Giorgio Nardone - Terapia Breve 2004

March 22, 2023 | Author: Anonymous | Category: N/A
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Rivista Europea di Terapia Breve Strategica e Sistemica 2004 SEZIONE 1: Sezione Teoretica ed Epistemologica

Jean J. Wittezaele – Epistemologia sistemica e costruttivista per una un a visione relazionale dell'essere umano Monica Broecker – Parte nel Mondo: la Posizione di Heinz von Foerster SEZIONE II: Modelli applicati

Wendel Ray - Terapia centrata sull'Interazione. L'eredità di Don D. Jackson Stefan Geyerhofer - Integrazione di Modelli Poststrutturalisti di Terapia Breve Giorgio Nardone storici sulla Terapia Breve Strategica Katerin De Koster- -Cenni Due applicazioni, una prospettiva, pr ospettiva, molti costrutti: implicazioni del costruzionismo sociale per la ricerca scientifica e la terapia t erapia SEZIONE III: STRATEGIE E TECNICHE DI INTERVENTO

Matteo Rampin - Stratagemmi contro-deliranti Claudette Portelli - Terapia breve strategica avanzata per disturbi ossessivo-compulsivi Teresa Garcia – Qualche Tecnica di Terapia Breve Br eve Strategica Sistemica per la Terapia di Coppia Federica Cagnoni – Il trattamento strategico evoluto del disturbo da attacchi di panico Emanuela Muriana, Laura Pettenò, Tiziana Verbitz – Proposta di un protocollo strategico per la depressione Roberta Milanese - Terapia breve avanzata per i disordini alimentari Gunther Schmidt - Concetti di ipnoterapia sistemica per l’interazione con i clienti depressi e con i loro sistemi-relazionali: dalla depressione ai mondi correlati Camillo Loriedo – Family relationship and systemic intervention for depression SEZIONE IV: COMUNICAZIONE & LINGUA

Branka Skorjanec – L’evoluzione del linguaggio terapeutico Thierry Servillat – Le domande ipnotiche nella prima seduta SEZIONE V: MANAGEMENT

Sonia Radatz – La consulenza “senza consigli”: Fare coaching in campo professionale Roberta Mariotti – L’approccio strategico nelle organizzazioni Claude Duterme – Applicazione dell’Approccio di Palo Alto alla consulenza alle imprese SEZIONE VI: RICERCHE EMPIRICHE

Saulo Sirigatti – Applicazioni del Psychotherapy Process Q-Sort di Jones Gianluca Castelnuovo, Elena Faccio, Enrico Molinari, Giorgio Nardone, Alessandro Salvini Un’analisi critica degli “Empirically Supported Treatments” (ESTs) e della prospettiva dei “fattori comuni” in psicoterapia Gaetano Aloe, Giorgio Nardone - Le valutazioni dell’intervento terapeutico dei C.T.S. affiliati al C.T.S. di Arezzo diretto da Giorgio Nardone: strumenti e risultati Camilla Paganucci - La terapia nella ricerca, la ricerca nella n ella terapia Barbara Giangrasso - La ricerca intervento nei n ei disturbi dell’alimentazione: il vomiting Viviana Horigian, Michael Robbins, José Szapocznik - Terapia breve strategica familiare SEZIONE VII: CASI E ESPERIENZE CLINICHE

Simona De Antoniis - Dalla dipendenza all’indipendenza: la sindrome del panico cronico Alessandro Bartoletti – Cambiare le profezie: la terapia indiretta con un bambino presunto psicotico Justina Claudatis – Disturbo dissociativo di identità: presentazione di un caso risolto in 5 sedute Emanuela Giannotti, Rita Rocchi – Le ultime evoluzioni e voluzioni nella famiglia italiana Patrizia Tempia Valenta, Carlo Saverio Esposito – Modelli di supervisione strategica in cure palliative Saluto finale

Giorgio Nardone - Conoscere cambiando: la prima p rima seduta in terapia strategica evoluta C.T.S.: Piazza S. Agostino 11- 52100 AREZZO - ITALY Tel. +39 0575 350240 - 354853 Fax: +39 0575 350277 E-mail:[email protected] [email protected]

 

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SEZIONE 1: Sezione Teoretica ed Epistemologica Epistemologia sistemico costruttivista per una visione relazionale dell’essere umano Jean-Jacques Wittezaele - Istituto Gregory Bateson, Liegi, Belgio  [email protected] Abstract

Questo lavoro presenta un’epistemologia che integra la lettura sistemica e quella costruttivistica: l’uomo risulta, allo stesso tempo, controllato dai sistemi cui appartiene ed inventore della propria realtà individuale. L’essere umano è parte di un processo continuo di interazioni con l’ambiente, cui si adatta attraverso quello che viene chiamato “apprendimento processuale”. Ma l’uomo è connesso all’ambiente tramite la consapevolezza; questa conoscenza riflessiva deriva prevalentemente dal linguaggio, che digitalizza il processo continuo dell’esperienza. Questa duplice visione dell’uomo può essere utile al terapeuta strategico in molti modi: per fare la mappa del “potenziale della situazione”, per ristrutturare le costruzioni di realtà del paziente, per comprendere meglio i problemi riflessivi e le limitazioni della forza di volontà come determinante del comportamento umano.

Buon giorno, sono felice ed onorato di partecipare a questa prima Conferenza di Terapia Breve Sistemica e Strategica. Fra le molte cose che si diranno nel corso di questi quattro giorni sulle tecniche di terapia breve,diGiorgio Nardone ha chiesto a me di parlare Così, ho deciso mettervi a conoscenza di alcune delle idee di cheepistemologia. mi aiutano a fare il terapeuta. Spero risultino utili anche a voi e che vi confermino la correttezza del detto ”non c’è niente di più pratico di una buona teoria!” La maggior parte di queste idee derivano da Gregory Bateson, ma anche dalla filosofia cinese, quindi costituiscono il mio modo di guardare indietro per vedere il futuro. Cercherò anche di dimostrarvi perché possiamo chiamare il nostro approccio terapeutico interattivo e, contemporaneamente, costruttivista, e come esso possa essere allo stesso tempo strategico e rispettoso. Epistemologia

Prima di tutto, fatemi che direl’uomo due parole cos’è l’epistemologia. Nella in tradizione occidentale, si pensa possasuessere studiato e compreso sé, isolato dal contesto, dal suo ambiente. Crediamo che egli sia autonomo, indipendente dal resto del mondo, e che le determinanti del suo comportamento siano da rintracciare solo dentro di lui. Può sembrare ovvio a molti, ma questo modo di vedere l’essere umano è una totale invenzione umana che scaturisce dalle nostre premesse filosofiche e religiose. Esso ci appare come una “ Verità Universale” – come l’avrebbe chiamata Sant’Agostino – di quelle verità che quasi nessuno pone più in dubbio. Come quando Bateson, che soggiornando in Nuova Guinea con la tribù degli Iatmul e cercando di superare i grandi ostacoli della loro lingua, si sentì dire dagli Iatmul con sorpresa: “guarda, è facilissimo, basta che apri la bocca e… parli!!” La stessa cosa accade nella nostra “visione dell’uomo” occidentale: riteniamo un fatto di tutta evidenza, che non necessita di spiegazioni, che l’uomo occupi un posto speciale nell’universo. E’stato creato ad immagine e somiglianza di  

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Dio. Dio ha creato l’universo e l’uomo, alla stessa guisa di Lui, ha il potere e la missione di controllare il resto del mondo. Egli osserva dall’esterno. Ciò non si applica a tutte le culture. In Cina, ad esempio – ma anche in molte altre culture, come presso gli Indiani d’America ed alcuni popoli in Africa – le cose stanno diversamente. Il filosofo francese François Jullien sostiene che questa concezione dell’uomo può derivare dall’attività economica dominante nei diversi paesi. Anticamente, il nostro era un popolo dedito alla pastorizia, gli uomini dovevano controllare il bestiame perabbiamo sopravvivere, controllo era il loro simo, quindi creatoilun Dio chesull’ambiente comanda, controlla, ed desiderio impone lamassua volontà sul resto del mondo. In Cina, invece, l’attività economica preponderante è stata l’agricoltura, che rende la gente dipendente dall’ambiente, dalle condizioni atmosferiche, dalla natura del terreno e così via. La posizione dell’uomo è diversa, deve tener conto del resto del mondo naturale per trovarvi il suo posto. Quest’uomo ha bisogno di vedersi come parte del mondo che lo circonda. Dal momento che non riesce a controllare ciò che non ha sottomano, egli si deve adattare all’ambiente. Le relazioni, in questa concezione divengono centrali: l’uomo deve adoperarsi per reagire adeguatamente alle sempre mutevoli condizioni di vita e tentare al suo meglio di capire le leggi della natura in modo tale da interagire con esse in modo funzionale alla sua sopravvivenza. La scienza queste duecultura diverseoccidentale: posizioni. Cartesio ha un descritto ottimale di riflette far scienza nella si assume punto ildi modo vista esterno, neutrale ed obiettivo e si controllano tutti i fattori del fenomeno che si vuole studiare, ad eccezione di uno, per misurare l’impatto di questo fattore sul fenomeno. Ma, sin dall’inizio del ventesimo secolo, degli scienziati hanno messo in luce che, se questo principio funziona con grande successo con tutto ciò che è inanimato – le nostre tecnologie sono insuperate –, esso non si applica nello stesso modo alle creature viventi. La vita è organizzata, strutturata, e quando si cambia un elemento, un fattore, gli altri cambiano di conseguenza, onde ristabilire un equilibrio: tornare all’organizzazione dinamica preesistente. Come tutti sapete molto bene, ed io non illustrerò ulteriormente, la causalità è circolare e non lineare. E’ interessante notare quanto la cibernetica e l’approccio sistemico abbiano reintrodotto il discorso sul “modello che connette” come diceva Bateson, al fine di descrivere la rete di relazioni della quale l’uomo è intessuto ed è parte integrante, il processo di coevoluzione. Io trovo interessante il fatto che, spesso, tutti noi con i nostri pazienti, usiamo metafore e storie che vengono dalla Cina per aiutarli ad uscire dalle abituali opinioni che hanno su se stessi e sui loro rapporti, per aiutarli ad abbandonare le tentate soluzioni e a prendere in considerazione nuovi modi di vedere le cose. Non è che io pensi che l’approccio cinese alla vita sia migliore del nostro, ma penso che sia tale da correggere gli eccessi dell’ottica individualistica e controllante con cui noi guardiamo la posizione dell’uomo nel mondo. Per semplicità, proverò a delineare un’immagine dell’uomo, un’immagine duplice: la prima, quella dell’uomo come parte di un flusso continuo di interdipendenze, e la seconda, quella di un individuo che costruisce il proprio mondo ed è capace di prendere decisioni personali.  

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Proverò anche a dar risposta alla domanda ”quando ci rilassiamo, chi dirige la nostra vita?” o, in altre parole, “Quando il millepiedi non pensa, cosa lo fa andare avanti?” Per rispondere a queste domande, seguirò una distinzione cinese fra due tipi di conoscenza umana: la conoscenza processuale e quella riflessiva. Conoscenza processuale

L’approccio sistemico ha evidenziato come, al fine di che sopravvivere questo mondo, l’uomo deve adattarsi ai continui cambiamenti l’ambienteinsubisce, deve preservare la sua differenza, resistere all’entropia o, come avrebbe detto Bateson, proteggere la sua autonomia. In natura cambiare è la regola e i diversi sistemi che compongono il mondo vivente devono continuamente trasformarsi per rimanere gli stessi. Come il Buddha disse: “niente è costante tranne il cambiamento”. La coevoluzione degli organismi viventi si regola per mezzo di sollecitazioni e ridondanze che hanno luogo fra le diverse parti del nostro ecosistema: noi veniamo trasformati dalle interazioni fra noi e l’ambiente. Nello stesso modo in cui un albero, nel crescere, tiene in considerazione gli alberi che lo circondano, si curva a cercare la luce, e se necessario, diventa più alto o più basso in funzione dell’ambiente e del terreno, l’uomo trova la sua nicchia ecologica interagendo con l’ambiente. Impariamo a reagire ai diversi contesti e lo facciamo anche quando non sappiamo perché lo facciamo o come lo facciamo, e senza essere consapevoli della nostra capacità di farlo. Sappiamo camminare, vestirci, stare alla distanza giusta dai nostri interlocutori, parliamo la nostra lingua nativa ed abbiamo acquisito una varietà di atteggiamenti sociali che ci permettono di vivere nella nostra cultura. Questo tipo di conoscenza non sembra realmente appartenerci ma piuttosto essere passata attraverso ognuno di noi come il risultato delle nostre interazioni reciproche e con l’ambiente circostante: sono i segnali del contesto che inducono la risposta appresa. Questo è quello che la filosofia cinese chiama conoscenza processuale. Questa conoscenza integrata di coevoluzione è molto sofisticata e delicata. Si prenda ad esempio l’imparare a camminare. Nel farlo, dobbiamo coordinare un sacco di muscoli, nervi, tendini, ossa, ecc., e tutto questo complesso processo ci mette in condizione di camminare ed anche di correre su diversi tipi di terreno, salire scale, e via dicendo. Quando facciamo un’esperienza, impariamo non solo con il cervello, ma anche con il corpo, con le emozioni, con tutto il nostro organismo. Esiste una sorta di simultaneità fra l’esperienza e la conoscenza, non c’è distinzione fra chi vive l’esperienza e l’esperienza stessa: l’esperienza ci trasforma, noi “siamo” l’esperienza, in un certo senso; non c’è traccia di un soggetto interiorizzato, tipo un’autorità introiettata come un “io”, per esempio. Quindi questo tipo di conoscenza è molto particolare perché: - non si applica ad un oggetto, ma ad un flusso interattivo; - non appartiene ad un soggetto, ma ad un flusso; - non procede per mezzo di astrazioni, ma la acquisiamo con procedimento continuo: non si impara rendendosi conto di ciò che si è appreso ma essendone trasformati;  

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- non mira a cercare una verità assoluta, bensì ad impadronirsi di un’evoluzione per anticiparla; - etc. Quando impariamo tramite l’esperienza, impariamo a saper essere parte della  “grande danza della vita” (Edward Hall), a saper reagire nel modo più appropriato a tutte le sollecitazioni che vengono da noi stessi o dall’esterno in ogni momento, impariamo a solcare i sempre mutevoli mari della vita. Ci familiarizziamo così con ciò che i Cinesi chiamano “il processo”, essendo in grado di afferrarne per meglio prevederlo. Questo l’interna processocoerenza di apprendimento ha luogo nell’eterno presente dell’esperienza. Viene innescato dall’interazione. Se non è attivato dall’interazione, dallo scambio di informazioni, dal flusso comunicativo, rimane silente. Conoscenza riflessiva

La faccenda si complica quando si parla di esseri umani perché, come Bateson sottolinea, gli umani sono in relazione con il loro ambiente anche per il tramite della consapevolezza. L’uomo ha la capacità di sapere che sa. Non so quando è apparsa la consapevolezza (può darsi che sia perché una volta, nel giardino dell’Eden, Eva mangiò una mela….) né se i due tipi di conoscenza abbiano una volta funzionato armoniosamente, ma sembra che, da allora, abbiamo sempre avuto il rimpianto della oscura. perdutaSiunione. La questione è ancora tratta forse di un tipo di conoscenza che deriva da quella processuale? Ad ogni buon conto sembra proprio che il modo in cui deriva dall’esperienza dipenda prevalentemente dalle nostre premesse culturali, in particolar modo dal nostro linguaggio. Sappiamo che la lingua digitalizza il processo continuo dell’esperienza. Isola cose ed azioni, definisce classi di azioni e di oggetti, astraendole da aspetti simili di elementi diversi. Il linguaggio ci permette di prendere distanza dall’esperienza – le parole sono usate per le cose – crea un mondo virtuale che ha qualità, caratteristiche diverse dal mondo del processo. Il modo di farlo è diverso fra una cultura e l’altra, ma è importante perché orienta il nostro modo di capire il mondo e anche di guardarlo. E’ il regno delle nostre epistemologie con la lettera minuscola, come diceva Bateson, quello delle nostre personali teorie del mondo. Dal momento che impariamo anche a legare i diversi elementi del linguaggio, a stabilire sequenze causali, a derivare “a” da “b”, inventiamo diversi tipi di logica, come dice Giorgio Nardone, per trovare nuovi significati, per capire come vanno le cose, come funziona la vita. Ora, come ho detto prima, la nostra cultura e i nostri linguaggi non prendono in considerazione le relazioni e si basano prevalentemente su una logica lineare per spiegare il mondo. Scindono l’osservatore dall’osservato, inventano un  “soggetto me” che è l’osservatore avulso dalla circolarità interazionale: il linguaggio considera solo un termine dell’interazione. Naturalmente, questa consapevolezza riflessiva ha anche del meraviglioso: ci permette di parlare di cose e persone che non ci sono, di scambiarci impressioni su esperienze, di ricordare il passato, di prepararci per il futuro. E’ magico che noi riusciamo a far piangere o ridere gli altri con le parole. Le parole sono usate per le cose, naturalmente, e dobbiamo ricordarci che la mappa non è il territorio, ma sappiamo bene che non sempre seguiamo il consiglio. Sappiamo inventare “realtà  

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astratte” come felicità, bene e male, obiettività, malattia mentale, sicurezza totale, ed altre, e poi cerchiamo di ritrovarle nel mondo processuale. Possiamo costruire ideali personali ai quali cerchiamo di corrispondere, costruiamo l’immagine di un uomo indipendente dal suo contesto, un uomo capace di controllare completamente se stesso e il suo ambiente. Costruiamo un io, un’entità virtuale con la quale ci identifichiamo. “Penso, dunque sono”, come diceva Cartesio. Quando i due tipi di conoscenza si corrispondono, l’uomo si sente in pace. Bateson suggeriva di riconsiderare le nostre premesse le basi della nostra ma conoscenza riflessiva – per avvicinarle al modo in cui– funziona la natura, molto spesso non lo facciamo. Sperimentiamo qualcosa, sentiamo che non coincide con le nostre costruzioni riflessive, allora decidiamo di controllarci, di correggere l’esperienza, di riempire la frattura fra quello che sentiamo e quello che dovremmo sentire. Ci osserviamo e ci analizziamo: uno cerca di dormire, un altro di non aver paura, una terza persona di avere un’erezione, o un orgasmo, l’altra si forza di essere ottimista e così via. Gli esempi sono molti, specialmente negli studi di terapia, ma la questione riguarda tutti. Il dualismo è molto diffuso nella nostra cultura. L’interesse di questa duplice visione dell’uomo

Vi racconterò questodi punto come inquesta distinzione mi hainaiutato a dar forma al mio alavoro terapeuta, particolare nel modo cui conduco l’intervista strategica. In generale, un problema è il risultato di un lotta fra l’obiettivo riflessivo e lo stimolo processuale. Cercherò di descrivervi qualche altra caratteristica di questo mondo riflessivo che penso possa aiutarvi nel far terapia, particolarmente nel fare ristrutturazioni: - Il tempo è diverso dal concetto che noi ne abbiamo: il processo è una forma di eterno presente, senza passato o futuro: c’è solo ciò che è; - Niente è permanente; la trasformazione e il cambiamento sono continui. La vita è un flusso e per adattarvisi la cosa migliore è essere flessibili; - Non ci possono essere “problemi” nel processo, soltanto evoluzioni più o meno importanti, più o meno dolorose per gli esseri umani. Persino la morte è necessaria perché fa posto all’innovazione; - Il comportamento di una parte del processo è controllata dall’insieme; quindi un individuo non può controllare il funzionamento del tutto (è pertanto impossibile prevedere con certezza – per esempio – l’evoluzione di un rapporto); - Ogni struttura resiste a pressioni interne ed esterne mediante regolazioni omeostatiche; lontani dal proprio punto d’equilibrio, i sistemi possono creare strutture più complesse; - Nel processo, tutto è positivo; non possiamo negare ciò che è, a meno che non siamo pronti ad alienare parte della nostra esperienza, parte di noi stessi; - etc. Come sapete, in terapia breve siamo alla ricerca delle tentate soluzioni dei pazienti, cerchiamo cioè di conoscere quella parte del processo che il paziente non riesce a regolare efficacemente perché il modo in cui lo fa genera soffe 

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renza e dolore. Indaghiamo anche su quale sia la realtà costruita dal paziente, che mantiene e rinforza le sue tentate soluzioni. Il terapeuta strategico porrà domande su come il paziente gestisce le situazioni nella sua vita di tutti i giorni, nel processo. Non parlerà molto dei conflitti interiori o dei dilemmi esistenziali del paziente che scaturiscono dalla sua attività riflessiva. Lo scopo è aiutare il paziente a continuare a vivere la propria vita, ed essere in grado di gestire le interazioni fra lui e l’ambiente, più che dotarlo di strumenti analitici. Un nuovo approccio nello studio delle determinanti del comportamento umano

Cosa determina il comportamento umano? L’uomo è capace di decidere cosa vuole fare? È capace di fare scelte consapevoli? co nsapevoli? E come? E’ in grado di decidere di cambiare quando qualcosa non va nella sua vita? Nella tradizione occidentale, causa ultima ed unica del comportamento è l’interiorità dell’individuo; seguendo il punto di vista religioso – Dio è rappresentato come un uomo – l’uomo può scegliere di essere buono o cattivo. La filosofia occidentale è percorsa dall’idea che l’uomo sappia capire cosa succede e decidere di reagire volontariamente nel “migliore dei modi possibili”. La forza di volontà aiuta ad agire. Voglio muovermi, quindi mi muovo! Ma, mentre tutti decidere di di alzarci, di prendere un dibicchiere d’acqua, non sappiamo è altrettanto facile decidere essereo felici, di liberarsi una fobia, di smettere di fumare o di assumere droghe. Incidentalmente, anni fa, mentre ero a Palo Alto, ricordo che Nancy Regan aveva trovato la soluzione al problema della dipendenza dalla droga: si trattava semplicemente di dire “NO”. Quindi vi raccomando di fare altrettanto: dite no alla tristezza, alla paura, alle fobie, alla paranoia, alla schizofrenia… Naturalmente, marxisti e freudiani lo sapevano che non era così facile, ed hanno inventato altre entità intrapsichiche per risolvere il problema: Freud ha inventato l’“Io”, una sorta di referente in grado di controllare sia gli impulsi dell’ “Es”che la pressione morale del “Super-Io” una sorta di padre interiore. La psicologia individuale non tiene conto degli aspetti relazionali del comportamento. Come Bateson chiarì, ogni messaggio ha due aspetti: quello di contenuto, cioè la parte informativa e l’aspetto di comando, cioè l’incitamento a reagire, l’aspetto ingiuntivo di ogni messaggio. La maggior parte delle terapie tradizionali si concentra sui contenuti verbali dei messaggi, sul significato Quando si adotta un’epistemologia interazionale si è interessati a chiedersi che cosa, nell’ambiente, provoca il problema. E, come terapeuti, a chiedersi quale contesto potrebbe indurre un altro comportamento, quale contesto può portare il paziente a vivere un altro tipo di esperienza, ad esempio un’ “esperienza emozionale correttiva”. Il saggio è uno stratega

Come conclusione, voglio dirvi qualcosa sulla strategia e sul suo uso da parte del terapeuta. L’uso della strategia è molto differente in un’ottica individuale o in una relazionale. Nella nostra tradizione culturale, chi non dice quello che pensa è un manipolatore, un bugiardo.  

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Non importa se ne scaturiscano conseguenze positive o negative per gli altri, si è tenuti a dire la verità, nient’altro che la verità! In Cina, invece, “Il saggio è uno stratega”. Il terapeuta strategico deve usare tutti i mezzi più efficaci per far migliorare il paziente. Ed indurre qualcuno a cambiare può essere molto diverso dal dirgli di farlo. Il sistema cinese di vincere le battaglie è di vincerle prima che esse comincino. Per farlo, bisogna essere in grado di valutare quello che i cinesi chiamano il “potenziale della situazione”, che significa impregnarsi della logica del processo, della sua coerenza interna, e riuscire a dirigerlaconsiste lungo i nel percorsi più facili. In Cina, il concetto di  “potenziale della situazione” conoscere: - la topologia del campo di battaglia. Per esempio, se ci sono paludi o valloni, per sapere dove piazzare i soldati nel modo più strategico; - il morale del nemico, le sue abitudini, debolezze e forze, il momento migliore di cominciare la battaglia, ecc. Possiamo trasferire questi concetti nel nostro campo, dove la battaglia è contro il problema del paziente. È allora interessante conoscere: - i diversi protagonisti e le dinamiche nei loro rapporti. Chi è toccato dal problema, chi sta cercando di risolverlo? Ciò permette al terapeuta di attaccare il problema da angolazioni diverse. Questo può essere di grande aiuto per risolvere problemi complessi quali l’anoressia, situazioni di doppio legame, depressioni dove tutto il resto della famiglia cerca di “aiutare” il paziente. - attraverso Il linguaggio paziente e la logica riflessiva che in lui mantiene il problema le del tentate soluzioni. - Le situazioni di blocco tipo “tutto tranne questo”, ad esempio tutto farei tranne divorziare, perché ho sofferto troppo del divorzio dei miei. “Tutto tranne che entrare in conflitto.” - Le posizioni rigide, tipo i principi ideologici o religiosi, etc. - La posizione del paziente, secondo la definizione data dal M.R.I. - La motivazione al cambiamento da parte del paziente, in modo tale da rispettare e usare il suo ritmo. - Etc. Più si è presenti all’esperienza, più si è nel processo, più si è in contatto con il mondo. Questa posizione è molto diversa da quella abituale negli approcci occidentali, secondo la quale l’uomo deve rivolgersi al suo interno per trovare le verità finali ed assolute necessarie per fare delle buone scelte. Al contrario, un’intervista strategica condurrà il paziente a guardare fuori, a vedere cosa succede intorno a lui, ad essere consapevole dei diversi aspetti della situazione per reagirvi efficacemente. I Cinesi dicono: “il saggio passa tutta la vita ad occuparsi del mondo, quindi non ha mai un giorno di preoccupazione”. Quando si è consapevoli della coerenza del processo, delle sue tendenze, si è pienamente nel presente e si può reagire nel modo giusto al momento giusto, e non ci si deve preoccupare dopo. Spero che questi quattro giorni ci aiuteranno ad essere pienamente consapevoli del processo della vita e ad essere maggiormente in grado di aiutare i nostri pazienti.

 

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Parte-del-mondo: la posizione di Heinz von Foerster Parte-del-mondo: Monika Bröcker Adlerstrasse 19 22305 Hamburg [email protected] Abstract

Tra i tanti campi su cui ebbe influenza (apprendimento, insegnamento, management, etc.) Heinz von Foerster influenzò enormemente lo sviluppo della terapia sistemica familiare. Paul Watzlawick, ad esempio, fu molto influenzato dal pensiero di von Foerster e nei suoi scritti di terapia familiare e di filosofia ha fatto molto riferimento alle sue idee, particolarmente al costruttivismo, alla comunicazione e alla cibernetica di secondo ordine. A tutt’oggi molti terapeuti familiari fanno riferimento alle scoperte di Heinz von Foerster. Questo articolo vuole gettare luce sulla posizione di Heinz von Foerster nel mondo della terapia.

Ritengo che la maggior parte di voi conosca o abbia almeno sentito parlare di Heinz von Foerster e che concordiate con me sulla difficoltà di descriverne la figura. Egli si definiva come un “senza disciplina”. Con questa ambigua definizione da un lato voleva dire che non faceva parte di nessuna disciplina accademica, essendo transdisciplinare, dall’altro che non era interessato ai concetti tradizionali, convenzionali, o ortodossi e alle nozioni precostituite. Al contrario amava girare intorno alle cose, entrarci e uscirci, da sopra so pra e da sotto. Heinz von Foerster nacque a Vienna nel 1911. Inizialmente fisico e matematico, divenne successivamentee un pensatore autorevole nei campi della cibernetica, dell’autorganizzazione della sistemica. Si considerava un sistemico più che uno scienziato e infatti tracciò una distinzione tra la sistemica e la scienza. Il termine “scienza” viene dal latino “scientia” che contiene la radice indo-europea “skei”: questa radice si riferisce ad attività come “separare”, “distinguere”, “prendere da parte”. Tra le parole derivate dalla radice “skei” troviamo termini come “scisma” o “schizofrenia” e, come amava far notare Heinz, anche il termine “schifo” (ingl. shit), qualcosa da cui ci si vuol separare. E come ho anticipato, la parola “scienza” deriva da questa radice perché si riferisce al tracciare distinzioni tra le cose. Tradizionalmente nella scienza ci si focalizza sui dettagli e sui dettagli dei dettagli. Ciò prende il nome di riduzionismo. Si riduce un problema complicato separandone le parti. La cosa bella del riduzionismo è che ha sempre una soluzione. Si continua a separare le parti fino a che non si comprende l’intero. Tuttavia, e sfortunatamente, il riduzionismo non porta mai ad una reale comprensione dell’intero. Le connessioni e le interrelazioni, sempre più separate, vengono infine perse. Come si inserisce in tutto ciò la sistemica? Ai concetti di “separare”, “distinguere”, “prendere da parte” Heinz von Foerster propose di sostituire i termini complementari di “mettere insieme”, “unificare”, “identificare”. Questi termini di “unificazione” hanno una comune radice greca, “hen”, da cui “un”, “sin”,  “sim”, che ci riporta al significato di “uno”; pensiamo a termini come “simpatia”, “sinfonia”, “sintesi”, “empatia”. Da qui nasce la parola “sistema”. Un sistema è qualcosa che noi mettiamo insieme. Heinz von Foerster propose di utilizzare il termine “sistemico” come una struttura di pensiero complementare al pensiero scientifico che, attraverso il mettere insieme, attraverso la sincronizzazione e la creazione di sintonia a partire da differenti punti di vista, apre un nuovo orizzonte non raggiungibile dal riduzionismo, la prospettiva sistemica.  

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Tra i tanti campi su cui ebbe influenza (apprendimento, insegnamento, management, etc.) Heinz von Foerster influenzò enormemente lo sviluppo della terapia sistemica familiare. Paul Watzlawick, ad esempio, fu molto influenzato dal pensiero di von Foerster e nei suoi scritti di terapia familiare e di filosofia ha fatto molto riferimento alle sue idee, particolarmente al costruttivismo, alla comunicazione e alla cibernetica di secondo ordine. A tutt’oggi molti terapeuti familiari fanno riferimento alle scoperte di Heinz von Foerster. Heinz von Foerster è morto a 90 anni nell’ottobre del 2002 ma la sua eredità è viva continuerà ad influire prospettiva e su molti altriun campi. Io lo econobbi la prima volta a sulla Berlino nel 1997,sistemica dove stava conducendo ciclo di seminari. Alla fine del suo ultimo seminario proiettò una diapositiva in cui mostrava la sua casa di Pescadero (California) dove si era trasferito dal 1975 dopo essersi ritirato dall’università dell’Illinois. Mi disse: “Se il caso ti dovesse portare dalle parti di San Francisco, vieni a trovare me e mia moglie May per una tazza di tè e una fetta di torta all’albicocca”. Pensai che fosse un invito veramente gentile. E poiché ero già non solo in cerca di una scusa per trasferirmi in California ma anche affascinata dalla Terapia Breve, decisi di visitare il Mental Research Institute (M.R.I.) di Palo Alto e di andare a trovare Heinz. Dal 1998 al 2002 frequentai il Centro di Terapia Breve del M.R.I. e lavorai a stretto contatto con Heinz. Nel 2002 completammo un libro che racchiudeva un lavoro di 4 anni. Il libro tratta della sua etica, del suo panorama intellettuale e della sua autobiografia. intitola “Parte del (Partche of the Word). essenVorrei sottolineare alcuni puntiSichiave contenuti in mondo” questo libro considero ziali per dare un’idea del punto di vista di Heinz sull’etica, e che potrebbero essere rilevanti anche in chiave terapeutica. Come ho detto, il libro riguarda l’etica; la posizione di Heinz von Foerster è che si considerava come parte-del-mondo. La metafisica era per lui molto importante. Affermava che l’attività metafisica era l’attività che ci permetteva di affrontare le questioni indecidibili per principio: “Possiamo prendere una decisione solo sulle questioni indecidibili. Su tutte le questioni decidibili è già stata data una risposta. Ad esempio, alla domanda, 2 per 2 fa 4 o 5?, può essere data una risposta perché sono state accettate le regole della matematica”. C’è libertà di scelta quando si può rispondere ad una questione per principio indecidibile. Con la libertà di scelta nasce il bisogno di prendersi la responsabilità delle proprie azioni. L’esempio da Heinz preferito di domanda indecidibile era il seguente: “Sono a parte dall’universo o sono parte dell’universo?”. Risposta numero uno: sono a parte dall’universo. Heinz chiamava questa posizione la posizione dello spioncino. Possiamo immaginarla così: da una parte c’è il mondo, dall’altra c’è un osservatore che è distaccato dal mondo e guarda attraverso uno spioncino dicendoci cosa vede. Potrebbe dirci: “Sono fuori dal mondo e da questa posizione osservo le cose che accadono non influenzate dalla mia posizione, dalle mie preferenze, dai miei desideri e dalle mie insofferenze”. Questa posizione sottolinea l’idea di oggettività, affermando che le caratteristiche dell’osservatore non dovrebbero entrare nella descrizione dell’osservazione. Questa idea di oggettività è predominate nella visione scientifica del mondo e nel mondo accademico. Ernst von Glasersfeld ama citare Heinz von Foerster con questa definizione: “L’oggettività è l’illusione che si possano fare osservazioni in assenza di un osservatore”.  

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Risposta numero due: sono parte dell’universo. Questo osservatore potrebbe dire: “Qualsiasi cosa io faccia, lo faccio nel mondo, e qualsiasi cosa il mondo faccia, avviene su di me”. Questa è la posizione che Heinz adottò su se stesso:  “Sono parte del mondo. Quando io cambio, l’universo stesso cambia perché sono parte dell’universo”. La domanda principale che mi ponevo quando iniziai a lavorare con Heinz von Foerster era come fosse arrivato alla conclusione di considerarsi parte del mondo. Volevo sapere da dove derivava tale posizione e in che modo la avesse derivata dalla cibernetica e dalla teoria dei sistemi. Gli chiesi esplicitamente: dove deriva tua posizione?”. La mia idea era quella di dare a questa“Da posizione etica unlafondamento, una base scientifica, e arricchirla di contenuto. Volevo cioè sostenerla con una base teoretica, forse per giustificarla o difenderla. All’inizio sembrò che Heinz volesse glissare la mia domanda ma dopo le dopo le mie insistenti sollecitazioni mi diede una risposta. Fu una risposta per me sorprendente. Questa posizione non può essere derivata da nessuna teoria, mi disse, poiché era una posizione di principio che egli aveva assunto per se stesso. E quindi, era all’inizio di tutto il resto. Era l’opposto di quello che mi aspettavo. Pensavo che questa posizione avesse le proprie basi nell’idea che tutto nell’universo è interconnesso, che c’è una interdipendenza, una natura sistemica, una unicità dei processi di cambiamento individuali e di tutte le cose dell’universo. Era ciò che avevo capito di Gregory Bateson e della sua idea di una “struttura che connette”. Heinz mi rispose: “Sono convinto che senon avessi l’opportunità di parlare conMa Gregory Bateson e gli dicessi: “Gregory, abbiamo forse entrambi la stessa posizione?”, lui forse mi risponderebbe: “Sì Heinz, questa è una conseguenza”. Ed io a mia volta: “Gregory, per me questo è l’inizio. La tua idea di una struttura che connette e di concetti simili deriva da una tua posizione centrale che consiste nel non voler separare te stesso da tutti noi e dal cosmo; ma nel voler invece considerarti come co me parte del mondo”. Anche se accettai la sua risposta di non poter derivare la sua posizione da qualcos’altro, continuai a chiedermi come ci fosse giunto. E lui mi rispose: “Se dovessi far risalire questo principio a qualcosa, lo potrei solo collegare alla mia vita personale, alla mia biografia e alle mie personali esperienze”. Nel nostro libro quindi, ci prefiggemmo di raccontare lo sviluppo di questa posizione a partire dalle personali esperienze autobiografiche di Heinz. Non posso in questo contesto raccontarvi l’intero libro; farò però due esempi che ritengo particolarmente esemplificativi. Il primo è un esempio tratto dalla giovinezza di Heinz. Da ragazzo aveva un libro che conteneva una favola di Krylof. La favola narrava di un vecchio eremita che viveva in una caverna nella foresta e di un orso. La storia è questa: l’eremita incontrò un orso che era stato punto da un’ape e lo medicò. Riconoscente, l’orso gli chiese di poter diventare il suo guardiano. L’eremita accettò entusiasticamente e invitò l’orso nella sua caverna trattandolo con molta ospitalità. I due passarono del tempo insieme bevendo e fumando amichevolmente. Poi un giorno, facendo molto caldo, l’eremita si addormentò e l’orso si mise a guardia del suo riposo scacciando le mosche che gli ronzavano intorno. Ma ce n’era una particolarmente fastidiosa che ripetutamente ritornava all’attacco e ad un certo punto si posò sul naso dell’eremita. “Ora ti prenderò sicuramente” disse l’orso, e assestò un violento colpo sulla faccia dell’eremita, che in effetti uccise la mosca, ma che gli procurò anche un grosso livido. A quel  

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punto l’eremita si svegliò e in preda ad una collera furente si scagliò contro l’orso cacciandolo dalla grotta. L’eremita visse poi felice e contento per il resto della sua vita, da solo. Heinz fu molto scosso da questa storia e si disse che l’eremita non si era comportato bene perché l’orso aveva fatto quell’azione mosso solo da buone intenzioni. Per il resto della sua s ua vita Heinz adottò il principio che le conseguenze non dovevano mai gettar ombre sulle buone intenzioni. Le buone intenzioni sono importantissime. Heinz si rese conto solo più tardi che non è sempre così, non potendo le conseguenze delle enostre azioni e vivendo in sistemi simbolici noi cheprevedere per principio sono imprevedibili non analizzabili. Il secondo esempio riguarda l’influenza che ebbero i filosofi del circolo di Vienna sullo sviluppo delle idee di Heinz. Il circolo di Vienna riformulò la tradizionale definizione di assioma secondo cui un assioma non richiede mai una verifica e non può essere messo alla prova. I filosofi del circolo di Vienna definivano gli assiomi come regole del gioco, regole che venivano poste all’inizio e che poi venivano seguite. Questa definizione si conforma bene all’etimo della parola “assioma”. La parola deriva dal latino “axioma” che può essere tradotto come “qualcosa considerato molto importante”. A ritroso, l’etimo ci porta al verbo greco “axiòein” che vuol dire “apprezzare”, dalla radice “axios”: importante, degno, meritevole, e anche idoneo, adatto, adeguato. Un assioma è quindi definibile come una opinione che gode di rispetto in quanto meritevole, adatta. attendibile in quanto apprezzata. questo senso, Tutto Heinz ciò “apprezzava” il Èsuo sentirsi parte-del-mondo ma nonInpoteva provarlo. mi ricorda una distinzione che amava fare. La parola tedesca “wahrheit” o quella italiana “verità” derivano dalla parola latina “veritas”. Significa “qualcosa che può essere verificata o provata”, qualcosa che si può comparare con ciò che esiste “realmente”. Al contrario, la parola inglese per “veritas” è “truth” (it. verità), ed è più collegata al significato di “fiducia” (ingl. trust). La radice di entrambi i termini riporta a qualcosa che non ha bisogno di essere verificato:  “credo che ciò che dici sia vero; ho fiducia in te”. Torniamo agli assiomi del circolo di Vienna. Attraverso la negazione di un assioma si genera un nuovo mondo. C’è una frase di Wittgenstein che recita così:  “Disegniamo immagini del mondo”. Heinz von Foerster contrappone a questa un’altra frase: “Disegniamo il mondo a partire da un’immagine”. Questa inversione crea una nuova realtà. La realtà che deriva dalla negazione della proposizione di Wittgenstein è il costruttivismo, che è la posizione epistemologica per cui noi costruiamo la nostra realtà. La prospettiva costruttivista è diametralmente opposta a quella di un mondo “che esiste”, cioè alla posizione ontologica. Ero anche interessata a quali applicazioni potessero derivare dal punto di vista di Heinz. Quali applicazioni per la terapia, per il management, per l’apprendimento, per l’insegnamento, etc. La sua risposta a questo interrogativo fu per me molto interessante. Mi rispose che derivare conseguenze faceva parte di un punto di vista ormai obsoleto, il vecchio tipo di ragionamento lineare per cui da A deriva B, da B poi C, e da C poi D. Mi rispose che non poteva tracciare nessuna conseguenza perché si trattava di un tutt’uno, una unità. Le cosiddette conseguenze sono già parte della sua posizione. Sono implicazioni. È ciò che è già implicito nella posizione. I concetti delle teorie sistemiche, cibernetiche, della terapia, del management, etc., sono illustrazioni, non conse 

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guenze. Egli mi disse: “Tu, il passato, il presente e il futuro siete una singola unicità da cui non si può, né si dovrebbe, distaccarsi. Dunque, quali sono le implicazioni della prospettiva “parte del mondo”?. Quali significati veicola? Ciò che di più impressionava Heinz della sua posizione di “parte del mondo” era la sorprendente vicinanza dei suoi pensieri alla filosofia taoista. Come nella posizione di “parte del mondo”, nella filosofia taoista l’idea di armonica globalità è fondamentale. È l’idea della trasformazione di qualcosa in qualcos’altro e viceversa. Un’altra similitudine è nel fatto che sono sia laentrambe Via (cin. Tao) che l’etica non possono essere articolate linguisticamente, implicite. Chi chiede cos’è il Tao mai lo comprenderà, e chi risponde a questa domanda non lo ha mai compreso. Il saggio Chuang-Tzu diceva: “Chi risponde alla domanda su cos’è il Tao non lo conosce. Chi sente parlare del Tao non lo ascolta. Sul Tao non ci sono domande e non ci sono risposte”. Rispetto all’etica Heinz amava citare Wittgenstein: “E’ chiaro che l’etica non può essere espressa (ingl. articulated)”. Vorrei quindi ora velocemente parlare della distinzione che Heinz faceva tra etica e tica e morale. Era per lui importante che le due fossero tenute chiaramente distinte. La morale, come faceva notare Heinz, ha due aspetti: il primo è che ogni asserzione, ogni regola, ogni legge è diretta verso l’altro. Nella morale qualcuno dice ad un altro come si dovrebbe comportare. È la posizione del “tu dovresti”. Il secondo aspetto consiste nel fatto che le autorità che postulano le leggi soggette a queste leggi. L’indipendenza dei legislatori dalle leggi da non loro sono promulgate origina dal tentativo di forzare all’obbedienza delle leggi attraverso minacce e punizioni. La morale si richiama ad un sistema di premi e punizioni. E in un tale sistema, ogni azione diventa un transazione finanziaria (ingl. business). Le leggi della morale limitano la libertà di azione delle persone. E quando non c’è libertà non si devono prendere decisioni. Quando non si prendono decisioni non si ha responsabilità e ci si può scusare per l’azione fatta: “Non avevo altra scelta. Sono stato obbligato. Non volevo farlo”. L’etica invece, come ci insegna la dialettica metafisica, implica un decisione di fondo. L’etica non prevede linee guida. Non c’è un “dovresti”. Ci può solo essere un “potresti”. L’etica non prevede “giusto” e “sbagliato”, o “vero” e  “falso”, o “buono” e “cattivo”. Heinz amava dire: “Il buono e il cattivo sono una trappola semantica”. “Buono” e “cattivo” riguardano la semantica o il dominio linguistico del linguaggio. Non riguardano niente che sia lì fuori buono o cattivo indipendentemente da te. Tu decidi cosa è buono o cattivo. Tu pensi che sia buono o cattivo come se fosse buono o cattivo. Il bene e il male introducono un relativismo in cui tutte le relazioni scompaiono. Dal punto di vista di un individuo una cosa è buona, per un altro è cattiva. Questo è il problema della verità. Heinz amava dire: “La verità è l’invenzione del bugiardo”. Al posto della verità ci può essere la fiducia. E come abbiamo detto, il problema della verità scompare quando si ha fiducia. La fiducia si mostra quando non si ha bisogno di dimostrare la verità o meno di un’asserzione. E secondo Heinz, la fiducia è il principale problema delle relazioni. Egli definiva l’etica come la condotta per cui si diventa responsabili delle proprie azioni. E citava ciò che avrebbe detto Wittgenstein: “Il premio e la punizione dovrebbero essere insite all’azione stessa”. Ne consegue che “devo vivere nel mondo da me creato in un modo o nell’altro. In questo mondo, sta a me decidere se sognare o avere gli incubi”. E come li 

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nea di condotta per se stesso Heinz introdusse il suo Imperativo Etico: “Agisci sempre aumentando le alternative di scelta”. sce lta”. Quali sono le implicazioni per la terapia? Heinz sostenne che la sua posizione fornisce essenzialmente due intuizioni ai terapeuti. La prima la presentò nel 1983 ad un congresso del Mental Research Institute. il congresso era intitolato  “Mappe della mente - Mappe del mondo”. Heinz He inz iniziò la su suaa presentazione con le seguenti parole:”Ho il sospetto che il titolo della conferenza sia ispirato dal noto aforisma di Alfred Korzybski per cui “La mappa non è il territorio”. L’idea alla base di concetto è stata spesso utilizzata per distinguere uno schizofrenico da questo uno che non lo è. Gli schizofrenici apparentemente confondono la mappa con il territorio considerando il simbolo come l’oggetto. Ad esempio, potrebbero mangiare il menù perché su di esso c’è scritto “carne” o “dessert”. Signore e signori, sono contento che siate seduti, perché sto per dirvi il teorema di Heinz von Foerster, “La mappa è il territorio”, poiché non possediamo niente altro che mappe. Abbiamo solo immagini o presentazioni, non vorrei dire ra-ppresentazioni, che tra di noi abbelliamo con il linguaggio. Ma se volessimo enunciare questo teorema in un modo epistemologicamente corretto dovremmo dire: “La mappa della mappa non è la mappa del territorio”. Possediamo solo mappe, e non sappiamo nulla del territorio. Conosciamo solo la mappa del territorio e conosciamo la mappa della mappa e sappiamo che le due non sono la stessa cosa. Ma la mappa è sempre il territorio perché non abbiamo niente altro che essa.” Questa idea della mappa e del territorio mi ricorda la frase che Heinz contrapponeva a Wittgenstein: “Creiamo il mondo da una immagine”. La seconda intuizione per la terapia è la seguente: molti terapeuti provano a sviluppare teorie, teorie della terapia o teorie della mente o cose simili. Heinz mise sempre in guardia i terapeuti dallo sviluppare delle teorie. Ci ricordava ciò che affermava Karl Popper, che una teoria non è accettabile se non è falsificabile. Popper notò come fosse semplice trovare supporto ad una teoria, ma anche come fosse necessaria una sola prova contraria per farla decadere. Se un terapeuta volesse falsificare la sua teoria di terapia, dovrebbe sottoporre i suoi pazienti e clienti a molte sperimentazioni. Questo, secondo Heinz, non è etico, poiché i clienti arrivano dal terapeuta per essere aiutati e non per diventare strumenti del terapeuta. Quindi secondo Heinz un terapeuta non dovrebbe mai dire: “Ora farò esperimenti sulla mia teoria e vedrò se è sbagliata”. Al contrario, egli dovrebbe avere una sua posizione interna, una intima convinzione, che lo porti a dire: “Questo potrebbe essere di aiuto”. Naturalmente non ne potrà mai essere completamente sicuro. Se non funziona potrebbe avere l’intuizione  “ho fatto qualcosa di sbagliato”, rifletterci e provare qualcosa di differente. Quindi egli deve fare non solo quello in cui crede, ma deve anche osservarne gli effetti. C’è un altro concetto che Heinz mi trasmise e che considero importante per la terapia. È il concetto di cambiamento. Egli diceva: “Ciò che vorrei dire riguardo al cambiamento è che esso avviene essenzialmente nel dominio della descrizione. La descrizione di uno stato e una diversa descrizione di esso, differiscono, e questa differenza io la considero un cambiamento. Il cambiamento non avviene dove si crede che avvenga ma dove lo si descrive. Nel mio gioco, il cambiamento è un problema di descrizioni”. Il problema è: X è cambiato o è cambiata la mia descrizione di X. Se non si accetta la posizione che il cambia 

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mento avviene nella descrizione, si generano riduzioni e paradossi perché non posso affermare che X è non X. Heinz adottò la posizione che il cambiamento avviene nel dominio della descrizione.

 

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SEZIONE II: Modelli applicati Terapia centrata sull’interazione. L’eredità di Don Jackson Wendel A. Ray Mental Research Institute, Palo Alto, CA., Marriage and Family Therapy at The University of Louisiana at Monroe [email protected] Abstract

Don D. Jackson è stato uno dei più prolifici pionieri degli esordi della terapia familiare e della terapia breve, colui che ha letteralmente fondato la disciplina. Il lavoro pionieristico svolto negli anni ’50 e ’60 da Jackson e dai suoi colleghi, prima nell’ambito dei progetti di ricerca di Bateson e poi al Mental M ental Research Institute, permea la maggioranza degli d egli attuali approcci sistemici alla terapia: dal Modello della Terapia Breve sviluppata dopo la morte di Jackson al M.R.I., al lavoro strategico di Jay Haley e Cloe Madanes, dal modello strutturale sviluppato da Salvador Minuchin, al lavoro della Scuola di Milano e alla terapia breve centrata sulla soluzione di Steve de Shazer. L’autore ripercorre la carriera di Jackson, stroncata a soli 48 anni da una morte tragica e inaspettata, attraverso i suoi successi e i contributi dati alla fondazione della Teoria Interazionale e la sua applicazione clinica al settore della Terapia Breve e Familiare. Il modello cibernetico e le nozioni di base circa i sistemi, il costruttivismo sociale, parlare il linguaggio del cliente, utilizzare domande circolari, prescrivere comportamenti, tutti questi sono solo una parte delle modalità attraverso cui Jackson ha influenzato l’attuale lavoro di gran parte dei modelli di terapia familiare e breve. Come cemento che tiene insieme i mattoni, i contributi di Jackson continuano ad essere l’elemento di coesione che lega molti degli attuali orientamenti sistemici unadi testimonianza delladalla vitalità, del coraggio e della lungimirante visione di Don D. Jackson a–più trentacinque anni sua scomparsa. Che influenza ha avuto Don Jackson sulla terapia familiare? Che ruolo ha avuto Watts nella costruzione del motore a vapore? L’ha inventato. Altri hanno raffinato il motore a vapore rendendolo un macchinario migliore e più efficiente. Direi che lo stesso vale per Don e la terapia familiare: D. Jackson ha fondato una disciplina. Altri, poi, l’hanno rifinita. Richard Fisch, M.D. Fondatore e Direttore Centro di Terapia Breve, MRI

Se il dottor Don D. Jackson fosse ancora vivo sarebbe un personaggio noto ma controverso. Questa era la situazione anche quando svolgeva il suo lavoro: era un purista dei sistemi ed è difficile che i puristi di ogni tipo, almeno nel campo degli studi sulla famiglia, vadano di moda, piuttosto sono controversi. In questa epoca di compromessi, dove “integrazione” è la parola più in voga nel settore della familiare e leesclusivamente sovvenzioni delle case dai farmaceutiche non sono riuscite adterapia eliminare le terapie verbali programmi di formazione psichiatrici, è difficile trovare sostenitori di approcci puramente relazionali. C’è stato un momento, però, non molto tempo fa, in cui erano in molti, nell’ambito delle scienze comportamentali, a pendere dalle labbra di Don Jackson. La sua tragica e inaspettata morte nel gennaio del 1968, quando aveva 48 anni, stordì il settore emergente della terapia familiare e gli effetti di questa perdita continuano a riverberarsi nell’ambito di questa disciplina. E’ mia personale convinzione che il graduale allontanamento dalle solide basi che le teorie e le terapie familiari affondavano nella teoria dei sistemi e della comunicazione iniziò poco dopo che l’eloquente e persuasiva voce di Jackson fu inghiottita dal silenzio. Chi era Jackson e perché chi applica la terapia familiare breve oggi trova tanto interessante il suo lavoro? Jackson era uno dei più prolifici pionieri degli esordi della terapia familiare e della terapia breve. Era un terapeuta geniale – una di  

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quelle rare persone capaci di produrre cambiamenti duraturi in una famiglia, spesso con una sola o poche sedute. Jackson viene ricordato per i suoi contributi alle teorie sulle famiglie: l’omeostasi familiare, le regole familiari, il quid pro quo coniugale e il concetto di doppio legame, elaborato insieme agli storici collaboratori Gregory Bateson, Jay Haley e John Weakland. Nel corso di una carriera durata appena 24 anni, i successi raggiunti da Jackson sono stati semplicemente stupefacenti. Autore o co-autore di più di 130 articoli e sette libri, Jackson ha vinto praticamente ogni possibile premio nel campo della psichiatria: premio Freida Fromm-Reichmann il contributo comprensione della ilschizofrenia, il primo premio Edward per R. Strecker per il alla contributo al trattamento di pazienti ospedalizzati; nel 1967 è stato anche insignito del Salmon Lecturer. Nel 1958 Jackson ha fondato il Mental Research Institute (MRI), il primo istituto al mondo dedicato specificamente allo studio dei processi d’interazione e all’insegnamento della terapia familiare. Il primo corso di formazione a ricevere fondi dal governo americano è stato proprio un corso tenuto presso il MRI. In collaborazione con Jay Haley e Nathan Ackerman. Jackson ha fondato la prima rivista di terapia familiare, Family Process. Al fine di informare la più ampia comunità medica sulla teoria interazionale, Jackson ha contribuito alla fondazione della rivista medica Medical Opinion and Review e ne è stato editore. Per creare, poi, un organo che permettesse ai ricercatori del nuovo settore emergente della terapia familiare di pubblicare i loro lavori, Jackson fondò e divenne editore di Science and Behavior Books. Tali imponenti risultati illustrano appena l’importanza dei contributi di Jackson; come le grandiose piramidi di Giza, rappresentano quel che rimane della prospera intuizione di questo condottiero caduto. Chi era Jackson e come ha sviluppato una comprensione così straordinaria dei processi interazionali? Jackson studiò medicina a Stanford, laureandosi all’inizio del 1944. Dopo aver concluso il tirocinio, passò due anni nell’esercito americano, specializzandosi in neurologia. Successivamente, dall’agosto del 1947 all’aprile del 1951, Jackson studiò presso il Chestnut Lodge nel Maryland e la Washington School of Psychiatry, due dei più prestigiosi istituti analitici allora esistenti, sotto la guida di Harry Stack Sullivan. Sullivan propose una definizione alternativa di psichiatria come “studio del processo che coinvolge o si sviluppa tra le persone… il campo delle relazioni re lazioni interpersonali, ovvero il campo nel quale tali relazioni, in ogni possibile circostanza, esistono… la personalità non è isolabile dal complesso delle relazioni interpersonali in cui le persona vive ed agisce” (Sullivan, 1945, pp. 4-5). Jackson abbracciò pienamente le implicazioni della Teoria Interpersonale di Sullivan; quest’ultima, anzi, influenzò tanto profondamente l’impostazione del suo lavoro da far sì che Jackson fosse legittimamente definito “sullivaniano”. E’ anche vero, però, che nell’Aprile del 1951, quando Jackson tornò a Palo Alto per avviare la sua attività clinica da libero professionista, le differenze tra Sullivan e Jackson divennero evidenti. La differenza principale tra Sullivan e Jackson è che Sullivan lavorava con individui malati isolati dalle proprie famiglie; applicava la sua brillante Teoria Interpersonale inferendo in che modo le relazioni vissute nel passato fossero giunte a limitare tanto severamente quei pazienti. Jackson, invece, ampliò la teoria di Sullivan concentrandosi come Dato Principale sulle relazioni effettive tra l’individuo e gli altri nel presente. Il cambiamento essenziale nel concetto di causalità, ovvero il passaggio dal privilegiare le cause passate del comporta 

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mento al concentrarsi principalmente sulle relazioni tra colui che presenta il sintomo e le persone che lo circondano nel presente, avvenne, in parte, per caso. Palo Alto è una piccola città universitaria e Jackson non poteva evitare di incontrare alcuni dei parenti dei propri pazienti. Verso la metà del 1951, una paziente di Jackson, una giovane psicotica, stava decisamente facendo progressi e Jackson chiese c hiese alla madre della ragazza di non accompagnarla fino allo studio in occasione del successivo appuntamento. Quando arrivò il giorno di quella seduta, però, Jackson vide che la madre era accanto alla ragazza nella sala rifiuto della donnaa di seguire il suo suggerimento Jacksond’attesa. decise diIl invitare la madre unirsi a loro in ciò che divennelolairritò primae seduta familiare mai raccontata. I risultati furono interessanti e Jackson iniziò a sperimentare la terapia familiare: “Cominciai a interessarmi alla terapia familiare quando mi spostai da Chestnut Lodge a Palo Alto, che è una piccola cittadina universitaria. Non potevo evitare di incontrare i parenti e questo produceva una serie di risultati sorprendenti e non sempre gradevoli. Iniziai ad interessarmi alla questione dell’omeostasi familiare, che sembrava contraddistinguere la famiglie nelle quali un membro schizofrenico era in grado di vivere in casa. Se quel membro iniziava una psicoterapia e ne traeva beneficio, ogni sua mossa produceva solitamente vari squilibri nella famiglia. In ogni caso, per motivi pratici, iniziai a vedere i genitori dei pazienti, e poi i genitori e i pazienti insieme” (Jackson, 1962). Jackson aveva appena iniziato a delineare una teoria interazionale del qui ed ora e un approccio familiare combinato alla terapia quando si verificò un’altra svolta fortuita che avrebbe avuto conseguenze profonde sul futuro settore della terapia breve e familiare: Don Jackson incontrò Gregory Bateson. Un freddo giorno di gennaio, nel 1954, Jackson stava tenendo un seminario sul concetto di omeostasi familiare al Veterans Administration Hospital a Menlo Park, in California. Gregory Bateson era nel pubblico e alla fine del discorso si incontrarono. Bateson capì che il lavoro di Jackson era correlato alle ricerche che egli stesso stava svolgendo insieme a Jay Haley, John Weakland e William Fry. Il risultato di questo incontro fu che Jackson divenne presto membro di quello stesso staff di ricerca. La collaborazione con Bateson, Haley, Weakland e Fry aprì a Jackson nuove prospettive: si trovava ora a interagire con un gruppo di pensatori suoi pari in termini di abilità concettuali e audaci 1. Gli archivi di Jackson al Mental Research Institute contengono migliaia di documenti, registrazioni video e audio. Uno dei file contiene brani di un libro sul quale Jackson lavorò senza però pubblicarlo. Ecco una sintesi dei diciassette

  John Weakland (1988) descrisse il ricco insieme di idee che costiuiscono la Teoria Interazionale come emerso non tanto dall’uno o dall’altro individuo, ma, piuttosto, come il prodotto dell’interazione tra i membri di ciò che stava diventando noto come il Gruppo di Palo Alto. Il gruppo era lo staff di ricerca di Gregory Bateson, Jackson, Jay Haley, John Weakland e William Fry, che dedicò dieci anni alle ricerche sulla natura del paradosso nei processi comunicativi. Più tardi, sotto la guida di Jackson al Mental Research Institute (MRI), si unirono al gruppo persone del calibro di Jules Riskin, Virginia Satir, Paul Watzlawick, Richard Fisch, Janet Bavelas e Antonio Ferreria. Fonte di stimoli fertili per il lavoro del gruppo furono i molti esperti che lo frequentavano, inclusi eminenti accademici quali Norbert Wiener, Alan Watts, Weldon Keys, Frieda Fromm-Reichmann, Ray Birdwhistell, tra gli altri, e specialmente, i dettagliati studi di Haley e Weakland su Milton Erickson – tutto ciò ha h a contribuito alla creazione delle Teoria Interazionale. 1

 

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 “principi, assunti e postulati” che Jackson riteneva fondamentali per la comprensione delle interazioni umane. 1. Le persone cercano sempre di definire la natura della propria relazione con gli altri, quando interagiscono con loro. (In relazione all’idea della ricerca o del mantenimento della propria identità?) (Questa potrebbe essere considerata la forza motrice della teoria?) 2. (integrazione del n°1) Finché una persona è viva e in interazione, non può non cercare di definire la natura della sua relazione. Non c’è possibilità di 3.  “stasi”. A volte questa tendenza tendenza (a definire la natura natura delle relazioni relazioni)) è più evidente di altre. (Ciò lascia aperta una questione: il principio opera a volte più fortemente di altre?). 4. Le dimensioni della “natura delle relazioni” sono esaustivamente definibili come 1) simmetriche e 2) complementari (offrire o chiedere). Ogni interazione, quindi, può essere vista in questi termini. 5. I “tratti “tratti caratteriali”, i “sintomi” sono i modi tipici attraverso cu cuii una persona in un’interazione tenta di definire la natura della relazione. 6. L’interazione tra due o più più persone può essere vista come un sistema che in ogni momento ha un qualche punto centrale di equilibrio. (Il punto centrale è probabilmente inferito, concettuale, piuttosto che fattuale.) Il sistema è mantenuto (e forse operativamente composto o definito?) da una serie di regolatori (meccanismi omeostatici). 7. C’è sempre una tendenza verso il mantenimento dello status status quo. quo. (Si tratta di un’altra “forza motrice”?). 8. Contemporaneamente, è sempre presente anche una tendenza al cambiamento nel sistema (ciò consegue, almeno in parte, dai punti 1 e 6). Il sistema, dunque, non è mai concettualmente statico. 9. La natura natura del sistema (incluso il suo punto punto di equilibrio e i regolat regolatori) ori) può essere modificato dall’introduzione di nuovi parametri. (Possono, questi ultimi, essere concepiti come “regole”?). 10. Il “sistema” è astratto: si manifesta o viene definito dal ripetersi di sequenze di schemi specifici e di modalità per tentare di definire la natura della relazione. 11. Anche i “meccanismi omeostatici” sono astrazioni. Si riveleranno indirettamente tramite l’osservazione di schemi ripetitivi, ecc. 12. Tutti i messaggi hanno sia un aspetto di notizia sia un aspetto di comando. (Notizia relativa allo stato di chi comunica? Il comando si riferisce al tentativo di definire la natura della relazione? Questi aspetti richiedono un approfondimento). 13. Tutti i messaggi sono modificati modificati da squalifiche o da affermazioni. (Il punto punto discriminante per i meta-messaggi al fine di prevenire il problema della regressione infinita necessita chiarificazioni). 14. Un dato messaggio è arbitrariamente visto in relazione al messaggio immediatamente precedente. Una tale semplificazione è necessaria per evitare il compito altrimenti infinitamente complesso di vedere ogni messaggio in relazione a tutti i messaggi precedenti. La spiegazione di questo particolare punto deve essere empirica.

