Autobiografia Di Uno Yogi

April 26, 2017 | Author: lightangel92 | Category: N/A
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Autobiografia di uno yogi paramahansa yogananda...

Description

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Edizione italiana a cura di !

Sahaja Mascia Ellero

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Traduzione di

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Elisabeth Ornaghi

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© Copyright edizione in lingua italiana Ananda Edizioni 2010

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Tutti i diritti riservati 2

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Caro lettore,

! così come per migliaia di persone in tutto il mondo, l’Autobiografia di uno yogi ha segnato anche per noi le tappe più profonde della ricerca spirituale. Per anni ci ha guidati e ispirati. Per anni è stata nostra fedele compagna, conducendoci per mano fino alla creazione di questa casa editrice dedicata alla diffusione delle opere di Yogananda e di uno dei suoi principali discepoli diretti, Swami Kriyananda. ! Pubblicare questo capolavoro è per noi un grande onore e al tempo stesso una grande responsabilità. Dopo quasi tre anni di intenso lavoro di traduzione e ricostruzione del significato originario, con il prezioso contributo e sotto la guida spirituale di Swami Kriyananda, che visse insieme al Maestro e collaborò con lui nell’attività editoriale, siamo felici di offrire questa grande opera nella sua versione originale, così come Yogananda la scrisse nel 1946. Egli lavorò per venticinque anni alla prima edizione dell’Autobiografia, di cui curò personalmente la pubblicazione affinché ogni parola riflettesse il suo spirito e le sue vibrazioni. «Sarà il mio portavoce» disse. Il nostro desiderio, in quanto discepoli di questo grande Maestro, è che la sua “voce” e le sue vibrazioni possano giungere a tutti con quella stessa forza e purezza. ! Questa prima edizione dell’Autobiografia rivela un’immediatezza, un umorismo e un’universalità sorprendenti. Al fine di preservarne il più possibile lo spirito, nella traduzione si è cercato di aderire fedelmente allo stile, alle scelte lessicali (a volte alquanto creative e inusuali), alla formulazione delle frasi e perfino alla punteggiatura del testo originale. Per mantenere intatta l’integrità della prima edizione, inoltre, i pochissimi dati inesatti (in particolare, alcuni riferimenti a date o nomi) non sono stati modificati, ma segnalati in nota nei casi in cui si è ritenuto fossero realmente significativi. Anche la grafica riproduce fedelmente quella dell’edizione del 1946, discostandosi in parte dalle consuetudini editoriali attuali. L’unica modifica apportata rispetto a tale edizione è l’indice analitico, da noi ampliato. ! Chi ha già letto l’Autobiografia di uno yogi troverà in questa edizione brani inediti di grande interesse; potrà inoltre cogliere sfumature inaspettate in passi ben conosciuti. Ci auguriamo di contribuire in tal modo a suscitare un rinnovato interesse per l’opera immortale di Paramhansa Yogananda e siamo felici di condividere con tutti i lettori questo entusiasmante viaggio dell’Anima. ! Con gioia, ANANDA EDIZIONI

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PREFAZIONE !

di Swami Kriyananda

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discepolo diretto di Paramhansa Yogananda

! Ho incontrato Paramhansa Yogananda grazie a questo libro. Devo dire che trovare l’Autobiografia di uno yogi fu, per me, un’assoluta sorpresa. Se ne stava lì, “innocentemente”, sullo scaffale di una libreria sulla Fifth Avenue a New York. Non avevo idea di quanto profondamente avrebbe rivoluzionato la mia vita. ! Era la fine dell’estate del 1948. Desideravo disperatamente conoscere la verità. Nulla di ciò che avevo trovato fino ad allora mi aveva convinto che il destino che gli altri mi prospettavano fosse giusto. Mio padre era geologo e lavorava per una grande azienda petrolifera. Mia madre era felice e rispettata nel proprio ambito sociale. Entrambi erano, per molti aspetti, genitori ideali: non ho mai saputo, per esempio, che tra loro vi sia stato il benché minimo diverbio. Il loro amore e reciproco rispetto erano fonte d’ispirazione per i numerosi amici. ! Nonostante ciò, io non ero felice. Sentivo che la vita doveva avere qualcosa in più da offrire di un matrimonio, una bella casetta in un grazioso quartiere residenziale, un lavoro socialmente accettabile e amicizie “da cocktail party”. Ero disperatamente infelice. Volevo Dio, ma non avevo idea di come trovarLo. ! Fu in quel periodo che mi imbattei in questo libro. Leggerlo fu l’esperienza più commovente di tutta la mia vita. Una volta lanciatomi in questa avventura letteraria, mi ritrovai a oscillare fra lacrime e risate: lacrime di gioia, risate di una gioia ancora più grande. Sapevo di aver trovato finalmente qualcuno che possedeva ciò che desideravo con tanta urgenza: qualcuno che conosceva Dio! ! Presi il primo pullman diretto che attraversava il continente americano: un viaggio di quattro giorni e quattro notti fino a Los Angeles, dove viveva Yogananda. Le prime parole che gli rivolsi sarebbero state inconcepibili per me appena una settimana prima. Termini come guru, yoga, karma e molti altri, che fanno ormai parte del linguaggio comune, erano del tutto nuovi per me. Eppure le prime parole che gli dissi furono: «Voglio essere vostro discepolo». Sapevo, nel più profondo di me stesso, di avere davanti la mia guida per l’Infinito, della quale così a lungo avevo avuto bisogno. ! Con gioia indescrivibile, fui accettato. La sua vita, che già era un’epopea di compassione, si arricchì quel giorno di un’ulteriore dimostrazione di sconfinata bontà: egli accolse un imberbe ventiduenne completamente all’oscuro di questioni spirituali, anche se sinceramente desideroso di ricevere gli insegnamenti. Il Maestro deve aver compreso il compito erculeo che si stava accollando, eppure decise di fare il possibile per modellare questo blocco di creta poco malleabile, facendogli assumere, almeno in parte, le sembianze di uno yogi. ! La mia storia, e ciò che significò vivere con questo grande uomo di Dio, è narrata nel mio libro Il nuovo Sentiero. Questa breve testimonianza vuole essere soltanto un invito, rivolto a te, a leggere le pagine che seguono. ! Nessun uomo – è stato detto – è grande agli occhi del suo maggiordomo. Il detto perde valore e sostanza nel caso di Paramhansa Yogananda: egli rimane, infatti, l’uomo più grande che io abbia mai conosciuto. Proprio coloro che gli erano più vicini provavano nei suoi confronti la stima e il rispetto più profondi. ! C’erano aspetti del suo libro – lo confesso – che dapprincipio dovetti mettere da parte mentalmente, non perché pensassi che non fossero veri (la mia fede in lui era completa), ma perché la moderna formazione che avevo ricevuto mi aveva reso scettico e impreparato ad affrontarli. Vivendo accanto a lui, tuttavia, divenni sempre più consapevole 4

che i miracoli – già, perché misurare le parole? I miracoli! – erano una componente quotidiana della sua vita. ! Caro Lettore, se sei disposto a rischiare una trasformazione completa nella tua visione della vita, leggi questo libro! Ti prometto che non ti sconvolgerà. Piuttosto, ne trarrai una nuova, gioiosa comprensione intuitiva di ciò che la vita realmente è. ! Ho conosciuto Paramhansa Yogananda cinquantasei anni fa. Da allora sono sempre stato suo discepolo devoto. E sono sempre più sicuro, giorno dopo giorno, che egli ha portato al mondo qualcosa di cui l’intera umanità, in questo momento, ha disperatamente bisogno. ! SWAMI KRIYANANDA

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AUTOBIOGRAFIA DI UNO YOGI ! ! !

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Dedicato alla memoria di !

LUTHER BURBANK

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un santo americano

Copyright 1946 di !

