Jeremias, J. & Strathmann, H. - Le Lettere a Timoteo e a Tito. Lettera agli Ebrei (Paideia, 1973, 304pp)

December 22, 2017 | Author: santelmo | Category: Saint Timothy, Divine Grace, Paul The Apostle, Acts Of The Apostles, Justification (Theology)
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Descripción: Italian translation of a classic, though outdated commentary on the Pastoral Epistles (Jeremias) and the Le...

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• ( 2, ro), cioè di condurlo al sommo sacerdozio. Qui evidentemente si pensa alla scena del Gethsemani (i termini 'gridare' e 'ascoltare' sono di Ps. 22,25). Se nei racconti evangelici non si parla esplicitamente di 'alte grida' e 'lacrime' di Gesù, questi tratti corrispondono all'idea che ci si fa della scena, soprattutto a quella rappresentata in Mc. 14,33. Essa mostra dunque quanto Gesù fosse lontano dall'attribuirsi l"onore' del sommo sacerdozio, che comportava il sacrificio; anzi, egli lo temeva, fu liberato dal timore soltanto nella preghiera (Le. 22,43) e dovette imparare l'obbedienza solamente 'dalle sofferenze'. Certamente egli era 'Figlio' e in quanto tale deciso ad obbedire; ma l'incarico di diventare sacerdote era così gravoso che, nella lotta con il dolore, dovette passo a passo 'imparare' l'obbedienza, conquistarla in ogni momento. Questo atteggiamento di obbedienza giunse al suo culmine nella morte sulla croce. In tal modo alla fine fu reso 'perfetto', espressione che non si riferisce alla sua perfezione morale e neppure alla sua elevazione nella gloria, ma al fatto che soltanto per questa via poteva

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'giungere alla meta' di sommo sacerdote per tutti coloro che lo obbediscono (l'autore nuovamente leva il dito ammonitore), causa di eterna salvezza, come Dio stesso ha riconosciuto in Ps. l I0,4. E così torniamo al tema iniziale, la cui trattazione è per l'autore altrettanto difficile quanto importante. Per questo motivo, prima di affrontare finalmente il tema, egli dedica ancora un brano ad un nuovo ammonimento, fatto con la massima energia: 5,11-6,20. Il brano testé trattato, specialmente 5 ,7 s., ha dato occasione a discussioni sulla evo 1u zio ne mo r a 1e di G e s ù secondo la Hebr. L'esegesi ha già rilevato che il termine 'perfezione' in 5 ,9 in ogni caso non va inteso come conclusione di un'evoluzione 'morale-religiosa', al termine della quale si consegue una personalità matura. Ma, anche se l'obbedienza a Dio come tratto fondamentale del comportamento di Gesù si incontra a sufficienza nel Nuovo Testamento (cfr. specialmente Paolo: Phil. 2,8; Rom. 5,19; ma anche Io. 4,34; ro,18) e anche se Paolo sottolinea in modo particolare l'obbedienza mantenuta nelle sofferenze della morte, in nessun punto del Nuovo Testamento viene espresso con tanta intensità come in Hebr. che anche per Gesù questo atteggiamento non è stato una cosa ovvia; che anzi la persistenza in esso è stata possibile soltanto con una continua tensione morale. E mai, come qui all'infuori della scena del Gethsemani, si sente con tanta forza quanto gli fu difficile rendersi disponibile al sacrificio, superando l'impulso naturale alla vita. Ammonimento a guardarsi dalla caduta irreparabile ed esortazione a sperare con piena fiducia ( 5,n-6,20) A questo riguardo avremmo molte cose da dirvi, ma difficili da spiegarvi, perché siete diventati tardi a capire. 12 Infatti, mentre con il tempo avreste dovuto diventare dei maestri, avete bisogno che vi si insegnino di nuovo i primi elementi delle parole di Dio, e siete giunti al punto di avere bisogno di latte e non di cibi solidi. 13 E 11

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chi è ancora al latte non può ancora capire nulla del parlare normale, perché è un bambino. 14 I cibi solidi, invece, sono per coloro che sono maturi e, per l'abitudine, hanno i sensi esercitati a discernere il buono dal cattivo. 1 Perciò, lasciando da parte la dottrina elementare su Cristo, tendiamo a ciò che è maturo, senza tornare sull'insegnamento fondamentale del pentimento dalle opere morte e della fede in Dio, 2 della dottrina sui battesimi, dell'imposizione delle mani, della risurrezione dei morti e del giudizio eterno. 3 E lo faremo, se Dio lo permetterà. 4 Infatti è impossibile che coloro che sono stati illuminati una volta, che hanno pure gustato il dono celeste e sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo, 5 che hanno assaporato la buona parola di Dio e le forze del mondo venturo, 6 e che tuttavia sono caduti, siano rinnovati un'altra volta a penitenza, giacché crocifiggono di nuovo per conto loro ed espongono al ludibrio il Figlio di Dio. 7 Infatti la terra che beve l'acqua che cade spesso su di essa e che produce piante utili a coloro per i quali è coltivata, partecipa della benedizione di Dio; 8 ma quella che dà 'spine e rovi' è riprovata e prossima a essere 'maledetta', e la sua fine è il fuoco. 9 Quanto a voi, carissimi, anche se vi parliamo cosi, confidiamo che le cose vadano meglio e che siate più prossimi alla salvezza. 10 Infatti Dio non è ingiusto, da dimenticarsi dell'opera vostra e dell'amore di cui avete dato prova verso il suo nome, voi che avete servito e servite i santi. 11 Ma desideriamo ardentemente che ognuno di voi mostri la stessa sollecitudine per il pieno compimento della speranza fino alla fine, 12 per non diventare pigri, ma imitatori di coloro che con la fede e la perseveranza ereditano le promesse. 13 Poiché quando Dio fece la promessa ad Abramo, non avendo nessuno più grande (di lui) per cui giurare, «giurò per se stesso» 14 dicendo: «certamente io ti colmerò di benedizione e ti moltiplicherò», 15 e così, avendo atteso pazientemente, ha ottenuto il compimento della promessa. 16 Gli uomini giurano per uno più grande di loro, e la garanzia del giuramento pone fine ad ogni controversia fra di loro. 17 Perciò Dio, volendo mostrare agli eredi della promessa l'immutabilità della sua decisione, s'impegnò con giuramento, 18 affinché con due realtà immutabili, nelle quali è impossibile che Dio menta, abbiamo un forte incoraggiamento, noi che abbiamo trovato il nostro rifugio nell'afferrarci alla speranza che ci è offerta. 19 In essa abbiamo come un'ancora dell' anima, sicura e ferma, e che «penetra all'interno del velo», 20 dove è entrato per noi come precursore Gesù, diventato «in eterno» sommo sacerdote «secondo l'ordine di Melchisedec».