 

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15. La conoscenza della storia precedente di un sistema non è necessaria per studiarne gli attuali schemi di interazione. Nei termini di questa teoria, è sufficiente un approccio trans-settoriale. 16. Particolari schemi di un sistema (ad esempio particolari tipologie di equilibrio) tenderanno ad essere associati a particolari tipologie di comportamento individuale (inclusi tratti di carattere, sintomi, ecc.). Questo assunto non esclude 1) possibili fattori di confusione, o 2) l’effetto di evento/i esterno/i. (atti di Dio). 17. Ogni preceduta da 1962, “Ho il materiale diritto di non dire questoaffermazione e quest’altropuò in essere questa sempre relazione” (Jackson, pubblicato). Molte delle premesse di questa sintesi precoce sono apparse in forma più rifinita in pubblicazioni successive (Jackson, 1956 a & b, Watzlawick, Beavin-Bavelas, Jackson, 1967), ma l’epicentro inequivocabilmente interazionale del suo pensiero è già chiaramente evidente. L’approccio di Jackson era centrato sul processo proce sso familiare: La nostra inclinazione a una visione individuale delle cose ci rende difficile percepirci come  parte di un sistema, la natura del quale arriviamo appena a comprendere. Eppure sono convinto che questo tipo di atteggiamento comporti la riduzione di insiemi altamente complessi di  persone e contesti in termini che si dimostrano inappropriati se applicati a un individuo (Jackson, 1963, The sick, the sad, the savage and the sane).

La Teoria Interazionale e la sua applicazione clinica al settore della terapia breve e familiare si è diffusa tanto ampiamente grazie alla volontà di Jackson di condividere le proprie idee con gli altri e al suo impegno nell’accompagnare la psichiatria, la psicologia, le scienze sociali e le altre scienze umane applicate nel difficile passaggio dalle spiegazioni monadiche del comportamento umano a una prospettiva di orientamento contestuale, che ponga l’attenzione principalmente sulle relazioni tra gli individui. Jackson ha descritto la paura della sfida e l’illusione della stabilità che caratterizza molti conflitti relazionali come “un tiro alla fune” (1967), evitando così le ipersemplificazioni e il riduzionismo di molte teorie del comportamento umano che cercano di spiegare l’individuo isolandolo artificialmente dal contesto del quale è parte. Il più durevole contributo di Jackson alla comprensione della natura degli esseri ess eri umani è stata l’espansione della definizione di comportamento al di là dell’osservazione dell’individuo fino allo sviluppo della consapevolezza del comportamento come manifestazione di “relazioni nel senso più vasto” (Nos Nex, 1967). Questa irriducibile attenzione al contesto rappresenta un salto rivoluzionario, un passo evolutivo potenzialmente significativo quanto “quando l’organismo smette gradualmente di rispondere ‘automaticamente’ ai segnali emotivi dell’altro e diviene capace di riconoscere che i segnali dell’altro individuo e i propri sono solo segnali” (Bateson, 1955/1972, p. 178). Si tratta di uno spostamento paradigmatico in senso kuhniano (Kuhn, 1970), che ha cambiato profondamente le priorità tra i dati utili a comprendere il comportamento (la relazione tra gli individui in contrasto a una visione monadica), il contesto e la concettualizzazione della causalità nel comportamento umanoWatzlawick (cibernetica(1988) invece che lineare). Paul e Janet Beavin-Bavelas (1998) affermano che l’innovativo libro Pragmatica della Comunicazione Umana è derivato dal loro  

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sforzo di comprendere e descrivere le incredibili abilità teoriche e cliniche di Jackson. Dedicarono mesi a osservare le sedute di Jackson e a porgli domande nel tentativo di comprendere il suo incredibile acume clinico. Jackson, esasperato, decise di buttare giù le idee base e di invitarli a scrivere il libro che sarebbe divenuto la pietra angolare della Teoria Interazionale del comportamento umano: Un fenomeno rimane inspiegabile finché la gamma delle osservazioni non è ampia abbastanza da includere il contesto nel quale quel fenomeno si verifica. Omettendo consideraree illa suo relazione tra l’evento e la matrice neldi quale luogo, tra undi organismo ambiente, l’osservatore si troverà fronteha a qualcosa di “misterioso” oppure finirà per attribuire all’oggetto di studio proprietà che quello potrebbe non possedere. In confronto alla consapevolezza che di questo fatto hanno le scienze biologiche, le scienze comportamentali sembrano ancora basarsi ampiamente su una visione monadica dell’individuo e sull’onorato metodo dell’isolamento delle variabili (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1967, p. 21). La collaborazione di Jackson con il noto autore, nonché amico, William Lederer dimostrano l’intento di approfondire la comprensione relazionale del comportamento umano al di là delle scienze della salute e di diffondere tali idee oltre che tra i professionisti del settore, anche tra la gente comune. Nel primo libro di auto aiuto per la coppia a impostazione sistemica, Mirages of Marriage (1968), Lederer e Jackson hanno scritto: Il concetto di sistemi aiuta a spiegare molto di ciò che prima era misterioso nel comportamento derivante dall’interazione tra due o più esseri umani. Sappiamo che la famiglia è un’unità in cui tutti gli individui hanno un ruolo importante – che a loro piaccia o meno e che lo sappiano o meno. La famiglia è una rete di comunicazioni interattive in cui ogni membro, dal neonato alla nonna settantenne, influenza la natura dell’intero sistema e, contemporaneamente, ne è influenzato. Per esempio, se qualcuno nella famiglia si sente malato, un altro membro potrebbe diventare più efficiente di quanto sia abitualmente. Il [la famiglia come] sistema tende, naturalmente, a mantenersi in equilibrio. Un’azione insolita da parte di uno dei membri provocherà invariabilmente una reazione compensatoria da parte di un altro membro. Se la madre odia le gite domenicali ma nasconde questo sentimento al marito, il messaggio viene comunque trasmesso attraverso la rete familiare di comunicazioni e potrebbe essere Johnny, il bimbo di quattro anni, a soffrire il “mal d’auto” e a rovinare la gita domenicale (p.14). Lo spostamento dell’attenzione dai processi intrapsichici dell’individuo alla relazione tra i membri del sistema relazionale dell’individuo è individuabile nel lavoro di molti dei più eminenti clinici- teorici di oggi (Keeney, 1983, 1987; Tomm, 1987, 1988; Penn, 1983, 1986; Palazzoli et al., 1980; Cecchin, Lane e Ray, 1993, 1994; Papp, 1983; Boscolo et al., 1987). Il lavoro pionieristico svolto negli anni ’50 e ’60 da Jackson e dai suoi colleghi, prima nell’ambito dei progetti di ricerca di Bateson e poi al Mental Research Institute, permea la maggioranza degli attuali approcci sistemici alla terapia: - il principio non-patologico, non-normativo e interazionale avviato da Jackson a partire dall’ancor più fondamentale premessa sottostante al Modello della Terapia Breve sviluppata dopo la morte di Jackson al Mental Research Insti-

 

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tute (Watzlawick, Weakland & Fisch, 1974, Fisch, Weakland & Segal, 1982, Weakland & Ray, 1995, Ray & de Shazer, 1999), - il lavoro strategico di Jay Haley e dei suoi colleghi (Haley, 1963; 1976; 1980; Madanes, 1981 & 1984), - il modello strutturale sviluppato da Salvador Minuchin e dai suoi colleghi (Minuchin, 1974; Minuchin & Fishman, 1982; Stanton & Todd, 1982), - il lavoro della scuola di Milano sia prima che dopo la scissione in due gruppi (Palazzoli et al. 1978; Palazzoli et al., 1989; Boscolo et al., 1987), - Brief la terapia breve centrata sulla soluzione di de1982, Shazer e dei suoi colleghi al Therapy Center di Milwaukee (de Shazer, 1985), - il lavoro di Keeney e dei suoi colleghi (Keeney & Ross, 1985; Keeney & Silverstein, 1986; Keeney, 1987; Ray & Keeney, 1992); - il lavoro di Andersen (1987), - gli orientamenti narrativi “post moderni” di Anderson & Goolishian (1990); Hoffman (1993), e Michael White (1989), - la maggior parte degli altri approcci a orientamento sistemico. Il modello cibernetico e le nozioni di base circa i sistemi (ad esempio, se si verifica un cambiamento in una parte del sistema, anche il resto si modificherà per adattarsi a quel cambiamento), il costruttivismo sociale, l’attenersi alla pragmatica (chi fa cosa, quando e a chi nel presente), l’accettazione del sintomo, parlare il linguaggio del cliente, utilizzare domande circolari, prescrivere comportamenti su un livello di astrazione per raggiungere l’organizzazione del sistema su un altro livello, tutti questi sono solo una parte delle modalità attraverso cui Jackson ha influenzato l’attuale lavoro di gran parte dei modelli di terapia familiare e breve. Dalla morte di Jackson ad oggi, il lavoro dei suoi colleghi al MRI ha continuato a permeare l’attività dei professionisti della terapia breve e della terapia familiare orientati in senso sistemico. Il lavoro terapeutico diretto a modificare l’organizzazione della famiglia interrompendo i processi di coalizione intergenerazionali problematici e rinforzando i confini tra i vari sottosistemi, per esempio, dimostrano in che modo la terapia strutturale di Salvador Minuchin sia stata influenzata dalla lettura di Jackson (Minuchin, 1987) e da dieci anni di collaborazione con Jay Haley. Il coerente insieme di premesse teoriche e tecniche alla pratica clinica impostato da Jackson continua a fornire solide fondamenta su cui clinici e teorici orientati in senso sistemico possono costruire. L’originario gruppo di Milano e il successivo lavoro sia del gruppo di Palazzoli, sia del gruppo di Boscolo e Cecchin è stato fortemente influenzato da Jackson. Elementi fondamentali del loro lavoro quali le domande circolari, la connotazione positiva, l’uso di rituali e compiti, l’attenzione alle implicazioni del linguaggio come evidenziato dal passaggio dal verbo “essere” al verbo “sembrare”, e l’attenzione a colui che chiede aiuto, sono tutte idee nelle quali Jackson è stato s tato pioniere. Il lavoro del MRI, di Haley, Minuchin, della scuola di Milano, l’orientamento alla soluzione di de Shazer e della Berg hanno a loro volta influenzato importanti clinici e teorici quali i membri del gruppo di Ackerman inclusi, Peggy Papp, Peggy Penn e Joel Bergman, come anche altri eminenti esponenti del settore quali Karl Tomm, Goolishian e Anderson, Tom Andersen, Lynn Hoffman e Michael White. Anche nell’ambito della terapia comportamentale familiare, sebbene a livello letterale, hanno esplicitamente adottato concetti fondamentali quali il quid pro quo coniugale (Stewart, 1974; Jacobson & Margolin, 1979).  

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Perché clinici, teorici, accademici e studenti dovrebbero essere interessati al lavoro di Jackson? Perché la Teoria Interazionale di Jackson permea i settori della terapia familiare e della terapia breve. Come cemento che tiene insieme i mattoni, i contributi di Jackson continuano ad essere l’elemento di coesione che lega molti degli attuali orientamenti sistemici – una testimonianza della vitalità, del coraggio e della lungimirante visione di Don D. Jackson a più di trentacinque anni dalla sua scomparsa. Dopo la sua morte, al di là della retorica sull’essere radicato in un orientamento sistemico, però, il nostro settore deve ancora raggiungere le potenzialità nel immaginate dai suoi fondatori introdurre un cambiamento rivoluzionario modo di concepire e gestireper i problemi umani. Invece di avere un’accettazione consensuale della natura sistemica delle basi teoriche comuni a tutte le differenti scuole, continua a mancare la consapevolezza della fondamentale differenza tra teoria individuale e teoria interazionale. Da ciò sono derivati gli sforzi di amalgamare le due teorie, sforzi condannati a confondere entrambi gli orientamenti, poiché essi si concentrano su differenti ordini di fenomeni, con implicazioni diametricalmente opposte per il trattamento. Il risultato è una disciplina che rimane confusa sul piano teorico, teo rico, incapace di offrire una prospettiva genuinamente alternativa e frammentata in diversi settori, ognuno dei quali afferma di possedere una migliore modalità di comprensione del comportamento e del cambiamento, senza una direzione o una comprensione unitaria degli scopi e degli obiettivi. In presenza di questa frammentazione, la disciplina dovrebbe produrre un gigante della statura di Freud, capace di segnare il cammino per il futuro. Se Jackson fosse ancora vivo, non possiamo esimerci dal chiederci, avrebbe raggiunto quella statura? Lo spostamento del fulcro dell’attenzione, avviato da Jackson e dai suoi colleghi, dall’individuo alla relazione e dalla “realtà” della patologia alla “costruzione di realtà ecologicamente rispettose”, ha implicazioni che travalicano il settore della terapia breve e familiare. Queste idee hanno ramificazioni di proporzioni globali che spaziano dall’ecologia alla politica. In che modo Jackson avrebbe affrontato alcune delle questioni di oggi è, in parte, impossibile da determinare. Si può immaginare, però, che il disprezzo di Jackson per il pensiero riduzionista non auto-referenziale, in tutte le sue manifestazioni, sarebbe ancora presente. Anche l’enfasi sull’interconnessione tra comportamento e contesto sarebbe indubbiamente attuale. Egli avrebbe certamente continuato a criticare coloro, tra i professionisti delle scienze umane, che seguono ricerche e approcci terapeutici alle problematiche della vita senza considerare il contesto o orientandosi esclusivamente alla patologia individuale. Senza dubbio il suo intelletto tagliente e le sue capacità di persuasione sarebbero stati stimolati dal recente ritorno alle diagnosi individuali e alle spiegazioni s piegazioni genetiche della “patologia individuale”. Cosa accadrebbe se i settori della terapia breve e familiare cogliessero di nuovo le implicazioni delle intuizioni di Jackson? Queste discipline, impegnate in una visione del mondo radicata nella cibernetica e attente alle implicazioni della svolta paradigmatica rappresentata da Jackson, potrebbero veramente indicare al genere umano la via per superare la mentalità della causalità lineare oggi così prevalente? Forse. La speranza di una tale trasformazione paradigmatica c’è ancora, come si evince dal lavoro che Ray, Watzlawick, Fisch, Schlanger, Anger-Diaz e Bobrow proseguono al MRI, dal lavoro di Giorgio Nardone e dei suoi collaboratori ad Arezzo, dal costante impegno di Jay Haley,  

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dalle esplorazioni portate avanti da teorici cibernetici quali Brad Keeney, dal costante studio e applicazione del lavoro di Milton Erickson operato da Zeig, Rossi e altri. E’ altrettanto possibile, però, che l’opportunità per una tale trasformazione sia ormai superata. Gli effetti della duratura illusione del genere umano rispetto al potere e al controllo potrebbe, come suggerisce uno dei più stretti collaboratori di Jackson, Gregory Bateson (1970), aver già compromesso l’ecologia. L’eco della voce di Don Jackson è ancora abbastanza forte da fare la differenza? Bibliografia

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Integrazione di modelli poststrutturalisti di terapia breve Stefan Geyerhofer Istituto di Terapia Sistemica, Vienna, Austria Yasunaga Komori Scuola di Medicina, Dipartimento di Neuropsichiatria, Università di Nagoya, Giappone [email protected] Abstract

L’articolo presenta le linee-guida per la terapia familiare breve che si basa sul problema attuale e sulla sua soluzione all’interno del contesto, utilizzati come risorsa della famiglia nella soluzioneOriented, del problema. Basato sui modelli terapialavoro sistemica MRI,sulle Modelli Solution Approcci Narrativi etc.), di il nostro non breve pone (Modello molta enfasi strutture patologiche sottostanti al problema (ad esempio conflitti inconsci, struttura familiare patologica) ma sulle interazioni presenti tra i membri della famiglia e sulle loro storie attorno al problema specifico. Attraverso un metodo di trattamento breve, abbiamo ottenuto successi notevoli nel lavoro con le famiglie, con problemi che comprendono disordini alimentari, enuresi, insuccessi scolastici, tic, disturbi del sonno, aggressività, abuso di droghe e varie forme di disturbi psicosomatici. Verranno presentate linee guida per il lavoro clinico con bambini, adolescenti e le loro famiglie. Verrà riportata una valutazione del lavoro svolto all’interno del contesto di psicoterapia con bambini in una Clinica Pediatrica ed in un Istituto di Terapia Familiare.

Nel nostro lavoro, abbiamo cercato di integrare i tre principali indirizzi di Terapia sistemica breve: l'approccio di Terapia breve focalizzato sul problema, del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto (Watzlawick et al., 1974; Weakland et al., 1974; Fisch et al., 1982), l'approccio di Terapia breve focalizzato sulla soluzione sviluppato da de Shazer e dai suoi colleghi di Milwaukee (de Shazer, 1982b, 1985, 1988a, 1991, 1;1994; Weiner-Davis et al., 1987; Gingerich et al., 1988; Gingerich, de Shazer, 1991; de Shazer et al., 1997) con gli sviluppi ulteriori apportati a questo approccio da O'Hanlon e Weíner-Davis (O'Han-Davis, 1989; O'Hanlon, 1993; Weíner-Davis, 1993), e l'approccio narrativo di White (1984, 1985, 1986a, 1986b, 1987, 1988, 1993) ed Epston (White, Epston, 1990; Durrant, Coles, 1991; Epston, 1993). Al di là delle differenze fra i tre approcci, ci sono alcune affinità che li rendono paragonabili e complementari per due ordini di ragioni. Tutti e tre i modelli non pongono particolare attenzione alle strutture patologiche sottostanti al sintomo o al problema, come invece accade in altri modelli tradizionali di terapia. I conflitti inconsci o le strutture familiari patologiche rivestono pochissimo o nessun interesse per il terapeuta che lavora con questi modelli. La sua attenzione è rivolta invece all'interazione esistente fra i membri della famiglia e al loro modo di porsi di fronte al problema. De Shazer (1991, 1994) e Berg (Berg, de Shazer, 1993) sono stati i primi a usare il termine "poststrutturalista" per descrivere quei modelli di terapia che si interessano, soprattutto, di ciò che i clienti raccontano al terapeuta e a se stessi e delle interazioni fra il testo, il lettore e lo scrittore di quelle storie costruite in terapia. Mentre lo strutturalismo vede la verità dietro o dentro un testo, il poststrutturalismo pone l'accento sul rapporto tra il lettore e il testo in un processo di interazione costruttiva (Sarup, 1989), come indicano i lavori di Jacques Derrida (1967), Paul De Man (1979), Richard Harland (1987) e Ludwig Wittgenstein (1980), negliclinico ultimi del duegrande libri di de ShazerMilton (de Shazer, 1991, 1994). Influenzati dalcitati lavoro ipnotista H. Erickson (Erickson 1954b, 1964; Eríckson, Rossi, 1983) e dalle teorie di Gregory Bate 

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son (1972, 1979), coloro che utilizzano i modelli indicati condividono un grande interesse per il linguaggio come strumento principale di terapia. È soprattutto la letteratura più recente in materia a occuparsi di linguaggio e terapia in maniera esplicita (White, 1988; White, Epston, 1990; de Shazer, 1993, 1994; Weakland, 1993), sia pure con una terminologia leggermente differente in ognuno dei contributi, ma non c'è alcun dubbio che la teoria dell'analogia del testo avrà una crescente influenza sullo sviluppo della Terapia sistemica breve (Geyerhofer, Komori, 1995). Dal puntodi di vista, ipoststrutturalista tre modelli sono esimili non solo in quanto espressionenostro del modo pensare per l'enfasi posta sul linguaggio, ma perché ci sembrano complementari in due ulteriori dimensioni, quella "problema-soluzione" e quella "comportamento-cognizione". Mentre l'approccio del MRI e il lavoro di de Shazer pongono l'attenzione sul comportamento delle persone coinvolte nell'interazione con il problema, in modo rilevante ma non esclusivo, White ed Epston sono più interessati alle cognizioni e alle loro descrizioni in termini di storie di tali comportamenti. Se da un lato le loro domande "decostruttive e reinterpretative" (White, 1988; White, Epston, 1990; White, 1993) possono essere poste approssimativamente sul versante cognitivo di una descrizione che include il problema, dall'altro le domande che usano per riscrivere la storia del cliente (White, 1988; White, Epston, 1990; Epston, 1993) possono essere viste come la formula cognitiva di un percorso orientato alla soluzione. Nel diagramma seguente, l'approccio del MRI può chiaramente essere collocato nel percorso orientato al comportamento e focalizzato sul problema, mentre l'approccio orientato alla soluzione di de Shazer (gruppo di Milwaukee) può essere collocato, quasi altrettanto chiaramente, nel percorso focalizzato sul problema e sulla soluzione; la figura 1 cerca di mostrare le differenze complementari descritte in questo paragrafo. Figura 1.

 

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Integrazione di modelli poststrutturalisti di Terapia sistemica breve su due dimensioni.

Un'integrazione di questi tre modelli lungo queste due dimensioni è risultata essere molto utile e di grande aiuto nel nostro lavoro clinico: non solo ci ha dischiuso nuove possibilità di trattamento, ma ci ha anche offerto migliori opportunità per soddisfare i bisogni e le aspettative dei clienti. Possiamo anche utilizzare la reciproca influenza di comportamento e cognizione nella sua più ampia molteplicità e riuscireea viceversa, spostarci liberamente dal "parlare del problema" al "parlare della soluzione" se questo modo di procedere sembra adattarsi meglio alla prospettiva dei clienti. Le linee guida sotto riportate illustreranno alcuni dettagli. Mentre la discussione riguardo la possibile integrazione teorica dei tre modelli di terapia breve è iniziata da poco, da tempo i terapeuti di tutto il mondo li hanno integrati con successo nella loro pratica clinica (Todd, Selekman, 1991; Chang, Phillips, 1993; Eron, Lund, 1993). Uno dei libri più interessanti tra quelli che mostrano l'utilità pratica di un'integrazione di modelli di terapia poststrutturalista, è l'opera di Selekman Pathways to Change - Brief Therapy Solutions with Difficult Adolescents (1993). I paragrafi che seguono presenteranno l'integrazione pratica dei tre approcci da noi operata, e una prima ricerca sulla sua efficienza all'interno del contesto di psicoterapia infantile. Linee guida di terapia sistemica breve integrata

Gli adolescenti difficili e le loro famiglie possono costituire una sfida per ogni terapeuta, ma non saranno necessariamente tanto complicati da trattare se ci sarà, con ogni nuovo caso, la consapevolezza della necessità di questi indirizzi: 1) evitare l'uso di etichette; 2) aspettarsi che il cliente abbia la forza e le risorse per cambiare; 3) considerare la terapia come un rapporto di cooperazione all'interno del quale i clienti fissano gli obiettivi del trattamento; 4) scoprire cosa è piaciuto e cosa non è piaciuto ai clienti nelle precedenti esperienze di terapia; 5) dare agli adolescenti lo spazio di una seduta individuale per valutare i propri bisogni, obiettivi e aspettative; 6) coinvolgere attivamente collaboratori appartenenti a sistemi più ampi; 7) essere flessibili dal punto di vista terapeutico e improvvisare quando opportuno (Selekman, 1993). I passaggi seguenti fungono da linee guida per la prima e le successive sedute con le famiglie che si rivolgono a noi. Già il primo contatto (molto spesso telefonico) e le decisioni alle quali mette capo sono guidati da questi passaggi. Definizione del richiedente (“Acquirente”) Decisione sulle persone con cui lavorare (motivazione, risorse che possono aiutare a risolvere il problema…) Definizione problema Definizione deglidel obiettivi specifici Percorso focalizzato  

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Sul problema - Ridefinizione del problema - Tentate soluzioni - Interventi a 180 gradi - Ristrutturazioni - Esternazione dei problemi  “Parlare del problema”

Sulla soluzione - Domande in successione graduata - Eccezioni - Miracle question - Interiorizzazione delle soluzioni - Riscrittura delle storie “Parlare della soluzione” FEEDBACK

Di rado, naturalmente, possono essere condotti con stretta consequenzialità; non è possibile racchiudere le persone in generale e le famiglie in particolare dentro un qualsivoglia schema di trattamento, e noi non abbiamo alcuna intenzione del genere. I passaggi riportati nello schema che segue sono solo linee guida nel processo che vede il terapeuta impegnato a formulare le domande e a prendere le decisioni. L’effettuazione di ogni passaggio ci fornisce le informazioni necessarie per questo processo; può dunque accadere, se necessario, che il terapeuta debba fare uno o più passi indietro. Nel primo contatto cerchiamo di raccogliere informazioni su colui che può essere definito il richiedente. Per noi un richiedente è qualsiasi persona porti un problema e chieda un qualche genere di aiuto per risolverlo. Tutti coloro che si uniscono al richiedente durante gli incontri possono essere definiti "visitatori". Questo non significa che ci rifiuteremo di lavorare con loro, al contrario: quando al telefono ci chiedono chi dovrà essere presente nella prima seduta, abbiamo ottenuto buoni risultati con la risposta: “Tutti coloro, in famiglia o al suo esterno, che vogliono aiutare a risolvere il problema". Alcune domande si sono dimostrate molto utili nella fase di definizione del richiedente. Ecco alcuni esempi: - “Chi ha il problema?” - “Chi altro pensa che questo sia il problema?” - “Chi, in famiglia, sta soffrendo di più?” - “Chi altro, in famiglia, sta cercando aiuto?” - “Chi vuole e chi non vuole incontrare un terapeuta?” Grazie a queste domande e alle risposte che otteniamo, stiamo sperimentando una di alcun combinazioni di epersone nelle nostre terapia. Se i grande figli nonvarietà rilevano problema non vogliono alcun stanze aiuto dadi noi, non esitiamo a lavorare con i soli genitori. Se tutti riconoscono l'esistenza di un problema in famiglia e sono determinati a dare una mano, li facciamo venire tutti insieme. Nel corso della nostra pratica professionale non è mai successo che ci abbiano chiamati un ragazzo o una ragazza per chiedere aiuto. Ogniqualvolta in una famiglia c'è un problema che riguarda un bambino o un adolescente al di sotto dei sedici anni, i richiedenti sono sempre i genitori. Abbiamo visto che in molti casi i genitori (o uno dei due) sono gli unici richiedenti. Molto spesso ci viene chiesto: “Chi dobbiamo portare al primo incontro?”. Potremmo fare domande relative alla motivazione dei membri della famiglia nei confronti della terapia, ma in genere lasciamo la decisione alla famiglia. Per aiutare la famiglia a prendere questa decisione, potremmo proporre domande quali: •• sarebbe disposto a venire dare una quale manomembro, per risolvere problema?” •• “Chi “Se vi chiedessi di venire comea famiglia, con ilmaggiore probabilità, rifiuterebbe?”  

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•• “Chi vuole venire con voi, chi non vuole?" Da molto tempo, la Terapia sistemica breve ha preso le distanze dalla pratica di tenere le sedute con tutti i membri di una famiglia riuniti; spesso risulta più facile e più rapido definire gli obiettivi terapeutici quando alcuni membri non sono presenti, specialmente quelli che rifiutano la terapia. Adottiamo lo stesso criterio anche nel caso in cui un bambino o un adolescente definiti come "il problema" rifiutino di venire in terapia. Il nostro modo di considerare il problema di una famiglia legato all'interazione, e di predisporre gli interventi di conseguenza, rende nella possibile il cambiamento indipendentemente dal numero dei membri presenti stanza di terapia (Komori, Geyerhofer, 1993). La migliore combinazione con cui lavorare è risultata essere quella nella quale sia presente chiunque è disposto e in grado di aiutare a risolvere il problema. È interessante che non sia stata trovata alcuna correlazione fra il numero di membri presenti e il numero di problemi definiti nel corso della terapia. Famiglie con bambini o adolescenti problematici hanno spesso avuto incontri precedenti con rappresentanti di sistemi assistenziali (psicologi scolastici, medici, programmi di riabilitazione e recupero dalla droga, cliniche di salute mentale, distretti di polizia locale). Nell'Istituto di Terapia sistemica di Vienna, il 67,6% di tutte le famiglie riferisce di aver avuto precedenti contatti per lo stesso problema con altre figure professionali esperte, compresi gli psicologi, i medici e gli psicoterapeuti; spesso alcuni di loro (specialmente gli insegnanti o i medici) sono ancora interessati e disposti a dare una mano, ma nella storia della terapia della famiglia raramente è stato chiesto loro di entrare nel contesto terapeutico, e solo come estremo tentativo di risolvere il problema; possono comunque rappresentare non solo un'utile fonte di informazioni su ciò che ha e non ha funzionato nel passato, ma anche fornire una base costruttiva per la creazione di nuove storie, nuove eccezioni e risultati, una volta che le cose inizino a cambiare. Nel suo libro Pathways to Change - Bríef Therapy Solutíons with Difficult Adolescents, Selekman descrive i possibili modi per cooperare con i collaboratori appartenenti a sistemi più ampi. Mentre qualche volta i primi due passaggi vengono compiuti già durante la prima telefonata, il terzo passaggio delle nostre linee guida impegna il terapeuta e la famiglia per gran parte della prima seduta. Le tipiche domande che offrono un primo quadro di ciò che potrebbe essere definito come il problema sono le seguenti: - “Quale è esattamente il problema che vi ha portato qui oggi?” - “Cosa vi ha spinto ad alzare il telefono e chiamarmi?” - “Chi ha deciso di andare in terapia?” - “Cosa vorreste che fosse diverso?” Il più delle volte, dopo aver incontrato ogni membro della famiglia separatamente, il terapeuta fa domande relative al problema o, per meglio dire, a come i membri della famiglia vedono il problema che li ha portati in terapia. Non è sempre un compito facile per il terapeuta farsi un'idea concreta ed esatta del problema, e, in alcuni casi, richiede più di una seduta. Spesso la definizione del problema è seguita dalla definizione di un obiettivo del trattamento; è comunque frequente che le due definizioni si chiariscano reciprocamente. Se da del unaproblema parte i clienti, molti ci casi, non possono offrire unadescrizione concreta - comeininvece piacerebbe che accadesse dall'altra immaginarsi una situazione nella vita dalla quale il problema sia as 

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sente aiuta spesso ad avere una comprensione migliore della sofferenza dei clienti, dei sintomi e delle storie che raccontano riguardo al modo di porsi di fronte al problema che stanno affrontando. Domande che aiutano a immaginare e a descrivere una vita senza il problema possono essere: -“In che modo le cose saranno diverse?” -“Come vuoi che cambino le cose?” -“In che modo la tua vita sarebbe diversa una volta che il problema fosse risolto?” -“Cosa faresti di diverso una voltaadche il problema ti infastidisse più?” i sin-“Come farebbe la tua famiglia accorgersi chenon cominci a respingere tomi?” -“Se tu non dovessi più combattere contro il problema, cos'altro co s'altro faresti?” -“Se io fossi a casa tua come mi accorgerei che stai andando nella direzione giusta?” -“Come se ne accorgerebbero i tuoi genitori e come gli insegnanti?” …oppure la classica domanda che i terapeuti del MRI assegnano come compito a casa nella prima seduta: - “Quale sarebbe un primo, piccolo segnale che ti farebbe capire che stai andando nella giusta direzione?” La maggior parte di queste domande, le relative risposte e l'intera conversazione terapeutica che ruota intorno ad esse, non aiutano solo a stabilire un obiettivo concreto di trattamento, ma spesso fanno anche di più, come per esempio trasformare la conversazione, prima centrata prevalentemente sul problema, in una conversazione nella quale il cambiamento comincia a sembrare non solo possibile, ma argomento concretamente configurato di discussione, e perciò in molti casi necessario. L’intera conversazione nella stanza di terapia comincia a spostarsi dal “parlare del problema” al “parlare della soluzione”. Ciò pone le basi per un cambiamento che qualche volta, da solo, è risultato essere sufficiente. L’integrazione di modelli di terapia breve focalizzati sul problema e orientati alla soluzione ci permette di cogliere il momento giusto per effettuare questo spostamento di cruciale importanza per la terapia, mentre l'uso di approcci esclusivamente focalizzati sul problema fa correre alla terapia il rischio di impantanarsi nelle lamentele e nelle storie intorno ai problemi e al sintomi. Va peraltro tenuto presente che un'esclusiva focalizzazione sulle eccezioni, risorse e soluzioni, spesso non soddisfa i bisogni dei clienti di lamentarsi, le loro aspettative riguardo all'essere finalmente capaci di raccontare l'intera propria storia di sofferenza a un esperto che, si augurano, sarà in grado di comprenderla. Anche troppo spesso la soluzione del problema non è la prima cosa che i clienti si aspettano di ottenere quando vanno da un terapeuta; specialmente nella terapia con gli adolescenti difficili, i genitori e i figli gradiscono trovare un contesto neutrale per le loro lamentele, la loro sofferenza, le loro storie personali di lotta contro il problema che ha interferito per così lungo tempo con le loro vite. La soluzione di un problema che perseguita una famiglia da tempo, che è sopravvissuto ai suoi tentativi di superarlo, e viene poi risolto nel giro di poche sedute di terapia, non appare solo come un miracolo e un sollievo: può anche essere vista come un insultomessi personale i propri tentativi incessantemente perseguiti di sconfiggerlo in attoverso per molti anni.

 

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I modelli di terapia breve orientati al problema e alla soluzione possono essere visti come parti complementari all'interno della difficile arte del problem solving; la metafora narrativa di White ed Epston (1990) è stata un utile strumento che ha descritto queste due parti a livello di linguaggio e cognizione. Durante il procedere della terapia le due direzioni non sono viste come reciprocamente incompatibili, ma come vicendevolmente convalidantesi. Il terapeuta valuta continuamente l'efficacia del percorso intrapreso sulla base del feedback dei pazienti alle domande o ai suggerimenti. Nel processo di co-creazione del contesto migliore per ulteriorie cambiamenti, i pazienti e il terapeuta si influen-e zano perciò reciprocamente, l'intensità’ di questa influenza complementare inevitabile è più omogenea di quanto si pensi, come è ben descritto da Weakland (1993). Il cliente ha bisogno della competenza e dell'aiuto del terapeuta, allo stesso modo in cui il terapeuta ha bisogno della parcella e il cliente è l'acquirente - la  “gerarchia” ha ragione di essere per entrambe le parti. La stessa cosa si verifica per la “competenza”. Nel nostro approccio (Terapia breve del MRI) il cliente definisce il problema, anche se il terapeuta può assumere un ruolo considerevole nel chiarire qual è il comportamento implicato e nel mettere a fuoco ciò che è importante per il cliente ma che è stato, inizialmente, espresso in modo vago e confuso. Alla fine dei conti il cliente è l'esperto fondamentale nella determinazione dei fini del trattamento, e il terapeuta l'esperto dei mezzi per raggiungere questi fini. Sulla base pragmatica dell'esperienza, è probabile che il terapeuta abbia una certa competenza sull'incompatibilità di certi fini desiderati e di determinati mezzi nei confronti di determinati fini. Gli stessi orientamenti sono sostenuti in Fisch et al. (1982), e in Cade (1992). Durante la terapia, la conversazione fra i clienti e il terapeuta potrebbe spostarsi dal "parlare del problema" al "parlare della soluzione" e poi di nuovo al primo contenuto, anche se in alcuni casi il percorso scelto dopo la definizione dell’obiettivo del trattamento viene seguito fino alla fine, “Se qualcosa funziona, usalo di più” è la semplice regola che sta dietro questa osservazione. Anche se nel nostro lavoro può essere difficile distinguere tra il percorso focalizzato sul problema e quello focalizzato sulla soluzione, ci sono tuttavia interventi specifici caratteristici di ogni percorso. In un classico percorso di trattamento focalizzato sul problema, viene dedicato un bel po' di tempo a indagare su "quello che non ha funzionato fino a ora", vale a dire le soluzioni messe in atto da tutti i membri della famiglia e dagli altri collaboratori coinvolti; ovviamente, cercheremo di interrompere questi tentativi, sia sostituendoli con comportamenti nuovi e diversi (Watzlawick et al., 1974; Fisch et al., 1982) - i cosiddetti "interventi a 180 gradi - sia dando una nuova valutazione degli originari comportamenti di preoccupazione in termini di "problemi non rilevanti" (Weakland, 1993). Il secondo tipo di intervento descrive l'aspetto più prettamente cognitivo dell'approccio del MRI, e si ottiene di solito cambiando la percezione che il cliente ha del comportamento problematico attraverso le "tecniche di ristrutturazione" (Watzlawick et al, 1974). Gli interventi tipici in un percorso di trattamento focalizzato sulla soluzione sono eccezioni (de Shazer, 1988a,momenti 1991; Gingerich, de vita Shazer, 1991):la ilricerca clientediricerca assieme al terapeuta della propria nei quali il problema non c'era. Queste eccezioni possono essere usate per ulteriori  

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ridefinizioni delle relazioni tra i clienti e il problema (White, 1988, 1989). L'esternazione del problema (White, 1988, 1989; White, Epston, 1990; Epston, 1993) è risultata essere una delle tecniche più efficaci nel lavoro con gli adolescenti difficili e con le loro famiglie. Uguale importanza è stata data alla possibilità di interiorizzazione le soluzioni quando i membri della famiglia hanno fatto progressi e alcuni degli obiettivi del trattamento sono stati raggiunti. Le "domande che ridefinicono" e le "domande del possibile" (White, 1988; White, Epston, 1990; Epston, 1993) sono utili strumenti per riscrivere le storie che portano le persone in terapia. La “tecnica della scala” (Berg, de Shazer, 1993) e la famosa "Miracle question" (de Shazer, 1988a) aiutano il terapeuta e i clienti a chiarirsi concretamente i passaggi che hanno già fatto, le risorse che possiedono e le possibili soluzioni proiettate nel futuro. Nella “Miracle question” viene chiesto ai clienti: “Supponiamo che stanotte, mentre siete a casa addormentati, accada un miracolo e questo problema sia risolto. Come sapreste che il miracolo è accaduto? Che cosa sarebbe diverso?” (de Shazer. 1988a, p. 5) Questa e altre domande utilizzano il futuro per co-costruire ipotetiche soluzioni con i clienti. Durante l'intero corso della terapia le risposte e le reazioni non verbali dei clienti servono da feedback per il terapeuta, offrendo in questo modo le informazioni necessarie sulle direzioni e sui progressi del trattamento; inoltre costringono il terapeuta a rivalutare la definizione degli obiettivi o dei problemi e le definizioni presentate dai richiedenti e dalle persone invitate per aiutare a risolvere il problema. Queste linee guida hanno fornito un valido aiuto nel lavoro con tutti i generi di problemi, e sono state convalidate tanto nella terapia familiare che in quella individuale e di coppia. In tutti i contesti hanno contribuito a mantenere breve la terapia, con una media al di sotto delle dieci sedute. Il paragrafo seguente presenta uno studio valutativo del nostro lavoro con i bambini, gli adolescenti e le loro famiglie, in casi che presentavano problemi (o sintomi) quali disordini alimentari, aggressività, enuresi, rifiuto scolastico, tic, abuso di sostanze e varie forme di disturbi psicosomatici. Ricerca sul risultato in due diversi contesti clinici

Seguendo le linee guida per la Terapia sistemica breve illustrate precedentemente, abbiamo condotto due progetti paralleli di ricerca clinica per un periodo prefissato di tempo. In un Istituto di terapia della famiglia privato (Institut fur Systemische Therapie di Vienna, Austria) e in una Clinica pediatrica alla Gifu Universíty (Scuola di medicina, Dipartimento di pediatria) sono state usate per il follow-up le seguenti domande sui pareri dei clienti a proposito del risultato conseguito con trattamento a distanza di sei mesi dall'ultima seduta. 1. Quando siete venuti in ospedale (istituto) la prima volta eravate preoccupati per… Questa preoccupazione è aumentata? È rimasta la stessa? È diminuita? 2. Da quando avete interrotto il trattamento, sono intervenuti nuovi problemi per voi o qualche altro membro della famiglia? 3. Da quando interrotto il trattamento ci sono stati miglioramenti o soluzioni in altriavete problemi?  

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4. Da quando avete interrotto il trattamento avete ricevuto, voi o altri membri della famiglia, ulteriori trattamenti? In caso affermativo, per quali problemi? Che genere di trattamento? Le domande scelte per i nostri follow-up telefonici a distanza di sei mesi sono uguali a quelli usati in ricerche precedenti (Weakland et al., 1974; Nardone, WatzIawíck, 1990; de Shazer, 1991; Macdonald, 1994). I risultati possono così essere confrontati e discussi in un contesto co ntesto più ampio. Durante il periodo della ricerca 34 madri o padri con lamentele verso almeno uno dei figli hanno chiamato l'Istituto per la terapia sistemica (IST) per fissare un primo appuntamento poi organizzato con i richiedenti e chiunque altro disposto ad aiutare a risolvere il problema. I clienti sono stati incontrati in tre contesti diversi: diciassette clienti o famiglie (50%) da un unico terapeuta, sei (17,6%) da una coppia di terapeuti pronti ad aiutarli e undici (32,4%) nel cosiddetto "Centro di terapia della famiglia" da un terapeuta nella stanza e uno dietro lo specchio, a disposizione per riflessioni o consultazioni. La durata media di un trattamento era di due mesi, con punte massime di nove; il numero medio di tre sedute oscillava da un minimo di una a un massimo di undici. Ventitre famiglie hanno riferito di aver avuto precedenti contatti con altre figure terapeutiche, compresi medici e psicologi. Metà delle famiglie (50%) ha detto che era più di anno che il problema interferiva con la loro vita e con le loro relazioni. I disturbi presentati hanno mostrato una grande varietà di problemi infantili e adolescenziali quali anoressia, disturbi del sonno, depressione infantile, rifiuto scolastico, tic, abuso di sostanze, crisi adolescenziali, paure e ossessioni, aggressività, problemi di alimentazione e disturbi psicosomatici. Con venti clienti (58,8%) la terapia è stata giudicata conclusa congiuntamente e in accordo. Dopo aver dedicato l'ultima seduta a interiorizzare le soluzioni stabilite da tutti i membri della famiglia, aver stilato una lista di tutte le risorse di cui la famiglia dispone per risolvere un problema o aver enumerato tutte le possibilità che avrebbero potuto peggiorare di nuovo le cose, è stato detto ai clienti che potevano chiamare per fissare un nuovo incontro ogniqualvolta ne avessero sentito il bisogno. Gli altri quattordici clienti hanno terminato la terapia di loro iniziativa; alcuni di loro hanno chiamato per dire che non c'era più bisogno di terapia, altri non due si sono presentati fissato. è stato possibile raggiungere famiglie per ilall'appuntamento follow-up a sei mesi (si Non erano trasferite in un'altra zona); altre due, dopo la prima seduta, si erano rivolte a un altro istituto e non sono state contattate. Le altre trenta famiglie sono state contattate sei mesi dopo l'ultima seduta e hanno risposto ai quesiti del followup. In quello stesso periodo trentaquattro bambini definiti psicosomatici erano stati trasferiti alla Clinica psicosomatica della Gifu University, Scuola di Medicina, Dipartimento di pediatria. Ventisei famiglie sono state trattate con la Terapia sistemica breve, gli altri bambini sono stati sottoposti a trattamento farmacologico o trasferiti nel dipartimento di psichiatria. In clinica, il numero medio di sedute è stato di quattro, con un minimo di una e un massimo di dieci sedute. Le diagnosi includevano pollacchiuria, disturbi dell'alimentazione, enuresi, rifiuto scolastico, e varie forme di sintomi psicosomatici. Quattro famiglietic hanno abbandonato la terapia e il follow-up non ha potuto essere eseguito. Le altre ventidue famiglie sono state contattate telefonicamente  

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sei mesi dopo l'ultima seduta. Il follow-up è stato eseguito con i richiedenti. Per classificare le risposte alle nostre domande e l'efficacia globale del nostro approccio è stato utilizzato lo schema seguente: Sistema di classificazione Successo: sia il sintomo (problema) che la preoccupazione sono scomparsi. Non c'è la necessità di ulteriore trattamento. Miglioramento: sia il sintomo che la preoccupazione sono decisamente ridotti ma ancora presenti. Nessun cambiamento: Domanda 1: “Lo stesso” o necessità di ulteriore trattamento per lo stesso problema. Peggioramento: Domanda 1: “Di più”, o l'ospedalizzazione del paziente.

Di seguito sono riportate le variabili maggiormente significative per entrambi gli istituti presi in esame: Ist. Terapia Familiare

Ospedale Pediatrico

Variabili: Media sedute Minimo sedute Massimo sedute Numero casi

3 1 11 34

4 1 10 26

Risultati: Successi Miglioramenti Nessun cambiamento Peggioramento Drop Out

18 (60%) 8 (27%) 4 (13%) 4

16 (61%) 3 (12%) 3 (12%) 4

Il 60% all'IST e il 61 % dei richiedenti - soprattutto genitori - nella Clinica pediatrica ha riportato un cambiamento significativo. Il problema contro il quale avevano lottato si era risolto e non c'era bisogno di ulteriore trattamento né alcuna preoccupazione riguardo alla difficoltà che li aveva portati in terapia. Studi precedenti, simili ai nostri, (Weakland et al., 1974; de Shazer, 1991; Macdonald, 1994) hanno parimenti mostrato che,era in alcuni durante i colloqui di follow-up (domanda due del questionario), stato casi, rilevato il manifestarsi di problemi in altre aree. All'IST, diciassette diciasse tte soggetti (56,7%) hanno riferito tali problemi. E interessante come sedici di loro (55,2%) abbiano anche detto che è stato loro possibile affrontare questi problemi in modo tale da risolverli o da mantenerne il controllo. Questo effetto di generalizzazione dopo il trattamento (domanda tre nel questionario) è ben conosciuto in letteratura. Quando ci sia stato un miglioramento nell'area del problema, vengono riscontrati cambiamenti positivi anche in altre aree. Il 26,7 % nell'Istituto di terapia della famiglia e il 12 % di tutti i casi nella Clinica pediatrica sono stati codificati come  “miglioramenti significativi”. In questi casi sia il problema (sintomo) che la preoccupazione erano scomparsi, e vengono riferiti ulteriori trattamenti. Inoltre, le percentuali di risultati positivi (successo o miglioramento) in entrambi i contesti (86,7 % nell'Istituto di terapia della famiglia, 73 % nella Clinica pediatrica) confermano i risultati di ricerche precedenti nel campo della Terapia breve sistemica (Weakland et al., 1974; Nardone, Watzlawick, 1990; de Sha 

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zer, 1991; Macdonald, 1994). Le tabelle che seguono mostrano alcuni dati ed illustrano in dettaglio i risultati.

 

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Tabella 1:

Casi dell’I.S.T. (Institut für Systemische Therapie) (Y = sì, N =oriented, no, F = padre, M = madre, P = paziente, Si = sorella, POS = SO = solution NC = nessun cambiamento, I = miglioramento, = problem successo,oriented, DO = drop out).

Le tabelle mostrano alcune differenze interessanti tra le due strutture. Nell'istituto austriaco il numero dei pazienti maschi è stato superiore a quello delle femmine (ventiquattro maschi, dieci femmine), nella clinica pediatrica giapponese è stato il contrario (dieci maschi, sedici femmine). L’età media dei bambini in Austria era di dodici anni e sette mesi, in Giappone i bambini avevano in media nove anni e sei mesi. Nella clinica sono state viste quattro madri di bambini in età prescolare. Se guardiamo il nostro campione, sembra che in Austria i problemi inizino quando i bambini cominciano ad andare a scuola. Ma molto probabilmente quest’ultima differenza può essere spiegata attraverso i due diversi setting. Tabella 2: Casi della Clinica Pediatrica  

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(Y = sì, N = no, F = padre, M = madre, P = paziente, Si = sorella, PO = problem oriented, SO = solution oriented, NC = nessun cambiamento, I = miglioramento, S = successo, DO = drop out, Gr.M = nonna, N/N = non figlio maggiore, N/Y = non figlio maggiore ma il più grande del proprio sesso).

Le tabelle offrono inoltre informazioni sulle situazioni delle famiglie al momento della prima seduta (Y = famiglia completa, N = non completa; la tabella 1 mostra le situazioni familiari in maggiore dettaglio). Si possono notare differenze interessanti anche nelle frequenze delle diagnosi. Sembra che ci siano sintomi e problemi caratteristici per i maschi e per le femmine, come per i diversi gruppi di età; queste ipotesi sono basate su di un piccolo numero di casi per ogni gruppo e possono, perciò, essere considerate solo come osservazioni congetturali, senza nessuna significatività statistica. Alcune differenze potrebbero essere spiegate dai diversi contesti di riferimento, altre potrebbero esseree dovute a differenze culturali esempio la frequenza di divorzi in Giappone in Austria), altre ancora alle(per variazioni nelle azioni dei terapeuti. Nell’Istituto di Vienna i richiedenti erano con maggior frequenza ac 

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compagnati da altri membri della famiglia, sia dai collaboratori (vedi le linee guida riportate precedentemente), sia dagli adolescenti ai quali veniva "chiesto" di venire con i loro genitori, dal momento che "erano quelli che causavano tutte le difficoltà". I terapeuti di Vienna raramente hanno insistito per vedere solo i richiedenti; il più delle volte il tempo delle sedute era suddiviso in momenti separati sia con i genitori che con gli adolescenti (cfr. Selekman, 1993). A Gifu il terapeuta (Yasunaga Koniori) ha lavorato con maggiore frequenza soltanto con il richiedente, usando l'usuale setting con un solo terapeuta. A Vienna sono stati usati nel lavoro con le famiglie tre diversi setting di terapia: un solo terapeuta, la coterapia, il Centro di terapia breve. Le tabelle illustrano inoltre la durata della terapia, il numero di sedute, il risultato dei follow-up e la direzione dell’approccio “abbracciato” nel processo terapeutico. Un'ultima differenza è emersa nella gestione dei casi di abbandono della terapia. Alla clinica Gifu non sono stati eseguiti follow-up con le famiglie che avevano abbandonato la terapia. I cosiddetti “Drop out terapeutici” automaticamente divengono drop out veri e propri nella valutazione della terapia. A Vienna i clienti sono stati contattati ugualmente e i loro dati considerati nella ricerca. Quattro famiglie non sono state inserite nella ricerca per altri motivi (due si erano trasferite in un'altra zona, due si erano rivolte altrove dopo la prima seduta). Dopo aver paragonato i risultati ottenuti nei due contesti di terapia, abbiamo dovuto considerare le percentuali valide dei dati di Vienna. Bene, a dispetto della nostra regolare comunicazione fra Asia ed Europa, siamo almeno riusciti a creare questo "equivoco creativo" (come lo definirebbe de Shazer). Un'analisi più dettagliata dei dati poteva offrire predittori possibili per valutare il successo della terapia. Il setting, la durata del problema, il numero di sedute, la diagnosi e il contesto di riferimento non si sono dimostrati buoni predittori della riuscita della terapia; il modo in cui si è conclusa è risultata essere l'unica variabile utile per le predizioni. Quei clienti che hanno deciso di concludere la terapia assieme al terapeuta (indipendentemente dal numero delle sedute) presentano maggiori percentuali di "successo" o di "miglioramento" in seguito ai follow-up. I risultati relativi a "Nessun cambiamento" sono stati significativamente più frequenti (r=0,65 p Ristrutturazione Ri strutturazione = Cambiamento. L'approccio strategico e costruttivista alla psicoterapia breve. Giuffrè, Milano. Nardone G. (1993), Paura, Panico, Fobie, Ponte alle Grazie, Milano; (Paur, Panique, Phobies, Du Seuil, 1996). Nardone, G. (1994) Manuale di sopravvivenza per p er psicopazienti. Ponte alle Grazie, Firenze. Nardone, G. 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Due applicazioni, una prospettiva, molti costrutti: implicazioni del costruzionismo sociale per la ricerca scientifica e la terapia De Koster Katerin - Devisé Isabel - Flament Ida Id a - Loots Gerrit Faculty of Psychology, Brussels, Belgium Abstract

Il presente articolo nasce, oltre che dall’interesse per i “nuovi” approcci che vengono utilizzati nell’orientamento e nella terapia sistemica, anche dalla difficoltà, con cui ci confrontiamo quotidianamente, implicita nel definire la ricerca scientifica. L’articolo, infatti, è il frutto dello sforzo di individuare modalità alternative di considerare la scienza e la terapia, nel tentativo di rintracciare una cornice di riferimento adeguata. In primo luogo, prenderemo in considerazione i fondamenti del costruzionismo sociale, per passare poi ad analizzare le implicazioni che tale teorizzazione ha per la scienza e per la terapia. Concluderemo, infine, soffermandoci sui punti di forza del modello teorico del costruzionismo sociale. Naturalmente l’articolo prende le mosse dalla ricca letteratura sull’argomento e dagli spunti di riflessione e di analisi che da questa derivano (Burr, 1995; Gergen, 1994; 1999; Semin & Gergen, 1990).  

