. Ripensando a quelle perole: "Dichiara colpevole eccetera", pronunciate dal Presidente, risento ancor oggi i brividi della febbre. Rammento che mentre mi avviavo fuori dall'aula, cercando di farmi piccolo in mezzo alla folla di giornalisti e di avvocati, mi bloccò una giovane cronista del canale di una televisione, che mi chiese, sorridendo con ironia: "Se ero soddisfatto del verdetto". Le risposi in un modo quasi offensivo, digrignando i denti. Non ricordo quali parole usai, ero sconvolto più che dalla delusione della sconfitta, da un sentimento d'impotenza dinanzi al prevalere sul ragionamento, sul buon senso, persino sui fatti provati, della nuda potenza giudiziaria. Prima di decidere di riprendere il posto di difensore, avrei dovuto ricordare l'antico detto bolognese, che mi aveva citato poco tempo prima, mentre salivamo insieme in ascensore per raggiungere una Sezione della Cassazione,

Sandro Gamberini, un valente collega di Bologna, molto noto per aver seguito alcuni processi di grande risonanza (la strage di Ustica, il caso Sofri). Sandro mi disse sorridendo: "Guai a quei che s'incaprissia di far giusta la giustissia". Eh già, dopo tanti anni di professione, e dopo tante cocenti delusioni, avrei dovuto saperlo che la presunzione di rendere giusta la giustizia nei processi è un capriccio e che procura guai. Peggio ancora mi sentii quando il verdetto di condanna fu (sia pure in parte) confermato dalla Corte dell'appello. Avevo condotto la difesa di Vanni in quella seconda fase del giudizio quasi con non chalance, sicuro di avere l'assoluzione in tasca. Il Procuratore Generale, il dottor Daniele Propato, colui che avrebbe dovuto sostenere l'accusa, s'era convinto del valore di alcune acquisizioni documentali difensive, da lui stesso approfondite e ribadite nel dibattimento d'appello. Aveva nella sua requisitoria tacciato di calunniosità Giancarlo Lotti, la principale (e sostanzialmente unica) fonte dell'accusa, e aveva concluso, come il suo collega nell'appello del processo contro Pietro Pacciani, per l'assoluzione di Mario Vanni. Il processo di Cassazione, concluso con la conferma della condanna, era stato per me motivo di un'altra delusione e di altre ragioni di sconforto. Insomma ho vissuto il processo a Mario Vanni come un vero e proprio malanno. Occuparmi di nuovo del caso, sia pure scrivendo, sia pure in perfetta solitudine, al di fuori delle ansie e dell'atmosfera competitiva che accompagna sempre ogni processo, continua però a provocare in me una sofferenza di cui sono restio a contagiare i miei lettori benevoli (di quelli malevoli - e ce ne saranno, immagino, e anzi mi auguro che ce ne siano - i quali avvertiranno in questo libro il fastidio del fumo agli occhi, non mi preoccupo affatto). Infine c'è Mario Vanni. Non ho chiesto il suo consenso prima di mettermi davanti al computer. Avrei preferito farlo, in fondo qui si parla molto di lui. Sono sicuro che non me l'avrebbe negato. Ma non gliel'ho chiesto perché Vanni è caduto in una sindrome demenziale, cagionata da una polipatologia somatica che lo rende del tutto incapace di quasi tutte le funzioni vitali, - da quella di deambulare, a quella di autoalimentarsi, ad altre più umilianti deficenze - e non è infine capace di affrontare un qualsiasi problema. Sta morendo di carcere, Mario Vanni, non in carcere, che poi sarebbe un luogo come un altro per morirvi. Vanni muore di carcere prima di tutto perché non capisce la ragione per cui vi è stato rinchiuso.

Dopo la sentenza della Cassazione che ha ribadito la condanna all'ergastolo, tanto che sulla copertina del suo fascicolo personale carcerario si legge stampigliata la scritta: "Fine pena: mai", quando lo vado a trovare ribadisce piangendo la sua innocenza. Ma ormai si esprime a stento. Mi dice: "Avvocato, ma quando me lo faranno, il processo?" Sono ormai alcuni mesi che non lo vado a trovare nel Carcere Don Bosco di Pisa dov'è richiuso, o meglio ricoverato, perché sta nel Centro Clinico Penitenziario. Ogni volta che l'incontro mi fa male al cuore lasciarlo seduto al tavolino dei colloqui, che piange. Non sopporto le lacrime che gli scavano le guance smagrite (è divenuto quasi anoressico). Negli occhi velati dalla vecchiaia (ha settantasei anni), mi pare di leggere il rimprovero riguardo a un sistema, di cui anch'io, nel bene e nel male, faccio parte. Ma allora, per quali motivi, nel freddo di questa fine di gennaio, ho ripreso in mano l'ormai vecchio libro scritto all'epoca del processo Pacciani, ho riletto gli atti e gli appunti del processo ai 'compagni di merende', alcuni articoli pubblicati in serie, per buttar giù quello che a prima vista può sembrare uno sfogo intellettuale, e che invece vuol essere l'analisi di un complicatissimo caso giudiziario? Perché sobbarcarmi di un'impresa faticosa, che rinfocola la sofferenza? Scrivendo la storia processuale dei compagni di merende, come solo con un libro si può fare, mettendo in chiaro le ragioni di un cittadino a mio parere ingiustamente condannato, spero di sostenere e di provocare la Grazia del Presidente della Repubblica a Mario Vanni. Sempre che nel frattempo sia cambiata la legge in merito. Il provvedimento - il diritto alla difesa di Mario Vanni è stato, a mio parere, violato in varie occasioni - non sarebbe semplicemente 'atto di clemenza', ma riparazione. Verrebbe incontro a un suo diritto costituzionale, e non solamente perché le sue attuali condizioni di salute, e l'età avanzata, rendono la pena, nel suo caso, e a tutto concedere, inutile e pi;iva di umanità. Una terza ragione sta in alcune coincidenze che mi avviliscono. Reagisco scrivendo, perché scrivere è la sola cosa che so fare discretamente. In questi giorni sembra che stia prendendo corpo l'inchiesta Pacciani ter sul cosiddetto terzo livello dei delitti del mostro, o dei mostri, a prestar fede alla

tesi degli inquisitori confermata da una sentenza definitiva. Su tutti i giornali e in televisione, appare - con una reiterazione straordinaria, considerando la riservatezza di cui in genere si ammantano, per ottimi e intuibili motivi, i funzionari di polizia - l'immagine col sigaro, e l'autoaffermata rassomiglianza con l'attore Al Pacino del titolare della vecchia e nuova inchiesta, il dottor Michele Giuttari, ex-capo della Squadra Mobile della Questura di Firenze, oggi responsabile di una speciale équipe di poliziotti, che ha l'incarico di trovare e di rassegnare alla giustizia i criminali mandanti. (Benché la somiglianza la vedrei meglio con un personaggio interpretato dal famoso attore americano: Scarface, innanzitutto per via del sigaro, che il personaggio della fiction e quello autentico fumano in continuazione, benché nel film si tratti di costosissimi Avana, e non, come nel caso del poliziotto, dei più familiari ed economici 'Toscani extravecchi'). I perfidi e misteriosi ispiratori e finanziatori degli omicidi delle coppie di amanti avvenuti nella provincia di Firenze da 1968 al 1985, sarebbero in parte finora sconosciuti, o almeno l'ipotesi della loro responsabilità sarebbe rimasta, finora, povera di indizi. Ma davvero, dopo nove anni (l'ipotesi cominciò a essere indagata fino nel 1995, come si vedrà) dacché poliziotti e pubblico ministero ebbero imboccato questa pista cosiddetta esoterica, soltanto in questi giorni le indagini sono approdate a qualcosa di concreto? Quale nuova luce ha rischiarato l'inchiesta, per l'appunto in questi giorni, tanto che sul registro della Procura della Repubblica di Firenze sono stati iscritti come indagati i nomi di alcune persone? Quali nuovi indizi hanno provocato la perquisizione nella casa di un farmacista di San Casciano? Per quale motivo due nomi fra i recenti indagati sono stati dati illecitamente in pasto alla stampa? (Non tutti, su quattro, o cinque, o di più, alcuni restano nell'anonimato, così sottratti al ludibrio universale). Quest'ultimo evento, oltreché illecito, è atecnico, dal punto di vista di un'indagine corretta. Non dovrebbe, un'inchiesta delicata e complessa come quella riguardante una setta assassina, restare coperta dal più roccioso segreto istruttorio, almeno finché il codice non imponga la discovery ai difensori? Se di setta si tratta, e dunque di un collettivo formato da più persone, alcune delle quali tuttora insospettate e libere, non temono, gli inquirenti, che diventando pubblici risultati e nomi, e venendo alla luce alcune possibili fonti

di informazione, l'associazione distrugga o contamini la prova? Ammesso per esempio che esista il cosiddetto 'tempio' in cui questa congrega criminale celebrerebbe i suoi riti orgiastici, sanguinari, magici e non so che altro, che cosa esclude che, sentendosi il fiato sul collo, i criminali in libertà e fuori dall'indagine, ed essendo oltretutto potentissimi e protetti in alto loco (come si legge su certa stampa), distruggano il tempio suddetto con un bel falò? A un giornalista de "La Nazione" che gli faceva notare la inquietante coincidenza cronologica (l'una cosa precede l'altra di soli tre giorni, cioè la perquisizione in casa del farmacista di San Casciano, e la presentazione a Milano, e quindi la comparsa nelle librerie di tutta Italia, di un certo romanzo), il dottor Michele Giuttari ha risposto così: "Un conto è il mio lavoro a cui ho dato tutto me stesso e un conto è la passione per i romanzi. Gli ultimi provvedimenti sono stati firmati dalla Procura. Si tratta di una pura coincidenza. Chi pensa e dice questo è un maligno e verrà smentito dai fatti" 2 . Ebbene, se non altro, e se leggerà questo libro, il suo maligno l'investigatorescrittore l'ha trovato. Io ci credo poco, specialmente nelle cose che riguardano i processi, alle pure coincidenze 3 . Sicché ecco un'altra ragione per cui, nei giorni della merla, mi sono deciso a scrivere questo libro. Non mi piace sentirmi come un merlo intirizzito dal freddo dei tempi infelici e calamitosi, per questo disposto a passar sopra a ogni cosa. Come cittadino mi sono chiesto se è corretto cogliere il momento in cui s'intensifica un'indagine poliziesca, compresa l'umiliazione della libertà personale di un altro cittadino - la perquisizione domiciliare è un atto afflittivo dei più umilianti - per scopi che a prima vista potrebbero apparire non esclusivamente istituzionali. Gli inglesi dicono: "Bisogna non solo fare giustizia, ma mostrare chiaramente che la facciamo". Infine e soprattutto, chi è stato a rendere pubblico il fatto in sé, e chi li ha fatti filtrare fino ai media, i due nomi e cognomi degli indagati, per l'appunto in questi giorni? La Procura di Firenze, leggo da qualche parte, ha aperto un'inchiesta sulla violazione del segreto istruttorio. Spero proprio che stavolta l'inchiesta si concluda alla svelta con la scoperta dei responsabili: l'episodio mi sembra grave, e merita il massimo approfondimento.

C'è poi un'altra ragione, meno maligna, e più seria. A suo tempo ho pubblicato su "Il Governo delle cose" una serie di articoli col titolo riepilogativo de L'Indagine infinita. L'indagine è, ovviamente, quella centrata sui delitti del mostro di Firenze. Nell'ultimo degli articoli di questa serie scrivevo: "La teoria esoterica che sta a fondamento di quest'ultimo troncone d'indagine manifesta, a mio parere, prima di tutto un difetto di cultura. Anzi, per meglio precisare, il rifiuto della cultura scientifica, e l'accentuazione dell'isolamento, sia da un punto di visto storico che scientifico, in cui si pone, da secoli, il mondo giudiziario, che comprende anche il campo dell'inquisizione poliziesca, nonostante l'uso attuale di nuovissimi strumenti tecnologici. A leggere certe recenti cronache, è come se per questi contemporanei ' martelli delle streghe' Freud non fosse mai esistito. Qualsiasi interpretazione degli atroci fatti di cui mi sto occupando nel senso di una sessualità gravemente pervertita, è ignorata, nonostante l'evidenza delle coppie uccise durante i prodromi all'atto sessuale, nonostante le mutilazioni inferte solo alle vittime femminili, nonostante la pulsione psicopatologica verso queste ultime, che si esprime non solo attraverso le mutilazioni, ma anche con altri comportamenti (l'esibizione oscena, per esempio, dei corpi femminili), da cui è facile ricavare il disprezzo, e l'odio-paura verso la donna. La schiera dei ricercatori (fisiologi, behavioristi, etologi, teorici dei sistemi generali), dice Stoller4 è enorme... La grandiosa ed esplicativa teoria dello sviluppo umano proposta da Freud nel 1900 ha visto un secolo di approfondimenti, e rimane ancor oggi una ricca fonte in vista di ricerche ulteriori. Tutto cancellato negli schemi mentali degli inquirenti alla caccia delle messe nere. A Freud e ai suoi epigoni, essi preferiscono una specie di Wanna Marchi dell'indagine giudiziaria. (Su quest'ultima osservazione, vedi di seguito, n.d.r.). Quello che in un certo modo indigna è che nel 2002 la massa enorme di conferme sulle teorie interpersonali di Freud in tema di sessualità, sia gettata nel cestino da alcuni ricercatori, rozzamente suggestionati da letture pessime, benché questi stessi ricercatori siano impegnati in un'inchiesta per casi criminali che a un esame approfondito non possono essere considerati che come delitti attribuibili a un soggetto portatore di una gravissima, e per fortuna rara, sindrome di perversione sessuale. Agli inizi del nuovo secolo sembra in procinto di maturare nella fase del dibattimento pubblico nella civile città di Firenze un anacronistico e ragge-

lante processo alle streghe... "'. Concludevo l'articolo pronosticando che la cultura di Firenze avrebbe impedito il verificarsi di un evento tanto nefasto: un processo per stregoneria agli albori del secolo ventunesimo, e questo in una città nota al mondo per essere stata all'avanguardia del pensiero razionale e critico. Questo anche quando, alla fine del Cinquecento, ai tempi del martire Pietro Carnesecchi 6 , protonotaro fiorentino, esercitare la ragione e la critica costava la vita. Evidentemente sbagliavo la prognosi favorevole, il processo ci sarà, anzi è già in corso, seppure tuttora nella fase delle indagini preliminari. Mi sembra un'umiliazione anche per Firenze. Questo libro, in cui tenterò di indicare analiticamente le tappe che hanno permesso il nascere di una simile escrescenza anomala, vuol essere in parte una specie di difesa e di riparazione, che sento dovuta alla città in cui sono nato, in cui vivo, e che amo. Infine, mi colpisce, e non è la prima volta, un'altra coincidenza, e questa riguarda la persona del detenuto, condannato definitivo all'ergastolo, Mario Vanni.

Note al Capitolo Primo 1

Nino Filastò, Cacciani Innocente, Ponte alle Grazie editore, Firenze 1994. "La Nazione", 23 gennaio 2004, p. 3. 5 Sono in grado di rinforzare il mio scetticismo sulla base di un'esperienza pluridecennale derivante dalla frequentazione di entrambi gli ambienti, quello dei processi, e quello letterario. Così so bene che una perquisizione si fa sì solo se esiste il presupposto formale del provvedimento giudiziario, ma mi consta che l'impulso originario a provocare il provvedimento appartenga quasi sempre all'autorità di polizia che svolge le indagini, e questo sulla base dell'urgenza. Urgente è di norma la perquisizione perché si teme che l'indagato possa col tempo alterare o distruggere le prove del reato. Sicché non passano mai molti giorni fra la sollecitazione del provvedimento e il provvedimento stesso. In che consiste l'urgenza, dopo circa nove anni di investigazioni riguardanti quell'ipotesi, a perquisire la casa del farmacista di San Casciano (13 ore di perquisizione), il 18 gennaio 2004? Quanto alla presentazione dei libri, e alla loro uscita nelle librerie, so bene che l'autore è messo a parte dall'editore delle date relative almeno con un mese d'anticipo. Ora, ammesso che la quasi contemporaneità sia nata per pura coincidenza, conside2

rancio che l'atto di polizia giudiziaria - la perquisizione - è precedente all'uscita del libro, non sarebbe stato opportuno ritardare quest'ultimo evento, che so? di almeno un mese, al fine di evitare il sospetto adombrato dal giornalista? Per quanto riguarda i fatti, dai quali mi auguro per amor di patria di essere smentito, il primo che mi capita sott'occhio è una planchette pubblicitaria apparsa sulla prima pagina "Il Corriere dell a sera" del 28 gennaio del corrente anno. In essa si afferma che del romanzo di Michele Giuttari sono state vendute 45.000 copie in una settimana. Questo rappresenta, almeno in Italia, se si eccettuano alcuni rarissimi best-seller, una specie di record. Un eccezionale successo di pubblico che è difficile ritenere estraneo al clamore suscitato dalle notizie sulle recenti 'scoperte' degli indagatori sui misteri del mostro di Firenze. 4

Robert J. Stoller, Perversione, Feltrinelli, Milano 1978. "Il governo delle cose" diretto da Franco Cardini, Firenze n. 15/16 Nov./Dic. 2002, p. 137 e segg. Nino Filastò, L indagine infinita. 6 Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza, Einaudi, Torino 1997, pp. 175-176. La sentenza di morte fu letta a Pietro Carnesecchi (due ore di lettura, un esempio ante litteram di iperfasia dei giudici), il 16 agosto 1567: "...Sì come in questi infelici e calamitosi tempi si vede continuamente fare da molte scelerate sette di heretici, con irreparabil danno della República Christiana, et perditione di infinite anime, et particolarmente si può considerare nella presente causa...". Nella sentenza si rimprovera al protonotaro i rapporti con l'ambiente napoletano di Jean de Valdès, le idee eretiche abbracciate, ma soprattutto la simulazione, cioè la mancata collaborazione in senso confessorio con l'Inquisizione: "Ti sei mostro duro et difficile nel confessare liberamente le tue false opinioni contro la santa fede catholica... Perseverasti nella medesima negativa... Et mentre noi speravamo da te segni di penitenza... havesti ardire più volte scrivere molte e varie lettere furtivamente...". Carnesecchi fu duro fino alla fine, e non rinunciò all'ironia del fiorentino puro sangue. Mentre lo conducevano al rogo con l'abitello giallo con sopra dipinte le lingue di fuoco, disse al suo accompagnatore: "Padre, noi andiamo vestiti a livrea come se fussi di carnevale". 5

I L SIGNOR MARIO VANNI DI SAN CASCIANO V A L DI PESA. U N A DIGRESSIONE NECESSARIA. S E GIUTTARI ASSOMIGLIA AD A L PACINO, VANNI RASSOMIGLIAVA A TATI. UN'ALTRA COINCIDENZA.

La legge non ha permesso che l'ergastolo a Mario Vanni. Non è prevista dal nostro codice la pena accessoria costituita dalla demolizione della sua casa. Non è stato dunque possibile, al posto della povera casetta di Borgo Sarchiani, peraltro abitata anche da una famiglia del tutto immune dal contagio criminale delle merende, elevare una colonna. E stato altrettanto impossibile murare accanto al modesto portoncino d'ingresso una targa commemorativa che tramandi ai posteri le nefandezze dei compagni di merende, la brillante scoperta delle medesime, nonché l'esemplare condanna dei merendari. Forse è questo il motivo per cui Michele Giuttari, coadiuvato nell'opera dallo scrittore Carlo Lucarelli, scrisse - con anticipo rispetto alla conclusione processuale della vicenda - un libro intitolato Compagni di sangue. Intendeva, credo, il brillante investigatore, scongiurare il rischio che il successo delle sue imprese indagatone sui delitti del mostro di Firenze restasse sepolto nell'oblio con cui il tempo inesorabilmente ottenebra il ricordo delle cose, pur egregie e degne di essere tramandate alla memoria delle nuove generazioni Dopo di allora, e proprio in questi giorni, è apparso un secondo libro, stavolta un romanzo, scritto dal solo Michele Giuttari, che sembrerebbe di pura invenzione, ma nel quale l'autore non perde occasione per celebrare se stesso come scopritore della verità sui delitti delle coppie avvenuti nella provincia di Firenze 2 . Cercare rogna, e crearsi degli avversari dal punto di vista intellettuale o let-

terario, non riempie la vita, c'è ben altro da fare e di più gratificante. Al massimo, aiuta ad ammazzare il tempo e la noia dei momenti morti. Il libro presente non intende riaprire lo scaffale polveroso dei pamphlets con cui i polemisti del XVIII e XIX secolo usavano la stampa per scambiarsi reciproche contumelie, accuse, talvolta insulti sanguinosi intorno a temi sui quali si scontravano divergenze di opinioni non componibili. Uno scontro polemico e letterario di questo genere in tempi andati sfociava spesso in un duello, che emozionava i gentiluomini dei secoli scorsi. Di questi tempi un pamphlet, suscettibile di provocare un duello, sarebbe fuori dal mondo. Oggi alle penne d'oca, al linguaggio militaresco dello scontro senza mediazioni, alle pistole monocolpo, alle spade sfoderate all'alba in prossimità di un convento, si possono più pacificamente sostituire le cosiddette - con neologismo che sa di sassate tirate a un gatto - chattate sui forum elettromagnetici in cui la gente più varia s'incontra, e quando non si ama, a volte si odia e si scontra, ma senza muoversi da casa propria, senza rischi e senza sprechi muscolari. Tuttavia, nel caso dei cosiddetti compagni di merende o di sangue, non è il caso di appesantire su Internet il blog destinato alle chattate sull'argomento. Leggo che già esiste, ma entrare su un tale terreno, a me farebbe l'effetto di gridare al vento in mezzo a una folla da stadio. C'è poco da fare: appartengo a un'altra generazione, saranno anche molto democratici simili strumenti, ma la folla, anche quella virtuale, credo che ostacoli il ragionamento. Semmai, ove questo libro fosse aggiunto all'elenco pubblicato da Internet dei libri messi all'indice perché "superati o contraddetti dalla storia", cioè smentiti dalle sentenze 3 , insieme a tutti gli altri scritti (pochi) apparsi in difesa di Pacciani e dei compagni di merende, e che propongono una ricostruzione della vicenda alternativa alla giustizia ufficiale, potrebbe essere utile una confutazione preventiva alla condanna all'indice del presente libro. Ma resta il fatto che gli avvenimenti, quelli autentici e quelli processuali, che riguardano le vicende del mostro di Firenze stimolano considerazioni troppo serie e dolorose per assaporare il gusto dolceamaro della polemica. Sicché niente pamphlet. Lo scopo di questo scritto, ambizioso e inadeguato alla modestia dell'autore, è diverso. E vero però che il tono che sto usando risente della maniera degli Illuministi risvegliati dal sonno della ragione, ed esprime la nostalgia per lo stile severo

e talvolta drammatico con cui i nostri trisavoli certi argomenti talvolta li affrontavano con minore timidezza riguardo alle autorità costituite, e con minori scrupoli di adesso. Lo scopo è di ragionare, più che quello di fornire le ragioni di una difesa. Assomiglia all'intento di Pietro Verri (Osservazioni sulla tortura), laddove il grande storico intese dimostrare col lume della ragione come la tortura "aveva potuto estorcere la confessione d'un delitto fisicamente e moralmente impossibile". Nel suo libro (o 'libretto' come lo chiama con eccessiva modestia l'Autore, al quale devo l'idea generale e il titolo del presente scritto),M) l'autore Francesco Ferri afferma - si tratta dell'opinione di un addetto ai lavori, cioè di un magistrato onestissimo intellettualmente, nonché e innanzitutto di un giudice autentico - che la tortura esiste ancora nella pratica giudiziaria contemporanea, essendo i tormenti della ruota, dell'acqua e delle altre diavolerie escogitate a suo tempo dalla crudeltà degli uomini, oggi sostituite dall'istituto della carcerazione preventiva. Ma non anticipiamo: qui si descrivono innanzitutto alcune persone ed alcuni fatti. Farò anche il tentativo di definire la sindrome perversa di un uomo la cui identità è tuttora sconosciuta, una persona che i media definirono col termine di "mostro" al singolare, e che qui tenterò di identificare in certe sue caratteristiche fisiche e psicologiche con la minore approssimazione possibile. Ma cercherò, strada facendo, di rappresentare anche un mostro metaforico, cresciuto in modo smisurato all'ombra dell'apparente disinteresse dei politici, dell'ipocrisia dei cosiddetti scienziati del diritto, e della disinformazione della gente comune. A questo proposito è necessaria una digressione. In questi ultimi tempi è diventato non progressista - come parlar male di Garibaldi - prendersela coi giudici italiani e con le sentenze emanate da costoro. E avvenuto difatti che dopo Tangentopoli qualcuno ha scoperto la 'congiura politica' del potere giudiziario contro le 'libertà' dei cittadini. Che poi sarebbe come dire contro la libertà di fare affari e di accumulare danaro in tutti i modi possibili, corruzione e mafia comprese. Dal lavoro di alcuni patiti della legalità nascerebbe un eccessivo disturbo ai manovratori, con grave danno

per l'economia del Paese e per il benessere generale. Dal 1992 in poi coloro che cercarono di far pulizia con lo strumento della giustizia contro il sistema di corruttele divenuto asfissiante, e così generalizzato da essere persino asfittico riguardo al benessere comune, quegli stessi giudici e pubblici ministeri che oggi continuano a tentare di combattere il malaffare e la mafia - intesa quest'ultima come "Cosa nostra", cioè come struttura economico-politica costituente un vero e proprio stato nello stato - di frequente vengono additati come 'comunisti', e strumentalizzatori del potere giudiziario al fine di sostenere la congiura liberticida. Un'analisi del genere, che non è neppure analisi, ma volgarità demagogica, in cui Cicero pontifica prò domo sua, sorvola elegantemente su un fatto storico. Proprio con Tangentopoli si assiste a ciò che Scarpinato definisce "fallimento della giurisdizione" 5. Difatti in pochi hanno pagato con la sanzione del carcere per i delitti scoperti da Tangentopoli. La classe malversatrice, la classe dei colletti bianchi che ha fatto affari operando su tutti i fronti, compreso quello doviziosissimo della mafia, è rimasta sostanzialmente indenne, e continua i suoi maneggi sporchi. In galera è finito, salvo errori, un ristretto manipolo di persone. I massimi referenti politici, sostenitori e mentori di questo sistema, sono apparsi maestri nell'arte dell'auto-riciclaggio. Quando non sono stati impediti dalla legge della natura, cioè dalla morte naturale o dalla vecchiaia - ma alcuni di loro sembrano aver fatto un patto col diavolo anche da questo punto di vista - sono ritornati alla ribalta in pompa magna, sostenuti dai media asserviti alla parte che qualifica le loro disavventure giudiziarie in termini di 'persecuzione politica'. Per alcuni politici che sono stati al centro di vicende giudiziarie collegate a fatti criminali molto rilevanti, il processo e la successiva assoluzione sono divenuti meriti, blasoni acquistati sul campo, fors'anche per aver dimostrato la virtù, tutta italiana, di saper gabbare la giustizia. A sentire i discorsi di alcuni, certi giudici sarebbero affetti da una specie di sindrome paranoicale. Sarebbero paranoidi gli addetti al lavoro della giustizia, i quali ritengono non casuale il fatto in Italia si lascino, salve rare eccezioni, le mani libere a chi in nome del Dio Danaro, continua a giocare su tutti i tavoli in cui fiorisce e s'accresce la ricchezza individuale, senza dare alcuna importanza al fatto che si tratti di un'economia - come il mercato della droga, per fare un esempio parziale - che qualcuno definisce di morte. 'Comunisti', nel senso altamente dispregiativo di cui sopra, sarebbero coloro che ritengono

il fenomeno dell'illegalità diffusa frutto di un preciso calcolo. (Conferma un orientamento siffatto la frase di un ministro della Repubblica, il quale ha detto di recente che "con la mafia bisogna imparare a convivere", dimenticando che la convivenza con la mafia ci viene imposta da almeno un secolo, e che insegnamenti del genere, da Portella della Ginestra in poi, la Repubblica italiana ne ha avuti fin troppi). Comunista sarebbe chi vede nella mano invisibile regolatrice del mercato criminale, qualcosa di più tangibile. Comunista chi intravede e tenta di documentare, per quanto riguarda l'Italia e i Paesi affini, l'esistenza di una sorta di regola imposta dal macrosistema che supera i confini nazionali, per cui il nostro Paese, per varie ragioni storiche, e senza escludere la sua collocazione geografica, sarebbe opportuno restasse una sorta di zona franca, un crocevia nefasto in cui l'economia alternativa delinquenziale, in ossequio alle leggi del mercato libero, dovrebbe continuare a godere della massima autonomia. Tangentopoli, che alla fine è stato condotta da un esile gruppo di magistrati da potersi contare sulle dita delle mani, avrebbe però realizzato un altro effetto. Si sarebbe cioè formato il partito dei giudici, che per l'esattezza sarebbe il partito dei pubblici ministeri, sostenuto, con molte cautele e altrettanti distinguo, dalla sinistra. E questo partito sarebbe riuscito, addirittura, a fare un 'golpe bianco', mettendo in crisi la democrazia. Criticare alcuni funzionari di polizia, alcuni magistrati, e alcune sentenze significherebbe sposare il partito avversario a quello dei giudici, e mettersi dalla parte degli attuali vincenti. D'altronde e da un altro punto di vista, più tecnico e meno politico, le sentenze sono emesse 'in nome del popolo italiano'. Rifletterebbero sempre, in ogni caso, l'onestà intellettuale e il travaglio interiore dei giudici. I giudicati andrebbero soggetti a tanti ripetuti controlli (il nostro è un Paese dove teoricamente un processo potrebbe non finire mai), che se anche fosse possibile l'imperfezione sintattica, l'errore dovrebbe essere molto improbabile. Da questa situazione nasce il rischio di essere tacciati da avversari della sinistra, e consanguinei della destra che oggi governa l'Italia. Deriva da questo, per chi si accinga a criticare un processo, alcuni funzionari, ed alcune sentenze, ed anche e più in generale un sistema nel suo complesso, il pericolo di essere considerato dalla parte dei profittatori disinvolti, o per dirla fuori dai denti, dei criminali in colletto bianco, nonché di quella eterogenea compagine

politica che sostiene il peggiore status quo, cioè il mantenersi nel nostro Paese di un'atmosfera generalizzata di illegalità. Il rischio di essere fraintesi c'è, e bisogna accettarlo. E tale la Babele delle lingue oggi, che è facilissimo essere mescolati con certi impresentabili compagni di strada. Putroppo esistono strade comuni, e crocevia in cui, una volta imboccata una direzione, si diventa come Pinocchio quando fu scambiato per Melampo, il cane traditore e complice delle faine 6 . Chi scrive teme dunque le cattive interpretazioni, e che lo si accusi di associarsi al coro di coloro che negli ultimi tempi hanno fatto a gara nel denigrare i giudici, i quali cercarono e cercano eroicamente, anche a costo della vita, di rendere stabili "le stagioni della legalità", di impedire cioè che queste stagioni "durino in Italia il tempo di una primavera" 7 . A scanso di equivoci, mi preme di dire che sono dalla parte dei giudici e pubblici ministeri che tentano di far prevalere la legalità, e che certi cori, certi cahiers de doleance, mi disgustano per la loro ipocrisia. Basta un'intelligenza mediocre per capire che molte analisi negative sono strumentali al mantenimento di un sistema congegnato in modo tale da far pagare solo ai poveri e ai diseredati il prezzo del malessere generale riguardo alla questione criminale. Capisco bene la rabbia di quei magistrati, comprendo il loro rossore quando sono costretti dalla legge a chiedere la condanna degli ultimi, essendo consapevoli che quella stessa legge non riesce ad arrivare ai cosiddetti galantuomini, anche quando le mani di costoro sono incommensurabilmente più sporche dei 'poveracci' che finiscono in manette. Può darsi anche che questo libro appaia come una critica implicita di certi intellettuali di sinistra, e di alcuni addetti ai lavori, perché molti di loro sembrano distratti da altri problemi più gravi, e quasi indifferenti al fatto che il nostro sistema penalistico è malato e provinciale, come ha detto nel corso dell'inaugurazione del presente anno giudiziario il Procuratore Generale della Corte di Cassazione. (Tranne mettersi a strillare come oche nelle occasioni in cui hanno visto in pericolo se stessi per un transfert psicologico comprensibile, perché la persona fra i denti del vetusto e singhiozzante ingranaggio giudiziario era a loro consanguinea dal punto di vista dell'ambiente e dell'estrazione sociale. Chi non ricorda il processo Tortora?) Se esiste una critica siffatta in queste pagine, non posso dire che sia soltanto casuale.

Torniamo al postino Mario Vanni. Il carcere di Maliseti di Prato, benché non sia dei peggiori, almeno dall'esterno è qualificato dalnome. Maliseti è chiaramente la deformazione di Malisiti il toponimo indica una zona che fu malarica. Sta al centro di una piana interrotta da un argine, che a suo tempo doveva salvare le coltivazioni dalle inondazioni. Ora il coltivato è ridotto a qualche orto, alle spalle di una casetta di contadini, a ridosso della recinzione che circonda il carcere. Quando andai a colloquio la prima volta con Mario Vanni, pioveva a dirotto. La costruzione carceraria mi apparve color mattone scuro, in mezzo a una nebbiolina fitta che ne sfumava i contorni. E nuova, somiglierebbe a un ospedale, non fosse per il colore scuro. Uno dei tanti obbrobrii che deturpano le campagne suburbane 8. Il nuovo carcere di Prato assomiglia, nella sua informità post-moderna, alle a\Ae.-bunker sorte durante la stagione dei processi di terrorismo. La strada per arrivarvi all'epoca era ancora sterrata, pozze larghe come piccoli stagni specchiavano la nuvolagna densa e nera. Attesi a lungo sotto l'acqua - non uso mai ombrelli, perché li perdo - che scattasse il meccanismo automatico del primo cancello esterno. Poi, essendo agli avvocati e ai normali visitatori inibito di attraversare con l'automobile il tratto della terra di nessuno prima dell'ingresso vero e proprio, sotto la pioggia a dirotto feci i cento passi che mi separavano dalla garitta in cui gli agenti di custodia controllano i documenti. Quando arrivai nella stanza 'giudici-avvocati' ero zuppo dalla testa ai piedi, e di umore pessimo. Mario Vanni, entrato nella stanza, invece di porgermi la mano, s'irrigidì sull'attenti, e fece il saluto romano. La prima cosa che mi disse fu che lui era fascista. "Perché ha scelto proprio me come secondo difensore?" fui tentato di chiedergli, consapevole che il primo avvocato, quello che l'aveva assistito nel corso delle indagini preliminari - già esaurite, essendo il processo entrato nella fase del dibattimento pubblico, la cui data era stabilita - aveva convinzioni politiche assai vicine alle sue. Poi pensai che i delitti di cui era accusato non avevano nulla a che fare con qualsiasi ideologia, e fermai la domanda sulle labbra. In seguito mi sarei reso conto che per Vanni rivendicare la fede fascista rappresentava una forma di protesta. Lui pure, come Berlusconi, si sentiva perseguitato dalle 'toghe rosse'. Vedeva nel suo processo, nell'accusa ingiusta che

lo colpiva, il riflesso d'un regime di sinistra che lo emarginava nel suo paese di San Casciano, e che ora cercava di annullarlo del tutto con la galera. Del resto m'interessavano altre cose, di lui. Volevo sapere ben altro. Cercai, in quel primo colloquio, di farmi un'idea della persona. La seconda cosa che disse, con forza, quasi con rabbia, fu che era innocente, e che non capiva perché lo tenessero in prigione. Poi mi chiese notizie della moglie Luisa, che non vedeva da quando era detenuto, voleva sapere come stava, come se la cavava senza di lui. Non seppi dirgli nulla di lei, non l'avevo mai vista, e neppure nessuno dei suoi familiari. Vanni mi disse allora che avrebbe pensato lui personalmente a pagare il mio lavoro con la sua pensione. (Il che ha fatto, con onestà e puntualità, anticipando le mie richieste, finché è stato in grado di connettere). Devo ammettere che in un primo tempo lo sbandierare a spada tratta il fascismo mi suscitò un'istintiva antipatia. Tuttavia ho imparato da un pezzo a superare la sindrome di appartenenza, una défaillance psicologica tutta italiana che condiziona i rapporti interpersonali. Gli occhi di Vanni, chiari, lo sguardo indifeso come quello d'un bambino, mi provocarono una specie d'intenerimento. L'altezza, il suo incedere dinoccolato, coi pantaloni troppo larghi e privi della cintura, sbrendolanti sulle gambe magre - l'avevo osservato mentre s'avvicinava lungo il corridoio accompagnato dalla guardia - m'indussero un'allegria malinconica. Negli atti avevo letto che il suo mestiere era stato quello di postino, prima in bicicletta, poi col ciclomotore, su e giù per le colline chiantigiane per visitare le case campagnole del villaggio di Montefiridolfi, frazione di San Casciano. Talvolta a piedi, quando doveva raggiungere posti lontani dalla strada transitabile. Non aveva mai posseduto un'auto, non sa guidare, non è stato in grado di prendere la patente. In paese era soprannominato 'Torsolo', che in toscano significa torso di cavolo, cioè una persona un po' dura di comprendonio. Me l'immaginai in bicicletta, col borsone a tracolla, il berretto a visiera, pedalante nelle campagne intorno a San Casciano. Mi venne in mente Jacques Tati del Giorno di festa, uno dei film più belli ed esilaranti che abbia mai visto. Sono un patito di Tati, ho visto ]our de fête, una dozzina di volte, e ogni volta rido di gusto, scoprendo sempre qualche nuova raffinatezza. Assomigliava un po' al postino di Tati, Mario Vanni, aveva una simile attoni-

ta distanza dalle cose del mondo, analoghi scatti da marionetta. Adesso sembra un internato di Auschwitz, è un vecchio magrissimo, con la morte negli occhi, frastornato dall'atrocità giudiziaria di cui parla Cesare Beccaria. Ma gli inquirenti, negli atti che avevo letto, gli attribuivano una "perversione" di carattere sessuale, citando, fra l'altro, l'episodio seguente. La moglie di Vanni, Luisa, soffre di epilessia, e anche lei è un po' ritardata da un punto di vista intellettivo. A causa della malattia non concedeva al marito le sue grazie (abbastanza scarse, come grazie, del resto). Per questo Vanni era costretto a ricorrere alle prostitute. Mensilmente, ma anche più di rado, si recava in città, a Firenze, allo scopo di incontrarsi con alcune signore stagionate. Zona malfamata, quella contigua all'attuale Mercato Centrale di Firenze, fino dal Medioevo, secondo II Libro Rosso degli Ufficiali dell'Onestà, una magistratura fiorentina che aveva il compito di vigilare sull'esercizio della prostituzione oltreché di reprimere il vizio contro natura. Oggi stazionano stabilmente in quelle antiche stradette alcune donne di vita, anzianotte, non avvenenti, buone per chi abbia gusti di facile appagamento. Mentore di queste uscite era un certo Lorenzo Nesi, una persona considerata dalla sentenza dell'appello nel processo Pacciani del tutto inaffidabile come testimone. Quest'ultimo, già fonte primaria di informazioni accusatorie contro il contadino, era stato rispolverato come teste anche contro i compagni di merende. Vanni spesso s'accompagnava a lui per i suoi incontri di amore mercenario nella città, perché, come ho detto, non ha la patente e non sa guidare la macchina. Ma qualche volta, essendo indisponibile l'ambiguo Nesi con la sua auto, prendeva l'autobus. Poiché, raggiunta l'età avanzata, Vanni soffriva di quella difficoltà amatoria cui il Viagra sembra abbia posto rimedio - ma ai tempi di cui si parla il Viagra non esisteva ancora - il postino s'era procurato un vibratore elettrico a pile. "Io glielo offrivo, a quelle donne" mi disse Vanni con un certo imbarazzo durante quel primo colloquio, "e se lo prendevano, glielo davo. E sennò, pazienza." Una volta che si trovava sull'autobus, la SITA che fa servizio su e giù fra San Casciano e Firenze, mentre si recava, in assenza del suo abituale accompagnatore, nei luoghi di perdizione vicino al Mercato Centrale, dove le belles de jour stagionate e loschette di cui sopra aspettavano i potenziali clienti, il vibratore gli cadde dalla tasca dell'impermeabile. Nella caduta s'accese,

funzionando e roteando con fracasso sui piedi dei viaggiatori, e suscitando l'ilarità generale. Una situazione che sarebbe piaciuta a Tati, benché le gag del cineasta francese rifuggano da ogni volgarità, e siano castigate dal punto di vista sessuale. Tutta qui la perversione di Vanni? Nell'uso - quando c'era il consenso della partner prezzolata - del vibratore? Ma no, ci sarebbe stato ben altro! Sarebbe stato un violento, il Vanni, avrebbe sottoposto la moglie Luisa ad una violenta persecuzione. Una volta, addirittura, dopo averla minacciata e inseguita con un coltello, l'avrebbe buttata giù dalle scale, mentre era incinta, procurandole così un trauma, tale che la bambina neonata sarebbe stata affetta da un handicap - una sorta di sclerosi multipla - che l'avrebbe portata alla tomba giovanissima (otto anni circa). Questi fatti li riferì - siamo già agli inizi del dibattimento di primo grado - uno degli avvocati di Parte Civile 9 , fra i più accaniti. E furono ribaditi, durante il periodo in cui io avevo abbandonato il processo, dal dottor Michele Giuttari, il quale, interrogato in qualità di teste all'udienza dibattimentale del 27/giugno 1997, si espresse testualmente in questo modo: "La moglie, poverina, già c'era negli atti: nel '64 una denuncia che il Vanni col coltello la inseguiva, e la faceva cadere dalle scale" 10. Rientrato nel processo come difensore, e letti questi verbali, nel corso di un colloquio, contestai a Vanni la circostanza così come appariva nelle dichiarazioni del difensore di Parte Civile, e nelle dichiarazioni di colui che aveva condotto l'inchiesta. Mario si mise a piangere. Ma il pianto glielo suscitava il ricordo di quella bambinella paralitica, da lui molto amata quand'era ancora in vita: aveva l'abitudine di visitarne la tomba, ed era accorato che la detenzione non gli consentisse di andare al cimitero con scadenza mensile. Ma il fatto di aver gettato la moglie giù dalle scale? L'imputato mi guardò con sorpresa. Chi me l'aveva detto? Lui, buttare la Luisa giù dalle scale? Ma quando mai! Non le faceva queste cose, non l'aveva mai commessa un'azione tanto perfida. Gli ricordai che per quell'episodio aveva subito un processo trent'anni prima, con l'accusa di maltrattamenti in famiglia; il lancio della moglie incinta dalle scale sarebbe risultato da quel processo, almeno così aveva detto il

C A P I L'OI.O S K C O N I X

)

testimone Giuttari, previo il solenne impegno a dire solo la verità. Il processo, quale processo? Non ricordava niente, dopo tanti anni. La moglie l'aveva sempre trattata bene, con civiltà ed affetto. Non fu facile documentarsi negli archivi del Tribunale di Firenze, la causa risaliva agli anni Sessanta, poco dopo il matrimonio di Mario e Luisa, da allora l'archivio era stato dislocato più volte, molti vecchi fascicoli di importanza scarsa avevano vagato per i meandri labirintici del Tribunale. Ma alla fine riuscii a mettere le mani sul fascicolo e sulla sentenza. I fatti, giudicati da una Sezione del Tribunale di Firenze, erano i seguenti: i Carabinieri della locale stazione, allertati dai vicini, che ascoltavano le liti frequenti fra i novelli sposi, avevano denunciato Vanni. Interrogato, il prevenuto aveva ammesso che sì, le litigate c'erano state, e qualche ceffone alla moglie gliel'aveva dato La ragione era che lei gli rifiutava il cosiddetto debito coniugale, e lui, all'epoca, non capiva il perché delle ripulse. In seguito s'era reso conto che il motivo stava nell'epilessia, e che Luisa, a causa di questa malattia, cercava di restare lontana da ogni emozione, da cui potevano nascere le crisi. Ma il ruzzolone dalle scale, da lui provocato con la minaccia del coltello, le lesioni conseguenti, la conseguente nascita della bambina malformata? Non ce n'era traccia nel processo, tant'è vero che Vanni non era imputato di lesioni nei confronti della moglie, né gravi, né lievi. Ma allora, da dove l'avevano tirato fuori, l'episodio, l'avvocato di Parte Civile, e il capo dei poliziotti inquirenti? Dal rapporto dei Carabinieri di San Casciano del 19/3/1964: il vicino di casa, all'epoca, aveva lamentato le scenate, più che altro verbali, la cui eco gli giungeva nella sua abitazione contigua. Una volta la Luisa, piangente, s'era rifugiata presso la sua casa, la cui porta si apre sulle medesime scale. "Ma quando si finisce!", aveva detto il vicino, "sulle mie scale?" 12 In seguito, dopo che Vanni aveva ottenuto gli arresti domiciliari, in varie occasioni visitai la sua casa. Abitava il primo piano di un vecchio immmobile adiacente ad altri, altrettanto vecchi, in una zona centrale del paese di San Casciano. La rampa di scale che conduce alla sua abitazione, dopo il portoncino d'ingresso, è stretta fra due muri, ripidissima, e su di essa s'aprono immediatamente le porte delle abitazioni, compresa quella del piano terreno dove abitano i vicini. Le scale sono quindi in comune, e non è difficile imma-

ginare che facessero da cassa di risonanza alle liti fra i coniugi. Le 'scale' apparivano soltanto in questo modo nel vecchio processo. La parola apparteneva alla protesta del vicino di casa, il quale desiderava che le liti verbali, amplificate dalle contigue scale, smettessero di disturbarlo. I due accusatori, avvocato e poliziotto, avevano letto quegli atti in modo affrettato e tendenzioso. Del resto, giudicato per il reato di maltrattamenti in famiglia, Vanni era stato assolto dalla sentenza del Tribunale. Da allora, più di trent'anni di convivenza pacifica. Il postino si era reso conto che i rifiuti di Luisa erano la conseguenza della malattia, e in un primo tempo s'era risentito che i parenti di lei non l'avessero avvisato dell'infermità, e che rifiutassero di farla curare. Ma dopo il processo s'era rassegnato. Per trent'anni era rimasto accanto alla moglie, soccorrendola quando ne aveva bisogno. Col tempo maturò reciprocamente - me ne resi conto andandoli a trovare nella loro casa - un affetto senza slanci, ma tranquillo, da vecchi sposi che hanno trascorso la vita in comune. Devo registrare una deformazione della verità su un preteso precedente di violenza attribuito a Vanni, e che questa deformazione, voluta, insistita e grave, fu sostenuta con arroganza davanti ai giudici della Corte d'Assise di Firenze, in pieno dibattimento pubblico. E la prima, e non sarà l'ultima. E l'amicizia col diavolo, cioè con Pacciani? Sull'argomento, Vanni, già piuttosto laconico, fu ancor meno loquace. Si conoscevano, certo, frequentavano insieme alcuni locali di San Casciano dove si beve vino, e si gioca a carte: la Cantinetta, il cosiddetto Barrone, che è un bar nel piazzale sulla statale, appena arrivati in paese. Posti che Vanni frequentava, come la trattoria Da Nello, quando lavorava come postino, e con più frequenza da quando era in pensione. Anche Pacciani arrivava in quei locali, lui pure per bere - facendo sì che a pagare fossero sempre gli altri - giocare a briscola, e fare quattro chiacchiere, questo da quando lavorava a Montefiridolfi come bracciante salariato di un'azienda agricola. Mi feci l'idea di una frequentazione reciproca tenuta insieme dal fatto di appartenere alla categoria se non degli ultimi, a quella degli emarginati. Entrambi un lavoro ripetitivo e faticoso, Vanni la bicicletta o 0 motorino, sudando sull'erta delle colline; Pacciani, la zappa o la vanga.

"La terra è bassa", si dice in Toscana. Pacciani si definiva "lavoratore della terra agricola". Me l'ero figurato, nel libro che ho scritto a suo tempo, come un satiro boschereccio, contiguo alla figura mitologica appartenente alla classicità13. Ma sbagliavo, il gusto della citazione m'aveva preso la mano. Pacciani - ora è morto - fu un uomo abbastanza comune, comune e volgare. Ma la sua volgarità non fu mai becera, come non lo è nei contadini toscani, i pochi che sono rimasti. In lui c'era l'orgoglio di appartenere a una specie in via di estinzione. Sapeva usare la lingua toscana in un modo arcaico, ma raffinato, come tanti giornalisti se lo sognano. Nel peggiore dei lati del suo carattere, fu tiranno. Il capoccia, nella famiglia mezzadrile toscana, era un pater familias con diritti di proprietà non tanto sulla terra, che quella apparteneva al padrone, quanto sulla compagine familiare. Piuttosto che gli studi sulla mezzadria, con maggiore vivezza descrissero il capoccia toscano i romanzi di Federico Tozzi e di Mario Pratesi. (Nell'Eredità di Pratesi, romanzo che meriterebbe una migliore attenzione dalla nostra critica letteraria, Stefano Casamonti è un personaggio di rara autenticità). Pacciani, poi, non fu neanche mezzadro, era solo un bracciante; da questo punto di vista una sorta di sovrano spodestato, che accentuava per questo il diritto di proprietà sulla donna e sulle figlie. Ma ormai il padre contadino onnipotente è un fossile sociologico. Pacciani fu padre e marito padrone? Sicuro, Pacciani fu tale. Stava innanzitutto in questo la sua diversità, in tempi che andavano cambiando dal punto di vista del ruolo femminile. Tanto ingombrante il suo strapotere sulla famiglia da invadere la sfera sessuale delle figlie, da imporre a tutti i familiari scene selvagge di economia. D'una avarizia spaventosa, moglie e figlie succubi della sua volontà tirannica. Questa diversità, poiché un simile atteggiamento non fa più parte del costume alle nostre latitudini e nei tempi attuali, generò l'intolleranza. Dall'intolleranza, il sospetto. Moltissime signore italiane odiavano Pietro Pacciani, era frequente sentir dire: 'Torse non è il mostro, ma sta bene in galera lo stesso". In un memoriale, Pietro, che ha una vena narrativa rozza, ma divertente, racconta che la campana della Chiesa del suo paese d'origine, nel Mugello, aveva un suono fesso, una specie di deghedenghenghé, che gli ricordava il detto toscano: "un'aringa in tre". L'aringa per le tre bocche, genitori e figlio,

che da sempre era il companatico nella sua famiglia d'origine. Fin da ragazzo l'aveva vista bene in faccia la povertà, e il suo assillo stava nel tenerla lontana. In seguito Pacciani aveva sospeso il suo tempo per lunghi anni da detenuto, per l'omicidio di Severino Bonini. Uscito di galera, s'era rimesso a fare il contadino, il suo mestiere fino dall'infanzia. L'affinità con Vanni derivava dalle comuni origini contadine. La vecchiaia alle porte, per l'uno e per l'altro. Cosa aveva riservato la vita, ad entrambi, giunti alle soglie della sessantina? Un lavoro duro, l'umiliazione del carcere (per Vanni un brevissimo periodo di carcerazione preventiva nel '64, in seguito alla denuncia per maltrattamenti); la vita vera apparteneva agli altri, più fortunati, più intelligenti, con più soldi, con più donne, mentre a loro non rimanevano che le prostitute dappoco. Negli anni in cui Pacciani stava in carcere, Vanni aveva fatto carriera: da procaccia era diventato postino, dalla bicicletta era passato al ciclomotore. Le mogli, invecchiate prematuramente, l'Angiolina, quella di Pacciani, la Luisa di Vanni ammalata di epilessia; entrambe scontrose, mezzo anafalbete, ipodotate dal punto di vista intellettivo, emarginate più dei loro uomini, non si muovevano mai di casa, con loro erano possibili solo magre conversazioni sulla minestra troppo salata, sul vino "spuntato", come si dice in Toscana quando ha preso un po' l'aceto. Quanto al rapporto coniugale, le affinità si fermano qui. Pacciani fu possessivo e tirannico con l'Angiolina, Vanni no. Sono stato spesso nella loro casa, quando Vanni era agli arresti domiciliari, e anche dopo, a sentenza definitiva, allorché la pena fu sospesa per alcuni mesi: i due vecchi sposi si trattavano con rispetto, filtrava dai loro discorsi un affetto reciproco, più fraterno che coniugale, una reciproca sollecitudine. Rammento una visita a casa di Vanni. Mario mi accoglie sulla porta, dall'alto delle famose scale. Subito si entra in cucina, coi fornelli a legna incastrati in un mobile di metallo smaltato, sovrastato da un tubo da stufa. Un oggetto ingombrante, che occupa buona parte dello spazio, e la cui funzione è anche quella del riscaldamento. Trabiccoli del genere si trovano oggi solo dai rigattieri, sono diventati oggetti di modernariato, si chiamano cucine economiche. Poi c'è il tavolo centrale, il mettitutto sul quale fa da specchio un piccolo televisore sempre spento. Su una

parete la foto della bambina defunta, col viso inerte, le braccia abbandonate, e l'immagine del Sacro Cuore. Quattro sedie, nient'altro. Tutto pulitissimo, tutto in un ordine misero e meticoloso. La stanza è senza finestra, prende aria e luce da una specie di andito, stretto come un armadio, con le pareti a vetri che danno su un panorama di ulivi e di cipressi, dove il mio sguardo va subito a posarsi per fuggire dallo squallore dell'ambiente. La Luisa emerge da una stanza contigua, sempre buia, forse la camera da letto. Ha il viso tondo, più gonfio che grasso, incorniciato dal fazzoletto da testa, che lei porta sempre come il velo delle musulmane. Parla a voce altissima; svela in tal modo la sua origine. Più che parlare, i contadini, abituati a far giungere la voce oltre gli spazi aperti dei campi, gridano. Capisco a stento quello che dice. Mi pare che siano rimproveri rivolti al marito, in presenza dell'estraneo, dell'avvocato, che dovrebbe farle da eco con maggiore autorità. Non si cura, il vecchio, prende freddo, fuma, e non dovrebbe, fumare gli fa malissimo. La donna si lamenta poi dei Carabinieri, questo lo capisco bene: non danno pace, arrivano a controllare la presenza del marito anche di notte. Ma che vogliono? Perché fanno questo? Come mai Mario non reagisce, ma sopporta le intrusioni a testa bassa? Non è il tono della succube, tutt'altro. Vanni ascolta i rimproveri e le lamentele annuendo con tristezza, senza metter bocca. Capisco che c'è abituato all'affabulazione quasi urlata della donna. Forse a causa dalla malattia Luisa parla in questo modo eccitato, esprimendo un disagio costante, una sofferenza senza motivo apparente. A volte li sorprendo all'ora del pranzo. Ci sono due scodelle sul tavolo, con la minestra, due bicchieri e la bottiglia dell'acqua, niente vino, il dottore l'ha vietato a Mario, gli fa male. Non c'è vino in casa, neppure una bottiglia. Per Vanni e per Pacciani il tavolo della mescita, quello della trattoria, era un rifugio, l'unica distrazione dalla zappa o dalla bicicletta, dalla casa squallida, dalle mogli rancorose. L'ambiente, saturo del profumo di vino, le carte da gioco bisunte, la quiete del borgo sonnolento, favoriscono la conversazione, gli sfottò, le risate, i canti. Vanni ha una bella voce, talvolta intona Faccetta nera, suscitando il riso dei compagni, che lo prendono in giro per le sue nostalgie. Posti di questo genere, a San Casciano e nei dintorni, appartengono alla Storia con la esse maiuscola, furono un approdo fino dai tempi in cui Machiavelli trascorreva il suo esilio da queste parti, anche lui bevendo vino

nelle bettole e giocando a scopone coi contadini della zona. Insomma, lui e Pacciani erano amici? Non proprio amici. Tanto per cominciare Pacciani era stato partigiano, e Vanni, fascista antemarcia, fedelissimo alla memoria del Duce, poi fanatico di Almirante, negli ultimi tempi simpatizzante di Fini. (Le malattie di cui soffre da qualche anno a questa parte hanno impedito a Vanni di constatare il cambiamento dell'analisi storica dell'attuale massimo esponente di Alleanza Nazionale; il detenuto ammalato non sa neppure che cosa sia, Alleanza Nazionale, Vanni è rimasto alla fiamma del Movimento Sociale). Le merende col Pacciani? Ah sì, le merende. La parola merenda aveva un significato gradevole. Il momento in cui nel pomeriggio s'interrompevano i giochi, o i compiti a casa. Nella mia infanzia poverissima del periodo della guerra e del dopoguerra, era il pane con qualche cosa, l'olio col sale più spesso, con un po' di marmellata o di miele, a volte un velo di zucchero spolverato sul pane inumidito, ma capitava anche il panesòlo. "Vieni a fare merenda!" chiamavano le mamme dalla finestra quand'eravamo in vista, ma spesso i giochi ci disperdevano per le vie del quartiere della città che non erano minacciose come oggi. Capitava spesso di saltarla la merenda, a tirar calci al pallone logoro (una tragedia quando si bucava la camera d'aria), a giocare a pista, alle palline di terracotta (le 'cappe'), oppure a 'guardie e ladri' fra i muri diroccati di case sinistrate dai bombardamenti. Nei giorni di festa affrontavamo viaggi fuori le mura: Fiesole, il castello di Vincigliata, le pendici di Monte Morello. Durante la pausa dell'avventura, scartocciato su una proda il fagottello della merenda, insieme al pane ci sorprendeva un companatico sostanzioso. Era questo il segno dei tempi che stavano cambiando, dello spettro della guerra di cui cominciava a rischiararsi l'ombra lunga. In epoca recente, già col diminuitivo 'merendina' dei messaggi pubblicitari il termine ha perso la gioia pomeridiana. Il sole, i giochi all'aria aperta, la pausa nei compiti a casa, o l'avventura domenicale, sono soppiantati dall'imposizione. Oggi le barrette ripiene d'intrugli biancastri mollicci, le cui virtù negli annunci televisivi sono insinuati da voci maternali melense - le madri

vere strillavano, invece, con voci incazzate - vengono imposte dal dovere di nutrirsi in modo sano e nutriente con quei mattoncini bruni, ricchi di proteine, di vitamine, di principi attivi, di chissà che altro: terrorismo nutrizionale, poveri bambini. Le 'merendine' attentano alle merende, come il traffico ha ucciso le partitelle di pallone nelle vie cittadine. Ma 'i compagni di merende' hanno aggiunto al termine un plusvalore sinistro. Dell'espressione si sono impadroniti i politici. Nel linguaggio di alcuni rètori i compagni di merende sono gli amici o fiancheggiatori degli avversari, nemici più diretti questi ultimi, ipocriti e traditori i primi. Oppure sono loschi figuri tout court, che sotto la giacca dell'onorevole nascondono l'armamentario del criminale. Il copyright dell'espressione, con tutta la sua valenza negativa, appartiene a Mario Vanni. Sentito come testimone durante il processo Pacciani, dopo l'invito del Presidente "a non cascare, per carità"- l'anziano postino in pensione aveva raggiunto il posto del testimone con un traballone - e dopo aver declinato le sue generalità, fu lui che disse subito: "Io sono andato a far delle merende col Pacciani, eh..." 14 . Bastò questa frase perché le merende perdessero il sole, e fossero trascinate nel buio, nella notte, fra le macchie, nel sangue. Non l'avesse mai detto. Sul suo capo fioccò immediatamente la reazione severa del Presidente della Corte: "Guardi, lei comincia male. Sa perché?... Lei comincia male perché sembra che venga a recitarci una lezioncina che si è imparata prima. Lei deve solo rispondere alle domande, a quello che gli viene chiesto"15. Mario Vanni, allora, era uno dei tanti testimoni, senza che sapesse di cosa. Secondo l'accusa, il contadino mugellano Pacciani faceva altro che merende in certe piagge di campagna nei dintorni di Firenze, a meno di non mettere in conto episodi di cannibalismo, alla Hannibal Lecter, il famoso personaggio di Thomas Harris. Oppure, più realisticamente, come Dahmer, il cannibale autentico americano ucciso in carcere dai suoi compagni di detenzione. Nel lessico giudiziario, e non solo, i compagni di merende diventarono perversi assassini. La 'merenda' si metamorfizzò nell'omicidio gratuito, più oscuro del comune, perché senza causa apparente, cioè senza spiegazione nei rapporti precedenti fra vittima e carnefice; omicidio per abnorme soddisfazione sessuale. Poi divenne assassinio per freddo calcolo economico. In

seguito, nell'ipotesi più recente, l'espressione sembra confondersi col rito orgiastico, magico e sanguinario. Vanni testimone era già Vanni imputato, diventò subito un 'compagno di merende'. Il suo viso lungo e triste, la sua aria impaurita la videro in tutta Italia sullo schermo TV, perché il processo fu mandato in onda per intero. D'accordo il povero, il quale ha sempre un sacro terrore del Tribunale, anche quando è nella veste di testimone indifferente, però l'ansia di Vanni in quell'occasione si spiegava soltanto in parte col timor panico del paesano terrorizzato dal contatto con la giustizia. Successivamente ho potuto rendermi conto del perché di questo imbarazzo, di questa apparente ritrosia, che poteva essere interpretata come omertà. Quando giunse a sedersi sulla sedia del testimone nell'aula bunker di Santa Verdiana, Vanni era già un inquisito. Gli investigatori l'avevano interrogato più e più volte: possibile che non sapesse dir nulla di utile all'accusa sul conto di Pacciani, lui che era uno dei suoi più cari amici? La pistola famosa, la famigerata calibro 22, l'aveva mai vista nelle mani di Pacciani? E dei 'feticci', i poveri brandelli di carne asportati dalle ragazze uccise, possibile che non ne sapesse nulla? "Mi venivano a prendere a casa anche di notte. M'interrogavano per ore, non ne potevo più", mi disse Vanni. Da Mario Spezi, un giornalista-scrittore che segue i casi del mostro fino dall'inizio, sono venuto a sapere qualcosa di più interessante. Spezi me l'ha documentata, la circostanza, consegnandomi il nastro videoregistrato di una sua intervista al maresciallo Arturo Minoliti, comandante fino alla fine degli anni Novanta della stazione dei Carabinieri di San Casciano. Ora il graduato è stato trasferito altrove, per ragioni che ignoro. Nella videoregistrazione compare il maresciallo che parla a ruota libera. Il giornalista gli accenna a una "prova materiale" contro Pacciani: la lettera anonima in cui si accusa il contadino di aver sepolto un pezzo della famosa pistola calibro 22, pezzo che viene allegato alla lettera. Si tratta dell'asta guidamolla, frammento anodino di un'arma che potrebbe anche essere la famosa calibro 22. Ma la prova non consiste in questo: l'oggetto è avvolto in uno straccio strappato da una specie di lenzuolo che si trovava realmente nel garage di Pacciani. Secondo il maresciallo lo straccio che avvolgeva l'asta guidamolla, omogeneo all'altro straccio trovato nel garage, "puzza".

Da dove è spuntato il tessuto da cui il frammento è stato stracciato? Perché lui non è stato avvisato della perquisizione nel corso della quale la tovaglia che costituiva l'intero fu trovata? Anche la pallottola nell'orto di Pacciani, secondo Minoliti, ce l'avrebbe messa la polizia. La ricostruzione del ritrovamento non lo convince. Il dottor Perugini dice che il fondello della cartuccia brillava sotto il sole. Quale sole? la giornata era nuvolosa, piovigginava. Ma non sono queste le cose più serie. Il nastro che mi ha consegnato Mario Spezi con l'intervista video-registrata contiene all'inizio un riepilogo della vicenda del mostro, col titolo Laltra faccia del mostro, in cui Spezi espone la sua teoria sulla identità dell'assassino delle coppie. (Il video, a quanto mi consta, non è mai andato in onda). Teoria sulla quale ritornerò di seguito. Alla fine della registrazione, e separata dal contesto, c'è l'intervista al maresciallo Minoliti, girata nell'ufficio dell'allora comandante della stazione dei Carabinieri di San Casciano. A un certo punto il maresciallo Arturo Minoliti dice testualmente (ho trascritto dal nastro, tecnicamente imperfetto e a tratti disturbato, ma le parole sono, salvo i punti interrogativi, esattamente quelle di cui di seguito: MARESCIALLO MINOLITI: "Quando erano in corso le indagini su Pacciani, il magistrato... (?) (per la precisione Minoliti dice il nome del magistrato, che tuttavia non è ben comprensibile, n.d.A.) mi delegò per offrire a Vanni la famosa taglia di quattrocento milioni... Diede a me l'incarico di contattare Vanni". INTERVISTATORE SPEZI: "E Vanni come reagì?" MARESCIALLO MINOLITI: "Disse che non gliene fregava un cazzo (?) dei soldi. Mi sono incontrato con Vanni diverse volte. Dunque Arturo Minoliti afferma di essere stato incaricato da un'autorità competente di offrire a Mario Vanni la somma di quattrocento milioni di lire. L'offerta sarebbe stata giustificata dall'esistenza di una taglia, mezzo miliardo di lire, per chi avesse fornito informazioni utili per la cattura dell'assassino delle coppie. La taglia, è vero, esisteva, ma non saprei dire se all'epoca fosse ancora valida. Un conto però è il caso di un cittadino in possesso di informazioni importanti, il quale si presenti negli uffici della Procura o della polizia, racconti cose rilevanti, se ne accerti l'importanza e la verità sotto il profilo probatorio, e il cittadino riscuota la taglia. Un conto è invece un funzionario di polizia che offre a qualcuno in via preventiva la somma rilevante, senza

minimamente sapere che cosa il soggetto sappia o non sappia. A quale scopo l'offerta? Sembra evidente che lo scopo sia quello di indurre il soggetto, col miraggio della somma cospicua, a suffragare con qualche racconto, magari inventato, l'accusa contro l'unico indagato di allora, cioè Pacciani. Per diverse volte, il carabiniere abbordò Vanni, e altrettante volte ripetè l'offerta. Ma, secondo l'intervistato, il postino disse che i soldi non lo interessavano. L'episodio, se vero, indicherebbe fino a che punto arrivasse la volontà degli inquirenti di raccogliere prove contro Pacciani. Registro il secondo indizio d'un impegno inquisitorio fuori misura, d'un accanimento che le strade le tenta tutte. Se Vanni si fosse lasciato tentare dall'offerta, se, per fare un esempio, la somma rilevante l'avesse indotto a dire falsamente che aveva visto nelle mani di Pacciani l'introvabile Beretta calibro 22, credo che oggi Vanni non rischierebbe, come sta rischiando, di morire di carcere. Nell'indagine sul mostro di Firenze non è solo questa la cosa che proprio non va. Ce ne sono altre, che riguardano il metodo, che definire inquisitorio è dir poco. Riguardano la violenza legale, con cui gli inquirenti, o almeno qualcuno di essi, ha tentato, alla fine riuscendoci in qualche modo, di raggiungere risultati, d'altronde convincenti solo a un'analisi assai superficiale. Agli errori d'impostazione, agli esordi altrettanto sbagliati e fondati su ipotesi preconcettuali, alla svalutazione totale di ogni approfondimento scientifico, s'aggiungono sistemi coercitivi, in cui chi tiene le redini dell'inchiesta mette sulla bilancia tutto il peso del potere istituzionale. E questo fino dall'inizio, fino dal primo episodio omicidiario della serie, come vedremo. Torniamo a Mario Vanni. Durante il processo di primo grado, una volta recuperato il mio posto come difensore, dopo alcune istanze respinte, con cui facevo notare l'età e le condizioni di salute del recluso in stato di carcerazione preventiva (cioè: di custodia cautelare in carcere), ottenni dalla Corte che la detenzione a Sollicciano si trasformasse in arresti domiciliari. Quasi a conferma dei rilievi clinici che avevo sottoposto ai giudici, pochi giorni dopo essere ritornato nella sua abitazione di Borgo Sarchiani a San Casciano, Vanni cadde a terra privo di conoscenza. La Luisa chiamò il 118. Fu ricoverato nell'ospedale di

Ponte a Niccheri, dove gli fu diagnosticata un'assenza di natura da determinare. Per alcuni giorni rimase quasi afasico, balbettante sillabe sconnesse. La Corte dispose una perizia psichiatrica, al fine di accertare, a termini di codice di procedura, se l'imputato fosse psichicamente in condizione di seguire il processo. I periti della Corte, contrariamente a quelli nominati dal difensore, che furono di parere diametralmente opposto, affermarono che sì, l'imputato poteva assistere consapevolmente alle udienze. Del resto Vanni s'era un po' ripreso: ritornò in aula. Si sedeva accanto a me, e cadeva in una sorta di stato letargico, dal quale si risvegliava di soprassalto quando le voci degli interlocutori del processo s'alzavano di tono. Tranne qualche intemperanza, qualche scatto patetico, contro il pubblico ministero o contro il suo accusatore Lotti, ha seguito quasi tutto il lunghissimo dibattimento dormendo. Forse è questo il motivo per cui mi chiede, dopo la sentenza definitiva: "Ma quando me lo fanno, il processo?" Il 28 settembre 2000 Mario Vanni è tornato in carcere. Con la sentenza della Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso, passando in giudicato la condanna all'ergastolo, le porte di Sollicciano si sono riaperte per lui. E cominciata un'altra Via Crucis, che dura tuttora. Quello che accadde il 28 settembre del 2000 non mi piacque, avvertii come una esibizione ingenerosa il fatto che il postino fosse catturato con il contributo delle auto della polizia, con tanto di sirene spiegate, senza alcuna discrezione. Anzi, per condurlo in carcere si scomodò addirittura lo stesso capo della Squadra Mobile dottor Michele Giuttari. (In genere provvedimenti simili appartengono ai carabinieri, che li eseguono nelle prime ore del mattino, evitando al catturando la vergogna delle manette in vista dei vicini di casa e dei compaesani). Al seguito della polizia c'era il fotografo d'un quotidiano. Il giorno successivo, "La Nazione" pubblicò la foto di Vanni e quella dell'esecutore della cattura. Quest'ultimo con un'aria molto soddisfatta, e col consueto sigaro toscano fra le dita della destra. Non ho gradito neppure, stile a parte, proprio in questi giorni della merla, imbattermi nel seguente brano di prosa, tratto dal romanzo del collega - nel senso di scrittore - Michele Giuttari. E un dialoghetto fra un criminale,

Fabio, informatore della polizia, di soprannome 'ragno', e un certo Pino Ricci, poliziotto e collaboratore del commissario 'Michele' Ferrara, protagonista del romanzo Scarabeo, nonché alter ego dell'autore 'Michele' Giuttari. Parla il criminale informatore Pino, il quale è appena uscito dal Carcere di Sollicciano: "...Quando sono uscito dall'isolamento, dopo l'interrogatorio del sostituto procuratore, ho chiesto di essere trasferito nell'altra ala, quella dei condannati in via definitiva. Alcuni li conoscevo bene. C'era anche uno dei complici del Mostro che ha ucciso le coppiette. Era da solo nella cella di fronte alla mia". "Quello che il commissario Ferrara ha incastrato." "Sì, proprio lui. Fa pena, non sta mica bene di salute". "Non ti dimenticare quello che ha commesso quando non era un vecchio decrepito e quante famiglie ha fatto soffrire." "Questo è vero, Pino, ma quando si è in carcere le cose si vedono con occhi diversi, anche se non sono quelli giusti. In fondo siamo tutti uomini." "Non tutti, ragno. Chi commette certi crimini non fa parte degli uomini... "16. Vale la pena di fare alcune riflessioni. Innanzitutto da un punto di vista narratologico, e per amor dell'arte. Se in un racconto si inserisce una digressione, questa dovrebbe essere funzionale alla narrazione principale, ciò in particolare nei romanzi polizieschi, in cui l'attenzione di chi legge non dovrebbe essere distolta dalla concatenazione che costituisce la suspence e l'intreccio. Invece, nel romanzo di Giuttari, qua e là s'incontrano, come in questo caso, divagazioni sulla vicenda del mostro di Firenze, e riferimenti alla congrega dei merendari e dei maghi occultisti che sarebbero i mandanti dei delitti. Ma questi richiami non hanno nulla a che vedere coi delitti di cui si parla nel romanzo, i quali sono di tutt'altro genere e sono opera di... Ma questo è meglio lasciarlo in sospeso per non togliere agli eventuali lettori il gusto della scoperta. Tuttavia, fino dalla quarta di copertina, in cui l'autore del libro si presenta come "il funzionario che ha scoperto la verità sui delitti attribuiti al mostro di Firenze", e a causa dei richiami contenuti nel testo alla vicenda del mostro, il lettore s'aspetta che la verità, compresi anche i misteriosi mandanti, venga fuori, si sveli in qualche modo. Invece niente, nessuna rivelazione, neppure

coperta o fra le righe: i delitti di cui si parla nel romanzo appartengono a un'altra storia, e l'unico contatto che hanno con gli omicidi delle coppie è l'area geografica in cui avvengono, vale a dire Firenze e i suoi dintorni. Non mi pare che questo sia soddisfacente per il lettore. Io, almeno, sono rimasto deluso. Ma il disappunto che mi ha provocato questa lettura non è narratologico, è di altra natura. Nel dialogo di cui sopra, è facile riconoscere che la persona di cui parlano i due interlocutori è Mario Vanni, detenuto fino a poco tempo fa nel carcere di Sollicciano di Firenze. E chiaro che si tratta di lui non foss'altro perché è l'unico rimasto in vita fra i compagni di merende, o di sangue, come vuole, altrove, l'investigatore-scrittore. S'apprende così, per voce d'un personaggio, il quale attendibilmente riflette l'opinione del Narratore, che Vanni, pur vecchio e ammalato, non deve essere considerato come un uomo, e che per questo sta bene in carcere, dove la condanna all'ergastolo l'ha destinato a finire la vita. Opinione discutibilissima, contraddetta innanzitutto dalla Costituzione Repubblicana, ma ognuno è libero di pensarla come vuole. Senonché, il brano di prosa di cui sopra, che riflette un certo pensiero, si associa in me, come difensore che sta seguendo Vanni nel cosiddetto processo di esecuzione, a un'altra coincidenza. Altrettanto sgradevole di quella di cui ho parlato più sopra, e perfino di più. Il 29 gennaio del 2004, era prevista un'udienza del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, in cui doveva essere decisa un'istanza di sospensione della pena. Si chiedeva in sostanza che il condannato - ammalato al punto da trovarsi a rischio di morte - fosse alloggiato in una casa di ricovero per persone non autosufficienti. Evento quest'ultimo auspicato dai sanitari del carcere Don Bosco di Pisa, ed anche dal perito nominato allo scopo dal Tribunale di Sorveglianza, tutte persone, le quali, a differenza di Giuttari, evidentemente continuano a considerare Vanni come un essere umano. All'udienza precedente, il provvedimento era stato dal Tribunale sottoposto a una condizione: che si trovasse una struttura disposta ad accogliere Mario Vanni fra i suoi ricoverati. Una settimana prima dell'udienza, e nei giorni successivi, giornali e televisione annunciano le nuove scoperte del Maigret italico, rinfocolando la pista da lui seguita, nonché la consistenza probatoria dei suoi risultati indagatori.

Gli stessi giornali ipotizzano due delitti: l'uccisione del medico perugino Narducci, e quella dello stesso Pacciani, entrambi i pretesi omicidi collegati alla vicenda del mostro, nel senso implicito che i misteriosi, potenti e sanguinari mandanti avrebbero eliminato due possibili fonti di informazione. Sicché, pensa mestamente il difensore di Vanni, vallo a trovare ora, un istituto che sia disposto ad accogliere nel suo seno uno degli esecutori dei piani diabolici della congrega esoterica. La potente associazione potrebbe decidere di uccidere anche Mario Vanni, quale partecipe, anch'egli, dei segreti della setta. Nessuno, penso, vorrà correre il rischio di trovarsi un altro morto ammazzato fra le braccia. Difatti l'istituto per persone non autosufficienti, nonostante l'intervento di alcuni religiosi, la caritatevole e intelligente suor Elisabetta, e il cappellano di Sollicciano Don Cubattoli, non si trova. Il Tribunale dispone un altro rinvio. Una nuova coincidenza cronologica, come la pubblicazione di Scarabeo? Certamente, intendiamoci bene: si tratta di una pura coincidenza dovuta esclusivamente alle indiscrezioni e al senso dello spettacolo eli certa stampa, che più che informare si preoccupa eli provocare sensazioni forti. Chi li può controllare, i giornalisti e la loro enfasi? Non vale a escludere la coincidenza il fatto che il medesimo intoppo si presenti per la seconda volta. E la sfortuna nera che perseguita il povero postino, la sua scalogna perenne, il destino infausto che lo ha messo in contatto col caso criminale forse più spettacolare del dopoguerra. Un passo indietro. Dopo il rigetto di una prima istanza di sospensione della pena, presentata dal difensore di Vanni per ragioni di salute (provvedimento del Tribunale di sorveglianza del 12/4/2001), le condizioni di Vanni si aggravano, tanto che nel settembre 2001 il condannato viene visitato più volte dal professor Piero Cioni, illustre clinico fiorentino, in questo sollecitato dal difensore. Il medico diagnostica una polipatologia di estrema gravità (leucoencefalopatia di origine probabilmente genetica, diabete, ulcera gastrica sanguinante, ernia inguinale, grave stato depressivo, incontinenza, eccetera). Nel periodo di settembre-ottobre 2001 divampano gli scoop sulla setta satanica che commissiona i delitti:

10/9/01,

"La Nazione" di Firenze:

MOSTRO DI FIRENZE: IL MONDO DELL'OCCULTO SOSPETTAVA LEGAMI FRA I PROPRI ADEPTI E

i

DELITTI;

stessa data, "Il Corriere di Firenze":

I L MOSTRO LAVO-

RA NEI SERVIZI SEGRETI E APPARTIENE A UNA SETTA SATANICA;

stessa data, "La "La Repubblica": PACCIANI, ECCO IL FARMACO KILLER, e via di questo passo, fino a: MOSTRO, LA FIRMA DELLA SETTA, del 6 / 1 0 / 0 1 su "La Repubblica"; e ancora "La Repubblica" del 3 1 / 1 0 / 0 1 : PACCIANI UCCISO DA UN FARMACO; 2 5 / 0 1 / 0 2 (un mese prima della nuova udienza fissata davanti al Tribunale di Sorveglianza per decidere una nuova istanza di sospensione della pena): "La Repubblica": MOSTRO, CASO RIAPERTO PER UN MAZZO DI ROSE (nell'articolo si ipotizza che la setta satanica si chiami La rosa rossa); 2 5 / 1 / 0 2 , "La Nazione": MOSTRO, CASO RIAPERTO PER UN Repubblica":

LA PERIZIA: PACCIANI FU UCCISO. 1 1 / 0 9 / 0 1 ,

MAZZO DI ROSE. N E L 1 9 8 5 UN MEDICO MORI' NEL LAGO TRASIMENO; 2 7 / 1 / 2 0 0 2 ,

"La Nazione": L E SETTE SATANICHE E I DELITTI DEL MOSTRO. (Questi sono soltanto alcuni dei titoli comparsi in giornali scelti per essere i più letti a Firenze, ma il tono di gran parte dei quotidiani nazionali è uniforme). Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze, presieduto dal dottor Alessandro Margara, forse al pericolo della setta satanica che potrebbe uccidere ancora una volta per liberarsi di una fonte scomoda d'informazioni non ci crede più di tanto, e col provvedimento del 2 8 / 2 / 0 2 accoglie l'istanza del difensore di Vanni, sospende la pena per sei mesi, e rimanda a casa il postino. A casa sua, in detenzione domiciliare, accanto alla Luisa, Vanni si riprende un poco. Ma vicino alla scadenza del periodo di sospensione, dopo il quale il Tribunale dovrà rivedere le condizioni di salute del condannato, Vanni è atterrito dalla prospettiva di ritornare in carcere, e cerca di addormentare l'ansia col vino. Poiché il Tribunale gli ha concesso la facoltà di stare fuori di casa per un paio d'ore al giorno, ricomincia a visitare la mescita consueta, e spesso lo vedono in giro ubriaco, che straparla, che ciondola da un muro all'altro della via. Subito arriva all'Ufficio di Sorveglianza un rapporto dei Carabinieri nel quale si segnala con tinte drammatiche che Vanni è un alcolista disturbatore della quiete pubblica, e che si temono atti di violenza. Il 17 ottobre 2 0 0 2 , l'istanza di proroga della sospensione della pena è respinta, Vanni ritorna in galera, benché stavolta a riaccompagnarlo a Sollicciano non sia il dottor Michele Giuttari, bensì un sottufficiale dei Carabinieri con relativa scorta.

Si torna a rinchiudere Vanni nella sua cella, dove non è mai solo, come si legge nel romanzo di cui sopra, perché la direzione del carcere è costretta ad assegnargli la presenza costante di un 'piantone' 17 , termine di gergo carcerario, che significa un compagno di pena col compito di assistere notte e giorno un condetenuto ammalato al punto da non essere autosufficiente. E meno male, perché un certo giorno Vanni cade in coma diabetico, e se non ci fosse stato il piantone ad accorgersene e a provocare l'allarme dei sanitari del carcere e il conseguente ricovero in un ospedale civile, a quest'ora Vanni sarebbe morto. (Come un mio cliente di trent'anni fa, un fiorentino puro sangue, intelligente, dotato di un'ironia perenne e sferzante, che faceva parte della vecchia mala fiorentina: furti, rapinucce e gioco d'azzardo. Costui morì in carcere alle Murate, dopo un coma diabetico e un'agonia di otto ore. Si chiamava di cognome Vanni, codesto vecchio cliente, il nome non lo ricordo. Q u a n d o mi viene in mente la coincidenza, mi sento agghiacciare). In carcere, l'ergastolano Mario Vanni ha un crollo quasi totale, al colloquio me lo portano a braccia. Colloquio? Un pianto continuo, un farfugliare confuso, un lamento esterrefatto. La direzione di Sollicciano si rende conto di non poter gestire un detenuto ammalato fino a quel punto, che il rischio della vita è grave e attuale. Dispone il trasferimento nel carcere di Pisa, dove esiste un centro medico carcerario. Anche qui, il diario clinico di Vanni parla chiaro. In sintesi, i sanitari di Pisa dicono che un carcere è sempre un carcere, attrezzato dal punto di vista sanitario come può essere un luogo di detenzione. L'ammalato è caduto un'altra volta in coma, l'hanno soccorso ch'era già freddo. Occorre una casa di cura. Qui, forse, il vecchio paziente (76 anni) potrà recuperare, ma se resta in galera rischia la vita. Analogo il rilievo di una perizia disposta dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze in seguito a una nuova istanza del difensore. Ma si deve trovare l'istituto disposto ad accogliere l'anziano 'compagno di merende'. Come ho detto, il 29 gennaio del 2004, il Tribunale è costretto a rinviare l'udienza, perché quest'istituto non si trova. Pour cause, pensa il difensore, tuttavia accettando la sfortunatissima coincidenza. Non è neppure pensabile che qualche inquisitore segua l'inquisito dopo la condanna, anche nelle vicende che riguardano la effettività penale, vale a

dire il carcere. Non è neppure ipotizzabile che questo inquisitore si adoperi in qualche modo affinché l'effettività della galera perduri senza l'interruzione che deriverebbe dal principio di umanità espresso dalla Costituzione (18). Sono sicuramente i giornali a provocare la resistenza degli istituti avvicinati da me, da suor Elisabetta, da don Cubattoli, da un'assistente sociale del Comune di San Casciano. Secondo il principio costituzionale, per un vecchio ammalato a rischio di vita, completamente inebetito, la pena carceraria rivolta alla rieducazione del condannato, non ha più senso. Se il carcere lo fa morire, codesto condannato, invece di 'aiutarlo a redimersi e a reinserirsi nel consorzio umano', bisognerebbe interrompere la detenzione. Questo perché un carcerato è pur sempre un uomo. La sofferenza è comunque sofferenza, che nessun odinamento civile può imporre in misura tale da violare il principio di umanità. Michele Giuttari scrittore la pensa diversamente? Si accomodi! Del resto la sua opinione è espressa in un romanzo di fantasia a forti tinte sensazionali, l'immaginazione romanzesca non ha la sostanza concreta degli eventi. In chi assiste al completo disgregarsi di una persona per l'effetto di una condanna, nasce la volontà di reazione. L'autorità di un giudicato, come tale supinamente accettato dai media, può coprire d'ombra ogni interrogativo, qualsiasi obiezione? E il caso di ragionare, oltre l'informazione-spettacolo che in questi giorni suggestiona la gente. Sono stimolato in questo dall'insistenza massmediatica, da un battage ripetitivo. Sul serio, una sentenza passata in giudicato cambia il nero in bianco e l'acqua col vino? Non credo affatto, o almeno non voglio credere, che a ripeterle cento volte le falsità diventino verità. Non ci sto. Ritengo che sia opportuno chiedersi criticamente, oltre l'autorità del giudicato, se quei delitti furono opera di un gruppetto di balordi capeggiati da Pacciani. Se a fondamento causale di quei delitti e di quelle violazioni sui cadaveri femminili ci fu davvero il danaro, dato concretamente, o promesso a Pacciani e ai suoi accoliti. Se i mandanti esistono davvero. Se davvero esiste la setta satanica di cui farebbero parte. Vediamo. Premetto una riflessione sul sistema, poi sulle ragioni surrettizie dell'ipotesi dei mandanti esoterici, in seguito analizzerò il primo delitto della serie.

Note al Capitolo Secondo 1

Carlo Lucarelli e Michele Giuttari, Compagni di sangue, Le Lettere, Firenze 1998. Il libro fu pubblicato a Firenze con raro tempismo alla quasi vigilia del processo d'appello contro Vanni e gli altri compagni di merende. Carlo Lucarelli è scrittore di noir inventati. Giuttari si afferma il principale inventore (nel senso di scopritore) dei connotati più rilevanti del caso giudiziario fiorentino del secolo. Merenda uguale sangue, suggerisce il titolo. 2 Michele Giuttari, Scarabeo, Rizzoli, Milano 2003. 'Roberto Scarpinato, Storia italiana e giustizia di classe, in "Micromega", N. 1,2001, p. 18. 4 Francesco Ferri, Il caso Cacciani, sottotitolo Storia di una colonna infame?, Edizioni Pananti, Firenze 1996. 5 Roberto Scarpinato, cit. 6 Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Felice Fabbri libraio editore, Firenze 1883. Pp. 106-107. 7 Roberto Scarpinato, cit. 8 II carcere di Prato non è granché deturpante, perché la campagna pratese non è in massima parte esteticamente gradevole. Ma la strada che unisce San Gimignano a Volterra attraversa un paesaggio che è uno dei più belli del mondo. Il nuovo carcere di San Gimignano è spuntato come un fungo fra due colline, e fa venire in mente l'astronave carceraria del film Alien III, atterrata all'ombra delle torri medievali per un'avaria. 9 Corte d'Assise di Firenze. Proc. N. 8/97, contro Vanni Mario + tre. Verbale udienza del 3/6/97, p. 10. Parla l'avvocato Curandai, difensore della Parte Civile Maria Laura Rontini. 10 Corte d'Assise di Firenze. Proc. c/s. Verbale udienza del 27/6/97, p. 38. Parla il teste Michele Giuttari. 11 Atti generici del procedimento presso il Tribunale di Firenze contro Vanni Mario, anno 1964. Rapporto dei Carabinieri di San Casciano prot. N. 13/34 del 19/3/64, a firma del maresciallo capo comandante della stazione, Anelito Niccolai. Processo verbale di interrogatorio di Vanni Mario del 9 dicembre 1963. 12 13

Ibidem.

Nino Filastò, Pacciani innocente, Ponte alle Grazie, Firenze 1994, p. 71. 14 Processo Pacciani, N. 1/94 Corte di Assise di Firenze, Ud. del 26/5/94. p. 2. "Ivi, p. 3. 16 Michele Giuttari, Scarabeo, cit, pp. 86-87. 17 A proposito del piantone assegnato a Mario Vanni è forse il caso di riferire un episodio. Durante una visita al detenuto Vanni a Sollicciano il compagno di pena

addetto all'assistenza dell'ammalato mi riferì che il vecchio Mario di notte piangeva spesso. Le lacrime gli impiastravano il viso, allora l'unico mostro di Firenze rimasto in vita, pur ingabbiato (gli altri: Pacciani e Lotti sono passati a miglior vita), ogni tanto andava al lavandino a sciacquarsi la faccia. Per evitare che lo scroscio della cannella svegliasse il piantone che dormiva nella sua stessa cella, Mario Vanni metteva un cucchiaio sotto il getto d'acqua. Comportamento gentile che mi appare piuttosto stonato rispetto all'immagine processuale del seviziatore di cadaveri di fanciulle. Che però non prova nulla, naturalmente. 18 Costituzione, art. 27: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

I L MOSTRO METAFORICO. I N CARCERE CI VANNO I POVERI. I 'MANDANTI' SONO FINORA ESENTATI DALLA CARCERAZIONE PREVENTIVA. I NUOVI SVILUPPI DELL'INDAGINE INFINITA. L A QUESTIONE PSICHIATRICA E IL MOVENTE. I L MALLEUS MALEFICARUM

FLORENTINUS.

I I PRIMO DUPLICE DELITTO DELLA SERIE È Q U E L L O AVVENUTO NEL 1 9 6 8 ? S E SI', NON REGGE IL TEOREMA DEI COMPAGNI DI MERENDE.

Il mostro metaforico è, secondo me, quello della nostra contemporanea pratica penale, come si definiva, nei tempi antichi, il sistema del processo per definire la responsabilità di delitti e per la comminazione delle pene. Il meccanismo, pletorico, complicatissimo, soggetto a continui cambiamenti, ridotto a una specie di vestito di Arlecchino dall'incalzare della realtà, che costringe a inseguire la logica dell'emergenza, ma che impone alla Corte Costituzionale rattoppi, via via che quel Collegio s'accorge dell'incostituzionalità di una norma, è tale da produrre spesso l'esatto contrario di quello cui sarebbe destinato, cioè la deformazione frequente della verità. Tutt'altro che rara è la trasformazione in possibile del fisicamente e moralmente impossibile. La macchina è difficile da aggiustare, quasi impossibile da cambiare in modo radicale. E rocciosamente indistruttibile, come dimostra il fallimento del nuovo codice di procedura. Difatti il marchingegno è stato nelle sue strutture fondanti costruito secoli orsono con i pezzi forniti dal solo Stato che abbia mai funzionato da noi, vale a dire lo Stato della Chiesa. Strumenti antichissimi quindi, ma solidissimi. In più mimetici, non appariscenti, difficili da identificare perchè fanno ormai parte della genetica, ne costituiscono il corpo mistico. Dice lo storico Carlo Ginzburg, nel libro II giudice e lo storico, libro che citerò ancora, e che percorre una strada simile al presente: "Con l'entrata in vigore del nuovo codice è parzialmente scomparsa dal processo penale italiano l'istruttoria segreta: ossia l'aspetto prevalentemente in-

quisitorio che malamente si accoppia all'altro, prevalentemente accusatorio, costituito dalla fase dibattimentale" '. Davvero è avvenuto questo cambiamento radicale? Quell'avverbio, "parzialmente", lascia trasparire il dubbio dell'Autore, il quale scriveva nel 1991, in un'epoca in cui certe illusioni le avevo anch'io. Oggi, sfido chiunque a trovare un solo addetto ai lavori, che sia soddisfatto del nuovo codice di procedura penale. Ne dicono tutti male, è un lamento corale di avvocati e di giudici. Avrebbe dovuto snellire ed abbreviare, e invece appesantisce il funzionamento con steccati inutili, come l'udienza preliminare, che serve solo a rendere più burocratico di prima il funzionamento del processo. Una volta esisteva il giudice istruttore, il quale nella fase istruttoria disponeva di una certa libertà e di autonomia nella raccolta delle prove. Oggi invece, il GIP, il giudice delle indagini preliminari, che poi diventa il GUP, il giudice dell'udienza preliminare (le sigle hanno un che di singhiozzo da indigestione), è in larga parte un passacarte con il compito di smistare il processo nella fase del dibattimento. Le cosiddette indagini preliminari, che dovrebbero avere una certa durata, e poi, trascorso un certo tempo, o si va a giudizio, o non se ne parla più, con le proroghe previste dalla legge possono durare un tempo esasperante. Le conduce il pubblico ministero e la polizia in totale discrezionalità e segretezza, l'intervento dei difesori è previsto solo nell'interrogatorio dell'indagato e nell' 'incidente probatorio'. Una bella complicazione bizzantineggiante, quest'ultimo istituto che anticipa il dibattimento. Nel nostro caso, per esempio, intendo dire nel processo ai 'compagni di merende', perché mai il coimputato Giancarlo Lotti fu interrogato dal pubblico ministero, dai difensori e dal giudice unico (il GIP), in sede di 'incidente probatorio'? A quale scopo, e con quali presupposti di legge, il controllo della prova fondamentale nel processo fu sottratta in anticipo al giudice collegiale, che avrebbe poi deciso il processo? Il motivo fu questo: poiché si contestava, a Pacciani, a Lotti, a Vanni, a un'altra persona che non è il caso di nominare, e ad altri ignoti, il delitto di associazione per delinquere (ma ancora non si parlava con chiarezza della setta esoterica), essendo oltretutto il Lotti non in carcere, ma libero, benché sor-

vegliato in un luogo sconosciuto, c'era il rischio che la congrega contaminasse la prova, magari terrorizzando o addirittura facendo uccidere il 'cavatore d'inerti' - era stato questo il mestiere di Lotti, ma all'epoca di cui si parla si trovava disoccupato. Si vide poi al dibattimento davanti alla Corte, che codesta pretesa associazione per delinquere - vale a dire una struttura criminale, dotata di una pur rozza organizzazione, di certi mezzi, di un embrione di gerarchia - era una chimera. Non risultava da nulla, tanto che la Corte si liberò del problema dichiarando la prescrizione del reato, e quindi neppure approfondendo l'esistenza o meno del fenomeno. Ma il semplice sospetto della sua esistenza, bastò affinché la nascita della prova avvenisse davanti a un giudice unico, attraverso quel singolare mezzo che la legge definisce incidente probatorio. Il prevalere, durante la fase del processo che oggi si chiama delle 'indagini preliminari', dell'ufficio del pubblico ministero, essendo il giudice quasi esclusivamente in funzione di controllo, sta creando nella prassi un totale appiattimento dell'attività del G I P alle posizioni assunte dal pubblico ministero. Così, anche quando il giudice avrebbe la possibilità di esprimersi in maniera autonoma, come durante l'incidente probatorio, nel corso del quale il giudice sovrintende all'attività delle parti, l'organo giurisdizionale assume quasi sempre un atteggiamento che, quando non è anodino, è in appoggio della parte che rappresenta l'accusa pubblica. Avvenne proprio questo, durante l'esame dell'imputato-testimone Giancarlo Lotti. Gli interventi del G I P furono così allineati alla tesi del pubblico ministero che il difensore di Vanni, quando maturò il dibattimento, chiese che l'intero atto fosse dichiarato nullo. Eccezione che fu respinta dalla Corte. Come si vedrà meglio in dettaglio quando analizzerò il processo, l'espediente del pubblico ministero di interrogare la sua principale fonte di prova in camera di consiglio, con la presenza dei difensori, ma senza pubblico e con la presenza del giudice unico, ebbe pieno successo. L'incidente probatorio si risolse in un bel mucchio di carte in più a sfavore dei compagni di merende, da inserire nel fascicolo del dibattimento. E questo in contrasto con i principi di oralità e di pubblicità del processo penale. (Qualche anno fa la complessità di un processo si misurava dal numero dei faldoni che contenevano le carte. Oggi si misura ad armadi). Il minestrone già cucinato e servito delle dichiarazioni 'collaborative' di Lotti arrivò così sotto gli occhi dei giudici

della Corte d'Assise, davanti ai quali - vergini di ogni conoscenza preconfezionata, secondo il principio fondamentale del nuovo codice - avrebbe dovuto formarsi la prova. Il mostro metaforico è innanzitutto un fenomeno culturale e storico. Lo disegna con tratti decisi ed efficaci Italo Mereu in un libro che riannoda il filo iniziato dai grandi illuministi italiani (Beccaria e Verri, per citare i più importanti) e che a mio parere è l'unico testo che approfondisca davvero il tema, senza i tecnicismi, spesso incomprensibili per un pubblico profano, della sterminata letteratura sull'argomento. Mereu è uno storico del diritto, ed ha scritto: Storia dell'intolleranza in Europa. Sottotilo alla Foucault: Sospettare e punire. Il libro si presenta così nell'introduzione, che cito testualmente, perché mi rispecchio in questo pensiero da sempre: "Questo libro non è un saggio di diritto, ma un saggio di storia dedicato allo studio del 'volto demoniaco del potere' come si delinea nell'applicazione burocratica di mezzi violenti e brutali, legislativamente prestabiliti e istituzionalizzati, mettendo in atto ciò che, per intenderci, chiameremo 'violenza legale'. Tale forma di violenza - ideologicamente giustificata con 'ragioni' di Stato, di religione, di ordine pubblico e sociale - ha caratterizzato (e caratterizza) le istituzioni penali dell'Europa continentale, ha costituito (e costituisce) uno dei cardini arcani di ogni ordinamento penale e nell'effettività si può riassumere nella formula: consenso o repressione... Non è un'invenzione moderna, ma viene da lontano. Noi la studieremo in due delle istituzioni portanti: il sospetto, che è il folletto nascosto dell'effettività penale e processuale, e l'intolleranza, che in forma palese o mascherata, dichiarata o sottintesa, è stata sempre la matrice da cui il sospetto deriva, prende forza e si alimenta" 2 . I "cardini arcani"; 1' "effettività penale", che poi è il carcere soprattutto preventivo, e le altre privazioni della libertà personale; la "violenza legale"; "il folletto nascosto del sospetto", sufficiente per punire preventivamente, tutte espressioni che è difficile trovare nei testi di diritto: sembrano formule filosofiche, o politiche, troppo astratte per appartenere a questo mondo. Eppure una riforma autentica del sistema penalistico in senso democratico non potrebbe prescindere da identificare in quali istituzioni si annidi il virus

dell'intolleranza e del sospetto, e dal mettere una buona volta in luce l'origine confessionale e cattolica da cui la malattia (per ripetere il termine usato del Procuratore Generale della Cassazione) alimenta la sua virulenza. Il discorso porterebbe troppo lontano. E però il caso di dire in anticipo che processi come quello a Stefano Mele, al Clan dei Sardi, a Pacciani, ai compagni di merende, e quello in corso contro i pretesi mandanti, fanno sentire un afrore di tomba aperta che appartiene a un lontano passato, ma che tuttora ammorba i Tribunali. Il primo e fondamentale istituto che avrebbe dovuto essere riformato in maniera radicale era quello della carcerazione preventiva. E cambiato il nome: ora si chiama custodia cautelare, ma nella sostanza è rimasto immutato. E in quest'istituto, collegato all'altro cardine arcano del nostro processo penale, cioè all'indizio, pur accompagnato da numerosi aggettivi, che s'annida il tarlo del sospetto sufficiente per punire in anticipo. L'altra stortura da raddizzare riguardava i costi della difesa, che i poveri non sono in grado di sopportare. In un articolo di due anni fa, La giustizia senza carità, Adriano Sofri scrisse: "C'è in Italia un paradosso in più. Da noi oggi le autorità più ufficiali non fanno che ripetere, ex cathedra o agli intervistatori (è lo stesso), che i processi sono fatti per favorire i ricchi e schiacciare i poveracci (così si chiamano ora i poveri, per carità); che le galere traboccano di poveracci (di malati, di tossici, stranieri senza difensori e senza parola) e sono vuote di ricchi e di istruiti..." 3 . Adriano Sofri citava implicitamente una quasi contemporanea intervista del dottor Giancarlo Caselli, il quale di processi se n'intende, e dall'osservatorio in cui si è trovato - Caselli ha diretto il sistema penitenziario italiano - s'intende bene anche della giustizia penale nella sua effettività concreta, vale a dire il carcere. L'illustre magistrato ha lanciato dalle colonne di un quotidiano un monito e un avvertimento, che sono anche un'analisi: la giustizia italiana è classista, ha detto. La classe come categoria politica, sociale, epistemologica, psicologica eccetera non ha più la stampa attenta che aveva qualche anno fa. In questi ultimi tempi il genetico trasformismo degli intellettuali nostrani, essendo passato di moda il marxismo, e contando molto meno la classe operaia (ma esiste ancora?), offusca d'ombra le classi come tali, anche quelle nuovissime con

qualche problema in più rispetto alle classi non protette precedenti: il colore della pelle, l'appartenenza a gruppi etnici antagonisti e minoritari. Il fatto che un magistrato dell'esperienza, del prestigio e del coraggio di Caselli abbia dichiarato pubblicamente che in Italia chi ha abbastanza soldi evita il carcere, a volte ottenendo giustizia, spesso riuscendo a gabbarla, e che il carcere raduna al novanta per cento 'poveracci', ebbe, durante l'estate dell'ultimo anno del secolo passato, un'eco mediatica di molto inferiore alle dimissioni di Zoff da commissario tecnico della Nazionale, e del 69° posto di Pantani al campionato del mondo di ciclismo. La storia giudiziaria dei delitti del mostro di Firenze che vede come indagati, incarcerati preventivamente, e poi condannati, soltanto alcuni poveri, sembra dare pienamente ragione a Caselli e a Sofri. In carcere ci sono finiti, finora, per periodi più o meno lunghi: -

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un manovale: Stefano Mele; un infermiere: Enzo Spalletti; un pastore-muratore: Francesco Vinci; un altro pastore-muratore, Salvatore Vinci (benché quest'ultimo in carcere ci andasse con l'accusa di uxoricidio, ma si trattava di un espediente: l'autentico sospetto era che fosse lui il mostro di Firenze); un fornaio: Piero Mucciarini; un muratore: Giovanni Mele; un contadino: Pietro Pacciani; un postino in pensione: Mario Vanni; un cavatore d'inerti disoccupato: Giancarlo Lotti.

E però vero che avrebbe fatto parte del gruppo dei compagni di merende anche un borghese piccolo-piccolo, un rappresentante di commercio, ma è stato assolto, il suo periodo di carcerazione preventiva fu abbastanza breve, non è il caso di citarlo per nome. Tutti gli altri, il manovale, l'infermiere, i pastori sardi, il fornaio, il muratore, il contadino, il postino, il cavatore d'inerti appartengono a quello che, con un altro termine fuorimoda, si definisce proletariato. E a causa dell'intolleranza e del sospetto, che da noi si colpiscono con più frequenza i brutti, gli sporchi, i cattivi, per parodiare il titolo d'un bel film di

Scola? Vale, questa constatazione, nel nostro pluridecennale processo, nel corso del quale in galera siano finiti soltanto nove poveri, o poveracci, secondo la terminologia più à la page? Sicuramente è vero - e diventa anche più vero con le nuove norme che consentono le indagini difensive - che con i soldi è più facile allontanare il sospetto ed allontanare da sé l'effettività penale, vale a dire il carcere. Si potrebbe riempire, oltre che con il caso che ci occupa, un volume grosso come un'enciclopedia, citando i casi in cui i ricchi, il carcere l'hanno scapolato. Ma l'esempio concreto e più a portata di mano è proprio il nostro processo infinito. D'accordo: ammettiamo per assurdo che gli attuali investigatori abbiano ragione, che il loro fiuto sia infallibile, e che i risultati delle loro analisi siano concreti e positivi sotto il profilo probatorio. Ci sarebbero dunque alcune persone, cosidette perbene, con molti soldi, e dotate di potere, le quali, consorziate in una setta esoterica, avrebbero promosso, protetto, prezzolato i delitti delle coppie nella provincia di Firenze. E sarebbero un mezzo esercito, codesti signori mandanti. Tiriamo le somme un po' a caso, si capisce, sto dietro alle cronache che appaiono a singhiozzo sui giornali e in televisione: quindici solo a Perugia; a Firenze chissà quanti; fra San Casciano e Mercatale almeno una decina. Alcuni ce li siamo dimenticati strada facendo. Chi si ricorda più di un sottufficiale dei carabinieri, 'compagno di merende', che secondo le indagini, avrebbe fornito agli esecutori il munizionamento della famosa Beretta, cioè le pallottole Winchester con l'H impressa nel fondello, ben consapevole dello scopo a cui erano destinate? E del pittore svizzero-francese che ne è stato? Il cosiddetto "medico di Pacciani" - il quale, a detta di Lotti, sarebbe rimasto nascosto fra le frasche, in attesa di raccogliere dalle buche, appositamente scavate dagli assassini a due passi dai cadaveri degli uccisi, i così menzionati macabri trofei - merita un discorso a parte, innanzitutto perché è defunto. Ma si parlò anche della vedova di costui. Che ne è stato della signora? Di questi altri più recenti: il farmacista, il dermatologo, il commerciante, un altro medico, e non so chi altri, cosa è avvenuto?

Sarebbero indagati per delitti gravissimi. Come mai per loro l'effettività penale, cioè il carcere preventivo, non funziona come strumento quantomeno per impedire la contaminazione delle prove? Non ci sono indizi sufficienti per far scattare la custodia cautelare? E c'erano gli indizi per Francesco Vinci, che si fece un anno e mezzo di carcerazione preventiva? E per Spalletti? E per Mele e Mucciarini? E per Pacciani, c'erano gli indizi, quando preventivamente si chiusero dietro le sue spalle i cancelli di Sollicciano? E per Vanni? È necessario, per tentare di districare la matassa, anticipare le fasi di un'analisi cronologicamente corretta, cercando di mettere in luce l'eccezionalità di una situazione giudiziaria, che temo di non sbagliare dicendo che non ha precedenti, almeno dal punto di vista del tempo trascorso, negli annali non solo italiani. Bisogna affidarsi in gran parte alle cronache giornalistiche per seguire le fasi dell'analisi investigativa che ha condotto gli inquirenti fino all'ipotesi dell'associazione per delinquere, per usare il termine tecnico; cioè della setta, delle messe nere, dei riti orgiastici e sanguinari, della struttura associativa esoterica che pratica la magia nera. Le tappe di quest'analisi investigativa filtrano attraverso le indiscrezioni sui media, non si sa bene da quali buchi in una rete che dovrebbe essere molto fitta, perché stando alla delicatezza del caso, l'ufficio di polizia specializzato nella ricerca dei mostri bisognerebbe che fosse una fortezza inespugnabile. In ogni caso, gli atti veri e propri, a otto anni dalla nascita della pista esoterica, sono ancora nella quasi totalità segretissimi. Alcuni elementi formali e pubblici si trovano negli atti del processo ai compagni di merende - il mago Indovino, il dottore di Pacciani, il sottufficiale dei carabinieri - eviterò il più possibile di fare i nomi dei viventi e dei trapassati, perché di fama negativa e gratuita mi sembra che alcune persone ne abbiano avuta fin troppa. Già il processo contro Vanni e i gli altri merendari fa aleggiare le figure evanescenti di alcuni fantasmi processuali. Uno di essi, come ho detto, sarebbe un dottore in medicina, un ginecologo, il quale sarebbe stato il 'mandante'. Cioè, secondo l'impostazione iniziale, che poi sembrerebbe superata, e che si fonda sulle più balbettanti e inverosimili fra le sempre contorte dichiara-

zioni di Giancarlo Lotti, questo dottore sarebbe stato una specie di serial killer per procura. Egli avrebbe soddisfatto le sue pulsioni sessuali perverse pagando altri affinché commettessero i delitti per suo conto. Tutto ciò in parte, perché questo signore, secondo l'interpretazione che dà ai vaneggiamenti di Lotti la sentenza di primo grado nel processo contro i compagni di merende, avrebbe agito, magari solo con gli occhi, anche di persona, appostato fra i cespugli mentre gli esecutori commettevano il duplice omicidio dell' '85 a danno dei francesi. Ma era davvero presente questo dovizioso cittadino di San Casciano in Val di Pesa fra i presunti responsabili dei delitti a danno delle coppie nel processo infinito? O non era piuttosto un'ombra, cui si tentò di dare corpo per un'esigenza strumentale? In senso surrettizio, avrebbe detto l'acuto estensore della sentenza d'appello che assolse Pietro Pacciani. (Uso l'imperfetto, perché del dottore non se ne parla più, la persona sembra scomparsa nelle indagini più recenti, come il sottufficiale dei Carabinieri). Tanto per cominciare, si trattava di un defunto. Di una persona cioè che non poteva mai essere processata. Ma il già ginecologo avrebbe lasciato alla sua vedova una scomodissima eredità. Sarebbe lei a doversela vedere oggi con la giustizia. La signora difatti sarebbe indagata per essersi introdotta nella casuccia di Pacciani travisata da una parrucca bionda. La vedova del medico avrebbe "narcotizzato" Angiolina, la moglie di Pietro, non si capisce bene a quale scopo, forse per prelevare dalla casa del contadino qualcosa di molto importante, sfuggita alle innumerevoli perquisizioni, compresa la maxiperquisizione durata undici giorni. Da un punto di vista processuale, per un certo periodo di tempo, l'indagine a danno di questa signora, ha rinverdito l'ipotesi del mandante dei delitti. Lasciamo pur cadere queste scorie. Occorre vederla più dawicino l'ipotesi, per intenderne lo scopo strumentale e surrettizio. Esaminiamo, da questo punto di vista, il processo Pacciani. Qual'era stata, dal punto di vista dell'autore finalmente scoperto, la causale dei delitti? Sotto questo profilo, il processo a carico di Pietro Pacciani non vide sostegni

all'accusa di carattere psicologico, o per meglio dire di ordine psichiatrico. Era avvenuto un fenomeno non comune negli annali della nostra pratica giudiziaria. Negli atti del processo esistevano alcune analisi criminologiche, comprendenti un aspetto psichiatrico, compiute però prima di individuare l'autore. Lo scopo di questa ricerca tecnica, seguendo il sistema collaudas s i m o del dipartimento speciale dell'F.B.I. di Quantico negli USA, era di aiutare l'indagine nella scoperta del colpevole. Sul tema del movente, da ricercarsi nella psiche dell'autore, secondo l'iniziale e ferma impostazione dell'accusa, il dibattimento del processo Pacciani, a cui parteciparono alcuni esperti psichiatri e criminologi, fu una specie di dialogo fra sordi. Perché? Per una ragione semplicissima: non si sapeva chi fosse Pietro Pacciani da un punto di vista clinico psichiatrico. Eppure i delitti, per come erano stati eseguiti, per la loro reiterazione, per gli scarti temporali dell'uno rispetto all'altro, per la ritualità, per le mutilazioni sui cadaveri femminili che aumentavano via via di atrocità, suggerendo una progressione criminosa nascente dall'impunità, a sua volta causa di un sentimento patologico di onnipotenza, mostravano, con estrema attendibilità scientifica, quantomeno la presenza di un disturbo psicopatologico. Secondo Véquipe del professor De Fazio, si trattava di un disturbo psicologico non di gravità tale da integrare, nel senso voluto dalla legge, la malattia mentale. Altri studiosi, il professor Francesco Bruno, e prima di lui il Dottor Carlo Nocentini, psicologo della Regione Toscana, propendevano per una vera e propria malattia mentale: la paranoia 4 . È opportuno spiegare più in dettaglio una circostanza rilevante nel processo infinito. In epoca successiva, e prima che sull'orizzonte apparisse Pacciani, le varie ipotesi accusatorie, in seguito alle quali alcuni innocenti erano finiti in carcere per vari periodi di tempo, erano state smentite via via dall'assassino, il quale, durante il periodo di detenzione del sospettato (o dei sospettati) di turno, aveva ucciso un'altra coppia di fidanzati. Questa evidente interazione con le indagini, e con i provvedimenti coercitivi presi dai magistrati, fu una delle ragioni per cui qualcuno degli inquirenti, pur con molto ritardo, ritenne di avere di fronte una personalità complessa e molto fuori dall'ordinario, e che per scoprire l'identità di essa le intuizioni più o meno geniali, le soffiate, le delazioni anonime, il solito armamentario estemporaneo attraverso il quale spesso da noi si costruisce l'ipotesi accu-

satoria, immediatamente confermandola con l'avallo del carcere, non era in grado di fornire indicazioni valide per appuntare i sospetti su qualcuno, e che bisognava ricorrere alla scienza. La Procura della Repubblica di Firenze si rivolse allora all'Università di Modena, in cui insegnava e insegna il più accreditato criminologo italiano, il professor Francesco De Fazio. Costui riunì un équipe di tecnici per un'indagine, il cui oggetto era quello di estrapolare dai dati obiettivi dei delitti quante più informazioni fossero possibili nei riguardi di chi li aveva commessi. Rilievi che furono, nelle conclusioni dell'indagine, in una parte cospicua, di natura psicologica. Ma quando i sospetti si condensarono su Pacciani, e successivamente allorché cominciò a prendere corpo l'ipotesi dei compagni di merende, la metodologia e il supporto dell'analisi specialistica furono abbandonati. Per Pacciani esistevano cosiddette prove materiali, (il blok notes, l'asta guidamolla, lo straccio con cui quest'ultima era avvolta, la pallottola nell'orto); per i compagni di merende c'erano le dichiarazioni auto ed etero-accusatorie di Giancarlo Lotti. Non solo non ci sarebbe stato bisogno di altre indicazioni, ma eventuali perizie psichiatriche avrebbero forse confuso le idee. Dunque Pietro Pacciani non fu sottoposto ad un'analisi psichiatrica. Nell'ipotesi accusatoria i suoi sarebbero stati i delitti di "un uomo abbastanza normale", come afferma, fin dal titolo del suo libro, Ruggero Perugini, il funzionario di polizia che guidò l'inchiesta a carico del contadino 5 . Aprioristicamente, Pietro Pacciani non avrebbe avuto alcun bisogno di essere sottoposto a una perizia psichiatrica, tanto la sua normalità psichica sarebbe apparsa evidente. L'analisi che feci dieci anni fa, in Cacciani innocente mi pare che regga tuttora: " Una prima anomalia del processo Pacciani consiste nel fatto che una ricerca criminológica si è svolta prima che Pacciani fosse accusato, e ha delineato in anticipo un modello astratto. Un'analisi clinica ripetuta sulla persona avrebbe potuto rivestire, dopo l'accusa a Pacciani, il ruolo di uno strumento di indagine utile non solo per l'accertamento della capacità di intendere e di volere dell'imputato (esistente, inesistente, ovvero più o meno diminuita), ma, comparandola con la personalità dell'assassino, come risultava dalle risultanze obiettive relative ai delitti, interpretate dall'équipe De Fazio,

avrebbe potuto essere un utile strumento di controllo proprio sul tema della prova. Ma nel dibattimento il raffronto è stato solo insinuato e scarsamente approfondito dalla difesa, contraddetto dal pubblico ministero laddove risultava contrastante con l'accusa, quasi del tutto ignorato dalla Corte di primo grado. Così anche il pur accuratissimo modello preventivo è stato svalutato, e dichiarato di scarso valore scientifico. Non si è pensato di riempire il vuoto con una perizia psichiatrica sulla persona dell'imputato. Si è preferito affidare 0 problema ad alcune estemporaneee osservazioni di psicologia spicciola e ascientifica, lasciando sostanzialmente l'argomento nel vago"6. Per fare un esempio del dilettantismo con cui fu affrontato, nel processo Pacciani, il tema psichico, l'accusa ritenne di avere identificato la 'scena primaria', da cui sarebbe derivata la pulsione a ripetere il primo omicidio. La 'scena primaria', intesa come fatto pregresso che si era impresso nella psiche dell'omicida, al punto da condizionarne i comportamenti successivi, sarebbe stata l'esibizione del seno sinistro da parte della fidanzata infedele di Pacciani. Questo preliminare amoroso avrebbe scatenato, all'epoca di quel lontano fatto criminale, la follia omicida del contadino. Le successive escissioni del seno sinistro nelle vittime femminili nei duplici omicidi del '84 e dell' '85, avrebbero confermato che 1' 'orrendo spettacolo' della sua donna che si offriva in quel modo alle voglie dell'amante occasionale, aveva talmente sconvolto Pacciani da indurlo a reiterare il gesto sulle vittime successive. Si dimenticò, argomentando in questo modo, che all'epoca di quel vecchio delitto (l'anno 1951) - commesso del resto solo sulla persona del rivale, e nell'impeto della gelosia - Pietro Pacciani aveva più di vent'anni, un'età in cui è da escludere Ximprinting da cui successivamente nascerebbe l'impulso a reiterare il fatto. Ogni studio psichiatrico e criminologico del fenomeno, e l'esperienza dei casi analoghi, porta a constatare che la cosiddetta scena primaria ha la forza di imprimersi nella psiche dell'agente solo quando quest'ultimo abbia al massimo otto anni. Neppure l'eventuale responsabilità di Mario Vanni e degli altri compagni di merende ebbe il conforto o la smentita di una perizia psichiatrica. Per iniziativa del Pubblico Ministero fu periziato Giancarlo Lotti, imputato anch'egli dei delitti nel processo ai compagni di merende, e fonte fondamen-

tale di prova contro se stesso e contro Mario Vanni. Ma in questo caso il tema primario d'indagine proposto dal rappresentante dell'accusa ai suoi consulenti non riguardò un'eventuale anormalità psichica, e quindi l'eventuale incapacità d'intendere e di volere (totale o parziale) dell'imputato collaborante all'epoca dei fatti di cui era accusato. Questo tema d'indagine avrebbe implicitamente compreso l'eventuale compatibilità della personalità psicologica del periziando con la specificità, ed anzi eccezionalità di quei delitti. Forse, affidando un più puntuale tema d'indagine ai suoi consulenti, il Pubblico Ministero temeva di andare incontro ad osservazioni che suonassero come una smentita della sua tesi accusatoria. Fatto sta che ai professori Fornari e Lagazzi, consulenti tecnici del P.M., fu chiesto, di descrivere il comportamento sessuale dell'imputato, ma soprattutto, in linea principale, e quasi esclusiva, di valutare l'attendibilità del dichiarante, oppure se il medesimo mostrasse una tendenza alla menzogna. Quesito al quale i tecnici incaricati risposero negativamente. Ma sarà necessario ritornare più in dettaglio sui loro rilievi riguardo a Lotti, per osservare che i periti dettero ampio conto di come quest'ultimo avesse ottime ragioni per mentire, e come egli "si nascondesse" agli esaminatori 7 . Fino dall'epoca di Verzeni, il primo ottocentesco serial killer italiano - come si vedrà meglio di seguito - in quasi tutti i processi, svolti in Italia come altrove, che hanno avuto ad oggetto delitti seriali, gli imputati sono stati sottoposti a perizia psichiatrica. Il tema principale dell'indagine peritale psichiatrica non fu mai quello di confermare o smentire la compatibilità del profilo psicologico dell'accusato con i delitti, visti questi ultimi sotto l'aspetto del modus operandi, delle caratteristiche peculiari di essi estraibili dai reperti obiettivi, e dalle tracce lasciate dall'assassino. Una tale indagine sarebbe stata anomala, non prevista dalla legge, del tutto eterogenea, forse persino vietata. Oltre il resto un'indagine siffatta sarebbe apparsa ai giudici arbitraria, in quanto avrebbe usurpato l'area di competenza degli inquirenti. Dovrebbero essere i poliziotti e il pubblico ministero a svolgere siffatti approfondimenti comparativi, prima di addebitare una serie di delitti a un sospettato. La legge penale del resto prevede (da noi come altrove), il ricorso alla perizia psichiatrica solo al fine di accertare se l'imputato sia affetto da una malattia

mentale che ne escluda, ovvero soltanto ne alteri, la capacità d'intendere e di volere, e questo al fine di accertare da un punto di vista giuridico la sua imputabilità, oppure l'esistenza o meno di una circostanza suscettibile di attenuare la pena. Tuttavia, quando viene svolta, vale a dire nella stragrande maggioranza dei casi, pur con alcuni limiti e in modo collaterale e indiretto, l'indagine psichiatrica finisce per affondare il bisturi nella psiche del presunto responsabile, riuscendo così a integrare il paradigma accusatorio sotto il profilo del movente. Ogni indagine che si concluda in modo attendibile e convincente deve rispondere alla domanda sul perché. Altrimenti, checché ne dica la Cassazione, il tavolo è zoppo, la conclusione della ricerca non appare esauriente, resta in piedi un dubbio rilevante. Difatti cos'è che cercano tuttora gli indagatori, andando a impegolarsi nel mondo irrazionale dell'occulto? Stanno ancora cercando la causale. La peculiarità degli omicidi seriali sta nel fatto che all'inizio dell'indagine gli inquirenti si trovano di fronte un'apparente assenza di movente. Viene a mancare quello che spesso è proprio la falsariga per orientare la ricerca. Nessuna preesistente relazione fra le vittime e l'omicida, manca lo scopo dell'interesse economico, non s'intravede né la passione, né la gelosia, è impossibile parlare di vendetta, di un accesso d'ira determinato dal comportamento altrui; l'indagine è costretta a muoversi nell'incertezza e nell'irrazionalità. Ecco in quale modo, una volta individuato il probabile colpevole, la perizia psichiatrica fornisce una risposta convincente alla domanda. La causale si trova nell'intima natura psichica di chi è indiziato di essere l'agente. Certi condizionamenti soggettivi, che è possibile far risalire a cause di ordine squisitamente psichico (il freudiano dirà che essi appartengono a un trauma infantile, lo psichiatra di altre scuole chiamerà in causa la famiglia, o l'ambiente, o la società), hanno indotto il sospettato all'azione. In ogni caso il presunto colpevole apparirà al tecnico come una persona intimamente tarata, talvolta addirittura preda di una coazione psichica ad agire in quel modo. Seppure la perizia psichiatrica sul soggetto si concluderà spesso per l'inesistenza di una malattia mentale nel senso voluto dalla nostra arretratissima legge penale (ma il ritardo culturale appartiene anche ad altre legislazioni

europee e di oltre Oceano), il perito psichiatra rileverà almeno l'esistenza se non di una vera e propria psicosi, quantomeno di una sindrome psicopatologica. Se è vero che nella maggioranza dei casi la perizia psichiatrica non avrà rilevanza riguardo al verdetto finale neppure in punto di quantità della pena, perché l'anomalia psicologico-sessuale spesso non esclude né limita la cosiddetta "capacità d'intendere e di volere", essa sarà comunque in grado di acquietare le coscienze dei giudici sul movente, il quale apparirà di natura soggettiva e di esclusiva appartenenza dell'agente. In caso negativo, se lo psichiatra accerta la totale normalità psichica del soggetto, nonché l'inesistenza di vissuti interessanti i delitti dal punto di vista eziologico, cioè l'assenza di condizionamenti psicologici in linea con l'abnormità delle azioni, il tema del movente torna in alto mare. Il problema resta insoluto. Ma questo, quando il sospettato sia la persona giusta, non è mai avvenuto, che io sappia. Nei processi a carico di Pacciani, e in seguito contro i compagni di merende, nel secondo processo su iniziativa della difesa di Vanni, che ne chiese l'acquisizione, i giudici si trovarono di fronte agli elaborati della équipe del professor De Fazio, che apparvero ai loro occhi inutili, se non addirittura fuorviami, in quanto non accostabili alle personalità dei sospettati. Si trattava di analisi non solo psicologiche. Ma l'aspetto preventivo e ipotetico dell'indagine svolta dall'iéquipe di Modena, la rendeva suscettibile di essere tacciata di ascientificità, in quanto preventiva e finalizzata esclusivamente a fornire una traccia agli inquirenti. Bisogna aggiungere però che l'analisi del professor Francesco De Fazio in molti punti corrispondeva a un profilo dell'autore dei delitti, elaborato sulla base degli atti, dal dipartimento di scienza comportamentale dell'FBI di Quantico, essendo quest'ultimo profilo socio-psicologico arrivato, per via diplomatica, nell'Ufficio del pubblico ministero, in seguito alla richiesta del medesimo. Tuttavia questo secondo studio, in gran parte collimante con quello redatto dai modenesi, non è mai pervenuto nel fascicolo del dibattimento. I giudici non l'hanno mai visto, né nel processo Pacciani, né in quello a carico dei compagni di merende, nonostante che la difesa di Vanni ne avesse richiesto l'acquisizione. In sintesi, e per quanto riguarda il tema che sto trattando, entrambi questi elaborati individuavano la causale dei delitti in una sindrome psicopatolo-

gica di tipo sessuale e sadico dell'unico soggetto agente da solo, con l'assoluta esclusione di complici. La sindrome psicopatologica, e la solitudine dell'agente erano considerati dai tecnici, sia i modenesi che gli americani, alla stregua di premesse certe. Il problema avrebbe potuto essere approfondito, la sindrome psicopatologica osservata più puntualmente quanto a eziologia e alle caratteristiche peculiari, una volta che l'indagine avesse superato il livello della previsione, e fosse giunta a quello della individuazione del possibile colpevole, sul quale fossero concretamente possibili esami concreti e approfonditi. Poiché, come s'è detto, una tale analisi non fu fatta, né riguardo a Pacciani, né riguardo a Vanni e agli altri imputati delle merende sanguinanti, il pubblico ministero e la difesa di Pacciani chiamarono a deporre il professor De Fazio e i suoi collaboratori. Nel processo ai compagni di merende fu il difensore di Vanni a scomodare il criminologo e la sua équipe. Nell'un processo e nell'altro, i difensori tentarono di mettere in luce fino a che punto l'analisi preventiva di De Fazio divergesse dall'ipotesi accusatoria, sia riguardo alla personalità del contadino del Mugello, sia riguardo all'anziano postino, presunto complice. Il tentativo di mettere in luce le divergenze, a parte l'additare i contrasti con l'analisi preventiva, comprendeva nel caso di Mario Vanni la richiesta di una perizia psichiatrica da svolgersi sul soggetto stesso: sempre respinta da tutti i giudici che si occuparono del caso. Ritengo che il rigetto sia stato motivato innanzitutto dal timore che la perizia interagisse comparativamente, e in modo negativo per l'accusa, con quella svolta da De Fazio e dagli altri criminologi (uno dei quali esperto psichiatra). E per questi motivi che in tutti e due i processi il movente è rimasto del tutto indeterminato nei risultati delle indagini, e nelle sentenze dei giudici di merito. Quanto alla Cassazione - in linea con un suo discutibile orientamento, secondo il quale l'individuazione del movente non è necessaria, sotto il profilo della prova, per affermare o negare la responsabilità di un presunto colpevole - ha confermato, nel processo contro i compagni di merende, l'inutilità dell'accertamento psichiatrico. Ma l'indeterminatezza della causale lascia la porta aperta a una serie di dub-

bi. Dubbi che riguardano l'eccezionalità dei delitti, e del modo in cui gli stessi sono stati realizzati. Perché, si chiede ancora la gente comune (quella che nonostante tutto ritiene necessaria la fedeltà al principio della presunzione d'innocenza), per quale ragione il già anziano e plurinfartuato contadino mugellano avrebbe maturato il proposito di uccidere coppie di fidanzati, aggredite nelle notti di novilunio mentre erano intente ad amoreggiare in auto? Per quale motivo avrebbe attuato questo proposito a scadenze così lunghe? Perché avrebbe infierito in quel modo barbaro sui cadaveri delle ragazze uccise? Quale molla psicologica, oppure quale interesse di altro genere avrebbe trasformato, in un'età ormai avanzata, e senza aver mai prima torto un capello a nessuno, il mite portalettere di Montefiridolfi, nel complice degli omicidi, nell'efferato criminale che addirittura avrebbe compiuto le escissioni sulle vittime femminili? Bisogna dire che se Pacciani aveva un vecchio precedente di violenza omicidiaria, e un precedente meno vetusto di violenza sessuale; i dubbi si accrescono per quanto riguarda Vanni, immune da qualsiasi precedente. Scartata a priori l'ipotesi psicopatologica, le domande attendevano e attendono tuttora una risposta. Ecco dunque a che cosa serve l'ipotesi del mandante, che più di recente si trasforma nei mandanti associati occultisti e stregoni. Bisogna innanzitutto rilevare che nessuna delle persone indicate come gli autori materiali dei delitti, né Pacciani, né Vanni, né l'altro che preferisco non nominare, neppure il 'reo confesso' Giancarlo Lotti, per quel poco che si sa dei loro vissuti, e che si può intravedere negli atti della loro personalità psicologica, hanno le fisique du ròle del serial killer sessualmente perverso, nel senso di un accentuato sadismo. Bisogna inoltre considerare alla luce del buon senso che, posta l'ipotesi dei delitti commessi da un gruppo, è impossibile ipotizzare che una specialissima sindrome psicopatologica di perversione sessuale appartenga a una pluralità di persone, in un modo così intenso che l'impulso collettivo si sarebbe mantenuto per la durata di numerosi anni: 17, per l'esattezza, se si considera il primo duplice delitto.