Le due parti in cui si divide questo brano di prassi pasto-

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rale hanno un tono totalmente diverso l'una dall'altra. La prima (5,II-6,8) è piena di accuse e termina con la minaccia di un giudizio severo; la seconda ( 6,9-20) si rinfranca in una gioiosa e fiduciosa speranza. Le accuse sono dovute all'immaturità spirituale in cui i lettori si sono venuti a trovare per loro colpa, e che potrebbe far dubitare se possa servire a qualcosa la spiegazione di ciò che significa il sommo sacerdozio di Gesù secondo l'ordine di Melchisedec ( 5, l r -I4). Ma - ne consegue l'autore - proprio perché si tratta di una condizione, della quale i destinatari della Lettera hanno la colpa, vale la pena di cercare di portarli attraverso alle verità elementari ad una conoscenza matura? ( 6, r. 3 ). Oppure questo ammonimento è già inutile? Perché se uno, nonostante la grazia che gli è stata data, cade, non c'è più nulla da fare; è entrato nelle file dei nemici di Cristo ( 6,4-8 ). Tuttavia l'autore nutre fiducia che questa caduta irreparabile per i lettori non sia avvenuta, né avverrà; la giustizia di Dio non lo consentirà, in considerazione della zelo di carità, di cui hanno dato prova (vv. 9.10). Ma ora allo zelo di carità si deve aggiungere in pari misura un'incrollabile speranza (vv. lr.12). Ciò dovrebbe essere possibile tanto più facilmente in quanto abbiamo in Abramo un provato modello, il massimo appoggio nella parola e nel giuramento di Dio, ed in Gesù un precursore che è un efficace sommo sacerdote per noi nel luogo celeste della compiuta speranza ( vv. l 3-20 ). 5,u-6,8. Ora che è giunto al tema principale della Lettera, l'autore è incerto se debba, o meno, cominciarne la trattazione. Essa non si può esaurire con poche frasi, e lo dimostrerà dedicandole poi tre capitoli e mezzo (7,1-10,18). Inoltre si domanda se riuscirà a spiegare quello che intende dire. Il compito appare difficile; però per lui la difficoltà non consiste tanto nei concetti da spiegare quanto nella condizione dei lettori, che piuttosto bruscamente chiama spiritualmente tardi a capire. Non sempre lo erano stati, ma lo

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sono diventati dopo, e ciò aggrava l'accusa loro rivolta. Già 3,7 ss. prova che per loro era già passato troppo tempo senza che si compisse la salvezza; sono delusi, e perciò diventano indifferenti e sordi. Questo appare specialmente nella discussione del significato della passione e della morte di Gesù, che per loro è motivo di scandalo ( cfr. 2, ro ss.). Ma non è una situazione naturale; già da tempo sono cristiani e dovrebbero aver progredito al punto da poter insegnare ad altri. Questa pretesa dell'autore va molto al di là della capacità (di cui parla I Petr. 3,15; cfr. Col. 4,6) di dare in ogni momento spiegazioni sul fondamento della speranza dei cristiani. Forse la Lettera è diretta ad un gruppo ristretto in una comunità locale, cui si potrebbero avanzare maggiori esigenze? Ma l'autore poteva anche, in uno scritto indirizzato a tutta quanta la comunità, parlare a questo modo, se aveva in mente soprattutto il gruppo di persone chiamate a dirigere la comunità. Comunque sia, i lettori deludono, perché non hanno fatto alcun progresso spirituale; sono come dei principianti nel campo delle conoscenze cristiane, ai quali si debbano dare le nozioni più elementari, elencate in 6,1 s. Peggio ancora, sono ritornati poppanti, ai quali si può dare soltanto latte facilmente digeribile, perché non possono sopportare un'alimentazione solida. Anche nei vv. 13 s. l'autore ripete l'immagine, allora corrente, ma (dato che si tratta di insegnamenti) alla figura del cibo nel v. l 3 sostituisce quella della dottrina (o linguaggio), in quanto ritiene i lettori incapaci di fare 'discorsi normali', come quelli che usano fare gli adulti e li considera incapaci a capire come i bambini. L'espressione che abbiamo tradotto con 'parlare normale' nella traduzione di Lutero è resa alla lettera con 'parola della giustizia'. Alcuni esegeti la interpretano nel senso del vangelo, dato che questo (tanto più secondo Paolo) tratta della giustizia. Ma se l'autore chiama i lettori principianti e bambini, non può voler loro attribuire la capacità di comprendere il vangelo, come Paolo in I Cor. 3,1 ss. la nega ai Corinti.

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Egli vuol dire soltanto che fa loro difetto la capacità ad una comprensione più profonda, come quella che debbono avere gli adulti (v. 14), intendendo parlare della dottrina del sommo sacerdozio di Cristo. Essa viene paragonata al linguaggio degli adulti, al 'parlare normale', in contrapposizione al balbettio dei bambini piccoli; oppure, tornando all'immagine del cibo, all'alimentazione solida degli adulti. Perché essa la si può dare a questi, e soltanto a questi, lo dice il v. qb. Cibi solidi ce ne sono molti, e non tutti hanno lo stesso valore nutritivo o fanno bene alla salute; chi fa uso di essi deve fare una scelta, cui servono i sensi, che però hanno bisogno di essere tenuti in esercizio; e questo si può avere soltanto quando si è raggiunta l'età necessaria, cioè quando si è 'adulti'. Così si sposta sensibilmente l'idea che dominava :fin qui il paragone tra la dottrina più profonda e il nutrimento con cibi solidi; finora infatti si trattava della difficile digeribilità di ogni cibo solido, ora invece si dice che oltre al nutrimento adatto ce n'è anche di quello nocivo, addirittura di velenoso. Fuori metafora ciò significherebbe: oltre agli insegnamenti che fanno progredire gli uomini che sono giunti alla maturità spirituale, ci sono anche le dottrine eretiche; dunque state bene attenti! Ma questa è manifestamente un'idea che nasce spontaneamente dall'immagine generale, e che non è più discussa, quantunque in 1 3 ,9 si metta in guardia da dottrine non autentiche. Da lungo tempo i lettori dovrebbero essere diventati persone adulte, che sopportano l'alimentazione solida di un insegnamento approfondito. Secondo il tempo che è trascorso, lo sono; ma non lo sono sotto l'aspetto del loro sviluppo spirituale. La conseguenza che ne trae l'autore è sorprendente. Infatti, invece di tener conto del bisogno accertato in 5,12, egli dichiara di voler fare 'perciò' proprio il contrario. 'Perciò', perché per loro colpa non sono ancora pervenuti alla maturità spirituale, egli li esorta a camminare insieme a lui verso questa meta; infatti, abbandonando la forma rude del rimprovero

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in 5, l l- l 4, ora egli include anche se stesso fra coloro che sono oggetto dell'esortazione (cfr. 2,1; 3,6; 4,n-16). Non lascia ancora cadere del tutto l'immagine della contrapposizione tra bambini e adulti, che riecheggia nell'espressione 'maturità' (solitamente tradotta: 'perfezione'); ma nella parola 'tendiamo' appaiono chiari i limiti che ora sono posti all'immagine. Infatti, il fatto di maturare nella natura è condizionato solo organicamente, e non anche moralmente; nella vita personale, e specialmente in quella religiosa, non v'è maturazione senza una decisione personale, cioè morale. La crescita religiosa non è una cosa naturale; donde l'esortazione della Lettera. Per 'maturità' si può intendere secondo il contesto soltanto la matura conoscenza della verità più profonda, quale si conviene ad 'adulti', e soprattutto la dottrina del sommo sacerdozio di Cristo. In contrapposizione ad essa la Lettera enumera le verità elementari, che sono dette con una nuova immagine le fondamenta di un edificio, sulle quali finalmente si può iniziare la costruzione. Questo fondamento è costituito da tre gruppi di due verità ciascuno; le prime due definiscono in senso positivo e negativo il nuovo atteggiamento interiore dell'uomo; le seconde (battesimo e imposizione delle mani) l'avvenimento esteriore con il quale si diventa membri della comunità; le ultime il punto finale escatologico della vita cristiana. L'espressione 'opere morte' non va intesa nel senso della esteriore giustificazione per le opere; anche il giudeo diventato cristiano, nella penitenza non doveva allontanarsi soltanto da esse. In 9,14 la stessa espressione significa genericamente i peccati dai quali dev'essere purificata la coscienza. In 4Bsdr. 7,119 si parla di 'opere della morte' con lo stesso significato. Tutta l'opera dell'uomo è peccatrice, lontana dal 'Dio vivo' e perciò è morta e porta alla morte. 'La dottrina dei battesimi' (al plurale) dovrebbe mettere in rilievo la differenza esistente tra vari battesimi, forse tra quello cristiano e iI battesimo giudaico dei proseliti ed usanze simili in altri culti. L'espressione 'im-