Costruzionismo sociale

Prima di entrare nel merito della questione occorre soffermarci sul fatto che il costruzionismo sociale non può essere considerato una teoria (esplicativa), ma piuttosto va ritenuto un’epistemologia, ovvero una filosofia della conoscenza. Da ciò deriva che stiamo parlando di una prospettiva filosofica f ilosofica e contemplativa, più che di una teoria pragmatica e applicativa. La concezione postmoderna secondo cui la conoscenza non è una riproduzione della realtà può essere considerata uno dei fondamenti del costruzionismo sociale, anche se occorre sottolineare che il costruzionismo sociale è cosa ben diversa dal costruttivismo e non va confuso con esso. I due termini, infatti, sono stati spesso usati come sinonimi, soprattutto negli anni ’80, ma rappresentano due differenti e distinte direzioni di pensiero. Pur condividendo l’idea che sono le persone a costruire e creare la realtà, i due concetti si basano e fanno riferimento a presupposti teorici diversi. Se il costruttivismo affonda le sue radici nelle caratteristiche biologiche e fisiologiche della percezione individuale, focalizzandosi su una dimensione individuale, il costruzionismo sociale, invece, si basa su una filosofia di comunità che pone al centro dell’attenzione il gruppo e l’interazione fra i membri del gruppo. Prendiamo ora in considerazione tre assunti di base: 1. Il concetto di ‘costrutto’. Il costruzionismo sociale enfatizza, così come il costruttivismo, l’idea che siamo noi a costruire la realtà, ovvero che le persone costruiscono storie, idee e teorie che le aiutano a gestire la realtà e a confrontarsi con essa. La nostra conoscenza non è mai un riflesso oggettivo della realtà esterna. E’ sempre una creazione che contiene le nostre esperienze, le nostre percezioni e i nostri valori. 2. Il concetto ‘sociale’. Diversamente dal costruttivismo, il costruzionismo sociale evidenzia come i costrutti sul mondo derivino esclusivamente dall’interazione fra noi e gli altri e rappresentino delle storie condivise che permettono alle persone di funzionare come gruppo, nel senso ampio del termine. un’utilità Sottolineapratica inoltrenella comevita questi siano costrutti che devono avere quotidiana. Per tale pragmatici, motivo, i costrutti vengono considerati accordi sociali finalizzati alla costruzione di un ambiente vivibile. Particolare importanza, in tal senso, riveste la cultura e la storia. La cono 

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scenza può essere considerata e definita come una “creazione negoziata di significato”, che ha le sue radici profonde in altri e precedenti accordi. Da ciò deriva che tutta la nostra conoscenza è locale e dinamica in quanto frutto di una negoziazione tra persone all’interno di un dato contesto e ad un dato momento. “Locale”, qui, significa: in uno specifico contesto, in una specifica comunità, e non limitato e circoscritto ad un gruppo di persone. perso ne. 3. Il ruolo del linguaggio. Per il costruzionismo sociale, come per molte altre epistemologie, il linguaggio gioca un ruolo costitutivo, fondamentale. Se ogni forma di conoscenza è il risultato di una negoziazione che avviene attraverso l’interazione, allora il linguaggio diviene un fattore cruciale in tale processo. Nella nostra società attribuiamo un significato agli eventi attraverso le parole che usiamo per descriverli. Questo stesso articolo ne è un esempio. Come, se non attraverso il linguaggio, potremmo mai comunicare e scambiarci informazioni complesse? Senza il linguaggio la nostra comunicazione sarebbe minima e non potremmo condividere le nostre conoscenze né creare costrutti condivisi. Il linguaggio non può essere considerato una diretta rappresentazione del mondo esterno: le parole e le frasi acquistano significato solo in relazione ad altre parole e ad altre frasi, lo stesso linguaggio è una forma di accordo. E’ uno strumento creato dall’uomo che ha significato solo all’interno del contesto in cui viene utilizzato. In breve, il costruzionismo sociale centra l’attenzione sulla creazione di significato, sull’esistenza, sullo sviluppo e sul ruolo del significato condiviso. Gergen, un esponente importante del costruzionismo sociale, ha così sintetizzato: “è lo scambio tra gli uomini che costruisce la capacità di significare del linguaggio, e questo deve essere considerato il nodo cruciale della questione” (Gergen, 1994, p. 264). Uno dei più importanti punti critici del costruzionismo sociale (e dei fondamenti del postmodernismo) è che questo modo di considerare il mondo possa sfociare nel nichilismo e nel relativismo. Dopo tutto, se ogni storia e ogni visione del mondo è significativa allo stesso modo, c’è il pericolo di cadere in un individualismo radicale dove “qualsiasi cosa va bene”. Ognuno potrebbe facilmente giustificare il proprio comportamento e le proprie idee chiamando in causa la natura prettamente individuale e soggettiva della conoscenza. In accordo con Gergen, che sottolinea la solidarietà rivesta aunpermettere ruolo cruciale per la società, riteniamo che siacome la conoscenza negoziata lo sviluppo di valori e principi condivisi e l’investimento nell’interazione e nell’azione comune. Dato che non esiste un’unica verità, le nostre scelte si devono basare su dei valori, e dobbiamo assumerci la responsabilità di ciò che diciamo e di ciò che facciamo. Come precedentemente sottolineato, i punti di vista, le idee e le teorie possono essere giudicate solo sulla base della loro utilità, della loro capacità di rendere i gruppi in grado di vivere nel loro ambiente. Il costruzionismo sociale può essere valutato secondo lo stesso criterio. Il concetto di “funzionalità” è una questione personale. Dalla nostra prospettiva personale e professionale, il costruzionismo sociale è un’epistemologia molto utile perché inserita nella nostra visione olistica e sistemica del mondo e perché fornisce una solida cornice di riferimento per definire e strutturare il mondo che ci circonda. Possiamo dire che valido. a livello teorico il costruzionismo sociale sembra un approccio estremamente

 

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Passiamo ora a prendere in considerazione le applicazioni più pratiche ed operative dell’approccio. Il costruzionismo sociale può avere la stessa utilità per la ricerca scientifica? Quale uso applicativo può avere poi per la psicoterapia? Ciò che segue è una riflessione su due ambiti con cui ci confrontiamo quotidianamente, e sul significato che la prospettiva del costruzionismo sociale può avere per entrambi. La ricerca scientifica

Negli ultimi dieci anni il pensiero postmoderno ha fortemente influenzato le scienze umane. Numerosi scienziati hanno iniziato a valutare in modo critico se stessi e le loro ricerche. Ciò è avvenuto principalmente per le discipline filosofiche in cui termini come “verità”, “oggettività” e “razionalità” sono stati messi in discussione, mentre gli scienziati hanno iniziato ad usare concetti quali “costrutti”, “intersoggettività”. Possiamo osservare come il linguaggio abbia acquisito sempre più un ruolo centrale all’interno della ricerca, la così detta “attitudine linguistica”. Per quanto concerne la psicologia, soprattutto la ricerca psicologica, il costruzionismo sociale è stato accolto con molto meno interesse, specialmente perché metteva in discussione alcuni dei principali assunti di base della psicologia. Nella storia della psicologia è sempre stata sottolineata l’importanza dei fattori individuali, rispetto a quelli ambientali, legati al contesto e alla cultura. Infatti, lo sviluppo delle ricerche sperimentali è andato nella direzione di un sempre maggior “controllo” ed “eliminazione” dall’impianto di ricerca dei fattori di contesto, fattori che sono invece ritenuti di fondamentale importanza dal costruzionismo sociale. Veniamo a considerare l’utilità del costruzionismo sociale nel campo della ricerca scientifica. I principi di base del costruzionismo sociale implicano la messa in discussione della “visione” tradizionale della scienza, dello scienziato e della ricerca scientifica. Se partiamo dal presupposto che ogni idea e ogni teoria è una costruzione contestuale, come possiamo giustificare il ruolo di rilievo della scienza all’interno della nostra società? Perché quanto viene asserito da uno scienziato dovrebbe essere considerato più “vero” di ciò che pensa la “gente comune”? Che ruolo deve la scienza? Per prima cosa,avere la ricerca scientifica deve essere “utile”, utile per le persone all’interno di uno specifico contesto e di una specifica comunità. Deve aiutare le persone a comprendere meglio il mondo in cui vivono per funzionare meglio in quel mondo. In secondo luogo, la ricerca scientifica ha l’importante ruolo di aprire (in senso sociale) il confronto e creare un forum di discussione più esteso possibile. In tal senso, la teoria assume la funzione di “conoscenza generativa”, ovvero conoscenza che produce nuove idee e crea alternative. La ricerca scientifica non ha tanto lo scopo di scoprire la “verità” quanto di contribuire al dialogo, dialogo che conduce alla creazione di una conoscenza comune e a nuove modalità condivise di pensiero e di azione. Nel libro “Realtà e Relazioni” Gergen è andato ancora oltre: la scienza deve contribuire attivamente allo sviluppo, all’interno della nostra società, di considerazioni critiche che riguardino i principali morali e dell’assunto politici al fine produrre una trasformazione culturale. Diretta temi conseguenza chedi“qualcosa è vero” perché abbiamo concordato che sia così, è che lo stesso scienziato non può far ri 

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ferimento ad una specifica conoscenza della realtà, ma si deve muovere contemporaneamente attraverso varie costruzioni di realtà. Persone diverse possono avere percezioni diverse della stessa realtà, il ricercatore deve quindi “essere più menti”, creare lo spazio per ospitare modalità diverse di pensiero. Proviamo a definire l’influenza che i concetti sopra menzionati hanno nel processo di concettualizzazione della ricerca. Come per le implicazioni teoriche, cercheremo di illustrare tali influenze attraverso esempi pratici. In particolare, faremo riferimento ad una ricerca condotta circa un anno fa, a seguito di un progetto realizzato dall’amministrazione fiamminga finalizzato al rinnovamento dei servizi – giovani delle Fiandre. Una delle implicazioni del costruzionismo sociale è che i quesiti della ricerca devono essere posti in modo completamente diverso. Per esempio, considerando che tutta la conoscenza è una costruzione contestuale, ci dovremmo chiedere quanto sia utile rintracciare teorie universali dello sviluppo evolutivo del bambino. Non dovremmo, piuttosto, concentrarci su temi e questioni che innescano un processo di pensiero e avviano la discussione e il confronto? Nella ricerca sopra menzionata nostro scopo è esplorare il processo e il contenuto del cambiamento quale aspetto centrale all’interno del progetto relativo ai servizi fiamminghi. Cosa dire della ricerca? Non dovremmo, nella fase di concettualizzazione, cercare di esplicitare il più possibile i nostri costrutti e i presupposti culturali, sociali e storici? Mettere in discussione il nostro ruolo di ricercatori è una delle principali e più importanti conseguenze dell’applicazione della prospettiva costruzionista. Venendo meno l’idea dell’esperto che osserva oggettivamente la realtà dall’esterno, come scienziati facciamo sempre parte di gruppi che “creano significato” e creiamo le nostre prospettive ed idee sulla base di diverse argomentazioni. Ciò deve farci porre il seguente interrogativo: rispetto a quali valori e a quali priorità conduciamo la nostra ricerca? Nella ricerca al ricercatore è stato dato il ruolo di elemento del processo e nel report ne è stato esplicitato il contesto personale e sociale. La terza necessità è scegliere i temi e i quesiti, avendo presente che questi fanno sempre riferimento ad una “costruzione di significato” contestuale. Riteniamo che la ricerca debba porsi nella prospettiva di fornire una delucidazione dei costrutti locali e contestuali, delle loro origini, del loro sviluppo e del loro significato diall’interno vita quotidiana. da questa prospettiva, problema come, addella esempio, la storia di Partendo una persona sia correlata alle sueil azioni, diviene un interessante scopo della ricerca. Abbiamo optato per una delle regioni dove è stato realizzato il progetto fiammingo, come studio del caso. Prendendo in considerazione il caso di una città di medie dimensioni e la cultura e la storia dei servizi per i giovani in questa regione, lo scopo è indagare i significati, le idee e i costrutti relativi ai cambiamenti che si prevede subiscano le persone perso ne coinvolte. Il tema della ricerca, ma anche la scelta metodologica, dipende e deriva dal linguaggio. Il rapporto con la realtà, come sopra specificato, è mediato dal linguaggio che rappresenta la sola modalità di creare significati condivisi. Il linguaggio diviene anche l’unica componente osservabile del processo di studio. Nella nostra ricerca abbiamo scelto di studiare le argomentazioni delle persone coinvolte: il governo, i policy-makers, i professionisti e gli utenti. Quali sono se le storie, quali i temi dominanti, quali esistono solo a livello implicito? Anche non vogliamo sostenere che l’intervista sia l’unico strumento di analisi, certa 

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mente costituisce il modo più diretto per esplorare i costrutti, all’interno di un dialogo. In linea generale, la metodologia qualitativa viene considerata quella maggiormente adatta nell’ambito della ricerca su questi temi. All’interno di tale scelta metodologica dobbiamo però prestare attenzione al linguaggio “personale”. Ogni parola, ogni atto linguistico, ha un valore simbolico usato e interpretato in modo diverso da persone diverse. Abbiamo scelto di utilizzare interviste approfondite con le persone coinvolte e l’analisi del testo dei documenti esistenti, in quanto modalità in grado di fornire indicazioni utili rispetto a come storie diverse vengono create. Le interviste vengono considerate dialoghi e confronti e non tanto momenti di indagine. Oltre alle implicazioni relative ai temi della ricerca e alla metodologia, vari autori sottolineano le implicazioni relative al processo di ricerca. La ricerca viene creata congiuntamente dallo scienziato e dai partecipanti, è un processo circolare in cui la classica sequenza di definizione dei quesiti, raccolta dei dati, analisi e stesura della relazione, non può essere applicata. Anche la nostra ricerca ha preso avvio da un quesito e da una precisa impostazione, ma questa è stata costantemente modificata e adattata sulla base delle osservazioni e degli interrogativi delle persone coinvolte. Nella nostra prospettiva, questo è l’unico modo che abbiamo per assicurarci che i risultati possano essere complessivamente utili. L’ultima implicazione che va presa in considerazione è che i criteri usuali di valutazione, come la replicabilità e la validità, non possono più essere utilizzati. Ovviamente ciò non significa che non sia possibile una valutazione di una ricerca che si ispira al modello del costruzionismo sociale. Facendo riferimento alla tradizione della ricerca qualitativa, molti autori hanno cercato di individuare “nuovi” criteri basandosi su concetti quali trasparenza e spiegazione delle scelte. Ma cosa possiamo dire dei criteri moderni? E’ vero che l’epistemologia del costruzionismo sociale mette in discussione concetti quali “oggettività” e “razionalità” rilevando come la scoperta della realtà non possa essere il fine della ricerca, ma allo stesso tempo non possiamo condannare tutte le ricerche definendole inutili o non valide. Siamo d’accordo con Gergen nel ritenere che il rapporto con tale sistema e tradizione di ricerca possa condurre ad un valore aggiunto. Risulta chiaro che questa prospettiva apre la porta ad importanti implicazioni e conseguenze per differenti aspetti della scienza. Considereremo oradi alcune la psicoterapia come il gentile lettore avrà modo vedere,implicazioni emergerannoper molte somiglianze. e, Psicoterapia

Il costruzionismo sociale è stato accolto con poco entusiasmo dalla psicologia nell’ambito della ricerca scientifica e dalla psicoterapia. In psicoterapia si assiste d’altro canto ad un incremento della sua influenza, specialmente per quanto concerne la terapia sistemica in cui basilare è il concetto di interazione e ciò spiega l’apertura verso il costruzionismo sociale. Al fine di rendere più chiare le similarità, prendiamo in considerazione le implicazioni del costruzionismo sociale nello stesso modo in cui sono stati trattati, nelle sezioni precedenti, i presupposti di base. Nella terapia sistemica, vengono analizzati i modelli esistenti e create nuove possibilità di interazione. Ciò da puòterapeuta essere fatto in diversi modi all’interno del processo terapeutico costruito e paziente, processo di cui il terapeuta è “cocostruttore/facilitatore”. Il ruolo del

 

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terapeuta è, infatti, quello di partecipare alla conversazione e facilitare il racconto di storie. L’aspetto cruciale di tale processo è che il terapeuta parta da un posizione di non conoscenza. Il terapeuta ha il compito di aiutare a introdurre un cambiamento, anche quando nessun cambiamento viene richiesto. Il punto è incrementare il numero delle possibilità e delle opzioni che il paziente può utilizzare per comprendere la vita. In questo senso, l’opportunità risiede nella possibilità di reinterpretare la realtà in funzione delle nuove informazioni che il paziente riceve durante la terapia. Ciò che veniva fino a questo momento ritenuto “l’unica e la sola verità” si scopre alla fine essere solo “una verità”, solo un modo di vedere la cosa. In terapia, terapeuta e paziente insieme sono alla ricerca di una nuova descrizione (o costrutto) della realtà. Il costruzionismo sociale si inserisce in una visione interazionale: la conoscenza delle interazioni che hanno luogo tra gli individui. Il contesto è un elemento significativo e l’attribuzione di significato è una questione tutt’altro che individuale dal momento in cui i significati sono generati attraverso la comunicazione. Anche i problemi vengono esaminati secondo questa prospettiva poiché anch’essi si sviluppano all’interno della relazione. Gli aspetti disfunzionali devono essere quindi analizzati a partire dai contesti sociali e delle circostanze ambientali. Il costruzionismo sociale ha contribuito ad un approccio alla terapia focalizzato essenzialmente sul linguaggio. I significati si creano all’interno del linguaggio. La realtà viene costruita socialmente attraverso il linguaggio e il linguaggio è frutto di una costruzione sociale. La terapia può essere considerata un esercizio linguistico, ovvero il terapeuta dovrà cercare di aiutare il paziente a sviluppare nuove costruzioni rispetto al suo problema. Da un punto di vista costruzionista, la terapia è un dialogo basato sul rispetto, un’azione condivisa tra paziente e terapeuta in cui entrambi hanno uguale spazio di partecipazione. Né il successo né il fallimento della terapia può essere attribuito ad uno solo degli attori di questo processo. La relazione terapeutica è caratterizzata dall’equivalenza, paziente e terapeuta insieme costruiscono il contesto interpersonale. L’accento è posto sulla conversazione dialogica, piuttosto che sulla diagnosi oggettiva, diagnosi che rimane comunque un prodotto dell’interazione sociale. In quanto diagnosti siamo parte del processo che stiamo diagnosticando. Conclusioni

Il costruzionismo sociale sembra avere implicazioni simili sia per la ricerca scientifica che per la psicoterapia. In entrambi i casi, il ricercatore come il terapeuta sono chiamati a mettere in discussione sé stessi, ad abbandonare la posizione di esperto e considerare la situazione o il paziente quale guida principale del processo. Ciò, secondo noi, evidenzia la vicinanza tra questi due campi e abbassa le barriere che spesso invece si costruiscono nella pratica. Vorremmo concludere sottolineando la convinzione che il costruzionismo sociale può rivelarsi molto utile in entrambi i campi e può costituire una risorsa sia per la ricerca che per la psicoterapia. Una modalità radicalmente diversa di pensare e porre quesitidel emerge da nuovi e sociale alternativi di pensiero. Unoe dei principali vantaggi costruzionismo è il percorsi focalizzarsi sulle storie sui racconti delle persone e delle loro comunità. Rintracciare le storie implicite,

 

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che vivono nel sommerso, offre l’opportunità di allargare il confronto e la discussione in cui anche la storia principale può essere modificata. Strade alternative che vanno scoperte, scelte che devono essere giustificate, introducendo un effetto di emancipazione che, a lungo termine, può agire da supporto ai cambiamenti sociali e personali. Bibliografia

Burr, V. (1995) An introduction intro duction to social constructionism, London: Routledge. Gergen, K.Press. (1994) Realities and relationships: soundings in social construction, Cambridge: University Gergen, K. (1999) An invitation to social constructionism, London: Sage. Semin, G. & Gergen, K. (eds.) (1990) Everyday understanding: social and scientific implications, London: Sage

 

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Stratagemmi contro-deliran contro-deliranti ti Matteo Rampin Psicoterapeuta affiliato al Centro di Terapia Strategica, sede di Mestre, Venezia, Italia Mestre,Venezia, Italia  [email protected]   [email protected] Abstract

Al principio di tutte le cose è la lotta. La lotta è il conflitto tra volontà opposte. Obbedisce alla logica di guerra. La logica di guerra si articola su due livelli: tattico e strategico. Il livello tattico riguarda gli eventi della singola battaglia; in terapia vi corrisponde ciò che accade nella singola seduta. Il livello strategico riguarda gli eventi di tutta la guerra, ossia della successione delle varie battaglie; in terapia vi corrisponde l’intero svolgersi della terapia, ossia della successione delle sedute. L’articolo approfondisce l’uso degli d egli stratagemmi contro-deliranti.

Al principio di tutte le cose è la lotta. La lotta è il conflitto tra volontà opposte. Obbedisce alla logica di guerra. La logica di guerra si articola su due livelli: tattico e strategico. Il livello tattico riguarda gli eventi della singola battaglia; in terapia vi corrisponde ciò che accade nella singola seduta. Il livello strategico riguarda gli eventi di tutta la guerra, ossia della successione delle varie battaglie; in terapia vi corrisponde l’intero svolgersi della terapia, ossia della successione delle sedute. Il principio fondamentale della logica di guerra è: se vuoi A punta a B, il suo opposto. Stiamo quindi parlando di approccio indiretto e di logica dello stratagemma. Possiamo distinguere due livelli di stratagemma terapeutico. Lo stratagemma tattico, ossia quello utilizzato nella singola seduta (prescrizione), si basa sullo spostamento dell’attenzione. Lo spostamento dell’attenzione è usato per esempio nella prescrizione del Diario di Bordo, per gli attacchi di panico: il paziente deve compilare una lista dettagliata di dati durante l’attacco, e questo fa sì che la sua attenzione venga distratta dall’attacco stesso. A sua volta lo spostamento dell’attenzione si ottiene con: - focalizzazione dell’attenzione (cattura suggestiva del paziente); - attrazione su un bersaglio interessante (la compilazione di un Diario di Bordo, non di un diario qualsiasi) e che impegna l’attenzione (il Diario di Bordo comprende una dal listapunto di dettagli); - sottrazione critico (cioè dal fatto che compilare un Diario durante l’attacco di panico è molto difficile); la lista di informazioni minuziose richieste dal Diario di Bordo; - distrazione dalla distrazione (si giustifica la prescrizione del Diario di Bordo dicendo che esso è uno strumento diagnostico che serve a contare quanti attacchi ha il paziente tra una seduta e l’altra). Il secondo livello è lo stratagemma strategico, ossia la costruzione di direttrici di comportamento secondo la logica dello stratagemma, che coprano tutto l’arco della terapia e indirizzino la scelta, sce lta, seduta per seduta, dello stratagemma tattico. Il concetto di stratagemma strategico nasce dallo sviluppo dello stratagemma tattico, sviluppo che si è reso necessario per estendere il modello di terapia breve evoluta a disturbi diversi da quelli fobico-ossessivi, come i disturbi del comportamento o il delirio. Il delirio è il sintomo psicopatologico più grave. Esso alimentare è anche l’esempio migliore di costruzione della realtà mentale. Nel delirio vi sono due paradossi.

 

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Il primo paradosso del delirio è che esso è la costruzione mentale più facile da identificare come patologica, e quindi è la costruzione mentale che viene più facilmente contestata o confutata dagli altri elementi della rete relazionale del paziente. Infatti è una costruzione mentale poco adattata alla realtà condivisa dagli altri: una fobia è plausibile, un attacco di panico ha correlati fisiologici dimostrabili, una depressione spesso ha validi motivi per esistere. Fobie, panico, depressione sono solo esagerazioni quantitative di esperienze universali, mentre il delirio è un’alterazione qualitativa del modo di funzionare della mente. Il secondo paradosso del delirio è che proprio il fatto di essere confutabile con immediatezza, il fatto che sia confutabile da tutti, lo fa diventare più rigido; più confutiamo un delirio, più il delirante rafforza il suo delirio. Quindi per de-costruire (smontare) il delirio non si deve partire dal fatto che è poco adattato alla realtà degli altri, altrimenti lo si rafforza di più. La definizione classica di delirio è: “convinzione personale falsa, basata su un’inferenza non corretta riguardante la realtà esterna e fermamente sostenuta nonostante quanto quasi tutti gli altri ritengono e senza tenere conto di quanto costituisce un’incontrovertibile e chiara evidenza del contrario”. La mente del terapeuta traduce questi criteri diagnostici in risposte dettate dalla logica lineare (convenzionale). Definizione tradizionale

Mente del terapeuta

Convinzione personale falsa Inferenza non corretta sulla realtà esterna

noi abbiamo convinzioni vere noi abbiamo inf inferenze erenze corrette; esiste una realtà esterna fermamente sostenuta nonostante quanto esiste un “noi” di cui il paziente non fa parte tutti gli altri ritengono senza tenere conto della incontrovertibile e cerco di dimostrare il contrario al paziente chiara evidenza del contrario

Queste risposte si traducono in comportamenti che contribuiscono alla costruzione del delirio che il terapeuta vuole de-costruire. COSTRUZIONE DEL DELIRIO

La tua convinzione è falsa (il paziente prova un senso di estraneità, e ansia che si alimenta retroattivamente con lo spavento e l’ansia degli “altri”) Il tuo modo di ragionare è errato (etichettamento: sei pazzo aumentano l’estraneità e la paura) isolamento (contrapposizione “paziente – TUTTI gli altri”) agiscono varie dinamiche sistemiche confutazione (come risposta alla confutazione, il paziente aderisce sempre più all’idea originaria; la confutazione aggiunge nuovi elementi all’ideazione). Secondo logicaviene strategica (indiretta) non dobbiamo combattere gli elementi del deliriolacome definito tradizionalmente, ma, ribaltandone il carattere di profezia autoavverantesi, affrontarli indirettamente (utilizzarli).

 

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Si deve quindi smontare punto per punto il nostro costrutto mentale classico del delirio: dobbiamo agire sulla nostra costruzione mentale di che cosa sia la costruzione mentale che chiamiamo delirio. Definizione

Convinzione personale falsa Inferenza non corretta sulla realtà esterna fermamente sostenuta nonostante quanto tutti gli altri ritengono senza tenere conto della incontrovertibile e chiara evidenza del contrario

Modello tradizionale

noi abbiamo quella vera noi abbiamo inferenze corrette; esiste una realtà esterna Differenza angosciante da quanto dicono quasi tutti gli altri Gli altri non solo non accettano ma anche cercano di dimostrare il contrario

COSTRUZIONE

Modello strategico

noi non abbiamo quella vera Non esiste una realtà indipendente dal nostro modo di vederla Noi non la confutiamo Noi non cerchiamo di dimostrare il contrario DECOSTRUZIONE

La tua convinzione è falsa (senso di estrae straneità, spavento che si alimenta retroattivamente con lo spavento degli altri) Il tuo modo di ragionare è errato (etichettamento: sei pazzo aumenta l’estraneità, e la paura)

Accetto la tua convinzione (alleanza terapeutica, riduzione dell’ansia)

isolamentosistemiche (io-tutti gli altri) dinamiche confutazione (aderisce sempre più all’idea originaria aggiunge nuovi elementi)

taggi Utilizzazione (rottura dell’equilibrio)

Ragioni bene (prossimità antropologica, recupero della dignità, riduzione ansia) Rottura delle dinamiche espulsive e dei van-

La logica dello stratagemma viene applicata al livello strategico e al livello tattico. Al livello strategico stabilisce alcune alc une direttrici: 1) la lotta deve essere diretta contro la sofferenza e non contro il delirio: “eliminare il delirio” è uno scopo ideologico. La nostra realtà è altrettanto inventata quanto quella del paziente delirante; la differenza sta nel diverso grado di consuetudine delle metafore che usiamo per costruire il modello del mondo, e nel fatto che la costruzione fatta dal paziente delirante è fonte di sofferenza per lui o per altri. Se l’obiettivo l’o biettivo è ridurre o eliminare la sofferenza (e non il delirio), disponiamo di un elevato grado di libertà che altrimenti non avremmo. Per esempio un delirio erotomanico in un religioso può essere trasformato in un’ideazione mistica (di tentazione), più funzionale all’esistenza del paziente. Ciò può tradursi persino nel rifiuto di occuparsi del delirio e affrontare altre cose, per arrivare al delirio indirettamente. 2) Non basta ridurre la sofferenza e poi andarsene, bisogna creare supporti nelle retrovie e consolidare le postazioni raggiunte: la riduzione o eliminazione della sofferenza hanno senso se si riesce a raggiungere un nuovo equilibrio (sul lavoro, in famiglia ecc.). 3) Esistono i “pericoli della vittoria”: un’avanzata troppo rapida si traduce in una sconfitta, perché non c’è il tempo materiale per consolidare le postazioni raggiunte. Non si deve cedere alla fretta che è dettata dal nostro disagio davanti al delirio. 4) Esiste sempre una dose di rischio nel trattamento del delirante senza il ricorso ai farmaci, che va valutato accuratamente, tenendo presente che una

 

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dose di rischio non può essere eliminata, e se non la tolleriamo è un problema nostro e non del paziente. La logica dello stratagemma applicata al livello tattico stabilisce i seguenti obiettivi: 1) creare alleanze (con il terapeuta); 2) modificare le dinamiche del sistema relazionale; 3) modificare il grado di certezza della convinzione; 4) frustrare i vantaggi offerti dal sintomo. Praticamente, le tecniche consistono rispettivamente in: 1) entrare nel delirio; 2) interrompere le tentate soluzioni (congiura del silenzio, diario delle idee paranoiche, rituale famigliare, antropologo); 3) inserire il tarlo del dubbio, rinforzare altri aspetti; 4) esasperare i sintomi, rivolgerne la logica contro se stesso. Quest’ultimo punto è il più spettacolare e creativo. Si basa sul principio di aggiungere per togliere, cioè aggiungere qualche elemento al quadro presentato dal paziente per poi portarlo al collasso. È come salvare uno dall’annegamento afferrandolo e immergendolo di più, in modo che sarà lui stesso a liberarsi e ritornare a galla. Bibliografia

Rampin, M., Nardone, G. (2002), Terapie apparentemente magiche. L’analisi illusionistica dello stratagemma terapeutico, Milano, McGraw-Hill

 

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Terapia breve strategica avanzata per disturbi ossessivo-compulsivi Claudette Portelli Psicoterapeuta affiliata (Malta) e ricercatrice associata al Centro di Terapia Strategica, Arezzo, Italia Centro di Terapia Strategica Malta [email protected]  Abstract

L’articolo presenta il breve resoconto di una ricerca clinica condotta presso il Centro di Terapia Strategica (CTS) di Arezzo, in Italia, il cui oggetto è costituito dai disturbi ossessivo-compulsivi. Al CTS studiamo questo disturbo ed il suo trattamento da più di quindici anni. Nel corso di questa lunga esperienza, abbiamo curato con successo oltre duemila pazienti che presentavano persistenti e complicate ossessioni, nonché costanti disturbi compulsivi. Questo studio, basato sul metodo della ricerca-intervento, si è dimostrato un ottimo strumento per acquisire conoscenze operative in merito ai disturbi ossessivo-compulsivi e per elaborare efficaci ed efficienti protocolli di trattamento.

Un importante progetto di lavoro attuato al Centro di Terapia Strategica nel corso di questi quindici anni è stato il trattamento breve dei disturbi ossessivocompulsivi. In linea con la moderna epistemologia costruttivista (Von Foerster 1970, 1973, 1974, 1987; Von Glasersfeld, 1979, 1984, 1995), siamo arrivati a conoscere una realtà operando su di essa, aggiustando gradualmente il tiro degli interventi adattandoli alle nuove conoscenze che emergevano man mano. Questo studio di ricerca-intervento ci ha permesso di preparare protocolli di trattamento specifici particolarmente efficaci nel caso dei disturbi ossessivo compulsivi. Inoltre, ci ha fornito maggiore coscienza della realtà sulla quale stavamo intervenendo o, come noi lo definiamo, del sistema "percettivo-reattivo" della persona che soffre di tali disturbi. È stato il processo “risolutivo” a permetterci di conoscere la struttura e la persistenza del problema. L'unico modo per arrivare a capire un problema è attraverso risultati empirici e sperimentali, e non semplicemente tramite osservazioni che producono ipotesi basate su di una conoscenza "a priori". La differenza consiste tra il giungere a conoscere un problema attraverso l'osservazione e giungere a conoscere un problema attraverso il cambiamento. Se un processo risolutivo funziona per la stessa tipologia di problema con un significativo numero di pazienti, ci permetterà di comprendere la struttura del problema stesso ed il suo funzionamento. Questa conoscenza acquisita del problema è, naturalmente, non relazionata alle sue cause. Infatti, da una prospettiva Strategica, ciò che dobbiamo descrivere è la conoscenza di come sia mantenuto l'equilibrio patologico e di come continui ad autoalimentarsi. Conoscere un problema attraverso il cambiamento: risultati empiricosperimentali

L'immagine strategica dei disturbi ossessivo-compulsivi emersi dai dati empirici è: Una percezione della realtà basata su una fobia che porta il paziente a reagire, attraverso il pensiero, formule o azioni compulsive, nel tentativo di ridurre le suetentate paure. soluzioni adottate da pazienti ossessivo-compulsivi per geLe comuni stire situazioni di panico totale consistono o nell'evitare quelle situazioni o nell'attuare, compulsivamente, particolari azioni abituali (rituali). Alcune situa-

 

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zioni, persone, oppure oggetti provocano così tanta paura che vengono completamente evitate. Molto spesso, in questi casi, il paziente chiede un aiuto esterno per controllarle ed avere la certezza di non doverle mai affrontare. Le abituali tentate soluzioni possono essere “riparatorie” o “preventive”. Ciò significa che siamo stati in grado di individuare due diversi tipi di rituali ossessivocompulsivi: il primo viene messo in atto per intervenire e “riparare” dopo che è accaduto qualcosa di temuto, così da non sentirsi in pericolo, perciò è orientato al passato; il secondo è incentrato sull'anticipazione della circostanza o dell'evento spaventevole, in modo da favorire il miglior esito o evitare il peggiore. Recenti risultati empirico-sperimentali hanno rivelato che esistono due principali varianti delle azioni preventive: rituali razionali-preventivi e rituali propiziatori con pensiero magico. I rituali razionali-preventivi sono azioni specifiche che scaturiscono da una credenza irrazionale e che permettono al soggetto di prevenire le situazioni che lo spaventano, come il contagio di malattie, la perdita di controllo, la perdita di energia, e così via. I rituali propiziatori sono una forma di pensiero magico strettamente connesso a credi fatalistici religiosi, convinzioni derivate da superstizione, fiducia in poteri straordinari o nella fede, e così via. Gli atti rituali possono essere compiuti in prima persona dal paziente o possono anche coinvolgere terze persone o l'intera famiglia. Ci sono casi in cui vediamo che per dare sfogo alle azioni compulsive nel modo più rassicurante possibile o per evitare di entrare in contatto con la situazione temuta, il paziente chiede aiuto ai parenti affinchè lo controllino, perché vedano se ha eseguito il rituale nel modo giusto, o per proteggerlo dalla situazione di pericolo. In tali casi è necessario lavorare con la famiglia, la quale diventa inevitabilmente ostaggio del paziente. Questo genere di paziente ossessivo-compulsivo può diventare violento e minacciare i membri della famiglia di suicidio o di autolesione. La famiglia, in questi casi, deve diventare co-terapeuta e rispettare il compito di osservare attivamente senza intervenire. Per essere veramente rassicuranti i rituali ossessivo-compulsivi del paziente possono essere attuati seguendo una precisa serie numerica oppure possono essere associati ad un’immagine della mente o ad una specifica sensazione. In altre parole, la struttura dell'atto rituale può essere sia razionale e digitale sia magica analogica in connessione con la fobia Dopo une po’, le tentate soluzioni eseguite dal sottostante. paziente ossessivo-compulsivo, diventano patologiche e stabiliscono un sistema che si auto-alimenta, questo perché sia i rituali sia le tattiche di evitamento confermano la convinzione nella fobia di base, che a sua volta incrementa ulteriormente la necessità dei rituali e/o delle strategie di evitamento, e così via. Perciò il paziente si intrappola in un circolo vizioso in continua escalation. Ciò che si poteva considerare liberatorio per il soggetto diventa una vera incarcerazione. I pazienti arrivano in terapia soltanto quando l'escalation tra la percezione fobica e l'esecuzione degli atti compulsivi li ha portati a vivere una vita impossibile. Prima di questo punto, essi vivono nella convinzione che il rituale sia un buon modo per controllare le proprie paure. Questa è la ragione per cui questi pazienti resitono così tanto al cambiamento. Capire e sfruttare la logica sottostante

 

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L’immagine metaforica che meglio rappresenta la logica sottostante ai disturbi ossessivocompulsivi è resa da un aneddoto di Paul Watzlawick: un paziente ricoverato in un ospedale psichiatrico continuava con il suo rituale “clap clap”, batteva le mani. Uno psichiatra provò ad intervenire chiedendo al paziente:  “Perchè fai così?” – “Per mandare via gli elefanti” – rispose il paziente. Il dottore, utilizzando la ‘logica ordinaria’ come strumento di cura, provò a convincere il paziente a fermarsi, dicendogli “Come puoi ben vedere, non c’è alcun elefante qui” – “Certo, è perché funziona benissimo!” rispose il paziente, facendo uso della sua ‘logica non-ordinaria’ per spiegare ciò che stava succedendo, e intanto continuava a battere le mani. I rituali ossessivo-compulsivi non sono illogici ma seguono una logica non-ordinaria. Per modificare il loro ‘equilibrio’, quando elaboriamo strategie terapeutiche, dobbiamo entrare nella stessa logica non-ordinaria. Non si s i può persuadere un paziente ad eliminare le sue ossessioni o ad interrompere l’esecuzione dei suoi atti rituali attraverso spiegazioni razionali. È invece necessario chiedergli di eseguire ‘meglio’ il suo rituale, suggerendogli ‘un metodo più efficace’ per soddisfare le sue necessità e raggiungere lo scopo delle sue azioni, il che significa riuscire a controllare la sua paura. In questo modo si può penetrare la percezione del paziente e, seguendo la logica sottostante alla sintomatologia ossessivo-compulsiva, insieme all’utilizzo di un contro-rituale, è possibile riorientarla verso la sua auto-distruzione. In altre parole, la terapia deve seguire la logica apparentemente insensata che sta alla base delle idee e delle azioni del paziente, dichiarandogli che ciò che lui pensa e fa è sensato. Quindi, l’intervento procede nel prescrivere al paziente uno specifico contro-rituale prestabilito, presentato in modo che si adatti alle particolari idee ed azioni patologiche ossessivo-compulsive. Per esempio, se la compulsione è quella di controllare qualcosa per un certo numero di volte, in modo da essere certi che venga fatta perfettamente, la prescrizione, utilizzando la logica numerica del controllo patologico, sarà quella di far eseguire al paziente il suo controllo un preciso e determinato numero di volte, ogniqualvolta egli senta il bisogno di verificare quella cosa.  “Da qui alla prossima seduta, ogni singola volta che compirai il tuo rituale, dovrai ripeterlo cinque volte – non una di più, non una di meno. Potrai evitare di eseguirlo; se lo metterai in di atto, devi farlo cinque nè più, nè ma meno. Potrai evitare compierlo, maesattamente se lo fai unaper volta, devivolte, ripeterlo cinque volte...”. La struttura logica di questa prescrizione apparentemente semplice corrisponde a quella di un antico stratagemma: “far salire il nemico in soffitta e togliere la scala”. Il modo di comunicare la prescrizione è qui molto importante. La comunicazione è basata su un’ipnotica assonanza linguistica, ripetuta in maniera ridondante, e su un messaggio post-ipnotico, espresso con un tono di voce marcato. La struttura di tale tecnica è da leggersi così: se vuoi eseguire il rituale una volta, devi farlo per cinque volte. Il ‘compito’ assegnato indica implicitamente che il terapeuta riconosce il bisogno di compiere ripetutamente il rituale compulsivo, però allo stesso tempo è lui/lei ad avere il controllo, indicando il numero di volte di esecuzione del rituale. Inoltre, il terapeuta concede il permesso “ingiuntivo” di non attuarlo affatto. IlInpaziente tal modoè ilstato terapeuta il controllo della messa in atto del rituale. primaassume condotto dalla sua fobia a compiere ripetutamente tale azione, adesso è costretto a farlo

 

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dalla terapia. Ciò significa che il paziente acquisisce indirettamente la capacità di controllare la sua sintomatologia invece di esserne lo schiavo. Se noi riusciamo ad arrivare a questo per mezzo delle prescrizioni, il paziente comincerà a mettere in dubbio la propria percezione, essere totalmente posseduto dalla sua ossessione fobica. Il fatto che egli sia ora in grado di tenere sotto controllo le azioni patologiche seguendo le indicazioni terapeutiche, significa che ha la possibilità di giungere alla loro completa cessazione. Di solito è ciò che accade. Molto spesso, i pazienti tornano alla seduta successiva dichiarando di avere letteralmente interrotto il processo di ripetizione dell’atto rituale, poiché compierlo significava doverlo ripetere per cinque volte. Rivelano che eseguire i rituali era diventato realmente stancante e confessano che stranamente non hanno più sentito la necessità di metterli in pratica per ridurre la paura, proprio perché questa non si è mai presentata. Il fondamento logico di tale effetto è quello di assumere la stessa dinamica della patologia persistente. Abbiamo cercato di far ritorcere la sua forza negativa contro se stessa, attraverso stratagemmi escogitati specificamente. In questo modo siamo riusciti a far subire un cambiamento al paziente senza alcuna contrapposizione con la sua posizione precedente, ma semplicemente tramite l’utilizzo di un contro-rituale volto ad interrompere la “dinamica autoalimentante” del disturbo. Questa tecnica aiuta il paziente a riassumere il controllo sul sintomo. I pazienti ossessivo-compulsivi cominciano a compiere ripetutamente questo tipo di azioni al fine di possedere poss edere maggior controllo della situazione temuta, ma finiscono paradossalmente per essere intrappolati dal sempre crescente bisogno compulsivo di attuarle. Le contromosse che vengono adattate allo specifico rituale compulsivo del paziente indirizzano la forza dei sintomi verso l’auto-annullamento. Nella fase successiva del protocollo questa prescrizione viene mantenuta e, di solito, il numero di ripetizioni da effettuare viene aumentato. Intanto cominciamo a guidare il paziente ad affrontare direttamente le situazioni temute in precedenza: Quando la terapia funziona bene, la persona vive la concreta esperienza di liberazione sia dalle compulsioni, sia dalle fobie. L’ultimo passo consiste nel fornire al paziente una spiegazione completa del lavoro svolto ed il suo gli si riconosce responsabilità del successo della terapia, processo. dovuto alleIntanto, sue capacità ed alle suelarisorse. risors e. Nel corso della nostra lunga esperienza di tentativi di elaborazione del miglior trattamento possibile per i disturbi ossessivo-compulsivi, abbiamo escogitato un elevato numero di specifici contro-rituali, utilizzati ad hoc per le differenti tipologie di sintomatologia compulsiva. Così, adesso, abbiamo a nostra disposizione una serie di precise predisposte prescrizioni che hanno rivelato la loro efficacia con le diverse forme di disturbi ossessivo-compulsivi. Ad esempio, nel caso delle formule mentali ritualistiche ripetute in modo compulsivo, abbiamo creato stratagemmi basati sulla logica di “uccidere il serpente con il suo stesso veleno”. Ricordo il caso di una giovane donna vittima di una serie di pensieri ossessivi ritualizzati. Diverse volte al giorno, principalmente prima e durante alcune azioni di ordinaria amministrazione, soffriva la costrizione mentale di ripetere composte di parole numeri. Questo rallentava tutte le sue attività eformule la portava a quella che lei ostessa considerava “una

 

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tortura mentale”, dal momento che si considerava una persona molto razionale e non poteva accettare l’idea di essere ‘obbligata’ a fare cose irrazionali. In casi del genere viene utilizzato un semplice stratagemma che permette di ritualizzare l’atto, come descritto sopra, seguendo un modello diverso di logica non-ordinaria. Prendiamo possesso del sintomo compulsivo attraverso la sua trasformazione. È stato dato alla giovane donna questo compito: “Da questo momento fino a quando ci rincontreremo, ogniqualvolta avrai voglia di ripetere una delle tue formule, dovrai pronunciarla al contrario. Potrai farlo tutte le volte che vorrai, secondo le tue abitudini, però partendo dalla fine verso l’inizio. Per esempio, se dirai la parola “uomo”, diventerà “omou”. Così ripeterai nella tua mente “omou, omou, omou…” tutte le volte necessarie. Se la formula è composta da più parole e numeri, l’esercizio sarà più difficile. In ogni caso, tu possiedi una mente ben allenata, giusto?” Alla seduta successiva, la paziente mi disse che la cosa la sfiniva, ma era molto efficace, perchè dopo un po’ di giorni i rituali erano diminuiti, e, il giorno prima della seduta, si erano verificati soltanto due episodi, immediatamente soppressi dall’attuazione della prescrizione. Ancora una volta abbiamo condotto la patologia all’auto-distruzione. Un altro stratagemma, usato per pazienti ossessivo-compulsivi che devono recitare preghiere o riti particolari ripetutamente, consiste nel crearne, sulla stessa linea del rito del paziente, un altro più complesso ed elaborato, quindi apparentemente più efficace. I nostri ultimi risultati empirico-sperimentali dimostrano che contro-rituali preelaborati non sembrano funzionare al meglio con pazienti che mettono in atto rituali propiziatori razionali-preventivi che hanno lo scopo di prevenire totalmente una situazione fortemente temuta. In quei casi si è dimostrato fondamentale cominciare ad agire sulla loro credenza di base, ovvero, che avere il completo controllo li proteggerà dalla situazione  ‘pericolosa’. Ad esempio, i pazienti che temono il contagio di ogni tipo, per prevenirlo si lavano continuamente, puliscono e sterilizzano se stessi, la casa e tutte le altre cose. Ma paradossalmente, è proprio quando tutto è perfettamente pulito e sterilizzato che la paura del contagio comincia a crescere, e con essa aumenta la necessità di compiere il rituale compulsivo. È quando tutto sembra essere “sotto controllo” che il timore raggiunge livelli più alti. Questo perchè a quel punto l’individuo deve stare continuamente all’erta e pronto a mantenere tutto “perfetto”. In tali casi, dobbiamo insinuare un dubbio: la prevenzione totale, il controllo assoluto,cominciare la pulizia ad o l’igiene completa sono veramente la giusta maniera per ridurre ed infine eliminare questa paura? Quindi, utilizzando domande “discriminanti” guidiamo il paziente a domandarsi se davvero debba temere di più la pulizia totale piuttosto che lo sporco. Per esempio: “Alla fine quand’è che sorge il problema, quando sei sporco o quando sei completamente pulito? Quand’è che senti il bisogno compulsivo di compiere il tuo rituale, quando sei un po’ sporco o quando tutto è immacolato e tu devi proteggere e salvaguardare quella situazione?”. Così, utilizzando domande ad illusione di alternativa e parafrasi, cominciamo a modulare la percezione del paziente, quindi la sua reazione nei confronti della circostanza che provoca la paura. Introduciamo l’idea che “un po’ di disordine aiuta a mantenere l’ordine”.  “Da adessoesperimento, fino a quandoseguendo ci incontreremo di nuovo, vorrei che tuaiuta provassi questo piccolo l’idea che un pò di disordine a mantenere l’ordine… Ogni giorno devi deliberatamente toccare qualcosa di sporco con

 

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il dito, qualcosa che tu sai essere sporco, poi tieni il tuo dito insudiciato per 5 minuti, non un minuto di più, non uno di meno. Una volta che i 5 minuti sono trascorsi, sei libero di lavarti le mani nel modo che preferisci, proprio come vuoi… ma per 5 minuti, non uno di più non uno di meno, devi tenere il dito sporco… 5 volte per 5 minuti al giorno…”. Quando il paziente teme il contagio o le infezioni, utilizziamo spesso l’analogia con i futuri re, gli eredi al trono, che erano spesso soggetti ad aggressioni da parte dei traditori ed erano quindi resi immuni a tutti i veleni esistenti. Fin da tenera età venivano sottoposti a piccole dosi di veleno. Ogni giorno la dose veniva aumentata fino a che non arrivava il giorno in cui il futuro re diventava totalmente immune al veleno, e nessun tipo di pozione poteva ucciderlo, neanche se fosse stata versata nel suo calice da un traditore. Sulla base di questa saggezza, al fine di diventare immuni del tutto a qualcosa, e poter avere controllo su di essa, non la si deve evitare o prevenire, ma al contrario la si deve prendere e sopportare a piccole dosi finchè arriva il giorno in cui non avrà più alcun effetto su di noi. Nella maggior parte dei casi, anche la più ostinata delle ossessioni e delle compulsioni può essere vinta semplicemente ridefinendo la situazione e creando ad hoc una serie di concrete esperienze emozionali-correttive che liberano il paziente dal suo sistema percettivo-reattivo rigido e auto-alimentante. È questo modello in costante auto-correzione che, con le sue tecniche apparentemente semplici, ci ha permesso di raggiungere straordinari e, in qualche misura, persino sorprendenti risultati. Questo può apparire come qualcosa di magico, ma non è nient’altro che tecnologia avanzata. Come Clark affermava  “… la tecnologia avanzata è nei suoi effetti indistinguibile indistinguibile dalla magia”. Bibliografia Foerster H. von 1970, Thoughts and Notes on Cognition, in P.L. Garvin (ed.) Cognition: A Multiple View, pp. 25- 48. New York: Plenum Press. Foerster H. von, 1973 On Constructing a Reality, in P. Watzlawick (ed.1984), The Invented Reality, pp. 41-61. New York: W.W. Norton & Co. Foerster, H. von 1972, Notes on an epistemology for living things, Biological Computer Laboratory, Urbana Illinios, Report 9.3, 1972 Glasersfeld E. von, 1984, An Introduction to Radical Constructivism, in P. Watzlawick (ed.) The Invented Reality. New York: W.W. Norton & Co. Glasersfeld, E. Von 1979, Cybernetics, experience and the concept of self, in M.N. Ozer (ed) A cybernetic Approach to the Assessment of Children: Towards a more Human Use of Human Beings, Westview Press, Boulder Colorado. Glasersfeld, E. Von 1995 Radical Constructivism: A way of knowing and learning. Washington D.C. Falmer Press. 1988, 1994; Nardone G. (1998), Psicosoluzioni, Rizzoli, Milano; (Psychosolutions, Du Seuil, 1999). Nardone G. (2000), Oltre il limiti della d ella paura, Rizzoli, Milano. Nardone G., Salvini A. (1997), “Logica matematica e logiche non ordinarie come guida per il problem-solving strategico”, in P. Watzlawick, G. Nardone, (a cura di), Terapia breve strategica, Cortina, Milano, pp.53-61. Nardone G., Watzlawick P. (1990), L’Arte del d el Cambiamento: manuale di terapia strategica e ipnoterapia senza trance, Ponte alle Grazie, Milano (En. Tr. Tr . The Art of Change. Strategic Therapy and Hypnotherapy Without Trance, Jossey-Bass, San Francisco). Nardone G., Watzlawick P. (Eds), (2004), Advanced Brief Therapy. Th erapy. Aronson, Northvale, New Jersey. Nardone, G. (1995) strategic therapy of phobic A model of therapy and evaluation research. In:Brief Weakland, J.H., Ray, W.A. (Eds)disorders: op.cit., cap. 4.

 

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Qualche Tecnica di Terapia Breve Strategica Sistemica per la Terapia di Coppia Teresa Garcia Istituto Gregory Bateson, Liegi, Belgio Abstract

Nel mettere in rilievo i differenti e importanti aspetti del trattamento della terapia di coppia, l’articolo definisce la Terapia Breve Strategica Sistemica come una scelta comprovata per indurre il cambiamento nelle coppie. Tre manovre strategiche •• in omaggio a Fisch, Watzlawick e Weakland •• esemplificano la metodologia usata per influenzare i partners nell’esperienza del cambiamento a differenti livelli: comportamento, significato, emozione e relazione. L’articolo enfatizza anche l’importanza dei dati di una u na ricerca attuale •• pubblicata dal gruppo di Gottman – per aiutare i terapeuti a concentrarsi sui ffattori attori essenziali che stabilizzano i matrimoni e a sviluppare la necessità di consolidare il cambiamento dopo la terapia.

Questo articolo principalmente introduce tre tecniche presentate alla conferenza di Arezzo “Guardare al passato per vedere il futuro” dell’Associazione Europea di Terapia Breve Strategica. Queste tecniche sono state scelte per rendere omaggio ai miei esperti maestri Dick Fisch, John Weakland e Paul Watzlawick2. Questo articolo è stato pensato per essere il primo di una serie, che esplorano differenti aspetti teorici e tecnici della terapia breve con le coppie. Quando lavorano con le coppie, i terapeuti devono raggiungere il massimo dell’abilità nelle manovre allo scopo di ottenere una forte relazione con la coppia, così come con ogni partner preso singolarmente, ma anche considerare la loro personale sofferenza. Tanto quanto i terapeuti inducono cambiamenti in ambito emotivo, cognitivo, comportamentale, nello stesso modo devono prestare uguale attenzione all’evoluzione del contesto e delle interazioni; inoltre, devono essere ancora più attenti a consolidare quei cambiamenti, lavorando a più livelli: il comportamento, il significato, la struttura della relazione, il contesto emozionale, …3. Soprattutto, i terapeuti devono fare attenzione a lavorare brevemente prima che il problema distrugga i reciproci sentimenti di attaccamento dei partners. Tenendo conto di tutto questo, credo che la Terapia Breve Strategica Sistemica, necessitano sia l’approccio più adatto quando lavoriamo con le coppie. Infatti, un i terapeuti assolutamente di un quadro di riferimento sistemico, approccio breve e un atteggiamento strategico allo scopo di cambiare la natura della relazione e mitigare i sentimenti dei partners mentre risolvono rapidamente il problema o i problemi4. Le tre tecniche descritte, che sono tutte adattate o derivano dagli stili autorevoli dei miei insegnanti, sono utilizzate durante il corso delle sedute quando i terapeuti vedono la coppia insieme. Questo significa che nella mia metodologia i terapeuti possono vedere la coppia separatamente o insieme e questo dipende dalle scelte strategiche da seduta a seduta. Ma è anche interessante os-

 

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  Il grande trio del Centro di Terapia Breve del Mental Research Institute a Palo Alto, California, Usa.  3 Guardare le conclusioni della ricerca di John M. Gottman alla fine dell’articolo.   4   Infatti, è decisamente interessante vedere l’articolo ”Brief Strategic Couple therapy”, articolo scritto dai nostri colleghi Varda Shoham & Michael Rohrbaugh che è pubblicato nel più esteso Clinical Handbook of Couple Therapy, nella sezione A: Approcci Tradizionali. 