Sono questi i motivi per cui diventò necessario cambiare totalmente strada rispetto alla primitiva ipotesi scientifica, secondo la quale alla base di quei delitti ci sarebbe stato un impulso di carattere psicopatologico. Cominciò allora a prendere piede il movente economico, per coloro che l'accusa considerava semplici manovali dei delitti. Tuttavia, pur bloccata in questa direzione, l'indagine non poteva esaurirsi, nonostante la morte di Pacciani, nonostante il passaggio in giudicato della sentenza contro i compagni di merende, bensì bisognò spostarla su un altro fronte, quello definito "il terzo livello". Questo perché bisognava pur individuarli in qualche modo codesti finanziatori dei sicari, quantomeno indicarne la provenienza geografica, il ceto, le reali motivazioni, seppure irrazionali secondo il senso comune. Dunque alla scoccare della fine del secolo le indagini non si arrestano. I compagni di bevute nella Cantinetta di San Casciano non avrebbero agito per un personale impulso perverso di natura sessuale, bensì perché allettati dal danaro che uno o più mandanti, dotati di mezzi economici cospicui, versavano loro in cambio delle parti anatomiche asportate alle vittime femminili, quelle che la stampa definisce 'feticci.' Questi oggetti sarebbero stati strappati alle ragazze assassinate, non a causa della progressione criminosa dell'assassino, corrispondente ad un impulso sadico che s'accresce e si alimenta delitto dopo delitto, bensì in base a un freddo calcolo economico. Le mani degli assassini sarebbero state guidate da una o più teste, e dalla promessa di una cospicua somma di danaro. Ma qui l'indagine infinita si trova dinanzi un ulteriore interrogativo: a quale fine servivano al consorzio di mandanti - al dottore ginecologo, al pittore francese, o al farmacista, o al medico perugino, o al commercialista, o a chissà chi - quei poveri resti? A questo punto, invece di un'inchiesta moderna, che oramai scollina nel secolo ventunesimo, si assiste a un processo di stregoneria che sembra vivere, con uno straordinario salto temporale, nel secolo diciassettesimo. Pare di leggere una riedizione moderna e parodistica del processo agli untori di memoria manzoniana. Si intravede cioè la costruzione di una confusa teoria, mediocremente sugge-

stiva per i lettori dei settimanali popolari, tuttavia (è triste doverlo annotare) ritenuta attendibile dagli investigatori, dalla televisione nazionale, e da molti prestigiosi quotidiani. I delitti maturerebbero nell'ambito di un sodalizio esoterico, in cui l'avidità di alcuni personaggi di origine rurale, Pacciani e i merendari, sarebbe stata guidata dall'esterno allo scopo di procurare alla setta i 'feticci' i quali sarebbero stati strumenti necessari per certe oscurissime pratiche magiche di satanismo, e per compiere riti altrettanto oscuri e misteriosi. Una sorta di setta formatasi intorno a oscure credenze religiose, formata da giovani hippies, e guidata da un capo, Manson, fornito di un forte potere carismatico quasi ipnotico, in un arco di tempo molto breve, uccise in America l'attrice Sharon Tate ed altri suoi malcapitati amici. Gruppi di giovani, spesso dominati dall'abuso di stupefacenti, hanno violentato e ucciso vittime non solo femminili. Alla coppia criminale Lucas (il personaggio dominante, anche in senso omosessuale) e Tole si addebitano, ancora negli USA, trecento omicidi: per citare il caso più cospicuo, che costituisce l'eccezione rispetto alla dominante dell'assassino seriale solitario. Da noi, maghi, fattucchiere, cartomanti, sedicenti guaritori, ed anche sette cosiddette sataniche se ne trovano in un numero notevole, come vedremo di seguito. Nella quasi totalità dei casi si tratta di truffatori che speculano sulla incultura e sulla superstizione altrui. Su un diverso versante, sono ben noti i sacerdoti che, autorizzati in questo dalla Chiesa cattolica, esorcizzano persone psichicamente disturbate, praticando tuttora i loro antichi, e peraltro sostanzialmente innocui, riti. Forse qualcuno, un po' complicato dal punto di vista sessuale, organizza pagliacciate di tipo pseudo-religioso, col corpo nudo di una ragazza che serve da altare, col 'sacerdote' mascherato da caprone che legge il Vangelo alla rovescia, eccetera... Situazione che fa venire in mente, del resto, che in altre religioni - il Taoismo - il corpo nudo dell'altrui sesso è considerato come il "tappeto di preghiera", sul quale celebrare i riti sessuali, considerati come un mezzo per accrescere la "gnosi" ed elevare se stessi. Forse qualcun'altro va ancora oggi a trafficare di notte nei cimiteri, scavando nelle tombe e appropriandosi di ossa o di teschi. Esiste un precedente storico in Toscana, immortalato da una poesia di Giuseppe Giusti: Sortilegio8. In epoca più re-

cente, i tempi oscuri di Bertolt Brecht generano tuttora il sonno della ragione, e i mostri illustrati da Goya. Ma coloro che, facendo d'ogni erba un fascio, attribuiscono al termine esoterico un significato tout court negativo, con implicazioni virtualmente criminali, dimenticano che nel 1901 nacque in Italia, a imitazione di altre associazioni della stessa natura nate altrove, la Società Teosofica Nazionale, che riuniva gruppi che si collegavano al filone culturale dell'esoterismo e dello spiritismo, gruppi che cercavano un rinnovamento nel senso di una rigenerazione della morale tradizionale e della religiosità. Esistono tuttora associazioni, gruppi di studio, ricercatori, scrittori che si occupano seriamente dell'occulto e dell'esoterico, sia da un punto di vista storico - la letteratura sull'argomento è immensa e percorre i secoli - sia svolgendo ricerche ed esperienze sul campo. Lo scienziato criminologo, fondatore della Scuola Positiva di diritto penale, Cesare Lombroso, terminò la vita occupandosi di spiritismo in contatto con la medium Eusapia Palladino. Gli spiritisti ritengono in buona fede e sulla base di esperimenti seppure non collaudati in senso galileiano, di poter entrare in contatto con i defunti. (Su questo l'opinione del positivista Lombroso è molto cauta, se non scettica). Più di recente la ricerca dell'ipotetico e dell'indimostrabile scientificamente riunisce (anche in Italia, non solo negli USA, dove il fenomeno ha assunto caratteristiche sociali), gruppi di persone che affermano che il nostro Pianeta sarebbe costantemente visitato e controllato da una o più civiltà extraterrestri. In larghissima parte gli ufologi sono persone onestissime, anche intellettualmente, non è straordinario imbattersi fra di loro in un premio Pulitzer, lo psichiatra americano John E. Mack, quest'ultimo molto seriamente convinto che gli extraterrestri di tanto in tanto rapiscano alcuni umani per sottoporli ad esperimenti chirurgici o psicologici9. Quanto al Diavolo, l'Iblis dell'Islam, l'Arimene di Zharatrustra, è illuminante leggere il libro che gli ha dedicato Giovanni Papini per comprendere come vi possano essere suoi seguaci, non necessariamente succubi del Male Assoluto, bensì adoratori dell'Angelo Caduto, lo splendente Lucifero, che Dante, seguendo San Tommaso, chiama "colui che fu nobil creato più ch'altra creatura" - Purgatorio, XII, 25-26 e "la somma d'ogni creatura"Paradiso, XIX, 46. Nel libro di Papini è citato un passo delle Divinae Institutiones di Lucius

Caecilius Firmianus, celebre col nome di Lattanzio, vissuto nella seconda metà del III secolo e ai primi del IV: "Dio, avanti di creare il mondo, produsse uno spirito a Lui simile, ricolmo delle virtù del Padre. In seguito ne fece un altro nel quale l'impronta dell'origine divina si cancellò, perché fu lordato dal veleno della gelosia e perciò passò dal bene al male... Fu geloso del suo Fratello maggiore che, rimasto unito al Padre, si assicurò il suo affetto. Questo essere che da buono divenne malvagio è chiamato Diavolo dai Greci" 10 . Nell'interpretazione che Papini dà del passo di Lattanzio, il Diavolo non sarebbe altro che il fratello minore di Gesù Cristo. Non ci sarebbe di che meravigliarsi se anche questo spirito simile a Dio avesse i suoi seguaci e adoratori consorziati in associazioni, seppure in forma minoritaria ed antagonista. Il mondo è bello perché è vario. Non fanno parte delle mie frequentazioni simili credenti, che solo superficialmente si potrebbero definire 'alla rovescia', ma se li incontrassi non mi scandalizzerei affatto. Del resto lo stesso Papini nel libro citato, sostiene di aver trovato fra gli scritti di Giacomo Leopardi l'abbozzo di un "Inno a Satana", ben più eretico e antagonista che non il più famoso Inno Carducciano. E dunque ipotizzabile che tuttora esistano e siano attive 'Chiese' di adoratori di Satana, che di per sé non sarebbero affatto vietate dalla legge; anzi, sarebbero protette dalla norma costituzionale che garantisce la libertà di culto e di associazione. Nel 1490 apparve il celebre Malleus Maleficarum (Martello delle streghe) di Sprengher e Institor. Non è un testo canonico, e non ha alcuna autorità catechistica, tranne, rispetto al tempo in cui apparve, la bolla papale Summis Desiderantes Affectibus e VEnciclica di Papa Innocenzo Vili. E interessante ricordare i principi di fede che sostengono il trattatello, il cui scopo fu quello di fornire agli operatori sul campo gli strumenti ideologici e i mezzi giuridici procedurali per la persecuzione delle streghe in Europa: "E cattolico credere nel Diavolo e nelle streghe che, aiutate dal Diavolo ed in seguito a un patto con lui concluso, operano magicamente. E cattolico credere che il Diavolo da sé, e le streghe con il Diavolo, compiano malefizi. E cattolico credere, come è affermato nell'Enciclica di Papa Innocenzo Vili, ai dèmoni incubi e succubi, che possono procreare e concepire. E cattolico

credere che il Diavolo, e per lui streghe e stregoni, può far nascere nel cuore degli uomini l'odio o l'amore. E cattolico credere che le streghe e gli stregoni possono soffocare e distruggere il frutto nel seno delle madri, la matrice degli animali, i prodotti della terra, gli uomini, il bestiame, tutto ciò in una parola che ha vita, che respira o crede in maniera qualsiasi; ch'essi possono realmente o illusoriamente stregare i genitali maschili. E cattolico credere che streghe e stregoni possono trasformarsi e mutare gli uomini in animali, per esempio in lupi, sia di fatto, sia per allucinazione"". Non è difficile osservare alcune affinità fra questi antichi principi e le cosiddette 'analisi investigative' sulle quali si fonda l'ipotesi dei mandanti dei delitti del mostro, eseguiti da persone dappoco, ma organizzati da una setta esoterica, magica, diabolica. La distinzione fra succubi e incubi, per fare un esempio, più modernamente trasferita nel rapporto fra manovali e ispiratori. Simile è la forte componente sessuale, nel richiamo alla distruzione del seno materno, della matrice eccetera. Ancora più convincente è lo scopo che rende omogenee le antiche inquisizioni condotte sotto l'egida del Malleus e le inchieste sui compagni di merende e sui mandanti. I processi per stregoneria furono strumenti per esorcizzare fenomeni come pandemie, carestie, malattie individuali o collettive, situazioni politiche di forte tensione sociale, guerre. Sulla base del semplice sospetto streghe e stregoni furono i capri espiatori di profondi disagi sociali. I roghi in piazza furono anche mezzi spettacolari per allontanare col terrore dal contesto sociale la diversità. Nei secoli andati occuparsi di argomenti esoterici era di per sé causa di intolleranza e di sospetto. Il processo e il rogo di Giordano Bruno sono l'esempio storico più puntuale. I processi a Pacciani, ai compagni di merende e quello in corso contro i pretesi mandanti appaiono mezzi per esorcizzare il disagio sociale che nasce dall'incertezza sul reale responsabile di delitti di grande rilevanza e di notevole spettacolarità massmediatica. Incertezza nascente dal'altalenarsi di decisioni giudiziarie in contrasto fra di loro, e dal non essere riusciti, gli inquirenti, dopo quasi un quarantennio di indagini, a identificare il movente. In modo più peculiare, per certi versi meno mascherato e più diretto rispetto a quella contro i 'merendari', l'inchiesta attuale appare affine ai processi contro gli eretici e le streghe. Si ipotizza difatti l'esistenza di un'associazione

diabolica organizzata, dotata di notevoli mezzi economici, che non prende soldi, ma li dà, che sarebbe in funzione anche oggi, oggi pure si darebbe da fare a reclutare persone - i cosiddetti manovali - per commettere delitti atroci. Setta segreta, ovviamente, ma formata da persone non incolte, bensì da professionisti e intellettuali. Tutto questo a me sembra che ripercorra il medesimo terreno dell'antica caccia alle streghe. Difatti s'intravede, nell'ipotesi, il germe dell'intolleranza verso persone militanti su un terreno religioso diverso dalla fede cattolica. Ma innanzitutto l'ipotesi si fonda sul puro sospetto, fomentato da incontrollabili voci, e non solo destituito da qualsiasi prova, ma contraddetto, come si vedrà, oltre che dal buon senso, da risultanze decisive. La serie dei delitti del mostro, interpretata in quel modo, rende concreto l'effetto ulteriore e più generalizzato di immergere nell'ombra del sospetto una indeterminata categoria di persone che abitano in una città e in alcuni paesi. Nei panni di un innocuo e tranquillo satanista, fedele al suo credo e magari praticante, con o senza il tavolo di carne su cui celebrare, e che abitasse a Firenze o nei dintorni, non mi sentirei affatto tranquillo. E qualcuno, forse sfornito di resistenze psicologiche, l'ha già pagata, l'atmosfera di sospetto generalizzato. Di recente ho letto di un suicidio, avvenuto a San Casciano, di una persona che praticava l'esoterismo. Si sta svolgendo un'inchiesta giudiziaria in un ambiente interessato a pratiche religiose eccentriche, o a fenomeni paranormali, alla ricerca, parrebbe, di un ben determinato collettivo criminale. E questo senza il benché minimo indizio sull'esistenza concreta di una associazione di delinquenti capace, per i suoi scopi magici, di commissionare quelle atrocità. D'altronde, ancora una volta i tempi lunghi forniscono un elemento di analisi: sarebbe mai possibile che in quasi mezzo secolo di attività nessuno abbia mai sentito parlare di un tale sodalizio assassino? Possibile che la sua semisecolare presenza in due paesi civilissimi della Toscana (San Casciano e Mercatale) non abbia lasciato alcuna traccia? In ultima analisi cos'è tutto questo, se non l'uso enfatico degli strumenti inquisitori costituiti dall'intolleranza e dal sospetto, riguardo a un ipotetico ambiente intellettuale disomogeneo rispetto alle credenze religiose maggioritarie? Le tracce ci sarebbero. I sospettati anche. Tenterò, con grandissima fatica, e

altrettanto disagio intellettuale, di fare un'analisi sulla nascita di una congettura che a me sembra frutto di un'immaginazione distorta dall'intolleranza. Riesaminando gli atti pubblici del processo ai merenda«, ci s'accorge che l'ipotesi non è nuova, bensì si tratta di una pista che entrò nelle indagini del post-Pacciani fino dalle battute iniziali del processo cosiddetto "Pacciani bis", diventato il processo ai "Compagni di merende". Alcune confuse dichiarazioni di due peripatetiche alcoliste misero sul terreno per la prima volta l'ipotesi esoterica. All'epoca, siamo nel '96, fecero la loro comparsa un certo "mago" Indovino, le sue frequentazioni postribolari, la sua fatiscente casaccia nei paraggi di Mercatale, in Via di Faltignano, che sarebbe stata il "tempio" in cui si sarebbero svolte le "messe nere". Ma questa pista apparve presto impraticabile, perché il "mago" Indovino (tale di cognome, non perché avesse facoltà precognitive), risultò essere all'epoca dei delitti ammalato di cancro terminale, mediocre sfruttatore professionale delle due stagionate peripatetiche, di scarsa avvenenza e di basso costo, già indicate come fonti d'informazioni; talvolta incarcerato per sfruttamento e per altri reati minori; del tutto indigente, molto al di sotto della soglia di povertà, e dunque incapace di sovvenzionare gli assassini. A parte che lui pure era già morto quando incominciò a prendere corpo l'indagine. Ecco che allora, dopo che le indagini sul conto del defunto Indovino si erano arenate in questo vicolo cieco, che Lotti fece un vago, e come al solito altalenante, accenno a un certo "dottore di Pacciani" che avrebbe commissionato a quest'ultimo i "feticci". Così si giunse a una prima modificazione dell'ipotesi inquisitoria. In un primo tempo, il medico, da solo, e senza il contributo di alcun sodalizio, sarebbe stato, come ho già detto, una specie di serial killer per procura. La commissione avrebbe avuto in ogni caso ad oggetto le parti anatomiche asportate alle ragazze. Ma lo scopo? Lo scopo della commissione? L'indagine subisce allora un secondo spostamento. Anche questo imposto dalle circostanze. Bisogna ripetere che il medico al tempo di queste indagini era già morto. Sicché diventava impossibile fargli la domanda cruciale: "Scusi, che se ne faceva lei, dei cosiddetti 'feticci'?" A questo punto compare sulla scena la "Villa dei Misteri" e il "Pittore francese". I dati indiziari a carico di quest'ultimo consisterebbero in alcuni dipinti

rappresentanti donne discinte in strane posizioni, nel possesso di materiali pornografici, nell'essersi allontanato senza pagare il conto della pensione, e nel fatto che si sarebbe affrettato a lasciare l'Italia, appena venuto a conoscenza dell'addensarsi di sospetti sul suo conto. Un dato indiziario quest'ultimo di scarso peso, a parere di chi scrive. Credo che me n'andrei anch'io dal Bel Paese se sapessi di esser inserito nel bel numero dei compagni di merende, o dei 'compagni di sangue', o dei 'ritualisti di messe nere'. Per quanto riguarda la villa, Pacciani avrebbe lavorato nel suo giardino, e questo basterebbe a renderla ultra-sospetta. Ma del pittore da un certo momento in poi non se ne sente più parlare. Ed anche la "Villa dei Misteri" sfuma nella nebbia. La si sequestra, la si sottopone a perquisizioni ripetute, la si scandaglia in lungo, in largo e in profondità, tranne l'esame radiografico dei muri, in mancanza dello speciale strumento di analisi, richiesto e non ottenuto perché troppo costoso. Ma a causa di questa carenza si bucano le pareti della villa come un formaggio gruviera. Ma tracce di riti satanici non se ne trovano. Da qui entrano in ballo i morti. Come strumenti d'indagine i defunti hanno in comune il silenzio, come s'è visto per il ginecologo. Il silenzio dei morti, da un certo punto di vista, è utile alle indagini tematiche. Chi è morto non può smentire, né difendersi. Il primo trapassato che fa la sua ectoplasmatica apparizione è Pacciani. Proprio lui, Pietro, il "lavoratore della terra agricola", che non trova pace neppure da morto. Lo trovano steso sul pavimento della sua arruffatissima cucina. E caduto dalla sedia accanto al tavolo, nessuna traccia di violenza, né sul corpo, né nell'ambiente che lo circonda. "Arresto cardiaco", sentenziano i medici. Si fa l'autopsia: si conclude per un infarto. Evento non straordinario per l'anziano contadino, che di infarti ne aveva avuti già due. Ma gli inquirenti sospettano l'omicidio. Chiedono un accertamento supplementare agli esperti di medicina legale. Da questo accertamento nasce una "compatibilità". La morte potrebbe essere "compatibile" con l'abuso di un medicinale che invece di curare avrebbe aggravato le condizioni del già malmesso paziente. Un'ipotesi possibile, "compatibile", si capisce. Ma, a tutto

concedere, da cosa risulta che qualcuno gliel'abbia imposto in una dose eccessiva, quel medicinale? Una cosa è certa: dall'epoca della sua scarcerazione, conseguente all'assoluzione della Corte d'Assise d'Appello, Pacciani viveva in perfetta solitudine. E la moglie? E l'Angiolina, non stava più con lui? No. Con un'operazione che mi pare discutibile, ci si era attivati per separare la moglie dal marito. Un giudice aveva imposto, per la sicurezza della donna, il suo internamento in una casa di riposo. Così niente più Angiolina. Pietro Pacciani, quando l'ha colto la crisi cardiaca era solo, il suo corpo fu scoperto dopo alcune ore dalla morte. Non è difficile ipotizzare che se fosse stata presente una persona qualsiasi e fosse stato soccorso a tempo, Pietro si sarebbe potuto salvare. Il sospetto, destituito di ogni indizio, della morte non naturale, basta a far correre l'immaginazione: ecco la setta diabolica in piena attività, che "somministra goccia a goccia", così scrive un giornale, "il medicamento letale" all'uomo che sa, ma al quale si deve impedire a ogni costo di parlare. Il secondo defunto è un medico di Perugia, un certo Francesco Narducci, professionista brillante, sposato, vita agiata, forse depresso negli ultimi tempi, tanto da fare uso di psicofarmaci. Costui fu trovato morto nel lago Trasimeno nell'ottobre del 1985. Affogato, disse il medico che vide il cadavere, e rimasto nelle acque del lago da almeno cinque giorni. Era uscito sulla sua barca da solo. Non è rarissimo cadere dal natante. Se la barca s'allontana, portata dal motore, dal vento, dalle onde, e se la riva è lontana, affogare è un evento tutt'altro che straordinario. Ma non si poteva escludere il suicidio, e che il povero Narducci si fosse gettato in acqua volontariamente. I genitori del defunto fecero in modo che non fosse eseguita l'autopsia. Gesto di pietà filiale comprensibilissimo. Il medico fu inumato senza le disgustose ferite che deturpano la salma dopo un'autopsia. Qui entra in azione una certa signora. Scrittrice di un ennesimo libro sul mostro. Quando ho detto che l'argomento è inflazionato, avevo pienamente ragione. Il meccanismo di spettacolarizzazione dei fatti nel loro complesso, dà spazio a fantasie che mi sento di definire patologiche. Nel libro la signora rivendica la priorità dell'ipotesi: "Seppi di quella storia (l'affogamento nel Trasimeno di Narducci, n.d.A.).

e cominciai ad occuparmene dopo aver avuto la certezza che effettivamente c'era sotto qualcosa" 12 . La signora parla con un sostituto procuratore perugino. Fatto sta che a quasi vent'anni dalla sepoltura il corpo di Narducci viene riesumato. Si fa l'autopsia. A questo punto le informazioni diventano molto confuse. Il corpo sepolto non sarebbe quello di Narducci, ma si tratterebbe di un altro cadavere sostituito dopo essere stato dissepolto dal cimitero, e tenuto in acqua per cinque giorni per simulare l'affogamento. Poi si dice che l'autopsia avrebbe rivelato tracce di strangolamento. Sicché si dovrebbe dedurre che qualche povero cristo sarebbe stato strangolato per fargli fare la parte del cadavere di Narducci. Si adombra l'ipotesi che quest'ultimo fosse ricattato da un usuraio. Poi si scopre che il medico giugolato dall'usura è un altro dottore, e che anche quest'ultimo è morto affogato nel lago Trasimeno. Ma che c'entra tutto questo coi delitti del mostro di Firenze? C'entra eccome, perché Narducci avrebbe fatto parte della setta esoterica. Anzi, sarebbe stato lui il "custode dei feticci": "Poiché egli è il custode di parti anatomiche deve necessariamente essere un medico e risiedere in un territorio diverso da quello in cui sono stati compiuti i delitti, al fine di preservare 1'"ostia sacra". 13 E anche il medico di Perugia sarebbe stato ucciso per impedirgli di parlare. Oggi, mentre scrivo, nel gennaio/febbraio 2004, leggo su alcuni giornali che fanno da cassa di risonanza agli exploit degli infaticabili e mai sazi inquirenti, articoli in cui si svelano indagini in corso, compresa la famosa perquisizione, che riguarda il farmacista di San Casciano. Quest'ultimo sarebbe indiziato per avere avuto contatti con Narducci. Quali contatti, quando, di che tipo: non si sa. La signora supradicta, come si leggerebbe negli atti d'un processo del Diciassettesimo secolo, sarebbe la principale fonte d'informazioni nel nuovo processo. Le sue dichiarazioni non sarebbero semplicemente affidate alle colonne dei quotidiani, bensì inserite nei verbali della nuova istruttoria. Difatti la signora sarebbe stata, secondo "La Repubblica", "interrogata per due interi giorni" dall'ex capo della Squadra Mobile fiorentina dottor Michele Giuttari. Ovviamente, essendo gli atti di questa nuova inchiesta coperti dal segreto istruttorio, nessuno è in grado di confermare che il dirigente di un importante organo di polizia giudiziaria impieghi in questo modo il suo tempo.

Ma è il caso di riportare le dichiarazioni della signora virgolettate in un articolo de "La Repubblica": "La serialità dei delitti scaturisce dalle esigenze dei mandanti. Il feticcio è l'elemento centrale del rito magico, e cambia secondo le esigenze del richiedente. Nel caso dei delitti del mostro i feticci dovevano servire, a mio giudizio (vale a dire a giudizio della signora, n.d.A)., per esorcizzare un'ossessione che si faceva risalire al momento della nascita..." 14 . Il libro di cui sopra poi, scritto a quattro mani con un giornalista il quale funge maieuticamente da intervistatore, fornisce alcuni dettagli sulla funzione dei "feticci": "Il rito consiste nell'offerta a Satana per intercessione del demone invocato, 'Amajon': partecipano sette adepti più uno, il Gran Sacerdote o la Sacerdotessa... I feticci sono consacrati sull'altare e dopo il rito vengono resi liquidi o in polvere e distribuiti sul mercato esoterico mondiale a costi miliardari" 15 . Se le dichiarazioni di questa signora inserite a verbale fossero davvero di questa natura, se ne potrebbe notare, dal punto di vista del loro valore probatorio, l'indeterminatezza: chi sarebbe questo "richiedente", e per quale motivo avrebbe bisogno per compiere il rito magico di oggetti di tale fatta? In che consisterebbe "l'ossessione" originante dalla nascita, eccetera? Quanto alla liquefazione e/o polverizzazione dei feticci, verrebbe da ridere, se non si pensasse che si parla dei poveri resti delle ragazze uccise. Senonché, una volta appreso il nome della 'testimone', che a sentir lei avrebbe passato due mesi in Questura per essere interrogata, capita di saltare sulla sedia. Si tratta di Gabriella Pasquali Carlizzi. Chi è questa signora, e perché si occupa di inchieste così delicate? Perché la interrogano poliziotti e magistrati? L'articolo su "La Repubblica" fornisce le sue credenziali che ne dovrebbero confermare l'attendibilità: Presidente dell'associazione "I volontari della carità", "giornalista/scrittrice", nonché indomita indagatrice dei delitti del mostro o dei mostri di Firenze. Avendo inoltre, la signora, "subito da bambina 20 interventi chirurgici per combattere la poliomelite", essa avrebbe "maturato una riserva incrollabile di tenacia" ("La Repubblica", ibidem). Difatti questa medesima indomita signora non è nuova all'attività di indaga-

trice e di sedicente scopritrice di misteri. A suo tempo riuscì a provocare la riesumazione del cadavere dell'attore Walter Chiari, il quale secondo lei, non sarebbe morto di morte naturale, ma ucciso. In seguito salì agli onori della cronaca nazionale per avere accusato il famoso scrittore Alberto Bevilacqua di essere lui il mostro di Firenze. Pare addirittura che abbia scritto e pubblicato un altro libro in proposito, ricavandone, notorietà a parte, una querela per diffamazione, e, per quanto mi consta, una condanna per questo reato, con conseguente condanna a pagare allo scrittore una somma cospicua a titolo di risarcimento dei danni. Nel libro che ho citato, scritto con la collaborazione di un cronista giudiziario, Gli affari riservati eccetera, la signora Carlizzi afferma di parlare direttamente con la Madonna di Fatima, di avere informazioni sulla morte, ovviamente frutto di un delitto, di Lady Diana, tanto di aver scritto al padre di Dody. Di avere le prove che alla setta esoterica va fatto risalire anche il delitto di Via Poma a Roma, e quello dell'Olgiata, sempre a Roma. Come ho detto, la signora Carlizzi sa poi per certo che il medico perugino Narducci non affogò accidentalmente nel Trasimeno, ma che fu ucciso, e che il suo cadavere fu sostituito con un altro, eccetera. Un giornale, "La Nazione" dell'8 febbbraio 2004, intervista Gabriella Carlizzi: "INTERVISTATORE: Chi è il mostro? CARLIZZI: Un nobile fiorentino, che ha avuto due aiutanti. Uno si è suicidato due anni fa. INTERVISTATORE: E l'altro? CARLIZZI: E uno psichiatra, che andava spesso a Firenze" 16 . Bisogna sperare che l'ipotesi dei "mandanti" non sia affidata a simile ciarpame. Non resta che aspettare gli esiti della nuova indagine, e vedere se essa sarà in grado di giungere alla fase del dibattimento pubblico. Esaurito il troncone principale con la condanna all'ergastolo di Mario Vanni, e a 26 anni di reclusione di Giancarlo Lotti, il processo, forse il più lungo della storia giudiziaria italiana, continua a dibattersi stancamente, intorno a un'ipotesi che a me pare sostenuta da indigeribili assurdità. Ma la pista esoterica è molto spettacolare, per questo ha una stampa così attenta, nonostante l'inattendibilità delle congetture, e al discredito delle fonti

d'informazione. Il mistero quando s'accresce e s'infittisce attira il pubblico di bocca buona. Alla superattività degli inquirenti s'associa l'informazionespettacolo della televisione, la matassa s'addipana sempre di più. Tuttavia è opportuno constatare che l'inchiesta nel suo complesso abbandona all'incertezza, cioè senza il controllo di un processo pubblico, alcuni tronconi. Per esempio deve ancora arrivare al dibattimento il processo tuttora in corso contro l'ex appuntato dei carabinieri che avrebbe fornito a Pacciani le munizioni per la famosa pistola. E da almeno sette anni che il carabiniere e il suo difensore aspettano che il processo si chiuda con un'archiviazione, o che proceda fino all'udienza preliminare. Eppure esistono dichiarazioni di Lotti in senso nettamente accusatorio, e sono intimamente collegate a quelle già dichiarate valide per la condanna di Mario Vanni. Ma l'ex appuntato - buon per lui, si capisce - sembra finito nel dimenticatoio. Come in uno di quei temporaloni estivi soltanto elettrici, in cui il tuono si fa sentire a intervalli, ma non si decide mai a piovere, ogni tanto galleggiano notizie che hanno tutte le caratteristiche di 'veline', da cui traspare lo scarso rispetto della persona altrui, nonché una sicumera con tutta l'aria dell'autoritarismo: le indagini le conduce quel certo super-poliziotto, perché dubitare? Alla setta satanica, mandante dei compagni di merende, si addebiterebbero almeno altri sei omicidi. Il diabolico sodalizio avrebbe commissionato anche tre delitti supposti tali, nonostante le risultanze obiettive che vanno nella direzione del suicidio, o della morte naturale. La casaccia del povero Indovino in cui pioveva dal tetto sconnesso, è stata sostituita dalla più signorile e anzi lussuosa "Villa Verde" o "Villa dei Misteri". Al posto delle prostitute di basso costo e di mediocre avvenenza, sembrerebbe doversi sostituire le proprietarie di questa villa, non si capisce bene con quale ruolo, se di testimoni o di indagate. Al medico infernale, (quello defunto sancascianese, non Narducci) si affiancherebbe l'altrettanto infernale pittore francese, la "Villa Verde", o "Villa dei Misteri" sarebbe "il tempio" dove si svolgevano le pratiche sataniche. A fianco del cavatore di inerti Giancarlo Lotti, si dovrebbe collocare come supertestimone la signora Carlizzi, già condannata come diffamatrice, se non calunniatrice di un celebre scrittore italiano. L'indagine s'innalza, come

si vede, riguardo al ceto. Ora compare all'orizzonte il farmacista di San Casciano sodale del medico Narducci, poi un noto dermatologo, il nobile fiorentino, ultima 'scoperta' della Carlizzi, più altri professionisti. Nel complesso sembra di percepire una indigeribile farragine, nel senso di mescolanza di cose confuse, l'agonia di un verme colpito dalla vanga del buon senso che spasima fra le zolle. Alla base di queste congetture con tutto il sapore della caccia alle streghe seicentesche, di cui tuttavia si tenta l'approfondimento, sottoponendo a umilianti perquisizioni professionisti stimati, ed anche giornalisti famosi, e impiegando il danaro dei contribuenti, starebbero le pratiche magiche di alcuni soggetti. La natura di questi riti resta imprescrutabile, se non si vuol dare credito ai demoni evocati dalla Carlizzi. Indeterminata la molla psicologica o d'altro genere dei personaggi principali, per essere il dottore di Pacciani morto, quello perugino anche. Le uniche indicazioni circa la funzionalità esoterica dei feticci viene identificata grossolanamente con gli ingredienti di un film horror di serie B, almeno a leggere la stampa. Intorno a queste eccentriche ipotesi criminologiche considero, forse unilateralmente, ancora in piedi una scommessa fra il sottoscritto difensore di Mario Vanni e il dottor Giuttari - inventore, nel senso di scopritore, a sentir lui - di tali inedite figure di assassini seriali e di complici dei medesimi. Secondo il difensore del postino il "dottore", i suoi sostituti o accoliti, in una parola i mandanti, sarebbero così irreali da rendere impossibile che emergano alla luce di un dibattimento pubblico. A più di otto anni di distanza dalle dichiarazioni di Giancarlo Lotti che conforterebbero l'ipotesi del "dottore" defunto, e che darebbero il via all'altra ipotesi dei complici e fiancheggiatori riuniti in un consorzio criminale - il pittore, la signora avvenente, l'ex sottufficiale dei carabinieri, il ginecologo sancascianese, l'altro medico perugino, il farmacista eccetera - le congetture non hanno ancora l'avallo del rinvio a giudizio. Certi giornali che fanno da cassa di risonanza alle geniali intuizioni degli inquirenti sussurrano, di tanto in tanto, con poca cautela e scarso rispetto, i nomi dei sospettati. La posta della scommessa è nel verbale d'udienza: non avendo l'eleganza dell'investigatore accettato di mettere a rischio il vile danaro, il perdente trascorrerebbe una giornata solare davanti

all'ingresso principale di Palazzo Vecchio tenendo appeso al collo un cartello con la scritta: "Io credo a un serial killer". Il motivo per cui ritengo che il dottor Giuttari perderà la scommessa, sta principalmente nella improbabilità a termini di buon senso delle ipotesi. Metto nel conto però che il dottore in medicina, laureato per quanto abitante in campagna e defunto, il medico perugino anch'egli morto, l'ex tutore della legge, per quanto campagnolo anche lui, il pittore francese, la signora vedova del ginecologo, il giornalista, il farmacista, il dermatologo, le signore proprietarie della villa eccetera non sono poveracci qualsiasi. Questi sospettati, i defunti e i viventi, non appartengono alla classe né dei manovali, né dei cavatori di inerti, né dei postini, e troveranno certamente chi li proteggerà da simili attentati alla onorabilità, anche in memoriam. Nel novero dei delitti addebitati al mandato criminale degli esoteristi, ce ne sarebbero però altri quattro, avvenuti nell'agosto del 1993, quando Pacciani era in galera. Si tratta degli omicidi (questi sì, ritenuti seriamente tali), a danno di Francesco Vinci e del suo servo pastore, tale Vargiu, e a danno di Milva Malatesta, figlia di una certa Sperduto testimone nel processo Pacciani, rispolverata anch'essa come teste nel processo ai compagni di merende, e del suo figliolo. I cadaveri di queste quattro persone furono trovati a pochi giorni di distanza fra l'uno e l'altro episodio, a bordo di due auto che l'assassino aveva dato poi alle fiamme. Dovremo ritornare su questi quattro omicidi, di cui a distanza di undici anni è ignoto il responsabile, benché attendibilmente appartengano al medesimo modus operandi e alla stessa mano. E però fin d'ora interessante notare che oggi per la prima volta gli inquirenti, sia pure congetturando nel modo che s'è visto, ammettono un collegamento coi delitti del mostro. È il caso di fermarci qui, per ora, e di riprendere l'analisi sugli aspetti storici della vicenda. Il processo contro Pietro Pacciani, e quello contro i compagni di merende erano abbastanza ricchi di rilievi riguardanti aspetti di ordine psichico, intimamente collegati all'eventuale personalità di colui, (o di coloro, ma l'ipotesi della pluralità degli autori era stata scartata con dovizia di argomenti dai tecnici), che aveva commesso quei delitti, così eccezionali dal punto di vista

della modalità di esecuzione, quanto sotto il profilo del probabile movente. Le osservazioni relative, dovute innanzitutto, ma non esclusivamente, alla équipe di specialisti - medici legali e psichiatri - guidata dal professor De Fazio di Modena, tentarono una sorta di identikit dell'autore dei delitti ricavabile dalle connotazioni obiettive dei delitti. L'analisi però, dei tecnici modenesi, manifestava alcune perplessità sul primo delitto, circa la possibilità di inserire anche questo nella serie dei delitti del mostro, e ciò per alcune discutibili ragioni. Pietro Pacciani non fu il principio, come crede comunemente la gente fuorviata da un'informazione parziale e forcaiola, com'è stata in prevalenza quella che si è occupata dei delitti del mostro di Firenze. Pacciani viene molto dopo, in principio fu Stefano Mele, il manovale di Signa, chi se ne ricorda più? Il 22 agosto del 1968, a una ventina di chilometri dalla Città d'arte, in un posto di campagna vicino a Signa, accanto al cimitero, attira l'attenzione 0 pulsare di un indicatore di direzione, intermittente come la luminescenza di una grossa lucciola. Dentro l'automobile si scoprono i cadaveri di un uomo e di una donna, sorpresi dall'assassino durante i preliminari amorosi, feriti e uccisi dai colpi di una pistola Beretta calibro 22, mentre a bordo dell'auto si trovava, addormentato sul sedile posteriore, il figlioletto di lei. Questo duplice delitto ha avuto dagli inquirenti soluzioni alterne. Pacciani fu assolto da questo duplice delitto anche dalla sentenza di primo grado che tuttavia lo condannò per tutti gli altri delitti. In questa sentenza si riafferma, in ossequio alla vecchia sentenza passata in giudicato, che l'omicida sarebbe il marito della vittima, Stefano Mele. Ma non per motivi di gelosia, bensì per una questione di interesse, essendosi la moglie impossessata di una somma di poche centinaia di migliaia di lire, ottenuta come risarcimento dei danni in seguito a un incidente. La stessa sentenza implicitamente afferma che la pistola Beretta calibro 22 sarebbe passata di mano. Le sentenze riguardanti i compagni di merende non prendono neppure in considerazione questo primo duplice delitto. Del resto il processo relativo scarta dall'analisi i primi tre episodi omicidiari, quello del '68, ed anche quello del '74 e il primo dell' '81. Questo perché l'accusa, esercitando un suo potere discrezionale, e seguendo

pedissequamente le dichiarazioni di Giancarlo Lotti, il quale dichiara di non saper nulla dei primi tre duplici delitti, neppure per sentito dire, si occupa della serie cominciando dal secondo avvenuto nel 1981, nel mese di ottobre, vale a dire quello a danno di Susanna Cambi e di Stefano Baldi. Tuttavia, attese le notevoli affinità, la prima delle quali è l'uso della medesima arma, non è possibile escludere il duplice delitto del '68 di Signa dalla serie di cui si compone il processo infinito. E impossibile non rilevare un collegamento fra i più recenti e quello che vide come imputato Stefano Mele, il marito di Barbara Locci, la vittima femminile. Stefano Mele era sardo, manovale semianalfabeta, afflitto da oligofrenia in forma grave, infermità come tale diagnosticata da una perizia psichiatrica. Mele confessò di essere l'autore dei delitti, esattamente come farà ventotto anni dopo Giancarlo Lotti per gli ultimi quattro duplici omicidi della serie. Il processo senza fine produce straordinarie simmetrie, con la cadenza lentissima del tempo giudiziario. Bisogna cominciare l'analisi appunto da quel lontano delitto, perché se il duplice omicidio del '68 è il primo della serie, ed appartiene non solo alla stessa arma, ma anche alla medesima mano che commetterà i delitti successivi, nascondo ineludibili e non risolubili problemi per l'ipotesi dei compagni di merende esecutori, nonché di conseguenza della setta esoterica mandante.

Note al Capitolo Terzo 1

Carlo Ginzburg, II giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, Einaudi, Torino 1991, p. 3. 2 Italo Mereu, Storia dell'intolleranza in Europa, Mondadori, Milano 1979, p. 7. ' "La Repubblica", 16/1/2003. 4 II dottor Salvatore Palazzo, all'epoca giudice istruttore presso il Tribunale di Prato, alla fine del 1981 tentò, affidando l'indagine al Dottor Carlo Nocentini, psicologo della Regione toscana, di indirizzare l'indagine affidandosi a un profilo psicologico preventivo dell'ipotetico aggressore. La ricerca non fu molto approndita, per la novità di quello che poteva essere considerato un primo esperimento, per la scarsità dei dati, e perché al dottor Palazzo l'inchiesta fu tolta quasi subito. Il dottor Nocentini s'avvalse soltanto dei risultati dei primi rilievi di polizia e medico legali riguardanti il duplice delitto dell'ottobre '81, e delle notizie, in gran parte giornalistiche, cui gli fu possibile accedere riguardo ai delitti precedenti, quello del giugno 1981, e quello del 1974. All'epoca nessuno sospettava il collegamento col delitto del 1968. Tuttavia si trattò di un'iniziativa seria e intelligente, che affermava l'opportunità di un metodo. Quanto fosse in linea l'impulso dato alle indagini in questa direzione dal magistrato pratese, lo dimostrò l'iniziativa, successiva di un paio di anni, della Procura di Firenze, quando affidò una ricerca in tutto simile, quanto a tema e a metodo, alYéquipe di Modena. Personalmente ritengo che le pur sintetiche osservazioni del dottor Nocentini siano ancora oggi illuminanti. Il dottor Nocentini concluse che il soggetto ipotetico era affetto da "paranoia definita", e che in età ancora infantile aveva avuto un'esperienza traumatica con la madre. In considerazione delle evidenti affinità di quell'episodio criminoso con i precedenti, il dottor Palazzo fu costretto a cedere l'indagine al collega di Firenze, non so quanto in linea con il codice di procedura, atteso che non mi risulta fosse contestato il reato continuato. 5 Ruggero Perugini, Un uomo abbastanza normale, Mondadori, Milano 1994. Il dottor Ruggero Perugini fu il capo della S.A.M., squadra antimostro della Questura di Firenze, cui si deve l'individuazione di Pietro Pacciani quale unico autore dei delitti a danno delle coppie in provincia di Firenze. Ascoltato come testimone nel processo ai compagni di merende, il dottor Perugini, con notevole onestà intellettuale, ribadì la sua convinzione, suffragata dalle sue indagini, che l'autore dei delitti fosse una sola persona, e che l'ipotesi di eventuali complici contraddiceva molti dati obiettivi ricavabili dalle tracce concrete repertate sui corpi delle vittime e sui luoghi dei delitti, e contrastava con altri dati di ordine scientifico-psicologico. h Nino Filastò, Pacciani innocente, cit., pp. 11-12. ' Nella loro relazione, i professori Fornari e Lagazzi rilevarono, pur al di là dei quesiti, note di perversione in senso lato nel comportamento sessuale di Giancarlo Lotti,

nonché una limitata impotenza, confortata dal quasi esclusivo ricorso del soggetto alla prostituzione per soddisfare i suoi istinti sessuali, nonché una tendenza alla omosessualità. 8 Giuseppe Giusti, Opere, a cura di Zelmira Arici, UTET, Torino 1955: Sortilegio, pp. 353-369. La novella in endecasillabi di Giusti, Sortilegio, s'ispira a un fatto realmente accaduto a Vernio, sull'Appennino Tosco-Emiliano, non lontano da Prato. "Un di que' rivenduglioli ambulanti/ che fan commercio a danari ripresi/ di berretti, di scatole, di Santi,/ e di ferri da calze, ed altri arnesi/ quanti n'occorre per cucire, e quanti/ ne porta al petto, al collo e sulla testa/ la villana elegante il dì di festa... " suggestionò alcuni paesani e li indusse a disseppellire il cadavere d'un prete morto "di corto", cioè da poco tempo, a staccargli la testa e a bollirla insieme a ceci segnati. I primi tre ceci numerati che fossero venuti a galla, durante l'operazione di bollitura, sarebbero stati i numeri d'un terno da giocare al lotto di sicura riuscita. L'operazione fu interrotta dagli sbirri, e gli operatori finirono in galera. Ma "dopo averli tenuti a maturare,/ come le sorbe, in carcere se' mesi/ dopo un processo lungo lungo lungo", i responsabili del vilipendio di cadavere e di sortilegio, ebbero una pena modesta "visto che il delitto fu commesso/ per il lotto, e che il lotto è un gioco regio,/ chi delinque per lui, di per se stesso/ partecipa del lotto al privilegio..." Con questo, il grande poeta toscano, con la sua inarrivabile ironia dolceamara, intendeva stigmatizzare il gioco del lotto, di cui s'augurava, stante il suo valore diseducativo per il popolo, che fosse presto abolito. Il fatto accadde nel 1844. Da allora, altro che abolizione del lotto, povero Giuseppe Giusti! 9 John E. Mack, dottore in medicina e professore di psichiatria alla facoltà di medicina di Harvard. Premio Pulitzer: Dossier Extra-terrestres. L affaire des enlèvements, tit. or. Abduction, trad. di Silvaine Charlet, Presse de la Cité, 1995. 10 Giovani Papini, Il Diavolo, Vallecchi, Firenze 1953, pp. 124-125. 11 Mario Mazzucchelli, Le bambole di Satana, Longanesi, 1968, pp. 36-37 12 Pietro Licciardi e Gabriella Pasquali Carlizzi, Gli affari riservati del "mostro" di Firenze, L § C. editore, Roma 2002, pp. 120-121. " Licciardi e Carlizzi, cit., p. 137. H "La Repubblica", 26/4/2001. L'articolo è a firma di Franca Selvatici. 15 Licciardi e Carlizzi, cit., p. 138. 16 "La Nazione", Firenze, 8/2/2004.

L A TRACCIA DELLA PISTOLA BERETTA CALIBRO 2 2 : LA RITUALITÀ'. U N VECCHIO DELITTO E UN VECCHIO ERRORE GIUDIZIARIO FAVORITO DA ANTICHI PRECONCETTI. VINCENZO VERZENI E CESARE LOMBROSO: UN VETUSTO ASSASSINO SERIALE E UN CRIMINOLOGO ITALIANO IN ANTICIPO SUI TEMPI. L A TEORIA DI MARIO SPEZI: SE IL PRIMO DELITTO DEL MOSTRO È QUELLO DEL ' 6 8 E SE LA PISTOLA CAL. 2 2 NON È MAI PASSATA DI MANO, CADE IL TEOREMA DEI COMPAGNI DI MERENDE.

Seguiamo la traccia dell'arma da sparo. E una traccia fondamentale, che per quasi quarant'anni ha rappresentato un fatto certo, indiscutibile per le indagini, ma che da qualche tempo sembra divenuto un ostacolo. Sempre la stessa, fino dal 21-22 agosto 1968. Una vecchia e logora Beretta calibro 22, long rifle, modello 73/74, in commercio dal 1959. Un'arma analoga a quella che l'impiegato addetto mette nella mano di chi si cimenti nelle prove di tiro al poligono delle Cascine di Firenze per ottenere il porto d'armi; famosa per la sua precisione. In questi giorni della merla, su un quotidiano informatissimo - "Il Corriere della Sera" - leggo che qualcuno mette in dubbio che a sparare contro le coppie di amanti sia sempre stata la medesima arma, che le pistole potrebbero essere state due. La congettura nascerebbe dal fatto che i bossoli repertati, rispetto alle ferite sui corpi delle vittime maschili e femminili, non sarebbero stati trovati tutti, ma alcuni, in un certo numero, mancherebbero all'appello. Poi bisognerebbe considerare che i periti balistici hanno selezionato, per le opportune comparazioni, di volta in volta solo alcuni dei bossoli repertati in ciascun delitto, e che niente esclude che qualcuno dei bossoli non esaminati non presenti quei segni di identificazione che accostano i reperti gli uni agli altri, secondo una constatata identicità. Se davvero questa fosse una nuova traccia seguita dagli inquirenti per confermare la pluralità degli agenti, e l'esistenza della setta assassina, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Tutto da rifare. Tutto sbagliato. Le prime a esplodere in mille pezzi (ma per questo sono sufficienti ben altre considera-

zioni) sarebbero proprio le dichiarazioni di Lotti. Quest'ultimo ha detto, per quanto riguarda i quattro episodi a cui dice di avere assistito, che a sparare sarebbe stato sempre il solo Pacciani, sempre con la solita pistola. Eccetto che in via di Giogoli al Galluzzo - il duplice omicidio dei tedeschi del 9 settembre 1983. In questo caso avrebbe sparato anche lui, il cavatore d'inerti, che a suo dire mai in vita sua prima di allora aveva maneggiato una pistola. Ma Pacciani gli avrebbe messo in mano l'arma, imponendogli di sparare. A quale scopo non si sa, forse per compagnia, come il frate che prese moglie. Lotti avrebbe ubbidito, sparando ovviamente a casaccio, e mirando al furgone Volkswagen, che è un bersaglio piuttosto facile e ampio. Ma guarda la fortuna dei neofiti: nessuno dei sette colpi sparati complessivamente va fuori bersaglio, benché uno dei due giovani tedeschi si muova dentro l'abitacolo del furgone, tentando di sfuggire al fuoco. (A questa fandonia di Lotti non crede neppure la sentenza di primo grado di condanna dei compagni di merende, il che è tutto dire). In ogni caso, anche qui, secondo Lotti, l'arma è sempre la stessa. Ma niente paura: le due o più armi da sparo sono il solito scoop giornalistico per rinverdire il sensazionalismo del caso. Furono fatte sul punto una quantità di perizie: la prima fu quella del generale Innocenzo Zuntini, sui bossoli sparati a Signa nel 1968, che successivamnete servirà da termine di paragone per le altre. Segue, nel dicembre 1981, la consulenza Castiglione-Spampinato, che ancora non prende in considerazione il delitto del '68, ma compie una comparazione fra i bossoli trovati nell'ottobre '81 con i bossoli trovati nel '74 e nel primo delitto dell'81. C'è poi la perizia Iadevito, in seguito la perizia Salsa Benedetti, poi la perizia riepilogativa dell'équipe De Fazio, la consulenza Donato, che riguardava specificatamente la cartuccia trovata nell'orto di Pacciani. Non solo i periti balistici che si affaticarono su ciascun omicidio furono univoci sul punto, senza manifestare alcun dubbio o perplessità (tranne che per la cartuccia nell'orto, del resto non sparata, ma scarrellata manualmente dal caricatore), non solo la perizia riassuntiva della relazione De Fazio ha escluso tassativamente l'ipotesi di due armi da sparo diverse, ma bisogna considerare che tranne due occasioni - il duplice omicidio di Baccaiano dell' '82, come vedremo meglio di seguito, e quello dell"83, in cui si spara dai due lati del furgone, per il motivo che ho detto: uno dei due bersagli era

in movimento - in tutti gli altri casi, compreso il duplice delitto del'68, si è sempre sparato da un'unica posizione, in un'unica direzione, e in rapida successione. I bossoli repertati sono tutti della stessa marca Winchester, tutti con la medesima H impressa sul fondello, tutti appartenenti alla medesima partita, si dice addirittura emersi dalla medesima scatola. In più ci sono i proiettili. Repertati anch'essi, sebbene in numero minore. E i proiettili pure mostrano 'firme' identiche: anch'essi hanno attraversato la canna della medesima arma. Riportiamo quanto detto dal dottor Donato al dibattimento nel processo Pacciani: "Avv. Bevacqua (difensore di Pacciani): Voi avete fatto le comparazioni fra microstrie? (...) Teste Donato: Sono state fatte su tutti. Presidente: Su tutti i bossoli di tutti gli omicidi. Teste Donato: Episodio Gentilcore-Pettini, le microstrie coincidenti si sono osservate su due bossoli; episodio Foggi-De Nuccio su due bossoli; Baldi Cambi su due bossoli; Migliorini-Mainardi su due reperti; Meyer, su due reperti; e sull'ultimo su ben quattro bossoli, quello dei francesi." Il difensore chiede se il perito ha preso visione diretta dei bossoli, risposta: Teste Donato: "Ho solo avuto visione delle documentazioni in atti - una perizia Iadevito e una perizia Salsa Benedetti - portano a conclusioni identiche, pur servendosi e seguendo metodologie diverse. Dico questo però: che queste due perizie, pur avendo seguito metodologie diverse, portano a un'unica decisione. E questo mi sembra che sia significativo" 1 . Il fatto è che questa circostanza, da porre sul tavolo come una delle poche constatazioni obiettive da considerare alla stregua di premesse certe da cui inferire altre deduzioni, è molto scomoda per l'ipotesi dell'accolita di esecutori e di mandanti dotati di mezzi che pagherebbero i balordi compagni di bevute della Cantinetta riuniti nell'azione di uccidere e di estirpare i "feticci". D'accordo che Pacciani era un avaro da far impallidire il personaggio di Molière, ma i mandanti doviziosi, per essere certi dei risultati, non avrebbero potuto dotare il contadino di uno strumento meno vecchio e logorato? Una o più pistole, magari più nuove e più potenti, di un calibro superiore, tale che i colpi fossero in grado di provocare la morte con maggior margine di certezza.

Ammettiamo pure - tanto per concedere l'inconcedibile - che Pacciani fosse presuntuoso all'eccesso, e che si fidasse ciecamente della sua mira infallibile (ma da che risulta, questo? Bisogna difatti considerare che per provocare la morte coi colpi sparati da una calibro 22 è necessario attingere organi vitali), i mandanti, professionisti, danarosi, intelligenti eccetera, benché occultisti, non temevano che la banda di avvinazzati si lasciasse dietro le spalle dei feriti? Persone che poi avrebbero potuto trasformarsi in testimoni esiziali. Non sarebbero mancati i mezzi, alla setta esoterica, per provvedere gli esecutori di armi - magari sì, in maggior numero - tali da garantire l'evento mortale. Però, ecco che anche qui, per sciogliere questo nodo ingombrante, arriva in soccorso l'elemento magico ed esoterico. Il decalogo del perfetto magicien pluriomicida previo mandato imporrebbe che per uccidere al fine di estirpare i "feticci", e affinché i suddetti svolgano la loro funzione stregonesca in maniera efficace, si deve usare un'arma che in precedenza sia stata usata per commettere delitti analoghi. Tanto per raffazzonare in qualche modo l'ipotesi, nella scarsità di altre fonti, mi tocca di scomodare un'altra volta la signora Carlizzi. Leggo nel libro già citato: Intervistatore: "Se la pistola è la stessa, com'è che il mostro è estraneo al primo duplice omicidio? " Cari izzi: "Semplice, specie se per i seguenti (voleva dire 'successivi', ma non bisogna andare per il sottile con la prosa di Gabriella Carlizzi. n.d.A). agguati il movente era quello magico-esoterico, c'era bisogno di un'arma 'sporca'... In magia, e su questo esiste un'ampia letteratura, gli strumenti per uccidere devono essersi già bagnati del sangue di innocenti, inoltre devono essere comprati; ovvero è necessario un passaggio di denaro, che garantisce l'omertà di acquirente e venditore" 2 . Semplice, non è vero? Basta compulsare 'l'ampia letteratura' in merito. Abbiamo già visto come il primo duplice delitto, quello del 22 agosto 1968, sia del tutto dimenticato dagli inquirenti che propongono come assassini seriali i compagni di merende. Per esempio, anche l'analisi di Giuttari e Lucarelli in Compagni di sangue*, comincia a partire dal duplice delitto del '74, il quale pone anch'esso dei problemi, come vedremo, alla tesi del grupppo sancascianese, problemi che

però s'accrescono per quanto riguarda il duplice delitto del '68 a Lastra a Signa, fino a diventare irresolubili. Per questo motivo è necessario cominciare l'analisi appunto dal duplice omicidio del '68. Pistola a parte, il delitto del '68, e i successivi, presentano non poche analogie, a cominciare dalle due figure centrali: Stefano Mele e Giancarlo Lotti. Innanzitutto, la confessione di entrambi. Mele confessò di essere l'autore dei delitti, esattamente come farà ventotto anni dopo Giancarlo Lotti per gli ultimi quattro duplici omicidi della serie. Un'altra affinità riguarda il fatto che fra tutti i personaggi emersi nel processo (inteso, come è opportuno fare, nella sua unità, benché spezzato in diversi tronconi), gli unici a essere stati periziati in modo specifico, cioè da un punto di vista psichiatrico, furono il Mele e il Lotti. Da molti punti vista, Stefano Mele e Giancarlo Lotti sembrano replicati con la carta carbone. Poverissimi entrambi, personaggi verghiani, tuttavia privi degli scatti di ribellione dei pastori e dei contadini usciti dalla penna del grande scrittore realista. Soltanto crudamente attaccati al quotidiano. Più minuto il sardo, col viso scavato dalle rughe, più massiccio il toscano col faccione da luna piena, la sguardo acceso da una scintilla di furberia, ravvivata dalla consolazione del vino compagno dei suoi giorni fino dall'adolescenza. Tutti e due senza neppure la licenza elementare, di un'intelligenza ridotta alla comprensione di cose di ogni giorno semplicissime (quelle che riguardano i processi talvolta scoraggiano anche la gente del mestiere), ossessivamente rivolti alla sopravvivenza giorno per giorno. Usciti dalla terra tutti è due, la paura del domani li faceva desiderare di scavarvi un buco e di seppellirvisi, al riparo dal rischio di ritrovarsi senza casa e senza pane. Entrambi sono confessi del delitto e dei delitti che furono loro addebitati. La loro affinità sta soprattutto in questo. La confessione è prova. Chi confessa, con lo spettro del carcere davanti agli occhi, non può che dire la verità. Così decisero i giudici. Anche la gente comune si chiede: è mai possibile che qualcuno si autoaccusi falsamente di un delitto gravissimo, essendo consapevole che così facendo rischia l'ergastolo? Nella maggioranza dei casi il carcere è deterrente. Ma esistono eccezioni.

Non è possibile affermare in ogni caso la deterrenza del carcere, e di conseguenza il valore probatorio dell'autoincolpazione. La confessione non può avere un valore persuasivo assoluto, né di ordine formale, tale da escludere ogni ulteriore approfondimento probatorio. Come in parte parrebbe avvenire nell'ordinamento anglosassone, per cui intervenuta la confessione, si interrompe il dibattimento e si licenzia la giuria; salvo che anche in quegli ordinamenti non esiste la "prova regina", e la confessione deve subire il vaglio critico di ogni altro elemento di prova. Neppure vale ad eliminare ogni dubbio il sillogismo, per cui nessuno si incolperebbe di un fatto che non ha commesso col rischio di finire in prigione per sempre 4 . Tornerò su questo argomento un po' più ampiamente, quando esaminerò la posizione di Giancarlo Lotti. Quella che Franco Cordero definisce "iperfasia" dei giudici italiani si colorisce di letteratura. In ogni giudice italiano che stende una sentenza sonnecchia un narratore, nella maggior parte dei casi mediocre. Ogni sentenza, nel senso dei motivi di essa, è preceduta da una lunga e inutile esposizione narrativa dei fatti di causa e del processo. E in questa parte della sentenza, quasi sempre prolissa, che il giudice ostenta il suo talento narrativo prima di esercitare il rigore logico e la scienza giuridica. Eppure i giudici non aprezzano molto la letteratura, nelle loro sentenze non è raro imbattersi nel termine "romanzesco" usato in senso negativo come sinonimo di inattendibile, di "fantascientifico" secondo il significato di irreale e di irrazionale. Il distacco più profondo credo però che derivi dalla consapevolezza di esercitare un potere. Le parole scritte dai giudici non sono mai innocue. Esse modificano la vita di altri uomini. I giudici sono ben consapevoli di questo, a volte nelle sentenze traspare una specie di sorriso supponente. Il giudice scrittore, estensore secondo il linguaggio tecnico, rivendica a se stesso un privilegio rispetto agli altri scrittori. La letteratura comune, quella che serve per intrattenere, per divertire, per filosofare, per pensare e conoscere talvolta, non cambia i rapporti fra gli uomini, non crea nessuna reazione chimica grazie alla quale Valbum si trasforma in nigrum, il vino diventa acqua e viceversa. Le sentenze invece sì, hanno questo effetto, le parole dei giudici non sono pietre in senso metaforico, sono sassate reali. Soltanto i giudici sono

toccati dalla grazia che trasforma le parole d'inchiostro nella concretezza e nella forza degli eventi. Così il giudice scrittore guarda agli altri scrittori comuni, quelli le cui parole sono destinate a restare leggere nuvole estive incapaci di produrre la pioggia, con una certa sufficienza. Non soltanto da questa aristocratica distanza nasce forse la scarsa frequentazione. Forse per essere costretti a leggere troppe parole scritte, ad ascoltare troppi discorsi zoppicanti e intorcigliati (specialmente quelli degli avvocati), a districarsi in troppe riproduzioni grafiche di discorsi volgari, a volte scurrili (specialmente da quando i fascicoli processuali sono ingolfati dalle trascrizioni di intercettazioni telefoniche o ambientali, da cui appare l'estrema involuzione del linguaggio comune), suppongo, ma posso sbagliare, che i giudici non siano, tranne eccezioni, dei grandi lettori nel tempo libero. Perciò dubito che la stragrande maggioranza dei giudici di carriera conosca i passi della letteratura in cui si narrano le claustrazioni volontarie, oppure gli internamenti coatti, tuttavia accettati quasi con intima soddisfazione, e come un'evoluzione nient'affatto drammatica e negativa della vita. Se anche frequentassero la narrativa, non credo che i giudici dall'alto della loro torre armata e fortificata nei secoli dall'intolleranza e dalla paura del "Male", ne trarrebbero insegnamento, neppure quel poco necessario per usare con proprietà aggettivazioni come "romanzesco", o "fantascientifico", che tuttavia s'incontrano con frequenza nelle sentenze. Nella letteratura non giudiziaria, in quella vera e propria, s'incontrano a volte le claustrazioni volontarie (Pietro Citati, per fare un esempio parziale, ricorda La piccola Dorrit di Dickens) 5 . Potrebbe essere, in una certa misura, il caso di Stefano Mele? Non è da esludere, benché la sua confessione dia adito a più puntuali considerazioni. I giornali pubblicarono nel 1968 una foto che, osservata a distanza di trent'anni, è tuttora parlante. La scena è quella del sopralluogo accanto al cimitero di Signa, nel posto del delitto. In primo piano c'è un'Alfa Romeo Giulia. E un'auto civetta della polizia, e tiene il posto della Giulietta in cui furono trovati i cadaveri di Barbara Locci e di Antonio Lo Bianco. All'interno dell'auto due agenti di polizia (probabilmente carabinieri in borghese, perché furono i carabinieri che gestirono

le indagini dei delitti di Signa), mimano la posizione dei due amanti nel momento in cui l'assassino scaricò loro addosso la pistola calibro 22. Uno dei due carabinieri, evidentemente divertito dal contatto equivoco con il collega - quest'ultimo si gratta il naso con aria ambigua - sorride. A fianco della macchina, sul lato opposto, otto inquirenti circondano Stefano Mele. L'atmosfera è rilassata, la confessione del reo c'è già stata, il caso risolto. Il manovale sardo partecipa al sopralluogo per suffragare la confessione col racconto dei particolari. E questa la fase delle indagini in cui dovrebbero maturare i cosiddetti "riscontri", vale a dire il momento in cui il reo confesso racconta i dettagli del delitto, i quali dovrebbero collimare coi dati obiettivi. Non deve meravigliare che in questa fase così delicata delle indagini appaia nella foto un numero esorbitante di inquirenti: otto funzionari, oltre i 2 attori dentro l'automobile, uguale 10. Troppi cuochi, si dice, guastano la cucina. Nelle indagini svolte dalla nostra polizia, in cui s'incontrano, e talvolta si scontrano autorità ed organi diversi, la subordinazione gerarchica è notevolmente allentata. In certi casi assistono persino alcuni giornalisti, seppure in veste di osservatori non invitati, talvolta destinatari di 'veline' ricevute a caldo: per dilatare la metafora gastronomica, quando la padella è ancora sul fuoco. Da noi manca quasi del tutto nella realtà la figura dell'investigatore professionale, famoso per l'intuito e i successi ottenuti sul campo, che riflette e decide per lo più in solitudine, e che da solo (come il letterario Maigret) interroga i soggetti più interessanti dell'inchiesta. (D'altra parte la solitudine nell'ufficio di polizia potrebbe favorire l'abuso. Ma non è detto che la presenza di più persone elimini il rischio di contaminazione della prova). Una delle rare occasioni in cui mi trovai a presenziare alle indagini di un delitto di cartello in un ufficio di polizia fu quella del sequestro di Esteranne Ricca, la figlia di un facoltoso imprenditore maremmano. Assistevo all'interrogatorio in qualità di difensore di un imputato il quale si era dichiarato disposto a collaborare, e che avrebbe potuto aiutare gli inquirenti a trovare la prigione della sequestrata. Nella stanza, piuttosto ampia, l'ufficio di un funzionario di grado elevato, dietro il tavolo del dirigente sedeva il magistrato della Procura che sovrinte-

deva alle indagini. Immediatamente oltre il tavolo sedeva il difensore, l'imputato e il funzionario di polizia che seguiva in modo più diretto le indagini. Si trattava di convincere il giovane accusato a fare una confessione completa, ed anche di aiutare la sua memoria a ricordare dettagli dai quali sarebbe stato eventualmente possibile ricavare le coordinate per giungere al luogo in cui la ragazza era tenuta sotto sequestro. Era in ballo la vita di Esteranne, tanto che anch'io mi sentivo coivolto, e più che disposto ad aiutare gli inquirenti, e a vincere le eventuali resistenze omertose del mio difeso. Ma fu un'impresa molto difficile. Oltre le sedie in cui sedevamo io, l'imputato, e il funzionario che gestiva le indagini, stavano altre sei o sette sedie, e in fondo alla stanza c'era anche un divano. Tutti questi posti, via via che procedeva l'interrogatorio, si riempivano. Come in un cinema a ingresso continuato, ogni tanto la porta s'apriva ed entrava un poliziotto, a un certo punto nella stanza eravamo non meno di sei-sette persone. E quasi tutti si sentivano in dovere d'intervenire. Qualcuno faceva la parte del cattivo e alzava la voce, un altro invece usava un tono paterno e persuasivo, qualcuno contestava quella che riteneva una bugia, le voci si accavallavano, l'arrestato faceva fatica a seguire il fuoco di fila delle domande, il magistrato sembrava intimidito quando cercava di mettere un po' d'ordine. Ricordo che a un certo punto io intervenni per dire che sarebbe stata utile una pianta stradale, magari dettagliata, per meglio identificare i luoghi. Mi guardarono come si guarda l'idiota il quale eccezionalmente abbia detto la cosa giusta. Poi un agente andò in cortile a prelevare dalla sua automobile una piantina stradale, di quelle che si comprano ai distributori di benzina. La Squadra Mobile al momento non disponeva delle piante dell'Istituto Geografico De Agostini in cui il territorio è descritto in dettaglio. Ritorniamo alla foto storica di Stefano Mele: anche un inquirente che parla con un graduato dei carabinieri atteggia le labbra a un mezzo sorriso pacificato, ma il sorriso più aperto è quello dell'imputato. Ha la barba lunga di almeno tre nottatacce in Caserma, trascorse fra la stanza degli interrogatori e la cella di sicurezza, ma sorride, con gli occhi sgranati fissi sul volto dell'ufficiale che discute col collega. La vita non ha mai offerto a Stefano Mele molte occasioni per sorridere; meno che mai dovrebbe offrirgliene ora che ha confessato di avere ucciso a

rivolverate la moglie e un povero cristo amante occasionale di lei. Le porte del carcere gli si stanno aprendo, lo terranno rinchiuso per i prossimi 12 anni a venire. E originario di Fondargianus in provincia di Cagliari, un villaggio sui monti del Gerrei, località mineraria (antimonio, rame, piombo), ma poiché le miniere sono diventate antieconomiche, Stefano Mele faceva il servo pastore. La miseria l'ha costretto a emigrare. Ha raggiunto la piana fra Firenze e Prato dove già esisteva una colonia di sardi, alcuni del paese di Villasalto, gente che s'industriava in vari modi: agricoltura, pastorizia sui monti della Calvana, edilizia, altri sistemi di sfangarla meno leciti. Ma quando Stefano arriva in Toscana ancora non è in attività la cosiddetta anonima sarda che compirà alcuni spettacolari sequestri di persona. Mele s'impiega nell'edilizia come manovale. Quando ha messo da parte quel tanto che basta per procurarsi un'abitazione, ritorna in Sardegna per trovare la sposa, fedele al detto "mogli e buoi" con quel che segue. Ma non ha fortuna. Forse per uno così, che già nel paese aveva fama di scemo del villaggio, il destino ha in serbo una donna come Barbara Locci. Un viso pienotto da contadina, gli occhi scuri e intensi, la fronte stretta, bassa l'attaccatura dei capelli corti e radi, perché li perde, il naso un po' storto e pronunciato, a ballotta, da clown, non avvenente, tutto sommato, ma non sta qui la sfortuna di Stefano. Il fatto è che Barbara era già chiacchierata nel paese sardo di provenienza, arrivata in Toscana ha fatto capire subito la sua disponibilità senza inibizioni. Di lei si sono impadroniti due conterranei, i fratelli Vinci, noti entrambi, Francesco e Salvatore, per le loro straordinarie performances sessuali, si dice che la loro sete di sesso non si spenga mai, che siano sempre in cerca. Anche altri uomini ottengono le grazie di Barbara senza eccessive difficoltà. Barbara è fedele al detto evangelico: "chiedete, e vi sarà dato". Neppure la nascita di un figlio, Natalino, la inibisce. Barbara se lo tira dietro, durante le scorribande amorose fuori di casa, sul sedile posteriore dell'auto. Il sesso scomodo automobilistico è però riservato alle conquiste dell'ultima ora, perché i frequentatori più costanti ed affezionati, come Francesco Vinci, ormai accreditato come amante fisso, preferiscono il letto coniugale della famiglia Mele. E Stefano che fa? Si adegua di buon grado, qualcosa di più delle sopportazione passiva. Non soltanto concede il letto coniugale all'arroganza di Vinci,

ma si presta anche a fornire il servizio in camera. Al mattino, prima di raggiungere il cantiere, prepara il caffè, e lo porta alla coppia che ancora poltrisce sotto le lenzuola. Non deve sembrare strano che il marito infranga fino a questo punto la tradizione sacrale fondata sul pater familias e sul suo possesso esclusivo della donna, per cui il termine 'cornuto' costituisce nel sud il massimo degli insulti. Non si deve credere che nei villaggi degli immigrati sopravviva incontaminato il moralismo meridionale. In fondo si tratta di una morale con un'origine esterna religiosa, la condotta di vita cattolica è secolarmente imposta dal prete del paese. Le regole comandate dall'esterno sono fragili, cambiano in fretta all'unisono con l'ambiente diverso. Nel nuovo villaggio degli immigrati la donna lavora e guadagna, già questo la conduce sulla strada della perdizione. Le infrazioni dell'antica morale sono accettate in famiglia, anzi, a volte sollecitate, perché la nuova divinità è adesso il benessere. Bisogna aggiungere che secondo la morale del profondo sud la donna perduta lo è senza confini, i suoi non sono più tradimenti, si considera la sua mancanza di pudicizia come un fenomeno naturale, talvolta s'impara a metterla a frutto. Il primo ad adeguarsi è proprio l'uomo che è più vicino alla donna, non è raro che si trasformi nel pappone della fidanzata o della moglie che ha sgarrato, e che in seguito è diventata prostituta, l'onore perduto è in qualche modo riscattato dall'utile. Stefano Mele forse considera che Barbara è sufficiente a se stessa, può ottenere il superfluo senza gravare sul misero bilancio familiare. La pazza gioia della moglie, che assapora a piene mani la differenza fra l'ambiente montanino e puritano della Sardegna e quello disinibito e quasi cittadino di Signa, non è un problema economico per lui. Tuttavia bisogna mettere in conto l'umiliazione. Non tanto gli sfottò, le risate dietro le spalle nel paese che è già periferia cittadina, e che da un pezzo ha acquistato il ghigno sfottente della contigua Firenze. In paese, nel bar dove ogni tanto il manovale compare per il caffè, le avventure di Barbara a suo tempo erano una favola boccaccesca, divertiva la storia del marito trattato come un cameriere ai piani di un alberghetto a ore, con le tazzine tintinnanti ai piedi del letto in cui si stanno destando gli amanti. Col passare del tempo però la favoletta è diventata stantìa, non diverte più. D'altronde Stefano alle canzonature ci ha fatto ormai il callo, dopo gli anni

che le sue vicende matrimoniali procedono in questo modo. L'umiliazione riguarda altro. E dura l'essere tenuto in disparte durante i discorsi sulle partite di calcio e sulle donne, i giochi di carte e di biliardo, escluso da ogni cosa che non sia il badile e la carriola, la calcina, gli sterri; senza amici, più straniero in Toscana degli altri sardi, che bevono insieme, vanno a donne insieme, colloquiano su affari misteriosi, girano in lungo e in largo in automobile alla conquista della nuova patria. Stefano no, niente automobile, non è in grado di guidare neppure il ciclomotore, per lui solo la bicicletta. Scemo del villaggio era a Fondargianus, scemo del villaggio è rimasto a Signa, uno zero assoluto, debole di mente e di carattere, un uomo da cui non si può ricavare altro che forza bruta, due braccia senza la testa, gli unici strumenti meccanici che è in grado di usare sono la betoniera e la bici. Ecco di che sorride Stefano Mele nella foto sul giornale. Sorride perché per la prima volta nella sua vita da zero è diventato numero positivo. Sorride perché le sue parole destano attenzione. Uomini importanti, autorevoli, intelligenti, uomini dello Stato, parlano con lui, lo sollecitano a parlare, lo ascoltano. Per la prima volta le sue vicende non sono solo oggetto di scherno; ne parla la stampa, lui è diventato un vendicatore, un uomo vero capace di riscattare l'onore offeso, di farsi valere con un gesto estremo. Chi l'avrebbe detto? Chi avrebbe mai detto che il cameriere ai piani dell'alberghetto a ore sarebbe stato capace di tanto? Il nuovo Stefano Mele ha fatto la sua epifania nel momento in cui ha confessato. La considerazione di tutti quei signori - parlano fra di loro, è vero, ma stanno parlando di lui, di quello che avrebbe fatto nella notte in cui si sarebbe consumata la vendetta - è cominciata dal momento in cui ha fatto le prime ammissioni. E interessante leggere il rapporto del nucleo investigativo dei Carabinieri di Firenze del 21 settembre 1968. Un documento scritto in un italiano burocratico, ma corretto, come non avviene talvolta neppure per certi romanzi stampati da prestigiose case editrici. Il rapporto, pur redatto sulla falsariga di una precisa ipotesi accusatoria, non tralascia di mettere in evidenza circostanze contrastanti. Mi procurano nostalgia i caratteri sbiaditi della Olivetti di questo esteso rapporto. Oggi il nuovo codice di procedura ha banditi i

rapporti, che sempre contenevano oltre che l'enunciazione dei fatti anche le deduzioni del funzionario investigatore. "Alle ore 2 del giorno 22 agosto 1968 squilla il campanello del muratore De Felice Francesco, posta in Campi Bisenzio, frazione S. Angelo a Lecore, Via Vingone numero 54/1. Nonostante l'ora tarda il De Felice è sveglio, così pure la di lui moglie, ed ha la luce della sua camera da letto accesa perché un suo figliolo ha chiesto dell'acqua da bere. Il muratore istintivamente, anche perché non aspetta nessuno, guarda l'orologio e vede che sono le ore 02,00 precise. Anziché aprire la porta com'è suo intento, il De Felice s'affaccia alla finestra e nota che avanti all'uscio vi è un ragazzino che appena lo scorge gli dice; "Aprimi la porta perché ho sonno ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina" 6 . Sottolineo alcune circostanze che mi appaiono significative. La prima è che la luce della camera che dà sulla via è accesa. La seconda che sono le 2 di notte in punto. La terza è che, prima di aprire, il De Felice guarda subito dalla finestra chi è che arriva disturbandolo a quell'ora, e vede davanti alla porta solo un ragazzino, non c'è nessun altro sulla strada. La quarta: il bambino dice subito che il padre è a letto ammalato. Ecco il racconto successivo e più particolareggiato che il bambino fa all'attonito muratore: "Era buio, tutte le piante si muovevano, non c'era nessuno. Avevo tanta paura. Per farmi coraggio ho detto le preghiere, ho cominciato a cantare La Tramontana... La mamma è morta. E morto anche lo zio. Il babbo è a casa malato". Alle domande di De Felice il bambino risponde di aver camminato da solo, dopo aver lasciato la macchina dello "zio" (tutti gli accompagnatori occasionali di Barbara diventano zii), che la mamma è proprio morta, non si muove, lui l'ha toccata, le ha preso la mano, anche lo zio è morto. Natalino s'è incamminato abbandonando il cimitero. Nell'ultima parte della camminata s'è fatto guidare dall'unica luce che vedeva fra gli alberi. De Felice sveglia un vicino di casa, i due vanno dai Carabinieri di San Piero a Ponti, la stazione più vicina. Continua il rapporto del 21 settembre 1968: "...Successivamente insieme al bambino, che nel frattempo aveva detto di chiamarsi Natalino, e seguendo le sue indicazioni, giungono (i carabinieri, n.d.A). dopo alcuni giri viziosi, al bivio per Comeana ove, a circa cento

metri sulla destra, in una strada interpoderale, con la parte anteriore rivolta verso San Angelo a Lecore, è parcheggiata una Giulietta Alfa Romeo targata Arezzo, con il lampeggiatore destro in funzione. Il carabiniere scende, si avvicina all'autovettura e nota che effettivamente nell'interno vi sono due cadaveri: un uomo ed una donna con i vestiti scomposti". Interviene il comando della tenenza Carabinieri di Signa. Si avvisa il comandante, maresciallo maggiore carica speciale Gaetano Ferrerò. Continua il rapporto: "Il De Felice precisa anche che quando si è affacciato alla finestra non ha visto altre persone all'infuori di Natalino". Fermiamoci qui per adesso. In epoca successiva, cioè alcuni giorni dopo, Natalino modificherà la sua versione. Questo dopo che è intervenuta la confessione di Stefano Mele. E qui è necessario parlare delle paterne insistenze del magistrato giudice istruttore, registrate da un interrogatorio lungo ed estenuante, prima di riuscire a portare - amorevolmente, si capisce, e paternamente - il bambino alle nuove dichiarazioni. Le prime, quelle rese nell'immediatezza al De Felice e ai Carabinieri, gli sarebbero state suggerite dal babbo. In ogni caso: ecco le successive dichiarazioni del bambino: svegliatosi di soprassalto ai colpi di pistola, ha visto il babbo. E stato quest'ultimo ad accompagnarlo a casa di De Felice, portandolo a cavalluccio. Queste successive dichiarazioni del figlio confortano la confessione di Mele, fanno giustizia delle sue successive ritrattazioni, integrano, modificandole in correlative prove del reato di calunnia, le altalenanti accuse di Stefano Mele nei confronti di Salvatore Vinci prima, in un momento successivo, dinanzi all'alibi di ferro proposto da Salvatore, contro Francesco Vinci. Successivamente ancora contro un certo Carmelo Cutrona. Stefano avrebbe agito da solo, la circostanza dell'accompagnamento a cavaluccio del figlio presso la casa di De Felice è una pietra tombale che si chiude su di lui. Attendibile appare questo comportamento paterno - così argomentano gli inquirenti - verosimile il non voler lasciare il bambino da solo, a vedersela col buio, con l'orrore dei due cadaveri in auto. Natalino avrebbe visto solo il padre. Col condurlo a cavalluccio nella casa del De Felice, e suggerendogli certe dichiarazioni, Stefano Mele avrebbe inteso eliminare una prova testimoniale a suo carico. Ma proprio qui i conti non tornano. Se Stefano Mele si preoccupa di un

testimone, il quale s'identifica nel proprio figliolo, a quale scopo lo abbandonerebbe sulla soglia dell'abitazione di un estraneo? Perché non riportarselo a casa, dove avrebbe potuto ammaestrarlo con tutta calma suggerendogli le dichiarazioni idonee a suffragare l'alibi della malattia che l'avrebbe costretto a letto fino dal pomeriggio? A quale scopo, invece di riportarselo a casa, il padre si sarebbe caricato Natalino sulle spalle depositandolo a circa due chilometri di distanza dal luogo del delitto? Solo riportando a casa il figlio, Stefano avrebbe eliminato un testimone molto imbarazzante. Nessuno sapeva che la Locci se l'era tirato dietro, Natalino, al cinema e poi nella poderale del convegno amoroso. La fatica e il rischio, poi: secondo l'accusa, Mele si sarebbe recato sul luogo del convegno in bicicletta, il solo mezzo di locomozione che sa usare. Uccisi i due amanti, avrebbe portato Natalino, nel modo che s'è detto, cioè a piedi e gravato dal suo peso, fino alla casa di De Felice, persona a lui del tutto sconosciuta. Poi sarebbe ritornato sul luogo del delitto a riprendersi la bici, per poi rientrare a casa. Tutto questo traffico - almeno quattro chilometri a piedi, andata e ritorno, col rischio di ritrovarsi sul luogo dove avrebbe abbandonato due cadaveri - con quale contorto intento predifensivo? Se poi lo scopo fosse stato quello di racconsolare il figlio, turbato dalla scena cruenta che si era svolta quasi sotto i suoi occhi, che senso c'era nell'abbandonarlo davanti a una porta chiusa, che avrebbe potuto non aprirsi? Dinanzi alla luce accesa di una casa, che avrebbe potuto subito spegnersi, lasciando il Natalino di nuovo al buio, terrorizzato dall'orrore cui aveva assistito? Perché abbandonarlo nelle mani di uno sconosciuto? Dai rilievi medico legali sull'ora della morte, e dall'orario dell'ultimo spettacolo cinematografico visto dai due amanti, risulta che Locci e Lo Bianco furono uccisi circa alla mezzanotte. Abbiamo visto che Natalino raggiunge la casa di De Felice alle due in punto. Per un adulto, sia pure con un ragazzino di sei anni sulle spalle, due ore per fare due chilometri sono troppe. Alcune tracce obiettive rendono attendibile la prima versione del bambino. I calzini impolverati e con la pianta logora (negli atti che all'epoca si chiamavano "generici" ci sono le foto di questi calzini, impolverati e logori, al dibattimento del processo Mele ben due testimoni parleranno dei calzini impolverati e bucati del bambino), attestano la marcia di Natalino coi propri

piedi sulla strada asfaltata e in parte ancora in costruzione, con mucchi di ghiaia, dice il rapporto dei Carabinieri. Sono poi illuminanti le preghiere e la Tramontana, una canzonetta allora in voga, il cui motivo da tiritera infantile si prestava a restare inciso nella memoria di un bambino. Il particolare delle preghiere e della canzonetta intonata per vincere la solitudine e farsi coraggio, che non può in alcun modo essere una menzogna ispirata da un terzo, ha tutti i crismi dell'autenticità. Nella sua vivezza, le piante che si muovono, la Tramontana, il buio fondo e la luce sulla quale Natalino da un certo punto in avanti orienta i suoi passi come nella fiaba, esprimono la sincerità infantile, e il terrore, la solitudine, sentimenti che il bambino non avrebbe provato con quella intensità se fosse stato tranquillizzato dalla presenza del padre. Il tempo, quasi due ore per compiere un tragitto di due chilometri, rappresenta in modo convincente il disorientamento, il procedere a tentoni. Sarebbe stato così se il bambino avesse avuto la guida di un adulto? Infine è Natalino che conduce, pur con alcune incertezze, i carabinieri di San Piero a Ponti sul luogo dei delitti. E anche questa circostanza conferma che il tragitto di andata il bambino l'ha fatto scegliendo lui da solo la strada e la direzione. Solo in questo modo poteva essergli rimasto impresso il percorso, così da poter fare da guida ai carabinieri. Fosse stato soltanto un pacco trasportato sulle spalle da qualcuno, Natalino non avrebbe mai trovato la strada per giungere alla stradetta poderale dietro il cimitero. In seguito, come vedremo, il giovane Mele ritornerà alla sua versione iniziale, quella resa nell'immediatezza, dichiarandosi persino disposto a sottoporsi a ipnosi per confermare le sue dichiarazioni. Tuttavia, all'epoca, sono proprio le dichiarazioni successive di Natalino che confermano la confessione di Stefano Mele. Non è per niente improbabile che le une e l'altra siano state suggerite: paternamente, le dichiarazioni del bambino di sei anni, un po' meno con le buone, la confessione del padre. Dunque, Stefano Mele ha confessato. Non ha importanza per gli inquirenti che la sua confessione presenti lacune tali da screditarla totalmente. Prima di tutto: la pistola dov'è? L'ho gettata in un fosso quasi in secca che lambisce il cimitero, dice lui, ma il fosso si scandaglia in lungo e in largo, dopo aver interrotto a monte e a valle il flusso dell'acqua, e la pistola non si trova.

In che modo, con quale mezzo, lui che non sa guidare l'automobile, che non sa usare neppure un ciclomotore, tanto da non possederne nessuno, ha seguito le vittime, prima al cinema di Signa, e poi accanto al cimitero dove i due si erano appartati? Stefano in un primo momento dice: col ciclomotore, prima di Salvatore, poi cambia e dice con quello di Francesco Vinci. Ma afferma contemporaneamente di avere riposto la pistola nel bauletto degli attrezzi. Quando gli si fa osservare che nessuna pistola, per quanto piccola, può entrare nello spazio ridotto della scatola-ripostiglio destinata agli arnesi del "Gabbiano" di proprietà di Francesco Vinci, cambia versione e dice di avere usato la sua bicicletta rossa. Benché sia molto improbabile l'inseguimento di un'automobile pedalando lungo un tragitto - dal cinema al cimitero - di alcuni chilometri - la bicicletta passa per buona. E la pistola, ancora quest'oggetto, a parte che è introvabile, dove l'avrebbe presa, chi gliel'avrebbe data? E dove avrebbe imparato a sparare così bene che nessuno degli otto colpi è andato a vuoto? E infine: perché avrebbe ucciso? Qual è il movente? La gelosia, l'onore offeso non reggono, considerato il servizio in camera, diventato negli anni una specie di consuetudinario omaggio della casa nei riguardi dell'ospite di turno, ingombrante forse, ma non del tutto sgradito. La sentenza di primo grado del processo Pacciani, che assolve il contadino mugellano da questo episodio della serie, pur condannandolo per tutti gli altri, ritiene valida la ricostruzione dei giudici che vent'anni prima si erano occupati del caso, e rinforza l'ipotesi del movente economico. Barbara Locci si sarebbe appropriata del risarcimento pagato da un'assicurazione per un incidente stradale, colpevolmente omettendo di destinarne la dovuta parte al marito e al ménage familiare. Per questo motivo il padre di famiglia l'avrebbe punita, non tanto per l'onore offeso. E la tesi di quel rapporto del settembre '68 che ho citato prima. Ma non regge. In che modo Barbara si sarebbe appropriata di quella somma? Rubandola dal portafoglio del marito? Non risulta da nulla. Mele dice di averla data a lei, la somma, come faceva sempre con tutti i soldi che gli arrivavano, compreso il suo stipendio. Il che è più che plausibile. Un minus habens come Mele, è più che probabile che si facesse gestire dal punto di vista economico dalla moglie.

Si trattava poi di meno di mezzo milione: è mai possibile che per questa miseria Mele abbia ucciso due persone, una delle quali, il Lo Bianco, del tutto incolpevole della pretesa indebita appropriazione? Da quali circostanze risulta che Barbara avesse sperperato quei soldi? Si sa invece che con essi è stato pagato un debito, e fatto un acquisto per la famiglia. Da che risulta che Barbara mantenesse i suoi amanti, come insinua la sentenza? I due Vinci, il Cutrona, lo stesso Lo Bianco erano lavoratori che non avevano bisogno della Locci per pagarsi il cinema o la pizzeria. Il movente economico è con evidenza una congettura, un ripiego dopo la caduta del movente di gelosia. La confessione, ritrattazioni a parte, è contraddetta in sé, e da numerose altre circostanze. Appare indotta, per dirla con chiarezza. Per esempio, la vecchia sentenza della Corte di Assise di condanna del manovale sardo sottolinea un particolare di questa confessione: Stefano Mele ha detto di avere azionato col braccio "inavvertitamente" l'indicatore di direzione. E questo è vero, fa parte dei dettagli controllati durante il sopralluogo immortalato dalla foto. Difatti l'auto fu trovata appunto con la freccia lampeggiante, una mosca bianca nel buio della poderale vicino al cimitero. Dunque il reo confesso dice la verità, soltanto chi fosse stato presente sul posto avrebbe potuto riferire un particolare minimo e autentico siffatto. Tuttavia, se il funzionamento del dispositivo fu causato da un gesto involontario e inavvertito, in che modo se ne ricorderebbe, lo sbadato Stefano Mele? E se invece se ne accorse della sbadataggine, perché non provvide a spegnerlo subito l'indicatore di direzione, che col suo intermittente lampeggiare indicava la presenza sulla via secondaria dell'auto con i due cadaveri a bordo? Perché si sarebbe messo a rischio di essere scoperto in un tempo breve sul luogo del misfatto, quando con un semplice gesto avrebbe potuto eliminare la luce pulsante che indicava una situazione inusuale, tale da attirare la curiosità di un qualsiasi passante? Il particolare collimante c'è, non si discute, ma invece di annullarle aumenta le perplessità, perché ha tutta l'aria di un suggerimento. Bisogna poi considerare che la confessione non fu né spontanea, né costante, né univoca. Ai carabinieri che lo interrogarono la stessa notte della scoperta dei cadaveri, Stefano Mele disse di non sapere nulla del duplice delitto, che si trovava a letto fino dal pomeriggio, propose l'alibi di un malanno che lo avrebbe colto sul cantiere: vomito, disturbi di stomaco. Il fatto fu controllato con i compagni di lavoro, e risultò vero. Stefano s'era davvero sentito male

sul lavoro, e davvero aveva abbandonato il cantiere per ritornarsene a casa. In seguito, nell'interrogatorio successivo, l'imputato modifica la versione, affermando la sua presenza, ma tira contemporaneamente in ballo Salvatore Vinci. Ma Salvatore, per quella notte, a quell'ora, ha un alibi ineccepibile. Allora Mele cambia ancora versione, si scusa con l'accusato, e accusa Francesco Vinci di avergliela data lui la pistola, di averlo accompagnato sul posto, di averlo indotto a sparare. In seguito modifica ancora versione e fa una chiamata di correo nei confronti di un altro amante della moglie, un certo Carmelo Cutrona: calunnie, diranno i giudici. E perché non anche auto-calunnia? Il padre avrebbe sparato dentro l'automobile otto colpi di pistola, a rischio di colpire il figlio addormentato sul sedile posteriore? Avrebbe permesso al figlio di toccare la madre per rendersi conto s'era morta o viva? Il poverissimo manovale Stefano Mele avrebbe abbandonato le scarpe del figlio caricandoselo sulle spalle in calzini? Un adulto esperto dei luoghi avrebbe impiegato due ore per raggiungere la casa del De Felice distante dal luogo del duplice omicidio due chilometri? I giudici talvolta propendono per la lecito difficilior. Dinanzi a un'alternativa non sono maggioritarie le sentenze che scelgono la versione più semplice. La tendenza all'iperfasia produce un altro effetto. Fra la strada più piana, talvolta persino ovvia, e quella più impervia, disagevole, logicamente complicata, spesso è quest'ultima la preferita. I giudici-scrittori amano l'esercizio dialettico fino al limite del gioco enigmistico, è in questo modo che a volte si esprime la loro creatività. Del resto il funambolismo logico è spesso necessario per sostenere la congettura iniziale, che è quella quasi sempre proposta e pervicacemente sostenuta, nonostante le successive controindicazioni. In apparenza, stavolta, per il duplice delitto di Signa dell'agosto 1968, gli inquirenti e i giudici scelsero la strada più semplice. Nell'agosto 1968 appariva improbabile l'ipotesi del serial killer come autore dei delitti. Innanzitutto perché non avevano quegli inquirenti alcun dato dal quale ricavare che il delitto del '68 si inserisse in una serie, né meno che mai che avesse caratteristiche di ritualità. È forse il caso di accennare al significato del termine "ritualità", considerando che c'è chi lo usa nel senso inadeguato al caso concreto di comportamenti

con caratteristiche magiche, o liturgiche. La ritualità - nei fatti che ci occupano - consiste nell'uso della medesima arma, e del medesimo munizionamento, nella scelta costante di un certo tipo di condizione astronomica (le notti di novilunio), e temporali (il giorno che precede la festa), nell'aggredire per prima la vittima maschile eccetera, e manifesta l'esistenza di un disturbo ossessivo compulsivo, inteso nel senso di cui al DSM III, la Bibbia degli psichiatri. "Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi, finalizzati e intenzionali che vengono eseguiti in risposta ad un'ossessione, secondo certe regole o in modo stereotipato. Il comportamento ha lo scopo di neutralizzare o prevenire qualche disagio o qualche evento o situazione temuti. Comunque l'attività non è connessa in modo realistico con ciò che essa dovrebbe neutralizzare o prevenire, o può essere chiaramente eccessiva... In alcuni casi le compulsioni possono diventare la principale attività della vita" 7. Bisogna anche dire che l'ipotesi criminológica dell'assassino seriale, che come tale all'epoca non aveva ancora neppure la dignità di una consolidata definizione, era generalmente ritenuta di straordinaria evenienza in Italia. Secondo l'opinione comune, dura a morire nonostante le plurime sconfessioni, le ossessioni tenebrose che animano gli assassini seriali apparterrebbero alle nebbie dei paesi nordici, restando immune il solare temperamento latino da eccessi che affonderebbero le loro radici nella tendenza diabolica al Male Assoluto. Ancora oggi qualcuno ritiene quelle pulsioni patologiche patrimonio della cultura nordica, più precisamente celtica. Nel caso degli omicidi di Barbara Locci e di Antonio Lo Bianco l'ipotesi del marito uccisore non era la più semplice, era solo la più banale. Corrispondeva all'ansia di definire con una soluzione rapida una vicenda criminale che, esaminata con un po' di approfondimento, presentava aspetti di notevole complessità. A guardar bene ogni cosa appariva ambigua, per non dire misteriosa, a cominciare dal movente e dal primo racconto del piccolo Natalino, per finire con la provenienza e la destinazione successiva dell'arma omicida. Le dichiarazioni di Stefano Mele, nelle loro numerose varianti, non davano alcuna garanzia di attendibilità. Il marito aveva accusato di complicità gli amanti della moglie, i due Vinci, Francesco e Salvatore, il Carmelo Cutrona, senza

però riuscire a definire con un racconto minimamente coerente i dettagli della loro cooperazione. Mele, prima di capitolare anche su questo punto, ci teneva a dire che lui non aveva sparato, che a sparare erano stati i due Vinci, prima Salvatore e poi Francesco, poi, in un momento ancora successivo, il Cutrona. Manifestava così superficialità e propensione a fare accuse false, tanto che si prese una condanna anche per il reato di calunnia. Su ogni particolare delle uccisioni era stato ondivago, quando non del tutto inattendibile: non solo non aveva saputo dire con chiarezza dov'era finita l'arma, ma aveva incespicato alternando dichiarazioni contrastanti, e fornendo particolari inattendibili e chiaramente inventati anche sul tragitto per inseguire gli amanti, con quale mezzo, sull'attesa alla porta del cinema, sulla posizione delle due vittime al momento degli spari, sulla collocazione dello sparatore e sulla direzione dei colpi. Furono questi ultimi dettagli a convincere il dottor Paolo Canessa, pubblico ministero del processo di primo grado contro Pietro Pacciani, che Stefano Mele non aveva detto la verità. Il manovale sardo aveva collocato le vittime in una posizione che non collimava con quella attestata dai successivi approfondimenti medico-legali. Analizzate le ferite sui corpi degli uccisi, i rilievi necroscopici attestavano che i due erano stati colpiti da colpi sparati dal davanti, finestrino o portiera della guida. Invece Mele aveva detto e ripetuto che i due eranno stati colpiti sparando dal finestrino laterale posteriore. E il caso di riportare testualmente le parole, in sede di relazione introduttiva, del pubblico ministero dottor Paolo Canessa, che sostenne l'accusa contro Pietro Pacciani: "Non si può negare... che per il primo delitto... è stato condannato Stefano Mele. (...) Il primo elemento di quell'omicidio, che vorrei teneste presente fin d'ora al fine di lavorare meglio quando vi saranno fornite le prove, è questo: si è trattato di una condanna di Stefano Mele, ma è una condanna che oggi appare non in linea... con il reale svolgimento dei fatti del 1968 quali sono già provati negli atti del dibattimento. (...) Primo: per l'omicidio del 1968 si arrivò al riconoscimento della colpevolezza di Stefano Mele, soprattutto, (dico io: esclusivamente), perché Stefano Mele confessò il delitto... Questo è l'elemento, Stefano Mele confessa, viene creduto. Contestualmente a quella confessione, Stefano Mele accusò, in tempi diversi e successivi, uno

dietro l'altro in momenti, nello stretto giro di poche ore, accusò altre persone come autori, a volte da soli o come complici. (...) Nella stessa circostanza di quella confessione, non si pensò, non si valutò neppure che, mentre accusava terzi... poteva, bisognava valutarlo, anche commettere un'autocalunnia. (...) Innanzitutto quella confessione ebbe una durata brevissima. (...) Contestualmente il Mele, che confessò, che tenne quella condotta anomala, calunniò e disse qualcosa a suo carico, il Mele in quel momento fu riconosciuto seminfermo di mente. Ma allora... dobbiamo verificare innanzitutto quali furono le circostanze obiettive - perché la credibilità del Mele è zero - relative a quel delitto. (...) Mele disse confessando: "Ho gettato via la pistola", indicò il luogo, fu cercata, ma quella pistola non fu trovata. (...) Elemento importantissimo, perché quella pistola, sappiamo, ha sparato per tanti anni ancora. (...) Non si fecero - secondo elemento - accertamenti sulla capacità o meno di questo signore di conoscere le pistole, di saperle usare. (...) Ma, e questo è l'elemento macroscopico che io voglio sottoporvi, non fu eseguita sui corpi delle vittime alcuna perizia medico-legale che consentisse di ricostruire la dinamica degli spari, la direzione degli otto colpi sparati quella notte. (...) Quando avviene un omicidio è prassi che si dia incarico a medicilegali di ricostruire l'azione dell'omicida, il comportamento complessivo dell'omicida, soprattutto per vedere la traiettoria dei colpi che si desume dalle ferite, per vedere se si riesce, con questo mezzo, ad avere indicazioni utili per le indagini. Questa perizia riepilogativa del comportamento dell'omicida, allora, non fu fatta. (...) Non solo non fu fatta una perizia riepilogativa, ma, essendoci due cadaveri - quello della Barbara Locci e quello del Lo Bianco - furono dati incarichi distinti a due diversi medici-legali, è prassi normale, per fare l'autopsia. (...) Quindi: nessuna indagine precisa sull'esatta dinamica di quel fatto, primo fatto, 1968. (...) Successivamente, nel 1984 enei 1985, il pubblico ministero ha affidato (all'équipe del professor De Fazio, n.d.A). una perizia riepilogativa di tutte e otto le aggressioni - e per la prima su quella prima aggressione - al fine di compararle fra loro perché, come vi ho detto, comparandole siamo arrivati alla prova dell'unico omicida. Facendo questa operazione, comparando quindi i risultati degli esami autoptici fatti nel 1968, sono venuti fuori degli elementi... che sono assolutamente incompatibili con la confessione di Stefano Mele (...) Mele Stefano sostiene di aver trovato il finestrino posteriore sinistro della Giulietta semiaperto... Da

questo finestrino ... Stefano Mele dice: "Io da quel finestrino ho sparato in un'unica direzione, su entrambe le vittime."... Su entrambe le vittime che giacevano entrambe sul sedile di destra dell'autovettura, sedile davanti che era reclinato, davanti accanto al guidatore, reclinato e le vittime erano una sull'altra. (...) Questa ricostruzione... è assolutamente incompatibile con i colpi d'arma da fuoco rinvenuti sui cadaveri... I colpi furono sparati dal davanti e non dal di dietro sui corpi. Probabilmente, dicono i periti dell'Università di Modena che hanno fatto quelle comparazioni nel 1984 e '85 per il P.M., "non solo furono sparati dal davanti, ma probabilmente dalla portiera davanti sinistra lato guidatore, sicuramente non da quella posteriore. Come dimostrano le traiettorie dei colpi sui corpi che hanno una direzione anteroposteriore - cioè dal davanti - con scarsa obliquità.... Sicuramente la donna che era sopra reagì, si mosse, e fu attinta da quattro fori d'entrata al dorso sinistro." (...) Se la donna era sull'uomo e se Stefano Mele ha sparato da sinistra, come ha fatto a colpire la donna sul dorso suo sinistro? (...) Quella confessione di quella notte fatta da Stefano Mele è priva di quei riscontri significativi che ci consentano di dire che Stefano Mele quella notte sparò, che Stefano Mele quella notte c'era" 8 . Parole pienamente condivisibili, ben documentate e convincenti, ripetute dal pubblico ministero in sede di discussione finale. Col passare del tempo - "lungo, lungo, lungo", avrebbe detto il Giusti - dell'indagine infinita l'allora accusatore nel processo contro Pacciani, successivamente rappresentante dell'accusa nel processo contro i compagni di merende, e oggi impegnato nelle indagini contro la setta esoterica, forse ha cambiato idea. Ma non è dato di sapere con esattezza come la pensi sul punto adesso, perché del primo caso, quello del '68, non se ne è più parlato. Come ho detto, il duplice omicidio di Lastra a Signa fu accuratamente stralciato dalle indagini contro Vanni Mario e compagni, ed oggi è diventato, come fu all'inizio dell'inchiesta sugli omicidi delle coppie, un episodio dimenticato, meno che un ricordo sbiadito: è come se il fatto non si fosse mai realizzato. D'altronde Stefano Mele, arrivato al dibattimento davanti alla Corte di Assise di primo grado di Firenze, ritrattò la confessione, ritornando alle sue primitive dichiarazioni (il malanno, la serata trascorsa a letto). Allora ci si

misero d'impegno in molti per convincerlo a tener ferma la prima versione, che poi era invece la seconda. Il Presidente della Corte (dottor Coniglio) prima di tutti, il quale all'improvviso vedeva un caso di soluzione agevole trasformarsi in una vicenda processuale spinosa; un dibattimento che alla lettura degli atti gli si era presentato come una faccenda burocratica di conferma delle indagini, rischiava di diventare un processo in piena regola in cui si sarebbe dovuto controllare con attenzione la prova, e in primo luogo la cosiddetta prova regina. Sospese il dibattimento per dar modo all'imputato di riflettere consultandosi con i suoi difensori. Questi ultimi si adoperarono nel senso richiesto dal Presidente. Alla ripresa del dibattimento Mele confermò la confessione. Nella considerazione dei giudici passò in second'ordine l'accertamento psichiatrico dal quale appariva l'oligofrenia del soggetto, unita alla sua estrema influenzabilità, e alla tendenza alla mitomania. Il contributo scientifico all'accertamento della verità fu una volta di più surclassato dalla metodologia inquisitoria che privilegia la viva voce dell'indagato rispetto a qualsiasi altra circostanza, perfino rispetto ai dati materiali e oggettivi. Si era giunti, seppure con qualche fatica, all'autoincolpazione. Che cosa avrebbero potuto pretendere di più i giudici per maturare la loro convinzione? Eppure uno dei difensori, il noto penalista Dante Ricci, non era affatto convinto della genuinità della confessione. Lo testimonia un appunto manoscritto sulla copertina del suo fascicolo: "Un paio di schiaffoni, ed ecco la malaugurata confessione!" Al giornalista Mario Spezi, che vent'anni dopo lo interrogava sul perché avesse confessato, Stefano Mele malinconicamente rispose: "Tanti schiaffi... " La violenza, non molto legale, stavolta, può essere stata la molla iniziale per cui l'interrogato si adeguò a ciò che gli veniva suggerito dagli inquirenti. Del resto è prassi comune negli uffici di polizia alternare i modi bruschi alle lusinghe, la violenza psicologica e fisica all'apparente adulazione del soggetto sottoposto all'interrogatorio. Mele può avere sperimentato l'uno e l'altro metodo, il primo per infrangere la iniziale ritrosia, il successivo per consolidare le sue dichiarazioni. Dunque Stefano Mele ripete la confessione dei delitti. Non teme il carcere? Sarebbe affetto da claustromania? Nel momento in cui fa le prime ammissioni Stefano Mele ha forse un'idea irreale del carcere (almeno di quello

preventivo). Probabilmente l'immagine iniziale che egli ha della reclusione non è affatto negativa. Una persona come lui, cui le relazioni con il mondo hanno cagionato solo sofferenze e umiliazioni, immagina il chiuso della cella in un modo non del tutto sgradevole. Forse anche per questo non reagisce ai condizionamenti di chi lo interroga. La perizia psichiatrica integrerà poi il quadro, affermando la sua influenzabilità, non disgiunta dalla vanagloria dei mitomani. Lo si vedrà anche in seguito, dopo più di un decennio, e dopo che l'ex manovale ha scontato la sua pena, che gli piace ancora essere al centro dell'attenzione, come quando partecipava sorridente al sopralluogo. Il rapporto con l'autorità lo esalta, lo induce a far di tutto per prolungare il contatto, per accrescere il tempo in cui è protagonista, e persone importanti pendono dalle sue labbra. Dopo più di un decennio, nell'estate dell' '82, dopo che gli inquirenti hanno ripreso in esame la cosiddetta pista sarda, le dichiarazioni del manovale oligofrenico e mitomane serviranno per aggravare la posizione di Francesco Vinci, e per provocarne l'arresto. Passano altri mesi, e dopo che nel settembre dell' '83 l'assassino delle coppie scagionerà lo stesso Vinci uccidendo i due tedeschi mentre il pastore sardo si trovava in carcere, dalle precedenti e successive dichiarazioni di Stefano Mele i giudici ricaveranno indicazioni per incolpare e incarcerare la coppia Giovanni Mele e Piero Mucciarini. Tutto questo però avviene molto più tardi, quando Stefano Mele ha già scontato la sua condanna, e da libero ha ottenuto una caritatevole assistenza in un pensionato religioso, dove trascina il suo tempo in attesa della fine, che non tarderà ad arrivare. Nel 1982 e successivamente gli inquirenti si ricordano di lui, delle sue originarie accuse agli amanti della moglie, fra cui quelle contro Francesco Vinci. Di nuovo Stefano è al centro dell'attenzione, di nuovo dialoga con gli inquirenti, ancora una volta accusa, dettaglia, riferisce cose in cui non sarebbe difficile individuare il confine fra la realtà, e il risentimento, il solco fra l'attendibile e il calunnioso. Ma gli inquirenti non sanno cogliere questa linea di demarcazione, e Francesco Vinci prima, poi i poveri Mele e Mucciarini finiscono in carcere.

Un passo indietro. Torniamo al primo processo per i delitti del '68. Allorché si giunge al dibattimento pubblico, il marito di Barbara ha sopportato un certo periodo di carcerazione preventiva. Ha aperto gli occhi sul carcere, il momento magico della notorietà, la fase del riscatto personale è passata, ora ha sperimentato lo squallore delle celle di transito, le frequenti traslazioni nelle cellette strette come armadi dei cellulari. Ha appreso che se esiste un posto dove non si è mai soli, neppure quando si dorme, neppure quando si va al cesso, è proprio il carcere. Non per nulla lo chiamano "galera", riesumando così dai secoli il pancaccio della nave in cui i forzati vivevano incatenati ai remi spalla a spalla. Poiché la galera gli ha fatto sentire sulla pelle i suoi denti, in un sussulto di autoconservazione, Mele tenta di ritrattare. Ma ormai è troppo tardi, anche i suoi difensori, per quanto poco convinti, lo consigliano di mantenere ferma la confessione: ritrattandola il rischio è grave, la pena potrebbe raddoppiare. Nell'arco di 14 anni avvengono altri quattro duplici delitti: a Borgo San Lorenzo nel 1974; a Scandicci nel giugno 1981; a Calenzano nell'ottobre 1981; a Baccaiano in comune di Montespertoli nel giugno 1982. La pistola che spara è sempre la stessa, la deduzione più ovvia è che dietro l'arma ci sia sempre la medesima mano; questa sarà la fermissima convinzione anche del dottor Canessa, come si è visto più sopra. Sono in corso le indagini sul duplice delitto di Baccaiano, quando, in qualche modo (un modo straordinario, sul quale ritornerò), si affaccia l'ipotesi del collegamento fra i delitti più recenti e quel vecchio delitto del '68 ormai definito da una sentenza passata in giudicato. Un fatto più unico che raro consente di controllare col massimo dell'attendibilità, e in senso positivo, l'ipotesi del collegamento fra i cinque episodi di duplice omicidio. Il perito balistico che aveva periziato i bossoli e le pallottole esplosi trovati sul luogo del primo duplice delitto, quello del '68, era stato il generale Innocenzo Zuntini. L'anziano ed espertissimo generale era anche dotato di una buona dose di pignoleria burocratica. Invece di disfarsi dei reperti, come spesso si fa a processo ultimato, allorché sono inviati alla Divisione Nazionale di Artiglieria per la distruzione, li aveva messi in una busta di plastica, allegandoli al suo elaborato peritale. E lì si trovavano ancora, sepolti fra le carte del fascicolo processuale, che

stava nell'archivio del Palazzo di giustizia di Perugia, perché l'ultimo giudice a occuparsi del caso era stato la Corte di Assise di Perugia, giudice del rinvio in seguito al parziale annullamento della sentenza di merito da parte della Corte di Cassazione, e ciò per diminuire la pena di Stefano Mele in conseguenza della accertata seminfermità mentale. Per questa ragione, piuttosto eccezionale nella prassi, il nuovo perito balistico, su iniziativa del giudice istruttore, messo sull'avviso da una segnalazione misteriosa sulla quale ritornerò con maggiore approfondimento, ebbe la possibilità di comparare i vecchi bossoli coi più recenti. La comparazione era già stata fatta fra i bossoli e le pallottole trovati a Borgo San Lorenzo, a Scandicci, a Calenzano e a Montespertoli: non esisteva il minimo dubbio, tutte le cartucce con cui erano state uccise le coppie dei quattro duplici delitti, erano state esplose dalla stessa arma. Quest'arma era attendibilmente una pistola Beretta cai. 22, Long Rifle, modello 73/74, vecchia, logora e usurata, aveva detto nel 1968 il generale Zuntini. Beretta Long Rifle, arma vecchia e usurata, confermavano i periti successivi. La nuova comparazione consente di accorgersi che anche nel duplice omicidio del 1968 l'arma dei delitti è la stessa arma che i giornali definiscono "pistola maledetta". I segni inequivocabili del percussore, decentrati in un certo modo, alcune identiche microstrie lasciate dall'estrattore e dall'espulsore, tali da indicare un difetto nel sistema di caricamento dell'arma, e tali da far ritenere appunto che si tratti di un'arma logora, non potrebbero mai, neppure in minima percentuale probabilistica, essere prodotti da armi diverse. Dunque esisteva una prova oggettiva, scientificamente solida, suffragata dalla dottrina specialistica, che riconduceva a unità i cinque episodi e le dieci vittime. Un'indagine correttamente impostata avrebbe dovuto allineare accanto a questa prova inequivocabile altri indizi che conducevano nella medesima direzione. Prima di tutto l'occasione, vale a dire il momento in cui le vittime erano state aggredite, cioè durante la fase dei preliminari alla congiunzione sessuale. L'occasione peculiare ricorrente in tutti i delitti avrebbe potuto essere interpretata in tre modi: come la scelta da parte dell'assassino del frangente

in cui le vittime erano distratte da un'attività così intensa da limitare ogni potenziale difesa, essendo l'attenzione completamente assorbita dal piacere; oppure come la situazione scatenante la pulsione omicida, che a questo punto si coloriva in modo inequivocabile della componente psicopatologica di carattere sessuale. La terza ipotesi univa le prime due: i preliminari amorosi sia come occasione facilitante, sia come causale prossima scatenante la pulsione omicida. Poi l'auto, esposta alla vista di un qualsiasi passante, all'interno della quale la coppia era in procinto di consumare l'atto amoroso; le notti di novilunio, il luogo: un posto di campagna, tuttavia non molto distante dalla città di Firenze. L'ora: intorno alla mezzanotte. Esisteva però un'altra circostanza, individualizzante quasi come l'uso della stessa arma, importante per identificare l'unicità dell' autore. Nei duplici delitti successivi: quello del '74, e nei due dell' '81 - non in quello dell' '82, perché l'assassino era stato costretto ad abbandonare in fretta il terreno dei delitti per la ragione che si vedrà in seguito - alle uccisioni aveva fatto seguito un comportamento particolare dell'uccisore. In tutti e tre i casi c'era stata la manipolazione dei cadaveri. L'oltraggio più insistente e sadico riguardava il corpo della vittima femminile. In tutti i casi, compreso il duplice omicidio di Signa del '68, l'assassino aveva separato i due corpi, come se gli fosse intollerabile che l'uomo e la donna restassero pur dopo la morte l'uno vicino all'altra. Negli altri casi l'uomo era stato lasciato sull'auto o a breve distanza da essa, e la donna trascinata lontano alcuni metri, e sdraiata supina fra le zolle del campo, in atteggiamento oscenamente esibitorio. Oltre la separazione delle due vittime, nel '74 l'aggressore aveva infierito sul cadavere femminile incidendo la cute intorno alle zone erogene con ferite filiformi (più di 90), e così disegnando sul corpo della donna strani geroglifici. Le aveva poi infilato nella vagina un tralcio di vite, compiendo una sorta di profanazione. Nel giugno dell' '81, dopo aver trascinato la ragazza e averla adagiata su una proda completamente nuda, le aveva asportato con pochi tagli netti la zona del pube, e l'aveva lasciata sul posto a gambe allargate, come a mostrare l'atroce mutilazione compiuta.

Quattro mesi dopo, nell'ottobre dell' '81, la mutilazione era stata più profonda e più estesa, comprendendo anche la zona anale. Anche in questo caso aveva abbandonato il corpo della ragazza bene in vista, in analoga posizione esibitoria. Il motivo centrale per cui alcuni dei professionisti impegnati nelle investigazioni - non il pubblico ministero del processo Pacciani, come s'è visto - ma la stessa équipe De Fazio (questi ultimi con qualche perplessità), avevano ritenuto che il duplice delitto del '68 non fosse da considerare in senso unitario riconducendolo alla stessa mano, ma solo accostabile agli altri per l'uso della medesima arma, ipotizzando così che la pistola fosse necessariamente passata di mano, stava nel fatto che per quanto riguardava gli omicidi del '68 i corpi degli uccisi non sarebbero stati oggetto dopo la morte dell'attenzione dell'uccisore. Si trattava di un rilievo da connettere alla causale, a detta degli esperti: nel primo caso, quello del '68, si poteva ipotizzare un movente di relazione da ricercarsi nei rapporti fra vittime e l'ipotetico uccisore, negli altri casi era più evidente la pulsione sadico-sessuale 9 . Ora questo è vero in parte se si considera le violenze con l'arma da punta e taglio sul corpo della vittima femminile, ma non è vero affatto in senso assoluto. Anche nel primo duplice omicidio l'assassino si attardò ad occuparsi dei cadaveri, con un intento primario non dissimile da quello che si può supporre nei delitti successivi. La prima intenzione sembra essere quella della separazione dei due corpi, fino al suo arrivo intenti nella fase del rapporto che precede il coito. L'assassino interviene dopo aver visto l'uomo e la donna preparare l'alcova abbassando lo schienale di uno dei sedili dell'auto, poi spogliarsi parzialmente, scambiarsi carezze, abbracciarsi: spara, uccide, interrompe l'atto sessuale, e in seguito separa. Anche nel '68? Certamente, anche a Signa. I rilievi medico-legali indicano che la donna era almeno parzialmente adagiata sopra l'uomo nel momento in cui gli otto colpi di pistola, tutti andati a segno, hanno dato la morte ad entrambe le vittime. Poiché i corpi furono trovati l'uno accanto all'altra compostamente seduti sui sedili anteriori dell'auto, l'assassino era intervenuto in seguito a modificarne la posizione. E non è solo questa l'affinità, pur rilevantissima. A partire dal '74, il cadavere della vittima femminile diventa oggetto di un'attenzione più insistente. Eppure anche nel 1968, a uccisione avvenuta, il crimi-

naie dedica il suo tempo alla vittima femminile, sebbene in modo diverso. A Signa, nel '68, l'assassino riveste la donna, che si era parzialmente denudata. Si sobbarca il compito, non agevole sul corpo inanimato, e nello spazio ristretto dell'auto, di «infilarle le mutande. Si può ritenere che la pulsione psicologica non sia diversa da quella che si preciserà nei delitti successivi con insistito sadismo. Anche all'epoca del primo duplice delitto occorre una forte, quasi cogente tensione psicologica per compiere un'azione che a prima vista sembra dettata dalla pudicizia e dalla pietà. Bisogna immaginare la scena. Gli otto colpi di pistola che rompono il silenzio della campagna accanto al cimitero. Il bambino Natalino, che dorme sdraiato sul sedile posteriore dell'auto, che si sveglia al rumore degli spari, e che alza la testa. Il posto è isolato, però non molto distante dall'abitato, ed è frequentato dalle coppie. Occorre che l'assassino sia trascinato da una pulsione molto potente per attardarsi in un gesto che gli potrebbe costare di essere scoperto sul luogo dei delitti a cadaveri ancora caldi. Il suo non è un raptus incontrollato, tutta l'azione ha la cadenza di una fredda e feroce operazione militare. Anche a Signa egli si è posto a distanza ravvicinatissima dell'auto, ed ha sparato quasi a bruciapelo colpendo entrambi i bersagli, senza sprecare uno solo degli otto colpi. Poi dispone i corpi nella posizione in cui si trovavano 'prima': l'uomo al posto di guida, la donna al suo fianco. Fruga nella borsetta della donna, perquisisce alla ricerca di qualcosa, strappa la catenina dal collo di Barbara. E poi riveste la donna, ricoprendo quella parte del corpo di lei che è oggetto di scandalo, che 'prima' dava scandalo. Un'azione quest'ultima che sembra armonizzare con gli spari esplosi, come avverrà sempre anche nei delitti successivi allo scopo d'interrompere l'atto amatorio, facendo sì che esso non raggiunga la conclusione. Solo in seguito si allontana di furia, probabilmente allarmato da un movimento del piccolo Natalino, e non s'accorge di avere azionato inavvertitamente, quando ha spostato i corpi, forse col gomito, la leva dell'indicatore di direzione, che ora lampeggia e continuerà a lampeggiare fino alla scoperta dei cadaveri. Emerge infine un'altra circostanza, che a mio parere elimina ogni dubbio circa la necessità di ricondurre a unità tutti i delitti. Nel 1968 l'assassino strappa la catenina dal collo di Barbara Locci, con tale violenza che un troncone di essa s'imprime sulla pelle della vittima. È così

importante questa circostanza, e così dimenticata da tutti i rilievi e le considerazioni che si faranno negli anni a venire, che vale la pena di citare testualmente il rapporto dei Carabinieri che ne dà conto: "Al collo della donna (Barbara Locci), è posta una catenina d'oro giallo, spezzata in due punti e lo spezzone, di circa tre centimetri, derivato dalla rottura, attaccato alla pelle. La catenina viene repertata e rimessa come corpo di reato" 10 . Se in generale lo scopo dei delitti non è la rapina (i pochi soldi di Barbara si ritrovano tutti), com'è del resto attestato dal fatto che il monile d'oro, pur spezzato, resta al suo posto, qual è la finalità di quest'ultima azione postmortemi Lo scopo è con evidenza quello di strappare via dal corpo della vittima peccatrice il simbolo religioso - la croce, o un'altra immagine sacra - che prima stava appeso alla catenina. E questo un particolare ricorrente ed estremamente peculiare nell'azione complessiva dell'assassino. Osserverò in seguito e commenterò questa ricorrenza in altri duplici delitti. Posso dire che la circostanza, mentre conferisce evidenza al fatto che si tratta del medesimo assassino, consente di trarre alcune deduzioni sulla sua psicopatologia. Nel capitolo in cui cercherò di indicare con meno approssimazione possibile alcune caratteristiche individualizzanti dell'assassino delle coppie, illustrerò il rilievo eccezionale del fatto. Ma si può proporre fin d'ora una conclusione: niente di più inesatto che l'assassino nel 1968 lasci in pace il cadavere femminile, lo manipola eccome, e in un ben determinato senso. Alcuni inquirenti e le sentenze danno dunque un rilievo decisivo, quanto poco approfondito, alla affermata differenza fra questo delitto e i successivi: nel '68 non ci sarebbero tracce di violenza con l'arma bianca sul corpo della donna. Potrebbe bastare questo per escludere un modus operandi omogeneo, anzi sovrapponibile rispetto all'attività dell'omicida nel suo complesso? I periti dell' équipe criminológica di Modena, professor Francesco De Fazio, professor Ivan Galliani e professor Antonio Luberto, che svolsero la loro analisi nel 1984, e la proseguirono poi nel 1985, e che esaminarono tutti i delitti, allo scopo di indicare una traccia utile agli investigatori per identi-

ficare l'autore, dubitano che il duplice omicidio Locci/Lo Bianco si possa qualificare come omicicio sessuale. Mancherebbe, secondo la loro opinione, un qualsiasi interesse per le parti sessuali. Constatazione imprecisa, come s'è visto: la manipolazione degli abiti di Barbara Locci riguarda appunto l'indumento che copre le zone sessuali. E apparso, impudicamente scoperto, Vinferno della donna, non nel senso sorridente e ironico della novella di Boccaccio, bensì come lo vede l'assassino, la bocca del ninferno, la sorgente del peccato, l'oggetto materiale dello scandalo diabolico. Allora l'aggressore s'affretta a ricoprirlo, in qualche modo annullandolo allo sguardo, al suo, prima di tutti. Si legge nella relazione dell'equipe modenese: "Non sono state usate armi da taglio, né ci sono segni di violenze di altro genere sui corpi, in vita o in morte; nessuna attenzione sembra essere stata prestata dall'omicida ad oggetti presenti sulla scena del delitto...(Altro dettaglio inesatto, come s'è visto: si fruga nella borsetta, e si strappa la catenina. n.d.A.). Chi ha commesso questo delitto, dunque, anche nell'ipotesi che sia l'autore dei successivi delitti, non sembra sia stato mosso da motivazioni sadico-sessuali, bensì da motivazioni comuni; motivazioni cioè che portano a desiderare la eliminazione fisica delle vittime, secondo una modalità ed una dinamica psicologica del tutto svincolata da elementi sessuali abnormi e, ancor più, da impulsi sadistici... In definitiva, di per sé considerato, il caso Locci/Lo Bianco si discosta nettamente dai successivi fatti delittuosi sia per le dinamiche materiali che psicologiche, mentre appare legato ad essi da circostanze situazionali (coppia di amanti su un'autovettura in luogo appartato) e soprattutto, dal mezzo lesivo usato (arma da fuoco), la cui costante presenza nella serie di delitti sembra poter assumere significati psicologici che vanno ben al di là di semplici questioni di funzionalità materiale e di opportunità..." 1 1 . Come si vede la conclusione è perplessa e piuttosto sibillina. Quali sarebbero "i significati psicologici che vanno ben al di là di semplici questioni di funzionalità materiale e di opportunità"? Se essi consistessero nella ritualità (secondo l'accezione corretta esposta più sopra) e forse nella volontà del pluriomicida di documentare, sottolineandone la paternità, la fonte comune delle azioni omicidiarie, il problema sarebbe risolto. Ma bisogna aggiungere che gli stessi periti déM équipe di Modena osservano che anche per quanto riguarda i delitti successivi a quello del '68 "manca la

ricerca di un contatto fisico con le vittime, anche quelle di sesso femminile; non solo non vi sono tracce di violenza sadica o sessuale di alcun tipo (né tracce della ricerca di gratificazioni sessuali abnormi nel contesto dell'azione al di là del significato che in tal senso possono rivestire l'azione omicidiaria in sé e l'asportazione del pube), ma sembra anzi ci sia il tentativo di limitare al minimo indispensabile il contatto fisico con la vittima" 12 . I periti rilevano poi la progressione criminosa nel comportamento dell'omicida, resa più evidente nel duplice omicidio dell' '84, e successivamente in quello dell' '85, in cui l'assassino - da quegli esperti considerato con sicurezza al singolare - ha asportato anche un seno della malcapitata ragazza. Ma a questo punto è lecito domandarsi: per quale motivo i periti non s'accorgono che l'intensificarsi dell'azione in senso patologico è ravvisabile anche considerando soltanto i primi episodi omicidiari a partire dal '68 e fino all'ottobre '81? A Lastra a Signa, si nota un tipo di violenza, sia pure tenue, sul corpo femminile: lo strappo della catenina con l'immagine sacra. Poi la manipolazione degli indumenti nel senso di restituire alla vittima la pudicizia oltraggiata. A Borgo San Lorenzo (74): nessuna escissione sulle parti intime di Stefania Pettini, soltanto una sorta di sottolineatura a punta di coltello delle zone erogene, seni, cosce e pube, lo spregio accentuato dall'immissione nella vagina del tralcio di vite. Da rilevare che anche alla povera Stefania Pettini, la vittima femminile del '74, manca la catenina. II primo caso in cui l'assassino taglia (e porta via) il pube della ragazza è del giugno 1981. Nel delitto successivo (ottobre 1981), l'asportazione è più estesa, l'assassino scava una voragine nella zona genitale. Nei delitti successivi ('84 e '85), come s'è visto, asporta anche un seno della donna. E come se via via acquistasse più fiducia in se stesso, e superasse - come un consumato amatore che perfeziona col tempo e con l'esercizio la sua arte erotica - ogni inibizione residua. Se si esamina il delitto del '74, si è indotti a ritenere che la scarsa conoscenza del corpo femminile, come quella di chi ha avuto rarissimi e negativi rapporti erotici con l'altro sesso, induce l'omicida a contrassegnare, usando il coltello come una matita, i contorni delle parti misteriose e ripugnanti - alla stregua di uno studente che sottolinei le righe più intriganti di un testo - fino

a giungere alla profanazione (il tralcio di vite), che suona disprezzo. Ma nel '68 l'agente sarebbe necessariamente più giovane, più inesperto, più timido. L'inesperienza sarebbe tale da lasciarsi dominare dalla repulsione, dalla paura di smarrirsi nell'istinto, di perdere il proprio io nell'eccitazione erotica. Allora l'assassino nasconde, riveste; non si azzarda ancora, né a esplorare - come farà nel '74 - né a violare quella parte del corpo ancora considerata in termini di sacro pudore. (Il pudore che è mancato alla vittima, la quale non ha esitato a scoprirsi e a offrirsi, e che per questo è stata punita). In tutti i casi è una punizione che si infligge al corpo della donna che ha trasgredito, l'intento della riparazione sembra la pulsione dominante. Prima si nasconde l'oggetto di scandalo, poi lo si addita, sottolineando lo sconvolgimento morale, in seguito lo si strappa via. Scrive lo psichiatra Paolo Tranchina: "...Come se temesse la forza irresistibile della donna, dell'onnipotenza materna con cui si può entrare in contatto solo uccidendola, negandola alla vita e rubandole contemporaneamente la stessa fonte della vita perché, viva, lo farebbe sentire infinitamente piccolo, impotente, invidioso. Dalle aggressioni di un padre un figlio si può difendere, sono quelle della madre che lo annientano, perché cariche delle umiliazioni che nei millenni la donna ha subito dall'uomo in una società patriarcale. Di fronte all'aggressività femminile noi torniamo bambini, non ce la facciamo mai con una donna - ci ricorda Jung. L'impotenza, se assoluta, si lava con l'assoluto dell'onnipotenza che cerca di cancellare la fonte dell'umiliazione... Il pensiero corre all'infibulazione - così diversa dalla circoncisione" - all'esorcismo di primordiali paure dell'istinto, della sessualità, interamente proiettati sull'organo femminile, che bisogna ridurre, ricucire, raschiare, accecare, negare ritualmente all'eccesso, al piacere, al desiderio, che sempre tornano a minacciare la fragile struttura del nostro io; il suo colpevole costruirsi, nelle nostre culture, sull'umiliazione, sopraffazione sistematica dell'altra metà del cielo" H . All'indomani dalla scoperta dei cadaveri sulla Giulietta appartenente al Lo Bianco nel campo contiguo al cimitero di Signa, l'esperienza di un inquirente dotato di intuizione acuta avrebbe forse potuto porre sul terreno dell'indagine l'ipotesi di uno psicotico (o psicopatico) sessuale. Forse anche senza l'acutezza di un esperto, almeno l'ipotesi di un movente abnorme sotto il

profilo psicologico avrebbe potuto affacciarsi. Allora però fu enfatizzata, pensando subito a una riparazione di natura familiare, la vita irregolare della vittima femminile, lo squallore dei suoi rapporti col marito e con la famiglia. Se si fosse valutato che l'atmosfera di sospetto intorno alla piccola comunità di isolani, considerati all'epoca alla stessa stregua degli albanesi e degli islamici di oggi, non era elemento sufficiente per imboccare senza ritorno la "pista dei sardi", non si sarebbe ritenuta alla stregua di un postulato di cui non è necessario dare la dimostrazione, la causale - peraltro confusa e appesantita di razzismo - di una sorta di vendetta etnica, esercitata sulla donna che insozzava il focolare. Bisognava anche considerare che la miseria endemica del nucleo familiare non sarebbe bastata ad armare la mano del padre di famiglia, dinanzi alla pretesa appropriazione non provata di una piccola somma di danaro. D'altronde la circostanza era smentita dallo stesso Stefano Mele, il quale diceva di averla consegnata lui alla moglie, la somma di 480.000 lire, come faceva per tutti i suoi proventi. Somma non cospicua, peraltro utilizzata in gran parte da Barbara per esigenze di carattere familiare. Ed è anche vero che furono completamente dimenticati altri indizi, come ho detto ricordando la catenina strappata e l'immagine sacra asportata. E tuttavia, se non si giustifica l'accanimento esercitato su Stefano Mele, e meno che mai sono scusabili i metodi inquisitori - per dirla con un eufemismo - per condurre quest'ultimo alla confessione, l'errore di quel tempo almeno si spiega. Ma dopo? Dopo che erano avvenuti altri delitti, e assassinate altre persone senza movente riscontrabile, ma con l'uso della stessa arma, con modalità del tutto omogenee quanto all'occasione, alla scelta del luogo e del tempo, ed anche riguardo al comportamento successivo al compimento delle uccisioni, come si spiega il persistere della cosiddetta "pista sarda"? Perché gli inquirenti continuarono con pervicacia ad allontanare riguardo al primo delitto l'ipotesi dell'assassino seriale, nonostante che l'uso della medesima arma ed anche del medesimo munizionamento (cartucce Winchester con la H impressa sul fondello) deponessero con chiarezza per la ritualità, che è la costante più ricorrente nel modus operandi del serial killer? Perché nessuno pensò che a quel punto sarebbe stato necessario considerare questa ritualità

come un elemento peculiare, individualizzante fino a comprendere nella catena anche il primo delitto? Se si fossero considerati tutti i delitti in maniera unitaria - come avvenne soltanto a partire dal processo Pacciani - ci si sarebbe accorti che tutti, anche quelli di Signa, erano caratterizzati da un'apparente mancanza di causale. Che i sardi, le loro tradizioni etniche, la povertà di Stefano Mele, erano del tutto inconferenti per spiegare i comportamenti dell'aggressore. I "significati psicologici che vanno ben al di là di semplici questioni di funzionalità materiale e di opportunità..." secondo l'espressione un po' oscura degli esperti àeW! équipe De Fazio, non potevano che riguardare un comportamento peculiare, inteso come disturbo ossessivo-compulsivo, e tale da far ricomprendere in una stessa linea psicologica anche il primo delitto. Non è facile intendere che cosa impedisca ai nuovi inquirenti e giudici, che stanno esaminando delitti per moltissime circostanze sovrapponibili a quello risalente al 1968, di individuarne la medesima matrice di 'perversione' sessuale, per usare qui un'espressione il cui significato bisognerà approfondire, seppur brevemente, e che vedremo fu usata dagli inquirenti dei processi a Pacciani e ai compagni di merende nel suo significato più volgare e generico. La lacuna derivava dalla novità dei fatti? Mancavano gli strumenti di riflessione adeguati, a causa della eccezionalità degli accadimenti? Bisognerebbe prendersela con i ritardi della cosiddetta 'scienza' criminológica, col livello di cultura, che avrebbe fino a quel momento impedito nel nostro Paese un approfondimento riguardo a fatti di questo genere? Nei corridoi del Palazzo di Giustizia, dopo il 1981, si sentì spesso usare con ironia la parola "americanate". Il termine si riferiva alla metodologia usata altrove15 per impostare l'indagine intorno ai delitti seriali, come apparivano essere con evidenza quelli del mostro di Firenze. Le "americanate", secondo coloro che lasciavano cadere il termine polemizzando con chi avrebbe voluto un'indagine con il contributo della moderna scienza criminológica, erano sinonimo di moda culturale, di modernismo estremo, al quale contrapponevano il buon senso antico. A questo richiamo alla saggezza collaudata dal tempo, si associava il preconcetto cui ho accennato sopra circa il carattere solare dei latini, e l'estrema rarità, sotto il bel

sole d'Italia, delle pulsioni omicidiarie di origine psicopatologica sessuale. Ma qui bisogna mettere in conto, ahimé, la disinformazione. Perché la nostra storia criminológica, seppure non veda episodi di grandissima fama come i delitti londinesi di Jack lo Squartatore, dà indicazioni non difformi dal resto dell'Europa. Bisogna forse mettere in conto l'immotivata e ingenua fiducia nello Stellone d'Italia 16 , per cui il nostro sarebbe il Belpaese, dove si vive meglio che altrove fra mari e monti, bellezze artistiche, cibi genuini. Soltanto i soliti inguaribili mugugnatori antinazionalisti continuano a dar rilievo al fatto che proprio nel Belpaese sono nati i due sistemi politici totalitari più oltranzisti e sanguinari d'Europa, la Controriforma e il Fascismo - in anticipo rispetto al Nazismo, quest'ultimo - e che l'analisi storica smentisce l'ottimismo di maniera riguardo alla pacificità, al buonismo, alla tolleranza degli italiani. Un po' di storia, per staccare lo sguardo dalla lente ravvicinante della quotidianità, non sarà forse inutile. E il caso di ricordare un famoso episodio criminale ottocentesco, anche per smentire l'opinione - abbastanza comune - per cui il nostro non sarebbe Paese da assassini seriali. Più precisamente, è il caso di ricordare un antico caso giudiziario perché presenta alcune affinità con i delitti di cui ci occupiamo. Vincenzo Verzeni fu strangolatore, violentatore e seviziatore di donne già sul finire del 1869. Cesare Lombroso gli dedica un'analisi che assomiglia alle recenti analisi criminologiche sui serial killer. Anche noi, nel "village" provinciale italiano (per citare una canzone di George Brassens), avevamo fino dall'Ottocento "des beaux assassinati"11. Non solo c'erano i fatti, ma non mancavano neppure gli strumenti di analisi sia pure datati, in quanto appartenenti a un passato scientifico remoto. Non eravamo affatto neofiti nel ramo. Anzi, l'analisi lombrosiana dà punti d'anticipo alle scuole criminologiche di altre latitudini. Vale la pena di ricordarla anche per questo motivo, non soltanto perché i delitti di Vincenzo Verzeni presentano analogie con quelli del mostro di Firenze. I puntigliosi richiami alla fisionomia del soggetto, le pignolesche misurazioni "craniometriche" di Lombroso, facevano sorridere fino da allora. Oggi poi preoccupano per la componente di razzismo. Tuttavia per altri versi,

10 studio di Lombroso s'avvale di criteri che si possono definire moderni e avanzati rispetto alla grundnorm classica del libero arbitrio 18 . Probabilmente proprio Lombroso ha ispirato Tolstoj, che del resto lo conobbe personalmente: "Esiste il libero arbitrio? Dalle misurazioni del cranio [...], è possibile riconoscere se un uomo è o non è un delinquente? Che cos'è la pazzia? Che cos'è il temperamento? Come influiscono sulla delinquenza il clima, l'alimentazione, l'ignoranza, l'imitazione l'ipnotismo, le passioni? Che cos'è la società? Quali sono i suoi obblighi, [...]?" (Leone Tolstoj, Resurrezione). L'aria che si respira leggendo il testo di Lombroso, è quella della scienza da lui fondata, l'antropologia criminale, "probabilmente la dottrina più influente mai emersa dalla tradizione antropometrica". 11 positivista Lombroso prima del 1900, in una sua meccanica classificazione, distingueva il "delinquente antropologico, ossia quello che è nato con cattivi istinti", il "delinquente occasionale", il "delinquente pazzo", il "delinquente per passione", e infine il cosiddetto "delinquente d'abitudine", il quale: "per la costanza della criminalità s'avvicina al delinquente-nato, senza averne però le stigmate fisiche né la corruzione profonda, ma che è spinto e mantenuto nel delitto piuttosto dalle condizioni esterne della sua vita"19. Il "delinquente d'abitudine", secondo Lombroso, si distingue dai soggetti la cui propensione criminale è il frutto di regressioni evolutive; si distacca dagli sfortunati individui in cui ritorna in vita un passato ancestrale bestiale, come tali identificabili da certi segni, definiti "stimmate". Difatti le "condizioni esterne della vita", non lasciano segni corporei misurabili. Verzeni sembrerebbe appartenere a quest'ultimo gruppo. Esaminando il Verzeni, Lombroso sembra dimenticare l'analisi comportamentale assimilabile a quella degli animali, ne indica invece alcuni aspetti che si potrebbero definire più modernamente sociali. Bottanuco in provincia di Bergamo. Il 26 agosto 1871 Maria Previtali riconosce nel cugino in secondo grado Vincenzo Verzeni la persona che aveva tentato di strangolarla dopo averla gettata in un campo di granturco. Il riconoscimento della vittima mancata consentì di attribuire al Verzeni due delitti commessi l'anno prima in quella stessa località del bergamasco. Nel dicembre 1870 era stata strangolata la quattordicenne Giovanna Motta:

"L'infelice giovinetta giaceva sul terreno affatto nuda, avendo soltanto coperta da calza la gamba sinistra, e del di lei corpo erasi fatto il più miserando scempio. Deformato da moltitudine di ferite, quasi spaccato a mezzo pel lungo; mancante di alcune parti, ed in specie dei visceri... La quantità e la natura delle lesioni non lasciarono campo ai periti di giudicare con sicurezza, quali siano state recate a corpo vivo e quali dopo morte; per cui incerta rimase la precisa e diretta causa della stessa, non essendo escluso il dubbio, che quella giovinetta sia stata anzi tutto soffocata, vieppiù che le si trovò piena di terra la bocca". A Verzeni fu attribuito anche l'assassinio di Elisabetta Pagnoncelli, avvenuto il 27 agosto 1871 sempre a Bottanuco: "L'infelice donna fu trovata già cadavere, completamente nuda, in mezzo ad un campo coltivato a frumento. La soffocazione fu la causa della sua morte, a giudizio dei periti. Ma spirata appena, non risparmiavasi la salma della sventurata. E invero si rilevarono ampie ferite al braccio destro, alla regione lombare, alla nuca, al ventre, dalla qual ultima usciron fuori gli intestini ed il ventricolo, recisi dopo estinta con robusto strumento da punta e da taglio, qual sarebbe un falcetto". A Verzeni furono addebitati altri tre precedenti tentativi di strangolamento. Fu condannato alla pena dei lavori forzati a vita, "salvandolo dalla morte un solo voto della giuria" 20 . L'approccio al soggetto Verzeni di Lombroso, non è da liquidare in blocco sotto l'etichetta dell'antropologia criminale. Bensì si può osservare come la trattazione del tema di indagine sia dissimile dalla moderna criminologia per il linguaggio usato, e per l'ansia di dimostrare la "scientificità" inoppugnabile delle osservazioni; ansia tipica di Lombroso, il quale costruiva le sue tesi con il contributo delle misurazioni antropometriche per impedirne la confutazione, comparando poi i risultati "obiettivi" ottenuti, con gli altri rilievi tratti dal suo straordinario quanto arbitrario archivio. Corrisponde a un sentimento di pudicizia intellettule cestinare alcuni rilievi, espressi da Lombroso col medesimo distacco, lo stesso sentimento di diversità e di avversità, con cui un viaggiatore borghese di altre epoche storiche, ed anche del suo tempo, avrebbe osservato i cosiddetti selvaggi, i Dinka del'Alto Nilo, oppure "la razza inferiore e criminale" degli zingari.