Paramhansa Yogananda

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Prima edizione del 1946 pubblicata da

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THE PHILOSOPHICAL LIBRARY, INC.

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15 East 40th Street,

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New York, N.Y. 6

   

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PREFAZIONE !

di W.Y. EVANS-WENTZ, M.A., D.Litt., D.Sc.

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Jesus College, Oxford; Autore di

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Il libro tibetano dei morti,

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Milarepa, il grande yogi tibetano,

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Lo yoga tibetano e le dottrine segrete, ecc.

! IL VALORE dell’Autobiografia di Yogananda è ulteriormente accresciuto dal fatto che questa è una delle poche opere in inglese sui saggi dell’India scritta non da un giornalista o da uno straniero, ma da una persona appartenente allo stesso popolo e con la stessa formazione; in breve, un libro sugli yogi scritto da uno yogi. In quanto racconto da parte di un testimone oculare delle vite e dei poteri straordinari dei moderni santi indù, questo libro riveste un’importanza al tempo stesso attuale ed eterna. Al suo illustre autore, che ho avuto il piacere di incontrare sia in India che in America, giungano da ogni lettore l’apprezzamento e la gratitudine che gli sono dovuti. L’eccezionale documento autobiografico di Yogananda è certamente, tra le opere finora pubblicate in Occidente, una di quelle che più sanno rivelare la profondità della mente e del cuore indù e la ricchezza spirituale dell’India. ! Ho avuto il privilegio di conoscere uno dei saggi la cui vita è narrata in queste pagine: Sri Yukteswar Giri. Un’immagine del venerabile santo è apparsa sul frontespizio del mio libro Lo yoga tibetano e le dottrine segrete. Incontrai Sri Yukteswar a Puri, in Orissa, nella Baia del Bengala. Egli era allora a capo di un tranquillo ashram in riva al mare e si occupava principalmente della formazione spirituale di un gruppo di giovani discepoli. Sri Yukteswar manifestò un vivo interesse per il benessere della popolazione degli Stati Uniti e di tutte le Americhe, come pure dell’Inghilterra, e mi interrogò sulle lontane attività, in particolare quelle in California, del suo principale discepolo, Paramhansa Yogananda, che egli amava teneramente e che nel 1920 aveva inviato come suo emissario in Occidente. ! Sri Yukteswar era gentile nei modi e nella voce, di aspetto piacevole e degno della venerazione che i suoi seguaci spontaneamente gli tributavano. Tutti coloro che lo conoscevano, che appartenessero o meno alla sua comunità, nutrivano nei suoi confronti la massima stima. Ricordo vividamente la sua figura alta, dritta e ascetica, abbigliata nella veste color zafferano di chi ha rinunciato alle mete terrene, in piedi all’ingresso dell’eremitaggio per darmi il benvenuto. Aveva i capelli lunghi e un po’ ricciuti, e portava la barba. Era di corporatura robusta e muscolosa, ma snello e ben proporzionato; il suo passo era energico. Aveva scelto come dimora terrena la sacra città di Puri, dove moltitudini di devoti indù, provenienti da ogni provincia dell’India, si recano ogni giorno in pellegrinaggio al famoso tempio di Jagannath, “Signore del Mondo”. Fu a Puri che, nel 1936, Sri Yukteswar chiuse i suoi occhi mortali sulle scene di questo stato d’esistenza transitorio e lasciò questo mondo consapevole di aver portato trionfalmente a compimento la propria incarnazione. ! Sono lieto di poter rendere testimonianza del carattere eccelso e della santità di Sri Yukteswar. Pago di rimanere lontano dalle moltitudini, egli si dedicò senza riserve e in tranquillità a quella vita ideale che Paramhansa Yogananda, suo discepolo, ha ora descritto per i secoli a venire. ! 8

W.Y. EVANS-WENTZ  ! Ringraziamenti dell’Autore ! Sono profondamente grato a L.V. Pratt per il lungo lavoro editoriale da lei svolto sul manoscritto di questo libro. I miei ringraziamenti vanno anche a Ruth Zahn, che ha compilato l’indice, a C. Richard Wright per avermi permesso di citare alcuni brani dal suo diario di viaggio e a W.Y. Evans-Wentz, per i consigli e l’incoraggiamento. ! PARAMHANSA YOGANANDA ! !

28 ottobre 1945 Encinitas, California

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Indice ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! !

Capitolo   1.  I miei genitori e la mia infanzia   2.  La morte di mia madre e il mistico amuleto   3.  Il santo con due corpi (Swami Pranabananda)   4.  La mia fuga interrotta verso l’Himalaya   5.  Il “Santo dei profumi” mostra i suoi prodigi   6.  Lo Swami delle tigri   7.  Il santo che levitava (Nagendra Nath Bhaduri)   8.  Il grande scienziato indiano J.C. Bose   9.  Il devoto estatico e il suo idillio cosmico (il Maestro Mahasaya) 10.  Incontro il mio Maestro, Sri Yukteswar 11.  Due ragazzi senza un soldo a Brindaban 12.  Gli anni trascorsi nell’ashram del mio Maestro 13.  Il santo che non dormiva mai (Ram Gopal Muzumdar) 14.  Un’esperienza di coscienza cosmica 15.  Il furto del cavolfiore 16.  Sconfiggere gli astri 17.  Sasi e i tre zaffiri 18.  Un maomettano che operava prodigi (Afzal Khan) 19.  Il mio Maestro, pur essendo a Calcutta, appare a Serampore 20.  Non visitiamo il Kashmir 21.  Visitiamo il Kashmir 22.  Il cuore di un’immagine di pietra 23.  Mi laureo 24.  Divento monaco dell’Ordine degli swami 25.  Mio fratello Ananta e mia sorella Nalini 26.  La scienza del Kriya Yoga 27.  Fondo una scuola ispirata allo yoga a Ranchi 28.  Kashi, rinato e ritrovato 29.  Rabindranath Tagore e io confrontiamo le nostre scuole 30.  La legge dei miracoli 31.  A colloquio con la Madre santa (Kashi Moni Lahiri) 32.  Rama viene risuscitato dalla morte 33.  Babaji, lo yogi cristico dell’India moderna 34.  Un palazzo si materializza sull’Himalaya 35.  La vita cristica di Lahiri Mahasaya 36.  L’interesse di Babaji per l’Occidente 37.  Vado in America 38.  Luther Burbank: un santo fra le rose 39.  Therese Neumann: la cattolica con le stigmate 40.  Ritorno in India 41.  Un idillio nel Sud dell’India 42.  Gli ultimi giorni con il mio Guru 43.  La resurrezione di Sri Yukteswar 44.  Con il Mahatma Gandhi a Wardha 45.  La “Madre permeata di gioia” del Bengala (Ananda Moyi Ma) 46.  La yogini che non mangia mai (Giri Bala) 47.  Ritorno in Occidente 48.  A Encinitas, in California 10

Elenco delle illustrazioni ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! !