 

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servare che, molte volte, è possibile lavorare a problemi relazionali vedendo solo uno dei partners durante l’intero intervento. Ora, vediamo cosa cercano le persone quando vengono a chiedere una terapia di coppia. La gente, almeno nei paesi dove si parla Francese, viene in un contesto di rottura di relazione. Questa limitazione ti lascia un tempo molto breve per lavorare; quindi, gli espedienti per introdurre abili manovre devono essere ingegnosi. Devi essere breve e devi essere strategico. Inoltre, i partners solitamente all’inizio della terapia hanno differenti obiettivi. Uno di loro vuole cambiare, l’altro no. Uno di loro vuole la terapia ma non l’altro. Uno di loro vuole che tu veda la coppia insieme mentre l’altro vuole vederti da solo. Hai bisogno di essere molto strategico ancora una volta, semplicemente per non perdere il contatto con entrambi. Lavorare con le coppie solitamente richiede un approccio alla terapia a più livelli. Ti viene chiesto di aiutarli a negoziare un obiettivo, recuperare il desiderio e l’intimità, di farli cessare di litigare, di diventare più autonomi o inter-dipendenti, di cooperare meglio, di essere rispettosi, etc.. Quindi, la terapia di coppia deve essere adattata sia alle specifiche richieste di ogni partner sia alla natura della relazione di coppia. Per questo, ci sono diversi livelli di intervento (non tutti hanno bisogno di essere trattati in ogni terapia, ma a tutti i livelli deve essere prestata attenzione). C’è un livello di problem solving: “Lui mi segue”; “Lei spende troppi soldi”. Un livello nel quale aiuti la gente a calibrare la relazione in modo differente: creando simmetria in una rigida complementarietà relazionale che per esempio, fa sì che manchi il desiderio; oppure introducendo una one-down position in una relazione molto simmetrica dove c’è desiderio ma non più sesso. C’è anche un livello concernente lo sviluppo di complicità, supporto e intimità – quello che i ricercatori chiamano PSO, sentimento positivo prevalente (positive sentiment override). Inoltre, c’è un livello di conduzione delle discussioni, litigi e conflittualità: i terapeuti non guideranno le coppie verso un sentimento negativo prevalente (NSO, negative sentiment override) o verso il disimpegno di emozioni, etc… Ogni livello ha bisogno di essere consolidato. Per aiutarci a tenere in considerazione ogni livello, alla fine di questo articolo, guarderemo cosa hanno trovato i ricercatori sulle relazioni felici e di lunga durata cosa ihanno trovato sugli ingredientibreve che portano ai più divorzi. Questo cie darà confiniinvece che aiuteranno il terapeuta ad essere efficiente ed efficace nell’indurre un cambiamento a lungo termine. Focalizziamoci Fo calizziamoci ancora di più su cosa le persone si lamentano nello specifico: Si lamentano di se stessi: “ Mi sento pessimista sulla mia relazione”, “Sono incapace di dare”,  “Sono incapace di tenermi un uomo”, “Sono geloso” … Si lamentano  “dell’altro”: “Lui beve”, “Lei non vuole impegnarsi”, “Lui è sempre in giro con gli amici”, “Lei non è mai soddisfatta” … Si lamentano anche della relazione:  “Litighiamo sempre”, “Non sembriamo capaci di negoziare”, “Non sappiamo se vogliamo continuare questa relazione” … In un approccio sistemico, ognuna di queste lamentele — su loro stessi, sugli altri o sulla relazione — può essere analizzata da un punto di vista cibernetico. Potresti non voler parlare di terapia di coppia quando la gente si lamenta di se stessa o del proprio coniuge — questo non sarebbe molto strategico. Nondi-e meno, ognuna di queste lamentele ci richiederà di focalizzarci sull’interazione la relazione con il partner.

 

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In questa prima situazione, quando la gente si lamenta di se stessa, ci sarà bisogno di capire le tentate soluzioni della persona per cambiarle, e la conoscenza di ogni significativo intervento dell’altro. Nella seconda situazione, quando la gente si lamenta dell’altro, l’atteggiamento essenziale o strategia può essere “facile”. Come il mio collega Jean-Jacques Wittezaele dice, ci sono solo “3 soluzioni + 2”. Cosa sono queste tre soluzioni? Se ti lamenti di qualcuno, puoi anche lasciare perdere la relazione, cambiare te stesso o fare qualcosa per influenzare la relazione (e facendo questo, alterare qualcosa o il comportamento completamente inaccettato). L’opzione +2, realmente abbastanza popolare, significa soffrire  “in silenzio” facendo pagare all’altro il suo comportamento oppure, lamentarsi ad alta voce, confrontarsi, strillare e piangere allo scopo di spingere l’altro in terapia… La terza situazione, in cui le persone si lamentano della relazione, è la prima a cui mi dedicherò in questo articolo, a partire delle tre tecniche che analizzerò, congiunte alle sedute di coppia. La metodologia

Ora presenterò le fasi passo dopo passo della metodologia, e,successivamente, descriverò le tre tecniche che costituiscono le basi dell’articolo spiegandone il loro utilizzo nel promuovere il cambiamento. Per la prima seduta, incontro la coppia congiuntamente quando la gente chiama e chiede insieme una terapia per la propria relazione 5. Quindi, al più presto, conosco le persone che mi chiedono di essere viste insieme per una terapia. Inizio dalla ricerca di indizi. Lo schema di Gottman sul comportamento delle coppie mi ha aiutato a costruire una sorta di lista di controllo (checklist)6. •• Quali sono i loro miti, metafore, frasi-d’amore, humor, … •• Quali sono i modi per supportare le loro personali e coniugali aspirazioni, come pensano di farlo? Come il loro matrimonio ha reso più colorita oppure più semplice la loro vita, … •• Come litigano, come discutono, come si riconciliano… •• I sentimenti positivi prevalenti: in cosa sono positivi, cosa piace ad ognuno degli sforzi dell’altro per la loro relazione, di cosa sono orgogliosi… c’è del risentimento e per cosa? •• Qual è la principale dinamica di relazione dell’uno verso l’altro, sono antagonisti, si mandano via a vicenda? •• Cosa piace ad ognuno dell’altro, cosa ammirano, cosa li ha portati ad interessarsi al loro compagno? •• Sanno cosa l’altro vuole, i bisogni personali, i bisogni per la relazione e i bisogni che desiderano appagare dalla relazione?

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  Come ho suggerito prima, può accadere che veda il partner di un paziente da solo oppure

che incontri la coppia nel mezzo di una “terapia individuale” per aggiustare qualche problema interpersonale. In questa situazione, vedo sempre il partner del mio paziente da solo per un primo incontro con lui.  6   Non mi prendo necessariamente del tempo per investigare questa cosa in modo esplicito durante la seduta. Lo faccio mentre parlo dei problemi, nello stesso modo rilevo la posizione delle persone nelle sedute individuali. 

 

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Ogni volta che incontro un qualsiasi nuovo paziente, inizio a spiegare la pratica della Terapia Breve, mettendo in luce che dobbiamo lavorare insieme — loro ed io, come una squadra — per ottenere un cambiamento. Spiego che il cambiamento bisogna che accada nella vita di tutti i giorni più che nella stanza della terapia. Quindi, chiedo loro di provare, nella vita di tutti i giorni, nuovi modi di dire, pensare, fare o parlare relativi alla situazione che li porta a consultarsi. Queste nuove esperienze apriranno nuove possibilità nella situazione problematica. Troveranno da soli la soluzione o le soluzioni da quello che saranno in grado di vedere ed esperire dalla loro vita, da una differente prospettiva. Nella terapia di coppia, particolarmente, è essenziale elaborare una terapia in modo molto chiaro, al più presto e al meglio. La prima decisione strategica nella terapia è chi si vuole vedere e quando. Per facilitarmi la manovra, annuncio sempre ad entrambi i partners che li vedrò separatamente allo stesso punto del percorso terapeutico. Lo annuncio molto presto, prima che mi parlino dei loro problemi. Non voglio che pensino che li vedo da soli o insieme, in reazione a cosa mi hanno detto, o a possibili diagnosi che ho fatto, o a qualsiasi segreto che ho scoperto. Può essere molto d’aiuto vedere la coppia insieme, per un massimo di una o due sedute. Tuttavia, ci sono effettivamente certe situazioni dove ritengo opportuno incontrarli da soli al più presto7. La prima situazione è rappresentata dalla necessità di una qualche negoziazione, per esempio: lei vuole avere dei bambini, lui no; lei vuole comprare una casa ma lui preferisce affittarla; etc. In particolare, quando le loro tentate soluzioni sono discutere sull’argomento più e più volte. La seconda situazione è rappresentata dai casi in cui le persone sono ambivalenti sul lasciarsi o stare insieme nel matrimonio. Quindi, se non vuoi che la terapia vada avanti per sempre, devono capirlo individualmente ed eventualmente con l’aiuto del terapeuta. Inoltre, se la coppia è vista insieme in questa atmosfera ambivalente, “rimbalzeranno” il loro coniuge e il terapeuta su e giù con nessun reale beneficio. La terza situazione mi si presenta dalla sensazione che uno di loro, se non entrambi, abbiano un piano nascosto. Per esempio: vogliono che veda e faccia una diagnosi sul loro “pazzo” partner o stanno già lasciandosi o semplicemente hanno bisogno di più tempo per organizzarsi… Ma concentriamoci su quei casi nei vedoguardano i partnersil insieme per almeno seduta. Inizio a mi chiedere loroquali (mentre pavimento): “Cosa viun’intera porta qui?” La risposta rivela chi è più ansioso e/o chi “esige” la terapia. Dopo uno o due affermazioni di ognuno dei partners, vado avanti lavorando “dal basso verso l’alto”. Questa manovra riguarda l’analisi dei principali patterns di interazione: le dinamiche della relazione. Questa è la prima manovra che descriverò sotto il titolo Lavorando dal basso verso l’alto. Se l’interazione è molto pungente, e le persone stanno litigando, userò la tecnica di Rapaport, che è la seconda manovra che analizzerò e spiegherò. Se l’atmosfera è calma, ma il problema nell’esposizione sembra essere un disaccordo, userò sempre la stessa manovra. Dopodiché, userò le tecniche di negoziazione strategica. Prima di andare ad esplorare la sequenza cibernetica di interazioni relative al problema stabilito, userò una terza manovra, ispirata dall’inossidabile stile d’acciaio dell’intervento di Dick Fisch: il “Come posso aiutarla?” 7

 Almeno dieci minuti dopo l’inizio della prima seduta. 

 

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Una seduta dopo l’altra, non controllerò solo l’evoluzione del primo problema stabilito, ma anche il modo in cui la coppia si occupa di questioni relative ad altri livelli. Per esempio, le persone potrebbero essersi lamentate sulle loro modalità di litigare e discutere — il primo livello. Controllerò poi lo sviluppo dei processi mitigatori che ritrovano litigando. Dopodiché, controllerò la loro capacità di cooperazione. E, al quarto posto, le rigidità relazionali e la struttura e l’aspetto del desiderio. Infine, la questione sui sogni condivisi e gli sviluppi delle personali capacità nella coppia… In ogni seduta userò sempre delle strategie per promuovere la partecipazione nella terapia, per esplorare le tentate soluzioni e cercare la direzione strategica in accordo con gli obiettivi dei clienti8. Rielaboro anche comportamenti e attitudini, creo metafore, dò compiti a casa per generare nelle persone esperienze di cambiamento e sentirsi diversi l’uno rispetto all’altro. La prima cosa nella successiva seduta è la valutazione del/dei compito/i, in accordo con l’obiettivo o gli obiettivi, precedentemente definiti, con lo scopo di introdurre cambiamento e ottimismo nella terapia. I follow-up evidenziano, attraverso gli incontri dopo tre e sei mesi, l’aiuto per promuovere e consolidare il cambiamento ed eventualmente alcuni compiti sulla ristrutturazione. Ma ora, concentriamoci sulle tre manovre di cui voglio discutere in questo articolo. Lavorando dal basso verso l’alto

Mi piacerebbe dedicare questa prima manovra a un grande uomo: John Weakland. Inizierò parlandovi della “strategia dal basso verso l’alto” che ho sviluppato grazie alla sua postuma ispirazione. Può essere un perfetto esempio di come “ritornare nel passato per vedere il futuro”, oppure, come “riscrivere il passato per inventare il futuro”. Nel 1990, mentre Jean-Jacques Wittezaele ed io stavamo facendo ricerca a Palo Alto, abbiamo avuto l’opportunità di conoscere nuove persone di Palo Alto e collaborare ancora per tre anni con “i più vecchi” che, con orgoglio, chiamo i miei mentori. In quel periodo, stavamo studiando il lavoro di Bateson negli archivi della Santa Cruz University e quindi confrontandoci con ognuno lì presente. In quel momento John. Lui di incontrarci diverse ore la settimana per più diriscoprimmo due anni, dandoci cosìaccettò molto più di quello che stavamo cercando. In uno di quegli incontri settimanali parlammo di quale fosse il reale scopo della teoria del doppio legame. Come potrebbe essere importante oggi, 30 anni dopo? John iniziò a parlarci dell’idea di sequenze, lavorando dal basso verso l’alto. Egli scrisse una serie di articoli sulla Cultura Cinese, uno di essi si intitolava “Preparando l’azione”. Propose una sequenza sulla modalità di gestione dei lavori domestici nella vita Cinese. Chi conosce la cucina Cinese dovrebbe sapere che i cinesi selezionano, preparano e tagliano ogni cosa per ore, mescolando successivamente tutto nella pentola. Dopo soltanto 2 minuti il tutto è pronto. John mostrò come molti aspetti delle attività Cinesi funzionino in questo modo. Realizzai che quando lavori con le coppie, può essere un eccellente investimento investigare “dal basso verso l’alto”. Dovresti selezionare, 8

  Per avere un’ammirevole breve spiegazione sulle basi della Terapia Breve Strategica di Coppia guardare l’articolo di Varda Shoham & Michael Rohrbaugh. 

 

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preparare e tagliare l’informazione coerentemente. Alla fine della seduta ogni cosa ha una combinazione e, in due minuti, puoi dare un compito che trasformi l’esperienza di entrambi. Allo scopo di ottenere questo risultato puoi usare molte e diverse domande; alcune sono prese a prestito dalle terapia di struttura sistemica. Ma la cosa importante, qui, è l’intenzione. La manovra ha dimostrato di essere una magnifica strategia per andare nel cuore del problema e rivelare nello stesso tempo, molto rapidamente, le tentate soluzioni. Un intervento solitamente funziona come una forte ristrutturazione delle difficoltà relazionali. Il primo esempio utilizza solo due semplicissime domande: Chi ha chiesto per primo di venire in terapia e per quale ragione? Dopo, all’altro partner: perchè e come ti sei accordato per venire? Vediamo i dialoghi di questa “tipica” seduta: Donna: Bene, lui pensava che per noi sarebbe stata una buona idea venire perchè dice che non sono capace di impegnarmi. Terapeuta: E tu hai accettato? — D: Sì, sono qui. — Ter: Hai accettato di venire in terapia ma hai anche accettato di non essere capace di impegnarti? — D: Oh, no. Lui mi chiede troppo e, se non sono d’accordo, si arrabbia e minaccia di rompere. — Ter: Così, per cosa sei s ei qui, se non pensi di essere esser e in grado di impegnarti? — D: Bene, ho accettato il suo s uo suggerimento a venire. — Ter: Hai bisogno di qualche aiuto rispetto alla tua relazione? — D: No, realmente no. — Ter: Così, sei venuta solo per non fare arrabbiare lui e… — D: Sì, ero spaventata dal fatto che mi avrebbe minacciata ancora se non fossi venuta in terapia. — Ter: Come quando tu o lui parlate di impegno? Cosa vuole da te esattamente? — D: Che io vada a vivere con lui o, se è impossibile, che lui venga nel mio appartamento. — Ter: E, cosa vuoi tu? — D: da sola e andare da lui ecosì lui da me, una volta ogni tanto. — Ter:Voglio (a lui)vivere Puoi sopportare la situazione com’è? — Uomo: No. Ho bisogno di vivere con lei. Ho aspettato abbastanza. Se lei non può venire a vivere a casa mia adesso, mi deve dire quando sarà in grado di farlo. — D: (a lui) Non so se mai vorrò vivere con te, non voglio dare una data, non posso. (Al terapeuta) Potrei non volere mai vivere con lui. — Ter: Cosa farai se non vuole darti un termine? — U: La lascerò. — Ter: E se non vuole venire a vivere con te? — U: La lascerò comunque; soffro molto quando non c’è. — D: Non penso che mai lascerò la mia casa e non voglio che tu venga a vivere con me. Non voglio farlo. Mi dispiace molto ma dopo dovremo fermare cosa. con lei per vedere se è possibile vivere meglio da solo, o cer— questa Ter: Staresti cheresti un’altra donna che vuole vivere con te?

 

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— Uomo: Cercherei qualcun’altra, …. Assolutamente. Non voglio vivere solo e lei vuole vivere da sola. (A lei) E’ quello che vuoi, vivere da ssola? ola? — W: Sì, ho vissuto da sola per gli ultimi venti anni. Sto bene così. Comunque, non penso di voler vivere con te. Ho bisogno di maggiore spazio rispetto a quello in cui tu ti senti a tuo agio… La coppia si avviava a costruire una separazione, ma apriva un reale spazio per la negoziazione per un’eventuale relazione. Così, questa modalità d’apertura ci permette di chiarire la posizione e i bisogni di ognuno e in più di aiutare la coppia ad entrare direttamente in contatto con le basi del loro schema rigido che li blocca… Ma, come ho detto prima, una degli aspetti più importanti, è utilizzare questa manovra per impedire alle persone di ricorrere alle loro tentate soluzioni. Nel nostro ultimo esempio, l’uomo evitava continuamente la discussione che lei voleva avere con lui, utilizzando la tentata soluzione di etichettarla “incapace di impegnarsi”. Un altro esempio di questa tecnica è: — Ter: Quindi cosa ti ha portato in terapia? — Uomo: Lei voleva che venissi, così eccomi qui. — Ter: Questa è l’unica ragione? — Uomo: Sì. Fai Praticamente sempre ciò chesempre, ti chiedesì,e negli ciò cheultimi vuole? — Ter: Uomo: dieci anni da quando siamo sposati. — Ter: E come va? — Uomo: La assecondo e dopo saboto i suoi progetti. — Ter: Come avviene? — Uomo: Odio fare ciò che gli altri vogliono vo gliono che io faccia. — Ter: E saboti i progetti di qualsiasi persona? pe rsona? — Uomo: Faccio solo quello che lei vuole, non quello che gli altri vogliono. — Ter: Perchè? — Uomo: Mi fa sentire in colpa, quindi l’assecondo l’asseco ndo e poi saboto. — Ter: Intendi consapevolmente o inconsapevolmente…? — Uomo: Entrambe, ma soprattutto consapevolmente. — Quindi come saboterai la terapia? — Ter: Uomo: Dandoti tutti gli elementi ma non farò quello che mi chiederai di fare. — Ter: Non preoccuparti, non chiedo alle persone di fare qualcosa a meno che essi non vogliano cambiare, e io non conosca prima i loro obiettivi. — Uomo: Io voglio che le cose c ose cambino. Ma non so quale obiettivo perseguire. — Ter: Questo è il motivo perchè non ti chiederò di fare nulla, né per me, né per lei. Grazie. — Ter: (rivolto a lei) Perchè volevi che venisse in terapia… Adesso si può vedere come questa manovra d’apertura aiuti a capire meglio chi è il principale cliente oppure, in conclusione, chi non lo è. Inoltre, qual è la dinamica di interazione e qual è il problema. Ma anche, ad allontanarsi dalle tentate soluzioni — in questo caso dell’uomo e della donna. Si può quindi essere anche in grado di bloccare le tentate soluzioni di lui (assecondare le onde ecordo…). poi sabotare) quelle di leicon (“spingere” lui a fare senza suo acE’ moltoe utile iniziare queste manovre neicose casi in cui leil persone

 

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vengono in terapia per problemi9 strutturali nella relazione. Ed è anche valido in termini di efficienza nel problem solving, comprendere molto velocemente il nocciolo del problema ricorrente. Anche quando si lavora su entrambi i livelli allo stesso tempo: la struttura e il più diretto problem solving. Come ho detto all’inizio del workshop, w orkshop, è molto importante inquadrare la terapia molto velocemente e lavorare dal basso verso l’alto seguendo ogni partner. E’ altresì molto importante che il terapeuta prenda una posizione chiara. La manovra di Rapaport

In molte situazioni le persone vengono da noi perchè sono in un profondo disaccordo, o perchè entrano in un’escalation simmetrica molto facilmente. Trovo che la manovra di Rapaport, appresa dal mio carissimo Paul Watzlawick, sia estremamente utile in questi casi. Paul Watzlawick spiega di essere venuto a conoscenza di queste tecniche di negoziazione dagli scritti di Rapaport. Rapaport aveva immaginato questa tecnica di comunicazone con lo scopo di fermare i violenti disaccordi tra Russi e Americani nelle Nazioni Unite nel periodo della Guerra Fredda. Rapaport aveva pensato di introdurre una procedura per cui nessuna negoziazione sarebbe cominciata a meno che gli Americani non avessero esposto il punto di vista dei Russi fino alla loro piena soddisfazione e così la terapeutica spiegazioneconsiste dei Russinelrispetto al punto di vista degli Americani. novra chiedere al partner di presentare il puntoLadimavista dell’altra persona COME SE non fosse là. Frequentemente istruisco l’ascoltatore di prender nota accuratamente di quello che è stato dimenticato o riportato scorrettamente, ma di non reagire: solo ascoltare attentamente. Questo non consente alle persone di discutere dell’argomento che li fa litigare, escludendo ogni violenza che molte volte funziona come una vasta rielaborazione, e mitiga la relazione. Ma il suo aspetto più importante è che elimina una vasta massa di informazioni parassite “lei non è mai d’accordo”, “lui non capisce”, “lui non mi ascolta” etc. Semplicemente la terapia diventa più efficiente. Come ho detto prima, se il soggetto o i soggetti hanno bisogno di negoziare, vedrò molto probabilmente le persone da sole. Questa manovra, nello stesso tempo, permetterà di conoscere cosa vogliono, la loro posizione e le loro tentate soluzioni. E soprattutto, permetterà di rielaborare strategicamente la situazione. Per esempio: Donna: Come ho detto alla tua segretaria, ho chiesto al mio amico di venire qui con me perchè c’è un problema su cui stiamo discutendo da mesi… e non raggiungiamo alcun… accordo. Infatti, ogni volta che parliamo di questo arriviamo a terribili litigi, smettiamo di parlarci l’un l’altro per giorni… (Lei guarda l’uomo molto intimidita, si rilassa quando lui annuisce). Ter: Prima che lei inizi ad esporre il suo problema o disaccordo, mi piacerebbe chiedere ad entrambi se siete d’accordo nel fare un esercizio di comunicazione che potrebbe essere utile. Io certamente non sarò in grado di risol-

 

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un “problema strutturale” come un problema in molte situazioni, per esempio quando le persone vanno in escalation ogni voltaricorrente che parlano di denaro,  Definisco dell’educazione dei bambini, delle vacanze, etc…. e uso il concetto di problem solving quando il problema è centrato intorno a un singolo punto di discussione, per esempio il desiderio della donna è lavorare fuori casa e il rifiuto da parte del marito. 

 

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vere questa situazione in un incontro e, se tutte le volte che parlate del problema litigate, probabilmente è meglio condurre la discussione in modo diverso. Altrimenti, le sedute qui potrebbero diventare più dannose che terapeutiche. L’uomo annuisce. Donna: Sì, e che cosa? Ter: Vi chiederò di parlare l’un l’altro del problema, ma non voglio che mi raccontiate il vostro punto di vista ma la visione del problema da parte dell’altro. Dal momento che litigate molto (guardo lui, e poi, ricercando il consenso di lei, … poi vado avanti) quando parlate della questione difficile che vi ha portato qui. (rivolto all’uomo) Così Stèphane, secondo Sophie qual è il problema? Uomo: Lei vuole che io la lasci ridecorare e fare cambiamenti nella mia casa. Penso che lei voglia anche che le venda parte della mia casa. Ter: L’ultima cosa che hai detto. “Io penso…” Pensi di immaginare cosa effettivamente dice, che vuole una parte della casa, oppure pensi che sia quello che vuole, anche se non l’ha detto, oppure op pure è implicito questo per te? Stéphane: Bene… Lei si è offerta di pagare per alcune delle trasformazioni che abbiamo fatto… Sophie: Ho pagato per alcune… Ter: le Sophie, per favore. Grazie per la chiarificazione dell’informazione. Sapere cose correttamente è molto importante ti prego di scrivere ogni cosa che ha bisogno di essere completata o corretta. Se non vuoi arrivare a litigare su questa questione, propongo di andare avanti con questa esperienza. Sophie: (imbarazzata) Sì. Posso avere della carta? (Ter. le dà della carta) Grazie. Ter: Quindi Stéphane tu dici che Sophie si è offerta … Come Sophie mi spiegherebbe il problema che l’ha portata a venire qui? Stéphane: Lei vuole essere rassicurata. Vuole che io faccia a meno dei miei pieni diritti sulla casa, che la divida con me. Vuole sentirsi a casa al mio posto. Ho detto che investirò con lei in una condizione vera, ma lei vuole che la mia casa sia nostra, non ne vuole vuol e un’altra. Ter: qui? Sophie, secondo ete, come Stéphane vede il problema che viper hacortesia, portato Completerai chiarirai il tuo punto di vista dopo. Dimmi come vede lui il problema? Sophie: E’ spaventato di avere un altro divorzio e perdere la casa. A lui piace che mi prenda cura di ogni cosa lì, ma non vuole che io sia comproprietaria. Vuole lasciare questa casa ai suoi bambini. Non capisce il mio bisogno di… Ter: Scusa Sophie. Lui pensa di non capire i tuoi bisogni? Sophie: No, il contrario, dice che non mi capisce ma poi invece si offre di comprare un’altra casa. Ter.: Per cosa? Sophie: Così sarò rassicurata. Così avrò una casa con lui, ma ci vorranno degli anni… Ter: …anche luiilpensa chedegli ci vorranno anni? Sophie: Per lui numero anni nondegli è importante, pensa che abbiamo tutto il tempo per comprare qualcosa per noi.

 

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Ter: E’ abbastanza fiducioso che la vostra relazione durerà oppure vuole che tu creda che lo sia? Sophie: Bene (sorpresa). Sembra che voglia investire un lungo periodo con me. Lasciami spiegare come se fossi Stéphane (Ter. anniusce): Sophie è venuta a vivere con me 6 mesi fa, perchè, doveva comprare o affittare un nuovo alloggio. I proprietari del posto in cui abitava hanno avuto bisogno della loro casa inaspettatamente. Non era stato pianificato che saremmo andati a vivere insieme ma lei sembrava molto stressata e, bene… non so.. le ho chiesto di vivere a casa mia. Ho un terribile divorzio alle spalle e molte cose che non ho ancora messo a posto con la mia ex-moglie. Quindi il momento era molto difficile ma gliel’ho chiesto comunque. Lei è venuta e… E’ ovvio che la situazione che li ha portati in terapia ha bisogno di essere negoziata e la manovra ha permesso loro di discutere tranquillamente e ascoltarsi l’un l’altro. Ma l’impatto della manovra di Rapaport, in questo caso, è stata cruciale. Ha bloccato le tentate soluzioni di Sophie — cercare di giustificare il suo desiderio a Stèphane. E le tentate soluzioni di Stèphane, che erano elusive piuttosto che rispondere “No” alla richiesta di lei. Come posso aiutarti?

Questo passo è estremamente importante perchè lavora a differenti livelli nell’interazione terapeutica. Utilizzo questa manovra ispirata allo stile di Dick Fisch10. Questa manovra ha un interesse in tre aree. Primo, chiarisce i significati e gli obiettivi di ogni partner, così come della coppia, di un gruppo e dell’interazione terapeuta-coppia. Questa manovra, come apparirà chiaro in questi esempi, aiuterà la rielaborazione sistemica della situazione, aiutando ognuno ad ottenere il controllo e la responsabilità nel processo di definizione del problema e problem solving. Ter: (alla moglie) Mi hai detto che sei venuta in terapia perchè tuo marito non ti dice la verità. Ed egli ha detto che vuole la terapia per smettere di litigare con te, così avrà piacere di ritornare a casa. Come posso aiutarti? Donna: Voglio che lui ti metta a conoscenza del fatto che beve e che mi tradisce un’altra donna. Ter: micon sembra chiaro cosa tu voglia da lui, ma come posso aiutarti? D: Come un testimone. Puoi dire se puzza d’alcol e dirgli che è meglio riconoscere… Ter: (al marito) Bevi? Uomo: No, non nel modo che dice. Ter: (alla moglie) Dice che non lo fa. Cosa posso fare? D: Non so come gestire i problemi se non ammette di avermi imbrogliata. Ho bisogno che ammetta.

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sola persona usarenon questa manovra lo stesso brioSorprendentemente, è Eric Trappeniers dil’altra Tolosa, Francia. Soche chesembra Trappeniers ha fatto alcun con training né a New York, né al MRI, così questo sarà uno dei misteri della Terapia Familiare che andrà avanti. L’intenzione strategica di Trappeniers quando usa questa domanda può non essere la stessa con cui la utilizzo io.

 

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Ter: Se c’erano altri modi efficienti di gestire il problema, oltre al fatto che lui lo riconosca, cosa vuoi che riconosca…ti piacerebbe aiutarmi a cercarli e completarli? D: Se non li risolviamo velocemente, arriveremo al divorzio. Ha già rotto due matrimoni, non vede mai i suoi bambini (piangendo)… abbiamo una bambina di tre anni… glielo dobbiamo. Ter: Non so se glielo dovete. Ma so che vuoi che io ti aiuti a porre fine ai problemi. Quali sono? D: Litighiamo continuamente. Ma è normale. E’ giusto non rimanere lì a sorridere quando lui ritorna a casa ubriaco e quando vedo, da piccoli dettagli, che è stato con una donna. Sospetto che una delle sue lavoranti sia la sua amante. Ter: Tu litighi con lui perchè ritorna a casa in uno stato che non ti piace e sospetti che lui abbia un’amante. Cosa posso fare per te? D: Se lui è d’accordo di non vedere più la sua amante fuori dal suo lavoro… U: (interrompendo) Non ho amanti… D: E se viene a casa senza puzzare d’alcol, potrei evitare di litigare. Ter: Quindi se non vede la donna — che sia la sua amante o meno — e se non assume alcol, tu la smetterai di litigare da sola. Non vedo perché tu debba spendere i tuoi soldi con me, allora! D: me. Ter:Sei Lodura so, locon sono. D: Bene, cosa faccio per far sì che venga a casa sobrio e che lasci questa donna? Ter: (rivolto all’uomo) Può fare qualcosa per questo? U: Certo. Se lei la finesse di brontolare e di voler litigare, se mi parlasse con rispetto di fronte a mia figlia... Sarei a casa presto. Ogni tanto vado a farmi dei drinks con la mia collega ma non è la mia amante. D: Sei un bugiardo. D: Su cosa sta mentendo? Sul fatto che va fuori a farsi qualche drinks con i suoi colleghi oppure, che la donna non è la sua amante. O anche che gli piacerebbe ritornare a casa presto se fosse accolto calorosamente. D: La questione dell’amante. Ter: D: Sì.Pensi che sulle altre questioni lui stia dicendo la verità? Ter: Quindi come posso aiutarti, se posso esserti di alcun aiuto? D: Avrei bisogno di rilassarmi ed essere meno tesa. Quando so che sta venendo a casa, inizio a prepararmi per un litigio e quando arriva sono pronta a provocare un litigio. Mi adiro solo al pensiero che si stia divertendo per conto suo, con questa donna, e quando arriva in ritardo… Ter: Pensi che saresti in grado di salutarlo con calma e vedere come vanno le cose? Anche se ha visto questa donna e bevuto alcuni drinks? D: Non penso che litigare possa aiutare nè lui nè me, ed è disturbante anche per la nostra bambina. Se le cose peggiorano potrei considerare il divorzio, ma litigare non è comunque d’aiuto. Ter: (al marito) E tu? Come posso essere d’aiuto? U: madre Sono molto teso in e infelice perchèda stocasa vivendo in città nei weekends con mia e lavoro città lontano e sono terribilmente stressato al pensiero di andare a casa mia nei weekends. Non posso sopportare questa

 

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situazione senza andare fuori e bere qualche drinks per avere abbastanza coraggio per andare avanti. Mi sento abbastanza depresso. Infatti, ho paura di andare in depressione ancora di più, ho paura di pensare al suicidio… E’ utile utilizzare questa tecnica quando le persone ti chiedono un aiuto per qualcosa che non possono fare o che non possono smettere di fare e che, ovviamente, contribuiscono a costruire il problema o i problemi. In questo esempio, lei non riesce a smettere di salutarlo, accoglierlo male e trattarlo “come un cane” e lui “non può sopportare” la sua vita di tutti i giorni senza bere qualche drinks durante le sere della settimana. Occorre prestare attenzione a come lo scambio tra il terapeuta e la moglie sia stato in qualche modo duro perchè mi sono allineata con lo stile severo della moglie, ma il mio tono era calmo, deciso e ben disponibile. Il ciclo cibernetico di esplorazione

Può essere utile esplorare le sequenze d’interazione che conducono al problema. D: Siccome lui non dimostra alcun amore e attaccamento per me io spendo denaro per tranquillizzare me e i bambini. U: Siccome lei spende molto — mi spavento e mi deprimo, lasciandomi senza controllo sulla mianon vitacerca —, ioun mi lavoro, ritiro e la odio. D: alcun Dal momento che lui devo tenere i miei due lavori. Sono eccessivamente stressata, stanca e risentita del fatto che lui non si proponga di aiutarmi con le entrate. U: Siccome la sola cosa positiva che abbiamo è il denaro e mia moglie è sempre eccessivamente stressata e stanca, non ci divertiamo molto. Non capisco perché buttarsi nel lavoro, faccio training che soddisfano la mia vita e questo mi preparerà per un buon interessante lavoro nel futuro. D: Ho fatto dei tentati suicidi perchè non posso sopportare che lui mi lasci. Mi dice che vorrebbe rimanere, che mi ama. Ritorna per una o due volte la settimana per il sesso, ma mi lascia ancora ogni volta dicendo che sono così pazza che non può gestirmi. U: Devo lasciarla perchè non sopporto più le sue s ue minacce e tentati suicidi. D: me. Posso fare sesso solo se io sento “vicino”, se è dolce e se si prende cura di U: Amo prendermi cura di lei ma mi sento “vicino” a lei le i solo se faccio sesso se sso con lei. D: Mi adiro perchè non è mai a casa. U: Non mi diverto a casa, mi fa sentire sempre in colpa. Si può vedere, attraverso questi esempi, come le interazioni si combinano insieme per costruire la lite. Dopo aver lavorato tutti questi anni con le persone e, in particolare, con le coppie, credo ancora profondamente che il mio principale compito, se non il solo, sia di interrompere le tentate soluzioni. Questo modo di lavorare suona come puro riduzionismo, decisamente lo è, se si considerano le tentate soluzioni, in un comportamento o in una semplice comunicazione, come un responso contingente nella modalità di Skinner. Ma se si considerano le tentate soluzioni per quello che sono, l’essenza delle dinamiche in una relazione, o l’apice tra due modi di vedere il mondo, — cos’è che fa sì che una relazione problematica persista —, ci si sorprende della potenza

 

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nell’INTERROMPERE semplicemente questi ironici cicli. Non è possibile, nella portata di questo articolo, analizzare le differenti tecniche per interrompere le più tipiche tentate soluzioni. Non è neanche possibile analizzare un gran numero di strategie per accrescere la motivazione o le tattiche da usare nella stanza della terapia. Ma, penso sia importante discutere alcune interessanti intuizioni sulle coppie ispirate da una recente ricerca. Può aiutare efficacemente a strutturare gli interventi, a considerare l’importanza di consolidare il cambiamento. Mi piacerebbe iniziare a descrivere una coppia che sto vedendo con lo scopo di illustrare alcuni concetti che i ricercatori utilizzano. Spero che questi concetti possano essere d’aiuto nel considerare alcuni aspetti importanti delle coppie come in un sistema. La prima cosa che mi viene in mente per caratterizzare la coppia è che l’uomo, un impiegato di 34 anni NON E’ SVEDESE. Questo è il modo in cui si è definito la prima volta che è venuto in terapia. E’ venuto con la moglie, un’impiegata di un negozio di alimentari, che ha la stessa età di suo marito. Si sono sposati 5 anni e mezzo fa, hanno una figlia di 2 anni. Sono andati in terapia più di una volta lo scorso anno poichè hanno violenti ed estremi litigi di cui entrambi accettano di essere responsabili. Dicono che questi litigi siano andati peggiorando da quando hanno la bambina. Infatti, lei si lamenta del fatto che suo marito sia una persona maniaca; vuole una perfetta pulizia e un perfetto ordine nella casa. Ma avendo un lavoro a tempocome pienopiacerebbe e una bambina, noninsiste riesce che ad avere tempo necessario perma fare tutto a lui. Lui non vuole tutto “perfetto” è vero che è estremamente infastidito se le cose non sono al loro posto, — vuole solo che la cucina, il bagno, il salotto e la stanza da letto, siano pulite, riordinate, così come che i letti siano fatti. Aggiunge anche “come ho detto all’inizio non sono Svedese, non ti aiuterò nella pulizia della casa se non è assolutamente necessario e comunque in modo limitato”. Lei inizia a gridare dicendo che non ha tempo di stare piacevolmente con la sua bambina se arriva a casa e deve correre a pulire la cucina, preparare la cena… Lui insiste che lei dovrebbe organizzarsi meglio, aggiungendo che i peggiori litigi sono relativi alla lavanderia, che non è mai in ordine in tempo. Dal momento in cui mi dicono che sono andati in terapia precedentemente, cerco di vedere cosa, prima di me, gli altri terapeuti abbiano fatto. Solitamente i terapeuti hanno cercato di convincere il marito moglie stava al meglio tutto quello che una poteva oppure, davanoche loroladei consigli su facendo come litigare “amichevolmente”: coraggiosa nuova terapeuta prescrisse loro di litigare. Nessuno di questi funzionò. Quando i litigi furono prescritti, litigarono ancora di più. La maggior parte di loro, voleva che smettessero di litigare, ma lui voleva la sua casa pulita e lei voleva avere del tempo per la sua “bambina”. A tutto ciò si era aggiunto anche che il marito aveva perso il suo lavoro alcuni mesi prima, stando quindi a tempo pieno a casa con la “possibilità” di crescere la “piccolina”. La madre, disperata, si sente esclusa dalla relazione padre-bambina. Il padre, estremamente felice poiché stava con sua figlia, comincia a preoccuparsi al pensiero di ritornare a lavorare a tempo pieno. Cominciarono quindi a litigare a proposito del tempo che ognuno trascorreva con la bambina. Decisi di fare una breve seduta e chiedere loro se si aspettavano soprattutto che li facessi smettere di litigare. Risposero un grande sì, e ascoltarono. Dissi loro che era ovvio che lei non fosse in grado di organizzarsi… nel modo che il marito voleva che lei facesse. Questo era carino, ovvio, dal momento che lui non le avrebbe mai

 

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chiesto di fare più di quanto fosse umanamente possibile. “Ma, probabilmente, quando lui intende riordinare la cucina, non intende ogni piccolo angolo o muovere tutti i mobili, — di sicuro non intende quello!” Per essere sicuro che lei pulisse solo quello che lui riteneva importante e che utilizzasse il modo che lui voleva esattamente, chiesi a lui di pulire tutto quello che realmente necessitava di essere riordinato davanti a lei. Al suo rientro, la sera, diversi giorni seguenti della settimana, lei avrebbe dovuto seguirlo, osservare i compiti esatti che stava facendo e scrivere l’ammontare esatto di tempo che lui stava impiegando per ogni lavoro domestico.  “Puoi pulire il pavimento per 5 minuti, 10 minuti o mettere la cera per un’ora, tu devi mostrarle esattamente come ti piace!” Così per preparare la cena ecc. lui disse che aveva intenzione di fare parte dei lavori domestici, rifare i letti, e pulire il tavolo, giusto le mattine quando lei andava a lavorare. Dissi che non avrebbe dovuto iniziare ad interferire con l’organizzazione prima della simulazione nella vita reale! Vennero tre settimane dopo11; fecero il compito 4 giorni la prima settimana, e non litigarono mai per i lavori domestici. Ebbero un piccolo litigio relativo alla lavanderia, e la suddivisione delle cure per la bambina. Mi congratulai con loro per essere stati così collaborativi e per avere avuto questi buoni risultati. Chiesi al marito per le seguenti settimane, di osservare qualsiasi mancanza nell’organizzazione e pulizia della casaSULLA svoltaCARTA dalla qualsiasi moglie. Doveva ampiamente e meticolosamente SOLO cosa lei criticare facesse di sbagliato o in modo disorganizzato. Non avrebbe dovuto dirle nulla. Istruii Is truii lei sul fare le pulizie e organizzare il suo lavoro, come voleva, facendo molta attenzione ad iniziare le serate con un “amorevole-bagno” con la sua bambina. Il padre avrebbe dovuto lasciarle sole finchè la madre si fosse sentita rigenerata e solo dopo avrebbe dovuto organizzare i suoi lavori domestici. Il lavoro domestico del marito sarebbe servito come modello di perfezione da ottenere ma lui/lei sapevano che sarebbe stato possibile solo dopo alcuni mesi. Lei sarebbe stata aiutata dalle osservazioni di suo marito. Queste osservazioni sarebbero state condivise nella seduta, così lei avrebbe potuto migliorarsi. La terza e quarta seduta servirono per consolidare il cambiamento e i due coniugi parlarono ampiamente dei loro differenti modi di educazione. Apprezzarono di apprendere l’uno dall’altro, loro stili unici“prima relativiarrivata, all’educazione della l’idea loro figlia. Con lei stavano agendo inilquesto modo: prima servita” e l’altro genitore avrebbe dovuto supportare le prime direttive date alla bambina. Ma come terapeuta sapevo che eravamo lontani dall’essere fuori dalle cattive acque, qualcosa era davvero sbagliato, potevo sentire che non c’era alcun amore, attenzione, amicizia, … chiamalo come vuoi… Sicuramente, si sentivano felici perché non litigavano più, ma… Alla quinta seduta chiesi loro come stavano andando le cose, lei disse: “Bene, non abbiamo litigato nella settimana e ho molto tempo per stare con la piccolina. Abbiamo anche condiviso dei momenti…” Lui interruppe, scatenandosi, “ …non litighiamo ma tutto è sbagliato. Sì non litighiamo… ma (al terapeuta) pensi che sia normale che non facciamo del sesso in un anno, neanche una carezza gentile. Non posso più andare avanti in questo modo…” Questo è il punto dove mi piacerebbe introdurre alcuni concetti di una ricerca del Dott. 11

 Solitamente vedo le coppie una volta la settimana.

 

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Gottman che ho trovato molto utili nell’aiutarmi velocemente in situazioni come questa… Cosa dimostra la ricerca?

John M. Gottman e i suoi diversi gruppi hanno condotto una serie di interessanti studi longitudinali su persone appena sposate e su quelle che si stanno lasciando. Ha studiato tre soggetti principali: i “Maestri” del matrimonio (coppie stabili e felici) e i “disastri” del matrimonio, predicendo i fattori che sono devastanti per le coppie, che conducono al divorzio, alla violenza fisica e all’aggressione. Il gruppo di Gottman è stato in grado di predire sia il divorzio che la stabilità nel matrimonio con grande esattezza. Infatti, la previsione può essere del 90%, quando viene previsto il divorzio per due gruppi, un divorzio che avviene presto, e un altro di tardo divorzio 12. Lo scopo di Gottman è costruire una solida teoria sul fallimento del matrimonio o sul successo del matrimonio. Non discuteremo la teoria completa di Gottman in questo articolo, ma discuteremo diversi fattori scoperti da lui. Questi fattori possono aiutarci a predire il successo della terapia a lungo termine. Gottman e il suo gruppo affermano che in un follow-up di coppie che finirono con successo una terapia congiunta, solo il 18% delle coppie erano ancora soddisfatte e funzionavano bene dopo patologia due anni.oAffermarono quello è stato il peggiore risultatoal per qualsiasi gruppo. Dueche fattori contribuiscono maggiormente divorzio. Nelle coppie divorziate presto, il tipo di comunicazione chiamato: “i quattro cavalieri dell’apocalisse”. Criticismo, difensiva, disprezzo e atteggiamenti che ostacolano, sono considerati essenziali per la dissoluzione del matrimonio. Nel tardo divorzio, il maggior fattore responsabile di rottura è la soppressione dell’affetto, la mancanza dei comuni affetti positivi. Quindi, possiamo concludere che l’assenza di conflitti negativi in escalation e la presenza di comune affetto positivo (fuori e dentro i disaccordi) sono essenziali per rendere definitivi i matrimoni, quelli che durano. Quali sono le caratteristiche dei matrimoni “funzionali” o “disfunzionali”? I matrimoni funzionali gestiscono bene il conflitto, e lo fanno in qualsiasi dei tre stili tipici che anche le coppie disfunzionali utilizzano: l’evitamento del conflitto, la 13

convalidazione, la differenza mutevolezza Quindi, qual è la tra .matrimoni funzionali e disfunzionali? Bene, è più facile che un matrimonio duri se entrambi i coniugi usano la stessa risoluzione di conflitto. Nei matrimoni funzionali lo stile della risoluzione dell’uomo e della moglie si combinano, sebbene il rapporto di soluzione/non soluzione dei disaccordi potrebbe non variare14. Spero che la ricerca di Gottman ci illumini sulle molte cose inutili che qualche volta facciamo nella terapia di coppia, facendoci perdere tempo e diminuire la nostra influenza.

 Il divorzio prima dei 7 anni è considerato un divorzio attuato presto, mentre un divorzio dopo 16 anni è chiamato tardo divorzio. div orzio.   I tre stili sono: coniugi che evitano il conflitto e non fanno niente per persuadere l’altro, oppure coniugi che si ascoltano l’un l’altro prima e poi cercano di persuadere l’altro, oppure coniugi che cercano di persuadere l’altro immediatamente. 14  Solo il 31% della maggioranza dei d ei disaccordi sono risolvibili, il 67% sono disaccordi dove non è mai stata trovata una permanente soluzione.  12

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Un esempio è cercare di cambiare il modo in cui le persone gestiscono il conflitto, specialmente quando è mutevole. Abbiamo visto che non è importante a meno che entrambi i partner dichiarino esplicitamente il conflitto mutevole come un problema concreto. Come mostra la ricerca, i più importanti fattori della coppia di successo riguardanti il conflitto, sono che la moglie inizierà il conflitto in una maniera “soft”, aiutando il marito ad ascoltare e accettare la sua influenza. La maggior parte dei matrimoni dove la moglie inizia il conflitto in modo “soft” sono quelle nelle quali il contesto emozionale è benevolo e gli uomini stanno attenti alle loro mogli ogni giorno della vita. E’ interessante osservare che la presenza dell’affetto positivo maggiormente addolcisce gli uomini. Infatti, gli uomini sono capaci di diminuire la loro frequenza cardiaca (in felici e stabili matrimoni) un vero fattore di soddisfazione ignorato da molte terapie. Un’altra inutile cosa nella terapia è cercare una soluzione per tutti i problemi, come la maggioranza delle divergenze, comunque dove non si trova mai una soluzione permanente. Quindi, non è interessante concentrarsi sul negoziare una soluzione sugli argomenti, ma invece sulla sequenza comunicativa e il contesto emotivo della relazione. Ricordate semplicemente che nelle famiglie funzionali, gli affetti e il dialogo riguardanti i problemi insolubili è solitamente benevolo. Discutono in modo morbido, usando humour, cercando parziali e temporanee soluzioni ai loro ricorrenti problemi. Mi piacerebbe aggiungere che la mia idea nel prendere in considerazione questa ricerca non è per fuorviare il lettore nella direzione della normalità e della patologia ma, al contrario, far concentrare i terapeuti su che tipo di aiuto chiedono le persone. Spero che questa ricerca aiuti i terapeuti a realizzare che le persone possono sentirsi bene se vivono in un conflitto mutevole ed anche se vivono con “problemi” che il terapeuta potrebbe vedere come intollerabili. Non significa che le persone sono pazze, malate, o non sanno in cosa si stanno imbattendo. La gente può gestire le situazioni difficili. Abbiamo bisogno di cambiare la sequenza che sostiene il problema mentre prestiamo attenzione al contesto. Spero che alcune delle caratteristiche delle coppie funzionali, raccolte nella ricerca del gruppo di Gottman, possano aiutare i terapeuti con qualche idea per rielaborare i contesti o prescrivere compiti ai pazienti. E’ ovviomolti che ilpartner trattamento nella terapiasuldi loro coppia non è nella facilerelazione, da richiedere, infatti, sono ambivalenti impegno specialmente quando le persone aspettano anni prima di avventurarsi nel chiedere aiuto. Conoscere quanto sono motivati i partner, come costruire una buona relazione terapeutica, come lavorare velocemente, come costruire l’ottimismo, come adattare le strategie ad ogni livello di difficoltà prestando molta attenzione a consolidare il cambiamento passo dopo passo, dà maggiori vantaggi per un efficace ed efficiente risultato al trattamento.

 

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Il trattamento strategico evoluto del disturbo da attacchi di panico Federica Cagnoni Psicoterapeuta affiliato al Centro di Terapia Strategica, sede di Torino, Italia [email protected] Abstract

La ricerca empirico-clinica relativa all'emergere e al costituirsi del disturbo fobico in corso presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo da quindici anni illustra le modalità di costruzione di modelli di trattamento strategico evoluto. Il protocollo specifico di intervento elaborato per la sindrome da attacchi di panico (come nel caso degli altri quadri clinici) segue specifici stadi (che procedono dalla definizione del problema e delle d elle tentate soluzioni, alla costruzione di concrete esperienze di cambiamento le quali, consolidandosi, modificano il sistema percettivo reattivo della persona) e diversi livelli terapeutici (strategia utilizzata, interazione comunicativa e relazione paziente-terapeuta).

Presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo sono in corso, da ormai quindici anni, progetti di ricerca che, a partire dal modello generale di terapia breve formulato dai ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto, hanno portato ad un modello di terapia basato su protocolli specifici di intervento costruiti “ad hoc” per particolari patologie di problemi. I disturbi fobici sono stati, appunto, la prima categoria su cui sia stata applicata questa metodologia di ricerca articolata in tre fasi ha portato allafobiche. messa a punto di cinque protocolli specifici di terapia per che le diverse varianti La prima ricerca pubblicata risale al 1988 (Nardone, 1995a) e mostra il 19.2% di casi risolti tra la 1° e la 10° seduta, il 61.5% tra la 10° e la 20°, il 3% tra la 20° e la 30° e il 15.3% tra la 30° e la 34°. Attualmente, l'efficacia del trattamento per ansia, fobie e attacchi di panico è pari al 95% (Watzlawick, Nardone, 1997; Nardone, Watzlawick, 2001) di casi risolti in una media di 7 sedute, in cui, per la maggior parte dei casi (l' 81%), lo sblocco si è avuto entro le prime 5, con un 50% di casi in cui la scomparsa dei sintomi rilevanti è avvenuta dopo la prima seduta. Analizzando il processo e le tipiche retroazioni relative all'emergere e al costituirsi del disturbo, sembra emergere che i gravi disturbi fobici siano apparsi e si siano gradualmente complicati sulla base di dubbi e pensieri relativi al potersi Ciò che determina la costituzione forte sintomatologia fobicasentire non è male. comunque l'evento iniziale, ma ciò che della il soggetto mette in atto per evitare la paura, ossia le tentate soluzioni escogitate dalla persona nel tentativo di sfuggire allo scatenarsi delle reazioni emotive e somatiche proprie della paura. Questo induce al costituirsi della paura ad un livello superiore di gravità. Per rompere il sistema percettivo-reattivo patogeno del panico il terapeuta ricorre a suggestivi stratagemmi, costruiti ad hoc, che portano la persona a fare concrete esperienze di superamento del problema senza che questi ne sia consapevole. La consapevolezza arriverà infatti ad esperienza fatta, quando il soggetto non potrà fare altro che prendere atto d'aver fatto esattamente ciò che aveva ritenuto impossibile fare fino a quel momento. La metodologia utilizzata in tale lavoro concorda con le idee lewiniane relative alla ricercaazione psicosociale, secondo la quale per conoscere il funzionamento di un qualsiasi sistema non si debba fare altro che introdurvi un cambiamento, studiare cioè un fenomeno (di qualunque natura esso sia) cambiandolo e vedendone gli effetti. In

 

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altre parole, si arriva a conoscere una realtà intervenendo su di essa. Parallelamente, le nuove conoscenze emerse sulla base degli effetti degli interventi servono da guida per il progressivo aggiustamento dell'intervento stesso, determinandone una continua autocorrezione basata sull'interazione con il problema da risolvere. Nel caso in questione, una prima casuale esperienza reale o immaginaria inserisce nella mente del soggetto una nuova possibilità percettivo-reattiva: quella della paura. A partire da tale esperienza, tutto ciò che viene fatto in direzione di una difesa da questa spaventosa realtà, se non funziona, non fa altro che confermarla aggravandone gli effetti sino alla reazione di panico, in termini sia di generalizzazione della paura che di risposta psichica e comportamentale. In particolare, sono state individuate tre tipiche tentate soluzioni messe in atto dai soggetti (Nardone, 1993, 2001): evitamento, richiesta d’aiuto e controllo. L’effetto dell’evitamento, infatti, è quello di confermare la pericolosità della condizione evitata preparando, in tal modo, l’evitamento successivo. Tutto ciò non ha come unico effetto quello di incrementare la paura confermandola, ma anche quello di rendere il soggetto sempre più scettico rispetto alle proprie risorse, aumentando così anche le proprie reazioni fobiche e rendendo il disturbo sempre più impedente e limitante. Una volta innescato il circolo vizioso degli evitamenti, la persona utilizza spesso una secondaossia “strategia” che siad rivela decisamente controproducente: la richiesta d’aiuto, la tendenza essere sempre accompagnati e confortati da qualcuno che si presti ad intervenire in caso di crisi di panico e perdita di controllo. L’effetto di tale richiesta è, inizialmente, quello di rassicurare la persona, ma gradualmente conduce all’aggravamento della paura e delle sue conseguenze limitanti. Difatti, proprio la possibilità di avere qualcuno pronto ad intervenire in aiuto conferma al soggetto la sua incapacità di affrontare da solo le situazioni temute e gestirne le conseguenze. Anche questo processo tende a generalizzarsi - funzionando come una vera e propria “profezia che si autodetermina” - fino a divenire un’assoluta necessità e porta la persona ad instaurare forme gravi di disturbo fobico basate sulla logica del “io dipendo” e non “io controllo”. D’altra parte, proprio il controllo delle proprie reazioni, sia fisiologiche che comportamentali, può diventare il copione percettivo-reattivo ridondante fallimentare il soggetto attonel pertentativo affrontare la propria paura. eCiò che accadeche in questo caso èmette infattiinche, di mantenere un controllo delle proprie funzioni organiche e psichiche, il soggetto sperimenta una situazione paradossale: il focalizzare l’attenzione sulle proprie reazioni fisiologiche (battito cardiaco, ritmo respiratorio, equilibrio, ecc.) conduce alla inevitabile alterazione di almeno una di queste, provocando paura che a sua volta genera ulteriori alterazioni, innescando in questo modo il tipico circolo vizioso del “tentativo di controllo che fa perdere pe rdere il controllo”. Considerati i tre livelli della terapia, ossia la strategia utilizzata, l'interazione comunicativa e la relazione paziente-terapeuta, nei pazienti fobici possiamo considerare praticamente irrilevante quest'ultima (decisamente importante in altri tipi di disturbo) sottolineando al contrario quanto sia fondamentale la strategia utilizzata e, conseguentemente, le modalità comunicative con cui questa viene espressa. Il paziente che arriva in terapia con un problema di panico è, innanzi tutto, in una situazione di emergenza. Generalmente si tratta di soggetti che vogliono essere collaborativi (proprio in virtù di tale "urgenza")

 

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ma non possono esserlo, hanno una grande motivazione e necessità di cambiare ma non riescono a farlo neanche in maniera minimale. Ciò di cui hanno bisogno è quindi un "tecnico specializzato" in grado di “cavalcare” la loro paura e che, con manovre velate, indirette e cariche di suggestione, li possa condurre a cambiare senza rendersene conto. Il primo passo terapeutico è, per questo motivo, quello dell'antica saggezza cinese di "solcare il mare all'insaputa del cielo" (Anonimo, 1990), ossia di spostare l'attenzione del soggetto in maniera tale da portarlo, a sua "insaputa", a superare l'ostacolo vissuto come insormontabile e, di conseguenza, ad aprire la strada a diverse forme di rappresentazione della realtà e a nuove modalità comportamentali. La prima fase della terapia coincide solitamente con la prima seduta. In questa fase viene innanzi tutto definito il problema, ovvero viene rilevato il sistema percettivo-reattivo del paziente e vengono messe in atto le prime manovre volte a sbloccare il circolo vizioso innescato dalle tentate soluzioni. Per fare ciò, il terapeuta si avvale di un particolare processo di domande apparentemente banali che, anziché essere formulate in forma aperta, danno al soggetto la possibilità di scegliere tra due o più opzioni di risposta. Viene fornita in questo modo una sorta di illusione d'alternativa che dà il via ad un processo in cui ogni risposta costruisce la domanda successiva secondo una sequenza cheapparentemente va gradualmentein auna chiudersi ad imbuto. Nel fare ciò permetterà il terapeuta di si manterrà posizione one-down che gli guidare il paziente lungo un determinato percorso conoscitivo ed operativo allo stesso tempo. Questa modalità di “indagare” è infatti già di per sé in grado di produrre dei cambiamenti nel modo di percepire la realtà da parte del paziente, proprio perché gli permette di aprire nuove modalità percettivo-reattive relative al suo disturbo. A questo punto il terapeuta passa alle prime prescrizioni terapeutiche che in questa prima fase solitamente sono: il diario di bordo, la paura dell'aiuto (e/o dell'evitamento) e il come peggiorare. Il diario di bordo è un blocchettino appositamente preparato che viene consegnato al paziente insieme alla prescrizione: si tratta di uno schema suddiviso in diverse colonne relative a data, ora, luogo, situazione, persone, pensieri, sintomi e reazioni, che il paziente dovrà Lo avere sempre con sé e compilare al presentarsi di ogni "episodio" di panico. scopo di questa manovra, apparentemente banale, è quello di spostare altrove l'attenzione del soggetto all'insorgere del primo sintomo ansioso, evitando così il successivo disfunzionale tentativo di controllo del sintomo e delle proprie reazioni. L'effetto che si ottiene è, solitamente, una notevole riduzione (se non scomparsa) degli episodi ansiosi nell'arco di tempo che intercorre tra la prima e la seconda seduta. Le ristrutturazioni della paura dell'aiuto e della paura dell'evitamento inducono il paziente a pensare che ogniqualvolta chiede aiuto a qualcuno o evita un situazione ansiogena aggravi i propri sintomi: “ogni volta che lei chiede aiuto e lo ottiene lei si sente protetto, ma al tempo stesso lei conferma a se stesso che da solo sarebbe stato incapace. Quindi in realtà ogni qualvolta lei chiede aiuto e lo riceve lei conferma e se stesso la sua incapacità e questo non solo mantiene il suo disturbo, ma lo fa peggiorare. Però noi siamo convinti che lei non sia in grado di non chiedere aiuto quindi le chiediamo solo di pensarci”. In sostanza, lo si mette nella condizione di sostituire una paura con un'altra paura

 

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più forte (ubi major minor cessat) utilizzando così la forza della paura contro la paura stessa. Attraverso la prescrizione del come peggiorare si chiede al paziente di porsi la seguente domanda ogni giorno: "Cosa dovrei fare o non fare, pensare o non pensare, se volessi volontariamente peggiorare la mia situazione?" e di portare le risposte nella seduta successiva. Nel porsi questa domanda i pazienti si rendono solitamente conto che ciò che in realtà farebbero per stare peggio è ciò che già fanno nel tentativo di stare meglio! In sostanza vengono svelate le tentate soluzioni disfunzionali senza che sia il terapeuta a suggerirle. Durante la seconda fase del trattamento (dalla seconda alla quinta seduta secondo i casi) avviene la rottura, o sblocco, del sistema percettivo-reattivo e delle tentate soluzioni fin qui utilizzate. Il primo cambiamento avvenuto viene quindi ridefinito ed indirizzato verso ulteriori progressivi cambiamenti che avverranno in virtù di una nuova percezione nei confronti della realtà. A questo punto possono essere mantenute alcune prescrizioni date in prima seduta (il diario di bordo, ad esempio, lo è quasi sempre) e si procede con la prescrizione della peggiore fantasia (vedi II seduta). Si tratta di una prescrizione paradossale che funziona secondo la logica dello stratagemma cinese di spegnere il fuoco aggiungendo la legna. Si chiede infatti al soggetto di prescriversi volontariamente ogni giorno i propri sintomi più temuti calandosi deliberatamente nellaepropria peggiore fantasia all’interno di un rituale comportamentale preciso formalizzato. La prescrizione della peggiore fantasia porta solitamente a due tipi di effetto: alcune persone pur provando a calarsi nella situazione fobica non riescono a provare nulla e possono arrivare addirittura ad addormentarsi; altre (la percentuale minore) provando ad invocare il proprio "fantasma" riescono a stare male. In entrambi i casi comunque, nel corso della giornata, la maggior parte dei pazienti riporta di non aver avuto momenti di crisi a parte qualche sporadico episodio ansioso facilmente gestibile. Nella terza fase (solitamente inclusa dalla quinta seduta in poi) una volta avvenuto lo sblocco del sistema percettivo-reattivo e, di conseguenza, le prime dirette esperienze di superamento del problema, il paziente viene indirizzato verso quei cambiamenti concordati come soluzione del problema. Vengono quindi la relazione e la percezione se stessi, della con gli altri e col mondo.ridefinite A seconda dell'effetto ottenuto dallacon prescrizione "mezz’ora di peggiore fantasia" avremo due tipi di ridefinizione della situazione. Nel caso in cui il soggetto non sia riuscito a stare male il terapeuta sottolineerà come il problema possa essere annullato proprio provocandolo volontariamente; nel secondo caso invece, ristrutturerà la capacità di provocarsi i sintomi come la capacità di poterli anche ridurre, sottolineando che più ne farà stare nella mezz’ora meno ne avrà al di fuori. Vengono a questo punto prescritti 5 minuti di peggiore fantasia ogni 3 ore (ad orari prefissati, alle 9.00, alle 12.00, alle 15.00, alle 18.00 e alle 21.00) in cui il paziente dovrà cercare di provocarsi i sintomi. I 5 minuti ogni 3 ore vengono successivamente trasformati in 5 minuti al bisogno, attraverso i quali viene data la possibilità al paziente di "toccare il fantasma nel momento in cui compare per farlo svanire immediatamente". Viene quindi data la possibilità di sfruttare l’effetto paradossale della peggiore fantasia al momento dell’insorgere dell’ansia.