Bisogna mettere in parentesi le note definite "antropometriche", cioè le misurazioni riguardanti la forma del cranio, la sua circonferenza, l'angolo facciale, l'indice cefalico, l'oftalmoscopia eccetera. Ma non si deve gettar via il bambino insieme all'acqua sporca. Altre osservazioni appaiono interessanti ancora oggi: "Il Verzeni che a prima vista dai suoi atti dovrebbe giudicarsi un feroce monomaniaco, offre alle indagini antropologiche molti dei caratteri dell'uomo sano di Bergamo... D'ingegno l'accusato ne mostra più che non il comune dei delinquenti, quantunque risulti che non approfittasse della scuola. E difatti, benché solitario e taciturno, nessuno ha mai affibbiato a lui né ai suoi, quegli epiteti di matto o strambo, che con tanta facilità il mondo appiccica a chiunque paia inclinato alla pazzia... Combina i misfatti con arte così infernale che passano mesi ed anni pria di scoprirne l'autore... Benché pochi assai siano i dati che parlino per un'alterazione mentale, pure io sarei costretto ad ammetterla se non trovassi una ragione dei feroci e strani delitti di cui si rese colpevole" 21 . Quando Lombroso tenta di identificare questa ragione, abbandona compasso, divaricatore e tabelle fisiognomiche, e rivolge la sua attenzione al terreno sociale, in particolar modo all'ambiente contadino che ha sott'occhio, in cui fa strage la pellagra a causa della malnutrizione a base quasi esclusivamente di polenta, e imperversa il cretinismo determinato da un'affezione epidemica della tiroide. E molto significativo che il suo sguardo, in un'epoca in cui il preconcetto cattolico del "libero arbitrio" dominava la scena culturale e scientifica con maggior prepotenza che non oggi, si estenda modernamente agli usi e alle consuetudini culturali di una certa comunità. Ecco dunque la ragione che Cesare Lombroso ritiene di aver trovato, e che appare essere un dato che oggi si potrebbe considerare eziologico di una sindrome psicotica di tipo paranoideo. Un'analisi in contrasto non solo con l'autorità religiosa, ma anche con la comune cultura psichiatrica del suo tempo, quando ricercare l'esistenza di un motivo sociale, era, almeno da noi, per lo più considerato inutile, in quanto indifferente all'ontologia della pazzia, alla sua irrazionalità, assurdità e gratuità metafisica: "Ora a Bottanuco, e più nella famiglia Verzeni, oltre il cretinismo e la pellagra, domina sovrana la bigotteria e l'avarizia. La morale vi si fa consistere nelle pratiche religiose e nell'astinenza giovanile. Una copula non legittima

vi è considerata come un delitto quasi grande al pari della strangolazione... Si aggiunga la sordida avarizia della famiglia che non gli lasciava tempo né danaro per soddisfare gli istinti lascivi e gli vietava il matrimonio, ed irritava con l'assoluto impedimento una precoce e prepotente libidine. Quest'uomo, a cui era stata insegnata la sola morale del frequentare la Chiesa e di lavorare, messo nel bivio tra il comprimere un violento prepotente appetito od il commettere un crimine, scelse questa via senza d'altro preoccuparsi che il tenerlo celato. Dallo stupro fu condotto allo strangolamento, anche, pel bisogno, doppiamente forte, in quel paese, di tener nascosti i rapporti sessuali, ma più ancora pel pervertimento delle facoltà genitali e insieme affettive, a cui certo contribuiva quello attossicamento pellagroso e cretinoso che si riscontrò nei suoi parenti, e che lasciava impronte nel suo lobo frontale destro, e che rompeva l'equilibrio delle facoltà affettive. Vi contribuiva, poi certo, una influenza che è stata osservata da molti medico-legali, vale a dire la facilità di associarsi la libidine del sangue a quella di Venere, massime nei troppo o troppo poco continenti" 22 . Spira una cert'aria di eresia da queste annotazioni, per quanto sommarie. E vero che il soggetto 'sceglie' di commettere i delitti, esercita cioè il libero arbitrio, è vero che si notano certe impronte sul suo lobo frontale destro, ma Verzeni è condotto al delitto da un ambiente familiare che non gli lascia né il tempo né il danaro per soddisfare gli istinti lascivi, e da una morale collettiva che consiste esclusivamente nelle pratiche religiose e nell'astinenza sessuale. L'ultima osservazione, poi, è notevole. Vi si trova una definizione: "libidine del sangue", che secondo Lombroso talvolta si assocerebbe alla "libidine di Venere" e che sembra anticipare il concetto di perversione intesa come "forma erotica dell'odio" a cui accennerò di seguito. Interessante è che l'antico maestro propone una sorta di storia della perversione intesa come "libidine del sangue", ovviamente mettendo in conto anche le cause primarie somatiche, che tuttavia, almeno qui, non rappresentano l'alfa e l'omega della ricerca. Da questo punto di vista Lombroso cita Mantegazza (Fisiologia del piacere, 1° ed. Milano, 1854): "l'istinto dell'assassino e la facoltà di generare, devono avere nel cervello un rapporto anatomico e fisiologico".

L'analisi del fenomeno, visto nel suo complesso, continua in questo modo, proponendo una sorta di compendio storiografico: "La storia, d'altronde, ci mostra come fra gli orrori del saccheggio, la crudeltà si associ sempre alla più sfrenata libidine, e come dal sangue delle vittime sgorgano fiumi che acciecano la mente, cambiando l'uomo in bruto che fa paura e ribrezzo". La prima citazione in questa lombrosiana sintesi storica è da Lucrezio, il quale nel De Rerum Natura osserva "come anche nei casi ordinari di copula può sorprendersi un germe di ferocia contro la donna, che ci spinge a ferire quando si oppone al nostro soddisfacimento". L'attenzione poi si trasferisce nel mondo degli animali "all'epoca degli amori, dove il rivale più forte uccide o colpisce il più debole, e resta padrone del campo." Trasvola poi nella preistoria, dove l'uomo esercitava la violenza "sia per per domare le resistenze della donna, sia per vincere i rivali in amore: una traccia ne restò nelle feste dei selvaggi. Sappiamo che in molte tribù dell'Australia si usa dall'amante aspettare la sposa dietro le siepi, colpirla con un colpo di clava e così tramortita trasportarla nella casa nuziale". Dopo essersi sbilanciato in casa d'altri (addirittura agli Antipodi) e l'essersi avventurato nell'esotico salgariano con il richiamo alla "orribile festa del Jagraate nelle Indie", il fondatore della Scuola Positiva di diritto penale recupera il terreno più solido della classicità con i Baccanali romani durante i quali, secondo Tito Livio, colei, ed anche colui, che "anche maschio, resisteva allo stupro, era tagliato in pezzi così piccoli da non potersi rinvenire il cadavere." (Ma qui la citazione dal grande storico romano è inesatta e piegata agli intenti sensazionalistici di Lombroso, perché Tito Livio parla sì - "Ab urbe condita" - di Baccanali come occasione di turpi accoppiamenti, ma descrive altri misfatti che si compivano durante quelle disinibite festività, quali venefici e uccisioni di parenti, in tale quantità e confusione che talvolta non si trovavano più neppure i cadaveri da seppellire). Continua l'antico criminologo: "Ora gli istinti primitivi, scancellati dalla civiltà, possono ripullulare anche in un solo individuo, quando in lui è deficiente il senso morale per l'ambiente in cui vive, ed è pervertito il senso carnale per l'eccessiva continenza. I casi o isolati o epidemici, di bestialità e di carnalità, sfogate sui cadaveri umani, casi accompagnati da atti sanguinari, si sono notati, diceva il Lunier, sempre

in militari e in sacerdoti; per esempio il prete Mingratche a 27 anni uccise due ragazze, e le tagliò a pezzi per nasconderle nei boschi; e quell'altro frate che violò una donna creduta cadavere, mentre poi era viva e divenne madre. Soldato era il Bertrand, di cui è nota l'orribile storia. E noto come i soldati nei saccheggi associno stupri ai delitti di sangue. Era pastore e isolato dalle rupi, e da lungo tempo continente quel feroce Legier, che tutto a un tratto si sente spinto a strappare le viscere di un bambino, che passava pel bosco, stuprarlo, beverne il sangue. Soldato quel feroce, che dopo stuprate tre donne, strappò loro il perineo colle dita facendo una cloaca della vagina e del retto. Tardieu narra di una donna sessantenne a cui il bestiai stupratore, inveperito dalla resistenza, strappò con le mani cacciate in vagina porzione di intestino che poi si rinvenne sulla strada... "23. E così via. Lombroso continua citando con diligenza i casi di "associazione fra libidine e ferocia" noti ai suoi tempi: un certo Grassi, uccisore col coltello di una cugina che resisteva alle sue voglie, del padre, dello zio, e, in preda a un furore davvero indomabile, "perfino di alcuni buoi nella stalla." Un tal Philipe che si esprimeva in questi termini: "Io le donne le amo, solo mi piace dopo godute di strangolarle." Non manca il richiamo al celeberrimo Barbablù, alias Gille de Rays, famoso non solo per essere stato compagno d'arme di Giovanna D'Arco e maresciallo di Francia, ma anche per avere ucciso onde "soddisfare infami libidini" ottocento giovani. Conclude Cesare Lombroso, recuperando Y aplomb da antropologo criminale dopo l'orgia sanguinolenta: "Questa specie di furore sanguinario che si associa alla libidine del casto o del pazzo, insieme alla atrofia di una porzione del cervello o all'influenza ereditaria indiretta, spiegherebe certi fatti che restano inesplicabili" 24 . Dunque già alla fine dell'Ottocento un grande criminologo italiano riconosceva sul campo, vale a dire esaminando un caso criminale avvenuto in Italia, l'esistenza di una speciale forma psicopatologica che associava la pulsione sessuale all'ossessione e alla violenza estrema, e ne indicava l'eziologia. La causa di questa sindrome affonderebbe le sue radici in alcuni condizionamenti sociali e familiari. Condizionamenti che riguardavano la compressione degli istinti naturali determinati dall'inibizione derivante dalla morale religiosa: l'astinenza giovanile è il bene, e il male sta nel suo contrario.

Interessante è che nel suo parziale percorso storico riguardante i precedenti criminologici, il Maestro sottolinei la presenza ricorrente di preti e di militari. Il fenomeno in se stesso e una sua analisi discretamente attendibile datavano da quasi un secolo. In più c'era l'autorità dell'analista, vale e dire Lombroso, il quale per quanto avesse terminato la sua vita dedicandosi allo spiritismo, non per questo cessava di essere uno studioso serissimo e apprezzatissimo anche al di fuori dall'ambiente criminologico italiano. Ritorniamo ai casi nostri. Fermiamoci ai fatti nudi e crudi, per adesso. I fatti parlano chiaro: dietro la medesima arma c'è sempre la stessa mano. Anche nel '68? Certamente, anche allora, l'arma che passa di mano e continua a commettere delitti analoghi nei tempi successivi è una congettura astrusa che non regge a un'analisi elementare, contraddetta da numerose circostanze non opinabili. Lo scrittore giornalista Mario Spezi per esempio è l'inventore di una singolare teoria. Confutarla, arricchisce il quadro nel senso di cui sopra. Spezi è molto convinto, per inciso, sicurissimo di avere scoperto il vero mostro di Firenze. Secondo lui la pistola calibro 22 sarebbe stata di proprietà di un certo "Mugnai". Il nome è di fantasia, lo ricavo dal romanzo pubblicato di recente: Il passo dell'orco25. Questo Mugnai, facendo di professione il sicario (a buon prezzo, bisogna dire, conoscendo le scarse disponibilità del preteso mandante), pagato dal marito della donna, avrebbe ucciso la vittima femminile del primo delitto della serie e il suo amante, per motivi appartenenti a Stefano Mele e non bene determinati. Poi avrebbe tenuto nascosta la pistola e le relative munizioni in casa propria o chissà dove. Qualcuno in seguito gli avrebbe rubato l'arma. Chi sarebbe il ladro? Il figlio del sicario. Questo ragazzo sarebbe stato traumatizzato da un primo omicidio commesso da quel pessimo soggetto che era il padre. Il ragazzo cioè avrebbe assistito alla morte della madre, uccisa col gas dal Mugnai padre. Il trauma relativo avrebbe originato la pulsione a commettere in seguito gli omicidi sulle coppie, usando l'arma sottratta al genitore.

Non ci vuole molto a sostituire il nome di fantasia, e a indentificare la persona che Spezi sospetta di essere il "Collezionista", come lo scrittore chiama nel suo romanzo l'assassino degli amanti. Il sicario uccisore prezzolato della prima coppia sarebbe Salvatore Vinci. Il ladro della pistola e successivo serial killer delle coppie sarebbe il figlio di quest'ultimo, che non so, né m'interessa di sapere, come si chiama di nome. Qui bisogna, per far luce su questa singolare ipotesi, dire qualcosa su Salvatore Vinci, personaggio che ho già menzionato più sopra. A un certo punto dell'inchiesta, dopo il 1983, gli inquirenti sostenitori della pista del clan dei sardi, rimestando nelle carte del vecchio processo, e rivitalizzando un'accusa, peraltro subito ritrattata di Stefano Mele (Salvatore si sarebbe offerto di vendicare l'onore offeso del marito, nonché il suo onore personale in quanto amante della Locci, accontentandosi in quanto sicario di azzerare un debito di 300.000 lire che vantava sul Mele) sospettarono che fosse lui l'assassino seriale delle coppie. Poiché indizi per metterlo in galera preventivamente non ce n'erano, tranne quella dichiarazione ritrattata di Stefano Mele, si pensò di addebitargli la morte della moglie, che una primitiva inchiesta aveva liquidato come suicidio. Così anche Salvatore piombò in carcere. Per sua fortuna il processo per uxoricidio fu molto breve, e si concluse con la piena assoluzione dell'imputato. Quest'ultimo, appena libero, pensò bene di darsela a gambe. Fuggendo in Spagna, pare. Fatto sta che Salvatore, in coincidenza con i sospetti su di lui in quanto mostro, è scomparso senza lasciare traccia. Gli indizi a suffragio della teoria di Spezi, abbastanza confusa e improbabile in sé, a dire il vero, consisterebbero: -

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nelle primitive accuse di Stefano Mele rivolte a Salvatore Vinci, con speciale riguardo alla proprietà e al possesso della famosa pistola; in una dichiarazione di Natalino Mele, il quale dice una volta di aver visto "Salvatore fra le canne", ma dirà anche di aver visto, sempre fra le canne, "lo zio Pierino", vale a dire il Mucciarini; in una denuncia di violazione di domicilio e forse di furto, presentata da Salvatore Vinci contro il figlio (ma non si sa che cosa il figlio gli avrebbe rubato); nel fatto che il figlio avrebbe assistito all'omicidio della madre, da consi-

derarsi questo evento alla stregua della "scena primaria" da cui deriverebbe in seguito la coazione a compiere altri delitti; - nel fatto che il figlio di Salvatore era in zona, vale a dire nella provincia di Firenze, quando sono stati commessi gli omicidi. Bisogna dire che l'ipotesi è fantasiosa e inattendibile, a cominciare dalla pretesa scena primaria, non solo risultata definitivamente un suicidio, ma del tutto dissimile ai successivi omicidi di coppie. Basta in ogni caso un solo dato processuale perché questo piccolo castello - fantastico, ma che ha almeno il pregio di considerare i duplici delitti in provincia di Firenze commessi da una sola persona psichicamente disturbata - cada inesorabilmente. Si tratta della testimonianza resa al pubblico ministero che inizialmente seguì le indagini del processo per l'omicidio Locci-Lo Bianco, il dottor Antonino Caponnetto, quello stesso magistrato che molti anni dopo farà parte del pool dei magistrati di Palermo i quali, a costo della vita, e forse per la prima volta in Italia, combatterono con eroico impegno Cosa Nostra. Il verbale porta la data del 24 agosto 1968. Il testimone si chiama Nicola Antonucci, il quale, all'inizio, fa un po' di confusione sulla data del fatto che riferisce, tanto da essere convinto che il giorno dell'interrogatorio è venerdì, mentre si tratta del sabato: "...Invitato quindi il teste a riordinare meglio i propri ricordi, dichiara: Io posso dire soltanto che ieri mattina (e ripeto che ero convinto che fosse giovedì mattina) un compagno di lavoro, un certo Saverio mi informò che era stato commesso un delitto a Lastra a Signa, cosa che io ignoravo perché non avevo letto i giornali di questa settimana. Questo Saverio mi disse anche che il delitto era stato commesso due notti prima. Quando poi alla sera i carabinieri vennero a prendere Salvatore (Vinci, n.d.A). io ricollegai che la sera del delitto era proprio quella in cui io, Salvatore e il suo amico Silvano eravamo rimasti assieme fino oltre la mezzanotte". Più sopra aveva precisato che i due avevano giocato con lui al biliardo al circolo Acli di Prato 2b . Dunque, per la notte sul 21 agosto 1968 Salvatore Vinci aveva un alibi molto robusto, controllato da un magistrato attento e scrupoloso com'era il dottor Caponnetto, risultato veritiero e inattaccabile. Non può essere quindi il sicario della coppia Loci-Lo Bianco, tutte le deduzioni fondate sul delitto commesso da lui, sul possesso della pistola, sul furto di essa, e sul successivo

passaggio nelle mani di altri, risultano contraddette. L'inconsistenza dell'ipotesi appare evidente innanzitutto perché si fonda sulla confessione-testimonianza di Stefano Mele, nel senso di essersi lui trovato, spettatore inattivo, dinanzi al duplice delitto, tuttavia commesso materialmente da altri (Salvatore Vinci, poi Francesco Vinci, infine Carmelo Cutrona). E sufficiente leggere il verbale di confronto fra Stefano Mele e il malcapitato Carmelo Cutrona, anch'egli, per sua fortuna, fornito di alibi, per avvedersi che il Mele, nella stretta dell'accusa contro se stesso, menava fendenti a casaccio contro gli amanti o i pretesi amanti della moglie. Ma perché i nuovi giudici e pubblici ministeri, quelli che indagano i delitti avvenuti dopo, alla luce cioè dei delitti successivi a quello del '68, sono così restii ad arrendersi all'evidenza? Perché non li sfiora neppure il sospetto che Stefano Mele sia stato la vittima di un errore giudiziario? E che davvero, come aveva dichiarato il povero Stefano a botta calda ai carabinieri che l'avevano interrogato la stessa notte della scoperta dei delitti, egli fosse a letto ammalato, e non avesse avuto niente a che fare con gli omicidi di Barbara Locci e di Antonio Lo Bianco? Perché si continua a prestar fede a un oligofrenico che una perizia psichiatrica definisce affetto da mitomania? L'ipotesi della causale psicopatologica appartenente a un assassino seriale, tutt'altro che peregrina fin dall'origine, appariva suffragata dai delitti successivi, all'interno di una serie resa evidente da numerose prove. Perché un nuovo pubblico ministero, e un nuovo giudice istruttore s'accaniscono ancora sulla pista degli amorazzi di Barbara Locci, all'interno del cosiddetto clan dei sardi? S'è visto come l'alibi del ritardo culturale non sia sufficiente: senza voler scomodare "le americanate" cosiddette, uno straccio di Lombroso è impossibile che quegli indagatori e giudici non l'avessero frequentato. Forse la ragione dell'errore che persevera e provoca l'ingiusta carcerazione di altre tre persone innocenti (Francesco Vinci, Giovanni Mele e Piero Mucciarini), è un'altra. Essa probabilmente consiste nella intangibilità e sacralità della confessione. Una ragione si direbbe genetica, con radici profonde nella nostra secolare pratica penale di carattere ecclesiastico, più precisamente cattolico e confessionale. In seguito, la Procura della Repubblica di Firenze si rivolgerà altrove, ma

vedremo il cattivo uso che si farà delle dritte arrivate da fuorivia. A proposito di americani, è il caso di leggere cosa scrissero nel rapporto che ho citato gli agenti del F.B.I. a proposito del duplice omicidio del '68: "La presenza di un bambino nella macchina delle vittime del caso N. 1 può avere inibito l'uccisore dalle sue attività post mortem... L'arma calibro 22 solitamente usata dall'aggressore è un'arma di sua scelta. Durante 17 anni in cui si sono perpetrate queste aggressioni, con tutta probabilità l'aggressore avrebbe avuto la possibilità di sostituirla con un'altra, forse più potente. Ed inoltre, nonostante abbia lasciato bossoli esplosi in tutte le scene degli omicidi, ha mantenuto la sua arma attraverso tutta questa serie di aggressioni. Quest'aggressore è piuttosto a suo agio nel maneggiare ed usare quest'arma, e deve avere acquisito tale familiarità con le armi attraverso mezzi leciti, come la caccia, poligoni di tiro o servizio militare. Il consistente uso della stessa arma, come pure i modi di avvicinamento/aggressione suggeriscono fortemente che l'arma è una parte degli strumenti che l'aggressore usa esclusivamente per i propri attacchi e per nessuna altra ragione". Gli americani non hanno quindi alcun dubbio che il delitto N. 1, vale a dire quello di Signa del 1968, appartenga alla serie, e allo stesso aggressore. L'arma è quella, ed è sempre la stessa per scelta consapevole dell'assassino, che ha familiarità con un oggetto dal quale ricava sicurezza. Appare evidente il richiamo implicito alla ritualità di cui ho già parlato. Il cambio di mano della calibro 22 è un'ipotesi da non prendersi neppure in considerazione. Tutte le ipotesi sulla proprietà dell'arma a carico di Salvatore Vinci o di chissà chi, sulla cessione o sul furto di essa, sono fantasie indotte da alcune inattendibilissime e provocate dichiarazioni di Natalino Mele. Una conferma sicura circa l'esattezza delle osservazioni del FBI si avrà a distanza di cinque anni dalla relazione di cui sopra, che porta la data dell'agosto 1989. Interrogato al dibattimento del processo Pacciani nel luglio del 1994, Natalino Mele, le cui indicazioni circa la presenza del padre, di Salvatore, dello zio Pierino "fra le canne" eccetera avevano in gran parte provocato la condanna del padre, nonché la carcerazione preventiva di quelle persone che ho detto, si esprime sinteticamente in questo modo: "Ero in macchina, mi svegliai. Non ricordo gli spari. Cominciai a chiamare la mamma, ma lei non rispondeva. Mi sembra che uscii dal finestrino. Ero

terrorizzato, cominciai a scappare. Vidi in lontananza una lucina e corsi in quella direzione" 27 . E esattamente - con qualcosa in più (la fuga dal finestrino dell'auto: per l'appunto quello posteriore, trovato semiaperto), e con qualcosa in meno (la canzone La Tramontana e le preghiere) - del racconto fatto al De Felice e ai carabinieri che lo interrogarono nella immediatezza quella stessa notte del 22 agosto 1968. Al dibattimento del processo Pacciani, il Mele figlio si presenta come un testimone assolutamente sereno, distaccato, e che non ha alcun motivo di travisare la verità. Il padre è ormai morto, dopo aver scontato la sua condanna. Francesco Vinci, e il fratello di lui, Salvatore, sono, il primo scarcerato da un pezzo e assolto, il secondo, dopo essere stato assolto anche lui dall'accusa di avere ucciso la moglie, è scomparso chissà dove. Con i due Natalino non ha del resto alcun rapporto. Non esiste una sola ragione al mondo per cui dinanzi ai giudici della Corte di Assise di Firenze il giovane ormai trentatreenne Natalino Mele dovrebbe mettersi a mentire rischiando, in un processo della rilevanza che sappiamo, il reato di falsa testimonianza. Quella che racconta è, nella sua nudità ed essenzialità, la verità di quello che gli accadde quella notte: alla casa del De Felice ci andò da solo, dopo aver camminato coi suoi piedi e dopo essersi orientato con l'unica luce accesa sull'itinerario della sua fuga in preda al terrore. L'unico indizio a carico di Stefano Mele, già inconsistente di per sé per essere quella dichiarazione tardiva e contraddetta dalle prime spontanee dichiarazioni del bambino, risulta falso. A questo punto mi sento in grado di porre alcuni punti fermi da considerare alla stregua di premesse certe. 1. lo stesso assassino uccide per la prima volta una coppia di amanti nella notte fra il 21 e il 22 agosto del 1968; 2. in seguito l'assassino usa la stessa arma che gli è propria, che non proviene da terzi, né sarà mai ceduta a terzi, e con cui ha un'estrema familiarità, tanto da conferirgli sicurezza, all'interno di un comportameto ossessivo-compulsivo; 3. il dato obiettivo fondamentale, sul quale ancorare ogni altro elemento

indiziario, è a p p u n t o q u e s t ' a r m a e il s u o uso costante. Q u e s t a p r i m a p r e m e s s a certa e s c l u d e il t e o r e m a dei ' c o m p a g n i di m e r e n d e ' . N e l 1968 n e s s u n o dei m e r e n d a r i si c o n o s c e v a n o fra di loro. Pacciani, rispetto a Vanni e a Lotti, abitava in u n p o s t o diverso, nel Mugello, b e n distante da San Casciano, i t r e n o n avevano m a i avuto m o d o di f r e q u e n t a r s i n e p p u r e p e r caso. N e s s u n significativo indizio h a mai p e r m e s s o un c o l l e g a m e n t o di Pacciani con la pistola calibro 22. M e n o c h e m a i è possibile accostare q u e s t ' a r m a , in qualsiasi m o d o a Vanni, il quale n o n h a m a i p o s s e d u t o , n é s a p u t o maneggiare n e s s u n a arma. P e r Lotti, d a u n p u n t o di vista storico e obiettivo, e a p r e s c i n d e r e d a certe sue dichiarazioni del t u t t o inverosimili, il discorso è lo stesso.

Note al Capitolo Quarto 1

Processo Pacciani, N. 1/94, Corte d'Assise di Firenze Udienza del 5/7/94, p. 53 e segg. : 2 Licciardi, Carlizzi, Gli affari..., cit. p. 78. ' Giuttari, Lucarelli, Compagni di sangue, cit. 4 Giuliana Mazzoni, Si può credere a un testimone?, Il Mulino, Bologna 2003, pp. 168-169. "La confessione di un pentito, o la confessione d'un presunto colpevole spesso sono l'unica prova in base alla quale viene poi emessa la sentenza. Questo è vero ad esempio in Inghilterra (non nell'intero Regno Unito, come vedremo subito) per qualunque confessione, che viene considerata prova sufficiente anche in essenza di elementi esterni di conferma. In Scozia e negli Stati Uniti invece, la confessione deve essere corroborata da riscontri esterni. Tuttavia anche in questi casi la forza e il peso dell'evidenza esterna sono a discrezione del giudice, il quale può decidere che anche l'evidenza più tenue è sufficiente a confermare la confessione. In Italia non solo la confessione di un pentito, ma la testimonianza in genere di un pentito è considerata prova sufficiente se confermata nella sostanza dalla confessione o dalla terstimonianza di un altro pentito. Tuttavia spesso queste confessioni sono successivamente ritrattate e messe in dubbio. Vi è il caso in cui l'imputato sostiene di non avere mai confessato, e che la confessione è stata costruita ad arte dalla polizia o da chi ha condotto gli interrogatori. In questa categoria ricadono anche coloro che ammet-

tono di aver firmato la confessione, senza però essere pienamente a conoscenza di quanto stessero firmando. Anche se non si tratta di una situazione molto frequente ha tuttavia creato molti problemi, tanto che in Gran Bretagna si è giunti a formulare il cosiddetto 'Accordo sulla polizia e sulle prove da usare in casi penali' (Pace), in cui si stabiliva che solo i verbali di interrogatori condotti rispettando certe regole possono essere ammessi come prova in tribunale. Ad esempio solo interrogatori registrati su nastro possono essere ammessi come prova; inoltre, nel caso di persone intellettualmente svantaggiate, l'interrogatofrio deve essere condotto da personale adeguatamente preparato a porre le domande". 5 L'enunciato moderno della reclusione come mezzo di rieducazione è nato nel XVIII e XIX secolo. Il restare rinchiusi fra quattro mura, la privazione imposta al corpo del condannato di contatti con altri corpi e con altri spazi, è tuttora intesa come uno strumento utile per raddrizzare la devianza individuale dalla normalità sociale, e come mezzo teoricamente suscettibile di provocare la conversione personale in vista del cosiddetto reiserimento. In più la reclusione dovrebbe avere come effetto primario quello della deterrenza, della dissuasione preventiva a delinquere. Ma perché la prigione abbia quest'ultimo effetto è necessaria l'immagine soggettiva della sofferenza, occorre che l'internamento sia avvertito dal soggetto interessato come una jattura da evitare in quanto suscettibile di provocare la sgradevolezza dell'allontanamento dai rapporti sociali, familiari, sessuali, di relazione con altri spazi. Fra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta mi occupai del manicomio di Arezzo dove, come avvocato, dove esercitavo la funzione di difensore stabile. Fu l'esperienza professionale più intensa della mia vita, ricordo di essere uscito da alcune assemblee di matti con le lacrime agli occhi. Erano tempi, quelli, in cui venivano alla luce slanci romantici. Fu un'eperienza persino divertente, per certi versi: mi divertiva assistere al rovello intellettuale del magistrato della Procura locale, alle sue invenzioni giudiziarie per criminalizzare i medici colpevoli di interpretare la follia come fenomeno sociale. Poiché i processi si susseguivano a ripetizione, ad Arezzo andavo in media una volta alla settimana, e pranzavo alla tavola calda gestita dai ricoverati. I quali facevano la cucina e servivano in tavola. Difatti in quell'ospedale il direttore e i medici basagliani applicavano nuovi principi e nuove tecniche terapeutiche. Più precisamente il movimento culturale e terapeutico, definito "psichiatria democratica", privilegiava l'eziologia sociale della malattia. Fu un movimento forte e agguerrito, promosso in Italia dall'energia, dalla fantasia, dall'onestà intellettuale e dal senso di umanità di Franco Basaglia, che guidò nel manicomio di Trieste un esperimento terapeutico di grande valore, anche dal punto di vista scientifico, nonché di notevole impatto massmediatico, riuscendo a far nascere il movimento d'opinione da cui nacque la legge 180 di chiusura dei manicomi. Una legge che in seguito sarebbe apparsa troppo avanzata rispetto al livello di cultura e al costume

del Paese; legge del resto applicata malissimo, senza mezzi adeguati, e naturalmente avversata negli ambienti conservatori. Nel disegno generale, esposto nei suoi termini più elementari, gli psichiatri cosiddetti democratici studiavano non tanto le patologie in sé, quanto i rapporti di lavoro, l'alienazione, i condizionamenti sociali e familiari. I medici dell'ospedale di Arezzo, molti dei quali avevano iniziato la loro attività nel manicomio di Trieste a contatto diretto con Basaglia, applicavano metodi rivoluzionari, in cui si cercava di favorire nel paziente l'autocoscienza, soprattutto politica, e per giungere a questo riducevano al minimo indispensabile le procedure coercitive. Un magistrato che esercitava la funzione di pubblico ministero nella locale Procura vedeva con indignazione i 'matti' liberi di muoversi fra le corsie e nel parco della villa, persino di recarsi in città, considerava follia nella follia le assemblee durante le quali gli internati discutevano di se stessi, della loro vita da liberi e da internati, dell'invalidità terapeutica del manicomio inteso come luogo di privazione di ogni libertà. Andò il sangue agli occhi al magistrato quando seppe - alcuni infermieri, malcontenti di aver perduto lo strumento sbrigativo della violenza, bandita dal nuovo sistema, gli facevano la spia - che i 'matti' gestivano all'interno dell'istituto quella tavola calda, quella in cui io andavo a pranzo. Ancora di più s'inquietò, l'illustre magistrato, quando seppe che la mensa era frequentata dai ragazzi di una scuola vicina, e che i giovanissimi studenti rischiavano il contagio della follia conversando allegramente con gli internati di calcio, di musica, persino di politica. Il rappresentante della legge considerava eversivo e pericoloso il nuovo corso psichiatrico, rimpiangeva le camicie di forza, i letti di contenzione, le docce gelate, le dosi massicce di psicofarmaci, e poiché la funzione istituzionale gli forniva i mezzi giudiziari per trasformare il dissenso culturale in contrasto concreto, li usava tutti, compreso il manicomio giudiziario, che poi sarebbe il carcere travestito da luogo di cura. Lo poteva fare, perché disponeva della funzione costituzionale di perseguire i reati, e di adeguati informatori. Così capitava che un matto il quale aveva litigato con un infermiere durante una partita di sparigliati apostrofandolo col termine "stronzo", fosse accusato del reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Fra il personale avventizio della tavola calda c'era una linda vecchietta, internata fino dall'adolescenza, che viveva chiusa in ospedale da prima della guerra. I capelli le si erano imbiancati poco a poco, lei li teneva raccolti in una crocchia voluminosa, aveva il viso fresco di chi ha passato il suo tempo sospendendolo nell'atmosfera rarefatta del manicomio. Questa signora mi aveva preso in simpatia. Appena mi vedeva seduto al tavolo, sospendeva il servizio e si metteva accanto a me tutta sorridente. Mi raccontava un film, sempre lo stesso, l'ultimo visto da lei prima di essere internata negli anni Venti, quando io non ero ancor nato. Me ne parlava appassionandosi come di una vicenda

vera, commovendosi, arricchendo la trama di episodi vissuti nei suoi sogni, tantoché il racconto si componeva e s'allungava ogni volta di nuovi particolari. Da un certo momento in poi quest'atmosfera surreale, ma distesa, sorridente, cambiò, la signora continuava a mettersi al mio fianco in piedi a guardarmi mangiare, ma era diventata silenziosa e triste, non raccontava più il film integrato dai sogni. Verso la fine degli anni Settanta si parlava sempre più spesso della legge che avrebbe chiuso i manicomi. La signora del film rompeva il silenzio solo per chiedermi: "Ma è vero che lo chiudono, il manicomio?" Non era punto contenta della prospettiva. Un giorno, all'indomani di un convegno che s'era tenuto proprio lì in ospedale, e che aveva avuto per oggetto appunto la legge ormai prossima, la signora addirittura piangeva: "E noi? E io?" Per la narratrice del film, l'essere costretta a stare in manicomio armonizzava con una chiusura più intima, riflessa nel ricordo ossessivo del vecchio film. La reclusione nell'ospedale era un modo di fermare il tempo della sua vita, di ridurlo a una pellicola che si riawolgeva sempre su stessa. La signora temeva di più il trascorrere del tempo, il movimento reale della vita di fuori, che non la violenza dell'istituzione che l'aveva privata per decenni della libertà. In fondo al cuore osteggiava di più i suoi liberatori, che non i guardiani. Mi parve di capire allora - altri fatti, altre situazioni, letture, persone hanno confermato in seguito l'opinione - che la legge dell'internamento non sia uguale per tutti. D'altronde ci sono molti modi di perderla volontariamente la libertà, di istituzioni chiuse ne esistono diverse, i modi che hanno lo Stato, la famiglia, il potere religioso di legare i corpi sono vari, a parte il carcere e il manicomio, e non tutti sono conseguenza di una coartazione. È ovvio ricordare i conventi, le caserme... Anche per le clausure imposte, non tutti i corpi sono uguali. Non tutti reagiscono allo stesso modo. La macchina della Colonia Penale di Kafka, ha bisogno della collaborazione volontaria del condannato per funzionare. Su certi corpi il carcere non fa presa, ne esistono di così lubrificati da ciò che Foucault definisce (Io, Pierre Riviere), con i termini di "bestialità" e di "mostruosità", da sfuggire ai denti dell'ingranaggio. Anzi, si direbbe che la macchina della reclusione costituisca per alcune persone la corazza, la protezione da altre paure, da altre angoscie più insopportabili. La galera è preventivamente accettata da certi soggetti, messa in conto come una normale, e talvolta auspicata, evenienza esistenziale. Sospetto che per molti professionali punitori di delitti Dickens appartenga ai ricordi sbiaditi dell'adolescenza, quando circolava una riduzione di David Copperfield {L!infanzia avventurosa di Davi). Dickens è probabilmente il romanziere che ha descritto meglio di qualsiasi esperto di psicopatologie una sindrome che si può definire col neologismo "claustromania" (il termine è stato coniato da Pietro Citati). Non è di pura fantasia l'inclinazione che fa vivere il personaggio della Piccola Dorrit nella

prigione per debiti in una disposizione di spirito molto simile alla felicità. Altri personaggi della letteratura sono afflitti dalla smania di rinchiudersi a finestre e porte sbarrate, rassicurati dalla ripetitività ossessiva delle medesime cose, rinchiusi negli stereotipi dei medesimi gesti, segregati dal mondo fra quattro pareti, convinti di riuscire così a proteggersi dal trascorrere del tempo e dai colpi di ventura. Osservando quello che avviene o è avvenuto nel mondo criminale del nostro Paese, per i mafiosi e i camorristi della bassa forza, il carcere ha costituito da sempre un luogo di raccolta, di riflessione e innanzitutto di selezione, una specie di università dove mettersi in parentesi acquistando meriti, e avanzare in termini meritocratici sulla scala dei valori della onorata società. E in carcere che il camorrista riceve ancora oggi il cosiddetto 'regalo', cioè l'investitura formale a un livello di considerazione più alto fra gli associati, e l'avanzamento nella scala gerarchica della istituzione criminale. "...Aggiungete che se voi arrestate un camorrista, voi non lo punite niente affatto. Nella prigione egli esercita il suo potere meglio che altrove, riscuote le tasse, riceve aiuto da fuori, danaro, soccorsi ecc..." Scriveva Pasquale Villari nella Perseveranza di Milano il 5 ottobre 1861, accorgendosi con straordinario anticipo della funzionalità del carcere riguardo alla criminalità organizzata. E Villari ripeteva la stessa osservazione nel marzo 1875 scrivendo al direttore de "L'Opinione": "L'organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così spesso si crede di punirlo, e gli si dà solo il modo di continuare meglio l'opera sua". È sintomo della lentezza del sistema penalistico italiano a reagire contro la funzionalità a la capacità organizzativa e criminogena dell'apparato carcerario, e più in generale della indifferenza e trascuratezza nella politica che concerne le istituzioni repressive nel nostro Paese, il fatto che, dopo più di un secolo di perfetto funzionamento delle carceri come luogo di aggregazione e di addestramento per la criminalità organizzata, solo una recentissima riforma abbia previsto, riguardo ai detenuti di Cosa Nostra, della Camorra e della 'Ndrangheta, superprigioni differenziate, separate dal resto della struttura penitenziaria, e regolate da norme speciali più restrittive. Ed è molto indicativo che mafiosi e camorristi osteggino con grande accanimento proprio l'art. 41 bis della legge penitenziaria, che li differenzia e li isola dagli altri detenuti. La campagna di stragi organizzata ed eseguita dalla mafia in alcune città d'Italia (Firenze, Roma, Milano) nel 1993, ha avuto appunto come obiettivo primario l'abolizione di quella norma. 6 Procura della Repubblica di Firenze. Rapporto giudiziario N. 34/35 dei Carabinieri di Firenze del 21 settembre 1968. Processo contro Stefano Mele, imputato dei delitti di cui agli artt. 575 e 577 p.p. n. 3 e cpv. C.P. "per avere, nella notte fra il 21 e il 22 agosto 1968, mediante colpi di arma da fuoco, cagionato, con premeditazione, la morte della moglie, Locci Barbara, e di Lo Bianco Antonio".

7

DSM III—R; editore Masson; voce 300.30 Disturbo ossessivo-compulsivo, p. 301. Alla voce "rituale" ("Ritual") il dizionario di psichiatria di Leland e Hinsie - R.S. Campbell, Astrolabio, dice: "Conforme a un rito. Aggettivo usato da J. Claparède (1948) ... che lo definisce un comportamento strutturato rispondente a un bisogno di ordine e di regolarità... In particolare nella nevrosi ossessiva, il rituale consiste nella coazione a compiere, scrupolosamente e ordinatamente, una serie più o meno complessa e sterotipata di atti, ripetendola, in genere, molte volte di seguito". s Processo ai compagni di merende. Relazione introduttiva del P.M. 9 Relazione équipe professor Francesco De Fazio, cit. 10 Processo Mele. Rapporto C.ri, cit. " Relazione équipe professor Francesco De Fazio, cit. 12 13

Ibidem.

Secondo Levi Strauss, infibulazione e circoncisione non sarebbero poi così diverse. Almeno rispetto al principio comune che riguarda l'una e l'altra. Con la circoncisione il ragazzo diventa vero uomo, la ragazza diventa vera donna con l'infibulazione. Le due operazioni avrebbero lo scopo di estirpare i residui di femminilità nell'uomo. Con l'infibulazione si eliminano le tracce di mascolinità nella donna. Il fatto che entrambe le operazioni rituali siano imposte dall'uomo, e che l'infibulazione sia un'operazione tanto più crudele e devastante dell'altra, apre un discorso diverso. H Paolo Tranchina, postfazione a Cacciani Innocente di Nino Filastò, Ponte alle Grazie, Firenze 1994, pp. 192-194. 15 L'altrove è l'America, naturalmente. Il rapporto del Forensic Behavioral Science Investigative Support Unii (Unità investigativa della scienza comportamentale forense di Quantico, Virginia, USA), spedito al pubblico ministero italiano, porta la data del 2 agosto 1989. Si è già visto che, dopo il duplice delitto dell'ottobre 1981, ci fu un solo giudice intelligente che ebbe l'idea di impostare una ricerca secondo i criteri della Unità Investigativa di Quantico. Poiché la ricerca dell"ago nel pagliaio', in assenza di circostanze riguardanti le relazioni fra i possibili sospetti e la vittima, è obiettivamente molto difficile, negli USA hanno teorizzato che nel caso di delitti appartenenti con attendibilità a un serial killer, l'indagine debba iniziare con un profilo di carattere psicologico e fisionomico dell'omicida ricavabile dalle tracce obiettive dei delitti, dai dati di esperienza scientifica e statistica sul campo, dalle osservazioni sulle vittime eccetera. Questo studio, affidato ad esperti di diversi settori, conduce a una sorta di identikit dell'omicida, ovviamente non grafico, bensì di approfondimento prima di tutto delle sue abitudini, dei suoi rapporti familiari e di amicizie, o dell'assenza di essi, del suo mestiere o professione, e via dicendo. Ovviamente il ritratto è ipotetico, ma quasi sempre l'esperienza maturata negli Stati Uniti ha dimostrato, non solo l'utilità (anzi: l'indispensabilità) del metodo, ma che una volta scoperto il colpevole, l'ipotesi si è rivelata sovrapponibile al soggetto reale

nella quasi totalità dei casi. 16 Tuttavia Giuseppe Tommasi di Lampedusa fa dire al personaggio del generale Pallavicino (quello che provocò il ferimento di Garibaldi in Aspromonte): "Ce lo Stellone, si dice. Sarà. Ma lei sa meglio di me, Principe, che le stelle fisse, veramente fisse non sono". G. Tommasi di Lampedusa, Il gattopardo, Feltrinelli, Milano, p. 277. 17 Come nella canzone di George Brassens: L'assassinai: "C'est pas seulement à Paris

que le crime fleuri / nous, au village, aussi on a des beaux assassinats". "Non soltanto a Parigi fiorisce il delitto, noi, al villaggio, noi pure abbiamo bellissimi delitti...". 18 Stephen Jay Gould, Intelligenza e pregiudizio, Editori Riuniti, Roma 1985, pp. 131-140: "Dallemagne, un importante oppositore di Lombroso, fece omaggio alla sua influenza nel 1896: 'I suoi pensieri hanno rivoluzionato le nostre opinioni, hanno provocato ovunque un salutare sentimento ed una felice emulazione in ricerche di ogni genere. Per 20 anni, i suoi pionieri hanno alimentato le discussioni; il maestro italiano è stato all'ordine del giorno in tutti i dibattiti; i suoi pensieri apparivano come eventi. C'era una straordinaria animazione dovunque'. Dallemagne stava registrando fatti, non semplicemente facendo il diplomatico. L'antropologia criminale non fu semplicemnte un dibattito di accademici, comunque vitale. Essa fu l'argomento di discussione negli ambienti legali e penali, per anni. Provocò numerose 'riforme' e fu, sino alla prima guerra mondiale, il tema di una conferenza internazionale, tenuta ogni quattro anni, di giudici, giuristi, funzionari governativi e anche scienziati. Al di là del suo impatto specifico, l'antropologia criminale lombrosiana ebbe la sua primaria influenza nel sostenere la tesi fondamentale del determinismo biologico dei ruoli degli attori e del loro ambiente: gli attori seguono la loro natura congenita. Per comprendere il crimine si studi il criminale, non la sua educazione, non la sua istruzione, non la situazione difficile contingente che potrebbe aver ispirato il furto o la rapina. 'L'antropologia criminale studia il delinquente nel suo spazio-naturale, vale a dire, nel campo della biologia e della patologia' (Sergi, allievo di Lombroso, citato in Zimmer, 1898, p. 744. (...) Gli antropologi criminali lombrosiani non erano dei sadici meschini, protofascisti, o anche ideologi politici conservatori. Essi erano di tendenze politiche liberali, anche socialiste, si vedevano come moderni scientificamente illuminati. Speravano di usare la scienza moderna come una scopa purificante per spazzar via dalla giurisprudenza l'antiquato bagaglio filosofico del libero arbitrio e dell'assoluta responsabilità morale. Essi si definirono 'scuola positiva' di criminologia, non perché fossero così certi (sebbene lo fossero) ma in riferimento al significato dell'empirico e dell'oggettivo, piuttosto che dello speculativo.

La scuola 'classica', composta dai principali oppositori di Lombroso, aveva combattuto la capricciosità della precedente pratica penale, sostenendo che la punizione doveva essere rapportata strettamente alla natura del crimine e che tutti gli individui dovevano essere pienamente responsabili delle loro azioni (nessuna circostanza attenuante). Lombroso invocò la biologia per sostenere che le punizioni dovevano adattarsi al criminale e non al crimine". 19

Rivista di discipline carcerarie in relazione con l'antropologia, col diritto penale,

colla statistica, 1873, citato in: Cesare Lombroso, Delitti e follia, scritti scelti a cura di Delia Frigessi, Ferruccio Giacanelli, Luisa Mangoni, Bollati e Boringhieri, Torino 1995, pp. 251-260. 20

Ibidem. Ibidem. 22 Ibidem. 23 Ibidem. 24 Ibidem. 21

25

Mario Spezi, Il passo dell'orco, Hobby Work editore, Trento 2003. Atti generici processo a Stefano Mele. Verbale di interrogatorio davanti al P.M. Antonino Caponnetto del 24/ 8 / 1968 di Antonucci Nicola, aff. N. 205. L'Antonucci confermerà le sue dichiarazioni al dibattimento. L'alibi di Salvatore Vinci fu sostenuto da un altro teste, tale Silvano Vargiu. 27 Processo Pacciani. Dibattimento, luglio 1994, deposizione di Natalino Mele. 26

T R A C C E TRASCURATE. C O M E S'AKRIVA AL COLLEGAMENTO FRA IL PRIMO DUPLICE DELITTO E I SUCCESSIVI? D A CHI ERA MINACCIATA BARBARA LOCCI? L ' U O M O DEL CINEMA. NUDA

PER UN PUGNO

D'EROI.

PRIME CONCLUSIONI E RELATIVE DOMANDE.

I primi inquirenti avevano già in anticipo le loro idee sul perché dei delitti al cimitero di Signa. Non avevano bisogno di Mele per scoprirne la causa. II lavoro che esercitarono sul Mele fu piuttosto quello di 'convincerlo' della gelosia, del risentimento per i comportamenti disinibiti della moglie. Con una certa intensità paritetica alla difficoltà dell'impresa, ma facilitata dalla influenzabilità e dalla fragilità psicologica del soggetto, fecero in modo di far condividere al preteso criminale la loro preconcetta convinzione. In seguito, quando altri giudici (quelli del processo Pacciani), si avvidero che quella causale appariva smentita dai fatti, quegli stessi giudici ripiegarono sul movente economico, del tutto incerto, solo supposto, inverosimile in se stesso, contraddetto dallo stesso Mele. Ma a quel punto il manovale sardo non c'era più per confermare o smentire la congettura: il tempo del processo infinito talvolta fa 'punto e da capo' con la morte di qualche protagonista, lasciando uno strascico di incertezze destinate a non chiarirsi mai (come avverrà con Pacciani). Nel processo contro Pietro Pacciani, più coerente sotto il profilo dell'impostazione dell'accusa rispetto al processo ai compagni di merende, fu quello del '68 il primo duplice delitto della catena esaminato dai giudici. Come s'è visto, Pacciani fu assolto da quest'episodio anche dalla sentenza che invece lo condannò per i successivi, e fu rivitalizzata la sentenza passata in giudicato che aveva dichiarato responsabile Stefano Mele. I giudici di primo grado del processo Pacciani troncarono quindi la relazione fra quel primo delitto a danno di una coppia di amanti, e quelli di analogo genere che si susseguirono nel tempo. Implicitamente quei giudici afferma-

l i

rono che la famosa calibro 22 era passata da una mano all'altra. Si tratta di sottoporre a critica, di nuovo e secondo una diversa angolazione, questa ipotesi. Vedremo che essa, molto improbabile in sé, è frutto di una serie di sottovalutazioni e di interrogativi lasciati per aria, neppure proposti come tali. La prima domanda dalla cui risposta far procedere gli altri elementi dell'analisi è la seguente, e riguarda la fonte dell'informazione: in che modo gli inquirenti che si occupano dei delitti successivi sono guidati verso il collegamento fra quell'ormai lontano e definito duplice omicidio e quelli commessi in epoca seguente? Come s'arriva a disseppellire da quel vecchio fascicolo processuale la perizia balistica del generale Innocenzo Zuntini, che consentirà la comparazione con i bossoli repertati sui luogi dei delitti avvenuti dopo? Per merito di chi si giunse al collegamento? Qui s'incontra un altro apparente mistero del processo infinito. Vediamo i dati cronologici: fra il primo duplice omicidio e il secondo, passano sei anni ('68-'74). Ma il collegamento avviene ancora otto anni dopo, nel 1982, mentre sono in corso le indagini riguardanti il quinto duplice omicidio della serie. In totale dal primo delitto del '68 sono passati ben 14 anni. Secondo la tesi ufficiale, riportata come tale in alcuni atti processuali, sarebbe stato un maresciallo dei Carabinieri di Signa che si sarebbe ricordato di quel vecchio delitto, e che avrebbe suggerito il collegamento all'allora giudice istruttore del Tribunale di Firenze, il dottor Vincenzo Tricomi. Ma chi è questo graduato dei carabinieri? Perché nel processo Pacciani non è mai stato interrogato nel corso del dibattimento? E in che modo costui, che avrebbe fatto parte di quel corpo di polizia che condusse le indagini sui delitti - vittime Barbara Locci e Antonio Lo Bianco - e che quindi avrebbe collaborato con lo staff che costruì l'accusa contro Stefano Mele, metterebbe sul terreno un'ipotesi di collegamento che invece scagionerebbe Mele, poiché, almeno nel '74, all'epoca del secondo duplice delitto della serie, il sardo si trovava ancora in carcere a scontare la sua pena? Non teme codesto insolito carabiniere di provocare la revisione del processo Mele, e di mostrare pubblicamente la sussistenza di un errore giudiziario, proprio in rapporto a un'indagine condotta dai suoi colleghi? Da quale illuminazione gli giunge il collegamento fra i delitti recenti e un vecchio caso di quattordici anni prima, ormai sepolto e definito con una sentenza passata in giudicato?

Mario Spezi, il giornalista-scrittore di cui ho già parlato, racconta le cose in un modo del tutto diverso. Spezi, all'epoca giornalista de "La Nazione" incaricato di seguire le vicende del mostro, intervistò il giudice istruttore dottor Vincenzo Tricomi che seguiva le indagini su tutti i delitti più recenti. Il giudice gli disse di avere ricevuto una missiva anonima. Questa lettera conteneva un ritaglio di giornale in cui si parlava del delitto del '68. Sullo stesso ritaglio un appunto manoscritto conteneva un singolare punto di domanda: "Perché non andate a rivedere il processo di Perugia?" Con questo l'anonimo, non solo dava la dritta di un caso che secondo lui andava rivisto per rilevarne le affinità con i successivi, ma forniva anche un'indicazione molto precisa sull'organo giurisdizionale che in quel momento era in possesso del fascicolo processuale, vale a dire la Corte di Assise di Perugia, l'ultimo giudice che si era occupato del caso in sede di rivio dalla Corte di Cassazione. Perché ritengo che Spezi racconti la verità, e che l'illuminazione del maresciallo sia un depistaggio? Prima di tutto perché il giornalista ha pubblicato la dichiarazione del giudice diverse volte, ne ha parlato diffusamente nel corso di una trasmissione televisiva (Chi l'ha visto?), e non solo il giudice non lo ha mai smentito, ma gli ha rilasciato una dichiarazione scritta in cui si attesta il ricevimento di questo biglietto. Biglietto fra l'altro misteriosamente scomparso: non ve n'è più traccia nel fascicolo processuale. Il maresciallo dei carabinieri che avrebbe avuto l'illuminazione geniale, sarebbe un certo maresciallo Fiore, anch'egli per combinazione morto da tempo. Tanto per cominciare questo maresciallo non compare fra coloro che s'interessarono alle indagini sul duplice delitto di Lastra a Signa. Il rapporto conclusivo dei carabinieri, citato più sopra, a firma del comandante del nucleo maresciallo maggiore Angelo Giomini, menziona i poliziotti (carabinieri e membri della Squadra Mobile della Questura di Firenze) impegnati nelle indagini.(1) Fra costoro il maresciallo Fiore non compare, come è assente negli atti precedenti e successivi. Sono convinto che un'ipotesi del genere, che se confermata avrebbe demolito fino dalle sue fondamenta un processo già concluso con il responsabile scoperto e già punito con un certo numero di anni di carcere, non avrebbe potuto nascere da una fonte interinale all'istituzione, e meno che mai l'orga-

no istituzionale l'avrebbe divulgata e fatto sì che il giudice la sottoponesse a controllo, richiamando a sé il fascicolo da Perugia. Il rispetto quasi sacrale del giudicato è uno dei principi cardine della funzione punitivo-giurisdizionale. L'istituzione giudiziaria - e prima di qualsiasi altro organo, quello di polizia - lo tutela a ogni costo. L'istituzione nel suo complesso si guarda bene dal violare l'intangibilità di una sentenza passata in giudicato. Le sentenze che accolgono un'istanza di revisione sono rarissime. Se davvero il maresciallo Fiore fosse stato folgorato sulla via di Damasco da quel ricordo, ci avrebbero pensato i suoi superiori a indurlo a dimenticarsene subito, per impedire il rischio che un 'successo' indagatorio conseguito a suo tempo dall'Arma, e santificato da una sentenza definitiva, a conclusione di ben quattro gradi di giudizio, fosse dopo quattordici anni posto in discussione. Il marescialo Fiore, oggi disgraziatamente defunto, arriva attendibilmente dopo. Quando già il magistrato ha ricevuto la missiva anonima, il collegamento è già stato fatto e collaudato, e forse quando il biglietto anonimo stesso è già scomparso dall'incarto processuale. E utile il maresciallo per offuscare la gravità di un documento che scompare, e per eliminare alcuni problemi. Chi ha scritto il biglietto anonimo? In che modo, e perché, il biglietto non si trova più fra le carte processuali? Ammesso che il biglietto sia stato scritto da una persona qualsiasi, in che modo questa persona sarebbe in grado di indicare il collegamento fra il vecchio delitto e i successivi, implicitamente rivelando che anche il primo duplice delitto era stato commesso mediante l'uso della medesima pistola? La risposta più attendibile a queste domande è illuminanate: solo chi aveva commesso quel primo duplice omicidio era a conoscenza dell'elemento di relazione più importante, cioè dell'uso della medesima arma da sparo. E solo chi aveva seguito il processo Mele con una speciale attenzione, disponendo di mezzi d'informazione non comuni, poteva sapere che il fascicolo processuale, contenente la prova del collegamento, si trovava a Perugia. Questa persona, inoltre, non si limita a seguire attentamente le indagini sul mostro di Firenze (l'ipotesi è avvalorata dai funzionari che sottoscrivono il rapporto dell'F.B.I., i quali ritengono che l'assassino seriale conservi i ritagli dei giornali che parlano del mostro, e appunto un ritaglio di giornale finisce sul tavolo dal dottor Tricomi), ma si adopera attivamente per indirizzare

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le indagini in un senso o in un altro. Ricerca, e ottiene, seppure restando anonimo, il contatto con gli inquirenti. Vedremo che questo è uno dei suoi comportamenti più ricorrenti. Una volta tenuta ferma la premessa certa che il primo episodio della serie fu quello del '68, si devono esaminare con attenzione gli atti di quel vecchio processo, per trarne delle deduzioni interessanti. Nessuno, finora, l'ha fatto questo esame, se non a suo tempo per ricavare elementi indiziari di conforto alla responsabilità di Stefano Mele. In epoca successiva l'analisi manca per tutte le ragioni via via indicate: l'affacciarsi nell'immediatezza del collegamento della cosiddetta "pista sarda", che concentrò di nuovo l'attenzione nel ridottissimo spazio visuale della famiglia Mele, della vita disinibita della Locci e dei suoi amanti; la sentenza di primo grado del processo Pacciani che confermò la responsabilità del Mele; infine l'abbandono totale dell'episodio nell'inchiesta sui compagni di merende, e poi sui pretesi 'mandanti'. Valutiamo allora con più attenzione e più in dettaglio il primo episodio, collegato, come s'è visto, a tutti gli altri non solo dall'arma da sparo. E prima di tutto s'incontrano alcune osservazioni preventive che provengono dal B.S.U./F.B.I. La relazione del Dipartimento di Quantico dell'EB.I. è un documento pragmatico e sintetico. La concretezza senza sottolineature o fronzoli concettuali, il linguaggio scorrevole lo rendono di facile lettura. Persino troppo facile dev'essere apparso nella patria delle complicazioni bizantineggianti, delle teorie più o meno geniali, dei distinguo, della complessità ermetica ricercata per simulare profondità e acume. Eppure la relazione contiene alcune indicazioni semplici, persino ovvie, che però sono illuminanti, e che appaiono confortate da alcune circostanze ricavabili dagli atti del processo infinito, (peraltro conosciuti solo in parte dall'F.B.I). al punto da apparire profetiche. Ma finora le indicazioni provenienti dagli esperti di Quantico, e i fatti che le confermavano non sono state posti in rilievo da nessuno. La prima osservazione degli americani è la seguente: "Le ricerche del F.B.I. hanno dimostrato che gli aggressori di questo tipo tendono ad assalire nelle aree dove si sentono più a loro agio e a 'basso rischio', come vicino al proprio posto di lavoro o di residenza. Via via che

l'aggressore acquista sicurezza con ogni aggressione successiva, egli può andare oltre la sua area geografica abituale, nelle aree a lui meno familiari. Si considera che i primi o pochi assalti iniziali siano stati eseguiti nei luoghi più vicini al suo posto di lavoro o di residenza" 2 . Il B.S.U. di Quantico ribadisce in seguito il prevalente dato statistico, modificandolo nel senso di una previsione: "La residenza dell'aggressore è adeguata alla sua situazione economica, e non dovrebbe essere molto lontana dall'area in cui ha commesso questi delitti. Come detto in precedenza, il suo posto di lavoro o di residenza dovrebbe essere situato nel punto centrale o in prossimità del suo primo attacco" 3 . Un'altra indicazione è altrettanto rilevante: "La natura drammatica di questi crimini avrà avuto un effetto choccante ed orripilante per la comunità. Quindi l'aggressore ha seguito attentamente tutte le relazioni su questi crimini da parte degli organi di diffusione, e deve aver ritagliato degli articoli dai giornali pertinenti le uccisioni... Può aver tentato di controllare le indagini attraverso contatti diretti o informali con la polizia. Se la prima deduzione del B.S.U/F.B.I. corrisponde al vero, e non semplicemente a una generica verosimiglianza tratta da rilevazioni statistiche, si dovrebbe trovare nelle indagini sul delitto del '68 una traccia precedente al delitto della presenza sul luogo, a lui familiare, dell'aggressore. Questa traccia esiste, e ce la fornisce, post mortem, la stessa vittima femminile, cioè Barbara Locci. Non lei in persona, naturalmente. Si tratta di un testimone, di uno dei suoi "corteggiatori" occasionali, un certo Giuseppe Barranca. Interrogato al dibattimento del processo a carico di Stefano Mele, il signor Barranca afferma di non essere mai andato al cinema con Barbara Locci - s'intuisce che il cinema avrebbe dovuto essere il prodromo di qualche altra cosa - perché costei si era rifiutata dicendogli di essere seguita da un tale con un motorino. Nelle sue dichiarazioni successive, il Barranca, un siciliano che lavorava insieme a Stefano Mele e che per questo aveva motivo di frequentare la famiglia, è ancora più esplicito. In un'occasione, poco prima che la Barbara fosse assassinata - cioè appunto nell'agosto del 1968 - mentre insieme alla moglie del Mele si trovava alla fiera di Signa, egli propose, senza mezzi termini, ma con la disinvoltura e la sicurezza di chi conosce i costumi della donna, e sa quindi di non andare incontro a ripulse, di avere un rapporto amoroso con lei nella sua auto. Ma anche in questa oc-

casione la donna, pur senza rifiutarsi, gli disse che temeva il solito misterioso personaggio: "Ci potrebbero sparare mentre siamo in macchina." Il Barranca allora, che da siciliano conosce il sangue caldo della gente del Sud, sardi compresi, benché la donna, nonostante la minaccia incombente, fosse disponibile, pensò bene di lasciar perdere 5 . Col senno di poi si può ritenere che l'abbia scampata bella. Può sembrare insolito che in un processo d'omicidio, in cui un testimone attendibile e dinteressato riferisce della paura preventiva di essere aggredita di una delle due vittime - quella femminile - e nonostante che quest'ultima si fosse espressa nel modo che s'è visto in epoca che precede di pochissimo il delitto, nessuno tenti un approfondimento della circostanza. La donna più precisamente ha parlato di "sparare"; in qualche modo sapeva dunque dell'esistenza di un'arma da sparo nelle mani di questo suo persecutore. Non c'è dubbio che gli inquirenti avrebbero dovuto cercare di arricchire con maggiori dettagli una tale informazione postuma di Barbara. Chi era la persona in ciclomotore? Stefano Mele no di certo. Non solo perché non è affatto geloso, come s'è visto, ma perché non ha un motorino, né lo sa usare. Se poi fosse stato il marito colui che la minacciava, bisogna ritenere che la Locci l'avrebbe detto chiaramente al Barranca. Uno dei due Vinci, allora, Salvatore o Francesco? Anche in questo caso, poiché le sue relazioni extraconiugali erano di dominio pubblico, e i due Vinci ben conosciuti al Barranca, bisogna credere che Barbara l'avrebbe detto a quest'ultimo. Ma il fatto è considerato dagli inquirenti di second'ordine. La dichiarazione del Barranca appare nel processo come un particolare inutile, da non prendere in considerazione. C'è il marito, l'oligofrenico Stefano Mele, geloso, oppure interessato ai soldi sperperati dalla moglie, poco importa il reale movente, l'importante è che il reo ha confessato. E quindi opportuno abbandonare, fra le scorie processuali da non prendere in considerazione, un fatto che potrebbe essere fuorviarne, suscettibile di seminare nell'animo dei giudici i dubbi che renderebbero necessario approfondire l'attendibilità della confessione. Eppure la cincostanza non è isolata, e proprio Francesco Vinci arricchisce il quadro accennato dal Barranca con un'informazione molto inquietante,

addirittura drammatica, se si pensa alla fine che farà nell'estate del 1993 lo stesso Vinci. Siamo ancora nel marzo del 1970, il sardo Francesco di Villasanto sta deponendo in qualità di testimone al dibattimento del processo di Corte d'Assise contro Stefano Mele. A un certo punto, se ne esce con un dettaglio a prima vista del tutto estraneo al contesto di quello che sta raccontando. Sta parlando cioè dei suoi rapporti con la Locci, e dice che negli ultimi mesi si erano allentati. A domanda della difesa di Mele dice non aver mai seguito la Locci quando era in compagnia di altri uomini, ma aggiunge di averla per caso incontrata una volta alle Cascine di Lastra a Signa in compagnia di un individuo che stava compiendo su di lei certi "atti" 6 . Una fotografia sequestrata a casa dei Mele, riproducente Francesco Vinci, con sul retro una dedica amorosa e molto romantica del muratore-pastore a Barbara, indica che l'intraprendente Francesco aveva un legame non soltanto estemporaneo con la moglie di Mele, ma che teneva alla donna molto più di quanto, con l'atmosfera di sospetto che gravava su di lui, egli fosse disposto a confessare. E dunque probabile che la sorvegliasse, e che l'incontro con l'individuo in compagnia della Locci alle Cascine di Lastra a Signa non sia stato né casuale, né unico. Nel 1982 Francesco Vinci è indiziato dell'uccisione di Barbara Locci e di Lo Bianco, e sospettato di essere lui il mostro di Firenze. Il suo difensore, l'avvocato Alessandro Traversi, ritiene non a torto, di farlo sottoporre a una consulenza psichiatrica. Forse allo scopo di dimostrare quanto la personalità di Francesco Vinci sia lontanissima dalla patologia psichica che attendibilmente riguarda l'assassino delle coppie. Il professor Pierluigi Cabras, noto e stimatissimo psichiatra fiorentino che in questa occasione ha frequenti colloqui con Francesco, dice che Vinci gli aveva confidato di sapere chi fosse il mostro di Firenze, e che aveva intenzione di palesare quello che lui riteneva un segreto pericoloso. Sarebbe facile pensare a un semplice sospetto - uno dei tanti, che molte persone, le più disparate, per varie ragioni, hanno seminato a destra e a sinistra per prendersi qualche vendetta privata, benché nel caso di Francesco Vinci, essendo lui stesso sospettato di essere il mostro, la ragione del sospetto sarebbe giustificabile - ma il fatto drammatico è che Francesco Vinci fu ucciso nell'estate del '93.

In questo evento omicidiario, il Vinci non è l'unica vittima, perché insieme al suo corpo carbonizzato nella macchina data alle fiamme, si trova anche il corpo del suo servo-pastore. Questo episodio di duplice omicidio di cui si occupa (o si occupava) la Procura della Repubblica di Pisa, perché l'auto e le vittime carbonizzate si trovarono nei paraggi di Chianni, in provincia di Pisa, non ha visto dopo quindici anni un indiziato, e anzi sembra ormai archiviato fra i casi irrisolti e insolubili. Non è però discutibile che quest'evento criminale vada a incrociare, con una inquietante coincidenza, i delitti del mostro di Firenze. Anche perché non è il solo duplice omicidio avvenuto in quello stesso mese di agosto del 1993. Altre due persone furono uccise e i corpi bruciati nell'auto, con un modus operandi in tutto sovrapponibile. Si tratta di Milva Malatesta e del figlio di quest'ultima. La Malatesta era una prostituta che aveva costanti rapporti con Francesco Vinci, e che potrebbe aver ricevuto da lui confidenze rischiose. Sta di fatto che Vinci e Malatesta si sono portati nella tomba il loro probabile segreto. Come ho già osservato, sia pure attribuendo i due delitti alla setta esoterica, magica e quant'altro, gli odierni inquirenti oggi collegano quei crimini alla vicenda dei delitti del mostro delle coppie. Spostiamo ora l'attenzione sulle ore che precedono il duplice delitto di Lastra a Signa. Locci, Lo Bianco e il piccolo Natalino vanno al cinema. Entrano all'ora dell'ultimo spettacolo: verso le 22,15-22,30. A questo punto s'incontra il testimone Elio Pugi 7 , gestore del cinema, quella sera addetto al botteghino. Interrogato al dibattimento il Pugi fornisce alcune informazioni interessanti. La prima è che notò la coppia, che gli rimase impressa nella memoria perché la donna aveva i capelli molto corti e radi. (Particolare autentico, la Locci perdeva i capelli). Nei giorni successivi riconobbe la Locci e il Lo Bianco dalle foto pubblicate sui giornali. Non notò il bambino, se l'avesse notato non l'avrebbe fatto entrare perché il film era vietato ai minori. Ricorda anche che a pagare fu l'uomo. Particolare anche questo d'un certo interesse. Per sostenere il movente di Stefano Mele, che avrebbe ucciso la moglie perché la donna sperperava il danaro della famiglia, in particolare i soldi del risarcimento dell'incidente stradale, i sostenitori di questa tesi

affermano che Barbara finanziava i suoi amanti, enfatizzando l'ipotesi come se Barbara e i suoi accompagnatori, muratori, pastori, e manovali usassero per i loro convegni amorosi invece che le stradette di campagna e l'utilitaria, alberghi costosi a cinque stelle; invece che le pizzerie a taglio, ristoranti esclusivi; invece che le giostre del Luna Park o il cinema di estrema periferia, case da gioco ed esclusivi night club. In questa occasione si nota che a pagare è l'uomo. Come del resto afferma Francesco Vinci, il quale le spese mediocri, in occasione delle uscite con la donna, le faceva sempre lui. In più, e come avveniva anche nel corso della precedente relazione con Salvatore Vinci, il quale prestò del danaro a Stefano Mele, Francesco pure anticipò al corrivo Stefano alcune somme per pagare certi debiti. Insomma, da alcuni atti appare tutto il contrario di quello che si sostiene a proposito del preteso movente economico. Stefano Mele ricavava un certo tornaconto dalle scappate della moglie. Il dettaglio più interessante si trova alla fine del verbale della deposizione del Pugi al dibattimento: dopo l'ingresso nel locale della coppia Locci-Lo Bianco, entrò soltanto un uomo (ibidem, vedi nota 7). Natalino Mele, a parte le iniziali dichiarazioni a De Felice e ai carabinieri che lo interrogano nell'immediatezza, intervenuta la confessione del padre, quando si adegua in senso accusatorio, è totalmente inattendibile. Tuttavia, fra le sue dichiarazioni rese in istruttoria ce n'è una che sembra spontanea, in quanto del tutto scollegata dalle affermazioni a sostegno della responsabilità del padre, affermazioni queste ultime che ho definito indotte. Natalino dice che all'uscita del cinema "vide un uomo". Non dice altro di meno generico su questo avvistamento. Si può ritenere però che "vedere" stia per "notare". Perché Natalino avrebbe notato un uomo in particolare fra i tanti che presumibilmente uscivano dal cinema? Probabilmente perché quest'uomo osservava in modo speciale la coppia della madre e dello "zio". Le deposizioni di Barranca, le parole postume di Barbara Locci, l'avvistamento di Francesco Vinci, quello di Natalino riguardo all'uomo misterioso, sono indizi concordanti che consentono di ritenere che lo sconosciuto autore del primo duplice delitto - e dei successivi - almeno nel 1968 frequentasse assiduamente la zona di Signa. L'uso del ciclomotore lo indica come qualcuno che non proviene da una zona lontana, ma che forse abita appunto lì, a

Signa. Altrettanto attendibile è che a causa di questa contiguità conoscesse le abitudini sessuali disinibite di Barbara Locci. La circostanza, anch'essa come le altre di cui ho parlato sopra, del tutto dimenticata dagli inquirenti, dello strappo della catenina e dell'asportazione dell'immagine sacra, lascia intravedere che l'omicida ha inteso punire Barbara per questa sua lascivia esibita. La mia ferma convinzione, suffragata da elaborati specialistici, è che egli, come avverrà anche successivamente, si crea un alibi morale e religioso riguardo al delitto, compiuto peraltro per obbedire ad altri istinti perversi di natura sessuale, pulsioni che cela anche a se stesso. Il biglietto spedito al giudice Tricomi nel 1982 attesta l'esattezza di un'altra induzione del F.B.I. Lo sconosciuto assassino segue le vicende processuali legate ai suoi delitti, davvero ritaglia i gionali che se ne occupano. Vedremo che anche questo comportamento è reiterato nella successione della serie delittuosa. Quanto sopra s'aggiunge ai rilievi precedenti. L'insieme costituisce un complesso probatorio di notevole concordanza, e conferma che il primo duplice omicidio compiuto dal nostro sconosciuto assassino è quella del '68 al cimitero di Signa. Bisogna poi parlare del film che quella sera si proiettava nel locale gestito dal signor Pugi. Nuda per un pugno d'eroi è il titolo sensazionale, benché la titolazione italiana, che farebbe pensare a un film semipornografico di serie B, non faccia onore alla pellicola, che invece è un prodotto più che dignitoso, discretamente raccontato e bene interpretato. Non credo che gli inquirenti, in special modo quelli che oggi hanno spostato l'indagine sulla setta e sui riti orgiastici e sanguinari, si siano scomodati a vedere questo film. Bisogna dire che era vietato ai minori, e che di esso in Italia circolarono pochissime copie. Io l'ho visto a Parigi, in una rassegna tematica di film giapponesi. E un film di guerra, ambientato in un ospedale da campo durante il conflitto e l'invasione dei giapponesi in Cina. Un'avvenente infermiera è particolarmente generosa nel distribuire equamente le sue grazie. Mentre infuriano le battaglie, e l'ospedale si riempie di feriti bisognosi di cure chirurgiche - si

tagliano arti in continuazione, il sangue scorre a fiumi, molte scene sono di un sadismo accentuato - l'infermiera si concede ai ricoverati e al personale paramedico, spinta più che altro dalla carità, dalla volontà cioè di procurare un po' di gioia a persone prossime alla morte. L'unico a non approfittare della disponibilità di questa eroina del sesso è il medico-chirurgo primario. Quest'ultimo è impotente per abuso di cocaina. In un'occasione ci prova, ma con scarso successo. Il film si chiude con la catastrofe finale: l'ospedale è centrato da una bomba, tutti quanti muoiono, si salva soltanto la bella infermiera. Il film è interessante rispetto al caso che ci riguarda. Sto facendo un'ipotesi suggestiva, si capisce, tuttavia fondata su alcune circostanze positive: è certo che la coppia andò a vedere quel film prima di essere uccisa. E sicuro, seguendo le dichiarazioni di Barranca e di Francesco Vinci, che la Locci fosse seguita spesso da qualcuno, in modo speciale quando era in compagnia di un amante. Ed è anche probabile, al confine con la certezza, che questo qualcuno sia entrato nel cinema immediatamente dopo la coppia. La testimonianza del Pugi, il quale nota un solo uomo entrare nel locale dopo Locci e Lo Bianco, conferma quella che appare una deduzione quasi obbligata. Difatti, premesso che la coppia fu uccisa poco dopo aver raggiunto la strada poderale accanto al cimitero dove si era appartata, l'omicida deve averla seguita a partire dal cinema. Si sa per certo che l'aggressione è stata quasi immediata: l'assassino ha dato ai due amanti solo il tempo di fermarsi, di sistemare il sedile a fianco di quello della guida, di cominciare a denudarsi, di abbracciarsi mettendosi l'una sopra l'altro. Poi è intervenuto con rapidità e sicurezza. Ha aperto lo sportello a lato della guida, e ha esploso, sparando in senso quasi orizzontale, dal davanti verso il retro rispetto alle vittime, i suoi otto colpi senza disperderne uno solo: tutti andati a segno, la morte dei due malcapitati quasi istantanea. Mettiamo, per onestà intellettuale, sul terreno un'altra ipotesi. L'assassino non sceglie le sue vittime. Egli si trova già sul posto. Un posto frequentato dalle coppie, isolato e buio quanto basta per dedicarsi all'amore automobilistico. L'assassino vede arrivare la coppia, e interviene a caso, senza conoscere minimamente le sue vittime. E un'ipotesi che contrasta con la deposizione del Barranca, e che è smentita anche da quella di Francesco Vinci. Due testimonianze, univoche e concor-

danti, bastano per escluderla. Si deve a questo punto aggiungere la dichiarazione di Natalino sull'uomo che avrebbe "visto", vale dire notato, all'uscita del cinema. La deduzione è ovvia: l'unico modo per questo sconosciuto di essere puntuale all'appuntamento con la coppia dopo la fine del film, e quindi mettersi immediatamente al suo inseguimento e colpire con quella rapidità che s'è visto, è quello di essere presente lui pure nel cinema, e di uscire dal locale insieme ai due amanti. Bisogna anche aggiungere che si tratta di un comportamento ricorrente, facente parte di quella ritualità di cui si diceva. In altre occasioni lo sconosciuto segue e osserva le sue future vittime, fino all'appuntamento finale. Vedremo questo comportamento reiterarsi nei casi numero 2, numero 4, soprattutto nel caso numero 7, e nel caso numero 8. Dunque anche lo sconosciuto ha visto il film. Che non è ai suoi occhi - non solo ai suoi, anche ai miei - un film di guerra qualunque. Gronda di sadismo, la pellicola, come avviene in certi film di produzione giapponese - basta pensare ad alcuni capolavori del grande maestro Kurosawa - e vi agiscono personaggi che presentano alcune affinità con la situazione reale: l'infermiera disinibita può essere sorella dell'altrettanto disponibile Locci. Bisogna mettere in conto il sadismo di molte scene sanguinolente. C'è soprattutto il medico impotente. Uno dei rilievi obiettivi emergenti sul teatro di tutti i delitti del mostro è l'assenza di tracce di penetrazione sui cadaveri delle vittime femminili. Non solo: manca qualsiasi traccia di liquido spermatico. Bisogna escludere qualsiasi manovra di autogratificazione sessuale da parte dell'agente omicida. Un impotente funzionale, secondo la conclusione di alcuni periti. Se l'impotenza è una delle caratteristiche peculiari che contraddistinguono lo sconosciuto di cui andiamo in cerca, non è difficile pensare a un'identificazione di se stesso con il personaggio cinematografico del medico che agisce nel film Nuda per un pugno d'eroi. La casistica in tema di assassini seriali indica l'esistenza di alcuni precedenti: il più noto è il mostro di Dusseldorf, che si ispirava per i suoi delitti ad alcune pubblicazioni pornografiche. Erano certe immagini, pubblicate su alcuni settimanali di divulgazione popolare che gli facevano scattare la molla omicida. Certi film ispirano anche il mostro di Firenze? Chi scrive è convinto di sì.

Secondo me, e secondo uno studio approfondito e serissimo di un medico fiorentino, il quale preferisce mantenere l'anonimato, i delitti del giugno e dell'ottobre 1981, che sono quelli in cui per la prima volta l'omicida taglia via ed asporta il pube della vittima femmminile, forniscono fortissimi indizi che avvalorano questa ipotesi. Addirittura esisterebbe la prova di questa ispirazione preventiva, secondo quel medico. Resta il fatto della presenza contemporanea ad alcuni delitti, in certi cinematografi di Firenze e dintorni, di film di un genere ben determinato, molto affine alle imprese del mostro. Mi limito a segnalarne i titoli, relativamente ai duplici delitti avvenuti fino all'anno 1981: Nuda per un pugno d'eroi, per il duplice delitto del 1868; La notte dei Generali per il delitto del 1974; e soprattutto Maniac, per i due duplici omicidi avvenuti a Scandicci e a Calenzano. Riordino le conclusioni dell'analisi che precede: -

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i primi due delitti della serie sono quelli del 1968; la pistola calibro 22 non passa mai di mano; chi uccide sceglie le sue vittime, in special modo quella femminile; il primo duplice delitto avviene in una zona prossima alla residenza o al luogo di lavoro abituale dell'omicida; per questo motivo l'omicida ha avuto modo di rendersi conto della condotta disinibita da un punto di vista sessuale di Barbara Locci; ha scelto come vittima quest'ultima proprio per questo, perché la donna stimola il suo sadismo sessuale e il suo senso giustizialista; innazitutto perché la donna si espone nelle sue pratiche amorose, e la coppia è visibile dai finestrini dell'auto-alcova; addirittura la Locci non ha remore a esporsi anche al figlio di sei anni; il collegamento fra il primo delitto e i successivi avviene atraverso il biglietto anonimo spedito al dottor Tricomi; come anticipato nella relazione del F.B.I. con quel biglietto l'omicida cerca, forse per la prima volta, ma il comportamento sarà reiterato successivamente, un contatto con gli inquirenti, interagendo con l'indagine giudiziaria; con quel biglietto anonimo, il quale misteriosamente sparirà dal fascico-

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lo, l'omicida riesce a realizzare due obiettivi: il primo è quello di ricondurre ad unità tutti i delitti, attribuendo a un'unica fonte anche il delitto del '68, e così recuperandone parzialmente la paternità, il che stimola e soddisfa la sua vanagloria; il secondo è quello di stornare l'indagine verso la pista dei sardi, sia pure col proposito di scagionarli in seguito; in questo modo il mostro di Firenze inizia una sorta di gioco con gli inquirenti, indirizzandoli su alcune red herring, come dicono gli scrittori di polizieschi inglesi, cioà su alcune false strade, da cui lui stesso, in seguito, li allontanerà uccidendo una coppia mentre un sospettato si trova in carcere; questa sorta di gara, d'altra parte affermata come tale da una lettera giunta a "La Nazione" - che analizzerò dettagliatamente di seguito - stimola il suo senso di onnipotenza, il quale si inserisce nella sindrome paranoide di cui soffre l'omicida.

Con tutto questo i compagni di merende non hanno nulla a che fare. Non solo perché nel '68 non avevano alcun rapporto fra di loro, e neanche si conoscevano, ma perché anche il primo duplice delitto si allinea, nelle sue componenti essenziali, con l'azione di un'unica persona, dominata da una peculiare sindrome psicopatologica, così peculiare e soggettiva che è impossibile ricondurla a un gruppo di persone. Nell'inchiesta sui compagni di merende, e in quella successiva sui pretesi mandanti, l'avere allontanato dalla ricerca il primo delitto della serie, rappresenta un errore imperdonabile. Imperdonabile innanzitutto perché tendenzioso. Nel processo ai compagni di merende, abbandonato nel dimenticatoio il primo duplice delitto della serie, ed anche i successivi fino al secondo avvenuto nel 1981, pur esercitando un diritto costituzionalmente protetto (è il Pubblico Ministero che può esercitare l'azione penale, e nessun altro), l'accusa ha privilegiato se stessa, contemporaneamente mettendo gli imputati in condizione di difendersi solo a metà, senza poter opporre fatti e argomenti ricavabili dai delitti omessi. Circostanze e deduzioni che avrebbero avuto una risolutiva capacità difensionale, come s'è visto analizzando il primo delitto della serie. Sul piano della ricerca obiettiva della verità, vale a dire della ricerca seria-

mente investigativa su chi fosse la persona auteticamente responsabile, quella che, come si vedrà, ha tutte le caratteristiche piuttosto di un'inquisizione che di una investigazione, castrò se stessa impedendosi di esaminare e di approfondire alcuni interrogativi essenziali, che avevano invece bisogno di una risposta. Ne indico alcuni, a titolo di esemplificazione. -

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Chi era l'uomo che secondo Barranca minacciava la Locci? Chi era l'uomo che alle Cascine di Lastra a Signa, secondo Francesco Vinci, faceva certi atti contro la stessa donna? Questo personaggio sconosciuto - indicato dalla stessa Barbara, sia pure post-mortem, e attraverso le parole di Barranca - abitava o lavorava stabilmente a Signa o a Lastra a Signa, come afferma la relazione del B.S.U./ F.B.I.? Se il famoso biglietto anonimo pervenuto al giudice istruttore fu scritto e spedito dall'assassino, come sembra evidente - solo l'uccisore, a distanza di 14 anni, era in grado di fare il collegamento fra quel vecchio e definito delitto e i più recenti - chi era in condizione di avere informazioni in dettaglio su quel processo, cioè che il fascicolo relativo, contenente la prova del collegamento, i bossoli allegati alla perizia, si trovava nell'archivio del Tribunale di Perugia? Chi uccise Francesco Vinci e il suo servo pastore nel 1993, bruciandoli poi nell'auto? Chi, ancora nell'estate del 1993, uccise Milva Malatesta e il suo figliolo, dando poi alle fiamme cadaveri e auto? Esistono in epoca precedente e successiva al 1968, a Signa, o nei paraggi di questa cittadina, precedenti in materia di violenza sessuale o di incendio doloso?

E così via. Dopo l'assoluzione di Pacciani, con una sentenza che vedremo ineccepibile, non sarebbe stato meglio indagare in queste direzioni, piuttosto che prendersela con un gruppetto di stagionati bevitori di vino? Per poi impelagarsi per necessità surrettizia in un'inchiesta dominata dall'irrazionalità e dall'intolleranza, come quella in corso della pista esoterica. Gli errori prima o poi si pagano. Mi sembra profondamente ingiusto farli

pagare con la galera perenne a Mario Vanni, e col sospetto e la gratuita cattiva fama al farmacista di San Casciano, al medico di Perugia, chissà a chi altri.

Note al Capitolo Quinto 1

Rapporto Giudiziario Carabinieri di Firenze del 21 settembre 1968, n. 34/354. I nomi degli inquirenti che hanno preso parte alle indagini sono i seguenti: Nucleo investigativo gruppo CC. Firenze: Tenente Dell'Amico Olinto; brig. Matassino Gherardo; c.re Gemmino Pietro. Questura di Firenze, Squadra Mobile: comm. Scola Vincenzo; comm. Delfino Antonino; M.M. Martini Torello; brig. Amati Carlo. Tenenza carabinieri di Signa: M.M. Ferrerò Gaetano; M.M. Roncucci Ilio; brig. Poli Evaristo; c.re Giacomini Mario. Stazione Carabinieri Lastra a Signa: M. C. Funari Filippo. Ai due interrogatori di Mele del 22 e del 23 agosto 1968 non partecipa il maresciallo Fiore. Così come lo stesso non è indicato fra i testimoni interrogati dal P.M. e dal G.I. e non è presente neppure al dibattimento del 1970. 2 Relazione FBI citata, p. 7. 3 4

Jw, p.ll.

Ivi, pp. 13-14. 5 Corte d'Assise di primo grado di Firenze. Processo a carico di Stefano Mele. Marzo 1970, verbale di dibattimento, teste Giuseppe Barranca: "Mai ho avuto occasione di invitare la moglie del Mele al cinema, avendo da questa (ricevuto, n.d.A). un rifiuto con la scusa che c'era uno con il motorino che la seguiva... Fu la moglie di lui (cioè Barbara Locci, n.d.A). a dirmi una sera che eravamo insieme in occasione della fiera di Signa, ed io l'avevo invitata ad avere rapporti con me: 'Ci potrebbero sparare mentre siamo in macchina.' Io riflettendo al fatto che sia ella che il marito erano sardi e temendo qualcosa, non ebbi alcun rapporto con lei e la riaccompagnai a casa. Questo discorso avvenne in una stradina presso il cimitero di Lastra... " Proprio il luogo dove in seguito la donna e il suo amante furono uccisi a colpi di pistola (n.d.A.). 6 Corte d'Assise di primo grado di Firenze. Processo a Stefano Mele. Marzo 1970, verbale di dibattimento, teste Francesco Vinci: "A domanda della difesa risponde: Mai ho avuto occasione di seguire la Locci quando costei era in compagnia di altri uomini. Mi trovai solo per caso a passare dalle Cascine di Lastra a Signa quando si è verificato l'episodio che ho riferito circa gli atti compiuti sulla Barbara da un individuo che io conoscevo con il nome di Francesco".

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Corte d'Assise di primo grado di Firenze. Processo a Stefano Mele. Marzo 1970, verbale di dibattimento, teste Elio Pugi: "A d. r: Potei individuare la coppia, perché aveva colpito la mia attenzione, la donna aveva i capelli molto corti e radi. A d. aw. Castelfranco (uno dei due difensori di Mele n.d.A.): Dopo l'ingresso della coppia entrò soltanto un uomo, ma non ricordo le caratteristiche di costui. Invitato a guardare l'imputato Stefano Mele risponde: Non ho alcun elemento per dire se era lui o no".

DIGRESSIONE STORIOGRAFICA: SINTESI SULL'ORIGINE DELL'INQUISIZIONE. L A CONFESSIONE COME UNO DEI CARDINI ARCANI DEL SISTEMA INQUISITORIO. I L PLUS-VALORE DELLA CONFESSIONE.

Questo libro descrive quanto più obiettivamente possibile alcuni fatti. Prevedo che il Lettore, in special modo se lontano dagli ambienti giudiziari, avanzando nella lettura, sarà sfiorato dal dubbio che l'autore sia tendenzioso. Si chiederà: com'è possibile che il nostro ordinamento penale e processuale, democratico, civile, che dispone di strumenti 'scientifici' modernissimi, consenta errori di questo genere: quello già visto, e che ha provocato la condanna ingiusta di Stefano Mele, e gli altri che si vedranno? Non soffrirà, lo scrittore di romanzi, che qualcuno - penso a torto - definì buoni per le attese nelle stazioni ferroviarie, di una sindrome paranoicale, aggravata, come avvocato, dalla scottatura della sconfitta? E questo al punto da vedere tutto troppo nero? E forse opportuno premettere alcune considerazioni che costituiscono una digressione rispetto alla primaria intenzione cronachistica. Se il libro fosse dalla prima parola all'ultima una fiction, si potrebbe dire che la digressione che segue corrisponde alla necessità di 'sospendere l'incredulità del lettore', obiettivo che anche ogni serio scrittore di fatti inventati è opportuno che persegua, figurarsi quando intenda narrare fatti autentici. Insomma non basta dichiarare con solennità: guardate che racconto solo cose autentiche e documentate (tranne le occasioni in cui m'avventuro in ipotesi, ma in questi casi lo dico chiaramente che si tratta di ipotesi). Bisognerà anche che la narrazione appaia verosimile. Per questo, a costo di annoiare il Lettore, sarà necessario fornire, pur sinteticamente, gli strumenti - in massima parte storici - per superare le inibizioni sul funzionamento della giustizia in Italia nel XXI secolo.

Molte persone in buona fede ritengono che il 'livello di civiltà', 'il sistema delle garanzie', l'elaborazione 'scientifica' del diritto penale e processuale, renderebbero impossibili gli abusi e gli errori che sono proclamati in questo scritto. Il XXI secolo già iniziato è un argomento suggestivo. Soltanto poche persone dotate di senso storico s'accorgono dell'enorme capacità di sopravvivenza del passato. E comune ritenere che sia scorsa tant'acqua sotto i ponti, che così estesa e approfondita sia stata l'elaborazione teoretica e giurisprudenziale sugli istituti, così cambiato e così progredito il comune sentire giuridico, da avere definitivamente affossato e seppellito l'intolleranza che costituiva fino a ieri la costante della prassi penalistica, non solo in Italia, ma in tutta l'Europa continentale. In Italia disponiamo oggi di un codice di procedura penale che data da appena quindici anni, e che ha condensato, perfezionato e trasformato in legge una gran messe di studi. Avrebbe il nuovo codice ampliato le 'garanzie', sviluppato in senso progressista la 'scienza giuridica', la 'civiltà democratica' fondata sul principio di libertà e di non colpevolezza. L'abrogazione del precedente codice fascista liberticida sarebbe stata risolutiva, una cappa di piombo si sarebbe finalmente alzata. Più di recente la situazione sarebbe stata migliorata dalla nuova formulazione dell'art. I l i della Costituzione, pur se il nuovo dettato costituzionale non ha visto ancora concrete applicazioni nel diritto positivo, e l'innovazione della legge costituzionale resta a tutt'oggi solo programmatica. Si faranno molte citazioni in questo capitolo che vuol essere storiografico. L'argomento è stato già approfondito da altri, ben più qualificati dello scrivente. Bisogna non sfondare porte aperte e dare a Cesare quel che è di Cesare. L'intenzione è quella di tentare di indicare gli antecendenti storici di un metodo. Di vedere cioè all'opera, sul campo, una metodologia antica, che conserva nella prassi, piuttosto che nelle enunciazioni teoretiche dei commentatori del diritto positivo, buona parte dell'armamentario dei secoli passati. Ha affermato Gerardo D'Ambrosio: "La riforma costituzionale con la revisione dell'art. I l i ha introdotto nel nostro ordinamento principi fondamentali condivisi da tutti. Ma non credo affatto che affermi un modello rigoroso di processo accusatorio" 1 .

Il dottor D'Ambrosio conferma che il nostro modo di procedere è ancora "lontano anni luce" dal sistema anglosassone 2 . Innanzitutto perché non prevede la presenza della giuria popolare, né questa presenza appare di facile attuazione nel nostro ordinamento per l'esistenza dell'obbligo costituzionale di motivazione delle sentenze, obbligo sconosciuto in tutti gli ordinamenti in cui le sentenze sono emesse dalle giurie popolari. Secondo D'Ambrosio, se il Legislatore emanasse la norma che affida i giudizi alla giuria formata da giudici esclusivamente laici, cioè non appartenenti all'ordine giudiziario , e non legati da alcun vincolo di dipendenza con lo Stato - i quali non dovrebbero essere obbligati alla motivazione, tanto che le loro sentenze sarebbero inappellabili sul fatto, salvo errori nell'applicazione delle leggi di procedura - si creerebbe un conflitto fra norme costituzionali. Dice ancora Gerardo D'Ambrosio: "...E stata rivista la Costituzione, ma non sono ancora state approvate le norme d'attuazione dei nuovi principi, e cioè quello che avrebbe dovuto essere un significativo intervento del Legislatore sul codice di procedura penale per dare immediatamente agli operatori la disponibilità di un modello processuale coerente con il principio costituzionale... Il potere politico deve scegliere: o interviene subito approntando rimedi e correttivi efficaci, prima ancora di una riforma complessiva del codice penale e di quello di procedura; o lascia tutto com'è, ma in questo caso il sistema arriverà davvero al collasso. È una giustizia completamente bloccata o, peggio ancora, che funziona solo contro chi è colto in flagranza di reato, e cioè i più deboli e gli emarginati; non mi sembra proprio la scelta migliore per uno Stato civile e democratico" 3 . In ultima analisi, secondo l'autorevolissimo operatore di giustizia, la soluzione del problema è ancora una volta rinviata sine die: a norme applicative della Costituzione, in particolare della nuova formulazione dell'art. I l i , e a una totale e radicale riforma dei codici, penale e procedurale. Sicché ha ancora ragione Italo Mereu quando scrive: "Si è sempre trascurato (perché contingente e temporaneo) il modo concreto in cui, nel frattempo, il diritto era attuato... Non varrebbe la pena di parlare della nostra pratica penale, perché tanto è 'da superare' ". Se si sfoglia il catalogo di un qualsiasi editore italiano di materie giuridiche, è facile notare la rilevante quantità di libri pubblicati sull'argomento del-

la cosiddetta "scienza positiva" del diritto penale (e processuale). E nasce spontanea una domanda: come si fa a ritenere, come vorrebbe farci credere, ultimo arrivato a formulare una critica del genere, lo scrittore cosiddetto 'giallista', benché avvocato penalista, che nella realtà non è cambiato proprio niente, o quasi? Per intendere l'idea di base che sostiene le opinioni che seguono, vale ancora citare Italo Mereu, al cui trattato storico ed eretico - il più autenticamente di diritto penale che mi sia mai capitato di leggere - è debitore in gran parte, e nelle sue idee-guida, questo libro: ".. .Si è sempre trascurato (perché contingente e temporaneo) il modo concreto in cui, nel frattempo, il diritto era attuato. Per cui abbiamo uno svolgimento parallelo che è illusorio: da un lato il diritto 'scientifico' che ruota tutto sui postulati filosofici o 'scientifici' e si svolge nei trattati, nei saggi, nei progetti di legge, nei congressi, nelle discussioni, nei dibattiti, nelle relazioni, nelle memorie, negli interventi, e nei discorsi fatti da politici, filosofi, giuristi, giudici (con gli storici che ne fanno i referendari e i cronisti): e dall'altro abbiamo il diritto penale com'è, e del quale non si parla perché tanto è da superare. In questo modo si è alienato il diritto dalla storia, senza dover giustificare tale alienazione"4. Si potrebbe obiettare che il nuovo codice di procedura, e più ancora la nuova formulazione dell'art. I l i della Costituzione, oggi hanno cambiato totalmente la prospettiva. La riforma finalmente c'è stata, è avvenuto il sospirato superamento del passato per mezzo del primo (e finora unico) codice sistematico di leggi emanato dalla Repubblica nata dalla Resistenza. Ora, appunto, il libro presente vuol essere prima di tutto storiografico, vuole mostrare la peculiarità d'un caso giudiziario, in modo da rendere possibile l'osservazione ravvicinata del meccanismo del processo penale italiano, come funziona in concreto in regime di nuovo codice, cioè in questo momento (o al massimo alcuni mesi fa), e sulla pelle di persone vere, viventi o trapassate. In questo modo credo immodestamente di poter indicare, con un esempio concreto, non solo quale sia il divario fra la realtà e i progetti di legge, i saggi, le discussioni 'scientifiche', ma addirittura fino a che punto la concreta prassi penale diverga dalle legge positiva. Progetti e discorsi sono beneauguranti, ottimisti, tranquillizzanti come può

essere riposante la sofficità dei licheni su un masso boschivo. Ma si vede poi che i muschi mascherano la roccia, antica, pesante, dura, inamovibile. Quando dai discorsi si passa alle leggi, e soprattutto all'applicazione concreta del sistema, all'attività dei cosiddetti operatori, le implicite deformazioni dei principi costituzionali fanno emergere in modo stridente il contrasto fra le idee astratte e la prassi. A contatto con il caso concreto, il sistema democratico e civile della giustizia rimane sempre un progetto, un miraggio, un intento di cui si rimanda in permanenza l'applicazione. D'altra parte ci si è accorti subito che la riforma del nuovo codice, pur solo sulla carta, non è affatto sostanziale, bensì 'gattopardesca': tutto cambia perché ogni cosa resti come prima. Il sistema inquisitorio non solo non è stato abbandonato, ma anzi appare potenziato, risultando accresciuti i poteri del pubblico ministero, e restando inalterato il principio dell'indizio (che significa inanzitutto sospetto, anche quando è al plurale), sufficiente per privare della libertà un cittadino. Gli interventi successivi della Corte Costituzionale hanno modificato in maniera estemporanea e asistematica quello che doveva essere un rigoroso 'sistema scientifico', col risultato di annullare anche il principio della certezza del diritto, e di allargare gli spazi dell'arbitrio. "Arbitrio non vuol dir altro (in hoc consistiti se non che il giudice non ha una regola certa dalla legge...", così il Bossi, criminalista del XVI secolo citato da Manzoni. Nell'Europa continentale la fonte del diritto, quello penale in special modo, s'ammantava di metafisica. Prima di tutto, quella originaria, giudaico-cristiana, per cui la nascita del diritto starebbe nelle tavole della Legge, consegnate direttamente da Dio a Mosé sul monte Sinai. Col trascorrere del tempo la metafisica del diritto ha assunto altri aspetti. Col progredire dei secoli il dito di Dio o dell'Essere Supremo, o della Rivoluzione liberale o socialista, ha plasmato simulacri diversi, ai quali gli uomini dei vari tempi debbono fede e obbedienza: la Chiesa, lo Stato etico, la proprietà, la rivoluzione, la democrazia, il proletariato... Sta in questo la metafisica del diritto penale, in un principio trascendentale sottinteso, e agrapha, tanto più potente in quanto al di sopra di ogni contingente situazione individuale o collettiva.

Oggi però un altro nume guida la pratica penale, meno metafisico, ma altrettanto potente: il nume dell'emergenza. E l'emergenza che domina il sistema: l'emergenza terroristica, l'emergenza delle mafie, non solo Cosa nostra, la camorra e la 'drangheta, anche la mafia albanese, quella cinese, le organizzazioni criminali d'integralismo islamico... In epoca pre-fascista (dal 1894 al 1909) le opere di un illustre studioso di diritto pubblico, Santi Romano, ebbero se non altro il merito di spogliare il diritto penale della sua apparente veste trascendentale. E con Santi Romano che il Re apparve esplicitamente, e per la prima volta, nella sua nudità: "La necessità... Non è un presupposto della regula juris, ma è essa stessa diritto, nel senso che questo è un suo prodotto immediato e, per dir così, di primo grado; il legislatore non fa che prenderne atto e consacrarla, non in quel modo largo, che gli concede un'ampia libertà, con cui, come comunemente si dice, egli non inventa, ma raccoglie e dichiara il diritto che rinviene nella coscienza generale, ma in modo, per dir così coattivo, che esclude la sua mediazione intellettuale, personale" 5 . Il principio di Santi Romano è anticipato dall'antico aforisma "necessitai non habet legem", che significa più precisamente: "necessitas dat legem, non ipsam accipit" ("la necessità impone la legge, non la riceve") 6 . Dunque il diritto secondo Santi Romano è il prodotto immediato della "necessità" riflessa dalla "coscienza generale". Bisogna intendersi su quale sia questa "necessità" recepita dalla coscienza, ed intendersi anche sulla coscienza, oltre l'attributo di "generale", che le conferisce l'Autore. La necessità corrisponde all'istinto irrazionale di sopravvivenza. La coscienza appartiene all'istituzione. Essa cioè è tutt'altro che generale, se per generale s'intende la coscienza che appartenga all'umanità intesa nel suo complesso. E sì collettiva, ma in un senso sociale ristretto, cioè appartiene a una società storicamente determinata dai rapporti di potere in un tempo determinato. Come tale la necessità non è una Grundnorm, non ha nulla di metafisico, non è il presupposto trascendente della regula juris, ma è principalmente un 'fatto' che sarebbe presente nella coscienza sociale, e si sostanzierebbe nella esigenza, nel bisogno, nella istanza della collettività. La legge sarebbe lo strumento attraverso il quale questo 'fatto', vale a dire questa esigenza, diverrebbe patrimonio comune di tutti, e si trasformerebbe

da coscienza non ancora presente a tutti i consociati, e per questo non ancora efficace, a coscienza sociale esplicita e appartenente ai singoli. Ma chi sono i singoli depositari più o meno inconsapevoli dell'esigenza di difesa? A quali persone e a quali apparati appartiene la necessità-diritto di reagire alle aggressioni? Si tratta delle istituzioni e degli uomini che fanno parte dell'istituzione, sia essa la Chiesa, o lo Stato (oppure, all'interno di quello che Romano definirebbe un "ordinamento giuridico privato", persino Cosa Nostra). Fonte immediata del diritto sarebbe dunque "la necessità dell'istituzione di salvaguardare se stessa". Quando diverse istituzioni coesistono in un qualsiasi corpo sociale, vale a dire in un qualsiasi spazio territoriale, il rapporto fra istituzioni che si contrappongono non può che stabilirsi in termini di conflitto, o di alleanza di certe istituzioni contro certe altre: domina in ogni caso il sistema di guerra 7 . In Italia il sistema di guerra è perenne, si è strutturato e rafforzato con la Controriforma. Dagli inizi del secolo scorso la necessità ha più chiaramente assunto caratteristiche di 'emergenza'. Gerardo D'Ambrosio dice: "Il fatto è che in Italia siamo passati da un processo inquisitorio a un modello ibrido, forse perché i tempi non erano maturi, forse perché abbiamo avuto timore per le conseguenze che ciò avrebbe comportato nella lotta alla mafia, alla camorra e alla n'drangheta: è facile immaginare dieci anni fa, quando senza esitazione la mafia uccideva i magistrati, quali pressioni e quale influenza potessero esercitare queste pericolosissime organizzazioni criminali sulle giurie, condizionandone i giudizi e, alla fine, determinando il corso stesso della giustizia" 8 . Sarebbe questo il motivo per cui, secondo il magistrato, non sarebbe stata attuata la riforma, la sola secondo lui davvero radicale in senso accusatorio, rappresentata dall'istituzione della giuria. Si potrebbe obiettare che da questo punto di vista i tempi non diventeranno mai maturi. In una società che è già multietnica, ammesso che lo Stato riesca a sconfiggere le organizzazioni criminali indigene, restano quelle di fuorivia, di cui è molto difficile, per ragioni culturali e storiche, scoprire la radice e recidere

alla base la malapianta. Alcune di esse, si stanno già affacciando alla ribalta: la mafia cinese, quella russa e quella albanese, per fare alcuni esempi. Ma tutto il mondo occidentale si sta oggi confrontando con un'emergenza senza precedenti nella storia, se non risalendo a più di un millennio fa: il pericolo di estrema virulenza rappresentato dell'integralismo islamico. "E fia il combatter corto", dice il poeta. Corto, anzi cortissimo, come impone la minaccia nuovissima dei kamikaze, emersa, per la prima volta con un aspetto di estrema drammaticità e spettacolarità, l ' i l settembre 2001. L'istituzione quando sia minacciata da un singolo, instaura un conflitto particolare con esso. Il terreno in cui il conflitto diventa visibile, è, in regime di pace, quello del diritto penale e processuale. Nel clima dialettico che s'instaura, l'accertamento della cosiddetta verità è l'obiettivo principale. Il tema centrale è quello della prova. "Ma è legittimo surrogare la mancanza di riscontri esterni sul comportamento di un individuo con dati non documentati, ma semplicemente compatibili con quanto è stato effettivamente accertato? Dobbiamo distinguere fra legittimità politica e legittimità logica. Cominciamo dalla prima. Secondo Nando Dalla Chiesa chi denuncia l'abuso dalla 'prova logica' sottovaluta la gravità della situazione determinata dal peso crescente, anche politico, assunto in Italia dalla criminalità organizzata. Nei processi di mafia e di camorra il ricorso alla 'prova logica' sarebbe imposto dalla necesità di fronteggiare individui che distruggono, nascondono o alterano le prove. Questo ragionamento mi lascia perplesso, anche se non ho dubbi sull'importanza decisiva della lotta contro la criminalità organizzata. In ogni caso è un ragionamento che non si può estendere a un processo di tutt'altro genere come quello condotto contro i presunti assassini di Calabresi. In esso hanno trionfato contemporaneamente la 'prova logica' e la distruzione delle prove materiali" 9 . Qui lo storico Carlo Ginzburg s'accorge, analizzando un caso particolare, e senza dirlo esplicitamente, che il perenne stato di guerra domina in ogni caso, anche quando "il processo sia di tutt'altro genere". In ogni situazione processuale, anche quando non si tratti di criminalità organizzata, si giustifica non solo la 'prova logica', ma si ammette anche anche la 'violenza legale', la ricerca è guidata dalla metodologia del 'sospetto', che è "il folletto nascosto nell'effettività penale e processuale" (Italo Mereu, cit).

Il sistema di guerra, in altre parole, è generalizzato? Condiziona la pratica penale anche quando il conflitto riguarda non una collettività criminale organizzata - che poi, come sistema, sarebbe discutibile anche in quel caso - ma il singolo cittadino? E quali sono le origini storiche, i referenti culturali del metodo, per cui ogni situazione si colora di emergenza, ogni processo diventa in un certo modo emergenziale? Sono opportuni alcuni sintetici rilievi di ordine storico. La procedura inquisitoriale è vecchia quasi come il mondo. Non è un'invenzione strumentale della Chiesa cattolica; viene da più lontano, percorre la storia trasversalmente nei periodi di emergenza - o pretenziosamente considerati tali dal potere dominante - fino ai nostri giorni. L'Inquisizione è un'invenzione giuridica che dal Medioevo, "in Europa (tranne l'Inghilterra) ha superato indenne il Rinascimento, l'Illuminismo, la Rivoluzione francese e quella liberale, per arrivare viva, all'epoca contem» in poranea . Ogni volta che, anche in epoca romana, l'istituzione Stato si è sentita minacciata come tale, il principio universale della 'necessità-diritto' ha preso la forma della procedura inquisitoriale. E possibile far risalire la nascita di questa procedura al diritto romano, benché la norma presso i romani, come presso i germanici, fosse il processo accusatorio. Sono però proprio i romani che inventano il crimen lesa majestatis, che riguarda in special modo le prime comunità cristiane. I primi cristiani minavano dalle fondamenta lo stato, in primo luogo la sua economia, in quanto fondavano i loro rapporti di mercato sullo scambio, rifiutando il danaro. Stava in questo, e non in una pura questione religiosa, la loro maggiore pericolosità. Da questo pericolo esiziale nasce il crimen lesa majestatis. La reazione all'emergenza imponeva che prevalesse lo Stato, il quale iniziava l'indagine, e costringeva i privati a farsi avanti con le denunce. II crimen consisteva sostanzialmente nell'associarsi secondo un metodo di vita alternativo. Tuttavia, per giustificare le persecuzioni, si screditavano le comunità cristiane, con le stesse leggende che saranno poi utilizzate dalla

Chiesa per screditare gli eretici. I primi cristiani sarebbero stati cannibali, sessualmente promiscui, incestuosi e adoratori dei genitali (Tertulliano, vetero-illuminista, ironizzava su queste credenze, che però erano molto diffuse fra il popolo). Con l'attribuire queste pratiche alle comunità dissidenti si otteneva l'effetto della loro disumanizzazione. Le comunità dissidenti e alternative erano trasformate in congreghe di esseri feroci che si riunivano per tessere trame segrete ai danni della società 'umana', e al fine di rovesciare lo Stato. In epoca successiva, dopo che il Cristianesimo è diventato, attraverso la Chiesa cattolica, religione di Stato, ad essere disumanizzati sono gli eretici, ai quali si attribuiscono connotazioni sataniche, configurandosi in senso escatologico una lotta del Diavolo contro Dio". Nel Medioevo, e soprattutto nei secoli dal XII al XIV, un periodo coincidente con l'inasprimento del conflitto fra la Chiesa cattolica, e le comunità cristiane devianti rispetto al dogma (in particolare Càtari e Valdesi), l'Inquisizione è ancora scarsamente strutturata, decentrata in ogni Stato o Cittàstato, estemporanea nelle metodologie giuridiche. Il preludio della Inquisizione, nel senso della strutturazione dei metodi, dei precetti, dei formulari, e nel contempo della formazione culturale, più precisamente professionale, dei soggetti inquisitori, vale a dire il momento in cui l'Inquisizione comincia ad organizzarsi costruendo "un percorso esplicativo", si può far risalire alla data del 21 luglio 1542. E questa la data della Bolla di papa Paolo III Farnese Licei ab initio. Da essa ebbe origine la "Congregazione cardinalizia destinata a occuparsi della questione dell'eresia in tutta la Cristianità" 12. La bolla di papa Paolo III inaugura una nuova stagione dell'emergenza, un perenne inverno che in Italia si potrebbe dire, mutatis mutandis, dura tuttora. "Si trattava di una misura straordinaria: i cardinali in quanto inquisitori generali con autorità apostolica in tutta la República Christiana, ricevevano ogni potere contro i sospetti di eresia, gli eretici, i loro fautori e seguaci" Con maggiore determinazione, rispetto ai secoli precedenti, destituendo d'autorità ogni altra fonte giurisdizionale, la necessità dell'istituzione di salvaguardare se stessa si fa diritto. D'altronde il pericolo per la Chiesa è diventato estremo, percorre tutta la República Christiana, si annida persino fra il clero.

L'antico frate degli Eremiti di Sant'Agostino - Martin Lutero - ha scatenato un cataclisma. Egli rifiuta i più pregnanti sacramenti elaborati nei secoli dalla Chiesa, e così contraddice la funzione di intermediazione delle gerarchie ecclesiastiche fra i fedeli e Dio stesso. L'eresia luterana mina le fondamenta trascendenti dell'autorità ecclesiastica. Nel 1520 l'atto emblematico della ribellione radicale è il rogo dei libri nella piazza di Wittemberg, voluto da Lutero. In questo rogo finì "tra le fiamme un esemplare della "Summa de casibus penitentiae" del frate minore dell'osservanza Angelo Carletti da Chivasso: iscrivendo dunque un intero genere di letteratura pastorale nella stigma della sarcastica osservazione, secondo cui quest'opera era da considerarsi "piuttosto diabolica che angelica" 14 . In sintesi, fu attraverso questo percorso e queste storiche traversie che il potere dei "maladetti preti", come li aveva definiti con profetica acredine Francesco Guicciardini, diventò assoluto, capace di prevalere su ogni altro potere e sulla cultura giuridica di derivazione romanistica. "E singolare che la storiografia moderna, distinguendo le categorie dello Stato e della Chiesa, abbia finito col perdere di vista le loro zone di interse» 1 *> zione . La zona d'intersezione più evidente è appunto quella della pratica penale. "Se l'inquisitore è il sospetto fatto persona, l'Inquisizione rappresenta l'incarnazione processuale, la trasformazione tecnica, l'istituzionalizzazione del sospetto" 16 . Rispetto agli altri Paesi d'Europa, il pericolo e la repressione dell'eresia in Italia assume caratteristiche diverse. In Italia la Riforma ha perso la partita mortale. Per questo nel nostro Paese il nemico subdolo da battere è innanzitutto la simulazione. Non ne sono rimasti molti di nemici manifesti, da assediare e sterminare come i Càtari e i Valdesi, come Fra' Dolcino e i suoi seguaci. Pochi sono rimasti coloro, in quanto individui, frontalmente disposti al rogo pur di mantenere a testa alta la loro fede, come il protonotaro fiorentino Carnesecchi, o Fanino Fanini, che rifiutò già fra le fiamme del rogo di baciare il Crocefisso, come racconta Francesco Negri; alcuni si salvano con la fuga, come il vescovo di Capodistria Pier Paolo Frigerio, ma la maggior parte degli eretici preferirono restare nel loro Paese, salvandosi col fingersi perfetti osservanti della fede cattolica 17 .

Ecco il motivo per cui: "La Santa Chiesa Catholica et i summi Pontefici romani sono stati tanto desiderosi et zelanti che i suoi figliuoli siano senza colpa et macchia d'heresia, che hanno ordinato che non solmente gli heretici ma ancora li suspecti di essa, li scandalosi, li temerari et li huomini che vogliono disputare della fede si possino et debbino condannare come colpevoli, se nel termine a loro prefisso non purgano per giuste vie la loro allegata innocentia, et levino dalle menti delli Superiori et del popolo christiano le cause delle suspittioni et scandali contro di essi per heretici scandalosi et suspecti per loro colpa riputati" 18 . Nella sentenza contro Galeota i "cardini arcani" di cui parla lo storico Mereu ci sono quasi tutti: il sospetto di per sé scandaloso, l'allegata innnocenza, come dire la pretesa innnocenza già negata in anticipo secondo il principio di colpevolezza, la purgazione del sospetto, le giuste vie onde giungere a tale purgatip, che poi si identificano nella confessione e nella penitenza, i soli strumenti per togliere dalle menti dei Superiori e del popolo il sospetto. Il sospetto, nato dalla voce pubblica, è, nella sua fase iniziale, soltanto un dubbio. Ma già di per sé il dubbio è nefasto, fa già parte del peccato secondo l'etica cristiana. Bisogna eliminarlo, e lo strumento per annullarlo è la confessione. La confessione è un sacramento, che la religione presta al diritto (non solo quello penale, anche civile). Alle origini del cristianesimo appartenere alla chiesa apostolica significava davvero rinunciare a Satana, chi decideva di entrare a far parte della comunità cristiana, sceglieva un modo di vivere che escludeva il peccato. Nel primo documento scritto 19 in cui si parla della confessione e delle penitenze, cioè dei castighi che già in terra sono imposti da Dio (affari che vanno male, malanni eccetera), e che l'Onnipotente stesso direttamente scioglie concedendo la remissione senza alcun intermediario, la confessione si configura come atto intimo, quasi sinonimo di pentimento, in linea col forte sentimento privato e coscienziale della Chiesa originaria. Ma in epoca successiva, quando s'intensificarono le persecuzioni ai cristiani, non si consideravano i peccati leggeri, che semplicemente non esistevano come tali. Nelle originarie comunità cristiane niente poteva purgare i peccati: l'omicidio, l'adulterio, l'apostasia erano violazioni irremissibili.

Per il peccatore non valeva né la 'lacrimetta' 20 salvifica che al momento della morte col pentimento toglieva l'anima dalle grinfie del diavolo, né la penitenza purgatrice in vita. Si era dannati nella comunità dinanzi agli uomini, e in eterno di fronte a Dio. Il battesimo salvava dal peccato originale. Chi peccava dopo il battesimo veniva allontanato dalla Chiesa. Questo rigore durò per i primi quattro secoli di cristianesimo. In seguito la confessione divenne pubblica, come pubblica era la penitenza: il peccatore, vestito di sacco, poteva assistere alla Messa separato dagli altri non peccatori, ma doveva uscire dalla chiesa al momento della Comunione. Tutta la comunità doveva conoscere la sua colpa, al peccatore erano inibiti i sacramenti, matrimonio compreso, non poteva rivestire alcuna funzione sociale, doveva rinunciare ai suoi beni e alla famiglia. Soltanto dopo un periodo lunghissimo di penitenza che lo relegava nell'isolamento dell'appestato o del lebbroso, il peccatore poteva accedere a un perdono reso altrettanto pubblico da una cerimonia solenne alla presenza del Vescovo e della comunità. E solo dal settimo secolo in poi che alla confessione pubblica si sostituisce la confessione privata. Tuttavia non più come atto di contrizione in cui il penitente è solo davanti a Dio, bensì faccia a faccia con un interlocutore, il confessore chierico. Quando poi la religione cristiana è diventata da due secoli religione di stato, dal momento in cui la Chiesa da comunità autonoma è diventata un pezzo dello Stato, il peccatore (non solo l'apostata, anche l'omicida e l'adultero) non è più soltanto il traditore del corpo sociale clandestino, ma è diventato tanto socialmente pericoloso per la comunità, che mantenendolo in essa si rischierebbe di coltivare la serpe in seno, se l'ecclesia, intesa come comunità, non mettesse al bando non solo il peccato, ma anche il peccatore. La societas cristiana non corre più rischi di repressione o di annientamento. Con la nomina dei vescovi da parte dell'Imperatore, essa gradatamente diventa strumento di controllo politico. Le regole del vivere cristiano ormai s'identificano con quelle dello Stato. Per questo è necessario che lo Stato, attraverso i suoi funzionari, come sono adesso i vescovi, conosca intimamente i suoi sudditi 21 . La confessione diventa così da un lato obbligatoria - almeno una volta l'anno,

sancisce il Concilio Lateranense IV nel 1215 - dall'altro segreta. Bisognava consentire la riservatezza, e chiudere un occhio sull'ipocrisia, che il rigore della penitenza accompagnata dalla perdita di molti diritti sociali, rendeva quasi necessaria 22 . Da un altro punto di vista, dal segreto del confessionale lo Stato poteva entrare in possesso delle informazioni trascendenti il singolo, vale a dire di usare le delazioni che consentivano di amplificare in misura esponenziale il sospetto. Coerentemente si trasforma il concetto di peccato, che diventa più un'offesa alle leggi della Chiesa, intesa come parte integrante dello Stato, che un'offesa alla legge di Dio. Il peccato non riguarda più l'integralità della vita, riguarda la parte di essa che ha a che fare col dominio. Per questo i peccati confessabili si moltiplicano 23 . Facciamo un salto indietro di alcuni secoli, durante i quali la confessione conserva almeno parzialmente il suo ruolo di atto segreto, di colloquio privato fra il confessore e il devoto, l'intento soggettivo del quale è ancora quello di purgarsi l'anima in vista della vita eterna. Ma via via si moltiplicano i precetti, si complicano le regole confessorie, s'infoltiscono i formulari che specificano i peccati. Poco a poco la confessione si trasforma in interrogatio, assume sempre di più l'aspetto di un atto interno a una procedura giurisdizionale, in cui quello che nella sostanza conta sempre di meno è l'atto di intima contrizione del confessando, nonché la sua spontaneità. Al Decretum di Graziano, compilato a Bologna nel 1140, si deve "la formalizzazione di un diritto penale canonico e il fatto che il sacramento della penitenza divenga a partire da quest'epoca un atto giudiziario. L'assoluzione del sacerdote acquista un effetto causale: non è soltanto la dichiarazione del perdono divino, ma una sentenza" (P. Prodi, Una storia della giustizia, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 11-1%). Si cominciano a usare i libri paenitentiales, in cui sono acclusi gli ordines, i quali indicano in quale modo il confessore si deve comportare con il peccatore, affinché questi si confessi in maniera adeguata. Nella prassi assai presto si giunse all'articolazione del ruolo del confessore, inteso alla stregua di un giudice professionale, in particolare quando esso imponeva al penitente una penitenza appropriata.