Frontespizio Carta geografica dell’India Mio padre, Bhagabati Charan Gosh Mia madre Swami Pranabananda, “Il santo con due corpi” Il mio fratello maggiore, Ananta Celebrazione collettiva di una festività religiosa nel cortile dell’ashram del mio Guru a Serampore Nagendra Nath Bhaduri, “Il santo che levitava” Jagadis Chandra Bose, famoso scienziato Due fratelli di Therese Neumann, a Konnersreuth Il Maestro Mahasaya, il Devoto estatico Jitendra Muzumdar, il mio compagno nella “prova senza soldi” a Brindaban Swami Kebalananda, il mio santo insegnante di sanscrito Ananda Moyi Ma, la “Madre permeata di gioia” La grotta himalayana occupata da Babaji Sri Yukteswar, il mio Maestro La sede principale della Self-Realization Fellowship a Los Angeles La Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni a Hollywood L’ashram del mio Guru sul mare, a Puri Le mie sorelle: Roma, Nalini e Uma La Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni a San Diego Il Signore nel Suo aspetto di Shiva Yogoda Math, l’ashram di Dakshineswar La scuola di Ranchi, l’edificio principale Kashi, rinato e ritrovato Bishnu, Motilal Mukherji, mio padre, Wright, T.N. Bose e Swami Satyananda Un gruppo di delegati al Congresso internazionale dei liberali religiosi a Boston, nel 1920 Guru e discepolo in un antico ashram Babaji, lo Yogi-Cristo dell’India moderna Lahiri Mahasaya Una lezione sullo yoga a Washington D.C. Luther Burbank Therese Neumann di Konnersreuth, Baviera Il Taj Mahal ad Agra Shankari Mai Jiew, unica discepola vivente del grande Trailanga Swami Krishnananda con la sua leonessa addomesticata Gruppo di discepoli sulla terrazza dell’ashram del mio Guru a Serampore, dove si consumavano i pasti La signora Bletch, Wright e io in Egitto Rabindranath Tagore Swami Keshabananda nel suo ashram di Brindaban Krishna, l’antico profeta dell’India Il Mahatma Gandhi a Wardha Giri Bala, la yogini che non mangia mai Gruppo di studenti di Ranchi con il maharaja di Kasimbazar Il mio Guru e io a Calcutta nel 1935 E.E. Dickinson di Los Angeles 11

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La Self-Realization Fellowship a Encinitas, California Mio padre nel 1936 Swami Premananda di fronte alla Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni a Washington D.C. Relatori a un incontro interrazziale a San Francisco, in California, nel 1945

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AUTOBIOGRAFIA DI UNO YOGI

CAPITOLO: 1 !

I miei genitori e la mia infanzia

! Gli elementi caratteristici della cultura indiana sono stati a lungo la ricerca delle verità supreme e il concomitante rapporto fra discepolo e guru.1 Il mio cammino mi ha guidato fino a un saggio simile al Cristo, la cui vita mirabile è stata cesellata per i secoli a venire. Egli fu uno dei grandi maestri che costituiscono il solo patrimonio duraturo dell’India. Manifestandosi in ogni generazione, essi hanno preservato valorosamente il loro Paese dalla sorte di Babilonia e dell’Egitto. ! Fra i miei ricordi più remoti trovo tracce anacronistiche di una precedente incarnazione. Avevo chiare reminiscenze di una vita lontana, di uno yogi2 fra le nevi dell’Himalaya. Questi barlumi del passato, per qualche collegamento adimensionale, mi consentivano anche un fuggevole sguardo sul futuro. ! Le impotenti umiliazioni dell’infanzia non sono state bandite dalla mia mente. Con risentimento, mi accorgevo di non riuscire a camminare o a esprimermi liberamente. Moti di preghiera sorgevano in me quando constatavo l’incapacità del mio corpo. La mia intensa vita emotiva prendeva forma silenziosamente in molti idiomi. In quell’interiore confusione di lingue, l’orecchio, gradualmente, si abituò alle sillabe della lingua bengali parlata dalle persone attorno a me. Tali le affascinanti possibilità di una mente infantile, che gli adulti considerano limitata ai giochini e ai piedini! ! Il fermento psicologico e l’inerzia del mio corpo suscitavano in me frequenti e ostinate crisi di pianto. Ricordo il generale sconcerto in famiglia di fronte alla mia angoscia. Nella mia mente, comunque, si affollano anche ricordi più gioiosi: le carezze di mia madre e i miei primi tentativi di balbettare frasi e muovere passi incerti. Questi iniziali trionfi, di solito rapidamente dimenticati, costituiscono tuttavia la base naturale della fiducia in se stessi. ! Non sono l’unico a conservare ricordi tanto remoti. È noto che molti yogi hanno mantenuto ininterrottamente la consapevolezza di sé nella drammatica transizione dalla “vita” alla “morte” e viceversa. Se l’essere umano fosse soltanto un corpo, la perdita del corpo porrebbe davvero fine alla sua identità. Se, tuttavia, i profeti nel corso dei millenni hanno detto il vero, la natura dell’essere umano è essenzialmente incorporea. Il nucleo persistente dell’egoità umana è associato solo temporaneamente alla percezione dei sensi. ! Sebbene insolito, non è poi così raro conservare memorie nitide della prima infanzia. Nei miei viaggi in numerosi Paesi, ho ascoltato dalle labbra di uomini e donne veritieri il racconto di ricordi assai precoci. ! Nacqui nell’ultimo decennio del diciannovesimo secolo e trascorsi i miei primi otto anni a Gorakhpur. Questo fu il mio paese natio, nelle Province Unite dell’India nordorientale. Eravamo otto figli: quattro maschi e quattro femmine. Io, Mukunda Lal Ghosh,3 ero il secondo maschio e il quarto figlio.

1

Maestro spirituale; dalla radice sanscrita gur, elevare, innalzare.

2

Colui che pratica lo yoga, ossia “l’unione”, l’antica scienza indiana della meditazione su Dio.

3

Il mio nome fu cambiato in Yogananda quando entrai nell’antico Ordine monastico degli swami nel 1914. Il mio guru mi conferì il titolo religioso di Paramhansa nel 1935 (si vedano i capitoli 24 e 42). 13

! Mio padre e mia madre erano bengalesi, della casta degli Kshatriya.4 Entrambi furono benedetti con il dono di una natura santa. Il loro reciproco amore, sereno e dignitoso, non si esprimeva mai in maniera frivola. La perfetta armonia fra i genitori era il quieto fulcro attorno al quale ruotava il tumulto di otto giovani vite. ! Mio padre, Bhagabati Charan Ghosh, era mite, serio, talvolta severo. Pur amandolo molto, noi figli mantenevamo nei suoi confronti una certa distanza reverenziale. Eccellente logico e matematico, era guidato principalmente dall’intelletto. Mia madre era invece una regina di cuori e ci educava solo attraverso l’amore. Dopo la sua morte, mio padre manifestò maggiormente la sua tenerezza interiore. Notai allora che spesso il suo sguardo si trasfigurava in quello di mia madre. ! Alla presenza di mia madre gustammo i nostri primi assaggi dolci-amari delle Scritture. Ella, ingegnosamente, attingeva ai racconti del Mahabharata e del Ramayana5 per adempiere alle esigenze della disciplina. Istruzione e punizione andavano così di pari passo. ! Quale gesto quotidiano di rispetto verso nostro padre, mia madre ci vestiva sempre con cura nel pomeriggio, per accoglierlo quando tornava a casa dall’ufficio. Egli ricopriva un posto analogo a quello di vicepresidente presso la Compagnia ferroviaria BengalaNagpur, una delle società più importanti dell’India. Il suo lavoro comportava frequenti spostamenti e, durante la mia infanzia, la nostra famiglia visse in diverse città. ! Mia madre era sempre pronta a tendere la mano ai bisognosi. Anche mio padre era ben disposto nei confronti del prossimo, ma il suo rispetto per l’ordine costituito si estendeva anche al bilancio familiare. Una volta mia madre spese in due settimane, per sfamare i poveri, una somma superiore allo stipendio mensile di mio padre. ! «Tutto ciò che ti chiedo è di mantenere le tue opere di beneficenza entro limiti ragionevoli». Persino un lieve rimprovero da parte del marito procurava a mia madre una sofferenza intollerabile. Ella ordinò una carrozza, senza per altro accennare minimamente al dissidio di fronte a noi figli. ! «Addio, vado a casa di mia madre». L’antico ultimatum! ! Prorompemmo in sconcertati lamenti. Provvidenziale fu l’arrivo del nostro zio materno, che sussurrò all’orecchio di mio padre qualche saggio consiglio, custodito senza dubbio da tempo immemore. Dopo che mio padre ebbe abbozzato qualche frase conciliante, mia madre, felice, congedò il vetturino. Così si concluse l’unico screzio fra i miei genitori di cui io mi sia mai accorto. Ricordo tuttavia un tipico scambio di battute fra i due. ! «Per favore, dammi dieci rupie per una donna sventurata che è appena giunta da noi». Il sorriso di mia madre aveva una sua forza persuasiva. ! «Perché dieci rupie? Ne basta una». Mio padre aggiunse quindi una giustificazione: «Quando mio padre e i miei nonni morirono all’improvviso, per la prima volta sperimentai la povertà. Tutto ciò che avevo da mangiare al mattino a colazione, prima di mettermi in cammino per chilometri fino a scuola, era una piccola banana. In seguito, all’università, ero così bisognoso che chiesi aiuto a un ricco magistrato affinché mi concedesse una rupia al mese. Egli rifiutò, facendomi notare che anche una rupia è importante». ! «Con quanta amarezza ricordi ancora il rifiuto di quella rupia!». Il cuore di mia madre seguiva una logica istantanea: «Vuoi che anche questa donna serbi il ricordo doloroso del tuo rifiuto di darle le dieci rupie di cui ha urgente bisogno?».