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posizione delle mani' nel testo ongmario grammaticalmente è strettamente unita al battesimo, per cui non si deve pensare all'imposizione delle mani nell' 'ordinazione' (I Tim. 4,r4; 5,22; Act. 6,6; r3,3) o nelle guarigioni (Act. 9,I2), ma a quella che veniva fatta durante il battesimo (Act. 19,5 s.; 8,18). L'autore della Lettera sembra presupporre nei nuovi ammessi alla comunità una solida conoscenza dei principi elementari, fra i quali sopratutto i sei qui elencati. Certamente è strano che in questa elencazione non si parli affatto di Cristo; ma poiché ciò è naturalmente inammissibile, si deve dedurne che l'elemento specificamente 'cristiano' è implicito in tutti e sei i punti elencati. Perciò questa enumerazione non esclude affatto la possibilità che i destinatari della Lettera provenissero dal giudaismo; è vero che i giudei sapevano della fede in Dio, della risurrezione e del giudizio; ma anch'essi, come i pagani, quando diventavano cristiani, avevano bisogno di essere istruiti anche su queste questioni, perché ognuna di esse, dal punto di vista cristiano, assumeva un volto totalmente nuovo. Si rende più facile la comprensione del v. 3 se si mette tra parentesi tutto quanto va da «tendiamo a ciò che è ma turo» al v. l fino alla fine del v. 2 . La possibilità per l'autore di giungere insieme ai suoi lettori alla maturità della conoscenza più profonda della verità non dipende dal suo e loro proposito, ma soltanto «se Dio lo permette». Il fatto che il maestro e pastore, come la comunità alla quale si rivolge, abbia presente questo condizionamento del risultato della sua opera, non diminuisce la coscienza della sua responsabilità, ma al contrario la accresce. Questo permesso di Dio non è così ovvio come si potrebbe pensare; è sperabile che la sua pazienza non si sia ancora esaurita; è sperabile che si sia ancora in tempo. È troppo tardi se si è già caduti, nonostante la ricchezza spirituale ricevuta. I vv. 4 s. hanno lo scopo di descrivere questa ricchezza. Con l' 'illuminazione' non si deve pensare genericamente (si dica lo stesso di ro,32) alla conoscenza cristiana

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della salvezza (cfr. 2 Cor. 4,6; Eph. r,r8; I Petr. 2,9), ma ad un avvenimento irripetibile che era stato particolarmente importante per questa conoscenza, cioè al battesimo, per esprimere il quale l'espressione 'illuminazione' diventò ben presto usuale (si veda per la prima volta in Giustino); a ciò si adatta bene l'accenno, che viene subito dopo, al ricevimento del 'dono celeste' dello Spirito Santo, che secondo gli Atti degli Apostoli avveniva regolarmente durante il battesimo. I cristiani ricevono la prima caparra del futuro mondo celeste (cfr. Rom. 8,23; 2 Cor. r,22; 5,5; Eph. r,14); di questi doni celesti fanno parte anche le forze miracolose operanti nella comunità (cfr. 2 A), per così dire i segni precursori del mondo futuro in quello attuale. La 'buona parola di Dio' è il messaggio salvifico del vangelo, che essi assaporano, insieme a tutte le 'forze' che accompagnano la predicazione, come un cibo gustoso e nutriente. Per chi distoglie lo sguardo da doni tanto ricchi dimostrando di non apprezzarli, non c'è nulla da fare. Non v'è nulla di più alto che potesse essergli offerto; come si potrebbe dunque indurlo a pentirsi? Ciò è tanto meno possibile in quanto con il proprio comportamento esprime la convinzione che il Figlio di Dio sia stato giustamente appeso alla vergogna della croce. Egli prende partito per gli uccisori di Gesù. Quale fine lo aspetti lo dice il paragone con il campo che, per quanto sia stato coltivato e abbia ricevuto la pioggia, dà soltanto spine e cardi: la fine è il fuoco del giudizio. Questo soltanto è il punto di paragone. Invece passa inosservato il fatto che ad essere buttato 'nel fuoco' non sia il campo bagnato dalla pioggia, ma l'inutile sterpaglia che è cresciuta su di esso. Ma non bisogna far troppo caso a questa discordanza; in generale immagini simili non si possono interpretare fin nei particolari. Ciò che l'autore vuol dire è che il dono divino che resta senza frutti, che anzi produce soltanto erbe spinose, si cambia in maledizione. I cristiani che cadono sono perduti. (Nell'espressione «coloro per i quali è coltivata» si vede a quali situazioni agrarie pensi l'au-

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tore: economia latifondista con impiego di masse di schiavi). Per una retta comprensione di questo passo tanto discusso sulla caduta irreparabile, è necessario notare prima di tutto che esso non parla di singoli peccati particolarmente gravi come i cosiddetti peccati mortali della teologia medievale, per i quali la disciplina della chiesa indica la via della penitenza. Non si tratta qui di 'cadere' in singoli peccati, ma della caduta vera e propria, della rinuncia a credere e a comportarsi di conseguenza (con questo non si nega che tale caduta possa manifestarsi nel comportamento anche di fronte a questioni singole, cfr. I Io. 5,16 e comm. a Hebr. ro,26 r2,r6). Questo è il pericolo che corrono i lettori, al quale si oppone tutta la Lettera; anche I Tim. r, r 9 parla di un naufragio nella fede. Cfr. le vergini stolte di Mt. 25,r-r2. C'è ancora modo di tornare indietro? L'autore della Lettera non lo crede, non solo per motivi psicologici ma anche per motivi teologici. L'incapacità soggettiva a una nuova penitenza è un'impossibilità oggettiva della stessa. In essa si compie un giudizio divino ( cfr. Rom. 9 ). Questa è l'ultima conseguenza dell'abbandonarsi ad una ottusa indifferenza. Colpa e giudizio si includono a vicenda e del resto non sono separabili nel peccato umano, cfr. Rom. r. Ma proprio da questo sguardo nell'abisso l'ammonimento dell'autore riceve il carattere di un'estrema, conturbante severità. E proprio questo è il suo scopo. Il passo non ha a che fare con persone agitate da preoccupazioni sul loro destino salvifico, piuttosto mira ad arginare l'ottusità religiosa e la propensione a sottrarsi ad una chiara e ferma decisione riguardo all'esortazione che ora viene fatta, bisogna mettere un freno! Adesso il tono cambia, 'Carissimi' l'autore chiama i lettori, per la prima e l'ultima volta in tutta la Lettera. È l'ansietà dell'amore pastorale (dr. r3,r7) che lo ha indotto ad additare con tanta severità l'enormità del pericolo che corrono. Egli ha voluto infondere loro un salutare spavento. Ma egli è 9-20.