È a partire dal XIII secolo che la figura del confessore, considerato prima come corrector, sive medicus, viene gradamente "soppiantata da una ben diversamente efficace metafora giudiziaria, che faceva del sacramento un 'foro penitenziale', del sacerdote un 'giudice delle anime', e che avrà il suo sbocco nei 'Tribunale della coscienza' dell'età tridentina" 24 . Con la Controriforma la confessione si trasforma in modo ancora più radicale. Siamo alla fine del secolo XVI: "L'adozione del confessionale ligneo venne resa obbligatoria per tutta la Chiesa cattolica con le prescrizioni del Rituale Romanum nell'edizione del 1614, e da quel momento entrò a far parte dell'immaginario della Controriforma" 25 . La diversa prossemica fra il confessore e il peccatore, che prima si appartavano in segreto in un angolo oscuro della Chiesa, fa parte del nuovo linguaggio, non soltanto in funzione della teatralizzazione del sacramento, ma riguarda - come era stato in un lontano passato - la sua pubblicità. "Il compito del sacerdote viene presentato in primo luogo come forma d'esercizio di un potere giudiziario che spetta all'istituzione ecclesiastica nel 'foro interno' della coscienza, come lo definiscono i canonisti" 26 . Già nel Cathechismus ex decreto concilii Tridentini ad parochos, stampato a Roma da Paolo Manunzio un secolo prima, cioè nel 1516, si sosteneva che "la cittadella che aveva protetto la Chiesa dagli assalti dell'eresia era stata la confessione". Al valore sociale della confessione, nel senso di strumento indispensabile nella lotta contro il Male - che è poi la lotta dell'istituzione Chiesa contro altre istituzioni religiose, in particolare quelle riformiste - soprattutto quando diventa più stretta la interazione fra il giudice clerico e il braccio secolare, vale a dire le istituzioni penalistiche dello Stato o della Città, si unisce, da un certo momento in poi, il suo plus-valore. Questo è costituito dalla delazione sui peccati altrui che la confessione deve contenere, pena la sua invalidità come sacramento, e quindi il risolversi in sacrilegio. L'Umanesimo, e la riscoperta dei testi classici greco-romani, ha prodotto, paradossalmente, un effetto collaterale nefasto. Si sono riscoperte, accan-

to alla grande poesia, alla filosofia, alle opere di scienze naturali, anche le leggende di origine pagana, tramandate nell'Europa medioevale negli strati popolari, e sopravvissute in quella che alcuni sociologi moderni definiscono "Vecchia Religione". Queste leggende non facevano riferimento al diavolo, a patti con Satana e al satanismo in generale. Quando, per efffetto della lettura del Vangelo, questo riferimento esisteva, per sovrapposizioni successive, non era quasi mai orientato nel senso del 'maleficio', cioè di attività rivolte a procurare, per mezzo delle male arti, malattie individuali, pandemie, carestie, eventi catastrofici metereologici e altro ancora. Le interpretazioni degli antichi testi in senso demonologico, furono adottate dalla Chiesa e dalla Inquisizione, in un primo tempo per giustificare la persecuzione degli eretici - càtari, valdesi, dolciniani - i quali in realtà aderivano più da vicino al messaggio dei Vangeli. (In particolare predicavano la povertà, ciò che maggiormente infastidiva il clero). Del resto una lettura satanista di quelle antiche leggende popolari, riportate in alcuni testi classici (si pensi alle Metamorfosi di Apuleio), non poteva che essere appannaggio di una classe colta, e quindi principalmente del clero, perché solo al clero, e in particolare ai monaci benedettini e domenicani, erano accessibili i testi manoscritti. Le pratiche disumane che gli antichi attribuivano (sia pure con il sorriso dello scetticismo) ai maghi (ma talvolta lo scetticismo della classe colta si trasformava in processo vero e proprio, come accadde ad Apuleio), furono dall'Inquisizione attribuite in un primo tempo agli eretici. In seguito, in linea con la generalizzazione che percorre tutta l'Europa e per reazione si estende anche al mondo riformato, l'accusa si trasferì, con un bagaglio più greve di irrazionalismo, alle comunità, o pretese comunità, delle streghe. Norman Cohn 27 ripercorre, partendo dal Medioevo, la storia e l'origine del sabba, o "sinagoga", termini da cui emerge nitidamente l'originario disprezzo che si risolve in persecuzione (in special modo in Spagna) contro gli Ebrei, intesi come setta diabolica. La nascita del Sabba procede di pari passo con l'enfatizzazione di Satana o Lucifero, inteso come detentore e Supremo Condottiero delle forze del Male che si oppongono a quelle del Bene capitanate da Dio. Il dualismo fa i due opposti finisce per affermarsi non senza polemiche sul-

la natura del Male. La più significativa fra queste concezioni alternative è quella che si è già vista riflessa parzialmente in Papini (vedi retro). Se Dio è l'onnipotente creatore di tutto l'universo, anche il Male deriva da Lui, e Satana diventa quindi un Suo sottoposto. In alcuni riti satanici, Satana non è antitetico a Dio, ma anzi egli viene invocato per servire la volontà divina. Gli scarsi riferimenti biblici, più consistenti nel Nuovo Testamento circa la presenza del diavolo, saranno ingigantiti, attraverso spurie manipolazioni del testo, dalla Chiesa medioevale. La concezione dualistica, d'altronde, non origina attendibilmente dal Cristianesimo, ma da Zoroastro, e si trasferisce nella versione cristiana attraverso il Manicheismo, al quale in un primo tempo aderì Sant'Agostino. Un'altra derivazione classica la si può trovare nei culti dionisiaci dei Greci (Dioniso come il Dio del caos) e nei baccanali dei romani, che ricordano le presunte orge del Sabba. (E interessante notare che nella cristianità orientale non si hanno tracce di culti satanici, sabba e cose del genere. Satana, i satanisti, i loro riti, sono invenzioni squisitamente occidentali). Esiste poi una tradizione storiografica che mette in luce l'origine antichissima e popolare di queste credenze di origine rurale collegate al culto della fertilità 28 . Cohn nega l'esistenza di tali pratiche reali, affermate invece con un esempio storico da Ginzbourg 29 . Secondo Cohn molti di quei rituali non sarebbero mai esistiti, ma sarebbero leggende tramandate oralmente. Insomma nessuno si sarebbe mai messo a volare su una scopa, nessuno si sarebbe mai trasformato in un enorme rospo, e nessuno, o nessuna, avrebbe mai baciato l'ano e i genitali di giganteschi gatti neri. Nella realtà leggende di questo tipo avrebbero perlopiù origine dai culti degli spiriti guardiani, protettori delle case (la tesi è confortata da una gran mole di documentazioni antropologiche e etnologiche). Questi spiriti avevano carattere propiziatorio e benefico. Il 'maleficio', praticato o meno, al massimo consisteva in una pratica consistente nell'annodare una cordicella, allo scopo di provocare l'impotenza di qualcuno, o nell'infilzare degli spilloni in un pupazzo di creta. Tutto questo, ovviamente, con lo scopo di prendersi qualche vendetta personale. Forse qualcuno ci credeva davvero di avere poteri paranormali. Ma si trattava per lo più di scaramucce, di rancori privati fra paesani, cui la Chiesa altomedioevale, almeno fino al Trecento, guardava con scarso interesse e con sufficienza.

Successivamente la Chiesa, in special modo in periodo di Controriforma, costrinse entro le maglie dell'interpretazione demonologica quelle che erano leggende innocue di origine pagana. Prima di tutto assunse come dogma la presenza di Satana, e i patti con quella entità reale, con ogni terrificante addentellato (cannibalismo, infanticidio, sodomia, incesto e via dicendo). Le manifestazioni demoniache divennero via via sempre più corali: ecco il Sabba, come assemblea stregonesca, e questi presunti riti sabbatici si spostano gradatamente verso l'apostasia, comprendendo la profanazione dell'ostia, gli sputi sul crocefisso, i baci sul deretano del caprone-diavolo. Dopo il Trecento a poco a poco si comincia a dare per vere le cose più assurde. Le streghe trasformano gli uomini in animali, per lo più in maiali, cominciano i voli notturni. Sono questi voli che consentono di estendere i processi per stregoneria all'intera Europa. Al luogo deputato per il Sabba, grazie al volo notturno, si poteva giungere provenendo da qualsiasi parte. Alcuni processi assumono proporzioni abnormi, il processo alle streghe della Valcamonica, per fare un esempio. In epoca moderna si spacciano per fenomeni autentici quelle leggende che la Chiesa medioevale cosiderava semplici superstizioni. Prende sempre più piede l'idea della setta, dei gruppi più o meno estesi di adoratori del diavolo. Dalla persecuzione giudiziaria del singolo individuo, eretico o indemoniato, si passa alla caccia delle streghe, cioè ai processi che riguardano intere collettività di persone. Come e perché avviene tutto questo? Il come sta nel metodo inquisitorio. Poiché la minaccia non è più individuale, ma collettiva, lo strumento della confessione si carica del plus-valore cui ho accenato sopra. Il sospettato non deve purgarsi del sospetto - che riguarda gli inquisitori, e che è sufficiente per giungere al processo e alla condanna - soltanto confessando la sua colpa, cioè accusando se stesso, ma deve anche incolpare altri, definire la consistenza della congrega. Nasce così, in questo periodo storico di estrema intolleranza, la figura dell'imputato-testimone, che il popolo, col tempo, definirà con la parola "infame". Quanto al perché - ho già parlato della necessità dell'istituzione di salvaguardare se stessa - faceva ormai parte dell'immaginario di giudici e inquisitori lo spettro della rivolta dei contadini in Germania.

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A mio parere però, bisogna mettere in conto il sistema della paura. Accreditando con i processi e con le condanne al rogo i riti sanguinari, il cannibalismo, la sfrenata e orgiastica libidine delle orge durante i sabba notturni, il rapimento dei bambini, i malefici che coinvolgerebbero comunità intere con la carestia, con il seccare le matrici degli animali, si estende, attraverso il terrore, il campo della delazione. Il buon cristiano è obbligato alla denuncia, laddove gli paia di intravedere il male. Le fonti d'informazione, veritiere o piuttosto false che siano, si moltiplicano, come si moltiplicano in misura esponenziale i coadiutori degli inquisitori. Il sistema della paura sostiene il sistema del controllo generalizzato. La paura dirottata in questo campo irrazionale, produce un altro effetto: sposta, esorcizza altre paure, reali queste ultime e atrocemente presenti. Il periodo di maggior virulenza della caccia alle streghe, è anche il periodo in cui tutta l'Europa è sconquassata dalle guerre, percorsa da pestilenze - la peste nera - da carestie, dalla fame.

Note al Capitolo Sesto 1

Gerardo D'Ambrosio, intervista pubblicata da "Micromega", n. 5 del 2000, insieme a Gaetano Pecorella. Il dottor Gerardo D'Ambrosio è stato il capo della Procura della Repubblica di Milano. 2 3

Ibidem. Ivi, p. 48.

4

Italo Mereu, Storia dell'intolleranza in Europa, Mondadori, Milano 1979, p. 11. Molte altre idee, provocazioni, eresie esposte in questo capitolo sono tratte o ispirate da questo testo di Mereu. 5

Santi Romano, Osservazioni preliminari per una teoria sui limiti della funzione legislativa nel diritto italiano, p. 195. 6

Pubblio Sirio. Il principio "Necessitai facit ius", "la necessità crea la legge", è affermato sostanzialmente anche da Modestino nel Digesto (40, 1,3). 7 Santi Romano, cit. " Gerardo D'Ambrosio, cit. 9 Carlo Ginzburg II giudice e lo storico, Einaudi, Torino 1991, p. 100. 10 Italo Mereu, cit, p. 187. Di recente, a causa dell'emergenza determinata dal fenomeno del terrorismo negli anni Settanta-Ottanta, il binomio confessione-collaborazione ha visto nel nostro ordinamento processuale penale un'esaltazione fino a

quel momento sconosciuta in epoca recente, ma ricchissima di precedenti storici. Il reo confesso e accusatore dei complici, che il popolo definirà 'infame', acquista di diritto il premio dell'impunità o della quasi impunità. Scrisse un giurista eccellente (Giuseppe Branca) poco prima che fosse emanata la legge 29 maggio 1982, ma quando già questa legge era nell'aria, e già vigeva l'art. 4 del D.L. 15 dicembre 1979 N. 625 (che prevedeva sconti di pena per i ed. pentiti): "Sembra che fra l'antica tortura e la moderna riduzione di pena per i terroristi 'pentiti' ci sia una differenza grande quanto il tempo che le divide. Sembra, perché si pensa al male che dava la prima e ai benefici che invece procura la seconda... Si rassomigliano perché più che ad avere dichiarazioni e notizie, tendono ad estorcere: la prima minacciando ed infliggendo sofferenze corporali, la seconda promettendo la riduzione temporale delle sofferenze del carcere". 11

Norman Cohn, I demoni dentro. Le origini del Sabba e la grande caccia alle stre-

ghe, titolo originale Europe's Demons, 1994, traduzione di Donatella Venturini. Edizioni Unicopli, Milano 1999, p. 29: "Nella maggior parte delle società... dire che un gruppo pratica l'incesto, adora i genitali, uccide e mangia i bambini, è come dire che è un'incarnazione dell'antiumanità. Un gruppo simile è assolutamente fuori dell'umanità, e 0 suo rapporto con il genere umano può essere solamente di ostilità implacabile. E così infatti che i Cristiani furono visti nel mondo greco-romano del secondo secolo". 12 Adriano Prosperi, I Tribunali della coscienza, Einaudi, Torino 1997, p. 38. 13

Ìbidem.

14

Roberto Rusconi, Lordine dei peccati. La confessione fra Medioevo e l'età moderna., Il Mulino, Bologna 2002, p. 277. 15 Adriano Prosperi, cit., p. 43. 16 Italo Mereu, cit., p. 201. 17 Adriano Prosperi, cit., p. 165. 18 Sentenza contro Mario Galeota, 12 giugno 1567, pubblicata da Pasquale Lopez,

Il movimento valdesiano a Napoli. Mario Galeota e le sue vicende col Sant'Uffizio, editore, Napoli 1976, pp. 174-179. In Adriano Prosperi, cit., pp. 155-158. 19 II Pastore di Sant'Erma volgarizzato da don Gio. Battista Gallicciolli, Venezia 1796, dalla stamperia di Carlo Palese, p. 102: "E quando principiano a pentirsi dei loro falli, allora è che restino tocchi il cuore dalle opere loro, le quali iniquamente ferono, e così danno laude a Dio confessando, che egli è un giusto giudice, che meritatamente tutte quelle disgrazie soffrirono a tenore delle azioni sue. Nel tempo poi di vita, che a loro resta, servono a Dio con purità di mente, e bene riescono a essi tutti i suoi affari, ottenendo dal Signore quanto chiedono." Sant'Erma, nominato da San Paolo nella XVI lettera ai Romani, scritta nell'anno 60 D.C., fu scrittore del primo secolo ai tempi del Pontefice S. Clemente I, dal quale ricevette l'ordine di pubblicare il suo

libro. Forse Sant'Erma morì prima della persecuzione dell'Imperatore Domiziano (questo secondo la prefazione alla sua opera nell'edizione di cui sopra). 20 "Tu te ne porti di costui l'etterno/ per una lacrimetta che '1 mi tolse..." Dante, Divina Commedia, Purgatorio, Canto quinto, w. 106-107.22: E da questo momento che nasce l'interazione fra il sistema ecclesiastico e quello giudiziario. In seguito alle successive emergenze ereticali (i Càtari, i Valdesi) comincia ad affacciarsi il principio della necessità equivalente al diritto. La confessione si avvia a diventare un atto giudiziario. 21 La nascita del Purgatorio è ancora successiva. Secondo Jacques Le Goff, risale alla fine del XII secolo, allorché: "Non lasciare più soli a fronteggiarsi i potenti e i poveri, i chierici e i laici, ma ricercare una categoria mediana - classi medie e terzo ordine - rientra nel medesimo processo e si riferisce a una società mutata." J. Le Goff, La nascita del Purgatorio, trad. di Elena De Angeli, Einaudi, Torino 1982, p. 10. 22 Roberto Rusconi, cit. 21

Ìbidem.

"Queste disposizioni, dunque, se pure hanno lo scopo dichiarato di prevenire eventuali deviazioni, in realtà rafforzano il potere di controllo insite nell'amministrazione del sacramento: controllo non solo personale, ma anche sociale..." (Ivi, p. 76). "Un significativo risvolto di questa impostazione appare il fatto che, quando si apre il dibattito sul problema della conscientia erronea - vale a dire sul caso di colui che crede in buona fede di non commettere peccato con un suo specifico comportamento - l'unica soluzione additata è deponere conscientiam, cioè accettare le indicazioni di coloro i quali, come predicatori, confessori e curati, sono incaricati di far conoscere la volontà divina non solo nei suoi lineamenti generali, ma anche nei casi specifici." (Ivi, p. 77). 24 25 26 21

Ibidem. Ibidem. Ibidem.

Norman Cohn, cit. James G. Frazer, Il Ramo d'oro. Studio della magia e della religione, traduzione di Lauro De Bosis e Paola Sacchi, Bollati e Boringhieri, Torino 1965 e 1990. 29 Carlo Ginzburg, I benandanti Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi, Torino 2002. Secondo Ginsburg l'Inquisizione forzò dentro una griglia demonologica il folklore di rituali che con il satanismo non avevano nulla a che fare. I Beneandanti friulani della metà del Cinquecento erano le persone nate con la camicia, cioè partoriti con addosso residui di placenta e di liquido amniotico, per questo dotati di poteri paranormali. A scadenze stagionali, contemporaneamente ai raccolti, i Beneandanti combattevano, provvisti di verghe fatte con rami di finocchio, streghe e stregoni ostili, a loro volta armati di rami di sorgo. La battaglia vincente per 28

i Beneandanti avrebbe propiziato i raccolti. Le leggende su questi scontri incruenti e sulle assemblee di Beneandanti, in conflitto con le pretese streghe, implicavano dicerie su voli notturni, uscite dal corpo eccetera. Nei processi inquisitoriali che si fecero a danno di questi innocui contadini, le finte battaglie combattute con verghe leggere, tali da impedire che si facesse male nessuno, si trasformarono in rituali satanici. I Beneandanti furono sottoposti a "interrogatori suggestivi", dai quali doveva nascere la confessione, con il plus-valore della delazione di altri soggetti. Al di là delle leggende e dei racconti fantastici, delle confessioni e relative delazioni, non è dato di sapere che cosa facesse di concreto questa gente. Un'idea la si può forse avere dal racconto ingenuo di una bambina, che descrive persone che si radunavano in una casa, bevevano molto vino, e poi si ritiravano ciascuno a turno in una stanza con una donna. A far che, è facile immaginarlo. "Più precisamente, le fondamentali ricerche di J. Hansen (Zauberwan, Inquisition

und Hexenprozess im Mittelalter un die Entstehung der grossen Hexenverfolgung, Munchen und Leipzig 1900) hanno mostrato come l'immagine della stregoneria diabolica, con tutti i suoi accessori - patto col diavolo, sabba, profanazione dei sacramenti - si sia venuta elaborando fra la metà del '200 e la metà del '400 ad opera di teologi e inquisitori, per diffondersi poi, attraverso trattati, prediche, figurazioni via via in tutta Europa, e successivamente addirittura al di là dell'Atlantico. Questa diffusione - ma è più esatto parlare di sovrapposizione dello schema inquisitoriale già accennato a uno strato preesistente di generiche supersizioni - si attuò in forma particolarmente drammatica nel corso stesso dei processi, modellando le confessioni degli imputati grazie ai due strumenti già ricordati: la tortura e gli interrogatori 'suggestivi'" (ivi, p. VIII).

CAPITOLO SETTIMO SIMMETRIA DELLE DUE CONFESSIONI, QUELLA DI STEFANO MELE E QUELLA DI GIANCARLO LOTTI. UN'ALTRA SIMMETRIA: NATALINO MELE E FERNANDO PUCCI. L'IPOTESI SURRETTIZIA DEI COMPLICI.

Il nostro caso giudiziario, se non altro per i numerosi errori, manifestati autenticamente dalle autorità inquirenti, che hanno dovuto ammettere di avere incarcerato alcune persone ritenute poi innocenti; per il tempo eccezionale delle indagini - trentasei anni - ; per i problemi scientifici e di altra natura che presenta, e la diversità degli approcci ad essi, avrebbe richiesto l'approfondimento critico e problematico della stampa. Ricordo con nostalgia il contributo di un grande giornalista, Marco Nozza, oggi scomparso, alle indagini su un caso giudiziario, di cui mi occupai agli inizi della professione di avvocato penalista. Questo caso, prima che, grazie all'indimenticabile Nozza, l'inchiesta prendesse la strada giusta, presentava un clima da caccia alle streghe simile a quello che ci riguarda. Nel processo per il rapimento e l'omicidio di Ermanno Lavorini ad essere criminalizzati in blocco furono gli omosessuali della città di Viareggio. Ci furono perquisizioni e interrogatori a tappeto, i sospetti sui cosiddetti "balletti verdi" raggiunsero i vertici dell'amministrazione pubblica cittadina. Si arrivò alle dimissioni in blocco della prima amministrazione locale di centrosinistra. Gli errori iniziali degli investigatori fecero delle vittime innocenti: innanzitutto ci fu il suicidio in carcere di un innocente sospettato, Adolfo Meciani, poi si uccise un omosessuale sconvolto dal clima di terrore che si era creato in città, una persona molto nota morì di crepacuore, un padre di famiglia pagò la sua tendenza sessuale segreta con la rovina economica e con la perdita dei suoi affetti più cari. Dove sono finiti i giornalisti-investigatori, i quali, senza atteggiamenti di inferiorità o di eccessivo ossequio verso le autorità costituite, si impegnavano

personalmente nelle indagini, proponendosi in funzione alternativa e critica alle indagini ufficiali, preoccupandosi più del senso critico dei loro lettori, della congruità e correttezza delle informazioni fornite sempre di prima mano, che di pestare i piedi a qualche funzionario potente, così da danneggiare la propria carriera? All'epoca li chiamarono "cronisti d'assalto", in seguito si cominciò a declassarli col termine "dietrologi", accusandoli di essere fissati nell'idea del complotto, delle forze segrete e potenti che avrebbero dominato le inchieste nell'ambiente giudiziario italiano. Oggi sono scomparsi quasi del tutto. Nel processo infinito del mostro di Firenze si è dato persino il caso, eccezionale ma emblematico, di un cronista, il quale, mettendosi a fianco dei funzionari di polizia, tollerato ma non richiesto, si sarebbe dato da fare con impegno indagatorio personale, e con tale accanimento contro Pietro Pacciani e i cosiddetti compagni di merende, da essere lui stesso sospettato e processato per avere falsificato una prova a danno del contadino del Mugello e dei suoi pretesi accoliti. Aggiungo che il caso è in attesa di essere delibato nel giudizio dibattimentale, e che l'accusa potrebbe essere smentita dalla sentenza. Questo però non toglie che l'attività di quel giornalista, come quella della stragrande maggioranza dei suoi colleghi, è stata sempre a ricalco delle tesi degli investigatori. Eppure ce ne sarebbero di metodi da biasimare, di pretesi risultati indagatori da criticare, e da rivedere proponendo un'analisi diversa, nelle inchieste che sto esaminando, in particolare riguardo a quest'ultimo spezzone processuale ed alle premesse che sostengono la nuova tesi. (Che rassomiglia, dal punto di vista culturale, a un'iniziativa, turistica quest'ultima, giustamente biasimata da Franco Cardini in Streghe in Piazza Signoria ne "Il Governo delle cose" 1 . Intendo accennare alla raffazzonata mostra permanente a Firenze sulla stregoneria, nel palazzo all'angolo fra Piazza della Signoria e Via dei Calzaioli, esposizione che ha preso il posto dei quadri della collezione di Alberto Della Ragione). Le streghe sono ritornate anche in Via Strozzi e in Via Zara, nelle sedi rispettive della Procura della Repubblica e della Questura di Firenze. Ma nessuno, tranne qualche voce isolata - e per questo più coraggiosa - sembra accorgersi che l'inchiesta, per come è impostata, rappresenta una grave regressione involutiva prima di tutto sotto il profilo dei diritti fondamentali dei cittadini,

pur sanzionati dalla Costituzione della Repubblica e da leggi internazionali delibate in Italia. I presupposti della caccia alle streghe (o agli stregoni) ci sono tutti. Primo fra tutti, l'emergenza dei tempi calamitosi, non solo da un punto di vista generale e internazionale. Anche nel chiuso della casa sembra di assistere alla demonizzazione delle relazioni parentali. Ogni mese, o quasi, si apprende di delitti compiuti sul coniuge (quasi sempre femminile) e sui figli, di figli che uccidono i genitori, di abnormi rapporti sessuali pedofili. E ormai un fenomeno generalizzato, indagato da psicologi e criminologi, l'aspetto più visibile e drammatico della crisi profonda dell'istituzione che sta alla base della convivenza sociale, cioè della famiglia. L'insicurezza, la precarietà economica, il clima di guerra incombente, la teorizzazione del Male assoluto come nemico implacabile da combattere con ogni mezzo, imposta negli USA con tutto il peso dell'autoritarismo dai massimi esponenti politici conservatori oggi al governo di quella Nazione, stanno a fondamento di un malessere sociale che ricorda profeticamente il clima degli anni Venti del Novecento, che poi sfociò nel nazifascismo e nella catastrofe planetaria della seconda guerra mondiale. Non è per caso che proprio in quegli anni nacque la letteratura horror, e gran parte dell'industria degli horror moovies, che accompagnerà il secolo fino al 2000 e oltre. Cominciò a quell'epoca la mercificazione dell'angoscia? Forse sì. Nascendo da un fenomeno artistico-culturale, che accresceva la consapevolezza di una condizione umana, già anticipata due secoli prima da Francisco Goya - intendo accennare all'Espressionismo tedesco - modificandosi il quadro storico generale, avviato verso la prima guerra mondiale, l'impulso artistico si esaurì, e quelle che erano anticipazioni fantastiche e ideologiche furono sommerse dalla realtà. Le intuizioni artistiche prognostiche entrarono a far parte della cultura di massa, e il cinema americano esorcizzò il fenomeno. Golem, Dracula, Frankestein, licantropi, mostri, fantasmi dell 'horror cinematografico, si proponevano con una presenza accattivante, livellata da un quasi generale appiattimento artistico, fino a diventare condizionamento psicologico di massa. Gradatamente l'angoscia è divenuta sempre di più merce. Oggi il gusto del pubblico sembra indirizzato sempre con maggiore determinazione verso oscure profezie, orge sanguinarie, catastrofi cosmiche, super-

criminali dotati di poteri paranormali, la spettacolarizzazione del demoniaco e dell'assurdo. La musica popolare stessa si è evoluta in questo senso. La cosiddetta cultura pop, guidata dalla inflessibile legge mercantile, e intesa in senso antagonista alla cultura borghese dell'Ottocento, domina la scena e contribuisce a mantenere il clima di angoscia incombente. Il sentimento della paura di per sé non è visto come un fenomeno negativo, suscettibile di impedire il pensiero critico e la riflessione razionale, bensì come un fatto adrenalinico, una droga a buon mercato, lo stimolo per un singolare piacere. Sembra lontano il tempo, quando nel 1941 il Presidente americano Franklin Delano Roosevelt, proclamava fra le libertà fondamentali del cittadino la libertà dalla paura. Quello contemporaneo è un genere di paura-piacere che rimuove altri terrori più profondi, c'è persino chi lo considera terapeutico. Un tipo di terapia sadica che sarebbe piaciuto ai dottori Goebbels e Menghele. In un libro di grande impegno e interesse, ampiamente documentato, Giorgio Galli dimostra come alcune radici culturali del nazismo affondino in certe cosiddette "scienze perdute", la cui oscurità maschera la dominante irrazionale e adrenalinica (magia, occultismo, esoterismo, ermetismo, astrologia, alchimia). Nella Germania di Kant, di Goethe, di Hegel, di Beethoven, negli anni che precedettero il nazismo, queste cosiddette scienze riemersero con forza dalle ceneri della letteratura gotica. Nei suoi anni di formazione giovanile, gli anni viennesi, Hitler fu un assiduo lettore della rivista "Ostaria", diretta da Jorg Lanz von Liebenfels. A parte il marcato antisemitismo, la dottrina di Lanz sosteneva l'esistenza in alcuni spiriti eletti di doti paranormali, e la possibilità di acquisirle. A proposito di Lanz, Galli cita Joachim Fest 2 : "Il sentimento di angoscia dell'epoca, la tendenza a costituire associazioni e gruppi elitari, l'idolatria dilettantesca che nutriva per le scienze naturali, atteggiamenti cementati da una componente che sul piano intellettuale come personale appare in larga misura truffaldina: tutto questo si ritrova nella dottrina di Lanz" \ Forse il sentimento di angoscia della Germania pre-hitleriana assomiglia all'attuale sentimento che oggi riguarda in generale tutto l'Occidente. La merce-angoscia, la merce-orrore secondo alcuni osservatori del fenomeno, non è estranea alla nascita (o alla riscoperta?), ma soprattutto all'intensificarsi

del fenomeno dei serial killer e dei cosiddetti mass murder, che negli Stati Uniti ha assunto, in epoca recente, dimensioni eccezionali, fino a diventare un fenomeno sociale. Sarei tentato di dire che il caso, non del tutto trascurabile che ci riguarda, rappresenta un precipitato di questo sentimento inconscio e collettivo. Certamente la vicenda, per come è narrata e proposta dai media, è sfruttata come una merce: si vende bene, il mostro di Firenze, diventa più appetibile quando si colora di mistero, quando varca il confine dell'irrazionale e del demoniaco. Ma è meglio ritornare coi piedi per terra, come si dice. Si è visto quali e quante perplessità desti la confessione di Stefano Mele. La logica interna della confessione del manovale oligofrenico faceva acqua da ogni parte, e soprattutto non reggeva alla luce dei fatti. Finora ho analizzato l'angolo visuale dell'accusato, osserverò adesso più puntualmente il punto di vista degli inquirenti. "Non è agli errori di logica che vogliamo dar peso, ma alle premesse false e superficiali che conducono a conseguenze fatali", scrive Theodor Reik (uno degli psicoanalisti più autorevoli degli Stati Uniti, di origine austriaca, che egli considera la sua seconda patria. Freud definì Reik, nel 1918, "Una delle nostre migliori speranze") ne L'impulso a confessare4. Un pensiero psicologico preconcepito è il punto di partenza di un'indagine criminale svolta secondo il metodo inquisitorio. La posizione preconcettuale anticipa ogni altro procedimento, si propone prima che gli inquisitori abbiano pensato a legare e «avvicinare fra loro i fatti, in modo da rendere evidente il loro significato, prima di avere diviso i fatti essenziali da quelli accidentali, e di aver tratto conclusioni da premesse certe. H o cercato di documentare come il passato ritorni con una perseveranza che affonda le sue radici nello stato della Chiesa, l'unico, secondo Adriano Prosperi, che abbia mai funzionato in Italia. Da noi questa regressione storica è più evidente che altrove, perché il nostro inquirente, anche quando diventa giudice, è spesso fuorviato dall'impulso di matrice confessionale e cattolica a ricercare in se stesso l'illuminazione metafisica - che in realtà è appunto psicologica - che dovrebbe condurlo alla verità. Questo senza essersi posto, né tantomeno aver risposto alle otto

domande d'oro: Cosa? Chi? Quando? Dove? In che modo? Con che? Con l'aiuto di chi? Perché? Tutte queste domande sono spesso sussunte e risolte nella congettura iniziale. L'unica domanda che resta in piedi è: quibus auxilis, con l'aiuto di chi? Il lavoro dell'inquisitore si riduce a ricercare le conferme esterne dell'illuminazione iniziale, di preferenza suggerita da non meglio specificate voci (vox populi, vox dei), la prima e fondamentale conferma delle quali è la confessione del 'reo'. E sì vero che negli elaborati di poliziotti e giudici la logica è quasi sempre indicata come la via maestra per giungere al risultato. Ma, scrive ancora Reik nel testo citato: "Non è mia intenzione affermare che il ragionamento logico sia privo di valore, soprattutto se lo si adopera come controllo; ma non si può negare che la stragrande maggioranza dei successi (e degli insuccessi, n.d.A)., sia dovuta a processi psicologici del tutto differenti, per quanto coperti da un velo di logica. E facile ingannare la ragione, perché il nostro pensiero, spinto da forze anonime, cede volentieri all'inganno, e giunge alle conclusioni più assurde usando una logica apparentemente impeccabile... Una erronea esposizione di fatti, basata su false premesse, rappresenta un pericolo molto più grave delle manchevolezze nella argomentazione per deduzione" 5 . Secondo il criminologo Gross, non basta provare che c'è una confessione, "ma dobbiamo trovare che la confessione è comprensibile, considerando tutti i fattori utili" 6 . Nella confessione di Mele invece, molti fattori, i più rilevanti, uscivano con evidente contraddittorietà dal quadro. Quale fu dunque la premessa falsa, data per vera e per certa, nell'impostare l'accusa contro Stefano Mele? È possibile che questa premessa abbia condizionato la cosiddetta confessione del manovale sardo? È evidente che la congettura iniziale si fondò all'inizio dell'indagine su quello che appariva sul momento l'unico movente possibile. Ma non rispondeva a verità che il marito nutrisse del rancore contro la moglie Barbara, sia per questioni di gelosia, che per motivi di ordine economico. Quanto alla gelosia tutto deponeva al contrario per un'assuefazione, se non un'accondiscendenza, a un comportamento che ormai durava, senza recriminazioni, da anni. Tanto che

la stessa sentenza di primo grado del processo Pacciani, pur sposando la tesi della colpevolezza del Mele, fu costretta ad abbandonare definitivamente una causale smentita dai fatti e dai comportamenti di entrambi i coniugi. Tuttavia fu proprio il movente il punto di partenza nell'indagine su Stefano Mele. Non esistevano altre tracce al di fuori del suo degradato ménage domestico: nessuno aveva visto Stefano in prossimità del luogo del delitto, oppure mentre inseguiva la moglie fedifraga, nessuno gli conosceva il possesso di una pistola, nessuno lo aveva mai udito minacciare la moglie di morte, nessuno lo aveva mai visto sparare un solo colpo di pistola. Il rapporto dei Carabinieri più volte citato scopre l'atteggiamento, con una pur larvata componente di razzismo, che sta alla base del preconcetto: "Ci si potrebbe chiedere se il Mele, individuo chiuso e fisicamente insignificante, fosse idoneo a commettere una tale carneficina. Ebbene, si ritiene di sì. Uomini come lui, forgiati e messi a dura prova sui monti dell'alto Nuorese, il Mele stesso dichiara di avere vissuto quale 'servo-pastore' in quelle zone, sono capaci di agire con tale straordinaria freddezza e decisione" 7 . L'illazione sociologica, frutto di una sconcertante generalizzazione, lascia però trasparire il dubbio: gli inquirenti si accorgono che l'azione di cui tentano di districare i connotati più significativi, è "straordinaria", per freddezza e decisione. L'uomo che hanno di fronte è invece un personaggio "insignificante", per questo sono costretti a ripiegare sull'ambientazione suggestiva dei "monti dell'alto Nuorese", luogo geografico che sottintende altre suggestioni: il codice barbaricino, la fredda ferocia degli uomini di quella zona, di cui fra poco i toscani faranno dolorosa esperienza attraverso una serie di sequestri, in alcune occasioni seguiti dall'omicidio del sequestrato. Ma il movente resta ancora incerto: "Ha sopportato per tanti anni la moglie infedele, ma non riesce a passare sopra al fatto che è stata la causa prima che ha distrutto il suo sogno finalmente realizzato..." 8 . Il sogno finalmente realizzato sarebbe quello di possedere la vertiginosa somma di meno di mezzo milione. Nel tentare di approfondire quello che a loro appariva l'aspetto primario del problema - e forse lo era, primario, ma in tutt'altra direzione - inquirenti e giudici si orientarono secondo un certo processo psicologico. Può sembrare criticare i risultati di un'indagine e una o più sentenze cercando di individuare l'atteggiamento psicologico degli inquirenti e dei giudici.

Bizzarro non lo è affatto, perché, come dice ancora Reik, ai rilievi del quale affido queste considerazioni che possono apparire teoriche, e che invece sono molto in chiave col processo infinito: "La ricerca dei fatti obiettivi e soggettivi è un processo psicologico... Se la ricerca dei fatti è un processo psicologico, il pericolo di commettere un errore di psicologia può risultare assai più grave di quello di commettere un errore di logica" 9 . Tantopiù è psicologico il punto di vista iniziale del ricercatore, quanto più la ricerca riguardi il movente del delitto. Nello sforzo di desumere l'intento dal risultato, l'indagatore si basa, con un procedimento conscio o inconsapevole, sulla possibilità di identificare se stesso col sospettato. E sì possibile da un'azione risalire al motivo che l'ha generata, ma questa conclusione presuppone che ci si trovi di fronte a processi psicologici simili a quelli che agiscono in noi. Ma nel caso che a fondamento del delitto ci sia una psicosi (o una psicopatologia), questo approccio al problema diventa fuorviarne: "...Mentre noi cerchiamo l'ignoto criminale seguendo un nostro pensiero logico, e supponiamo per il delitto un motivo come la gelosia o l'odio politico, che sono passioni comuni a tutti gli uomini, non pensiamo a un motivo che si può spiegare solo se esiste una psicopatia, retaggio particolare e personale" 10 . Avvenne appunto questo nel caso di Stefano Mele. L'inquisitore (inteso come poliziotto e poi come giudice) cercò in sé stesso, usando strumenti psicologici introspettivi comuni alla generalità, la ragione del delitto. La trovò, o ritenne di averla trovata, prima nella gelosia, nell'onore tradito, in seguito nell'endemica povertà dell'inquisito, nel "sogno finalmente realizzato" di essere uscito (?) da questa condizione. È a partire da questo punto che s'inserisce il lavoro dell'inquirente sul Mele, in un primo tempo ancorato a una totale negativa: "Quella sera ero a letto, ammalato, avevo abbandonato in anticipo il lavoro per questo, perché mi sentivo male". Dinanzi a questa iniziale affermazione di innocenza, quale fu l'atteggiamento psicologico degli inquirenti, e quale il loro lavoro investigativo? Rileggiamo di nuovo il rapporto dei Carabinieri del 21 settembre 1968, che inizialmente fa riferimento alle prime dichiarazioni del manovale sardo, alle

(-••M'ITOLO Sl.TTIMO

ore 9,40 del mattino del 22 agosto '68: "Il Mele afferma che è rimasto tutta la notte sveglio, in attesa della moglie e del figlio, ma che non è uscito a cercarli perché si sentiva male e che al mattino, alle sette, quando i Carabinieri suonano al campanello dell'inquilino del piano di sotto, pur non essendo l'interessato, lui si affaccia ugualmente dalla finestra per vedere, chi fosse, perché, dice: 'aspettavo che n i portassero 1 a notizia se del caso fosse capitato q u a l c h e cosa' " n . Il maiuscolo corrisponde a una sottolineatura del testo, e le virgolette dovrebbero indicare le esatte parole del Mele. Ma la frase non esiste nell'interrogatorio delle 9,40 del 22 agosto, così come redatto dagli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria operanti (l'unica firma leggibile è quella del tenente colonnello Olinto Dell'Amico). La sottolineatura, e l'inesattezza contenuta in questo fondamentale rapporto, chiariscono la prima pretesa conferma del sospetto iniziale. Alle sette del mattino i carabinieri giungono nell'abitazione del Mele, ma non suonano il suo campanello, suonano il campanello del vicino che abita il piano sottostante. Nonostante ciò è il Mele ad affacciarsi alla finestra, e spiegherebbe il suo comportamento con l'ansia, e con l'attesa di qualche evento straordinario. Questo è sufficiente ai carabinieri per trattenere, senza la presenza di un avvocato, il sospettato per ben dodici ore. Difatti il secondo interrogatorio registrato a verbale è delle ore 21. A quell'ora dello stesso giorno del 22 agosto, Stefano Mele è già diventato imputato di duplice omicidio. Lo si avvisa di questo, si registra che non intende nominare un difensore di fiducia, lo si avvisa che ha la facoltà di non rispondere, e infine si verbalizza la sua confessione. Cosa sia avvenuto durante quelle dodici ore nel chiuso della caserma dei carabinieri di Lastra a Signa, non lo sappiamo, perché l'apparente pausa delle indagini fa parte del segreto istruttorio. Osserviamo però che il metodo inquisitorio è in piena funzione. Basta il sospetto iniziale, che si assume confermato da un comportamento di piena normalità - se non il marito, almeno il padre è normale che si preoccupi perché moglie e figlio non sono rientrati durante tutta la nottata - per indiziare di duplice omicidio il marito. Il comportamento, pretestuosamente inteso come straordinario, è appunto la prima conferma del sospetto originario. Le 'voci' già hanno indicato ai carabinieri i tradimenti della Locci, e Stefano è

il marito, per giunta sardo dei "monti dell'alto Nuorese": non c'è da andare molto lontano. Arrivano poi le domande suggestive, una delle quali è affidata al verbale: Domanda (anche in questo caso il maiuscolo è nel testo dell'interrogatorio): "considerato che lei era a conoscenza che sua moglie era uscita con Enrico e che Virgilio 1 o sapeva, t e n u t o c o n t o che Virgilio aveva già dimostrato in diverse occasioni di essere geloso di sua moglie, visto che sua moglie e suo figlio non rientravano d a l l a passeggiata, come mai non si è preoccupato di uscire a cercarli o q u a n t o meno avvisare i carabinieri di q u e l l o che stava capitando?" 12. Qui il sospetto iniziale si manifesta in ogni sua angolazione. E un sospetto che non riguarda solo Stefano Mele, ma che si estende anche agli eventuali complici. L'Enrico cui accenna la domanda è la vittima maschile, il Lo Bianco. Virgilio, tale di soprannomme, è un altro preteso amante della Barbara, un certo Pasquale Cutrona, il quale, non per caso, sarà in seguito pesantemente accusato, come esecutore materiale, dal Mele stesso. Osserviamo la genesi della confessione di Mele, che matura in quelle 12 ore in cui non sappiamo che cosa avvenga in caserma; tentiamo di immaginare quali domande siano state rivolte al Mele, che genere di suggestione sia stata esercitata su di lui, se siano stati usati strumenti di coazione psicologica. A tutto concedere, e considerando astrattamente attendibile la primitiva convinzione degli inquirenti, la loro attività fu quella che dovrebbe essere svolta al fine di ottenere una confessione autentica? Si legge nel verbale lo sforzo per far entrare nel preconscio del presunto criminale ciò che eventualmente lo aveva condotto al delitto? Si fanno domande tendenti a fargli comprendere il significato del suo comportamento? Si leggono domande sul perché egli eventualmente avrebbe commesso il duplice omicidio? Assolutamente no. Nulla di tutto questo. La laicità dei moderni inquisitori si esprime soprattutto nell'escludere dal procedimento indagatorio che si sta esercitando sull'accusato ogni riferimento alla coscienza soggettiva del soggetto, ogni stimolazione del suo sentimento etico. Persino le domande sul movente sono scarne, ridotte a generiche enunciazioni. Gli inquirenti avevano già in anticipo le loro idee sul perché del delitto, non avevano bisogno di Mele per scoprirne la causa. In un'indagine laica l'aspetto sacrale e trascendente della ricerca, che nel-

l'antica inquisizione è prima di tutto rivolta a rendere possibile, attraverso la confessione, la salvezza del reo, è dissimulato, pur in modo inconsapevole. Il lavoro che i moderni inquisitori esercitarono sul Mele fu piuttosto quello di convincerlo, si direbbe in modo nudo e crudo, ad ammettere la sua responsabilità. Con una certa intensità paritetica alla difficoltà dell'impresa, fecero in modo di far condividere al preteso criminale la loro preconcetta convinzione. In seguito, quando altri giudici (quelli del processo Pacciani), si avvidero che la primitiva causale, all'origine del sospetto, data come scontata, cioè la gelosia e il risentimento di origine sessuale, appariva smentita dai fatti, quegli stessi giudici ripiegarono sul movente economico, del tutto incerto, e quindi solo supposto quanto alla concreta esistenza di esso, inverosimile in se stesso. Il preconcetto iniziale domina tutto il processo. Gli inquirenti sembrano non accorgersi che le false accuse del Mele nei confronti degli amanti, o presunti tali della moglie, sono ultra-collaborative. Mele cerca di rivestire la sua confessione di quel plusvalore che gli stessi inquirenti vorrebbero da lui: la rivelazione dei quibus auxilis. Mele si adegua troppo, è in realtà troppo collaborativo. Assume, forse inconsapevolmente, un ruolo simile a quello di Svejk nella seconda guerra mondiale di Bertolt Brecht, è una maschera, un attore che si adegua alla parte di ultra aderenza alle incitazioni degli inquirenti che vogliono da lui anche i nomi dei collaboratori. Mette in scena, si direbbe con l'ostentazione e l'esagerazione del guitto, la recita cui è costretto il poveraccio nelle morsa dell'ingranaggio. 13 Accusando a caso altre persone, Stefano forse spera che appaia con evidenza anche la falsità della sua autoincolpazione. Arrivato al dibattimento, in un sussulto di autocoscienza ritratta tutto. Ma nel frattempo si sono ammucchiate tante mai carte con le sue dichiarazioni auto ed etero-accusatorie, conferme e smentite delle medesime, che tornare indietro è divenuto impossibile. Il processo, come spesso accade, ha ormai costruito se stesso in una certa direzione, è diventato irreversibile. Non vale che alla base della costruzione ci sia la fanghiglia della mitomania e la suggestione indotta di un bambino di sei anni, ormai l'inchiesta è già andata troppo avanti per ripiegare altrove14. Le due vicende, quella di Mele e quella di Giancarlo Lotti, attesa l'affinità,

provocano un'altra riflessione sulla 'confessione', intesa da un punto di vista sistematico e generale. E il caso di leggere la seguente pagina di Theodor Reik. Essa riguarda una pratica penale non molto diversa dalla nostra, perché anch'essa nata e consolidata in un Paese cattolico. Nonostante che Reik limiti qui la sua osservazione alle prove circostanziali, quelle che da noi si definiscono indizi, la conclusione non può non riguardare anche la confessione. La premessa psicologica è che ogni indagato si sente paralizzato da una inconscia sensazione di colpa, su cui fa leva il sentimento di onnipotenza di indagatori e giudici. "Così siamo di nuovo al problema di come i giudici, gli avvocati e la giuria reagiscono dinanzi al desiderio inconscio dell'imputato. Se la nostra ipotesi è giusta - ed essa è nata da ricerche fatte in altri campi - tutte queste persone non hanno ancora perduto la fiducia nella propria onnipotenza. Queste tendenze segrete sono capaci di comparire nella sede più inattesa, nel regno della logica... Si tratta, naturalmente, di una maniera elevatissima di soddisfare i propri istinti di crudeltà, e di potere. Nel formulare conclusioni logiche o esponendo contraddizioni, o sottoponendo l'imputato all'esame incrociato, l'onnipotenza appare travestita da 'logica stringente'. Queste tendenze inconscie trovano un'ottima occasione per esprimersi in maniera impeccabile, fabbricando una catena infrangibile di prove. La 'volontà di potere' appare ai loro occhi (agli occhi degli inquirenti e dei giudici, n.d.A). come la volontà di raggiungere la verità. E stato giustamento osservato che l'approvazione di un giudizio non è un'astratta operazione logica ma un atto di volontà, un fatto. ("Pronunciare una sentenza non è soltanto un fatto appartenente alla tecnica giudiziaria, è anche un atto di volontà, e davvero più quest'ultima cosa che la prima", Deinahardt. N.d.A.). Le metafore e le immagini che adoperiamo per le prove circostanziali indicano chiaramente questo fondo sadico. Noi diciamo che 'la rete' delle prove 'si stringe sempre più' intorno all'imputato; leggiamo che la procedura ha una logica 'inesorabile', che il colpevole è 'stretto nella morsa dello spazio e del tempo'. C'è una gelazione evidente tra certe tecniche di indagine e la tortura"". Che una 'morsa' di questo genere - con una coazione di tipo psicologico e utilitaristico in più, per quanto riguarda Lotti, come sarò costretto a constatare in seguito - si sia stretta intorno ai due soggetti che per certi versi sem-

brano fratelli, non è seriamente dubitabile. Basterebbe osservare il numero e la durata degli interrogatori di polizia o diretti dai magistrati dell'ufficio del pubblico ministero per non temere smentite. Ma il fatto è che in entrambi i casi il terreno era fertile, cioè tutt'altro che tetragono a subire le sollecitazioni che avrebbero inesorabilmente condotti i due imputati verso la coazione a confessare delitti del tutto estranei ad entrambi. Il processo in seguito al quale si giunge alla confessione, quando essa sia spontanea e autentica, è quasi sempre estremamente complesso. Il percorso fisiologico dovrebbe essere quello della consapevolezza, raggiunta dal criminale, di aver agito male verso la comunità. Come un bambino che ammette col padre di essere stato cattivo, così la confessione autentica dovrebbe esprimere una richiesta di amore. Con la confessione il criminale dimostra l'intenzione di voler rientrare nella società, dichiarandosi meritevole di castigo. Fu questa la molla psicologica che condusse il Mele e il Lotti alla confessione? Si può rispondere serenamente, e con altrettanta decisione di no. Per quanto riguarda Mele le sue confuse dichiarazioni non furono mai disgiunte da accuse verso terze persone risultate del tutto innocenti. Sicché la sua pretesa confessione integrò contemporaneamente un altro reato, la calunnia, in seguito al quale Mele riportò una condanna aggiuntiva. Non soltanto le sue espressioni verbali non riflettevano alcun autentico pentimento, ma esprimevano con la calunnia il disprezzo per la norma morale e per la legge istituzionale. D'altronde la perizia psichiatrica mise in luce l'assoluta povertà morale del soggetto, derivante in primo luogo da una grave carenza intellettiva. L'ambiente di origine, la solitudine del pastore sardo, l'emarginazione nel paese in cui era immigrato, completavano il quadro. La confessione di Mele era destituita da qualsiasi valore di eticità. Corrispondeva ad altre motivazioni. Bisogna dire difatti che la confessione autentica non ammette coazioni, né interventi esterni. Nel caso di Mele l'intervento degli inquirenti è dimostrabile (vedi retro). H o detto poi che un intervento degli inquirenti teso a provocare la confessione avrebbe agito su un terreno fertile. La confessione, anche quella falsa, è sempre frutto di un sentimento di colpa. Il sentimento di colpa riguardava, nel Mele, a mio parere, il sesso.

Tutto il processo infinito è dominato, per un verso o per un altro, dal sesso. Mele si sentiva in colpa per la sua assuefazione ai tradimenti della moglie. La condiscendenza attiva - il caffè a letto alla sposa infedele e all'amante di costei - andava contro la regola comune a qualsiasi morale familiare (non esclusiva di un preteso clan di sardi), che l'avrebbe voluto reattivo in ben altro modo dinanzi al comportamento immorale della Locci. In aggiunta bisogna mettere in conto la forzata castità del manovale sardo. Non è arbitrario supporre che Barbara disprezzasse il marito, e che la donna si concedesse con facilità ad altri, lasciando il coniuge a bocca asciutta. "L'anacoreta che vive in castità nel deserto", scrive ancora Reik, "ha, per ciò che riguarda il sesso, un sentimento di colpa assai più forte di quello di un frequentatore del Moulin Rouge" 16 . Quando si trovò 'stretto nella morsa' degli interrogatori, nell'oligofrenico Stefano Mele si fece strada questo sia pure confuso sentimento di colpa, al quale egli non poteva reagire che abbandonandosi alla coazione a confessare quello che gli inquirenti volevano che confessasse sulla base delle loro premesse errate. A questo punto è suggestivo registrare un'altra simmetria fra la posizione di Mele e quella, successiva di ventotto anni, di Giancarlo Lotti: la scoperta e l'utilizzazione di un bambino in funzione di teste di riferimento. Anche Giancarlo Lotti, come fonte di prova, aveva bisogno di un supporto testimoniale. Fu sotto gli occhi di tutti, attraverso immagini televisive carpite di straforo, il suo facciose attonito, il suo incongruo e perenne sorrisetto da scemo del villaggio. H a sempre avuto un'espressione in permanenza ambigua e sfottente, il Lotti, fino alle sue ultime dichiarazioni rese nel corso del dibattimento di secondo grado, quando erano venute allo scoperto alcune sue lampanti bugie. Non ha mai parlato con un minimo di chiarezza, usava un gergo toscano caratterizzato (a differenza di Pacciani) da un'estrema volgarità e povertà di linguaggio. Le sue risposte spesso diventavano domande rivolte agli inquirenti, ai giudici: "E 'icché dovevo fare? 'Icchè devo dire? Ma perché lo chiedete a me?" Spesso accompagnate da un sorrisetto come se fosse in corso uno scherzo, un gioco sciocco, al quale lui partecipava con fastidio, obbligato da inaspettate e noiose circostanze.

Gli inquirenti trovarono il conforto in una persona solo in apparenza adulta. Fernando Pucci, lo dicevano i suoi familiari e lo attestava la sua oligofrenia che lo rendeva inabile al 100%, aveva la maturità di un bambino. Un bambino di sei anni era Natalino Mele, anch'egli utilizzato come testimone di conferma alle autoaccuse di Stefano Mele. Ma si è già vistò come le dichiarazioni di Natalino Mele sull'arrivo nella casa del De Felice "a cavalluccio" del babbo, la presenza del padre sul luogo del delitto, eccetera non fossero veritiere, ma frutto di un intervento degli inquirenti, rivolto a farle collimare con la confessione di Stefano Mele. Si è già visto come Natalino si allinei col padre anche calunniando terze persone: Salvatore, lo zio Pierino. Si è già osservato che Natalino, divenuto adulto, nel processo Pacciani ritornerà alle sue prime dichiarazioni, quelle spontanee, rese nell'immediatezza: il suo vagare da solo nel bosco, l'arrivo, da solo, alla casa del De Felice. Spostiamoci sul fronte di Giancarlo Lotti, nella prospettiva simmetrica che accosta, pur a notevole distanza di tempo, i due personaggi. F importante definire la genesi della sua confessione, per notare fino a che punto anch'essa sia preceduta da un'impostazione preconcettuale degli inquirenti. Da una, anche in questo caso, premessa tutt'altro che certa, anzi smentita da tutte le indagini svolte fino a quel momento. In che modo questo preteso 'collaboratore di giustizia' entra da protagonista nell'indagine infinita? Nel processo Pacciani ha un ruolo marginalissimo, quasi inesistente. E interrogato nel corso delle indagini preliminari, come uno dei compagni di bevute di Pacciani, e non dice nulla che interessi l'indagine, al punto che il P.M. l'abbandona, non lo indica fra i testi da presentare al dibattimento. Lotti fa la sua epifania da protagonista nel processo dei compagni di merende dopo undici anni dall'ultimo duplice delitto attribuito al mostro. Nel frattempo c'è stata la prima sentenza della Corte d'Assise di Firenze che ha condannato all'ergastolo Pietro Pacciani. E sì una sentenza di condanna, ma nella sua motivazione il giudicante esprime alcune perplessità. Secondo quei giudici la polizia non avrebbe lavorato bene. Avrebbe fondato le ricerche su un preconcetto. Il postulato, indimostrato e contestabile, sarebbe quello per cui ogni elemento di prova indiche-

rebbe che l'autore dei delitti era una sola persona. Secondo i giudici dell'Assise, Pacciani avrebbe invece avuto uno o più complici. Sarebbe impossibile che una sola persona eseguisse quei delitti così complessi, per certi versi 'geometricamente' perfetti. Qualcun altro avrebbe aiutato Pacciani, in veste di palo, oppure nello spostare i cadaveri femminili. La sentenza contiene un incitamento rivolto agli inquirenti, quasi un ordine: si cerchino, codesti complici, e una volta trovati si vedrà che tutte le tessere del puzzle andranno a posto. "Quel che è peggio ancora" scrive nel suo libro II caso Pacciani, il giudice Francesco Ferri, Presidente della Corte d'Appello che assolse con formula piena il contadino mugellano, "è che l'ipotesi dei complici sia stata avanzata per la prima volta nel corso della stesura della sentenza, senza che neppure l'accusa l'avesse prospettata, pur dopo le deposizioni viste, e senza che nessuno avesse interloquito su di essa. E su questa arbitraria ricostruzione, col corollario dei complici, viene ad essere fondata buona parte della condanna (di Pacciani in primo grado, n.d.A.)., perché quello dei francesi è uno dei due soli omicidi seriali sui quali si ritiene raggiunta la prova diretta di una partecipazione di Pacciani, gli altri essendo silenti ed attribuiti all'imputato unicamente per l'identità dell'arma. Così viene utilizzata una tesi accusatoria sulla quale la difesa non ha mai potuto dire la sua, non essendo mai stata contestata neppure implicitamente all'imputato" 17 . Il fatto è che alcune tracce obiettive non combaciavano. Anzi escludevano la presenza di Pacciani. Di questo se ne accorse, seppure con ritardo, l'estensore della sentenza di condanna. Il duplice delitto del 1984, per esempio. Si trovarono, impresse sul velo di polvere che copriva uno sportello della Panda di Claudio Stefanacci, la vittima maschile, sullo stesso lato da cui furono sparati i colpi di pistola, impronte di ginocchia. Queste impronte corrispondevano a quelle di una mano che si era appoggiata sullo sgocciolatoio al di sopra del medesimo sportello. L'immagine che si poteva ricostruire era parlante: qualcuno che s'appoggia con le ginocchia allo sportello, contemporaneamente sostenendosi con la mano sinistra sulla parte alta della carrozzeria. Si direbbe nell'atto di sparare attraverso il finestrino aperto. Ora, queste impronte di ginocchia, calcolando l'altezza da terra e raffrontate con le tabelle fisionomiche in uso da almeno un secolo, indicano una persona con un'altezza superiore, e non di poco, al metro e ottanta.

Questa è la valutazione dei periti dell 'équipe De Fazio, e corrisponde a una circostanza equivalente nel duplice delitto dell"83 a danno dei due tedeschi. In questa occasione l'assassino, girando intorno al furgone, sparò i suoi nove colpi di pistola, tutti andati a segno, alcuni dai finestrini, altri, per seguire lo spostamento, sul pianale del furgone di una delle vittime, attraverso le lamiere della carrozzeria. Se è possibile ipotizzare che l'omicida, quando aveva sott'occhio il bersaglio, abbia sollevato innaturalmente la mano che reggeva la pistola per sparare da una certa altezza (i finestrini del furgone Volkswagen sono piuttosto alti), questo non può essere avvenuto quando ha sparato attraverso le lamiere. In questo caso lo sparatore, anche per mirare meglio nella direzione del corpo, avrebbe tenuto l'arma senza forzare il braccio in alto in una posizione innaturale. Poiché le tracce dei colpi sparati, quelli dai finestrini e quelli attraverso le lamiere, sono tutte alla stessa altezza, si può tranquillamente dedurre che l'uccisore abbia mantenuto il braccio flesso sempre nella posizione naturale. Anche in questo caso, calcolando la statura dello sparatore dall'altezza del braccio documentata dall'altezza dei fori sui finestrini e sulla carrozzeria, colpi sparati da chi teneva l'arma in posizione naturale di sparo, si ricava una statura superiore al metro e ottanta. La statura di Pacciani supera di poco il metro e sessanta. Con riferimento al delitto dell' '84 (vittime Pia Rontini e Claudio Stefanacci), la sentenza di primo grado ipotizza che un complice di Pacciani ben più alto di lui abbia impresso le sue impronte di ginocchia sullo sportello mentre lo teneva aperto per consentire a Pacciani di estrarre dall'auto il corpo della vittima femminile. Le impronte, dato per certo che lo sparatore fosse Pacciani, sarebbero un indizio circa la presenza del complice. In realtà, non esistendo il fatto certo su cui si dovrebbe fondare l'indizio - vale a dire le impronte impresse non durante gli spari, ma in seguito, durante l'estrazione del corpo feminile dall'auto - si tratta di una semplice congettura, un'ipotesi allo stato puro, sostenuta per avallare una tesi. Il prodotto cioè di un atteggiamento psicologico preconcettuale del giudice. La puntuale sentenza della Corte di Assise d'Appello che assolve Pacciani, dice che l'ipotesi dei complici è un'ipotesi surrettizia.

"Surrettizio", secondo lo Zingarelli, nel linguaggio giuridico è detto di ciò che si ottiene tacendo intenzionalmente qualche circostanza essenziale. Da un altro punto di vista, quello filosofico, surrettizio è detto di concetto contrario o difforme rispetto all'esattezza delle conclusioni e alla coerenza dei principi e dei criteri di ragionamento. L'aggettivo si attaglia bene alla motivazione della sentenza di primo grado nel processo Pacciani nell'un senso e nell'altro. A questo punto bisogna ricordare la frenesia che distingue l'attività degli inquirenti nei mesi che precedono e seguono immediatamente l'assoluzione in appello di Pietro Pacciani. E possibile contare almeno 250 atti istruttori, fra esami di persone informate sui fatti, esami di indagati, sopralluoghi, perquisizioni, confronti, esperimenti giudiziari. È nell'arco di questo breve periodo febbrile, dalla fine di dicembre 1995 al marzo 1996, che nel travagliato inverno dell'indagine compare il 'bel sole' di Lotti. Anche la confessione di quest'ultimo è la conclusione derivata da una premessa smentita fino a quel momento da tutte le indagini, riguardo a tutti i delitti. Non concerne il movente, questa premessa, come nel caso di Mele, bensì la presenza o meno di complici. E anche il Lotti, in un primo momento negativo su tutta la linea, sarà stretto nella 'morsa' delle contestazioni degli inquirenti, i quali riusciranno a vincere la sua debolissima resistenza mettendolo di fronte a un dato di fatto da loro ritenuto oggettivamente accertato: la presenza sul luogo del duplice delitto degli Scopeti di un'auto che Lotti a quell'epoca avrebbe posseduto ed usato, una 128 FIAT di tipo sportivo di colore rosso. È di una certa gravità che gli inquirenti abbiano contestato all'interrogando, con tutta la forza di un fatto incontrovertibile, una circostanza non provata, ma incerta, e che in seguito alcune indagini difensive riveleranno falsa. Fin d'ora si può dire che la 'confessione' di Lotti è viziata dalla stessa inadeguatezza probatoria che s'è visto distinguere la 'confessione' di Stefano Mele: la falsa premessa iniziale, posta sul terreno delle indagini non in conseguenza di accertamenti positivi, bensì in seguito al ragionamento ipotetico e surrettizio di una sentenza. Questo equivale a dire che in questo caso il punto di vista psicologico degli inquirenti e dei giudici non si fondò neppure su un ipotetico movente

astrattamente possibile, come nel caso di Mele, bensì sullo sforzo, soltanto dialettico, di liberarsi di un ostacolo contrastante l'accusa contro Pacciani. Dinanzi alla paventata assoluzione, già nell'aria dopo le conclusioni del Procuratore Generale che sosteneva l'accusa nel processo d'appello, e che chiese il proscioglimento del contadino, gli inquirenti reagirono con immediatezza e conseguente concitazione. Fu allora che si attivarono con impegno nella ricerca dei complici, tentando di riversare nello stesso processo d'appello le nuovissime acquisizioni. "Meno male, anche col senno di poi, che ci si è attenuti alla legge e non si è interrotta la discussione finale per dar tempo al pubblico ministero di desegretare". - scrive ancora il Presidente Francesco Ferri: -"Anzitutto, quello che era uno dei testi chiave sarebbe ben presto divenuto, dopo che era stato fatto sentire da un giudice sotto il vincolo del giuramento, un indagato o un semi-indagato (Giancarlo Lotti, n.d.A.). ancora non si capisce bene (dell'altro teste non si sa più nulla, non avendolo più l'accusa utilizzato, almeno a quanto appare). Quella che inizialmente era una deposizione su un solo delitto, sarebbe divenuta una deposizione per due delitti, almeno finora. Si sarebbe resa necessaria tutta una serie di indagini per vedere di cavare qualcosa dal nuovo zero, e la Corte sarebbe stata portata a cercar riscontri nelle buche degli Scopeti, sui sassi della Sieve o per assai improbabili percorsi di fuga" 18 . La frenesia indagatoria è attestata dalla coincidenza cronologica delle nuove indagini con il periodo di tempo in cui matura l'assoluzione di Pacciani, e dalla straordinaria quantità di atti istruttori compiuti in coincidenza con questa assoluzione. Quest'ansia ossessivamente rivolta a raggiungere risultati quali essi fossero, non può non essersi tradotta in una particolare intensità e tensione con cui esami e interrogatori di indagati furono condotti. Il soggetto principale, Lotti, era anch'egli terreno fertile affinché si determinasse in lui la coazione a confessare. E questo non soltanto per le caratteristiche psicologiche dell'esaminato, anche per altri fattori. Il rilievo seguente è gravido di implicazioni negative per la nostra attuale giustizia penale. Nel corso dei suoi interrogatori iniziali Lotti si trovò davanti a un'alternativa: la galera o la libertà, con in più, in questa seconda prospettiva, alcuni privilegi che gli risolvevano, sia pure temporaneamente, i suoi gravi problemi esistenziali.

Al cavatore toccò un trattamento di favore in linea preventiva. Nonostante i pretesi indizi che gli contestavano gli inquirenti riguardo al duplice omicidio degli Scopeti, nonostante la iniziale totale negativa, e le successive ammissioni solo parziali (sempre dal punto di vista degli inquirenti, beninteso), fin dall'inizio delle indagini il cavatore non toccò neppure la soglia del carcere. Non gli fu applicata qualsiasi altra misura cautelare restrittiva. Secondo gli inquirenti a Lotti potevano essere applicati in anticipo i benefici previsti a favore dei cosiddetti 'collaboratori di giustizia', benefici previsti da una legge molto imperfetta, finora applicata solo nei processi di mafia e di terrorismo, e di cui si continua da più parti a chiedere la riforma, senza che il Legislatore si decida a cambiarla, se non attraverso correttivi parziali che non ne modificano la sostanziale inciviltà. I benefici per Lotti comprendevano un modesto stipendio, e un'abitazione, in cui il 'collaboratore' era libero persino di telefonare a uno dei principali testimoni del suo processo, una delle prostitute da lui frequentate. Ora è piuttosto ovvio ritenere che tali benefici fossero conseguenza di dichiarazioni in qualche modo patteggiate. Sarebbe ingenuo ritenere che questi privilegi non siano stati comunicati, anticipatamente rispetto alle dichiarazioni, all'interrogando. E vero che di questa comunicazione, che comprende un implicito patteggiamento, non esiste traccia nei verbali riguardanti gli esami del Lotti. Ma i contatti con gli inquirenti non si limitano alla formalità degli interrogatori, più o meno alla presenza del difensore (nel caso di Lotti piuttosto meno che più, come vedremo meglio di seguito), e non riguardano solo i magistrati e gli agenti di polizia che vi partecipano. Ci sono le pause, i tempi morti in cui si "fanno le quattro chiacchiere" secondo un'espressione che ricavo dalla consulenza psichiatrica riguardante Lotti. Esistono i tempi in cui gli agenti di polizia trasportano in macchina il sospettato, o l'indiziato, o il futuro collaboratore da un posto a un altro. Persino i momenti più disinibiti in cui si pranza tutti insieme, il futuro collaboratore e alcuni degli indagatori, allo stesso tavolo di ristorante. Ristorante scelto da lui, dal Lotti, come afferma la consulenza tecnica citata sopra, dando atto dello speciale trattamento di cui beneficiò il collaborante. Ora, dando per scontato che la cultura e il livello intellettivo di Lotti non gli consentissero di avere informazioni sulle agevolazioni e sui vantaggi concessi

dalla nostra legge ai 'collaboratori', bisognerebbe avere la testa nel sacco per non credere che qualcuno non lo abbia messo al corrente di quei benefici. Sicché l'alternativa per il 'collaboratore di giustizia' era questa: da una parte i benefici della legge specialissima, dall'altra il carcere, come indagato dei delitti del mostro, sulla base di pretesi gravi indizi, primo fra i quali il possesso e l'uso dell'automobile sportiva rossa che qualcuno avrebbe visto in sosta vicino al luogo dei delitti dell' '85. Una persona normale avrebbe scelto di non macchiarsi, contro la verità, di delitti tanto orrendi, e contemporaneamente di calunniare persone del tutto innocenti. Non il Lotti: soggetto di scarsissimo livello intellettuale e culturale, psicologicamente instabile, il quale già aveva assistito, pur da semplice spettatore della televisione, al calvario di Pacciani, e che, all'epoca di quegli interrogatori (o esami secondo il termine più moderno), era senza lavoro, senza soldi, e perfino senza casa, se è vero, com'è vero, che egli disponeva di un letto messogli a disposizione da un prete caritatevole, che l'ospitava insieme a certi extracomunitari bisognosi come lui. La carta carbone dunque, nel raffronto fra le due confessioni (quella di Mele e quella di Lotti), mostra alcune sbavature a svantaggio, sul piano dell'attendibilità, di Lotti. In peggio, per quanto riguarda il cavatore, c'è il calcolo banale e volgarmente soggettivo. L'altra affinità riguarda l'intervento di una seconda persona, che per tutta la durata del processo rivestirà la veste di testimone, senza mai essere indiziato di reato, neppure del reato collettivo (associazione per delinquere) pur ritenuto ipoteticamente esistente dagli inquirenti. H o accennato alla negativa iniziale di Lotti su tutta la linea. "Non ne so nulla", è la sua risposta iniziale. Ma gli inquirenti continuano a interrogarlo, sempre in veste di testimone. Lo schema degli interrogatori cui il Lotti è sottoposto ricalca con inquietante esattezza le prescrizioni del Manuale degli Inquisitori, ovvero Pratica dell'Officio della Santa Inquisizione pubblicato nel 1665 dal domenicano Eliseo Masini: "E se negherà di esser stato in quel luogo, si ammmonisca a dir il vero con simili parole: e dettogli in nome del Signore come abbia il coraggio di negarlo, dato che al Sant'Ufficio consta il contrario, cioè che egli è stato in quel luogo con il detto N. e che il detto N. si è trovato con lui... rispose ecc."

Nel nostro caso "il luogo" è la piazzola cui s'accede dalla strada degli Scopeti e in cui avvennero i delitti dell' '85, quelli a danno della coppia dei francesi. Il "detto N." è il già nominato Fernando Pucci, amico di Lotti, con cui il cavatore di inerti era solito accompagnarsi per recarsi a Firenze in visita ad alcune prostitute. La coppia Lotti-Pucci presenta analogie con la coppia Vanni-Nesi, di cui ho parlato sopra. Pucci non è in grado di muoversi da solo, neppure di viaggiare fino alla vicina Firenze. Non solo non sa guidare la macchina, ma c'è da credere che usando i mezzi pubblici perderebbe la strada. La Commissione Regionale ha dichiarato Fernando Pucci totalmente inabile, per una grave forma di oligofrenia. Percepisce per questo una pensione. Svolge lavori molto saltuari di imbianchino. In casa lo accudiscono il fratello e la sorella. Fuori casa c'è Giancarlo Lotti che lo aiuta a soddisfare certe sue esigenze personali. La meta è sempre quella: le stradette fra il Mercato Centrale e la Stazione di Santa Maria Novella, dove Lotti favorisce gli incontri dell'amico con le stagionate prostitute di cui ho parlato più sopra. Sempre le solite signore, che hanno col cavatore d'inerti un rapporto non estemporaneo, e neppure, a mio giudizio, disinteressato. Nelle prime battute dell'indagine sui compagni di merende gli inquirenti non si limitano a citare la voce del testimone che accusa, come nel Manuale di Masini, ma mettono i due a confronto. Il confronto riguarda in prima linea l'auto sportiva rossa. Lotti non ricorda, pensa che all'epoca possedesse un'auto diversa. Ma se lo ricorda benissimo Pucci, che l'auto era quella, la 128 FIAT sportiva di color rosso sbiadito. Nel confronto, Lotti cede e si adegua. Dal punto di vista dell'indagine, Fernando Pucci riveste il ruolo di provocatore, per poi diventare la pezza d'appoggio di Lotti. Così il 'reo confesso' troverà il conforto d'un terzo, secondo l'accusa la posizione del 'collaborante' risulta rafforzata da un 'testimone' definito 'indifferente'. Chi sia Fernando Pucci, che nel processo ai compagni di merende funziona da leva per sorprendere e destare la coscienza di Lotti, come il dramma dei comici girovaghi nell'Amleto, l'ho in parte già accennato. Come Stefano Mele e come lo stesso Lotti, Fernando Pucci è un reietto, una persona che vive ai margini della comunità di San Casciano, protetto e

assistito dalla famiglia, perché non è in grado di svolgere continuativamente nessuna attività, neppure la più semplice. E un solitario da sempre. L'unico suo amico è Lotti, probabilmente perché fra i due esiste un'affinità sul piano psicologico, e altrettanto probabilmente perché è utile al cavatore, negli ultimi tempi disoccupato, con i soldi della sua pensione. Un giorno Pucci è prelevato dalla sua casa, costretto a subire un esame che dura tutta una giornata, senza l'ombra di un difensore, al termine del quale egli 'confesserà' di essersi trovato, nella notte fra l'8 e il 9 settembre 1985, di ritorno insieme a Lotti da una visita ad alcune prostitute fiorentine, a bordo della auto FIAT 128 rossa appartenente a quest'ultimo, nei pressi della piazzola dove furono uccisi i due francesi. Di essersi fermato in quel posto per fare un bisogno, di aver udito due spari, di aver visto due persone, una delle quali lo avrebbe minacciato per indurlo ad andarsene. In seguito dirà di aver riconosciuto Pacciani e Vanni. (Ma al dibattimento per tre volte, sconfessando l'amico Lotti come nel noto passo evangelico, dirà: "No, Vanni no.") È forse per un caso eccezionalmente sfortunato che fra le numerose persone che gravitavano intorno a Pacciani quando l'agricolore mugellese frequentava La Cantinetta, o il cosiddetto 'Barrone', per bere abbondantemente in compagnia, gli inquirenti siano incappati per l'appunto in due persone entrambe con un deficit, Lotti di genere psicologico, Pucci più marcatamente intellettivo. Ma il fatto più sconcertante è un altro. Al termine di un esame più serrato degli altri, il Pucci 'confessa' che la sosta in quel luogo non era affatto casuale, bensì finalizzata ad 'assistere' a un duplice omicidio. Il Lotti gliel'avrebbe detto che si andava ad assistere a un delitto, precisandogli di essere stato 'precettato' dal Pacciani di trovarsi in quel posto a una data ora e per quello scopo. Si doveva dunque ipotizzare il concorso quantomeno morale di Pucci. La sua posizione, per quanto risulta dalle sue dichiarazioni, era, al momento di questi esami più recenti, se non sovrapponibile, quantomeno molto simile a quella dell'amico Lotti. Come Lotti, la sua funzione sarebbe stata quella di assistere al duplice delitto. Per quale scopo, non è mai stato del tutto chiarito: forse con quello di far da palo, di impedire l'ingresso, nella piazzola, di altre auto. Una funzione, che se fosse stata quella, egli avrebbe, quantomeno oggettivamente condiviso col Lotti e questo ben sapendo, e in anticipo, cosa si andava a fare.

Il comportamento del Pucci, durante l'esecuzione del duplice delitto sarebbe stato perfettamente in linea con la compartecipazione. Di fronte al duplice assassinio di cui sarebbe stato spettatore consapevole avrebbe mantenuto un contegno del tutto passivo, senza allontanarsi, senza neppure tentare di scongiurare l'evento con un avvertimento, con un grido, o con una qualsiasi altra azione, di portare soccorso alle vittime. In seguito Pucci avrebbe mantenuto il silenzio su quello cui avrebbe assistito per ben 11 anni, con tutti, familiari compresi. H o usato il condizionale, in questa descrizione del preteso comportamento della coppia Lotti-Pucci, perché non credo a una sola parola di quello che i due soggetti dissero in questi esami testimoniali e confessóri. Indicherò di seguito le inverosimiglianze, le infantili falsità che punteggiano i loro racconti, riguardo a ogni dettaglio. Per ora però, in un'ottica che riguarda il comportamento più che censurabile degli inquirenti, è opportuno sottolineare che, nonostante l'evidenza del concorso, Pucci non fu mai indagato. Di conseguenza ai suoi esami è sempre assente il difensore, manca l'avviso di potersi avvalere della facoltà di non rispondere, lo si interroga come se fosse un testimone indifferente. Nel prosieguo delle indagini, da questo punto di vista, la situazione si aggrava, perché Pucci 'confessa' di avere avuto una parte anche nel duplice omicidio dell' '84 (Rontini-Stefanacci), in quanto sarebbe stato insieme a Lotti il giorno in cui quest'ultimo avrebbe individuato le vittime da indicare alla coppia diabolica Pacciani e Vanni. Ma l'atteggiamento degli inquirenti nei suoi confronti è identico a quello assunto nella prima fase degli esami cui viene sottoposto. Pucci per tutta la durata del processo mantiene il ruolo di 'impunito', per usare un lessico che appartiene alla mala italiana. Forse gli inquirenti, di fronte alla presenza di un difensore, dinanzi alla possibilità che qualcuno riuscisse a far penetrare nel deficitario cervello di Pucci un minimo di senso di responsabilità, o almeno il significato di quello che andava via via dicendo, "temevano di non trovarlo reo", per ricordare la citazione manzoniana di Francesco Ferri nel suo libro già citato. Pucci dunque 'testimone' nonostante l'ammissione di colpa, suffraga in anticipo le successive dichiarazioni di Lotti. Anzi, qualcosa di più che testimone, maieutico istigatore delle dichiarazioni dell'amico. L'oligofrenico

Pucci è usato dagli inquirenti per vincere, come s'è visto, l'iniziale negativa di Lotti, soprattutto riguardo all'auto rossa. Difatti di una cosa quest'ultimo si mostrava certissimo: all'epoca dei delitti a danno dei due francesi, la 128 sportiva egli non l'aveva più, aveva un'altra auto, benché non ricordasse né la marca né il modello di quest'auto successiva. E per questo che i due sono messi a confronto. Ed è allora, dopo il confronto col Pucci, che Lotti, stretto nella 'morsa' degli inquirenti, e convinto da un 'testimone oculare', comincia la sua 'confessione' a rate, che andrà avanti con successivi aggiustamenti fino al dibattimento d'appello del processo ai 'merendari'. Ma a questo punto gli inquirenti si trovarono dinanzi a un problema spinoso. Bisognava pur darla una risposta sul perché un personaggio come il Lotti, senza alcun precedente in tema di violenza, e in particolare sotto il profilo della violenza sessuale, si presterebbe all'improvviso a seguire Pacciani nelle sue imprese criminali. Il processo non offriva nulla al riguardo, neppure un legame di speciale amicizia fra i due. Forse il legame fra Lotti e Vanni era più amichevole, in quanto compaesani, ma riguardo a Pacciani, niente oltre il fatto che si conoscevano, talvolta bevevano insieme, nessun altro più intimo rapporto. In particolare da niente emergeva una relazione di sudditanza, al limite del plagio, una sorta di autorità psicologica che avrebbe consentito a Pacciani di guidarlo, di condizionarlo in qualche modo per compiere azioni tanto straordinarie quanto atroci. L'elaborazione processuale di una pretesa ragione, tale da essere se non probabile, quantomeno accettabile agli occhi di qualsiasi osservatore, per cui Giancarlo Lotti si sarebbe comportato come il 'picciotto' di un'associazione mafiosa, esecutore di ordini senza discutere, assistente passivo che guarda, forse sorveglia e subito dimentica, in un solo caso sparatore avventizio, quasi a titolo di prova, è stata più complessa, che non per il caso di Stefano Mele. La confessione di Lotti da questo punto di vista percorre un terreno più disagevole, innanzitutto perché la limitata intelligenza del soggetto si scontra con la complessità dei casi su cui depone. Sicché egli è solo imperfettamente in grado di capire i temi e i problemi che gli propongono gli inquirenti. Dall'altro punto di vista, il processo psicologico dei ricercatori è più variegato e contorto di quello che riguarda Stefano Mele. Diversa, con un'origine più complicata, è, come abbiamo visto, la congettura iniziale, affidata all'illazio-

ne del giudice di primo grado del processo Pacciani. Le congetture, che via via si modificano, sono sostanzialmente imposte a Giancarlo Lotti come una gabbia in cui è costretto a entrare per forza. Vi arriva, si direbbe in linguaggio curiale, iussu iudicis (per ordine del giudice), di quel giudice, cioè, che per primo ha impostato l'ipotesi dei complici. Nascono forse da questo, dall'assenza di un benché minimo addentellato con il reale, i contorcimenti delle sue dichiarazioni auto ed etero-accusatorie, le auto - smentite, la necessità di una serie di aggiustamenti, ogni volta che le indagini, e più spesso il dibattimento, scoprono le falsità o le inverosimiglianze della pretesa 'confessione'. Esaminiamo più in dettaglio questa autoincolpazione, che, dal punto di vista degli inquisitori, ha il vantaggio, nell'ottica dell'accusa, di quel plus-valore cui ho accennato quando ho tentato di delineare le origine storiche del metodo inquisitorio. Un'autoincolpazione, che è rivolta sprattutto a dare sostanza probatoria alla tesi preconcettuale dei complici, e che per questo contiene in più l'accusa verso altri soggetti. Dal punto di vista degli inquirenti la confessione di Lotti, all'origine, avrebbe dovuto riempire tutto il quadro probatorio, a cominciare dal movente. Eliminata fino dall'inizio ogni causale di tipo psicopatologico, in un primo tempo si cercò di avvalorare il movente sulla base di una pretesa latente omosessualità del cavatore sancascianese. Egli si sarebbe indotto ad associarsi a Pacciani perché quest'ultimo lo avrebbe minacciato di rivelare coram populo (dinanzi a tutti) la sua omosessualità, addirittura raccontando l'episodio di un rapporto sessuale con lo stesso Pacciani. Poi, quando l'ipotesi fu smentita da un'elementare osservazione - la minaccia era del tutto inverosimile, perché rivelando il preteso rapporto omosessuale, il contadino di Mercatale avrebbe rivelato anche la propria omosessualità, l'ultima cosa al mondo che, ammesso per assurdo che fosse vera, Pacciani avrebbe mai voluto che si sapesse - e da numerose testimonianze emerse nel dibattimento, anche per il Lotti, come per gli altri compagni di merende, si ripiegò sul movente economico. Fu questo uno dei più rilevanti aggiustamenti dell'ex cavatore, da cui ha origine l'attuale ricerca sulla setta esoterica, le messe nere e via dicendo. Tuttavia l'ipotesi del movente economico era e resta, non soltanto secondo chi scrive, ma secondo i tecnici delY équipe De Fazio, e secondo gli esperti del B.S.U./F.B.I., del tutto inadeguata, inverosimile, in definitiva destituita

di ogni attendibilità, non si dice scientifica, ma di semplice buon senso. Sul punto, con speciale riferimento alle pretese ricchezze di Pacciani, giocarono un ruolo determinante certi depositi su un conto corrente postale del contadino del Mugello. Questi depositi furono non solo enfatizzati nella loro entità, ma non si tenne alcun conto che essi avvennero, come mi documenta il difensore avvocato Rosario Bevacqua, poco per volta, nell'arco di alcuni decenni. E si trascurò la spaventosa avarizia del soggetto, che aveva abituato se stesso e la famiglia a non consumare nulla, a non spendere un soldo, quasi neppure per mangiare. (Provvedeva l'orticello, per questo, quando non era la carne delle scatolette per i cani affidatigli da un ignaro proprietario in vacanza). Ma innanzitutto il movente deve essere considerato unitariamente. Se esso non corrisponde, fin dal primo delitto del 1968, a una psicosi, oppure, al limite minimo, a una psicopatologia di tipo sessuale dell'assassino o degli assassini, bensì al calcolo economico costituito da una specie di vendita, non si vede come possa modificarsi in questo senso nel tempo, trasformandosi soltanto a partire dai delitti del giugno del 1981. Difatti le escissioni sui cadaveri femmminili cominciano soltanto a partire dal primo dei due duplici delitti commessi nel 1981. Nei due delitti precedenti si è già visto che l'assassino non asporta nessuna parte anatomica dei soggetti femminili aggrediti. Se, nell'ipotesi psicotica o psicopatologica, la modificazione della condotta dell'aggressore si giustifica perfettamente con una progressione criminosa, corrispondente all'intensificarsi della pulsione sadico-sessuale, in rapporto a ciò che si è descritto come un sentimento di onnipotenza derivante dalla impunità, la trasformazione del modus operandi diventa incomprensibile quando si ipotizza la vendita dei feticci, e il relativo provento economico. Se a fondamento causale dei delitti esiste una sorta di contratto di vendita di cose future, il cui oggetto sono quei poveri resti anatomici, come mai i corpi delle due vittime femminili negli omicidi del 1968 e in quello del 1974 restano intatti? Quale sarebbe l'oggetto della pretesa vendita in quei precedenti casi? In che consisterebbe a quell'epoca la pattuizione contrattuale fra la pretesa setta dei mandanti, e il gruppetto dei criminali compagni di merende? Se è vero che nei delitti del 1982 e in quello del settembre 1983 l'aggressore non si accanì chirurgicamente sui cadaveri delle vittime, perché glielo impedirono circostanze esterne (nel 1982 la caduta nella cunetta dell'auto

che gli impedì di trasportare il corpo della vittima femminile per eseguire le escissioni in un luogo più sicuro e meno esposto al traffico delle automobili, nel 1983 per il fatto che i due uccisi erano entrambi maschi), nei due casi precedenti, il '68 e il '74, l'aggressore aveva il tempo e l'opportunità di fare quello che farà in seguito. Tanto è vero che i corpi delle due donne, come s'è visto, furono entrambi manipolati, nel primo caso rivestendo la vittima femminile, nel secondo caso contrassegnado le zone erogene della ragazza uccisa con numerosi tagli inferri col coltello. Nel processo ai compagni di merende ho più volte rilevato come i duplici delitti del 1968, del 1974 e persino, inspiegabilmente, il primo duplice omicidio del 1981, non fanno parte né dell'indagine, né del processo ai 'compagni di merende'. In questo modo l'accusa si libera con disinvoltura di un problema che integra il contrasto insanabile con l'ipotesi guida. Ma così facendo, invece di risolversi il problema si aggrava, perché in questo modo l'indagine mostra la sua debolezza, e indica contemporaneamente fino a qual punto gli stessi inquirenti siano consapevoli della contraddittorietà della loro ipotesi.

Note al Capitolo Settimo 1

Streghe in Piazza della Signoria di Franco Cardini, articolo apparso su "Il Governo delle cose", Firenze. 2 Joachim Fest, Hitler, Rizzoli, Milano 1974, p. 41.

' Giorgio Galli, Hitler e il nazismo magico. Le componenti esoteriche del Reich millenario, Rizzoli, Milano 1989, p. 16. 4 Theodor Reik, L'Impulso a confessare, Feltrinelli, Milano 1967. Dice Reich a pagina 23: "Le illazioni a cui giunge la polizia, nella esplicazione del suo lavoro, sono spesso di una straordinaria sagacia, mentre le premesse dalle quali parte poggiano su osservazioni insufficienti e scarsa conoscenza dei fatti. Per esempio, nello studio di un caso si finisce per giungere a conclusioni secondo le quali il criminale avrebbe dovuto fuggire in un determinato modo: ma le circostanze fanno pensare che la cosa non era attuabile, e rinuncia a seguire questa pista, non sostenibile logicamente. Senonché si viene a sapere che la cosa 'impossibile', in realtà, è avvenuta. Lo schema delle proposizioni del sillogismo, dalle quali deve ricavarsi la conclusione, non funziona in questi casi. Vale la pena di ricordare l'osservazione ironica che Edgar Allan Poe ebbe per la polizia di Parigi - che pure era ritenuta abilissima - ma che, per scoprire un delitto, non sapeva fare a meno di seguire un certo numero di regole

fisse; regole che spesso risultavano così poco adatte al loro scopo da ricordargli quel tale che per ascoltare meglio la musica aveva chiesto la veste da camera". 5 Theodor Reik, ivi, p. 25: "Un errore giudiziario viene spesso giustificato adducendo i ragionamenti sbagliati che sono alla sua origine; leggendo i rapporti di medici e di chimici su cui sono basate tante sentenze di tribunale (e sono fatti non più vecchi di un secolo) ci si meraviglia nel constatare in quale maniera si sia giunti ad incriminazioni gravissime. E perché andare a cercare tanto lontano, quando la falsità, la cattiveria e la superficialità sono tanto vicine?". 6 Hans Gross, Handbuch fur Untersuchungsgefangene, Parte I, p. 21, citato da Reich. 7 Processo a Stefano Mele. Rapporto Carabinieri citato. 8

Ibidem.

9

Theodor Reich, cit., p. 28. 10 Ivi, p. 29 11 Rapporto Carabinieri citato. 12

Ibidem.

" Bertolt Brecht, Svejk nella seconda guerra mondiale, in Bertolt Brecht, Teatro, Voi. Ili, Einaudi, Torino 1961, p. 443: Quadro II: (Il comando della Gestapo alla Banca Petsschek...) "- ... Bui Unger: ... Per prima cosa ti faccio una domanda. Se non sai rispondere nemmeno a quella, porco che non sei altro, allora Muller (accenna all'SS) ti porterà in cantina per insegnarti un po' d'educazione, capito? Ecco la domanda: cachi duro o cachi molle? - SVEJK: Agli ordini, signor caposquadra, caco come desidera lei. - BULLINGER: - Risposta esatta..." (Traduzione di Paul Braun ed Emilio Castellani). 14 Theodor Reich, cit., pag. 139: "Non c'è dubbio che la convinzione del giudice e della giuria sia, in se stessa, uno dei più importanti elementi di prova nella questione di innocenza o colpevolezza. C'è un bisogno inconscio di trovare conferma alla propria opinione. In un mondo che prova tanto piacere nel darci la sensazione della nostra impotenza, una conferma di questo genere basta a ridarci la sensazione della nostra importanza. Questo impulso è tanto forte che la generale riluttanza dei giudici a riaprire un caso già concluso non meraviglia... La riapertura di un caso è ovviamente un'offesa all'orgoglio narcisistico del giudice. Hirschberg dice giustamente che 'aspettarsi che un giudice possa ammettere di avere sbagliato nell'emettere una sentenza - specialmente se si tratta di una sentenza schiacciante ed ormai emessa da diversi anni - è cosa che deve per forza incontrare fortissima resistenza; anche se si tratta di un giudice altolocato, anzi - forse - proprio per questo'. Qui si uniscono la inconscia

sensazione di colpa e l'offesa arrecata al narcisismo. Solo così si può spiegare, come ci dice uno spiritoso autore, con molta esagerazione, che i pezzi grossi dell'ambiente giudiziario preferiscono l'assassinio giudiziario a qualunque cosa che possa comprometterli". Nel caso del mostro di Firenze, per i giudici che si occuparono dei delitti successivi, e in special modo i giudici di primo grado di Pacciani che assolsero il contadino dal primo delitto, pur ritenendolo - a torto - responsabile di quelli avvenuti dopo con la medesima arma e con le stesse modalità del primo, affermare che anche il delitto del '68 apparteneva alla stessa mano, significava riaprire il caso Mele, e implicitamente affermare l'esistenza d'un errore giudiziario di cui aveva fatto le spese (12 anni di prigione interamente scontati), il povero manovale ex servo pastore. Qui Reich, a mio parere, coglie nel giusto nel rilevare il forte impulso psicologico che in linea generale impedisce ai giudici, specialmente a quelli 'altolocati' della Cassazione, ad ammettere che alcuni dei loro colleghi abbiano a suo tempo commesso un assassinio giudiziario. 15 Ivi, p.137. 16 Ivi, p. 340. 17 Francesco Ferri, Il caso Pacciani, Pananti, Firenze 1996, p. 48. 18 Ivi, p. 53.

IL DUPLICE DELITTO DEGLI SCOPETI, SETTEMBRE 1 9 8 5 . Q U E L L O DI VICCHIO, LUGLIO 1 9 8 4 L o PSICODRAMMA DELL'ATTORE-AUTORE PRINCIPALE: IL DOTTOR M I C H E L E GIUTTARI. L E DICIOTTO TESTIMONIANZE RACCONTATE DALL' 'AUTORE' DEL PROCESSO. RIFLESSIONE SULLA TESTIMONIANZA IN GENERALE. I L RASOIO DI OCKHAM.

Finora ho analizzato il primo duplice omicidio, con rapidi sguardi sui successivi, soprattutto per additare le analogie delle due confessioni: quella di Stefano Mele e quella di Giancarlo Lotti. Con un salto temporale di sedici anni, durante i quali il mostro continua a colpire indisturbato coppie di amanti quantomeno altre sei volte (sono però convinto nel 1983 che abbia aggredito un'altra coppia di fidanzati anche a Lucca, sul greto del fiume Serchio, uccidendoli entrambi), mi sembra apportano anticipare, senza seguire l'ordine cronologico dei delitti, l'analisi delle caratteristische principali che riguardano gli ultimi duplici omicidi in ordine di tempo: quello del settembre 1985 agli Scopeti nei paraggi di San Casciano, a danno di una coppia di turisti francesi, e quello del luglio del 1984: Vicchio, strada Sagginalese, vittime Pia Rontini e Claudio Stefanacci. Il salto temporale è imposto dalla logica conseguenziale del ragionamento, perché è proprio a partire dai delitti degli Scopeti e di Vicchio che iniziano le auto ed etero accuse di Giancarlo Lotti. La postposizione cronologica dei due duplici delitti, deriva anch'essa dalle deposizioni di Lotti, che iniziano appunto dal delitto degli Scopeti. Il processo ai compagni di merende è il secondo che si è chiuso con una sentenza passata in giudicato riguardo alla vicenda intesa nel suo complesso e osservata secondo un punto di vista unitario. Il primo è quello che si concluse con la condanna di Stefano Mele. H o privilegiato, per analizzare il processo sui delitti a danno di Locci e Lo Bianco, un rapporto di polizia, dal quale emerge la preconcettualità dell'in-

dagine che sfocerà nella confessione e nella condanna definitiva di Mele. Per i duplici delitti di Vicchio e degli Scopeti, fra le migliaia di carte che costituiscono le indagini preliminari e il dibattimento nel processo ai compagni di merende, scelgo come falsariga le dichiarazioni dibattimentali del dottor Michele Giuttari, perché mi appaiono significative del metodo preconcettuale e delle forzature con cui furono condotte le indagini. "Il processo è per dir così il solo caso di 'esperimento storiografico': in esso le fonti sono fatte giocare dal vivo, non solo perché sono assunte direttamente, ma anche perché sono messe a confronto fra loro, sottoposte ad esami incrociati e sollecitate a riprodurre, come in uno psicodramma, la vicenda giudicata" 1 . Quando il dottor Giuttari depose per la prima volta al dibattimento nel processo ai compagni di merende, io non c'ero, me n'ero andato, abbandonando la difesa per divergenze non componibili col condifensore di Vanni, l'avvocato Giangualberto Pepi. Dunque per la mia analisi ho il conforto solo della lettura delle dichiarazioni di colui che ancora oggi si proclama "scopritore della verità sui delitti del mostro". Il termine "psicodramma" applicato al processo da Luigi Ferrajoli, è per quanto riguarda le pagine che riproducono le deposizioni dibattimentali di Giuttari perfettamente in chiave. All'inizio della sua deposizione dibattimentale del 23 giugno del '97 il dottor Michele Giuttari, quarantasettenne, nato a Messina, all'epoca dirigente della Squadra Mobile di Firenze, si presenta come un lettore diligente degli atti del processo Pacciani. Egli non indaga in un qualsiasi campo, sollecitato da un nuovo evento che sia emerso, ormai a distanza di undici anni dall'ultimo duplice delitto, e che abbia cambiato la prospettiva dopo quasi trent'anni di indagini. Non è in cerca di nuove fonti d'informazioni, il dottor Giuttari si limita a leggere: "Ricevetti l'incarico da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze... di procedere ad una lettura di tutti gli atti della vicenda dei delitti attribuibili al mostro di Firenze... L'incarico mirava sostanzialmente a vedere se da questa lettura, da questo esame potessero emergere elementi utili per dimostrare che, oltre al Pacciani condannato dalla Corte

d'Assise il 1 novembre '94, potessero esserci stati eventuali complici, quantomeno nel delitto degli Scopeti del settembre '85, come aveva ipotizzato la Corte d'Assise dell'epoca" 2 . Le date sono importanti. L'incarico di cui sopra, secondo la deposizione dibattimentale del 23 giugno '97, Giuttari l'avrebbe ricevuto subito dopo aver assunto la dirigenza della Squadra Mobile, vale a dire nel mese d'ottobre dell'anno 1985. Credo che la data dell'incarico sia anticipata, sia pur di poco, nel ricordo del testimone. La richiesta assolutoria del sostituto procuratore generale che sostenne l'accusa nel processo Pacciani in fase d'appello, dottor Piero Tony, era nell'aria fino dall'inizio del dibattimento. (Un'identica impressione, disgraziatamente smentita dalla sentenza, si ebbe all'inizio del processo di secondo grado ai compagni di merende, in seguito ad alcuni accertamenti disposti dal sostituto Procuratore che sostenne l'accusa, svolte per approfondire alcune indagini difensive). La sentenza di assoluzione di Pietro Pacciani della Corte d'Assise d'Appello, del tutto ignorata dal dottor Giuttari, anche sul piano della semplice lettura, almeno a seguire le sue deposizioni dibattimentali, è del 13 febbraio 1996. Scrive il dottor Francesco Ferri, Presidente della Corte che assolse Pacciani, il quale per pubblicare il suo libro (Il caso Pacciani. Storia di una colonna infame?) si dimise dalla magistratura, il che dà la misura della sua onestà professionale e intellettuale: "Proprio mentre questa sentenza, (quella d'assoluzione di Pacciani, n.d.A.). frutto di un lungo ed approfondito studio preliminare degli atti, stava per essere pronunciata, viene a prospettarsi una pista investigativa nuova, che appare già del primo sguardo assai infida e che finirà per delineare un quadro del tutto diverso dal precedente e con quello non integrabile, essendo anzi con quello inconciliabile sia sotto il profilo criminologico che sotto il profilo della ricostruzione di determinati fatti; avente con esso solo in comune la figura del principale sospettato al quale sembra che ci si sia per così dire abbarbicati" 3 . Il primo esame di Giancarlo Lotti (in cui il cavatore riferisce una circostanza che sarà poi interpretata come indiziante contro Mario Vanni, la lettera ricevuta dal carcere dall'amico Pacciani), è del 15 dicembre '95. Il primo interrogatorio di Lotti, in cui il cavatore d'inerti disoccupato comincia la sua

'confessione' a rate, è del 11 febbraio '96, due giorni prima della lettura della sentenza di assoluzione di Pacciani. La coincidenza cronologica è notevole, e induce ad alcune riflessioni sulla deposizione di Giuttari. Rileggiamo questa deposizione, come l'ho testualmente citata. L'uso del verbo "dimostrare" è molto significativo. Una sorta di lapsus freudiano. L'incarico è quello di dimostrare una tesi. H o detto prima che l'indagine sui compagni di merende avviene per ordine di un giudice con lo scopo principale di sostenere la condanna di Pacciani. Questa iniziale dichiarazione di Giuttari conferma con evidenza la mia osservazione. Avvalora la strumentalità della nuova indagine il tentativo della Procura di Firenze di inserire, a dibattimento d'appello terminato, e poco prima che i giudici entrino in Camera di Consiglio per la decisione finale, le nuove acquisizioni istruttorie, comprese le dichiarazioni di Lotti. Ma qui la Procura, in apparenza, commette un errore procedurale: trasmette gli esami del Lotti e quelli di alcuni cosiddetti testimoni, Fernando Pucci compreso, celando i nomi delle nuove fonti di prova e mascherandoli dietro le prime lettere dell'alfabeto greco: alfa, beta, gamma, delta. Il Presidente sbotta: "Non sono qui per risolvere un problema d'algebra", e respinge al mittente i nuovissimi atti d'indagine. Con un tale espediente innovativo rispetto al codice, si dichiarava la volontà di tenere celate le nuove fonti, impedendo alla Corte di identificarle, e quindi di sentirle dal vivo nel dibattimento eventualmente rinnovato. Ritengo che questo apparente errore procedurale fosse in realtà voluto, e corrispondesse all'intenzione della Procura di impedire appunto il controllo dibattimentale e pubblico delle nuove fonti rappresentate da Pucci, da Lotti e da due peripatetiche alcoliste. Per questo motivo ritengo che, 'col senno di poi', non sia stato del tutto positivo che la Corte d'Assise d'Appello di Firenze - presieduta da un giudice autentico, e coadiuvata da un altro giudice di grande professionalità e tetragono alle suggestioni (il dottor Francesco Carvisiglia, estensore in seguito della sentenza assolutoria, che non esito a definire, anche dal punto di vista tecnico, un raro esempio di equilibrio logico e giuridico), entrambi per cultura e onestà intellettuale refrattari ad adeguarsi a posizioni preconcettuali - abbia impedito al pubblico ministero di desecratare le sue nuove acquisizioni, compiendo in quello stesso dibattimento d'appello i necessari

approfondimenti. Ritengo che se ciò fosse avvenuto ci si sarebbe resi conto a botta calda e con congruo anticipo della comica inverosimiglianza delle 'buche' agli Scopeti dove gli assassini avrebbero dovuto nascondere i cosiddetti 'feticci', della assurdità delle tracce di sangue sui sassi della Sieve scoperte (o riscoperte) a undici anni di distanza dal fatto, dell'improbabilità, oltre il limite dell'inverosimiglianza, di massacratori di coppie che scelgono un percorso di fuga lungo un trattura di campagna accidentato e interrorrotto a metà, quando potevano agevolmente andarsene per una provinciale asfaltata, nonché di altre non meno demenziali assurdità. Ma credo che lo scopo di mascherare le fonti fosse proprio quello di impedire, allora, ogni approfondimento. L'opinione è confortata dal fatto che, come si è già visto, Lotti, in seguito, durante le indagini preliminari del processo ai compagni di merende, sarà sentito in sede di incidente probatorio, usando cioè uno strumento processuale senza plausibile giustificazione, e tale da sottrarre in anticipo il controllo della prova al giudice del dibattimento che poi emetterà la sentenza. Pur in tempi diversi, le due iniziative sono armoniche. Nel processo d'appello di Pacciani si trasformano i nomi dei testimoni in lettere dell'alfabeto greco. Alcuni mesi dopo, la maggiore fonte di accusa contro i compagni di merende viene interrogata avvalendosi di uno strumento che mantiene in alcune sue essenziali caratteristiche la metodologia inquisitoriale: giudice unico, niente pubblico, niente giuria, gli avvocati della difesa limitati nella loro conoscenza delle indagini in corso alle carte che il Pubblico Ministero ha deciso di rivelare. Si aggiunga il misterioso clima di segretezza che circonda le indagini sulla pretesa associazione per delinquere, la cui fantasmatica presenza sullo sfondo del processo legittimerebbe l'atto - l'incidente probatorio - di per sé incongruo. Entrambe queste iniziative sono utili principalmente per proteggere le fonti. Proteggere da che? Nel momento del processo d'appello di Pacciani temo che la protezione di alfa (cioè di Pucci) e di beta (cioè di Lotti) riguardi la loro impreparazione. Il giorno 11 febbraio '96, la pretesa 'confessione' di Lotti non è integrale, presenta totali assenze riguardo ad alcuni delitti, dei quali il cavatore non ha ancora parlato, è piena, come vedremo, di contraddizioni, di inverosimiglianze. Se fosse stato controinterrogato nel dibattimento d'appello, i difensori del contadino mugellano, lo stesso sostituto Procuratore Generale, gli

stessi giudici togati, reduci, come dice Ferri, "da un lungo ed approfondito esame preliminare degli atti", sarebbero sicuramente riusciti a svelare in anticipo le falsità del cavatore. Per quanto riguarda alfa, cioè Pucci, la protezione ritengo che riguardasse innanzitutto il suo ruolo procedurale. Non c'è dubbio che qualcuno degli interlocutori del processo pubblico avrebbe rilevato l'ambiguità della sua posizione. Come mai questo personaggio non era indagato? Com'era possibile interrogarlo solo in veste di testimone indifferente e senza l'assistenza di un difensore? Il processo, qualsiasi processo, è, o dovrebbe essere, uno scontro fra forze che si contrappongono dialetticamente in modo paritario. Quando lo scontro dialettico è impari, e una parte - l'accusa - fino dall'inizio è più potente dell'altra - la difesa - è facile che prevalga il punto di vista del più forte. Durante l'incidente probatorio che ebbe l'effetto di cristallizzare la 'confessione' di Lotti, col plus-valore delle sue accuse nei confronti di altri, contro i difensori degli altri indagati si contrapposero non solo l'agguerritissimo pubblico ministero, ma anche il giudice delle indagini preliminari, così poco imparziale nel condurre l'atto, che il difensore di Vanni, negli atti preliminari al successivo dibattimento pubblico, eccepì la nullità dell'intero 'incidente' (eccezione respinta, naturalmente). Schierato dalla parte dell'accusa si trovò anche il difensore di Lotti. Quest'ultimo, nominato d'ufficio, era il terzo difensore d'ufficio del cavatore, dopo che altri due avvocati, nominati in precedenza, avevano abbandonato l'incarico, avendo rilevato che il loro ruolo, così come veniva imposto dalla metodologia con cui si stava gestendo il soggetto imputato-testimone, contrastava con la loro etica professionale. Tanto per cominciare il difeso era, in concreto, inawicinabile. I colloqui col difensore impediti dalla impossibilità di sapere dove si trovasse il difeso, o limitati dalla presenza di poliziotti quando gli esami avvenivano negli uffici di polizia. I primi due avvocati nominati di ufficio, il primo dei quali era intervenuto dopo che il Lotti, in veste di 'persona informata sui fatti', e quindi privo di difensore, aveva già esposto le linee essenziali della sua 'confessione', si resero subito conto che la loro attività sarebbe stata possibile solo in senso subalterno e adesivo alla tesi dell'accusa. Gli avvocati - benché

difensori d'ufficio, i due primi incaricati si sentivano avvocati nel senso vero del termine, cioè 'chiamati' a difendere un sospettato - avrebbero dovuto difendere Lotti da se stesso, o, per dire meglio, metterlo in guardia contro le pressioni di varia natura che si esercitavano su di lui. Prima di ogni altra considerazione avrebbero dovuto rilevare l'eccezionalià, o per meglio dire l'illegittimità del procedimento attraverso il quale si era giunti alla pretesa 'confessione': i primi esami in veste di testimone e senza difensore, lo strumento legislativo impropriamente usato, col quale si era giunti a garantire al collaborante una sia pur temporanea impunità e libertà, senza formali provvedimenti di custodia cautelare, ed in più alcuni vantaggi economici. Si dirà che la libertà di Lotti era tuttavia controllata: da quali organi? In quale luogo? Con quali contatti? La misura della custodia cautelare in carcere è prevista secondo le speciali forme riguardanti l'istituzione carceraria. Il carcere, per essere una struttura chiusa, contempla regole prederminate e ineludibili: soltanto alcune persone autorizzate possono avvicinare e parlare col detenuto, le sue comunicazioni con l'esterno, sia telefoniche che epistolari sono sottoposte a controlli molto rigidi. Lo stesso si deve dire per gli arresti domiciliari, in casi di reati di speciale gravità, e non è discutibile che quello di cui si parla fosse uno di questi casi. All'arrestato, cui è consentito di restare a casa sua o in un luogo di cura, è permesso di vedere solo i familiari e il suo difensore; gli è spesso inibito l'uso del telefono; in ogni caso tutta la fase della detenzione, sia in carcere che domiciliare, si svolge sotto i controlli del giudice, del pubblico ministero e del difensore. Si è già visto come due avvocati rinunciassero all'incarico di difensore d'ufficio perché erano esclusi o impediti dai necessari contatti col difeso. Il Lotti nessuno sapeva dove si trovasse, con chi si vedesse e colloquiasse, con chi parlasse al telefono, tranne che alcune delle sue conversazioni erano registrate. Ma quali? Scelti secondo quale criterio i colloqui telefonici di Lotti comparvero negli atti del processo? Fino dai primi esami, quando gli è negata la presenza del difensore per essere 'persona informata dei fatti' e non indagato, Lotti è una strumento inerte, inawicinabile, incontrollabile, essendo totalmente nelle mani dell'istituzione poliziesca. Il criterio per gestirlo è identico a quello che si usa per i pentiti della mafia. In una situazione siffatta, che non aveva nulla da invidiare al controllo sulla

persona tipico dell'antico procedimento inquisitoriale, il difensore d'ufficio avrebbe dovuto innanzitutto approfondire la genuinità e la spontaneità delle dichiarazioni del cavatore. Ora, i primi due avvocati che ricevettero l'incarico, l'uno di seguito all'altro, si resero conto entrambi che questo era impossibile farlo. Fedeli alle norme deontologiche della professione, rinunciarono all'incarico. Il terzo difensore d'ufficio del Lotti si è battuto con impegno, dall'inizio alla fine del processo, per ottenere la condanna di Lotti, sia pure con attenuanti. In questa veste di difensore del punto di vista accusatorio, l'avvocato partecipò all'incidente probatorio di cui ho parlato sopra. Così la schiera dell'accusa venne a trovarsi forte di un alleato il quale, per dire così, fungeva da quinta colonna. L'incidente probatorio appare sbilanciato gravemente a favore dell'accusa. Si può perfino osservare una fase in cui il giudice, in un momento in cui il Lotti si trova in difficoltà, suggerisce all'imputato che può avvalersi della facoltà di non rispondere. Lotti prende la palla al balzo, e chiude il rubinetto, ponendo così fine ai suoi tormentati contorcimenti. Torniamo al dottor Michele Giuttari. Prima di apprestarsi a leggere le centinaia di migliaia di carte che costituiscono il processo infinito, secondo me avrebbe dovuto dire al funzionario della Procura che gli conferiva l'incarico: "La ringrazio, signore, della fiducia, ma l'avverto che avrò bisogno almeno di un anno di tempo". Il processo nel suo complesso, difatti, si compone di ben cinque processi principali, e di altri incarti collaterali. Il primo è quello a Stefano Mele, il secondo è quello, chiuso in istruttoria, a Francesco Vinci, poi c'è 0 processo al cosiddetto "clan dei sardi" - Giovanni Mele e Piero Mucciarini - anch'esso definito con una sentenza assolutoria del giudice Rotella; il quarto processo - collaterale, ma connesso - riguarda Salvatore Vinci, il preteso uxoricida anch'egli sospettato di essere il mostro; il quinto in ordine di tempo e il più complesso, è il quello centrato sull'ipotesi di colpevolezza di Pietro Pacciani. Bisogna però dire che quest'ultimo processo comprende nel suo seno, come procedimenti connessi, altri due casi collaterali, ma collegati: l'omicidio del Bonini, per il quale Pacciani è stato condannato con sentenza definitiva. La connessione consisterebbe, secondo l'accusa, nella cosiddetta 'scena prima-

ria', cioè nell'omicidio del 1951, e nell'immagine che lo provocò, "l'orrendo spettacolo", definito in questo modo dallo stesso contadino mugellano, vale a dire l'offerta del seno sinistro esibito in maniera eccitante all'amante occasionale dalla signorina Bugli, l'allora fidanzata di Pacciani. Questa visione avrebbe provocato la pulsione criminale, così sconvolgente da indurre Pacciani non solo a commettere quell'omicidio, ma da spingerlo psicologicamente a reiterare il crimine compiendo i successivi. C'è poi un altro processo, anch'esso conclusosi con una sentenza definitiva di condanna dopo tre gradi di giudizio, che riguarda gli stupri alle figlie del contadino, anch'esso ritenuto importante per rafforzare l'accusa nei confronti di Pacciani dal punto di vista della sua capacità criminale, e da mettersi in relazione con una generica 'perversione' sessuale. Si tratta di centinaia di migliaia di carte, fra atti istruttori raccolti prima dell'entrata in vigore del nuovo codice - rapporti, perquisizioni, sopralluoghi, perizie, interrogatori di testimoni, di imputati, provvedimenti di carcerazione preventiva, atti dibattimentali, sentenze di diversi gradi di giudizio. Vigendo la nuova procedura: segnalazioni di polizia, esami di persone informate sui fatti, esperimenti giudiziari, esami di indagati, provvedimenti di custodia cautelare, sopralluoghi, perquizioni, consulenze tecniche, perizie, trascrizioni di conversazioni telefoniche e ambientali, trascrizioni di dibattimenti, sentenze di vari gradi. Fra queste carte ci sono i due cospicui elaborati, dell '84 e dell'85 dell 'équipe De Fazio, la relazione, sintetica ma molto densa del B.S.U./F.B.I. di Quantico... Bisogna considerare che il dottor Giuttari, nuovo arrivato a Firenze, era completamente digiuno di tutto questo imponente materiale, a parte le notizie che poteva aver appreso dalla stampa. Eppure, ancor prima che fossero pubblicate le motivazioni della completa assoluzione del contadino, Giuttari aveva le idee già molto chiare. Il nuovo indagatore non può ancora leggere - né ha la curiosità di farlo - le motivazioni di fatto e le argomentazioni deduttive e logiche che hanno convinto gli otto giudici della Corte d'Assise d'Appello a dichiarare Pacciani innocente: questo non sulla base del comma dell'articolo 530 del codice di procedura che impone l'assoluzione anche nel caso in cui le prove appaiano insufficienti o scarsamente convincenti, ma proprio per non avere commesso i fatti, cioè con la formula che si usa quando le prove manchino del tutto, o siano

contraddette da elementi tali da mostrare che i fatti si sono svolti in tutt'altro modo rispetto all'ipotesi accusatoria. Addirittura prima di conoscere persino le poche righe del verdetto assolutorio della Corte d'Assise d'Appello, il dottor Giuttari, il 15 dicembre '95 - data del primo esame del cavatore - vale a dire poco più d'un mese dopo aver intrapreso la lettura degli atti, è già sulle tracce di Lotti e di Vanni. Giuttari dice di essersi messo a leggere "tutti gli atti, ad esaminarli, ad analizzarli" 4 . Ma è molto improbabile che l'abbia fatto. E questa una delle espressioni usate nel corso della sua prima deposizione dibattimentale in cui egli tende a presentare se stesso come una persona di speciali capacità: in questo caso si tratterebbe della speciale abilità alla lettura veloce, che pochissimi esperti acquisiscono dopo una specialissima preparazione. Sono ricorrenti, nelle chilometriche deposizioni dibattimentali del dottor Giuttari, le frasi in cui egli si mostra agli occhi dei giudici come un funzionario scrupoloso, giunto a una globale comprensione del complesso caso giudiziario a lui affidato attraverso una straordinaria abilità, unita a una diligenza non comune. Viceversa, considerato il tempo, non più di un mese, la sua lettura degli atti non può essere stata che molto affrettata e necessariamente incompleta. "... Ricavando, debbo dire, subito una impressione molto positiva da questa attività di lettura. Perché il risultato di questa lettura mi offriva già in partenza degli spunti interessanti per la ricostruzione oggettiva dei fatti"'. Osservo di nuovo l'uso di un lessico particolare: "impressione molto positiva"; "mi offriva già in partenza degli spunti"; "ricostruzione oggettiva dei fatti". Allo scopo di giungere a una ricostruzione oggettiva, le impressioni dovrebbero essere allontanate con cura. In questa fase di lettura, oltre che l'atteggiamento di un osservatore indifferente, il dottor Giuttari dovrebbe rivestire quello del critico severo delle acquisizioni e delle opinioni espresse da altri, inquirenti e giudici compresi. Se il suo compito è quello di fare tabula rasa rispetto a un eventuale errore iniziale (i delitti commessi da una sola persona), il solerte, ma rapidissimo lettore dovrebbe allontanare da sé ogni impressione in quanto fuorviarne, perché se esiste qualcosa di non oggettivo sono proprio le impressioni. Ma la frase più illuminanate è "in partenza", riferita alla lettura. Significa che

l'impressione nasce all'inizio di essa, e prima di cominciare l'analisi. Non è difficile sostituire i termini "subito una impressione positiva" con la frase: "subito un'impressione istintuale", che identifica il preconcetto. E il caso di osservare un aspetto complessivo non irrilevante di questa deposizione dibattimentale del dottor Giuttari, che cerco di ricostruire in chiave di psicodramma, vale a dire, seguendo un procedimento che mi suggerisce Reick, tentando di individuare l'atteggiamento psicologico di colui che si propone come l'autore del nuovo processo. Secondo il codice di procedura i testimoni sono interrogati e depongono sui fatti a loro conoscenza, e che abbiano avuto modo di constatare. Gli apprezzamenti personali sono vietati. Se i testi riferiscono fatti appresi da altri, hanno l'obbligo di rivelare la fonte, che il giudice dovrà poi ascoltare direttamente. Giudizi, opinioni, deduzioni più o meno logiche, atteggiamenti psicologici, quelli che un tempo si definivano 'moti dell'animo', non servono ai giudici di un dibattimento penale moderno. Se un testimone logorroico mostra di indulgere in simili soggettività, è compito del Presidente (o in caso di sua inerzia, delle parti) di fermarlo prima possibile, non foss'altro per un principio di economia processuale. Viceversa il dottor Michele Giuttari depone incontrastato per ben quattro udienze (il 23, 25, 26, 27 giugno del '97 ) per complessive 362 pagine di verbale trascritte dalla video-registrazione. Parla quasi sempre lui, le domande sono rare e quasi tutte generiche. Non si interroga un testimone, bensì si ascolta passivamente il relatore di una tesi monografica, lasciando al conferenziere tutto lo spazio che gli è necessario per illustrare col bagaglio delle sue deduzioni, delle sue illuminazioni, dei suoi giudizi, i risultati del suo lavoro. Risultati che egli qualifica a più riprese come "oggettivi", vale a dire palpabili, fotografabili, riscontrabili nella realtà delle cose, fattuali, in una parola probatori. Trasparente la critica che il nuovo superinvestigatore rivolge a tutti gli altri soggetti che finora si sono affaticati su uno dei casi più complessi della storia giudiziaria del Paese: voi avete cercato di avallare delle ipotesi, io sono stato in grado di portare sul tavolo dei giudici dei fatti. Non è il caso di interrompere quella che più che fonte di prova è torrente di prova, i fatti sono fatti, c'è poco da discutere.