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La seconda casta che, tradizionalmente, comprende i guerrieri e i governanti.

Questi antichi poemi epici raccolgono l’immenso patrimonio della storia, della mitologia e della filosofia dell’India. Il volume Ramayana and Mahabharata di Romesh Dutt è una versione ridotta in versi, in lingua inglese (New York, E.P. Dutton). 14

! «Hai vinto!». Con l’antico gesto dei mariti sconfitti, mio padre aprì il portafoglio: «Eccoti le dieci rupie: dalle alla donna, con la mia benevolenza!». ! Mio padre tendeva inizialmente a rispondere «no» a qualsiasi nuova proposta. Il suo atteggiamento verso la donna sconosciuta, che aveva invece suscitato prontamente la compassione di mia madre, era un esempio della sua abituale prudenza. L’avversione ad accogliere immediatamente una richiesta – tipica della mentalità francese in Occidente – in realtà si limita a onorare il principio della “debita riflessione”. Ho sempre trovato mio padre ragionevole ed equilibrato nei suoi giudizi. Se riuscivo a portare una o due argomentazioni valide a sostegno delle mie numerose richieste, egli invariabilmente rendeva raggiungibile la meta agognata, sia che si trattasse di una gita durante le vacanze o di una nuova motocicletta. ! Mio padre impose ai propri figli nell’infanzia una rigida disciplina, ma l’atteggiamento che assumeva verso se stesso era davvero spartano. Non andava mai a teatro, ad esempio, ma ricercava il proprio svago in varie pratiche spirituali e nella lettura della Bhagavad Gita.6 Rifuggendo da ogni lusso, si ostinava a portare un unico, vecchio paio di scarpe finché diventava inutilizzabile. I suoi figli maschi acquistarono delle automobili quando queste divennero d’uso comune, ma egli si accontentò sempre di compiere in tram il tragitto quotidiano fino all’ufficio. L’accumulo di denaro a fini di potere era estraneo alla sua natura. Dopo aver lavorato alla costituzione della Urban Bank di Calcutta, egli rinunciò a beneficiare della possibilità di riservarsi una quota delle azioni. Era stato mosso soltanto dal desiderio di compiere un dovere civico nel tempo libero. ! Parecchi anni dopo che mio padre era andato in pensione, un ispettore inglese si recò a svolgere una verifica contabile presso la Compagnia ferroviaria Bengala-Nagpur. Rimase alquanto sorpreso nel constatare che mio padre non aveva mai richiesto le gratifiche arretrate. ! «Lavorava per tre!» riferì il contabile alla società. «Ha un credito di 125.000 rupie (circa 41.250 dollari) dovuti per indennità arretrate». I funzionari della compagnia consegnarono a mio padre un assegno di tale importo. Egli era così poco interessato alla cosa da dimenticarsi di parlarne in famiglia. A distanza di parecchio tempo fu Bishnu, il mio fratello più giovane, a interrogarlo in merito, avendo notato l’ingente importo su un estratto conto bancario. ! «Perché esaltarsi per i benefici materiali?» rispose mio padre. «Colui che aspira a raggiungere l’equanimità non giubila per i guadagni né si avvilisce per le perdite. Sa che l’essere umano giunge squattrinato a questo mondo e lo abbandonerà senza neppure una rupia». ! Agli inizi della loro vita matrimoniale i miei genitori divennero discepoli di un grande maestro, Lahiri Mahasaya di Benares. Questo contatto rafforzò l’indole naturalmente ascetica di mio padre. Mia madre fece una straordinaria confidenza a Roma, la maggiore delle mie sorelle: «Tuo padre e io viviamo come marito e moglie solo una volta all’anno, per avere figli». ! Mio padre conobbe Lahiri Mahasaya attraverso Abinash Babu,7 un impiegato dell’ufficio di Gorakhpur delle Ferrovie Bengala-Nagpur. Abinash educò le mie giovani orecchie con avvincenti racconti su molti santi indiani. Invariabilmente concludeva con un tributo alle glorie ineguagliabili del suo guru.

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Questo nobile poema in lingua sanscrita fa parte dell’opera epica Mahabharata ed è considerato l’equivalente indù della Bibbia. La versione inglese più poetica è quella di Edwin Arnold, intitolata The Song Celestial (Philadelphia, David McKay, 75 cent). Una delle traduzioni migliori, corredata da un commento dettagliato, è Message of the Gita di Sri Aurobindo (Jupiter Press, 16 Semudoss St., Madras, India, $ 3,50). 7

In bengali l’appellativo Babu (signore) segue il nome proprio. 15

MIO PADRE ! Bhagabati Charan Gosh ! Discepolo di Lahiri Mahasaya

! «Hai mai saputo in quali straordinarie circostanze tuo padre divenne discepolo di Lahiri Mahasaya?». ! Fu in un pigro pomeriggio estivo in cui Abinash e io sedevamo nel cortile recintato di casa mia che egli mi rivolse questa domanda intrigante. Scossi il capo con un sorriso, pregustando il racconto. ! «Anni fa, prima che tu nascessi, chiesi al mio superiore, cioè a tuo padre, di concedermi una settimana di congedo da Gorakhpur per fare visita al mio guru a Benares. Tuo padre irrise il mio progetto. ! «“Stai forse diventando un fanatico religioso?” mi chiese. “Concentrati sul lavoro d’ufficio, se vuoi fare carriera”. ! «Mentre camminavo tristemente verso casa, quello stesso giorno, lungo un sentiero boschivo, incontrai tuo padre in portantina. Egli congedò i suoi domestici e il palanchino e mi affiancò. Nell’intento di consolarmi, sottolineava i vantaggi derivanti dal perseguire il successo nel mondo. Io però lo ascoltavo svogliatamente. Il mio cuore ripeteva senza sosta: “Lahiri Mahasaya, non posso vivere senza vedervi!”. ! «Il sentiero ci condusse ai bordi di un campo tranquillo, in cui i raggi di sole del tardo pomeriggio incorniciavano ancora il profilo ondulato della vegetazione selvatica. Ci fermammo in ammirazione. Nel campo, a pochi metri da noi, apparve all’improvviso la figura del mio grande guru!8 ! «“Bhagabati, sei troppo severo con il tuo impiegato!”. La sua voce risuonò nelle nostre orecchie sbalordite. Egli svanì quindi misteriosamente, così come era comparso. In ginocchio esclamai: “Lahiri Mahasaya! Lahiri Mahasaya!”. Tuo padre rimase per alcuni istanti immobile per lo stupore. ! «“Abinash, non solo concedo a te il permesso di partire per Benares domani, ma faccio anch’io altrettanto. Devo assolutamente conoscere il grande Lahiri Mahasaya, capace di materializzarsi a suo piacimento per intercedere per te! Porterò anche mia moglie e chiederò al maestro di iniziarci al suo cammino spirituale. Vuoi accompagnarci da lui?”. ! «“Certamente”. Esultai di gioia per la miracolosa risposta alla mia preghiera e per la repentina svolta favorevole degli eventi. 8