 

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Si comincia inoltre a lavorare solution oriented (De Shazer 1988), introducendo due tipi di nuove prescrizioni: la prescrizione del come se (Watzlawick, 1990) e la tecnica della scala. Attraverso la prima si chiede al paziente di porsi una domanda ogni giorno ovvero "come mi comporterei, diversamente da come mi comporto, come se non avessi più il mio problema?" e gli si chiede di mettere in pratica la più piccola e minimale tra queste cose, una nuova ogni giorno. Questo, non solo dà l'inizio ad una serie di cambiamenti ed esperienze concrete di superamento del problema, ma crea inoltre la consapevolezza nel paziente di essersi costruito una soluzione non fornita dal terapeuta. La tecnica della scala viene introdotta sia quando il miglioramento della situazione tra la seconda e terza fase della terapia è estremamente precoce che dopo aver utilizzato la tecnica precedentemente descritta. Attraverso questa tecnica viene richiesto il frazionamento degli obiettivi su una scala da 0 (quando il problema era al massimo) a 10 (quando il problema si potrà definire risolto). Una volta che il paziente definisce la propria posizione sulla scala gli si chiede, ogni giorno, di fare qualcosa che possa permettergli di dire “ho fatto un passo in avanti”. A questo fine è necessario che l'intervento sia minimale, ovvero anche qualcosa di apparentemente molto piccolo, che sarà comunque sufficiente ad innescare una reazione a catena che sovvertirà tutto l'equilibrio del sistema. Anche questa tecnica, apparentemente direttiva, fornisce un’ottima modalità per aggirare la “resistenza del paziente. L'ultima fase naturalmente coincide con l'ultima sedutaale cambiamento” ha come obiettivo quello di consolidare definitivamente ciò che è stato ottenuto, sottolineando e ribadendo come il cambiamento sia avvenuto grazie alle capacità personali del paziente. Si tratta infatti di affermare come ormai egli abbia imparato ad utilizzare bene le proprie risorse e sia quindi giunto ad una completa autonomia. A questo punto il terapeuta sia accorda solitamente sulle modalità di follow-up, che prevedono futuri incontri di “controllo” a 3 mesi, 6 mesi e un anno. Questo, per garantire che i risultati ottenuti vengano mantenuti nel tempo e la terapia possa ritenersi conclusa e riuscita. Bibliografia

Anonimo (1990), I 36 stratagemmi: l'arte cinese di vincere, Guida Editori, Napoli. De Shazer S. (1988), Clues: Investigating Solutions in Brief Therapy, Norton, New York. Nardone G. (1991), Suggestione ••Ristrutturazione=cambiamento. L'approccio strategico e costruttivista alla psicoterapia breve, Giuffrè, Milano. Nardone G. (1993), Paura, Panico, Fobie, Ponte alle Grazie, Firenze. Nardone G. (1995a), "Brief strategic therapy of phobic disorders: A model of therapy and evaluation research", in Weakland J.H., Ray W.A., (Eds.), Propagations: Thirty Years of Influence from the Mental Research Institute, Haworth Press Inc., New York, cap. 4. Nardone G. (1995b), "Conoscere un problema mediante la sua soluzione: I sistemi percettivoreattivi patogeni e la psicoterapia strategica", in Pagliaro G., Cesa-Bianchi M. (a cura di), Nuove prospettive in psicoterapia e modelli m odelli interattivo-cognitivi, Angeli, Milano. Nardone G., Watzlawick P. (1990), L'arte del cambiamento: manuale di terapia strategica e ipnoterapia senza trance, Ponte alle Grazie, Milano. Watzlawick P., Nardone G. (a cura di), (1997), Terapia breve b reve strategica, Cortina, Milano. Watzlawick, P. (1990) Therapy is what you say it is. In: Zeig, J.K., Gilligan, S.G. (Eds) Brief therapy: Myths, methods and metaphors. Brunner/Mazel, New York, Y ork, pp. 55-61.

Proposta di un protocollo strategico per la depressione

 

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Emanuela Buriana Psicoterapeuta affiliato al Centro di Terapia Strategica, sede di Firenze, Italia Laura Pettenò Psicoterapeuta affiliato al Centro di Terapia Strategica, sede di Venezia, Italia Tiziana Verbitz Psicoterapeuta affiliato al Centro di Terapia Te rapia Strategica, sede di Udine, Italia [email protected] Abstract

La sistematizzazione di un protocollo di intervento per la depressione è nato dal quesito se il Sistema Percettivo Reattivo (SPR), come modalità di costruzione e persistenza del problema, fosse unico o esistessero delle tipologie diverse e delle varianti delle stesse. Altra ipotesi di lavoro era verificare se le ipotetiche varianti modulassero e differenziassero in modo significativo sia l’approccio al problema sia il trattamento. Partendo dall’individuazione della Tentata Soluzione (TS), che nella Depressione è stata identificata nella Rinuncia, è emerso il ruolo di Vittima in 3 diverse tipologie:Vittima di Sé (con una variante), Vittima degli Altri, Vittima del Mondo. Nella Rinuncia si sono evidenziate tre sotto- modalità: la delega, l’arrendersi, la pretesa. A ognuna di queste corrispondono le tre tipologie di Vittima. Attraverso il processo di RicercaIntervento si è delineato un punto, secondo noi fondamentale, e cioè l’esistenza di un Mito. Un costrutto rappresentativo della realtà che nell’esperienza del paziente si è frantumato manifestando la sua disfunzionalità, portando il cliente alla sensazione di aver perso il controllo di quella realtà o, di non averlo mai posseduto, con la presunta, unica, soluzione di rinunciare. L’identificazione e contemporanea modifica del Mito, costituisce colonna portante della diagnosi e del trattamento. Il percorso terapeutico passa attraverso l’uso di selezionati stratagemmi, e ristrutturazioni metaforiche, nella prima fase; prescrizioni nella seconda e consolidamento nella terza.

Questo nostro lavoro, ancora “in fieri”, nasce in un primo momento dalla generica necessità di sistematizzare un protocollo per i pazienti depressi, con i quali ci sentivamo inefficaci. Ma, fin dall’inizio ci siamo chieste e ne abbiamo fatto l’ipotesi di ricerca, se nel S.P.R. del depresso, che saremmo andate a ricercare, vi fosse un’unica modalità di costruzione e persistenza del problema o ci fossero delle varianti. Infatti, identificare delle varianti avrebbe permesso di costruire protocolli d’intervento estremamente efficaci, capaci di permetterci di intervenire, fin dall’inizio della terapia, in modo veramente “chirurgico”. Nella scelta della casistica abbiamo utilizzato i criteri diagnostico-descrittivi del DSM IV, per la necessità di uniformarci ai canoni attuali di ricerca. Abbiamo impostato che il nostro lavoro secondo ildei principio della RICERCA/INTERVENTO, caratterizza la costruzione protocolli in Terapia Strategica andando a ricercare la tentata soluzione. Questa ci permette di capire COME il problema si mantiene, per giungere poi a individuare il sistema percettivo reattivo. Abbiamo individuato, in tutti i ns. pazienti depressi (una cinquantina circa) una tentata soluzione tipica: la RINUNCIA. La vittima

La rinuncia pone il paziente nel ruolo di vittima. Il paziente RINUNCIA in quanto crede o è convinto di NON avere i mezzi (di non averli PIU’ o di non averli MAI avuti) o che la situazione è, per sua natura, immodificabile (ad esempio a causa della sfortuna, del destino avverso, ecc.). Sono molti gli studi che hanno dimostrato come un evento incontrollabile o inevitabile produca negli esseri umani (ma anche negli animali) una serie di eventi psicologici: passività, ritardo cognitivo, abbassamento dell’autostima, tristezza, ansia, ostilità,

 

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diminuzione della giusta spinta aggressiva, modificazioni biochimiche a livello cerebrale. Questi eventi rendono conto di una vulnerabilità, più o meno evidente. Le persone ricercano una causalità negli eventi della vita, anche in quelli incontrollabili o inevitabili, perseguendo con estrema facilità una logica causale e non circolare. In questo modo, il costrutto che essi hanno nel momento dell’episodio depressivo si sviluppa come credenza, piuttosto che come costrutto epistemologico. La causa può allora essere attribuita all’esterno (altriMondo), e comporta, come vissuto emotivo, l’assenza di speranza, o a se stessi e in tal caso comporta disistima e autobiasimo. Le risposte trovate, in questa ricerca causale, rendono conto della manifesta vulnerabilità e della posizione di vittima. Ma vi è anche un altro “link” logico tra la posizione di rinuncia e quella di vittima: il “link” emotivo rappresentato dalla rabbia: se la rinuncia, per il modo o il contesto in cui si realizza, consente di esprimere la rabbia che l’accompagna, la situazione non è disfunzionale (ad es.: se sono in grado di arrabbiarmi e di esprimere la mia rabbia nei confronti di chi si frappone tra me e il raggiungimento di un obiettivo o di miei “desiderata”). Ma, nel momento in cui la rabbia non può essere espressa o nemmeno riconosciuta, la persona si sente CONDANNATA, quindi VITTIMA. Il paziente depresso è profondamente arrabbiato, anche se spesso non è in grado di dichiararlo o nemmeno riconoscerlo. paziente(ad depresso si sente la condanna èdiavvertita comeIl ingiusta es.: “…con tuttoVittima quello in chequanto ho fatto per loro!). E può essere Vittima di sé, degli altri o del Mondo, in quanto a sé, altri o Mondo vengono attribuite le responsabilità dello stato di fatto. Talora, invece, il paziente riconosce la meritorietà della condanna, in quanto egli è, ai suoi stessi occhi, spregevole e giustamente condannato ad una vita miserevole: è questo il caso di certe vittime di se stesse con una forte spinta autopersecutoria. Per comprendere la specificità della Tentata Soluzione più generale:  “IO RINUNCIO, perché NON SONO IN GRADO”, è necessario, però, scoprire il modo in cui la persona rinuncia. Infatti, da un punto di vista operativo fa differenza aver a che fare terapeuticamente con sentirsi “vittima di sé” piuttosto che “degli altri” o “del mondo”. Si arriva ad essere rinunciatari = vittima attraverso diverse modalità: -perché La “vittima di mia se stessa” (“Io sbagliato, incapace è nella natura.DELEGA E poiché il sono mondo è giustoperché e sonosono io quello inca-o pace, devono fare gli altri”). E’ rinunciatario in assoluto. Oppure SI ARRENDE (Pensavo di essere in un certo modo… di poter fare… invece non sono più in grado). - La “vittima degli altri” SI ARRENDE (“Credevo, ma gli altri mi hanno deluso. Io vado bene, ma sono gli altri che non mi apprezzano”). Pensando di essere nel giusto, si è illuso e poi deluso perché le cose sono andate in modo diverso rispetto alle aspettative. - La “vittima del Mondo e della Natura PRETENDE (“Io sono nel giusto, è il Mondo ad essere sbagliato. Io HO dei principi, ma il mondo non funziona secondo quei principi”). E’ attivissimo a livello teorico, inattivo a livello pratico in quanto le cose non sono come dovrebbero essere. Il mito

 

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A questo punto abbiamo inserito un elemento per noi determinante e discriminante: l’esistenza di un costrutto rappresentativo, spesso sconosciuto al soggetto, che viene intaccato: IL MITO. Il Mito fa parte di una rappresentazione di cui il soggetto non è sempre consapevole, che presuppone un’adesione fideistica. Watzlawick, Weakland e Fish parlano a tale proposito dell’UTOPIA, che può essere: negativa = un mondo senza soluzioni; positiva = un mondo senza problemi, e che, introiettata o proiettata porta all’assunzione di determinati comportamenti. A noi è sembrato che, il costrutto rappresentativo ritrovato nelle posizioni depressive, contenga in effetti degli elementi utopici, ma sia molto più prossimo a ciò che Weakland, altrove, definisce come mito: “…dal mio punto di vista i miti sono schemi esplicativi, ovverosia modi di utilizzare il linguaggio per correlare, ordinare e dare un senso a ciò che si osserva a proposito della natura e della vita. …Pertanto i miti sono come le mappe; danno forma e ordine alla nostra comprensione di un determinato territorio e guidano i nostri passi nell’attraversarlo piuttosto che nell’evitarlo, e come le antiche carte geografiche talora ci mettono sull’avviso:”da questo punto in poi ci sono i mostri!”. Ciò che differenzia l’utopia dal mito è che l’utopia rappresenta uno stato ideale aper cuiorientarci tendere, sul mentre il mitoSe, è contestuale al presente e fornisce territorio. come J. Weakland sostiene, il Mitoleè indicazioni la mappa, allora l’Utopia è l’isola del tesoro! Il Mito orienta, in maniera rigida, il paziente a muoversi sul territorio della vita. Il suo infrangersi e l’impossibilità di ricostruirlo può portare il paziente alla RINUNCIA come ultima possibile tentata soluzione: io non sono in grado quindi rinuncio pertanto sono vittima. Il Mito caratterizza, di conseguenza, anche i diversi modi in cui il paziente rinuncia, e si dispone trasversalmente a questi. Il mito è una rappresentazione comportamentale e ideativa con una sua specificità. Nel lavoro con i pazienti depressi abbiamo identificato tre miti fondamentali, quindi 3 diverse tipologie di mappa usate dalle persone per orientarsi nel “territorio” della quotidianità: - il Mito, che potremmo chiamare “della forza mai posseduta o della forza perduta”. Un Mito, che quindi, con due “della varianti. Nella versione chiamiamo forza mai posseduta”, il Mito ci rimanda alla figura dello “svantaggiato biologico” (“non sono in grado in quanto è nella mia natura”). Ciò rappresenta l’eccezione. Non è infatti identificabile un evento di “rottura” del Mito; è sempre stato così. Colui il quale utilizza questo Mito (=mappa), rinunciando, si pone come vittima di se stesso. E’ la persona che pensa o crede di dover essere in un certo modo, ma di non aver mai avuto gli strumenti di realizzazione e si sente, quindi, impotente. Il S.P.R. è basato sul CONTROLLO mai avuto; S.P.R. che possiamo chiamare del DEPRESSO RADICALE. Il paziente pensa di avere un problema così difficile, che non può fare altro che portarne il peso tutto da solo (=Sisifo). Relativamente ai correlati emotivi, la sua rinuncia è connotata da autocommiserazione, sentimento lamentoso, che degenera spesso in una petulante lagnanza. E’ un lamentarsi fine a se stesso. Nella versione “la forza perduta”, il Mito ci rimanda alle figure di Sansone e Achille. Nel momento in cui il Mito si rompe e la persona si accorge di non pos-

 

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sedere PIU’ gli strumenti e la forza che credeva di avere, si sente impotente, rinuncia e si pone, anch’egli, come Vittima di se stesso, ma il S.P.R. è diverso dal precedente, in quanto c’è un’illusione che si frantuma: è l’ILLUSO-DELUSO, che constata di NON possedere PIU’ il CONTROLLO, che credeva di avere. A livello emotivo è forte la componente aggressiva, rivolta verso se stesso, nella consapevolezza di non avere altra scelta se s e non quella di impiegare tutte le sue forze a sacrificare se stesso nella posizione di vittima, per avere però un’identità forte, che esprime una posizione chiara: “io non posso fare nulla, sono gli altri che devono fare.” -Il Mito del “tradito”, quello che si pone quale vittima degli altri. Quello che ha messo in atto delle strategie o ha creduto che gli altri …il Mondo… fossero in un certo modo, finendo con il constatare il fallimento delle proprie aspettative, credenze o strategie. Le cose hanno funzionato, ma solo fino ad un certo punto: “…io ho dato il massimo, credevo negli altri o in lui/lei; …non doveva accadere.” Il S.P.R. è basato sulla perdita del controllo, controllo che pensava di avere e ora non c’è più. La rinuncia avviene per paura di non avere le armi per riconquistare la posizione iniziale. L’aggressività inibita viene espressa come disistima verso se stesso: si percepisce incapace. Ma nutre, nel contempo, risentimento gli altri, che lo quindi, in tutto e per tutto da verso ILLUSO-DELUSO. E’ hanno questotradito. il casoSiincomporta, cui possiamo trovare correlati neurovegetativi di tipo ansiogeno, con tutta la gamma sintomatologia relativa alla reazione d’allarme. -Il Mito dell’ “inquisitore sconfitto”, vittima del Mondo e della Natura. E’ colui il quale vuole che gli altri siano come lui pensa debbano essere. Sono le cose ad essere sbagliate. Se fossero come lui pensa debbano essere, tutto andrebbe bene. Qui la depressione è solitamente conseguente ad un evento traumatico, che fa crollare la sua visione del mondo. Il S.P.R. è basato sul fallimento del controllo. Tra i correlati emotivi possiamo ritrovare un controllo ansioso su se stesso e su gli altri, contrapposto al concetto di tolleranza per se stesso e per gli altri. L’aggressività è fortemente inibita, in quanto non impulsi. può incrinare la rigida di se stesso, di colui, cioè, che non cede agli La rabbia e il immagine rancore diventano allora irritazione, delusione, frustrazione, continua insoddisfazione. E’ il MORALISTA. Abbiamo quindi tre Miti: - la forza mai posseduta o la forza perduta; - il tradito; - l’inquisitore sconfitto, che, nel momento in cui si infrangono e non possono essere ricostruiti dal paziente, portano ad assumere comportamenti, atteggiamenti, ideazioni, correlati emotivi, ciascuno nella sua specificità, che definiamo, per nostro uso e comprensione: - depresso radicale; - illuso-deluso; - moralista.

 

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Questi indicano i diversi Sistemi Percettivo-Reattivi correlati ai Miti. I singoli Miti presentano anche delle varianti: ne abbiamo identificate alcune, altre si scopriranno in “corso d’opera”. L’utilizzo del Mito non è stato, per noi, un vezzo letterario, quanto piuttosto una chiave di lettura, che diviene nel contempo una potente leva di sblocco terapeutico, attraverso la forte risonanza emotiva del linguaggio metaforico, peraltro facilmente accessibile a tutti. Il linguaggio metaforico,infatti, permette di cogliere la natura essenziale di un’esperienza. Non dimentichiamo che il cambiamento si realizza non su un piano razionale, ma  “facendo sentire” delle cose al paziente.  “…Le metafore corrispondono in un modo speciale all’esperienza originale che descrivono per mezzo di un isomorfismo. …Poiché esse utilizzano le cose concrete …per illustrare gli aspetti intangibili, complessi e relazionali della vita, sono vivide e indimenticabili. Le metafore racchiudono e definiscono l’intangibile e l’astratto, ma questo processo limita e seleziona le percezioni e le azioni, limitandole a quelle che hanno senso all’interno della logica della metafora. Le metafore sono quindi sia DESCRITTIVE, che PRESCRITTIVE.” (J. Lawley, P. Tompkins: Mente e metafore, 2003, Infomedia). (Un inciso curioso, ma significativo: abbiamo constatato come, l’identificazione di un mito di riferimento e le ristrutturazioni conseguenti, abbiano un importante effetto di sblocco molto rapido anche in quelle situazioni, che potremmo definire depressioni “in non fieri”.possiamo Si tratta considerare di quei pazienti un umore depresso e che tali, che ma non che presentano si sentono seriamente smarriti per il recente infrangersi del Mito. Costoro potrebbero arrivare alla RINUNCIA e quindi alla depressione). Logica delle manovre e delle mosse

Nella fase iniziale della terapia il nostro obiettivo non può essere smuovere il paziente dalla sua posizione di rinuncia. Il paziente depresso è lì per dimostrarci che nulla è possibile e, anche se ce lo sta chiedendo, noi non possiamo essere più capaci di lui. Per il terapeuta prospettargli possibili soluzioni o vie d’uscita può essere una trappola. I suggerimenti espliciti sono di solito fallimentari. Piuttosto, attraverso domande strategiche e successive parafrasi, cerchiamo di situazioni, delimitare date il territorio su cui ridefiniamo muoverci. Attraverso stesse definizioni delle dal paziente, lo scenario,lefino ad arrivare all’identificazione del Mito. Delineiamo un nuovo disegno, che deve apparire a lui prima ancora che noi lo definiamo: non “sveliamo”, ma conduciamo alla “scoperta” . Dovremmo arrivare in questo modo, già nella prima seduta, a ristrutturare il problema in modo nuovo, ma in cui il paziente si possa riconoscere e possa riconoscerne, di conseguenza, la disfunzionalità. Il cambiamento a questo punto è già in atto. Solo dopo aver creato questa breccia nelle rappresentazioni del paziente, possiamo fargli fare esperienze, e di rappresentazione e concrete, che gli consentano di assumere una prospettiva diversa. Questa diventa il “trampolino di lancio” per modificare il SPR e quindi il ruolo di vittima. Protocollo di trattamento

 

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La rilevazione di tre diversi SPR, tutti ascrivibili alla sindrome depressiva, ci ha portato a calibrare con più precisione il protocollo di trattamento. Come vediamo dallo schema, in corrispondenza ai tre diversi SPR, troviamo gli stratagemmi che orientano il terapeuta nella scelta delle manovre di intervento. Gli stratagemmi vengono utilizzati nella loro doppia funzione: ispirano tanto la logica delle manovre, che della comunicazione. Alcuni stratagemmi sono risultati essere più efficaci in certi SPR, piuttosto che in altri. Ad es., lo stratagemma: “creare dal nulla”, che sottostà a prescrizioni “solution oriented”, sembra essere più efficace nei SPR “depresso Radicale” e “Moralista”. Gli stratagemmi “spegnere il fuoco aggiungendo la legna”, “uccidere il serpente col suo stesso veleno”, “storcere per raddrizzare”,sostengono prescrizioni “problem-solving”, che sembrano essere più efficaci nei SPR “illuso-deluso”, tanto nella versione “vittima di sé”, che “vittima degli altri”. Le manovre, rispetto agli stratagemmi, che ne sostengono la logica, presentano una maggiore specificità. In particolare, abbiamo una manovra comune a tutti e tre i SPR, la ristrutturazione metaforica. Questa è il risultato della parafrasi successiva alle domande strategiche. Le domande strategiche ci consentono, chiudendo porte successive, di arrivare in modo quasi inevitabile, come necessaria conseguenza logica, alla ristrutturazione metaforica. Questa si usa per cominciare ad incrinare ilsiamito disfunzionale (come e servirà poi da trama per tutte le successive prescrizioni, problem-solving peggiorare, peggiore fantasia, e tutte quelle a carattere paradossale), sia solution-oriented (domanda miracolo, come se, eccezioni positive). Dagli stratagemmi alle manovre. Esempi

- “Creare dal nulla”, significa creare qualcosa che non esiste, ma che se viene ritenuto esistente può produrre effetti concreti. Il Mito stesso risponde a questa logica. Conduciamo il paziente, attraverso le domande strategiche, le successive parafrasi e la ristrutturazione a riconoscere il proprio Mito (=realtà inventata) e la sua disfunzionalità. Ciò ha per effetto la rottura del Mito e l’apertura di prospettive diverse, più funzionali. -sma “Spegnere il fuoco paradossale. aggiungendoE’laquesta legna” laè l’espressione codificata aforidi un principio logica che sottostà alla in prescrizione, ben nota peraltro, denominata “worst fantasy” con la quale invitiamo il paziente a stare, volontariamente, più male che può, all’interno di uno spazio temporale ritualizzato (cfr. G. Nardone e P. Watzlawick, L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, 1995). - “Uccidere il serpente con il suo stesso veleno”. Ritorco il serpente contro se stesso quando dico, ad esempio, al paziente, che lamenta la sua inettitudine e il suo senso di colpa: “Lei ha ragione…. È veramente colpevole. Anzi, è molto più colpevole di quanto creda. E’ addirittura peggio che colpevole: lei ha la presunzione di accollarsi i peccati di tutti …. Di credersi l’Agnello di Dio, che si fa carico di tutti i peccati del mondo!”. - “Storcere per raddrizzare” significa costringersi a complicare il problema, per poter vedere vie d’uscita. In quest’ottica suggeriamo al paziente illuso-deluso, alla fine della prima seduta, di pensare a tutti i possibili modi per peggiorare deliberatamente la situazione: “Da qui a quando ci rivedremo voglio che, ogni

 

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giorno, lei pensi a che cosa dovrebbe fare se fosse così pazzo da voler, deliberatamente, peggiorare la sua situazione anziché migliorarla. A tutto quello che potrebbe fare o non fare, dire o non dire se volesse far andare le cose ancora peggio. Ovviamente deve solo pensarci, non deve mettere in pratica nulla!”. Bibliografia

Laweley J., Tompkins Penny (2003), Mente e Metafore, Gruppo Editoriale Infomedia Nardone G. (2003), Cavalcare la propria tigre. Ponte alle Grazie, Milano Watzlawick Astrolabio, pagg. 61-73 Watzlawick P., P., Weakland Weakland J.H. J.H. and and Fisch Fisch R. R. (1974), (1974), Change Change.Roma, New York, Y ork, W. W. Norton Weakland J. H. (1990), Mytes about brief therapy; Myths of brief therapy, in Brief Therapy Myths, Methods, and Metaphors. Edited by Jeffrey K. Zeig, Z eig, Ph. D., and Stephen G. Gilligan, Ph. D. Brunnel/ Mazel, Publishers, New York, pagg. 102

 

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Terapia breve avanzata per i disordini alimentari Roberta Milanese Psicoterapeuta affiliato al Centro di Terapia Strategica, sede di Milano, Italia [email protected] Abstract

I disordini alimentari sono patologie in rapida evoluzione, che si modificano in concomitanza all’evoluzione degli individui e delle società e, per questo, richiedono interventi terapeutici in grado di aggiornarsi continuamente in modo da calzare alla realtà su cui devono intervenire. La ricerca-intervento condotta a partire dal 1993 presso il CTS di Arezzo ha permesso di mettere a punto protocolli di trattamento specifici per questi tipi di disturbi, che sono risultati essere particolarmente efficaci ed efficienti. Parallelamente, questa ricerca ha permesso di conoscere meglio l’attuale realtà dei disordini alimentari, relativamente alla loro modalità di formazione e persistenza. L’autrice analizza nelle loro caratteristiche fondamentali e nelle modalità di trattamento specifiche le due principali evoluzioni tecnologiche nel campo dei disordini alimentari: la Sindrome da vomito (o Vomiting) e il Binge Eating.

A partire dal 1993, presso il Centro di terapia Strategica di Arezzo, ha avuto inizio un progetto di ricerca sistematico e rigoroso per lo studio dei disordini alimentari nella loro moderna evoluzione15. La metodologia adottata, nota come ricerca-intervento, è la medesima utilizzata nella precedente ricerca sui disturbi fobico-ossessivi16. Questa modalità di fare ricerca ci ha permesso di ottenere due importarti risultati. In primo luogo, di mettere a punto degli specifici protocolli di trattamento che si sono rivelati essere particolarmente efficaci ed efficienti nell’intervento con questi tipi di disturbi. Parallelamente, la ricerca intervento ci ha permesso di conoscere meglio la realtà nella quale si stava intervenendo, permettendoci di formulare un nuovo modello conoscitivo relativo alla formazione e persistenza dei disordini alimentari. In altri termini, intervenendo sulla realtà di questi disturbi per risolverli, si sono venuti gradatamente svelando gli usuali sistemi percettivoreattivi delle persone che presentano disordini alimentari. Da un punto di vista conoscitivo, il risultato più sorprendente della nostra ricercaintervento consiste nell’aver individuato come l’attuale realtà dei disordini alimentari sia piuttosto diversa da quella descritta dalla letteratura. In particolare, oltre alle due patologie riportate in tutti i principali manuali diagnostici Anoressia Nervosa e Bulimia - è venuto progressivamente delineandosi un terzo tipo di disturboNervosa alimentare, che abbiamo definito sindrome da vomito o Vomiting. Con questo termine intendiamo riferirci a un tipo di disturbo basato sul fatto di mangiare e vomitare compulsivamente più volte al giorno, sintomatologia che in letteratura viene attualmente considerata una particolare variante di Anoressia e Bulimia. Dalla nostra analisi empirico-sperimentale è invece emerso come la sintomatologia da Vomiting costituisca una patologia a sé stante, che presenta caratteristiche di persistenza completa-

    Per una trattazione completa e approfondita della ricerca-intervento e dei protocolli di trattamento per i disordini alimentari e si rimanda a G. Nardone, T. Verbitz, R. Milanese (1999) Le prigioni del cibo. Vomiting, Bulimia, Anoressia: la terapia in tempi brevi, Ponte alle Grazie, Milano; e a G. Nardone (2003), Al di là 15

dell’amore e dell’odio per il cibo, Rizzoli, Milano.  Per la ricerca sui disturbi fobico-ossessivi si vedano: G. Nardone (1993) Paura, panico, fobie, Ponte alle Grazie, Milano; G. Nardone (2000) Oltre i limiti della paura, Ponte alle Grazie, Milano; G. Nardone (2003) Non c’è notte che non veda il giorno, Ponte alle Grazie, Milano. 16

 

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mente diverse rispetto a quelle dell’Anoressia e della Bulimia, configurandosi come una vera e propria “specializzazione tecnologica” nel campo dei disturbi alimentari. Questo tipo di disturbo, che attualmente appare essere il disordine alimentare più diffuso,17 ha come matrice Bulimia o Anoressia ma una volta che si è costituito diventa una vera e propria “qualità emergente”, che non ha più niente a che vedere con ciò che inizialmente lo ha prodotto. Questa evoluzione, sembra riflettere unatentata sorta di “avanzamento disordinitroppo alimentari, in cuiil una iniziale soluzione per nontecnologico” ingrassare odei dimagrire – indursi vomito – finisce col dar vita ad un problema del tutto diverso ed autonomo. Difatti, se nel costrutto di Bulimia Nervosa, tipico delle usuali classificazioni diagnostiche, l’autoinduzione di vomito appare essere una semplice espressione sintomatica, nella nostra definizione di Vomiting il vomito si è rivelato essere ciò che costituisce la vera e propria sindrome. Dal nostro punto di vista, le persone che presentano il disturbo “vomiting” sono caratterizzate dall’impulso irrefrenabile a mangiare per vomitare e non solo ad abbuffarsi e poi a procedere con il vomito quale necessaria eliminazione di ciò che hanno mangiato. All’inizio, quando queste ragazze cominciano a mangiare e vomitare, il vomito è sicuramente una tentata soluzione, un modo per non ingrassare continuando a mangiare o per dimagrire mangiando, quindi una tentata soluzione che funziona. Tuttavia, attraverso la aripetizione continua, la sequenza del mangiare vomitare si trasforma a poco poco in un rituale sempre più piacevole, fino ae diventare, nell’arco di qualche mese, il massimo dei piaceri, a cui la persona non riesce più a rinunciare. L’aspetto più rilevante di questa sindrome risiede quindi nel fatto che ciò che rende irrefrenabile la compulsione tipica del Vomiting è il piacere di tutta la sequenza del mangiare e vomitare, che viene progressivamente costituendosi come un vero e proprio modello di ricerca del piacere. Una volta instaurata una sindrome da vomito, dunque, il problema non è più il controllo del peso, ma il controllo di questa compulsione al piacere: il mangiare e vomitare, che rispetto ad anoressia e bulimia rappresentava la “tentata soluzione”, diventa il problema e trova nel piacere la sua ragione di persistenza. Emerge quindi, chiaramente, come la sindrome da vomito, pur essendo un prodotto evoluto di Anoressia e Bulimia, non una possa essere considerato un disordine alimentare tout court, quanto piuttosto vera e propria “perversione” basata sul cibo. Il problema delle vomitatrici non è più legato al desiderio di non ingrassare o di dimagrire, ma al fatto che mangiare e vomitare è una compulsione estremamente piacevole, a cui non riescono a porre fine, anche se lo desiderano. Ed è proprio il fatto che il sintomo si regga sul piacere a renderlo particolarmente resistente al trattamento. Nella nostra sperimentazione sono emerse differenti varianti di vomitatrici, che richiedono tipologie di intervento differenti poiché presentano differenti modalità di persistenza. Le abbiamo definite, ironicamente, Trasgressive inconsapevoli; Trasgressive consapevoli ma pentite; Trasgressive consapevoli e compiaciute. L’esistenza di diversi “tipi” all’interno di questo disturbo (così come  Costin C. (1996) The eating disorder sourcebook, Lowell House, Los Angeles, CA.; M. Selvini Palazzoli, S. Cirillo, M. Selvini, A.M. Sorrentino (1998), Ragazze anoressiche e bulimiche. La

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terapia familiare, Cortina, Milano.  

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all’interno degli altri disordini alimentari) indica una marcata complessità dei disordini alimentari rispetto ad altri tipi di patologie. Le “Trasgressive inconsapevoli” sono generalmente ragazze piuttosto giovani, che da un punto di vista cognitivo non si sono ancora rese conto della caratteristica di intrinseca piacevolezza del rituale del mangiare e vomitare (circa il 20% della nostra casistica). Con questa tipologia generalmente appare sufficiente guidare la ragazza a considerare che quello che sta facendo è una sorta di peri interrompere rapidamente sintomatologia, poiché“perversione questo entrasessuale” in crisi con sui valori. A questo fine, silautilizzano interventi e ristrutturazioni provocatorie finalizzate a mettere la rigida morale di queste persone contro la loro stessa sintomatologia. Circa il 50% della nostra casistica rientra invece nella categoria delle “Trasgressive consapevoli ma pentite”, ovvero ragazze che si rendono conto che la loro sintomatologia è una perversione basata sul piacere, ma sono arrivate al punto di non poterne più: vorrebbero smettere ma da sole non ci riescono e quindi sono generalmente collaborative. Solitamente la tentata soluzione di queste ragazze è quella di cercare di ridurre o controllare le abbuffate e il vomito, con l’effetto di far aumentare sempre di più il desiderio del rituale. Poiché qualunque tipo di intervento nella direzione del controllo o della repressione non farebbe che esacerbare la compulsione, con questa tipologia si utilizza una tattica a incidere in maniera diretta consiste sulla piacevolezza del alla rituale (tecnicafinalizzata dell’intervallo). La tecnica dell’intervallo nel richiedere ragazza di evitare di cercare di controllare c ontrollare il proprio desiderio di abbuffarsi, ma di inserire un intervallo di mezz’ora fra la fine dell’abbuffata e la scarica del vomito, senza ingerire altro durante l’intervallo. Se si riesce a fare eseguire questa prescrizione, si interrompe la sequenza temporale del rituale, che parte dalla fantasia anticipatoria passando alla consumazione fino alla scarica finale, e in questo modo se ne altera la irrefrenabile piacevolezza. In questo modo ci si impossessa del sintomo attraverso una manovra terapeutica che ne ricalca ric alca la struttura ma che, al tempo stesso, ne inverte il senso conducendolo all’autodistruzione. Ovvero “far salire il nemico in soffitta e togliere la scala” 18. Se la vomitatrice accetta questa prescrizione, nel corso delle sedute successive si aumenta l’intervallo a un’ora, e mezza, ore, fino a quando, a tre ore tre ore e mezza, di un’ora solito smette di due vomitare, oppure riducearrivati la frequenza delrituale, sino ad arrivare, gradualmente, a smettere del tutto. La tecnica dell’intervallo, alterando la spontaneità della sequenza, non solo sottrae piacevolezza all’atto liberatorio del vomitare, solitamente vissuto con un’urgenza quasi orgasmica, ma con l’aumentare dell’intervallo di tempo lo rende sempre più faticoso e sgradevole. In questo modo si trasforma un rito basato sul piacere in una vera e propria tortura. Inoltre, nel momento in cui queste ragazze smettono di vomitare si normalizza anche il loro rapporto con il cibo, nel senso che, temendo di ingrassare, smettono di abbuffarsi e di consumare enormi quantità di cibo. L’ultima categoria, quella delle Trasgressive consapevoli e compiaciute (circa il 30% della nostra casistica) appare quella più resistente al trattamento. Si  Sugli

stratagemmi terapeutici si veda G. Nardone (2003) Cavalcare la propria tigre, Ponte alle Grazie, Milano.

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tratta infatti di ragazze pienamente consapevoli del carattere di pura piacevolezza connesso al loro sintomo, ma che non hanno alcuna intenzione di perdere quello che noi abbiamo chiamato il loro “amante segreto”, vale a dire il rapporto col mangiare e vomitare. In questo caso appare indispensabile guidare progressivamente la paziente a concentrare la ricerca del piacere, costruendo insieme a lei l’abbuffata perfetta, stuzzicando ancora di più la sua trasgressività. Insegnandole a concentrare e selezionare il piacere, il terapeuta ottiene l’importante risultato farleabbuffate ridurre sempre di così più la rituale. Aumentando la qualitàdidelle si produce unafrequenza spontaneadelriduzione della loro quantità, sulla scia dello stratagemma cinese “solcare il mare all’insaputa del cielo”. L’efficacia del protocollo di trattamento messo a punto per il Vomiting è del l’82%, risultato marcatamente al di sopra di quelli presentati dalla letteratura internazionale (che riporta percentuali di guarigione medie variabili tra il 9% e il 45%)19, con un’efficienza solitamente inferiore alle 15 sedute. Oltre alla dilagante epidemia del Vomiting, che l’ha portato da disturbo accessorio delle altre due tradizionali forme di patologia alimentare a disturbo prevalente, negli ultimi anni si sta assistendo anche a una sempre maggiore diffusione del disturbo noto come Binge Eating, o Disturbo da Alimentazione Incontrollata. Il binge eating, ulteriore esempio didall’alternarsi specializzazione tecnologica nel campo dei disordini alimentari, è connotato di periodi prolungati di astinenza o regime ipercontrollato nel rapporto con il cibo e periodi, più o meno lunghi, di intensa trasgressione, in cui la persona si abbandona completamente al piacere delle abbuffate. All’abbuffata, generalmente concentrata in uno spazio limitato di tempo, segue poi un altro lungo periodo “punitivo” di digiuno, e il ciclo ricomincia. Il sistema percettivo-reattivo di queste persone è quindi basato sulla continua alternanza di digiuno/abbuffata, controllo/perdita di controllo. La capacità di controllarsi di queste persone è infatti talmente ben riuscita che dopo un po’ non riescono riesc ono più a gestirla e perdono il ccontrollo. ontrollo. È quindi proprio la prolungata astinenza dal cibo e il continuo sforzo di controllarsi a determinare la successiva perdita di controllo. La manovra messa a punto per sbloccare questa sintomatologia è una ristrutturazione come paura delrappresenta digiuno, mediante la quale si ridefinisce digiuno, chenota per queste persone un’enorme conquista, come la ilcosa che in realtà provoca proprio quello di cui hanno timore, ossia l’abbuffata. In questo modo le pazienti vengono gradatamente portate a costruire una nuova realtà all’interno della quale ciò che hanno tentato di fare finora per proteggersi dall’abbuffata diventa ciò che effettivamente la produce. La percezione del problema viene completamente rovesciata: la tentata soluzione di digiunare viene ridefinita non più come funzionale ma come qualcosa di minaccioso e pericoloso, poiché è proprio l’astenersi che finisce per provocare l’abbuffata. Questa manovra appare estremamente efficace in questo tipo di patologia, ricalcando la tendenza al controllo caratteristica di queste persone e riorientandola contro il sintomo. Mediante la paura del digiuno, infatti, si mette la tendenza al controllo contro il controllo stesso: ciò che conduceva  Costin

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C. (1996) The eating disorder sourcebook, Lowell House, Los Angeles, CA.

 

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queste persone verso un comportamento patologico (l’abbuffata) viene ora ristrutturato come ciò che le condurrà verso un comportamento salubre, vale a dire concedersi il cibo per non cadere nell’abbuffata. Nella maggior parte dei casi, dopo tale manovra le pazienti cominciano di nuovo a mangiare regolarmente, senza che sia stato loro richiesto direttamente, poiché vivono il concedersi il cibo come qualcosa che permetterà loro di controllare quello che temono di più, ovvero l’abbuffata. Come per il vomiting, anche il protocollo di trattamento messo a punto per al il Binge Eating un elevato livello di efficacia (88%), con un’efficienza di sotto dellepresenta 10 sedute.

 

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Concetti di ipnoterapia sistemica per l’interazione con i clienti depressi e con i loro sistemi-relazionali: dalla depressione ai mondi correlati Gunther Schmidt Milton-Erickson-Institut Heidelberg, Im Weiher 12, D-69121 Heidelberg Abstract

Dalla prospettiva dell’ipnoterapia sistemica, la depressione può essere valutata come informazione sui bisogni negati e sui conflitti di lealtà. Questo lavoro mostra come le ipnoterapie focalizzate sulle competenzenelsiano di aiuto nel lavoro conabilità i clienti depressia per riattivare e reintegrare costruttivamente sistema relazionale quelle dissociate livello inconscio. Verrà descritto, attraverso un caso esemplare, il tipico procedimento utilizzato per attivare le competenze involontarie ed inconsce.

Introduzione

Verrà presentato un modello integrato di ipnoterapia sistemica da me sviluppato, che può essere efficacemente usato nell’interazione con i clienti con diagnosi di depressione e con il loro sistemi relazionali. I modelli orientati alla soluzione/competenza (ingl: solution/competence-oriented) sono diventati sempre più importanti negli ultimi anni. Noi li utilizziamo già da molti anni con i pazienti ambulatoriali e dal 1995 li applichiamo anche ai pazienti ricoverati alla Fachklinik am Hardberg di Siedelsbrunn. Esiste un ampio consenso sul fatto che lo sviluppo della sindrome depressiva sia influenzata dalla combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali. Questo articolo tratta solo delle dimensioni psicologiche e di interazione, il campo degli interventi psicoterapeutici. Ciò non implica che i fattori biologici non siano importanti. Ma rappresentano una dimensione che non può essere influenzata direttamente dagli approcci psicoterapeutici. Una psicoterapia efficace deve concentrarsi su tutte quelle modalità utili a sviluppare le potenzialità e l’autonomia. Per realizzare interventi efficaci non si usano posizioni teoriche rigide quanto piuttosto posizioni che promuovano nel cliente modi creativi ed individuali di soluzione. La terapia sistemica ha le sue radici in vari concetti della terapia familiare. Nell’area di lingua tedesca, di cui fa parte anche questo lavoro, è stata elaborata soprattutto dall’Heidelberg Group (direttore: H. Stierlin). In questa forma moderna è usata non solo per le famiglie ma anche in terapie individuali, di coppia e di gruppo. Si è poi diffusa trasformandosi sempre più nella direzione di una terapia orientata alla soluzione e alla competenza. Questo sviluppo ha le sue origini nell’ipnoterapia ericksoniana, già pioniera di molti dei concetti della psicoterapia breve. Anche altri metodi basati sulla trasposizione dei metodi ericksoniani, quelli della Milwaukee BFTC (de Shazer et.al. 1989), la PNL oppure quelli dei modelli ipno-sistemici, hanno influenzato il modello sulla competenza qui proposto (Schmidt 1985, 1996, 1998). Tratteremo in modo limitato, attraverso parole chiave, quei concetti necessari per comprendere gli interventi di cui parleremo. Una dettagliata presentazione può essere trovata altrove (Mücke, 2000, Schweitzer, Schlippe 1996, Schmidt, 1992, 1994, 1996, 1998, Sparrer, 2001). Premesse Principali assunti sistemici

 

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Sia nella terapia sistemica che in quella ericksoniana il principale interesse è per i cosiddetti pattern. I pattern sono generalmente descritti come associazioni (spesso ripetute) di elementi esperenziali (intesi come parti del pensiero, del sentimento e dell’azione) relativi a diversi canali sensoriali, visivo, uditivo, cinestesico, olfattivo e gustativo, che influenzano il contesto. Focalizzando l’attenzione su questi pattern, al livello sia conscio che inconscio, produciamo la percezione dell’esperienza. Il livellofatte più in importante formazione patternessere è costituito dalle (Kriz, esperienze contesti dinella interazione, chedei possono così distinti 1992): 1) livello di comunicazione/relazione con se stessi stess i 2) livello di percezione-esterna: come gli altri e il contesto sono interpretati e valutati 3) livello di scambio interazionale L’approccio della terapia sistemica familiare tratta soprattutto i pattern interazionali costruiti in un sistema di relazioni (ad es. le famiglie) e gli effetti ad essi associati. Un sistema si origina da singoli elementi (le persone) che negoziano i loro obiettivi e le loro identità. Ogni sistema è organizzato da regole che garantiscono la sua sopravvivenza e il suo funzionamento. L’individuo è visto come legato a pattern di interazione. Il significato del suo comportamento e dell’esperienza da luiper vissuta può che essere vistacomunque solo all’interno questo contesto. Ciò vale anche i sintomi, devono esseredi considerati nel contesto relazionale. Se si vuole far parte di un sistema relazionale, deve esistere una gamma di regole accettate. Le azioni dei singoli membri di un sistema funzionano come pattern interazionali. Elementi principali dell’ipnoterapia Ericksoniana La costruzione della percezione e i processi ipnotici

L’ipnoterapia ericksoniana è un modello molto particolare di psicoterapia. La premessa principale è che la percezione/esperienza è costruita in modo autonomo ed individuale attraverso la focalizzazione attentiva (Maturana 1982, Maturana e Varela 1987, Roth una 1994, Spitzer 2000). Ogni suggestione es terna esterna efficace solamente se diventa autosuggestione: l’esper l’esperienza ienza si forma ad unè livello sia volontario (ego-associativo) che inconscio (livello dell’Es). Gli interventi terapeutici (tecniche dirette ed indirette di comunicazione e immaginazione a livello multisensoriale) possono attivare nuove ed utili esperienze (Erickson/Rossi 1979, Kossak 1989, Yapko 1990, Schmidt 2000). L’esperienza involontaria è più veloce e più efficiente di quella volontaria, ed è quindi preferibile cercare di attivare processi involontari. L’ipnosi diretta è solo uno dei vari modi di intervento. Nella ipnoterapia ericksoniana l’ipnosi diretta classica è usata raramente. La cosiddetta induzione di trance, solitamente associata al termine “ipnosi”, è costituita da rituali di attenzione sistematica focalizzata, in altri termini la trance è l’insieme dei modi per attivare un’esperienza ad un livello inconscio. La trance solitamente si intensifica con l’aumento della concentrazione sui contenuti proposti (spesso un’attenzione diretta verso l’interno). I contenuti relativi a questa esperienza sono così vissuti più intensamente (riattivati), mentre altri contenuti di esperienza vengono dissociati

 

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(dissolti). In una trance non c’è nulla che accada ex novo. Sono gli stessi fenomeni dell’esperienza di tutti i giorni, ma focalizzati in modo più intenso a livello sensoriale. Per raggiungere questi obiettivi l’ipnoterapia ericksoniana usa soprattutto descrizioni sistematiche e dettagliate, come sequenze di percezioni ed esperienze create dagli stessi individui. Tipici elementi-sequenza sono ad esempio: associazioni di pensiero, dialoghi interni (canale sensoriale uditivo), processi costruttivi come immagini ricordate, immagini del presente o fantasie del futuro (canale visivo), processi emotivi (rabbia, gioia, etc.)dae sensoriali cinestesico), esperienze evolutivecollera, (se stessi dadolore giovane, vecchio o alla reale età), esperienze olfattive (canale olfattivo e gustativo), reazioni fisiologiche come la respirazione, il sentirsi “piccoli” o “grandi”, specifiche sensazioni corporee (stasi, movimento, tensione, forza, debolezza, estensione dello spazio soggettivo dell’esperienza). Collegati a questi ci sono i contributi delle specifici modalità di comunicazione. Come nel sogno, i contenuti immaginati diventano una realtà psicofisiologica. La moderna ricerca psiconeuro-immunologica mostra che i nostri processi immaginativi e percettivi (soprattutto quelli inconsci e involontari) possono avere intensi effetti sui processi fisiologici e sul funzionamento del sistema immunitario (Kropiunigg 1990, Hennig 1998, Bongartz 2000). Specifiche induzioni immaginative possono infatti migliorare il funzionamento del sistema immunitario. La nostra stessa esperienza è creatadella in modi diversi,dell’attenzione; non si è qualcosa in modo fissoaecreare permanente ma a seconda direzione siamo noi stessi la nostra esperienza, come se avessimo personalità multiple (Ornstein 1992, Gergen 1996). La scelta dell’oggetto dell’attenzione avviene solitamente inconsciamente. Anche le famiglie mostrano un numero di pattern di organizzazione e interazione molto diversi, così che possono essere descritte come “famiglie multiple”, con una storia familiare e una strutturagenogramma. In questo contesto quindi non si vuol parlare di clienti “depressi” o di qualcuno  “depresso”, ma piuttosto del come un individuo organizza se stesso in una esperienza definita (da lui stesso a dagli altri) “depressiva”. Tuttavia, per semplificare il testo, utilizzerò i comuni termini diagnostici per parlare di “clienti depressi” . Le esperienze, una volta fatte, sono classificate inconsciamente (se il cervello non è danneggiato). Questo vale sia per le esperienze opprimenti ma anche per quelle belle, costruttive. Trance quotidiana

Ciò che è vissuto come realtà è l’espressione dei pattern di percezione del momento. Nella moderna ipnoterapia ericksoniana la trance non è più vista solo come un esempio di rilassamento catalettico e come una forma di attenzione diretta verso l’interno. Tutti i processi di esperienza sono visti “come una trance” in cui è dominante l’esperienza involontaria (Beahrs, 1982). La trance riguarda quindi anche l’esperienza cosciente. Questo è il punto di vista qui adottato e corrisponde ai risultati nelle ricerche etnologiche e antropologiche sulla trance e sui rituali di guarigione in tutto il mondo (Bongartz 2000, Goodman 1994). La comunicazione degli individui in un sistema relazionale ha effetti suggestivi sugli altri, garantendo il mantenimento dell’identità del sistema. Così facendo, i partecipanti di un sistema rivolgono la loro percezione maggiormente verso le

 

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credenze condivise. Chiamo questo processo “regola sistemica della trance” (ted: systemische Regeltrance; Schmidt 1985). Solitamente “ipnotizziamo” gli altri (spesso involontariamente) quando li incontriamo, ma spesso non lo riconosciamo coscientemente. (Per le dinamiche nei processi interazionali di trance: Rittermann, 1983, Schmidt, 1985, Schmidt, Trenkle 1986, Kershaw, 1990). Questa prospettiva può essere corroborata da molti esempi. Per esempio, il numero di suicidi o tentativi di suicidio molto spesso aumenta in luoghi particolari etc.) quando una notizia di questoditipo vieneè diffusa dai (ponti, media.metropolitane Il numero di suicidi nel sistema metropolitano Vienna diminuito del 50% da quando c’è stato un accordo con i media a non pubblicizzare più questi eventi (Magazin Fakt, ARD 10.09 01). Ogni modalità di comunicazione può essere efficace, persino il comune modo di comunicare quotidiano. La struttura dei pattern di linguaggio, i valori che si esprimono, le logiche e le metafore, ma anche al ritmo del parlare, la gestualità, etc. funzionano tutti come un’induzione ipnotica indiretta. Lo stesso Erickson, nei suoi ultimi anni di lavoro, utilizzava induzioni di trance solo nel 25% dei casi, mentre nella maggioranza dei casi lavorava sempre ipnoterapeuticamente (nota personale). Sintomo-trance,, depressione-tr Sintomo-trance depressione-trance ance

Nella sintomatologia depressiva (come in tutti i sintomi psichici e psicosomatici) l’esperienza involontaria è dominante, anche se non voluta, dolorosa, e contro gli scopi dell’Io cosciente. L’Io sperimenta la sua impotenza come una vittima indifesa terrorizzata dall’Es inconscio. In questa ottica, i sintomi possono essere visti come “trance del sintomo” o “trance del problema” (Schmidt 1992, Gilligan 1991, Wolinsky 1993). Noi ipnotizziamo noi stessi focalizzando involontariamente l’attenzione in modo particolare sulle credenze, sulle fantasie e su altri pattern di elementi che sono dissociati dalle nostre possibilità di controllo coscienti e comunque ne sembrano non influenzabili. I sintomi legati alla diagnosi di depressione conclamata possono essere categorizzati come emotivi, cognitivi o fisiologici (ICD-10). I sintomi emotivi sono per esempio: perdita di interesse, umore triste, scarsa motivazione, senso di colpa, paura/irritabilità, fluttuazione giornaliera dell’umore con depressione mattutina, apatia e fatica. I sintomi cognitivi sono: limitazione del pensiero, dubbiosità continua, auto-svalutazione e criticismo, attitudini negative verso se stessi, debolezza/impotenza, esperienza di inadeguatezza, aspettative cupe e catastrofiche rispetto al futuro, pensieri di morte e suicidio etc. Quelli fisiologici: insonnia, stanchezza, complicazioni a livello vegetativo, perdita dell’appetito. Questi sintomi sono l’espressione delle attività dissociate del cliente, delle immaginazioni involontarie auto-ipnotiche e auto-suggestive. Non si “è” depressi ma ci si rende depressi focalizzando l’attenzione auto-ipnoticamente ad un livello inconscio. Alcuni aspetti di questa attività auto-ipnotica sono: - Il focus della percezione è limitato negativamente solo a esperienze dolorose e deludenti. La maggior parte delle altre esperienze sono gradualmente valutate come negative e scoraggianti così che il materiale depressivo diventa sempre più dominante. A partire da queste valutazioni vengono generalizzati al presente e al futuro altri “casi negativi” (trend negativo, Beck 1967). 1967 ).