Ma vediamo in che consistono codeste pretese "acquisizioni oggettive". Prima di tutto nella riscoperta di ben diciotto testimoni trascurati e negletti dalle indagini precedenti. Cominciamo col dire che la testimonianza difficilmente può essere considerata come acquisizione 'oggettiva'. Essa si avvicina a essere tale solo quando siano rispettate alcune regole fondamentali nel condurre l'esame. "Nella conduzione di un colloquio investigativo è importante tenere presenti alcuni elementi che risultano fondamentali affinché il contenuto del racconto che si cerca di attivare abbia una validità ed una affidabilità adeguate. Innanzitutto non esiste alcuna alleanza fra intervistatore e intervistato. Chi conduce il colloquio deve assumere una posizione neutrale o il più possibile oggettiva, mettendo da parte i pre-giudizi che potrebbero inficiare una valutazione oggettiva di quanto riportato dall'intervistato. Deve inoltre lavorare in base ad un ventaglio di possibili ipotesi, e via via vedere quali fra queste vengono confermate dai dati e quali non. Lavorare sulla base di una sola ipotesi è sbagliato e assai pericoloso: quando l'ipotesi è una sola, chi pone le domande va solo in cerca di conferme, che prima o poi ottiene, grazie alla natura viziata del colloquio stesso" 6 . Che Giuttari intervisti i soggetti partendo da un'ipotesi pre-concettuale - quella dei complici, impostagli da una sentenza - è un fatto affermato da lui stesso. Che l'ipotesi sia pre-giudiziale emerge dal fatto che secondo lui la colpevolezza di Pacciani è un dato acquisito. Il modo poi con cui egli 'racconta' le testimonianze al dibattimento, documenta la stretta alleanza che egli tende a creare fra l'intervistato e la tesi che egli vuole dimostrare. Il codice di procedura impedirebbe che colui che le pretese prove ha raccolto ne parli diffusamente, raccontando per filo e per segno quello che le fonti stesse gli hanno riferito. Ci sono i testimoni diretti che aspettano fuori della porta dell'aula, sono loro che dovrebbero raccontare, dettagliare, riconoscere, 'completare' eccetera. Il teste poliziotto si dovrebbe limitare a indicare i fatti personalmente accertati, poi a indicare nominativamente e succintamente le testimonianze: coi soggetti informatori di circostanze percepite direttamente se la dovrebbero vedere i giudici. Ma il dottor Giuttari non può consentire che il suo lavoro investigativo sia

espropriato da altri, pur testi viventi che siano. Per questo si sente obbligato a dire come ha raggiunto attraverso la lettura degli atti precedenti la tal fonte di prova; per quale motivo essa gli è giunta con un notevole ritardo (in genere undici anni dai fatti su cui il teste depone), e quindi in quale modo egli abbia 'completato' quella tal fonte, riferendo quello che il testimone ha detto di nuovo con ogni dettaglio, e spesso con aggiunte e commenti personali. Il nuovo codice di procedura avrebbe bandito i rapporti, vale a dire quegli atti della polizia giudiziaria in cui l'indagatore si trasformava in giudice, svelando la sua opinione, indicando il valore probatorio della fonte, proponendo relazioni con altre circostanze, comparando i fatti oggettivi con le deposizioni dei testi. Molti rapporti, come quello che ho indicato del processo a Stefano Mele, avevano il piglio discorsivo, logico, assertivo delle sentenze. La nuova procedura avrebbe escluso questa specie di giudizi anticipati dagli uffici di polizia, proprio in quanto espressione quintessenziale del procedimento inquisitorio, e per l'effetto suggestivo che essi avevano sui giudici, ed anche per la componente di autorità che quegli atti rivestivano, in quanto provenienti dai funzionari che avevano svolto le indagini, e che quindi erano in qualche modo gli 'autori' del processo. Le 362 pagine della deposizione dibattimentale di Giuttari sono un lungo, dettagliatissimo, estenuante rapporto in cui il funzionario si presenta e si propone come 'autore' del processo, e come fonte interpretativa autentica e autoritaria del medesimo e delle relative risultanze. Secondo il Presidente dottor Ferri, la nuova pista investigativa sarebbe "abbarbicata" a Pacciani. Allorché scrive questo, il dottor Ferri non conosce la deposizione di Giuttari di cui sto parlando. Per questo il dottor Ferri appare in qualche modo precognitivo, grazie alla sua lunga esperienza di giudice autentico. Il primo tema investigativo del solerte lettore critico e relatore degli atti del processo Pacciani, avrebbe dovuto essere appunto questo: Pietro Pacciani, colpevole o innocente? Viceversa è facile avvedersi da quella deposizione che la colpevolezza di Pacciani è data come postulato da non dimostrare, ma da considerare come dato 'oggettivo' già acquisito. "Partiamo dal delitto di Vicchio del 1984. Per questo delitto vi erano tre

testimonianze importantissime ed a mio giudizio utili per la ricostruzione oggettiva dei fatti, del fatto, del delitto..." 7 . E questo Vincipit narrativo del relatore. Sembrebbe trattarsi di tre testimoni oculari che abbiano assistito ai delitti. Invece le tre persone, i coniugi Andrea Caini e Tiziana Martelli, e la signora "Frigo Maria Teresa... Maria Grazia...", il giorno dei delitti di Vicchio stavano per i fatti loro a una certa distanza di luogo e di tempo, come si vedrà, dagli accadimenti. Il 21 luglio 1994, mentre è in corso il processo Pacciani, e cioè a distanza di dieci anni dai delitti di Vicchio, dicono di avere fatto dichiarazioni a suo tempo non verbalizzate, dichiarazioni che oggi intendono ripetere, perché allora esse non erano state prese nella dovuta considerazione. "Il loro racconto è il seguente... "8. Il dottor Giuttari riferisce - a modo suo, come vedremo nel caso di Sabrina Carmignani - il racconto dei testimoni. Nessuno interviene per dirgli che i testi esistono e che ci penseranno loro a raccontare quello che hanno visto e sentito. Nessuno del resto è intervenuto quando ha qualificato le tre testimonianze "importantissime" e "a suo giudizio utili per la ricostruzione dei fatti" 9 , e per dirgli che deve astenersi dal formulare giudizi circa il valore probatorio delle circostanze che riferisce. I due testimoni coniugi Caini-Martelli riferiscono in sintesi di essersi fermati con la loro auto in prossimità di una fonte, e di avere avvistato, su una strada sterrata vicina, ma non vicinissima, al luogo dei due omicidi, intorno alla mezzanotte del giorno del delitto di Vicchio, due auto che procedevano l'una appresso all'altra a forte andatura e facendo un gran polverone: "... Vedono transitare due autovetture a forte velocità in relazione al fondo stradale e alla tortuosità della strada e vengono colpiti da questo passaggio anomalo, strano, molto curioso a quell'ora, con quella guida fuori dal normale. Decidono che si tratta di due autovetture, di cui una autovettura di colore rosso" 10 . II teste Giuttari con discutibile enfasi narrativa spreca aggettivi per qualificare drammaticamente l'avvistamento, definito anomalo, strano, molto curioso, fuori dal normale; ed entra persino nella testa dei due testimoni: "... I coniugi esternavano delle loro riflessioni e dicevano: 'sicuramente non si trattava di persone del luogo, perché per una forma di rispetto, le persone che vivono in quelle coloniche là nella zona, non avrebbero sicuramente proceduto a quella velocità per alzare quella polvere e dare fastidio agli al-

tri.' La seconda riflessione che facevano era questa: sicuramente si trattava di gente che conosceva bene quei posti, perché per andare in quel modo forte in auto, in una strada con curva, è chiaro che bisogna conoscere bene la strada... Quindi queste sono le due prime testimonianze che mi hanno particolarmente colpito e impressionato favorevolmente in questa attività di lettura, perché le ritenevo utili per la ricostruzione dei fatti" 11 . Un momento: quale lettura? Certamente non si tratta delle dichiarazioni dei testimoni fatte all'epoca del delitto, perché lui stesso ha detto che i testimoni, presentatisi a suo tempo, non erano stati verbalizzati. E allora, che cosa ha letto l'investigatore? Ha letto le dichiarazioni successive, quelle del 1994, rese a distanza di dieci anni dal fatto, quando, essendo in corso il processo Pacciani, i testimoni possono essere suggestionati dal clamore del caso giudiziario. Sicché gli aggettivi che eliminano la banalità dell'episodio - due auto che si rincorrono a velocità imprudente su una strada sterrata, non bisogna domenticare che qui siamo a poca distanza dall'autodromo del Mugello, e che la zona è frequentatissima da persone, motociclisti e automobilisti, che s'ingegnano di imitare le gesta dei piloti campioni - si spiegano agevolmente con la volontà dei soggetti di incidere nel processo rivestendo i panni e l'importanza di protagonisti. E come mai Giuttari continua a riferire 'impressioni' più o meno favorevoli senza che nessuno lo interrompa? E necessario sottolineare che nel racconto di seconda mano dell'investigatore compare per la prima volta "l'autovettura di colore rosso". Un'altra autovettura "di colore rosso" (da sola, e non accompagnata da un'altra macchina) fa la sua apparizione nelle dichiarazioni della signora Maria Grazia Frigo. Questa testimone, sempre seguendo le dichiarazioni di Giuttari, fa la sua comparsa il 2 dicembre del 1992, vale a dire a distanza di otto anni dal duplice omicidio di Vicchio, con una telefonata al Pubblico Ministero del caso Pacciani, il dottor Paolo Canessa. Il quale stende una breve relazione di questo colloquio telefonico. Secondo Giuttari, che non smette di formulare giudizi e impressioni sul conto dei testimoni: "...La signora è molto precisa, ha una memoria devo dire formidabile... Vedremo che è una testimone che mi ha impressionato veramente in una maniera eccezionale positivamente..." 12 . Questa signora formidabile, impressionante in maniera eccezionale (le iper-

boli nel linguaggio del relatore si sprecano), che ha una memoria di ferro, e che parlando al telefono col Pubblico Ministero sembra abbia fatto riferimento a una 'macchina rossa' (ma che deponendo successivamente, come vedremo, parlerà di macchina bianca), racconta quanto segue. Mentre si trovava su un'auto guidata dal marito, nella stessa stradetta poderale in cui fecero il loro avvistamento i coniugi Caini, il signor Frigo marito evita per un pelo lo scontro con un'altra auto (rossa o bianca) che procede a forte velocità. Quando, durante il processo, compaiono le foto di Pacciani sui giornali, e la faccia del contadino appare con frequenza ossessionante sullo schermo della televisione, la signora Frigo riconosce 0 contadino mugellano come la persona alla guida dell'auto spericolata. A causa di questo riconoscimento si pone "il valore probatorio forte della Frigo" 13 . I precedenti inquirenti, accusatori e giudici furono disattenti? Perché trascurarono queste fonti 'importantissime' e 'oggettive'? I due coniugi vedono due macchine, e su ciascuna c'è il solo autista. Ammettendo che su un'auto ci sia Pacciani e nell'altra Lotti, il terzo complice (Vanni, secondo l'accusa) dov'è? La signora Frigo vede la macchina con Pacciani, e nessun altro a bordo. In questo caso proprio i complici mancano. Tutte le macchine procedono a forte velocità: stanno scappando: con eccessiva approssimazione in eccesso, l'ora sarebbe prossima a quella dei delitti. Difatti secondo una telefonata anonima ricevuta dai carabinieri, il duplice delitto sarebbe avvenuto intorno alle 23. Gli avvistamenti avvengono intorno alla mezzanotte. A che fare gli assassini si sarebbero trattenuti sul luogo del delitto per circa un'ora? Dunque l'ipotesi è che Pacciani, come tale riconosciuto dalla Frigo, e i suoi complici starebbero scappando dal locus commisti delieti. Ma se è così, dopo essersi attardati senza scopo sul posto, perché invece di immettersi alla svelta sulla strada provinciale distante poche decine di metri dalla piazzola dove è avvenuto il delitto, vanno a infognarsi in una poderale sterrata e tortuosa? L'aggressione difatti è avvenuta su una piazzola cui si accede salendo un breve rilievo e partendo dalla provinciale che congiunge Vicchio a Dicomano. Basta guardare la cartina dell'Istituto Geografico De Agostini, per capire la ragione per cui gli 'importantissimi' testimoni riscoperti da Giuttari furono

accantonati dai precedenti inquirenti. La provinciale "Sagginalese" è una strada asfaltata, ben percorribile. Gli avvistamenti dei testimoni avvengono su una poderale sterrata che conduce a una fattoria, "La Rena", e che, dopo un lungo giro in salita, e un'interruzione che la trasforma in un trattura erboso segnato da due profondi solchi tracciati dai cingoli dei trattori - impercorribile con un'auto che non sia un fuoristrada - attraversa le frazioni di San Martino a Scopeto e di Chiggiana, per ricongiungersi con la stessa provinciale alle porte di Dicomano. Se c'è una costante in tutti i delitti - salvo uno, vedremo quale e perché - che li contrassegna, è la freddezza, la precisione, la determinazione con cui l'assassino aggredisce le vittime. E l'equivalente freddezza e decisione con cui si allontana rapidamente senza lasciare tracce di se stesso. Qui invece i 'complici' compagni di merende arriverebbero sul luogo con due auto. Poi, a delitto compiuto, invece di andarsene alla svelta per l'unica strada comodamente transitabile, in modo da non distinguersi dal traffico normale, sceglierebbero come via di fuga una poderale, che segue un percorso tortuoso, percorribile solo con un fuoristrada per un certo tratto, e quindi tale che con una berlina normale i fuggiaschi correrebbero il rischio di restare bloccati laddove la stradaccia si trasforma in sentiero per carri tirati da buoi. La poderale sterrata poi compie un tratto tre volte più lungo rispetto alla strada normale, costringe a una velocità tre volte inferiore al normale, e mette gli assassini in condizione di essere notati, perché a tratti quasi sfiora la soglia di abitazioni seconde case di cittadini che trascorrono il fine settimana in campagna. Ma si possono fare altre osservazioni. Prima di tutto, il riconoscimento di Pacciani. Avviene a otto anni di distanza dal fatto, dopo che la testimone Frigo è suggestionata dalle foto sui giornali, e dalle immagini televisive che presentano Pietro come l'assassino delle coppie. Non si compie peraltro una regolare ricognizione di persona in faccia alla persona reale. L'esigenza più volte espressa da Giuttari, di "completare" con "lo sviluppo investigativo" le testimonianze, lascia intendere che tali testimonianze, cosi come erano state rilasciate più o meno spontaneamente, più o meno informalmente (non verbalizzate, se non dalla relazione di una conversazione telefonica con il P.M., nel caso della Frigo), fossero imperfette, lacunose,

in qualche modo da riordinare all'interno di una griglia interpretativa, cioè alla luce di un'ipotesi avanzata preconcettualmente. Non esiste altro modo di interpretare l'espressione usata: "sviluppo investigativo". A maggior ragione tale preconcettualità (che riguarda la colpevolezza di Pacciani) appare evidente quando lo 'sviluppo investigativo' avviene a distanza di vari anni, cioè quando il testimone ha presumibilmente perso la freschezza e la vividezza del ricordo, col rischio che siano aumentati e rafforzati nella sua mente gli elementi di integrazione soggettiva, indirizzati a rendere il suo ricordo più plausibile. Si tratta appunto di 'completare' ciò che un tempo era risultato scarsamente credibile. Può accadere che la frustrazione per non essere stato in un primo tempo 'adeguatamente' ascoltato abbia rafforzato nel testimone il bisogno di rendere più precisa e più dettagliata la testimonianza, e ciò sia potuto avvenire appoggiandosi ai dati già emersi durante il processo passato o in corso. E in una chiave siffatta che si pone il riconoscimento di Pacciani da parte della signora Frigo. L'elemento soggettivo che integra il ricordo diventa un fatto particolare, di per sé banale, ma che appare adesso quasi traumatico: il rischio corso di un incidente raccontato dalla testimone (in parte enfatizzato se la macchina incontrata, come si afferma, teneva un'andatura di 50/60 chilometri all'ora), ciò che avrebbe indotto la donna a fissare il volto del conducente che procedeva con "guida pericolosa". Ma il 'riconoscimento' avviene in piena notte, quando anche di giorno è difficile identificare una persona all'interno dell'abitacolo di una macchina. Pacciani già accusato e più che visibile, immagine ossessionante attraverso i media, riempie i contorni di una figura della quale, nel migliore dei casi, si poteva definire l'appartenenza al genere maschile. La testimone identifica e sovrappone le immagini, quella vista realmente e quella individuata ossessivamente in televisione e sui giornali, con troppa facilità, per non destare il sospetto di protagonismo. La teste è troppo sicura di sé per non pensare che il suo 'riconoscimento' non sia il frutto delle immagini reiterate di Pacciani in televisione. Lei stessa dice di esserne "ossessionata". La visione del conduttore dell'auto spericolata avviene alla luce dei fari, ed è improvvisa, rapidissima. La strada è sterrata, le due auto, quella su cui viaggia la Frigo e l'altra, quella che quasi l'investe, producono una gran polvere. Tutto questo dovrebbe bastare. Tuttavia, esaminata le circostanze nel loro complesso - tre testimoni avvistano

due auto in una località prossima al locus commissi delieti - non torna niente, anche dal punto di vista della griglia preconcettuale più sopra indicata. La coppia Martelli-Caini vede correre due auto, una dietro l'altra a brevissima distanza, ma la Frigo ne vede una sola, con una sola persona a bordo. Se gli assassini compagni di merende si sono recati ad uccidere la coppia Rontini-Stefanacci con una sola auto, dove sono gli altri occupanti, almeno due, sull'auto avvistata dalla Frigo? E se invece hanno usato due auto, che sarebbero quelle viste dai coniugi Martelli, perché la Frigo nota un'auto che procede isolatamente? I coniugi Caini-Martelli vedono a bordo delle due auto soltanto i rispettivi guidatori, nessun altro. Ragionando per assurdo e tenendo per buona la griglia preconcettuale dell'accusa, il terzo 'compagno di merende', Vanni, dov'è? Dov'è andato? Ha preso la strada del ritorno a piedi? E facile avvedersi che le tre testimonianze si elidono a vicenda anche dal punto di vista dell'ipotesi accusatoria. Si deve aggiungere la circostanza, che più di ogni altra certifica l'ossessione, da parte della signora Frigo, di portare acqua al mulino dell'accusa. In un'ora, vicina molto approssimativamente - stavolta in difetto - al duplice omicidio, la signora dice di aver udito un boato, che una vicina di casa interpreta come lo scoppio di un pneumatico. La testimone sostiene che quell'unico colpo identifichi il rumore degli spari assassini. Ma sappiamo che i colpi sparati contro le vittime dei delitti nell"84 furono nove, non a raffica, ma distanziati l'uno dall'altro, seppure in successione rapida, così dice la perizia balistica. Sappiamo anche che uno sparo con la calibro 22 produce un suono abbastanza modesto, poco più forte di un violento battito di mani. La signora, dunque, avrebbe udito un suono prodotto da un evento diverso, forse appunto lo scoppio di una gomma. Non secondo il dottor Giuttari, controinterrogato in seguito sul punto dal difensore di Vanni, quando quest'ultimo, cioè lo scrivente, riprese il suo posto al banco della difesa. Secondo il superinvestigatore la ferma opinione della signora Frigo di avere percepito acusticamente l'eco dell'evento delittuoso, invece di destituire di attendibilità la testimone, considerandola alla stregua di una visionaria ammalata di protagonismo, conforterebbe l'importanza della 'fonte proba-

toria'. Questo perché, sul luogo dei delitti, in speciali condizioni di umidità dell'aria, di temperatura, e non so di che altro, si verificherebbe uno straordinario fenomeno di fisica acustica per cui i novi colpi distinti si unirebbero in un unico rimbombo, fondendosi insieme, così accrescendo l'intensità del rumore, e trasformandosi in questo strano modo in un unico boato. E questo un esempio di come un fenomeno psicologico che definirò in seguito 'sentimento di convinzione', analizzando più in profondità il procedimento logico-psicologico delT'autore' del processo, manipoli un fatto negativo e contrastante, in questo caso riguardante l'attendibilità della fonte signora Frigo, trasformandolo in un rafforzamento dell'ipotesi preconcettuale. Egli fa questo aggiungendo a un'ipotesi un'altra ipotetica spiegazione del tutto astratta - lo straordinario fenomeno acustico-meteorologico - ma senza neppure tentare di dimostrare la concreta esistenza del fenomeno, per esempio con un esperimento. Semplicemente indicando la nuova ipotesi astratta ed irreale, la quale, per pura logica dialettica, dovrebbe avere la forza di eliminare ogni dubbio. Il dubbio che questa signora sia dominata da un atteggiamento psicologico per cui la sua ossessiva convinzione di essersi trovata al centro della vicenda delittuosa, la induce a ritenere che lo scoppio di un pneumatico sia il suono fuso di nove colpi di pistola, non sfiora neppure il solerte inquisitore. Giuttari i dubbi non se li pone. E non pone domande per scioglierli né il Presidente, né il Pubblico Ministero. Giuttari non parla rispondendo a domande: espone e sostiene, initerrotto, torrenziale. Il dottor Michele Giuttari dice di essersi fermato alle "testimonianze così come le ho trovate, nella loro incompletezza, e poi nello sviluppo investigativo" (p. 21, deposizione citata) di esserci ritornato sopra, in una parola completandole. Vediamo un altro esempio di come procede questo 'sviluppo investigativo'. Per cominciare l'avvistamento della signora Frigo, quella dell'auto che procede in modo spericolato, diventa "una prova diretta, un riconoscimento diretto del Pacciani" 14, e a questo punto un'altra auto, anch'essa vista dalla signora diventa inequivocabilmente "l'autovettura rossa... con la coda tronca" 15 . "Questa macchina la Frigo l'aveva vista anche il giorno precedente, cioè il sabato precedente. E non era ancora buio quando l'aveva vista, era l'imbru-

nire. E l'aveva vista entrare sempre in questa strada. In quella occasione, quindi il sabato, aveva avuto modo di notare di profilo la persona che si trovava alla guida di questa autovettura. E dalle foto del Lotti, la Frigo notava una forte somiglianza con la persona notata il sabato precedente....Infatti dice: aveva la stessa corporatura, lo stesso capoccione, la stessa pettinatura. Dice: la pettinatura proprio è quella là" 16 . Dunque, cerchiamo di orientarci. La signora Frigo nota in un primo tempo, il giorno dei delitti di Vicchio, due auto in tempi diversi (la precisazione circa le due auto è successiva), e fra di loro ben distanziate nel tempo e nello spazio, una rossa, e poi un'altra, cioè l'auto spericolata. Quest'ultima, a differenza di quello che aveva detto telefonicamente al dottor Canessa, diventa improvvisamente bianca. Dice però di aver visto l'auto rossa anche in precedenza, cioè il sabato che precede i delitti. Alla guida delle due auto, nelle due occasioni, ci sono due persone diverse: sulla macchina rossa un uomo con una pettinatura tale da rassomigliare a Lotti (così è sistemato anche il cavatore), sull'auto spericolata - rossa, e poi bianca, il colore è stabilito alla fine, ed appare evidente la successiva conformazione della testimone all'ipotesi accusatoria - c'è sicuramente Pacciani. Difatti noi sappiamo bene, dal processo Pacciani, che il contadino non ha mai posseduto un'auto rossa. L'ipotesi dell'accusa è che sia Lotti a possedere l'auto rossa. Ecco dunque il motivo per cui dall'iniziale segnalazione lelefonica del 2 dicembre 1982 al dottor Canessa, che redige una relazione - e qui l'auto che quasi investe la Citroen del marito è rossa - l'auto pirata trasforma il suo colore da rosso in bianco. Se difatti il giorno dei delitti Pacciani guidava un'auto rossa, bisognerebbe ritenere che il contadino, disponendo di una sua auto, sia andato a commettere un delitto conducendo una macchina non sua, che non conosce, contemporaneamente lasciando nelle mani di altri la propria macchina. Per questo la signora Frigo quando depone davanti a Giuttari sull'auto che quasi l'investe - che è poi quella conta, perché è su di essa che si troverebbe Pacciani - modifica il colore da rosso in bianco. Essendo poi spuntato all'orizzonte il bel sole di Lotti, la signora si adegua, 'completando' lo 'sviluppo investigativo', e tira in ballo anche lui, riconoscendo il suo profilo e la sua pettinatura (non dal vivo, ma in foto, perché ricognizioni personali, cioè con

la persona reale davanti agli occhi come suggerisce il codice di procedura non se ne fanno), a bordo di un'altra macchina, questa sicuramente rossa, perché, come vedremo, l'abbinamento 'Lotti-macchina rossa' è essenziale. Si direbbe che questa signora Frigo vede troppe auto, e che per avere una memoria di ferro, 'eccezionale', è ondivaga sui colori delle medesime. Il riconoscimento poi della 'pettinatura' di Lotti la manifesta troppo sollecita ad adeguarsi alle esigenze della griglia accusatoria su cui procede l'inquirente. Ma nessuno propone domande al dottor Giuttari sul motivo per cui dal 2 dicembre '94, cioè dalla relazione del dottor Canessa, al giorno in cui lui stesso ha interrogato la signora Frigo, sia avvenuto questo cambiamento di colore dell'auto sospetta e si sia aggiunta, per il sabato precedente, l'auto rossa con una persona alla guida pettinata come Lotti. In ogni caso, basta l'unico boato trasformato ex officio in nove colpi di rivoltella calibro 22 per rendere la teste del tutto inattendibile. Quando poi la relazione di Giuttari si sposta sul terreno del delitto avvenuto l'anno successivo, cioè quello degli Scopeti, sono ancora i mezzi di locomozione che dominano la scena. Compare fra i testimoni che riguardano questo duplice delitto per prima la signora Sabrina Carmignani. Di questa testimone dovrò occuparmi più a fondo di seguito. Qui è interessante rilevare come nella deposizione del dottor Giuttari, che dovrebbe riassumere la posizione della testimone, molti elementi di fatto dalla stessa rilevati, e a a suo tempo riferiti, siano del tutto omessi. Ecco in sintesi quello che dice il dottor Giuttari: la teste si è recata la domenica 8 settembre 1985 nella piazzola degli Scopeti insieme al fidanzato per appartarsi un poco. Ricorda esattamente la data perché era il giorno del suo compleanno. H a visto sopraggiungere una macchina: "... Non si trattava di una Regata, (ma) di una macchina più bassa della Regata. Il retro di questa macchina era tronco... Come colore non era né troppo chiara né troppo scura. Era comunque un colore sbiadito..." 1 7 . Questa macchina, quando s'è accorta che sulla piazzola sostava un'altra auto, quella della Carmignani, ha invertito la rotta, ha fatto marcia indietro ed ha ripreso la provinciale. Qui però il dottor Giuttari dimentica di dire che l'avvistamento di quest'au-

to, sospetta non si sa bene perché, considerato che l'avvistamento avviene a notevole distanza di tempo dai delitti, pur seguendo la datazione di essi proposta dall'accusa, non avvenne mentre le due auto si trovavano distanziate l'una dall'altra, ma proprio mentre la signora Sabrina e il fidanzato erano già in movimento e stavano per lasciare la piazzola, tanto da trovarsi vis à vis con l'auto che vi stava entrando. Così che per consentire alla macchina della Carmignani di lasciare la stradella che conduce alla piazzola e raggiungere la strada degli Scopeti, la macchina nuovo-arrivata fu costretta a fare marcia indietro. E dimentica di dire per quale ragione i due allora fidanzati (oggi felicemente sposati) abbandonarono il luogo senza fare quello che intendevano fare. Il dottor Giuttari dimentica anche altre cose molto interessanti per le indagini. Parlerò di queste circostanze più avanti, quando analizzerò in maniera più ravvicinata il duplice delitto degli Scopeti, nonché le dichiarazioni di Pucci e di Lotti in proposito. Per ora mi limito a rilevare che in questo caso il 'sentimento di convinzione' di Giuttari, si avvale disinvoltamente del procedimento omissivo. Il Presidente della Corte il 25 giugno del '97, mentre il dottor Giuttari si appresta a leggere e commentare i risultati di una perizia medico-legale, finalmente s'accorge della singolarità del fenomeno processuale: un testimone sta facendo tutte le parti in commedia, compresa quella di testimone interprete dei testimoni, compresa quella degli indagati (perché riferisce, nonostante il divieto del codice, anche le dichiarazioni di costoro), persino di perito, non vorrà fare anche quella del giudice? E sbotta: "PRESIDENTE: Scusi, eh... Ora lei legge la perizia, ma la perizia fa già parte del processo, sappiamo cosa dice, l'abbiamo letta, la leggeremo... Non occorre. .. Sennò... Non arriviamo più. Il processo lo fa lui e basta" 18 . Il Presidente s'accorge con un certo ritardo di come la testimonianza di Michele Giuttari non sia affatto una testimonianza, bensì una sorta di requisitoria-sentenza. Lo interrompe, ma sarà questa la prima e unica volta, l'intervento del Presidente è una pietra lanciata nella corrente, non fa neppure i cerchi: il fiume riprende a scorrere subito con indisturbata impetuosità. Uno degli obiettivi dell'allora comandante la Squadra Mobile di Firenze è quello di convincere suggestivamente i giudici dell'esistenza di un fatto reale per introdurre il reo confesso Lotti, e per conferire attendibilità esterna alla

sua confessione (di cui l'investigatore ancora non parla). Il fatto suggestivo è quello della presenza costante sui luoghi dei delitti esaminati di un"auto rossa'. L'attenzione è spostata ora sui delitti di via Giogoli, il duplice omicidio dei due giovani tedeschi. Giuttari 19 riferisce di una persona, un certo Nenci, il quale avrebbe detto ai Carabinieri il 13 settembre 1985 di avere avvistato, il giorno prima del delitto, sullo spiazzo in cui stava posteggiato il furgone dei due giovani tedeschi uccisi, "una Fiat 128 di colore rosso". Dice poi che la moglie avrebbe notato, sempre nello stesso luogo e "in quei giorni, il giorno prima", una autovettura bianca. Poiché il signor Nenci nel frattempo è defunto, Giuttari interroga appunto la moglie di costui, la quale conferma l'avvistamento del marito, senza ricordare però che tipo di macchina egli avesse visto, ma confermando che lo scomparso parlava di colore rosso. La signora Buzzichini (la moglie del Nenci) conferma però di aver visto una macchina bianca, ferma nello stesso luogo di cui ha parlato a suo tempo il marito. Si riproduce il solito dualismo bianco-rosso della teste Frigo. Parrebbe probabile che i coniugi, visto che parlano dei medesimi giorni antecedenti l'omicidio, dello stesso identico luogo, della medesima lunga sosta dell'auto, abbiano visto una sola macchina, sempre la stessa. Più che naturale che nel ricordo, nel caso della signora risalente a ben dodici anni prima, un coniuge parli, peraltro in maniera postuma, di un colore rosso, e l'altra ricordi invece un colore bianco. La conclusione di Giuttari, assertiva, definitiva, registrata a verbale è la seguente: "Quindi, a proposito di macchine, anche nell' '83 abbiamo una macchina chiara e una macchina rossa, una 128 rossa" 20 . La forzatura è evidente. Entrambi i coniugi hanno probabilmente visto, nel medesimo luogo e nello stesso posto, una sola macchina, mai hanno notato due auto insieme nel luogo dove sostava il furgone dei tedeschi. Ma poiché uno parla di un colore e l'altra di un altro, le macchine diventano inequivocabilmente due. La plausibile e semplice causa della divergenza (l'impreciso ricordo dato il lungo tempo trascorso su un particolare insignificante) cede dinanzi allo 'sviluppo investigativo' di Giuttari: le macchine sono due di diverso colore, e una di esse è una 'Fiat 128 di colore rosso'.

Di nuovo registriamo l'importanza che l'investigatore dà all'auto '128 Fiat di colore rosso'. Con il medesimo criterio narrativo, tendenziosamente rivolto alla tesi da dimostrare, come nell'interpretazione-completamento delle dichiarazioni della teste signora Frigo, esaminata per il delitto precedente dell"84, e nella successiva occasione forse in maniera più evidente, Giuttari riferisce la testimonianza di un pensionato (nato nel '24), un certo Di Pace, che a distanza di anni riconosce Pacciani come l'uomo che avrebbe incontrato mentre si allontanava dalla piazzola del delitto degli Scopeti con un fagotto sotto il braccio. Fatto insolito, secondo il pensionato, chissà poi perché, se non attraverso l'ottica suggerita dall'indagatore di un recupero dei cosiddetti 'feticci' in precedenza sotterrati. Il ricordo è integrato soggettivamente col sottolineare un atteggiamento 'strano' dell'uomo avvistato, ma l'aggettivo non trova una spiegazione razionale, se non attraverso l'esaltata soggettività del testimone. Per fare un esempio: ".. .L'affermazione di un testimone: 'Ho visto un uomo uscire in modo guardingo dalla porta posteriore di una casa'; anche se non si è assistito all'evento, nel leggere questa frase uno vede la scena svolgersi davanti agli occhi, e fa deduzioni quasi in modo automatico. Il termine 'guardingo' colora il modo in cui viene interpretata la scena. Una persona esce da una casa in modo guardingo se ha commesso qualche fatto per il quale non vuole essere scoperto. L'uscire dalla porta posteriore rafforza questa interpretazione. Una deduzione immediata è che la persona che esce dalla casa in modo guardingo sia in qualche modo colpevole di un atto perlomeno scorretto, e che cerchi di evitare di essere scoperto. E siccome la casa aveva subito un furto, allora la persona che usciva dalla casa in modo guardingo era diventata quasi automaticamente il colpevole del furto" 21 . Del resto, se il testimone crede di aver visto il presunto assassino, cioè l'uomo in seguito pubblicamente additato come tale, è naturale colorire retroattivamente quell'incontro come strano e insolito. Si innesca un meccanismo psicologico di soggettivazione che imprime a quell'incontro, altrimenti indifferente, un carattere particolare che probabilmente non aveva prima del

riconoscimento. Il quale, guarda caso, riguarda l'uomo in quel momento imputato, e la cui immagine è apparsa dappertutto. Il problema del lungo tempo trascorso è superato, nel ricordo del teste integrato dai completamenti di chi lo interroga, in un modo che più che brillante è comico. Entrano in scena le sorbe. A distanza di dieci anni, la ricostruzione 'esatta' del tempo in cui, secondo il pensionato, sarebbe avvenuto l'incontro, si baserebbe sul ricordo del mese di settembre, impresso nella memoria per aver egli notato la contemporanea presenza di tipici frutti settembrini (le sorbe), e questo in un periodo subito antecedente l'incendio che ha interessato la zona. Tuttavia, se esistono frutti il cui tempo di maturazione è difficile da definire, sono appunto le sorbe. "Maturare come le sorbe", almeno in Toscana, indica metaforicamente un tempo eccezionalmente lungo per crescere nella vita, per comprendere gli elementi essenziali delle cose, per rendersi conto della propria situazione esistenziale. Difatti la maturazione delle sorbe, e la loro conseguente caduta dall'albero, avviene durante un tempo che impegna anche l'autunno inoltrato fino all'inizio dell'inverno. Ma ammessi questi due riferimenti (le sorbe, e l'incendio), peraltro assai discutibili, si può essere sicuri che sia il settembre che precede l'incendio e non, ad esempio, quello stesso mese dell'anno precedente? E di quale giorno? Si può fare affidamento sulla memoria di un uomo di più di settant'anni d'età che testimonia dopo dieci anni dal fatto? Lo si può fare soltanto se si tratta di 'sviluppare' e di 'completare' ciò che si voleva dimostrare, cioè utilizzando tutto quello che conforta un'ipotesi anticipata, e dopo che si è accuratamente scartato tutto quello che con quell'ipotesi risultava contrastante. In archeologia o in paleontologia si completa qualcosa a partire da uno o più frammenti, un vaso da alcuni cocci, un cranio da una mandibola o da un parietale. Ma della ricostruzione ottenuta non si asserisce mai l'assoluta certezza circa l'identità con l'originale. Le interpretazioni sono tanto più arbitrarie, quanto in numero minore o incerti sono gli elementi di partenza da cui si è ricostruito il manufatto o lo scheletro. Ma se è lecito, in quelle discipline, interpretare e stabilire una verosimiglianza fino a ipotizzare un'identità con il vero, per molte ragioni questo non

può essere lecito nell'investigazione giudiziaria. L'autore di un delitto può essere stabilito solo in base a prove e riscontri certi, l'investigatore non può 'sviluppare' e 'completare' ciò che altrimenti risulterebbe lacunoso e contraddittorio. Il concetto di indizio, già discutibile in sé, prevede alla base un fatto certo da cui ricavare l'incerto. Ma un coccio sbreccato, non inseribile nell'insieme, resta un coccio sbreccato e niente altro. Non lo si può 'completare' inserendolo in un insieme ipotetico, assemblando nello stesso tempo la parte isolata e l'insieme per armonizzarli l'uno all'altro. Il metodo dell'archeologia può essere utilizzato in un'indagine giudiziaria solo quando l'elemento parziale abbia caratteri di certezza, ad esempio le impronte digitali, quelle dentarie o il DNA. Solo allora si può ricostruire il tutto con un margine convincente di certezza, e tuttavia sempre con grande cautela. Ma le testimonianze, specialmente se rese a notevole distanza di tempo dal fatto riferito, dovrebbero essere vagliate mettendo nel conto numerosi dubbi. Un ragionevole dubbio sulla loro attendibilità dovrebbe suggerire, se non di accantonarle, di tenerle, per così dire, in sospeso, specie se riguardano il riconoscimento di una persona ampiamente apparsa su giornali e televisione già con l'etichetta del colpevole. A questo proposito è molto in chiave ricordare il bel film di Sidney Lumet: La parola ai giurati. Il processo è appena terminato e i giurati si ritirano per decidere la sentenza. Il verdetto di colpevolezza sembra scontato, ma a causa di un puntiglioso architetto di mezza età, interpretato da Henry Fonda, che a poco poco smonta la tesi dell'accusa, alla fine dell'estenuante ritiro, il verdetto si capovolge da colpevole a innocente. Tra le altre, il giurato architetto analizza la testimonianza oculare di una vecchia signora, che avrebbe visto l'imputato uccidere il proprio padre attraverso i finestrini di un treno in corsa, posto tra lei e il luogo dell'omicidio. Il giurato puntiglioso ha notato l'acconciatura vistosa con la quale la donna si è presentata in aula, e improvvisamente ricorda di averle visto i segni sul naso tipici di chi porta gli occhiali. Occhiali che la donna non aveva prima di andare a dormire nel momento in cui ha intravisto dalla finestra il passaggio del treno e l'omicidio; così come non li aveva, per apparire più giovane, nel momento in cui ha deposto. La testimonianza non è più attendibile, e non è più decisiva. La donna ha chiaramente ma-

nifestato - per emergere da una vita monotona contrassegnata dal grigiore, priva di particolari emozioni e gratificazioni personali - il desiderio di farsi notare, di raggiungere il suo momento di celebrità, o almeno di particolare attenzione. Attenzione che le permette di recitare per la prima volta il ruolo di protagonista. Per la prima volta può avere pieno potere su una persona e sul giudizio di altri. L'apparizione al dibattimento, dal vivo, della teste signora Frigo, del teste Di Pace, e di altri testimoni, riscoperti o integrati dallo 'sviluppo investigativo' del dottor Giuttari, a parte una quantità di incongruenze, rammentano il personaggio del film di Lumet. Un film che, a mio parere, ogni cittadino che si trovi una volta nella sua vita a rivestire il ruolo di giurato, dovrebbe aver visto. Ma mettiamo da parte il cinema. L'insistenza con la quale Giuttari sottolinea il "dovere civico" che avrebbe spinto i suoi diciotto testimoni dimenticati a farsi avanti, sembra una zeppa con la quale egli cerca di stabilizzare un tavolino traballante, assomiglia alla cravatta rimediata all'ultimo tuffo per rendere presentabile un amico trasandato in un'occasione mondana. Il 'dovere civico' poi si sgretola drammaticamente, nella deposizione del funzionario, quando l'euforia ha il sopravvento, quando le testimonianze diventano pettegolezzo morboso, quando si palesa un modello vecchio, ma sempre buono all'occasione, di utilizzare i testimoni incitandoli alla delazione, insinuando il sospetto, incoraggiando la malignità, scatenando eventuali vendette di paese. Appare allora un mondo immaginario, o enfatizzato, di cosidddette 'perversioni' sessuali - ne ho già parlato quando ho rilevato un'autentica falsità a proposito di un vissuto di Vanni - di voyeurismo, di caccia all'omosessuale, di sodomia diffusa, di cui adesso quasi tutti sembrano partecipi. Impercettibilmente alla testimonianza già di per sé indiretta, perché riferita da Giuttari, si sostituisce quella due volte indiretta , "mi hanno detto che...", "Tizio ha visto Caio che faceva..." eccetera. E così che si arriva addirittura a fare pubblica lettura dell'agenda privata di lavoro di un signore, per fortuna assolto, e di cui evito di dire il nome, le cui annotazioni sono interpretate come tentativi di avances omosessuali, citate

con l'entusiasmo del giustiziere che ha trovato la sua preda da esporre al ludibrio popolare. E questo un episodio processuale triste, e la sensazione di vergognosa compassione è esaltata dalla gratuità e inutilità della pretesa circostanza. Qual'era il fine probatorio, per mettere in piazza la vita privata di un malcapitato? Il clima da voyeurismo omosessuale introdotto dall'agenda dell'innocente (come tale alla fine dichiarato dalla Corte), del tutto avulso dal contesto, fuori da qualsiasi collegamento con gli atroci delitti di cui si parla, serve comunque, nella logica del 'tutto fa' allo scopo di creare un clima di 'perversione' diffusa, e per sostenere una causale poco convincente, senza la quale ogni cosa frana. Si è già visto che secondo un'iniziale impostazione accusatoria, che poi sembrerebbe abbandonata, Lotti avrebbe partecipato ai delitti per non subire il preteso ricatto di Pacciani, consistente nel raccontare a tutto il paese - se non avesse aderito ai feroci crimini - la sua presunta relazione prima con lo stesso Pacciani, poi con un altro uomo, relazione che adesso, 'sbloccato e sciolto', egli ammetterebbe senza più scrupoli. Si è già osservato come questo movente che apparterrebbe a Lotti, in se stesso molto improbabile, cada miseramente e in maniera quasi comica, nel corso del dibattimento, quando numerosi testimoni negheranno decisamente e con sdegno le tendenze omosessuali di un preteso partner del cavatore (diverso da Pacciani, e di cui sarebbe indiscreto rivelare il nome). Ma dalle dichiarazioni di Giuttari filtrano sospetti di omosessualità anche su Pacciani e su Vanni, e così anche su altre persone del paese che si siano incontrate coi compagni di merende. Sembra di rilevare, da un confuso assemblarsi di indicazioni di questa natura, che il cemento che univa l'associazione pervertita e criminale fosse l'omosessualità. Ma se è così, che ci faceva l'anziano Vanni a molestare in un bar la povera Pia Rontini? E se invece il movente di Vanni, come per Pacciani, è il guadagno e non il sesso, non sarebbe stato il caso di evitare di molestare le vittime prima che fossero uccise? Ma l'ipotesi deve reggere a ogni costo, di contraddizione in contraddizione. Ogni spiegazione si può dare, tutto è possibile, anche l'assurdo, anche il contraddittorio o l'improbabile, se non si tiene in alcun conto il 'rasoio di

Ockham' 22 , cioè che la spiegazione più semplice e più comprensiva è quella che maggiormente si avvicina alla verità. H o accennato sopra, a proposito di questa deposizione di Giuttari, allo psicodramma. Cercherò di spiegarmi meglio con qualche sommario riferimento epistemologico. Normalmente una mente che procede con razionalità e onestà - al giorno d'oggi, almeno osservando lo stile comune dei media, questo rigore etico è decisamente desueto - sottopone a verifica le ipotesi avanzate, in rapporto ai dati disponibili, presi tutti in considerazione, cercando di evitare il più possibile la loro manipolazione. Una certa percentuale di manipolazione è inevitabile, ma si può ridurre al minimo, quanto maggiori e differenziate siano le verifiche che si faranno. Più si è onesti intellettualmente, più neutrale dovrà presentarsi l'ipotesi di partenza. Benché un'ipotesi di qualche tipo sia quasi necessario avanzarla: è la rete per pescare, se poi si pesca effettivamente qualcosa è ciò che si dovrà appurare. All'inizio dell'analisi, in ogni caso, l'ipotesi non è ancora investita dell'attributo di verità o falsità, è soltanto, e per adesso, una possibilità. A questo punto può subentrare il ragionamento per assurdo come primo banco di prova. Si presuppone l'ipotesi come 'vera'. Cioè: 'se fosse così, allora succederebbe, o sarebbe successo...'. E a questo punto che la costruzione ipotetica va verificata con gli elementi e le situazioni obiettive che sono sul terreno. Cioè si analizzano e si interconnettono i dati obiettivi, onde valutare se essi concordino e soddisfino l'ipotesi anticipata. Se siamo incappati in un ragionamento decisamente assurdo, mano a mano che si procede nella disamina, l'ipotesi formulata risulterà falsa. Ma il ragionamento lascerà emergere con buona probabilità quella vera, o quella più probabile, cioè quella che maggiormente aderisce ai fatti presi in esame. Se il procedimento è corretto, oltre che intellettualmente onesto, avverrà che la nostra ipotesi non si allontanerà mai troppo, mercé un'esasperata speculazione, dalle premesse fattuali certe, ma al contrario si situerà a distanza più ravvicinata da esse. Sul piano logico-matematico certamente questo è un criterio ristretto, perché si presuppone che gli eventi o le variabili analizzate si comportino sempre in

maniera razionale, e anche perché l'alternativa, nel sistema logico astratto, è rigidamente dualistica: o è questo, o è quello, se non è bianco allora è nero. Teoricamente - in special modo aderendo alla modernissima teoria del caos nella realtà, le alternative possono essere molteplici, se non illimitate, e gli aspetti irrazionali del comportamento, in particolare umano, andrebbero in ogni caso tenuti in considerazione. Ciò premesso, in qualche modo bisognerà pur procedere, a meno di non voler alzare le mani su tutto e per sempre. Spesso è possibile raggiungere una buona approssimazione riducendo in una prima cernita le alternative, e individuando gli scarti irrazionali. Le alternative si riducono escludendo quelle più astruse e macchinose, cioè applicando un principio di economia. Meno elementi concorrono a spiegare gli eventi, più fatti certi e previsioni che si avverano essi includono nella spiegazione proposta, più è probabile che l'ipotesi sia vera o, se non altro, più gestibile di altre. Si ricorre cioè al 'rasoio di Ockham'. Succede cioè che un principio di economia riduca anche i margini di irrazionalità di un evento. (Questo non vale nella fisica quantistica, dove l'irrazionalità stessa è il principio economico che permette di 'razionalizzare l'irrazionale'). Ma qui, per fortuna, stiamo parlando di un'indagine giudiziaria. In ogni caso, rimanendo nel mondo delle medie dimensioni, cioè nel mondo delle cose che gli uomini esperiscono quotidianamente - metro non più applicabile al microcosmo o al macrocosmo - le categorie classiche di spazio, tempo e causalità sono quasi sempre valide a identificare e spiegare i fenomeni alla nostra portata, innanzitutto in relazione ai comportamenti umani, almeno nelle loro interazioni con l'esterno. La forza di un'ipotesi, nel ragionamento scientifico aumenta in ragione della sua capacità predittiva. Data una certa spiegazione dei fenomeni se ne prevede lo sviluppo e la successione nel futuro. Se si verificano gli eventi previsti, l'ipotesi si avvicina alla verità, e qualche volta all'incontestabile realtà. Lo stesso criterio è in buona parte applicabile anche agli eventi che sono già accaduti. Da questo punto di vista è un luogo comune, in parte errato, dire che la storia non si fa con i 'se'. Si arriva talvolta alla comprensione storica proprio postulando sviluppi alternativi - lo scrittore di fantascienza Philip Dick è un maestro in questo senso - cioè ipotizzando diverse successioni di cause ed effetti che avrebbero portato a sviluppi dissimili di eventi. Con un

tale procedimento per assurdo, in gran parte fantastico, si può individuare e far risaltare le cause che hanno portato necessariamente alla reale concetanazione di fatti. E sotto questo profilo che una poesia di Galileo (Capitolo contro il portar la toga) recita: "Se taluno ha una cosa da trovare ha da far lavorar la fantasia e giocar d'invenzione, e indovinare... "23. Lo storico adotta il ragionamento per assurdo ma non lo dice, così come lo scienziato spesso destoricizza le proprie osservazioni sul già accaduto, per meglio far apparire incontaminata e universalmente valida la teoria che ha elaborato. L'investigatore giudiziario deve fare i conti con entrambi gli atteggiamenti. Egli si trova di fronte a fatti criminosi di cui non conosce ancora né la dinamica, né il movente, e neppure, a maggior ragione, i possibili sviluppi futuri. Per questo motivo il movente è l'ipotesi che occorrerebbe verificare per prima, e ciò a partire da una ricostruzione il più precisamente dettagliata della scena del crimine. In alcuni casi, il movente e le dinamiche individuate correttamente, riescono a spiegare al tempo stesso il già accaduto e ciò che ancora dovrà accadere, come nel caso degli omicidi seriali. L'indagine investigativa, se non è pregiudizialmente pilotata, applica, così come avviene in altre discipline, entrambi i criteri, il 'rasoio di Ockham', e il ragionamento per assurdo, per sottoporre a verifica le ipotesi formulate a partire dagli elementi dati, di cui nessuno dev'essere trascurato. In altri termini si può anche dire che la deduzione (quando dal generale si ricavano i particolari) deve essere messa alla prova dall'induzione (quando dai fatti particolari si risale a una causa, alla legge generale), e ciò con il massimo di coerenza e semplicità possibili, e senza piegare i dati all'interno di un atteggiamento psicologico fuorviarne che è stato definito 'sentimento di convinzione' 24. La deriva irrazionale si riduce al minimo se quei criteri vengono applicati con rigore, anche quando si abbia a che fare con comportamenti irrazionali, o apparentemente tali. Quando ci si intestardisce su un'ipotesi che non soddisfa quei criteri, avviene che per farla comunque tornare, per renderla convincente, si debbano

moltiplicare le spiegazioni. Si fanno cioè proliferare spiegazioni subordinate a sostegno della tesi principale, in un processo tendenzialmente senza termine, perché ogni spiegazione, che rispetto a un determinato problema risulta irragionevole, può essere sempre chiarificata o completata in un secondo tempo, presupponendo all'interno di essa un mistero da disvelare e di cui si intuisce e si anticipa l'esistenza, sulla scorta del 'sentimento di convinzione' particolarmente accentuato. Il ragionamento per assurdo, in questo caso, si aggrappa all'assurdità, si ostina in ogni modo ad affibbiargli un contenuto di verità, si piega e costringe ogni elemento alla sua conferma, quando non arrivi a vere e proprie falsificazioni delle prove a sostegno. Le indagini sul mostro di Firenze sono emblematiche di questo modo pregiudiziale-irrazionale (irrazionalità falsamente ammantata di logicità) di procedere nella disamina dei fatti. Per non dire che nel procedimento cognitivo degli inquirenti che si occupano del caso, traspare un atteggiamento determinato dal 'sentimento di convinzione', contaminato, nel caso di Giuttari, da una sindrome accentuata di narcisismo. A un osservatore in grado di avere una visione sufficientemente globale del caso del mostro di Firenze, appare lo svolgimento che segue. Accantoniamo le indagini su Stefano Mele, e quelle successive sul cosiddetto clan dei sardi. A partire da un certo momento, viene accusato un uomo, Pietro Pacciani, di essere l'autore dei delitti. Ai precordi dell'ipotesi accusatoria, il suo movente sarebbe quello di correggere la scena primaria di un delitto effettivamente commesso, cioè l'assassinio dell'amante occasionale della fidanzata. Si tratterebbe cioè di vendicarsi e di punire, per estensione, tutto il genere femminile considerato fedigrafo. L'omicida identifica e rappresenta tout-court la generalità delle donne che infrangono la fede in loro riposta dalla generalità degli uomini, con la fidanzata che all'epoca egli omise di punire adeguatamente, fermando all'epoca la sua azione all'uccisione del rivale maschio. La vendetta postuma si compie uccidendo e poi sfregiando le vittime femminili. Ma un dato obiettivo contrastava con l'ipotesi (peraltro da un punto di vista criminologico non molto attendibile). Nei nostri episodi concreti mancano gli stupri. Addirittura le vittime femminili non sono oggetto di un'attenzione direttamente sessuale. L'omicida evita persino di toccare con le mani il corpo della donna. Sulla scena dei delitti

non si risontrano mai tracce di liquido spermatico. Così il movente attribuito a Pacciani contraddice i profili psichiatrici che sostengono essere l'omicida delle coppie impotente, o parzialmente tale. Pacciani al contrario è sessualmente iperattivo. Dopo l'omicidio del Bonini ebbe subito, sul luogo stesso del delitto, un rapporto sessuale con la fidanzata. Allora si tenta di eludere l'incongruenza attribuendo in ogni caso al contadino una perversione documentata dalle violenze sessuali alle figlie. Si esclude poi il coinvolgimento di Pacciani nel primo duplice delitto, quello del '68: non poteva esserne l'autore per varie ragioni. Ma per far ciò bisogna ipotizzare un passaggio di mano dell'arma, che è sempre la stessa in tutti i delitti. Ecco una seconda ipotesi subordinata da chiarire. Alcune tracce (le impronte di ginocchia su un'auto, l'impronta di un piede) lasciate dal mostro, e l'altezza degli spari sul furgone dei tedeschi, indicano un persona di alta statura, Pacciani è invece più basso della media. Forse allora non era solo. Terza ipotesi subordinata che deve essere chiarita. Se non era solo aveva dei complici. Ma in tal caso il movente che riguardava il solo Pacciani - la 'scena primaria' eccetera - non è più sufficiente, diventa anzi del tutto incongruo, addirittura fuorviarne. Quarta subordinata: sono coinvolte altre tre persone, Vanni e Lotti - i suoi amici - più una terza persona, il cui solo torto è quello di aver avuto alcuni sporadici rapporti di tipo commerciale con Pacciani. La faccenda si complica sul piano del movente, anche in considerazione dell'ampio arco di tempo in cui sono avvenuti i delitti. Si trova allora una quinta spiegazione subordinata prendendo in considerazione le escissioni anatomiche. Il movente per almeno due dei tre complici, sarebbe il guadagno ottenuto con la vendita dei 'feticci'. Ma questa causale non può riguardare Lotti che risulta perennemente povero in canna, per lui ne va trovato un'altra. Sesta ipotesi subordinata: si ripiega sulla pretesa omosessualità del cavatore. Da rilevare che il movente di lucro è debole anche per Vanni che dispone di risparmi modesti e ampiamente giustificabili, ed è molto dubbio anche rispetto al 'patrimonio' di Pacciani, a spiegare il quale basterebbe la notoria taccagneria del contadino, indefesso lavoratore. L'ipotesi però resta ferma: gli assassini avrebbero ucciso per vendere i 'feticci' asportati dalle vittime

femminili a terze persone, che si configurano come i mandanti dei delitti. Ecco farsi strada un'altra ipotesi subordinata, che a sua volta richiede almeno altre tre spiegazioni, a loro volta ad essa subordinate. Chi sarebbero queste altre persone? A che scopo pagherebbero qualcuno per avere quelle parti anatomiche, e innanzitutto, per farci cosa? E perché, se il movente è il guadagno, nel secondo duplice omicidio (accettando l'ipotesi che il primo sia da attribuire ad altri) non è stata praticata nessuna escissione sulla vittima femminile? Proseguendo in questa maniera si moltiplicano sempre di più le spiegazioni subordinate, e siccome il quadro non riesce a chiudersi (rimarrà sempre qualcosa da chiarire), è una successione potenzialmente infinita, e come nel paradosso di Zenone, Achille non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga. In realtà, qualsiasi cosa, con una mediocre capacità immaginativa, può essere ricondotta all'ipotesi che si era anticipata. Se per fare un esempio sostenessi che sono stati gli extraterrestri a compiere i delitti del mostro di Firenze (non è molto lontana quest'ipotesi da quella della setta satanica), più o meno credo che riuscirei a far quadrare i conti, a rendere in qualche modo accettabile la spiegazione. Ma per fare ciò dovrei pagare un alto prezzo, dovrei rinunciare alla chiarezza, alla semplicità, e sarei costretto a lasciare irrisolte varie incongruenze, o a risolverle con tortuosi e complicatissimi calcoli, o al contrario prendendo la scorciatoia della semplificazione eccessiva, facendo ricorso al soprannaturale. Ipotesi di quest'ultimo tipo si potrebbero definire onnicomprensive o metafisiche, cioè in qualche modo sempre 'verosimili' perché rimandano a una causa o spiegazione superiore, e hanno il vantaggio, per la loro genericità e inafferrabilità, di potersi estendere a piacimento. Laddove incontrano un ostacolo, offrono sempre la possibilità di aggirarlo presupponendo qualcosa di più generale e nascosto. Potrei dire, nell'ipotesi extraterrestre, che l'alieno si impossessa di parti dei corpi degli umani, passando dall'uno all'altro per compiere i delitti, a scopo di indagine anatomica. Così come, tirando in ballo le sette sataniche, si può parlare di ipnosi o di controllo mentale, con cui si giustificherebbe il comportamento succube di Lotti, altrimenti ingiustificabile. In un certo senso queste ipotesi non sono mai suscettibili di verifica empi-

rica, e resistono al p a r a d o s s o , p e r c h é il p a r a d o s s o è la l o r o asse motrice. La l o r o forza, soggettiva e refrattaria agli attacchi, sta nel sentimento di convinzione, difficilmente attaccabile p e r c h é , nel caso c h e ci riguarda, h a dalla sua l'autorità dell'istituzione 2 5 .

Note al Capitolo Ottavo 1

Luigi Ferrajoli, Diritto e ragione, p. 32, citato da Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico, Einaudi, Torino 1991, p. 14. 2 Corte d'Assise di Firenze. Processo ai compagni di merende. Udienza del 23/6/97. Verbale di dibattimento (depone il teste dottor Michele Giuttari). 5 Francesco Ferri, cit., p. 5 4 Corte d'Assise di Firenze. Processo c/s. Udienza del 23/6/97. Verbale di dibattimento (depone Giuttari), p. 6. 5 Ivi, pp. 6-7-8. 6 Giuliana Mazzoni, Si può credere a un testimone?, Il Mulino, Bologna 2003, p. 196. 7 Corte d'Assise di Firenze, Giuttari: dibattimento 23/6/97, pp. 7-8. 8 Ivi, p. 10. 9 Ivi, pp. 10-11. 10 Ivi, p. 14. 11 Ivi, P. 21. 12 Ivi, p. 14. " Ivi, p. 21. 14 Ivi, p. 18. 15 Ivi, p. 54. 16 Ibidem. 17 Ivi, p. 25. 18 Ivi, p. 81. 19 Ivi, p. 62. 20 Ivi, p. 64. 21 Giuliana Mazzoni, cit., pp. 51-52. 22 Guglielmo di Ockham, Scritti filosofici, a cura di Alessandro Ghisalberti, Nardini Editore, Firenze 1991, p. 29: "La formulazione tradizionale è: 'Non sunt multiplicanda entia sine necessitate', che non si riscontra però negli scritti ockhamistici; l'esatta formulazione, data dal nostro autore è invece: 'Frustra fìt per plura quod potest fieri per pauciora', si fa inutilmente con molte cose ciò che si può fare con poche cose; la spiegazione più semplice è da preferire alle spiegazioni più intricate; si deve cioè

dare la precedenza a quella spiegazione che più si accorda con l'esperienza immediata; piuttosto che a quella che ricorre a processi non verificabili empiricamente". 23 Galileo Galilei, Capitolo contro il portar la toga: "Se taluno ha una cosa da trovare, Ha da far lavorar la fantasia E giocar d'invenzione, e indovinare. E se tu non puoi andare a dirittura Mill'altre vie ti possono aiutare. 14 Per questa definizione, confronta Karl Popper, La logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 1970. 25 Ivi, p. 29: ".. .Un'esperienza soggettiva, o un sentimento di convinzione, non può mai giustificare un'asserzione scientifica, e ... all'interno della scienza tale sentimento non può avere parte alcuna, se non come oggetto di una ricerca empirica (psicologica). Per quanto intenso sia un sentimento di convinzione non può mai giustificare un'asserzione. Di conseguenza posso essere profondamente convinto della verità di un'asserzione, posso essere sicuro dell'evidenza delle mie percezioni; posso addirittura essere sommerso dall'intensità della mia esperienza: qualsiasi dubbio può sembrarmi assurdo. Ma può un'asserzione qualsiasi essere giustificata dal fatto che Karl Popper è profondamdente convinto della sua verità? La risposta è 'no'".

N U O V E OSSERVAZIONI SULLE CONFESSIONI (DI L O T T I E DI PUCCI). I DELITTI DEGLI SCOPETI. SABRINA CARMIGNANI E LA SCIENZA ENTOMOLOGICA APPLICATA ALLA TANATOCRONOLOGIA FORENSE. L A STORIA DELLA MACCHINA ROSSA. L E FALSITÀ DI PUCCI E DI LOTTI. L'ULTIMO AGGIUSTAMENTO DI PUCCI

A questo punto, mi pare di udire una voce, in cui all'intonazione ironica si unisce il timbro autoritario: "Le sue sono speculazioni soltanto teoriche. Lei, caro signore, non tiene conto che nel processo ai 'compagni di merende' esiste la confessione di Giancarlo Lotti, suffragata, ove ce ne fosse bisogno, dalle dichiarazioni di un testimone: Fernando Pucci, e da numerosi altri riscontri oggettivi". H o già parlato del valore probatorio della confessione, che non può essere in nessun caso assoluto. Non sarà male aggiungere qualche nota sul metodo non 'sacramentale' - il nostro è un processo fatto da laici - bensì 'inquisitoriale' applicato nel caso. Nonostante la laicità, l'ispirazione centrale è ancora quella suggerita dalla Chiesa 1 . In un saggio pubblicato in un volume dedicato alla prassi confessionale si sottolinea che, nel condurre l'interrogatorio del penitente, il confessore-sacerdote-funzionario si serve di una griglia a priori, sulla base della quale arriva a una sistematizzazione sempre più serrata della confessione sacramentale: "al punto che il questionario sembra acquistare il potere, non più soltanto di individuare, ma di costituire, nel senso forte del termine, le colpe del penitente" 2 . Ascolto di nuovo la voce che accentua il tono dialettico: "Citazioni storiche per fare sfoggio di erudizione, pour épater le bourgeois: qui siamo negli anni di grazia 1995 e seguenti, caro signore! Che c'entra tutto questo con la nostra indagine?" D'accordo, raccolgo la sfida.

Il passo di cui sopra - e quelli contenuti nella nota - odorosi d'incenso e di paramenti conservati in vecchi armadi di sacrestia, mettono in luce il passaggio della confessione da atto intimo vetero-cristiano di contrizione sacramentale ad atto inquisitoriale giudiziario. E questo all'interno della pratica giudiziaria della Chiesa, che più sopra abbiamo visto trasferirsi armi e bagagli nella pratica penale delle città e degli stati italiani e in certa misura europei, attraverso gli ordinamenti del cosiddetto 'diritto comune'. I pilastri su cui si fonda questa pratica, sono l'interrogazione del penintente, l'ordine delle questioni che gli sono sottoposte, la griglia logica o pseudo logica, in ogni caso metafisica e preconcettuale, costituente quest'ordine. L'indagine, impostata dal funzionario-confessore-inquisitore dovrà riempire ogni silenzio del penitente. Il questionario finisce per costituire, con le risposte ottenute con le buone o con le cattive (tortura compresa, ma modernamente si sostituiscono le sofferenze del corpo con la più asettica carcerazione preventiva), le colpe del 'reo'. Un procedimento che in sintesi non aiuta la spontaneità della confessione: anzi, la esclude in quanto connotazione soggettiva dell'atto, e quindi fuorviarne rispetto al questionario e alla griglia imposta dall'interrogante. Osservo il nostro (o meglio i nostri, perché vi includo anche Pucci) episodio confessorio sotto il profilo della spontaneità. Bisogna sottolineare che gli atti letti e interpretati dal dottor Giuttari sono definiti col termine "oggettivo" (pagina 6 deposizione citata del dottor Giuttari: "...Il risultato di questa attività - la lettura degli atti del processo Pacciani, n.d.r. - mi offriva già in partenza degli spunti interessanti per la ricostruzione oggettiva dei fatti"). Il termine lo incontreremo di nuovo molto spesso nella definizione dei cosiddetti "riscontri", e nella requisitoria del Pubblico Ministero. Oggettiva è in realtà la griglia "in partenza" costruita da Giuttari e dai suoi collaboratori prima di interrogare i soggetti definiti interessanti per le indagini. Questa griglia comprende alcuni elementi essenziali, definiti "oggettivi" e considerati indiscutibili: prima di tutto la colpevolezza di Pacciani, che non si mette in dubbio, poi la data del delitto degli Scopeti - la notte della domenica fra l'otto e il nove settembre (vedremo di seguito perché è importante la domenica e non il sabato); la presenza sul luogo dei delitti di un'auto

sportiva rossa con la coda tronca Fiat 128 di proprietà di Giancarlo Lotti. Ma osserviamo la genesi delle 'confessioni', seguendo sempre come falsariga la deposizione del dottor Giuttari del 23 giugno '97 e giorni successivi resa al dibattimento del processo ai compagni di merende. Giancarlo Lotti, tanto per cominciare, non è un pentito che abbia avvertito il disvalore morale dei suoi comportamenti e che per questo cerchi un alleggerimento riversando, in anticipo rispetto all'intervento dell'inquisitore, il peso da cui si sente gravato nelle orecchie di qualcuno: non per necessità di un prete, benché egli avesse a portata di mano il parroco del paese che gli dava ospitalità, ma di una persona qualsiasi, un amico, un parente. Non è neppure un ingenuo, o un alcolista logorroico - benché lo sia, alcolista, e in notevole grado - il quale disinibito dall'alcol si sia lasciato andare a qualche confidenza anticipatrice. Con una delle prostitute da lui frequentate, per esempio: la confidenza, il prodromo della futura confessione, arriva in qualche modo a conoscenza dell'autorità che indaga sui delitti del mostro. Lotti allora è convocato, e da qui inizia la sua confessione vera e propria. Non è questa la genesi. Non ci sono prodromi o anticipazioni nella confessione di Lotti, ma essa nasce all'improvviso come un fungo dopo una notte di pioggia. Abbiamo già notato fino a qual punto siano tutt'altro che spontanee le sue dichiarazioni. Meno che mai lo sono quelle di Pucci, benché anche la sua posizione processuale debba essere considerata alla stregua di un 'reo confesso'. Fernando Pucci l'ho già sommariamente descritto. E un adulto con il livello intellettivo di un bambino. Per questo accudito e assistito dai familiari con cui convive, fratello e sorella. Questo bambino, in ben undici anni - perché questo è l'intervallo fra il duplice delitto degli Scopeti al quale lui dice di avere assistito, e le sue dichiarazioni auto ed etero-accusatorie - né con i familiari né con chicchessia, ha mai fatto un solo accenno all'episodio straordinario che si sarebbe svolto sotto i suoi occhi. E sì che è un fatto gravissimo e di grandissima risonanza. Si dibatte sotto i suoi occhi, cioè sullo schermo televisivo, uno dei processi più pubblici, con una eco mediatica fra le più risonanti nel Paese. E sì che il processo riguarda un compaesano, da quando alla televisione, e con una reiterazione ossessiva, ha fatto la sua tragicomica apparizione Pietro Pacciani.

Fernando Pucci guarda 0 telegiornale insieme ai familiari mentre tutti cenano al tavolo di cucina. Lo guarda quando trasmette le immagini della piazzola, della tenda dei francesi uccisi, della loro auto. Guarda la foto della vittima femminile, Nadine Mauriot, una foto che peraltro risale a molti anni prima e che non assomiglia alla signora com'era al momento della sua morte. Guarda il servizio nel corso del quale una nutrita schiera di agenti, anche durante la notte, con l'aiuto di cellule fotoelettriche, continua a setacciare la piazzola sulla strada degli Scopeti in cerca di tracce. Poi segue ancora in televisione il processo Pacciani, che una rete nazionale trasmette tutti i giorni in diretta. Ascolta le testimonianze, gli interventi del Presidente, gli scontri dialettici fra gli avvocati della difesa e il pubblico ministero. I posti che sono teatro della vicenda che si dibatte gli sono ben noti, per la loro contiguità ai suoi luoghi vitali. La sua abitazione, a Montefiridolfi, non è molto lontana dal luogo dove sono stati commessi i delitti degli Scopeti, né è molto lontana dalla casuccia, a Mercatale, del contadino processato: poche decine di chilometri. Pucci non era amico di Pacciani, ma lo conosce. In paese, benché all'oligofrenico Fernando sia impedito di fare le ore piccole nelle bettole, l'ha pur visto qualche volta, e talvolta in compagnia dell'amico Lotti. Pucci vede Pacciani piangere sullo schermo della televisione, fare lunghi sproloqui - in quel suo linguaggio sapidamente toscano, fiorito di espressioni in cui chi ha orecchio ritrova il poeta Giuseppe Giusti - lo vede raccomandarsi ai giudici a mani giunte, esibire santini, paragonarsi a Gesù Cristo, dichiarandosi come lui innocente, scelto e sacrificato come l'agnello pasquale. Giammai uno scatto, un gesto, una frase per manifestare un interesse speciale, una reazione del genere: "Eh, la sa lunga, quello là...". Fratello e sorella sono categorici sul punto: in undici anni Fernando, che nella sua vita elementare è sempre stato un libro aperto, incapace di dissimulare, non ha mai fatto un solo accenno dal quale si potesse ricavare l'idea che egli sapesse sul delitto degli Scopeti qualche cosa di più rispetto alla generalità delle persone, passive spettatrici dei servizi televisivi. Vediamo più dawicino come si arriva alla pianta sulla quale fiorità il giglio della 'confessione' di Giancarlo Lotti, \limput iniziale sul quale s'innesta lo 'sviluppo investigativo' del dottor Giuttari, non è lo stesso Lotti, ma proprio Fernando Pucci.

".. .Abbiamo anche un'attività di intercettazione sulle utenze di Vanni e della Nicoletti e di assunzione di informazione testimoniale sempre su delega del P.M. di personaggi che risultavano in collegamento, in rapporti di amicizia, di frequentazione con Pacciani. E quindi personaggi che ritenevamo opportuno sentire per acquisire notizie utili. Fra questi personaggi c'era il Lotti. E arriviamo così al 15 dicembre '95 " 2 . Dunque, prima del 15 dicembre 1995, a neppure due mesi di distanza da quando ha ricevuto l'incarico dalla Procura di leggere gli atti, il dottor Giuttari ha già messo sotto intercettazione alcune utenze telefoniche. Una delle quali è quella di una certa Filippa Nicoletti. Quest'ultima è una donna di vita che ha avuto rapporti continuativi con Lotti. Ciò basta, benché essa non sia indagata (e di che dovrebbe essere indagata?), per metterle il telefono sotto controllo. Dopodiché il dottor Giuttari interroga personalmente Lotti il 15 dicembre 1985. L'interrogato conferma alcune sue precedenti dichiarazioni rese durante il processo Pacciani. Dice di conoscerlo e di essere andato con lui, in alcune rare occasioni, a fare delle merende. Dice che la Filippa Nicoletti si è incontrata una volta con Vanni. "Gli chiedevo notizie sulla Filippa Nicoletti, per vedere un po' e capire meglio anche i suoi rapporti con il Vanni... Lotti, continuando nel suo discorso, dice che ... il Vanni era andato almeno una volta, da quello che lui sapeva, da questa Filippa quando la donna abitava in via di Faltignano, dice: 'Però io non so se la Filippa poi ha fatto qualcosa perché il Vanni ha delle preferenze fuori della norma, alle quali non sempre anche una prostituta aderisce'. Diceva poi che negli ultimi tempi il Vanni gli era sembrato molto preoccupato e cagionevole di salute... E sui rapporti tra Vanni e Pacciani, che era quello che sostanzialmente a me interessava in maniera specifica, riferiva che i rapporti erano buoni, o meglio erano stati buoni fino ad una certa epoca. Perché poi il Vanni aveva ricevuto una lettera dal Pacciani, che si trovava detenuto per la questione delle figlie, una lettera che il Lotti definisce dal contenuto minaccioso, per come gli aveva detto il Vanni" 3 . A questo punto interviene l'intercettazione telefonica di una conversazione fra la Filippa Nicoletti e il Lotti: Lotti racconta alla donna di essere stato interrogato in Questura. Così prosegue l'esposizione di Giuttari:

"...Racconta sostanzialmente quello che gli era stato chiesto e dice poi a un certo punto: 'Questo Pietro io l'ho conosciuto, sono stato anche a casa sua' ... Alla spiegazione della donna sulle domande che le erano state fatte - perché il Lotti è curioso di conoscere dalla Filippa le domande che la Polizia aveva fatto alla Filippa - la Filippa dice: 'Mah, mi hanno chiesto se ti conoscevo, che tipo di macchina avevi, se quella macchina sportiva rossa ce l'avevi'. E il Lotti risponde: 'Sì, io tanti anni fa avevo la 128 coupé di colore rosso'" 4 . Da questa intercettazione si rafforza il tema, fondamentale nel processo, della macchina rossa sportiva. Emergono poi due nomi: quello di Fernando, e quello di Gabriella. Fernando sappiamo chi è, è Pucci, amico di Lotti. Ma Gabriella, chi è costei? Gabriella Ghiribelli è un'altra prostituta, come la Nicoletti, che opera nelle zone del centro cittadino, e che talvolta riceve Lotti e Pucci. Vanni no, lo esclude dalle sue attenzioni, perché Vanni avrebbe esigenze non gradite. La memoria corre al vibratore elettrico che il postino portava con sé sulla Sita e che gli era caduto frullando fra i piedi dei viaggiatori. Gabriella è abbastanza nota nel centro di Firenze. Frequenta anche la zona di Santa Croce. La si vede procedere un po' traballante nelle viuzze strette descritte da Vasco Pratolini, perché spesso è ubriaca; le sue frequentazioni abituali sono i bar, le tavole calde intorno alla piazza Santa Croce: il Buffet Freddo di Donatello, il Bar Italiano di via Panciatichi: non si fa mancare gli alcolici, la Gabriella. La vita è quella che è, per sopportarla passibilmente è necessario addolcirla bevendo. Si interroga la signora Gabriella Ghiribelli. Gabriella, la domenica che si dice essere stata quella del delitto, era in movimento: da Firenze stava tornando a casa, a San Casciano, dove allora abitava, in via di Faltignano, a bordo della macchina del suo protettore, un certo Galli. Sono passati undici anni dal delitto degli Scopeti. Il racconto attuale è questo: Gabriella sta tornando a casa verso la mezzanotte dopo un giorno e parte della notte di duro lavoro. Sappiamo già come si tiene su, e glielo perdoniamo, alla Gabriella, la vita di strada raggela il sangue e lo spirito, il tempo passa, il corpo sfiorisce, i clienti, in gran parte gente di San Casciano, da lei conosciuti perché vi ha abitato a lungo, non sono esigenti, ma neppure raffinati, contadinozzi da un colpo e via, tranne il Lotti, che con lei ha un rapporto privilegiato. Bisogna credere che alla mezzanotte le facoltà percet-

tive di Gabriella siano già piuttosto attutite, mi par di vederla che smaltisce il vino raggomitolata sul sedile a fianco a quello della guida dell'auto condotta dal suo protettore. Il tempo passa, undici anni! ma la memoria resta: probabilmente a Gabriella l'alcol fa un effetto diverso rispetto alla maggioranza delle persone e in special modo degli alcolisti. Interrogata dal dottor Giuttari la Ghiribelli dice di aver visto, la domenica che sarebbe, ma che non è, quella del delitto, mentre sull'auto del Galli transitava sotto la piazzola degli Scopeti, in sosta una macchina sportiva rossa con la coda tronca. Poi aggiunge (sempre seguendo la deposizione di Giuttari del 25 giugno '97): "Io, circa tre mesi fa, comunque alcuni mesi fa, ebbi modo di vedere una macchina del Lotti che aveva una portiera diversa, di colore diverso dal resto della macchina. Mi diede l'impressione un po' del colore della macchina che io avevo notato la notte del delitto agli Scopeti e dissi, così per scherzo al Lotti: vuoi vedere che sei tu il mostro? E Lotti: ma no, che vai dicendo, che dici" 5 . Ma davvero, che va dicendo, Gabriella? Che dopo circa undici anni da quell'avvistamento, Lotti andrebbe ancora in giro con la medesima auto rossa? Tenendola insieme come? con lo spago e la gomma da masticare, visto che sappiamo - ma lo vedremo meglio di seguito - che la 128 rossa davvero posseduta dal Lotti, cadeva già a pezzi nel 1985? Si capisce bene da quest'aggiunta che la testimone è ultra-collaborativa, le piace arricchire, dettagliare. Ed eccola difatti parlare dei riti magici che si svolgevano nella casa di via di Faltignano (ne abbiamo già accennato, si tratta della casaccia dell'ammalato di cancro terminale Indovino, nella quale piove dal tetto) di candele messe in croce, di un tabellone per sedute spiritiche in cui ci sono le lettere dell'alfabeto, le scritte "Sì" e "No", i numeri... Dunque, di nuovo la macchina rossa di Lotti, in sosta sotto la piazzola famosa, la domenica 8 settembre, circa alla mezzanotte. Arriva, interrogato da Giuttari il 2 gennaio 1996 il supertestimone Fernando Pucci. Pucci, il 2 gennaio, viene interrogato per un'intera giornata. Senza difensore, naturalmente, perché è soltanto una persona informata di fatti. Quali fatti?

Ecco quali: la domenica in cui avverrebbe il delitto degli Scopeti, verso la mezzanotte, egli si troverebbe, di ritorno da Firenze dopo un incontro per dir così amoroso con la Gabriella Ghiribelli, sulla macchina 128 Fiat rossa condotta dall'amico Giancarlo Lotti. In prossimità della famosa piazzola degli Scopeti i due si sarebbero fermati "per fare un bisogno". Qui avrebbero visto due uomini uscire dalla zona del delitto e minacciarli di morte se non si fossero allontanati subito. Undici anni di silenzio su un episodio che, se fosse vero, illuminerebbe di luce al calor bianco il misterioso delitto di Scopeti. Perché ha taciuto finora, il signor Pucci? Si profila almeno il delitto di favoreggiamento personale. Subito l'avvertimento sulla facoltà di non rispondere ulteriormente. Subito un difensore! Niente di tutto questo. Si faranno altri esami di Pucci. Sappiamo poi, dal testimone investigatore, che il fratello di Fernando aveva voluto conoscere le ragioni delle "diverse convocazioni sia in Questura che in Procura" 7 del fratello. Convocazioni e relative dichiarazioni che ne aggraveranno ulteriormente la posizione, ma egli testimone era e testimone rimane per sempre, per tutta la durata del processo. "Quindi il Pucci mi fa fare un passo ulteriore in avanti nell'attività investigativa, perché con la testimonianza del Pucci abbiamo non solo la macchina scodata, sportiva, sul posto, ma sappiamo che è la macchina del Lotti" 6 . A questo punto interviene un fatto che posso definire straordinario, almeno sul piano della coincidenza fortunata. Il dottor Giuttari fa mettere sotto controllo il bar frequentato abitualmente da Giancarlo Lotti, il Bar Centrale di San Casciano. E fin qui, niente di speciale: poiché l'ex cavatore non ha il telefono, è forse opportuno mettere sotto controllo l'utenza di un luogo da lui visitato con frequenza. Il fatto straordinario è un altro: "Proprio su questa utenza del bar Centrale il 25 gennaio viene registrata una telefonata. E la Ghiribelli che telefona al Lotti. Chiede del Lotti, se lo fa passare, il Lotti era nell'esercizio. Discutono prima delle perquisizioni della polizia e del sequestro delle agende... Avevamo richiesto una serie di perquisizioni a carico della Filippa, della Ghiribelli, del Vanni stesso, del Lotti. La Procura ci aveva autorizzato, quindi noi il 24 gennaio avevamo eseguito questi decreti di perquisizione. Il 25 gennaio, il giorno successivo...

la Ghiribelli telefona al bar di San Casciano, parla con il Lotti, discutono di questa perquisizione, la Ghiribelli è molto risentita perché dice: 'E colpa tua, la polizia mi ha fatto la perquisizione, mi ha preso le agende'. E poi la donna dice a un certo punto testuale: 'Non ci si può fermare neanche a fare un bisogno, lo hai detto... a pisciare, lo hai detto tu'. Quindi nella telefonata ammette, conferma che il Lotti quella notte si era fermato nella piazzola del delitto. Quindi ulteriore conferma anche al racconto fatto da Pucci" 7 . Eh, già: conferma. Anche troppo, a dire il vero. Troppo puntuale la telefonata dopo le dichiarazioni di Pucci. Troppo puntuale l'intercettazione telefonica del Bar Centrale di San Casciano. Troppo puntuale le presenza di Lotti nel bar proprio quando arriva la telefonata della Ghiribelli. Quanto alla frase sul 'bisogno', che la Ghiribelli attribuisce al Lotti, non è anche questa troppo in chiave con la dichiarazione di pochi giorni prima del Pucci? Non ha forse l'aria di una provocazione questa telefonata? Per quale ragione, con quale conseguenzialità discorsiva, di punto in bianco, la Ghiribelli contesta a Lotti di averle fatta la confidenza del 'bisogno' vicino alla piazzola? E un caso davvero fortunatissimo per le indagini che le due peripatetiche alcoliste - Nicoletti e Ghiribelli - intercettate nelle rispettive conversazioni con Lotti, ottengano conferme su due momenti-cardini dell'indagine, il primo riguarda il possesso dell'auto rossa, e il secondo la sosta per il bisogno vicino alla piazzola. Ma è il caso di saltare alcuni passaggi, abbandonando la falsariga della deposizione di Giuttari. Pucci parla ancora della sosta "per fare il bisogno", poi com'è visto, cambia e dice che lo scopo non era quello, ma di avere saputo dal Lotti che si doveva "assistere a un delitto". Pucci insiste sulla macchina rossa, sportiva, scodata. Sul punto Lotti, dopo aver fatto una prima ammissione sul 'bisogno fisiologico' che li avrebbe indotti a far sosta in prossimità della piazzola, sul tema dell'auto rossa è negativo, non ricorda, anzi ricorda che all'epoca possedeva un'auto diversa. Come ho già detto i due sono messi a confronto, e Lotti si adegua al preciso ricordo dell'amico: ora lo ricorda bene, raggiunsero i paraggi della piazzola sulla sua 128 rossa sportiva e scodata. Una pausa di riflessione. Non è il caso di parlare di spontaneità di queste confessioni, mi pare. Già nel

dicembre '85 la griglia accusatoria è completa. C'è già un sicuro colpevole, Pacciani, del quale non è neppure il caso di discutere, tutt'al più si può dire che il riconoscimento della signora Frigo completa, ove ce ne fosse stato bisogno, il quadro accusatorio nei riguardi di Pacciani, finora immune da prove dirette per il duplice delitto dell' '84. Ci sono già i complici, anticipati in via deduttiva da una sentenza della Corte di Assise. Questi complici dove trovarli, se non fra gli amici e i compagni di bevute del contadino? Singolare è semmai che questi compagni si vadano a trovare fra i più deboli e i più sgangherati: il postino ormai anziano e, come si vedrà in seguito, cerebroleso Vanni, Giancarlo Lotti indigente, senza casa, disoccupato, privo persino della licenza elementare, una specie di buffoncel10 di paese, oggetto di scherzi da parte dei suoi amici; infine Pucci, oligofrenico invalido al 100%. Le intercettazioni telefoniche indicano anche la traccia già contrassegnata per giungere alle principali fonti testimoniali di prova: due prostitute entrambe alcoliste. Infine lo strumento principale con cui inchiodare l'indagato Lotti: la famosa auto rossa di sua proprietà, vista da alcuni testimoni sui luoghi dei delitti. Se l'indagato sul punto esita, si fa subito un confronto col Pucci. Tutti questi elementi sono già acquisiti, inchiodano il processo in una ben precisa direzione. Però è facile accorgersi che le confessioni di Lotti e di Pucci, non solo non contengono nessun particolare inedito, né chiariscono nessuno dei dubbi fondamentali dell'inchiesta (dove sia finita la famosa calibro 22, per dire 11 più importante), ma fissano stabilmente due errori obiettivi, almeno per quanto riguarda il duplice delitto del 1985. (Altri errori sul piano storico, sul come si siano realmente svolti gli eventi, riguardano un delitto diverso, ma sarà materia di un altro approfondimento, basti dire per ora che gli errori appartengono, prima che a Lotti, alle indagini stesse, e la coincidenza appare tutt'altro che casuale). Il delitto degli Scopeti è il primo di cui parla un po' più diffusamente Lotti, e con minori dettagli Pucci. Lotti (e in parte anche Pucci) parleranno poi del duplice delitto del luglio 1984. Il solo Lotti, nella sua confessione a rate, parlerà in seguito dei delitti di via Giogoli (la coppia dei tedeschi), del duplice delitto di Baccaiano e, infine, ma solo per sentito dire, dei delitti dell'ottobre

1981 a Calenzano. Degli altri omicidi della serie non sa nulla. Anche del primo duplice delitto avvenuto nel 1981, di giugno, cioè soltanto quattro mesi prima di quello che egli sostiene essergli stato raccontato sommariamente da Vanni, Lotti non parla, perché è ignaro di tutto. Il fatto è già di per sé straordinario. Se Lotti ha raccolto dalla viva voce di uno dei protagonisti (Mario Vanni, in un momento di esaltazione alcolica di quest'ultimo) informazioni circa il secondo duplice delitto del 1981, come mai non saprebbe nulla del duplice delitto di quell'anno, avvenuto solo quattro mesi prima, e che ogni circostanza indica compiuto dalla stessa mano? Un Vanni ubriaco e in vena di confidenze si lascerebbe andare depositando nelle orecchie dell'amico la confessione stragiudiziale di un duplice delitto, tacendo però riguardo a delitti avvenuti solo quattro mesi prima. Perché? Cosa c'è di razionalmente giustificabile in questa confidenza alcolica a scatti? Un ubriaco che si lasci andare, dovrebbe essere disinibito su tutto, non dovrebbe mantenere il segreto per alcuni delitti, aprendo invece il rubinetto per altri. Sicché nella scelta riduttiva del pubblico ministero di limitare le imputazioni a partire dal secondo duplice omicidio del 1981, benché formalmente ammissibile, ricavo l'intenzione di liberarsi fin dall'inizio di alcuni interrogativi scomodi. Il rasoio, non quello di Ockhman, un altro rasoio, non logico, bensì col taglio dell'autorità e della discrezionalità assoluta del pubblico ministero nello svolgere la sua funzione accusatoria, funziona qui come una lama affilata per smembrare ed escludere, ed è perfetto per mettere a tacere una serie di domande da cui nascerebbero altre ipotesi, dalle queli emergerebbero altri interrogativi, e così via all'infinito complicando il quadro fino a renderlo razionalmente insolubile. Ecco alcuni esempi di domande che la mutilazione delle indagini lascia senza risposta: -

Perché Vanni ubriaco non racconta a Lotti i delitti precedenti all'ottobre 1981? Perché Lotti non racconta nulla a Pucci dei delitti precedenti a quello del luglio 1984? Se il primo delitto, quello del '68, non è stato commesso dallo stesso

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assassino e per un movente che non riguarda i successivi, ma è opera di un'altra persona sconosciuta, oppure dello stesso Mele, considerato che è certo che quest'ultimo, condannato per il primo delitto, non ha mai posseduto la pistola calibro 22 con la quale sono stati commessi anche tutti i delitti della serie, in che modo, e da chi questa pistola è stata trasferita alle altre persone che compiranno i delitti successivi? Da un diverso punto di vista: se i delitti sono stati commessi allo scopo di vendere a terzi i cosiddetti 'feticci', e considerando, come si è visto, alla stregua di una premessa certa che tutti i delitti appartengono alla serie, perché negli omicidi del '68 e del '74 le vittime femminili, pur oggetto di determinate attenzioni, nel secondo caso chiaramente di carattere sadico, sono immuni da qualsiasi mutilazione? Se lo scopo del gruppo dei compagni di merende è il lucro, perché il Lotti appare nelle indagini in permanenza indigente, tanto da non avere neppure un'abitazione e ridursi ad accettare la carità di un parroco? Com'è possibile, se autori di tutti i delitti sono i compagni di merende Pacciani, Vanni e Lotti, che queste persone nel 1968 e nel 1974, quando avvengono i primi due duplici omicidi di coppie, non si conoscessero, e non si frequentassero? Perché, se i mandanti sono persone facoltose, dotate di mezzi, gli assassini prezzolati usano sempre la medesima vecchia e usurata pistola Beretta? Avendo abbondantemente i mezzi per farlo, perché, i mandanti non forniscono al gruppo di esecutori un'arma più efficace, e soprattutto meno identificabile?

Torniamo al duplice delitto degli Scopeti. Ci sono altre osservazioni da fare. Abbiamo visto che Pucci e Lotti sono categorici: i due delitti degli Scopeti sono avvenuti nella notte fra l'8 e il 9 settembre '85, domenica. Perché la domenica è importante? Per un motivo semplicissimo: per la notte precedente, quella di sabato 7 settembre, Pacciani ha un alibi emerso con chiarezza durante il dibattimento del processo Pacciani. Il sabato 7 settembre Pietro Pacciani fino alla tarda sera si trovava con la famiglia alla festa dell'Unità di Cerbaia. Sostiene l'alibi del contadino anche una delle due figlie, e la ragazza, che nel contesto della stessa testimonianza ha accusato il padre di

violenza sessuale, non può certo considerarsi testimone compiacente. Dunque la data è importantissima. Se i delitti degli Scopeti sono avvenuti nella notte di sabato, va all'aria ogni cosa. Non solo la colpevolezza di Pietro, anche le dichiarazioni di Lotti e di Pucci, anche i cosiddetti 'riscontri', vale a dire le altre testimonianze che confermerebbero, a detta dell'accusa, la presenza di Pacciani e soci la notte della domenica nella piazzola degli Scopeti in atto di commettere i delitti, o di fuggire dal luogo. Sabrina Carmignani oggi è una bella signora, felicemente sposata con prole, e donna di successo. Insieme al marito ha impiantato nei pressi di San Casciano un'azienda di agriturismo modello. E tranquilla e felice, mi dicono gli investigatori, signori Cannella e Gagliardi che l'hanno intervistata su mio incarico. Parla però della vicenda processuale che l'ha coinvolta con un certo risentimento. Sabrina, come s'è visto, il pomeriggio della domenica 8 settembre '85, si era recata, insieme al fidanzato, nella piazzola degli Scopeti. I due avevano parcheggiato la loro auto a una decina di passi dalla tenda dei due uccisi. La ragazza ricorda con precisione la data perché era il suo compleanno. Sabrina inoltre non fu interrogata a undici anni dai fatti, fu sentita nei giorni successivi ai delitti, i suoi ricordi erano recenti. Dunque i due fidanzati arrivano sulla piazzola. Parcheggiano la loro auto. Il luogo sembra deserto: c'è la tenda che appare "sciupata", c'è l'auto dei francesi, ma i due non notano tracce di presenze viventi. Del resto, atteso il comprensibile scopo in funzione del quale i due si stavano appartando, se avessero notato la presenza di altre persone - respiri o parole provenienti da dentro la tenda, passi, movimenti nei pressi dell'auto - bisogna credere che sarebbero andati altrove. Tuttavia i due abbandonano il luogo dopo una ventina di minuti per un'altra ragione: sono sgradevolmente disturbati da un terribile puzzo di morto e da un nugolo di mosche che circonda e invade la tenda dei francesi. Sono questi alcuni dei dettagli dimenticati dal dottor Giuttari: il terribile odore di morte e le mosche, che il pomeriggio della domenica 8 settembre 1985 costrinsero Sabrina Carmignani e il suo fidanzato ad abbandonare precitosamente la piazzola degli Scopeti. Soffermiamoci un attimo su questo punto. Dai primi accertamenti degli

agenti operanti nel pomeriggio di lunedì 9 settembre '85, dopo la scoperta dei cadaveri, risultò che sul sedile posteriore dell'auto degli uccisi c'era un sedile da bambini appeso alla spalliera. Poiché apparve subito chiaro che i cadaveri erano stati nascosti, il corpo della ragazza sotto la tenda e quello del giovane fra i cespugli e sotto alcuni barattoli di vernice, gli agenti sospettarono che fosse stato ucciso anche il bimbo del seggiolino, e nascosto il cadavere da qualche parte. Quindi operarono un'accurata ispezione della zona circostante, esaminando con molta attenzione il terreno e il sottobosco intorno alla tenda. Se avessero trovato, in seguito a questa accuratissima ricognizione, un corpo morto, animale o umano che fosse, ne avrebbero riferito. Invece nessun altro cadavere, oltre quelli dei due uccisi, né umano, né di animale nella zona della piazzola. Sabrina Carmignani ha fatto, a suo tempo, l'infermiera, è perfettamente in grado di distinguere l'odore di morte da altri odori. La conclusione più semplice e immediata è che quel puzzo non poteva che provenire dal cadavere più prossimo al luogo in cui i due si erano appartati, vale a dire dalla tenda all'interno della quale si trovò, il pomeriggio successivo, il corpo di Nadine Mauriot, la vittima femminile. In più c'era il nugolo di mosche intorno alla tenda, dettaglio anche questo rilevantissimo per le considerazioni d'altro genere che si faranno. La tenda inoltre apparve a Sabrina "sciupata". Ecco un altro particolare dimenticato da Giuttari quando riferisce la deposizione dell'allora giovane ragazza. Le prime foto della tenda, prima che fosse completamente smontata e abbattuta dalla polizia, la mostrano appunto sbilenca da un lato, risultando spostato uno dei paletti di sostegno. È ovvio ritenere che in questo modo fosse stata lasciata dall'assassino, o dal giovane francese che tentò la fuga. Sappiamo difatti che dopo i primi spari che uccisero immediatamente la donna, il giovane francese, ferito non gravemente, riuscì a fuggire abbandonando la tenda, e fu poi ucciso all'arma bianca a una certa distanza da essa. L'ipotesi immediata è che uno dei due, la vittima, o il carnefice, muovendosi con concitazione, abbia piegato il palo di sostegno. Poniamo per assurdo l'ipotesi che lo spostamento del palo e il conseguente sbilanciamento della tenda sia avvenuto prima degli omicidi, per qualche ignota ragione: un colpo di vento, un cedimento del terreno. A questo punto

saremmo obbligati a un'altra spiegazione. I due campeggiatori trasandati come di solito non sono i campeggiatori, avrebbero lasciato la tenda in quel modo, anche durante la notte, a rischio che cadesse loro addosso. Sabrina Carmignani nota l'auto dei due campeggiatori, e la colloca a poca distanza dalla tenda, nella identica posizione e orientazione in cui fu trovata dopo la scoperta dei cadaveri. Ecco la necessità di risolvere un altro interrogativo, ragionando per assurdo nel modo di cui sopra. I due campeggiatori durante il pomeriggio dell'8 settembre, e in parte della notte successiva non si erano mossi? Neppure per andare a cena? Non avevano mai usato l'auto? Ma dov'erano i due campeggiatori quando giunsero sul posto Sabrina e il suo fidanzato? Nessuna presenza vivente, nota Sabrina Carmignani, né sotto la tenda, né altrove. Dormono i due francesi? E com'è che non si sentono né respirare, né muoversi in qualche modo, durante i venti minuti in cui Sabrina e il suo fidanzato sostano a pochi passi, atteso che le pareti di tela della piccola canadese lasciano trasparire anche i rumori meno intensi? Poi Sabrina nota "dello sporco" davanti alla tenda, proprio sul terreno prospiciente l'ingresso. È una chiazza scura, che qualcuno, durante un successivo interrogatorio della ragazza, svolto nei modi che diremo di seguito, verbalizza "di unto". Sintomatico è che, proprio davanti all'ingresso della tenda, gli agenti che effettuano il primo sopralluogo trovino una larga chiazza di sangue, il sangue della povera ragazza che, dopo le uccisioni, è stata estratta dalla tenda, e qui, proprio davanti all'ingresso, l'assassino ha compiuto il rito sanguinario delle escissioni. Ragioniamo ancora per assurdo. Ammettiamo che non di sangue si tratti, bensì, davvero di unto, di cartacce sporcate da un qualche liquido untuoso, retaggio di un passato picnic davanti alla tenda. Ci troveremmo dinanzi a due campeggiatori così trascurati da lasciare simili porcherie davanti alla tenda dove abitano? Non è così che si comportano i campeggiatori. Chi ha fatto del campeggio sa bene che la tenda e le sue adiacenze devono essere mantenute il più possibile pulite, a meno di non mettersi in condizione di attirare insetti, mosche o formiche, che sono le nemiche naturali di ogni campeggiatore. E difatti il luogo è pieno di mosche. Attirate dall"unto'? Anche qui, applichiamo il rasoio di Ockham: non si odono rumori, né altre tracce di persone viventi, la tenda è sbilenca, la macchia vista da Sabrina è

la stessa macchia repertata durante il primo sopralluogo, ed è una chiazza di sangue. Ma innanzitutto ammorba il puzzo di morto, e ci sono le mosche. La conclusione più semplice, quella che non impone altre spiegazioni, è che i due campeggiatori sono già morti nel pomeriggio dell'8 settembre, quando Sabrina e il suo accompagnatore sostano a brevissima distanza dal luogo dove sappiamo è stata uccisa Nadine. Alcuni esperti tuttavia, non tutti, come s'è visto, sulla base dei rilievi tanatologia del compianto professor Maurri e dei suoi aiutanti collocano la morte dei turisti francesi intorno alla mezzanotte dell'8 settembre 1985. A questo proposito si registra un altro dato, stavolta ricavabile dalla autopsia. In linea generale il contenuto dello stomaco è l'elemento più utile, in tanatocronologia, per risalire all'epoca della morte. Negli stomaci degli uccisi furono trovate tracce, non ancora digerite, di una pietanza: le pappardelle alla lepre. I due furono uccisi dunque a breve distanza dall'ultimo pasto consistente in quella pietanza. Il gestore d'un luogo di ristoro improvvisato in occasione della festa paesana che si teneva in quei giorni (la persona preferisce mantenere l'anonimato) ricorda benissimo, e lo dice ai due investigatori incaricati di un suppplemento d'indagine dallo scrivente, di aver visto i due giovani nel suo ristorante la sera del 7 settembre, e di aver servito loro, appunto, pappardelle al sugo di lepre. Si trovano però due testimoni che riconoscono Nadine Mauriot come cliente, la sera dell'8 settembre, della tavola calda dagli stessi gestita. Senonché 0 riconoscimento avviene in base a una foto della vittima femminile, a loro mostrata dalla polizia. La stessa foto che fu distribuita a tutti i giornali. Ma si tratta di una foto vecchia di alcuni anni, tratta da un documento d'identità, in cui la povera Nadine appare molto più giovane, e innanzitutto con i capelli tagliati cortissimi, alla 'maschietta', come si diceva a suo tempo. Viceversa all'epoca della morte tragica la signora francese portava i capelli lunghi sulle spalle (esperienza personale, informazione raccolta dallo studio del difensore dei parenti della signora Mauriot, il professor avvocato Fabrizio Corbi). Il preteso riconoscimento dei due testimoni è quindi viziato alla base. I due hanno creduto di riconoscere Nadine, suggestionati dalle foto apparse sui giornali che riproducevano l'immagine di una persona del

tutto diversa da quella reale (la caratteristica più evidente della foto sono appunto i capelli tagliati cortissimi). Ma la circostanza più significativa è un'altra. Il cadavere di Nadine Mauriot fu scoperto il giorno 9 settembre, nel primo pomeriggio, alle 14 circa, le foto del cadavere furono scattate alle 17 di quello stesso giorno. L'ora e la datazione della morte fu quindi collocata a poco più di dodici ore dalla scoperta dei cadaveri. Il breve scarto temporale fu indicato nonostante la presenza sul corpo della povera ragazza di larve di mosca, che secondo la letteratura tanatocronologica hanno bisogno di almeno 25 ore per svilupparsi. L'osservazione di queste larve, secondo il prof. Maurri, perito necroscopico, non avrebbe rilievo, perché il cadavere della signora Mauriot sarebbe rimasto nella tenda, cioè in un ambiente chiuso, in condizioni di surriscaldamento, il che avrebbe accelerato il processo di nascita e di crescita delle larve, già puttosto grosse, e capaci di cibarsi del povero corpo. Il cadavere della vittima maschile, rimasto all'aperto in condizioni di normale ventilazione e temperatura, non presenterebbe invece la presenza di larve (circostanza enfatizzata dall'accusa, quest'ultima, ma inesatta, perché la relazione autoptica contiene un pur fugace accenno a larve di mosche presenti anche sul corpo del giovane francese). Per questo motivo i rilievi sul cadavere della vittima femminile non dovrebbero essere validi per indicare con attendibilità il tempo della morte di entrambi. Prima di tutto bisogna dire che i rilievi del prof. Maurri non coincidono con quelli dell 'équipe del professor De Fazio - prof. Francesco De Fazio, prof. Salvatore Luberto, prof. Ivan Galliani, prof. Giovanni Pierini, prof. Giovanni Beduschi. Sulla "base dei riscontri tanatologici" costoro collocano la morte dei francesi nella notte fra il 7 e l'8 settembre. Di recente avviene quanto segue. Nel maggio del 2002, in una trasmissione televisiva {Chi l'ha visto?), che ripercorre in sintesi le tappe dell'indagine infinita, l'autore (Pino Rinaldi) raccoglie il parere del massimo esperto italiano di entomologia applicata alla tanatocronologia in medicina legale: il professor Francesco Introna jr. dell'università di Bari. Secondo l'insigne professore - autore, insieme a Carlo Pietro Campobasso, del testo Entomologia forense, il ruolo dei ditteri nelle indagini medico legali, considerato il testo più esauriente in materia, e non solo in Italia- il delitto degli Scopeti non può essere avvenuto nella notte fre l'8 e il 9 settembre, perché le larve di mosca hanno

bisogno di un tempo minimo di 25 ore per svilupparsi. Il professor Introna esamina con estrema cura le foto della vittima femminile. Dunque il duplice delitto dovrebbe essere retrodatato nella notte fra il sabato e la domenica, cosiderando che di notte le mosche non volano, e meno che mai depositano uova o larve. Di seguito alla trasmissione appare sul giornale "La Nazione" la replica del dottor Canessa e del dottor Giuttari, i quali ripetono il parere del prof. Maurri: i rilievi sul cadavere di Nadine Mauriot sarebbero non esaustivi perché il corpo della povera ragazza rimase rinchiuso nella tenda in condizioni di surriscaldamento. L'ambiente chiuso e surriscaldato avrebbe accelerato sia i processi putrefattivi che la nascita e lo sviluppo della mosca sarcofaga. Interpello il cortesissimo prof. Introna. Egli mi dice che l'ambiente chiuso e surriscaldato non ha alcun effetto sullo sviluppo della mosca. Si tratta di un processo vitale che ha i suoi ineluttabili tempi a prescindere dall'ambiente in cui il cadavere si trova. In più il professore mi dice che quel tempo minimo (25 ore, che diventano almeno 36 se l'omicidio è avvenuto di notte) riguarda la mosca sarcofaga. Quest'insetto è molto raro, molto più di frequente è la mosca callifera che aggredisce i cadaveri. Quest'ultimo tipo di mosca ha tempi di sviluppo più lunghi rispetto alla sarcofaga. Più precisamente, mi dice il prof. Introna jr., il testo da lui scritto, il primo in Italia che approfondisce a livello scientifico la questione, fu pubblicato nel 1986. Si può quindi comprendere il motivo per cui il compianto prof. Maurri non disponesse di fonti scientifiche esaurienti all'epoca della sua perizia necroscopica (1985). Bisogna ricordare che le osservazioni del prof. Introna non sono isolate nell'indagine. Non soltanto l'équipe del prof. De Fazio ha collocato la morte dei due francesi nella notte precedente a quella ritenuta dal prof. Maurri, ma decisiva è la testimonianza di Sabrina Carmignani. Costei riferisce dettagli perfettamente collimanti con l'analisi del professor Introna: l'odore di morte, il nugolo di mosche che staziona intorno alla tenda. Se si mettono insieme i rilievi testimoniali di Sabrina, quelli scientifici del prof. Introna, assonanti con quelli dell 'équipe De Fazio, le osservazioni sul contenuto dello stomaco dei due cadaveri, collimanti con un pasto serale avvenuto la sera del 7, non si può che concludere che nel pomeriggio dell'8 settembre i due francesi erano già morti da più di venticinque ore, almeno

trentasei, considerando che durante la notte l'attività degli insetti si ferma. Lo 'sviluppo investigativo' del dottor Giuttari va tutto all'aria. Pietro Pacciani è innocente, l'innocenza certificata dalla testimonianza della figlia: la festa a Cerbaia, la presenza continua del padre alla festa, il ritorno a casa a tarda notte. Pucci, Lotti, la Ghiribelli raccontano falsità quando collocano - la Ghiribelli implicitamente - con sicurezza e puntiglio il duplice omicidio nella notte della domenica 8 settembre. Sembra chiaro che la falsità sia in qualche modo necessaria per la conclamata esistenza dell'alibi di Pacciani: se Pacciani nella notte fra il 7 e l'8 settembre era a Cerbaia, non può essere l'assassino, o uno degli assassini; per questo diventa necessario spostare la data alla notte successiva. L'indagine appare sbagliata in un punto essenziale: le sue conclusioni forzate. Le deposizioni della teste Ghiribelli, e soprattutto le dichiarazioni confessorie di Lotti e Pucci appaiono introdotte a forza in una griglia preconcettuale, già predisposta in anticipo, ma che trascina nel suo interno il germe dell'errore di fondo, come tale comunicato ai soggetti collaborativi. Il secondo tema centrale dell'indagine riguarda la FIAT 128 rossa. S'è già notato, anche riguardo ai delitti che precedono quelli dell' '85, fino a quale punto sia importante nella deposizione del dottor Giuttari l'avvistamento di un'auto rossa di tipo sportivo, che dovrebbe essere una Fiat 128. Nella sua deposizione fiume la macchina rossa ricorre in un modo quasi ossessivo. Nello 'sviluppo investigativo' quest'auto rossa sportiva diventa inequivocabilmente la macchina Fiat 128 rossa a coda tronca appartenuta all'epoca dei delitti a Giancarlo Lotti. Lotti è un emarginato che cerca di riscattare la sua vita grama acquistando a poco prezzo vecchie auto che i proprietari precedenti altrimenti abbandonerebbero nelle mani del demolitore. Per lui possedere un'auto, scorrazzare di qua e di là, ospitare in macchina le prostitute stagionate come la Filippa Nicoletti o la Gabriella Ghiribelli, fare con loro passeggiate, fermarsi alla Casa del prosciutto a mangiare un panino, appiattarsi a lato delle strade di campagna per consumare un rapporto affrettato e insoddisfacente (per la donna), è il modo di sentirsi uguale agli altri, di sognare di vivere un'esistenza da gaudente, da uomo vissuto. L'automobile per Lotti è prima di tutto un bene di prestigio, lo strumento con cui egli avverte di meno il suo handicap

intellettivo, il deficitario livello di cultura, la povertà. "Non so stare senza la macchina", dirà una volta Lotti in una delle sue innumerevoli deposizioni, in un moto di rara sincerità. Ne ha cambiate una quantità notevole; di volta in volta i vecchi catorci, come brocchi stremati, finiscono di esaurirsi definitivamente nelle sue mani. Allora lui si dà subito da fare per acquistare un'altra auto usata dal meccanico del paese, spesso facendo un debito. Durante il processo di primo grado, quasi al termine del dibattimento, il difensore di Vanni s'accorge, esaminando il pubblico registro automobilistico, che risulta registrato e trascritto, ai primi di luglio del 1985, l'acquisto da parte di Lotti di una FIAT 124 berlina di colore blu. Il difensore allora entra in contatto con due persone, i signori Scherma padre e figlio, che erano all'epoca i datori di lavoro di Giancarlo Lotti. I signori Scherma possedevano all'epoca, in una valle al di sotto del paese di San Casciano, nella direzione di Montespertoli, località denominata il 'Ponte rotto', una cava di ghiaia e sabbia. Un impianto modesto: una scavatrice, un nastro scorritore, una baracca, un assemblaggio di ruote da mulino e di lamiere corrose dalla ruggine che ricorda i film sui cercatori d'oro. Ma sul fondo valle, una volta percorso da un fiume, ora ridotto a un esile torrente, non c'è l'oro, ma solo ghiaia e sabbia, i cosiddetti 'inerti', necessari per assemblare il calcestruzzo da costruzioni. Lotti per un lungo periodo fu dipendente degli Scherma. Un lavoro duro: si trattava di controllare il nastro trasportatore, rabboccare con la pala i cumuli di ghiaia e di rena, col raschio della scavatrice sempre nelle orecchie, le vibrazioni del motore diesel che invadono le ossa, avvolto in permanenza dalla polvere, quando pioveva col fango fino alle ginocchia. Gli Scherma possedevano, a fianco della cava, una vecchia casa colonica abbandonata da quando gli scavi avevano preso il posto delle antiche coltivazioni. La vecchia casa era piuttosto estesa. Uso l'imperfetto perché adesso, essendo cessato il lavoro della cava, l'immobile è stato restaurato, e ora si presenta come un'accogliente villetta in uso di cittadini innamorati della campagna. Ma all'epoca, negli anni '80, e almeno fino al 1985, l'edificio appariva ridotto molto male, in stato di quasi abbandono, con gli intonaci delle pareti scrostati, il tetto malmesso, la scala che portava al piano superiore sbilenca. Le stanze però sopravvivevano, resisteva l'abitazione dei vecchi contadini toscani, l'ingresso coperto da un loggiato, la grande cucina col camino

a piano terra, le stanze da letto ai piani superiori: la classica casa patriarcale dei mezzadri, piena di ripostigli, un loggiato dove si tagliava l'erba medica per gli animali da allevamento, il fienile, la concimaia. Lotti abitava questa casa, all'epoca. Gli Scherma, un po' per compassione, un po' per avere l'operaio addetto alla cava a portata di mano, gli avevano concesso di ricavarvi un'abitazione. Lotti era un tipo che non andava per il sottile, e non faceva caso all'umidità, agli spifferi, ai pavimenti smossi, ai piccoli scorpioni neri che s'annidano fra le pietre delle case abbandonate come questa. Al mattino, al risveglio, bastava scuotere un po' le scarpe per accertarsi che un animaletto non vi si fosse annidato durante la notte, pronto ad alzare la coda e a pungere. Come difensore di Vanni, sfogliando le innumerevoli carte del fascicolo processuale, mi aveva meravigliato che questa casa non fosse stata perquisita. Ma come? Giancarlo Lotti è sospettato di essere uno dei mostri di Firenze. Lotti abita questa casa per alcuni anni, appunto gli anni in cui i delitti del mostro s'intensificano dal punto di vista cronologico. Poteva esserci di tutto, in quella casa, seguendo l'impostazione investigativa degli accusatori dei compagni di merende. Per fare qualche esempio vi si potevano trovare tracce indicative della reale personalità dell'indagato. Che so? la foto scattata da un fotografo ambulante, in cui il cavatore appare sulla spiaggia di Rimini con un braccio sulle spalle di Pucci, entrambi travestiti da hawaiane, col gonnellino di rafia e le corone di fiori intorno al collo. Indizio sicuro dell'intimità fra i due. O forse il trafiletto ritagliato da un giornale di cronaca locale, in cui il Lotti in effigie fotografica indica il campo sportivo di San Casciano come zona di atterraggio di dischi volanti extra-terrestri, da lui avvistati, e da lui stesso accusati di aver bruciato un bosco al momento di allontanarsi per ritornare nel loro pianeta di origine. Indizio quest'ultimo della propensione alla millanteria del cavatore. Oppure le tracce di una beffa organizzata ai suoi danni dagli amici della trattoria Da Nello, una burla crudele alla toscana, una delle tante che il carattere sempliciotto di Lotti era costretto a subire in continuazione, a causa del suo scarso senso critico, e della facilità con cui il suo carattere debole poteva essere condizionato da altri8. Ma innanzitutto, benché Lotti non vi abitasse più da alcuni anni, poteva benissimo avervi nascosto, in quella casa prodiga di nascondigli, chissà, per-

sino l'introvabile pistola, o qualcuno dei 'feticci', o qualche oggetto appartenuto ad una delle vittime; insomma, qualsiasi cosa lo collegasse direttamente agli omicidi. Invece nulla, i signori Scherma, i quali, in quanto proprietari della casa avrebbero dovuto ricevere il decreto di perquisizione, non vengono disturbati, nessuno dei poliziotti che seguono l'indagine entra neppure nella casa a suo tempo abitata da Lotti. Al difensore di Vanni, vale a dire a chi scrive, la lacuna apparve incomprensibile, e la dimenticanza sembrò stranissima, certamente non in linea con lo 'sviluppo investigativo' vantato da Giuttari. Andai a trovare i signori Scherma, che finora nessuno, in linea con la mancata perquisizione della loro casa temporaneamente affidata in comodato al Lotti, aveva creduto opportuno di interrogare. Persone molto gentili. Padre e figlio abitano un'altra casa, anch'essa vicino alla cava ormai esaurita e inattiva. Ben messa, quest'altra casa, nuova, molto accogliente. La scavazione di inerti è un'attività con costi non rilevanti, che consente un ampio margine di guadagno. Tanto che il giovane Scherma, appassionato di auto d'epoca americane, ne possiede un certo numero, ben allineate e perfettamente lucidate in un apposito garage, bellissime decappottabili del tempo in cui - gli anni Ciquanta - quelle lunghissime e cromatissime auto con i sedili di pelle rossa o crema, furoreggiavano nei film americani, e facevano sognare il gran lusso dei ricconi, degli attori e dei cantanti di Oltreoceano. Per farla breve, i signori Scherma, padre e figlio, mi confermano la circostanza che mi era apparsa dalla fredda registrazione del registro automobilistico. Mi precisano che un'auto posseduta da Lotti, appunto una 128 rossa Fiat, già nel 1985 non era più funzionante. Lo stesso Lotti l'aveva abbandonata davanti alla casa colonica da lui abitata, dopo averne asportato le ruote, tanto che la macchina rossa si sosteneva su quattro pile di mattoni. DOMANDA DEL DIFENSORE: "Il mese, per piacere, dell'anno 1 9 8 5 . M'interessa il mese a partire dal quale l'auto fu immobilizzata dal vostro operaio, asportandole le ruote e collocandola sulle pile di sostegno". RISPOSTA: "Una parola! Sono passati dodici anni. Chi può ricordarsi la data precisa?" Tuttavia i due Scherma ricordano benissimo che quella vecchia auto, già usurata al tempo dell'acquisto, a un certo punto lasciò Lotti a terra, non

camminava più, rimase alcuni mesi davanti alla casa abitata a titolo di cortesia, inamovibile, sui mattoni, finché il carro-attrezzi dello 'sfattino', cioè del demolitore, non venne a portarsela via. Il signor Scherma padre ricorda poi di aver fatto un prestito, due o tre centinaia di migliaia di lire, al suo cavatore, affinché questi potesse acquistare un'altra auto, stavolta una berlina tutt'altro che sportiva, una FIAT 124, a quattro porte, di colore blu. E che da quel momento il Lotti, naturalmente, aveva sempre usato solo e soltanto quest'altra automobile, la berlina blu. Il difensore allora produce alla Corte d'Assise di primo grado, essendo in corso le ultime fasi del processo, il documento del Pubblico Registro Automobilistico. Indica i testimoni Scherma, padre e figlio. Chiede che siano sentiti. La Corte interrompe la discussione già in corso, e ammette le prove. Le integra con la convocazione di altri testi: il meccanico intermediario della vendita dell'auto blu, il precedente proprietario e venditore. Tutti confermano il nuovo acquisto di Lotti, gli Scherma confermano di aver visto la famosa auto rossa ferma davanti a casa di Lotti per alcuni mesi. Ma sono incerti sulla data esatta. Su questo punto resta la certificazione ufficiale del nuovo acquisto, autenticata da un notaio: 9 luglio 1985, due mesi prima il duplice delitto degli Scopeti. La Corte allora decide di ascoltare di nuovo Giancarlo Lotti. L'ex cavatore arriva dal luogo misterioso in cui adesso abita, adeguatamente scortato da un poliziotto. S'è lasciato crescere la barba, nel frattemmpo. Adesso ostenta un barbone brizzolato che gli copre tutta la parte inferiore del viso; ha un'aria molto intellettuale. Appare infastidito, riluttante. Propone un ennesimo aggiustamento dichiarando che, nonostante il nuovo acquisto, egli avrebbe usato nel mese di settembre del 1985 ancora la 128 rossa, perché l'auto acquistata nel luglio non era assicurata. Produce una quietanza, dalla quale si dovrebbe desumere che egli aveva pagato il premio assicurativo il 20 settembre '85. La sentenza di primo grado di condanna dei compagni di merende accetta questa versione. Durante la fase preliminare del dibattimento di appello, la difesa di Vanni e il sostituto Procuratore Generale - quello stesso magistrato, il solerte dottor Daniele Propato, che chiederà l'assoluzione di Vanni - approfondiscono le indagini sull'episodio, giustamente ritenuto essenziale per valutare l'attendibilità di Lotti, e accertano che il cavatore ha trasferito la vecchia assicurazione

dalia 128 rossa alla 124 berlina blu nel maggio 1985. Il pubblico ministero dell'appello, con le sue indagini suppletive, accerta che con quest'auto blu il Lotti ha avuto due incidentucoli stradali, ricevendo dalla nuova assicurazione sull'auto (quella blu, la berlina) i relativi risarcimenti, e questo nel maggio e nel giugno del 1985. Come spesso accade la registrazione del contratto di acquisto della per dir così, 'nuova' vettura, è avvenuta con un ritardo di due mesi. La Corte dell'appello chiama a deporre l'assicuratore, il quale conferma di avere trasferito il contratto di assicurazione da un'auto - quella rossa - all'altra - quella blu - appunto nel maggio '85. Ma la Corte non s'accontenta. Chiama a rispondere su questo ulteriore accertamento un Lotti balbettante, più gergale che mai, quasi incomprensibile nel suo vernacolo smozzicato, tuttavia aggressivo e strafottente con l'avvocato difensore e col Procuratore Generale. Il cavatore modifica un'altra volta la sua versione: egli per un certo tempo avrebbe usato tutte e due le auto, e il giorno (e la notte) dell'8 settembre avrebbe usato la 128 rossa. In questo modo la sentenza di condanna dei compagni di merende, confermata dall'appello e dalla Cassazione, ammette che qualcuno, potendo disporre di un'auto funzionante e regolarmente assicurata, si rechi prima in città per incontrarsi con una prostituta, e poi di nuovo in campagna allo scopo di assistere ad un duplice delitto, usando un'auto non funzionante, per di più priva di copertura assicurativa. Senza contare che questo qualcuno ha cambiato versione per quattro volte, considerando le iniziali dichiarazioni negative, le sole sincere. Nella sentenza dell'appello si legge che in ogni caso, anche ammesso che Lotti non abbia detto la verità sul reale possesso di un'auto invece che di un'altra, la circostanza non sarebbe essenziale. Auto rossa sportiva scodata 128 Fiat, o berlina blu quattro porte 124 Fiat, che importa? Lotti ha detto di avere assistito ai due delitti dell' '85. Perché dubitare? Più di recente avviene quanto segue. Come difensore di Mario Vanni non mi sono arreso, ho proposto un'istanza di revisione. Respinta dalla Corte d'Appello di Genova, l'istanza è ora all'esame della Corte di Cassazione. Per raccogliere nuove prove, necessarie onde ottenere la revisione del processo, mi sono avvalso della collaborazione dello Studio investigatigativo Falco, di Davide Cannella. Ecco il loro rappor-

to più recente, che vale la pena di trascrivere alla lettera. "Colloquio avvenuto in data 19/2/2004... Ci siamo recati in località Montefiridolfi 9 allo scopo di incontrare e parlare con il sig. Pucci Fernando, teste 'beta' (ma nella relazione inviata dal P.M. alla Corte d'Appello del processo Pacciani, Pucci era il teste alfa, n.d.A.). nel processo a carico di Mario Vanni. Giunti in detta località, dopo una breve ricerca, gli abitanti del luogo ci informavano che avremmo potuto incontrare il signor Pucci presso l'unico negozio di alimentari del paese. Arrivati presso la 'Salumeria Pucci', dopo le presentazioni di rito, il titolare ci riferiva di chiamarsi Valdemaro Pucci, fratello di Pucci Fernando. Informato delle nostre qualifiche e della nostra intenzione di parlare con suo fratello, per conto dell'avvocato Filaste», il signor Pucci esordiva inspiegabilmente dicendo con ferma determinazione: 'Quando l'avvocato Filastò vorrà parlare con mio fratello viene lui da me e poi vediamo...' Alla nostra insistenza ribadiva con risolutezza: 'Mio fratello non parla con nessuno perché mio fratello non può decidere da sé... Uscite immediatamente dal mio negozio!'... Dopo un breve consulto fra di noi, decidevamo ugualmente di incontrare e di parlare con il signor Fernando. Dopo circa mezzora di inutile attesa, lo vedevamo arrivare a piedi e dirigersi con calma nei pressi del bar e circolo ricreativo 'Jolly Caffè'. Avvicinatoci all'uomo, lo fermavamo presentandoci, dicendogli chi eravamo e lo informavamo dei motivi della nostra visita. Il signor Pucci senza scomporsi di un millimetro iniziava il suo racconto su come aveva passato la giornata e la sera del giorno 8 settembre 1985. Il racconto del signor Pucci viene da noi esteso esattamente come da lui stesso narrato e precisamente nei punti e nei modi che seguono: Il pomeriggio dell'8 settembre 1985, il signor Pucci Fernando e il signor Lotti Giancarlo si erano recati presso una loro amica, certa Gabriella Chiribelli, nota prostituta di Firenze. La sera, verso la mezzanotte, al rientro a casa, decidevano di passare per via degli Scopeti. Dopo essersi fermati nei pressi della tristemente nota piazzola, lui e il signor Lotti uscivano dalla loro auto e si avviavano a piedi in direzione della tenda dei due poveri ragazzi... 'Ci siamo fermati per vedere un pochino. A precisa domanda il signor Pucci riferiva: di essersi recato con l'auto di

colore Blu di Lotti Giancarlo. Di essere certo della circostanza, perché il suo amico aveva l'altra auto (quella rossa) completamente distrutta, senza le ruote e lasciata da un sacco di tempo sopra a dei ceppi nei pressi di casa sua. Di essere sicurissimo di essersi recato a Firenze con l'auto blu del Lotti, dicendo testualmente: 'Quella rossa N O ! . . . Dopo otto giorni dal delitto degli Scopeti sono venuti a casa mia a frugarmi dappertutto... e ho detto: non ho mica la pistola, io!' Solo parecchi anni dopo il signor Pucci venne accompagnato in Questura dal dottor Giuttari al quale ha raccontato le stesse cose che ha detto a noi. 'Mi hanno fatto firmare un sacco di fogli... Io gli chiedevo a che servono... Loro mi dicevano che servivano per ricordo... E per metterli in archivio... A me Giuttari non mi piace e neppure quell'altro' ". Che succede? E il confronto? E la sollecitazione dello stesso Pucci all'amico Lotti durante quel confronto a ricordare meglio, che quella sera stavano viaggiando sull'auto sportiva rossa con la coda tronca? Con questa nuova precisazione di Pucci (la gita a Firenze sull'auto blu, l'auto rossa distrutta, davanti alla casa di Lotti senza le ruote e sui ceppi, esattamente come hanno testimoniato i due Scherma padre e figlio), il colore e il tipo dell'auto che quella sera avrebbe usato il Lotti perde di significato. Sembra che l'analfabeta Pucci abbia letto la sentenza della Corte di Assise d'Appello, in cui il tipo e il colore dell'auto acquista il ruolo di un particolare senza importanza. Chi ha letto la sentenza a Pucci? Non sarà lo 'sviluppo investigativo' che continua la sua opera di 'completamento'? Da chi ha saputo l'oligofrenico che la sentenza d'appello aggira il problema affermando la scarsa importanza della circostanza? Si tratta invece di un essenziale mutamento di rotta. Un autentico capovolgimento. Se all'epoca dei delitti degli Scopeti Lotti non aveva più in uso la macchina sportiva a coda tronca di colore rosso, vengono a cadere tutti i riscontri cosiddetti oggettivi sulla veridicità delle sue affermazioni. Qualcuno si è dimenticato che proprio il particolare dell'auto rossa, che altri testimoni avrebbero visto in prossimità della nota piazzola, e proprio attraverso la netta contestazione di Pucci all'amico, nel corso del confronto, sull'uso della macchina sportiva a coda tronca di colore rosso, il Lotti abbandona la

primitiva negativa ed inizia la sua confessione? I n che m o d o , e p e r c h é ci si è dimenticati c h e p r o p r i o l ' a u t o sportiva rossa è lo s t r u m e n t o , p e r dirla con Shakespeare, p e r " s o r p r e n d e r e la coscienza del re", cioè di Lotti? Sarà il caso di osservarlo p i ù a t t e n t a m e n t e , q u e s t o ' s v i l u p p o investigativo', q u e s t o ' c o m p l e t a m e n t o delle indagini', c h e oggi sconfina nel m o n d o del magico e dell'esoterico. M i t o c c h e r à tirare in ballo u n ' a l t r a volta la gentile signora Sabrina C a r m i g n a n i e la 'Villa dei Misteri'. M a p r i m a bisogna dire qualcosa sui cosiddetti 'riscontri'.

Note al Capitolo Nono I

Roberto Rusconi, Lordine dei peccati. La confessione tra Medioevo ed età moderna. II Mulino, Bologna 2002, p. 87: nel De vera et falsa poenitentia - testo attribuito a Sant'Agostino - emerge l'intrinseca differenza tra la spontaneità della confessione nella prassi sacramentale e l'imprescindibilità della interrogatio da parte del confessore che sappia essere anche inquisitore, affinché la confessione possa di fatto avere i connotati della verità: "Diligente poi inquisitore, sagace investigatore con saggezza e quasi con astuzia interroghi un peccatore su quanto egli forse ignora oppure per la vergogna vuole occultare". In un breve testo che inizia con le parole Homo quidam, redatto tra il 1155 e il 1165, si insiste sul ruolo del sacerdote nel "riportare alla memoria" del penitente i peccati commessi: "In questo manuale un po' disordinato che non conosce ancora il Decretum Gratiani (e con esso il De vera et falsa poenitentia), viene fornita una sorta di guida per utilizzare in maniera adeguata i libri poenitentiales... E importante infatti rilevare come, quasi per supplire a una loro lacuna, vi si insista sul ruolo del sacerdote nel 'riportare alla memoria del peccatore i peccati commessi, proponendogli cioè una griglia comune, un ordo seguendo il quale si svolge anche la sua interrogatio...' " (Ivi, p. 88). Nelle pagine di Thomas of Chobham (Summa confessorum) si legge: "In primo luogo bisogna stare attenti che il sacerdote non deve senza indugio, bruscamente, dire al penitente: 'Di' i tuoi peccati', ma deve prima istruirlo in molti modi, e molte cose indagare su di lui, affinché si confessi meglio e con maggiore devozione." (Ivi, p. 90). "Alla letteratura penitenziale viene impressa una matrice marcatamente giuridica con l'affermazione della Summa de casibus conscientiae redatta da Ramon de Penyafort tra 1222 e 1228-29 che "consacra infatti la concezione del sacramento come procedura giudiziaria" (Ivi, p. 91)

"Il presupposto... nemmeno tanto implicito, è che la confessione spontanea del penitente non sia mai adeguata, quando addirittura affatto impossibile: 'La confessio oris rimane l'elemento centrale del rito, ma subordinata in maniera organica alle interrogationes del sacerdote 'sui peccati e sulle loro rispettive circostanze'". [Ivi, p. 92) Nel Confessionale del frate Predicatore Jean de Fribourg, ci troviamo di fronte a una contrapposizione dialettica: il confessore, nel senso di colui che ascolta passivamente il pentimento del peccatore, è un conto, il sacerdote-inquisitore è un altro. Il confessore non deve intervenire, soprattutto allo scopo di non inibire la spontaneità del penitente. Ma se la confessione in senso stretto si svolge in questo clima di religiosità autentica, in cui il penitente è solo davanti al suo Dio, con la silente mediazione del prete, il funzionario della Chiesa confessore-inquisitore deve mettere in azione una propria griglia, grazie alla quale egli incasella le colpe in un ordine preciso. E se il pentimento del peccatore risalta dalla spontaneità della confessione orale, è invece l'osservanza dell'orcio confitendi, con il ricorso alle interrogationes da parte del sacerdote, ad assicurare integralità alla confessio oris.... 'Affinché, dopo che egli abbia detto tutto ciò di cui si ricorda, tu possa indagare su quello di cui non ha detto nulla'. In particolare, ad alcuni libri paenitentialis, erano acclusi ordine s, che indicavano in qual modo il sacerdote si dovesse comportare con il peccatore perché questi si confessasse in maniera adeguata. Nella prassi assai presto fu codificato un ruolo articolato del confessore, in particolare nell'imporre da parte sua al penitente una penitenza appropriata, vale a dire non utilizzando in maniera meccanica le corrispondenze di colpe e di pene elencate in quelle pagine". "Nella disciplina penitenziale, in ogni caso, a produrre le maggiori trasformazioni furono gli esiti della riflessione teologica sviluppatasi nel corso del secolo XII, al cui interno si affermò e fu codificata la definizione del sacramento e delle sue parti necessarie: 'cordis contritio', 'oris confessio' e 'operis satisfatio' (pentimento del cuore, confessione orale e soddisfazione penitenziale". (Ivi, p. 24) Dice Robert of Flamborough nel Liber poenitentialis: "Quasi tutti si confessano in maniera disordinata, perché, trascurando l'ordine dei vizi seguono i criteri dell'età, dei luoghi, dei tempi (..). E in questo modo si confondono, e confondono anche la memoria del sacerdote". (Ivi, p. 83). "...Viene indicato con chiarezza lo scarto esistente tra la confessione dei laici (..). e gli orientamenti in via di progressiva affermazione all'interno degli ambienti interessati a promuovere una nuova disciplina del sacramento: al centro del quale (..). si colloca la 'confessio' del penitente". (Ivi, p. 83). Vedi: H. Martin, Confession et controle social à la fin du Moyen Age, in Pratiques de la confession, p. 122. In Roberto Rusconi, opera citata.

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Roberto Rusconi, cit. ' Deposizione citata del 25/6/97 di Michele Giuttari, pp. 64, 70. 4 Ivi, p. 72. 5 Ivi, p. 78. 6 Ivi, p. 87. 7 Ivi, p. 94. 8 Vale la pena di raccontarla, questa beffa, non foss'altro per alleggerire il contesto. Il Lettore diligente che abbia accolto il suggerimento di non saltare le note, forse ne ricaverà un certo divertimento. Siamo 'Da Nello', una trattoria nel centro di San Casciano, dove si mangia autenticamente alla toscana, e dove si beve un ottimo Chianti rosso, proveniente dalla fattoria situata su questi colli e che appartiene alla famosa cantante lirica Cecilia Gasdia. ' Giancarlo Lotti frequenta questa trattoria, soprattutto perché il proprietario compassionevole lo fa mangiare, quando il locale non è completo, gratis et amore Dei. Ma un qualche scotto lo scroccone lo deve pur pagare. Il suo faccione largo e furbesco, la sbornia perenne, la sua fame inesauribile sono già di per sé oggetto di scherni e di risate, e il riso fa buon sangue, come si sa. Ecco le burle, quasi sempre a sfondo sessuale. Alle false telefonate di false ammiratrici, il cavatore s'è ormai abituato, non ci crede più. Ma il trattore ha assunto da poco come cameriere ai tavoli un giovane extracomunitario, di buon carattere e con un viso imberbe un po' femminile. I buontemponi della trattoria fanno travestire da donna il giovane cameriere: minigonna, adeguate imbottiture, parrucca. Oltre ogni suo sogno roseo, Giancarlo Lotti, invitato a colazione dal proprietario, si trova a essere oggetto delle attenzioni erotiche della falsa cameriera. Sorrisi complici quando la falsa camerierina gli serve in tavola le pappardelle sulla lepre, sfioramenti furtivi, una lieve carezza sulla mano mentre gli versa il vino... Insomma l'extracomunitario, che travestito da donna sembra più che appetibile, fa capire che ci sta, eccome se ci starebbe. Lotti va in brodo di giuggiole. Il suo faccione diventa cremisi, gli sguardi reciproci s'intensificano, lanciano messaggi inequivocabili. Giancarlo, vincendo la naturale timidezza, allunga le mani. Sicuro di non essere visto, mentre gli autori della burla si torcono dal ridere, riesce a strappare un abbracciamento furtivo sull'uscio della toelette. Poi ottiene un appuntamento ai giardini di San Casciano; la prima vera avventura della sua vita! Niente prostitute anziane e da quattro soldi, stavolta, ma una giovinetta magari un po' scura di pelle, tuttavia graziosa e ben disposta. Eccolo nel giorno fatidico fare un'apparizione preliminare in trattoria ripulito a dovere, non il solito maglionaccio sformato, ma un completo rigato, seppure un po' liso, persino la cravatta. Qui però lo raggiunge una telefonata: è il sedicente padre della falsa ragazza circui-

ta: "Come si permette, lei, di molestare mia figlia? Lei, vecchio porco, non sa che mia figlia ha solo diciassette anni? Stia attento, sudicio satiro, che finisce male... Eccetera". Lotti entra in piena crisi. Crisi di paura nera. Sparisce per un mese. Dicono che abbia ridotto i suoi pasti ai panini consumati alla svelta negli anfratti della cava, fra la polvere e il puzzo di gasolio. Niente più apparizioni in paese a bordo della sua più recente automobile, rombante perché la marmitta avrebbe bisogno di revisione. Non è un cuor di leone, Giancarlo Lotti. Persino il pappone della Nicoletti, appena uscito di prigione, benché tirasse il fiato coi denti, il povero Indovino, con un piede nella fossa a causa del cancro in fase terminale, l'ha fatto scappare come una lepre dalla casa in cui la prostituta abitava all'epoca, azzerando il progetto del cavatore di prendere il posto del morente protettore della donna. Povero Lotti! Poveraccio anche lui. E morto, dopo alcuni mesi di detenzione, essendo la condanna a 26 anni di galera divenuta definitiva, in un carcere del nord, non si sa bene quale, ucciso da una misteriosa cancrena, che da una ferita a un piede gli avrebbe invaso tutto il corpo, portandolo repentinamente a morte, o dalla cirrosi epatica - le voci sono discordi. Sono anche incerte e contraddittorie le informazioni giornalistiche che parlano di "deposizioni a futura memoria" rese dal Lotti sul letto di morte. Se esistessero codeste "deposizioni a futura memoria", sarei curiosissimo di leggere quali altri aggiustamenti e nuove ipotesi esplicative Lotti abbia introdotto nell'indagine infinita, con buona pace del rasoio di Ockham. 9 Montefiridolfi è frazione del paese di San Casciano in Val di Pesa.

I RISCONTRI COSIDDETTI. L A TESTE STATTMAN. I L TAGLIO DELLA TENDA. L E ESCISSIONI SUL CORPO DELLA RAGAZZA. I CONIUGI CHIARAPPA D E FAVERI. VICCHIO, 1 9 8 4 : IL SANGUE SULLA PIETRA. I L BUCO NEL MURO NELLA CASA ABBANDONATA. U N TESTE DIMENTICATO: BARDAZZI. L A RAGAZZA CHE 'STRILLA'.

Riprendiamo l'analisi della deposizione dell' "autore" (o coautore) del processo nella parte in cui l'investigatore addita i cosiddetti "riscontri", invariabilmente accompagnati dall'attributo "oggettivi", che dovrebbero avvalorare le confessioni di Pucci e di Lotti. Secondo lo Zingarelli il termine 'riscontro' deriva dal verbo 'riscontrare', e significa il modo, l'atto, l'effetto del riscontare. Riscontrare è il "mettere a confronto due cose, due fatti, due fenomeni per rilevarne le corrispondenze e le differenze". Nel significato dato al termine dal dottor Giuttari e più in generale dall'accusa, il termine è tout court sinonimo di corrispondenza. Significa in breve che i dati obiettivi delle indagini corrispondono alle confessioni delle due principali fonti orali di prova. "Il primo riscontro che indico è il rinvenimento di una buca nel bosco degli Scopeti in prossimità della tenda dei due turisti". Questo è l'incipit del dottor Giuttari sul tema dei riscontri 1 . Secondo il Lotti, che di questo inizia a parlare nel corso di un sopralluogo, la notte del duplice omicidio e dopo l'uccisione dei due giovani francesi, egli avrebbe visto Pacciani e Vanni "dirigersi verso il bosco di fronte proprio alla tenda dei francesi e fermarsi ad un certo punto sotto un albero abbassandosi. Tenevano in mano qualcosa, un involto" (così lo chiama il Lotti, per definire questo qualcosa che tenevano in mano) 2 . Una sosta piuttosto lunga questa dei due sotto l'albero: 10-15 minuti. "L'involto' che il Lotti aveva visto che non avevano più in mano quando erano usciti dal bosco" 3 .

Il dottor Giuttari ordina allora che il bosco sia "bonificato". Occorreva cioè che la zona in prossimità del luogo dove si trovava la tenda dei due giovani francesi, fosse ripulita dal sottobosco. Operazione complessa che gli agenti, coadiuvati dai pompieri, eseguirono con diligenza: "E devo dire che se non ci fosse stata proprio questa ripulitura totale della zona, dei cespugli presenti in questa zona, non era (cioè: 'sarebbe', per dirla in italiano corretto, correttezza formale che spesso, nella concitazione del dibattimento, il teste trascura, n.d.A.). stato possibile rilevare la presenza di questa buca che era completamente mimetizzata, coperta dalla fitta vegeta»4 zione... . Insomma: la buca è completamente mimetizzata dai cespugli, ma c'è. Primo riscontro. Ma riscontro di che? "È proprio una vera e propria buca che sicuramente è stata utilizzata per mettere qualcosa dentro e che poi non è stata più ricoperta, una volta che non serviva più alla funzione a cui era stata destinata" 5 . Che nel bosco intorno al luogo dove undici anni prima stava la tenda dei francesi, ci sia una buca, non è certamente un fatto eccezionale, atteso che all'inizio della via degli Scopeti si nota un cartello: "ATTENZIONE, CINGHIALI". Si sa che i cinghiali scavano buche per rivoltolarsi nel fango quando è piovuto, e per trovare le radici di cui si cibano. Ma qui s'innesta la testimonianza, di cui ho già fatto cenno, del teste De Pace il quale sarebbe stato testimone di "un episodio così strano, così anomalo, così curioso" 6 . Quest'episodio tanto straordinario in che consisterebbe? Il De Pace vede una persona nel bosco con un involto sotto il braccio. Un cercatore di funghi? Macché, non sarebbe l'episodio così anomalo eccetera. La stranezza sta nella persona che l'anziano De Pace incontra. L'incontro cioè si colora degli attributi eccezionali riferiti dal dottor Giuttari, dopo che il testimone ha visto in televisione - otto, nove anni dopo - Pietro Pacciani. Allora scatta il riconoscimento. Ancora di seguito, cioè a distanza di circa undici anni, per l'esattezza il 5 marzo 19%, il signor De Pace si presenta in Questura richiamato dal dovere civico perché il contadino mugellano è stato assolto. Soltanto allora, dopo l'assoluzione, il signor De Pace sente il dovere civico di andare a riferire che l'uomo con l'involto, incontrato a suo dire al tempo delle sorbe, cioè nel settembre 1985, era Pacciani.

L'incontro avviene alle sei del mattino. Un orario piuttosto lontano dai delitti. Che ci faceva, alle sei di un mattino del settembre 1985 Pacciani, ammesso che fosse lui, nei paraggi della piazzola fatidica? L'involto sotto il braccio: ecco la chiave. Così tutto si congiunge, il cerchio si chiude: i due che sostano, curvi, nel bosco per un quarto d'ora, l'involto che hanno con sé e che dopo la sosta scompare, il tempo delle sorbe, Pacciani nel bosco con l'involto sotto l'ascella, la buca scoperta. Insomma la tesi è questa: i due assassini uccidono, entrambi tormentano il corpo della vittima femminile: smembrano, strappano. Poi, a pochissima distanza dalla tenda degli uccisi scavano una buca. L'operazione costa loro dieci minuti un quarto d'ora di lavoro; nascondono l'involto, vale a dire le parti asportate dalla vittima, nella buca. Successivamente, forse la mattina dopo, Pacciani va a recuperare l'involto dalla buca stessa. In questo modo diventa oggettiva e riscontrata la seguente ricostruzione dei fatti, che implica valutazioni decisive sul movente, sui complici e sui mandanti. Arricchiamo la congettura: gli omicidi sono dei sicari prezzolati. Il loro scopo è quello di procurare ad altri i cosiddetti 'feticci'. Dopo le uccisioni, e dopo che il cadavere della vittima femminile è stato deturpato nel modo che sappiamo, i due complici raggiungono il limitare del bosco dove hanno commesso i loro scempi e scavano una buca mettendoci un quarto d'ora di tempo. L'operazione è complessa, ma i due assassini non si curano di perdere tempo a scavare, nonostante che i nove colpi di pistola potrebbero avere attirato l'attenzione di qualcuno. Dovrebbero nascondere il risultato dei loro delitti affinché poi, qualcun altro, il famoso dottore di Pacciani, magari, venga a prelevarlo? Parrebbe di no, a dar credito al De Pace. Difatti a seguire le dichiarazioni del settanduenne testimone, i due seppellirebbero nella buca i poveri resti della ragazza uccisa, affinché lo stesso Pacciani li recuperi, in seguito, dalla buca. Difatti, in un momento diverso, forse il mattino successivo, molto presto, ma già in piena luce, uno dei due assassini, Pacciani, tornerebbe sul luogo del delitto a prelevare dalla buca quei poveri brandelli di carne, che forse consegnerà in seguito, con tutto comodo, al mandante danaroso. Di tutto questo esisterebbero i riscontri obiettivi: la buca scoperta dopo la bonifica della zona che chiarisce, rendendola attendibile, la testimonianza del De Pace.