La spiegazione dei poteri soprannaturali posseduti dai grandi maestri viene fornita nel capitolo 30, “La legge dei miracoli”. 16

! «La sera successiva i tuoi genitori e io partimmo in treno per Benares. Il giorno seguente prendemmo un carretto trainato dal cavallo e poi dovemmo proseguire a piedi lungo anguste viuzze fino alla casa isolata del mio guru. Entrando nel suo salottino ci inchinammo dinanzi al maestro, immobile nella posizione del loto a lui abituale. Egli sbatté appena le palpebre e diresse il suo sguardo penetrante su tuo padre. ! «“Bhagabati, sei troppo severo con il tuo impiegato!”. Erano le stesse parole che aveva pronunciato due giorni prima nel campo di Gorakhpur. Aggiunse: “Sono lieto che tu abbia permesso ad Abinash di farmi visita e che tu e tua moglie lo abbiate accompagnato”. ! «Con loro grande gioia, egli iniziò i tuoi genitori alla pratica spirituale del Kriya Yoga.9 Tuo padre e io, divenuti condiscepoli, siamo intimi amici dal giorno memorabile della visione. Lahiri Mahasaya manifestò particolare interesse per la tua nascita. La tua vita sarà sicuramente legata alla sua: la benedizione del maestro è infallibile». ! Lahiri Mahasaya lasciò questo mondo poco dopo che io vi ebbi fatto il mio ingresso. Il suo ritratto, in una cornice decorata, ha sempre ornato il nostro altare di famiglia nelle varie città in cui mio padre venne trasferito per lavoro. Molte mattine e molte sere mia madre e io meditammo dinanzi a un altare improvvisato, offrendo fiori intinti in una fragrante pasta di legno di sandalo. Con l’incenso, la mirra e la nostra comune devozione, onoravamo la divinità che aveva trovato piena espressione in Lahiri Mahasaya. ! Il suo ritratto esercitò uno straordinario influsso sulla mia vita. Man mano che crescevo, anche il pensiero del maestro crebbe con me. Durante la meditazione spesso vedevo la sua immagine fotografica emergere dalla piccola cornice e, assumendo forma vivente, sedersi dinanzi a me. Quando cercavo di toccare i piedi del suo corpo luminoso, esso si trasformava e ridiventava una fotografia. Passando dall’infanzia all’adolescenza, mi accorsi che Lahiri Mahasaya era mutato nella mia mente, da una piccola immagine confinata in una cornice a una presenza viva e illuminante. Spesso lo pregavo, nei momenti di difficoltà o di turbamento, trovando in me la sua guida confortante. All’inizio mi affliggevo che egli non fosse più in vita fisicamente. Quando, tuttavia, cominciai ad avvertire la sua segreta onnipresenza, non mi lamentai più. Spesso egli aveva scritto a quanti, fra i suoi discepoli, erano eccessivamente ansiosi di vederlo: «Perché venire a vedere la mia carne e le mie ossa, quando sono sempre alla portata del vostro kutastha (vista spirituale)?». ! All’incirca all’età di otto anni ricevetti la grazia di una guarigione miracolosa attraverso la fotografia di Lahiri Mahasaya. Questa esperienza accrebbe l’intensità del mio amore. Mentre soggiornavo nella proprietà di famiglia a Ichapur, nel Bengala, fui colpito dal colera asiatico. Ero ormai considerato spacciato e i medici non potevano far nulla. Al mio capezzale, mia madre mi faceva segno freneticamente di guardare il ritratto di Lahiri Mahasaya appeso alla parete sopra la mia testa. ! «Inchinati a lui mentalmente!». Sapeva che ero così debole da non riuscire neppure a sollevare le mani in segno di saluto. «Se davvero dimostri la tua devozione e ti inginocchi interiormente davanti a lui, avrai salva la vita!». ! Fissai la sua immagine e vidi una luce accecante, che avvolse il mio corpo e l’intera stanza. La nausea e gli altri sintomi incontrollabili scomparvero: stavo bene. Subito mi sentii sufficientemente in forze per inchinarmi e toccare i piedi di mia madre, in segno di gratitudine per la fede incommensurabile che ella nutriva nel suo guru. Mia madre premette più volte il capo contro la piccola immagine. ! «O Maestro onnipresente, ti ringrazio di aver salvato mio figlio con la tua luce!». ! Mi resi conto che anche lei era stata testimone della vampata sfolgorante attraverso la quale ero stato istantaneamente risanato da una malattia di solito fatale.

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Una tecnica yogica attraverso la quale viene placato il tumulto dei sensi, consentendo all’essere umano di raggiungere la progressiva identità con la coscienza cosmica. 17

! Uno dei beni più preziosi in mio possesso è proprio quella fotografia. Donata a mio padre da Lahiri Mahasaya in persona, essa trasmette una vibrazione sacra. L’immagine ebbe un’origine miracolosa. Venni a conoscenza della storia da Kali Kumar Roy, condiscepolo di mio padre. ! Pare che il maestro nutrisse una profonda avversione all’essere fotografato. Nonostante le sue proteste, un giorno gli venne scattata una foto di gruppo insieme ad alcuni devoti, fra i quali Kali Kumar Roy. Il fotografo rimase sconcertato scoprendo che sulla lastra in cui erano rimaste impresse chiaramente le immagini di tutti i discepoli, proprio al centro, laddove si aspettava ragionevolmente di trovare il volto di Lahiri Mahasaya, c’era soltanto uno spazio vuoto. Il fenomeno fu ampiamente dibattuto. ! Un discepolo e fotografo esperto, Ganga Dhar Babu, si vantò dicendo che a lui la fugace immagine non sarebbe sfuggita. Il mattino seguente, mentre il guru sedeva in posizione del loto su una panca di legno con un paravento dietro di sé, Ganga Dhar Babu arrivò munito della sua attrezzatura. Prendendo tutte le precauzioni per garantirsi il successo, egli espose, bramoso, ben dodici lastre. Su ciascuna di esse trovò presto impressi la panca di legno e il paravento ma, ancora una volta, mancava la figura del maestro. ! Con le lacrime agli occhi e l’orgoglio a pezzi, Ganga Dhar Babu andò dal suo guru. Solo dopo parecchie ore Lahiri Mahasaya ruppe il silenzio con un commento pregnante: ! «Io sono Spirito. La tua macchina fotografica può forse riflettere l’Invisibile onnipresente?». ! «Vedo bene che non può! Ma, Santo Signore, desidero dal profondo del cuore un’immagine del vostro tempio corporeo, l’unico in cui, al mio sguardo limitato, tale Spirito sembra dimorare appieno». ! «Vieni domattina, allora. Poserò per te». ! Di nuovo il fotografo mise a fuoco il suo apparecchio. Questa volta la sacra figura, non più ammantata da una misteriosa impercettibilità, apparve nitida sulla lastra. Il maestro non posò per nessun’altra fotografia o, per lo meno, io non ne ho mai viste altre. ! La foto è riprodotta in questo libro. I lineamenti chiari di Lahiri Mahasaya, di tipo universale, non suggeriscono a quale razza egli appartenesse. L’intensa gioia della comunione con Dio traspare sottilmente dal suo sorriso un po’ enigmatico. Gli occhi sono semiaperti, a indicare che la sua presenza è rivolta nominalmente al mondo esterno, ma sono anche semichiusi. Del tutto indifferente alle misere lusinghe terrene, il maestro era sempre pienamente attento ai problemi spirituali dei ricercatori che facevano appello alla sua generosità. ! Poco tempo dopo la guarigione ottenuta grazie alla potenza dell’immagine del guru, ebbi una visione spirituale che esercitò su di me un influsso profondo. Mentre ero seduto sul letto, un mattino, rimasi assorto in una profonda contemplazione. ! «Che cosa c’è dietro l’oscurità degli occhi chiusi?». Questo pensiero indagatore si affacciò con forza alla mia mente. D’un tratto, un immenso bagliore si manifestò al mio sguardo interiore. Figure divine di santi, seduti in meditazione in grotte di montagna, presero forma come immagini cinematografiche in miniatura sull’ampio schermo luminoso all’interno della mia fronte. ! «Chi siete?» domandai ad alta voce. ! «Siamo gli yogi dell’Himalaya». È difficile descrivere tale risposta celestiale; il mio cuore palpitava di gioia. ! «Ah, quanto anelo ad andare sull’Himalaya e a diventare simile a voi!». La visione svanì, ma i raggi argentei continuarono a espandersi in cerchi sempre più ampi, all’infinito. ! «Che cos’è questo bagliore meraviglioso?».