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ancora fiducioso che le cose vadano meglio con essi, cioè la benedizione secondo il v. 7 e non la maledizione secondo il v. 8. Ma questa fiducia non si basa sulla loro capacità di resistenza (che si sa disgraziatamente fin troppo debole), ma sulla giustizia di Dio. L'autore sa che essi con i fatti hanno dato prova di amore verso il nome di Dio, servendo i santi che sono di Dio, cioè i cristiani, e che continuano a farlo. Un esempio di tale servizio è la colletta di Paolo per i 'santi' di Gerusalemme (Rom. 15,31); ma questo è soltanto un esempio e di che cosa qui si tratti non lo sappiamo. L'accento posto sul fatto che il servizio di amore è stato compiuto verso il nome di Dio sta forse ad indicare che i cristiani oggetto di tale servizio si trovavano in difficoltà a causa della loro confessione di Dio, cioè erano perseguitati per tale motivo. In ogni caso dev'essersi trattato di prestazioni particolarmente notevoli (che una comunità così povera come quella di Gerusalemme non sarebbe stata in grado di offrire). Dio non lo può dimenticare. Ciò non va inteso nel senso comune di 'ricompensa'; la 'ricompensa' consiste nel fatto che egli non permette che essi si guastino nel pericolo dell'apostasia. Se guardasse soltanto alla fiacchezza della loro fede e della loro speranza, sarebbe peggio; ma essi sono zelanti delle opere di amore, e Dio vuole venire in loro aiuto. Ciò non ha niente a che fare con la giustificazione per le opere; ma c'è qualcosa di consolante nell'idea generosa che Dio, anche quando la fede e la speranza sono fiacche, attribuisce tanto valore all'esercizio della carità da non abbandonare gli uomini al loro destino (cfr. I Petr. 4,8; I Io. 3,18 s.). Tuttavia questa condizione è sempre imperfetta e non può durare a lungo. Donde l'esigenza che ogni membro della comunità, e non soltanto alcuni di essi, con lo stesso zelo di cui danno prova nelle opere di carità si abbandonino alla gioiosa confidenza della speranza. E questa non dev'essere un passeggero impulso sentimentale, ma dev'essere continua fino alla fine. Se essi non compiono questo sforzo, finiranno per cadere in uno stato di ottusità dello spirito, che li

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porterà alla rovina. Pensate soltanto agli esempi dell'Antico Testamento che mostrano come solo con la fede e la pazienza (questi due concetti per Hebr. sono inseparabili da quello di speranza), ma con esse realmente, 'ereditate la promessa', cioè diventate partecipi del suo adempimento. Il più famoso di questi modelli è Abramo. Il v. 15 prova che egli è citato a conferma della verità del v. 12. La promessa è quella di Gen. 12,1 s.; 15,5; 22,16 s. secondo cui Abramo, benedetto da Dio, deve essere il capostipite di un grande popolo. Passò molto tempo prima che ciò avvenisse, e anche quando finalmente gli nacque Isacco non era stata soddisfatta che la prima condizione della promessa. Ma infine egli ne ottenne il totale adempimento: Israele diventò un grande popolo, non durante i suoi giorni trascorsi sulla terra, è vero, ma egli è presso Dio e vede ciò che avviene sulla terra (cfr. Io. 8,56; Le. 16,22). Ma nel momento in cui nomina Abramo, l'autore si ricorda di una particolare circostanza che rese possibile la perseveranza di Abramo: il giuramento con il quale Dio, dopo l'offerta sacrificale di Isacco, confermò la promessa già fattagli precedentemente (Gen. 22,16 s.). I versetti seguenti si soffermano su questa circostanza, per spiegarla mediante l'analogia dei rapporti umani. Il senso del giuramento (nel quale, contrariamente a Iac. 5,12, l'autore chiaramente non vede motivo di scandalo) è il ricorso ad una, o meglio alla più alta potenza, cioè Dio, quale garante dell'affermazione umana. Su questo punto l'analogia non è del tutto esatta, poiché non c'è una potenza più alta di Dio; tuttavia l'analogia vale nella misura in cui anch'egli si serve del giuramento a garanzia della sua parola, cioè della promessa. Quasi inavvertitamente, ma perciò tanto più significativamente per il modo con cui è utilizzata la Scrittura, con l'espressione 'agli eredi della promessa' (cioè la promessa della benedizione del popolo fatta ad Abramo), in tutta la frase è sottinteso un significato cristiano. Perché questi 'eredi' siamo 'noi', i cristiani, e la promessa è equipara-

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ta alla 'speranza che ci è offerta': quella speranza nella quale i cristiani si devono rifugiare, dopo aver rinunciato a ogni altra cosa. Lo scopo di darci un 'forte incoraggiamento' facendoci balenare davanti agli occhi il bene di questa speranza, Dio poteva conseguirlo tanto più sicuramente in quanto adesso questa assicurazione poggiava su un duplice fondamento: quello della promessa (Gen. 12,1 s.; 15,5) e quello del giuramento (Gen. 2 2) (a prescindere dal fatto che a proposito di Dio non si può parlare né di menzogna né di violazione alla parola data, Num. 23,19). La particolare insistenza sulle 'due cose' dovrebbe ricollegarsi alla disposizione che esigeva come minimo due testimoni per dare credibilità ad una deposizione resa in giudizio (Deut. 19,15, cfr. Mt. 18, l 6; 2 Cor. l 3 ,1; I Tim. 5 ,19 ). Certamente anche questa è una dimostrazione che per molti aspetti ricorda Filone di Alessandria, e ha in sé qualcosa del metodo seguito dai rabbini e dagli scribi, perché in ultima analisi tutto è fondato sulla veracità, o fedeltà alla parola data, di Dio. Ma questa speranza garantita da Dio, in cui il cristiano confida, ha per la sua anima la stessa importanza che ha un'ancora sicura per la nave minacciata da onde tempestose: non si strappa, la corrente non la trascina; essa affonda in un terreno inaccessibile a tutte le tempeste. Anche se la difficoltà e le tempeste della vita possono sballottare qua e là la navicella dell'anima, non possono però averne ragione. Essa, infatti, è 'ancorata' all'interno del velo. L'autore a questo punto abbandona questa immagine icastica, nota anche alla letteratura antica non cristiana e fatta propria dal simbolismo cristiano, per volgersi con un ardito passaggio ad un altro ordine di idee, che gli consente di riprendere il tema del sommo sacerdozio di Gesù. Il santo dei santi di cui parla, è il cielo; là, dietro al velo, è entrato Gesù, e non lo si vede più. Ma al di là del velo egli esercita il suo ministero per noi, come il sommo sacerdote giudaico nel santo dei santi dell'arca dell'alleanza, come dice Ps. l I0,4 «secondo l'ordine di Melchi-

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sedec». Però, definendo Gesù anche come il nostro 'precursore', l'autore va già oltre le idee cultuali veterotestamentarie; infatti a nessun israelita sarebbe potuta venire l'idea di seguire il sommo sacerdote fin nel santo dei santi. Invece, l'effetto del servizio sacerdotale di Cristo è proprio che anche 'noi' possiamo entrare nel santuario celeste, nella comunione di Dio.