Tutto questo contraddice prima di tutto il buon senso. Se Pacciani va in seguito a recuperere i resti dalla buca alla luce del giorno, a quale scopo li nasconderebbe, la notte dei delitti, nella buca? Lo scopo dovrebbe essere di non farsi trovare in possesso di quei resti in caso di essere colto sul fatto, ed eventualmente perquisito? Oppure quello di lasciarli in deposito perché altri, in un secondo momento, li raccolga dalla buca? Ma se la buca e il nascondimento corrispondono a uno di questi due scopi, perché ci va lui, la mattina dopo alle sei, a prelevarli? Lasciando poi da parte il fatto che i due saprebbero bene di essere stati visti da qualcuno (Lotti e Pucci), e che quindi, ammesso che almeno il Pucci non sia complice, è il caso di andarsene più in fretta che si può, resterebbe in ogni caso il fatto che attardarsi in questo modo a due passi dai cadaveri degli uccisi contraddice ogni elementare criterio. E restano in piedi altre domande. Perché abbandonare in questo modo la preziosissima preda? Quale sarebbe la 'funzione' di questa buca? Se gli omicidi avvengono a scopo di lucro, se dalla vendita di quegli oggetti gli assassini s'aspettano di ricavare cifre milionarie, è mai possibile che li lascino, dopo averli tanto pericolosamente acquisiti, a pochi metri dai cadaveri degli uccisi, in un posto che è da prevedere di lì a poco sarà pieno di poliziotti che setacceranno la zona palmo a palmo in cerca di tracce? Se intendevano nascondere quegli oggetti, possibile che non abbiano escogitato un posto più sicuro, che so, la casaccia dove abitava lo stesso Lotti - ammettendo per assurdo che fosse un complice - dove i nascondigli si sprecano? Pacciani, il quale nel corso del dibattimento nel processo contro di lui s'è dimostrato tutt'altro che un mentecatto, ritornerebbe poi sul luogo del delitto il giorno dopo a riprendere quelle cose, a costo di essere notato da qualcuno? Il termine 'riscontro' ha anche un altro significato. Vuol dire "corrente d'aria che si produce fra due aperture poste l'una di fronte all'altra". Da questo l'espressione d'uso comune "temere i riscontri". Riscontri del genere di questa buca fanno davvero temere di prendersi un'infreddatura al senso comune. Inserisco in un'apposita nota l'autentica genesi della gabola delle 'buche' (al plurale, perché ci sarebbe una buca anche nel delitto di Vicchio dell' '84), per non appesantire il contesto con una vicenda in apparenza astrusa, che tuttavia sono in grado di documentare come assolutamente autentica 7 .

Secondo riscontro, continuando a seguire le dichiarazioni di Giuttari: la teste Stattman. Si tratta di una signora americana che la sera dell'8 settembre percorre la strada degli Scopeti e che da una "stradina" vede un'altra auto cercare di immettersi nella provinciale, ma poi, al suo sopraggiungere, fare marcia indietro e ritornare nella stradina, spegnendo i fari. Come riscontrocorrispondenza non vale molto, perché è del tutto incerto che la stradetta dalla quale sta manovrando l'auto bianca vista della signora sia quella che immette nella piazzola, e perché non si sa di chi sia questa automobile. Il riscontro del riscontro vale ancora meno: la signora narra l'accaduto a un certo Valerio Raspollini, che conferma il racconto. Un'auto con due persone a bordo inizia, poi interrompe una manovra di immissione sulla provinciale degli Scopeti. Come può darsi che invece l'auto abbia fatto una manovra per immettersi a marcia indietro sulla stradetta che sbocca sulla strada principale, spegnendo poi i fari perché si tratta di una coppia di amanti che preferiscono il buio, oppure sono guidatori corretti che non vogliono infastidire con la luce della loro auto quella che sta sopraggiungendo. Che 'riscontro' è questo? In più bisogna ricordare che l'episodio è avvenuto la sera dell'8 di settembre, e poiché abbiamo già visto che i francesi furono uccisi la sera del 7, il preteso 'riscontro' è privo di qualsiasi valore. Il terzo riscontro consiste nel taglio della tenda. Lotti ha detto che la tenda era stata tagliata, e in effetti il taglio esiste. Ma allorché al dibattimento si affronta questo punto, il dottor Giuttari (quasi un calembour), taglia corto. " D O T T O R GIUTTARI: Passerei a un altro riscontro. 8 PUBBLICO MINISTERO: S Ì , grazie, grazie. Vada pure avanti..." . Singolare, non è vero? Lo stesso investigatore che si è soffermato per lo spazio di una trentina di pagine di verbale sulla straordinaria scoperta di una buca in un bosco frequentato dai cinghiali, buca che sarebbe stata scavata undici anni prima, dinanzi a un fatto davvero obiettivo che riguarda proprio la tenda degli uccisi, e a un'azione, il taglio, sicuramente procurato dall'assassino o dagli assassini, se la sbriga in quattordici righe, e il pubblico ministero, tutto contento di questo, invece di invitarlo ad approfondire (sullo scopo del taglio, per esempio), gli dice: "Grazie, grazie, vada avanti". Il fatto è che mettendo a confronto le dichiarazioni di Lotti e soprattutto

quelle di Pucci, con l'obiettività del taglio rinvenuto sulla tenda degli uccisi, ne nasce non una corrispondenza, ma un insanabile contrasto con la verità e con la verosimiglianza. Pucci dice di aver visto Vanni tagliare la tenda, e quindi introdursi in essa attraverso il taglio praticato. Dichiarazioni inequivocabili, in questo senso. Ma anche secondo Lotti, dopo il taglio Vanni sparisce dalla sua vista: evidentemente egli, passando dall'apertura praticata col taglio, è entrato nella tenda dove, dopo l'uccisione del giovane francese, entrerà in un momento successivo anche Pacciani, ed entrambi sosteranno per un certo tempo nell'interno, evidentemente intenti a compiere sul corpo della ragazza uccisa le escissioni. La tenda è una piccola canadese a due posti, ed è costituita da due teli sovrapposti, e separati l'uno dall'altro da una brevissima intercapedine. Il primo telo è impermeabile, e l'altro è di una stoffa meno rigida che serve da ulteriore riparo. Il taglio, longitudinale, ha la lunghezza di circa quaranta centimetri, e riguarda soltanto il telo più esterno. L'altro telo, quello di stoffa non impermeabile, non è stato toccato: agli agenti che compiono i primi rilievi esso appare intatto. Impossibile che qualcuno si sia potuto introdurre all'interno della tenda da un taglio di quaranta centimetri praticato solo sul telo esterno. Pucci racconta una cosa che non può aver visto, la sua è un'evidentissima falsità. Ma tutto il racconto dei due 'confessi' su come si sarebbe svolto l'omicidio dei due francesi è un susseguirsi di assurdità, evidentemente frutto della scarsa intelligenza dei due soggetti e della relativa difficoltà degli stessi ad adeguarsi a certe indicazioni. Ecco in sintesi il loro racconto (i particolari più dettagliati appartengono a Lotti, specialmente riguardo all'omicidio del giovane francese). Cercherò di riassumere le dichiarazioni dei due - Pucci e Lotti - districandomi fra le loro numerose dichiarazioni, controdichiarazioni, smentite, aggiustamenti successivi. Dunque: Vanni armato di coltello taglia la tenda ed entra attraverso il taglio nell'interno di essa (Pucci). Contemporaneamente Pacciani spara due colpi di rivoltella mirando verso l'ingresso della tenda (Pucci e Lotti). Vanni sparisce dentro la tenda (Pucci e Lotti). La ragazza urla (Lotti). Il giovane francese, vestito di qualche cosa, scappa dalla tenda, e Pacciani lo insegue sparando. Poi Pacciani lo assale con un'arma bian-

ca (Lotti). Ucciso il francese, anche Pacciani entra nella tenda. I due vi resteranno dentro per alcuni minuti (Lotti). Vanni esce dalla tenda insieme a Pacciani per andare nel bosco distante pochi passi, e qui resteranno entrambi dieci minuti-un quarto d'ora sotto un albero (Lotti). Hanno con loro l'involto, stanno curvi sotto l'albero per il tempo che sappiamo, l'involto scompare (Lotti). Non torna niente, altro che corrispondenze. Del taglio sulla tenda e dell'impossibilità di entrare in essa attraverso quel taglio ho già detto. Gli spari contro i francesi quando le vittime giacevano nell'interno della tenda furono ben nove, non due soltanto. Dopo gli spari, la ragazza non può urlare, perché alcuni colpi di arma da fuoco l'hanno raggiunta in parti vitali, e l'hanno uccisa. Quando il francese esce dalla tenda scappando a piedi, nudo come un verme, e non in qualche modo vestito, Pacciani non può inseguirlo sparandogli dietro, per la semplice ragione che la pistola calibro ventidue ha già esaurito tutti i suoi colpi. I nove bossoli difatti verranno trovati tutti quanti, a pochi centimetri l'uno dall'altro, davanti all'apertura d'ingresso della tenda. I due, Pacciani e Vanni, non possono sostare alcuni minuti, entrambi in posizione eretta sotto la tenda canadese, che è alta meno di un metro e cinquanta, e consente di stare nell'interno solo a due persone sdraiate. Se poi si suppone che in quelle strette, esistendo il cadavere della ragazza sotto i loro piedi, i due avrebbero compiuto le escissioni sul corpo della ragazza, con quella nettezza e precisione che vedremo fra breve, il racconto diventa meno che inattendibile, del tutto assurdo. La macchia di sangue all'esterno della tenda, vicino all'ingresso della medesima, di cui ho già parlato quando ho esaminato la posizione di Sabrina Carmignani, chiazza sanguigna (lo "sporco" di Sabrina) positivamente accertata dai rilievi fatti al momento della scoperta dei cadaveri, nonché le macchie di sangue sul materassino dove i due giovani dormivano, attesta che questo materassino, sul quale fu poi trovato il corpo esanime della ragazza, era stato estratto in un primo tempo fuori della tenda. E che qui, in una posizione cioè idonea allo scopo, e non all'interno della tenda, la ragazza subì le deturpazioni sul suo cadavere. Solo in seguito, a escissioni compiute, il materassino e la ragazza furono di nuovo introdotti per nasconderli sotto la tenda. Nel complesso da questi 'riscontri' l'infreddatura al senso comune diventa polmonite atipica, mortale.

Quarto riscontro. La perizia degli studiosi di Modena, dice Giuttari, mette in evidenza le diversità dei tagli, quello che escinde il seno della ragzza, e quello che taglia via il pube. Il primo, quella che riguarda il seno, mostra che 10 strumento usato è meno affilato del secondo, quello che porta via il pube. Da questo i periti ricavano la convinzione che siano stati usati due coltelli. Secondo Giuttari il rilievo sarebbe sufficiente per provare che i deturpatori dei cadavere della ragazza erano due. L'ipotesi che l'assassino (al singolare) disponesse di due coltelli non è affatto improbabile. Come forse più plausibile è l'ipotesi che l'assassino abbia usato 11 coltello prima per tagliare il pube, e in un secondo tempo per tagliare il seno. In questo caso lo stesso coltello, già usato per uccidere il giovane francese, e in un secondo tempo per escindere il sesso della ragazza, potrebbe aver perso il filo, tanto che in questo modo si spiegherebbe la ragione per cui il taglio del seno appare eseguito da un mezzo meno tagliente. Ma in un caso o nell'altro il rilievo più importante dei periti necroscopici è un altro, ed è disinvoltamente omesso nella deposizione-relazione-requisitoria di Giuttari 9 . I periti osservano che in tutti i casi in cui l'assassino opera dei tagli sul corpo della vittima femminile (non solo sulla vittima dei delitti agli Scopeti, anche per gli altri delitti in cui sono avvenute le escissioni), l'omicida inizia il taglio da un'identica posizione, che corrisponde, immaginando il quadrante di un orologio, alle ore 11. Questo avviene anche agli Scopeti, riguardo alle due escissioni sul corpo della ragazza: entrambe cominciano da un punto che corrisponde alle ore l l . E anche questo il sintomo di quella ritualità compulsiva ed ossessiva che guida ogni mossa del serial killer, come s'è visto più sopra quando ho affrontato il tema. Bisogna aggiungere che specialmente l'escissione del seno sinistro di Nadine è operata con rara maestria e precisone. Le foto del cadavere sono in questo senso raccapriccianti, ma parlanti: due colpi di coltello netti, due soli gesti in senso rotatorio. Impossibile compiere questi gesti nell'impaccio e nell'oscurità all'interno della piccola tenda canadese. Ed esiste un altro rilievo, anch'esso appartenente ali 'équipe De Fazio. Durante i delitti degli Scopeti l'omicida si trova di fronte a una situazione imprevista ed estremamente pericolosa: la fuga del giovane francese, che avrebbe potuto raggiungere la strada, chiedere aiuto, far scoprire il colpe-

vole. Eppure, anche in questo caso, si assiste inequivocabilmente all'azione di una sola persona. E una sola persona che spara e uccide Nadine, ed è la stessa persona che insegue e uccide a colpi di coltello Michel Krakevili, la vittima maschile. Non si nota la presenza di nessun altro. Invece, se l'assassino avesse avuto un complice, bisogna credere che questi si sarebbe attivato per bloccare la fuga del ferito, per assalirlo, bloccarlo, aiutare in qualche modo il complice ad eliminare il fuggiasco, dato che il rischio di essere scoperti appparteneva anche a lui. L'aiuto di un'altra persona è inesistente. Questo si ricava persino dalle dichiarazioni di Lotti, secondo il quale durante la fuga e l'uccisione della vittima maschile Vanni se ne starebbe chiuso dentro la tenda dove la ragazza è già morta. Dunque Vanni, dinanzi a un imprevisto che sta mettendo in grave pericolo anche lui, se ne starebbe del tutto inerte, senza accennare alla benché minima reazione. Ed anche questo prova la totale inverosimiglianza e inattendibilità delle dichiarazioni di Lotti, in questo caso condizionate dall'assoluta inesistenza di tracce riguardo all'attività concreta di un terzo. Quinto riscontro. La testimonianza dei coniugi Chiarappa-De Faveri. Queste due brave persone stanno andando in visita da un loro amico, un certo Rufo, che possiede una casa colonica che sta in posizione frontale rispetto alla piazzola dei delitti, oltre la strada degli Scopeti. Si tratta della domenica 8 settembre, sicché quello che i due coniugi hanno visto ha poco a che fare coi delitti, come s'è dimostrato più sopra, poiché il pomeriggio della domenica i francesi sono già stati uccisi. Ma seguiamo ugualmente le dichiarazioni sul punto del dottor Giuttari, per rilevare una volta di più la centralità della macchina sportiva rossa nella costruzione accusatoria. Ed anche per accorgersi dello scarso senso critico dell'inquisitore, il quale in questa occasione sembra non rendersi conto che a tutto concedere, cioè dando per provata la morte della coppia francese nella notte dell'8 settembre, la circostanza a cui sta dando rilievo contraddice in pieno la sua ipotesi circa la presenza di Lotti con la sua auto vicino alla piazzola fatidica dei delitti durante il giorno, fino al cadere della notte. Dunque: i due coniugi Chiarappa-De Faveri arrivano a bordo della loro auto all'altezza del cancello da cui si accede alla casa dell'amico Rufo. Sono circa le 14 dell'8 settembre. Ma il guidatore, il marito, incontra qualche difficoltà

ad affrontare la curva per immettersi nel viale che arriva alla colonica, perché parcheggiata sul bordo della strada, accanto al cancello d'ingresso, c'è una macchina ferma che impedisce in parte la manovra. I coniugi ospiti del Rufo restano nella casa, insieme, fino alle 16 circa. Poi il marito lascia la moglie in compagnia degli amici e riprende la strada per Firenze. Deve scrivere un necrologio per un collega (il signor Chiarappa è un musicista e un suo collega è morto da poco). Facendo la strada in senso opposto il marito incontra le stesse difficoltà di prima, perché l'auto avvistata all'arrivo è sempre là, nell'identico posto, che impedisce la manovra. II signor Chiarappa va a Firenze, si trattiene quel tanto che basta per scrivere il breve necrologio, e verso le 18-18,30, è già di ritorno alla casa del Rufo. L'auto malposta è sempre là, nella identica posizione, che ostacola la manovra. A casa dell'amico il signor Chiarappa, appassionato di fotografia, prova un teleobiettivo da poco acquistato. Ha così modo di accorgersi, essendo la visione amplificata dallo speciale obiettivo fotografico, della presenza costante dell'auto che gli ha ostacolato il passo: sempre là, immobile. La macchina è rossa, due persone fuori dall'auto, ma in posizione tale da lasciar pensare che siano discesi da essa, guardano verso la piazzola. Tanto che "Io incuriosito dissi all'amico mio, Giancarlo, il Rufo: 'Guarda quello là come s'è messo con la macchina ancora sta fermo là e come guarda verso la piazzola.' E chiaro che mi sembrò strano ma poi quando seppi del delitto collegai questa »in presenza . Ma anche in questo caso il testimone Giuttari omette. Si dimentica cioè di dire che i testi Chiarappa-De Faveri hanno dichiarato di essere ripartiti dalla villa di Rufo alle 20-20,30 di quel giorno, e che scendendo in direzione della strada, di nuovo si sono imbattuti nella medesima auto che di nuovo ostacolava la manovra. Dunque quell'auto, rossa o di altro colore che sia, resta ininterrottamente in sosta nei pressi della casa di Rufo dalle 14-14,30 fino alle 20,30 di quel giorno. Osserviamo adesso il racconto di quella giornata di Lotti e di Pucci: sono queste le dichiarazioni che le testimonianze di Chiarappa e De Faveri dovrebbero confermare. Lotti e Pucci affermano all'unisono che con l'auto rossa di Lotti, quella domenica, si sono recati a Firenze, a partire dal pomeriggio, in visita alla pro-

CAI'ITOI.O

D l - C I M O

stituta Ghiribelli, con lei si sono trattenuti per un certo tempo, con la stessa hanno frugalmente cenato, e poi, essendo già scesa la notte, alle 23-23,30 sono ritornati a San Casciano prendendo la via degli Scopeti, sempre a bordo di quella macchina. Se questo è vero - come tuttavia abbiamo serissimi motivi di dubitare che sia, ma continuiamo pure a seguire l'impostazione dell'accusa, ragionando per assurdo - la macchina rossa in sosta accanto al cancello di Rufo dalle 1414,30 alle 20-20,30 può essere l'auto di Lotti? Certamente no, neppure nella prospettiva dell'accusa. Sarebbe stata a Firenze l'improbabile auto sportiva rossa, che già sappiamo Lotti non usava più a quell'epoca, sarebbe stata vicino all'abitazione della donna di vita, per tutto il pomeriggio, fino a sera inoltrata, la fantomatica macchina, e non accanto al cancello del Rufo, cioè a una trentina di chilometri di distanza. E allora perché ne parla, come di un riscontro, il dottor Giuttari di queste testimonianze, se non per comunicare alla Corte che l'ascolta il suo personale 'sentimento di convinzione'? Un sentimento che stravolge la circostanza attraverso l'omissione di una parte essenziale di essa, dimostrando una volta di più che il preconcetto di partenza ottenebra nel ricercatore ogni valutazione razionale, tanto da riferire in termini di riscontro una circostanza che, vista nel suo insieme, contraddice con evidenza la sua tesi, e contrasta in modo esplicito le pretese 'confessioni'. Delitto di Vicchio, luglio 1984. Secondo l'inquisitore-relatore un riscontro sarebbero le macchie di sangue sopra una pietra sul greto del fiume Sieve, appena oltre la strada che immette nella piazzola dei delitti, dove i due assassini, a sentire Lotti, si sarebbero attardati per lavarsi le mani e per lavare il coltello. Questo dettaglio suggestivo è riferito dal Lotti. Fa il paio con lo spolverino che Vanni avrebbe indossato prima di dedicarsi alle macabre profanazioni del cadavere della vittima femminile. Nella prospettiva dell'indagatore, segno che i due temevano di essere fermati da qualcuno e di essere sospettati per avere sulle mani o sull'abito macchie di sangue. Ma se fosse così, come mai i due traccheggiano, dopo i delitti, per circa un'ora (dando per validi gli avvistamenti di Frigo e dei coniugi Caini-Martelli) negli immediati paraggi del luogo degli omicidi? Sappiamo difatti che gli amici e i parenti di Pia Rontini alle 23 sono già in al-

larme, e già si mettono in giro in una frenetica ricerca della ragazza e del suo fidanzato. Perché, chiese il Presidente della Corte, come mai quest'ansia? In fondo le 23 non è poi un'ora così tarda da allarmarsi al punto da mettersi a battere la strada per rintracciare la ragazza. Giuttari risponde, al solito, modificando il testimoniale: gli amici non si sarebbero allarmati alle 23, ma un po' dopo. In ogni caso, l'interrogativo permane. D'accordo che la ragazza aveva detto alla madre, al momento di andarsene con Claudio, che sarebbe ritornata molto presto, ma alla fine si trattava sempre di due fidanzati che fecevano una gitarella notturna, e si può ben prevedere che uscite notturne del genere possano protrarsi più a lungo di quanto stabilito al momento della partenza. La spiegazione sta in una telefonata, ignorata da Giuttari. Poco prima delle 23 un anonimo telefonò alla locale caserma dei Carabinieri segnalando sulla strada Sagginalese la presenza di due cadaveri. Chi è quest'anonimo? Non s'è mai saputo, qualcuno parlò di un camionista, ma questo autista di camion non solo non è mai stato rintracciato, che in tal caso avrebbe potuto riferire particolari molto interessanti, ma è piuttosto improbabile che un camionista abbia deviato dalla provinciale per immettersi nella radura dove avvennero i due delitti. Allora chi è? Forse si tratta di un guardone, ma probabilmente è lo stesso assassino. Ritengo che sia l'assassino perché il comportamento è ricorrente. Procedendo a ritroso per i delitti dell' '85 troviamo la lettera anonima spedita alla dottoressa Della Monica. Nel 1982 - i delitti di Baccaiano - arrivano numerose telefonate al signor Allegranti, l'autista dell'ambulanza che estrasse dall'auto il corpo ancora vivente del giovane Mainardi ucciso (riparlerò di seguito di quest'episodio). Nell'ottobre dell' '81 qualcuno telefona alla madre di Susanna Cambi, la notte stessa dei delitti, prima della scoperta dei cadaveri, chiede di lei, ma risponde la zia, la telefonata s'interrompe per un guasto sulla linea. I familiari di Enzo Spalleti, l'infermiere in carcere sospettato di essere il mostro dopo il duplice delitto del giugno '81, ricevettero numerose telefonate da un anonimo. L'F.B.I., nel suo profilo preventivo, ipotizza i tentativi dell'autore dei crimini di mettersi in contatto con gli inquirenti, con i parenti e conoscenti delle vittime. Anche questo profilo ipotetico dell'autore trova conferma in alcune circostanze ricorrenti. In ogni caso, il fatto significativo, p e r i delitti di Vicchio, è questo, nonostan-

te gli sforzi del dottor Giuttari di spostarlo nel tempo: gli omicidi avvengono prima delle 23. Ma se è così, e ogni cosa depone che sia così, che ci fanno i compagni di merende ancora intorno alla mezzanotte a poca distanza dai cadaveri degli uccisi? Perché perdono tempo a lavarsi nell'acqua del fiume, perché scelgono la via di fuga della stradaccia sterrata, in un punto interrotta, fiancheggiata da seconde case di cittadini abitate nei giorni di festa? Vogliono essere notati? Vogliono farsi prendere? Quanto alle macchie di sangue valutate nella loro specificità sono sintomo (riscontro) del pressapochismo di chi propone un ambiguo episodio processuale a conferma delle dichiarazioni di Lotti. Tanto per cominciare, se ne parla a distanza di anni. Il testimone l'avrebbe viste al buio, queste macchie sulla pietra. Come fa a dire che sono di sangue? Parrebbe che il sasso fosse stato repertato per un'analisi, ma le carte sono mute sia riguardo al prelievo, sia riguardo all'analisi. Non esiste quindi nessun elemento di prova su cui basare una circostanza di per sé fantasiosa (come la buca agli Scopeti): i due assassini lascerebbero trascorre il tempo della fuga, curvi nella melma sulla riva del fiume, intenti a lavarsi a pochissima distanza dai cadaveri degli uccisi, poco dopo che il silenzio della campagna circostante è stato disturbato da nove colpi di pistola. Altra buca, altro riscontro. Si parla ancora dei delitti dell' '84. Pare che Lotti, durante un sopralluogo lungo la stradaccia sterrata impegnando la quale le due auto dei compagni di merende avrebbero raggiunto, dopo un lungo, inutile giro, di nuovo la provinciale Sagginalese, abbia 'spontaneamente' indicato, a una certa distanza dalla strada, un casolare abbandonato. Questo casolare, dopo aver abbandonato le auto perché vi si arriva solo a piedi, sarebbe stato raggiunto dai due, Pacciani e Vanni. Lotti li avrebbe seguiti, a quale scopo non si sa. Ma qui occorre rilevare un'altra incongruenza. Lotti è onnipresente fino da quando i due compagni di merende, con l'auto di Pacciani, hanno lasciato San Casciano, diretti, a colpo sicuro, verso la piazzola dove sta amoreggiando la coppia Stefanacci-Rontini, distante da San Casciano una sessantina di chilometri. Forse che i due perversi criminali, affiliati all'associazione per delinquere

di stampo merendistico, sono in cerca di una coppia da uccidere? Fanno sosta da qualche altra parte lungo il tragitto da San Casciano a Vicchio? Prima di assalire la coppia Rontini-Stefanacci, spiano qualche altra coppia? Assolutamente no. Poiché in epoca precedente Lotti avrebbe parlato a Vanni di una coppia che frequenta quella certa piazzola, i due 'merendari' una certa sera si mettono in moto, e via diritti verso il luogo indicato dal Lotti, il quale li segue, non li precede. Ecco che arrivano nella piazzola, si fermano a breve distanza dall'auto delle vittime, Pacciani scende dalla sua auto bianca, spara. Vanni indossa uno spolverino, tutto in rapida e puntuale successione. Precisi e tempisti come arrivando a un appuntamento. Come se sapessero in anticipo della presenza, a quell'ora, della coppia intenta ai preliminari amorosi. Straordinario, non è vero? Come facevano i due a sapere, senza un preventivo pedinamento, e senza neppure un pur breve appostamento, che proprio quella sera, a quell'ora e in quel luogo sostava la coppia che 'doveva' essere uccisa? Avremmo a che fare con un fenomeno di premonizione? Avrebbero, i due, capacità di lettura del pensiero a grande distanza? Saremmo di già sul terreno della magia? Se si tiene dietro, invece di seguire le inattendibili dichiarazioni di Lotti, alle dichiarazioni testimoniali del teste Bardo Bardazzi, rese nel processo Pacciani e ripetute in quello ai compagni di merende, le circostanze riprendono il loro corso comprensibile e razionale. Il signor Bardazzi gestisce una tavola calda a San Piero a Sieve, per l'esattezza qualche chilometro fuori dal paese, sul rettifilo che procede in direzione di Vicchio. Nelle prime ore del pomeriggio di quell'assolato giorno di luglio 1984, Bardazzi vede entrare nella sua tavola calda due giovani. I ragazzi lasciano la Panda in sosta davanti al locale, dove esiste un ampio spazio per parcheggiare, ordinano dei panini e birre. Si siedono a consumare la colazione nell'interno, prendendo posto a un tavolino vicino a una finestra che guarda verso l'esterno. Un attimo dopo un uomo va a sedersi a un tavolo posto con altri fuori del locale, in posizione tale da poter controllare le mosse dei due giovani da una finestra che guarda l'interno. Non stacca gli occhi dalla ragazza, quest'uomo. Ordina una birra, la riceve, ma la lascia a intiepidirsi al sole sul tavolo. Da dove arriva, quest'uomo, distinto, giacca e cravatta nonostante il gran caldo? Non è arrivato con l'autobus, la cui

fermata è proprio di fronte al locale. La macchina con cui attendibilmente è arrivato - a meno di non ipotizzare un lungo percorso a piedi venendo dal paese - non è in vista sullo spiazzo dove si trova in sosta solo l'auto dei due ragazzi. Certamente, ipotizza Bardazzi, che osserva lo sconosciuto con curiosità, ha sistemato l'auto nella stradetta a lato della tavola calda, in modo da non essere vista da chi si trovi all'interno del locale. I due ragazzi finiscono di mangiare, si alzano e s'avvicinano alla cassa per pagare. Allora l'uomo, continuando a fissare la ragazza, con uno sguardo tanto intenso, così penetrante che, dice Bardazzi: "riconoscerei quello sguardo in una folla di New York fra dieci anni", ingurgita d'un fiato la sua birra e si accoda ai due ragazzi alla cassa. Paga, esce a ruota degli innamorati, sparisce nella stradetta laterale. Bardazzi allora si rivolge alla sorella che serve al banco e le dice: "Stiamo attenti, oggi, a battere lo scontrino anche di una spuma, perché quel tale mi aveva l'aria di uno della Finanza". Il giorno successivo Bardazzi nota sul giornale le foto dei due fidanzati uccisi - Pia Rontini e Claudio Stefanacci - e li riconosce come i due ragazzi che il pomeriggio precedente s'erano fermati nella sua tavola calda per consumare una colazione frugale. Bardo Bardazzi va subito dai Carabinieri e racconta quello che si è svolto sotto i suoi occhi: l'arrivo dei due fidanzati, il sopraggiungere dello sconosciuto, che poi segue immediatamente la coppia. I carabinieri lo prendono tanto sul serio che lo invitano ad appostarsi su un terrazzino che aggetta sulla piazza di Vicchio, dove, il giorno dei funerali, una folla commossa segue il mortorio. I carabinieri sperano che in mezzo a quella folla Bardazzi riconosca lo sconosciuto. Ma l'esperimento non dà alcun esito. Di seguito, quando cercherò di definire alcune caratteristiche del serial killer della provincia di Firenze, ricorderò l'impressione di Bardazzi riguardo all'ignoto avventore. Bardazzi avvertì la presenza di un potere, di una persona investita di una funzione investigativa. A Bardazzi resta impresso lo sguardo particolarmente inteso, gli occhi profondi: non è il solo a notare questo dettaglio, come vedremo. Bardazzi, testimone attento e osservatore, indica una circostanza rilevantissima e ricorrente nei vari delitti. H o già detto che uno sconosciuto seguiva Barbara Locci. Stefania Pettini, prima di essere uccisa, fece uno strano incontro che la sconvolse. La madre di Susanna Cambi racconta che qual-

cuno seguiva in auto la figlia. Pia Rontini stessa era infastidita nel bar da qualcuno. Il tentativo da parte degli inquirenti di identificare questa persona con l'anziano Mario Vanni si fonda sulla testimonianza del padre di Pia, che avrebbe avvistato Vanni nei paraggi del bar. Il riconoscimento di Rontini padre ha le stesse caratteristiche di quelli del De Pace, della Frigo eccetera. Avviene dallo schermo suggestivo della televisione, circa nove anni dopo l'omicidio, mentre un Vanni terrorizzato, per le ragioni che ho già descritto, depone come teste nel processo Pacciani. Mostrato a Bardazzi, Pacciani, di persona, non in immagine fotografica o televisiva, non solo non lo riconosce come lo sconosciuto che seguì la coppia Rontini e Stefanacci nel suo locale, ma dice che quella persona era un tipo completamente diverso, dotato di una certa distinzione ed eleganza, come dire agli antipodi di Pacciani. Al dibattimento del processo ai compagni di merende, il difensore invitò Bardazzi a osservare Vanni. Il vecchio Mario, come al solito, dormiva. Lo si svegliò, lo si invitò a mettersi in piedi. "Macché, niente a che vedere", disse Bardazzi. Né il Pubblico Ministero, né i giudici di primo grado e d'appello, prendono in considerazione la testimonianza di Bardo Bardazzi. E fanno malissimo, perché Bardazzi è certamente uno dei quattro testimoni che hanno visto il mostro di Firenze (degli altri tre parleremo fra breve). Da notare che tutti e quattro questi testimoni riferiscono un particolare fisionomico molto peculiare: gli occhi grandi, profondi, lo sguardo particolarmente intenso. In più Bardazzi conferma un altro aspetto ricorrente nella vicenda criminale di cui mi sto occupando, esaminata nel suo complesso: l'assassino segue preventivamente le sue vittime, in special modo quella femminile, non colpisce a caso, sceglie, in qualche modo indaga. Ed ecco che, alla luce di quello che dice Bardazzi, si capisce il motivo per cui l'assassino è puntuale all'appuntamento con la coppia uccisa a Vicchio: seguiva la ragazza fino dal pomeriggio, come un cane che fiuta la sua preda. Le inverosimili dichiarazioni di Lotti - i compagni di merende che da San Casciano arrivano sulla piazzola di Vicchio come seguendo i binari di un treno, che immediatamente trovano la coppia nella speciale fase dei preliminari, cioè prima di aver compiuto la congiunzione, immediatamente uccidono eccetera - sono contraddette in pieno da un testimone, giovane e preciso.

Parlavo di un'altra buca di riscontro. Questa buca, o fessura, si trova nel muro della casa abbandonata sopra il trattura che avrebbero percorso i compagni di merende durante la fuga. Lotti indicherebbe questa casa, a colpo sicuro, appena entrato mostrerebbe una fessura, "a destra", su un muro di questa casa, che chissà quante altre fessure ci sono sui muri di questa casa colonica abbandonata da anni. Ma all'interno di questa fessura che, dice Lotti, era piena di "terriccio, di pietre e di foglie secche", i due avrebbero nascosto qualcosa. La pistola, ipotizza Giuttari, o qualche altra cosa. Ma sono la terra, i sassi e le foglie secche che proprio non tornano. Perché, guarda caso, a distanza di nove anni dal fatto, si guarda nell'interno della fessura e si trovano, a conferma, proprio la terra, i sassi e le foglie secche. Ma guarda: quando si dice la permanenza delle prove 'obiettive'. Non solo Giancarlo Lotti segue senza ragione i due merendari nella casa colonica, non solo, di notte, nella completa oscurità della vecchia abitazione abbandonata, è in grado di avvedersi di quella certa fessura, ma è in grado a nove anni di distanza, di ricordarsene il contenuto: la terra, le pietre, le foglie secche. Il tempo è passato invano, il vento, i 'riscontri', nel senso delle correnti d'aria che invadono da quasi un decennio quella casa, non sono riusciti a far volar via neppure le foglie dall'interno della buca. Tant'è vero che ci sono ancora, queste foglie secche. Straordinario è che Lotti ricordi i minutissimi particolari circa il contenuto della fessura prima che i due vi mettano dentro "qualcosa", ma non sa dire che cosa ci nascondano: forse non l'ha visto, o forse non è stato abbastanza attento. Le dichiarazioni di Lotti sono fastidiose. E tutto quello che posso dire. Infastidisce la tracotanza con cui l'ex-cavatore, protetto dall'istituzione che gli risparmia anche una sola ora di carcere preventivo, e che addirittura lo stipendia, espone queste sue 'foglie secche'. Continuiamo a seguire le dichiarazioni del dottor Giuttari 11 . Ecco infine un altro riscontro: le urla della povera Pia Rontini mentre uno dei compagni di merende (Vanni) la trascina fuori dall'auto. È sintomatico che l'autore del processo indichi come riscontro un evidentissimo esempio della falsità di Lotti. Come dire che "la miglior difesa è l'attacco". Questo perché la povera Rontini non poteva urlare mentre veniva estratta dall'auto, per il semplice motivo che i colpi di pistola le avevano già

leso l'encefalo, in modo tale da farla cadere in coma profondo, impedendole ogni reazione volontaristica. Ma il dottor Giuttari 1 2 si richiama alla pagina 59 dell'elaborato peritale dei medici legali Maurri e Marini, laddove è scritto: "Sul cadavere non ci sono segni che indichino la comparsa di morte immediata, ma al contraio, ci sono segni indicativi di una certa sopravvivenza che, come abbiamo detto, sono rappresentati dall'edema polmonare". Ed è a questo punto che il Presidente interrompe il teste-relatore per dirgli che i giudici hanno gli occhi per leggersela da soli, la perizia. Sul punto, l'esame dibattimentale dei periti non lascerà spazio a dubbi. Una 'certa' sopravvivenza sì, ma le urla, volontaristiche, tali da essere udite a una certa distanza, dove Lotti si trovava, a suo dire, ad alcuni metri, sono da escludere. Il coma profondo non consente di urlare, tutt'al più di emettere qualche flebile lamento, quello che un medico specialista mi definisce "respiro stertoroso", vale a dire un gorgoglio emesso mentre la vittima ancora, tenuamente, respira. Dunque le urla sono in modo assoluto da esludere. Ma bisogna mettere in conto la capacità di sopravvivenza di Lotti. Interrogato sul punto l'ex cavatore dirà che lui è un illetterato, non conosce bene la lingua italiana, voleva parlare di un lamento, ha parlato di "urlare" perché per lui, flebile lamento e urlo sono sinonimi, bisogna compatire l'ignorante che ha fatto solo la quarta elementare. E invece proprio questo scopre la bugia consapevole. "Peso il tacòn del buso", dicono a Milano. Perché Lotti, nelle sue dichiarazioni prima dell'aggiustamento, non ha parlato di "urlare", bensì di "strillare". Secondo Lotti la povera ragazza "strillava", mentre la tiravano fuori dall'auto. Strillare, secondo lo Zingarelli, viene dal latino parlato stridulare. E termine popolare, usato in Toscana, e non solo, nel senso di emettere grida acute. Un toscano, com'è il Lotti, per quanto ignorante sia, non può equivocare sulla parola strillare. E un termine conosciuto fin da bambini, e in senso figurato 'strillare' o 'essere strillati' in toscano significa anche essere rimproverati a voce alta. Non c'è spazio per l'equivoco, resta l'impossibilità certificata dai periti, e resta la menzogna, insistita, consapevole. Faccio grazia al lettore di altri 'riscontri' emergenti da una gabola carceraria - alla fine esplicitamente risultata come tale - che fa capo a un certo Calamosca. Giuttari nel capitolo dei "riscontri" accenna anche all'uccisione

di F r a n c e s c o Vinci e del s u o servo p a s t o r e a v v e n u t o il 9 agosto 1993, e all'assassinio di Milva Malatesta, la sua a m a n t e , e del figlio di costei a v v e n u t o il 2 0 agosto del 1993. Pacciani all'epoca era già in carcere. Vanni si p r e s u m e controllatissimo. "Riscontri" di che, allora, questi q u a t t r o misteriosi omicidi? M a è chiaro: della setta esoterica e assassina, che elimina testimoni s c o m o d i . La setta è l'amplificazione del c a p r o espiatorio Pacciani, il m o d o p e r allargare e generalizzare u n ' a c c u s a deviante. Pacciani c o m e c a p r o espiatorio, e la setta utile allo s c o p o di e s t e n d e r e lo s t r u m e n t o d e p i s t a n t e fino a r e n d e r l o così generalizzato d a s f u m a r n e qualsiasi c o n t o r n o .

Note al Capitolo Decimo 1

Deposizione del dottor Michele Giuttari del 25/6/97, p. 4. Ivi, pp. 4-5. ' Ibidem. A Ibidem. 5 Ivi, p. 7. b Ivi, p. 14. 7 A pochi giorni dall'inizio del dibattimento del processo ai compagni di merende ricevetti nel mio studio una signora che preferisco non nominare. La signora mi si presentò come la 'maga di Lodi', sedicente "notissima spiritista". La maga mi raccontò di aver fatto alcune sedute spiritiche evocando le vittime del mostro di Firenze. Nel corso di una queste sedute (svolte col noto metodo della tazzina da caffè che via via copre le lettere inserite in un apposito tabellone, formando parole), la signora avrebbe evocato lo spirito di Pia Rontini, la povera ragazza uccisa a Vicchio nel 1984. La vittima le avrebbe detto che il mostro, a uccisione avvenuta, avrebbe scavato una buca in prossimità del luogo del delitto e vi avrebbe sepolto le parti anatomiche asportate dal suo corpo. A questo punto la maga di Lodi si era messa in contatto col padre della vittima. Quest'ultimo prese sul serio le rivelazione della maga, tanto che si recò con lei sul luogo dei delitti. Qui gli illuminati dall'aldilà avrebbero scoperto una buca, a 'riscontro' della veridicità della rivelazione. Chiesi alla signora il motivo per cui si fosse rivolta a un professionista impegnato molto seriamente nella difesa di una persona accusata, a mio parere a torto, di crimini efferati e a rischio di ergastolo, atteso che, nel caso, il professionista era piuttosto scettico circa la materia di cui la signora si occupava, e circa le sue, per dir così, acquisizioni esoterico-indagatorie. Dalla sua risposta mi resi conto che la signora 2

intendeva rivendicare il copyright delle 'buche'. Era stata lei per prima a 'scoprire' l'evento e rivelarlo al padre di Pia Rontini, si sentiva offesa per non essere mai stata ascoltata dalla polizia, non citata come testimone nel dibattimento, e in qualche modo espropriata della scoperta da Giancarlo Lotti. Ero sul punto di invitare educatamente la signora, logorroica anziché no, ad abbandonare lo studio e a lasciarmi lavorare in pace, quando la maga tirò fuori dalla borsetta un documento. Si trattava di un verbale, reso davanti al segretario comunale di Lodi, in cui la signora dichiarava in forma solenne ogni particolare della seduta spiritica, della rivelazione avuta dallo "spirito" della vittima femminile del delitto di Vicchio, della buca, dei rapporti della maga col padre di Pia Rontini eccetera. Il documento, di data certa, certificata dal segretario del Comune, mi sembrò interessante perché la data precedeva di qualche mese le dichiarazioni di Lotti sul punto, cioè sull'operazione che i due avrebbero fatto, curvi sul limitare del bosco di Scopeti. Mi resi conto allora da quale fonte provenissero le assurde rivelazioni di Lotti sulla buca degli Scopeti, estese da lui stesso, però in un momento successivo, all'esistenza di un'analoga buca anche a Vicchio. Giancarlo Lotti, come ho detto libero di dialogare con varie persone, durante le indagini preliminari evidentemente aveva raccolto la storia della seduta spiritica da qualcuno che gli aveva riferito l'illuminazione della maga. Sbagliando, come farà in seguito, anche riguardo alla lettera anonima spedita alla dottoressa Della Monica, arricchì le sue dichiarazioni spostando l'episodio all'anno precedente, e bonificandolo della origine esoterica. Mi sembrò allora di aver scoperto un fatto degno di essere riportato e approfondito al dibattimento, poiché l'episodio riguardava l'attendibilità di Giancarlo Lotti. Chiesi che la signora fosse ascoltata al dibattimento. Istanza respinta. Ripetuta in appello, e ancora respinta. I giudici considerarono la richiesta del difensore inutile e fuorviarne, come se l'avvocato avesse inteso infarcire il materiale processuale di irrazionalismo esoterico. 8 Deposizione dibattimentale del dottor Michele Giuttari, intervento del Pubblico Ministero all'udienza del 25/6/97, p. 30. 9 Ivi, pp. 30-32. 10 Ivi, pp. 28-32. 11 Deposizione dibattimentale di Giuttari, udienza del 25/6/97, p. 44 e segg. 12

Ibidem.

SINTESI SULLE SENTENZE DI CONDANNA. L A QUESTIONE DEL MOVENTE. I L CAPRO ESPIATORIO.

L'esame critico delle sentenze di condanna ai compagni di merende rivela innanzitutto un grave difetto d'impostazione, speculare all'inchiesta. Il momento di partenza delle indagini è profondamente errato innanzitutto perché esse si sviluppano a tema, cioè per dimostrare l'attendibilità dell'assunto circa i più autori, in un momento in cui si delinea la debolezza dell'ipotesi sulla responsabilità di Pacciani. Quindi, doppia ragione per diffidare e sottoporre a un esame severo le indagini preliminari nel processo ai compagni di merende: impostazione soggettiva monotematica, come confessa lo stesso Giuttari, la necessità di rinfocolare la prova a danno di Pacciani. Nonostante le numerose smentite dibattimentali (la più spontanea ed esplicita: la dichiarazione ripetuta di Pucci: "No, Vanni no!"), le sentenze si adeguano all'impostazione preconcettuale. Nel suo libro il dottor Ferri mette in luce che il momento iniziale delle indagini sui compagni di merende coincide con l'attesa, e ormai scontata, assoluzione di Pacciani. Si trattava di scongiurarla, di impedirla, almeno di ostacolarla. Da questa urgenza nacque la concitazione delle indagini, ricavabile anche soltanto osservando l'indice degli atti elaborato dal P.M. Dunque il primo preconcetto, come tale espresso nella sentenza di primo grado, riguarda la presenza di più complici. Il secondo preconcetto, non solo indimostrato, ma contraddetto dalla sentenza di 2° grado nel processo Pacciani, consiste nella responsabilità del contadino del Mugello. O n d e avvalorare questo assunto senza farsi fuorviare dagli atti - "a scanso di perditempi inutili" avrebbe detto Collodi - la Corte d'Assise di primo grado nel processo ai compagni di merende, decise

di fare a meno della maggior parte degli atti del processo Pacciani, respingendo un'istanza del difensore di Vanni, che aveva chiesto che fossero acquisiti nella loro totalità. Secondo la Corte il processo Pacciani era un processo diverso. Fu rifiutata persino l'acquisizione della sentenza di assoluzione della Corte dell'appello. Così Pacciani, del resto già morto, fu nel processo ai 'merendari' una specie di fantasma. Ma la sua responsabilità fu considerata come acquisita, un dato su cui non valeva la pena di discutere. Il terzo postulato, stavolta non di impostazione generale, ma proposto nell'analisi dei fatti, consiste nella disponibilità da parte del Lotti di un'auto rossa sportiva (128 Fiat) nei giorni corrispondenti all'omicidio degli Scopeti. Il quarto preconcetto riguarda la data del medesimo duplice delitto nei paraggi di San Casciano. In sintesi si può dire che le sentenze di condanna dei compagni di merende si fondano su quattro postulati, di cui due contraddetti in modo netto. Si deve poi affermare che le sentenze di primo e di secondo grado di condanna di Vanni e di Lotti abbandonano nell'incertezza il movente. La prima sul punto è contraddittoria e sostanzialmente incerta, la seconda quasi muta sulla questione. Nonostante i progressivi aggiustamenti, Giancarlo Lotti non spiega il movente. Le sue confuse dichiarazioni sul punto trascorrono disinvoltamente dalla sua personale - ma sempre con ostinazione negata - omossessualità, con conseguente timore di perdere la faccia ove essa fosse stata palesata pubblicamente, ai riti che si sarebbero svolti nella casa fatiscente del cosiddetto - non si è mai capito perché - 'mago' Indovino, al dottore di Pacciani che pagherebbe per entrare in possesso dei poveri resti che gli assassini strappano alle vittime femminili. Il problema è riviato. Altre indagini sono in corso. La rubrica della Procura ha già registrato il processo "Pacciani ter". Si stanno cercando i "mandanti". A questo punto si pongono alcune domande. È mai possibile che dalle contorte, autosmentite, più e più volte modificate con progressivi aggiustamenti non si sa quanto spontanei, dichiarazioni di Lotti, non suffragate dal benché minimo indizio (indicativa della metodologia nell'acquisizione delle prove di riscontro è la vicenda della 'buca' degli Scopeti), e sostenute sotto il profilo

teorico dall'esterno - ma non tanto, considerato che la stessa persona sarebbe stata interrogata più volte - con le 'illuminazioni' di quella certa signora ampiamente (forse troppo) citata più sopra, che nasca la straordinaria ipotesi dei mandanti e del fine di lucro dei manovali esecutori? Possibile che si impegnino subito energie per indagare in questa direzione? Possibile che nessuno s'accorga che in questo modo il problema non si risolve, ma lo si sposta soltanto un po' in avanti? Difatti il perché rimane. Il misterioso dottore, o gli altri altrettanti oscuri e indeterminati personaggi, a che scopo pagherebbe fior di milioni per entrare in possesso di quei brandelli di carne? Sta solo nei confusi, inverosimili, smentiti balbettantamenti di due ipodotati di villaggio la ragione per cui oggi l'indagine s'é impantanata nella paccottiglia dell'esoterismo d'accatto, delle sette dedite alla magia, dei riti per accaparrarsi energie, delle messe nere, e simili fantasie, non solo antistoriche, ma avulse dal contesto degli approfondimenti che tuttavia esistono sul tema? Detto per inciso, secondo me le persone che hanno speso e continuano a spendere danaro dei contribuenti per indagare in questa direzione acefala, forse non sospettano neppure in quale ginepraio abbiano messo i piedi. Ammesso e non concesso che intendessero documentarsi un po' meglio sull'argomento, quanto meno da un punto di vista storiografico, al momento di rendersi conto della bibliografia che occorre frequentare per orientarsi, suppongo che alzerebbero le mani. H o già detto che nella teoria pseudo-esoterica a fondamento del più recente spezzone d'indagini, appare, a mio parere, il perenne isolarsi da qualsiasi approfondimento storico e scientifico del mondo giudiziario. Un'astrazione supponente e sdegnosa, tale da secoli secondo l'analisi dello storico del diritto italiano Italo Mereu. Ecco in che modo un serio e documentato studio criminologico sui serial killer italiani liquida i 'compagni di merende': "Più recente è il caso del 'mostro di Firenze'... Per molti anni vi è stato un accanimento giudiziario nei confronti di Pietro Pacciani, perfetto 'capro espiatorio' per delitti sessuali. Ma il 'Vampa', ora deceduto, era un contadino rozzo e passionale, mentre gli omicidi di Firenze, freddi e precisi, vengono eseguiti da un uomo geniale ed impotente, colto e di buona famiglia, attualmente inoffensivo. Intanto i giudici, in barba dei profili psicologici che essi

stessi avevano richiesto agli esperti americani e italiani, hanno condannato per i delitti una sgangherata banda di guardoni, composta da vecchi postini e manovali..." 1 . Ma torniamo al tema del movente, quello che stiamo tentando di approfondire. La ricerca della causale per Giancarlo Lotti si è visto che è stata più complessa a paragone dell'indagine svolta sul tema, essendo indagato Stefano Mele. Ma anche nel caso dell'ex-cavatore sancascianese il processo psicologico del ricercatore non diverge molto da quello che guidò l'indagine sull'ormai dimenticato manovale sardo. Anche nel caso di Giancarlo Lotti, in un primo tempo l'inquirente, cercando in sé un'improbabile identificazione con l'autore, rifiutando cioè a priori l'eccezionalità del disturbo psichico, tentò di avvalorare il movente sulla base di una pretesa latente omosessualità di quella sorta di buffone di paese. Caduta l'ipotesi, fra i sogghigni di tutti i presenti al dibattimento, fu riesumato il movente economico - anche la bramosia di danaro corrisponde a un sentire comune, e di esso partecipa intimamente l'investigatore - benché risultasse chiaro che almeno a Lotti le imprese dei 'compagni' non avessero prodotto alcun utile. Tuttavia in tutti e due i casi le premesse erano e restano false. Esse escludono tout-court il rimosso e obliterato campo psicologico. Queste premesse contrastano con le rare acquisizioni serie del processo: le analisi dei tecnici dell 'équipe De Fazio e degli esperti dell'F.B.I. E divergono in modo netto e documentato dai dati fattuali concernenti altre circostanze più specifiche: la data dei delitti degli Scopeti, la non presenza dell'auto rossa sportiva di Lotti, il breve taglio solo nella tenda esterna, il coma profondo di Pia Rontini che le impediva di "strillare", per accennare ai più rilevanti. Di tutto questo, a mio parere, esiste una ragione profonda, che affonda le sue radici nella storia. I processi ai 'mostri' di Firenze sono un episodio emblematico di come funzioni un certo meccanismo di reazione e di rimozione. È una macchina perfezionata dal tempo e, come quella di Kafka, ha bisogno di corpi per funzionare. Di corpi la macchina ne ha trovati, uno dei quali ultra-collaborativo (Giancarlo Lotti). Ma la ragione più contingente consiste in un aspetto peculiare dell'autentico assassino. Esso, a mio parere, è (o era) in stretto contatto, per la sua pro-

fessione, per la funzione pubblica rivestita, con l'istituzione che lo avrebbe dovuto inquisire. Su questo, si rende necessaria una riflessione a parte, sufragata da numerosi indizi. Per ora una domanda. Quando il sistema giudiziario, sia pure inconsapevolmente e confusamente, avverte che il colpevole che stava cercando si annida al proprio interno, come si comporterà, quale sarà la sua reazione? Se il vero colpevole fosse palesato agli occhi della società, l'istituzione imploderebbe su se stessa, metterebbe in gioco la sua credibilità e con essa il suo stesso indispensabile prestigio. Trascendente nella sua essenza, cioè apparentemente investita di un'autorità che promana da qualcosa che sta al di fuori dell'arbitrio umano, ammantata di sacralità (anche se il sacro è mascherato nelle nostre società laiche continentali), la nostra istituzione giudiziaria, come avviene nelle teocrazie, dissimula l'operato umano di matrice pratico-empirica per farsi agente di una violenza pura metafisicamente autorizzata a sopprimere quella impura. La Giustizia con la 'g' maiuscola ha il compito precipuo di evitare che si sviluppino le vendette a catena (teoricamente senza fine) tra la parte offesa e quella incriminata, e di applicare pene esemplari che, si potrebbe dire, assolutizzano la vendetta attribuendogli un valore sacrale. L'aura metafisica consente di sedare e scongiurare le personali volontà di vendetta, altrimenti messe in atto dalla rozza azione umana quando sia lasciata a se stessa. "A partire dal momento in cui è solo a regnare, il sistema giudiziario sottrae agli sguardi la propria funzione. Al pari del sacrificio, dissimula - anche se al tempo stesso rivela - ciò che lo rende identico alla vendetta, una vendetta simile a tutte le altre, diversa soltanto per il fatto che non avrà séguito, che non sarà vendicata anch'essa" 2 . Il sistema giudiziario immobilizza la violenza immanente risucchiandola nel trascendente. Il sacrificio di uno - il capro espiatorio - vale per tutti, purifica le colpe d'ognuno e placa la sacra violenza della giustizia divina. Questo stato di cose è accettato, anche se misconosciuto, dalla società civile finché l'istituzione giudiziaria conserva la sua trascendenza dissimulata. Cioè finché resta possibile riconoscerla come arbitro imparziale, cioè in quanto ente depositario di valori extra umani. Se il colpevole, il quale si annidi all'interno dell'istituzione, fosse rivelato,

nel caso si tratti di un omicida che ha commesso feroci crimini, protratti nel tempo e apparentemente del tutto irrazionali - cioè privi di moventi comprensibili e perciò minacciosamente indiscriminati - la vendetta richiesta dalle vittime si indirizzerebbe verso la stessa istituzione, che avrebbe perso, a causa di quei delitti, la sua ragionevolezza sacrale. Avrebbe perso cioè la metafisica che garantisce il ruolo super partes di controllo sulle esplosioni di violenza che possono scaturire dalle vendette a catena. Diventerebbe violenza immanente e perciò impura. L'istituzione sarebbe minacciata nella sua esistenza perché diverrebbe essa stessa personale, oggetto e soggetto della vendetta che la violenza impura scatena. È questo, da un punto di vista astratto e generale, che sta avvenendo nel nostro caso, in una fase storica in cui il sistema giudiziario è stato decapitato della sua testa trascendentale, e perciò reso sempre più dipendente da altri poteri che lo hanno inserito nella lotta politica, a sua volta degenerata a vendicative lotte di clan. Ecco perché nel nostro caso, per salvaguardare se stessa, l'istituzione giudiziaria sposta fuori di sé il soggetto impuro (l'agente che ha commesso gli orrendi crimini), lo trasfonde magicamente nella società civile, trasmutandolo in oggetto privato delle sue caratteristiche personali, cioè non bene identificato e indifferenziato - come la peste di un tempo - e per questo contagioso, potenzialmente contaminante tutti i membri di essa (i contadini, ma anche i nobili, i professionisti eccetera). L'istituzione difende così la sua trascendenza, e conseguentemente il suo diritto alla violenza. Essa si contrappone all'impura società civile, adesso trasformata in oggetto indifferenziato ed esposta al contagio di ogni suo membro. In questo modo, chiunque entri a contatto con l'impuro, può diventare un agente criminogeno. L'idea di setta satanica connotata dall'essere disumana (sacrale in senso negativo, cioè anch'essa al di fuori dell'umanità come controparte impura del bene, ma in realtà l'altra faccia del doppio mostruoso, il Giano bifronte che è aJ tempo stesso buono e cattivo) è potenzialmente estendibile a qualsiasi individuo. Tranne, ovviamente, che al soggetto stesso che l'ha portata alla

luce e che la mostra come violenza impura (indefinitivamente distruttrice). In ogni caso dovrà restare immune l'istituzione giudiziaria nell'atto di proteggere se stessa. La trascendenza minacciata si difende con un'altra trascendenza di segno negativo. Al controllo misurato e vigile della violenza, si contrappone la potenza devastatrice delle oscure forze del 'Male'. L'istituzione giudiziaria si protegge in primo luogo instillando la paura e il sospetto nella società civile, inducendo la collettività (ovvero tutti quelli che non appartengono alla societas istituzionale, formata dai giudici, dai poliziotti, dai funzionari, che sono fin da subito immmuni dal contagio) a operare una sorta di suicidio. Se ne sacrifica una parte, paradossalmente e perversamente, per garantire la sopravvivenza di quella stessa società, di cui l'istituzione è la propaggine che attinge direttamente al sacro. Il sospetto, come strumento di autoprotezione, allontana da sé lo sguardo. Lo allontana cioè dalla fonte originaria da cui è partito, e lascia aperta, attraverso una pseudo-ricerca pescando nel mare magnum del contesto sociale, la questione sulla reale identificazione del colpevole o dei colpevoli. In questo modo il sospetto non ha confini. Una volta che sia stato generato, solo un arbitrario atto di forza può decidere fin dove gli è concesso di propagarsi. Non si può essere mai sicuri che quei singoli condannati o inquisiti siano gli unici. I colpevoli sono potenzialmente tutti, eccetto l'istituzione stessa che si è preventivamente immunizzata dal contagio dopo avere segretamente isolato al proprio interno il bacillo pestilenziale. E questa una sindrome, con una componente che rasenta la psicopatologia, per dirla in senso positivista, che ormai fa parte della cultura di massa. Può essere interessante, ed è quasi certamente divertente, come ho già fatto citando La parola ai giurati - film che propone un sentimento democratico della giustizia, ma che è servito negli anni Cinquanta e Sessanta a creare 0 mito della democraticità e civiltà della giustizia americana, contribuendo però a offuscarne altri aspetti: il maccartismo e l'onerosità, che la rendono effettiva, come giustizia, solo per i ricchi - richiamare ancora una volta il cinema. Certi film esprimono bene l'inconscio collettivo appartenente al villaggio globale. Oggi alcune vecchie pellicole sono emblematiche molto di più che qualche decennio fa, da quando cioè la televisione amplifica in

misura esponenziale l'arte cinematografica. L'idea del contagio e della diffusione del sospetto è espressa in forma metaforica nei film di fantascienza degli anni Cinquanta, ripresi poi in tempi più recenti con molte varianti. I vari Alien e Biade Runner, per ricordare i più famosi. In chi si annida Alien? Come si riconosce un replicante? (Negli anni Cinquanta il cinema di fantascienza era ai suoi esordi e perlopiù seguiva dei cliché grossolani) 3 . Amplifichiamo la metafora. Gli alieni sono davvero tra di noi? La risposta è sì, se con alieno intendiamo un genere di istituzione che si distingue dalla società civile, e che mantiene le distanze da essa, su di essa scaricando il potenziale aggressivo che le si potrebbe rivolgere contro. L'istituzione giudiziaria diventa aliena nel momento in cui si sente minacciata nella sua esistenza. Da quel momento non è più espressione della società, ma potere che la sovrasta e la manipola. Si è involata, ritirata dalla sua trascendenza inattaccabile, si è resa invisibile, e assiste alla società che divora se stessa, dopo averla astutamente indotta all'impulso autodistruttivo. Dice René Girard: "Qualsiasi comunità in preda alla violenza od oppressa da qualche disastro al quale è incapace di porre rimedio si getta volentieri in una caccia cieca al 'capro espiatorio'. Istintivamente, si cerca un rimedio immediato e violento alla violenza insopportabile. Gli uomini vogliono convincersi che i loro mali dipendono da un unico responsabile di cui sarà facile sbarazzarsi" 4 . Ritorniamo ai casi nostri. Questo unico responsabile, "di cui sarà facile sbarazzarsi", fu in un primo momento identificato in Pietro Pacciani. Pacciani aveva le caratteristiche ideali del capro espiatorio. Cioè quelle caratteristiche che le società, primitive, teocratiche, laiche in modo dissimulato, individuano e attribuiscono allo loro vittima sacrificabile. Pacciani aveva già ucciso una volta, e aveva violentato le proprie figlie. Pacciani era incestuoso. "E rivelatore il fatto che tali violenze collettive si giustifichino da sole, il più delle volte, con accuse di tipo edipico, parricidio, incesto, infanticidio, ecc." (Girard, La violenza e il sacro). Pietro Pacciani, 'il lavoratore della terra agricola', benché rozzo e illetterato, fu ben consapevole di questa sua predestinazione. Si definiva "agnellino",

con evidente riferimento alla vittima sacrificale. Quello che apparve al dottor Perugini, suo principale inquisitore, come un indizio di colpevolezza, vale a dire il suo atteggiamento guardingo, fino dall'inizio di difesa riguardo ai delitti del mostro, era invece espressione della sua consapevolezza. Pietro l'intelligente l'aveva capito fin da subito, nonostante la prudenza dell'interrogante, il quale nascondeva i suoi autentici obiettivi dietro un'apparente indagine riguardo ad una banale contravvenzione su un fucile non denunciato, dove si andava realmente a parare. Pietro il rozzo non capì però che proprio la sua innocenza lo esponeva alla condanna: autoproclamandosi "agnello", sventolando santini, sciogliendosi in lacrime, paragonandosi a Gesù, non faceva che il gioco di coloro che 10 accusavano. Mostrava di aver capito, e per questo era più meritevole di punizione. La sua intelligenza diventò 'diabolica' proprio per questo, per essersi egli avveduto del ruolo reale che gli veniva imposto. Don Cubattoli, 11 cappellano delle Murate, all'epoca il carcere fiorentino, innocentista convinto, si rese conto, dall'alto della sua pluriannale esperienza, del rischio che correva il contadino mugellano: "Non ti scalmanare tanto, Paccianino" gli consigliò "se Cristo innocente l'è andato sulla croce, tu ci puoi stare in galera, te, che qualchecosina, magari non proprio quella roba lì, magari diversa, ma insomma e' tu l'hai fatta, eh Pietro?" 5 . L'aspetto più peculiare del capro espiatorio è di essere al tempo stesso interno ed esterno alla comunità. Interno, perché altrimenti il sacrificio rituale non riguarderebbe la purificazione della comunità stessa - non placherebbe la violenza del sacro - ed esterno per mettere la comunità al riparo dal pericolo di contagio. Per questo l'autentico capro espiatorio dev'essere preferibilmente innocente rispetto al delitto. Comprendevano, pur confusamente, quest'aspetto della questione tutte le signore di buona famiglia che su Pacciani si esprimevano in questo modo: "Magari non sarà il mostro, ma sta bene in galera lo stesso". Il colpevole inoltre non può essere ritenuto come un 'diverso' rispetto alla generalità dei cittadini fra i quali è vissuto. Ricercarne gli aspetti psicopatologici, che lo distinguerebbero nella sua comunità, significherebbe trasformarlo in vittima. Per questo, niente perizie psichiatriche. Indicativo il titolo

del libro di Ruggero Perugini: Un uomo abbastanza normale. Altrove, nella sentenza dei giudici dell'appello nel processo ai compagni di merende, questi ultimi sono descritti come un gruppetto di beoni di paese, protetti dall'omertà dell'intero paese di San Casciano. Sacrificare un 'diverso', vale a dire "una vittima, sarebbe compiere proprio l'atto che esige la vendetta, sarebbe obbedire rigorosamente alle esigenze dello spirito violento" (Girard, cit.). Ad esempio i Tupinamba del Brasile trasformavano il nemico catturato all'interno di una comunità avversaria, in uno di loro, e questo prima di sacrificarlo. La preparazione del diverso in affine poteva richiedere anche anni, e in essa era talvolta compreso il matrimonio della futura vittima con una donna di una delle famiglie appartenente ai vincitori. Anche questi caratteri del capro espiatorio erano soddisfatti da Pacciani e dai suoi assistenti aggiunti in un secondo momento (i compagni di merende). Il gruppetto era interno alla comunità, ma considerato marginale, in una zona di confine. I soprannomi dati ai vari componenti del gruppo dalla collettività di appartenenza sono indicativi: il Vampa, il Torsolo, il Catanga. I vari soggetti erano considerati come l'eccentrico con tendenze criminali, tuttavia temperate da una bastevole normalità (Pacciani), oppure i ritardati, gli emarginati dalla comunità, i "grulli" del paese, come si dice in Toscana (Vanni e Lotti). In alcune società il grullo, il buffone, o il folle, veniva sacrificato al posto del re. Tuttavia Pacciani, da solo e con i 'compagni', non integrava un altro aspetto fondamentale che il capro espiatorio deve rivestire. Nei rituali di molte società esso deve essere divinizzato, deve attingere al sacro, perché il sacrificio abbia efficacia. Deve essere emanazione del trascendente che si è fatto immanenza. Egli è sì colpevole di aver turbato l'ordine sociale, ma in quanto espressione della collera divina, come un eroe dominato dall'hybris: dev'essere una sorta di Edipo. Col suo sacrificio la collera devastatrice (la violenza immanente) rientra nel trascendente, cioè da dove era scaturita, e la pace ritorna nella comunità. Ma Pacciani era soltanto un grezzo contadino, ancorato alla terra, nessuna aura sacrale si poteva scorgere in lui. Pacciani era troppo terrestre, troppo rozzo, e come lui i suoi pretesi complici.

La setta satanica arriva in soccorso a riempire questa lacuna. C'è un livello superiore, che presiede alle atrocità che sarebero state commesse materialmente da Pacciani e soci. La setta satanica è l'aura sacrale che mancava ai compagni di merende. La setta satanica, ancora al giorno d'oggi, come lo era stato un tempo, è il capro espiatorio più facile da additare e da condannare. In più la setta è anche pericolosamente contagiosa, include più ceti sociali, si può allargare a macchia d'olio e coinvolgere un'intera comunità, come succedeva all'epoca dell'inquisizione. Appare evidente, almeno a chi scrive, che la setta come capro espiatorio denota una crisi della istituzione, che si sente minacciata dalla società nel suo complesso. La "crisi sacrificale", direbbe Girard, riporta la società al suo stato caotico originario, nel quale la violenza immanente non ha più confini. Tanto che oggi, si potrebbe dire catastrofizzando un poco, questa crisi ha la sua espressione più eversiva nella guerra civile generalizzata, oltre le Brigate Rosse. Ma come può accadere che un feroce serial killer, con le caratteristiche del mostro di Firenze provenga dall'interno dell'istituzione giudiziaria e poliziesca, e più in generale dell'istituzione tout-court? Ecco come: la giustizia, si è detto, emette sentenze esemplari. In qualche maniera, persino oltre la colpevolezza o l'innocenza dell'imputato. L'innocenza o la colpevolezza dell'imputato è secondaria, rispetto all'esemplarità, alla funzione che il condannato (sacrificato) deve avere, per catalizzare su di sé l'indignazione mista a paura dei membri della società. Il capro espiatorio deve appagare idealmente la sete di vendetta, liberare i consociati dalla violenza con un gesto soprattutto simbolico. Le sentenze di condanna in alcuni processi famosi avevano questa chiara connotazione. Di alcuni di essi, infatti, si discute ancora sulla effettiva colpevolezza o meno dei condannati 6 . Normalmente la condanna del reale colpevole è un fatto accidentale, come lo è di converso l'errore giudiziario. Gli organi della magistratura, dal funzionario di polizia, al pubblico ministero, alla corte giudicante, coscientemente o meno, si orientano nella ricerca del capro espiatorio, che solo incidentalmente coinciderà col vero colpevole. Quando si condannano i veri colpevoli, è solo perché in essi la funzione del capro espiatorio coincide con il realmen-

te accaduto. In un certo senso, in molti casi, certi autentici colpevoli erano destinati a quelle azioni, erano stati educati anticipatamente a rivestire quel ruolo, per estrazione sociale, per vissuti familiari. Talvolta sono stati indotti a delinquere fino dalla nascita. Solo in questo senso la giustizia non si discute, solo allora è infallibile, in quanto ha scelto bene il soggetto capace di interpretare la parte. Del resto, l'istituzione è l'unica in grado di scegliere, e ha il potere di decidere chi di volta in volta sia la persona più adatta. E in un certo modo conseguenziale, che su un tale terreno fecondo possa germogliare una mente che si erga a giudice ed esecutore di condanne esemplari per ripulire la società dai suoi mali. In un certo senso un tale individuo non dissimula il meccanismo del capro espiatorio soggiacente alle funzioni di giustizia, ma lo rende esplicito, ne fa un chiaro atto simbolico, nel quale le vittime, brutalmente giustiziate, non sono punite per se stesse, ma come rappresentanti indifferenziate, in ogni caso ai suoi occhi adeguatamente rappresentative di un'intera società nefasta e condannabile. Le vittime, dall'angolo visuale di una tale mente psicotica, cui spesso si somma l'impotenza sessuale (che da sola, ovviamente, non potrebbe giustificare quei crimini, ma ne definisce la peculiarità) hanno le caratteristiche emblematiche del capro espiatorio. Non per caso nei fatti che ci riguardano, le vittime prescelte sono quantomeno adultere, oppure sessualmente trasgressive perché non stavano nel luogo deputato a svolgere le riservate e normalmente nascoste attività sessuali. Compivano un reato con una definizione precisa nel codice penale, realizzavano come minimo gli "atti osceni in luogo pubblico". La loro visibilità era motivo di scandalo, come dice il Vangelo a proposito del peccatore che scandalizza un fanciullo. Tutto questo all'interno di una società, va detto, nella quale il dissenso giovanile si è espresso innanzitutto con la liberazione sessuale, un'insidia all'istituzione familiare che occorre arginare per non mettere in crisi tutta l'impalcatura sociale di cui la famiglia è la prima pietra. Lo dice anche il Papa, questo. Nell'ottica della persona che sto cercando di individuare, e che fa parte, o che sente intimamente e forse solo soggettivamente, di far parte dell'istitu-

zione, la libertà, o il liberismo sessuale è una prassi destabilizzante che va soppressa col terrore. Per questo l'anno del primo duplice delitto del mostro, è tutt'altro che casuale: appare invece esemplare e molto indicativo. "Correva l'anno 1968", si sarebbe detto nella prosa narrativa di un tempo. E correva davvero, il 1968, a perdifiato, in molte direzioni, generando un comune sentimento di paura. I delitti del mostro di Firenze prospettano una coincidenza che sconfina nello straordinario. In essi il ruolo del capro espiatorio riguarda sia le vittime che i presunti colpevoli. Questi ultimi sono vittime anch'essi. A volte per caso, ma più di frequente, e in una certa misura consapevolmente, essi sono - come si vedrà - frutto della medesima volontaristica selezione. Sono capri espiatori, nella prospettiva del serial killer, Barbara Locci, Stefania Pettini, Carmela Di Nuccio, Susanna Cambi, Antonella Migliorini, Horst Meyer, Uwe Jens Rusch, Pia Rontini, Nadine Mauriot, e i giovani compagni delle vittime femminili. Ma diventano capri espiatori anche Stefano Mele, Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti. Un aspetto centrale e di importanza fondamentale nella vicenda dei delitti del mostro di Firenze riguarda l'interazione dell'autentico assassino con le indagini istituzionali. Un fenomeno del tutto cancellato, in quanto scomodo e fuorviarne, dagli inquisitori e dai giudici che si sono occupati del caso. La prima ordinanza della Corte d'Assise di primo grado nel processo Pacciani, riguardò l'eliminazione dall'incarto processuale di tutti gli scritti anonimi. D'altronde in pochi hanno visto, che io sappia, il biglietto anonimo spedito nel 1982 al dottor Vincenzo Tricomi, che conteneva un ritaglio di giornale in cui si parla dell'uccisione di Barbara Locci e di Antonio Lo Bianco, con in aggiunta la scritta: "Perché non andate a rivedere il processo per i fatti del '68 che si svolse a Perugia?" Scrive Mario Spezi: "Incredibilmente il messaggio, custodito nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti, si perse. La procura della Repubblica di Firenze negò che fosse mai esistito. Ma il giudice Vincenzo Tricomi... lo ebbe in mano e ci ha autorizzato a confermarne l'esistenza" 7 . Non soltanto esistono, nero su bianco, le lettere spedite ai magistrati, non soltanto c'è il brandello di seno di Nadine spedito alla dottoressa Silvia Della Monica. Non solo fanno parte dei dati di fatto positivamente accertati le

telefonate alla moglie di Enzo Spalletti, ad Allegranti, ma c'è innanzitutto l'intensificarsi dell'azione omicida in corrispondenza con alcune carcerazioni conseguenti alle indagini. Nel primo caso, il delitto del '68, il caprio espiatorio, come vittima sacrificale da aggiungere al sangue della coppia uccisa, dal punto di vista dell'assassino è soddisfacente. Stefano Mele la galera se la merita. Consente alla libidine colpevole della moglie, lui pure è consapevole che il figlio, il piccolo Natalino, assiste alle performances amorose dell'insaziabile Barbara. Vada dunque, giustamente, in carcere e ci resti. Enzo Spalletti no. In quanto guardone è ignobile, ma come caprio espiatorio è del tutto inadeguato e pericoloso: minaccia di dire quello che ha visto la notte dei delitti. Ecco perché l'intervallo fra il terzo duplice omicidio e il quarto è così breve: solo quattro mesi. Perché Spalletti è in carcere, sospettato di essere il mostro. Il quale sa come fare per scagionarlo. Francesco Vinci, anche lui è inadeguato e pericoloso, lui pure ha visto qualcosa alle Cascine del Riccio di Signa, lui pure minaccia di parlare. Prima lo si scagiona nel solito modo, poi lo si uccide (9 agosto 1993). Mele e Mucciarini rappresentano un'escrescenza anomala nell'inchiesta. L'onesto muratore e il collaborativo (a suo tempo, nell'inchiesta su Stefano Mele) fornaio, non possono rivestire il ruolo di capri espiatori, come tali innescano la perversità dell'errore giudiziario. Scagionati nel modo consueto: uccisa la coppia di Vicchio, mentre i due scontano la prigione preventiva. Pacciani invece è adeguato. Già una volta omicida, incestuoso, violentatore delle figlie, che si vuole di peggio? Lo attestano due lettere anonime che lo accusano. La seconda addirittura prospetta e allega una prova materiale (l'asta guidamolla che sarebbe un pezzo della famosa calibro 22). Nel mio libro, Pacciani innocente, prospetto l'ipotesi, suffragata da numerosi indizi, che il duplice omicidio dei francesi sia stato organizzato dal killer in modo tale da far ricadere i sospetti su Pacciani 7 . Gli agenti F.B.I. l'avevano detto: "Può aver tentato di controllare le indagini attraverso contatti diretti o informali con la polizia". Chi meglio di un soggetto interinale all'istituzione può avere il modo di controllare le indagini? Dunque un giustiziere. Con una doppia faccia, quella dell'assassino e quella di collaboratore occulto alle indagini.

Vediamo la prima delle due facce della stessa medaglia. Oltre al fatto di non violentare le sue vittime, un'altra peculiarità del mostro di Firenze, è quella di uccidere prima che le coppie abbiano iniziato l'atto sessuale vero e proprio. Non credo che questo sia casuale. Il fortuito è escluso dalla ricorrenza. Le vittime sacrificali non devono essere interamente colpevoli, affinché la violenza, lo spirito di giustizia del mostro sia pienamente appagato. Occorre che la sua ferocia e la sua distruttività una volta sprigionate non lo spingano a uccidere troppo rabbiosamente immediatamente dopo l'atto sessuale. L'uccisione dev'essere purificatrice per lui stesso, deve sublimare la sua violenza e così placarla. Ed anche dev'essere violenza sublimante per le vittime sacrificate, uccise prima che completino gli atti osceni, cioè prima che divengano completamente impure, così da evitare che la violenza si manifesti, se possibile, in un modo più radicale, risultando accanimento senza più controllo. Così si spiega la freddezza. Il rituale, la cui caratteristica principale è quella di essere avulso, almeno in apparenza, da ogni finalità sessuale, asettico, disancorato da ogni lascivia, serve a dominare la violenza. Ma anche per questo motivo progredisce mano a mano che la violenza diventa meno controllabile (prima solo il nascondimento del pube, poi un tralcio di vite viola l'intimità femmminile, poi l'escissione, e infine l'escissione del pube e del seno sinistro). I rituali, e in particolare le escissioni (altro che fine economico!), sono un tentativo di dare un valore sacrale e trascendente a un atto di giustizia vendicativo (qui l'impotenza ha un ruolo centrale), altrimenti privo di confini. Le vituperazioni dei cadaveri femminili aumentano proporzionalmente alla perdita di controllo. In un certo senso più la violenza si fa serrata e feroce, più aumenta l'esigenza di giustificarla ritualmente. Di per sé sola, questo tipo di progressione criminosa indica con evidenza, e considerati tutti i precedenti criminologici in merito, la presenza di un'unica persona. Non ha alcun senso, all'interno di un collettivo dedito a omicidi rituali, una progressione di questo genere. S'è detto che capri espiatori, oltreché le vittime, sono anche i presunti colpevoli: Stefano Mele, Pacciani, Vanni e Lotti. Finora, perché gli altri, i mandanti, i dottori, i satanisti, sono di là da venire. Utili questi ultimi per lo scopo 'sacrale', ma destinati, a mio parere, a restare nell'ombra da cui sono nati. Colpevoli dormienti, insomma, immersi nel sonno della ragione.

1

Paolo De Pasquali, Serial Killer in Italia, Ed. Franco Angeli, p. 17. René Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 2000, p. 112. ' Lo schema di questa cinematografia di serie B - ma di larghissimo consumo - è più o meno costante: il crepuscolo, la strada deserta e diritta spezza verticalmente il vasto paesaggio brullo tipico di certe zone degli States, un cespuglio spinoso rotola spinto dal vento, il canto dei grilli, l'atmosfera è pregna di presagi funesti. Un furgone entra in campo, in fuga dagli extraterrestri. Sullo sfondo alcune vacche incenerite. Nessuno crede al contadino impoverito da un intervento così eccezionale. Spuntano da una collinetta dischi ovoidali, muniti di braccia, le cui estremità finiscono in occhi luminosi. I bracci girano da una parte e dall'altra, a intermittenza emettono raggi che distruggono tutto quello che capita loro a tiro. I film di questo genere proseguono rimodellando la scena iniziale su diverse situazioni, fino a quando interviene l'esercito, che, con l'aiuto di un super eroe, riesce a neutralizzare il nemico alieno (quasi sempre è l'energia atomica a salvare il mondo). Questo è, più o meno, lo stereotipo. Ma esistono alcune eccezioni che fanno del racconto fantascientifico un'inquietante e pregnante metafora della civiltà contemporanea, e che inducono a una riflessione, non tanto sul nemico esterno (l'associazione tra alieni e minaccia sovietica, nel modello descritto, è fin troppo evidente), ma sul subdolo nemico interno (sebbene solo in apparenza di origine esterna, cioè extraterrestre). Ricordo le sequenze finali di uno di questi film - di cui non rammento il titolo - ambientato nella solita cittadina della provincia americana, in un quartiere con villette a schiera tutte uguali abbinate a giardinetti perfettamente squadrati: le rassicuranti abitazioni della media borghesia. Dopo uno straordinario black-out, si è assitito alla discussione animata sulle cause di esso fra i cittadini. Si avvicina al gruppo un ragazzino con gli occhiali, l'aria intelligente. Cammina lentamente immerso nella lettura di un giornale a fumetti. Raggiunto il crocchio si ferma per ascoltare i dialoghi dei vicini. "Lo so io cosa è successo" dice. Il ragazzino espone la sua tesi: "Sono stati gli alieni. Hanno bisogno di energia e la prendono dalla nostra". "Dove li avresti visti questi alieni?" gli obietta uno scettico. "Gli alieni si mescolano agli umani, si mimetizzano tra noi, il tuo vicino di casa potrebbe essere uno di loro, proprio come sta succedendo qui", dice il ragazzo, e indica il fumetto che sta leggendo. La tesi fumettistica insinua il sospetto tra i presenti. Ognuno di loro potrebbe essere un alieno. Si comincia a fare commenti sugli strani comportamenti osservati nel vicino di casa, tutti si accusano l'un l'altro di inesplicabili stranezze. Il contagio si diffonde, adesso tutti sospettano di tutti. Esplode la violenza, comincia la caccia all'alieno infiltrato sotto false spoglie. I 'pacifici' borghesi cominciano a uccidersi tra di loro, uccisioni che si allargano e contaminano tutta la città. Ma il 'suicidio 2

della società' noi non lo vediamo. La scena viene interrotta sulle prime carneficine, lasciandoci soltanto intuire il disastroso sviluppo. La macchina da presa si è spostata su una collina. Su di essa due alieni, osservano la cittadina sotto di loro. "Non c'era bisogno di distruggerli..." dice uno dei due all'altro. "I terrestri sono una specie stupida, basta insinuare in loro il sospetto, e fanno tutto da soli". Il tema sarà poi ripreso in un altro prototipo dello stesso genere catastrofico, il famoso, L'invasione degli ultracorpi, di cui in tempi recenti sono stati girati alcuni

remake. 4

Réné Girard, cit., p. 112. Nino Filastò, Cacciani innocente, cit., p. 133. 6 Prezioso, da questo punto di vista, è il libro di Vincenzo Tessandori, La Corte si ritira, storie controverse di controversa giustizia, Baroli editore, Milano 2004. Il libro, ampio e ben documentato, percorre la storia giudiziaria italiana soffermandosi sui processi di cartello dell'ultimo mezzo secolo, alcuni dei quali si sono risolti in modo ambiguo e lasciando spazio al dubbio, quando non si siano conclusi con un errore giudiziario (come il processo Ghiani/Fenaroli, secondo il parere di chi scrive). 7 Mario Spezi, Toscana nera, Polistampa, Firenze 1998, pp. 139-140. 8 Nino Filastò, Cacciani innocente, cit., pp. 161 e segg. 5

C A P I T O L O DODICESIMO L A SETTA SATANICA. MUTI

MORDER?

M E T T I , UNA NOTTE IN VILLA. L A 'VILLA DEI MISTERI'. S E T T E SATANICHE E DEMOCRAZIA

Le sette sataniche 1 sembra che siano dappertutto. In America, ovviamente, ma anche da noi. A Torino pare che ve ne sia un gran numero. Un fenomeno nostrano è sicuramente la bolognese Bambini di Satana (che non è una combriccola di cinquenni pestiferi: il termine 'bambini' intende esprimere una fede spontanea e in qualche misura ingenua). Il suo fondatore è la guardia giurata Marco Dimitri. Hanno provato a incastrarlo, il presunto profanatore di chiese e cimiteri, ma è stato assolto, lui e i suoi adepti. Cosa dice Dimitri del carabiniere infiltrato che l'ha poi denunciato? "Quel ragazzo si è presentato con una storia fasulla. E spesso l'inganno è il biglietto da visita del Maligno per entrare in contatto con gli uomini. Io ho avvertito fra me e il carabiniere un'intesa mentale ... Forse neppure lui sa questo filo che ha con noi" 2 . Guardia giurata e carabiniere, uno scontro fra affini. Chi è investito di una qualche autorità poliziesca sembra abbia una certa attrazione verso l'esoterismo. Uno dei maggiori rappresentanti del satanismo contemporaneo, Micheal A. Aquino, è - oppure è stato - un ufficiale del controspionaggio americano. Il suo specifico settore è - o era - la guerra psicologica e le tecniche di disinformazione. E lui che ha fondato II Tempio di Set, ma era anche il suggeritore occulto del signor La Vey, fondatore, quest'ultimo, nel 1966, della prima setta satanica, almeno pubblicamente dichiarata tale, in America: la Chiesa di Satana. La Vey, alias Howard Levy era un ex domatore. Aquino gli suggeriva i rituali ispirati ai racconti di Lovecraft 3 . Però, il più ascetico Aquino, per i suoi rituali, nel suo tempio, preferiva il fuoco sull'altare, alle belle vergini

nude di La Vey (anche se le giovani usate dall'ex-circense, disinibito e gaudente, tanto vergini non dovevano essere)4. H o già anticipato come il mostro di Firenze, quello autentico, sia, o sia stato, investito di una qualche funzione pubblica. Mi rendo conto di mettere il carro davanti ai buoi, ma preferisco riservare alla fine l'elencazione degli indizi che suffragano l'ipotesi. Tuttavia, una prima indicazione generale appare dalla dinamica dei delitti. La quasi certezza dell'impunità sembra guidare i suoi movimenti, come se, nel caso fosse scoperto in flagrante, potesse giustificare la sua presenza sui luoghi dei delitti con un atto d'ufficio. H o già indicato il particolare e perverso sentimento di giustizia che lo sosterrebbe come una sorta di alibi morale. Forse il mostro pensa di essere una 'mano di Dio', magari la sinistra, come immaginava probabilmente di se stesso il feroce inquisitore Corrado di Marburgo 5 . Qualcuno che punisce con la morte e la mutilazione l'impudicizia, l'adulterio e la promiscuità sessuale. Qualcuno che trova nell'impotenza la sua forza morale, e nella conseguente inibizione libidica il riscatto della potenza distruttrice. Come abbiamo visto, la tesi degli investigatori ufficiali è tutt'altra. Si è attestata sul gruppo, sulla setta satanica. Ma andiamo per ordine. Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza nel pullulare delle sette demoniache. Di tentare una catalogazione criminológica. Riconosco che occorre un lettore paziente e forte di stomaco. Oltreché nel satanismo, bisognerà affondare un pur fugace sguardo anche nel cannibalismo, al primo in parte contiguo. Prima di tutto, e per alleggerire, un accenno alle effusioni amorose. "Che cosa è un bacio? non è il desiderio ardente di aspirare una parte dell'essere amato?" diceva Giacomo Casanova, grande intenditore di baci6. "Aspirare", nel senso usato dal grandissimo scrittore settecentesco (in parte poco conosciuto come tale, almeno in Italia, dove la traduzione e l'edizione completa delle Memorie scritte da lui medesimo è del 1999), può essere sinonimo di 'assimilare', 'inglobare', o meglio ancora 'incorporare'. Gli amanti si rivolgono frasi del tipo: "ti mangerei". Così si esprime la madre col figlio lattante, mentre lo tiene teneramente tra le braccia. Accennando in questo modo ai baci, si parla di 'cannibalismo metaforico'.

('„M'ITOLO

D O D I C E S I M O

Qui il desiderio di incorporare l'oggetto amato per possederlo in maniera definitiva, è fortunatamente soltanto traslato, in modo metaforico, appunto. "Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare", recita il proverbio. Ma noi non possiamo restare tranquillamente sulla spiaggia litoranea. Dobbiamo "attraversare la grande acqua", come direbbero i Ching. Che succede quando il 'cannibalismo metaforico', non è più tale, ma viene messo in pratica? Cosa succede quando il salto, da metaforico a reale, è qualitativo, vale a dire quando dall'espressione affettuosa linguistica si passa all'azione concreta di mangiare un essere un umano? In una società civile lo scarto è abissale, non esistono gradazioni intermedie, l'uomo che mangia un proprio simile è davvero tutt'altra cosa. Lasciamo da parte le giustificazioni scientifiche sul cannibalismo tribale, secondo le quali il passaggio alla concretezza dell'azione sembrerebbe dipendere innazitutto da una carenza biochimica, dalla deficienza di serotonina per l'esattezza 7 . Succede che il 'cannibalismo metaforico' diventa 'cannibalismo profano'. L'aggettivo 'profano', a sua volta, distingue un fenomeno da un altro, definito 'rituale', isola cioè la pratica di intere collettività (perlopiù appartenti al passato) che si attengono a una serie di precetti, regole, gerarchie, valori simbolici e alimentari. Queste regole sono disprezzate dal cannibale profano, o se le rispetta, esse sono adattate ad hominem. I mangiatori di uomini profani sono singoli individui isolati, i quali agiscono in preda a impulsi sessuali incontrollabili. Essi assimilano davvero l'oggetto del desiderio. Incorporano realmente le carni della vittima prescelta. Questi cannibali profani hanno nomi e cognomi. Ecco alcuni fra i più importanti, senza la presunzione di fornire una lista completa: Friedrich Heinrich Karl Haarmann, il cosiddetto "lupo mannaro di Hannover", un informatore della polizia che aveva anche ottenuto il patentino di investigatore (Germania,1875-1925). Albert Fish, "l'orco di Westchester" (Stati Uniti, 1870-1936). Jeffrey Dahmer, il famoso "cannibale di Milwaukee" (Stati Uniti, 1960-1994). Andrej Romanovic Chikatilo, professore di letteratura detto il "mostro di Rostov" (Russia, 1936-1994). La coppia Ottis Elwood Toole e Henry Lee Lucas (Stati Uniti), su cui ritornerò di seguito. La lista non è completa, ne manca qualcuno, ce ne sono molti in Giappone, per esempio.

l'cannibali profani' altro non sono che alcuni tra i più feroci serial killer del XX secolo. Sulle spiegazioni sociologiche e psichiatriche che analizzano le loro efferatezze non parlerò in questo momento. Mi interessa solo evidenziare un tratto che hanno tutti in comune e che li differenzia dal mostro di Firenze. Hanno tutti violato sessualmente le loro vittime, chi in un modo e chi in un altro. L'atto cannibalico è il coronamento di un'aggressività sessuale esasperata, la fase orale non superata che assume forme psicotiche, direbbe Freud. Nel caso del mostro di Firenze, l'oggetto del desiderio, è un oggetto disprezzato, e la brama sessuale assume i tratti della vendetta, dell'odio giustizialista. Il soggetto della nostra ricerca non ha mai violentato le sue vittime, le ha solo freddamente uccise e mutilate, con perizia tecnica e distacco. Anche lui, come gli altri, ha prelevato alcune parti anatomiche, solo però dal pube e dal seno delle vittime femminili. Ma cosa ne ha fatto? Se le è mangiate come facevano gli altri? (Da notare che nessuno dei cannibali sopra citati ha una particolare predilezione per gli organi genitali o per le zone erogene). Parrebbe di no, ogni finalismo nutrizionale come coronamento della soddisfazione sessuale sembrerebbe da escludere. Niente 'cannibalismo profano', quindi. Forse è da questa constatazione che nasce la congettura più estrema. Un'ipotesi tratta dalla letteratura criminológica potrebbe essere quella del muti morder. "Con il termine muti morder s'intende l'azione di ottenere da un individuo vivo organi umani da impiegare nella preparazione, insieme ad altri ingredienti, di una pozione da impiegare in pratiche 'mediche' al fine di risolvere i problemi di un altro individuo, quali ad esempio l'impotenza, malfunzionamenti del sistema circolatorio e del sistema nervoso e più in generale per aumentarne la fortuna" 8 . Nel silenzio delle fonti dirette, e pescando dalle indiscrezioni mediatiche, parrebbe che l'ipotesi investigativa fosse questa: i poveri resti delle ragazze uccise e mutilate sarebbero stati seccati, o triturati, per preparare, mescolati a chissaché, un qualche beverone, in funzione di pozione magico-demoniaca. L'operazione sarebbe stata compiuta da qualcuno che non avrebbe - secondo l'architettura neogotica giuttariana, per quanto appare su certi giornali, e che definirei fumettistica - nemmeno assistito personalmente ai

delitti, ma atteso comodamente a casa, anzi in villa, l'orrendo pasto. Siamo così arrivati ai famigerati e fantomatici 'mandanti' dei compagni di merende. Rileviamo una prima discrasia, seguendo la casistica criminológica: l'assassino che s'inserisce nella categoria del muti morder compie più spesso un solo omicidio, in questo si differenzia dal serial killer. Le azioni sono volte a ottenere quel particolare organo. Nei nostri casi l'azione invece varia, dalla non mutilazione (delitti del 1968 e del 1974) la progressione criminosa s'intensifica con l'asportazione solo del pube, poi si passa all'asportazione anche della zona anale, infine si escinde anche un seno. L'anomalia del mostro di Firenze, autorizza a formulare l'ipotesi del muti morder? Si è già visto come il modus operandi s'inserisca con maggiore attendibilità, fino all'evidenza, nell'ipotesi dell'assassino seriale, in cui la fantasia guida le azioni, e le parti del corpo rimosse sono conservate come souvenir. Ma ammettiamo che l'ipotesi regga. Per sostenere l'ipotesi investigativa dei 'mandanti', occorre una prima correzione: lo scopo perseguito dal criminale non gli appartiene, bensì appartiene ad altri, coloro che al fine di entrare in possesso delle parti di cadavere escisse, finanziano il predatore. Ecco allora la setta satanica, il sabbah, il rito sanguinario di antica memoria inquisitoriale. Mi tocca affrontare a piene mani l'argomento. Full immersion nell'universo del diavolo, dunque. Attraversiamo di nuovo l'Oceano per tornare ad Aquino. Non dovrebbe indurre a riflettere il fatto che a fondare una delle prime e più note sette sataniche sia stato un ufficiale del controspionaggio esperto in tecniche di disinformazione? Siamo alla fine degli anni Sessanta (poco prima sono stati assassinati Kennedy e King), la 'sporca' guerra del Vietnam lacera le coscienze dei giovani statunitensi, è iniziata la stagione dei 'figli dei fiori', si fa strada una pacifica e universale ribellione giovanile. Per la prima volta nella storia, s'estende a tutto il mondo un diffuso e pericolosissimo rifiuto dei canoni tradizionali, accompagnato da una critica radicale delle gerarchie di potere a qualunque livello. Nasce il sospetto che le sette servissero a confondere le acque. A creare, cioè, un'identificazione tra ribellione giovanile e satanismo.

Se questo fosse stato l'obiettivo, bisogna dire che esso fu raggiunto in pieno. Il Sessantotto è stato quasi del tutto annichilito, in America come in Europa. Per fare un esempio parziale, ma significativo, un certo genere di musica rock, insieme al diffondersi delle droghe, fu enfatizzato dal cosiddetto 'satanismo acido'. Il rock, più o meno acido, gradualmente sostituisce le canzoni politiche e pacifiche, di autentica protesta, come quelle del cantastorie Bob Dylan. In Italia, un autentico cantastorie come Francesco Guccini incontra la concorrenza di altri musicisti, alcuni cantautori più che ascoltabili, ma la gran parte diffusori di lagne pseudo-poetiche che tuttavia vanno per la maggiore. Ma Francesco regge il confronto con coraggio e determinazione. In America, passo dopo passo, nell'ambito della cosiddetta musica giovanile, si arriva al contemporaneo Marilyn Manson, una vera incarnazione del demonio agli occhi dei benpensanti 9 . Non per pura coincidenza, né con accenni larvati, bensì esplicitamente e insistentemente, l'ambiguo cantante è stato di recente accusato di essere l'ispiratore della strage di Colombine. Qualcosa di simile, sui media americani, coinvolse a suo tempo gli innocui hippies. Secondo alcuni, il movimento hippy stava nell'atmosfera generale che aveva provocato i feroci delitti di Charlie Manson e dei suoi seguaci. Secondo altri, gli hippies trovavano il loro sbocco naturale nel terrorismo, o in alternativa, nell'alienazione totale per effetto delle droghe. Nella realtà, negli anni Ottanta gli hippies erano quasi del tutto scomparsi. Ritengo che l'invenzione della setta satanica mandante e ispiratrice dei delitti del mostro, abbia un'affinità, seppure in sedicesimo, con la funzione studiata in senso teorico, e quindi messa in pratica, dagli inquisitori controriformisti per giustificare l'annientamento dei ribelli eretici e dei liberi pensatori. Traendo spunto dalla reale esistenza di autentiche sette (ma su questo sarà necessario un approfondimento), più o meno pericolose, lo stesso genere di repressione preventiva in generale riappare, in modo più raffinato e nascosto, nell'epoca contemporanea. Vero è che i fatti, gli episodi massmediatici, le reazioni, sono ancora troppo vicini agli occhi per consentire un'analisi spassionata. Ma per quanto mi riguarda, l'idea di complotto va presa sul serio. Guardo con sospetto coloro che si accaniscono tanto a sbeffeggiarla.

Sono d'accordo con Carlo Ginzburg a questo proposito. "In Italia il termine 'complotto' viene usato da un decennio circa in contesti per lo più negativi: quasi sempre si parla di complotti per sostenere che non esistono, o che esistono soltanto nella fantasia sbrigliata dei 'dietrologi' (un termine, di conio più recente, dalle connotazioni ancora più chiaramente negative)... Eppure non si può negare che i complotti esistono. Alla loro fabbricazione e alla loro scoperta sono delegate, negli Stati moderni, istituzioni apposite (i servizi segreti)... Uno storico che cercasse di decifrare questa vicenda (la vicenda del processo ad Adriano Sofri e compagni. n.d.A.). rinunciando pregiudizialmente a qualsiasi atteggiamento 'dietrologico' farebbe poca strada - se con 'dietrologia' s'intende una sobria diffidenza interpretativa che non si accontenti di restare alla superficie degli eventi o dei testi" 10 . Perché oggi, quando tutto sembra rientrato nella più piatta assuefazione alla normalità del mercato globale, si assisterebbe di nuovo alla recrudescenza delle sette sataniche? Come spesso accade nella storia, ciò che era stato cacciato dalla porta sta rientrando dalla finestra. Rientra cioè la ribellione in una forma ancora più minacciosa, e più consapevole delle trame del potere e del suo cinismo affaristico, rispetto al movimento sessantottesco. Mi riferisco qui, esplicitamente, ai No Global. Siamo già sulla strada per satanizzare anche loro. Non simpatizzano forse, questi pseudo pacifisti, con le forze del male? Non rifiutano, essi, il coro di esecrazione isterico contro Osama Bin Laden, la nuova incarnazione del diavolo, benché sia stato allevato e nutrito dalla grande madre CIA? Correggo il tiro: se qualcuno ha scientemente confuso le acque, ciò non è vero per la maggioranza. Il maggior numero degli avversari dei satanisti - i cacciatori di sette - probabilmente sono inconsapevoli e in buona fede. La stragrande maggioranza dei nuovi adepti del capro diabolico non sanno dei meccanismi perversi che li sovrastano, e dei quali sono involontarie comparse. Perlopiù, i rituali dei satanisti si limitano all'ostentazione di simboli esoterici: la stella a cinque punte domina su tutti. È pura coincidenza che questa stella, l'antica raffigurazione del pentacolo, benché con un significato emblematico diversissimo, sia stata scelta come simbolo dalle Brigate Rosse? Talvolta sul corpo di una donna nuda sdraiata a mo' di altare, viene profa-

nata un'ostia, il sacerdote ammmantato di nero legge il Vangelo alla rovescia. Il rito si conclude, magari, con una demoniaca ammucchiata. Tutto qui, per quello che se ne sa. Forse alcuni adoratori di Satana sono fedeli all'immagine del fratello minore di Gesù Cristo in maniera più ascetica e meno carnale. Poi c'è la controparte, che, forse in buona fede, li accusa delle peggiori atrocità: violenze, sequestri, cannibalismo, infanticidio, omicidi rituali e via di seguito. Proprio come gli inquisitori d'un tempo. Ma nella casistica giudiziaria, quasi mai crimini di questo genere sono stati provati, come dimostra l'episodio giudiziario dei Bambini di Satana. "L'allarme pubblico nei confronti del satanismo - a cui, soprattutto, sono attribuiti migliaia di 'crimini rituali' - è stato probabilmente lanciato, all'origine, da ambienti protestanti fondamentalisti, ma oggi è diffuso soprattutto dal movimento anti-sette di origine laicista. \lAnti-cult movement si preoccupa di mantenere e anzi incrementare, l'allarme sociale contro i 'culti' deviami per sostenere la sua richiesta di leggi speciali o misure straordinarie nei confronti delle 'sette' (il cui raggio di applicazione sarà poi estrememente ampio e ambiguo). In questa chiave vengono facilmente esagerate anche le statistiche sul numero dei satanisti e sulla rilevanza del satanismo come fenomeno criminogeno, facendo del satanismo il tipo stesso del 'culto' pericoloso e talora tentando di collegarlo in modo più o meno fondato al mondo delle nuove religioni" 11 . Si tratterebbe di un'esagerazione, da cui nascerebbe una nuova emergenza che autorizzerebbe una più capillare attività informativa, e magari una nuova sommaria procedura inquisitoria. "L'attenzione non serpeggia unicamente nell'opinione pubblica o fra alcuni giornalisti a caccia di scoop"12. Un recentissimo libro di Angelo Zappalà cita la "Relazione sulla politica informativa e della sicurezza (primo semestre 1995)" presentata dal Presidente del Consiglio dei ministri, Lamberto Dini; la "Relazione sulla politica informativa e della sicurezza (primo semestre 1998)" presentata dal Presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi; le "Relazioni sul medesimo oggetto (secondo semestre 1998 e primo semestre 1999)" presentate dal Presidente del Consiglio Massimo D'Alema, e quelle del primo e del secondo semestre del 2000 del Presidente del Consiglio dei ministri Giuliano Amato. Tutti questi avvertimenti sollecitano una speciale cautela, un particolare impegno di vigilanza informativa degli apparati di intelligence e di sicurezza, prenden-

do spunto da fatti di massimo allarme a livello mondiale - la strage sulla metropolitana di Tokio - e in base a un sospetto nascente dalle celebrazioni del Giubileo, occasione che avrebbe potuto, nell'anno 2000, essere il momento favorevole per "l'attuazione di gesti clamorosi" ed eclatanti da parte di "sette pseudo religiose ed esoteriche", che sarebbero incrementate, in prospettiva, dalla "sempre più diffusa utilizzazione della rete internet". Gesti clamorosi ed eclatanti che, almeno in Italia, non risulta che finora si siano verificati. Una cautela di segno opposto, che si comincia a usare anche per i casi americani - nel cui territorio brulicano sette d'ogni tipo - non si dovrebbe a maggior ragione tenere nel debito e prudente conto per l'Italia? Restringendo ancora di più il campo. Questa prudenza, non dovrebbe trasformarsi in un rifiuto nel caso di Firenze e dintorni, popolato da gente incline all'ironia e allo scetticismo, piuttosto che al fanatismo neo-religioso, e nel cui ambito, che io sappia, non si è mai sentito parlare di sette sataniche, se non dal funzionario di polizia-scrittore dottor Giuttari, e dai suoi coadiutori? Ma anche se esistessero realmente, non sarebbe meglio ascoltare il parere di studiosi seri del fenomeno, invece di affidarsi a fonti molto incerte e superficiali? "Lo studioso non può che limitarsi a concludere che la pedofilia rituale e l'omicidio 'satanico' esistono presso un certo tipo di satanisti, come mostrano alcuni casi giudiziari, ma, contrariamente a quanto talora si legge, la prima è abbastanza rara, il secondo rarissimo" 13 . "Rarissimo" significa che il fenomeno non si produce quasi mai, e quando accade sembra molto improbabile che possa avere una durata protratta nel tempo. E possibile anche soltanto ipotizzare che per una trentina di anni un numero imprecisato di persone compia delitti del tipo che ci riguarda, senza che niente trapeli? Senza che qualcuno si dissoci dal gruppo, sia preso dal rimorso o dal disgusto, e metta allo scoperto la setta e i suoi delitti atroci? Ammettiamo anche questo. Ciò che appare incredibile, alle volte si rivela come una giusta intuizione. Ipotizziamo a distanza più ravvicinata la natura, presupposta satanica, dei delitti del mostro (rectius, nell'ambito della congettura proposta: 'mostri', al plurale). Prima di tutto un elemento di distinzione di carattere generale. Non bisogna confondere le religioni con la magia, lo spiritismo, e col satani-

smo (anche se talvolta i confini non sono così chiari). Le religioni hanno una visione del mondo globale che impone uno stile di vita onnicompresivo, e in molti casi una preparazione spirituale in vista dell'aldilà. Quasi sempre gli assunti religiosi di base sono per la loro stessa natura indimostrabili, cioè insuscettibili di verifica empirica. Al contrario, la magia e lo spiritismo agiscono su campi verificabili e devono funzionare. Maghi furono gli alchimisti come Giambattista Lulli, maghi anche i critici dell'alchimia, come Bonagiunta Orbicciani da Lucca 14 .1 maghi rinascimentali italiani-e più in generale europei erano scienziati. Maghi furono Leonardo da Vinci, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Giordano Bruno... Il fondamento scientifico e speculativo della magia la espone a verifica. A fondamento dello spiritismo e della magia moderna sta il positivismo. Per questo Conan Doyle abbandonò il cattolicesimo per diventare un seguace dello spiritismo, perché esso gli offriva dei fatti verificabili. Non c'è da meravigliarsi, se un caposcuola positivista come Cesare Lombroso concluse la sua vita da scienziato dedicandosi allo spiritismo in collaborazione con una donna del popolo del tutto priva di cultura 15 . La verifica empirica però, com'è immaginabile, espone la magia e lo spiritismo a continui collassamenti. Se una pozione contro l'impotenza non ha avuto efficacia, come è probabile che accada, se un maleficium non ha fatto ammalare l'insopportabile vicino di casa, l'iniziale adepto finirà con l'essere scettico sulla bontà di quelle pratiche. Perciò le varie sette magiche, spiritiste e anche sataniste, hanno spesso vita breve, o devono rinnovarsi 16 . Veniamo alla magia moderna o contemporanea. Non si può parlare di sette che praticano la magia genericamente. Ce ne sono di vari tipi, con differenze sostanziali tra di loro. A proposito di fenomeni magici si parla in primo luogo di frode, naturalmente. Si spiegano poi alcune convinzioni con la "volontà di credere", fenomeno psicologico attentamente studiato da William James, il filosofo pragmatista americano fratello dello scrittore Henry James. Quando non sia più sufficiente la psicologia, entra in campo la parapsicologia: "una disciplina che lotta, appunto, per vedersi riconosciuta la dignità di scienza e che è nata, storicamente, dai 'ricercatori psichici' che fin dal secolo scorso indagavano 'scientificamente' in particolare sullo spiritismo" 17 .

Esiste la "magia pratica", che promette poteri eccezionali, tali da modificare la vita degli adepti sotto il profilo del successo, della potenza sessuale, della salute. Si distingue poi la "magia gnostica" che fa del sapere la leva per accedere ai super-universi che costituiscono il mondo. Anche la "magia gnostica" modifica in meglio l'adepto che vi si dedichi con studio e diligenza, anch'essa ha potenzialità terapeutiche. La "magia evocatoria" riesce ad evocare spiriti, angeli o demoni, "elementali", o spiriti della natura. Il più alto livello è raggiungibile attraverso "la magia della vita", che insegna tecniche per giungere al mistero della vita e addirittura sconfiggere la morte, assicurando all'adepto la certezza dell'immortalità (traggo questa catalogazione da Massimo Introvigne, nel testo già citato, uno studio serissimo e documentato sui nuovi movimenti magici, dallo spiritismo al satanismo). Arriviamo più specificamente al satanismo. La prima differenziazione, più generale, è quella tra satanismo 'cattivo' e satanismo 'buono'. Quello 'cattivo', il più classico nell'immaginario collettivo, vede Satana contrapporsi a Dio, e postula una lotta tra le due Supreme Entità 18 . Ma attenzione, in epoca contemporanea, spesso la 'cattiveria' si riduce a una rivendicazione dell'energia vitale contro l'imbroglio metafisico e teologico della Chiesa. E più una sorta di ateismo scettico sull'aldilà, a sostegno dell'aldiquà e dei piaceri che esso offre. Satana assume più i tratti di un gaudente anarcorivoluzionario materialista, che di un promotore e facitore del male. Per il satanismo 'buono' si parla di luciferismo. Lucifero diventa complementare a Gesù. Non c'è propriamente opposizione al cristianesimo ma piuttosto integrazione. La trinità diventa quaternità: Padre, figli (Gesù e Lucifero) e Spirito Santo. Per dirla in termini più banali, il male e il bene sono indissolubilmente legati, o per meglio dire sono le due facce di una stessa medaglia. Le sette luciferiane sono speculative e innocue. Un qualsiasi satanista convinto e tranquillo, è protetto, come tale, dalla Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 21 e 8, tranne che, dice la legge costituzionale (art. 8), la confessione religiosa non sia in contrasto con l'ordinamento giuridico vigente. E dov'è scritto che una convinzione antitetica al credo e alla morale cattolica violi una qualsiasi norma di diritto? Vediamo adesso le 'cattive': si possono individuare vari gruppi. Ma prima di accennare ad esse, apro una parentesi.

L'analisi che sto facendo è per forza di cose sbrigativa, altrimenti questo libro rischierebbe di diventare un saggio sul satanismo, cosa che non è, e non vuole essere. H o dovuto appprofondire il tema, di fronte all'ipotesi strampalata formulata dagli indagatori del mostro di Firenze. Me lo sarei risparmiato, vale il discorso già fatto per tutto il libro. L'occasione, però, è stata utile. Vale sempre la pena di leggere chi ne sa su un argomento più di noi. Detto questo, continuo il mio rapido excursus. Alcuni gruppi si limitano a rituali decorativi come quelli descritti approssimativamente più sopra. In taluni casi si tratta di evocare Satana con rituali orgiastici che richiamano i culti dionisiaci. Ma oggi si direbbe che si mette in scena una specie di terapia di gruppo, recitando uno psico-dramma. Queste persone vanno lasciate fare, non danno noia a nessuno. Altri - e qui si entra nella volgarizzazione della magia, intesa nel suo significato più banale e incolto, benché diffuso - praticano la magia al fine di acquisire potenza sessuale, energia vitale, salute, fortuna al gioco o in amore, preparano intrugli stregoneschi con parti d'animali, ossa eccetera. Qualcuno - ma la cautela qui è d'obbligo, perché entra in campo una documentazione d'incerta attendibilità - disseppellisce cadaveri al medesimo scopo. H o già citato il precedente storico messo in rima da Giuseppe Giusti. Molto spesso, quasi sempre, la polizia si trova ad affrontare il reato di truffa. L'esplodere delle televisioni libere, e dei sedicenti maghi che danno consigli a pagamento, fondandosi quasi sempre su un'analisi approssimativa della psicologia del richiedente, hanno amplificato il fenomeno. Veniamo a ciò che potrebbe riguardarci più da vicino. Parliamo dell' O.T.O, sigla che sta per Ordine dei Templari dell'Oriente, che non è esattamente una setta satanica, anche se di stretta vicinanza. A mio parere, questi signori - i fedeli dell'O.T.O - sono caduti in un equivoco storico. Hanno prese per vere le accuse di apostasia, in sostanza di satanismo, che nel XIV secolo Filippo il Bello rivolse ai Templari. Questi guerrieri di Dio, sparsi per tutta Europa, casti ed ascetici fino all'ossessione, ma che avevano accumulato enormi ricchezze, in un primo tempo osannati dalla cristianità che difendevano, innanzitutto durante le Crociate, da un giorno all'altro furono accusati delle più turpi nefandezze e massacrati in massa. Le accuse erano quasi certamente false. Si trattava di una questione di soldi, come al solito. Filippo il Bello, indebitato fino al collo, aveva necessità di

rimpinguare i suoi forzieri. I Templari, per farla breve, furono trucidati a scopo di rapina 19 . In ogni caso l'attuale Ordine e le sue filiazioni, si è identificato con la versione demonizzata dei Templari. (Basta ripeterle più volte le menzogne, e si finisce per farle diventare verità, come insegnano certi attuali governanti). Se ora facessi l'elenco di tutte le sette nate dall'O.T.O, o ad esso affini, sarebbe necessario un altro libro. In sintesi, la diffusione di questi culti è dovuta all'inglese Aleister Crowley (1875-1947) che ha scritto alcuni libri e fondato una chiesa a Cefalù, in Sicilia, l'Abazia di Thelema. Crowley rappresenta in un certo senso la patristica di queste sette contemporanee, anche di quelle più propriamente sataniche. In esse hanno un ruolo centrale rituali e pratiche di magia sessuale. Faccio alcuni esempi di queste pratiche senza riferimenti alle relative sette. Ripeto che esse prolificano da un'unica origine: sono tutte variazioni sul tema20. C'entra l'Oriente, come indica la seconda O della sigla, il tantrismo in particolare, e lo yoga. La reincarnazione non entra nel discorso, perché non interessante nell'ambito dell'esposizione sintetica qui proposta, benché rappresenti il più importante elemento di differenziazione fra queste sette, fino allo scisma. Le pratiche sessuali sono divise e a vari livelli. Vado in ordine sparso. In un primo livello si deve imparare a raggiungere l'orgasmo trattenendo il seme. Ciò permetterebbe di essere posseduti dallo spirito o da 1' "dementale" che si vorrebbe evocare, e la cui effige si è fissata durante l'atto. Ma più frequentemente si fanno pratiche di onanismo - le più a portata di mano, e quindi le più diffuse - per conseguire risultati simili. Normalmente si può espellere il seme, ma in questo caso esso non deve andare sprecato, può servire magari per qualche pozione. I coiti dovrebbero durare delle ore, poi dalle secrezioni dell'uomo e della donna si ricava un elisir che viene subito consumato. Bisogna agire con cautela e scrupolosamente: un errore, e la pratica può risultare dannosa. La scelta della donna con cui copulare, non è del tutto casuale, può essere una donna di mondo, dello spettacolo - un'attrice a esempio - una prostituta, oppure, secondo il precetto, per cui si deve superare il concetto di attraente, può trattarsi di una vecchia, o brutta, o deforme, eccetera. Un

gruppo di donne, insieme, possono esaurire eroticamente un solo partner maschile per provocare la morte del giusto. Il cosiddetto "vampiro" si dedica preferibilmente al sesso orale, con una donna mestruata, per trasferire su di sé la forza della partner. Si praticano anche magie auto-sessuali in cui il seme viene messo in vergini di terracotta, che poi saranno sotterrate per sigillare il desiderio dell'adepto. Allo stesso scopo, si può prendere un foglio di carta, imbrattarlo di saliva, sangue e fluidi ricavati dalla masturbazione maschile e femminile, appiccicarci sopra capelli e peli pubici, lasciarlo asciugare, mettere tutto in una busta e spedirlo al Tempio d'appartenenza. Il Tempio si occupa di conservare dentro apposite casseforti le preziose missive che contengono i desideri degli adepti 21 . Il Tempio, con i suoi sacerdoti, 0 capi, s'identifica, nella terminologia dei moderni inquisitori, col cosiddetto "Terzo Livello". Faccio un inciso, tratto dall'attualità. È di questi giorni la notizia di una setta, le Bestie di Satana, denominazione certamente meno rassicurante dei Bambini di Satana, i quali, pur chiamandosi bambini, sono i loro parenti più anziani. Questa setta sarebbe responsabile di una serie di omicidi e suicidi 'indotti', avvenuti tra i membri stessi del gruppo. Alcuni membri della congrega sarebbero stati ferocemente assassinati e seppelliti nella boscaglia del varesotto, a scopo ritualistico, sebbene trapeli anche, come movente, la rivalità per la leadership. Nei fatti accertati positivamente si tratta di una compagine di ragazzotti, musicisti di rock duro, su imitazione del 'satanico' Marylin Manson, dediti a un consumo sconsiderato di stupefacenti. Si è anche detto, e qui mi pare si esageri, che i capi gruppo reclutassero dodicenni per educarli a diventare serial killer, al servizio di Satana. L'informazione sensazionalistica e televisiva va in brodo di giuggiole con pseudo-notizie come questa. A un certo punto affiora il 'Terzo Livello'. Un livello cioè più alto, composto probabilmente da borghesi benestanti, che presiederebbero alle attività criminali della setta. 1 soliti ignoti, ma ricchi mandanti. Non si capisce perché "Terzo Livello". Il secondo dov'è finito? Forse un 'secondo livello' suona di scarso contenuto misterico. E troppo vicino al primo, e il numero due appare insignificante, come quasi tutti i numeri pari,

così prevedibili e troppo poco ambigui. Il tre è certamente un numero più intrigante, e poi rimanda alla trinità. Aggiungo però, che in generale, il numero dispari è poco generoso, direi iniquo, perché non spartisce, come i più benigni numeri pari. Si potrebbe dire che i numeri dispari sono poco democratici, e se non fosse per la possibilità di ricorrere ai decimali, potrebbero risultare intollerabili. Insomma un "Terzo Livello" è molto più sinistro, misterioso, teologico e intrigante di un banale e bonario 'Secondo Livello' (ma provate a fare la radice quadrata di 2 e vedrete in che pasticcio vi impelagate. Nei tempi antichi, la radice quadrata di 2 mandò in tilt una setta di ben altro livello, quella dei Pitagorici, messa allo sbando dai numeri irrazionali). Sospetto che si parli di "Terzo Livello", per poter lasciare una porta sempre aperta all'irrazionale occulto, anche qualora un banale 'secondo livello' venisse alla luce. In questo modo si lascia sempre la possibilità di rimandare ad altro, all'ignoto che campeggia costantemente minaccioso e mai definitivamente individuabile, dietro a omicidi che con tutta probabilità sarebbero altrimenti riconducibili a motivazioni molto più terrene. Nel caso delle Bestie di Satana, gli eventi omicidiari potrebbero, per esempio, avere a che fare col traffico di droga, o con regolamenti di conti per faccende sporche del genere, o anche essere provocati da stati allucinogeni e di esaltazione conseguenti all'uso massiccio di droghe pesanti. Il "Terzo Livello" è, da una parte, il valore aggiunto per mantenere e diffondere il panico, dall'altra, il contenitore vuoto, che al momento opportuno può essere riempito da un qualsiasi colpevole. E la minaccia costante che pende sul capo di ogni membro della società. Una zona indeterminata verso cui si vorrebbe far scivolare la giustizia, che, come un buco nero, potrebbe inghiottire la collettività nel suo insieme indifferenziato, come qualche volta è avvenuto nei tempi andati. E da pratiche sessuali del tipo di quello descritto più sopra che i nostri investigatori sulle imprese del mostro di Firenze hanno preso ispirazione per la loro setta, e per il loro 'Terzo Livello'? In effetti di sette ce ne sono diverse sparpagliate in tutta Italia. Trieste è uno dei punti di diramazione, ce ne sono a Bologna, in Sicilia, Assisi sembra assediata, e un po' tutta l'Umbria. Forse è per questo che l'indagine si è spostata verso Perugia e il lago Trasimeno.

Ma nella nostra indagine la setta satanica rappresenta un fatto reale?22 Facciamo uno sforzo di fantasia. Immaginiamo una relazione di polizia, che non potrei conoscere né tanto meno pubblicare, in quanto coperta dal segreto istruttorio. Ne presento una sintesi immaginaria, astraendomi dal consueto, e spesso illeggibile, linguaggio in 'poliziese'. Prima di tutto, il luogo. Non può essere che contiguo all'abitazione di Pietro Pacciani, giacché il preconcetto iniziale, che la nuova indagine dovrebbe confermare, considera il contadino del Mugello primario artefice, seppure in senso solo materiale, delle atrocità di cui si parla. Pensiamo al paese più abitato, quasi una cittadina, vicino al villaggio dove a suo tempo è emigrato Pacciani, cioè Mercatale. Metti San Casciano, e i suoi dintorni. Occorre una villa. Bisogna che il luogo che ospita i nostri satanisti, per esercitarvi di tanto in tanto i loro riti malvagi, sia accogliente, adeguato al ceto. Non all'interno della cittadina, naturalmente, occorre un posto che garantisca un margine notevole di riservatezza. La villa sarà dunque fuori alcuni chilometri dall'abitato, raggiungibile attraverso una strada privata, immersa nel verde chiaro dei lecci, in quello più scuro dei cipressi, circondata dall'argento degli ulivi. I nostri satanisti e presunti mandanti degli omicidi non sono persone qualsiasi, non sono proletari malvestiti, col fiato fetente di vino, incolti, di modi grossolani. Metti perciò una villa, che a parte l'esterno severo come sono in genere le ville di campagna toscane, passato il portone d'ingresso, si presenti con una certa eleganza, arredata con cura, magari in uno stile un po' falso: arazzi alle pareti, non autentici, ma rifatti in stile Gobelin, mobili che fanno il verso al Rinascimento fiorentino, e può darsi persino che qualcuno sia autentico, benché ultrarestaurato. Mettiamo poi che un particolare colpisca per la sua eccentricità. Si tratterebbe di un affresco che copre la parete dell'ingresso. In esso uno strano signore barbuto con un cappello a cono che lo copre fino agli occhi, e una palandrana lunga fino ai piedi, saetta uno sguardo ambiguo e un po' strabico negli occhi dello spettatore. A fianco del singolare personaggio, galleggiano nell'aria due rose rosse recise. Manca ancora Pietro Pacciani, ingrediente necessario dell'insieme. Dovrebbe avere avuto un certo rapporto con questa villa. Nulla di più facile: l'infati-

cabile Pietro lavorava dovunque gli si presentasse l'occasione. Accoglieva qualsiasi corvée, purché lo pagassero a ore. Dunque Pacciani ha lavorato in questa villa, esercitandovi le sue abilità di contadino. Il giardino della villa contiene un uliveto: metti che Pacciani vi abbia lavorato per un certo tempo alla potatura degli ulivi. Sistemato anche il capo dei manovali assassini. Ma la villa deve avere un'attività di facciata, tale da nascondere agli occhi del volgo le sue segrete adunanze. Perché non una specie di pensionato, che accoglie persone danarose ed anziane, e che magari, col tempo, s'è trasformato in un hotel, molto esclusivo e riservatissimo, tuttavia a cinque stelle, fornito di ristorante? A una struttura del genere occorre un personale: camerieri, guardarobieri e un cuoco, senza contare il giardiniere. Persone che potrebbero parlare, rompere il segreto che deve coprire le attività - pur notturne, si capisce - che si svolgono nella villa. Per fortuna di questi tempi non è difficile ingaggiare uomini e donne che vengono di lontano, che non parlano e non capiscono la lingua, che fanno il loro silenzioso lavoro ubbidendo ai cenni del padrone. Già, il padrone, chi è costui, o costei? Dovrà far parte della setta, seppure in funzione subalterna, ma dev'essere ben organico all'associazione. Ecco una terna, o una quaterna, composta da un nucleo familiare, padre, madre figlia e forse una nipote. Anche troppi, ma il legame familiare è un vincolo che impedisce le indiscrezioni, da cui potrebbero nascere problemi per qualcuno della congrega. Forse il padre potrebbe anche morire, in modo misterioso, s'intende, perché non un suicidio? Restano le tre signore, scaglionate per età come i personaggi del Matrimonio della Vergine nell'affresco di Rosso Fiorentino nella Chiesa di San Lorenzo di Firenze. La più anziana, con l'autorità e l'aplomb di un'antica matrona romana, o etrusca, il viso tuttora fermo come nelle sculture classiche; la figlia, bella donna appena aggredita dal tempo, che ne appesantisce un poco le forme opulente, e la figlia di quest'ultima, frutto d'un matrimonio finito da tempo, giovinetta da poco uscita dall'adolescenza, ingenua come sono le giovinette, specie quelle cresciute in campagna, da sole, senza amicizie volgari: ma poi si sa che i giovani di notte, quando non abusano di discoteche, hanno il sonno di piombo. Il visitatore che vi capitasse per caso, in questa villa, come è quasi impossibile che avvenga perché la clientela è ultraselezionata, resterebbe colpito dal silenzio. Un silenzio non solo esterno, la strada comunale è lontana, la

cacofonia delle auto, del resto rare nella zona, non sfiora neppure le mura della villa. Ma il silenzio è soprattutto interno: le due signore, madre e figlia non parlano, si direbbero afflitte da mutismo congenito; con la servitù s'intendono a cenni, basta un gesto della mano per indicare un mobile da spolverare, un oggetto che dev'essere spostato, due tocchi d'una campanella ovattata indicano che la colazione, 0 pranzo o la cena è l'ora che siano serviti. Anche col cuoco le due signore s'intendono senza parole: un sorriso indica che la pietanza è stata cucinata a dovere, una piccola smorfia elegante che il peposo, il piatto tipico di questa zona, è stato in forno troppo poco, o che la salsa abbonda in modo eccessivo di spezie. Il nostro visitatore improvvisato avrebbe l'impressione di trovarsi in un monastero trappista. Lo scenario è fatto, l'atmosfera è adatta, specialmente dal punto di vista del silenzio, garanzia di riserbo, i personaggi ci sono quasi tutti. Ma ecco che arriva la notte. L'ampio spazio prospiciente la villa si riempie di auto di grossa cilindrata: Mercedes con i vetri abbrunati, qualche Jaguar, una lussuosa Bentley, persino un'imponente Roll Royce, tutte di colore scuro, e tutte silenziosissime, sfioranti appena la ghiaia dello spiazzo con un sommesso acciottolio. E passata la mezzanotte, i clienti occasionali, pochissimi del resto, dormono nelle loro camere al piano superiore. La sala da pranzo è stata trasformata, come per magia, è il caso di dirlo. Adesso è diventata un salone per un singolare convegno, un grande tavolo ne occupa Io spazio centrale. All'estremità di esso fiammeggia il caminetto acceso, è quasi l'unica fonte di luce, perché ogni illuminazione elettrica è stata spenta, ci sono due candelabri d'argento forniti di candele nere, che mandano riflessi tenui su un arazzo che riproduce, in colori severi, una battaglia fra cavalieri rinascimentali. Metti dunque i misteriosi passeggeri delle auto lussuose adesso seduti intorno al tavolo, concentrati nell'attesa. Quasi tutti uomini piuttosto anziani, tranne un paio di belle donne, e tutti quanti vestiti da sera. Che aspettano, silenziosi e cupi, con sguardi saettanti ingordigia? Aspettano dai loro manovali assassini, demonietti in seconda, gli ingredienti per la pozione miracolosa che li dovrà rendere sessualmente potentissimi, invincibili, immortali e non so che altro. Aggiungiamo le due padrone di casa, la madre e la figlia, che si prestano, con mani femminili esperte, a preparare l'intruglio. I nostri immaginari 'mandanti satanisti' adesso degustano la bevanda, o la

pietanza magica. All'inizio qualcuno farà un fugace commento sul sapore, non a voce alta, si capisce: lo troverà disgustoso. Ma il sapore non conta, è dalla forza del cibo diabolico che si ottiene l'effetto magico, che viene evocato 1' "dementale". Passa il tempo, e i mandanti satanici continuano periodicamente a ritrovarsi per sbrigare il loro demoniaco rituale. Da un certo momento però, con meno pompa magna. Trascurano l'abbigliamento, i vestiti di alcuni sono ora più casual. Ricordo la necessità della verifica empirica. L'effetto placebo se c'è - se si produce cioè il convincimento che qualcosa funzioni realmente, il che renderebbe efficace la pozione nella visuale soggettiva e psicologica - a un certo punto, col trascorrere degli anni, decade, viene logorato inesorabilmente dalla routine. Insomma, qualcuno degli adepti probabilmente ha il coraggio di dire ciò che in realtà pensano tutti che "Il Re è nudo". Ma perché diavolo continuare a ingurgitare questa porcheria? Qualcuno di voi ne ha mai tratto beneficio? (o maleficio, a seconda del punto di vista). E arrivata la crisi, la setta si scioglie. La verifica empirica ne ha decretato la fine. Ora mi chiedo, ammessa la possibilità reale di una scena da fumetto come quella di cui sopra, devono passare 36 anni prima che qualcuno s'accorga dell'inefficacia dell'intruglio e dell'assurdità di tutta quanta l'operazione? Dite che funzionava e che continua a funzionare sul serio? No comment. Con chi pensa questo, non esiste dialogo con chi scrive. Apparteniamo a mondi diversi. Se invece la scenetta vi è parsa improbabile, grottesca, ridicola, immaginate quest'altra. La solita villa, le stesse governanti, i medesimi nobili o professionisti di varie discipline. Stavolta però non c'è una bevanda o un cocktail. I feticci sono stati fatti essiccare, poi sono stati accuratamente triturati e ridotti in cenere seguendo antiche segrete ricette, tanto segrete che non se ne trova traccia se non in certa pessima letteratura d'evasione. La cenere viene messa in un'urna e disposta in mezzo al tavolo, stavolta tondo e con tre gambe, perché all'occorrenza utilizzato anche per sedute spiritiche. E ora cosa fanno i nostri satanisti? Toccherebbe al più anziano illustrare l'utilizzo delle ceneri... Ma l'utilizzo per fare che cosa?