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! «Sono Iswara.10 Sono la Luce». La voce era come un mormorio di nubi. ! «Voglio essere tutt’uno con Te!». ! Dal lento affievolirsi della mia estasi divina serbai, quale dono permanente, l’ispirazione a cercare Dio. ! «Egli è Gioia eterna e sempre nuova!». Dal giorno dell’estasi, questo ricordo rimase a lungo impresso nella mia memoria. ! Un altro dei miei primi ricordi ha lasciato, letteralmente, il segno in me, visto che ancora oggi ne porto la cicatrice. Mia sorella maggiore Uma e io, un mattino di buonora, eravamo seduti sotto un albero di neem, nel cortile della nostra casa di Gorakhpur. Uma mi aiutava a leggere un abbecedario bengalese, nei brevi istanti in cui riuscivo a distogliere lo sguardo dai pappagallini che, a poca distanza, mangiavano i frutti maturi di margosa. Uma si lamentò di un foruncolo sulla gamba e andò a prendere una boccetta di unguento. Anch’io mi spalmai un po’ di balsamo sull’avambraccio. ! «Perché metti la medicina su un braccio sano?». ! «Sorella, sento che domani mi verrà un foruncolo. Sto provando l’efficacia del tuo unguento nel punto in cui il foruncolo apparirà». ! «Piccolo bugiardo!». ! «Sorella, non darmi del bugiardo finché non avrai visto ciò che accadrà domani». Ero colmo d’indignazione. ! Uma, per nulla impressionata, mi canzonò altre tre volte. Un’inflessibile determinazione risuonò nella mia voce quando, lentamente, replicai. ! «Per il potere della volontà che è in me, dico che domani avrò un grande foruncolo esattamente in questo punto del braccio e che il tuo foruncolo si gonfierà fino a diventare grande il doppio rispetto a ora!». ! Al mattino avevo un robusto foruncolo nel punto indicato; le dimensioni di quello di Uma erano raddoppiate. Lanciando un grido, mia sorella si precipitò da nostra madre. «Mukunda è diventato uno stregone!». Con serietà, mia madre mi ammonì di non servirmi mai del potere delle parole per fare del male. Ho sempre ricordato la sua raccomandazione e l’ho seguita. ! Il mio foruncolo fu sottoposto a trattamento chirurgico. Ancora oggi ho una cicatrice ben visibile, lasciata dall’incisione eseguita dal medico; sull’avambraccio destro, mi ricorda costantemente il potere insito nella parola dell’uomo. ! Pronunciate con profonda concentrazione, quelle semplici frasi apparentemente innocue rivolte a Uma celavano al proprio interno una forza tale da esplodere come bombe e produrre effetti precisi, sebbene deleteri.

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Un nome sanscrito per Dio come Sovrano dell’universo; dalla radice is, governare. Ci sono centootto nomi di Dio nelle Scritture indù, ognuno dei quali esprime una diversa sfumatura di significato filosofico. 19

In seguito compresi che l’esplosivo potere vibratorio del linguaggio poteva essere indirizzato saggiamente per liberare la propria vita dalle difficoltà, operando così senza causare cicatrici o rimproveri.11 ! La nostra famiglia si trasferì a Lahore, nel Punjab. Lì acquistai un’immagine della Madre Divina nella forma della Dea Kali,12 che andò a consacrare un piccolo altare domestico sul balcone della nostra casa. In me si fece strada la ferma convinzione che qualsiasi mia preghiera, pronunciata in quel luogo sacro, sarebbe stata esaudita. Un giorno, da lì, Uma e io guardavamo due aquiloni che volavano oltre i tetti degli edifici, sul lato opposto del vicolo molto stretto. ! «Come mai sei così silenzioso?». Uma mi stuzzicò, dandomi una spinta. ! «Sto solo pensando a quanto sia meraviglioso che la Madre Divina mi conceda tutto ciò che Le chiedo». ! «Suppongo che possa farti avere anche quei due aquiloni!» rispose mia sorella, con una risata di scherno. ! «Perché no?». Silenziosamente cominciai a pregare per averli. ! In India si svolgono gare di aquiloni le cui funi sono ricoperte di colla e polvere di vetro. Ciascun giocatore cerca di spezzare il filo dell’avversario. Quando un aquilone liberato sale sopra i tetti, il grande divertimento è quello di cercare di acchiapparlo. Dato che Uma e io eravamo su un balcone chiuso, sembrava impossibile che un aquilone, staccatosi, potesse arrivare fino alle nostre mani; la fune, normalmente, avrebbe dovuto penzolare sopra i tetti. ! I giocatori dall’altro lato della strada iniziarono la loro gara. Una fune si spezzò; immediatamente, l’aquilone volò dritto verso di me. Sostò un attimo per un improvviso calo del vento, sufficiente a far impigliare saldamente la corda su una pianta di cactus in cima alla casa di fronte; si formò un cappio perfetto perché io potessi afferrarlo. Porsi il premio a Uma. ! «È stato soltanto un caso eccezionale, non la risposta alla tua preghiera. Ti crederò solo se anche l’altro aquilone arriverà fino a te». Negli occhi scuri di mia sorella si leggeva uno stupore maggiore di quanto non esprimessero le sue parole. ! Proseguii le mie preghiere con crescente intensità. Un vigoroso strattone da parte dell’altro giocatore provocò l’improvvisa perdita del suo aquilone. Danzando nel vento, l’aquilone si diresse verso di me. Ancora una volta il mio premuroso aiutante, la pianta di cactus, trattenne la corda dell’aquilone, annodandola in modo che potessi afferrarla. Presentai il mio secondo trofeo a Uma. ! «La Madre Divina ti ascolta davvero! Tutto questo è troppo strano per me!». Mia sorella scappò via come un cerbiatto spaventato. 11

Le infinite potenzialità del suono derivano dal Verbo Creativo, Aum, il potere vibratorio cosmico che è alla base di tutte le energie atomiche. Qualsiasi parola pronunciata con lucida consapevolezza e profonda concentrazione possiede un valore materializzante. La ripetizione silenziosa o ad alta voce di parole ispiranti è risultata efficace nel couéismo e in altri sistemi di psicoterapia simili; il segreto sta nell’accelerazione del ritmo vibratorio della mente. Il poeta Tennyson, nelle sue Memorie, ci ha lasciato una testimonianza di come egli ricorresse al meccanismo della ripetizione per passare dallo stato mentale di coscienza ordinaria alla supercoscienza: ! «Una sorta di trance lucida – così la definisco, in mancanza di un termine migliore – è ciò che ho sperimentato di frequente fin dall’infanzia, nei momenti di completa solitudine» scrive Tennyson. «Tale stato mi coglieva quando continuavo a ripetere mentalmente il mio nome in silenzio finché all’improvviso, quasi per l’intensità della coscienza dell’individualità, l’individualità stessa sembrava dissolversi e svanire nell’essere infinito, e questo non come uno stato confuso, ma come il più lucido, il più certo, assolutamente inesprimibile a parole, in cui la morte era un’eventualità impossibile e quasi risibile, parendo la perdita della personalità (ammesso che sia tale) non l’estinzione, ma soltanto l’unica vera vita». Egli scrisse inoltre: «Non è estasi nebulosa, ma uno stato di meraviglia trascendente, associata all’assoluta chiarezza della mente». 12

Kali è un simbolo di Dio nell’aspetto della Madre Natura eterna. 20

CAPITOLO: 2 !