PARTE SECONDA ESPOSIZIONE ( 7,r-rn,18)

A La superiorità della posizione di Gesù come sommo sacerdote «secondo l'ordine di Melchisedec» in confronto al sacerdozio levitico ( 7,r-28)

Infatti questo «Melchisedec, re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo, andò incontro ad Abramo, che tornava dalla sconfitta dei re, e lo benedì». 2 E Abramo gli diede «la decima parte di tutto» (quello che aveva preso come bottino). Se si traduce il suo nome, anzitutto egli è re della giustizia, ma poi anche «te di Salem», cioè re della pace. 3 Senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio dei suoi giorni come pure senza fine della sua vita, assimilato al figlio di Dio, egli rimane sacerdote in eterno. 4 Considerate dunque come è grande costui al quale «il patriarca Abramo diede la decima parte del meglio del bottino». 5 Certamente anche quelli fra i discendenti di Levi che assumono il sacerdozio, hanno l'ordine secondo la legge di riscuotere la decima dal popolo, cioè dai loro fratelli, quantunque anche questi siano usciti dai lombi di Abramo. 6 Ma quegli, che secondo la genealogia non è dei loro, ha riscosso la decima da Abramo e ha benedetto colui che aveva la promessa. 7 Ora, nessuno dubita che è l'inferiore ad essere benedetto dal superiore. 8 Inoltre, qui sono uomini mortali che ricevono la decima, là invece uno di cui si attesta che vive. 9 E anche Levi, che riceve la decima, è stato per così dire sottoposto alla decima nella persona di Abramo; 10 infatti era ancora nei lombi del suo antenato quando «Melchisedec gli andò incontro». 11 Se dunque ci fosse stata la perfezione nel sacerdozio levitico (perché per questo scopo il popolo ha ricevuto la legge), che bisogno c'era che si oresentasse un altro sacerdote «secondo l'ordine di Melchisedec», e· che non fosse detto secondo l'ordine di Aronne? 12 (Di fatto, mutato il sacerdozio, è necessario che ci sia anche un mutamento di legge. 13 Poiché colui al quale si riferiscono queste parole [Ps. II0,4] è di un'altra tribù, di cui nessun membro ha mai servito 1

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all'altare. È noto infatti che nostro Signore discende da Giuda, tribù di cui Mosè non ha detto nulla parlando di sacerdoti. 15 E ciò diventa ancora più evidente se, a somiglianza di Mekhisedec, viene costituito un altro sacerdote 16 che non lo è diventato secondo la legge di una prescrizione (di discendenza) carnale ma secondo la forza di una vita indistruttibile. 17 Di fatto di lui si attesta: «Tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedec». 18 Perciò da un lato è abrogata la precedente prescrizione per la sua debolezza e inutilità - 19 perché la legge non ha portato nulla a perfezione - e dall'altro è introdotta una speranza migliore, per la quale ci avviciniamo a Dio. 20 E poiché ciò non è avvenuto senza giuramento - gli altri infatti sono divenuti sacerdoti senza giuramento, 21 ma questi con giuramento da parte di colui che gli dice: «Il Signore ha giurato e non se ne pentirà: tu sei sacerdote in eterno» - 22 proprio per questo Gesù è divenuto garante di una alleanza migliore. 23 Inoltre gli altri sono divenuti sacerdoti in gran numero perché la morte impediva loro di durare (in carica); 24 ma questi, poiché resta in eterno, ha un sacerdozio imperituro (che non si trasmette mai ad un altro). 25 Perciò può anche salvare per sempre coloro che per mezzo di lui avanzano verso Dio, perché è per sempre vivente per intercedere per essi. 26 Tale infatti è il sommo sacerdote che ci voleva per noi, santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed innalzato al di sopra dei cieli, 27 che non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire ogni giorno sacrifici, prima per le sue colpe e poi per quelle del popolo; questo egli lo ha fatto una volta per tutte offrendo se stesso. 28 La legge infatti costituisce sacerdoti uomini soggetti alla debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla legge, costituisce il Figlio, che è perfetto in eterno. 14

Contenuto e articolazione del brano. Nel cap. 7 l'autore si serve del concetto di sommo sacerdozio secondo l'ordine di Melchisedec, sul quale era ritornato in 6,20, per dimostrare l'incomparabile superiorità della posizione di Gesù come sommo sacerdote sul sacerdozio levitico dell'ordinamento cultuale veterotestamentario. Più oltre non va il significato del riferimento a Melchisedec, di cui il cap. 7 non si occuperà più. Più tardi il movimento gnostico si è impadronito anche di questa figura; ma l'influenza di vere e proprie speculazioni gnostiche sulla Lettera agli Ebrei, che non è assolutamente gnostica in tutta la sua problematica religiosa, è

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per il momento troppo improbabile perché si possa servirsene a fini esegetici. La Lettera utilizza soltanto il testo biblico, e l'intera dimostrazione si basa su Ps. l I0,4 e sul riferimento a Gesù del passo, interpretato in senso messianico (cfr. sopra a l,3): la vocazione di Gesù a sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec da parte di Dio ha luogo nel passo del salmo. Ciò non è dimostrato, è dato per ammesso dall'autore. Con l'assoluta sicurezza della sua convinzione cristiana l'autore, qui come dappertutto, mette al suo servizio l'Antico Testamento; inoltre, la dimostrazione data in questo brano, come in quelli che seguono, poggia interamente sulla vitalità della concezione veterotestamentaria del sacerdote. Che cosa significhi in confronto ad essa il sommo sacerdozio secondo l'ordine di Melchisedec è l'oggetto del cap. 7; a tal fine l'autore inizia con l'enumerazione di quei tratti che gli sembrano degni di nota nel racconto di Gen.14,17-20 su Melchisedec, dove quello che è taciuto è per Lui altrettanto importante di ciò che vi è detto (vv. l-3). Quindi egli passa ad esporre ciò che se ne deve dedurre sulla grandezza della posizione di questo enigmatico re-sacerdote in confronto al sacerdozio della tribù di Levi ( vv. 4-ro ). Finora si era parlato soltanto dello stesso Melchisedec; ora l'autore volge la sua attenzione al significato della vocazione di Gesù a sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec. Se infatti (come è avvenuto) in Ps. ll0,4 è costituito un altro sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec, è implicito in questo fatto un giudizio negativo, ma fin troppo giustificato, del sacerdozio levitico e, nel contempo, dell'intero ordinamento della legge veterotestamentaria che si basava su tale sacerdozio, giacché il nuovo sacerdote costituito da Dio è del tutto estraneo a quell'ordinamento (vv. 11-19). La superiorità del nuovo sacerdote appare positivamente nel fatto che, grazie al giuramento con cui fu costituito secondo Ps. II0,4, egli è garante di un nuovo patto, più saldo (vv. 20-22), e che esercita il suo ministero non per un breve periodo di tempo, come