Un tempo si riteneva che le streghe e gli stregoni medievali, e quelli di epoca più moderna, ricavassero ceneri da infanti carbonizzati. Mescolate queste braci col grasso di uguale origine, cospargevano l'unguento così ottenuto sul manico di una scopa per trasformarla in oggetto volante. Poi, a cavalcioni delle scope volavano via al sabbah, di cui il grande scrittore Bulgakov fornisce una descrizione poetica di rara efficacia (Il Maestro e Margherita). Il veicolo aereo permetteva alle streghe di riunirsi in qualsiasi posto, da qualsiasi parte provenissero. Erano questi i famosi voli notturni. Chi non ha sognato, dopo aver letto il capolavoro di Bulgakov, di volare così nella notte, avvinto alla bellissima Margherita, nuda, tenuamente illuminata da una falce di luna? Forse agli inquirenti del mostro di Firenze è sfuggita l'idea del volo notturno. Se l'avessero, l'idea, potrebbero mettere liberamente sotto inchiesta l'intero paese, e anche oltrepassarne il confine, ove fosse necessario. Sono di questo tipo le pratiche magiche che avrebbero fatto i nostri satanisti? C'è bisogno della verifica empirica per negarne la possibilità? È pur vero che certi fenomeni soggettivamente potrebbero apparire come reali sotto l'influenza di sostanze allucinogene. Mettiamo allora anche l'uso dell'L.S.D., o di droghe di equivalente efficacia. Ritorniamo alla nostra scena immaginaria. Riuscite a vedere, anche solo con la fantasia, il nostro gruppo di signori professionisti eccetera che a cavalcioni di scope trottano intorno a un tavolo nella convinzione di volare? Oppure ce li vedete davanti allo specchio aspettando di vedersi spuntare peli sugli zigomi come Jekyll e Hyde? L'ironia caustica e smitizzante dei toscani, oltretutto, si adatta male a una tale messa in scena. Se, infine, a un'ipotesi investigativa a essere gentili zoppicante dobbiamo aggiungere alcuni rattoppi, come la droga, per sostenerla, il rasoio di Ockham ci insegna che l'ipotesi va scartata. Eppure, sono ancora disposto ad accettare l'ipotesi zoppicante. Parliamo adesso di quei rari casi di pedofilia rituale e di omicidio satanico. In questi casi lo scopo rituale e satanico è nel compiere l'atto stesso del crimine (la violenza sul bambino, l'omicidio rituale), ma tutti gli interessati devono essere presenti in quel momento e partecipare in qualche modo. L'idea di mandanti ed esecutori è del tutto fuori luogo. A meno di non accettare fantasiosamen-

te una soluzione ibrida raffazzonando scenari simili a quello di cui sopra. Ma per far ciò, si deve confondere la realtà con l'immaginazione, e prendere per buono quel teatrino burattinesco: siamo di nuovo punto e daccapo. Modifichiamo la scena, sostituiamo alle quinte di tela e ai fondali dipinti l'occhio freddo di una telecamera. Cerchiamo un precedente storico, un fatto recente. Via gli arazzi, i mobili in stile. Via l'affresco con l'uomo barbuto e le rose. Resta l'ambiente di campagna, e invece del salone un annesso di casa rurale, un granaio o qualcosa di simile. Mettiamoci adesso una piccola comunità che lavora nella fattoria, e una leader del gruppo. Stiamo parlando ora, abbandonando la fantasia, di un fatto reale: Modena 1988, il cosiddetto Gruppo del Rosario. Il morto lo trovarono, i carabinieri, in quel di Modena, chiuso in un locale agricolo, la cui porta era stata saldata, e contrassegnata da un cerchio che conteneva alcune croci. Il corpo dell'ucciso presentava varie ferite da arma da fuoco. C'era anche il gruppo, guidato da una specie di santona che si proclamava in contatto con lo zio defunto da anni. L'ucciso dal collettivo sarebbe stato un Giuda, un traditore della setta. Qualcosa di simile anche nella nostra villa immaginaria? Qualcosa di simile, durante anni e anni, anche nelle campagne intorno a Firenze? Macché, neanche alla lontana. Tanto per cominciare dal G r u p p o del Rosario Satana è stramaledetto, anzi è per l'appunto l'ucciso, almeno una sua personificazione. Il gruppo è un collettivo di preghiera, appartiene ai cattolici cosiddetti "di frangia", si divide in due tronconi, di cui uno sta in Calabria, e tutti quanti predicano la lotta al Male, in previsione dell'imminente fine del mondo. La santona di Modena, colei che ha suggerito agli altri l'assassinio del Giuda, vede la Madonna in forma di una foglia a tre punte. Afferma di avere ottenuto guarigioni miracolose, di aver partecipato a eventi straordinari. E questa una costante dei gruppi pseudo-religiosi nel nostro Paese che si sono macchiati di delitti, tanto che sarebbe meglio parlare invece che di sette di associazioni criminali23. Bisogna innanzitutto escludere, come associazione criminale, gli innocui Bambini di Satana, del resto assolti. Nel loro sito Internet si legge: "Il gruppo è nato nel 1982 fondato da Marco Dimitri. Lo scopo è quello di studiare, praticare, diffondere il satanismo, mettere in risalto i diritti dell'uomo e

della donna e non i diritti di un qualsiasi dio esteriore. La Grande Opera dei Bambini di Satana è l'arte di elevare l'universo dal suo stato pietoso e di renderlo piacevolmente estetico e libertino... ". Eccetera. Si può notare un linguaggio magniloquente, espressione di una certa presunzione cosmica, ma niente che abbia a che fare col codice penale. Viceversa i Celestini di Prato - il precedente più lontano e ormai dimenticato - il G r u p p o del Rosario, Gli esorcisti di Polistena, La Chiesa dell'Eterno, Mamma Ebe, La Santona di Melito, hanno violato eccome il codice penale, con reati che vanno dal sequestro di persona, alla truffa, ai maltrattamenti, alla violenza sessuale, allo stato di incapacità procurato mediante violenza, fino all'omicidio. E tutte queste associazioni non proponevano agli adepti una confessione alternativa, o addirittura in opposizione alla religione più diffusa nella nostra società, vale a dire la religione cattolica. Al contrario, tutti questi gruppi si presentavano in aderenza, ed anzi esaltando la morale più comune. Emerge dai loro delitti, quando la molla non è innanzitutto economica, come nel caso di Mamma Ebe, in cui l'aderenza al credo religioso dominante è funzionale al maggior successo, uno sfondo di delirio religioso, con una forte componente psicopatologica, per cui i delitti, persino l'omicidio, si giustificavano nel nome del Dio cristiano, cattolico, apostolico romano. La prima constatazione è questa. L'immaginaria setta di satanisti mandanti sarebbero fuori della casistica criminológica del Paese. Un'altra differenza è quest'altra: le vittime, nel caso delle associazioni criminali a sfondo religioso di cui sopra, si ritrovano tutte all'interno dell'associazione, addirittura all'interno delle compagini familiari che la compongono, come nel caso della bambina uccisa a Polistena da un esorcista improvvisato - un fornaio - in presenza e in accordo di tutta la famiglia della povera bambina, creduta preda del diavolo. Dimentichiamo per un attimo il problema 'mandanti-esecutori', manteniamo solo l'idea astratta della setta satanica. Nasce la stessa inesorabile domanda: cosa farebbero precisamente il diavolo e i suoi sgherri? Quali sarebbero gli obiettivi più ovvi? E una domanda elementare, ma sembra sfuggita agli inquirenti. La risposta più immediata è la seguente: l'obiettivo dovrebbe essere quello di profanare. Normalmente si profana qualcosa che è conside-

rata sacra, pura e innocente. È sacra l'ostia, è pura la vergine, è innocente il bambino. Sacralità, purezza e innocenza, sono poi attributi della maternità. Sono questi - ma rammentiamone la rarità - gli obiettivi di un certo tipo di setta satanica, davvero cattiva in questo caso. Un satanista che a esempio uccidesse una prostituta, si comporterebbe come un diavolo che si morde la coda. Le coppie che vanno a fornicare appartate in una macchina, possono ritenersi un obiettivo dei satanisti? Semmai avranno in loro dei sostenitori, degli alleati. Gli inquisitori di un tempo, di cosa accusavano gli eretici, trasformandoli in satanisti? Di infanticidio soprattutto, cui collegavano il cannibalismo, oltre gli atti più direttamente profanatori contro i simboli sacri della chiesa. Oggi, più spesso, l'infanticidio conclude la pedofilia come abnorme pratica sessuale. Per gli omicidi rituali s'incontrano alcuni casi indubbi: le atroci uccisioni di donne in stato di gravidanza. Per esempio il noto e più volte citato caso di Manson, l'assassino di Sharon Tate, l'attrice in attesa di un figlio (anche se, per quanto riguarda Manson, è improprio parlare di setta satanica) 24 . Quando si cercano degli esempi di omicidi rituali compiuti da sette sataniche, o presunte tali, si deve ricorrere sempre agli stessi due o tre esempi. Anche i serial killer sembrano estranei alle sette sataniche, se si fa eccezione per la coppia Toole/Lucas, che avrebbe aderito, ma solo a un certo punto della loro attività criminale, alla setta Hand ofDeath - setta di cui addirittura si mette in dubbio l'esistenza - che si dice dedita ai sequestri di minori, alla pedofilia e alla registrazione di snuff movies25. Adesione, soltanto periferica, che sembra più determinata da una empatia criminale, che da un atto di fede al Maligno. In conclusione, per sostenere l'ipotesi della setta satanica, bisogna inventarsene una di sana pianta, nuova di zecca, di estrema improbabilità perché caratterizzata da aspetti del tutto originali. Originali e contraddittori gli obiettivi dell'omicidio rituale (le coppie durante i preliminari amorosi). Originali le dinamiche di effettuazione del crimine. Originali gli ingredienti del pasto cannibalico con finalità magiche. Originale la ripartizione tra mandanti ed esecutori. E dopo l'invenzione, segue l'arrampicata sugli specchi. Non c'è male per chi dovrebbe attenersi ai fatti, cercare prove e riscontri, quanto meno formulare delle ipotesi investigative credibili e attendibili. Per

dirla in senso epistemologico: "Alla concezione aristotelica della scienza che si proponeva la spiegazione dell'ignoto attraverso il noto, la scienza moderna, con il primato della teoria, si propone la spiegazione del noto attraverso l'ignoto, ricercando le leggi universali. L'ingresso di Satana produce un diabolico ibrido ingannatore, che si propone di spiegare l'ignoto, il movente di un delitto e l'identità del suo autore, attraverso l'ignoto: Satana" 26 . Resterebbe da spiegare il motivo per cui la setta è stata tirata fuori. L'ho già detto, sebbene non a chiare lettere. Non parlo di intenzioni coscienti, ma di inconsapevolezza indotta o pilotata, così almeno voglio pensare. Il mostro di Firenze ha una peculiarità che lo distingue dai suoi consimili, i 'cannibali profani'. Il più simile al mostro di Firenze lo troviamo in Germania, negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale. Haarmann ha una stretta parentela col nostro pluriomicida. Nei suoi delitti ci sono scarse tracce di attività sessuale. Anche lui, come dicono per il mostro di Firenze i profili psichiatrici, fu in una qualche misura impotente. Un'altra coincidenza, a parere di chi scrive: Haarmann fu difficile scovarlo, perché si mimetizzava nell'ambiente dei ricercatori. Fu un coadiutore, nelle vesti di informatore, della polizia. I delitti della provincia di Firenze manifestano una precisione e un'infallibilità che farebbero pensare a un professionista, qualcuno che sa bene come uccidere, e che usa una certa abilità nella manipolazione, sotto il profilo psicologico, delle opinioni di chi lo sta cercando. E persuasivo con coloro che gli danno la caccia, suggestivo nell'ammantarsi di mistero con la cosiddetta pubblica opinione. Ma innazitutto all'inizio dell'attacco persuade le sue vittime sulla propria innocuità. Tutti quanti gli permettono di arrivare a distanza molto ravvicinata alla macchina. Difatti spara quasi a bruciapelo. Nessuno, tranne il giovane francese, tenta la fuga, nessuno tenta di mettersi in salvo avviando il motore dell'auto e innestando la marcia. Neppure il giovane di Baccaiano? Neppure lui, come vedremo, esaminando specificamente il duplice omicidio del giugno 1982. Difatti l'episodio è uno dei più illuminanti su una certa caratteristica dell'assassino. Uccide per fare 'giustizia', contro gli atti di libidine, la promiscuità sessuale, l'adulterio, il sesso tout court, che lui non può praticare. Una missione di giustizia divina in senso deviato, autorizzata in qualche modo dalle sue fun-

zioni, emanazioni del potere, con grande probabilità proveniente dal mondo privilegiato in cui si giudica e si punisce. I feticci, le parti anatomiche genitali, sono i suoi trofei, o meglio ancora i suoi 'scalpi'. Niente cannibalismo. Al massimo li conserva come souvenir. E osservando con attenzione la scena dei crimini che si possono capire le intenzioni e la personalità. E arrogante, sfacciato, si potrebbe dire, metodico e ritualista, ma con un rituale tutto suo, 'profano', nel senso che è al di fuori dalle regole di una collettività, seppure criminale. Le decide lui le regole, e anche le regole su come dev'essere cercato. E un astuto depistatore, perché conosce dal di dentro le procedure d'indagine. Si direbbe un inquisitore che si è messo in proprio. Ed è appunto una procedura inquisitoriale che è riuscito a innescare per non essere trovato. La caccia alle streghe, ai demoni, come ai vecchi tempi. La setta satanica come capro espiatorio. Sull'altra sponda, gli inquisitori ufficiali, autorizzati dalla collettività, stanno al gioco inconsapevoli. Ma la setta satanica è depistaggio, disinformazione, finisce per coprire un'atroce faccenda privata. Bisogna che scopra le carte di un piccolo gioco. La villa - del resto lo sanno tutti, perché il segreto istruttorio nel caso del mostro di Firenze da un certo momento in poi è diventato un colabrodo - esiste, i giornali l'hanno intitolata alternativamente "La villa dei misteri" o "La villa degli orrori". La storia autentica è la seguente. La villa è una bella villotta ottocentesca nella campagna intorno a Firenze, comune di San Casciano Val di Pesa. Prima un pensionato per anziani, poi un hotel-ristorante di lusso, gestito da una famiglia, padre, madre, figlia, nipote. Il padre muore di morte naturale. Nella villa è ospite fisso un pittore francese di origine svizzera. Costui, benché occupi, anche per farci delle mostre, un'intera suite, la più bella, si dimentica di pagare il conto. Al momento di andarsene nasce, ovviamente, una discussione: il pittore, come la maggior parte dei pittori, è squattrinato. Se ne va lasciando in pegno alcuni suoi quadri, arredi personali, varie carabattole. Per l'esattezza il pittore propone di pagare il conto, almeno un paio d'anni di soggiorno, pranzi con ospiti compresi, lasciando una procura a vendere due immobili che poi si riveleranno del tutto privi di valore. Le due signore, madre e figlia, frugacchiano fra le cose lasciate dal pittore. Trovano alcuni disegni un po' osceni, alcune foto ambigue: una sembra la

foto di una ragazza morta, un'altra quella di un bambino fra alcune bare. D'altra parte la produzione pittorica dello svizzero, non eccelsa, per dire la verità, ha a che fare con il metafisico, col surreale. Ma la signora madre è una donna piena di fantasia. Le immagini le suggeriscono scene di perversione sessuale, l'associazione coi delitti del mostro arriva di conseguenza. Telefona al dottor Giuttari. Costui, accompagnato da un adeguato numero di agenti, arriva nella villa. Prende avvio l'indagine, che inizialmente vede indagato il pittore svizzero-francese. Lo si scova tramite Interpol, lo si costringe, non ho capito bene in qual modo, a tornare a Firenze per essere interrogato. L'esame del pittore si conclude presto: egli documenta di essere giunto per soggiornare in Italia in un periodo successivo all'ultimo dei delitti su una coppia, cioè ben dopo il 1985. Il pittore, difeso dall'avvocato Rosario Bevacqua, viene lasciato andare per i suoi venti, come dicono a Pisa. Tuttavia, prima di andarsene - è l'anno 1997 - col dente avvelenato dagli scomodi, spese, tensioni che gli hanno provocato le proprietarie della villa, semina alcuni sospetti sulle medesime signore, le quali, talvolta, lo avrebbero chiuso in camera, di notte, mentre nella villa venivano ricevuti personaggi misteriosi, da lui, pour cause, mai visti né conosciuti. Questo basta per un radicale révirement. Sotto inchiesta ci vanno le due signore. La villa e le sue adiacenze sono perquisite innumerevoli volte, si bucano persino i muri alla ricerca della stanza segreta dove si sarebbero svolte le riunioni della setta. Non si trova nient'altro che una spada, rifatta e falsa, con cui il cameriere del ristorante tagliava le torte a beneficio di clienti alla ricerca del tocco di classe, si scopre un affresco con un uomo barbuto, col cappello a cono e due rose rosse. Per inciso l'affresco è opera del conosciutissimo pittore siculo-fiorentino Alfio Rapisardi. Si accerta che Pietro Pacciani ha lavorato nel giardino della villa a potare gli ulivi per soli due giorni, poi se n'è andato, brontolando ingiurie nel suo antico gergo toscano, a causa di una divergenza con la signora madre sul suo modo di potare gli ulivi. Un paio di dipendenti licenziati, e per questo pieni di malanimo verso le due signore, riferiscono generici pettegolezzi. Nient'altro, che io sappia: niente stanza degli orrori, niente simboli satanici, nessuno che abbia assistito, magari guardando dal buco della serratura, a riunioni di alcun genere. Niente di niente, insomma. Resta l'autentico Calvario delle due signore, la

perdita della clientela, la rovina economica, favorita dalle indiscrezioni giornalistiche e televisive sulla "Villa dei Misteri o degli Orrori", la setta satanica, le riunioni orgiastiche e sanguinarie eccetera. Aggiungo questo: che se io fossi un satanista perverso partecipe di una setta satanica segreta mi terrei lontano da questa villa. Perché le signore parlano. Alla grazia, se parlano. Son capaci di intrattenere il malcapitato interlocutore per otto ore di fila (esperienza personale), intercambiandosi ed interrompendosi l'una con l'altra, dandosi sulla voce, intervallando il discorso principale con digressioni senza fine: sulle eccentricità del pittore svizzero, sulla cattiveria di un personaggio politicamente e televisivamente molto noto, sul poliziotto Giuttari, naturalmente, sulla signora Carlizzi che ha tentato di introdursi clandestinamente nella villa, su un avvocato che ha cercato di fare fotografie, sulle telefonate che ricevono, e via e via: dalle 16,30 alla mezzanotte e mezzo, cena compresa, gentilmente offerta. Un segreto qualsiasi nelle mani di queste signore, molto cortesi peraltro, durerebbe poco, come tale. Ma la sette satanica ha più di un'importante funzione, oltre a fornire l'illusione del controllo. E una creazione ad hoc per confondere le acque, per creare, a esempio, un'identificazione tra ribellione, critica delle istituzioni e distruttività del maligno, e allo stesso tempo è anche la lente deformante che al momento opportuno impedisce di vedere chiaramente la nuda e cruda realtà della violenza, o, se si preferisce, è il supporto estetico-seduttivo che imbelletta d'orrido ciò che è soltanto ottusa e indiscriminata manipolazione di corpi. È la cosmesi terrifica che maschera l'uomo senza qualità, cioè un genere di uomo che ha deposto il pensiero per rinforzare e oliare i bicipiti. Ma la setta satanica è anche l'anamorfosi che fa baluginare, in falsa prospettiva, l'eversione semplicemente distruttiva, l'irrazionale che vuole il male per se stesso. "Negli anni 1970 fu sviluppato il nuovo concetto di 'panico morale' per spiegare come alcuni problemi sociali siano ipercostruiti (..). problemi sociali che esistono da decenni sono ricostruiti nelle narrative mediatiche e politiche come 'nuovi' (o come oggetto di una presunta e drammatica crescita recente). In secondo luogo, la loro incidenza è esagerata da statistiche folkloriche che, benché non confermate da studi accademici, sono ripetute

da un mezzo di comunicazione all'altro e possono ispirare misure politiche. (..). Jenkins sottolinea il ruolo nelle creazione e gestione dei panici morali di 'imprenditori morali' che hanno interesse a perpetuare specifici timori" 27 . L'invenzione, o la esagerazione, della setta satanica, più in generale, è pericolosa da un punto di vista democratico, perché prepara il terreno a una nuova emergenza. "Lo stato di eccezione cessa, così, di essere riferito a una situazione esterna e provvisoria di pericolo fattizio e tende a confondersi con la norma stessa"28. "Nessuno ha espresso con più chiarezza di Schmitt questa particolare natura delle nuove categorie biopolitiche fondamentali, quando, nel saggio del 1933 su Stato, movimento, popolo, egli avvicina il concetto di razza, senza il quale "lo stato nazionalsocialista non potrebbe esistere, né la sua vita giuridica sarebbe pensabile", a quelle 'clausole generali e indeterminate', che erano andate penetrando sempre più profondamente nella legislazione tedesca ed europea del Novecento. Concetti come 'buon costume' - osserva Schmitt - 'iniziativa doverosa', 'motivo importante', 'sicurezza e ordine pubblico', 'stato di pericolo', 'caso di necessità', che non rimandano a una norma, ma a una situazione, penetrando invasivamente nella norma hanno ormai reso obsoleta l'illusione di una legge che possa regolare a priori tutti i casi e tutte le situazioni e che il giudice dovrebbe semplicemente limitarsi ad applicare. Sotto l'azione di queste clausole, che spostano certezza e calcolabilità al di fuori della norma, tutti i concetti giuridici si indeterminano. 'Da questo punto di vista - egli scrive con accenti inconsapevolmente kafkiani - oggi ci sono ormai solo concetti giuridici indeterminati'..." 29 . Le sette sataniche diventano la fucina del male entro la quale ogni forma di dissenso verrebbe forgiata. Esse sono una sorta di substrato indistinto del male, disumano ma personalizzato, che legittima una reazione allo stesso modo indistinta, disumana e personalizzata della giustizia. Cioè le leggi diventano fluttuanti e piuttosto che leggittimare l'applicazione, è l'applicazione stessa, l'atto esecutorio libero da vincoli a dare a esse di volta in volta una forma legale (ne sanno qualche cosa, di questo, anche le signore della "Villa dei Misteri", rovinate, finora impunemente, dall'inchiesta). È solo nel contesto preteso pericoloso in quanto tale che la legge e la giu-

stizia trovano adesso la loro legittimazione, o meglio, la totale mancanza di essa, in quanto non distinguibile da quella situazione emergenziale. Oggi più che mai l'indeterminatezza giuridica tende ad allargarsi con la conseguenza inevitabile di diventare strumento malleabile nelle mani dell'esecutivo, continuamente rimodellabile, una volta che la stessa sorte sia toccata al potere legislativo che ha perduto, pezzo a pezzo, il suo referente costituzionale. In tale situazione l'apparente democrazia si autoassolve sempre, anche quando sembra non farlo, anzi, ancora di più quando individua e condanna le sue schegge impazzite, perché in tali condanne esprimerebbe al meglio se stessa come garante di democraticità. Le sue nefandezze portate alla luce esaltano il sistema, e nella democrazia esaltata, non si riflette su cosa una democrazia non dovrebbe fare, ma su quanto 'democraticamente' ciò che non andava fatto è stato messo in discussione. Cioè la democrazia si autoassolve nel momento in cui riconosce le sue nefandezze, perché la nefandezza come eccezione alla regola, scheggia impazzita, una volta rilevata come tale, conforta e conferma la democraticità. Per fare un esempio d'attualità, il dibattito massmediatico sulle torture operate dai soldati americani sui prigionieri iracheni fedeli di Saddam, impastoiato in questo tipo di ragionamento, che io sappia, non ha mai messo in rilievo il punto centrale della questione. La prima domanda da porsi sarebbe questa: perché sono state scattate fotografie e girati video di quelle torture? E perché hanno avuto così facile accesso a giornali e televisioni? Credo di non sbagliarmi nel dire che rendere quegli orrori di pubblico dominio era proprio quello che si voleva fare. La democrazia voleva mostrare il suo stato d'eccezione. Cioè mostrare, a chi ancora non l'avesse ben capito, la sua capacità di dominio e di sopraffazione al di fuori delle regole. A un nemico considerato disumano contrapporre altrettanta disumanità, segnalare insomma una sospensione della norma per mostrare i denti, per manifestare apertamente l'intenzione di liberarsi di qualsiasi impaccio. L'imbroglio è così ben camuffato che si discute se siano peggiori le torture sugli iracheni o le decapitazioni dei soldati americani, e così facendo si accetta implicitamente (ma anche esplicitamente) l'eccezione sovrana cui tutto è concesso per regolare i conti (singolare a questo proposito il fatto che si producano sondaggi per valutare la percentuale di consenso dato alle torture dai cittadini americani).

Contro Satana, gli 'angeli' delle 'democrazie' si schierano con le cartuccere incrociate sul petto. Le leggi speciali evocate contro le sette sataniche sono assonanti alle misure straordinarie applicate contro il terrorismo. Esse sono il preludio a un sistema procedurale nel quale la procedura, emersa dall'indeterminatezza, giustifica se stessa. E un treno che corre su dei binari che si materializzano al suo passaggio. Il nemico demoniaco è sempre comparso nella storia ogni volta che in una civiltà in decadenza la tecnica ha annichilito il pensiero. Quando il pensiero ha cominciato a girare solipsisticamente su se stesso, o si è arreso completamente alla realtà contingente. La setta satanica, in ogni sua forma, viene a colmare provvisoriamente l'indeterminatezza nella quale una civiltà è scivolata, è il capro espiatorio dai mille volti, adattabile in tutte le occasioni. "I/I exorche my devils / My angels may leave too / When they leave they're so hard to find" (Se esorcizzo i miei diavoli, anche i miei angeli se ne vanno, e quando se ne vanno è difficile ritrovarli), recita un verso di una canzone di Tom Waits (P/ease Cali Me Baby). Quando angeli e demoni se ne sono andati, rimarrebbe la terra di nessuno, e su di essa arrancherebbero profughi allo sbando. Viceversa solo quando si produce quest'assenza si ha chiaro cosa significavano quelle entità-simboli. La storia si ripete, ma raramente insegna. Forse perché in realtà non si ri pete, ha una direzione e un fine, come nelle visioni romantiche idealiste. Se sembra ripetersi è solo perché non sappiamo cogliere bene le caratteristiche originali che ogni fatto storico include, e che lo distingue da quello precedente sviluppando un certo percorso. Ma in quale direzione? Se la storia non si ripete, s'incastra però nelle stesse forme, nelle stesse sagome attraverso cui, periodicamente, è costretta a passare. La setta satanica, o più generalmente la 'setta', è una di queste forme che di volta in volta fanno la loro comparsa. Nella storia dell'uomo a periodi in cui si accetta pacificamente la mescolanza di 'bene' e di 'male' si alternanano momenti in cui balza in primo piano l'esigenza (con i caratteri dell'urgenza) di riaffermare un'identità forte, messa in crisi dal logorio interno delle istituzioni cui ogni civiltà è destinata. Identità che si afferma isolando e distinguendo nettamente un bene assoluto da un male assoluto. Si riapre l'antitesi che rimette in gioco la precedente sintesi di

una cultura adesso declinante, che ha perduto il suo spirito vitale e creativo per diventare tronfia celebrazione delle sue forme vuote, ed edonistico compiacimento dei suoi ordigni amministrativi 30 .

Note al Capitolo Dodicesimo 1

Esistono molti libri sulla stregoneria, magia e demologia, un vera esplosione editoriale, ma quasi tutti sulla storia passata riguardante l'antichità, il Medioevo e il Rinascimento. Più difficile trovare qualcosa su Settecento e Ottocento e ancora di più sull'epoca contemporanea. Questa lacuna sul presente è evidentemente dovuta alle difficoltà di una ricerca sul campo, onde superare segretezza e diffidenza. Le sette di oggi hanno caratteristiche originali, e solo parzialmente una continuità col passato. Tuttavia esiste un libro molto documentato per il panorama attuale: II cap-

pello del mago. I nuovi movimenti magici, dallo spiritismo al satanismo di Massimo Introvigne, Sugarco Edizioni, Milano 1990. Citato in Massimo Introvigne, cit., p. 400. ' Varie correnti esoteriche menzionano lo scrittore americano H. P. Lovecraft, più o meno esplicitamente, e spesso fanno riferimento ad un libro di pura fantasia, il Necronomicon, inventato dallo scrittore. Tuttavia secondo alcuni si tratterebbe di un testo realmente esistente. 4 La vicenda di questo La Vey comprende un intreccio singolare con un film di Roman Polanski, il famoso Rosemary's Baby. Uno degli attori, apparso nel film nei panni di un vecchio diabolico, è appunto il La Vey. Ecco la coincidenza inquietante: la protagonista del film è incinta di un essere diabolico. Nel racconto cinematografico, questo bambino, concepito da Satana in persona, vedrà la luce. Non così il bambino del regista e della moglie, l'attrice Sharon Tate, la quale, essendo incinta, sarà uccisa dagli accoliti di Manson. 5 Sulla storia di Corrado di Marburgo, che girava a dorso di un asino a imitazione di Gesù, vedi le belle pagine di Norman Cohn, I demoni dentro, Edizioni Unicopli, Milano, 1994, pp. 66-71: "Corrado era un uomo guidato da intensi bisogni interiori. Era la sua stessa personalità a spingerlo, e a consentire a questo prete solitario, non tollerato da nessun ordine monastico, di terrorizzare la società tedesca a tutti i livelli. La spinta alla persucuzione veniva molto più da lui che non dalla situazione reale... Chiaramente la minaccia satanica non aveva consistenza reale, ma era la creazione di una singola mente ossessionata". (Ivi, p. 70). 6 Giacomo Casanova, Memorie scritte da lui medesimo, Garzanti, 1999, pp. 317-318. 7 La mancanza di serotonina spiegherebbe la diffusione del cannibalismo rituale 2

nelle società precolombiane; pare infatti che tale carenza sia dovuta a un'alimentazione basata sul mais, vale a dire a una dieta priva di triptofano. Esperimenti su topi e osservazioni su primati hanno confermato che la mancanza di questo ormone aumenta l'aggressività e le tendenze antropofaghe. La stessa carenza è stata rilevata sugli assassini psicopatici. Sul cannibalismo, per chi ha poco tempo e volesse avere un quadro breve, ma abbastanza esaustivo dell'argomento, rimando al libro ben fatto, sebbene sintetico, di Laura Monferdini, Il cannibalismo, Xenia, Milano 2000. Per chi invece volesse approfondire, vedi il poderoso saggio di E. Volhard, Il cannibalismo, BollatiBoringhieri, Torino 1949. 8 Angelo Zappalà, Delitti rituali, Centro Scientifico Editore, Torino 2004, p. 64. 9 La musica 'satanica' è un argomento spinoso. I demonologi cattolici tendono a esagerare gli elementi satanisti presenti nella musica leggera, elementi che attraverserebbero un po' tutti i gruppi più importanti, dai Beatles ai Rolling Stone agli AC/DC, sigla che starebbe per Anti-Christ/Death Christ (anticristo e morte a Cristo), invece di quella, ufficiale, che starebbe per "corrente alternata" (AC) e "diretta" (DC). Si veda cosa dice Paolo Calliari nel suo Trattato di demologia, CECC, Centro Editoriale Cattolico Carroccio, Vigodarzere (Pd) 1992. Questi fenomeni musicali, secondo Calliari, sarebbero attraversati da "messaggi subliminali" con l'intenzione di trasmettere "il vangelo di Satana" in cui si invita "al suicidio, alla violenza collettiva, all'assassinio sistematico che talvolta riveste carattere rituale". (Ivi, p. 235). Vedi anche un passo precedente, in cui si dice che in questa musica si esprime "odio e violenza: due atteggiamenti tra loro inscindibili che nascono e si alimentano da una stessa matrice, la devozione a Satana". (Ivi, p. 231). La musica rock diventa, per interpreti del genere, la più inquietante espressione del demoniaco. La contestazione, la provocazione parossistica, è attribuita a una reale interferenza del diavolo. Tuttavia, sebbene tali esagerazioni siano inaccettabili, bisogna riconoscere che qualcosa di vero potrebbe anche esserci. Non c'è bisogno di ricorrere ai messaggi subliminali (versi che letti al contrario esprimono contenuti satanisti), in molte canzoni i messaggi sono espliciti: ma c'è davvero lo zampino di Satana? La risposta mi sembra superflua. 10

Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico, Einaudi, Torino 1991, p. 57. Massimo Introvigne, cit., pp. 369-370. 12 Angelo Zappalà, Delitti rituali, Centro Scientifico Editore, Torino 2004, p. 9. 13 Massimo Introvigne, cit, p. 373. 14 Bonagiunta Orbicciani: "Natura dà ciò che è primero/ e poi l'arte lo segue e lo dirima/ e sa più d'arte chi è più ingegnerò/ e meno chi risente delJ'alchima./ Unde J'alchima verace non crido/ poiché è cagione di transmutamento". 15 Cesare Lombroso: "Io sono molto vergognato e dolente d'aver combattuto con 11

tanta tenacia la possibilità dei fatti cosiddetti spiritici; dico dei fatti perché alla teoria sono ancora contrario. Ma i fatti esistono e io dei fatti mi vanto di essere schiavo", così dichiara Lombroso nella "Tribuna Giudiziaria di Napoli", citato in M. Introvigne, cit., p. 52. 16 Questo tema è in realtà controverso. E vero che forse alcune sette e alcuni rituali magici sopravvivono molto di più di quanto si pensi. In alcuni casi trucchi ben celati sono difficili da scoprire, in altri l'effetto placebo gioca un ruolo determinate, e in altri ancora siamo di fronte a eventi soprannaturali che non si possono interpretare, né dal punto di vista dell'imbroglio, né da quello psicologico. Tuttavia certe pratiche estreme, gli omicidi rituali a fini magici a esempio, come si è detto, sono eventi rarissimi ed eccezionali, episodi isolati difficilmente ripetibili all'interno di una comunità. 17 Massimo Introvigne. cit., p. 20. 18 II dualismo bene-male, Dio-Satana come forze antagoniste, alla fine ha prevalso nella cristianità occidentale. Gli sforzi dei teologi del passato non è riuscito a sciogliere un paradosso che, lasciato insoluto, sarebbe stato imbarazzante. Se infatti Dio ha creato tutto, è onnipotente e onniscente, perché avrebbe creato anche il male e il suo paladino? A meno di non riconoscere una natura anche malvagia in Dio, meglio distinguere le due cose, limitare l'onnipotenza del divino (che però alla fine dei tempi uscirà vittorioso sul male) e teorizzare due forze contrapposte. Una soluzione 'razionalista', non ha avuto successo. In questo caso Dio sarebbe onnipotente, ma solo nei limiti permessi dalla legge naturale, alla quale anche lui dovrebbe sottostare. In questo caso, secondo la filosofia leibniziana, il nostro sarebbe il migliore dei mondi possibili. Il migliore, ma non perfetto in assoluto. Ci ha pensato il sarcasmo pessimista di Voltaire (almeno di una certa fase del suo pensiero) a ridicolizzare questa teoria, nel suo racconto Candide. 19 Per la storia dell'annientamento dei Templari si veda N. Cohn, I demoni dentro, cit., pp. 103-126. 20 Ha a che fare con i Templari anche la Massoneria, benché i Massoni contemporanei si propongano finalità, in larga parte terrene e politiche, di carattere ben diverso. 21 Non vorrei mettere una pulce nell'orecchio di qualcuno. Ma forse questo qualcuno l'ha già fatto di andare a perquisire qualche cassaforte. Magari nella "Villa dei Misteri." 22 La Massoneria è un fenomeno più che reale, specialmente in Toscana. Per alcuni 'massoni di frangia', la Massoneria cosiddetta "deviata", confina col satanismo. Ma la Massoneria è come il delta di un grande fiume, da cui si diramano innumerevoli canali, in uno spazio così esteso e incerto nei suoi confini reali che è meglio non entrare neppure nell'argomento.

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Angelo Zappala, cit. Si dice che Manson fosse convinto che ci sarebbe stata una grande rivoluzione dei neri, i quali avrebbero rovesciato il potere dei bianchi. L'eletto a guidare i neri nella lotta sarebbe stato lui. A lui, bianco, si sarebbero rivolti i neri spontaneamente per eleggerlo loro capo. L'omicidio di Sharon Tate e dei suoi ospiti era un primo attacco alla borghesia bianca da sterminare. Ma esiste un'interpretazione dell'azione di Manson di segno diverso, per cui Manson si preparava a fronteggiare la rivolta dei neri. In ogni caso questo atteggiamento rivoluzionario si unisce a simbologie di derivazione satanica e a un certo abuso di stupefacenti. 25 Gli snuff movies sono quei film e video che riprendono violenze sui bambini, i prodotti più agghiaccianti dell'aberrazione umana. Spero che in circolazione ci siano molti meno snuff movies di quanto si dica. 26 Angelo Zappala, cit., p. 212. 27 Trovato su Internet: Massimo Introvigne, Center For Studies On New Religions, 24

CESNUR 98: Chi ha paura delle minoranze religiose. La costruzione sociale di un panico morale, p. 1. Philip Jenkins, Pedophiles and Priests. Anatomy of a Contemporary Crisis, Oxford University Press, New York e Oxford, 1996, p. 5. Giorgio Agamben, Homo sacer, Einaudi, Torino 1995, pp. 187-188. 29 Ivi, p. 192. ,0 Si deve ad un grande scrittore, Robert Louis Stevenson, l'aver intuito con anticipo, alla fine dell'Ottocento, il meccanismo di dissociazione che dal XX secolo in avanti è sempre più esiziale. Non a caso lo sdoppiamento del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde è diventato uno dei luoghi ricorrenti dell'immaginario novecentesco, come attestano le numerose versioni cinematografiche che del celebre romanzo sono state fatte (almeno cinque, senza contare tutte quelle che fanno indirettamente riferimento al modello). "Il lato malvagio della mia natura, cui avevo trasferito il potere di plasmarmi, era meno robusto e sviluppato di quello buono, che avevo appena spodestato. La mia vita, dopotutto, s'era svolta per nove decimi sotto l'influenza del secondo, e il primo aveva avuto rare occasioni di esercitarsi e maturare. Così si spiega secondo me che Edward Hyde fosse più piccolo, più leggero e più giovane di Henry Jekyll. Come il bene traspariva dai lineamenti dell'uno, così il male era scritto a chiare lettere sulla faccia dell'altro. Il male, inoltre (che costituisce la parte letale dell'uomo, a quanto ancora devo credere), aveva impresso a quel corpo il suo marchio di deformità e corruzione. Eppure, quando vidi quell'immagine raccapricciante nello specchio, ciò che provai fu un senso di gioia e di sollievo, non di ripugnanza. Anche quello ero io. Mi sembrai naturale e umano. Ai miei occhi, anzi, quell'incarnazione del mio spirito parve più viva, più individuale e spiccata, dell'imperfetta e ambigua sembianza che fino a quel giorno avevo chiamato mia. E in questo non posso dire che mi sbagliassi. 28

Ho osservato che quando assumevo l'aspetto di Hyde, nessuno poteva avvicinarmi senza trasalire visibilmente; e questo senza dubbio perché, mentre ciascuno di noi è una mescolanza di bene e di male, Edward Hyde, unico nel genere umano, era fatto di solo male". (Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dr. ]ekyll e delSig. Hyde, traduzione di Carlo Frutterò e Franco Lucentini, Einaudi, Torino 1983, pp. 79-80).

SACER

ESTO.

L A LETTERATURA E I SERIAL

KILLER.

H A N N I B A L LECTER. RIFERIMENTI SOMMARI ALLA CASISTICA DI EPISODI REALI. L A BANALIZZAZIONE DEI GIUDICI E LA BANALITÀ DEL MALE.

La formula con cui i latini preparavano l'assassino al sacrificio era: sacer esto. In che senso il criminale diventava sacro? Parrebbe che con questa espressione si volesse indicare un uomo la cui vita poteva essere tolta, in quanto ridotta ad una valenza nuda. Ma è questa un'interpretazione molto discussa. Le interpretazioni sociologiche e psicologiche (psicanalitiche e psichiatriche), o anche biochimico-neurologiche (nelle tendenze più attuali), o somatiche, come categorie esplicative per comprendere i meccanismi mentali che eziologicamente innescherebbero le azioni criminali degli assassini seriali, sono al di sotto di una esauriente comprensione del fenomeno 1 . Laddove ci dicono qualcosa, lasciano inesplorata una vasta zona d'ombra. Non spiegano, cioè, quello che sarebbe importante sapere, e che forse si preferisce tenere celato, perlopiù a causa di un inconscio meccanismo collettivo di rimozione (su questo versante la spiegazione psicologica è molto appropriata). Queste interpretazioni, d'altronde spesso rifiutate dai giudici nei processi riguardanti serial killer, servono più spesso a coprire ciò che altrimenti disvelato risulterebbe rispondere a una logica agghiacciante. Un'origine che affonda le sue radici nella natura umana, che sonnecchia alla base del tentativo di mantenere l'equilibrio e l'ordine sociale, e la cui dissimulazione è una conditio sine qua non per evitare che si metta in discussione, in modo eccessivamente radicale, l'ingranaggio della società. Non intendo dire che le spiegazioni psicologiche non siano fondate, ma solo che esse dovrebbero apparire nella cornice più ampia che le contiene, i cui confini rimangono invece offuscati e inghiottiti dalla storia e dall'ermeneuti-

ca con la quale questa storia viene interpretata. La rivelazione del fondamento porterebbe alla spaventosa constatazione che i serial killer rivestono una sorta di funzione sociale, benché atroce. Mettiamo in prova questa ipotesi innanzitutto dal lato dell'agente pluriomicida. In alcune monarchie teocratiche dell'Africa era il re a rivestire il ruolo di capro espiatorio e, quasi sempre, al culmine del rituale, era simbolicamente sostituito da un animale al quale si infliggeva il sacrificio. Prima del sacrificio il re doveva essere preparato. Ecco come descrive René Girard la preparazione all'incoronazione di un re: "Si fanno mangiare al re cibi proibiti; gli si fanno commettere atti di violenza; capita che gli si facciano fare bagni di sangue; gli si fanno ingerire droghe la cui composizione - organi sessuali triturati, avanzi sanguinolenti, residui d'ogni sorta - rivela il loro carattere malefico. In alcune società tutta l'intronizzazione si svolge in un'atmosfera di cruenta follia. Il re, quindi, non è chiamato a trasgredire a un divieto particolare (..)., ma a tutti i divieti possibili immaginabili. Il carattere quasi enciclopedico delle trasgressioni, come pure la natura eclettica della trasgressione incestuosa, rivelano chiaramente che genere di personaggio si pretende che il re incarni: quello del trasgressore per eccellenza, dell'essere che non rispetta nulla, che fa sue tutte le forme delYhybris, anche le più atroci" 2 . Preparato il re, la comunità si divide in due fazioni che simulano una lotta tra di loro. La violenza inscenata tra i membri della comunità si focalizza poi sul re, con un atteggiamento ambivalente, cioè il re è al tempo stesso difeso e venerato, attaccato e disprezzato. Infine viene ucciso l'animale che sostituisce il re, a cui vengono rivolte le ingiurie più pittoresche, ma anche preghiere e richieste di perdono. Nella nostra società occidentale a quali persone si attaglia con inquietante vicinanza la descrizione di Girard? Se eliminiamo il re come soggetto del sacrificio rituale, il prodromo della intronizzazione sembra sorprendentemente la descrizione delle attività criminali dei più feroci serial killer. Modifichiamo l'angolo visuale. Ancora più sorprendente è ciò che riguarda la simmetria con la quale la nostra società si relaziona ai criminali di quel genere, così come alcune tribù si rapportavano a quei re. Di fronte ad azioni così terrificanti, la gran parte della collettività esprime orrore, ma una minoranza si rapporta verso gli autori con ammirazione, rispetto, quasi con

venerazione. Molti serial killer, com'è noto, ricevono in carcere centinaia di lettere di stima e di amore in un sorta di delirio mistico appassionato. Dal canto loro, essi stessi sembrano coscienti della loro funzione di capro espiatorio, cioè di attrattori di tutti i mali, allo scopo di liberare e purificare la società dalla violenza immanente e dalle potenziali trasgressioni sessuali. Purificazione che ha come coronamento l'eliminazione del purificatore/trasgressore, realizzata con la condanna a morte - in special modo negli USA - pena definitiva e radicale che il criminale quasi sempre ricerca come adeguato e necessario culmine di un sacrificio e che per lui rappresenta anche la liberazione dal male da cui si sente posseduto. Non raramente alcuni serial killer si assegnano da soli attributi trascendenti e divini. Ma il vero punto della questione riguarda la preparazione con la quale gli assassini seriali sono instradati ed educati per divenire maturi, cioè sufficientemente contaminati in vista del sacrificio rituale e, in qualche modo, indotti ad autodivinizzarsi. Questo allo scopo di convogliare su di essi la quintessenza del peccato, nel tentativo di offuscare ogni altro tipo di trasgressione e di dissenso che potrebbe mettere in crisi la società. Quest'ultima per loro tramite è stata terrorizzata in funzione profilattica e in un certo senso immobilizzata dalla paura. E innanzitutto il battage mediatico che prepara l'incoronazione del serial killer a moderno monarca del Male. C'è chi ha stigmatizzato l'eccessivo rilievo dato dai mass-media alle imprese degli assassini seriali, qualcuno ha persino affermato che questa attenzione eccessiva è criminogena, induce cioè all'imitazione e quindi alla proliferazione del fenomeno. A un livello più superficiale, oppure, per usare un termine in disuso, sovrastrutturale, ci pensa il mondo dello spettacolo, l'amplificazione televisiva e cinematografica, non tanto a creare quanto a sublimare e a distillare la figura del serial killer come un eroe della società contemporanea. Eroe come lo intendevano i greci, o più generalmente la mitologia, cioè massimamente buono o cattivo, espressione del sacro con tutto ciò che vi è connesso. Questo fino al momento del sacrificio, quando cioè sia stato superato un determinato livello e la disumanizzazione del sacrificando sia interamente compiuta. Il primo a comprendere il fenomeno fu lo scrittore americano Truman Capote. Il suo magistrale A sangue freddo inaugura un genere narrativo, benché i fatti reali ispiratori del suo libro non fossero delitti in serie, bensì un

episodio di omicidi plurimi di rara efferatezza e di quasi totale inutilità pratica. Nonostante che il romanzo-verità di Capote voglia essere soltanto una cruda analisi di delitti senza motivazione apparente, l'effetto finale è quello della ipervalutazione di due personalità tutto sommato abbastanza comuni. I giovani assassini restano imperscrutati dal punto di vista delle rispettive dinamiche psicopatologiche, benché, almeno a prima vista, appaia un caso non raro di folie a deux e, proprio per questo, come effetto forse non voluto dallo scrittore, assumono una dimensione superumana. II narratore, anch'egli statunitense, Thomas Harris ha enfatizzato in maniera più radicale la liturgia descritta, pur nella dimensione etnografica, da Girard. Harris va più a fondo di molti sociologi o antropologi. Il suo personaggio, Hannibal Lecter del Silenzio degli innocenti e di Hannibal, più o meno ispirato a reali serial killer, è un simbolo riuscito della sublimazione che con gli assassini seriali compiono i media, seguendo un percorso di tappe successive: sacralizzazione attraverso l'identificazione mediatica in una figura di super-uomo, il rito della scoperta, il sacrificio. Col personaggio carismatico di Hannibal, Harris ha trovato la figura mitologica di riferimento della nostra epoca. Il dottore diabolico, pluriassassino, cannibale, perennemente in fuga e impunito - ma la sagra letterario/cinematografica deve ancora aver fine - nello stesso tempo operatatore di sacrifici, ma esso stesso potenziale vittima sacrificale - bisogna aspettarsi un prossimo libro e un prossimo film in cui l'eroe verrà giustiziato - ha il carisma, l'abilità, persino l'eleganza di un re3. I greci utilizzavano il pharmakos come capro espiatorio. Il pharmakos (da cui pharmakon, veleno e medicina curativa allo stesso tempo) era scelto tra gli emarginati della polis. Prima di essere ucciso veniva portato in giro, porta a porta, per assorbire come una specie di magnete i mali e le malattie di tutti i membri della collettività. Al suo passaggio lo si insultava, ma anche lo si venerava. Nell'epoca moderna, il sacrificio rituale sembrerebbe abbandonato, benché in Cina, e in altri Paesi, non lo sia così tanto; parrebbe piuttosto traslato in un'altra forma più fredda e asettica. In realtà esso avviene attraverso meccanismi ben mimetizzati, e per questo molto più complessi e difficili da comprendere. Il sistema nel suo insieme non è apertamente visibile. La società civile nasconde i suoi panni sporchi, li lava con altrettanta discrezione, la collettività è in grado di accorgersi solo degli effetti finali. Restano in parte

nascoste - salve le deformazioni dei media - le fasi del procedimento complessivo che produce l'effetto finale del sacrificio. Una certa quantità di assassini seriali si era vista in Germania nei primi quarantanni del secolo. Un dato quest'ultimo che può apparire preoccupante, vista la svolta storica di quel paese, in seguito alla quale il fenomeno dei serial killer finì per diventare non più esecrabile, bensì un obiettivo dell'istituzione politica del Paese. Mi riferisco, è evidente, all'Olocausto. Come dire una pratica criminale organizzata, legalizzata, amplificata fino a diventare genocidio, di cui una Nazione è divenuta, più o meno costretta, più o meno passiva, in qualche modo complice morale. Non solo il sistema giudiziario non riesce ad arginare l'ondata di assassini seriali, ma sembra trascurarli. Parlare però di trascuratezza, in un'analisi ravvicinata, appare un termine improprio. Sarebbe più giusto parlare di tacita assuefazione. In linea con l'opinione secondo la quale parlarne in maniera troppo diffusa rischierebbe di amplificare il fenomeno, in Francia, per esempio, Paese che ha anch'esso i suoi beaux assaninats seriali, si tende in generale alla minimizzazione. Ma in qualsiasi modo lo si consideri e lo si descriva sui mezzi di comunicazione, il meccanismo di produzione, la sua evoluzione e la finale distruzione, è simile dovunque. In alcuni casi si assiste a una sorta di tira e molla tra la giustizia e i criminali. Alcuni di essi iniziano a manifestare sintomi di instabilità fino da bambini. Individuati una prima volta vengono internati in riformatori, o più eufemisticamente in istituti di rieducazione, all'interno dei quali i sintomi si rafforzano e si orientano. Rilasciato dai riformatori il giovane compie i suoi primi crimini: stupri, rapine, eccetera. Il delinquente sarà di nuovo catturato e rinchiuso, questa volta in un vero carcere, per essere rilasciato di nuovo dopo un arco di tempo relativamente breve, per buona condotta, oppure, nel caso che un'equipe di psichiatri ne abbia affermato la non imputabilità, e a questo parere si sia uniformata la sentenza, giudicato guarito e non più in grado di nuocere. Il carcere ha però perfezionato ciò che il riformatorio ha solo abbozzato. Il serial killer giunto a questo stadio comincia ad assumere il suo ruolo. L'alternanza fuori-dentro continua finché il criminale giunge a completa maturazione, cioè fino al momento in cui i suoi crimini diventano efferati, gratuiti, cioè fuori d'ogni umana comprensione. Solo a questo punto viene definitivamente ripreso, condannato, o al carcere a vita, o alla pena di morte.

Questo percorso, qui abbozzato con molta approssimazione nelle sue linee generali, e a parte le dovute eccezioni, ricorda da vicino quello con cui si preparavano i capri espiatori per essere pronti (cioè non prima di essere completamente contaminati e totalmente disumanizzati) al sacrificio che li aspettava. E interessante anche notare come nello stadio finale i giudici o i giurati, confortati dalle perizie psichiatriche, quasi sempre respingano l'infermità mentale come causa di non punibilità o come attenuante. Questo non solo per appagare la sete di vendetta dei parenti delle vittime, ma innanzitutto, a parere di chi scrive, perché il disturbo mentale ridimensionerebbe il feroce assassino al livello di essere umano, gli farebbe perdere il suo valore sacrale, e con esso andrebbe persa anche la sacralità dell'atto di giustizia. Valore sacrale che la giustizia dei nostri tempi, nonostante affoghi dalle estenuanti procedure giudiziarie, spesso interminabili e burocratiche, cerca di riaffermare con tutto il suo peso attraverso processi più o meno spettacolari. Rimane in ombra la natura metafisica (ma anche concreta) interlacciata tra assassino seriale e funzione pubblica, vale e dire il legame con l'istituzione, quel fulcro da cui scaturisce una dinamica in cui l'uno gioca a favore e a sostegno dell'altro. Se talvolta si 'alleva' il serial killer al di fuori dell'istituzione giuridica, in alcuni casi, e non sono pochi, è dallo stesso interno dell'istituzione che il serial killer diventa funzionale nel modo che dicevo. Se poi si allarga il discorso a tutti gli organi di potere e di controllo (esercito, polizia, giustizia, politica, servizi segreti), si vede che i serial killer partoriti in seno a queste istituzioni sono una notevole percentuale. Propongo un elenco molto parziale. Negli Stati Uniti: Albert Henry De Salvo, lo strangolatore di Boston, nato nel 1931. Qui l'istituzione criminogena è l'esercito. De Salvo vi era entrato fin dall'età di 17 anni. Successivamente violenta e uccide varie donne. Rinchiuso a vita nella Walpole State Prison, muore nel 1973 accoltellato da un altro detenuto. John Wayne Gacy, nato a Chicago nel 1942, è un brillante imprenditore ed è innanzitutto un uomo politico molto attivo, membro della Camera di Commercio. Si sposa due volte e tiene segreta la sua omossessualità. Inizia a uccidere nel 1972 ragazzi tra i 9 e i 27 anni (circa una trentina). Dal carcere diventa uno stimato e quotato ritrattista di clown (l'attore Johnny Depp è un suo collezionista). E stato giustiziato nel 1994. Anche

per Donald Leroy Evans, il momento formativo è l'esercito. Arrestato per l'omicidio di una bambina, ne confessa più di sessanta (molti delitti a lui attribuibili sono ancora in corso di accertamento). Aveva cominciato ad uccidere nel 1977 dopo che si era congedato dal corpo dei Marines. Robert Cari Hohenberger, è sì un ex galeotto, ma diventa, non si sa come, vice sceriffo in California. Nel 1978 stupra e uccide cinque adolescenti di Morgan City (Louisiana). David A. Dowler, nato in New Mexico, figlio di un colonnello dell'aviazione. Racconta agli amici - vero o falso? - di uccidere per conto dei servizi segreti. Fatto sta che annuncia in anticipo i suoi omicidi, arrivando persino a preavvisare i parenti delle vittime (donne, che vengono poi trovate effettivamente cadavere). Nel suo appartamento vengono trovate boccette di cloroformio e una pistola calibro 22. E condannato all'ergastolo nel 1988. Patrick Purdy, nonostante un curriculum da criminale lungo un chilometro, ottiene la licenza per diventare guardia giurata. Nel 1989, raggiunge la scuola elementare di Stockton in California, uccide cinque bambini e ne ferisce trenta, poi si suicida. Matthew Quintiliano, attivo nel dipartimento di polizia di Stratford, nel Connecticut, uccide la sua prima moglie nel 1975. Riconosciuto infermo di mente viene poi liberato perché giudicato da uri equipe di psichiatri innocuo. Si risposa nel 1983 e assassina anche la nuova moglie. A questo punto è condannato all'ergastolo. David Keith Rogers, veterano della Marina, trova impiego nel dipartimento dello sceriffo della contea di Kern (California). Uccide varie prostitute negli anni Ottanta. Anthony Scully, nato in California nel 1944, fa il poliziotto a Millbrae. Nel 1983 quando viene arrestato lavora come appaltatore elettrico. Uccide varie prostitute e autostoppisti. Nel 1986 è condannato all'ergastolo. Billy Ray Waldon, quando si congeda dalla Marina nel 1985, ha 14 anni di servizio come ufficiale. Responsabile di omicidi, stupri e rapine. Arrestato nel 1986. Léonard Lake e Charles Ng. Il primo è un veterano del Vietnam. Insieme al compagno tortura e uccide le sue vittime (compresi bambini) registrando i crimini su video-cassette. Lake si suicida con una capsula di veleno subito dopo l'arresto avvenuto nel 1985. Ng, ex marine, è catturato molto tempo dopo, nel 1991. Si fanno speculazioni sull'appartenenza dei due a un culto sessista, legato in qualche modo alla CIA. Il caso è tutt'oggi top secret. Ted Bundy, nato nel 1946 (Vermont) è un uomo brillante e affascinante, facciata pubblica dietro la quale si nasconde uno dei serial killer più feroci della

storia del crimine (una trentina di ragazze brutalmente stuprate e uccise). Viene incastrato dall'impronta dentaria lasciata su una natica del corpo di una vittima. Senza questa prova Bundy, acuto conoscitore del diritto, con la sua brillante autodifesa l'avrebbe fatta franca. Alla fine del secondo processo in seguito al quale viene emessa la sentenza di condanna, il giudice che presiede la corte si congratula con lui. Prima di essere preso Bundy aveva fatto una carriera di tutto rispetto, diventando una figura di rilievo del partito repubblicano, ed era stato nominato aiuto direttore di una commissione per la prevenzione del crimine a Seattle, dove aveva redatto un documento destinato alle donne sul problema degli stupri. Poi si era infiltrato nello stato maggiore del partito democratico per spiarne i dibattiti (siamo in pieno Watergate). Viene giustiziato nel 1989. Edmund Kemper, condannato nel 1973 in California, sta ancora scontando la sua pena in carcere. Uccide varie autostoppiste di buona famiglia, decapitandole (giustifica in parte i suoi crimini come un attacco alla società). Alcune teste le conserva come trofei. Frequenta un locale di poliziotti dei quali diventa amico. Quando a uno di loro confessa i suoi crimini non viene creduto, se non dopo molte insistenze. Aveva instaurato un rapporto sentimentale anche con la figlia del capo della polizia criminale di Santa Cruz, il quale lo invitava spesso a cena, giudicandolo un buon partito per la propria figlia. In Inghilterra: il più antico, lo storico capostipite degli assassini seriali, è Jack The Ripper, cioè Jack lo Squartatore, denominazione assegnatagli a Londra dalla voce comune, perché nessuno ha mai conosciuto la sua autentica identità. Tra le varie ipotesi c'è quella che fosse un importante membro della polizia londinese. Il sospetto è suffragato dal fatto che quest'uomo d'ordine arrivava sempre troppo presto sui luoghi dei delitti. John Reginald Christie, nato nel 1898. Soprannominato in gioventù "Reggie-senza-coglioni" per la sua incapacità sessuale. Arrestato la prima volta a 55 anni, dopo essersi guadagnato una carica onorifica nella War Reserve Police. Nel suo appartamento, scoperti dall'inquilino che lo occupò dopo di lui, tre cadaveri di donne in una credenza, uno sotto il pavimento, altri due nel giardino. Un cadavere è quello della moglie, gli altri sono di prostitute. Le ha strangolate e le ha asportato i peli pubici che conserva come trofei. Impiccato a Pentonville nel 1953. Gordon Frederick Cummins, nato nel 1914, di rispettabile famiglia borghese inglese, sposato e cadetto della Raf. Uccide e mutila con un rasoio

le sue vittime femminili a volte senza violentarle. Impiccato nel 1942. In Germania: Fritz Haarmann, è un confidente della polizia. Poi insieme a un ex commissario apre un'agenzia investigativa privata che gli vale un patentino di investigatore, usando il quale ferma le sue vittime - giovani viaggiatori - nelle sale d'aspetto delle stazioni ferroviarie, col pretesto di controllarne i documenti. Violenta e sbrana le sue vittime, almeno una trentina. Trita le loro carni e le vende alle vicine di casa, o al mercato a metà prezzo, in alternativa della carne di cavallo. Decapitato nel 1925. Norbert Poehlke, ispettore capo del dipartimento di Stoccarda. Tra il 1984 e il 1985, vari ornici e rapine. Uccide poi la moglie e uno dei due figli. Con l'altro figlio viene ritrovato nella sua auto su una spiaggia presso Brindisi. Entrambi uccisi con la pistola d'ordinanza dell'ispettore. In Italia abbiamo almeno un esempio, i poliziotti fratelli Salvo della famosa Fiat Uno bianca 4 . Scorrendo le statistiche sul numero degli assassini seriali, dall'inizio del secolo scorso fino a ora, si nota un'impennata negli anni Settanta. Da quel momento i serial killer aumentano i maniera vertiginosa, soprattutto negli Stati Uniti (che rappresentano da soli il 75% del fenomeno). Perché negli anni Settanta si assiste alla proliferazione degli assassini seriali, la maggior parte dei quali connotati da perversione sessuale? H o detto più sopra che, a mio parere, la rivoluzione sessuale del Sessantotto ebbe a che fare con questa specie di malanno epidemico. Si trattava di un movimento spontaneo, con effetti dirompenti. La rivoluzione dei costumi minacciava l'occidente capitalista, quanto l'oriente comunista (due entità che si sorreggevano a vicenda, come oggi, dopo la dissoluzione dell'impero sovietico, si comincia a capire). La famiglia come cellula di base della società apparve in grave pericolo di disintegrazione. Considerata la vastità del fenomeno, senza limiti di spazio - uno degli assassini seriali più feroci della storia criminale attaccava coppie di turisti in vena di distrazioni disinibite in India, allettandole con la promessa di procurar loro pietre preziose - non è assurdo pensare che si sia formata una casta di giustizieri che punivano la libertà sessuale, in una doppia maniera, punendo semplicemente i giovani disinibiti, o trasformando soggettivamente quella libertà in una deviazione abnorme, senza limiti di sorta, in nome della quale tutto era con-

cesso. I serial killer sembrano diffusori di un monito: "Guardate a cosa porta questa vostra libertà". Oppure: "Il liberismo sessuale mi autorizza a fare ciò che voglio del mio partner, o di chiunque io sia in grado di dominare". Dietro a ciò che appare, ci sarebbe però qualcos'altro che spiega l'atrocità senza scopo, più inumana proprio perché gratuita. Il movente s'ammanta di mistero. Un mistero più ampio che coinvolge un numero indeterminato di persone, e che allontana sempre di più l'indagatore dalla scena del crimine, via via che il tempo passa sempre più annebbiata, per diventare infine un elemento secondario di cui si è persa l'immagine concreta. Per questo l'interpretazione ipotetica può assumere una natura metafisica, cioè, si può presupporre, esplicitamente o meno, l'esistenza di Satana. L'indagine investigativa naufraga nell'insensato. Il 'sentimento di convinzione', cioè il portato soggettivo che spinge l'autore delle indagini a ricondurre gli elementi fattuali alla propria ipotesi iniziale che si ritiene essere vera, è in certa misura un sentimento dal quale non si può prescindere. Chi più chi meno, siamo tutti dominati e predeterminati da esso (anche chi scrive). Si può anzi dire, che senza tale sentimento, un'indagine di qualche tipo non sarebbe possibile. Ciò non toglie, che di fronte a contraddizioni manifeste, a pseudo ragionamenti che costringono a percorsi di logica capziosa, o a palesi astrusità, il nostro 'sentimento di convinzione' non possa cambiare. Non è tanto l'avere o il non avere questo atteggiamento soggettivo che contraddistingue l'onestà intellettuale (o scientifica) quanto, fermo restando l'inevitabile sentimento, la possibilità di cambiare l'originaria convinzione. Se ciò non avviene, se l'idea non cambia, quando sia messa di fronte a evidenti contrasti, si può presuppore che essa sia sostenuta da forti elementi estranei ai fatti e alla vicenda processuale in se stessa considerata. Dietro al 'sentimento di convinzione', in tal caso, si nasconde o un interesse di fazione oppure un'atmosfera generale dominante in un certo ambiente, in un momento determinato. Una situazione del genere si è verificata negli Stati Uniti negli anni Ottanta, ed anche più recentemente. L'avvicinarsi del nuovo millennio ha creato in quel Paese l'attesa generalizzata di una qualche catastrofe determinata da gruppi consociati in culti più o meno demoniaci. L'allarme era, oppure è tuttora, così diffuso e degno di

attenzione da parte delle autorità preposte alla sicurezza da determinare la creazione di sezioni speciali di polizia che si occupavano, o si occupano, di crimini rituali. Gli agenti preposti impegnati nella prevenzione o nella repressione di delitti connessi ai culti sono chiamati cult cops. Pare che l'88% di essi creda nell'esistenza del diavolo. "Negli Sati Uniti l'allarme sociale provocato dal crescente numero di sette e da taluni delitti efferati che hanno avuto come sfondo Satana o un credo religioso, ha condotto l'opinione pubblica, spinta anche da una campagna mediatica fedele al motto 'non lasciate che i fatti rovinino una bella notizia', a ritenere, erroneamente, molto frequenti questo tipo di crimini...". La specializzazione di alcuni agenti "nell'occulto, l'entusiasmo e il furore da cui sono aninati ne ostacolano spesso l'obiettività e la serenità di giudizio, e fanno sì che questi agenti ritrovino caratteristiche sataniche in reati che di satanico hanno solo la banalità del male" 5 . Qualche cosa di simile sta accadendo anche per il caso che ci riguarda, nonostante che "in Italia, a parte qualche caso sospetto, le autorità di Polizia informano che non vi sono stati casi di omicidio rituale satanico, né di abusi rituali satanici, né di rapimenti di bambini a scopi sacrificali?" 6 Si direbbe di sì, esaminando il caso che ci occupa. Al quale sarà opportuno ritornare perché esso indica, con sufficiente attendibilità, una certa situazione. Le indagini concluse e consacrate da due sentenze passate in giudicato (processo a Stefano Mele e processo contro i compagni di merende) hanno prodotto una banalizzazione degli eventi di cui qui si parla. Di ciò sembrano in qualche modo soddisfatti i giudici che hanno concluso il caso con quelle sentenze. Essi sembrano contenti di aver contraddetto l'enfasi massmediatica, additando come responsabili dei delitti un manovale oligofrenico e un gruppetto di paesani, quasi tutti, eccetto Pacciani, ipodotati intellettualmente, forti bevitori, criminali senza scopo (Lotti), e come impegnati in una specie di giochetto macabro di cui sfugge, prima di tutti a loro stessi, la portata (secondo Lotti, considerato come la bocca della verità: "Si va a fare un lavoretto", avrebbero detto i compagni di merende prima di muoversi in caccia di una coppia da uccidere). Il quadro che ne risulta, benché inespresso, è quello di un'accolita di sce-

mi del villaggio - Lotti e Pucci, in particolare, ma anche Vanni - dominato come gruppo, con molti forse, da una mente criminale più determinata: Pacciani. Tutti quanti, chi per lucro (?), chi per noia, chi forse per una non chiara pervesione sessuale, talvolta, di notte, si muovono colpendo a caso, sfogandosi in una sorta di corsa nei sacchi, dove il sacco sta sulla testa e non nelle gambe. Una conclusione che sa di esorcismo. A essere esorcizzata è la paura, il timore dell'esistenza di un lupo solitario, addestrato a dare la morte, molto capace da questo punto di vista, freddo e determinato come raramente s'incontra negli annali della criminologia, e tuttora, al coperto dall'individuazione, libero di tornare a uccidere. Sicché: ma quale speciale abilità nell'uso della pistola calibro 22! Si tratta di qualcuno che sparacchia un po' a caso, e se colpisce in parti vitali è perché spara a distanza molto ravvicinata. Anche nel caso dei due ragazzi tedeschi, in cui l'aggressore spara attraverso le lamiere del furgone, colpendo mortalmente il giovane che cerca di sottrarsi ai colpi strisciando sul pianale trasformato in letto? Sicuro, anche in quel caso! Lo sforzo di banalizzazione arriva al punto che i giudici dell'appello nel processo ai compagni di merende, ma s'è visto che quelli di primo grado almeno in questo non gli credono, prendano per buone le dichiarazioni di Giancarlo Lotti, il quale dice di aver sparato lui alcuni colpi di pistola, su istigazione del solito Pacciani che gli avrebbe messo in mano la pistola, riuscendo a colpire sempre il bersaglio, senza sprecare un solo colpo, al buio, su corpi in movimento, sparando a casaccio, ma arrivando a colpire il giovane tedesco in parti vitali, questo a causa della nota fortuna dei neofiti, atteso che per Lotti quella sarebbe stata la prima volta che vedeva e che maneggiava un'arma da sparo. Macché destrezza quasi chirurgica delle escissioni! Ma quale capacità, acquisita in seguito ad addestramento, all'uso dell'arma bianca nel corpo a corpo! Anche un grezzo paesano abituato a scuoiare conigli può arrivare a tanto. Anche nel caso della povera Nadine Mauriot, il cui seno fu tagliato via con due soli colpi di coltello? Anche nel caso del suo giovane compagno, sportivo, forte ed aitante, raggiunto nel bosco dov'era fuggito, aggredito alle spalle, cui fu recisa la carotide con un colpo di coltello così preciso e violento che il sangue sprizzò fino a raggiungere le foglie degli alberi? Sicuro, anche in quei casi.

In questo modo si conquista la quiete e il silenzio. I dintorni della pacifica città di Firenze non sono mai stati funestati da un maniaco pericolosissimo perché rivolto a uccidere con una volontà che non ammette alternative; gli allarmi delle autorità amministrative che riempirono i muri delle case paesane, gli alberi dei boschi, intorno alle radure adatte ai pic-nic familiari, di cartelli con la scritta "Occhio, ragazzi! " - che sembravano tuttavia per l'aspetto grafico, la réclame di un collirio - furono eccessivamente allarmistici, inadeguati alla banalità dei fatti e degli uomini che li ponevano in essere. Ma i fatti sono fatti. Le scene dei crimini, benché annebbiate e in qualche modo dimenticate, restano negli incarti processuali. Restano le foto dei medici legali, gli ingrandimenti delle escissioni, le esibizioni oscene dei corpi delle vittime femminili. Basta riflettere sul fenomeno, tutt'altro che comune rispetto alla casistica generale, e non solo in Italia, almeno in Europa, per cui l'assassino non ha mai lasciato dietro di sé un ferito - salvo nell'unico caso di un giovane in coma profondo, che morirà poco dopo - per accorgersi che la determinazione rivolta verso la morte è di tale intensità, da rendere molto improbabile il quadro dei perdigiorno di paese. La determinazione omicida dev'essere sorretta da qualcosa di più forte, da una volontà diversa, da una premeditazione sostenuta da una soggettività di natura non comune. Un sospetto di inadeguatezza s'insinua nella mente degli investigatori. Si fa strada l'ipotesi della setta esoterica. A Pacciani fu trovato un tabellone con le lettere e i numeri in cerchio, adatto per sedute spiritiche. Pacciani spiritista plebeo sarebbe un buon inizio per ipotizzare che egli abbia fatto da trait-d'union fra i compagni di merende e quel Terzo Livello costituito dal sodalizio satanico criminale di professionisti eccetera. Ne ho già parlato, è una strada che conduce diritta, se perseguita, a un altro errore giudiziario. Tuttavia il fatto stesso che essa sia stata affacciata, che abbia provocato la nascita di una nuova indagine giudiziaria - il cosiddetto processo "Pacciani ter" - è sintomo sicuro di un malessere, di un dubbio che tormenta gli investigatori. Nell'ottica che mi riguarda, e che preciserò meglio di seguito, nel tentativo d'identificarlo, in qualche modo l'autentico assassino sarebbe un mostro satanico, un individuo eccezionale, una sorta di Hannibal Lecter, il personaggio nato nella fantasia di un romanziere? La banalizzazione dei giudici

sarebbe sbagliata alla radice? Bisogna distinguere fra banalizzazione e banalità del male. Di fronte a certe atrocità, si è spinti a ricercare giustificazioni soprannaturali: è spesso il primo moto dell'animo, solo in un secondo momento rivisto e corretto dal ragionamento. Si è indotti a credere che certi atti di inaudita crudeltà abbiano la loro scaturigine fuori dall'ambito di ciò che comunemente definiamo come umano, che antropocentricamente riposa sull'idea di una sostanziale bontà e positività dell'uomo, sebbene l'idea includa anche la difettibilità dell'essere umano. Al sovrannaturale approda, in un certo modo, anche la diagnosi clinica, nella zona limite di uno stato eccezionale della psiche che determina una deviazione particolare, ossessiva e inusuale, fuori regola, nel senso di una condizione che va oltre ciò che naturalmente esiste, che di norma non fa salti ed è sotto controllo. Sopra-naturale come i picchi di frequenze altissime, o al contrario bassissime, al di sopra o al di sotto della natura abituale, al di là del suo consueto andamento, del suo procedere regolare, del suo essere riconoscibile e prevedibile nei costanti ritorni che la scandiscono nei tempi e nella memoria umana. Si tratterebbe di individuare l'altrove: come nelle frequenze tracciate da un sismografo che segnala un terremoto. La metafora coincide con la ferocia umana senza movente. A entrambi si reagisce come di fronte a una volontà cieca, senz'appello, fuori dalle regole di convivenza e convenienza, fuori dal ragionevole senso comune. Come dinanzi a un puro agente di distruzione, a una volontà che non ha niente cui rendere conto al di fuori di sé, volontà presentita divina e, perciò, ultima giustificazione fondante. Manifestazione demoniaca oltre ogni paradigma equilibrato di riferimento 7 . Tuttavia, quasi sempre, per non dire tout court sempre, quando ci si trova faccia a faccia con l'uomo-lupo, quando il demone è stato preso e ora è davanti a noi in carne e ossa, affiora la banalità, svanisce l'aura divina che si era immaginata, non c'è niente di speciale, se non una certa durezza e indifferenza incline all'ottusità. I giudici del nostro caso, l'individuo a suo tempo fantasticato dai media non l'hanno mai visto in faccia. Si sono sforzati per questo di contrapporre all'atmosfera superumana evocata da alcuni media la banalizzazione, cioè qualco-

sa di molto diverso da ciò che una scrittrice definisce "banalità del male". La banalità del male è il titolo di un'opera di Hannah Arendt sul processo Eichmann tenutosi a Gerusalemme. Vale la pena di citare quasi per intero una pagina dell'introduzione a La vita della mente, opera incompiuta della scrittrice, che prende l'avvio laddove il precedente testo (La banalità del male), si era fermato: "Il male, come ci è stato insegnato, è qualcosa di demoniaco; la sua incarnazione è Satana, una 'folgorante caduta dal cielo' (Luca, X, 18), ovvero Lucifero, l'angelo caduto (...). il cui peccato è l'orgoglio (...)., cioè quella superbia della quale solo i migliori sono capaci: essi non vogliono servire Dio, vogliono essere come Lui (...). Nondimeno, ciò che avevo sotto gli occhi a Gerusalemme, qualcosa di totalmente diverso, era pure innegabilmente un fatto. Restai colpita dalla evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l'incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause o di motivazioni. Gli atti erano mostruosi, ma l'attore (...). risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt'altro che demoniaco o mostruoso. Nessun segno in lui di ferme convinzioni ideologiche o di specifiche motivazioni malvage, e l'unica caratteristica degna di nota che si potesse individuare nel suo comportamento passato, come quello tenuto durante il processo e lungo tutto l'interrogatorio della polizia prima del processo, era qualcosa di interamente negativo: non stupidità, ma mancanza di pensiero. Sulla scena del tribunale israeliano e delle procedure carcerarie egli si comportava come aveva fatto nel regime nazista, ma di fronte a situazioni in cui tali procedure di routine non esistevano, eccolo improvvisamente smarrito, mentre il suo linguaggio dominato dai cliché produceva in tribunale, come certo doveva essere avvenuto altre volte nella sua vita ufficiale, una sorta di macabra commedia. Cliché, frasi fatte, l'adesione a codici d'espressione e di condotta convenzionali e standardizzati adempiono la funzione socialmente riconosciuta di proteggerci dalla realtà, cioè dalla pretesa che tutti gli eventi e tutti i fatti, in virtù della loro esistenza, avanzano all'attenzione del nostro pensiero. Saremmo rapidamente esausti se fossimo ogni volta sensibili a tale pretesa: la sola differenza fra Eichmann e il resto dell'umanità è che, manifestamente, egli la ignorava del tutto" 8 . Ciò che agli occhi della Arendt maggiormente connotava il criminale nazista era dunque la mancanza di pensiero, senza possibilità d'aggancio a una qual-

che suggestiva istanza demonologica, neanche forse a un imperscrutabile sfondo irrazionale. Mancanza di pensiero, al quale si sostituisce il calcolo piatto e burocratico del "ragioniere" ('ragioniere' non è uno che ragiona, ma qualcuno che fa le 'ragioni', cioè i conti). Il criminale nazista riposava - e qui è appropriato citare di nuovo la frase di Goya: "Il sonno della ragione genera mostri" - su taluni dogmi cosiderati come schermi di protezione, e agiva in quello stretto angolo visuale. La banalità è un automatismo, qualcosa che si ripete ottusamente, che ha rasato il pensiero e ha ridotto il ragionamento a puro strumento di sostegno dell'esecuzione. Ciò che distingue il criminale nazista dal serial killer, è forse soltanto l'agire in privato di quest'ultimo, e la conseguente personalizzazione di un codice, di un substrato di regole, elaborate le quali, nel loro simultaneo adattamento, l'azione distruttiva trova la sua giustificazione e il suo libero corso. Quanto basta, non per mettere in pace la coscienza, ma per eliminarla del tutto. E difficile accettare la banalità del male così come è difficile pensare alle atrocità di una guerra senza gesti di eroismo, senza una qualche giustificazione morale che possa opacizzare, come attraverso un vetro satinato, l'omicidio su larga scala. "U numero legalizza", è l'autodifesa di Monsieur Verdoux nell'ominimo film di Charlie Chaplin. Verdoux pone soltanto una distanza numerica tra i suoi delitti e quelli di un'intera nazione ai danni di un'altra, attribuendo alla legalità il ruolo di semplice e burocratica copertura. Anche per questo Chaplin fu espulso dall'America angustiata dal maccartismo. Perché si può condannare una guerra 'ingiusta', ma non la guerra in quanto tale. Non è concesso disvelare ciò che ogni guerra contiene in ultima istanza, la banalità del male, la nuda vita alla mercè dell'eccezione sovrana. Per questo le atrocità inimmaginabili commesse da un singolo individuo ai danni delle sue vittime prendono spesso i connotati con cui si identificano i protagonisti di una guerra: la lotta del male contro il bene, i cattivi contro i buoni, e, quando le deboli risorse della morale laica vengono meno, cioè quasi sempre a un certo stadio del conflitto, appare la lotta di Satana contro Dio. Quando si dispregia la verità, anche nelle sue forme relative, e si idolatra la forza cui va il privilegio della menzogna spudorata, una civiltà declina, e tra le falle che in essa si aprono, risale e si fa strada Satana in moltiplici forme.

Ma dietro al diavolo non c'è nient'altro che la mancanza di pensiero. "Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un'incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza di altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano", dice Hannah Arendt riferendosi a Eichmann 9 . L'incapacità di pensare l'altro è anche l'incapacità di pensare se stesso come l'altro, nell'autoesaltazione che vede reali e significanti soltanto le proprie gesta, ritenute soggettivamente grandiose. Nel corpo del diavolo (lo si chiami come si vuole) il pensiero si nasconde e si dilegua. Millenaristi lo siamo un po' tutti in questi ultimi tempi, non soltanto coloro che aderiscono a sette specificatamente tali. La tentazione di chiamare in causa il Male trascendentale inerisce ai tempi che sembrano preludere allo scatenarsi di una violenza smisurata. L'idea di setta satanica trova il terreno già dissodato in tale contingenza storica, la si usa a piene mani e indiscriminatamente, e ciò col consenso collettivo che con essa appaga il bisogno di personalizzare l'indefinito e riempire un vuoto di senso. Indagare sulle sette è un po' come indagare sui servizi segreti. Si presuppone esserci sempre un segreto oltre il segreto che si è disvelato. Un segreto più 'sporco', un culto sovversivo e criminogeno al di sotto dei rituali più visibili. Oppure un segreto coperto con un finto segreto sul quale si è depistata l'attenzione dei curiosi. Le sette sono fatte a strati, come le cipolle, e al centro c'è il verminaio dove alberga Satana, mai veramente raggiungibile. Per il pensiero comune le sette sono frange separate della società, di natura eversiva, distruttive, disgreganti il tessuto sociale, la famiglia prima di tutto, e capeggiate dal demonio che sfugge sempre lasciando solo intravedere la coda. Ed esse sono sempre più confuse con le fazioni terroristiche, sulla scorta delle semplificazioni confezionate dalla propoganda politica . Anche le religioni, le confessioni principali, possono diventare sette. L'islamismo può diventare una setta diabolica per i cristiani e viceversa. Diceva Voltaire: "Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo", lo stesso, e a maggior ragione, si può dire per Satana. A conti fatti, non si può dare l'uno senza l'altro. Perciò, quando nella storia l'etica senza fede ha visto sgretolarsi il suo fondamento, essenzialmente riconducibile alla regola aurea del "non

fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te", si sono inventate le sette sataniche e il potente Dio sovrano ha potuto contro di esse riaffermare la sua forza distruttrice e punitrice. Nel XX secolo ciò è accaduto a più riprese, la setta satanica è comparsa con diversi nomi, scelti al momento come i più adeguati a suggestionare gli uomini, e adesso, agli albori del nuovo secolo, assistiamo a un ritorno di fiamma. Su di esse il pensiero si distorce, e alle sette, o in connivenza con esse, sono attribuite le peggiori atrocità. Il crimine violento, dagli abusi sessuali, all'omicidio, al terrorismo trovano facilmente nella setta satanica la spiegazione onnicomprensiva che trasversalmente li accumuna. Un'icona di facile lettura e d'impatto immediato e mediatico. Bisognarà pure trovare il filo conduttore che spieghi un mondo che sembra in preda alla follia e sull'orlo del baratro? In altri tempi si dette la caccia all'untore. "La figura dell'untore nasce proprio come un modo collettivo di controllare e incanalare la paura che scaturisce dall'incontrollabilità di eventi naturali. Dato che non si conosceva la vera origine e la modalità di trasmissione della peste (..). occorreva trovare una spiegazione accettabile del fenomeno che fornisse anche l'illusione del controllo. Da qui l'ipotesi di una figura malvagia che si divertiva a seminare 0 male" 10 .

Note al Capitolo Tredicesimo 1

Riccardo Catola, Identikit di un mostro, Ed. Anthropos, Roma 1985. René Girard, ha violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1986, p. 142. 3 Nell'ultimo romanzo di Harris, Hannibal, a mio parere, si assiste a una situazione bizzarra da un punto di vista narratologico. Il libro difatti non vale il precedente. L'imbarazzo, sempre a parere di chi scrive, deriva da questo. Quando s'inserisce nel racconto una storia nella storia, anche la disgressione deve avere un principio e una conclusione conseguenziale, altrimenti il Lettore resta insoddisfatto. In Hannibal Harris inserisce la storia del mostro di Firenze. Suppongo che l'idea iniziale fosse che lo scopritore del mostro doveva essere il dottor Lecter, un po' com'era già avvenuto con lo scuoiatore del Silenzio degli innocenti. Thomas Harris, che ama documentarsi a fondo sugli spunti reali di quello che scrive, pur usando a piene mani l'immaginazione, venne a Firenze e vi rimase qualche tempo per assistere al dibattimento del processo Pacciani, coadiuvato da un'interprete che gli traduceva fedelmente le fasi dibattimentali. Harris si trovò di fronte il contadino del Mugello, 2

e non credo che l'abbiano convinto della sua colpevolezza, né tantomeno divertito, i suoi sproloqui, il suo pittoresco linguaggio, i suoi scatti d'indignazione. In ogni caso lo scrittore, esperto criminologo, dotato di intuito investigativo, credo abbia capito che le ricerche della polizia italiana avevano fatto un buco nell'acqua, tant'è vero che nel romanzo Hannibal Harris definisce Pacciani "povero cristo". Così, dopo aver letto il romanzo, il lettore si chiede: ma insomma il mostro di Firenze chi è? E la narrazione resta un po' zoppa da questo punto di vista. Andrea Pinketts, Enciclopedia dei serial killer. 5 Angelo Zappala, Delitti rituali, Centro Scientifico editore, Torino 2004, p. 193. 6 Ivi, p. 194. 7 II regista Robert Altmann ha la giusta intuizione in Short Cuts (malamente tradotto in italiano con America oggi, film ispirato ai racconti di Raymond Carver). Nel film c'è un giovane (interpretato da Chris Penn) addetto alle manutenzione di piscine, che vive la sua vita compresso, stordito, e frustrato sessualmente dalla moglie. La moglie (interpretata da Jennifer Jason Leigh) è una peripatetica del filo telefonico, col bambino appena nato sempre in braccio, tra biberon e pannolini, che improvvisa finte fellatio al telefono, e qualche volta le capita di eccitarsi. Il giovane la scruta, e ogni tanto rimane incantato, con lo sguardo allucinato, incapace di pensare e di reagire, finché da quello sguardo il giovane trascende in un'esplosione di ferocia, e uccide a colpi di pietra un'adolescente appena conosciuta, spaccandole la testa, nello stesso momento in cui iniziano le scosse sismiche di un terremoto a Los Angeles. La sua furia omicida e il terremoto diventano un evento unitario, congiunto dall'analogia, lo stesso accadimento extra umano e soprannaturale. La pietra che uccide la ragazza potrebbe ugualmente essere caduta dalle rocce alle sue spalle, l'omicida è espressione del sisma quanto lo è della sua psiche disturbata, è un taglio, un sussulto, uno strappo al 'naturale', in cui tutto può accadere senza giusta causa: indecente, déshabillé. Qualcosa si sposta, ma poi, tutto ritorna come prima, anche il picco di impazzimento della Natura si riallinea, fino a una prossima volta. 8 Hannah Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna 1987, pp. 83-85. 9 Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 2004, p. 57. 10 Giuliana Mazzoni, Si può credere a un testimone, il Mulino, Bologna 2003, p. 151.

L'AGO NEL PAGLIAIO. U N A PERSONA A PORTATA DI INDAGINE. G I U G N O 1 9 8 2 : IL DUPLICE OMICIDIO DI BACCAIANO. C H I SI TROVAVA ALLA GUIDA DELL'AUTO FINITA NEL CANALE? UN'ALTRA, EVIDENTE, MENZOGNA DI LOTTI. " S O N O MOLTO VICINO A VOI". I DELITTI DEL GIUGNO 1 9 8 1 . U N TESTIMONE DIMENTICATO:ENZO SPALLETTI. D U E FONTI DA DIMENTICARE. ALTRI INDIZI. LETTERE ANONIME. " N O N MI PRENDERETE SE IO NON VORRÒ".

A questo punto mi si potrebbe accusare di aver criticato una tesi, per di più convalidata da sentenze di condanna, senza aver proposto un'alternativa. Sarebbe già abbastanza. Non è un'esercitazione logica, o peggio enigmistica, questa faccenda del mostro, anche se qualcuno sembra considerarla tale. Ne va della pelle di persone innocenti, un paese che si definisce civile dovrebbe avere orrore degli errori giudiziari. Per errore giudiziario intendo una sentenza di condanna quando permangano ben più che qualche ragionevole dubbio, bensì emergano insanabili incongruenze, prove artefatte, logiche barocche, per non dire manifeste assurdità. Ma quando anche si trattasse di un dubbio ragionevole, è bene ricordare che una civiltà giuridica evoluta deve far propria la massima secondo cui è meglio un colpevole in libertà che un innocente in galera. Principio che rappresenta un'applicazione volgarizzata, e in un certo modo pericolosa agli occhi di ogni benpensante, del precetto costituzionale in cui si antepone alla costruzione dell'accusa la presunzione d'innocenza fino a prova contraria. E la prova, inutile insistervi, non dovrebbe essere un di più a sostegno di ciò che ho definito 'sentimento di convinzione'. Quest'ultimo è dalle prove che dovrebbe scaturire, e non viceversa, come nelle indagini del mostro di Firenze, dove si parla di prove soltanto in senso nominalistico, chiamando con questo nome dati ambigui, contraddetti, apparsi tali, nelle fase dell'appello - processo ai compagni di merende - anche al magistrato, il dottor Daniele Propato, che avrebbe dovuto sostenere l'accusa e che invece chiese l'assoluzione di Mario Vanni. Nel processo Pacciani, furono definiti prove elementi - il blok notes, la car-

tuccia trovata nell'orto - rispetto ai quali una sentenza successiva, quella dei giudici d'appello, indicò con argomenti ineccepibili la manipolazione o la totale incongruenza. Questa sentenza, emanata il 13 febbraio 1996 dalla Corte d'Assise d'Appello di Firenze presieduta dal dottor Francesco Ferri, fu redatta nelle motivazioni dal Dottor Francesco Carvisiglia, ed è quasi dimenticata. A torto, perché è una sentenza di rara precisione, di notevole onestà intellettuale, in cui senza orpelli sintattici, o divagazioni inutili, si analizzano i fatti freddamente e si conclude in termini di civiltà giuridica. In questa sentenza si legge, per fare un esempio, a proposito delle dichiarazioni di un testimone accusatorie contro Pacciani: "Si tratta dell'ennesimo prodotto delle suggestioni dei mezzi d'informazione e delle pressioni degli inquirenti..." 1 . E altrove, a proposito di un altro teste, stavolta agente di polizia: "... Si tratta di sensazioni del tutto arbitrarie e, se è già grave che testimoni privati vengano a deporre sotto l'effetto di suggestioni e pressioni di vario tipo (come alcuni di quelli esaminati in precedenza) è particolarmente grave che ciò avvenga da parte di un agente di Polizia, doppiamente vincolato all'obbligo della verità per funzioni svolte istituzionalmente e per la qualità di teste" 2 . A proposito di quella che fu definita la prova materiale più decisiva contro Pacciani, cioè il block notes che il contadino avrebbe sottratto dal furgone dei tedeschi (duplice omicidio del settembre 1983) dice la sentenza: "È quindi evidente che, nel breve intervallo temporale fra i primi due contatti semplicemente telefonici e l'esame a verbale, qualcuno o qualcosa sollecitò energicamente la memoria della Meyer Heidemarie (la sorella di uno dei giovani tedeschi uccisi, n.d.A). sì che ricordi incerti e generici divennero certi e precisi... "3. Corrisponde a un principio fondamentale di civiltà giuridica che la constatazione della manipolazione della prova da parte di "qualcuno o qualcosa", trascini tutta un'indagine nell'inattendibilità più assoluta. Nel processo d'appello ai compagni di merende, fu lo stesso rappresentante dell'accusa, che s'accorse, grazie anche ad indagini svolte personalmente, di trovarsi di fronte a fenomeni - le confessioni di Pucci e di Lotti - contrastanti con dati di fatto persino documentali, e con evidenza frutto di auto ed etero suggestioni. Per quanto mi riguarda, un sentimento di compassione verso il vecchio, onesto postino Mario Vanni, mi resero interlocutore attivo del processo ai com-

pagni di merende, non senza un'iniziale esitazione, in quanto non desideravo essere partecipe, sia pure in veste dialettica, di un'operazione le cui linee mi apparivano tracciate in anticipo. Dopo aver ripreso il mio posto di difensore, a dibattimento già ampiamente svolto, da un certo momento in poi ebbi la sensazione, certamente imprecisa ed enfatica, di essermi imbarcato di nuovo su una nave che procedeva a vele spiegate e timone bloccato verso il mare oscuro dell'irrazionalità. A quel punto - sto narrando di alcuni miei atteggiamenti psicologici soggettivi, ovviamente discutibilissimi - nacque in me l'idea che non di un processo si trattasse, ma di una specie di messa in scena teatrale, recitata su un canovaccio nel quale la conclusione era già inclusa all'inizio. Senza disarmare, mi sentii come un cane in chiesa, cominciai a sospettare che tutti i miei sforzi sarebbero stati vani, vane sarebbero state le mie parole per quanto sensate, lo sforzo inane di un attore estraniato perché inserito nel dramma sbagliato. Nel canovaccio, Pietro Pacciani appariva già come colpevole, per di più assente, senza parola e senza difesa fino dall'origine del processo, benché, quando lo stesso ebbe inizio fosse tuttora vivente, e in quella causa fosse egli stesso indagato per un reato per il quale ancora non era stato giudicato da nessuno: l'associazione per delinquere. Il copione poi, per insistere nella metafora teatrale, era stato sfrondato, nonostante le istanze del difensore di Vanni, di gran parte delle pagine che riguardavano il processo Pacciani, in particolare di quegli atti in cui si definivano le prove cosiddette materiali: il blok notes di fabbricazione tedesca, il portasapone, la pallottola nell'orto, l'avvistamento di Lorenzo Nesi eccetera. Non c'è niente di più frustrante per un avvocato che sospettare la propria inutilità, quando si intuisce che ogni ragionamento non avrà conseguenze. Mi riferisco a un atteggiamento di scetticismo e di semplice sospetto, perché se l'effetto di straniamento avesse avuto i connotati della certezza, avrei forse evitato di accanirmi a smontare un'architettura costruita senza fondamenta di cemento, bensì gommosa, dove ogni argomento rimbalzava indietro senza produrre alcun effetto. Per lo stesso motivo ho invece deciso di scrivere questo libro, una volta sbarcato da quella barca. D'altronde si tratta di una promessa perché, nel corso della discussione, lo dissi che se Vanni fosse stato condannato avrei impegnato il mio computer, come sto facendo in questo momento. Al giorno

d'oggi - è triste doverlo ammettere - è fuori dalle aule di tribunale che più facilmente è possibile raccogliere qualche brandello di verità. La verità sul mostro di Firenze, come penso di avere già indicato con una buona dose di attendibilità, e come attestano con evidenza le indagini ancora in corso nel cosiddetto processo "Pacciani ter", nuove indagini che dovrebbero servire a fugare i numerosi dubbi e a riempire, con l'aggiunta dei 'mandanti', lacune larghe come stagni, non è di certo emersa da quei processi. Ma allora, se Pacciani e i suoi compagni sono innocenti, e se le sette sataniche stonano col quadro, pur immaginario, rozzamente dipinto dagli inquirenti, chi è il mostro? A questo punto il Lettore non si aspetti di trovare in questo libro il nome e il cognome del serial killer della provincia di Firenze. Trovarlo, scovare cioè l'ago nel pagliaio, è arduo, perché un assassinio seriale, come quello che ci riguarda, è protetto dalla sindrome paranoide che lo affligge, ma che lo rende in apparenza del tutto 'normale' e indistinguibile dalla collettività nella quale è immerso. "Non mi prenderete se io non vorrò", scrive il mostro di Firenze in una lettera giunta alla Nazione nel settembre del 19854, lettera che ritengo scritta di suo pugno, e che un perito grafologico afferma essere stata "disegnata" con caratteri a stampatello su una superfice molto rigida, probabilmente vetro, in un modo tale da eliminare gli automatismi che potrebbero identificare la grafia. La frase indica la consapevolezza della persona, sufficientemente esperta di perizie grafiche o grafologiche, che sa benissimo di trovarsi in un ventre di vacca. In una situazione esistenziale cioè che non soltanto lo mimetizza come un polpo su un fondale marino, rispetto al contesto in cui vive, ma che, per la ragione cui ho già fatto cenno e che spiegherò più ampiamente in questo capitolo, in qualche modo lo protegge allontanando da lui gli inevitabili sospetti che certi suoi comportamenti ed alcune coincidenze hanno, con grande probabilità, fatto sì che sulla sua persona si orientasse Io sguardo di qualche investigatore esperto. Tutto quello che si può fare qui è di indicare alcune peculiarità di questa persona. La prima di esse, ricavabile dalle più rilevanti connotazioni oggettive dei

delitti, a cominciare dal duplice omicidio di Signa del 1968, consiste nella sua psicopatologia. Si tratta di una gravissima forma di perversione sessuale, eziologicamente derivante da un disturbo paranoideo. Una tale malattia mentale, secondo il parere di alcuni illustri clinici, non è tale da manifestarsi in alcuni comportamenti esteriori in modo da suscitare allarme in chi gli sta vicino, e di conseguenza provocare provvedimenti amministrativi T.S.O. (Trattamento sanitario obbligatorio) nei suoi riguardi. Sicché riterrei abbastanza inutile ricercare il suo nome nei registri degli ospedali psichiatrici, e persino fra le cartelle cliniche di medici privati specialisti in psichiatria. La persona che sto cercando di individuare non si sottopone a cure, se non per un atto di improbabile volontà, e soprattutto non si fa curare poiché è fermamente convinta della propria completa normalità. Può andare soggetto a disturbi collaterali fastidiosi, e per questo motivo potrebbe essersi rivolta ad un medico generico per farsi prescrivere qualche medicinale capace di alleviare la non eclatante sofferenza: crisi di ansia, sensazioni - fugaci e controllate - di panico. Ecco un indizio materiale che suffraga l'ipotesi: la presenza sul luogo del delitto a danno di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi (giugno 1982), nel posto in cui l'assassino si trovava durante l'aggressione, di una confezione vuota di un blando psicofarmaco oggi non più in commercio, che i medici prescrivevano a chi va soggetto a disturbi generici di ansia, in particolare a chi fa abuso di sostanze alcoliche. Il fatto incerto consistente nell'essere stato il serial killer della provincia di Firenze colui che avrebbe perso o abbandonato quel medicinale, è ricavabile dalla coincidenza fra il luogo in cui la confezione fu trovata, non logorata da una lunga esposizione all'aria e alla pioggia, e il luogo in cui furono commessi i delitti. Si tratta di un indizio, certamente non grave, ma concordante con altri indizi più seri e rilevanti. Questo riferimento obiettivo, che può apparire non molto solido, mi porta a parlare del duplice delitto di Baccaiano, località nei paraggi di Montespertoli e di Cerbaia, su una strada provinciale che in un tratto costeggia il torrente Virginio. La ricostruzione del fatto, secondo al polizia, è la seguente. I due giovani fidanzati, hanno già fatto l'amore e sono intenti a rivestirsi. L'aggressore attacca con i soliti colpi di rivoltella, sparando dal finestrino chiuso e frantuman-

dolo. Ma il giovane non è stato colpito a morte, a differenza degli altri casi. Riesce a spostarsi; dal sedile posteriore dove si trova striscia sul sedile della guida, mette in moto, innesta la marcia indietro, sbagliando, perché se avesse innestato la marcia avanti avrebbe potuto fuggire e con maggiore possibilità mettersi in salvo, procede fino a raggiungere il piano asfaltato. Durante questa manovra l'aggressore lo insegue, continuando a sparare. L'auto finisce nel canaletto all'altro lato della strada, con le ruote posteriori, sbilenca, non più in grado di marciare. L'aggressore allora spara altri due colpi di pistola che accecano i fari accesi, poi ne spara un altro diretto contro le vittime che provoca un foro sul vetro del parabrezza. Infila una mano nel finestrino, il cui vetro è frantumato, strappa via le chiavi dal quadro, e con un 'gesto di stizza' le getta sul ciglio erboso che fiancheggia la strada. Si dilegua. Prima di sottoporre a critica questa dinamica del fatto, bisogna aggiungere alcuni dettagli. Il primo è il più importante. I fidanzati, forse allarmati appunto dai deliti del mostro, il più recente dei quali è avvenuto soltanto otto mesi prima, hanno scelto per appartarsi un luogo esposto. Hanno parcheggiato l'auto subito a lato della strada, a meno di un passo dal piano asfaltato, in un breve spiazzo che consente la sosta di una sola auto. La strada, nonostante l'ora tarda, è piuttosto trafficata, perché a breve distanza si sta svolgendo una festa di paese. Cerbaia celebra il suo Santo Patrono, e la processione, i festeggiamenti, durano fin oltre la mezzanotte. Se l'aggressore, (o gli aggressori), hanno intenzione di compiere il loro rito macabro fino in fondo, hanno scelto malissimo il posto dove sostano le vittime. La strada in quel punto è in rettilineo, le auto che giungono nei due sensi, essendo la provinciale solo a due corsie, illuminano lo spiazzo coi loro fari; in più, poiché quella breve area di sosta è già impegnata dall'auto dei due fidanzati, non c'è modo di parcheggiare l'auto, o peggio le auto, se non sulla strada, creando problemi alla circolazione. E impossibile estrarre il corpo, e compiere le escissioni sulla ragazza in quel luogo, a meno di non essere inesorabilmente visti da qualcuno che stia transitando sulla strada. Secondo la tesi ufficiale, i due giovani avrebbero già compiuto l'atto amoroso. E anche questa sarebbe un'anomalia, rispetto ai casi precedenti in cui l'omicida colpisce durante la fase dei preliminari amorosi. Perché questa deduzione? Sul pavimento dell'auto delle vittime, fu trovato un preservativo usato ed annodato. Ma questa conclusione trascura un altro dettaglio. Le

due vittime erano soprannominate dagli amici "Vynavil", non perché stavano sempre insieme, il che è vero, ma soprattutto perché stavano molto spesso incollati l'uno all'altra. Secondo questi amici, i due facevano l'amore con eccezionale frequenza, in qualsiasi occasione, non una sola volta per sera, ma anche due o tre volte. Il profilattico usato potrebbe essere retaggio di un precedente accoppiamento. I due avrebbero potuto trovarsi per la seconda volta nella serata nella fase delle prime effusioni. Così si spiega la presenza, quantomeno della ragazza, sul sedile posteriore. L'auto poi è una piccola 127 Fiat Seat a due porte. Trovandosi Paolo Mainardi all'atto dell'aggressione sul sedile posteriore, trasferirsi su quello anteriore sarebbe stata una manovra molto difficile, quasi un movimento da acrobata contorsionista superare con rapidità fulminea l'ostacolo del sedile anteriore, l'impaccio dello schienale, nello scarsissimo spazio fra i due sedili anteriori. L'assassino avrebbe avuto tutto il tempo di uccidere la sua vittima, o di colpirla in modo da impedire ogni gesto volontaristico, prima che il giovane riuscisse a compiere questo spostamento e le manovre successive. L'ipotesi che egli si trovasse già sul sedile anteriore quando l'assassino è entrato in azione, sembra potersi mettere in discussione dalla presenza, sui capelli del giovane, di una maglia del braccialetto dell'orologio appartenente alla ragazza, da cui si ricava un gesto d'affetto o di ricerca di protezione improbabile se il giovanotto si fosse trovato sul sedile davanti. L'auto sbilenca caduta nella cunetta con le vittime a bordo, a fari spenti e con gli sportelli chiusi, fu scoperta da alcuni giovani che si trovavano a breve distanza. Alcuni si fermarono sul posto attratti dal rumore degli spari, altri allarmati dalla strana posizione dell'auto, che faceva pensare a un incidente stradale. Furono alcuni di questi giovani, interrogati nell'immediatezza, che dissero che il Mainardi si trovava sul sedile anteriore, al posto di guida. Il giovane, Paolo Mainardi, dava ancora segni di vita. I ragazzi intervenuti si dispersero, alcuni a chiamare un'autombulanza, altri i carabinieri, perché tutti avevano notato il segno lasciato dallo sparo sul parabrezza dell'auto delle vittime. E avevano subito escluso l'incidente, pensando tutti a un altro delitto del mostro. La scena li impressionò, l'avevano vista alla luce dei fari delle rispettive auto. Bisogna credere che abbiano spento quasi subito gli abbaglianti, mantenendo solo le mezze luci o le luci di posizione, per non disturbare le eventuali auto in transito. I ragazzi accorsi sul luogo a distanza

di qualche minuto da quando alcuni di essi avevano udito gli spari, provenivano dalle opposte direzioni del lungo rettilineo. Particolare molto interessante: nessuno di essi incrociò, nella direzione e nell'altra, altre macchine che s'allonatanavano dal luogo del delitto. Prima dei carabinieri arrivò l'ambulanza, la Croce d'Oro di Montespertoli. Subito i volontari del mezzo sanitario provvidero ad accendere un faro per illuminare la scena. Un infermiere s'avvide che il giovane Paolo Mainardi era ancora vivente. La ragazza invece, Antonella Migliorini, era chiaramente morta. Si notava il segno di un colpo di pistola sulla fronte. Gli infermieri, allora, s'impegnarono a estrarre il corpo del giovane dall'auto. Non fu facile, perché, come ho già detto, gli sportelli erano bloccati. I soccorritori dovettero usare una leva di ferro per forzare uno sportello ed aprirlo. Il ragazzo ferito fu caricato su una barella, messo sull'ambulanza, e trasportato all'ospedale più vicino. Respirava appena, era del tutto inerte, perdeva molto sangue da una ferita che aveva reciso un grosso vaso. Giunto in ospedale, il mattino successivo spirò senza mai aver ripreso conoscenza. Durante il dibattimento del processo Pacciani, lo svolgimento reale del fatto, le presumibili mosse dell'assassino, e quelle eventuali del povero Mainardi, non furono argomenti sui quali approfondire la prova. Il pubblico ministero, il giudice dell'udienza preliminare, giornali e televisione avevano accettato la ricostruzione della polizia: il Mainardi che si sposta, mette in moto, procede a marcia indietro, fa cadere la macchina con le ruote posteriori nella cunetta, eccetera. Nessuno aveva mai posto in dubbio questa ricostruzione. C'era chi enfatizzava drammaticamente la freddezza del maniaco (ancora i compagni di merende non si erano affacciati all'orizzonte): sembrò un particolare degno di rilievo, e indicativo del carattere, il gesto 'di stizza' con cui il mostro avrebbe infilato la mano dal finestrino, prelevato le chiavi per gettarle lontano. La 'stizza' avrebbe riguardato la manovra del giovane Mainardi che si sarebbe permesso di ostacolarlo. Neppure la difesa di Pacciani mise in discussione la ricostruzione ufficiale. Il tema probatorio in definitiva non incontrava l'interesse defensionale del contadino mugellano. Lotti era allora uno sconosciuto, o quasi. Pacciani negava di essersi trovato sul posto in quella come nelle altre occasioni, punto e basta. Addirittura i periti dell'equipe De Fazio ritennero che l'episodio, così come si era presumibilmente svol-

to, rappresentasse una prova in più che l'assassino aveva agito da solo, senza il contributo di alcuno. Argomentavano i periti, così come faranno dinanzi all'altra fuga - quella sì, reale - del giovane francese, che se vi fosse stato un complice, di fronte all'emergenza imprevista, si sarebbero notate le tracce di un tentativo di intervento supplementare di costui, onde evitare la fuga mettendosi così a rischio, autore e complice, di essere scoperti sul fatto. Il complice, o i complici, avrebbero sparato da un'altra posizione, se muniti di un'arma da fuoco, oppure in caso contrario avrebbero cercato di interrompere la manovra, che so? sbarrando la strada, prendendo l'auto a sassate, cercando di aggredire in qualche altro modo il guidatore... Invece, nessuna traccia di un simile intervento. Nessuno si chiese seriamente, a proposito del lancio delle chiavi sulla proda al bordo della strada: gesto di 'stizza' per che cosa? Per la manovra del Mainardi? In definitiva il giovane era morto lo stesso, o almeno tale appariva. Ma l'argomento interessava eccome la difensa di Vanni. Perché? Chiaro: perché Giancarlo Lotti, il quale aveva dichiarato nella sua confessione di essersi trovato sul luogo, come al solito invitato da Pacciani ad andare con loro, cioè insieme anche a Vanni, "a fare un lavoretto", il che era bastato perché il cavatore si accodasse supinamente con la sua solita auto rossa, e la solita assurda, immotivata accondiscendenza ai compagni di merende, aveva narrato il fatto ricostruendolo, nel suo racconto, nel modo identico a come l'aveva ricostruito la polizia, prima che lui facesse la sua comparsa come reo confesso: il giovane che si mette alla guida dell'auto, che procede a marcia indietro, Pacciani che continua a sparargli addosso inseguendolo durante la fuga, la macchina che finisce nella cunetta, Vanni del tutto inerte, Lotti pure, presente sul bordo della strada, a far cosa non si capisce. Così la difesa di Mario Vanni inserì fra i suoi testimoni a difesa il signor Lorenzo Allegranti, l'autista dell'ambulanza che aveva aiutato gli altri infermieri ad estrarre dall'autovettura il corpo esanime, ma ancora vivente, di Mainardi. Lorenzo Allegranti fece dunque la sua comparsa al dibattimento del processo ai compagni di merende 5 . Allegranti è un uomo di circa cinquant'anni, padre di famiglia con figli, lavora come autista alla Croce d'Oro di Montespertoli da volontario, non pa-

gato, una di quelle persone di buon carattere che impegnano parte del loro tempo libero per aiutare il prossimo nelle occasioni di emergenza. E sicuro del fatto suo, talvolta sorride mentre parla, un po' per quel modo che hanno i toscani di stemperare con una finta indifferenza le situazioni drammatiche, un po' per nascondere un certo nervosismo. In alcuni momenti della sua deposizione ha l'aria decisamente seccata, e parla con intensità perché gli sembra straordinario che nessuno, durante le indagini preliminari, abbia voluto credere alle sue dichiarazioni. Che sono le seguenti, già rese alla polizia e al pubblico ministero, ripetute con più dettagli, con sicurezza e puntiglio davanti ai giudici della Corte d'Assise di primo grado. Il giovane Mainardi, quando Allegranti, aiutato dagli altri, l'ha estratto dall'auto, non si trovava affatto seduto sul sedile anteriore di guida, bensì sul sedile posteriore, accanto alla ragazza già morta; e Paolo era ferito mortalmente, in coma profondo. La sua deposizione, se veritiera, cambia totalmente il quadro dell'accaduto. E certo che la macchina è stata spostata dal luogo dove si trovava quando i primi colpi sono stati sparati. Lo testimoniano i bossoli, che hanno tutti gli elementi identificativi della solita pistola Beretta calibro 22, e che sono stati trovati in gran parte, salvo tre, in prossimità del breve spazio di sosta dove presumibilmente si trovava l'auto dei giovani prima dell'aggressione. Non tutti i bossoli si trovano vicino allo spiazzo di sosta. Tre sono stati trovati dall'altro lato della strada, vicino alla cunetta, e attendibilmente riguardano i due colpi che hanno accecato i fari dell'auto, e un terzo riguarda lo sparo che ha lasciato il segno sul parabrezza. Un bossolo si trova nell'interno dell'auto. Complessivamente i colpi sparati sono, come in quasi tutte le altre occasioni, nove, tutto il caricatore della Beretta, più il colpo in canna. Ma se il Mainardi, al momento degli spari si trovava sul sedile posteriore, e mai s'è spostato di lì, se non per scivolare un po' in avanti con le gambe, mentre cadeva colpito in zone vitali, chi ha spostato l'auto, chi si è messo alla guida, chi ha compiuto la manovra in seguito alla quale la macchina è finita nel canaletto che costeggia la strada? Sappiamo che l'assassino, oltre che uccidere scempia il corpo della donna, in qualche modo lo manipola. L'ha già fatto anche nel '68, come ho raccontato prima, quando ha rinfilato le mutande all'adultera Barbara Locci; l'ha fatto nel '74, contrassegnado con la punta del coltello le zone erogene di

Stefania Pettini; l'ha fatto nel duplice omicidio del giugno '81, asportando nettamente il pube di Carmela Di Nuccio; e poi aprendo una voragine nel basso ventre di Susanna Cambi nell'ottobre dello stesso anno. Si tratta di ciò che è stato definito il "rituale" dell'assassino, e che corrisponde ad una compulsione ossessiva, che quasi lo costringe a usare la medesima arma, il medesimo munizionamento, e a compiere, salvo imprevisti, gli stessi gesti. Ma stavolta è difficile operare le escissioni in quel luogo. Troppo vicino alla strada, troppo in vista, troppe macchine in giro che vanno e che vengono dalla festa del paese di Cerbaia. Allora, afferma la difesa di Vanni, non resta che ritenere che alla guida dell'auto si sia messo il mostro, con l'intenzione di trasferire le vittime in un luogo abbastanza prossimo, ma meno esposto, dove poter completare, in tutta tranquillità, la sua atroce operazione. Continua la ricostruzione alternativa della difesa di Vanni: il mostro mette in moto, innesta la marcia indietro, perché non ha intenzione di fuggire in una direzione qualsiasi come avrebbe fatto il Mainardi, bensì di andare in un posto determinato, in direzione opposta a quella in cui si trova il muso dell'auto. Comincia la manovra. Ma la ragazza, Antonella - non il giovane, che è stato colpito a morte, è una costante che il primo attacco mortale con l'arma da sparo sia sempre, anche nelle altre occasioni, diretto contro il giovane maschio - è ancora viva e vitale, si agita, tenta una reazione, fa gesti violenti e inconsulti, scalcia contro il sedile della guida, dove si trova l'aggressore. Ecco due indizi che avvalorano questa ricostruzione: la maglia del braccialetto dell'orologio da polso, trovata sui capelli di Mainardi, indizio di un gesto non pacato della ragazza, tale da spezzare il monile. Antonella poi, all'esame necroscopico presenta lesioni vitali allo stinco della gamba destra. Le lesioni sono vitali, non post-mortem, non si tratta di ipostasi: il sangue è defluito nelle zone colpite spinto naturalmente dalla pompa del cuore, che non ha ancora cessato di battere. Come può essersi prodotta questa lesione, la ragazza, se non scalciando con violenza e sbattendo lo stinco sul telaio metallico del sedile? E perché scalciava con tanta violenza, incurante del dolore che le procurava il contatto violento con i tubolari metallici del sedile? Se alla guida dell'auto fosse stato il Mainardi, Antonella non avrebbe avuto alcun motivo di reagire per ostacolare la sua manovra. Continuano la deduzioni della difesa di Vanni: il guidatore, cioè il mostro,

infastidito nella manovra dalla reazione della ragazza, si volta impugnando la sua calibro 22, estratta dalla fondina ascellare, e le spara un colpo mortale, quello che la colpisce in piena fronte, uccidendola all'istante. Ed ecco, a conferma, il bossolo nell'interno dell'auto. Ma nel compiere quest'azione perde per un attimo il controllo dell'auto, che finisce nel canale. La premessa certa che sostiene queste deduzioni è che il giovane, come dice l'Allegranti, non stava al posto di guida, bensì sul sedile posteriore, accanto alla ragazza. Al dibattimento del processo ai compagni di merende, il pubblico ministero reagisce duramente alle dichiarazioni di Allegranti. Il dottor Canessa si rende ben conto che queste dichiarazioni demoliscono la ricostruzione dei fatti proposta dall'accusa, in primo luogo perché smentiscono la principale fonte dell'accusa, vale a dire Giancarlo Lotti. E un caso che la ricostruzione dei fatti di quest'ultimo, dirà la difesa, si allinei con la versione della polizia? Se quel racconto non corrisponde alla verità, come si fa a non pensare a dichiarazioni del collaborante suggerite o indotte? Il dottor Canessa nel suo controesame mette sotto torchio l'Allegranti. Ma niente da fare, l'autista della Croce d'Oro non demorde. Anzi: rincara la dose narrando la storia delle telefonate anonime, di cui parlerò di seguito. Allora, dice il dottor Canessa, s'interroghino tutti i testimoni che accorsero nell'immediatezza della scoperta degli uccisi, tutti quanti, nessuno escluso. Quello che è sempre mancato, in tutte le inchieste sui delitti del mostro di Firenze, è quel settore d'indagine che si definisce vittimologia, cioè lo studio approfondito delle vittime. Si fa raramente da noi uno studio del genere, forse perché si teme di disturbare le persone che più erano vicine agli uccisi, e di rinfocolare così il dolore di chi sofferenza ne ha avuta fin troppa. È una lacuna, tuttavia, che col passare del tempo si allarga sempre di più, fino a disperdere ogni traccia utile. Nei caso di Baccaiano una ricerca del genere sarebbe stata indispensabile. Prima di tutto per rispondere a un interrogativo, che il luogo, piuttosto disadatto a un convegno amoroso, così esposto com'era, rendeva più attuale. La scelta dell'aggressore era casuale, si trattava di qualcuno che s'appostava in luoghi determinati, dov'era noto che le coppie s'appartavano in auto ad amoreggiare, per saltare loro addosso all'improvviso, oppure, si trattava di

una scelta? L'assassino sceglieva le sue vittime, dopo averle, seppure superficialmente, conosciute? In questo secondo caso, quali erano i motivi della eventuale scelta? Era possibile ravvisare un qualche motivo particolare che armasse la mano dell'omicida piuttosto nei riguardi di qualcuno, o di qualcuna, che di altri? (Mi dispiace, ma mi riesce impossibile, benché altrove mi sia sforzato di farlo, sia pure in linea ipotetica, parlare al plurale per il duplice omicidio di Baccaiano, e questo per onestà intellettuale, oltre che per le ragioni che dirò). Se si fossero interrogati secondo quest'angolo di visuale, in maniera approfondita, gli amici della coppia forse si sarebbe potuto sapere qualcosa di utile a sciogliere questo nodo fondamentale nell'inchiesta, oltre quel soprannome "Vynavil", che già la dice lunga. E stavolta gli amici c'erano, a portata di mano, e in gran numero, tutti lì intorno all'auto degli uccisi, e tutti quanti, o quasi, conoscevano le vittime. Ne ho contati quattordici, fra ragazzi e ragazze. Tutti quanti trascuratissimi, su questo e su altri dettagli. Per tornare un po' indietro: si sa che Stefania Pettini, la vittima del delitto del '74, il giorno stesso in cui trovò la morte si stava confidando con un'amica su un incontro sgradevole che aveva fatto con uno sconosciuto. Nel momento in cui stava per ampliare la confidenza coi dettagli, entrò nella camera della ragazza la madre di quest'ultima, e Stefania si zittì immediatamente, segno che la confidenza riguardava qualcosa di scabroso da affidare alle orecchie dell'amica piuttosto che a quelle della madre. Poi le due ragazze non ebbero più modo di rientrare nel discorso, quella stessa notte Stefania era morta, uccisa dal mostro di Firenze. Nessuno pensò che sarebbe stato utile interrogare qualche altra amica per tentare di conoscere un po' meglio i particolari che la ragazza era stata in procinto di confidare alla prima. Faccio un altro passo indietro. Che Barbara Locci sia stata scelta non sembra dubitabile. Non solo esiste il suo comportamento disinibito, noto a tutto il paese di Signa, i suoi numerosi amanti, la sua abitudine di trascinarsi dietro il bambino di sei anni e così costringerlo ad assistere ai suoi incontri sessuali. Ma c'è la testimonianza di Francesco Vinci di cui ho già parlato, c'è la paura di Barbara di essere aggredita in auto da un tale che la minacciava con la pistola. Esiste, seppure fugacemente, lo sconosciuto che segue la coppia di amanti nel cinema di Signa, dove si sta proiettando quel certo film.

Un giorno che la madre di Susanna Cambi viaggiava in auto insieme con la figlia (esperienza personale: dichiarazione raccolta da me in presenza del legale che assisteva la signora Cambi, l'avvocato Luca Saldarelli), lungo i viali di circonvallazione a Firenze, Susanna a un tratto si mise a correre. La madre le disse di rallentare, che non era né prudente, né comprensibile una guida così spericolata. La ragazza, continuando a premere l'acceleratore, disse che dietro di loro un tale, il solito, la inseguiva con la sua auto, e che lei voleva seminarlo. H o già parlato della testimonianza di Bardo Bardazzi. Si tratta di una circostanza da cui si ricava che qualcuno pedinava Pia Rontini e il suo fidanzato. L'accenno contenuto in una lettera spedita da Pia ad un'amica danese della madre, danese anche lei, a qualcosa di scabroso che le era accaduto negli ultimi tempi fa pensare a un fatto analogo a quello di cui intendeva parlare Stefania Pettini all'amica. Questo importante dettaglio avrebbero dovuto scavare a fondo gli inquirenti, invece di star dietro ai riconoscimenti sullo schermo della televisione, e a prestar fede a ciò che con evidenza era frutto di suggestione. Invece di dar credito alle farneticazioni su una buca nella piazzola di Vicchio, anticipata dalla seduta spiritica di una maga, e confermata dal padre di Pia - brav'uomo, si capisce, parlandone da vivo, è morto fulminato da un infarto a pochi metri dall'ingresso della Questura di Firenze, dove era andato a ritirare un sussidio frutto di una colletta periodica degli agenti; un po' troppo accanito, il buonuomo, contro i compagni di merende, ed anche un po' troppo pronto a sentire "odore di giustizia" dopo l'arresto di Vanni, per essere un testimone sereno, ma come si fa ad essere sereni dopo che la figlia è stata uccisa in quel modo barbaro che sappiamo? - non sarebbe stato meglio approfondire un po' di più la circostanza, parlandone con le amiche di Pia, visto che con la madre la ragazza aveva mantenuto il riserbo, fino a prodursi in un larvato accenno con una connazionale di costei? E perché Pia era stata così misteriosa sull'argomento? Se si fosse trattato del quasi sessantenne Vanni che l'aveva infastidita, come dice Lotti, perché non parlarne apertamente? "C'è un vecchio scemo che mi dà noia": cosa c'è di più semplice da dire, magari ridendoci sopra, atteso che la povera giovinetta Pia non arrivava ai vent'anni? Anche la testimonianza dell'avvocato Zanetti è interessante sul punto. Egli vede una certa auto otto o nove volte in prossimità della piazzola dove fu-

rono uccisi nel 1985 i due francesi. L'auto non è certamente quella di Lotti, semmai assomiglia a quella di Pacciani, non per caso, secondo chi scrive: ne ho già parlato nel mio libro Pacciani innocenti. Ma quando avviene l'ultimo avvistamento accanto all'auto c'è un uomo nell'atto di riassettarsi i calzoni dopo essere appena disceso dalla macchina. Quest'uomo non è certamente Pacciani, dice Zanetti, e non è neppure Mario Vanni. E possibile, dopo otto 0 nove volte che lo sconosciuto frequentava il luogo dove i due francesi avevano piazzato la loro tenda, che costui abbia avuto qualche contatto con la coppia prima che fossero uccisi? Mi è giunta voce di una persona, rimasta ignota, che dice di aver parlato con il giovane francese. Quest'ultimo gli avrebbe detto di avere avuto un abboccamento con un flic, 0 quale l'avrebbe sconsigliato di tenere la tenda in un posto così isolato. "U Questore di Firenze Gianfranco Corrias dirà più tardi che i due erano stati avvertiti, ma senza spiegare da chi e di che cosa" 7 . Traggo questo spunto, misterioso e rimasto indeterminato, dal libro di Riccardo Catola, ricco di altre stimolazioni preziose. Torniamo al giugno del 1982. Il duplice delitto di Baccaiano si differenzia dagli altri per una circostanza singolare rispetto agli altri delitti della serie. Le altre vittime degli attacchi del mostro trovano la morte in solitudine. 1 cadaveri saranno scoperti a diverse ore di distanza dai fatti, nel caso dei francesi, due giorni dopo, come s'è visto. Antonella e il suo compagno vengono trovati nella quasi immediatezza dell'evento. Questo perché sono stati colpiti a morte a poca distanza da molti amici. Gli amici e conoscenti sono lì, in macchina anch'essi che percorrono quella stessa strada, o che sono fermi a poca distanza, e quasi tutti la conoscono la coppia "Vynavil", persino i due giovani aiutanti infermieri dell'ambulanza. Fanno tutti parte del medesimo gruppo di ragazzi del paese e dei paesi contigui, che s'incontrano al cinema, a ballare, si vedono in pizzeria, sanno dei rispettivi legami sentimentali, alcuni, in seguito, si sposeranno. L'automobile li ha emancipati questi giovanotti. Qualche decina di anni fa, il giorno che precede la festa non avrebbero avuto altro da fare che lavorare nei campi come tutti gli altri giorni, aspettando in famiglia la sera. Il giorno successivo, sarebbero andati, ripuliti a dovere e con l'abito non di tutti i giorni, a occhieggiare le ragazze all'uscita della Messa, strappando un appuntamento per il pomeriggio, o per fissare di ritrovarsi al

ballo nella Casa del Popolo o in Parrocchia. Oggi lavorano quasi tutù, e non in campagna, ma in qualche fabbrichetta della zona. Ce ne sono molte che producono manufatti artigianali: si lavora l'argento, la ceramica, si fabbricano mobili, utensili, oggetti meccanici e persino elettronici. Molti guadagnano abbastanza da comprarsi, a rate, la macchina. Eccoli dunque a scorrazzare in lungo e in largo per le strade asfaltate, che prima erano sterrate e solcate dalle ruote di quei carri rossi tirati dai buoi, che oggi si vedono, a uso di decorazione e di richiamo turistico, ornati di vasi di gerani, soltanto davanti alle trattorie. Oggi la sera che precede la festa i ragazzi amano girare fino a notte alta, troppo spesso a rotta di collo, transitando sotto i viadotti dell'autostrada, sotto i ponti della ferrovia, spostandosi dall'una all'altra discoteca dai nomi esotici e suggestivi. A volte finiscono male, com'è capitato a qualcuno di loro, che un incidente ha ridotto allo stato vegetale. Più spesso sono in due, il ragazzo e la sua ragazza fissa, altrimenti viaggiano in tre o quattro sulla medesima utilitaria, spartendo le spese della benzina. C'è qualcuno che li spia, che li segue, che s'accoda a loro, che a volte frequenta gli stessi locali? Nessuno fa domande di questo genere a questi ragazzi, intontiti, stravolti dall'essersi trovati quasi faccia a faccia con la morte per omicidio, davanti a quel foro di proiettile sul parabrezza della Seat 127. Eppure, anche stavolta l'aggressore non è andato a caso. C'è solo un paio d'alberi e qualche ciuffo di cespugli stentati su un bordo dello spiazzo di sosta dov'è avvenuta l'aggressione, nessun nascondiglio adeguato, non è posto da guardoni, questo. E molto improbabile che qualcuno si sia appostato lì, in attesa dell'arrivo di una coppia qualsiasi. L'agguato è preordinato, l'assassino ha dovuto lasciare la sua auto a una certa distanza, altrimenti la sua automobile sarebbe stata avvistata da qualcuno dei giovani che transitano o sono addirittura fermi a breve distanza. Stavolta il lupo solitario dev'essersi avvicinato a piedi, dopo aver percorso un tratto di strada abbastanza lungo. Si spiega in questo modo il tentativo di usare la macchina delle vittime per raggiungere il luogo dove ha lasciato la sua auto; luogo riparato, quest'ultimo, adatto all'operazione sadica che gli inquieta la fantasia. Non c'è dubbio, stavolta s'è messo in una situazione rischiosa: ha fatto un errore. Perché scegliere un posto così in vista? Non può esserci che una spiegazione, non ha scelto il posto, ma le vittime. Le ha cercate, proprio loro. Un testimone, di cui parlerò più avanti, ha visto un'auto, meno di un'ora prima degli omicidi,

dirigersi verso la zona di Baccaiano, ha notato l'atteggiamento particolare dell'autista di quest'auto: "pareva in perlustrazione", dice. Ammesso che sia l'omicida l'autista di quest'auto, il cui comportamento singolare colpisce il testimone anche per altre ragioni, ammesso che fosse in caccia della coppia che poi sarà uccisa, è conseguenziale ritenere che il motivo per cui cercava proprio Antonella e Paolo consisteva nello speciale fervore sessuale che distingueva quella coppia dalle altre coppie della zona, così distinguibile in quanto fervore, e tanto chiacchierato da provocare il soprannome "Vynavil", come dire: colla. Ma lasciamo per un momento da parte le ipotesi e le deduzioni, torniamo ai riferimenti obiettivi. Mettiamo ogni dato materiale sul tavolo. Lo scopo è quello di definire chi stava alla guida quando la Fiat-Seat 127 attraversa il breve tratto di strada per riversarsi nella cunetta. E buona norma procedere con gli elementi di fatto, prima di valutare le testimonianze. Ci servono: una descrizione dell'auto, la posizione finale di essa, lo stato degli sportelli, lo stato dei sedili, la marcia e il freno a mano, la posizione dei bossoli, le tracce di sangue all'interno dell'auto, dove furono trovate le chiavi di quest'ultima. L'auto è una Seat 127 a due porte, l'equivalente un po' più spazioso della vecchia 500 della Fiat. Due sedili davanti, un divanetto posteriore, per accedere al quale è necessario spostare gli schienali dei sedili anteriori. La posizione dell'auto: poniamoci con le spalle allo spiazzo di sosta, dove la Seat si trovava prima della manovra. La strada in rettifilo verso sinistra conduce a Certaldo, a destra verso Firenze. L'auto ha il muso in direzione di Certaldo, verso la nostra sinistra. E finita parzialmente con le ruote posteriori nel fossatello mentre stava facendo manovra per andare in direzione di Certaldo. La ruota posteriore destra è più affossata della sinistra. L'auto quindi è in posizione sbilanciata, lo sportello destro guarda la proda, un po' sbilenco. Gli agenti della Polizia Scientifica lo troveranno aperto, scardinato. Lo sportello sinistro, quello della guida, è chiuso, ma "non a chiave", dice la relazione della polizia scientifica. I sedili: quello della guida è in parte "basculato", così si esprime la relazione, in avanti, e avvicinato allo sterzo; quello a fianco in posizione regolare. Il freno a mano è tirato per tre quarti, la retromarcia è ingranata. I bossoli sono nove, come ho detto. Per quanto riguarda la loro posizione, il punto di riferimento è la ruota anteriore destra della vettura.