 

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- Le esperienze positive ed gli eventi felici del passato sono in molti casi utilizzati per intensificare le valutazioni negative focalizzando sul fatto che sono trascorsi e quindi rendendo ancora più doloroso il contrasto con gli aspetti negativi del presente. - I rapporti con le altre persone sono ridotti e spesso valutati secondo la logica del “tutto bianco o tutto nero” (idealizzati o totalmente svalutati). In relazione a questo i pattern di comportamento e relazione sono sempre gli stessi, indipendentemente dalè contesto (perpensando esempio che anche se c’è una enorme migliore, svalutazione, la speranza mantenuta la relazione diventerà oppure al contrario, determinate svalutazioni provano che non ci sarà alcuna speranza per il futuro) - Un’involontaria dissociazione di scelta e possibilità creative che non sono percepibili per il pensiero cosciente. - Enorme focalizzazione verso l’interno, anche in contesti dove la focalizzazione verso l’esterno sarebbe più adeguata. - Autosvalutazione e rifiuto. In molti casi questo è il risultato di richieste di perfezionismo verso se stessi che non possono essere soddisfatte. Esse sono mantenute nonostante tutto poiché unite alla speranza che, se soddisfatte, potranno indurre la stima delle persone significative e importanti. I propri bisogni sono dissociati per sottolineare “ne ho abbastanza” o si esprimono in rabbia e rifiuto. Parti che provengono dalla visione dell’Io ufficiale sembrano non essere considerate oppure sono svalutate e combattute. - Una sempre maggiore focalizzazione sugli aspetti negativi e sulle fantasie di previsioni cupe. Uno stabile stile di attribuzione: la convinzione ad esempio che nessuno sforzo, sebbene grande, apporterà mai alcuna differenza. Si viene quindi a sviluppare una sorta di “visione-tunnel” (trance della visione-tunnel) che contribuisce ad un coinvolgimento ancora più forte in questi processi cosicché l’autoipnosi depressiva si radica ancora più fino a raggiungere una completa perdita dei riferimenti spazio-temporali (trance della distorsione temporale). Talvolta mancano addirittura i ricordi utili del passato; quest’ultimo fatto però potrebbe essere esclusivamente un sintomo amnesico associato alla trance depressiva. Negli ultimi 20 anni, nel corso di migliaia di colloqui, non mi è mai capitato di aver bisogno di più di due sedute per scoprire e riattivare episodi utili e competenze, persino quando i pazienti avevano alle spalle una prolungata storia di episodi psichiatrici. Nella maggior parte dei soggetti che presentano una diagnosi di depressione reattiva, si riscontrano eventi stressanti molto frustranti e traumatizzanti, anche se stando alle ricerche correnti sarebbe erroneo concludere che essi siano la causa scatenante della depressione. Il fatto che non sia l’esperienza traumatizzante a causare la patologia e la progressione dei sintomi è dimostrato ad esempio dagli studi della cosiddetta salutogenesi (Antonovsky 1993), dagli studi sulle esperienze di vita (Brown, G.W. Harris, T. - 1978), dalle ricerche sul recupero, dalla psicologia cognitiva (concetto di impotenza appresa, Seligman 1986) e dai contributi di Beck (1986). I fattori decisivi per chi sviluppa uno stato depressivo o per chi invece risulta in grado di gestire in modo positivo le esperienze traumatiche sono: a) vengono presi in considerazione gli eventi, b) sono analizzate le conclusioni raggiunte (ad es. il loro valore, le potenzialità future, le sensazioni),

 

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c) viene cercato un aiuto sul quale sia possibile contare. I processi percettivi si svolgono sempre in un contesto presente e reale. Ne consegue che le esperienze del passato sono utilizzate come materiale esplicativo e di ricerca di senso, ma esse non determinano il processo, non ne sono la causa diretta. Questo pattern presente determina quanta influenza potranno avere gli eventi del passato. Persino un disturbo psichico e psicosomatico che perdura da anni può lasciare spazio ad un costrutto di esperienza più salutare. Le abilità necessarie solo riattivare dissociate.già Utilizzando metodi ipnoterapia cksoniana, possiamosono spesso dopo una sola diseduta abilitàeri-e pattern di esperienza più utili. Le esperienze dolorose si esprimono quando una persona le combatte, e pur ricercando possibilità di vita più ottimistiche e più attraenti ma è al contrario sconfitta dalla supremazia della prospettiva negativa e malinconica. E’ proprio questo campo di tensione che porta al senso di spossatezza e agli altri vari sintomi. Dal punto di vista delle risorse è veramente importante mantenere lo sguardo permanentemente su questa polarità: la sofferenza correlata alla depressione mostra anche una componente orientata alla vita (seppure lieve) che si sente torturata dal lato pessimistico. Nella terapia può essere ristabilito e rafforzato il contatto con questa componente. Durante il processo depressivo una persona prova prevalentemente sensazioni di profonda inutilità e impotenza. Nel processo depressivo l’Io si sente una vittima senza possibilità modificare esperienza; la situazioneleodescrizioni di capirla, tipiche e ciò rende cora più intensa questadi terrificante sono:an“la superiorità totale della depressione”, che è così vista e sentita come una entità dittatoriale. Chi ne è affetto inizialmente prova a combattere questo stato molto attivamente, ma solo raramente il combattere porta al successo, mentre più frequentemente porta alla disperazione che rafforza ancor più l’esperienza depressiva. A ciò seguono poi altri processi di svalutazione e affaticamento che radicano e incrementano ancor di più il problema. Interventi terapeutici Intervento come creazione di differenze

L’esperienza può essere trasformata spostando la focalizzazione attentiva. Ciò si realizza creando delle differenze nei pattern che fino ad allora hanno dominato. L’informazione viene creata generando delle differenze. Gli interventi dovrebbero seguire un criterio di ricerca e scoperta di nuove prospettive che forniscano convincenti esperienze rispetto a quelle che avevano rafforzato fino ad allora il costrutto depressivo. A questo scopo sono ad esempio utili le domande circolari poiché racchiudono l’esperienza in un contesto multiforme e lavorano sulle possibili alternative correlate al contesto. Persino piccoli cambiamenti possono essere molto efficaci. Anche solo modificando il respiro e la coordinazione corporea (o entrambe) si trasforma il percorso depressivo dell’esperienza. L’autonomia del paziente deve comunque essere rispettata in ogni terapia. I pattern della trance depressiva mostrano dove dovrebbe essere focalizzato l’intervento per creare utili differenze. Ad esempio: •• Ri-scoperta delle propria creatività •• Costruzione di prospettive di speranza •• Modificazione della valutazione degli eventi di vita

 

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•• Sviluppo di prospettive che aumentino l’autostima •• Apprezzamento dell’impegno •• Imparare a capire che la depressione è una notevole fonte di informazioni riguardanti i bisogni fondamentali non rispettati o non soddisfatti •• Apprezzamento delle risposte fisiologiche del proprio organismo; organismo come partner e supervisore •• Supporto ai processi di comunicazione costruttiva nell’area sociale •• delle Supporto alle interazioni utili nel sistema relazionale, anche tenendo conto necessità altrui •• Supporto ad un equilibrio ottimale tra i propri bisogni e quelli altrui. Rinegoziazione ad un “livello umano” delle aspettative sui propri sforzi rispetto ad una aspettativa di perfezionismo assoluto. Sintetizzando, sono usati come interventi: domande che riattivano risorse,  “scaling”, re-interpretazione, cambiamento dei pattern sia a livello sensoriale che interattivo. Alla fine della seduta vengono utilizzati i cosiddetti interventi finali. Questi ultimi servono per a) caricare ancor più di significato i precedenti interventi, b) dirigere l’attenzione sulle questioni più rilevanti e sulla possibilità cambiare i pattern anche nella vita di tutti i giorni. Orientamento della prospettiva temporale attraverso le domande

Nei pattern della depressione il focus attentivo è ancorato ai momenti in cui c’è delusione, dolore, esperienze traumatiche. Generalizzando si fanno poi conclusioni pessimistiche sul presente e sul futuro (la triade negativa di Beck). La valutazione negativa del passato diventa una evidente “verità” di fallimento, fonte di visioni cupe, e di un prospettiva senza speranza e senza senso. Questa valutazione è uno dei più radicati fattori cronicizzanti per l’esperienza depressiva. Se durante la terapia ci si focalizzerà troppo nel passato, il pattern dei problema sarà soltanto più rinforzato (“più della stessa soluzione”, Watzlawick et. al. 1974). Per cambiare questi pattern, bisogna valutare la prospettiva temporale all’interno della quale si cercano soluzioni. Se si focalizza l’attenzione, l’esperienza ricercata verrà attivata. Le conversazioni terapeutiche dovrebbero essere un rituale concentrato sulla prospettiva temporale dell’esperienza ricercata. Ciò incoraggia e crea una prospettiva in cui diventa percepibile ciò che si  “impara da noi stessi”. Le domande come strumenti per focalizzare l’attenzione sono molti efficaci così come lo sono quelle domande ipotetiche che aprono nuove prospettive di scelta tra esperienze alternative. Esse inducono l’immaginazione dei contenuti ricercati. In tal modo nell’approccio ericksoniano le domande non sono solo strumenti per “incontrare” delle informazioni ma soprattutto degli strumenti efficaci per “creare” le informazioni (Schmidt 1985, Tomm 1994). Il loro vantaggio sta nella possibilità di rimanere senza obblighi, e ciò è di grande aiuto per i pazienti depressi con pretese di perfezione. Il porre domande con il cosiddetto “scaling” (tecnica della scala; introdurre un argomento passo dopo passo) mostra le differenze nelle esperienze e funziona rapidamente (“non è questo, che voglio; mi sento sempre così”). Ho chiamato questo processo “viaggio immaginario” dentro i “tempi di soluzione voluti”. Comunque, non sono utili solamente le domande riguardanti il futuro ricercato

 

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(progressione nel tempo, Rossi 1995) come ad esempio la cosiddetta “miracle question” (domanda del miracolo; de Shazer 1989, 1990). Le domande su episodi adattativi del passato sono altrettanto utili. Ricordando le esperienze di successo vengono rivissute le competenze del passato. Sono molto convincenti per quei clienti che volevano un futuro stabilito a priori. Anche le aspettative di alcuni clienti di dover parlare del passato possono essere utilizzate. Questa modalità di fare domande deriva dalla strategia della regressionese di iErickson. Dovrebbe costituire unapassato parte centrale delnon colloquio. que, clienti vogliono parlare del loro doloroso, devonoComunessere bloccati, soprattutto se questo può costituire una svalutazione e mettere in pericolo la cooperazione terapeutica. Anche la struttura degli intervalli tra le sedute è essenziale. La distanza tra le sedute può essere al massimo di 14 giorni, in combinazione con gli obiettivi finali dell’intervento. Così i clienti possono testare le loro possibilità pos sibilità ed evitare pattern di dipendenza, e le esperienze vissute in questo modo possono essere utilizzate come feedback per i successivi passi dell’intervento terapeutico. Con questa organizzazione temporale raramente abbiamo bisogno di più di 10-12 sedute (anche in terapie individuali) prima che i processi adattativi si riattivino. Lavoro centrato sull’individuo o centrato sul sistema?

I sintomi depressivi sono sempre manifesti. Quando si inizia una terapia, i partecipanti si aspettano che la terapia tratti per prima cosa i problemi dell’individuo che esprime la sintomatologia, il cosiddetto paziente designato. Al contrario, i concetti della terapia familiare e sistemica considerano i sintomi nei loro pattern relazionali. I sintomi sono visti come l’espressione di pattern interattivi, disfunzionali nel sistema relazionale del paziente designato (nella famiglia di origine ma anche nel sistema attuale). Le domande per stimolare le risorse adattive producono nel paziente designato il timore di provocare danni nel suo sistema di relazione (come ad es. conflitti distruttivi). Queste valutazioni, in molti casi inconsciamente dissociate, causano nel paziente designato un rifiuto delle proprie risorse, benché essi soffrano proprio del fatto di non riuscire ad usarle. Nel sistema presente del paziente designato solitamente troviamo “l’ideologia” che non esistano conflitti familiari: tutto è “normale”, e il solo problema è la depressione del paziente designato. Questo significa implicitamente che i propri bisogni non possano essere seguiti e portati avanti a scapito dei bisogni degli altri, e che gli stessi abbiano sempre la priorità sui propri. Fino a quando uno si sente ancora forte, non segue i propri bisogni tralasciando i bisogni altrui, anche se lo vorrebbe fare, altrimenti sarebbe visto come egocentrico, insensibile e colpevole. Mostrare i risultati attesi e attenersi alle norme e alle idee del sistema conta più del prendersi cura di sé e dei propri bisogni spontanei, anche se si mostrano chiari segni fisiologici f isiologici di esaurimento. Molti clienti riportano esperienze nel sistema familiare d’origine a partire dalla loro infanzia che possono essere comprese come una sorta di regolamento di conti per aver deviato dalle regole dominanti. I tipici “regolamenti di conti” sono ad esempio forti repressioni come “Se lo fai ancora, vado via e non ritorno più da te”; lo squalificare, il sorvolare, l’ignorare, l’escludere con messaggi come: “Ti chiudo fuori di casa (vai nella tua stanza etc.)”, “Sarai autoriz-

 

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zato a rimanere ancora tra noi solo se ti scusi e ammetti che è stato un tuo errore” (che è solitamente vissuta come una richiesta di totale sottomissione); oppure la cosiddetta delega del salvatore nel senso di “Il mio benessere e il mio stato di buona salute dipendono da te: comportandoti in questo modo sto bene, ma se non lo fai mi deprimerò molto (ed è colpa tua)” (Lake, 1990). Molti pazienti designati riferiscono l’esperienza di messaggi come “Parlando in questo modo così duro non sei per noi una buona persona, non c’entri nulla con e cattivo, non solosiamo il tuo leali, comportamento tu come persona,noi, maseinoidiverso ti sopportiamo, poiché anche se cima vergogniamo di te.” E’ come una socializzazione alla dipendenza che allo stesso tempo causa nella persona una dissociazione degli impulsi, dei desideri e delle emozioni, che vengono vissute come devianti dalle regole del sistema dominante, dalla percezione cosciente. Le emozioni e il desiderio in un sistema di regole così definito se non sono incoraggiati vengono soppressi, “depressi”, ma non eliminati. Sembrano essere sotto il dominio della percezione inconscia e pre-conscia, involontari segnali che possono essere descritti come sintomi di depressione. Quindi, i sintomi della depressione possono essere intesi e utilizzati come messaggi ufficiali di bisogni soppressi. Nella tradizionale terapia sistemica queste dinamiche portano alla conclusione che il focus deveil essere diretto al dipossibile. fuori delQuesta paziente designatoè e portato neldell’intervento pattern familiare più velocemente procedura alquanto difficoltosa specialmente nella terapia della depressione. Sia i familiari che i pazienti designati hanno una visione individuale. Solitamente non pensano che il problema sia di tipo relazionale, nel sistema familiare, e molto spesso pensano che il terapeuta voglia dipingere la loro famiglia in modo svalutante attribuendo loro la causa dei sintomi del paziente designato. Questo produce una grande resistenza nella famiglia e genera nel paziente designato un duro conflitto di fedeltà, producendo sensi di colpa ed aumentando così la depressione. Anche se i familiari sono collaborativi, sorgerebbe un nuovo dilemma: appena si fanno evidenti dei cambiamenti, si reinterpreta il passato come prova di ulteriore fallimento assumendo che: se qualcuno si fosse attivato prima, avremmo evitato molta sofferenza. In questo caso ogni successo causa depressione, e la soluzione crea nuove tendenze problematiche. Focalizzandosi sui pattern disfunzionali familiari spesso hanno l’impressione (e la paura) che il miglioramento richieda un cambiamento. Troviamo che la cooperazione con il sistema relazionale sia molto utile, ma con altre premesse. Come individui, questi sistemi hanno vari pattern propri, molto funzionali e utili. I colloqui familiari hanno il significato di aiutare il paziente designato a guarire. Quindi i colloqui hanno lo scopo di evidenziare i pattern interazionali familiari utili a questo scopo. Quando chiediamo ai familiari di concentrarsi su questi pattern per aiutare il paziente designato, subito troviamo un alto grado di accordo e cooperazione. I conflitti di fedeltà del paziente designato sono risolti. Per evitare gli svantaggi o e la possibilità di sovraccaricare i familiari lavoriamo con loro per identificare quale sia il loro modo più utile di aiutare. In questo modo anche i loro bisogni sono appagati, indirettamente la terapia è utile alla loro salute, e diventa una situazione di successo per tutti i partecipanti.

 

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Il principio dell’utilizzazione

In una terapia intesa come un rituale di esperienza-competenza sarebbe utile la costruzione di una realtà in cui i contributi del cliente siano comprensibili e utilizzati come competenze. Questo richiede una modalità interattiva basata sull’apprezzamento. Il principio ericksoniano dell’utilizzazione serve a questi scopi. “L’Utilizzazione” è intesa come un’interpretazione di differenti contributi (valutazioni, emozioni, azioni, etc.) deiutilizzati partecipanti dei clienti efficaci. che dei terapeuti) in modo che possano essere come(sia informazioni Se qualcosa può essere descritto come competenza, come un processo di soluzione o come un’adeguata soluzione, o al contrario, come incompetenza, dipende esclusivamente dal contesto nel quale è inserita. Questo in terapia dovrebbe tradursi nell’assunto che i contributi del cliente sono sempre una competenza, apprezzabili come espressioni della loro particolare esperienza della situazione. I singoli contributi sono ben utilizzati quando ogni stimolo 1) è principalmente utilizzato come bisogno riconosciuto (“pacing”, per esempio come accettazione, una competenza ben accetta), 2) è valutato per la sua utilità, per quanto possa aiutare a risolvere o ad esacerbare il problema. Così tutti i contributi possono essere apprezzati e simultaneamente utilizzati. Con questa meta-posizione dell’utilizzazione, la percezione e l’attenzione sono focalizzate sugli Potrebbero essere utili domande “In quale contesto la reazioneobiettivi. del cliente può avere più senso ed esserecome: una competenza?”. In questo modo le prospettive pessimistiche sul futuro possono essere intese come un’importante strategia per garantire la sicurezza, la chiarezza e la protezione contro le delusioni, quasi come una “competenza-guardia del corpo”. La “visione tunnel” può essere vista come un’abilità per una più profonda capacità di concentrazione. Nella terapia la si può utilizzare per focalizzare intensamente i pattern più utili. Le fissazioni negative sugli eventi spiacevoli del passato possono essere apprezzate come sforzo di fedeltà al “bambino ferito”, che, deluso per ciò che è accaduto un tempo, ottiene alla fine riconoscimento e simpatia. I perfezionisti, attraverso la consapevolezza di se stessi, possono essere apprezzati per il loro atteggiamento volto a raggiungere il meglio, e per il non accontentarsi di “cose a metà”. Così, i precedenti tentativi di soluzione che erano una conferma delle incapacità diventano ora prova di capacità. Questa attitudine all’utilizzazione trasforma spesso i pattern basati su “o questo o quello” in pattern del tipo “questo e quello” (Simon 2001). Un ulteriore esempio: la mancanza di speranza e lo scetticismo del paziente designato, può essere utilizzata invitandolo a criticare costruttivamente il terapeuta dando dei feedback quasi fosse un supervisore. Questo approccio supporta l’autonomia del paziente designato e la sua meta-posizione, il focalizzare le differenze sul  “qui ed ora” e di conseguenza sulla possibilità di cambiamenti. Spesso il paziente designato si sente molto sollevato quando gli faccio presente che le sue critiche e anche ogni “sì, ma..” sono graditi e strumenti d’aiuto per il terapeuta. In questo modo i pazienti si sentono delle autorità. Le paure, lo scetticismo, le esitazioni, sono considerate risorse, e quando i clienti cambiano direzione devono essere rispettati e va concesso loro di mantenere le distanze. In questo modo l’utilizzazione è vissuta, a contatto con il terapeuta, come un modello. E così facendo, i concetti tradizionali basati sull’interpretazione dei con-

 

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tributi del paziente come resistenze problematiche che devono “elaborate” possono essere messi in un “museo della storia della terapia”. La psicoterapia può essere vissuta come un pericolo perché promette speranza. Molti pazienti designati proiettano su di essa delle attese che in gran parte non possono essere soddisfatte e ciò porta ulteriormente a delusioni che rafforzano il processo depressivo. Viste in questo modo, le ambivalenze e la paura della terapia del paziente designato possono essere utilizzate come informazioni utili riguardo ai bisogni di riconoscimento e di sicurezza. Utilizzo dello stile attribuzionale

Come già detto, spesso troviamo come parte di un pattern depressivo la forte convinzione che nessuno sforzo (per quanto sia grande) possa portare ad una soluzione. La terapia è quanto meno definita implicitamente come un evento realmente senza senso. Ma, se vogliamo collaborare efficacemente con clienti con questo orientamento, è necessario adottare questa visione, per risolverla. Tuttavia, se ponessimo direttamente delle domande, incontreremo sicuramente una cospicua resistenza. Questo frequente conflitto può essere utilizzato ancora una volta nel modo indicato: in primo luogo descriveremo il conflitto direttamente e in modo trasparente al paziente attraverso una meta-comunicazione; poi sottolineeremo ancora in modo trasparente la sua devono esperienza del fatto, suggeriremo che le esperienze utili vissute in passato essere considerate delle risorse, ma che purtroppo non può essere sempre chiaro ad una persona particolarmente preoccupata di quale esperienza può, o poteva, generare una utile soluzione. In seguito, lo inviteremo a ricercare queste differenze. Praticamente tutti i clienti depressi presentano delle fluttuazioni circadiane: terribile depressione mattutina contrapposta a un umore migliore alla sera. I clienti vivono queste fluttuazioni come se fossero totalmente fuori dal loro controllo. Dal punto di vista psicoterapeutico queste fluttuazioni costituiscono delle informazioni molto utili. L’umore migliore della serata rappresenta un episodio involontario di risorse, ma i processi che contribuiscono a questo stato sono completamente dissociati dalla percezione conscia, ed il solo risultato negativo viene preso in considerazione dal cliente. Dobbiamo offrire questa visione ai clienti in modo costruttivo, utilizzando un approccio empatico e proponendo che questo loro stato non è ancora modificabile a causa di questa dissociazione di risorse. In seguito sono invitati a ricostruire attraverso i nostri metodi di ricerca dei nuovi pattern utili (fase esplorativa). Comparando sistematicamente su tutti i livelli sensoriali la depressione del mattino e il buon umore della sera possiamo sempre estrapolare quali altri pensieri, valutazioni, fantasie future, dialoghi interiori, aspettative verso se stesso e gli altri, vengano prodotti al livello inconscio: da una parte la depressione, dall’altra un alleggerimento. In questo modo la conoscenza dissociata diviene più conscia e abbordabile volontariamente. Persino le fluttuazioni circadiane possono essere utilizzate, come competenze focalizzate. Passi tipici del processo I passi tipici del processo di ipnoterapia sistemica con clienti depressi possono essere idealmente così sintetizzati:

 

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1) Fase di chiarimento del contesto che ha portato all’idea di richiedere una consulenza. 2) Fase di costruzione e discussione di un contratto terapeutico. 3) Fase in cui si smussano le forti aspettative e le dissociazioni, e in cui si fanno altri interventi per promuovere alternative creative e motivazioni. 4) Fase di traslazione della depressione in informazioni sui legittimi bisogni della persona. 5) di immagini-obiettivo. 6) Fase di sviluppo focalizzazione sulle eccezioni: “soluzione dall’esperienza”. 7) Comparazione dei pattern-problema e dei pattern-soluzione con gli interventi che potrebbero renderli comprensibili e modificabili. 8) Comparazione degli effetti dei differenti modi in cui si formano le esperienze e le relazioni, in particolare riguardo agli effetti dei pattern-problema e dei pattern-soluzione (analisi costi-benefici) 9) Coaching sull’ambivalenza e sviluppo di nuovi obiettivi. 10) Sviluppo e negoziazione dei prossimi obiettivi verificabili. 11) Fase di valutazione 12) Chiusura Creazione della relazione in terapia e costruzione di sistemi-terapia come esperienze significative, sistematiche, di cooperazione e di rafforzamento delle competenze

Nelle persone con reazioni depressive troviamo spesso la mancanza dei cosiddetti “sentimenti di coerenza” (salutogenesi). Con ciò si intende quel sentimento di fiducia che “le richieste che ci vengono dal mondo esterno o da quello interiore possano essere in primo luogo prevedibili e spiegabili, e in secondo luogo che siano disponibili le risorse per far fronte a tali richieste; infine, la consapevolezza che tali richieste costituiscano una sfida e che quindi richiedano energie” (Antonovsky, 1993). In una prospettiva orientata alle risorse ciò significa che in ogni momento di contatto con un paziente depresso si dovrebbe dare esperienza della presenza di tali risorse nell’interazione. Tutti gli interventi terapeutici rappresentano dei rituali per lo sviluppo di sentimenti di coerenza. Essi dovrebbero essere vissuti come espressione della cooperazione. Devono quindi essere comprensibili e chiari, in altre parole, concreti. Gli scopi ed i singoli passi della terapia devono quindi essere discussi in modo trasparente per orientare il cliente verso idee autonome. I terapeuti possono dare dei consigli a questo scopo, ma al tempo stesso dovrebbero mostrare apprezzamento (invece di patologizzare) e prendere sul serio le decisioni autonome del cliente. Credo che la trasparenza terapeutica espressa attraverso la metacomunicazione sia un passo centrale. Al contrario, l’approccio orientato alla soluzione di De Shazer evita questa esplicitazione. Ogni intervento viene proposto senza una spiegazione nel timore che la trasparenza possa innescare nel cliente una lotta tra le nuove e le vecchie credenze (De Shazer, nota personale, 2000). Dal mio punto di vista questo determina il pericolo che, ancora una volta, il cliente depresso si senta gestito e controllato in una posizione passiva e senza speranza. Il paziente designato si sforza per sentirsi competente, per avere autostima e per sentirsi autodeterminato. Gli obiettivi concordati con il terapeuta si devono quindi adattare alle possibilità del cliente (sulla

 

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base delle abilità che il cliente sente di avere in quel dato momento). Di conseguenza si dovrebbe procedere per piccoli passi e obiettivi poiché la probabilità di successo aumenta. Il potere costruttivo della cooperazione viene dalla relazione-per-uno-scopo, e dalla concretezza nella creazione di obiettivi raggiungibili. Quando ci confrontiamo con forti tendenze suicidarie, la cornice del contesto terapeutico viene superata e l’inserimento in un contesto di controllo sociale può assumere priorità. Ciò deve proposto Se e definito molto chiaramente quando illaterapeuta pensa cheessere sia necessario. un paziente designato non è più in grado di garantire la sua e l’altrui sicurezza, questa competenza deve essere presa in carico da ruoli istituzionali (ad es. attraverso un affidamento) fino a quando non sopravvenga un orientamento più positivo. L’affidamento non si ha perché il terapeuta sa meglio del paziente cosa è meglio per lui, ma perché il terapeuta valuta che in quel momento è la migliore delle soluzioni. È molto importante che ciò venga proposto come un scelta terapeutica che coinvolge il terapeuta e il suo contesto, e non come una descrizione del cliente, cosa che lo farebbe sentire etichettato e ancora una volta costretto, amplificando le dinamiche suicidarie. Tipici pattern di aspettative, la loro utilizzazione, il chiarimento del contesto, la soluzione dei conflitti in cooperazione. Se i clienti si sentono accettati nel loro punto di vista sulla realtà, la terapia essere valutati costruitacome comeespressione un sistema di cooperazione. Se questi punti di vistapuò vengono di patologia, rifiuto, ostinazione e quant’altro, non vi è nessun senso costruttivo a cooperare in tale contesto. Espresso in concetti ericksoniani, molte strategie utili possono essere trovate per un ottimo “avvicinamento” (apprezzare  “l’incontro” e scortare i clienti nella loro visione del mondo) (Zeig, 1995). Una modalità molto utile è stata proposta da De Shazer (1992). Aspettarsi che le attitudini dei clienti siano differenziate, così che i loro pattern possano di volta in volta essere considerati quelli di “clienti”, di “accusatori”, o di “ospiti”. Propongo inoltre una quarta categoria, quella di “co-terapeuta” o “supervisore” (Schmidt, 2000). I pattern tipici del “cliente” esprimono il modo in cui la persona vive il problema ed assumono che sia la persona stessa a trovare una soluzione al problema. Gli “accusatori” invece si vedono come vittime che non possono fare nulla direttamente per trovare una soluzione; sono gli altri a doverla fornire. In terapia questa visione porta subito ad un conflitto, specialmente quando gli altri sono assenti o sono nell’impossibilità di fornire aiuto. Gli “ospiti” si sentono invece nella condizione di non dover portare richieste proprie nella terapia; non ha per loro senso il coinvolgimento diretto e cooperativo nella terapia anche quando si rendono conto di possedere delle loro competenze e capacità per trovare una soluzione. I “co-terapeuti/supervisori” presentano invece una attitudine a vedere negli altri (spesso nei parenti) il problema e ad avere idee prestabilite riguardo a quello che dovrebbe essere il lavoro terapeutico. Ognuno di questi pattern può dare la possibilità al terapeuta di lavorare costruttivamente solo però se si concorda un contratto iniziale in modo esplicito. Nella prospettiva sistemica il comportamento del cliente esprime la sua interpretazione del contesto terapeutico. Spesso i clienti depressi non prendono direttamente l’iniziativa di venire in terapia ma vengono spinti da altri. Spesso sono quindi degli “ospiti”. Questo li porta a vedere la terapia come una forma

 

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di controllo esterno e di sottomissione. È quindi importante che i terapeuti non prendano posizioni di parte ma piuttosto apprezzino l’ambivalenza espressa dal paziente designato, cercando di concordare con lui quali condizioni lo farebbero sentire autonomo e cooperativo. Anche quando si rivolgono a noi di loro iniziativa la prospettiva di essere senza speranza è dominante. Nella percezione cosciente i problemi sono sempre causati dall’esterno. Sono spesso gli altri ad essere visti come cause. E ciò porta all’idea che la terapia abbia un senso solo se a cambiare gli Noi altri.contrattiamo Ma questa ècontinuamente una richiesta terapeutica che non puòriesce essere soddisfatta. obiettivi e cooperazione in modo da aumentare il senso di competenza del paziente designato. Poiché ciò è in contrasto con la loro richiesta originale potrebbero sentirsi rifiutati velocemente, o sentirsi come ”attori” involontari e impotenti. Possono inoltre reagire mostrandosi senza speranza e aspettandosi che sia il terapeuta, usando astute strategie, ad eliminare il “cattivo attore”, ovvero questa loro involontaria esperienza. Ciò porta solo ad una stabilizzazione del problema e ad un reiterare delle tentate soluzioni. Al tempo stesso le passate esperienze di fallimento potrebbero essere proiettate sulla terapia aumentando ancora di più la sensazione di essere senza speranza. Queste aspettative devono essere trasformate svelandone i danni prodotti. In questo modo il terapeuta lavorando con pazienti depressi ne mette a nudo l’intenso conflitto (doppio legame). Altri modi ad esempio: - Unasono regola base della terapia sistemica è quella di assumere un atteggiamento di neutralità: a) verso le persone e le opinioni riguardanti il sistemacliente, b) verso le tendenze di cambiamento o stabilità (v. Schlippe, Schweitzer 1996). Il concetto è che se la regola della neutralità viene infranta si verificano spesso irritazione e reazioni distruttive da parte del cliente. Tuttavia, se utilizzata in modo troppo rigido, la neutralità ha effetti deleteri. I pazienti interpretano questo atteggiamento come prova del loro essere senza speranza, poiché se ci fossero stati dei cambiamenti positivi il terapeuta avrebbe assunto un atteggiamento più attivo. Ciò naturalmente aumenta il pattern depressivo. Sin dall’inizio il terapeuta dovrebbe incentivare e supportare tutte quelle differenti esperienze che mostrano una diversa prospettiva, di speranza e di autonomia. I clienti si convincono solo attraverso le loro stesse esperienze di competenza nel raggiungimento di un obiettivo, e questo implica l’assunzione da parte del terapeuta di una prospettiva orientata o rientata alla speranza. - La maggior parte dei clienti depressi ha l’aspettativa che durante la terapia si debba lamentare, nonché parlare a lungo dei propri problemi, alla ricerca delle cause che li hanno prodotti nel passato. Il terapeuta deve interrompere questi  “viaggi nelle soluzioni passate” e questo “parlare del problema” invitando a cambiare la direzione del discorso. Questo viene spesso criticato da chi ha orientamenti teorici differenti sostenendo che impedisce l’autodeterminazione della persona, e che al contrario lo si dovrebbe far esprimere e ci si dovrebbe lavorare sopra. Qui voglio mettere in guardia dall’incentivare a “parlare del problema” perché ciò che in realtà si sta riproponendo è la “trance del problema”, e naturalmente ciò non fa altro che acuire il malessere. I clienti non se lo meritano. Si dovrebbe invece farli passare il più velocemente possibile dall’attingere da un pattern problematico ad uno non problematico (Yapko 1996). Ma sino a quando restano fissati sul “parlare del problema” possono interpretare gli inviti a cambiare direzione come squalifiche e rifiuti. Reazioni

 

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come “Lei non è veramente interessato a me, non sono così importante” non sono così rare. Tuttavia, non è al tempo stesso del tutto utile ignorare totalmente il bisogno dei clienti di “parlare del problema”. - Quando i clienti scoprono velocemente di avere risorse per trovare una soluzione (cosa che accade regolarmente nei nostri interventi) ed esperiscono un miglioramento, iniziano spesso a colpevolizzarsi e a svalutarsi per il fatto di non averlo saputo fare prima. Non raramente ascoltiamo: “Quindi ho sbagliato tutto ad ora. Ho sofferto anni depressivi. invano”. Tali reazioni possono nuovamentefino e velocemente riattivareper pattern Spesso inoltre possono derivare da questo situazioni di ancor maggiore pressione poiché avendo provato che è così facile uscirne pretendono da loro stessi sempre di più. E il non riuscirci subito viene interpretato come un ulteriore fallimento. Tuttavia questi conflitti possono essere usati terapeuticamente (Schmidt 1998). Possono essere risolti creando delle priorità (prima questo, poi quello) o attraverso la metacomunicazione. Attraverso quest’ultima forniamo al cliente informazioni sul procedimento terapeutico. Infatti, come dimostrato dalle psicoterapie basate sulla ricerca e valutazione, il fornire informazioni sul processo terapeutico è un contributo essenziale per il successo terapeutico (Yalom, 1996), poiché oltre ad offrire al cliente e ai familiari delle strategie efficaci, aumenta la loro conoscenza delle esperienze e il loro background concettuale. Tutto ciò spedendo, viene proposto una forma e d intelligibile. ed Iniziamo ancorin prima della molto primasemplice seduta, una lettera informativa in cui descriviamo brevemente il nostro metodo basato sulla focalizzazione delle competenze, e una proposta di data e orario per il primo appuntamento. Naturalmente questo metodo non viene proposto come l’unico possibile. Se il cliente inizia con ripetitive descrizioni delle sue esperienze negative, accettiamo questa descrizione con empatia e apprezzamento. Qui di seguito presenterò alcuni esempi di terapia eseguite seguendo i tipici passi del nostro approccio: Il signor M, insegnante di 50 anni, sposato, con 2 figli (20 e 16 anni), arriva al primo colloquio, pressato dalla moglie. La moglie non è potuta venire per improvvisi impegni di lavoro. Il signor M si descrive come una persona che ha perso ogni speranza. Da alcuni anni si sente sempre più depresso, svariate volte ha giustificato le sue assenze lavorative con un certificato di malattia ed è stato ricoverato in trattamento psichiatrico per brevi periodi. Non crede più di poter trovare qualcosa che lo aiuti. Dice di aver ormai provato ogni cosa e questa sola idea lo rende ancora più pessimista. Ogni tanto piange e desidera che tutto abbia fine. Io accolgo e utilizzo la sua descrizione e gli dico: “ascoltandola ho l’impressione che lei abbia sostenuto enormi sforzi. Ha già provato così tante cose. Deve essere veramente doloroso non vedere alcun risultato. E lo trovo veramente ingiusto. Penso che la sua situazione sia veramente difficile e anche più dolorosa di quanto possa essere espresso a parole, e penso che si debba sentire veramente solo nel suo dolore.” (I pazienti depressi si sentono molto più compresi se gli si comunica che nessuno a parte loro può capire fino in fondo il loro dolore. Ciò rispecchia infatti la loro convinzione che nessuno può comprendere il loro dolore. A volte i segnali di comprensione vengono da loro interpretati come una squalifica). Sig. M: Ha ragione; ma quando mi sento così male penso spesso che non abbia senso affliggere gli altri perché nessuno mi può comprendere o aiutare.

 

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Ter: Penso che sia veramente apprezzabile il fatto che lei si preoccupi degli altri anche quando si sente così male. Sig. M: Questo è il minimo che io possa poss a fare. Sono già un gran peso. Ter: Più parliamo più penso che dovremmo cercare che la nostra conversazione sia per lei un, anche se pur piccolo, aiuto. Ha già ricevuto fin troppe delusioni. Lavorare insieme avrà come obiettivo che lei possa vedere soddisfatte le sue richieste. Cosa succederebbe se attraverso questa nostra cooperazione raggiungessimo almeno in partemodalità un suo di obiettivo? Come si renderebbe conto di averlo raggiunto? (Questa domanda focalizza l’attenzione sulle esperienze future e desiderabili). Sig. M: Sarebbe bello se funzionasse, ma onestamente non riesco ad immaginarlo. Ter.: È naturale sentirsi così quando non si ha più speranza. Mi posso immaginare come ci si senta scettici quando in questa situazione ci sentiamo dire che c’è una soluzione e che è possibile uscirne. Sig. M: No, no, ha ragione. E mia moglie ha già fatto tanto per me. Mi ha convinto a venire qui. Qualcosa deve succedere, non può continuare così. Me lo ripeto tante volte al giorno. Mia moglie e miei figli se lo meriterebbero. Con me si va oltre ogni sopportazione. Ma più me lo ripeto, più mi sento impotente. Qualche volta mi sento come ingabbiato e questo mi far stare ancora più male. Ter: Questo proprio un terribile conflitto. Mi sembra quasi cheche ci sia una partedeve di leiessere che lotta per raggiungere ciò che desidera e una parte invece è completamente sovraccarica. Sig. M: Proprio così, sì, è questo, mi sento completamente lacerato internamente. Ter: Ciò può essere collegato a molti aspetti. Mi chiedevo se lei sarebbe qui adesso se sua moglie non avesse preso l’iniziativa. Sig. M: Credo di no. Io mi sento rassegnato e credo che non ci sia più alcun senso nel fare qualcosa. Ter: Beh, allora penso sia particolarmente encomiabile il fatto che lei sia qui adesso. Questo è un grande sforzo. Inoltre mi sembra che anche lei abbia a cuore la situazione accogliendo il desiderio di altri, anche se avrebbe preferito agire diversamente. Sig. M: Sì giusto. Ma questo è il minimo che possa fare, altrimenti sarei del tutto inutile. Ter: In queste circostanze però, dal mio punto di vista dovremmo iniziare senza aspettarci che queste conversazioni le siano subito di aiuto. Conosco persone che si sentirebbero controllate e sottomesse percependo questi colloqui come una forzatura e un obbligo. E ciò non sarebbe di alcuna utilità. Se lei vorrà cooperare il suo scetticismo sarà considerato legittimo e ci dovremo occupare con molta attenzione dei suoi bisogni. Sig. M: Ma qualcosa deve succedere. Mi sono detto che devo scrollarmi di dosso questo maledetto scetticismo. Ter: Quali sono le sue esperienze nell’affrontare le sue sensazioni? Si sente meglio se le sopprime? Immagino che questo le provochi ancor più stress. (Con questa domanda provo a dare un primo indizio degli effetti delle sue tentate soluzioni. Se infatti rimanessimo ancorati a soluzioni che provocano stress, anche la terapia stessa diventerebbe un rituale stressante).

 

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Sig. M: Sì, giusto. Sono spesso stressato. Forse sono io stesso a causarmi lo stress. Ma è perché mi sento completamente impantanato. Ter: Sì, sembra dispiaciuto per questo. Sarebbe interessato a scoprire se esistono soluzioni alternative meno sofferte? Sig. M: Certo, se fosse possibile. Pensa che funzionerà? Ter: Per mia esperienza, sì. Per far questo, il punto decisivo è come essere capaci di gestire i propri impulsi contraddittori. Combatterli costa tante energie e ci rendemesso esausti. Se leinel è interessato le posso abbiamo a punto nostro lavoro. (Vogliomostrare fornirgli quali nuovealternative informazioni, incuriosirlo, e al tempo stesso rispettare la sua possibilità di scelta ed evitare di squalificare le sue precedenti strategie). Sig M: Mi interesserebbe … (Ora non devo elogiare unilateralmente le possibilità positive della terapia ma apprezzare il suo muoversi a piccoli passi mantenendo l’ambivalenza e chiarendo sempre di più il conflitto). Ter: Ho un dubbio. Naturalmente, poiché è lei a chiederlo, le mostrerò il prima possibile le diverse cose che la possono aiutare e i modi per gestirle. E la mia esperienza con persone con problemi simili al suo mi dice che lei li troverà utili. Tuttavia, se io fossi nella sua situazione sarei molto scettico sulla possibilità che esistano cose del genere. Sarei diffidente e mi sentirei sotto pressione. Le è già capitato altre volte. Quindi forse sarebbe meglio che io facessi un passo indietro e non proponessi qualcosa cheche è contro sue aspettative. parte però nonlevoglio nasconderle cose si sonoledimostrate molto D’altra utili a persone nella sua stessa situazione, giusto? Sig. M: Non sono sicuro di aver capito. Pensa che ci siano delle possibilità? Sarebbe bello, e inoltre ho bisogno d’aiuto! Ma probabilmente ancora una volta non funzionerebbe. Ma quindi questo vuol dire che lei non mi vuole aiutare? Ter: Naturalmente la voglio aiutare. Ma il semplice iniziare potrebbe essere da lei interpretato come se io svalutassi il suo scetticismo e non la prendessi sul serio. E questo sicuramente no la aiuterebbe. Io la voglio rispettare. Sig. M: Beh, sono d’accordo. Ma allora cosa posso fare? A questo punto è opportuno utilizzare la tecnica della dissociazione per fronteggiare, apprezzandola, l’ambivalenza del cliente ed aprire nuove opportunità. La tecnica della dissociazione e la “conferenza interna” I processi che fanno parte e caratterizzano la depressione sono particolarmente pericolosi e dannosi in quanto il paziente tende ad identificarsi con essi. Tali processi mentali assorbono quasi completamente l’attenzione e iniziano a divenire dominanti. La loro dominanza può essere risolta attraverso una sempre maggiore dissociazione dai processi mentali involontari e da un conseguente allontanamento mentale. Per tale motivo i metodi e le tecniche che vengono usate nell’induzione ipnotica possono risultare utili anche nel trasformare l’inconscia induzione del problema in un meccanismo consapevole, problema che diviene pertanto maggiormente accessibile ad un’esperienza volontaria e quindi modificabile. Ciò inoltre supporta e facilita la creazione di un processo positivo di dissociazione. La lotta interna, che si manifesta ad esempio attraverso dialoghi interni di autosvalutazione e che abbiamo sentito dal Sig. M., si ritrova in tutti i pazienti depressi. Questa dinamica può essere utilizzata trattandola come materiale metaforico, come se ci fossero aspetti o parti della

personalità in contraddizione e che rappresentano la credenza in valori con  

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trapposti. Attraverso l’uso di metafore si da al paziente la possibilità di esternalizzare processi mentali incalzanti. Le differenti e contradditorie tendenze del paziente che sono associate al suo “ego” (“Io faccio”, Io sperimento …”) devono essere invece dissociate da esso affinché il paziente possa guadagnare uno spazio libero. Gli interventi con pazienti depressi derivano dalle tecniche di dissociazione ipnoterapeutica che sono frequentemente utilizzate ad esempio nelle terapie di forte sofferenze o traumi in questi cui la casi persona può ritenere che il suoportano stato non comporti un danno fisico. In le tecniche di dissociazione ad una notevole riduzione della sofferenza (Barber). A partire da questa prima rilevazione scopriamo che esistono molte parti che comunicano fra sé come in una conferenza. Venti anni fa ho definito e sviluppato modelli che ho chiamato  “conferenza interna” o “parlamento familiare” (Schmidt 1989, Stierlin 1995, Hesse 2000). Negli ultimi anni sono stati pubblicati molti altri modelli similari (Schwartz 1997, Schultz v. Thun 1999). Al Fachklinik am Hardberg utilizziamo questi concetti come parti di un gruppo, di un contesto sistemico; perciò i membri del gruppo possono rappresentare parti diverse e relazioni significative, che simbolizzano e danno significato alla relazione tra le dinamiche interne e le evidenze esterne e ciò promuove e facilita risultati positivi e utili. Nella terapia di gruppo c’è spesso un’intensa atmosfera di vicinanza e solidarietà viene sentita, soprattutto dai pazienti si depressi, come particolarmente utile eche incoraggiante (per un approfondimento veda Schmidt 2000). Questa modalità offre allo stesso tempo più vantaggi: a) il miglioramento può essere esperito molto rapidamente. b) permette di dare una descrizione metaforica di queste parti e ciò facilita una maggiore dissociazione dai pensieri opprimenti e permette maggiori possibilità di immaginare scenari utili e positivi. c) Aiuta a condividere una meta posizione. Nel colloquio con il Sig. M. ciò si è espresso nel modo seguente: T: nella nostra esperienza si può facilmente costruire qualcosa di utile, ma per far ciò è importante che tutti gli aspetti si incontrino dentro di lei. E’ come se ci fossero molte anime o parti dentro di lei in conflitto l’una con l’altra. Noi tutti come lei parliamo di questi processi come se potessimo sempre avere un’esperienza di equilibrio, ma in definitiva e per essere onesti occorre dire che c’è una parte che si sente molto giù e un’altra che la combatte. Perché la parte che è depressa non è la stessa che combatte. Oggi sappiamo che il modo in cui descriviamo l’esperienza umana conduce ad effetti completamente diversi. Se lei volesse modificare gli effetti, dovrebbe innanzitutto descrivere il processo, c’è una parte e c’è un’altra parte, ma nessuna delle due sono me nel senso di un’unica parte integrata. Che effetti diversi sperimenta attraverso queste due parti? Questo semplice invito a dissociare è molto efficace, più del 90% dei nostri pazienti riportano un immediato miglioramento attraverso l’utilizzo di questa strategia. Non conosco nessun altro intervento altrettanto efficace in breve tempo, immediatamente, completamente chiaro e utilizzabile dalle persone in modo autonomo. Sig. M.: Quando dico “sono depresso” e poi “Non dovrei esserlo” sento molta pressione. Ma quando c’è una sola parte depressa sento molta meno pressione. E se c’è una parte depressa ci possono essere anche altre parti diverse.

Mi sento come se ci fosse una finestra aperta e avessi più spazio.  

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T: Quindi il suo organismo le dice attraverso altre sensazioni e reazioni fisiologiche che l’altra parte la fa sentire meglio? (Con questa domanda si intende suggerire l’idea di prendere sul serio i feedback che provengono dall’organismo e considerarli importanti in quanto utili informazioni sui bisogni) Sig. M.: Si, è molto più semplice se riesco ad immaginarla solo come una parte. T: Ho l’impressione che le suggerisca quello di cui ha bisogno, ad esempio più spazio alleggerimento; come organismo le mostrasse, le proprieereazioni spontanee, la se suail suo conoscenza intuitiva, cosa è attraverso utile per lei (vengono suggerite idee ed esperienze che possono facilitare un’immagine di sé maggiormente positiva). Sig. M.: Cosa intende? Intende che ho una conoscenza intuitiva? Spesso mi sento così vuoto e cupo. T: Bene, a secondo del modo in cui parla e pensa di sé, il suo organismo immediatamente reagisce in modo differente. Lei non deve fare nulla di particolare, accade involontariamente. E’ il modo in cui si rileva e manifesta la conoscenza inconscia. E se lei si sente male, anche questo accade involontariamente. Se lei si permette di percepire le parti diverse, questo ovviamente crea spazio e una distanza tra lei e la parte depressa e lei si sente più sollevato. Per tale motivo ho tratto la conclusione che il suo organismo le dice, nel suo linguaggio corpo,risponde ciò che con sa relativamente a ciò di cui lei (Si ha bisogno. quando lodelottiene un premio, una ricompensa. suggerisceE l’idea di considerare l’organismo – come una metafora dei bisogni inconsci – come un collaboratore con bisogni che vanno rispettati, per costruire un rapporto di lealtà verso se stesso. Inoltre: confrontando situazioni diverse, le loro caratteristiche e i diversi effetti, possono essere esperiti dei cambiamenti e costruita una meta-posizione) Sig. M.: Non ho mai visto la cosa in questi termini. Intende realmente dire che io posso influenzare il modo in cui sento le cose? Mi piacerebbe avere tale influenza, ma spesso mi sento così male che non riesco a fare niente. T: Questo è comprensibile. Sarebbe troppo facile dire che basterebbe che qualcuno le dica che lei può farlo facilmente. Lo sperimenta ogni giorno. Ma quando si sente più impotente e arreso: quando dice a se stesso, sono così depresso e non riesco a fare nulla, o come direbbe lei, una parte di me sente e sperimenta questo? (la capacità e possibilità non deve mai essere associata all’idea che dovrebbe essere facile metterla in atto. In questo caso il paziente svaluterebbe se stesso molto velocemente se non riuscisse subito, metterebbe se stesso sotto pressione e la spirale depressiva diventerebbe ancor più forte) Sig. M.: Allora sarebbe sbagliato se dicessi che sono incompleto, come se non ci fosse qualcos’altro in me. T: Le devo spigare meglio come questo avviene, è chiaro che c’è un parte in lei che ha un’influenza nociva. Le potrebbe apparire insolito perché tutti noi non parliamo di questa modalità nella vita quotidiana. Ma se ho ben capito lei si sente spesso tremendamente disarmato e impotente, come se non potesse fare assolutamente nulla per alleviare o fermare la sua sofferenza. Ho capito bene? (ogni volta i miei suggerimenti si basano su delle verifiche, in modo tale che il paziente non si senta definito dall’esterno, ma viene trattato come esperto).