La morte di mia madre e il mistico amuleto

! Il desiderio più grande di mia madre era che il mio fratello maggiore si sposasse. «Ah, quando vedrò il volto della moglie di Ananta, troverò il paradiso in terra!». Udii spesso mia madre esprimere con queste parole il suo forte sentimento, tipicamente indiano, per la continuità della famiglia. ! Avevo circa undici anni all’epoca del fidanzamento di Ananta. Mia madre si trovava a Calcutta e stava gioiosamente sovrintendendo ai preparativi per le nozze. Solo mio padre e io eravamo rimasti nella nostra casa di Bareilly, nell’India settentrionale, dove egli era stato trasferito dopo due anni trascorsi a Lahore. ! Avevo già assistito allo splendore dei riti nuziali delle mie due sorelle maggiori, Roma e Uma, ma per Ananta, il figlio primogenito, erano previsti festeggiamenti particolarmente elaborati. Mia madre era impegnata ad accogliere i numerosi parenti che ogni giorno giungevano a Calcutta dalle proprie case lontane, dando loro confortevole ospitalità in una grande casa acquisita di recente al numero 50 di Amherst Street. Tutto era ormai pronto: le prelibatezze per il banchetto, il trono decorato a colori vivaci sul quale mio fratello sarebbe stato trasportato fino alla dimora della futura sposa, le luminarie colorate, i giganteschi elefanti e cammelli di cartapesta, le orchestre inglesi, scozzesi e indiane, gli intrattenitori chiamati a divertire gli ospiti, i sacerdoti incaricati di celebrare gli antichi rituali. ! Mio padre e io, con l’umore dei giorni di festa, ci preparavamo a raggiungere il resto della famiglia in tempo per la cerimonia. Poco prima del grande giorno, tuttavia, ebbi un’infausta visione premonitrice. ! Avvenne a Bareilly, a mezzanotte. Mentre dormivo accanto a mio padre, nella veranda della nostra casetta a un piano, fui svegliato da uno strano ondeggiare della zanzariera sopra il letto. I veli leggeri si aprirono e vidi le amate sembianze di mia madre. ! «Sveglia tuo padre!». La sua voce era appena un sussurro. «Prendete il primo treno disponibile, alle quattro del mattino. Correte a Calcutta, se volete vedermi!». La sua immagine, simile a uno spettro, svanì. ! «Padre, padre! La mamma sta morendo!». Il terrore nella mia voce lo svegliò immediatamente. Singhiozzando, gli comunicai la ferale notizia. ! «Non badare alle tue allucinazioni». Mio padre reagì, come era sua abitudine, negando la nuova situazione. «Tua madre è in ottima salute. Se riceveremo cattive notizie, partiremo domani». ! «Non ti perdonerai mai di non essere partito subito!». L’angoscia mi indusse ad aggiungere con amarezza: «E neppure io te lo perdonerò mai». ! Il triste mattino giunse con queste esplicite parole: «Mamma gravemente malata; matrimonio rinviato; venite immediatamente». ! Mio padre e io, sconvolti, partimmo. Uno dei miei zii ci venne incontro in una delle stazioni di cambio. Un treno avanzava rombando verso di noi e si profilava ingrandendosi minaccioso man mano che si avvicinava. Dal mio tumulto interiore sorse la repentina decisione di lanciarmi sui binari. Già privato di mia madre, lo sentivo, non riuscivo a sopportare un mondo improvvisamente vuoto e desolato. Amavo mia madre come la persona a me più cara al mondo. I suoi confortanti occhi neri erano stati il mio rifugio più sicuro nei piccoli drammi dell’infanzia. ! «È ancora viva?». Mi trattenni per rivolgere un’ultima domanda allo zio. ! «Certo che è in vita!» egli rispose, cogliendo immediatamente la disperazione sul mio volto. Ma io stentai a credergli. ! Quando giungemmo alla nostra casa di Calcutta, non potemmo far altro che contemplare lo sconvolgente mistero della morte. Caddi in uno stato quasi senza vita. Trascorsero anni prima che il mio cuore potesse riconciliarsi. I miei pianti, levandosi fino a 21

scuotere le porte del cielo, attrassero infine la Madre Divina. Le Sue parole risanarono definitivamente le mie ferite ancora aperte: ! «Sono Io che ho vegliato su di te, vita dopo vita, nella tenerezza di molte madri! Scorgi nel Mio sguardo i due occhi neri, i begli occhi perduti cui tanto aneli!». ! Mio padre e io tornammo a Bareilly subito dopo i riti di cremazione per la nostra amata. Ogni mattino, all’alba, compivo un mesto pellegrinaggio commemorativo fino a un grande albero di sheoli, che proiettava la sua ombra sul soffice prato verde dorato davanti a casa nostra. In certi momenti colmi di poesia pensavo che i bianchi fiori di sheoli si posassero con voluta devozione su quell’altare erboso. Mescolando le mie lacrime alla rugiada, osservavo spesso una strana luce soprannaturale irradiarsi dall’aurora. In quei momenti mi assaliva struggente il desiderio di Dio e mi sentivo irresistibilmente attratto dall’Himalaya. ! Uno dei miei cugini, tornato di recente da un viaggio nelle sacre montagne, venne a farci visita a Bareilly. Ascoltai avidamente i suoi racconti sulle alte vette, dimora di yogi e di swami.13 ! «Fuggiamo sull’Himalaya!». Il mio progetto, confidato un giorno a Dwarka Prasad, il giovane figlio del proprietario della nostra casa di Bareilly, trovò una fredda accoglienza. Egli rivelò il piano al mio fratello maggiore, appena arrivato per far visita a nostro padre. Anziché limitarsi a ridere allegramente del progetto irrealizzabile di un ragazzino, Ananta decise di mettermi in ridicolo. ! «Dov’è la tua veste arancione? Non puoi essere uno swami senza di essa!». ! Le sue parole, inspiegabilmente, ebbero invece su di me un effetto elettrizzante. Mi mostrarono un’immagine chiara di me stesso, vestito da monaco, nell’atto di peregrinare per l’India. Forse risvegliarono ricordi di una vita precedente; in ogni caso, iniziai a prefigurarmi con quanta naturalezza avrei indossato l’abito di quell’antico ordine monastico. ! Un mattino, mentre chiacchieravo con Dwarka, sentii l’amore per Dio prorompere con forza irrefrenabile. Il mio compagno non prestava particolare attenzione all’eloquenza che ne scaturì, ma io mi ascoltavo con tutto il cuore. ! Quel pomeriggio stesso fuggii di casa dirigendomi verso Naini Tal, sulle pendici dell’Himalaya. Ananta si lanciò con determinazione all’inseguimento; fui costretto a fare tristemente ritorno a Bareilly. L’unico pellegrinaggio che mi era concesso era quello abituale, all’alba, fino all’albero di sheoli. Il mio cuore gemeva per la perdita delle mie Madri, quella umana e quella divina. ! La lacerazione lasciata nel tessuto familiare dalla morte di mia madre fu insanabile. Mio padre non si risposò più nei quasi quarant’anni che gli rimasero da vivere. Assumendo il difficile, duplice ruolo di padre e di madre per il suo piccolo gregge, divenne molto più affettuoso, più accessibile. Con pacatezza e perspicacia risolveva i vari problemi familiari. Di ritorno dall’ufficio, si ritirava come un eremita nella cella della sua stanza, praticando il Kriya Yoga con soave serenità. Molto tempo dopo la morte di mia madre, tentai di assumere una governante inglese, affinché si occupasse di alcuni dettagli che avrebbero reso più confortevole la vita di mio padre. Ma egli scosse la testa. ! «Il servizio alla mia persona è finito con tua madre». Nel suo sguardo distante si leggeva la devozione di tutta una vita. «Non intendo accettare le cure di nessun’altra donna». ! Quattordici mesi dopo la scomparsa di mia madre, appresi che ella mi aveva lasciato un messaggio di grande importanza. Ananta era stato al capezzale della morente e aveva Il significato della radice sanscrita di swami è “colui che è tutt’uno con il suo Sé (Swa)”. Il titolo, conferito ai membri dell’ordine monastico in India, è un’espressione di rispetto formale equivalente a “reverendo”. 13