Tre bossoli si trovano a l i metri di distanza da questo punto, un bossolo a 10 metri. Questi quattro bossoli, dunque, stanno tutti nel nostro lato della strada, in prossimità dello spazio di sosta, poiché è qui che ci siamo messi, come osservatori. Un bossolo è nell'interno dell'autovettura. Tre bossoli stanno vicino ad essa, sull'altro lato della strada, in prossimità della cunetta. Nell'auto molte tracce di sangue. C'è una chiazza di sangue sullo schienale e una striatura sanguigna vicino al sedile anteriore di guida. L'auto non ha le chiavi infilate nel quadro. Gli agenti le trovano a una certa distanza, gettate sulla proda che costeggia la strada. Sherlock Holmes dice che in un'indagine bisogna cominciare con lo spiegare 11 dettaglio più strano, quello che sembra il più irrazionale, il meno finalizzato all'evento. Io credo a Sherlock Holmes, il suo sistema è tuttora valido, anche se la sua logica non è sempre ineccepibile. Il particolare più strano è proprio l'ultimo, e la sua stranezza si presta a una serie di interrogativi. Chi è stato a lanciarle a quella distanza? Non può essere stato Paolo Mainardi, questo è certo. Dopo i colpi di pistola che l'hanno raggiunto in parti vitali è entrato in coma profondo. Come Pia Rontini non può "strillare" mentre viene estratta dall'auto, così Paolo non è in grado di compiere alcun gesto volontaristico. Chi ha compiuto quell'azione non può essere che l'assassino. Ma come l'ha compiuta? E perché? Ovviamente, per farlo, ha estratto le chiavi dal quadro. Secondo la polizia, trovandosi all'esterno, ha inserito il braccio e la mano nell'interno attraverso il finestrino frantumato. L'operazione si presentava di una certa difficoltà, atteso che l'auto era in posizione precaria: sarebbe stato necessario avvicinarsi ad essa con il corpo, si poteva spostarla col peso, persino provocarne la caduta più completa nel canale che costeggia la strada a 50 centimentri di distanza dal manto asfaltato. Viene spontaneo e immediato pensare che le avesse già in mano, le chiavi, quando le ha gettate via. Ma perché? Con quale scopo? Un semplice gesto di stizza, è stato detto. Già: ma proviamo a mettere insieme altre circostanze, altri gesti. Le portiere dell'auto sono chiuse col fermo. Questa è una circostanza che negli atti bisogna cercarla col lanternino. Gli agenti di polizia le trovano aperte entrambe. E ovvio che sono state aperte dai soccorritori della Croce d'Oro per estrarre il Mainardi. Ma gli infermieri dicono che sono stati costretti a forzarle, compresa la portiera sinistra. I fari

sono stati abbuiati con due colpi di pistola, questo perché, nonostante che le chiavi fossero state tolte dal quadro, i fari erano rimasti accesi, 0 relativo pulsante si trova in posizione di 'acceso'. Le porte chiuse, i fari spenti con due colpi, e le chiavi gettate lontano. Cosa si può dedurre mettendole insieme tutte queste circostanze? Che l'assassino ha inteso ritardare la scoperta dei cadaveri. Primo: chiudendo le porte; secondo: abbuiando i fari e rendendo così l'auto meno visibile; terzo: nascondendo le chiavi col gettarle a distanza. Tutti gesti di stizza? L'abbuiamento dei fari perché la luce di essi gli rendeva difficile la mira mentre premeva il grilletto per la nona volta? Molto improbabile. Quanto ai fari che lo avrebbero disturbato per la mira, sarebbe bastato spostarsi di lato e sparare, come aveva fatto fino a quel momento, dal finestrino frantumato. Le porte sarebbero state chiuse dall'interno. Le avrebbero chiuse i fidanzati? Anche la sinistra, che è buona norma lasciare aperta per ogni evenienza? Quest'ultima sarebbe stato il Mainardi a chiuderla durante l'attacco? Un po' troppe le operazioni che avrebbe dovuto fare il giovane mentre qualcuno gli stava sparando addosso. Riepiloghiamo: al mostro questa volta è andata male. S'è distratto un attimo per sparare alla ragazza che si scalmanava, forse stava gridando, ed è finito a retromarcia nella cunetta. Là vicino ci sono altri ragazzi con le loro auto. Una addirittura alza i fari abbaglianti, dopo gli spari, per vedere meglio cosa sta accadendo, laggiù. Questa è la volta che lo colgono sul fatto, il geometrico criminale. Cosa può fare se non andarsene alla svelta, che altro può fare se non far credere a un banale incidente stradale, ritardando così la caccia al mostro, e dandosi il tempo di battersela dal luogo dopo aver raggiunto la sua auto? Non è un gesto inconsulto, automatico, quello di gettare le chiavi lontano. Corrisponde a un piano d'emergenza pensato freddamente dopo la caduta dell'auto nel fossatello. H a chiuso lui le portiere. Ha sparato due colpi contro i fari accesi. Getta via le chiavi ancora col medesimo scopo: ritardare la scoperta dei corpi, sui quali chiunque noterà l'aggressione violenta a colpi di pistola. Così sarebbe andata, se il piano d'emergenza non avesse incontrato un intoppo: qualcuno avrebbe segnalato l'auto nella cunetta e la presenza di corpi all'interno, nient'altro che il solito incidente stradale, sarebbero arrivati i soccorsi, i soccorritori si sarebbero attardati ad aprire le portiere chiuse (andò in questo modo, difatti: gli infermieri della Croce d ' O r o dovettero usare una leva per apri-

re). Solo in un secondo momento, quando lui era già lontano, qualcuno si sarebbe accorto dei colpi di pistola. Senonché, il diavolo a volte aiuta a fare le pentole, ma non i coperchi. Sta per andarsene, il pluriomicida, quando s'avvede d'un movimento di Paolo Mainardi. Un gesto lieve, la testa che si sposta appena... E ancora vivo! Potrebbe parlare! Gli è rimasto un colpo nel caricatore, il nono. Sono sempre nove i proiettili che può usare, otto nel caricatore e il nono in canna. Si volta, tira l'ultimo colpo, che centra il parabrezza e forse, ancora una volta, il povero Mainardi. Un altro errore. Forse il più grave. Perché i ragazzi, gli amici, appena giunti è proprio questo che notano, il foro a raggera sul parabrezza, che indica in modo inequivocabile un colpo di pistola. E per questo che alcuni di loro corrono subito a telefonare ai carabinieri. E per questo che quasi nell'immediatezza della segnalazione vengono disposti posti di blocco su tutte le strade di accesso al luogo. Ma lui riesce a dileguarsi lo stesso. In che modo? S'innesta o no questa fuga indisturbata col tipo di auto che vede il signor Calonaci, e di cui parlerò fra poco? Eravamo rimasti al dibattimento del processo ai compagni di merende. La ricostruzione sherlokiana, ipotetica, s'intende, dei movimenti del mostro mi ha preso un po' la mano. Me ne scuso col Lettore benevolo. Passiamo alle testimonianze. Arriva il primo testimone chiamato dal pubblico ministero. Si tratta dell'unico infermere diplomato in servizio sull'ambulanza 8 . Si chiama Silvano Gargalini, ed è anche lui un uomo d'una certa età, anche lui sicuro di sé, più posato di Allegranti, benché lui pure educatamente seccato che qualcuno metta in dubbio le dichiarazioni che ha già reso alla polizia e al pubblico ministero: il giovane Mainardi si trovava sul sedile posteriore. Chi può saperlo meglio di lui che lo ha estratto, aiutato dagli altri, dall'auto? È stato lui a toccarlo sulla giugulare, e lui s'è accorto dell'esistenza, ancora, del battito cardiaco. Lui l'ha tirato fuori, il Mainardi, prendendolo per le spalle, mentre gli altri, l'Allegranti, in particolare, lo tenevano per i piedi. Impossibile equivocare: il giovane sedeva sul sedile posteriore, era scivolato in avanti con i piedi e le gambe quando aveva assunto, in seguito alla perdita di coscienza, la posizione semi-supina. Gargalini parla poi della portiera di destra, che è stato necessario scardinare con una leva

di metallo, del sangue di Paolo che schizzava dappertutto, tanto che lui ne aveva avuto piene le mani. Il pubblico ministero mette il testimone sotto il torchio della sua indiscutibile abilità dialettica, neanche avesse qualche motivo speciale per non dire la verità. Ma Gargalini conferma Allegranti senza nessuna indecisione. Così era, oltre qualsiasi dubbio: Mainardi stava sul sedile posteriore, accanto alla ragazza già morta. E sono due. Due testimoni non solo oculari, ma che hanno avuto modo, manipolando il corpo, di constatare fisicamente quale fosse la sua posizione. Non basta? No. Al Pubblico Ministero non basta. Per cominciare bisogna interrogare gli altri giovani volontari che hanno aiutato Allegranti e Gargalini ad estrarre il corpo, a preparare una barella, e a caricare il ferito sull'ambulanza. Poi tutti gli altri. Paolo Ciampi all'epoca era un ragazzotto, alle sue prime esperienze come infermiere volontario. Aiutò Gargalini ad estrarre dalla vettura il Mainardi. Dove si trovava il corpo? Sul sedile posteriore, riverso all'indietro, la testa che toccava il cadavere di Antonella 9 . S'interroga l'altro giovanotto, all'epoca, perché adesso è un uomo, che lavora, ha famiglia, e che ricorda con molto disagio l'episodio. Perché disagio? Marco Martini, anche lui ha visto bene che il corpo di Mainardi si trovava sul sedile posteriore. Ma lo interrogarono per tre ore, dice lui, volevano a tutti i costi che dichiarasse che il Mainardi era sul sedile della guida. Alla fine, dice il Martini, mi scocciai. Dissi agli interroganti: scrivete un po' quello che vi pare, io firmo, purché mi lasciate tornare a casa10. Per questo nel suo verbale di esame reso alla polizia si legge che il Mainardi stava sul sedile anteriore. Ma non è vero, era dietro, il giovane, accanto alla ragazza. Prima di deporre ai giudici dell'Assise il Martini s'è impegnato solennemente a dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità, e la verità è questa: il Mainardi stava sul sedile posteriore. E quattro. Giornata infelice, questo 19 dicembre 1997, per il dottor Canessa, s'è intrigato con le sue mani. Al difensore bastava l'Allegranti. Lui invece li ha voluti sentire tutti, ha fatto un'istanza all'uopo, e la Corte ha accolto l'istanza. Si potrebbe dire, semmai, ch'era un po' strano che di 14 testimoni i quali intervennero sul posto nell'immediatezza del fatto, che avevano estratto il

corpo di Mainardi dall'auto, o che avevano visto per primi l'auto nel fosso, o si erano incrociati con le loro auto su quella strada, prima e dopo gli spari che avevano inquietato la placida notte di quella campagna, il pubblico ministero non ne avesse indicato nella sua lista nessuno. Proprio nessuno, neanche uno. Devo spiegare, forse, che prima che inizi il dibattimento, il codice impone che le parti, Pubblico Ministero e difensori, presentino con congruo anticipo una lista di testimoni che desiderano siano sentiti dalla Corte. Il Presidente esamina, sfronda, se necessario, ammette quelli che ritiene utili. Lorenzo Allegranti, Silvano Gargalini, Paolo Ciampi, Marco Martini, Concetta Bartalesi, Graziano Marini, Adriano Poggiarelli, Mario Di Lorenzo, Stefano Calamandrei, Monica Del Maschio, Rosanna Campatelli, Francesco Carletti, Fabio Tempestini, Luca Sieni, tutti esclusi in anticipo, tutte fonti di prova che, a giudizio del rappresentante dell'accusa pubblica, erano del tutto indifferenti ai fini dell'accertamento della verità. Be', si capisce, bisogna smetterla di considerare il pubblico ministero come magistrato al di sopra delle parti. E vero che dovrebbe accertare anche i fatti che possano giovare alla difesa, ma il nuovo codice accentua la funzione dialettica di "parte" processuale del pubblico ministero, e "parte" vuol dire qualcuno che sta da una parte, quella dell'accusa, "parte" significa che questo qualcuno sta giocando una partita con un avversario, il difensore, e che la vuol vincere codesta partita, con ogni mezzo, compresa la svalutazione preventiva di certe fonti di prova. Meno male che il dottor Canessa in questa occasione ci ha ripensato. Andiamo avanti col dibattimento. Si sente uno dei giovani che accorsero per primi sul luogo del misfatto, Graziano Marini, il quale stava nella sua macchina insieme alla sua fidanzata di allora, Concetta Bartalesi. Nel frattempo, durante il tempo "lungo, lungo, lungo" dei processi, come dice il poeta, i due si sono sposati. Graziano Marini dice che il Mainardi stava sul sedile anteriore "accanto alla ragazza morta". Ed ecco spiegato l'errore dei ragazzi accorsi subito sul luogo. Marini conferma implicitamente Allegranti, Gargalini, Ciampi, Martini: il ragazzo ferito si trovava "accanto" alla ragazza. Ma i giovani accorsi nell'immeditezza, frastornati da quel foro di proiettile sul parabrezza che indicava con estrema probabilità un'altra impresa del mostro, alla luce falsa dei mezzi fari delle auto, e innanzi tutto essendo chiuse

le portiere dell'auto, sbilenca e caduta in parte nel canale; ed essendo l'auto una piccola 127 Fiat Seat, con uno spazio brevissimo fra i sedili anteriori e il divanetto posteriore, ritennero che le due vittime fossero fianco a fianco in posizione normale di marcia - la posizione dell'auto con le ruote posteriori nella cunetta, e il foro del proiettile sul parabrezza, facevano pensare che il bersaglio fosse stato colpito mentre era in marcia - per questo sbagliarono. Nessuno pensò che alla guida dell'auto ci fosse andata una persona diversa dal Mainardi. Senza del resto, diranno la Bartalesi, il Poggiarelli, Di Lorenzo e Calamandrei, soffermarsi molto ad osservare l'interno dell'auto, perché tutti erano stati presi dall'angoscia dinanzi al delitto, e dall'urgenza di far giungere al più presto il soccorso alle vittime. Ma il sangue sul sedile anteriore? Secondo il pubblico ministero questa sarebbe una traccia obiettiva indicante che il giovane ferito, Mainardi, si trovava sul sedile anteriore. Viceversa questa traccia indica il contrario. L'autista Allegranti, e il Gargalini, sono stati chiari: il giovane perse molto sangue mentre lo spostavano. Allegranti è ancora più chiaro: fu lo spostamento a provocare lo sbocco di sangue, il vaso sanguigno, nella posizione supina del Mainardi in qualche modo chiuso, s'aprì, e il sangue, spinto dal cuore ancora pulsante - come accertò il Gargalini - sprizzò fuori con violenza. Ma questo accadde mentre stavano spostando Mainardi dal sedile posteriore a quello anteriore. Ciò è confermato dalla relazione del Gabinetto di polizia scientifica, in cui si legge che "sul bordo inferiore, parte mediana del controbattente della portiera sinistra e sul montante parte inferiore, sono altre macchie di sangue strisciate" 11 . Le strisciature indicano con evidenza un corpo in movimento. Gli stessi rilievi di polizia scientifica indicano che il sedile anteriore sinistro era stato spostato in avanti, verso lo sterzo. Anche questo rilievo obiettivo, che conferma le dichiarazioni di Gargalini, e che indica con altrettanta evidenza che per spostare il corpo di Mainardi i soccorritori spostarono in avanti il sedile anteriore sinistro per dare più spazio alla manovra, contrasta nettamente con la posizione del Mainardi sul sedile anteriore, perché in questo caso la manovra avrebbe dovuto essere inversa, col sedile spostato all'indietro. Sono cinque i testimoni che affermano che Paolo si trovava sul sedile posteriore, compreso il Marini che lo colloca accanto alla ragazza. A chi si deve credere? A quelli che hanno visto le vittime dall'esterno, a portiere chiuse, e

nelle condizioni di luce e psicologiche che sappiamo, o a coloro che hanno maneggiato il corpo per tirarlo fuori dall'auto, e questo alla luce d'un faro messo lì apposta per illuminare il teatro dell'operazione? La Corte, anche quella dell'appello, sposa la tesi ufficiale, pervicacemente sostenuta dal pubblico ministero. E si capisce il motivo dell'ostinazione. Giancarlo Lotti ha descritto l'episodio in quel modo, non ha detto che Pacciani s'è messo lui alla guida. Lotti è la fonte della verità nel processo ai compagni di merende, guai a smentirlo, tutto il castello dell'accusa cadrebbe. Sicché l'impegno del rappresentante dell'accusa a sostenere una ricostruzione smentita da cinque testimoni e contrastante con tutte le risultanze oggettive, si comprende bene. Ma gli altri? I carabinieri, gli agenti che intervennero sul posto nell'immediatezza del fatto, i due pubblici ministeri incaricati di soprintendere alle indagini - dottor Adolfo Izzo e dottoressa Silvia Della Monica - perché si ostinarono in quel modo, fino al punto da torchiare per tre ore il povero Marini, e alla fine indurlo a firmare una dichiarazione che non rifletteva le sue constatazioni reali, bensì il pensiero degli indagatori? H o una mia idea in proposito, che ha a che fare con quel 'sentimento di convinzione', di cui ho parlato più volte. Il fatto è che i primi ad essere interrogati, furono i giovani accorsi subito dopo gli spari. E quei giovani, in perfetta buonafede, riferirono quello che a loro era parso di vedere. Così si formò, nell'immediatezza, il sentimento collettivo di convinzione sul tentativo di fuga da parte del Mainardi. Il mattino successivo al ritrovamento dei corpi, il primo avvenuto con tempestività, il posto era pieno di giornalisti, fino dalle prime luci dell'alba. Ci andai anch'io a Baccaiano, che non sono proprio un giornalista, ma le imprese del mostro mi interessavano perché ero intento a scrivere, per un editore francese, Autrement, in una pubblicazione riguardante la Toscana, la storia del mostro di Firenze. La zona non era recintata, né sorvegliata. Chiunque poteva accedere al luogo dei delitti e alle sue adiacenze. Quando io arrivai, accompagnato da un giornalista de "La Nazione", l'amico Ennio Macconi, l'auto delle vittime non c'era più. Ma ebbi modo di rendermi subito conto di quanto il luogo, a meno di mezzo metro dal piano asfaltato di una strada provinciale piuttosto trafficata, fosse esposto, e fino a che punto fosse disadatto per compiere sul corpo della vittima femminile quelle operazioni che sappiamo. Gli indagatori, a questa circostanza essenziale per la ricostruzione dell'accaduto, non prestarono la

dovuta attenzione. Qualcuno aveva detto che il Mainardi si trovava al posto di guida? Tanto bastava per formarsi una convinzione iniziale. Che passò subito alla stampa, come al solito. E i giornali, ghiotti di notizie che provocano sensazione, pubblicarono immediatamente la storia del giovane che si mette alla guida, che riesce a fuggire per un breve tratto, del mostro che lo insegue continuando a sparargli addosso con freddezza eccetera. Da quel momento la storia fu codificata, formalizzata, non fu più possibile modificarla, chi tentava di farlo, di indicare una ricostruzione alternativa, si esponeva alla critica, se non al ridicolo. Rappresentava un elemento fuorviarne e scomodo, da abbandonare, o da indurre in qualche modo al cambiamento. E così che andarono le cose con le insistenze del magistrato e dei poliziotti, affinché Natalino si affermasse trasportato dal padre sulle spalle fino alla casa del De Natale; del marito che uccide per salvare l'onore familiare in una prima versione, in seconda battuta per ragioni economiche, quando proprio il movente di gelosia non reggeva più. E così che avviene col Marini, indotto a dire che il giovane si trovava sul sedile anteriore. Da noi, c'è poco da fare, gli indagatori, molto spesso, soffrono di eiaculazione precoce investigativa. Ed è rarissimo che cambino opinione. Tuttavia, in questo caso, un investigatore preparato e dotato di intuito, c'era. Un'investigatrice, per l'esattezza. Personalmente, sono convinto che se l'indagine, nel suo complesso, anche riguardo ai delitti successivi, fosse rimasta a lei, il pluriomicida della provincia di Firenze oggi sarebbe in gabbia. Viceversa, e mi piacerebbe sapere con quale criterio, l'indagine col trascorrere del tempo è passata da una mano all'altra, come fosse un compito, un'esercitazione scolastica sulla quale saggiare, occasione dopo occasione, l'abilità di questo o di quell'investigatore professionale. Se c'era una cosa da capire fin da subito era questa: l'inchiesta avrebbe dovuto mantenere una guida costante. Magari un gruppo di non più di tre o quattro professionisti, ma sempre quelli, al corrente dei precedenti episodi per averli seguiti personalmente, determinati nella ricerca e capaci, per onestà intelletuale, di rivedere gli errori d'impostazione, i propri e quelli degli altri, senza guardare in faccia a nessuno. La dottoressa Silvia Della Monica, allora piuttosto giovane, ma già agguerrita, queste doti ce l'aveva - a parte forse il timore reverenziale verso qualcuno più in alto di lei nell'esercizio della funzione - e le ha

mantenute, l'ha dimostrato in molte altre successive occasioni. All'epoca gestiva lei le indagini sul caso di Baccaiano, coadiuvata dal dottor Izzo. Ma fu Silvia Della Monica ad avere alcune intuizioni che, a parer mio, si rivelarono giuste. La prima: il mostro legge i giornali, segue con attenzione le vicende che lo riguardano. Lo dirà in seguito anche la speciale équipe del BSU, il Behavioral Science Unit, che fa capo all'FBI, con sede a Quantico, Virginia, Stati Uniti, che la persona ha questa attenzione per i casi che lo riguardano; addirittura li ritaglia, dice il BSU, i giornali che parlano di lui. La seconda: l'assassino stavolta ha pasticciato in qualche cosa, sa di essere in parte allo scoperto, e questo lo irrita, lui che è convinto di essere infallibile. La terza; una persona così non la si scopre con i soliti mezzi, soffiate, interventi polizieschi più o meno brutali, più o meno costituiti o pilotati. Bisogna affidarsi alla sua collaborazione, alla collaborazione dell'assassino, il quale, in fondo al cuore, forse non aspetta altro che di essere scoperto. Si deve quindi provocarlo in qualche modo. Così, l'intelligente Silvia Della Monica, prepara una trappola. Fa pubblicare da alcuni giornali, innanzitutto da "La Nazione" di Firenze, che il giovane Mainardi, ancora vivente, prima di morire in ospedale ha detto, sull'ambulanza che lo stava trasportando, qualche cosa. Che cosa? Mistero, impenetrabile segreto istruttorio. In questo modo, facendo pubblicare ai giornali, d'altronde consapevoli, questa menzogna, Silvia Della Monica spera di provocare l'assassino, spera di giungere a un contatto diretto. E l'otterrà, questo contatto, tre anni dopo, successivamente al duplice omicidio degli Scopeti. Un contatto agghiacciante, studiato con fredda determinazione innanzi tutto per minacciare, in perfetto stile mafioso, un avversario pericoloso: sta' attenta, Silvia, le donne, che siano abili investigatrici o meno, io le tratto così! Mi riferisco, ovviamente, al recapito a Silvia Della Monica di una busta contenente alcuni brandelli del seno asportato a Nadine Mauriot. Tutti si chiederanno: perché proprio a lei, fra i tanti che hanno seguito le indagini, perché a lei che oltretutto in questo periodo non segue più l'inchiesta sul mostro? Nel frattempo, Silvia Della Monica ha diretto le indagini che hanno consentito di scoprire, in una fabbrica di scarpe di Prato, un quantitativo eccezionale di eroina pura: ottanta chilogrammi. Le indagini, sempre coordinate da lei, hanno preso la strada della Sicilia, dove sono arrivate a un boss, don Masino Spataro, la cui organizzazione è stata sgominata. Da qui, passo

dopo passo, seguendo la pista dell'eroina, l'indagine sbarca negli Stati Uniti, rintraccia corrieri internazionali, banche compiacenti per il riciclaggio del danaro sporco. Una delle operazioni in materia di droga più brillanti che si siano mai viste, e non solo in Italia. Da questo momento, l'interesse di Della Monica è assorbito dalla droga. E allora perché proprio a lei? Perché è una donna, si dirà, e il mostro, si sa, con le donne ha un dente particolarmente avvelenato. Troppo semplice. Il perché sta altrove. Sta nel fatto, che fra tanti, Silvia Della Monica è il magistrato della Procura della Repubblica di Firenze che ha avvicinato di più il mostro. Nel senso che l'ha capito più degli altri, ha intuito alcuni suoi atteggiamenti psicologici, forse aveva già all'epoca qualche idea più precisa e individualizzante. Tant'è vero che la trappola funziona. Sto ritornando ai delitti di Baccaiano. La vicenda del signor Lorenzo Allegranti è singolare. Assente del tutto nel processo Pacciani. Quello che dice stona col contadino mugellano. Le sue dichiarazioni ai carabinieri di Firenze e di Rimini, benché verbalizzate, non sono prese in considerazione. Interessano invece la difesa di Vanni, non solo per quello che dice sul reale svolgimento del duplice omicidio di Baccaiano, indicando una dinamica del fatto del tutto diversa da quella proposta dalla polizia, e ripetuta, è il caso di dirlo, a pappagallo ammaestrato dal Lotti, ma perché racconta anche altre cose. Allegranti si presenta nella stazione dei carabinieri di Montespertoli qualche giorno dopo il duplice delitto, e dice di aver ricevuto una telefonata. Qualcuno che parlava un italiano corretto, senza inflessioni dialettali, e che quindi non era sicuramente né Pacciani, né Vanni, gli ha telefonato a casa. Ha detto che telefonava per conto della Procura di Firenze, addirittura diceva di parlare dal telefono della Procura, egli si trovava là, voleva sapere che cosa avesse detto il giovane Mainardi durante il percorso in autoambulanza, prima di spirare all'ospedale. Allegranti, che non è nato ieri, risponde che se la Procura vuol sapere qualche cosa da lui, non ha che da convocarlo, lui sarà ben lieto di andare in ufficio e di riferire tutto quello che sa. L'interlocutore, allora, molto irritato dall'atteggiamento del testimone, ha provato ad insistere, poi ha interrotto bruscamente la comunicazione. I carabinieri verbalizzano. Ma comunicano immediatamente la deposizio-

ne di Allegranti alla Procura di Firenze, in particolare alla dottoressa Della Monica, che è proprio questo che sta aspettando, dopo la falsa notizia fatta pubblicare su alcuni giornali? Penso di no. Ritengo che il verbale, come i successivi, arrivino in Procura dopo qualche tempo, quando Della Monica non si interessa più del caso. Le indagini del resto le sta svolgendo la Questura di Firenze, e si sa bene che fra polizia e carabinieri vige la regola che la mano destra non deve sapere quello che fa la sinistra. Il fatto però si ripete, non una, ma più volte. Lo sconosciuto ritelefona a casa dell'Allegranti, una volta lo raggiunge al suo posto di lavoro. La domanda è sempre quella: "Che ha detto il Mainardi?". Ma nelle occasioni successive l'interlocutore ha un tono più urgente, addirittura minaccioso. "Sono il mostro" dice "rispondi alla mia domanda, altrimenti farò un'altra strage a Baccaiano". Allegranti, benché terrorizzato, lo manda a quel paese. Da bravo e onesto cittadino, qual'è, torna dai carabinieri, riferisce e fa verbalizzare quello che gli è capitato. Fine luglio 1984. C'è stato da poco il duplice delitto di Vicchio: vittime Pia Rontini e Claudio Stefanacci. Lorenzo Allegranti si trova con la famiglia in vacanza a Rimini, in una pensioncina economica da 'tutto compreso'. Sta cenando tranquillamente, il solito menu della pensione: minestra in brodo vegetale, fritto misto di pesce con patatine, pane a volontà. "La vogliono al telefono", gli dice il cameriere. "Chi, io?" si stupisce l'Allegranti. "E lei Lorenzo Allegranti, no?", risponde un po' seccato il cameriere, "allora, vogliono proprio lei". Chi, non si sa, l'interlocutore non ha detto il nome. Allegranti si alza da tavola, raggiunge la reception della pensione, il telefono è là sul banco. La voce è la stessa, quella dello sconosciuto che ha detto a suo tempo, due anni fa quasi esatti, di essere il mostro. "Sta' attento" dice la voce, fredda, ma col tono di chi non è abituato a parlare a vuoto, "tu sei un uomo finito". Brusca interruzione della comunicazione. Allegranti che deve fare? Gli tremano un poco le gambe, ma anche stavolta va dai carabinieri. Di Rimini, questa volta. Racconta ogni cosa: le telefonate di prima, e questa di adesso. I carabineri verbalizzano, fanno una relazione, aprono un procedimento contro ignoto per il reato di minacce gravi. Verbale e denuncia arriveranno più tredici anni dopo sul tavolo dei giudici su sollecitazione del difensore di Mario Vanni. Quest'ultimo, in sede di discussione finale, si porrà alcune domande. La

prima: come mai quest'insistenza? E come mai l'ultima telefonata all'indomani, o quasi, del duplice omicidio di Vicchio? La seconda: chi era in grado di sapere che l'Allegranti si trovava nel luglio 1984 in vacanza in quella pensioncina di Rimini? Non è mica un divo dello schermo, l'Allegranti, che i suoi spostamenti sono di dominio pubblico. La terza: perché la minaccia? Corrisponde a qualche scopo terrorizzare in questo modo una fonte di possibili informazioni su un duplice delitto attribuito, almeno all'epoca, al mostro di Firenze? La quarta: chi è l'anonimo interlocutore telefonico? Proviamo a dare le risposte. Cominciamo dall'ultima. Un giornalista, no di certo. Prima di tutto Lorenzo Allegranti non ha mai interessato nessuno. Solo dopo la sua deposizione dibattimentale del dicembre 1997, preceduta di un anno da una breve intervista nella trasmissione televisiva di una rubrica - Mixer - qualche giornalista, non più di due, si interesserà moderatamente di lui. Ma prima di queste occasioni, Lorenzo Allegranti è un illustre sconosciuto. E tale rimane durante le indagini del dottor Giuttari. Quest'ultimo, benché abbia dichiarato di aver letto tutti gli atti, e di avere approfondito tutte le circostanze rimaste in ombra nelle precedenti inchieste, quest'Allegranti non lo ha scomodato neppure con un colpo di telefono. La prostituta alcolista Ghiribelli, l'altra prostituta alcolista Nicoletti, lo scemo del villaggio Giancarlo Lotti, l'altro ipodotato Pucci, altroché, se li ha scomodati. 'Alfa' (Pucci), 'beta' (Lotti), 'gamma' (Ghiribelli), 'delta' (Nicoletti), i fattori della sua equazione, eccome se li ha sentiti. Verbali su verbali, dichiarazioni, contro-dichiarazioni, smentite, riaffermazioni, in sede specifica, in sede di sopraluoghi, di perquisizioni, di esperimenti giudiziari: e di che colore era la macchina del Lotti, e dove si sono fermati a fare pipì Lotti e Pucci, e a che ora è ritornata dal duro lavoro la Ghiribelli, e se Lotti e la Ghiribelli sono andati una volta a mangiare alla Casa del prosciutto di Vicchio, e quale voto darebbe la Ghiribelli alle performances amorose di Lotti (tre, risponde la Ghiribelli), e se un tale di San Casciano era o non era omosessuale... Accidenti se ne ha voluti sapere, di dettagli, il dottor Giuttari, da quelle "fonti di prova"! Ma Allegranti, no. Sarà per via del nome, che suggerisce un tipo scherzoso, pur se il buon Lorenzo visto dawicino ha una faccia un po' da funerale, sarà perché ha detto che Mainardi si trovava sul sedile posteriore della macchina, contraddicendo le indicazioni poliziesche misteriosamente, ma non tanto,

trasferite a Lotti, fatto sta che Allegranti resta nell'ombra in cui si trovava, fuori dal processo, ed estraneo all'interesse dei media. I giornalisti, poi, a volte sono insistenti, ma arrivare alle minacce, questo è fuori dall'etica e dalla prassi professionale. Il giornalista è escluso. Un curioso qualsiasi? Un quivis de populo che può accedere a precise fonti d'informazione, tali da consentirgli di sapere che Lorenzo Allegranti si trova il tal giorno in una piccola pensione riminese? E che ne sa il quivis de populo che questo sconosciuto, disperso fra le migliaia di carte del processo infinito, è un importante testimone, in possesso di un'informazione essenziale - quella che concerne la posizione di Mainardi - riguardo al duplice omicidio di Baccaiano? Allora chi è? L'ha detto lui stesso: "Sono il mostro". Perché non credergli? La terza questione. C'è un motivo speciale, riguardante l'assassino, per cui lo sconosciuto interlocutore telefonico importuna più volte il povero Allegranti, al punto di terrorizzarlo? Si capisce che c'è. Riguarda appunto quella specie di trappola messa in piedi dalla dottoressa Della Monica. Lui sa bene che quanto meno una parte di verità c'è in quello che hanno pubblicato i giornali. Il Mainardi vivente non è un'invenzione dei cronisti, l'ha visto che si muoveva, mentre stava abbandonando a precipizio il luogo dove aveva compiuto il duplice omicidio. Per questo ha sparato quell'ultimo colpo. Ma è possibile che l'abbia mancato, stavolta gli è mancato il tempo di accertarsi, come nelle altre occasioni, della morte di entrambe le vittime. È più che possibile che Mainardi abbia parlato, durante il percorso per raggiungere l'ospedale. E cosa può aver detto? Qualcosa per lui di molto compromettente, che può portare su di lui l'attenzione degli inquirenti. Qualche cosa che lo individua, che lo trasforma da ago nel pagliaio in una persona con una caratteristica molto peculiare. Il nome? Non il nome: non c'è traccia nelle indagini che il povero Mainardi conoscesse il suo carnefice, non esiste alcun rapporto documentato fra i due, nessuna relazione, nessun contrasto, né con Paolo, né con Antonella. Si trattrebbe allora di certe sue caratteristiche fisionomiche? Ci sono almeno quattro persone che hanno visto il mostro, e che testimoniano. Si tratta di una coppia a Calenzano che incrocia un'auto sportiva proveniente dal luogo dove è avvenuto il duplice omicidio dell'ottobre 1981 e che vede, alla luce dei fari, il guidatore di quest'auto, il quale appare stra-

volto. La persona appare massiccia. Di più non si può vedere nell'autista di un'automobile. Tuttavia i due fidanzati di Calenzano si prestano a ricostruire un identikit. Nell'immagine, piuttosto approssimativa e maldisegnata, il particolare che colpisce sono gli occhi. Occhi grandi, molto intensi. Poi ci sono Bardazzi e l'avvocato Zanetti. Anche queste persone notano tutte un particolare: gli occhi, lo sguardo particolarmente intenso. Bardazzi dice: "Riconoscerei quello sguardo fra dieci anni in mezzo a una folla". L'avvocato Zanetti pure è colpito dagli occhi, foschi, un po' infossati, ma intriganti, occhi che ti bucano, come si dice. Per il resto, la persona è "abbastanza normale", per dirla con un'espressione usata dal dottor Perugini. Alto, massiccio, un uomo ben piantato, ma niente che attiri in modo paricolare, tranne gli occhi. Vestito con proprietà, con una certa eleganza: giacca e cravatta di luglio, dice Bardazzi. Può aver notato questo, il Mainardi? Sto parlando in via di ipotesi, nella prospettiva dell'aggressore, il quale teme che la sua vittima, il Mainardi, possa aver parlato di lui riferendo un particolare individualizzante; sappiamo bene che Mainardi, in coma profondo, non può aver detto nulla. Direi di no, considerando le osservazioni dei precedenti e successivi testimoni, non esistono particolari eccezionalmente rilevanti nella fisionomia del soggetto, per esempio una cicatrice vistosa, che Mainardi potrebbe aver riferito sull'ambulanza. Secondo la sua prospettiva, il punto di vista cioè di chi vuol conoscere a tutti i costi le ultime parole della sua vittima, l'ignoto telefonatore potrebbe temere che Mainardi abbia parlato del suo metodo di avvicinarsi senza suscitare timore, istinto di difesa. Del modo da lui usato affinché Paolo aprisse il finestrino - nel caso fosse chiuso - esponendosi così a distanza rawicinatissima alle pallottole della calibro 22. E quale può essere questo modo? "Polizia. I documenti, prego". "Un poliziotto", potrebbe aver detto Paolo Mainardi, se fosse stato in grado di dire qualcosa. E questa sì, questa sarebbe una connotazione molto individualizzante, specialmente se corrispondesse alla funzione reale del personaggio. E per questo che a mio parere l'ignoto terrorizza Allegranti. Un passo indietro di più di un anno. L'ho già detto: il processo infinito è scandito da cadenze armoniche, da episodi che si ripetono. Non c'è solo l'Allegranti che riceve telefonate anonime, ci sono anche i familiari di Enzo

Spalletti. Chi è questo Cameade? Se lo cerchiamo fra il testimoniale del processo Pacciani, Spalletti è assente. Il dottor Michele Giuttari - tanto per citare un'altra volta il solerte funzionario di polizia e scrittore, e spero che sia l'ultima - il quale ha letto in tempo veloce tutti gli atti eccetera, non mi risulta che l'abbia mai cercato. Il difensore di Vanni, nel processo ai compagni di merende, lo indicò nella sua lista di testimoni a difesa, ma il suo nome venne scartato dalla Corte, Spalletti non era utile. Alla Corte del processo ai compagni di merende Spalletti non interessa perché, ammesso che sappia qualcosa, le sue informazioni riguardano il duplice omicidio del giugno 1981 - Carmela Di Nuccio e Gianni Foggi - e quest'episodio criminale è stato escluso dal capo d'imputazione, quindi dalla cognizione dei giudici, benché sia accaduto solo quattro mesi prima il duplice omicidio di Calenzano, le vittime siano state uccise con la medesima pistola Beretta calibro 22, dotata dello stesso munizionamento, pallottole Winchester contrassegnate dalla H sul fondello, il cadavere della povera botticelliana Carmela - aveva un volto dolcissimo, che ricordava le pitture del grande Maestro quattrocentesco - sia stato vilipeso in un modo sovrapponibile a quello usato per Susanna Cambi, e in tempi successivi per Pia Rontini e per Nadine Mauriot. Non se ne deve parlare, di questo delitto, perché Giancarlo Lotti non ne sa nulla, neppure per sentito dire, quindi è fuori dagli atti. "Quod non est in actis, non est in mundo", dice il broccardo latino. E dunque devono restare fuori dal mondo la signorina Carmela Di Nuccio, il signor Gianni Foggi, e il signor Enzo Spalletti. Ma Spalletti è un testimone chiave, il collegamento stretto fra i delitti del giugno '81 e quelli dell'ottobre dello stesso anno, lo capirebbe un ragazzo con l'intelligenza e la cultura della terza media. Non esiste solo la medesima pistola e il medesimo modus operandi, c'è il più breve scarto temporale fra tutti i delitti della serie, a indicare il sicuro legame. Perché stavolta solo quattro mesi fra il primo duplice omicidio dell'81 e il secondo? Perché il tempo si raccorcia in questo modo anomalo rispetto alla serie, cos'è successo fra l'uno e l'altro fenomeno? E accaduto che Spalletti sta in carcere, accusato di falsa testimonianza, ma sospettato di essere lui il mostro di Firenze. E non sta più nella pelle, Spalletti, minaccia di raccontare quello che sa. Da che risulta? Chi lo dice questo? Lo dicono implicitamente le telefonate anonime ricevute da alcuni familiari di Enzo: la moglie e il fratello.

Ma andiamo per ordine. Enzo Spalletti appartiene alla nutrita schiera dei guardoni fiorentini. Di mestiere fa l'infermiere, ecco un'altra assonanza con Allegranti, anche Spalletti passa gran parte del suo tempo sulle ambulanze, lui della Misericordia; è cattolico osservante Spalletti, lavora per conto della benemerita e storica associazione religiosa fiorentina. Ma nel tempo libero Spalletti si trasforma. Via il camice nero col cappuccio, piuttosto menagramo in quanto abito da soccorritori nei casi di calamità individuali o collettive, e su il vestito mimetico giallo-marrone del guerrigliero. Che non gli serve per fare la guerra a nessuno, bensì per mimetizzarsi fra le frasche dei boschi intorno a Roveta, e così avvicinarsi, non visto, alle coppie che usano la macchina come alcova. Nel processo al mostro di Firenze, se non altro, s'è scoperto che uno degli sport più praticati in provincia è il voyeurismo. Dico sport non per fare l'originale. Osservare le effusioni fra innomarati pare che molti lo considerino un esercizio sportivo, dal quale non sono disgiunti, né lo spirito di squadra, né la competizione. I guardoni fiorentini sono una consorteria, si dividono e si disputano i territori interessanti, scambiano informazioni fra le squadriglie alleate, talvolta si scontrano fra avversari, allontanano con modi bruschi le persone indesiderate, perché troppo invadenti, o perché violenti, contrattano in un'atmosfera mercantile i luoghi adatti agli avvistamenti, persino se li affittano l'un l'altro, si scambiano foto, cassette registrate e video-registrate, strumenti ottici e di registrazione perfezionatissimi, non esclusi i visori notturni; talvolta passano al professionismo, diventando ricattatori. Esiste persino un luogo di raduno, dove non so se facciano anche dei congressi: "La taverna del diavolo", sulla strada rovetana. Spalletti è un dilettante, però molto attrezzato. Esercita in coppia con un amico, F.C., persona che indico con le sole iniziali, ma che negli atti del processo infinito è identificabile con nome cognome e indirizzo. Da Scandicci comincia la via di Mosciano. Percorrendola in salita, dopo curve e tornanti, si raggiungono le sorgenti di Roveta. Dalla stessa via di Mosciano, svoltando subito a sinistra dopo il cavalcavia dell'Autostrada, e attraversato il torrente Vingone, si entra in Via dell'Arrigo. Qui esiste una discoteca, Anastasia. Più su: campi, uliveti, boschi. Sera del sabato 6 giugno 1981. Spalletti, insieme all'amico F.C., è qui che s'è appostato, su questo declivio che guarda in basso verso la discoteca, in attesa di una coppia che,

salita sull'auto parcheggiata fuori dall'Anastasia, raggiunga un posto più riparato e si disponga ad amoreggiare. Ma la serata è fiacca. Prima della mezzanotte, l'amico si stanca della pesca infruttuosa e se ne ritorna a casa. Spalletti rimane ad aspettare l'occasione propizia. Tornerà a casa, dice lui, alla mezzanotte. Ma la moglie lo smentisce, non era mezzanotte quando il marito è rientrato, erano le due. Mattino della domenica 7 giugno. Spalletti s'alza alle sette. Dice alla moglie di "aver visto due morti ammazzati". Un'ora dopo, al solito bar dov'è andato a prendere il caffè, dice la stessa cosa a un paio di avventori esterrefatti: che lì vicino ci sono i cadaveri di due morti ammazzati, e che di questo ne parleranno tutti i giornali. Sono le nove circa quando il brigadiere Vittorio Scifone, che sta facendo una passeggiata, scopre i cadaveri di Carmela Di Nuccio e di Gianni Foggi, e dà l'allarme. Enzo Spalletti, invece, tranne che alla moglie e agli avventori del bar, il suo avvistamento se l'è tenuto per sé. Non ha avvertito né polizia, né carabinieri. Le autorità pubbliche sapranno della sua esistenza perché è noto che il luogo in cui è avvenuto il duplice omicidio è frequetato dai guardoni, piuttosto fitti nella zona. Ed è altrettanto di pubblico dominio che Enzo, l'infermiere, è un "indiano", così il popolo chiama i guardoni: "indiani". Qualcuno dice agli inquirenti di aver visto, la notte dei delitti, parcheggiata nei pressi della discoteca Anastasia la Ford Taunus rossa di Spalletti. Così si arriva a lui. Così si viene a sapere delle sue anticipazioni alla moglie e alle persone del bar. Perché anticipazioni? Anticipazioni perché quando lui ne ha parlato, i cadaveri non erano stati ancora scoperti. E passato un altro giorno. I pubblici ministeri, Silvia Della Monica e Adolfo Izzo interrogano Enzo Spalletti. Dov'era, lei, la sera del 6 di giugno? L'infermiere racconta una bugia con le gambe cortissime: con una prostituta. Chi? Come si chiama, eccetera. Spalletti s'imbroglia. Alla fine ammette di essersi incontrato alla "Taverna del diavolo" con l'amico guardone, e che insieme si sono appostati sulla collina in faccia alla discoteca in attesa di esercitare lo sport preferito. Poi, visto che non era serata, sono ritornati a casa, tutti e due. A che ora è rientrato, lei? Seconda bugia: a mezzanotte. Gli inquirenti già sanno che la moglie lo smentisce. Da chi e come ha saputo dei cadaveri? Terza bugia: l'ho letto sul giornale. A questo punto i dottori dell'inchiesta, Della Monica e Izzo, gli sbattono in faccia - si fa per dire - i

giornali del 9 giugno, quelli che, per primi, hanno pubblicato la notizia. E lo mettono dentro, giustamente. In questi casi, generalmente, la galera scioglie la lingua. Non quella dell'infermiere Spalletti, il quale continua a dire che ha saputo dei morti dai giornali, contro ogni evidenza. Così ferma la sua menzogna, che gli inquirenti cominciano a domandarsi: non sarà lui il mostro? Benché lo tengano in prigione con l'accusa di falsa testimonianza, si fa strada il sospetto. L'atmosfera di questo terribile sospetto contagia l'infermiere detenuto. Capisce di trovarsi in una impasse dal quale può dipendere la sua vita, ma invece di cedere passa al contrattacco. Nel corso di un ennesimo interrogatorio, se ne esce con una strana battuta. Voi lo sapete, che io non sono l'assassino - dice così, più o meno, lo Spalletti - ma mi tenete in galera perché state proteggendo qualcun altro. Una battuta che non può restare così, per aria. I due funzionari della giustizia si risentono con indignazione: "Ma che sta dicendo, lei? Cosa intende dire? Perché? Eccetera". Spalletti si morde la lingua: "Niente, niente, dicevo così, tanto per dire qualcosa...". Passa qualche giorno, mentre Spalletti è ancora in carcere, gli inquirenti interrogano l'amico, F.C. Conferma l'incontro alla taverna. Conferma l'appostamento di entrambi sulla collina che guarda la discoteca. Conferma la serata improduttiva. Conferma di essersene andato. Soltanto lui, però, prima di mezzanotte, Spalletti è rimasto. Poi, F.C., spontaneamente, senza che nessuno gli abbia chiesto niente sull'argomento, racconta una sua avventura di guardone. Dice che un giorno se ne andava per boschi, col salito sacchetto di plastica vuoto in una mano, che poi sarebbe l'alibi dei guardoni, quello di andare in cerca di funghi, il sacchetto serve a questo, per mimetizzarsi. Incontra un tale in divisa. F.C. non sa precisare quale divisa sia, da guardia forestale, ipotizza. Questo tale ce l'ha con lui in quanto guardone. Lo minaccia con una pistola. Lo costringe ad entrare in auto. E qui, dentro l'abitacolo della macchina, gli fa una specie di sermone. Voi guardoni fate schifo, gli dice, siete dei pervertiti vigliacchi, perché la legge non può nulla contro di voi, non commettete nessun reato, semmai il reato lo commettono quelli che voi occhieggiate. Ma siete dei criminali, vigliacchi in quanto intangibili. Dopo una mezzora di sudori freddi, con quell'arma spianata davanti al viso, il tale in divisa lo lascia andare. Doveva essere qualcuno esperto di legge, forse un poliziotto, ipotizza F.C., perché di leggi se n'intendeva davvero.

Non ci avevo mai pensato, ma è vero che noialtri sportivi di un genere originale non commettiamo alcun reato, e semmai lo commettono i nostri oggetti d'osservazione. Mentre Spalletti è in carcere, inamovibile nella sua versione, enigmatico all'inizio, come indispettito dalla carcerazione, ma via via che i giorni passano sempre più in tensione per quell'accusa orrenda che si sente sospesa sul capo, qualcuno, un ignoto, telefona alla moglie, poi telefona anche al fratello. "Ditegli che stia zitto e tranquillo, che presto sarà scagionato, presto uscirà di carcere" dice l'anonimo interlocutore telefonico "però gli sta bene un po' di galera, a quello scemo. Che gli è saltato in mente di dire che aveva saputo dei morti dai giornali, quando i giornali sono usciti con la notizia la mattina dopo?". Difatti, presto - quattro mesi passano in fretta - il 22 ottobre, nel campo delle Bartoline, vicino al torrente La Marina, a Calenzano, si trovano i cadaveri di Susanna Cambi e di Stefano Baldi. Spalletti viene subito scagionato. Esce subito di carcere, e da quel momento nessuno sentirà più parlare di lui. Nessuno lo interroga più. Quando a casa sua s'avvicina qualche giornalista nel tentativo di intervistarlo, Spalletti va su tutte le furie. Non compare nel dibattimento del processo contro Pacciani, né in quello, per i motivi che ho detto, contro i compagni di merende. Enzo Spalletti resta un punto interrogativo. Personalmente, questo signor Enzo Spalletti m'è rimasto sullo stomaco, come la cozza andata a male che una volta ho ingoiato in un ristorante scadente. Perché ha mentito? Ha visto, o non ha visto, lui, il guardone, uccidere i due fidanzati di Scandicci? Ogni cosa fa supporre di sì, che ha visto: il luogo dov'era appostato, che gli permetteva la visuale sulla macchina degli aggrediti. L'ora, che è quella degli omicidi. Le sue doti di voyeur, abituato a scovare le intimità altrui. Le sue anticipazioni sui morti ammazzati, altrimenti inesplicabili. Le sue bugie, evidenti, insistite, che non si spiegano con il desiderio di mantenere il riserbo sulla sua attività di guardone. E di dominio pubblico, che Spalletti è un 'indiano'. Ma se ha visto, perché il silenzio? Perché le menzogne? Ha paura, il signor Spalletti. Paura nera. E di chi ha paura? Dell'ignoto che ha telefonato in famiglia, ha paura? Se è così, altroché se lo capisco. Allegranti pure aveva

paura, ma ha raccontato lo stesso quel poco che sapeva. Sa qualcosa di più, Spalletti? E quel suo amico, guardone anche lui, perché se ne viene con quell'aneddoto, mentre lo si interroga su altre cose, per quale associazione d'idee? Una volta tanto, proviamo a far giocare un po' d'immaginazione. Spalletti, da quell'uliveto in collina dov'era appostato, alle luci debordanti dalla discoteca, ha visto l'auto dei fidanzati avanzare lungo la via dell'Arrigo, fermarsi a lato, all'ombra degli ulivi. Ecco la mia coppia, s'è detto. S'avvicina, prepara il suo armamentario: forse il binocolo, forse il visore notturno. Ma ecco che dietro la macchina dei fidanzati avanza un'altra auto. Quest'auto ha sul tettuccio la luce blu rutilante delle auto della polizia. Ecco! Si dice Spalletti: ora questi li beccano in flagranza di reato: atti osceni in luogo pubblico. Dall'auto esce un uomo alto, massiccio. S'avvicina alla macchina della coppia. Parla rivolto al finestrino della guida. Il giovane, che anche lui ha visto la bolla blu sopra la macchina, apre il finestrino. Appare fulminea la pistola. Gli spari. Spalletti è shockato. Osserva cadere una dopo l'altro i fidanzati. Vede la ragazza estratta dall'auto, e trascinata a una certa distanza. Assiste a tutta la scena: il cadavere della ragazza vilipeso a colpi esatti di coltello. Vede l'omicida rientrare sulla sua auto, andarsene tranquillamente. Forse a questo punto Spalletti fugge. Forse raggiunge a casa sua l'amico, F.C., e gli racconta tutto. Ma silenzio, per carità, silenzio! Un poliziotto che fa queste cose, in tutta tranquillità, c'è di mezzo qualcosa di grosso. C'è di mezzo il complotto. Forse è per questo, a causa della sindrome del complotto, che in quel periodo, e non solo allora, contagia il Bel Paese, che l'infermiere della Misericodia se ne esce con quella battuta infelice, mentre lo interrogano due onestissimi magistrati. E questa la ragione per cui Spalletti si fa in silenzio i suoi quattro mesi di galera. Forse è per questo che l'amico F.C. fa quell'accenno all'episodio che gli è capitato, anni prima, nel bosco dov'era andato, falsamente, in cerca di funghi. In quale altro modo spiegare la singolare associazione d'idee? Probabilmente Spalletti, da guardone consumato qual è, l'ha visto altre volte quel moscone blu lampeggiante e luminiscente aggirarsi nei paraggi, vicino ai luoghi frequentati dalle coppie. Sono convinto che il primo inventore della setta assassina, potentissima, protetta, intangibile, sia Enzo Spalletti.

L'ha avuta lui per primo, la geniale intuizione di una qualche associazione esoterica che protegge il criminale esecutore. Vi sono idee che passano, si trasferiscono silenziosamente, contagiano come un malanno della pelle. Può darsi persino che ne sia tuttora convinto. Torniamo alla vicenda di Allegranti. H o già risposto, implicitamente alla domanda numero due. Un poliziotto può accedere con facilità a certe informazioni. Basta presentarsi nel posto giusto, esibire una tessera, e fare la domanda. Il posto giusto può essere il luogo di lavoro di Allegranti. Il quale, prima di andare in vacanza, è molto probabile che abbia lasciato il suo recapito. E anche sull'insistenza nel cercare di saperne di più sulle ultime inesistenti parole del povero Mainardi, ho già risposto. L'interlocutore telefonico teme che l'autista dell'ambulanza sia in possesso di un'informazione che può aiutare in modo determinante gli inquirenti a sfoltire il pagliaio in cui si nasconde l'ago. Per questo si fa sentire con una minaccia dopo il duplice omicidio di Signa. L'uomo pensa che finora, forse, Allegranti se l'è tenuta, l'informazione. È necessario rinfrescargli la memoria, intimandogli di nuovo di mantenere il silenzio. Immaginazione? Può darsi. In un'inchiesta giudiziaria non bastano le ricostruzioni immaginarie, per quanto resistenti all'incredulità del lettore. Cerchiamo di approfondire. Prima di tutto però liberiamoci, definitivamente, di due soggetti, di due cosiddette prove, confessorie e testimoniali, i cosiddetti testimoni oculari Fernando Pucci e Giancarlo Lotti. Poi vedremo se l'immaginazione collima con qualche risultanza circostanziale, obiettiva. Qualcuna l'ho già indicata qua e là, in modo non sistematico. Fernando Pucci: analisi psicologica, cultura, il suo comportamento antecedente alla testimonianza. Il pubblico ministero si rende conto del problema. Noto che il primo a dubitare è proprio lui. Per questo affida ai professori Fornari e Lagazzi una consulenza sulla capacità a testimoniare del soggetto. Esito scontato positivo. Tuttavia i tecnici non possono fare a meno di citare una valutazione precedente, risultato dell'esame medico di un 'équipe della Regione Toscana, che ha giudicato Pucci invalido al 100% per una forma grave di oligofrenia. Difatti Fernando non ha neppure la licenza elementare,

non è capace di fare un qualsiasi lavoro, pur semplice che sia, vive assistito dalla famiglia. Lo psichiatra considera in particolare il suo infantilismo. Lo dicono anche i suoi familiari: è un bambino. Se si rapporta questo dato al suo comportamento che precede le dichiarazioni sul fatto al quale avrebbe assistito, diventa di estrema improbabilità che questo bambino - i familiari lo definiscono aperto, buono, non uso a dire bugie - si sia tenuto dentro per undici anni un segreto come quello, senza condividerlo, non si dice con i carabinieri, ma neppure con la sorella, o con il fratello. Interrogarlo, Fernando Pucci, fu difficile. Capivo il tormento, mi pareva di aver di fronte un bambino che sta sostenendo l'esame. Sembrava di sentir ticchettare il suo cervello, mentre cercava nella memoria le parole giuste da dire, solo quelle che aveva imparato, sudava copiosamente nello sforzo. Cercai di portarlo altrove, di forare la corazza di cui era rivestito. Ci riuscii in parte: alla fine disse che Vanni, il postino, l'uomo sgraziato che aveva visto pedalare in bicicletta fino dalla sua infanzia, Vanni no, Vanni non c'era. Analoga valutazione fanno i consulenti del P.M. - un'istanza di perizia proposta dalla difesa di Vanni, è respinta - riguardo a Giancarlo Lotti: anche lui è capace di testimoniare. Ma i consulenti, nella loro relazione, fanno alcune valutazioni che a uno sguardo attento appaiono tutt'altro che marginali. Notano cioè, i consulenti, un'interazione di Lotti con gli inquirenti. Dicono che al soggetto piace "giocare" con chi lo interroga. Che si sente in qualche modo gratificato dal ruolo. Attento, questa è l'osservazione più importante, ai privilegi che gli derivano dall'essere un "collaboratore". Ne ho già parlato sopra: fino alla sentenza definitiva, durante tutto il corso dell'indagine e dei dibattimenti, di primo, di secondo grado e della Cassazione, Giancarlo Lotti non solo non si è fatto un solo giorno di carcere, nonostante i reati gravissimi che gli erano addebitati, ma ha trovato una casa, lui che ne era privo, uno stipendio, da disoccupato qual'era senza alcun reddito; sceglie lui i ristoranti dove andare durante gli spostamenti d e l é q u i p e investigativa. Una pacchia, insomma. H o cercato di immedesimarmi con Lotti, di condividere la sua umanità. Impresa diffìcile anche questa. Lui pure pareva protetto da un guscio, più scivoloso e scostante, starei per dire ripugnante, che non quello di Pucci. Il suo carapace era formato da un'incrostazione fatta di piaceri mediocri: il vino, il mangiare, la donna che lui ha sognato di possedere per se stesso, non perché a pagamento. Durante il processo, s'era aggiunta la

considerazione degli altri. S'era incrinata la sua solitudine. Perché questo era stato, prima: selvaggiamente solo. Emarginato, tranne che in trattoria, alla mescita. Il suo faccione rotondo, gli occhi bovini, lo facevano passare per una specie di clown. Isolato anche dalla famiglia, in lite da sempre con la sorella. Se i consulenti avessero preso informazioni in paese, avrebbero saputo che Giancarlo, bloccato dalle ripetute bocciature alla quarta elementare, era noto per essere un bonaccione al quale si può far credere tutto quello che si vuole, oggetto di scherzi pesanti dei buontemponi, uno dei quali l'ho raccontato in nota. Famoso era a San Casciano il suo avvistamento di extraterrestri, ai quali Lotti addebitò l'incendio d'un bosco. Aveva fatto un incontro di terzo tipo, il buon Lotti, e un altro l'ha fatto, di non so bene quale tipo, quando gli inquirenti cominciano a prendersi cura di lui e della sua vita. Guardingo, dinanzi alle domande, come se ognuna celasse un trabocchetto, sempre sul chi vive, abile a nascondersi dietro una specie di gergo campagnolo, fatto di smorfie e di grugniti più che di parole. Il confronto con le risultanze obiettive è disastroso. Pucci mente quando dice che Vanni è entrato nella tenda passando dal taglio praticato su di essa. Mente, contraddicendosi fino al dibattimento, quando afferma che lo scopo della sosta vicino alla tenda dei francesi sarebbe stato un bisogno fisiologico. Messo alle strette, ha un rigurgito di coscienza, si contraddice di nuovo platealmente, e dice per tre volte, a proposito di chi avrebbe visto vicino a quella tenda: "No, Vanni no!" Pucci racconta il falso, fino all'aggiustamento più recente sull'auto di Lotti. Quest'ultimo, l'abbiamo visto strada facendo, dopo aver tentato di dire la verità, quand'era negativo su tutta la linea, ispirato da un nume mente in numerose occasioni, con aggiustamenti successivi fino al dibattimento d'appello, riguardo ai delitti dei francesi, sull'auto da lui usata per portarsi sul luogo. Non può dire la verità perché non c'era, quando afferma che Pacciani sparava al fuggiasco francese. Inventa su tutta la circostanza, e in maniera ridicola, a proposito della buca scavata a due passi dai cadaveri per nascondervi i 'feticci'. Inventa quando sostiene che la povera Pia Rontini "strillava" mentre la estraevano dall'auto. Mente consapevolmente sul delitto dei tedeschi - lo scopo è quello di suffragare la confessione con un dettaglio in cui egli appare attivo, e non semplice spettatore - quando afferma che Pacciani gli avrebbe passato la pistola, e lui avrebbe sparato a casaccio. Sul dupli-

ce delitto di Baccaiano, descrive il fatto negli stessi termini descritti dalla polizia, cioè raccontando il fatto in modo difforme dalla verità. Entrambi, Pucci e Lotti, sbagliano indicando nella notte della domenica 8 settembre la data del duplice delitto degli Scopeti. Il processo ai compagni di merende si fonda su queste menzogne e invenzioni, evidenti, resistenti a ogni tentativo di aggiustamento. Una ricostruzione alternativa deve fondarsi su alcuni dati di fatto. In primo luogo si dovranno analizzare le poche tracce lasciate sulla scena dei crimini. Sono poche, perché l'assassino sa come evitarle. È, per così dire, un predatore esperto, che si mette contro vento rispetto alle sue vittime, ma anche rispetto agli indagatori, per i quali è a sua volta una preda. È solo. Lo hanno detto i periti dell 'équipe De Fazio, lo dicono gli esperti del BSU/FBI. Le tracce materiali, sui luoghi dei delitti, riguardano sempre una persona sola. H o detto in proposito che il fatto di Baccaiano è il più decisivo. Secondo Lotti la squadra dei compagni di merende sarebbe arrivata, e poi ripartita dal posto con due auto. Nessuno le ha viste, queste due macchine, benché i giovani, alcuni dei quali sentono i colpi di pistola, o percorrono quella strada, o sostano ai due lati del rettifilo dove si sono svolti gli omicidi, siano ben quattordici. Tutte quelle persone si sono incrociate su quella strada, e poi si sono raccolte accanto agli aggrediti. Nessuno ha visto o incrociato auto diverse da quelle dei rispettivi amici o conoscenti. Tenterò di descriverlo fisicamente, innanzitutto. La stazza è deducibile da un'impronta di scarpa sul terreno di Calenzano, e, con molta probabilità, nonostante le smentite, da un'analoga impronta di scarpone su quello degli Scopeti; dalle impronte delle ginocchia e di una mano - non rilevabili le impronte dattiloscopiche - lasciate sulla fiancata dell'auto di Stefanacci (delitto del luglio 1984). L'impronta, individuata sul luogo degli omicidi di Calenzano - Stefano Baldi e Susanna Cambi - appartiene a uno scarpone di tipo militare, ed indica un piede di dimensioni notevoli. Le impronte di ginocchia lasciate sulla polvere dell'auto di Stefanacci, situate a una certa altezza, segnalano, senza possibilità d'equivoco, un uomo di statura superiore alla media, quasi certamente oltre, "e non di poco", così si esprime la relazione De Fazio, il metro e ottanta.

Un uomo alto, dunque, e di forza notevole, capace cioè di manipolare i corpi, alzarli, spostarli e trascinarli con facilità e rapidità. Anche l'altezza degli spari sui finestrini del furgone dei tedeschi, secondo le analisi balistiche, rivelano l'alta statura. Le tracce di ginocchia, in particolare, commisurate rispetto all'altezza da terra, e agli arti inferiori nella loro interezza, indicano, secondo i periti deW équipe De Fazio, un acromegalico, cioè una persona con gli arti fuori misura. Ne ho già parlato, qui e anche nel mio libro Cacciani Innocente. Una sorta di ragno con braccia e gambe fuori misura, che non ha esitato ad affrontare, corpo a corpo, un uomo atletico, alto e robusto come il giovane francese. E probabile abbia una notevole conoscenza delle tecniche di attacco e di difesa, arti marziali, lotta e consimili. Spara con precisione e sicurezza, come chi ha familiarità col poligono di tiro. Possiede anche grande dimestichezza con il combattimento all'arma bianca. Maneggia lo strumento da punta e da taglio con maestria, colpisce e affonda nei punti giusti. Chiunque abbia provato ad affondare un coltello in un corpo-simulacro che riproduca la resistenza di quello umano, sa che non è né facile né naturale: ci vuole forza e precisione, e queste si acquistano con l'esercizio. Compie le escissioni con rapidità e sicurezza. Tutti questi elementi, insieme alla sua capacità di mimetizzarsi e dileguarsi, fanno pensare a una preparazione di tipo militare. Non certo quella che può avere un militare di leva, ma quella di un professionista. Riesce sempre a colpire le sue vittime da distanza ravvicinata. Ma come ci riesce? A mio parere, questo è il punto nodale della questione, sciolto il quale non dovrebbero restare molti dubbi su una determinata qualità del mostro. Qualità almeno di genere, nel senso di categoria sociale e professionale. L'estrema facilità con la quale riesce ad avvicinarsi alle coppie, anche dopo gli allarmi amplificati e i controlli serrati, fa pensare a due dinamiche alternative. La prima è che egli riesca ad avvicinarsi perché non desta sospetti nelle sue future vittime. Qualche cosa di evidente lo connota, segnala la sua natura apparentemente inoffensiva. La seconda è che, in qualche modo, riesce a rendersi invisibile. Da notare che egli agisce quasi sempre nelle notti di novilunio, cioè al buio totale. Le due ipotesi non si escludono a vicenda. Forse in qualche occasione si è avvicinato rassicurando le vittime, altre volte senza farsi scorgere, nel caso in cui ha dovuto lasciare la macchina a una certa distanza.

Esaminiamo la prima ipotesi. Cosa potrebbe farlo apparire inoffensivo agli occhi delle vittime? Esattamente il contrario di ciò che lo potrebbe caratterizzare come potenziale fonte di minaccia. Solo un ruolo visibile in quanto esibito, e una ben determinata qualifica può essere rassicurante in senso opposto: l'aspetto di agente dell'ordine. Niente di più consueto che imbattersi in un poliziotto in servizio, che fa la sua ronda notturna in funzione anti-mostro, o in quella più generica di controllo di polizia. Niente di più tranquillizzante. Lo si individua e lo si riconosce già prima di vederne la figura, di notare i suoi gesti e i suoi abiti. In che modo? Dalla macchina da cui discende, accostata a poca distanza da quella dei fidanzati, con l'inconfondibile segnale di riconoscimento: la bolla blu lampeggiante sul tettuccio. Da quella macchina l'uomo avanza con passo sicuro, e i ragazzi, che hanno appena iniziato i preliminari, cercano di ricomporsi pronti a mostrare i loro documenti all'agente in borghese. Quando apparirà la pistola calibro 22 sarà troppo tardi per rendersi conto dell'errore. Il falso, o vero agente, ha già indotto il giovane ad aprire il vetro del finestrino per mostrare i suoi documenti, per questo è in condizione di sparare a distanza rawicinatissima, quasi a bruciapelo, senza incontrare, mai, in nessun caso - eccetto la coppia di francesi, che non era in auto, bensì in una tenda - alcuna reazione. Uno scenario di questo tipo non è frutto di immaginazione, bensì suggerito da indizi che conducono tutti, gravi, precisi e concordanti, verso quest'inquietante e scomoda direzione. Come spiegare in altro modo il libretto di circolazione trovato sul tappetino della macchina di Stefania Pettini? Normalmente lo si tiene nel cassettino del cruscotto. Che ci faceva sul pavimento dell'auto, se non era finito lì dopo essere stato estratto per mostrarlo a qualcuno? Il portafogli di Claudio Stefanacci, il compagno di Pia Rontini, è stato forato da parte a parte da un proiettile. Il portafogli avrebbe dovuto trovarsi nella tasca posteriore dei pantaloni, dove invece non era. I pantaloni di Stefanacci stavano sotto il sedile. Il ragazzo ha dovuto prelevarlo da là sotto. A che scopo se non per mostrare i documenti, contenuti al suo interno, a qualcuno autorizzato a richiederne l'esibizione? Con tutta probabilità, quando l'uomo ha cominciato a sparare, il ragazzo, col portafogli in mano, ha tentato invano di farsi schermo con esso, per questo il foro. Non c'è una lesione da sparo nel gluteo in corrispondenza della tasca dei pantaloni, quell'oggetto era nella mano

della vittima al momento del colpo di arma da fuoco. L'ipotesi alternativa potrebbe essere la rapina, ma nel portafogli i soldi c'erano tutti. Non resta quindi che l'esibizione dei documenti. Un altro elemento anomalo che ricorre in quasi tutti i delitti, trova la sua spiegazione solo se si pensa alla volontà dell'assassino di depistare e confondere le indagini per coprire l'identità che lo accomuna agli inquirenti. I finestrini delle macchine, dal lato da cui egli spara, sono sempre completamente frantumati. Se l'omicida avesse sparato a finistrino chiuso, come nella tesi ufficiale della polizia, i vetri dovrebbero trovarsi rotti solo parzialmente. I proiettili calibro 22, i più piccoli in commercio, è molto difficile che, attraversando un vetro, riescano a distruggerlo senza lasciare nemmeno un frammento in piedi. Del resto è così che è avvenuto col colpo sparato sul parabrezza della vettura di Mainardi, nell'omicidio di Baccaiano. Il vetro del parabrezza non si è frantumato, ma è rimasto visibile solo un foro con le classiche incrinature a raggera. Perchè allora tutti quei finestrini disintegrati? Tutti, in ogni occasione, fino dal primo duplice omicidio del 1968. In che modo il finestrino, quello da cui l'aggressore ha sparato, viene trovato frantumato quasi completamente? Ma innanzitutto, perché? II modo non può riguardare gli spari. Anche per questa rilevantissima circostanza l'osservazione dev'essere complessiva. Deve cioè riguardare tutti i delitti avvenuti mentre le vittime si trovavano su un'auto, escludendo il furgone dei tedeschi, caso in cui l'assassino è stato costretto a sparare da diverse angolazioni, per colpire i bersagli in movimento, ed escludendo per ovvie ragioni, il duplice omicidio dei francesi. L'osservazione complessiva consente di rilevare un'eccezionalità: la frantumazione totale. Tanto che qualcuno, per spiegare il fenomeno, effetto straordinario di un'arma da fuoco di piccolo calibro, nel caso del duplice omicidio di Calenzano, vittime Baldi-Cambi, chiamò in causa una strana pietra. Fu trovato, in prossimità dell'auto delle vittime, un pezzo da collezione. Un frammento sagomato di breccia africana. Si tratta di una pietra dura, che veniva usata dai mosaicisti toscani per i piani dei tavoli di un certo pregio. Ne parlo al passato, perché l'unica cava di breccia africana, a suo tempo esistente in Marocco, s'è esaurita, e questa pietra è oggi divenuta rarissima, da collezione, appunto (informazione personale, ricevuta da un artigiano fiorentino, l'esperto mosaicista del laboratorio di Piazza Santa Croce). Si pensò

che proprio con questa pietra l'aggressore avesse frantumato il vetro del finestrino da cui avrebbe poi sparato. Dunque la frantumazione avviene con un mezzo diverso dall'arma da sparo. Lo scopo non può essere che quello di non far capire quale sia stata in realtà la dinamica. Il finestrino, sulla richiesta di controllo dei documenti, è stato abbassato, poi, una volta colpite le vittime, l'omicida lo ha richiuso e frantumato con un qualche oggetto contudente: un fazzoletto contenente alcune biglie di acciaio - lo strumento classico dei ladri d'auto - uno sfollagente con l'anima di piombo, la pietra trovata sul luogo del delitto di Calenzano... Questo per far credere che i finestrini fossero stati gli spari a distruggerli, mentre erano chiusi, e non aperti, come in realtà erano. A quest'ipotesi si potrebbe avanzare un'obiezione. L'assassino avrebbe sparato attraverso il finestrino chiuso, poi avrebbe spaccato il vetro in maniera più integrale per sollevare dall'interno la sicura e aprire lo sportello onde estrarre il corpo della ragazza. Ma se così fosse, perchè il vetro è distrutto completamente, sbriciolato in maniera totale? Si tratta di evitare che i futuri inquirenti si accorgano che sul vetro del finestrino, di cui inevitabilmente resterebbe in ogni caso qualche frammento integro, non c'e' alcuna traccia del passaggio del proiettile. Si vuole depistare la deduzione conseguente al vetro aperto. Per meglio specificare: sul luogo dei delitti nessuno ha mai raccolto un solo frammento di vetro con tracce indicative della percussione di un proiettile calibro 22. Solo cocci sparsi nell'interno dell'auto, alcuni sui cadaveri degli uccisi, piccoli frammenti di vetro, sintomi chiari di un completo sbriciolamento ottenuto con un corpo contundente. Un'altra ipotesi alternativa: l'assassino sbriciola il vetro prima di sparare, affinché la deviazione dello schermo non gli impedisca di colpire con precisione il bersaglio. L'ipotesi non collima con un altro indizio di significato essenziale. Nessuna delle vittime che si trovavano in auto ha mai tentato una reazione qualsiasi: né il prodromo di una fuga, né un tentativo di difesa. L'azione preventiva di spaccare il vetro, avrebbe provocato, almeno in un caso, una reazione. Il fatto di per sé è significativo: nessuna delle vittime s'aspettava l'aggressione. L'assassino è esperto di indagini. Sa anche come depistare. Il finestrino aperto sarebbe un indizio della sua funzione. Un militare, quindi, un poliziotto, un uomo addestrato a fare da scorta a qual-

che politico, probabilmente a magistrati particolarmente esposti, forse un agente dei servizi segreti militari, in ogni caso un individuo che ha familiarità con l'ambiente delle forze dell'ordine e delle istituzioni giudiziarie. E lecito dedurlo, non soltanto dalle sue abilità di aggressore, e dalle dinamiche esposte sopra, ma anche dalla naturalezza con la quale riesce a dialogare con quegli ambienti. E qui opportuno ricordare le lettere minatorie mandate alla dottoressa Della Monica, al dottor Vigna, al dottor Canessa e al dottor Fleury. Lettere, le tre ultime, non spedite, ma recapitate a mano. Le ha scritte, o meglio compilate, l'uomo che sto cercando? Se è così, bisogna pensare a un uomo che in quegli spazi si muove con disinvoltura, sicuro di non attirare l'attenzione, perchè a quei luoghi appartiene e nessuno farà caso alla sua persona. Infine la religiosità. L'uomo è credente, forse praticante. Lo attestano le catenine spezzate, il simbolo religioso asportato, come se chi lo teneva appeso al collo non ne fosse stata degna (Locci, Pettini). Confermano questo i danneggiamenti della croce sulla tomba di Pia Rontini. Prima di parlare delle lettere ai magistrati, è necessario ricordarne altre due, queste ultime spedite a "La Nazione". Le riporta, per esteso, Riccardo Catola, nel libro che ho già richiamato 12 . Catola era, all'epoca, giornalista de "La Nazione". Le lettere arrivano mentre infuria la polemica. Nell'ottobre del 1985 il mostro di Firenze è diventato un caso di interesse mondiale, se ne parla dovunque, alcuni giornali hanno pubblicato le analisi di illustri psichiatri, psicologi, sessuologi. Le due lettere sembrano inserirsi nell'atmosfera rarefatta di un dibattito di elevata scientificità, e sembrano proporre l'interpretazione autentica dei delitti. Del resto il sessuologo Giorgio Abraham ha sollecitato il mostro: costituendoti avrai la possibilità di far riconoscere al mondo il tuo capolavoro, la tua "perfetta capacità di agire". Nelle lettere ricevute da "La Nazione" il mostro si presenta in prima persona. La seconda in ordine di tempo giunta al giornale, è la meno interessante. Forse utile per un raffronto con la prima: "Fino ad oggi non mi ero fatto vivo (...) Ora conducete una vera e propria campagna contro di me; aizzate l'opinione pubblica (...) Le coppie di privilegiati dalla natura che si appartano all'aperto, in luoghi più o meno nascosti, facendo mostra dei propri amplessi compiono 'atti osceni in sito pubblico'

(c'è una legge ben precisa al riguardo). Esporsi all'occhio avido dei guardoni è pericoloso soprattutto se chi osserva prova invidia o risentimento. Sovente gli esibizionisti s'accorgono di essere osservati... ma proseguono imperterriti 'eccitati' dallo spettatore. (...) H o solo 'punito' chi mostrava liberamente il proprio corpo facendo sfoggio di lussuria. Tengo a dichiarare che non tutte le soppressioni di quei porci in calore devono essermi addossate: almeno due volte il giustiziere è un altro, un guardone come me, forse un mio imitatore... Eccetera". Questa lettera è con evidenza un falso. Chi scrive, da Milano, su carta intestata di un albergo, non è sicuramente il mostro. L'accenno ad "almeno" due casi in cui avrebbe colpito un imitatore, è illuminante. Si tratta di qualcuno che crede di aver capito, intende indicare una pista - non del tutto squinternata, come tale - e che cerca la notorietà. "Vi raccomando di farmi conoscere meglio ai lettori al fine di giustificare 'un tantino' quanto ho commesso. Mi farò vivo solo se darete risalto alla mia lettera". Esattamente Catola rileva che "Lui non lo sa, ma nel momento in cui scrive 'Fino a oggi non mi ero fatto vivo' il vero mostro ha già mandato al giudice Silvia Della Monica un messaggio che non lascia spazio agli equivoci" 13 . L'altra lettera, che arriva per prima a "La Nazione", il 20 settembre 1985, quasi in coincidenza con quella spedita alla Della Monica, ha un tono del tutto diverso. Non verbosa, bensì secca, densa, in certi spunti drammatica: "Sono molto vicino a voi. Non ni prenderete se io non v o r r o ' Il numero f i n a l e è ancora l o n t a n o . Sedici sono pochi. Non odio nessuno, ma ho bisogno di f a r l o se voglio vivere. Sangue e 1 acrime s c o r r e r a n n o f r a poco. Non si può' andare avanti cosi'. Avet e sbagl iat o t ut t o. Peggio per voi. Non commetterò' più' errori, l a polizia si'. In me 1 a not t e non finisce mai. H o pianto per l o r o . Vi aspetto". Sono convinto che questa lettera sia autentica, che l'abbia scritta e spedita l'omicida delle coppie. Prima di tutto il tempo: è quello di altre lettere compilate e spedite nell'immediatezza dei delitti degli Scopeti. Contiene un

riferimento preciso che la integra con altre missive: l'errore che egli avrebbe commesso. Si trova il riferimento all'errore anche nelle tre lettere spedite ai magistrati Vigna, Canessa e Fleury. Queste lettere sono una 'fibbia', come si dice in linguaggio carcerario. Cioè una minaccia mafiosa. In ciascuna di esse è allegata una pallottola contenuta nel dito di un guanto da chirurgo. Il messaggio è complesso. Si allinea con i guanti da chirurgo trovati sul luogo dei delitti, con un'altra pallottola Winchester H trovata nel vicino ospedale. Un depistaggio in direzione di un chirurgo, ma innanzitutto un "attenti a voi!", esplicito, chiarissimo come il brandello di seno spedito alla dottoressa Della Monica, i proiettili sono parlanti in proposito. Le lettere contengono un ritaglio di giornale, come l'anonima spedita al dottor Tricomi nel 1982, lo scritto che innestò la pista dei sardi. Da un articolo apparso su "La Nazione", viene ritagliato, e spedito ai tre magistrati, il titolo: UN ALTRO ERRORE DEL MOSTRO. Quale errore? Dove e quando avrebbe sbagliato? L'ho già indicato: 0 duplice delitto di Baccaiano, la scelta sbagliata del luogo, la necessità di mettersi lui alla guida dell'auto delle vittime, la manovra ostacolata ed errata, il salto nel canale. Non ne farà più di errori, gli sbagli continuerannno ad essere tutti degli investigatori. Ed è vero: si è chiusa da poco, dopo il duplice delitto di Vicchio, la vicenda Mele e Mucciarini, che ha visto imprigionati due innocenti. Per questo: "Avete sbagliato tutto": i sardi non c'entrano. L'aspetto psicologico, è illuminante. Da questo punto di vista la lettera fu analizzata dallo psichiatra Paolo Tranchina, che la definì perfettamente in chiave con la sindrome psicopatologica di cui soffre attendibilmente la persona. Colpisce la frase: "Non odio nessuno, ma devo farlo se voglio vivere". Indica che lo scrivente è preda di una compulsione irrefrenabile, benché sia consapevole della tragicità ("Ho pianto per loro") e del disvalore di quello che compie. Per questo vorrebbe essere preso ("Vi aspetto"). Nella lettera si trova una notizia inedita: "Sedici sono pochi". Perché notizia, e perché inedita? Perché gli uccisi, a mio parere, sono almeno diciotto. Nel gennaio 1994, solo due giorni prima che scattassero le manette ai polsi di Mele e di Mucciarini, Paolo Riggio e Graziella Benedetti, due fidanzati, furono uccisi a colpi di pistola calibro 22 sul greto del fiume Serchio, vicino a Lucca. H o parlato di questo duplice delitto nel mio libro Cacciani innocente: "Del delitto di Lucca si è detto un po' troppo frettolosamente che non può trattarsi del delitto del mostro perché mancano le escissioni e perché la

pistola è diversa. Tuttavia, quanto al primo rilievo, devo dire che quella sera diluviava. Per questo i due giovani, che avevano l'abitudine di tirarsi dietro un ragazzino (come faceva Barbara Locci), nipote di Graziella, quella sera lo lasciarono da certi amici. Quanto alla diversità dell'arma, c'è da dire che secondo l'opinione di alcuni investigatori, opinione amplificata da alcuni quotidiani, Francesco Vinci, ancora in carcere con l'accusa di essere quantomeno l'assassino di Locci e di Lo Bianco, avrebbe fatto disseppellire da un barattolo, nascosto sottoterra secondo il metodo dei sequestratori sardi, la famosa Beretta, e commissionato l'omicidio dei due giovani tedeschi (settembre 1983) allo scopo di procurarsi un alibi"14. Poiché gli inquirenti accreditavano questa ipotesi, lo sfortunatissimo Vinci restava in prigione, nonostante il duplice omicidio di Giogoli. Ammettiamo che 0 mostro, nel suo gioco al gatto col topo instaurato con gli investigatori, volesse fare intendere che anche stavolta si stava commettendo un errore, che Vinci doveva essere scagionato, e che i sardi non avevano niente a che fare con gli omicidi delle coppie. Quale altro sistema migliore di quello di commettere un duplice delitto sovrapponibile ai precedenti, ma con l'uso di un'arma diversa? Resta poi la coincidenza cronologica con la svolta prossima dell'inchiesta, e l'incarcerazione di Mele e Mucciarini che avverrà dopo soli due giorni. Se esiste il collegamento fra quest'ultima circostanza e l'omicidio dei fidanzati lucchesi - del resto mai risolto, il caso è stato archiviato fra gli insolubili - risulta una persona che può accedere a informazioni riservatissime. Difatti i giornalisti più accreditati avevano avuto, fino a quel momento, nient'altro che il vago sentore di un prossimo risultato investigativo determinante. La lettera a "La Nazione" contiene poi un'agghiacciante previsione, che è anche una minaccia: "Il numero finale è ancora lontano.(...) Sangue e lacrime scorreranno fra poco". Difatti. Chi ha ucciso Francesco Vinci e il suo servo pastore Vargiu nell'agosto del 1993? E chi è l'esecutore di Milva Malatesta, l'amante di Vinci, nello stesso mese dello stesso anno? Entrambi gli atti criminali, complessivamente quattro vittime - insieme a Milva trova la morte anche il suo figlioletto - sono compiuti col medesimo modus operandi: l'auto in cui viaggiavano viene data alle fiamme con i cadaveri all'interno. Quattro uccisi, quattro esecuzioni, ancor oggi, a distanza di undici anni senza autore, senza neppure un indiziato. Hanno a che fare coi delitti del mo-

stro questi misteriosi omicidi? Secondo me sì, e non soltanto per la lettera che li pronostica. La lettera a "La Nazione" corrisponde a un impulso primario. Quello di instaurare, o piuttosto di mantenere, un rapporto con gli inquirenti. L'uomo ha una personalità doppia. Proviamo ancora una volta a far giocare l'immaginazione. Da una parte c'è il funzionario, modesto impiegato, non di concetto ma di azione, irreprensibile, noto per essere molto capace, a volte persino insostituibile per certe operazioni. Dall'altra c'è l'omicida delle coppie. Quest'ultimo soffre della sua diversità. "In me la notte non finisce mai". La frase è retorica, banale e troppo letteraria. Esprime una pseudo-cultura d'accatto. Una cultura che si nutre di romanzi di largo consumo. H o trovato una frase, se non identica, molto simile nel romanzo di Mirka Waltari Sinhue l'egiziano. Un best seller dal successo di pubblico mondiale di poco inferiore a Via col vento. Interessante è che il libro trasuda misoginia dalla prima pagina all'ultima. Sinhue, il chirurgo del Faraone, è tormentato dalle donne, ed è un solitario. Frequenta gli uomini del potere, che lo disprezzano, lo considerano un paria. Anche la persona che sto cercando di identificare si sente sottovalutato. La sua sete di giustizia, la sua abilità di manovratore, di manipolatore dei destini, meriterebbe di più. Avverte un sentimento di solitudine atroce. Ricerca per questo il contatto costante con le persone che gli danno la caccia. Queste persone commettono errori uno dietro l'altro. Ecco che lui, in un modo quasi paternalistico, cerca di riportarli sulla via giusta. In questo modo si spiega l'interazione, anche cronologica, fra alcuni sviluppi dell'indagine infinita, ed alcuni delitti. Senonché l'uomo è, da questo punto di vista, schizofrenico, ha orrore di essere preso: "Non mi prenderete se io non vorrò". Una persona come lui, uno capace di tenere sotto scacco gli uomini migliori della giustizia, gli investigatori più capaci, non può essere "preso" per la soffiata di un qualsiasi infermiere guardone, o di un pastore sardo. A suo tempo sono bastate le minacce per ridurre al silenzio perenne il pavido Spalletti. Francesco Vinci, invece, uscito di carcere, straparla, si confida con l'amante, dice di sapere, e che parlerà (esperienza personale: la circostanza mi è stata riferita dal professor Cabras). Ecco i due falò: Vinci, il servo pastore, l'amante di Vinci. Le auto ribaltate sotto la scarpata, le fiamme che consumano i cadaveri. "Sono molto vicino a voi", comincia la lettera a "La Nazione". La frase nella

sua nudità contiene un messaggio molto chiaro, sul quale non ci sarebbero commenti da fare, se non di banale ovvietà. Ritorniamo a constatazioni più fredde. Esistono indizi abbastanza evidenti della sua conoscenza di quelle che saranno le mosse della polizia, iniziative che in un caso egli anticipa. Si spiega così il nascondimento, in quell'unico episodio, dei corpi dei francesi: per ritardarne il ritrovamento. In quale altro modo spiegare il corpo di Nadine rimesso all'interno della tenda, quello di Jean Michel buttato fra i cespugli e coperto con i bidoni di vernice? Perché questo comportamento insolito rispetto alla serie, se non perché egli conosceva il protocollo segreto di accordo tra carabinieri e polizia, che prevedeva blocchi stradali, chiusura della zona su un ampio raggio intorno al luogo, quando e dove fossero stati scoperti cadaveri attendibilmente da collegarsi a un altro delitto del mostro? Anche il teste Luciano Calonaci 15 , sentito per iniziativa della difesa a proposito dell'omicidio di Baccaiano, è stato arduo tentare di smontarlo. Al dibattimento del processo ai compagni di merende ha resistito impavido alle obiezioni del pubbblico ministero, solo un po' stupito di essere trattato come un mentitore. Il 6 giugno 1982 era appena uscito di casa, verso le 23, per andare in chiesa, dove era in corso la messa prima della processione che si sarebbe snodata lungo le vie del paese di Cerbaia. La casa di Calonaci è sulla via principale del paese, dalla porta d'ingresso s'accede subito sul marciapiede. Il signor Calonaci è un piccolo imprenditore di mezza età, nessuno l'aveva mai cercato come testimone, prima che lo rintracciasse il difensore di Vanni. S'affaccia sulla strada, che è illuminata quasi a giorno nel percorso della processione, ci sono le corone di lampadine a festone appese da un muro all'altro sopra il piano stradale. Dalla direzione di Firenze arriva un'auto. Marcia con lentezza, quasi a passo d'uomo. "Pareva in perlustrazione", dice Calonaci. Un solo uomo a bordo, il guidatore. Una persona massiccia, con una camicia azzurrina. Quest'uomo pare sorpreso appena imbocca la strada illuminata, sorpreso dalla gran luce. S'accorge che Calonaci lo osserva. Allora s'ingobbisce, la testa fra le spalle, nasconde il volto. "Pareva fosse stato scoperto a rubare in chiesa", dice il testimone. Procede in direzione di Baccaiano. Tre

quarti d'ora al massimo prima del duplice delitto, e la direzione è quella. La macchina, dice Calonaci, era della polizia. "Ci ho fatto caso", dice, "perché mi ha meravigliato che ci fosse una sola persona a bordo. In genere viaggiano sempre in due". All'estrazione militare, ricondurrebbe anche la sua capacità di muoversi agilmente nel buio totale nelle notti di novilunio senza che eventuali fonti di luce, come torce elettriche o simili, creino allarme in qualche passante. Devo alle intuizioni del medico fiorentino che preferisce mantenere l'anonimato, l'ipotesi che segue. Il medico suggerisce che l'assassino abbia fatto uso di visori notturni. Non solo per avvicinarsi senza essere visto, ma anche e soprattutto per spostare i corpi e praticare le escissioni senza avere le mani ingombrate. Esistono due tipi di visori, il primo ai raggi infrarossi, il secondo è un intensificatore di luminescenza, L.L.TV (Low Light TV). Il visore a infrarossi restituisce una visibilità imperfetta, l'altro, che amplifica la poca luce presente anche al buio più completo, è invece in grado di illuminare a giorno, sebbene con una visione monocromatica di tonalità verdastra. Nell'ipotesi del medico, l'assassino avrebbe fatto uso del secondo strumento. Si tratta di un apparecchio che, abbinato a un binocolo, si porta sulla testa con una bardatura agganciata sulla nuca, sulla quale si può collocare la batteria per controbilanciare il peso del binocolo posto davanti agli occhi, uno strumento del tutto simile a quello indossato dal maniaco scuoiatore nell'ultima sequenza del film 11 silenzio degli innocenti. Sono apparecchi molto sofisticati, che solo dopo il 1989, col crollo del regime sovietico, è possibile trovare in commercio a prezzi moderatamente accessibili. Prima di quella data però, i visori L.L.TV avevano prezzi esorbitanti, ed era materiale perlopiù reperibile solo negli ambienti militari. L'ipotesi, è forse qualcosa di più che un'immagine cinematografica e suggestiva. Essa spiegherebbe la naturalezza con la quale l'assassino riesce a spostare i corpi e a compiere le mutilazioni, con entrambe le mani libere, e spiegherebbe anche la sua capacità di muoversi e dileguarsi su terreni impervi, con sicurezza e orientamento infallibili, come quando raggiunge il francese che è riuscito a scappare nella macchia. Ma se ha fatto uso di visori notturni, bisogna anche ipotizzare che egli abbia avuto accesso a quegli apparecchi in ambienti militari.

A proposito di suggerimenti cinematografici, il medico anonimo indica anche una forte affinità tra i delitti del mostro e un film in programmazione nelle sale cinematografiche nel periodo degli omicidi del 1981. Il film in questione si intitola Maniac, e ha delle analogie così forti coi delitti del mostro che è difficile non pensare a una sorta di ispirazione-immedesimazione tra il mostro di Firenze e il maniaco protagonista del film. Anche il maniaco del film uccide le coppie appartate in macchina. Fa impressione la rassomiglianza tra Stefano Baldi e Disco Boy, una delle vittime del maniaco cinematografico. Nel film, Frank Zito, il maniaco, procede allo stesso modo del mostro di Firenze. Prima spara alle sue vittime (Zito con un fucile), poi esporta dalla vittima femminile lo scalpo: i capelli nel caso di Maniac, da cui il sottotitolo del film, A caccia di scalpi per New York. Nei primi mesi dell' '81, cioè prima dell'omicidio del 6 giugno '81, le televisioni private dell'epoca, erano tempestate dai trailers di Maniac. Poco prima del secondo omicidio, quello del 22 ottobre dello stesso anno, il film era in programmazione al Cinema Teatro Nazionale di Firenze, esattamente nei giorni che vanno dal 20 al 22 ottobre. Intorno alle ore 23, Maniac uccide una coppia nella "sequenza del ponte da Verrazzano", cosiddetta perché sullo sfondo si vede quel ponte newyorkese. Nella stessa ora, secondo gli accertamenti medico legali, il mostro di Firenze uccide a Calenzano. Un'altra coincidenza, stavolta con l'omicidio di giugno, quello di Scadicci: in entrambe le situazioni, quella della fiction e quella reale, i ragazzi sostano in prossimità di una discoteca. Il medico fiorentino, il quale ha scritto un libro sull'argomento, intitolato Maniac, non pubblicato, se non in alcune copie con la stampante dell'Autore, attribuisce al mostro di Firenze, anche i delitti di cui è sospettato un non mai identificato "assassino delle prostitute". Se il medico avesse ragione, le analogie col film Maniac diventano ancora più intriganti. Tra il 1982-1984 a Firenze furono uccise alcune prostitute nelle loro abitazioni, in nessun caso a scopo di rapina. L'11 febbraio 1982, la quarantenne Giuliana Monciatti, in via del Moro. Colpita col coltello in varie parti del corpo, la prima pugnalata inferta all'inguine. Il 14 dicembre 1983, l'ex infermiera di 37 anni Clelia Cuscito, anche lei massacrata a coltellate. Il 26 luglio 1984, Pinuccia Bassi, un'anziana prostituta, strangolata. Negli stessi anni furono uccise anche due ragazze ex-tossicodipendenti: nessun indiziato. Nel

film, Frank Zito, alias Maniac, uccide cinque ragazze, oltre alle coppie. Solo suggestioni? Resta però il fatto, accertato nel processo, che le prime due vittime, Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, erano al cinema, prima di essere uccise, e il film che si proiettava quella sera nel cinema di Signa era Nuda per un pugno di eroi, un film ridondante di sadismo. H o già accennato all'uomo che seguì la coppia nel cinematografo. Torniamo alla frase "non mi prenderete se io non vorrò". Le parole talvolta sono pietre. E queste lo sono anche nel senso di sassate. Se la lettera l'ha scritta la persona che sto cercando di individuare, come sono convinto, chi gli dà tanta sicurezza e arroganza? Pare impossibile che queste siano parole del "lavoratore della terra agricola", che oltretutto era stato preso già due volte. Forse anche per questo, per questa sicurezza, che confina con la strafottenza, di chi si sente detentore di un potere dispotico, si è fatto ricorso alla setta satanica. Qualcuno dell'ipotizzato clan diabolico avrebbe scritto quella frase? Un mandante d'alto lignaggio? L'errore fondamentale nel dualismo mandante-esecutore, dietro al quale se ne cela un altro di vetusta tradizione, quello cioè di aristocrazia-plebe, è l'aver frainteso, o il non aver voluto capire nei suoi termini verosimili, il carattere aristocratico dei delitti. Precisione, freddezza, sicurezza, spavalderia, sarcasmo, indignata pudicizia, crudeltà simbolizzata, tutto questo accompagnato da una sorta di competizione, di cui però soltanto l'assassino conosce regole e strategie, e le reinventa a ogni gara, tenendo gli avversari all'oscuro dei cambiamenti. Come se, pensando alla metafora del gioco degli scacchi, improvvisamente il suo alfiere cominciasse a saltare come un cavallo, la torre a muoversi in diagonale, e l'obiettivo solo in second'ordine fosse il re, perché è alla regina cui in realtà egli mira, regina che alla fine giacerà stesa a terra, mutilata, con le vesti alzate e le gambe divaricate. Scacco matto deriva dal persiano Shah mat, e significa re morto. Ma si può pensare anche all'ambiguità che il significato assume nel termine italianizzato. Il nostro uomo conduce un gioco matto, ma dentro la geometria di una scacchiera, entro la quale si sente protetto e che, in qualche modo legittima le sue esibizioni, nella percezione esaltata e delirante che la sua sia l'espressione più autentica della giustizia, quella generalmente sottaciuta, edulcorata dall'ipocrisia e dal perbenismo di facciata.

"Sono molto vicino a voi" è una frase che in questa chiave può assumere anche un altro significato: 'io faccio le stesse cose che fate voi, ma le faccio sul serio. Realizzo ciò che voi soltanto desiderate senza avere il coraggio dell'azione'. Spinto all'inizio soltanto da un irresistibile impulso, quasi coartato dalla sua psicosi - questo nei primi due delitti - mano a mano l'impulso gli è apparso sempre più giustificato da un ordine superiore, morale, l'imperativo del giustiziere che applica la punizione sulla pelle, sull'organo stesso del peccato, estirpandolo. Come uno Shylock sessuofobo che esige e ottiene la sua libbra di carne. H o tentato di fare un'operazione simile alle migliaia di profili definiti preventivamente e con successo dal BSU di Quantico. O meglio, di integrare con alcuni dettagli quelli già delineati a suo tempo dai professionisti dell'indagine: il BSU, e Xéquipe del professor De Fazio. Anche i professionisti talvolta, raramente, sbagliano. Ovviamente posso sbagliarmi anch'io. Un uomo alto, massicco, dotato di forza notevole, oggi di oltre sessant'anni. La frase della lettera a "La Nazione" ispirata al famoso detto di Churchill mi fa pensare che abbia vissuto la guerra da bambino. Con una preparazione militare, che usa strumenti sofisticati, che si muove a suo agio negli ambienti giudiziari. Sfrutta questa opportunità per seguire passo passo le indagini ufficiali. Ogni tanto va al cinema, gli piacciono i film dell'orrore, ma il suo perbenismo gli fa rifiutare quelli più volgari. Legge qualche romanzo, è convinto per questo di essere un uomo di una certa cultura. Con una patologia psichiatrica definibile col termine di perversione. Non è il caso, da questo punto di vista, di tentare di indicare in termini più tecnici la patologia. Il BSU non lo fa mai, e con ragione. Una diagnosi clinica si può fare solo sulla persona, e non in via di ipotesi. Può bastare la definizione di Stoller sulla perversione: "la forma erotica dell'odio". Può darsi che l'abbia un po' mitizzato, il personaggio. Se l'ho fatto, se quello che ho scritto provoca l'idea di un uomo straordinario, a suo modo eroico, l'effetto è involontario. Sono convinto che sia un uomo banale, burocratico, noioso, una persona media, con idee piccole e meschine, comportamenti ripetitivi, invidioso di ogni specie di creazione. Invidioso della donna proprio

p e r questo. U n a p e r s o n a - rara d a q u e s t o p u n t o di vista, p e r c h é s o n o pochissime le p e r s o n e a cui giova vivere rinchiusi - che s t a r e b b e b e n e in galera. P e r c h i u d e r e la partita, p r i m a di t u t t o , p e r dimenticarsi di lui. P e r n o n sentire più l ' o d o r e di fossa aperta che e m a n a dalle sue azioni. Il p u z z o degli anfratti 'a bacìo', c o m e si dice in Toscana, d o v e f a n n o il n i d o i ragni, d o v e n o n cresce n e s s u n a pianta, n e p p u r e il m u s c h i o , p e r c h é le radici m a r c i s c o n o .

Ile de Groix, 14 agosto 2004.

Note al Capitolo Quattordicesimo 1

Corte di Assise di Appello di Firenze. Causa in grado d'appello contro Pacciani Pietro. Sentenza del 13/2/1996, p. 136. 2 Ivi, p. 141 3 Ivi, p. 161. 4 Riccardo Catola, Identikit di un mostro, Anthropos, Roma 1985. 5 Corte d'Assise di Firenze: processo a carico di Vanni Mario + 2. Udienza del 16/12/97. 6 Nino Filastò, Cacciani innocente, cit., p. 171: "La macchina vista da Zanetti è una Ford vecchio tipo con una modanatura rossa lungo le fiancate. Ma nel garage di Pacciani la polizia trova una Ford Fiesta vecchio tipo con modanature rosse sulle fiancate. Due giorni dopo la scoperta dei cadaveri dei francesi qualcuno spedisce ai carabinieri di San Casciano una lettera anonima che accusa Pietro Pacciani in modo circostanziato, perfino anticipando di due anni il processo contro di lui per la violenza alle figlie. Ma accanto all'auto vista da Zanetti non c'è Pacciani, c'è qualcun altro. E se questo qualcuno si fosse procurato un'auto in tutto simile a quella posseduta da Pacciani? Sarebbe poi così kamikaze Pietro da Vicchio a dire che qualcuno ce l'ha con lui e che lo vuole incastrare?". Bisogna aggiungere, per l'esattezza, che dopo il processo ai compagni di merende, un avvocato della Parte civile ha indicato l'autore di questa prima lettera anonima (ne arriverà un'altra, come s'è visto, quella che contiene in allegato l'asta guidamolla, ma di questa non si è mai neppure cercato di indificare l'autore), portandolo a deporre davanti alla Squadra Mobile. Con questo si spiegherebbe lo stranamente tempestivo anonimo: con il malanimo di un compaesano. Ma io, mi dispiace per il collega e per il suo testimone, a questa tardiva spiegazione, e a questa testimonianza, non ci credo. 7 Riccardo Catola, cit., p. 26.

8

Corte d'Assise di Firenze, processo a carico di Vanni Mario + 2. Udienza del 19/12/97.

9 10 11

Ìbidem. Ibidem.

Questura di Firenze. Gabinetto regionale di polizia scientifica. Rilievi tecnici. Migliorini Antonella. Mainardi Paolo. Duplice omicidio. 11-0017260- 20 giugno 1982, p. 2. 12 Riccardo Catola, cit., pp. 43, 44, 45. " Ivi, p. 46 14 Nino Filastò, cit., p. 176. 15 Corte d'Assise di Firenze. Processo contro Mario Vanni + 2. Udienza del 12/12/1997, teste Luciano Calonaci.

CAPITOLO QUINDICESIMO

POSTSCRIPTUM

Mentre scrivevo questo libro, nella primavera del 2004, grazie anche all'interessamento di una gentile assistente sociale del Comune di San Casciano Val di Pesa, è stato trovato un istituto per anziani non autosuffìcienti disposto a ospitare Mario Vanni. Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha decretato la sospensione della pena per l'ex-postino per tre anni, a causa della sue precarie condizioni di salute. Non resta in questo post scriptum che raccontare gli ultimi sviluppi dell'indagine infinita, in cui riemergono, benché opacizzati dal tempo e da una stanchezza vicina all'estenuazione, alcuni personaggi già noti. Sono gli ultimi giorni di dicembre 2004, questo libro è già in stampa, una delle persone che riappaiono in questo più recente troncone della sviluppo investigativo del dottor Michele Giuttari è Gabriella Ghiribelli, una vecchia conoscenza. L'indagine accentua l'odore di vecchiume, l'epidemia si espande, ormai il folletto nascosto del sospetto può colpire chiunque. L'inchiesta acquista sempre di più l'aspetto di una farragine, nel senso di mescolanza di cose confuse. La lista dei sospettati, come avevo predetto nei capitoli precedenti, si allunga. S'infoltisce l'associazione criminale di persone, non si capisce ancora, a quasi dieci anni da quando l'ipotesi cominciò ad essere indagata, legate da quale vincolo: se satanista, stregonesco, di perversione sessuale 'esoterica', di immonde pratiche pseudo-magiche. Il sodalizio avrebbe unito a Pietro Pacciani e ai compagni di merende (fra cui Mario Vanni): un medico gastroenterologo perugino (il dottor Narducci), altri due medici di cui uno

svizzero, a suo tempo residente in una villa di San Casciano, e altre persone, finora da tutti considerate tranquille, silenziose, anonime. La ridente cittadina sulle colline che circondano Firenze è la quintessenza della provincia toscana civile (la cosiddetta, con troppa enfasi, Toscana felix) bene organizzata, forse un po' sonnolenta, ma ancora a misura d'uomo, quasi indenne dalla sciagura del traffico cittadino, dal cemento dell'abusivismo edilizio. San Casciano, circondato da floridi uliveti e da vigneti che producono vini fra i più raffinati del Chianti fiorentino, ricco di ville rigogliose, non espugnate ancora dalle colonie di ricchi americani o inglesi o tedeschi, è pieno di persone simpatiche, alcune delle quali si sono rifugiate fra questi colli per godersi in pace i rari piaceri della vita. La mite cittadina appare nello sviluppo investigativo giuttariano, una volta di più come il covo di fosche perversioni. Del medico svizzero parla Gabriella Ghiribelli, sì proprio lei, di nuovo emergente dalle indagini del dottor Giuttari. Parrebbe che il delirio alcolico della piccola prostituta si fosse col trascorrere degli anni aggravato. Parlandone da viva, poveraccia, perché di recente, ma non prima di avere affidato a tre o quattro verbali certe sue fantasie ossessive, maturate nella monotonia e nello squallore del mestieraccio che la signorina ha continuato a esercitare fino all'ultimo, è morta di un cancro fulminante. Poco prima di morire, ancor giovane, poco più di cinquant'anni, la Gabriella parla con dovizia di dettagli, benché affidandone prudentemente la fonte a una terza persona da cui avrebbe raccolto le confidenze, di questo medico svizzero il quale avrebbe tenuto nel sotterraneo della sua villa vicino a San Casciano (leggi cantina, ma sotterraneo è termine più inquietante) il cadavere della propria figlia di 14 anni uccisa non si sa quando e non si sa da chi. Lo scopo della conservazione della spoglia secondo la Ghiribelli - ricordi il Lettore che si tratta nientedimeno che della teste gamma, cioè di uno dei quattro testimoni fondamentali che costituiscono le colonne dell'accusa ai compagni di merende - sarebbe quello di sottoporre il cadavere a un procedimento di mummificazione, usando come manuale d'istruzioni un papiro egizio di cui il medico svizzero sarebbe in possesso. Ma siccome al papiro, secondo la Gabriella buonanima, mancherebbe l'ultima pagina (la povera belle de jour evidentemente ha qualche lacuna in egittologia e non sa che i papiri non sono

costituiti da pagine), la mummificazione sarebbe rimasta carente per quanto riguarda le parti molli del cadavere. Risparmio al Lettore in che consistano secondo Gabriella codeste parti molli, ma il Lettore se lo può immaginare. Integrerebbero il sodalizio criminale un altro medico esperto di malattie tropicali; un farmacista; un orefice e, in funzione di favoreggiatore, il giornalista scrittore Mario Spezi, di cui faccio il nome perché è un amico, mi ha fornito alcune importanti informazioni utili per la stesura di questo libro, e mi ha autorizzato a menzionarlo. A questi malcapitati oggi si dovrebbe aggiungere un dovizioso stilista nordamericano di colore defunto. Ma la lista sembra destinata ad allungarsi all'infinito. Difatti su un altro versante, quello della Procura della Repubblica di Perugia, s'indagano due funzionari d'un certo grado della Polizia Pubblica, il padre e il fratello del medico Narducci annegato nel lago Trasimeno, un altro medico, un avvocato. Il modo con cui viene riesumato Mario Vanni, la seconda persona che ricompare in questo troncone d'inchiesta, fa tremare le vene e i polsi di chi si occupi di materia giudiziaria. E una ripugnante trappola, in apparenza scaturente dall'iniziativa di un personaggio anch'egli già incontrato nel corso dell'inchiesta infinita. Si ricorderà che Mario Vanni, nel processo ai compagni di merende, a causa delle sue deficitarie condizioni intellettive, è un soggetto praticamente muto. Allorché al dibattimento fu sottoposto all'esame come imputato, balbettò alcuni monosillabi che il Presidente della Corte s'affrettò a interpretare come volontà dell'imputato di avvalersi della facoltà, concessagli dalla legge, di non rispondere. Mario ritornò al suo posto, e ricominciò a dormire quasi subito. Oggi, in questo supplemento d'inchiesta che riguarda i mandanti, bisognava fargli dire qualcosa, almeno qualche monosillabica ammissione! Sembra di sentire uno stridore agghiacciante, come di gesso su una lavagna: 0 dottor Michele Giuttari sta grattando sul fondo della pentola, cercando di recuperare tutti i rimasugli del minestrone. E il giugno 2003. L'investigatore-scrittore fa in modo di far piovere addosso al vecchio ammalato che si trova nel Carcere Don Bosco di Pisa, dove è detenuto in espiazione della pena dell'ergastolo, un agente provocatore.

Quest'ultimo è il terzo adusato personaggio rispolverato dall'indagine in corso, il signor Lorenzo Nesi. Mario Vanni, al quale si tenta di dar voce per sostenere l'ipotesi investigativa dei 'mandanti' che commissionerebbero i delitti è sottoposto dall'agente provocatore a una vera e propria tortura psicologica, come tale vietata da numerose leggi, Costituzione della Repubblica in testa. Non deve sembrare che l'evocazione della tortura sia eccessiva ed enfatica. Basterà accennare alla perfidia del signor Lorenzo Nesi, che si presenta a Mario Vanni come amico, dicendogli addirittura (pagina 3 della trascrizione della registrazione ambientale) "Porca miseria guarda Mario, abbracciami! Spiegameli come a un fratello!"; e che poi alterna esche "E tu vien fuori di qui, tu vai a casa" a minacce: "Sennò tu mori qui! Tu stai tre giorni qui esposto! ". A questo corrisponde l'angoscia di un detenuto ammalatissimo, con il terrore di trovare la morte in galera. Nel corso di questo disgustoso espediente giudiziario, l'ambiguo Nesi si avvale di due condizioni debilitanti l'interlocutore Vanni: quella di detenuto e quella di infermo di estrema gravità, sia nel senso somatico che in quello psichico. Non vale osservare che questa montagnola di materia ambigua e di odore sgradevolissimo abbia in ultima analisi partorito nient'altro che un topolino nero morto, accrescendo così la già cospicua lista di fantasmi, nel senso di defunti: tutti sospettati, e due condannati con sentenza passata in giudicato - Stefano Mele e Giancarlo Lotti - di essere gli esecutori dei delitti del mostro di Firenze. Immaginiamo la macabra teoria di questo corteo funebre, che comprenderebbe anche i fruitori dei delitti, o gli ispiratori, o i paganti. Esso allinea 0 cosiddetto Mago Indovino, il ginecologo sancascianese "dottore di Pacciani", il dottor Narducci perugino, Stefano Mele, lo stesso Pietro Pacciani, Giancarlo Lotti, l'Omone nero evocato in questi giorni da Vanni. Oggi si apprende la dipartita anche della signorina Gabriella Ghiribelli. Così la livella, per dirla con Totò, sfoltisce anche il numero dei testimoni, o pretesi tali. H o già detto che i defunti sono utilissimi alle indagini tematiche, poiché non sono più in grado né di parlare, né di difendersi. Quest'ultimo improbabile 'mostro' italo-americano di colore parrebbe poi emerso dai frastornati ricordi di Vanni dopo aver visto, di recente rispetto all'interrogatorio al quale lo sottopone il Nesi, un programma televisivo.

Ma vediamo la genesi di questo espediente giudiziario. Il 22 maggio 2003, interrogato dal regista dell'indagine, l'infaticabile dottor Michele Giuttari, il signor Nesi si produce in alcune dichiarazioni spontanee. Dopo aver lamentato lo scarso rilievo dato nel processo ai compagni di merende alla circostanza della lettera di Pacciani, recata da Mario Vanni all'Angiolina, la moglie del defunto contadino mugellano, chiude così le sue dichiarazioni definite 'spontanee': "Ho voluto spiegarvi queste cose per poter fornire un contributo alle vostre indagini, che secondo me sono mirate nella maniera giusta perché i mandanti esistono. E per fare qualcosa di ancor più utile, vi faccio presente di essere disponibile ad avere un colloquio in carcere con Mario Vanni per vedere se, data l'amicizia nei miei confronti, possa confidarmi i suoi segreti. L'ufficio fa presente al Nesi che per avere un colloquio col Vanni in carcere deve inoltrare alla competente autorità apposita domanda non avendo quest'ufficio alcuna competenza. Il signor Lorenzo Nesi nell'inchiesta infinita sui delitti del mostro di Firenze è un uomo buono per tutte le stagioni. Egli è un testimone fra i più importanti nell'ormai lontano processo contro Pietro Pacciani. Ma di lui la sentenza della Corte di Assise di Appello di Firenze del 13 febbraio 1996, a proposito dell'asserita presenza del Pacciani in un incrocio, avvistamento avvenuto d'altronde dall'altra parte del bosco sulla via degli Scopeti rispetto al luogo in cui sono avvenuti i delitti di cui furono vittime i due francesi, afferma alla pagina 117 che il personaggio: "Ha fornito alla Corte un inusitato concetto del grado di certezza di un teste: modificabile in senso peggiorativo per l'imputato non già in base ad ulteriori ricordi di ulteriori circostanze di luogo e di tempo, ma bensì in base al comportamento tenuto dall'imputato stesso al suo cospetto. Egli avrebbe avuto, prima di deporre il 23/05/1994, un grado di certezza del 70-80 per cento: ma poiché il Pacciani, all'apparire del teste nell'aula di udienza, ha mostrato di non conoscerlo, egli ne ha desunto che tale atteggiamento derivasse dal timore di Pacciani di sentirlo riferire ai giudici la circostanza dell'avvistamento all'incrocio; ed allora, il grado di certezza è passato al 90 per cento e sarebbe stato addirittura del 100 per cento se l'uomo avvistato fosse stato a bordo di una FIAT 500, auto che egli sapeva essere in disponibilità del

Pacciani ed all'interno della quale la sua grossa sagoma era inconfondibile. Non è chi non veda l'aleatorietà e l'equivocità di siffatta deposizione, o il teste è in buona fede ed allora deve pensarsi che abbia ricevuto pressioni o sollecitazioni per migliorare la qualità di un ricordo originariamente incerto; o il teste è in malafede, ed allora deve pensarsi che abbia del tutto inventato la circostanza"(sentenza Corte d'Assise d'Appello di Firenze, cit.). Secondo quei giudici, a mio parere gli unici che si siano occupati del caso applicando regole di civiltà giuridica, Nesi è un teste aleatorio, incerto, che parla sotto pressione, o forse consapevolmente falso. In seguito ecco che il signor Lorenzo ricompare nel processo ai compagni di merende. Qui il suo intervento si limita, a disfavore di Vanni, a una certa lettera che l'ex postino avrebbe ricevuto dal carcere da Pietro Pacciani - circostanza del resto confermata da Vanni - lettera che quest'ultimo in un certo giorno avrebbe portato all'Angiolina, moglie di Pacciani. Tutto il fatto, nonostante i tentativi di enfatizzazione del Nesi, ha avuto scarso rilievo nel processo ai compagni di merende. Basterà pensare in proposito che l'Angiolina era ed è analfabeta, e che è tutt'altro che improbabile che il detenuto Pacciani abbia affidato a Vanni una missiva affinché la leggesse alla moglie. Ma ecco che il Lorenzo o Renzo Nesi compare per la terza volta nel processo a danno dei pretesi mandanti dei delitti efferati di cui si parla. E qui il fantasioso, ingombrante e onnipresente personaggio, all'inizio della sua deposizione dinanzi all'altrettanto onnipresente dottor Giuttari, si dilunga ancora sulla lettera di cui sopra, ipotizzando che essa contenesse istruzioni per l'analfabeta Angiolina, allo scopo di indurla a prelevare da qualche parte (il cimitero di Calenzano?) qualche cosa affinché fosse nascosta meglio altrove. Quale cosa non si sa, ma le vie del Signore sono infinite, e chi vivrà vedrà, forse i risultati degli stessi criteri 'investigativi' con cui fu scoperta a suo tempo la pallottola nell'orto di Pacciani. Fatto sta che il personaggio si offre di recarsi a colloquio con Mario Vanni allo scopo dichiarato di estirpare dalla voce del detenuto il segreto riguardante la lettera, oppure altri 'segreti'. Ottiene non si sa come il permesso di colloquio, non essendo parente dell'ergastolano, e non avendo ragioni valide per incontrarlo, come vuole la legge. Le conversazioni fra i due, altrettanto illecitamente, perché la legge tutela la segretezza dei colloqui dei carcerati, sono registrate mediante un'apposita attrezzatura molto sofisticata per le intercettazioni ambientali,

attrezzatura predisposta nel parlatorio del carcere. Ecco alcuni stralci tratti dalla trascrizione non integrale del colloquio del 30 giugno 2003 (alcuni passi sono in essa riassunti, e temo che si tratti di quelli più ripugnanti; seguo la numerazione delle pagine nell'atto prodotto dal P.M. nel corso dell'incidente probatorio di cui dirò): « pagina 2, NESI: "E te tu esci" pagina 2, NESI: "Le vuoi raccontare a me e nel giro di dieci giorni tu esci di galera?!" pagina 4, NESI: "... il Pacciani cosa ha fatto? Spiegalo a me io... Dio boia! Per agosto tu sei fuori! Tu sei a casa tua!" pagina 4, NESI: "Ma spiegamelo per bene Marino! Dammi retta Mario sennò tu mori in questo putrido carcere! E tu va' a casa tua! " pagina 5, NESI: "Te tu stai in galera e basta! " pagina 6, NESI: "Che incombenza t'aveva dato? Dimmelo! Guardami nell'occhi! Gli è della tua vita?!" pagina 6, NESI: "Gli è della tu' vita eh!?" pagina 6, NESI: " I O son fuori! Io vo a operammi a Pisa! ma te tu sei dentro!?" pagina 6, NESI: "Eh! allora quale le son? Riflettici! E te tu vien fuori di qui tu va a casa!" pagina 6, NESI: "Riflettici tanto te... te tu sei un ergastolano! Sennò tu mori qui! Tu sta tre giorni qui esposto!" pagina 7, NESI: "Dei segreti per salvare... te tu ti devi salva' te! Tutti gli altri son morti ! Tutti gli altri son sotto terra ! " pagina 7, NESI: " I O icché ti dico!? Io sta tranquillo! Il giorno che non ti tirassi di fori di qui... se non mi dici le cose come le... se tu mi dici le cose come le stanno (...) Se non lo facessi... Dio... Dio mi maledica nei più atroci dolori della vita ! " pagina 8, NESI: "ECCO! Allora dillo! Sennò tu mori qui!" pagina 10, NESI: "Mario ma te che vuoi uscì di galera o tu vuoi sta qui?" pagina 10, NESI: "Sta tranquillo! Maledicimi in punto di morte se 'un ti fo' uscire ! " pagina 12, NESI: "Ma per fa... non me le dì le bugie Mario! Sennò 'un ti tiro fuori di qui!" pagina 13. Qui la minaccia implicita si ricava dal riassunto della trascrizio-

ne. Il Nesi dice che lui (Vanni n.d.r.) si vuole portare questi segreti nella tomba pagina 1 4 , N E S I (rispondendo a Vanni, il quale per l'ennesima volta gli ha detto: "Si! Ma! Icché t'ho a dire...") : "Icché t'ho a dire, 'un tu m'hai a dì nulla, Mario! E tu m'à spiega' le cose come... come le stanno e tu vien fuori!" (Nota dell' autore: in seguito a quest'ultima sollecitazione il povero Mario Vanni afferma la responsabilità del nero americano. Vanni: "Te l'ho belle spiegato, gli è stato sto negro che ammazzò tutte e sedici persone! " pagina 14, NESI: "Nulla Mario! E... Tu ha scelto... t'ha scelto come... e t'ha scelto, più tardi possibile io t'auguro, ma t'ha scelto in dove morire perché..." pagina 14, NESI: "Non vuoi morire da uomo libero!" pagina 17, NESI: "Un tu mi vuoi per uscì di qui dentro, a regola... e bisogna pensare... che se tu ragioni te, che tu sei quello che sa... e che... tu esci fuori. " pagina 17, NESI: "Allora... Se tu sei convinto di questo, Mario... allora tu sei un martire!"

A proposito del divieto costituzionale di usare una certa metodologia nel corso di interrogatori ai quali in qualsiasi modo sia sottoposta una persona, nel caso per giunta detenuta, afferma Franco Cordero: "Vi cade qualunque modus operandi, sofisticato o rude, inteso a modificare l'equilibrio psichico. Enumeriamone alcuni: Minacce o esche abusive (ipotesi classica, l'impunità promessa sotto banco), messe in scene traumatiche, esame insistito fino al collasso, luce abbagliante, fame, sete, freddo, caldo, veglia coatta: l'inventore è Ippolito Marsili, protopenalista cattedratico a Bologna, 1509". (Franco Cordero: Codice di procedura penale commentato, edizioni UTET, pp. 223-224) Anno di grazia 1509: l'evocazione del protopenalista Ippolito Marsili è perfettamente in chiave: non avevo torto quando affermavo che i metodi dell'indagine infinita sul mostro di Firenze arrivano da molto lontano. Non si dica che il signor Nesi non ha alcuna autorità, né alcun potere né di promettere né di minacciare. L'indecente vicenda processuale va vista sotto l'angolo visuale del debilitato, da un punto di vista intellettivo, Mario Vanni:

cerebroleso da tempo per ragioni ignote, diabetico (il mese prima ripreso per i capelli da un coma diabetico quand'era già freddo); col terrore di morire in carcere, reso demente dalla detenzione e dalla vecchiaia. A questo poveruomo l'ambiguo, e molto probabilmente interessato Nesi - ci penserà il processo penale che il difensore di Vanni, cioè lo scrivente, ha sollecitato ad approfondire la questione - si presenta, piovuto nel carcere non si capisce bene in qual modo, nella veste di angelo salvatore capace di spalancare le porte del carcere. L'autorità e il potere sono implicitamente proclamati dallo stesso Nesi, e le condizioni psichiche di Vanni non consentono a quest'ultimo di revocare in dubbio le autoproclamate facoltà dell'agente provocatore, giacché tale è nella sostanza il Nesi Lorenzo, inviato e facilitato dal regista di questa inchiesta, vale a dire il dottor Michele Giuttari. Durante il colloquio del 30 giugno 2003, l'unico registrato quasi per intero (mancano alcuni passi riguardanti le sollecitazioni dell'interrogante e che sospetto i più ripulsivi), il solerte signor Nesi per ventidue volte alterna alla promessa di far uscire Mario Vanni, altrettante minacce di lasciarlo morire in carcere, sollevando la sua mano potente da ogni azione favorevole alla liberazione. Non vale neppure rilevare che il disgustoso espediente non ha avuto alcun successo dal punto di vista dell'ipotesi investigativa perseguita dal dottor Giuttari. I pretesi 'mandanti' restano nell'ombra della pura irrazionalità esaminata più sopra. Il povero Vanni si è limitato a pronunciare un paio di 'sì' in merito alla proclamata (dal Nesi) responsabilità del Pacciani, quasi subito però affrettandosi ad affermare con decisione il contrario. Finché, nella morsa dell'insistenza del suo interlocutore ("Ma icché ti devo dire?"), Mario Vanni fa uscire dal suo cervello debilitato il ricordo di una trasmissione televisiva, o forse di più di una. Trasmissioni viste, o meglio subite, durante le sue notti insonni nella cella del carcere. La chiave del misterioso episodio, sta forse nel nome che Vanni attribuisce all'altrettanto misterioso 'nero americano': Ulisse. Il ricordo al quale il malcapitato s'aggrappa pur di dire qualcosa e accontentare in qualche modo le insistenze del Nesi riguarda forse una fiction: in particolare una produzione neozelandese ambientata nel mito greco, serial imperniato sulla figura di una certa Xenia, bella figliola che dà il titolo allo sceneggiato, in cui compare Ulisse in funzione di am-

mazzasette, interpretato da un attore di colore, un maori. Ma in quell'epoca andarono in onda numerosi servizi documentaristici, trasmessi appunto nel giugno di quell'anno. Con probabilità si forma nel cervello di Vanni un bizzarro mélange, ed ecco uscire, come dal cappello di un mediocre prestigiatore, 1' 'omone nero' che sarebbe il responsabile uccisore di tutte le sedici vittime (non Pacciani, né Vanni, né altri). Il gruppo di investigatori capeggiato da Giuttari, s'affretta a identificare questo nero. Si trova una persona perbene, di colore, stilista conosciuto, e piuttosto abbiente, ma che non si chiama Ulisse. Tutto ciò parrebbe sufficiente al dottor Michele Giuttari per spendere il danaro dei contribuenti inseguendo quest'altro fantasma, cioè lo stilista di colore, anch'egli defunto da tempo, che all'epoca del primo delitto del mostro, quello del 1968, avrebbe avuto se non erro l'età di sei anni. Ebbene, il dottor Giuttari s'accomodi: chi scrive spera e ritiene, per amore e fiducia nella Patria del Diritto, che prima o poi tutti i nodi vengano al pettine. Il mezzo istruttorio, ideato, sembra, dal Nesi, parrebbe destinato a rafforzare una condanna già passata in giudicato - e altroché se ne avrebbe bisogno, di rafforzamenti, quella condanna, come s'è visto! - ma anche a fornire di una parvenza di prova un nuovo troncone di indagine in cui al già indigeribile minestrone si dovrebbero aggiungere nuovi ingredienti. Il dottor Paolo Canessa, sostituto procuratore che continua a soprintendere alle indagini, può darsi - è solo un'ipotesi quella che faccio - che ne abbia abbastanza. Se la veda un po' il Giudice delle Indagini Preliminari con i procedimenti di mummificazione interrotti per assenza della pagina di un papiro; con il cadavere di una giovinetta uccisa a 14 anni di cui nessuno ha mai saputo nulla; con le farneticazioni di una povera schizofrenica, come tale da anni internata in clinica psichiatrica, che vedrebbe nel freezer del frigorifero di casa - anche questo s'incontra negli atti delle nuove indagini! - il seno e il pube di Nadine Mauriot, quivi conservati dal marito, il diabolico, si fa per dire, farmacista di San Casciano, da lei accusato, fino del 1994, di essere il mostro di Firenze; con Tomone nero' che sarebbe il materiale uccisore di tutte e sedici le vittime, il quale avrebbe cominciato la sua attività in età prepuberale. IL P.M. chiede che si dia luogo a un "incidente probatorio" per ascoltare la

C.AI'ITOI.O QUIXDIU.SIMO

viva voce di tutti i testimoni raccolti dalle nuove indagini, tranne quelli che riguardano il preteso omicidio del medico perugino, e che riguardano la Procura della Repubblica di Perugia. Ma il G I P non ci sta. I testimoni sono vivi e vegeti (Ghiribelli trapasserà inaspettatamente dopo la decisione del giudice) e potranno essere ascoltati al dibattimento pubblico. Respinge l'istanza del P.M., tranne che per Mario Vanni. Per quest'ultimo la vecchiaia e le condizioni di salute lasciano presupporre una fine prossima. Poiché Mario Vanni è stato condannato per alcuni dei delitti, ha diritto di essere interrogato con l'assistenza del difensore. Così, eccomi di nuovo seduto accanto a Vanni nell'aula bunker di Santa Verdiana: è il 28 dicembre 2004. Un'esperienza surreale. Mi trovo isolato a protestare contro l'inciviltà della trappola preparata al vecchio postino. Eppure l'aula è piena di avvocati, molti dei quali assistono i parenti delle vittime, c'è persino un professore di diritto. Possibile che nessuno si senta umiliato, almeno da cittadino, se non come avvocato, da questi atti che il P.M. ci ha fornito in copia, in cui si mescola il peggiore sistema inquisitoriale all'improbabilità, alla immaginazione banalmente orrifica, scambiata patologicamente per realtà? L'incidente è allietato da un coretto intonato da me col vecchio Vanni. Si canta insieme Faccetta Nera. Vanni rammenta le cene conviviali alle quali partecipavano, oltre che il perfido farmacista, molti altri amici e compaesani, persino il Sindaco. La nostalgia gli ha preso la mano: si cantava durante quelle cene, e i commensali, per prenderlo in giro, lo incitavano a cantare le canzoni del Ventennio. Per me, che sono tutt'altro che fascista, associarmi al canto significa confortare malinconicamente una sorta di protesta. Mario non ne può più: era meglio prima, pensa il suo povero cervello. Al termine dell'udienza mi s'avvicina Davide Cannella, l'investigatore che con grande generosità mi ha aiutato a cercare le prove per demolire l'inchiesta sui compagni di merende in vista della revisione. L'iniziativa si è conclusa con una sentenza negativa della Corte di Cassazione ma, come risulta implicitamente da questo libro, non demordo, insieme al generoso Davide con-

tinuo a cercare. E stavolta Davide, come quando ha interrogato con grande difficoltà Fernando Pucci, ha trovato qualcosa di rilevante. Davide Cannella è andato a trovare Enzo Spalletti. L'infermiere guardone è restio come sempre, ma stavolta sembra un po' più disposto a collaborare, ed è indignato contro l'inchiesta. Continua a ripetere: "Non hanno capito nulla, sono fuori strada, è una vergogna! ", con grande convinzione e fermezza. Mi chiedo: cosa gli dà tanta sicurezza? Forse l'interrogativo lo scioglie questa frase pronunciata da lui al termine dell'intervista, col tono di chi vuole togliersi un peso dallo stomaco, e che cito testualmente: "Ma se dietro a tutto quest'affare ci fosse qualcheduno grosso, eh? Oppure qualche puliziotto di quelli con le palle grosse... Non è né la prima né l'ultima volta. Nessuno ci pensa?". Sul posto dell'omicidio del giugno 1981 lui c'era. Sono sempre più convinto che ha visto quello che ho descritto: la luce blu, e l'apparente - ma fino a che punto? - poliziotto pluriomicida. Di primo mattino, al risveglio, m'arriva chissà da dove, una domanda. E' uno di quei pensieri che condensano il lavorio notturno e inconsapevole della mente, una di quelle idee che alla prima appaiono geniali, ma che poi sfioriscono come un fiore dai petali delicati. Ma stavolta l'interrogativo merita un approfondimento. Perché mai alcune persone, fra le quali risalta l'indigeribile Nesi per presunzione e aggressività, hanno avvertito l'impulso di gettarsi a piedi uniti in questa inchiesta complessa e straordinaria? Perché ne hanno rimescolato le carte, più o meno inconsapevolmente falsificandola? Il loro attivismo, più o meno volontario, più o meno sollecitato o enfatizzato, ha prodotto, e continua a produrre, a mio parere, il favoreggiamento, per dirla col termine giuridico, del vero colpevole; mantiene alzato lo spesso velo che nasconde l'assassino delle coppie. Quest'ultimo, m'immagino, sarà rimasto stupito nel trovare l'aiuto di tanti, alcuni inconsapevoli, altri meno, fiancheggiatori. Penso a una ragione psicologica, equivalente a quella per cui sono apparse nell'inchiesta alcune false confessioni, considerate tali persino dagli inquirenti. Alcune anonime, come la lettera proveniente da un albergo di Milano (non quella che comincia: "Sono molto vicino a voi... "; quella secondo me è autentica), l'altra, arrivata nel 1985 a "La Nazione" e commentata nel ca-

pitolo quattordicesimo. Altre confessioni, del tutto volontarie, hanno nome e cognome, fino dai delitti del 1974. Il motivo forse consiste in un impulso di identificazione. Queste persone avrebbero vissuto le vicende del mostro come l'addensarsi reale di una colpa personale da loro solo sognata, ma vissuta intensamente. Alcuni, per questo, hanno cercato la punizione; altri, più vigliaccamente, hanno tentato, e in parte ci sono riusciti, di trasferire l'impulso indirizzando le indagini su altri. Una spiegazione che forse è troppo scontata e banale. Questa vicenda è contrassegnata dall'invidia. Uno dei tre vizi capitali di cui Dante accusa la gente fiorentina. Nel nostro caso esiste l'invidia del pluriomicida verso la gioia dei giovani che riescono col sesso a sconfiggere lo squallore e la monotonia della vita. Poi c'è l'invidia di alcune persone per la destrezza, la freddezza e la capacità dell'assassino, un'invidia che li induce alla banalizzazione. Per finire una riflessione su me stesso, sul sentimento di solitudine che mi ha accompagnato durante tutti gli anni dell'inchiesta infinita. Per pudore preferisco affidarmi a una citazione tratta da uno scrittore fra quelli che amo di più. E la parabola del Guardiano alla porta della legge e del Viandante che aspetta sulla soglia, da anni, di oltrepassarla. "Che vuoi sapere ancora?", chiede il Guardiano, "Sei insaziabile". L'uomo risponde: "Tutti tendono verso la legge, come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare?". Il Guardiano si rende conto che l'uomo è giunto alla fine e per farsi intendere ancora da quelle orecchie che stanno per diventare insensibili, grida: "Nessun altro poteva entrare qui, perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo". (Franz Kafka, II Processo. Da Franz Kafka, I romanzi, Mondadori, Milano 1989, pp. 520-521. Trad. di Ervino Pocar). Un'ultima notizia: nell'ottobre del 2004 è morta in ospedale Luisa, la moglie di Mario Vanni. Firenze, 2 gennaio 2005.

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