 

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Sig. M.: Si esattamente, e allo stesso tempo mi dico milioni di volte che dovrei fare qualcosa, ma non riesco a fare nulla, e così mi sento tremendamente depresso e rassegnato. T: Ma è chiaro che lei sento questo. Chiunque si sentirebbe così. Se pensasse che potesse fare qualcosa di utile, lo farebbe, non è così? (Si suggerisce l’idea che queste reazioni sono tipicamente umane e che non c’è niente di sbagliato in lui). Sig. Naturalmente T: E M.: questo è esattamente il motivo per cui mi sento in dovere di parlare di una parte che si sente depressa e non di lei come un tutto. Perché come lei ha già avuto modo di sperimentare, questa esperienza terribile di essere imprigionato può essere piano piano modificata. Ha sperimentato che può essere modificata, o ho capito male? (Invito a ricordare esperienze positive, che vengono dimenticate molto rapidamente). Sig. M.: No, è giusto, ora che mi ci fa pensare. Lo avevo già dimenticato. T.: Lo trovo naturale. Il modo usuale di pensare e di rapportarsi con questi aspetti importanti è per lo più automatico, funziona in modo troppo veloce per rendersene conto. Per avere delle modalità più funzionali occorre rintracciare dei significati, che aiutano a interrompere le vecchie modalità e rafforzare quelli più utili e positive. Sarebbe d’accordo se le suggerissi alcune strategie che nella nostra possono essere moltodifferenziato, d’aiuto? (tento di convincerlo a passare ad unesperienza nuovo ordine maggiormente il paziente è di nuovo considerato colui che può decidere che permette o meno l’intervento). Sig. M.: Sì, sono molto interessato T.: OK. Ma prima di iniziare vorrei chiederle qualcosa.Se quello che le sto proponendo è per lei plausibile e adeguato: ho l’esperienza che le persone chesono molto attente e desiderose di fare le cose per il meglio si mettono immediatamente sotto tensione e si aspettano di realizzare immediatamente al 100% ciò che è stato loro suggerito. Ma questo è un sovraccarico estremamente dannoso. Di norma l’unica cosa utile è procedere gradatamente, passo dopo passo, con molta pazienza e concedersi, nel caso in cui le cose non vadano tanto bene, di provare con scrupolo una cosa dopo un’altra e di gestire con cautela le conseguenze. Ma questo poi può essere di grande supporto. Perciò io vorrei chiederle di valutare ogni cosa che io le suggerisco e che, nel caso in cui notasse di essere sotto tensione, eventualità che sarebbe naturale, o che procediamo troppo velocemente, me lo dicesse immediatamente, per favore. E’ pronto per fare questo? (Questo intervento è finalizzato a relativizzare re lativizzare la spinta e l’idea di dover realizzare tutto subito e perfettamente, cosa che i pazienti di solito non si concedono. Ciò rafforza la meta posizione e facilita anche l’avvio di un processo di valutazione maggiormente auto-responsabile) Sig. M.: Ho pensato fino adesso che se alla fine non riprendo d’animo non succederà nulla, ma se secondo la sua esperienza questo è più utile cercherò di prenderlo in considerazione ( il paziente accetta con cautela il permesso). Passerò ora a spiegare il modello in modo semplice, passo passo e seduta per seduta in linea con lo sviluppo del trattamento. Il paziente viene considerato e trattato come un collaboratore, quasi un coterapeuta, è lui che modificando le proprie competenze è il responsabile del successo del trattamento. Affinché il paziente diventi indipendente dalla terapia e quanto prima non abbia più biso-

gno del terapeuta è utile che tutto il processo sia per lui il più chiaro possibile e  

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che la terapia sia una sorta di training con una forte valenza di auto-esperienza. Attraverso tale processo il paziente è in grado di costruire in tempi brevi una metaposizione che lo aiuta ad apprendere e a controllare e utilizzare in modo maggiormente costruttivo anche le esperienze opprimenti. Ciò funziona anche come vera e propria prevenzione. Traduzione degli stati depressivi in informazioni relative a bisogni importanti e giustificati

Quando una persona si trova a vivere in uno stato depressivo può vedere i sintomi solo come un male, una rovina, come segni della propria incapacità – le tentate soluzioni individuate sono solitamente tentativi di “eliminare del tutto”, tentativi che invece aggravano il problema. Attraverso una descrizione metaforica di “parti” diverse e dell’interazione delle une con le altre viene facilitata una strutturazione positiva e supportate strategie più integrate, che permette un maggiore autoapprezzamento e tranquillità interiore. La maggior parte dei pazienti riferisce che le parti più perfezioniste che cerc cercano ano fino allo stremo di soddisfare le richieste incontrano quelle di un bambino remissivo e sottomesso (regressione). La parte del bambino può essere definita come completamente di unaaccettata. vicinanza Se simbiotica, soddisfatta, totalmente in armonia edesiderosa completamente tale desiderio viene costantemente ignorato allora ci sarà una parte che apparirà molto arrabbiata. Ma la parte arrabbiata viene solitamente svalutata e repressa. E’ una minoranza che lotta contro le altre parti, ma si difende respingendo e costringendo. Alla fine si ribella alla persona stessa. Tale lotta interna richiede molte energie e conduce all’esaurimento fino ad arrivare al desiderio di morte. Quando i processi depressivi vengono raccontati sotto forma di metafora, allora il paziente può facilmente e rapidamente comprendere che la depressione non è l’espressione di un’incapacità di base, ma una reazione comprensibile e adeguata alla repressione e alla svalutazione. Risulta essere sempre una reazione involontaria nel momento in cui il paziente lascia che la parte perfezionista diventi la “maggioranza” dominante. Tal processo può essere quindi considerato come una fonte di informazioni su dei bisogni importanti e legittimi. Nel momento in cui i processi depressivi vengono collegati con quelli in cui il paziente considera più favorevolmente e maggiormente i propri bisogni, allora si può rilevare come lo stato depressivo inizi a diminuire o addirittura si risolva. Comunque a lungo termine non è utile suggerire al paziente di privilegiare in modo univoco la parte più sensibile ai bisogni, in quanto anche la parte perfezionista fa parte del sistema di valori della persona. Nessuna di queste parti è problematica in sé. Rappresentano aspetti parziali e importanti per un individuo che vuole costruire delle relazioni con altri individui. Contribuiscono all’escalation depressiva solo nel momento in cui diventano delle polarità che lottano le une contro le altre secondo un modello “tutto o nulla”, “o questo o quello”. Il tentativo di eliminare completamente l’ambivalenza conduce allo stato depressivo. Per tale motivi invitiamo i pazienti, secondo la tradizione della scultura di famiglia, di posizionare le diversi parti ad un’adeguata distanza e vicinanza le une

dalle altre, in modo da percepirsi come membri di una conferenza e sentirsi  

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bene e forti. Viene così sperimentato che non è possibile identificarsi con una parte ed escludere l’altra. E’ inoltre molto importante focalizzare una nuova  “entità” interna al paziente, ad esempio il “manager” o “il presidente della conferenza” e le sue reazioni fisiche. In tale strutturazione il paziente sente immediatamente dei forti segnali fisici di armonia che esprimono la conoscenza intuitiva dell’organizzazione interna ottimale. Focalizzandosi su questo i pazienti divengono in grado, in tempi brevi, di sentire gli stimoli che provengono dalle e di gestirlipuò nelessere modo più adeguato secondadi:del contesto). In tal varie sensoparti la depressione ess ere considerata un(a desiderio - essere accettato, - soddisfatto; poter semplicemente essere, poter dare, ma anche prendere – sicurezza. Pertanto in modo molto rapido si crea empatia fra le diverse parti e internamente i clienti sviluppano una sorta di cultura della tolleranza e della cooperazione multiculturale. Il Sig. M. per esempio mostrò come c ome fin da quando era giovane aveva cercato di ottenere il rispetto del padre. Era l’unico figlio maschio. Suo padre era un impiegato, ma avrebbe voluto volentieri studiare e “fare qualcosa di importante” – nella speranza di soddisfare maggiormente le aspettative del padre il Sig. M. aveva sempre avuto l’impressione che il padre riponesse molte speranze in lui e sognasse che potesse realizzarle, ciò si configura come un contratto di delegazione subliminale nelera senso di Stierlinper (Stierlin 1978). cosaperfacesse sentiva che non abbastanza suo padre. PiùMa si qualsiasi sforzava più deva le speranze di riuscire. Quando a volte si arrabbiava e prendeva le distanze dal padre, allora la madre ne soffriva molto ed era molto rammaricata del fatto che anche il padre si arrabbiasse e si deprimesse, e tutto la famiglia ne soffriva. Di conseguenza il Sig. M. iniziava a sentirsi in colpa e provava di nuovo. Nella sua famiglia attuale mette in atto lo stesso modello e cerca di fare le cose al meglio per la moglie e per i figli fino allo stremo delle forze. Questi conflitti interni possono essere rappresentati in terapia attraverso il modello delle “parti”, e venire anche riconosciuti. In tal modo lo stato depressivo può essere considerato come uno sforzo di fedeltà in nome della famiglia e allo stesso tempo come informazione utile rispetto a dei bisogni trascurati. Attraverso l’uso di domande che differenziavano le diverse esperienze, tra cui anche quelle in cui il Sig. M. si sentiva bene, si poteva facilmente rilevare che i momenti “migliori” erano quelle in cui il paziente si permetteva di prendere le distanze e si trattava con più rispetto. Così gradatamente ha iniziato a comprendere che la depressione era un feedback della sua conoscenza inconscia rispetto a ciò che era carente e ciò che avrebbe dovuto incrementare. Lo stato depressivo può essere da tale punto di vista considerato una “spia di allerta” o una “guardia del corpo” che richiede di comportarsi con sé e con gli altri in modo più salutare. La simbolizzazione della depressione come “ospite” e altri interventi simbolici e rituali per definire migliori soluzioni strategiche. Il procedimento descritto prima alimenta la possibilità di cambiare i precedenti problemi partendo dalle tentate soluzioni degli altri. Il modo in cui si cerca di risolvere un problema, è un elemento centrale della modalità che mantiene il problema: “la soluzione è il problema” (Watzlawick et al., 1974). L’esperienza depressiva è quasi sempre la conclusione della maggior parte delle tentate soluzioni, l’incompetenza di

base non viene mai mostrata al paziente designato, ma vengono mostrate so 

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lamente le tentate soluzioni: una scelta ad alto prezzo. Come prima cosa i clienti cercano di star meglio risollevandosi dalla depressione, dalla tristezza, ecc. tramite interventi diretti (incoraggiandosi, accusando, “collaborando” ecc.). I processi involontari, di rado però possono essere direttamente controllati. Così la lotta aumenta e questo alimenta la depressione che viene vissuta come un’esperienza forte. A ciò segue la rassegnazione. Noi abbiamo varie esperienze valide per dire che in molti casi la depressione non è direttamente apprezzatoche punto di vista la depressione sideratacambiabile. come una Secondo fonte di un informazione porta ad intuizioni che nonè conpossono essere eliminate, perché una così importante come la “guardia del corpo” non può eliminata. Se questa non viene eliminata, i clienti sono s ono più facilitati. Lo stress creato da tale aspettativa di eliminare la depressione si risolve perché si capisce che è necessaria ma questo non significa che ci si deve rassegnare solo  “per avere preso contatto con essa”. Perciò invitiamo i clienti a cercare con noi strategie risolutive più utili per affrontare la ristrutturazione. Ipotizziamo ancora una volta che per confrontare serva questo:  “supponiamo, che voi vi perdoniate da soli per essere stati impazienti e aver preteso tanto da voi stessi, che effetti avrebbe questo su di voi?”. I feedback dei clienti possono essere di grande aiuto. La depressione può essere utilizzata come un “quasi supervisore” per seguire i passi della terapia in modo da ottimizzare i tempi. Siccome questo accadei bisogni come unnecessari “visitatore ritorna in mente” solo in quel momento quando perche la fa salute sono considerati, questo può essere ignorato. Questi modi, definiti come ricadute, possono essere considerati come feedback che hanno valore per qualcosa che va troppo in fretta e che non è considerata adeguatamente o che è ancora controllata dalle vecchie modalità. Nella maggior parte dei casi è opportuno invitare i clienti a non esser in obbligo né verso le loro reazioni e né verso quelle degli altri. Per esempio la parte depressiva viene metaforicamente descritta come un bambino bisognoso ed esausto (generalmente come un bambino disperato ma che allo stesso tempo si sente vecchio) da ciò si può concludere che il trattamento non dovrebbe far sentire meglio (per esempio sentirsi protetti, consolati). Ciò che è utile per il paziente designato come persona integra può essere descritta con la metafora  “azione d’aiuto per persone bisognose” o come un contributo per la “felicità dei bambini” ecc. Questo richiama un’altra volta il sistema di valori del paziente designato che è più disponibile verso gli atri anziché verso di sé. Quando il paziente designato non ha aspettative esorbitanti, lui può fare questo per se stesso perché non lo fa solo in maniera egoistica (questo è considerato un tabù) ma come un dovere dell’organismo che ha un obiettivo ancora più elevato, com’è “la salute” per l’intero sistema. Come possiamo mostrare in un nostro studio esteso a pazienti diagnosticati come maniaci-depressivi e ai propri familiari, ogni intervento con questo gruppo di clienti era efficiente quando la “malattia” era considerata come un  “essere” che si può imparare a gestire in modo funzionale (anche da parte della famiglia) (Rotzer et al.; 1989; Weber et al. 1987). Dissociazioni utili che danno un senso di sollievo, possono essere più utili se la depressione in sé è descrivibile sottoforma di metafora. Numerosi sono le descrizioni date come: “un estremo peso”, “una pietra che schiaccia”, “una pa-

lude terrificante dove mi sento affogare lentamente o metafore riguardanti la  

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meteorologia come “freddo ghiacciante”, “nuvole scure”. Queste immagini anche se sembrano terrificanti aiutano il paziente designato a dare alla depressione più contorni, a distanziarsene e in questo modo è resa più gestibile. Gli interventi hanno un effetto illuminante, i clienti inoltre sono invitati ad estrarre simboli concreti da queste immagini, immagini che possono essere portate sempre con sé o da esporre al bisogno. Il signor M., per esempio, descrive la sua depressione come un grande peso che lui porta sempredietro. con sé. gli dihoprenderne suggerito sei di prendere dei pezzi di carbone da portarsi LuiIohaallora deciso pezzi. Questi rappresentavano le richieste dei genitori, della sorella, della moglie e di entrambi i suoi figli. Abbiamo deciso che lui avrebbe messo questi pezzi di carbone in uno zaino che avrebbe dovuto portare sempre con sé per qualche settimana, ovunque, senza attirare troppo l’attenzione. Riferì immediatamente di sapere con chiarezza cosa stava portando e cosa avrebbe ottenuto facendo tutto ciò. Ogni volta che lui rimuoveva lo zaino dalle sue spalle, si sentiva meglio. Questo rituale, la metafora lo ispirava, lui sapeva come procurarsi un po’ di sollievo. Le idee, le cognizioni seguivano la stessa direzione dei rituali e in questo modo si potevano trasformare meglio durante il giorno. Per rappresentare la sua precisione ha immaginato una frusta che lo sollecitava a dare sempre di più. Allora io gli ho suggerito di procurarsi una frustra e di osservare quando l’avrebbe e le tante alternative potevano venirgli ininterrompendo mente. Lui l’ha fatto e ha utilizzata riportato che volte siche è ripreso dal frustarsi, la solita modalità. Un’altra analogia è l’immagine di una maratona senza fine. Inspirato da domande ipotetiche questo ha portato ad una vera pratica. Ciò ha offerto molte possibilità per capire il miglior modo per arrivare in fondo senza strafare. Finalmente lui comprò un pulsometro per il cuore che gli mostrava quando cominciava ad andare troppo in fretta. In questo modo ha costruito una sua modalità per diventare più forte, senza alcuna sollecitazione. Infine portammo tutto questo nel quotidiano e fu usato al fine di creare relazioni. In modo metaforico la medicazione antidepressiva può essere utilizzata “quasi come una modalità relazionale” ciò rappresenta le competenze che il paziente designato può esternare. Noi lo consideriamo come cooperatore del paziente designato, come “leader” che delega i compiti al medicamento. Lui crede che finché non è in grado di garantirsi tutto ciò da solo, nel suo caso l’uso dei medicinali è da considerarsi come un’azione di responsabilità. Queste posizioni valutative comuni nelle tradizioni antipsichiatriche (potrebbero solo creare conflitti di lealtà nel paziente designato) possono quindi essere effettivamente evitate. Dopo però il prezzo che una delegazione può avere sulla medicazione, il sentirsi dipendente, non in grado di utilizzare le proprie competenze potrebbe essere discusso in modo costruttivo. Allora a piccoli passi la motivazione più attiva del paziente designato si sviluppa per cercare di utilizzare pochi o nessun medicinale e in modo da utilizzare tutte le reazioni in modo costruttivo. co struttivo. Bilancio tra la soluzione-focali soluzione-focalizzata zzata e l’apprezzamento del “problema”

In molti casi di soluzioni focalizzate, i concetti sono compresi in modo che il compito terapeutico centrale sia quello d’attivare le risorse e la concentrazione

focalizzata. Dal punto di vista sistemico questo è rigido e indifferenziato. Ma  

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quando le competenze che aiutano i clienti sono scoperte, la domanda che sarebbe da farsi è: quale può essere stata la ragione di queste competenze dissociate. Com’è prospettato e rappresentato qui, ciò che sembra incompetenza può essere compreso solo nel contesto relazionale dei clienti (ricontestualizzando il problema e la modalità di soluzione). Quello che ci verrebbe da chiedere immediatamente quando le competenze sono scoperte e attivate nuovamente è: quali effetti si aspettano i clienti a) se essi vogliono continuare ad usare queste competenze un modo sano e comparare questocontinuare con b) seaessi vogliono continuare con lainpropria dissociazione e se vogliono vivere la modalità del problema precedente. La maggior parte di questi confronti genera rapidamente molte informazioni importanti che sembrano essere: paure da parte dei clienti che aumentano i conflitti, dando un peso maggiore agli altri, ciò li farebbe sentire colpevoli perché farebbero qualcosa di buono per loro stessi. Il comportamento-problema e la dissociazione dopo però possono non essere definiti più come una pura incompetenza ma apprezzati come una sorta di competenza rispettabile, benché utile per differenti scopi. La maggior parte di questi obiettivi esprime l’obbligo-lealtà in cui i clienti si s i rivedono. Comunque, un focus della competenza da una sola parte non è mai sufficiente, essa può far derivare nuovi problemi seri nei clienti. Perché per il paziente designato depressivo “la propria salute” come scopo primario non è una prospettiva significativa. Essi rigidamente sono orientati verso la lealtà e non riescono a fare qualcosa di buono per loro stessi da soli. Dal punto di vista dei clienti, essi invece non possono usare le loro risorse perché non riescono a trovare l’accesso, “ciò può essere” visto da loro come un modo di fare essere leali: rifiutando le loro competenze attraverso la dissociazione…. I sintomi diventano sottointesi come il risultato di un enorme dilemma e conflitti-scopo in cui i pazienti esperiscono se stessi e il loro agire. Essi non sono solo problemi ma anche l’espressione delle prova per arrivare alla soluzione ma si arriva pagando un alto e distruttivo prezzo. Anche dopo aver riattivato le competenze un ulteriore compito centrale in terapia viene aumentato, quello di supporto i pazienti nel risolvere queste dilemma e dirigere i conflitti verso una direzione costruttiva (individuazione collegata nel senso di Stierlin, Stierlin 1995). “La ricaduta” può essere compresa rapidamente e usata come un’allusione alla negligenza di una parte di un sistema bisognoso che in seguito può iniziare ad controregolarsi, così questa “ricaduta” può essere valutata, come uno sforzo per il sistema (Schmidt, 1988). Per questo è molto importante includere il sistema-relazionale rilevante nella consultazione. Le conversazioni familiari dopo, focalizzano a) provare se le paure del paziente designato sono corrette, b) chi nella famiglia è d’accordo a supportare il paziente designato con questa modalità d’aiuto, c) di cosa gli altri da soli hanno bisogno per cambiare nel miglior modo. Attraverso questo c’è sembrato che anche gli altri della famiglia devono sopportare un gravoso peso durante la fase depressiva, ma nessuno prende le distanze in modo funzionale, perché seguono lo stesso sistema di valori del paziente designato. Dalla comparazione delle domande con cui si fa chiarezza sono emersi gli effetti delle diverse interazioni familiari, le variazioni costruttive e i partecipanti hanno notato inoltre quali di queste modalità possono essere problematiche pur avendo buone intenzioni. I membri partecipanti della famiglia tipo ripor-

tano i seguenti fattori d aiuto che sono ad esempio: rivolgersi verso il paziente  

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designato mentre viene ascoltato, ma dicendo “lascia stare” cioè semplicemente accettarlo nel senso “ora sei così”, senza dare nessun suggerimento e nessuno sforzo per cambiare, - per trattare il paziente designato come malato e non come un “essere colpevole” e per vedere insieme come gestire ges tire in modo ottimale la malattia; - conciliare la pazienza con il depresso, ma anche con se stessi e le proprie reazioni interne che sono in lotta (che si esercitano all’ambivalenza); -zioni, “i messaggi dell’io” esempio parlare sulle nostre emozioni, percezioni,senza reafrustrazioni, paure, angosce, aggressioni, quando questi accadono, accusare il paziente designato come una “causa”; -non pretendere “il falso” (emozioni positive), perché la persona depressa noterà immediatamente e la considererà come una prova per la sua solitudine o considererà se stesso come un peso; curare in base al nostro limite di potenza. Sovraccaricare se stessi causerebbe nel paziente designato un senso di colpa. L’aiuto è per lui “amore, che qualche volta dice no”; - qualche volta chiede per aiutare se stesso e menziona il nostro bisogno di aiuto, reagire verso la persona con rispetto e pensare che la situazione non resterà in questo modo. (Aspettativa moderata); - invitare il paziente designato alle comuni attività; pretendere da lui (moderato), perché pretendere poco dal paziente designato lo può mettere in imbarazzo. Il signor. M aveva paura, già solo se erano citati gli effetti attesi delle modalità soluzioni che potevano aiutarlo, di dare un’impressione di sé s é come una persona fredda senza cuore e ingrato nei confronti di sua moglie e dei suoi figli e irritare i suoi genitori tanto da rompere la relazione con c on loro. Probabilmente la sua preoccupazione era: diventerò non curante e arrogante. Per prevenire la creazione di questo “pensare nero e bianco” i nuovi conflitti che noi offrivamo erano finalizzati a bilanciare questi aspetti apparentemente così contradditori. Egli era molto sollevato da questo. Durante le conversazioni familiari sua moglie e i suoi bambini hanno portato altri desideri e lentamente li hanno perseguiti, qualche volta anche per mettersi alla prova. In questo modo, avevano la possibilità di sviluppare un’empatia congruente. Il Signor M. riferì di essersi reso conto che sua moglie e i suoi figli non si prendevano più molte responsabilità al posto suo. Durante una seduta, la moglie chiese al cliente di dargli per un po’ i suoi pezzi di carboni, simbolo della sua depressione, per sentire com’era e perché aveva l’impressione di sentirsi più carica in questo modo. Dopo anche entrambi i figli volevano portare i pezzi di carbone, la depressione si era quasi liquefatta nel sistema. Il Signor M. esperì se stesso come emozionato e compreso. Dapprima io avevo intenzione – come spesso faccio- di suggerire un saluto rituale per il depresso e la sua famiglia, per esempio bruciando i pezzi di carbone (vedi v.d.Hart, 1982). Il signor M., comunque aiutato da sua moglie ha rifiutato con decisione. Egli voleva prendere i pezzi di carbone e tenerli in memoria dei suoi struggenti e lunghi anni, come un ricordo per la sua sofferenza e soprattutto in ricordo della migliore modalità di aiuto, li avrebbe messi in un “posto d’onore sull’armadio”. Io accettai questo, ricordandogli che erano reazioni simili a molti altri clienti “depressi”. Dopo nove sedute a distanza di circa sette mesi la terapia finì, ma come sempre preparai il signor M. e gli dissi che poteva sempre richiedere ancora una seduta, non solo quando

aveva bisogno, ma anche dopo, come una richiesta di ricompensa.  

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Questo lavoro è dedicato a Helm Stierlin con gratitudine per tutto il supporto che ha dato al nostro “Gruppo di Heidelberg” e per tutte le possibilità che ha sviluppato per noi. Bibliografia

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Relazioni familiari e intervento sistemico nella depressione Camillo Loriedo Abstract

Si esaminano le relazioni interpersonali del paziente depresso sulla base di una valutazione della letteratura sull'argomento e dell'esperienza clinica condotta in terapia relazionale-sistemica. Nella relazione di coppia del depresso vengono indicate alcune modalità di relazione caratteristiche come la Il il comportamento "care la relazione aiuto interattivi e la gerarchia coniugale incongrua. sistema familiaredinon ha,eliciting", al suo interno, molti discambi che sono, di regola, ridotti anche verso l'esterno. Viene discussa l'osservazione di una alta frequenza di genitori con disturbi della sfera affettiva e viene suggerita un'ipotesi sulle dinamiche familiari del disturbo depressivo. Vengono infine proposti alcuni principi generali per l'intervento relazionale nella depressione.

Relazioni familiari e depressione

L'aspetto relazionale della depressione era già stato colto da Freud che, in "Lutto e melanconia", notava: "Se si ascoltano con pazienza le molteplici e svariate autoaccuse del melanconico, alla fine non ci si può sottrarre alla impressione che spesso la più intense di esse si attagliano pochissimo alla persona del malato e che invece con qualche insignificante variazione si adattano perfettamente a un'altra persona che il malato ama, ha amato, o dovrebbe amare". In generale dall'analisi della letteratura sulle relazioni del paziente depresso emerge la tendenza a riconoscere nella relazione di coppia l'ambiente privilegiato per il manifestrasi della sintomatologia depressiva. La depressione nella coppia

Janowsky e coll. , basandosi su osservazioni condotte in sedute di psicoterapia, esprime le seguenti opinioni sulle relazioni coniugali di pazienti depressi: "I sentimenti del coniuge verso il partner depresso sono un insieme di rabbia per la stretta dipendenza che instaura, simpatia per la sofferenza del paziente ed occasionale senso di colpa per aver contribuito personalmente alla sua depressione... Il partner "sano", oltre la rabbia ed i sensi di colpa, vive sentimenti di superiorità, onnipotenza ed un aumentata stima di sé, rendendosi conto di essere importante all'atro e necessario alla soddisfazione dei suoi bisogni". Cadoret e coll. e Schless Schles s hanno trovato un notevole vulnerabilità del depresso agli stress derivati dalla vita coniugale. Friedman, ha condotto uno studio su 196 pazienti che rispondevano ad una diagnosi di depressione reattiva, psicotica e psicosi maniaco-depressiva, di età compresa tra i 21 e 67 anni. L'autore ha rilevato una elevata correlazione tra disturbo depressivo e conflitti coniugali che spesso sfociano in una vera e propria rottura del rapporto. In questo lavoro viene proposta l'ipotesi plurima che il disaccordo tra coniugi: a) possa precedere l'episodio depressivo e predisporlo o, b) che possa essere conseguenza dell'episodio o, c) che venga potenziato ed esasperato dall'inizio dell'episodio depressivo. Secondo l'autore alcune tendenze personali di entrambi i partner possono rinforzarsi reciprocamente fino al punto di indurre o mantenere una reazione depressiva almeno. Hincliffe, Hooper e Roberts, basandosi sulle loro osservazioni

cliniche e, confrontandole con quelle di altri ricercatori, sostengono la possibi 

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lità che il matrimonio abbia validità protettiva nei riguardi di diverse forme di patologia psichica. Tuttavia questo effetto protettivo non si verificherebbe nel caso dei disturbi depressivi che, al contrario, si verificano con maggiore frequenza negli sposati. Hautzinger e collaboratori (13), partendo dall'ipotesi che la depressione nelle persone sposate possa essere il risultato di una comunicazione distorta tra i coniugi, hanno analizzato un campione di 63 coppie in crisi che avevano richiesto terapia delle coppie appartenenti allo studio avevano un una partner con coniugale. una graveTredici depressione unipolare, clinicamente significativa. Queste coppie furono confrontate con altre 13 in cui nessuno dei coniugi presentava sintomi depressivi. A conclusione dello studio gli autori hanno riscontrato significative differenze tra i modelli di comunicazione nei due gruppi di coppie: l'interazione nella coppia in cui era presente un partner non depresso era complessivamente positiva, fatta di atteggiamenti di sostegno e scambio reciproco. Al contrario le coppie con un membro depresso mostravano negatività, discordanza e asimmetria nei loro modelli di comunicazione. Il partner non depresso di queste coppie tendeva ad esprimere sentimenti e stati d'animo positivi e ad avere una buona opinione di sé, ma nello stesso tempo valutava il proprio partner negativamente ed era esigente nei suoi confronti. I partner depressi definivano se stessi negativamente ed altrettanto le proprie sensazioni ed il loro futuro, mentre esprimevano un giudizio positivo sul loro rapporto di coppia e sul partner, tendendo a giustificare il comportamento di quest'ultimo. Gli autori sostengono che le diversità riscontrate nei modelli di interazione si sviluppano dopo l'insorgenza della depressione o dopo il primo episodio depressivo. Matussek e Feil hanno notato che gli episodi di depressione nevrotica sono solitamente correlati a situazioni critiche nella relazione coniugale, mentre le forme endogene hanno luogo, invece, in rapporti coniugali che appaiono "intatti". Hooley ha analizzato le relazioni coniugali nella depressione servendosi della valutazione delle Emozioni Espresse ed ha riscontrato un elevato livello di espressività negativa della affettività e una mancanza relativa di comunicazioni positive e di supporto. Nella analisi fatta da Haas e Clarkin emerge il valore protettivo di una relazione intima nei confronti dei disturbi depressivi, ma gli autori sottolineano la rilevante carenza di atteggiamenti di sostegno, di conforto e di manifestazioni di intimità che predomina nelle coppie con paziente designato depresso. In molti studi (Feldman; Friedman; Hautzinger e coll.; Coyne; Hincliffe e coll.) viene individuato un comportamento depressivo iniziale, non necessariamente grave, che riceve comportamenti di rinforzo da parte del partner sano. Il comportamento di rinforzo verrebbe a sua volta incoraggiato da altri e più gravi episodi depressivi. nella nostra esperienza abbiamo potuto riconoscere questo modello, ma anche altre modalità di relazione che caratterizzano il rapporto di coppia del paziente depresso che descriviamo qui di seguito. Modalità comunicative

Abbiamo riscontrato nella depressione una elevata incidenza di due modalità

comunicative: la squalifica e i messaggi paradossali: Queste modalità comuni 

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cative sono state notoriamente identificate anche nelle famiglie con paziente designato schizofrenico, ma nella depressione assumono caratteristiche del tutto peculiari. La Squalifica. E' una modalità comunicativa che tende a privare o a diminuire di valore un atto comunicativo che ha avuto luogo in precedenza. La squalifica può deprivare o diminuire di valore la propria o l'altrui comunicazione o l'intera situazione. In pratica, mediante olalesqualifica, si afferma gli atti comunicativi dell'emittente, del ricevente proprietà del contestoche hanno scarso valore o non valgono affatto. La squalifica può riguardare la totalità o soltanto una parte dei messaggi emessi all'interno di una data relazione, producendo quindi effetti pragmatici diversi che faranno variare rispettivamente anche la qualità e l'intensità della risposta emozionale alla squalifica. La squalifica è la modalità comunicativa predominante nell'ambito della relazione di coppia. Si tratta in genere di un particolare tipo di squalifica. Infatti nella depressione ci si imbatte di rado nella ben nota "squalifica incongruente" che si riscontra frequentemente nella famiglia dello schizofrenico e che è di regola basata sulla incongruità espressiva prodotta da messaggi opposti inviati contemporaneamente, ma tramite canali comunicativi diversi. La forma di squalifica che prevale nella relazione tra il depresso e il suo partner è invece la cosiddetta "squalifica sequenziale" in cui si hanno due affermazioni contrastanti che però sono contenute entrambe nella stessa sequenza comunicativa verbale. Poiché i messaggi sono posti allo stesso livello o addirittura utilizzano lo stesso canale, appare molto più difficile individuare quello che appare maggiormente corrispondente al vero e quello che è dichiara Un esempio di questa modalità è la classica notazione della moglie che affronta il marito pieno di incertezze sulle proprie capacità di concludere qualcosa di buono, dicendogli: "Ma tu credi che se non ti stimassi potrei vivere con un incapace come te?!”. In pratica il partner del depresso tende ad esprimere esplicitamente con le sue parole sia l'approvazione che la disapprovazione per il coniuge, senza mai raggiungere l'ambiguità a livelli multipli presente nella comuncazione schizofrenica. I Messaggi Paradossali. All'interno del rapporto di coppia il depresso riceve spesso dal partner uno specifico messaggio paradossale che lo invita a prendere iniziative ("Devi prendere iniziative") o, più frequentemente lo rimprovera perchè non lo fa (Non prendi mai iniziative"). Questo tipo di messaggio lo pone nella condizione indecidibile di prendere iniziative solo se non le prende e di non prendere iniziative solo se le prende. Anche in questo caso il depresso non si limita a ricevere il messaggio paradossale, ma invia una risposta che mantiene il comportamento dell'altro e, a sua volta ne è mantenuto. La risposta, altrettanto paradossale, che consente al depresso di assumere unicamente l'iniziativa di non prendere inizative, è "Dimmi tu cosa devo fare". Modalità di relazione

Il rapporto del depresso con il suo partner assume caratteristiche del tutto particolari che possono essere delineate sotto forma di modelli di relazione che nella nostra osservazione si sono dimostrati ridondanti.

 

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Il "Care Eliciting Behavior". Henderson ha descritto il "care eliciting behavior" come l'insieme dei comportamenti che un individuo mette in atto per evocare negli altri risposte che possono essergli di conforto o che abbiano effetto di rassicurazione. Queste risposte assumono di norma l'aspetto di vicinanza fisica ed emotiva e vengono trasmesse tramite comportamenti verbali e non verbali che indicano interesse stima ed affetto. Il "Care Eliciting Behavior" è un comportamento fisiologico nel bambino e in alcune adultadegli (malattia, lutto, eventi stressanti in importanti. genere) in cui il condizioni conforto e dell'età la vicinanza altri divengono particolarmente Nella depressione il comportamento di care eliciting, che è presente talvolta in altre patologie (alcolismo, ipocondria, ecc.) è particolarmente evidente ed esasperato. Solitamente si mantiene costante per tutta la durata della fase depressiva e, in alcuni casi, oltre la fase, richiamando interventi consolatori e rassicuranti da parte degli altri e soprattutto da parte del proprio partner. La Relazione di Aiuto. Il "Care eliciting behavior" induce nella relazione di coppia una forte enfasi sulla designazione ufficiale come paziente del coniuge depresso, in contrasto con un altrettanto forte rifiuto del partner di riconoscere apertamente in se stesso qualsiasi forma di patoogia o debolezza. Queste rigide posizioni dano luogo alla caratteristica "relazione di aiuto" nella quale uno dei partners sembra dedicare tutte le proprie energie alle inesauribili necessità di assistenza dell'altro ("Care giving behavior"). La Severità Benevolente. L'aiuto prestato viene spesso inserito in un atteggiamento di severità, che talvolta diviene addirittura un atteggiamento punitivo. Questi atteggiamenti vengono però definiti come una prova del proprio affetto: "Se ti punisco vuol dire che ti voglio bene". La Vittoria dello Sconfitto e la Gerarchia Coniugale Incongrua. Il potere nella relazione viene riconosciuto, senza difficoltà, al coniuge sano che predomina praticamente in tutte le aree e, anzi, si dimostra abitualmente supercompetente. Unica eccezione a questo incontrastato predominio è costituita dai comportamenti sintomatici del partner depresso, che si dimostrano ineluttabilmente capaci di resistere a qualsiasi tentativo di controllo. In questo modo la depressione finisce per rappresentare la Vittoria dello Sconfitto, l'unica realtà nella quale il partner depresso può vantare una inaccettabile supremazia. Ne deriva una sorta di Gerarchia Coniugale Incongrua come l'ha definita Madanes, in cui entrambi i componenti della coppia sono contemporaneamente forti e deboli nei confronti dell'altro. La malattia diviene per il depresso una fonte di potere nella relazione di coppia, ma è anche una palese dimostrazione della sua debolezza. Il coniuge, d'altra parte, viene a trovarsi in una posizione di supremazia in quanto è in grado di porgere aiuto e sostegno, ma i suoi continui fallimenti lo pongono in una posizione di inferiorità. Il Ciclo Interattivo della Depressione. Il tentativo di risolvere la depressione diviene sempre più un impegno per il partner sano che ritiene inaccettabili la sconfitta e l'impotenza. Per lui l'apatia, la tristezza, la passività del coniuge depresso hanno il valore di una vera e propria sfida: ogni tentativo fallito di mo-

 

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dificare la situazione diventa motivo per produrre sforzi ancora più energici, ogni insuccesso riattiva ed esaspera ulteriormente la relazione di aiuto. Coyne ha descritto questa situazione come Punto Morto Interattivo. A nostro avviso si tratta piuttosto di un vero e proprio ciclo di interazione che viene iniziato da un primo comportamento depressivo che ha l'effetto di un "care eliciting bahavior" al quale il partner risponde con un "care giving behavior" che generalmente non riesce a risolvere il comportamento depressivo, l'insuccesso induce sano adbehavior" un temporaneo distacconuovi che fatentativi aumentare la depressione eililpartner "care eliciting che inducono di risolvere la condizione depressiva con un più intenso "care giving" che a sua volta riattiva la risposta depressiva. Si tratta di cicli interativi suscettibili di essere ripetuti più volte durante ogni singolo episodio depressivo. Il Partner Arrendevole. In circa un quinto dei casi abbiamo potuto constatare un diverso modello di relazione. Pur mantenendosi molto attivo nei confronti del sintomo, il partner sano non predomina nelle altre aree della relazione o, almeno, non lo fa in una forma usuale: assume un atteggiamento di estrema arrendevolezza che pone il coniuge depresso nell'impossibilità di muovere critiche al suo comportamento. In uno di questi casi una moglie depressa lamentava le molte sofferenze impostagli dal comportamento egoista del marito. Avevano trascorso la prima notte di nozze guardando la televisione perché lui non poteva perdersi la partita della Nazionale di calcio. Quando lei stava per partorire lui la aveva accompagnata in clinica con la macchina, ma poi nonostante lei avesse le doglie, l'aveva costretta ad aspettare in auto per più di un'ora perché così, superata la mezzanotte, avrebbero pagato una notte in meno nella clinica. Di fronte a questi e a numerosi altri rimproveri il marito non si difendeva mai, ma rispondeva con tono dimesso: "Perdonami cara, ma lo sai che io sono fatto così. Purtroppo sono superficiale e certe cose co se non arrivo a capirle ...". Il depresso riesce a contrastare questa disarmante capacità di autoaccusarsi, soltanto colpevolizzando se stesso con maggiore intensità". La depressione nel sistema familiare

Come abbiamo notato in precedenza, le manifestazioni depressive hanno un effetto molto evidente sulla relazione di coppia; probabilmente per questo motivo la maggior parte degli studi sull'argomento prende in considerazione unicamente il rapporto coniugale. Da qualche anno tuttavia sono diventate più frequenti le osservazioni sul "sistema depressivo". Senay, che per primo ha applicato la Teoria Generale Dei Sistemi alle sindromi depressive, ritiene che la depressione si verificherebbe in un sistema incapace di rispondere mediante adeguati meccanismi cibernetici al cambiamento di equilibrio interno apportato da perturbazioni (perdite, stress) provenienti dall'esterno. Tuttavia Senay, non prende in considerazione i sistemi interpersonali, ma si riferisce esclusivamente all'individuo e a i suoi meccanismi omeostatici interni. Riferendosi invece ai sistemi interpersonali, ma limitando ancora la sua osservazione alla coppia, Feldman sostiene il punto di vista opposto: che nella depressione, i meccanismi omeostatici sarebbero eccessivamente attivi

nell'annullare qualsiasi forma di ingerenza esterna. es terna.  

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Boszormeny-Nagy e Spark mettendo in evidenza come, in una situazione familiare, la depressione di uno dei figli passi spesso inosservata, pongono in relazione la sintomatologia depressiva del paziente identificato con il suo tentativo di farsi carico di tutte le preoccupazioni e le sofferenze dei genitori che tendono invece a negarne la presenza. Wolkind e collaboratori hanno messo in evidenza il ruolo attivo del bambino anche piccolissimo nella depressione della madre. Stierlin e coll.e descrivono Complementarietà Restrittiva nellacon quale sono legati i coniugi nella qualelavengono coinvolti i figli della coppia un membro depresso. Questa forma di complementarietà è caratterizzata dalla tendenza verso il polo depressivo da parte dell'altro. Queste posizioni possono essere mantenute stabilmente da ciascuno dei due o può esserci (meno spesso) una alternanza di ruolo con relativo scambio delle posizioni. I figli entrano in gioco, richiamati dai genitori e per la loro stessa iniziativa, e prendono anch'essi parte alla complementarietà restrittiva, cosicché ogni membro della famiglia sviluppa solo aspetti circoscritti della sua personalità delegandone gli altri ai propri familiari. La Competenza "Quasi Terapeutica". La descrizione di questo tipo di famiglia data dalla Hoffman corrisponde alla efficace analogia di "un gigante addormentato che viene infastidito da un moscerino". Secondo la Hoffman si tratta di famiglie disimpegnate o disorganizzate in cui quando la madre (o il padre) entra per qualsiasi motivo in depressione, allora i figli pongono in atto comportamenti aggressivi e il genitore viene forzato ad uscire dalla sua inerzia depressiva per fermare questi comportamenti. Non appena i figli riprendono a comportarsi bene, la madre torna nel suo stato depressivo e a questo punto il ciclo ricomincia. Nella nostra esperienza le osservazioni della Hoffman vengono, almeno in parte, confermate. Infatti nel sistema familiare del depresso gli scambi interni sono notevolmente ridotti e avviene spesso che questi scambi consistono quasi esclusivamente in atteggiamenti di rimprovero o in provvedimenti punitivi. Ma, per quanto ci risulta, questi provvedimenti non si dimostrano affatto efficaci e il non avere ottenuto i risultati sperati aumente il senso di fallimento del genitore depresso. Diversamente dalla tipica famiglia disimpegnata, quella del depresso presenta confini poco permeabili verso l'esterno. Il partner sano ha a volte qualche rapporto di amicizia o, meglio, qualche rapporto in cui assume il suo abituale atteggiamento parentale e stabilisce l'ennesima relazione di aiuto. Il paziente identificato, dal canto suo, ha solo relazioni superficiali con persone che mantengono nei suoi confronti benevoli atteggiamenti di rassicurazione. — In alcuni casi, tuttavia, il depresso dimostra sorprendenti capacità di terapeuta, fino a lasciarsi indurre a tralasciare tutti i suoi mali per prendersi cura di quegli degli altri. Una madre depressa abbandona la sua inerzia per soccorrere la figlia che sta attraversando una grave crisi coniugale; un avvocato che ha quasi completamente lasciato il suo lavoro supera il suo episodio depressivo per difendere un poveruomo che ha subito un grave sopruso; un’anziana signora dimentica la sua depressione per rincuorare un'amica che si trova in uno stato simile al suo.

Questi sono alcuni dei molti esempi della vocazione terapeutica del depresso.  

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Le osservazioni condotte da Billings e Moos indicano che il sistema familiare del depresso è caratterizzato da minore coesione ed espressività interpersonale rispetto ai gruppi di controllo. Miklovitz, Goldstein e coll. hanno trovato una relazione significativa tra i valori delle Emozioni Espresse (EE) e dello Stile Affettivo (AS) delle famiglie con paziente depresso e la occorrenza di episodi depressivi. Nello studio condoto da questi autori, il livello AS della famiglia, si dimostrava anche utile nel prevedere il grado adattamento futuro dei pazienti depressi. Il Legame condi le Famiglie di scale Origine e l'Acquisizione della Attitudine alla Assistenza. Nelle famiglie di origine di entrambi i coniugi si evidenziano molto spesso forti disturbi affettivi tra i quali è frequente una depressione conclamata. Altre volte nella storia di un depresso o del suo partner c'è un genitore alcolista o farmacodipendente. Da queste esperienze nella propria famiglia d'origine e, quindi, da una lunga consuetudine a far fronte al disturbo affettivo, deriva probabilmente la relativa competenza "quasi terapeutica" del depresso e del suo coniuge. In particolare il coniuge sano ha spesso impegnato una parte non indifferente della sua vita nell'assistere uno o più familiari cronicamente incapaci di provvedere a se stessi. L'ipotesi della Competizione Transgenerazionale. Un aspetto molto interessante di questo modello è la presenza di una competizione (generalmente senza vincitori, data l'assoluta mancanza di risultati) tra il partner sano e il suo genitore sano nel prendersi cura del familiare infermo. Questa competizione per stabilire chi riesce a far meglio subisce un drastico ridimensionamento quando, quasi per dimostrare di sapersela cavare meglio del suo genitore, il figlio sceglie per sé un partner depresso. Il fallimento nell'impresa di risolvere la depressione del coniuge finisce per accomunare nella stessa sorte e talvolta ravvicinare il partner sano al proprio genitore sano. Se ne potrebbe ricavare un ipotesi suggestiva, anche se in attesa di ulteriori conferme, per la quale un "matrimonio depressivo" sarebbe l'esito di una competizione transgenerazionale di lunga durata nei confronti del genitore dello stesso sesso. Questa competizione, come del resto il comportamento e lo stato d'animo del depresso, sembrano porre una continua sfida alle capacità di una determinata persona e alla sua competenza sociale. I Figli: tra punizioni e terapia. Come si è visto, nella famiglia del depresso prevalgono, nei confonti dei figli gli atteggiamenti più punitivi. La punizione è da un lato sempre proposta come una dimostrazione del proprio affetto e dall'altro non è altro che uno dei tanti provvedimenti inefficaci che vengono adottati in queste famiglie. Il non riuscire nel rapporto con i propri figli aumenta il senso di sconfitta del depresso. Tuttavia la attitudine quasi terapeutica del depresso finisce per prevalere di fronte ad una condizione di malattia di uno dei figli. Non è tanto la necessità di mantenere la disciplina (come ha sostenuto la Hoffman) quanto il comportamento sintomatico di uno dei figli a ridestare il depresso dal suo letargo. In questo modo, la comparsa di un sintomo in un figlio riesce spesso a mantenere sullo sfondo forme anche gravi di depressione

in uno dei genitori.  

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Le rispettive famiglie d'origine, spesso in conflitto tra loro, trovano nella inefficienza genitoriale del depresso una valida giustificazione per intromettersi nell'educazione dei suoi figli. Da questo punto di vista la famiglia del depresso rappresenta un sistema disimpegnato atipico: sempre in nome delle necessità e dl bisogno di aiuto, si creano con le famiglie di origine degli strani "legami indiretti" che hanno come tramite i figli del paziente identificato. L’intervento terapeutico

Nei confronti della patologia depressiva sono stati proposti interventi di tipo strategico (Watzlawick e Coyne; Coyne), sistemico (Weber e coll.) e, psicoeducazionale (Anderson e coll., Clarkin e coll.). Gli studi finora condotti non sono numerosi, ma se ne trae la indicazione di un crescente aumento di interesse e di una applicazione sempre più diffusa dell'approccio relazionale nella terapia dei disturbi depressivi. Nella nostra esperienza l'intervento sul sistema familiare del depresso si è dimostrato indubbiamente utile, almeno fino al punto di far apparire ingiustificato l'atteggiamento di rinuncia assunto per molto tempo dagli esponenti più noti dell'approccio sistemico riguardo a questo tipo di famiglie. Le numerose difficoltà nelle quali ci siamo imbattuti nell'esperienza terapeutica con questo tipo di famiglie ci ha indotto a considerare alcuni aspetti cruciali nella terapia familiare della depressione e alcuni accorgimenti che si sono frequentemente dimostrati utili. La fedeltà al rapporto terapeutico. I rapporti del sistema depressivo con l'esterno sono molto scarsi e si riducono quasi esclusivamente al ricevere o offrire aiuto. Infatti il depresso, nonostante i suoi mali, viene spesso considerato dagli amici e dai conoscenti una persona che sa comprendere e dare consigli giusti. Una donna spiegava così questa capacità che le veniva riconosciuta: "Nessuno può comprendere le mie sofferenze, perché nessuno ha mai provato quello che provo io. Io invece posso capire quello che provano gli altri, perché ho già vissuto tutte le loro sofferenze". so fferenze". Dato il tipo di relazione che il depresso e il sistema di cui fa parte hanno con il mondo esterno, una relazione basata esclusivamente sul reciproco bisogno di cure e di sostegno, non c'è da meravigliarsi se tra i personaggi che mantengono legami più intensi con queste famiglie abbiano un posto di primo piano medici e terapeuti. A differenza di altri tipi di famiglia qui la relazione terapeutica si instaura con rapidità e si mantiene nel tempo: il rischio di interruzioni precoci e di abbandoni della terapia è praticamente inesistente. Tuttavia, questa fedeltà alla terapia del depresso e della sua famiglia non esclude la presenza di altre insidie nel corso c orso del processo terapeutico. Limitare le aspettative. Un principio generale è quello di non creare aspettative troppo forti. Questo principio risulta tanto più vero quanto più gravi sono le condizioni del paziente identificato. Spesso è utile rinunciare al termine di terapia e sostituirlo con definizioni meno impegnative come "tentativo", "sostegno", oppure "sussidio" indicando che si tratta semplicemente di un complemento di altre terapie.

 

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Un altro principio è quello di limitarsi a richiedere solo piccoli cambiamenti: questo tipo di sistema non tollera modificazioni sproporzionate alle sue possibilità e, inoltre, tentativi di grandi cambiamenti non corrisponderebbero alla concezione catastroficamente immobilista che governa queste famiglie. Il piccolo cambiamento invece non risulta minaccioso e può essere poco per volta amplificato in relazione agli adattamenti che la famiglia riesce a compiere. Evitare le rassicurazioni. Nei confronti del paziente identificato è necessario correggere l'istintivo atteggiamento di rassicurazione che il depresso tende a suscitare. In altri termini si deve evitare la tipica relazione di aiuto in cui il partner sano si trova impegnato già da molto tempo senza successo. Un atteggiamento che si tende ad assumere altrettanto istintivamente, e che deve invece essere puntualmente evitato, è il tentativo di dissuadere il partner sano dal carico di iniziative che prende per sostenere il coniuge. Il partner sano, di regola, si aspetta questi atteggiamenti dissuasivi e sa trovare molte valide ragioni per contrastarli; viene invece sbilanciato completamente dal terapeuta che accetta il suo "care giving behavior" o che addirittura lo invita a fare ancora di più per "risollevare" il coniuge. Non affidare compiti al depresso. E' necessario riconoscere come valide le motivazioni di cui il depresso si serve per spiegare il suo stato; le ragioni che a prima vista possono apparire futili e inconsistenti vanno prese sul serio e, se possibile, devono essere anticipate e riconosciute ulteriori valide giustificazioni per la condizione depressiva del paziente identificato. Anche minimizzare le motivazioni della sofferenza depressiva si rivela inutile e conduce spesso ad un incremento della sintomatologia iniziale. Aspetti da non trascurare nella terapia breve della depressione

Vorremmo, infine, indicare alcuni aspetti che sono in genere poco considerati e che, a nostro avviso, non dovrebbero essere trascurati nel progetto di intervento sul sistema depressivo. 1) Non trascurare la famiglia d'origine. La depressione si evidenzia quasi sempre all'interno del contesto di coppia, ed è per questo che la relazione con le famiglie d'origine sfugge facilmente alla osservazione e spesso non viene neppure inclusa nella strategia s trategia terapeutica. Le manifestazioni depressive insorgono nella fase del ciclo vitale in cui la relazione di coppia si è già stabilmente formata, ma per loro natura, richiamano inesorabilmente in causa le famiglie di origine riportando la famiglia ad una fase del suo ciclo vitale che c he dovrebbe essere stata superata da tempo. 2) Non trascurare i figli Esistono almeno tre buone ragioni per non incorrere in questo errore. a) I figli, quando uno dei genitori è depresso sono di regola coinvolti nelle dinamiche della relazione di coppia, soprattutto nelle dinamiche di colpa. b) Perchè rappresentano in queste èfamiglie l'area piùgrave. intensa espressione dell'affettività e in cui la inefficienza avvertita comedipiù c) Perchè il rischio che i figli presentino forma anche gravi di patologia è molto

elevato in queste famiglie.  

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3) Non trascurare la propria depressione La depressione del terapeuta non deve essere mascherata, come talvolta avviene, dietro atteggiamenti pseudomaniacali o tentativi di mostrarsi sempre all'altezza della situazione. Se questa regola è valida in generale, lo è a maggior ragione nella terapia familiare del depresso. Naturalmente si deve chiarire che non si tratta di fingere strategicamente una depressione inesistente, terapeutica, sentimenti depressivi autentici con i ma qualidiil utilizzare, terapeuta in ha chiave inevitabilmente a che fare nei momenti difficili del lavoro con questo tipo di famiglia. Bibliografia

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L’evoluzione del linguaggio terapeutico Branka Skorjanec Psicoterapeuta affiliato al Centro di Terapia Strategica, sede di Bassano del Grappa, Italia [email protected] Abstract

Un uomo contempla un quadro raffigurante un altro uomo e dichiara: “Io non ho fratelli e il padre quest’uomo è il figlio di mio padre.” Qual è il legame di parentela tra l’uomo che guardadie l’uomo del quadro? L’esperienza dimostra che la maggior parte delle persone getta presto la spugna e rinuncia a formulare una risposta sicura. E pensare che basterebbe invertire parti della frase e dire “il figlio di mio padre è il padre di quest’uomo.” E tutto si chiarisce immediatamente. L’ordine espositivo induce l’ordine del ragionamento trasformando una difficoltà per i più in un'ovvietà per tutti. Il “come si parla” è importante.

Tutti coloro che si avvicinano alla terapia strategica sanno che il compito di un buon terapeuta è cambiare il modo in cui il paziente percepisce e/o costruisce la propria realtà. Il problema che il paziente porta è considerato come prodotto dell’interazione tra il soggetto stesso e la sua realtà. La realtà è percepita e/o costruita secondo la prospettiva assunta, secondo gli strumenti conoscitivi utilizzati (la teoria della conoscenza) e il tipo di linguaggio assunto. Voglio soffermarmi linguaggio. su questo particolare aspetto della terapia strategica: il Tutti possono leggere libri sui protocolli d’intervento, essi sono ampiamente divulgati, ma il “come”, il modo in cui bisogna comunicare è un’arte pratica, una techné, che si deve imparare dal vivo, guardando e imitando e si tratta di un apprendimento praticamente senza fine come senza fine risulta l’evoluzione d'ogni linguaggio. Nessuno oggi si sognerebbe di negare la primaria importanza del linguaggio, (il linguaggio, affermava Heidegger, è la casa dell’essere) sia nelle interazioni umane in generale che nella psicoterapia in particolare. Siamo tutti ben consapevoli del fatto che i linguaggi hanno un preciso potere generativo di esperienze e di emozioni e che sono inevitabili. Tutto ciò che noi percepiamo è trasformato in parole. L’intero processo della percezione è totalmente mascherato dalla parola ed è inscindibile dal pensiero. Una complicazione, però, dipende dal fatto che i linguaggi stessi non sono innocui canali di trasmissione ma dipendono e cambiano in accordo con la situazione e sono essi stessi in continua evoluzione. Inoltre, la comunicazione umana avviene a due livelli diversi: verbale e non verbale. I linguaggi verbali non sono sufficientemente raffinati e si avvalgono del supporto dei linguaggi non verbali che sono a loro volta talmente ampi da non essere ancora inquadrati in un'unica teoria. La combinazione dei due livelli adempie alle esigenze dell’incredibilmente ricca espressività umana. Le considerazioni di base, dunque, sono: 1 - i linguaggi sono inevitabili, noi lavoriamo con le parole; 2 - non essendo evitabili, siamo obbligati ad imparare il funzionamento e gli effetti degli stessi per usi specifici; la psicoterapia, appunto, è un utilizzo specifico e il perché sta nel fatto che il linguaggio, verbale e non verbale, tesse

le prospettive sulle quali s'innescano le esperienze che a loro volta cambiano i significati e, come diceva Watzlawick (1976), modificano le idee che abbiamo  

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sulle cose (la realtà di secondo ordine dei costruttivisti). Partendo da questa consapevolezza, dobbiamo modulare attentamente le parti linguistiche verso obiettivi terapeutici. In sintesi, il terapeuta deve condurre il paziente verso le esperienze che gli permetteranno di “scoprire” la realtà costruita dal linguaggio terapeutico. Non si tratta di “ri-scoprire la realtà”, ciò implicherebbe una realtà esistente a priori. Si scopre, invece, una realtà nuova, perché prodotto della diversa percezione che si spalanca davanti al paziente e che dunque, gli è statadiventa resa accessibile in quanto offerta dal suo linguaggio. Il linguaggio, la strada maestra per raggiungere obiettivi terapeutici. A dire il vero, la storia stessa della psicoterapia, è di fatto una storia di progressivo apprendimento di vari aspetti della comunicazione. Non sappiamo come facesse Antifonte di Ramnunte, il primo a “curare con le parole”, ma doveva faticare molto, visto che dopo un po’ smise per fare l’avvocato (con tragiche conseguenze). L’ipnoterapeuta Milton Erickson, nei quarant’anni della sua carriera, utilizzò, sperimentò ed esplorò tutti gli aspetti del linguaggio ipnotico che comprende, per esempio, la specularità del linguaggio dell’interlocutore, la suggestione, la ridondanza, la gestualità, l’evitamento delle forme negative, i truismi ecc. Jay Haley ha un linguaggio molto direttivo, Watzlawick è un maestro nelle ristrutturazioni, De Shazer ha un linguaggio minimale, ecc. Ognuno di loro ha sondato e approfondito alcuni aspetti dei linguaggi ma tutti hanno un tratto comune: mettono in evidenza l'assoluta necessità di acquisire l’abilità tecnica nell’utilizzo delle retoriche sottostanti la comunicazione. Come evidenziato altrove, esistono grosso modo due tipi di retoriche utilizzate dagli psicoterapeuti strategici: 1 – la retorica cartesiana (l’ésprit de géometrie); 2 – la retorica pascaliana (l’ésprit de finesse). L’utilizzo della prima è tipico delle terapie razionalistiche, basate sulle logiche ordinarie e sul pensiero causale-lineare. Esse antepongono la cognizione all’azione, devono scoprire la realtà esistente a priori, dunque si volgono al passato. Il linguaggio ha in esse un ruolo euristico, volto a scoprire una chiave di lettura per capire il dominio cognitivo della persona. Von Foerster lo chiama il linguaggio dell’apparenza. Esso spiega lentamente e aumenta la consapevolezza dell’individuo in maniera molto graduale. La parola è la  “verità”, il linguaggio è denotativo, descrittivo, sintattico, disgiunge, categorizza, è separato dal mondo. La retorica pascaliana è utilizzata, invece, nelle terapie suggestive, ipnotiche, strategiche, brevi (basate sulla causalità circolare e sulle logiche non ordinarie) che antepongono l’azione all’apprendimento in quanto devono costruire la realtà, nuova e più funzionale. Ecco che il linguaggio assume un ruolo decisamente costruttivista, si volge al futuro in quanto nell’epistemologia costruttivista si ritiene che sia il futuro e non il passato a determinare il presente. A differenza del linguaggio dell’apparenza, questo linguaggio viene chiamato il linguaggio della funzione: è figurativo, ingiuntivo, suggestivo, ha la funzione di scardinare repentinamente il sistema percettivo della persona agendo sull’attenzione e parola quindiè “parte sull'emozione, solo successivamente l’azione. La del mondo”,determinando condivisa, emotiva,

dialogica, costruisce e unisce, il linguaggio è semantico se mantico e partecipatorio.

 

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Nella terapia strategica a volte si costruiscono protocolli basandosi sulle retoriche cartesiane, come per esempio nei casi di pazienti senza particolari impedimenti o sintomatologie invalidanti, altre volte i protocolli si basano sulle retoriche pascaliane, come nel caso dei pazienti deliranti, e a volte le due modalità si alternano nel corso di un solo protocollo (l’inizio prevede i linguaggi suggestivi e pascaliani e la fine i linguaggi esplicativi e cartesiani). carte siani). La scelta dell’uno o dell’altro dipende da più fattori. Il primo fattore da tener presente seduttivamente è la struttura del problema: una persona anoressica va trattata dolcemente, mentre una bulimica vedrà il terapeuta deciso, ingiuntivo e “duro”. La seconda considerazione concerne le risorse personali del paziente e del suo contesto relazionale. Nel caso, ad esempio, di un soggetto anziano depresso si può optare di lavorare direttamente con il paziente, se questi ha delle capacità d'autonomia, o nel caso contrario sarà il suo contesto (la famiglia) ad intervenire. Tutto ciò che è presentato prese ntato va utilizzato, persino l’oppositività. La terza considerazione pondera la resistenza al cambiamento: categorie diverse (paziente collaborativo, paziente collaborativo ma incapace, paziente oppositivo e paziente né collaborativo né capace) usufruiscono di linguaggi molto diversi. Basti pensare alla particolare costruzione del linguaggio che si usa con gli psicotici: entrare nel delirio e aggiungere piccoli elementi che – dall’interno - alterano la struttura del delirio e, di fatto, lo rompono. Ben diverso è il linguaggio utilizzato con un paziente iper-razionale al quale bisogna offrire ragioni in una logica elaborata e stringente. La quarta considerazione tocca la processualità: nella terapia strategica esistono 3 o 4 fasi più o meno lunghe e la fase iniziale deve contenere la cattura. Ed è qui, nella comunicazione mirata alla cattura, che sta la prima particolarità della terapia strategica: la cattura è realizzata non attraverso le azioni, come per esempio il mirroring rogersiano, non è neanche il ricalco alla Bandler e Grinder, né la specularità nel linguaggio verbale e non verbale di Erickson, ma è un passo in avanti, è la sintonizzazione. Sintonizzarsi con il paziente significa anticipare l’azione del paziente e calzare la sua logica. Per esempio, una persona rigida, precisa, controllata non va accolta con battute scherzose, ma con un altrettanto rigido atteggiamento di serietà. E’ ciò che il paziente si aspetta dal terapeuta. Solo successivamente l’atteggiamento sarà guidato verso una maggiore flessibilità. La sintonizzazione è la prima evoluzione del linguaggio usato nella terapia strategica rispetto alle altre terapie. Tutti questi parametri, unitamente alle trappole del linguaggio stesso, costruiscono una griglia decisionale assai complessa da applicare, sebbene guardando le sedute della terapia strategica tutto appaia molto semplice. È ovvio che ciò è reso possibile dalla bravura (leggi flessibilità) del terapeuta che, momento dopo momento, valuta e decide per il passo successivo, quello più efficace e più breve. Ma non è tutto: c’è un altro parametro che influenza il cambiamento terapeutico ed è la relazione in cui il cambiamento stesso si colloca (il sistema relazionale ha tre livelli, uno con se stessi, uno con gli altri e uno con il due mondo idee in generale). Esistono tipidelle di cambiamenti possibili: un cambiamento diretto e un

cambiamento indiretto.