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quei sacerdoti mortali, ma in eterno (vv. 23-25). Ma proprio per questo egli prova la sua attitudine ad essere quel sommo sacerdote di cui noi abbiamo bisogno (vv. 26-28). r-ro. Il re-sacerdote Melchisedec. Le notizie riguardanti Melchisedec provengono da Gen. 14, dove si racconta come Abramo abbia salvato con un colpo di mano suo nipote Lot dalla violenza di Chedorlaomer, re di Elam, e dei suoi alleati. Questo capitolo ha suggerito agli esegeti dell'Antico Testamento di avanzare le ipotesi più contradditorie, ma ciò non ha alcuna importanza ai fini della comprensione di Hebr. Essa infatti si basa semplicemente sul racconto veterotestamentario, trattato secondo le regole esegetiche dc;rlla teologia giudeo-alessandrina, di cui Filone è il rappresentante più significativo. Ciò appare in particolare dall'interpretazione linguistica dei nomi e dall'approfittare della circostanza che nel racconto biblico mancano dati sicuri. L'autore trova giustificato questo procedimento esegetico a motivo del genere particolare del suo concetto di ispirazione che riconduce tutto quanto contenuto nella Scrittura il più possibile direttamente all'intenzione di Dio, ed alla stessa forma che egli vi ha impressa. Partendo da questo concetto, non solo ogni particolare contenuto nel testo doveva avere il suo significato nascosto, ma anche la mancanza di certe notizie, che di per sé ci si potrebbe attendere, doveva essere voluta intenzionalmente. I principi così esposti sono derivati solo apparentemente dall'Antico Testamento, perché il loro elemento fondamentale è la convinzione cristiana, la quale determina tanto la scelta dei passi veterotestamentari, aj quali si applica questo procedimento, quanto il contenuto che ne risulta. Della :figura di Melchisedec vengono messi in particolare risalto quattro tratti caratteristici: r. egli benedice Abramo e ne riscuote la decima; 2. il significato del nome; 3. la mancanza di un albero genealogico; 4.la sua eternità. Quest'ultimo tratto, che per l'autore è il più importante (cfr.

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vv. 8.16.24 s.28 ), secondo lui consegue dal fatto che la Scrittura non dice nulla né della sua nascita né della sua morte; dunque, ne conclude, non se ne doveva parlare. Egli era venuto dall'eternità e vi ritornò, come lo stesso Figlio di Dio. Dio gli aveva dato forma d'un tratto, come mostra il modo di farlo apparire in Gen. 14 che indicava la sua eternità. Anche il suo sacerdozio è eterno; è questa una deduzione che già il poeta di Ps. l 10 sembra abbia tratta da Gen. 14· Perciò non è casuale neppure il fatto che la Scrittura non faccia i nomi del padre e della madre e non parli affatto di genealogia: egli non ne aveva. Eppure era un sacerdote, benché ogni sacerdote levitico debba innanzi tutto provare la sua discendenza sacerdotale. L'autore non vuole naturalmente dire che Melchisedec sia stato una figura storica senza genitori né antenati; soltanto gli è assolutamente indifferente la questione se si tratti di una figura storica nel senso che usualmente si dà a tale espressione. Lo interessa soltanto il modo in cui Dio con le parole della Bibbia, ha disegnato quella figura simbolica. Il secondo dei tratti caratteristici indicati sopra non viene più utilizzato in seguito; ma non si deve dedurre che per l'autore sia meno importante: già in l,8-13 si è vista l'importanza che ha per lui la regalità del Figlio e la legittimità della sua sovranità. Però nel presente contesto, che tratta della superiorità del sacerdozio di Gesù su quello levitico, non se ne poteva dedurre nient'altro. Al contrario, il primo dei tratti caratteristici indicati sopra serve subito nei vv. 4 ss. come punto di partenza per dimostrare la superiorità del sacerdozio di Melchisedec; ma ciò viene provato utilizzando nel contempo anche il terzo ed il quarto dei tratti caratteristici di cui sopra. Secondo il primo, Melchisedec dà la benedizione e riceve la decima, cioè esercita due diritti specificatamente sacerdotali (cfr. Num. 6,24 s.; 18,2 l ). L'importanza della decima riscossa da Melchisedec viene messa in evidenza contrapponendola al diritto del sacerdozio levitico di esigere le decime. Il v. 5 è dominato dalla sen-

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saziane che in sé questo diritto era qualcosa di unico nel suo genere: dei discendenti di Abramo esigono la decima da altri discendenti di Abramo. Tuttavia si trattava di una prerogativa che era stata concessa una volta per tutte alla tribù sacerdotale. Ma qui è addirittura il primo patriarca, e con lui la futura tribù sacerdotale, ad essere assoggettato al pagamento della decima; e per di più da uno totalmente estraneo. (Da questo modo di vedere, che considera valide in ogni tempo le disposizioni della legge riguardo all'accesso al sacerdozio, rimane del tutto fuori il fatto che la tribù di Levi sorse molto più tardi l'epoca di Abramo e che quindi a quei tempi una sua origine da lui non poteva entrare in questione). Ma, come l'esazione della decima, anche la benedizione mostra la grandezza del sacerdozio di Melchisedec. A chi sarebbe potuto venire in mente di benedire Abramo, che già era stato benedetto da Dio con la grande promessa (cfr. Gen. r2,2 s.)? E se cionostante tale benedizione è stata data, quanto eccelso dev'essere stato colui che l'ha impartita. È vero che non si trattava d'un comune sacerdote mortale, ma di uno, del quale Dio attesta la vita eterna mediante il silenzio della Bibbia sulla sua morte. Tutta questa caratterizzazione del sacerdozio di .Melchisedec, apparentemente tratta dal testo veterotestamentario, in realtà è derivata dalle deduzioni (vv. II-r9), che si debbono trarre dall'istituzione di un sommo sacerdote 'secondo l'ordine', vale a dire secondo il modo di Melchisedec, per la validità del sacerdozio levitico. Va notato al riguardo che in questi versetti i concetti di 'sacerdozio', 'legge', e ancora 'alleanza' (vv. 22 ss.) si confondono fra di loro. L'istituzione del sacerdozio è per l'autore il contenuto centrale della legge, che a sua volta costituisce la norma dell' 'alleanza' conclusa tra Dio ed Israele. Perciò il destino della legge dipende interamente da quello del sacerdozio, per cui i due concetti sono intercambiabili ( v. r 2 ). Questa relazione dei concetti di legge e sacerdozio è particolarmente importante per la com-

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prensione della frase, inserita al v. I I, «per questo scopo il popolo ha ricevuto la legge». Si sarebbe potuto dire altrettanto bene e più chiaramente: «soltanto per questo scopo (del compimento) tutto il sacerdozio è stato istituito». La frase giustifica dunque l'importanza attribuita al concetto di 'compimento'. II-12. Tra i vv. IO e II, per integrare il concetto, si deve inserire come spiegazione: secondo l'ordine di questo Melchisedec, cioè nel modo in cui egli è apparso nella storia (in contrapposizione al modo in cui i sacerdoti aronniti hanno ricevuto il loro ministero), è stato costituito, in Gesù, un altro sacerdote: v. Ps. I ro,4. Ma con ciò si dichiara decaduto il sacerdozio levitico e tutta l'organizzazione legale che ruota intorno ad esso, l' 'alleanza' di cui parla il v. 22. E una simile dichiarazione di decadenza aveva i suoi buoni motivi; tale sacerdozio non otteneva lo scopo per cui era stato istituito, come basta a dimostrarlo il fatto che è stato abolito. Lo scopo da raggiungere era il compimento. Questo termine è molto usato in Hebr. e con diversi significati: prima di tutto esso ha un significato puramente formale, cioè «compiere» vuol dire portare qualcosa a buon fine; il che significa che il contenuto del concetto varia a seconda di ciò che ci si prospetta come fine. Per Gesù secondo 2, ro e 5, 9 il fine era il sacerdozio; secondo 7 ,2 8; I I ,40 e I 2 ,2 3 è la salvezza celeste cui giungono i credenti dopo la morte. Nel nostro passo il valore del concetto si ricava da 9,9-ro,I8. Ciò che avrebbe dovuto essere aggiunto dal sacerdozio e dalla sua opera cultuale era il «compimento riguardo alla coscienza», la purificazione della nostra coscienza dalle opere morte, cioè i peccati; in una parola, il perdono, affinché gli uomini possano veramente giungere a Dio. Perché il sacerdozio levitico non abbia potuto ottenere questo fine sarà spiegato soltanto nel cap. 9; qui nel cap. 7 viene solo accertato il fatto, che però doveva essere decisivo per il destino del sa-

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cerdozio levitico, perché nel conseguimento di questo fine consisteva il sacerdozio levitico, o, come dice il v. l l, la legge. La legge, con al centro l'istituzione sacerdotale, doveva ottenere questo perdono, ma fallì completamente allo scopo. Non ha portato nulla alla perfezione; era debole e inutile, come è detto ai vv. 18 s. Non restava altro da fare se non metterla da parte. Questa valutazione della legge si distacca in modo assai particolare da quella paolina. Secondo Paolo, infatti, di per sé la legge mosaica non poteva perseguire lo scopo di 'purificare le coscienze' o di procurare il perdono e di rendere l'uomo capace di avvicinarsi a Dio. Al contrario. Il compito della legge è stato quello di aumentare i peccati; con la legge tutto doveva finire nella miseria del peccato. Essa suscita ira (cfr. Rom. 5,20; Gal. 3,19 ss.; Rom. 4,15). Questa differenza è dovuta al fatto che Paolo, in quanto fariseo, era abituato a vedere nella legge soprattutto l'abbondanza dei comandamenti divini, della cui osservanza doveva preoccuparsi l'uomo fedele. Viceversa l'autore della Lettera agli Ebrei prendeva le mosse dal mondo cultuale: egli vedeva nel culto il nucleo essenziale della legge. Ma il culto era un'istituzione di salvezza e di espiazione, era inteso come un aiuto. Tuttavia Paolo e la Hebr. finiscono per incontrarsi, perché tanto per il primo quanto per la seconda il risultato religioso della legge è stato negativo; e quando Hebr. lo,3 dice che il culto veterotestamentario in ultima analisi non fece altro che richiamare alla memoria il peccato, perché non era riuscito ad eliminarlo, si avvicina molto al modo di pensare di Paolo. La conseguenza è in ambo i casi 'la fine della legge'. l 3-19. Che non ci sia stata esagerazione nell'affermare il cambiamento della legge e del sacerdozio, secondo i vv. 13 s. si ricava già dal fatto che 'nostro Signore' discende da Giuda e non da Levi - l'appellativo di 'nostro Signore', che con l'aggiunta di 'Gesù Cristo' è molto usato da Paolo, in Hebr.

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ricorre soltanto una seconda volta in 13,20 nella forma 'nostro Signore Gesù' (senza l'aggiunta 'Cristo'). Ma ciò non va inteso nel senso che un sacerdozio tribale debba essere ora sostituito da un altro, perché in tal caso si rimarrebbe nell'ambito del finito e del perituro. Qui è del tutto esclusa l'idea di un comandamento secondo la carne fondato su una discendenza corporale: si tratta di un sacerdote di ordine più alto, perché di vita imperitura. L'abolizione dell'antico sacerdozio e della sua legge è dunque totale e fondamentale. I due ultimi versetti di questa sezione ritornano all'introduzione (v. 1 1 ) con la rinnovata affermazione della legittimità oggettiva e della necessità di questa abrogazione, la cui giustificazione è in fondo vista soltanto nella contemporanea istituzione di qualcosa di meglio. Ci si aspetterebbe qui: un sacerdozio migliore o una legge migliore, con cui si possa raggiungere il fine perseguito invano dall'antico sacerdozio, la 'perfezione'; e che l'autore abbia questo in mente lo mostra l'espressione finale nel v. 1 9: «per la quale ci avviciniamo a Dio», perché questa è la sospirata perfezione. Se poi qui si dice che ci è offerta una 'speranza migliore' non si fa altro che intrecciare all'idea del mezzo migliore (un sacerdozio migliore) quella della meta da tanto tempo sospirata, che ora viene raggiunta proprio con questo mezzo migliore. 20-2 5. Ma che questo nuovo sacerdote giustifichi questa attesa, secondo i vv. 20-25 si deduce da due fatti. Il primo si riferisce alla forma della sua costituzione. Infatti, secondo Ps. 1 I0,4 la sua posizione, contrariamente a ciò che è avvenuto per il sacerdozio levitico, è rafforzata da un giuramento di Dio, per il quale egli è diventato garante di un'alleanza migliore. Il concetto di alleanza, che poi ricorre nei capitoli seguenti, appare in Hebr. per la prima volta qui. Il termine italiano non è del tutto esatto, in quanto fa pensare ad un accordo liberamente concluso fra due o più parti; il concetto biblico, invece, è quello dello stabilirsi di un rapporto che può

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avvenire anche con un atto di volontà unilaterale, come l'emanazione di una legge od una disposizione testamentaria, ed è usato preferibilmente per esprimere lo stabilimento da parte di Dio di un rapporto del genere (cfr. Ex. 19,5; Deut. 5,2; 7,9; 9,II). Nel concetto di una tale alleanza sono incluse, oltre alle esigenti dichiarazioni della volontà di Dio, anche le sue promesse (cfr. 8,6). Nel nostro passo si parla senz'altro di un'alleanza 'migliore', quantunque non si sia mai parlato esplicitamente di un'altra alleanza; ma soltanto esplicitamente, perché l'altro termine di comparazione è l"alleanza' della legislazione del Sinai: sotto tale aspetto la parola 'alleanza' riprende soltanto quella di 'legge' del v. 19. Ma purtroppo questa alleanza stabilita sul Sinai si dimostrò, come abbiamo visto, insufficiente. I suoi istituti (sacerdozio e culto) non bastarono ad assicurare l'adempimento delle promesse, per cui doveva essere abrogata. Ciò non può accadere con l'alleanza di cui Gesù è il garante (e perciò è 'migliore' ossia più forte), perché Gesù è stato confermato nella sua dignità sacerdotale con un giuramento di Dio. Perciò Dio non può lasciarlo decadere, come ha lasciato decadere il sacerdozio 'secondo l'ordine di Aronne'. Ma grazie a questo suo sacerdozio egli garantisce la realizzazione del patto o delle sue promesse, perché egli può veramente eliminare l'ostacolo dei peccati degli uomini. Altrettanto importante di questo «fatto formale» della costituzione a sacerdote mediante un giuramento, è lo speciale contenuto di questo giuramento, in quanto esso afferma esplicitamente l'eternità di questo sacerdozio. I sacerdoti secondo l'ordine di Aronne sono mortali; l'uno succede all'altro, perciò nessuno crea qualcosa di integrale e di definitivo. Non così Gesù: grazie alla sua eternità anche la sua funzione sacerdotale è ininterrotta, ed il suo risultato è una salvezza totale e duratura di coloro che per essa arrivano fino a Dio. La funzione sacerdotale è definita con l'espressione 'per intercedere per essi'. Questo è il compito del sommo sacerdote nel Tempio quando