 

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1. Il cambiamento diretto usa la relazione terapeuta – paziente: il terapeuta ordina, ingiunge e promuove l’esecuzione di un’azione. Sta all’azione, dunque, e ai suoi risultati scardinare la percezione della realtà del paziente. Nella terminologia strategica quest'azione è chiamata l’evento casuale programmato che conduce all’esperienza emozionale correttiva. La sua particolarità sta nel fatto che viene prescritta al paziente dopo la cattura (dunque la cattura e l’azione terapeutica sono disgiunte e in successione) in modo altamente spettacolare, teatrale, suggestivo, composito, ingiuntivo. Ne consegue che i veicoli diventano di primaria importanza (il linguaggio ipnotico, il linguaggio ingiuntivo, gli indici del linguaggio non verbale, la suggestione, ecc.) e sono tutti tesi alla messa in atto dell'azione correttiva: un esempio è la famosa prescrizione “della mela”. Questa è la posizione “classica” delle prime terapie strategiche. 2. Il secondo cambiamento usa una via indiretta: il terapeuta predispone il contesto affinché si attivi autonomamente il sottosistema osservato (il paziente) e la relazione che egli ha con se stesso. Passando attraverso la percezione, si crea un (auto) inganno che poi influenzerà le emozioni le quali inducono alle azioni. Ciò è perfettamente in linea con le ultime ricerche nel campo della neurobiologia (Gazzaniga, 1997). Il percorso è più laborioso ma decisamente più efficace ed efficiente (tradotto: breve). L’eleganza del processo retorico sta nel fatto che tutto ciò accade all’interno del sistema percettivo-reattivo del paziente, ad opera del paziente, con i suoi linguaggi e calcando la sua strutturazione della realtà, da dentro, lo si guida con minime deviazioni verso una nuova percezione (con le domande strategiche). Risulta chiaro che in questo modo si unisce e sovrappone la cattura alla strategia, ovviando alla resistenza al cambiamento e contraendo ulteriormente i tempi di cura. In tal senso si utilizzano percorsi molto raffinati (si veda la conduzione della prima seduta nella terapia evoluta) che più che ingiungere, evocano il cambiamento o, se vogliamo, l’ingiunzione c’è ma è molto, molto sottile. Questa è la caratteristica della terapia strategica evoluta. Negli ultimi anni si assiste ad un progressivo spostamento dal cambiamento diretto a quello indiretto e ciò corrisponde alla seconda evoluzione del linguaggio terapeutico all’interno dell’approccio strategico. Scopo di questa breve esposizione è stato sottolineare il giusto valore dato al linguaggio come veicolo di cambiamento e le relative evoluzioni in atto. Il come è utilizzato il linguaggio fa la differenza. Che fosse importante lo sapevamo, che il suo accorto impiego aumentasse l’efficacia lo abbiamo imparato, ma che potesse aumentare l’efficienza è un’arte squisitamente strategica.

 

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Le domande ipnotiche nella prima seduta s eduta Thierry Servillat Institut Milton H. Erickson de Nantes, France. [email protected] Abstract

Questo lavoro nasce dall’osservazione delle evoluzioni che il lavoro di Giorgio Nardone ha subito negli ultimi anni relativamente a una nuova e più efficace modalità di conduzione della prima seduta terapeutica. In particolare, l’articolo fa riferimento all’utilizzo principale delle cosiddette  “domande strategiche”, domande a due alternative chiuse, come strumento per la conduzione dell’indagine terapeutica nel corso della prima seduta. Lo strumento messo a punto, utilizzato come una vera e propria modalità “ipnotica”, è articolato in sei domande e successive ridefinizioni delle risposte. Questo strumento è stato utilizzato dall’autore e dai suoi collaboratori in circa trecento casi nei disturbi più svariati (depressione, disturbi da dipendenza, disturbi deliranti, dolore cronico ecc.) fornendo risultati estremamente significativi ed efficaci nel permettere una maggiore individuazione del problema da risolvere e nell’orientare più efficacemente il paziente verso la soluzione del suo disturbo.

Questo lavoro nasce dalla scoperta, fatta durante la partecipazione ad un seminario di Giorgio Nardone, del suo attuale modo di lavorare e dei suoi impressionanti risultati, particolarmente in alcuni campi ritenuti difficili come i disturbi d’ansia (attacchi di panico, fobie e disturbi ossessivo-compulsivi). ossess ivo-compulsivi). L’elemento principale di questa evoluzione ci è sembrato l’introduzione di una nuova strategia nelle domande: il terapeuta fa al cliente una breve successione di domande chiuse, proponendo due possibili risposte (A o B), o almeno, due polarità di risposte (meglio A o meglio B). L’impressione di grande efficienza di tale strategia ci ha portato ad usarla in vari contesti problematici, come depressione, disturbi da dipendenza, disturbi deliranti, dolore cronico ecc. Infatti, è stata da noi utilizzata quasi sistematicamente con tutti i nostri clienti per il periodo di un anno (circa 300 cartelle). Inoltre, abbiamo anche raccolto le testimonianze di alcuni nostri studenti che erano interessati a questo approccio. Le conclusioni a cui siamo arrivati ci fanno sembrare questa esperienza interessante, significativa e anche sorprendente (stiamo ancora continuando). Prima di descrivere dettagliatamente questi punti d’interesse e motivi di sorpresa, presenteremo cosìcorrenti come lodiabbiamo Finiremo con un “tuffo brevemente nel passato”lo estrumento troveremo pensierousato. e di pratica che si sono interessate a questo problema delle polarità e delle differenze. Tuffarci nel passato per meglio orientarci verso il futuro. f uturo. Lo strumento: 6 domande, ridefinizioni ed impressioni

Avendo preso lo strumento in prestito da Giorgio Nardone, e modificato poi per la nostra pratica, iniziamo la seduta con una prima domanda aperta: “Qual è il problema che la porta a consultarmi?” e naturalmente ascoltiamo la risposta del cliente con la massima attenzione. Dopo facciamo la prima domanda chiusa, cioè una domanda con due alternative di risposta (tipo “A o B ?”). Presentiamo le due polarità di risposta A e B non come differenti, addirittura opposte. Comunque deve sembrare che solo il terapeuta considerima le

differenze come particolarmente importanti.  

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Se necessario, egli evidenzierà questa differenza con un gesto, un atteggiamento del corpo (per esempio con lo spostamento di una mano a destra e poi a sinistra, o inclinando il corpo). A questo punto il terapeuta ascolta la risposta con la massima attenzione per poi passare alla seconda domanda chiusa. Dopo aver posto le due domande, se lo ritiene necessario (cioè se ha qualche dubbio sulla giusta comprensione della risposta e/o se strategicamente vuole che cliente metabolizzi ciò alche ha detto), il terapeuta riformula le risposte comeil le ha capite chiedendo cliente di correggerle, o almeno di precisarle o completarle se lo ritiene necessario. Dobbiamo a questo punto precisare che, per una maggiore efficacia, la risposta deve essere riformulata dal terapeuta con parole proprie. Possono essere necessarie una serie di riformulazioni fino a quando il terapeuta sente di aver raggiunto una buona comprensione (segnalata da una sensazione di benessere del terapeuta e all’interno della relazione terapeutica). Poi vengono fatte un paio di nuove domande seguite, se necessario, da una serie di possibili ridefinizione. E così di seguito, senza oltrepassare sei domande a due polarità. Perché proprio sei? Prendiamo il numero sei dalla metafora della scacchiera di Giorgio Nardone: sei domande sono sufficienti per la completa esplorazione dei sessantasei casi, anche se lo stesso Nardone talvolta fa più di sei domande. Dopo le sei domande Giorgio Nardone è solito passare alla fase delle prescrizione dei compiti, e vengono utilizzati svariati stratagemmi per ottenere una maggiore osservanza da parte del paziente. Nel nostro schema, spieghiamo al cliente che gli comunicheremo le nostre impressioni e, quindi, iniziamo ad osservare dentro di noi Alcuni casi particolari sono: - quando il cliente non comprende una domanda, se abbiamo avuto l’impressione che non abbia fatto sufficiente attenzione, la ripetiamo con le medesime parole, ma se non è questo il caso rifacciamo la stessa domanda con altre parole. - Quando il cliente non riesce a dare una risposta, riformuliamo la domanda anche con altre parole. - Quando il cliente parla di problemi che esulano dalla domanda, prima verifichiamo se non è un modo inaspettato di dare una risposta, ma se non è questo il caso ci scusiamo per averlo interrotto e giustifichiamo l’interruzione sottolineando la necessità che ha il terapeuta di avere una risposta. (E’ il caso di clienti euforici e confusi). Dopo aver fatto le sei domande e aver riformulato le risposte arriva il momento di comunicare al cliente le nostre conclusioni. Spieghiamo al cliente che gli diremo le nostre impressioni, ed effettivamente osserviamo ciò che sentiamo circa: - primo: la situazione globale del cliente, in termini di movimento: è fermo, bloccato olestasue progredendo nella sua vita?l’ultima (la sesta). Sta procedendo - Secondo: risposte, specialmente

verso una svolta di 180 ?

 

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Un insieme di domande ipnotiche

Possiamo adesso definire il nostro metodo come un modo ipnotico di usare lo strumento delle sei domande, in riferimento al lavoro di François Roustang. - Se abbiamo l’impressione che il cliente sia in movimento, sia pure per un breve periodo, gli facciamo presente che il nostro compito è quello di aiutarlo a progredire più rapidamente, per guadagnare tempo,In ossia possibili più comportamenti in grado di produrre una soluzione. casisedelsono genere talvolta siamo sicuri di aver individuato le soluzioni e quindi possiamo prescriverne di nuove. Altre volte siamo meno certi di aver compreso bene e facciamo del nostro meglio per alludere alle possibili soluzioni. Non è raro che sia il cliente a spiegarci le soluzioni che ha trovato, come i pazienti degli antichi studiosi del magnetismo, vedi Puysegur! In questi casi positivi, il terapeuta comunque preciserà, se ne sente il bisogno, la sua impressione che, almeno per il momento, il cliente potrebbe non avere la possibilità di accelerare il suo processo di cambiamento. Talvolta dovrà essere chiaro sulla sua sensazione di pericolo circa la possibile accelerazione del processo e consigliare prudenza. L’elemento strategico principale sembra quindi far credere al cliente che c’è già una dinamica di cambiamento. Perché, come riferisce Roustang sulla scia di Milton Erickson, un cliente che è convinto di ciò si impegna di più e con maggiori risultati in quei comportamenti che lo fanno sentire meglio. - Se abbiamo l’impressione che il cliente sia fermo, allora usiamo la potente efficacia del sistema delle sei domande per svoltare di 180°. Confermiamo la grande utilità di questo strumento e diamo prescrizioni con stratagemmi o con tecniche ipnotiche. Dobbiamo mettere in evidenza che talvolta, non raramente, il cliente interrompe i nostri processi mentali e ci dice che si sente davvero meglio e che ha anche nuove idee sulle possibili pos sibili soluzioni. Osservazioni

Questo strumento è abbastanza semplice se il terapeuta presta molta attenzione. L’orientamento del problema crea spesso un effetto di saturazione e un orientamento spontaneo verso una soluzione. Inoltre, abbiamo pensato al perché questo procedimento è così efficace: - Dimensione esplorativa: questo aspetto è una specie di gioco. Il paziente è messo nella posizione dell’esperto. Il terapeuta deve prendersi il tempo di fermarsi ed esaminare il contributo del paziente alla terapia. - Lavorare per differenze: produrre informazioni. Non essere sommersi dai dati. Questo lavoro rende possibile il movimento: primo grado di creatività. cre atività. - Scelte d’apertura: destabilizzazione mentale, immagini nuove, nuovi modi di vedere le cose ed il mondo. Talvolta possono essere necessarie domande provocatorie, fatte in modo gentile e neutro (scientifico) come anche domande sorprendenti (“preferisci rilassarti mentre inspiri o… mentre espiri?”). Secondo grado di creatività.

- Far muovere il corpo: come un oscillazione, come ai vecchi tempi del pendolo degli ipnotisti. Sembra che il cliente “provi” mentalmente, e di fatto col corpo,  

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nuove scelte e le sperimenti. Si è creata una nuova posizione, personale, intermedia. Il paziente abbandona gli atteggiamenti stereotipati. Terzo grado di creatività. - Eliminazione di ogni divisione netta, fusione degli opposti: opposti modi di vedere si fondono in una creazione personale. Non più polarità, ma un nuovo spazio che consente un movimento precedentemente impossibile, un sollievo sconosciuto. “Non ho più dolore” dicono alcuni pazienti con dolore cronico che scoprono creatività. altri tipi di sofferenza e non solo nel corpo. Quarto grado di - Lavoro corporeo del terapeuta: il terapeuta lavora col corpo come, e forse anche di più, di quanto fa con la testa. Si, noi pensiamo che questo strumento delle sei domande possa avere l’effetto di un’induzione ipnotica, almeno per il terapeuta. Ma sappiamo che il terapeuta è spesso in trance… La focalizzazione dell’attenzione richiesta dalle sei domande è veramente intensa. Tutti i messaggi analogici di suggestione, di fiducia, fiducia nel futuro sembrano essere inconsciamente accettati dal cliente. E’ raggiunta la creatività cre atività completa. Un tuffo nel passato per indirizzarsi meglio al futuro

Consideriamo adesso un pensiero di Milton Erickson e le sue tecniche della confusione (“Il tuo dolore è sul lato destro o su quello sinistro?”…). Ma volendo approfondire ulteriormente torniamo al filosofo greco Eraclito: “Ciò che è opposto si concilia infatti l'armonia nasce dalla differenza, e tutto si genera dal contrasto”. Scivoliamo fino a Paracelso (1530) e magnetisti francesi come Puysegur il quale scoprì che i pazienti possono essere profondi conoscitori dei loro problemi tanto da iniziare chiedendo loro come curarli. Dopo il rigetto del “Magnetismo animale” da parte dello scientismo della scuola di Charcot, gli psichisti francesi (con il grande filosofo Henri Bergson fra loro) e i metapsichisti inglesi (William Bateson, il padre di Gregory, li incontrava spesso) continuarono questo approccio fino agli anni ’30. E ora il futuro dialogo fra Oriente ed Occidente che, noi speriamo, svilupperà un reciproco arricchimento. Concludiamo con una citazione quasi orientale di Blaise Pascal:  “Due facce simili, nessuna delle due particolarmente comica, che messe insieme ci fanno ridere per la loro somiglianza”.

 

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La consulenza “senza consigli” Fare coaching in campo professionale Sonja Radatz Wien, Austria [email protected] Abstract

La parola “coaching” è sempre più utilizzata recentemente in campo aziendale e non; sembrerebbe quasi che qualsiasi cosa fatta si meriti l’appellativo di coaching. Esiste un coaching della salute, un coaching finanziario, la più tradizionale consulenza (consulting) che è ormai anch’essa chiamata coaching, il coaching dello stile di vita, e molti altri ancora. In questo contesto parlerò di coaching da d a una prospettiva sistemico-costruttivista. Dal mio punto di vista due sono le differenze che veramente distinguono il coaching sistemicocostruttivista da altre forme di coaching: la prima è che esso ha luogo in almeno uno dei sette contesti compresi in un triangolo i cui vertici sono professionale-organizzativo-priva p rofessionale-organizzativo-privato; to; la seconda è che esso si configura come una consulenza senza consigli.

La parola “coaching” è sempre più utilizzata recentemente in campo aziendale e non; sembrerebbe quasi che qualsiasi cosa fatta si meriti l’appellativo di coaching. Esiste un coaching della salute, un coaching finanziario, la più tradizionale consulenza (consulting) che èancora. ormai anch’essa chiamata coaching, il coaching dello stile di vita, e molti altri In questo contesto parlerò di coaching da una prospettiva sistemicocostruttivista. Dal mio punto di vista le differenze che veramente diversificano il coaching sistemicocostruttivista da altre forme di coaching sono: 1) il fatto che esso ha luogo in almeno uno dei sette contesti compresi in un triangolo i cui vertici sono professionale-organizzativo-privato (Figura 1). 2) Il fatto che esso si configura come una consulenza senza consigli. I sette campi del coaching sistemico-costruttivista – La consulenza “senza consigli” co nsigli” Il coaching sistemico-costruttivista ha luogo: 1. nella vita privata (ad es. “Come posso migliorare la mia relazione di coppia?”); 2. nella vita professionale (ad es. “Quale potrebbe essere la mia carriera ottimale?”); 3. in campo organizzativo (e.g. “Quale strategia è più efficace?”); 4. a metà strada tra la vita privata e quella professionale (ad es. “Come potrei ottimizzare i tempi della mia vita privata con quelli della mia vita professionale?”); 5. a metà strada tra la vita professionale e il campo organizzativo (ad es.  “Come potrei utilizzare le mie risorse personali per scopi organizzativi?”); organizzativi?”); 6. a metà strada tra la vita privata e il campo organizzativo (ad es. “Quale tipo di organizzazione soddisferebbe meglio le mie esigenze private?”); 7. tra i tre diversi campi (ad es. “Come posso coordinare al meglio la mia vita privata e la mia carriera professionale con le esigenze dell’organizzazione?”). Figura 1.

 

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Perchè “Consulenza senza consigli”?

È esperienza comune nella nostra vita quotidiana ricevere e dare consigli, ma è altrettanto comune il fatto che questi sono molto spesso “non richiesti” e che raramente ci sono d’aiuto. Tra tutti i campi, nel campo del business ciò accade di frequente: pensiamo di dover pensare al posto di qualcun altro (impiegati, clienti, o anche al posto dei direttori). Il pensiero sistemico-costruttivista implica invece che noi non possiamo mai arrivare a una conoscenza assoluta dell’altro (von Foerster, 1993) e che ognuno di noi pensa differentemente, avendo diverse esperienze, diverse esigenze e diversi set mentali (Maturana, Pörksen, 2003). Quindi l’unico modo per aiutare qualcuno è aiutare la sua capacità di riflessione autonoma, aiutarlo a crearsi alternative nel pensare e nell’agire; aumentare le sue alternative di scelta (von Foerster, 1993). Tutto ciò implica che ogni giorno noi viviamo in una realtà inventata e che inventiamo il nostro futuro in accordo con le nostre esperienze e con le nostre aspettative (Maturana, 2001); che non siamo in grado di vedere niente  “oggettivamente”, ma che siamo piuttosto sempre parte del mondo che descriviamo (von Foerster, Bröcker, 2002); e infine che “il fare” sostituisce  “l’essere”, cosicché le cose conseguono a ciò che facciamo e non a ciò che “è” (Maturana, 2003). Sinteticamente, il coaching senza consigli è focalizzato sull’aiutare le persone ad andare avanti nel loro mondo, e questo è di primaria importanza per un leader che si trova a essere, o a pensare di essere, il principale responsabile per trovare risposte soddisfacenti a tutte le situazioni complesse e indecifrabili in cui è immerso.

Le più comuni conseguenze della leadership con consigli sono una crescente mancanza di adattamento, continui cambiamenti del sistema organizzativo e degli impiegati, che in questo modo non si sentono mai responsabilizzati e la  

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cosiddetta sindrome da burn-out del leader. Quest’ultima conseguenza della  “leadership con consigli” si manifesta come una crescente resistenza ad ogni forma di cambiamento e una progressiva delega delle responsabilità organizzative ai consulenti, con il risultato di ottenere solo un “comportamento automatico” (von Foerster, 1998; ingl. “eigenbehavior”). Se riponiamo fiducia nella capacità delle persone di trovare autonomamente le soluzioni, possiamo non solo imparare qualcosa da loro ma anche aiutarli in modo proficuo. L’abito mentale della “consulenza senza consigli” La consulenza senza consigli si basa su cinque elementi generali: Letologia

Il termine “letologia” (ingl. lethology) è stato coniato da Heinz von Foerster (von Foerster, Bröcker, 2002). È un modo positivo di parlare del “non conoscere”. Ha senso quando ognuno di noi trova quelle sue personali soluzioni che non potrebbero essere previste o proposte da nessuna altro. Se vogliamo essere in grado di fare consulenza senza consigli, dobbiamo metterci nella prospettiva di non “sapere” nulla, o in altre parole, dobbiamo partire da un’assenza di ipotesi su come stanno o su come dovrebbero stare le cose (de Shazer, 1996). Ogniqualvolta partiamo da un’assenza di ipotesi, iniziamo a domandare sorpresi come bambini: “Allora, come fai a farlo?”, “Come è successo che ti trovi sempre nella stessa situazione?” e così via. Utilizzare preferenzialmente le domande sistemico-costruttiviste Le domande sistemico-costruttiviste seguono una forma particolare, con alcune caratteristiche: 1. Sono sempre domande aperte invece che chiuse (richiedono quindi una risposta diversa dal semplice “sì” o “no”), e iniziano con: con : •• Cosa •• Chi •• Con chi •• Come •• Dove •• Dove poter •• Quando (non “perchè”, in quanto suscita meccanismi difensivi). 2. Sono domande che portano il cliente a pensare (al contrario delle “domande giornalistiche” dove l’interrogante è interessato ad avere una risposta che l’interrogato conosce già); c’è una evidente differenza tra la domanda “Quando incontrerai questa persona nuovamente?” e la domanda “Quando dovrai parlare nuovamente con questa persona in modo tale che il tuo collega ti dica ben fatto! - ?”.

 

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3. Sono positive e orientate alla soluzione invece che negative e/o orientate al problema o psicoanalitiche. 4. Non sono mai domande-suggerimento (ad es. “Non credi che gli impiegati dovrebbero …?”). 5. Sono focalizzate sul linguaggio interno, non su quello esterno. Passare da “essere” a “fare”

Quando adottiamo la prospettiva della consulenza senza consigli non chiediamo mai come stanno le cose ma come possiamo cambiarle. Partiamo dalla prospettiva che, essendo una parte del tutto, ciò che noi vediamo (soggettivamente) è il risultato di un agire attivo e di un perseguimento. L’immaginazione è qualcosa che possiamo fare, dal momento che lo abbiamo già fatto nel passato. Questo è il motivo per cui indaghiamo sulle esperienze positive fatte in passato e su come ciò potrebbe essere nuovamente attuato in futuro. Linguaggio manageriale/ linguaggio quotidiano

Il coaching è un metodo mutuato originalmente dai contesti sportivi e manageriali. Per questo motivo non utilizziamo linguaggi sofisticati o specialistici (psicoterapeutici) ma un normale linguaggio mutuato dalla vita di tutti i giorni o un linguaggio manageriale, a seconda del contesto del nostro intervento. Molto spesso il linguaggio utilizzato dal consulente (ingl. coach) ha un enorme influenza sul cliente e determina quindi il successo o meno della consulenza. C’è una grande differenza tra “usare le parole giuste” e “dare consigli”. Possiamo non sapere o non voler sapere niente del problema del cliente e/o delle potenziali soluzioni, ma dobbiamo usare un linguaggio che calzi le sue aspettative. La vita è fatta di azioni e reazioni

Ogniqualvolta fronteggiamo un problema da risolvere o qualcosa da cambiare la prima cosa che facciamo è pensare che siano gli altri a dover cambiare. Pensiamo che se gli altri cambiano il problema si risolverà all’istante e noi saremo le persone più felici della terra. Al contrario, il pensiero sistemico-costruttivista sostiene che non è possibile cambiare gli altri e che il cambiamento può passare solo attraverso noi stessi (von Foerster, 1993). Infatti, se pensiamo alla realtà come a dei circoli di azioni e reazioni, non ha più importanza da dove iniziamo: possiamo iniziare dall’altro (cosa che generalmente ha poco successo perché forzare l’altro al cambiamento non è cosa gradita) oppure possiamo iniziare da noi stessi (e vedere quale reazione ciò provoca nell’altro). Quindi, invece di chiedere “Cosa fare tu (lei/gli dovrestiunfare per migliorare le cose?” chiediamo “Cosa potrei io peraltri) provocare cambiamento negli

altri?” (de Shazer, 1996).

 

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Dal “problem solving” al “raggiungimento di obiettivi”

C’è una marcata differenza tra “problem solving” e “raggiungimento di obiettivi”: molto spesso non siamo in grado di raggiungere gli obiettivi quando lavoriamo deliberatamente per questo scopo (de Shazer, 2001); e quando consideriamo con la stessa scala di giudizio la soluzione di un problema e il raggiungimento di un obiettivo spesso ci capita di non ottenere molto in una colloquio perché un approccio basato sulla soluzione del problema ci consente solo di raggiungere un punto neutrale (di stallo) (Figura 2). Figura 2.

I criteri base della consulenza senza consigli

Oltre ad un abito mentale di base, ci sono almeno sei criteri da tenere in considerazione in ogni consulenza senza consigli. Il “massimo dei risultati” vs. il “secondo miglior obiettivo”

Esistono degli obiettivi che se raggiunti rappresentano il massimo del risultato raggiungibile, e ne esistono degli altri verso i quali ciò non è possibile. Molto spesso l’obiettivo del nostro coaching è cambiare gli altri, ma non possiamo influenzare il cambiamento degli altri. Quindi dobbiamo tenere presente che gli obiettivi in cui possiamo ottenere il “massimo dei risultati”, pur essendo quelli che ci vengono richiesti nella prima sessione di consulenza, sono spesso anche quelli più difficilmente da noi influenzabili. Quando non abbiamo capacità di intervento su questi obiettivi dobbiamo lavorare sul “secondo miglior obiettivo”: ovvero su “come possiamo gestire l’immodificabile”. Quest’ultimo non sarà così affascinate come il primo obiettivo ma spesso

rappresenta l’unico modo per cambiare la situazione.  

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Per questo in ogni sessione di coaching mi focalizzo su questo punto: 1. “Sei sicuro di poter raggiungere l’obiettivo da te proposto?” (ovvero:  “questo obietto è al 100% sotto il tuo controllo?”). 2. Se non lo è: “Possiamo lavorare a come cambiare questa situazione o questa persona. Ma pensi che ciò abbia un senso, nel senso di: avrà successo questo intervento?” E se non lo ha: “Possiamo in alternativa lavorare su come gestire questa situazione immodificabile o questa persona?”. Dall’agire in una “contesto familiare” all’agire in un “contesto di consulenza”

Il nocciolo del coaching sistemico-costruttivista è quello di concordare un  “contratto” orale rendendo chiaro ciò che si farà durante il coaching (contesto di consulenza) per raggiungere gli obiettivi indicati dal cliente nel suo “sistema familiare” (in cui il consulente non prende parte). Concordiamo un “contratto” orale quando chiediamo: “Di cosa dobbiamo parlare per raggiungere gli obiettivi da lei proposti all’inizio della consulenza?”. Concordare un contratto ci da l’opportunità di fare un piano d’azione su cui focalizzarci: abbiamo un chiaro obiettivo datoci dal cliente stesso. Differenziare il “contesto di consulenza” da quello “familiare” vuol dire differenziare la consulenza senza consigli da altri tipi di coaching. Dall’essere “associati” al problema all’esserne “distaccati”

Quando abbiamo un problema in genere pensiamo ad esso molto tempo: ci  “associamo” al problema. Fare consulenza senza consigli vuol dire aiutare il cliente a vedere il problema e se stesso da una certa distanza, sia personale (“Cosa farebbero in questo contesto altre persone che non hanno nulla a che vedere con questo problema?”), sia geografica (“Cosa vedresti il problema se ti trovassi non in ufficio ma a Tahiti su una splendida spiaggia a prendere il sole?”), sia riguardante la percezione di tempo (“Se ora avessi 75 anni e guardassi indietro alla tua intera carriera come agiresti in questo momento?”). Dal “non questo” al “cosa altro”

Molti clienti danno spesso risposte negative dicendo cosa non vorrebbero più fare, cosa non gli è gradito, cosa vorrebbero abbandonare. La consulenza senza consigli è indirizzata ai modi positivi (senza negazione) di espressione personale. Si chiede ad esempio: “Cosa faresti fares ti al posto di questo?”. Dal linguaggio “esterno” a quello “interno”

Esternamente, usando le stesse parole, noi tutti parliamo lo stesso linguaggio. Ma internamente ognuno di noi costruisce dei significati del tutto soggettivi. Fare consulenza senza consigli significa focalizzarsi non tanto su ciò che una persona dice quanto di ciò “compito che dice. interessante” Di fronte a parole come  “qualità”, “succes “successo”, so”, sul “unasignificato bella giornata”, etc. usiamo

la domanda: “Cosa TU intendi con …?”.

 

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Le fasi della “consulenza senza consigli”

Qual è il problema? (2-3 minuti) In genere dedichiamo non più di 2-3 minuti ad ascoltare il problema del cliente: è più che sufficiente! Il target (contesto familiare) e i suoi criteri c riteri (2-3 minuti) È piuttosto difficile per un cliente esprimere un obiettivo positivo che sia al 100% sotto la sua diretta influenza. È più comune che facciano domande del tipo: “Vorrei smettere di fare questo lavoro” oppure “Non voglio fare la stessa brutta esperienza che ho avuto con il precedente lavoro” o ancora “Vorrei che i miei impiegati siano più ragionevoli”. Il compito del coach consiste nel trovare un target che: •• sia sotto l’influenza del cliente al 100% •• il cliente possa esprimere positivamente Il contratto orale (contesto di consulenza) (2 minuti) Non lavoro mai senza un contratto orale che ritenga almeno attualizzabile. Trovare i criteri di soluzione (circa 40-60 minuti) Naturalmente potrebbe essere comodo chiedere a qualche persona esterna di risolverci il problema. Ma questo non è né elegante né ha senso agli occhi del cliente. Innanzitutto indaghiamo su quali potrebbero essere i criteri chiave per arrivare ad una soluzione e chiediamo: “Quando potresti dire che questa una soluzione soddisfacente?” oppure “Quali sono i criteri per raggiungere una soluzione soddisfacente?”. Una volta conosciuti i criteri di riferimento del cliente possiamo anche chiedere i criteri delle altre persone coinvolte. Questa fase è comparabile al fare fotografie professionali: la qualità dipende da tutto il lavoro fatto prima di scattare la foto (scegliere il soggetto, organizzare l’illuminazione etc.). Creare una immagine della soluzione (10-15 (1 0-15 minuti) Alla fine possiamo scattare la nostra foto. Nella consulenza senza consigli, dopo essermi fatta un’immagine chiara della situazione, arrivo a questa fase facendo una domanda con la tecnica della scala (De Shazer, 2001; Radatz, 2003): “Su una scala da 0 a 10, se 0 fosse nessuna risposta e nessuna soluzione e 10 fosse quando tu hai già raggiunto la soluzione, dove ti collochi in questo momento?”. A questo punto possiamo iniziare a giocare a “salire la scala”: “Cosa faresti di diverso se ti trovassi un gradino più su nella scala?” (non: “Cosa è diverso?”, ma: “Cosa FARESTI di diverso?”; non: “Cosa faresti per arrivare un gradino più su?”, ma: “cosa faresti SE FOSSI un gradino più su?”. scala”.Quanto più risulta utile per il cliente tanto più continuiamo con il “salire la

Trovare i criteri di valutazione (5 minuti)  

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Nel campo del business i processi produttivi sono spesso oggetto di valutazione. Può essere utile, anche se non sempre strettamente necessario, ricordare al cliente cosa egli CONCRETAMENTE farà (domani, la prossima settimana, il prossimo mese, una sola volta). Come si evince dalle varie fasi del processo, il coaching non si interrompe mai a metà, perché “l’ora è finita” o perché “è meglio affrontare questo problema al prossimo incontro”. Se assumiamo il punto di vista per cui l’uomo è un macchina non-banale (von Foerster, 1993), possiamo con certezza affermare che il cliente non smetterà di pensare al problema se questo non è risolto, e che questo influenzerà il prossimo incontro. Quindi dal mio punto di vista è sempre necessario andare avanti fino al raggiungimento di una soluzione. I miei coaching durano in media un’ora e mezzo e non mi è mai capitato che una soluzione non potesse essere trovata durante un singolo incontro. Bibliografia

De Shazer, Steve (1996): Worte waren ursprünglich Zauber (Words were originally magic). Dortmund: 1996. De Shazer, Humberto Steve (2001): the ISCT. Selbstverantwortung Vienna: 2001. Maturana, and Unpublished Bunnell, Pilleseminar (2001):atReflexion, und Freiheit: Noch sind wir keine Roboter, in: LO Lernende Organisation, Nr. 2 – Juli/ August 2001. Maturana, Humberto and Pörksen, Bernhard (2003): Vom Sein zum Tun. Heidelberg. Radatz, Sonja (2003): Beratung ohne Ratschlag. 3rd edition. Vienna: Vi enna: 2003. Von Foerster, Heinz (1993): KybernEthik. Berlin: 1993. Von Foerster, Heinz (1998): Sicht und Einsicht. Heidelberg: 1998. Von Foerster, Heinz und Bröcker, Monika (2002): Teil der Welt. Fraktale einer Ethik – ein Drama in drei Akten. Heidelberg: 2002.

 

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L’approccio strategico nelle organizzazioni Roberta Mariotti Psicoterapeuta affiliato al Centro di Terapia Strategica, sede di Rimini, Italia. [email protected] Abstract

In questo articolo dedicato all’approccio strategico e sistemico in campo manageriale vengono presentate brevemente In alcune linee guida che caratterizzano il nostro mododidi consulenza, operare in ambito organizzativo. particolare si parlerà di un nostro intervento formazione e supervisione che abbiamo realizzato per un’organizzazione che forse possiamo definire la più grande, imponente e gerarchizzata del nostro paese: l’Esercito Italiano.

In questa sessione del convegno dedicata all’approccio strategico e sistemico in campo manageriale vi presento brevemente alcune linee guida che caratterizzano il nostro modo di operare in ambito organizzativo. In particolare vi parlerò di un nostro intervento di consulenza, formazione e supervisione che abbiamo realizzato per un’organizzazione che forse possiamo definire la più grande, imponente e gerarchizzata del nostro paese: l’Esercito Italiano. Come in ambito clinico il Prof. Gianfranco Cecchin ci esortava ad evitare 3 errori, che potremmo commettere in veste di terapeuti, così in ambito il nostro operare si caratterizza per l’evitamento di tre aspetti: -organizzativo evitiamo di fare gli esperti dispensatori di ricette; - evitiamo di fare gli specialisti che fanno diagnosi organizzative, che spesso non sono di alcuna utilità nella risoluzione del problema e suscitano grandi resistenze al cambiamento; - evitiamo di fare i moralisti, in quanto non siamo noi a definire come l’azienda dovrebbe operare e qual è la sua missione. Come consulenti strategici, ci muoviamo, invece, nell’ambito di quella che Edgar Schein, uno dei massimi esponenti della scuola di management del Massachusetts Institute of Technology, ha definito come consulenza di processo. Si tratta di un processo d’aiuto nel quale il consulente funge da catalizzatore del cambiamento organizzativo, aiutando le persone ad aiutarsi da sole, a riattivare le risorse bloccate per procedere verso un concreto cambiamento, la risoluzione di disfunzionalità. In quest’ottica, del consulenteverso strategico consiste nello sfruttare il potenzialeil lavoro insito nell’organizzazione affinché si possa produrre - come sostiene F. Jullien, filosofo e studioso di cultura cinese - il massimo risultato con il minimo sforzo. In altri termini, guidare le persone ad utilizzare le loro risorse per produrre piccoli cambiamenti che innescano una catena di altri cambiamenti, si rivela essere il modo più efficace, non solo per realizzare significativi e sostanziali modificazioni nel loro modo di operare, ma anche per mantenere i risultati prodotti e aiutare le persone ad affrontare nuove sfide con maggiore consapevolezza delle proprie risorse. Per esemplificare questo modo di operare nelle organizzazioni, vi illustro quindi brevemente alcuni punti salienti dell’intervento realizzato per lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, una particolare realtà organizzativa con un assetto gerarchico ben definito, nella quale l’applicazione di strategie è alla base dell’operatività quotidiana, sia nelle missioni di pace che in quelle di guerra.

Come ben sapete, il processo di cambiamento nella Forza Armata e la graduale trasformazione di questa istituzione in azienda è sicuramente un evento non  

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solo di enorme rilevanza, ma che ha presentato (e per certi aspetti ancora presenta) aspetti molto delicati. La sua evoluzione, infatti, ha dovuto necessariamente tener conto del personale effettivo, anche da molti anni in servizio, e delle nuove reclute, orientando tutti alla nuova missione: costruire un esercito volontario di professionisti. In questi ultimi anni, l’evolversi del quadro strategico mondiale ha condotto lo Stato Maggiore dell’Esercito ad affrontare la sfida di riorganizzare la Forza Armata per prepararla al cambiamento interno, in vista della costituzione di un esercito volontario di professionisti e del recente inserimento della componente femminile. Una sfida, come si può immaginare, non di poco conto, rispetto alla quale lo Stato Maggiore ha rivisto il percorso formativo di tutto il personale in servizio e le modalità di selezione delle nuove reclute. La riorganizzazione interna all’esercito ha portato quindi alla trasformazione del consueto iter di carriera, che precedentemente avveniva sulla base dell’esperienza, dell’anzianità in servizio e dell’idoneità stabilita tramite concorso, in un nuovo percorso “formativo-selettivo”, teso ad individuare le persone ritenute più idonee a ricoprire particolari ruoli nei differenti livelli gerarchici mediante il lavoro di una squadra di specialisti della valutazione e della formazione. Ciò ha comportato un enorme cambiamento nell’assetto organizzativo, in quanto la valutazione di idoneità al ruolo o all’incarico, non riguarda più solo lo stato di servizio, ma le capacità e abilità dimostrate sia dalle persone che si trovano già all’interno dell’organizzazione che dalle nuove reclute. In altri termini, la Forza Armata ha rivisto il percorso formativo e di carriera di tutto il personale, prevedendo una formazione continua, che utilizza le modalità del lesson learn, ovvero delle lezioni apprese dall’esperienza permanente ad ogni livello. Così tutto il personale dell’esercito viene preparato, singolarmente e in team, prima dell’impiego o prima di ricoprire nuovi incarichi. In questo nuovo percorso di “formazione selettiva”, in cui si addestra il personale e al contempo si selezionano i più idonei a ricoprire determinati ruoli strategici, oltre a dare risalto agli aspetti tecnicoprofessionali, l’obiettivo è anche individuare e accrescere le abilità relazionali e comunicative di coloro che avranno la responsabilità di gestire, a diversi livelli, le risorse umane sottoposte. È proprio a questo scopo che lo Stato Maggiore ha creato un gruppo di lavoro composto da ufficiali di diversa provenienza, esperti nella conduzione di gruppi in apprendimento e formati sulle metodologie didattiche esperenziali out-door, che si occupano della formazione permanente del personale ad ogni livello e grado. Dal 1999, abbiamo intrapreso, con questo gruppo di ufficiali, un percorso di consulenza-formazione-supervisione con l’obiettivo di dare sistematicità e rigore metodologico alla loro esperienza pilota di “formazione selettiva”. Il nostro lavoro è stato condotto seguendo la modalità della ricerca-intervento, tramite l’osservazione diretta e l’analisi delle videoregistrazioni delle attività di  “formazione selettiva” svolte dal gruppo di ufficiali dell’Esercito. Ciò ha consentito una progressiva forma di affinamento e di rigorosa verifica sull’efficacia del modello e sugli effetti delle modifiche da noi introdotte. Quindi, con questoche primo gruppo, abbiamo a punto un di negli “formazione selettiva” ha assicurato il rigoremesso dell’approccio, la protocollo misurabilità effetti,

ma anche la necessaria flessibilità per adattarlo ai differenti ruoli e livelli gerarchici. È importante sottolineare come questo protocollo non sia stato  

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costruito ex novo, ma rappresenti un’evoluzione del modello che i formatori già utilizzavano. In altri termini, abbiamo operato con persone già formate, che avevano un loro modello di intervento, sul quale abbiamo inserito e “cucito”, in modo sartoriale, alcune tecniche e strategie da applicare per rendere il protocollo più rigoroso, sistematico, replicabile, efficace ed efficiente. In altri termini, abbiamo guidato il gruppo di ufficiali formatori a fare evolvere il loro modello, non ad abbandonarlo per sostituirlo con un altro, ma ad aggiungervi alcuni elementi che lo hanno reso più rigoroso e verificabile negli effetti. La prima difficoltà individuata dai formatori riguardava la comunicazione al loro pubblico dell’attività che dovevano svolgere, che c he era formativa (per tutti) ma al contempo selettiva; ovvero, solo alcuni sarebbero stati valutati idonei a ricoprire peculiari incarichi, sulla base delle capacità e abilità dimostrate durante le attività esperenziali, scelte per misurare alcune caratteristiche come ad esempio la capacità di leadership, di problem solving, di gestione dello stress, etc. Per aiutare i formatori a comunicare al gruppo il senso e l’importanza di questa nuova attività di formazione-selettiva, abbiamo osservato innanzitutto il loro modo di comunicare. Successivamente, si è proceduto ad allenarli all’utilizzo di alcune tecniche di comunicazione per incrementare la loro efficacia comunicativa. Così, abbiamo suggerito ai formatori di definire subito, durante la presentazione delle attività esperenziali, il loro ruolo di formatori e selezionatori, e di presentare tutto il team e chiarirne il loro compito. Tutto ciò, utilizzando la metafora dell’allenatore che deve formare una squadra, per esempio di calcio (lo sport più seguito nel nostro paese dal pubblico maschile). In ogni squadra di calcio, l'allenatore che deve scegliere chi giocherà la partita può trovarsi di fronte a 4 situazioni differenti: • ha giocatori motivati a vincere, con eccellenti capacità fisiche e tecniche. Questi di solito diventano i titolari della squadra • ha giocatori motivati a vincere, che però al momento non hanno ancora sviluppato buone capacità tecniche. In questo caso possono allenarsi, lavorare seriamente e fino a quando saranno pronti per entrare in campo • ha giocatori con grandi capacità fisiche e tecniche, ma demotivati. In questi casi, se non riesce a motivarli, deve per forza lasciarli in panchina • infine, può trovarsi con giocatori che non hanno capacità fisiche e tecniche e sono anche privi di motivazione. È ovvio che un buon allenatore debba escludere questi giocatori, perché questi non hanno alcuna possibilità di far vincere la squadra. In questo modo, i formatori assumono una posizione chiara e priva di ambiguità: “se siete motivati siamo i vostri formatori, se non lo siete siamo i vostri denigratori, se siete sia motivati che dotati di capacità lavoriamo insieme”. Questo ha rappresentato il modo ideale per tirarsi fuori dall’ambivalenza. Oltre al lavoro sulla comunicazione, uno dei punti cruciali del protocollo su cui siamo intervenuti, rielaborando il modello precedente, riguarda l’introduzione della “contestualizzazione” dell’esperienza di formazione. Siamo partiti da unoutdoor”, modello ovvero che prevedeva, tecnica fondamentale, esperienze di “giochi esperienzecome guidate che conducevano ad

apprendere specifiche competenze di leadership e relazione collaborativa. Al termine di ogni attività esperenziale (i giochi outdoor) veniva proposto un  

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momento di “debriefing”, dedicato al lesson learn, guidato dai formatori. In questa fase vigeva la regola della “decontestualizzazione”, ovvero i partecipanti riflettevano sull’esperienza fatta durante i giochi, su come erano riusciti a risolvere problemi o situazioni difficili, sugli ostacoli incontrati, senza riportare l’esperienza fatta al loro contesto lavorativo. Rispetto a questa regola, prevista nella formazione outdoor, emergeva da parte dei formatori la difficoltà a riportare successivamente il gruppo alla consapevolezza che ciò che si stava facendo non erano solo giochi fine a se stessi, ma un’attività da cui imparare qualcosa per poi trasferirlo nella realtà operativa. Abbiamo quindi osservato i formatori all’opera e, insieme a loro, abbiamo rivisto che cosa era opportuno modificare sia riguardo alla loro presentazione dell’attività sia riguardo all’intero protocollo. Abbiamo quindi condotto i formatori ad introdurre la regola della contestualizzazione, indicando loro come guidare i soggetti in formazione-selettiva a portare esempi concreti di come poter calare nel loro contesto lavorativo ciò che avevano esperito durante l’attività svolta. In questa fase, appariva fondamentale che i formatori evitassero di dare risposte concrete ma, mediante l'utilizzo della conversazione strategica, potevano stimolare i partecipanti a trovare da sé le risposte per attualizzare quanto appreso e farlo diventare acquisizione in un contesto naturale e non più di gioco. In definitiva, abbiamo proposto di utilizzare i momenti di debriefing per analizzare l’esperienza outdoor su 3 livelli distinti, se pur concatenati: il livello emotivo (“cosa hai provato?”), il livello di problem solving (“cosa hai imparato?”), il livello di trasferibilità dell’esperienza del gioco nella propria realtà lavorativa quotidiana (contestualizzazione). In questo modo, i debriefing sono diventati la parte più importante dell’esperienza outdoor e, di conseguenza, i formatori hanno selezionato meglio i giochi e dedicato più tempo a queste fasi di riflessione sull’esperienza e sul trasferimento nella pratica quotidiana. Infine, l’introduzione della contestualizzazione ha consentito conse ntito di rivelare con maggior facilità le attitudini, o mancate attitudini, dei partecipanti, poichè quando le persone devono parlare della loro realtà e della loro esperienza solitamente partecipano e si espongono di più (e ciò risulta molto importante sia per il processo selettivo che per quello prettamente formativo). della contestualizzazione è stato poi ripreso in una formulazione L’esercizio diversa a conclusione dell’attività outdoor. Al fine di guidare ogni componente del gruppo ad attualizzare quanto appreso nelle giornate precedenti abbiamo inserito una particolare esercitazione. I partecipanti all’attività di formazione avrebbero preparato, in un quarto d’ora di tempo, un discorso su come ciò che avevano imparato durante la formazione potesse essere trasferito nel loro contesto. Dopodiché, ognuno di loro lo avrebbe presentato a tutti gli altri componenti nel gruppo di partecipanti, cercando di convincerli. L’obiettivo di questa esercitazione era quello di persuadere gli altri per persuadere se stessi. Infatti, quanto più si riesce a persuadere gli altri dell’utilità di un autoapprendimento quanto più noi stessi ce ne persuadiamo. Ma ciò non si limita solo ad una forma di autoinganno. Infatti, eesso rappresenta un importante utile mezzo per incrementare la propria autostima autoefficacia, aspetto non solo

dal punto di vista formativo, ma anche come criterio selettivo. La strategia che abbiamo suggerito di adottare ai formatori durante questa esercitazione  

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consisteva nell’evitare di intervenire durante l’esposizione, per consentire ad ogni partecipante di esprimere le proprie risorse. D’altro canto, il formatore, nella consegna iniziale, avrebbe dovuto stimolare il gruppo ad intervenire, in modo da creare tra il soggetto e il gruppo una dinamica che permettesse l’emergere delle risorse del singolo. Infine, a conclusione del protocollo, è stato introdotto un elemento che rappresentasse la cornice finale del processo di formazione. Durante colloqui individuali finali, i formatori avrebbero dovuto farsi dire di nuovo dai partecipanti cosa avessero imparato e cosa potesse essere trasferito nel loro contesto, per poi concludere con questa prescrizione: “Ogni giorno, d’ora in poi, chiediti: ‘Cosa farei di diverso da quello che faccio di solito, come se io fossi sicuro di aver acquisito qualcosa che mi mette in grado di essere diverso da quello che sono stato finora? E ogni giorno fai una piccola cosa come se tu fossi qualcosa di diverso da quello che sei stato finora. Entro tre mesi uno di noi tornerà a trovarti per sapere cosa hai fatto di diverso”. Questa prescrizione finale si è rivelata estremamente utile, in quanto ha consentito ad ogni partecipante di tornare nella sua realtà operativa con qualche piccolo cambiamento, ma anche con la consapevolezza di aver partecipato ad un processo di formazione che gli ha lasciato qualcosa. Ciò anche nel caso in cui non sia stato valutato idoneo a ricoprire un ruolo o un particolare incarico. A conclusione del lavoro svolto con il primo gruppo di ufficiali, veri protagonisti nell’applicazione sistematica del protocollo evoluto rispetto al precedente, i risultati sono apparsi decisamente incoraggianti. La verifica degli effetti, infatti, ha già messo in luce i primi e significativi cambiamenti di atteggiamento dei partecipanti ai corsi di “formazione selettiva”, nonché la maggiore abilità dei formatori nel favorire un rapido e verificabile trasferimento nella concreta realtà operativa di quanto appreso dai partecipanti durante l’attività esperenziale. In sintesi, insegnare al gruppo di formatori strategie e metodologie evolute, che utilizzino le modalità già da loro applicate (aggiungendo strategici adattamenti), ha consentito di far calare i loro interventi formativi nelle situazioni concrete, da trasformando così l'apprendimento di ogni realtà. partecipante in diretta acquisizione trasferire immediatamente nella propria Riteniamo questo caso uno degli esempi migliori di duttilità, flessibilità e adattamento del processo di problem solving a specifiche realtà, poiché tutto il processo di supervisione formazione è stato condotto guidando i partecipanti (psicologi e medici-psichiatri, esperti di formazione e selezione), a cambiare senza apparentemente cambiare. Tutto ciò per giungere, solo a cambiamento avvenuto, a convenire con i cambiamenti da loro stessi realizzati. In questo senso il cambiamento strategico è qualcosa di mai forzato o drasticamente imposto, ma qualcosa che, mediante particolari tattiche e manovre, viene reso inevitabile, poiché vissuto come naturale evoluzione degli eventi. Come indica l’antica filosofia dello stratagemma, è importante saper cogliere “l’inclinazione” di una realtà per poi indurre la più apparentemente naturale evoluzione.

Per approfondimenti: G. Nardone, R. Mariotti, R. Milanese, A. Fiorenza (2000), La terapia dell’azienda malata – Problem solving strategico per organizzazioni, Ponte alle Grazie, Milano.  

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Applicazione dell’Approccio di Palo Alto alla consulenza alle imprese Claude Duterme Institut Gregory Bateson, Liège, Liège , France. Abstract

Il modello di Palo Alto, in quanto finalizzato a risolvere i problemi in tempi brevi e centrato sul funzionamento del sistema nell’hic et nunc, risponde esattamente alle esigenze di ogni consulente d’impresa cerca. Le difficoltà da superare riguardano la possibilità di usare il modello in all’interno un contesto di contesto gruppo invece che indel interventi e la posizione del consulente di un in cui l’inizio processoindividuali non è determinato dall’arrivo del paziente nello studio del terapeuta, ma piuttosto dall’arrivo del consulente in azienda. La chiave di comprensione dei sistemi risiede nell’osservazione delle ridondanze. La descrizione delle ridondanze rappresenta, infatti, il principale strumento di intervento all’interno di sistemi allargati in cui possiamo osservare differenti contesti interazionali che producono serie di ridondanze, esse stesse strutturate (‘patterns’). Una descrizione in termini di ridondanze e modelli di ridondanza riduce la complessità e ci aiuta a comprendere meglio l’organizzazione. La descrizione di uno specifico intervento breve illustra l’uso di una strategia paradossale (dichiarare il fallimento per raggiungere gli obiettivi) e l’analisi della situazione in termini di ridondanze e sistemi.

Nella mia attività di trainer presso il Gregory Bateson Institute, mi capita di incontrare numerosi consulenti che vengono all’istituto per apprendere il modello sistemico e strategico di Palo Alto. Il modello è estremamente attraente in quanto finalizzato a risolvere i problemi in tempi brevi e centrato sul funzionamento del sistema nell’hic et nunc, che è esattamente quello che ogni consulente d’impresa cerca. Dopo che i consulenti hanno appreso i fondamenti del modello e hanno iniziato a sperimentarne l’applicazione, solitamente iniziano a scontrarsi con due difficoltà. Da un lato emergono dei dubbi rispetto alla possibilità di usare il modello in un contesto di gruppo invece che in interventi individuali: come è possibile lavorare in un contesto gruppale usando l’approccio di Palo Alto? Tale difficoltà emerge durante le supervisioni anche se il contesto può sembrare a prima vista molto simile a quello dell’intervento terapeutico. Dall’altro lato si evidenzia una difficoltà relativa alla posizione del consulente all’interno di un contesto in cui l’inizio del processo non è determinato dall’arrivo del paziente nello studio del terapeuta, ma piuttosto dall’arrivo del consulente in azienda. Vorrei perciò parlare per prima cosa dell’utilizzo di quest’approccio all’interno di un contesto “ampio”, suggerendo alcuni elementi guida utili ad intervenire su tali sistemi allargati e a modificarli. Una caratteristica peculiare di tali sistemi è che il consulente si trova a confrontarsi direttamente con sotto-sistemi o con contesti relazionali. Contesti che hanno a che fare o con relazioni orizzontali entro uno specifico livello gerarchico o con relazioni verticali tra livelli gerarchici diversi. Sappiamo, in linea teorica, che tutti i sistemi hanno un’organizzazione gerarchica, caratteristica che però di solito non viene considerata esplicitamente nel lavoro terapeutico con i singoli e le famiglie. In un’azienda alcuni individui o gruppi svolgono la funzione di servomeccanismo di un sotto-sistema, evidenziando una differenza qualitativa frasistema i diversiinsotto-sistemi. può essere considerata come un cui le singole L’organizzazione parti coesistono non in modo

armonico (come gli analisti dell’organizzazione vorrebbero credere). Quali spiegazioni e letture sono allora possibili?  

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Nella teoria interazionale di Palo Alto la chiave di comprensione dei sistemi risiede nell’osservazione delle ridondanze. La descrizione delle ridondanze rappresenta, infatti, il principale strumento di intervento all’interno di sistemi allargati in cui possiamo osservare differenti contesti interazionali che producono serie di ridondanze, esse stesse strutturate (Bateson le definisce  ‘pattern’). Una descrizione in termini di ridondanze e modelli di ridondanza riduce la complessità e ci aiuta a comprendere meglio l’organizzazione. Ridondanze che, come ci rendiamo presto conto, non sono mai uguali nei vari sistemi anche all’interno della stessa organizzazione. Quelle che si strutturano ad un certo livello dell’organizzazione, infatti, possono essere disconfermate dai modelli propri di un livello più elevato e che agiscono da servo-meccanismo per il primo. Tale processo può continuare e si può realizzare per tutti gli altri livelli dell’organizzazione. Basandosi su un lettura dell’organizzazione di questo tipo, il consulente si potrà aspettare che ogni indicazione, e soprattutto ogni indicazione di cambiamento, che va da un livello ad un altro o da un gruppo ad un altro, sarà percepita dal ‘destinatario’ come una rottura dell’equilibrio omeostatico, e pertanto combattuta, frenata o sviata. Molto spesso mi è capitato di sentire manager dire: “Lo sa bene, noi diamo gli ordini ma sono i dipendenti che decidono!” Pertanto, il primo compito del consulente è definire tali sistemi e patterns, facendo riferimento a ciò che ci viene chiesto e al problema da risolvere, individuare i sistemi percettivo-reattivi (i pattern dei pattern) che esistono all’interno dell’organizzazione e che fanno persistere i problemi. Descrivere e definire il sistema attraverso l’uso delle ridondanze è qualcosa con cui i consulenti di solito non hanno molta familiarità. Si ha spesso l’impressione che i consulenti formati al Gregory Bateson Institute riescano solo raramente a trasferire l’idea di ridondanza dallo studio del terapeuta al contesto delle organizzazioni in cui intervengono e che continuano ad analizzare in termini funzionali. I sostenitori dell’ “approccio sistemico”, da parte loro, cercano invece di considerare l’organizzazione in termini di sotto-sistemi collegati da nessi (informativi, finanziari, gerarchici, ecc.). L’idea di una regolazione gerarchica, di modelli di ridondanze attivi a differenti livelli e che entrano in permette all’intervento di non lineare cadere ine un di tipopossibilità razionale econflitto funzionale basato su una logica di approccio aprire nuove attraverso l’uso di tecniche sistemiche e strategiche di intervento, compresi gli interventi paradossali. Potremmo partire dal rispondere alla domanda che spesso ci viene posta dagli psicologi sociali relativamente alle organizzazioni: “E’ più efficace lavorare con i livelli alti della gerarchia per essere sicuri che il cambiamento desiderato possa giungere anche ai livelli base, o dovremmo lavorare con gli operatori del livello base, perché esprimano ciò che preoccupa il maggiore numero di persone e trasferire successivamente il cambiamento ai i vertici dell’azienda?” Se invece di analizzare l’organizzazione in termini di individui o gruppi con gradi diversi di coinvolgimento e potere, prendiamo in considerazione le interazioni strutturate all’interno di contesti gerarchici interrelati, allora la scelta diviene irrilevante. Detto questo ci deve sempre essere un punto di accesso e il consulente deve tenere in considerazione le interazioni e idell’intervento servomeccanismi

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