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nel giorno dell'espiazione entra nel sancta sanctorum con il sangue della vittima; e questo fa Gesù in cielo (dr. 4,14), dove 'si presenta per noi al cospetto di Dio' (9,24) per sempre, in quanto elevato alla gloria della vita celeste. In ciò consiste essenzialmente il suo privilegio, come verrà dimostrato anche più avanti. La meta che verrà così raggiunta è secondo il v. 25 la costituzione della comunione con Dio. Questo è l'aspetto essenziale della salvezza (dr. v. 19 ), certamente con la conseguenza che essa deve avere per tutto l'essere; ma in prima luogo la meta è una meta totalmente e personalmente religiosa: la comunione con Dio, e non un qualsiasi stato di santità. La profonda severità dell'idea di Dio nella nostra Lettera è espressa dal fatto che l'idea della salvezza è dominata dall'attesa di poter essere con Dio; e l'incomparabile successo di Gesù è di essere riuscito ad ottenerlo (la Lettera cerca di chiarire la possibilità e la realtà del successo di Gesù con la contrapposizione, all'ordinamento cultuale israelitico, della realizzazione di Gesù). I mezzi concettuali, di cui si serve Paolo, sono differenti. Ma su questo punto centrale Paolo e la Hebr. sono pienamente concordi; infatti anche per lui ciò che Cristo ha reso possibile è la concordia con Dio, l'accesso a Dio, la comunione con Dio, che egli descrive con espressioni molteplici. 26-28. I versetti conclusivi del capitolo costituiscono un riassunto ed una conferma di quanto è stato detto prima, ma in essi echeggiano già i temi del cap. 8 (il cielo come teatro del servizio sacerdotale di Gesù) e del cap. 9 (il valore universale e imperituro del suo sacrificio). Però, che questi versetti facciano tutt'uno con quelli che li precedono lo dimostra il v. 28 nel quale nella contrapposizione tra legge e giuramento ricorrono idee dei vv. 11-2 2. Il v. 2 6 è determinato da un senso di stupore davanti alla rappresentazione di un sommo sacerdote eterno, che interviene incessantemente al cospetto di Dio nell'intercessione sacerdotale per i pecca-

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tori. Ma, si risponde, per quale motivo allora avremmo avuto bisogno di un altro? Per noi ci voleva un altro sacerdote che potesse adempiere a questa funzione, e che perciò ne soddisfacesse le condizioni necessarie. Un sommo sacerdote che sia anch'egli un peccatore naturalmente non può farlo: i suoi peccati lo tengono irrimediabilmente fra i peccatori; egli non può entrare nel cielo. Come potrebbe venire a Dio un uomo con le labbra impure? Ma in Gesù abbiamo un sacerdote che non è peccatore. L'assenza di peccato nel sommo sacerdote della nuova alleanza non è dimostrata né difesa, ma semplicemente affermata, allo stesso modo che in 4, 1 5, anche se con maggiore energia: egli era al fianco di Dio e non aveva nulla a che fare con i peccati. Proprio per questa ragione egli ha potuto abbandonare la comunità dei peccatori, nella quale era entrato 'per divenire misericordioso' ( 2, r 7 ), ed essere innalzato 'più in alto dei cieli', attraversare i cieli ( 4, I4) fino al trono di Dio ( 8, r ). Inoltre ciò ha avuto delle conseguenze per il compimento del suo sacrificio. Il v. 27 poteva dare l'impressione che l'autore avesse trascurato il fatto che il sommo sacerdote giudaico compiva il doppio sacrificio, di cui qui si parla, non tutti i giorni, ma soltanto una volta all'anno, nel grande giorno dell'espiazione; ma 9,7.25; 10,r.3 mostrano come egli abbia le idee chiare al riguardo; solo che Gesù esercita la sua funzione costantemente, cioè tutti i giorni. Per esercitare questa funzione sacerdotale quotidiana, intende dire l'autore, non ha bisogno di offrire i sacrifici che il sommo sacerdote offriva nella sua funzione annuale; egli non offre sacrifici per i propri peccati, perché non ne ha; ed il sacrificio per il popolo egli l'ha offerto una volta per sempre, offrendo se stesso. Ciò gli ha reso possibile l'ingresso nel santuario celeste, in cui ora si trova, 'per intercedere per essi (i peccatori)'. Per quei sommi sacerdoti, costituiti dalla 'legge' secondo l'ordine di Aronne, il doppio sacrificio sempre rinnovato era necessario, perché essi erano uomini come gli altri, 'soggetti

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alla debolezza', c1oe peccatori e, perciò, mortali. Invece, il giuramento divino in Ps. II0,4 non ha innalzato al sommo sacerdozio un uomo fra i tanti, ma il Figlio; questi, grazie alla sua incarnazione può compatire le nostre debolezze (4, r 5 ), ma non è soggetto ad esse. Perciò è stato 'portato alla meta' perfetto in eterno, cioè 'costituito sacerdote'. Questa è infatti la meta che gli è stata riservata (dr. 2,ro; 5,9).

B La superiorità del culto celeste del sommo sacerdote neotestamentario, che corrisponde alla superiorità della nuova alleanza ( 8, r -1 3 ) 1 Il punto capitale di queste argomentazioni è che abbiamo un sommo sacerdote, che «si è seduto alla destra» del trono della Maestà nei cieli, 2 ministro del santuario e del vero «tabernacolo, che Dio - e non un uomo - ha eretto». 3 Infatti ogni sommo sacerdote viene costituito per offrire doni e sacrifici. Perciò è necessario che egli abbia qualcosa da offrire. 4 Invero, se egli fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote, perché già ce ne sono che offrono doni secondo la legge. 5 Questi prestano servizio a un'immagine e a un'ombra del (santuario) celeste, come fu detto a Mosè, quando doveva costruire il tabernacolo: «Vedi», si dice, «farai tutto secondo il modello che ti è stato mostrato sulla montagna». 6 Ma ora egli ha ottenuto un ministero eccellenti, in quanto è garante di una migliore alleanza, che è fondata su migliori promesse. 7 Se infatti la prima fosse stata irreprensibile, non ci sarebbe stata ragione per cercarne una seconda. 8 È, invero, biasimandoli che dice: «Ecco che verranno giorni, dice il Signore, in cui stringerò con la casa d'Israele e la casa di Giuda una nuova alleanza, 9 non come l'alleanza che strinsi con i loro padri, il giorno in cui li presi per mano per trarli fuori dalla terra d'Egitto. Perché essi non rimasero nella mia alleanza; e anch'io li ho trascurati, dice il Signore. 10 Ecco l'alleanza che io stringerò con la casa d'Israele dopo quei giorni, dice il Signore: metterò le mie leggi nella loro mente e le inciderò nel loro cuore, e sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. 11 E nessuno dovrà più istruire il suo concittadino e nessuno il suo fratello, dicendo: 'Conosci il Signore', giacché tutti mi conosceranno, dal piccolo al grande. 12 Perché perdonerò le loro ingiustizie, e non ricorderò più i loro peccati». 13 Dicendo

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