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annotato le sue parole. Ella aveva chiesto che mi fossero svelate dopo un anno, ma mio fratello aveva sempre rinviato. Nell’accingersi a lasciare Bareilly e recarsi a Calcutta per sposare la ragazza che nostra madre aveva scelto per lui,14 una sera mi chiamò accanto a sé. MIA MADRE !Discepola di Lahiri Mahasaya !

«Mukunda, ero restio a darti strane notizie». Nel tono di Ananta vi era una nota di rassegnazione. «Temevo di attizzare il tuo desiderio di andartene di casa, ma tu sei comunque colmo di ardore divino. Quando, di recente, ti ho acciuffato mentre fuggivi verso l’Himalaya, ho preso una decisione definitiva. Non devo più tardare ad adempiere la mia solenne promessa». Mio fratello mi consegnò una piccola scatola e mi comunicò il messaggio materno. ! «Che queste parole siano la mia ultima benedizione, mio amato figlio Mukunda!» aveva detto nostra madre. «È giunta l’ora di svelare una serie di eventi straordinari che seguirono la tua nascita. Venni a conoscenza della via alla quale eri destinato quando eri appena un neonato tra le mie braccia. A quel tempo ti portai a casa del mio guru a Benares. Seminascosta dietro la folla dei discepoli, riuscivo appena a intravedere Lahiri Mahasaya, raccolto in profonda meditazione. ! «Mentre ti accarezzavo, pregavo che il grande guru potesse accorgersi di noi e benedirci. Quando la mia richiesta, silenziosa e devota, crebbe d’intensità, egli aprì gli occhi e mi fece cenno di avvicinarmi. Gli altri si fecero da parte per lasciarmi passare; mi inchinai ai sacri piedi. Il maestro ti prese in grembo, ponendo la sua mano sulla tua fronte nel gesto di battezzarti spiritualmente. ! «“Piccola madre, tuo figlio sarà uno yogi. Come una locomotiva spirituale, condurrà molte anime al regno di Dio”. ! «Il mio cuore esultò di gioia nell’udire che la mia preghiera segreta veniva esaudita dal guru onnisciente. Poco prima della tua nascita, egli mi aveva predetto che avresti seguito il suo sentiero. ! «In seguito, figlio mio, tua sorella Roma e io apprendemmo della tua visione della Grande Luce quando, dalla camera accanto, ti vedemmo immobile sul letto. Il tuo visino L’usanza indiana secondo la quale i genitori scelgono i consorti per i propri figli ha resistito al cieco assalto del tempo. La percentuale di matrimoni felici in India è elevata. 14

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era raggiante; la tua voce vibrava di ferrea determinazione, mentre affermavi di voler andare sull’Himalaya alla ricerca del Divino. ! «Così, figlio mio, seppi che la tua strada è lontana dalle aspirazioni mondane. Un’ulteriore conferma venne dall’evento più singolare che mi sia mai accaduto, quello che ora mi spinge a lasciarti questo messaggio in punto di morte. ! «Si tratta di un colloquio che ebbi con un saggio nel Punjab. Un mattino, quando la nostra famiglia viveva a Lahore, il domestico entrò precipitosamente nella mia stanza. ! «“Signora, c’è uno strano sadhu.15 Insiste per ‘vedere la madre di Mukunda’”. ! «Queste semplici parole toccarono in me una corda profonda; andai subito ad accogliere il visitatore. Inchinandomi ai suoi piedi, sentii che dinanzi a me c’era un vero uomo di Dio. ! «“Madre,” egli disse “i grandi maestri desiderano che tu sappia che il tuo soggiorno terreno non sarà lungo. La tua prossima malattia si rivelerà anche l’ultima”.16 Seguì un silenzio in cui non provai alcun turbamento, ma soltanto una vibrazione di pace profonda. Infine egli si rivolse nuovamente a me: ! «“Sei chiamata a custodire un certo amuleto d’argento. Non te lo consegnerò oggi: a dimostrazione della veridicità delle mie parole, il talismano si materializzerà nelle tue mani domani, durante la meditazione. In punto di morte dovrai dare istruzioni al tuo figlio maggiore, Ananta, affinché lo conservi per un anno, per poi consegnarlo al tuo secondo figlio. Mukunda comprenderà il significato del talismano dei Grandi. Dovrebbe riceverlo all’incirca nel momento in cui sarà pronto a rinunciare a ogni aspirazione mondana e a iniziare la sua fondamentale ricerca di Dio. Egli conserverà l’amuleto per alcuni anni; poi, quando esso avrà assolto al suo scopo, svanirà. Anche se celato nel posto più segreto, ritornerà là da dove è venuto”. ! «Offrii l’elemosina17 al santo e mi inchinai dinanzi a lui con grande rispetto. Senza accettare l’offerta, egli se ne andò benedicendomi. La sera successiva, mentre sedevo in meditazione con le mani giunte, un amuleto d’argento si materializzò tra i palmi delle mie mani, proprio come aveva promesso il sadhu. Rese manifesta la sua presenza con un tocco freddo e liscio. L’ho custodito gelosamente per oltre due anni e ora lo affido ad Ananta. Non affliggerti per me, poiché sarò accompagnata dal mio grande guru fra le braccia dell’Infinito. Addio, figlio mio, la Madre Cosmica ti proteggerà». ! Un lampo di illuminazione mi pervase nel momento in cui entrai in possesso dell’amuleto; molti ricordi fino ad allora sopiti si risvegliarono in me. Il talismano, di forma rotonda e di singolare e antica fattura, era ricoperto di lettere dell’alfabeto sanscrito. Compresi che proveniva da maestri delle vite passate che, invisibili, guidavano i miei passi. A dire il vero, esso recava anche un ulteriore significato, ma il cuore di un amuleto non può mai essere svelato completamente. ! Il modo in cui il talismano svanì in circostanze assai tristi della mia vita e come la sua perdita preannunciò il momento in cui trovai il mio guru, non può essere narrato in questo capitolo. ! Ma quel ragazzino, ostacolato nei suoi tentativi di raggiungere l’Himalaya, ogni giorno viaggiava lontano sulle ali del suo amuleto.

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 Anacoreta, persona che segue un sadhana o cammino di disciplina spirituale.

Quando scoprii, da queste parole, che mia madre era segretamente a conoscenza che non sarebbe vissuta ancora a lungo, compresi per la prima volta perché avesse insistito ad affrettare il più possibile i preparativi per il matrimonio di Ananta. Pur essendo deceduta prima delle nozze, ella aveva nutrito il naturale desiderio materno di poter assistere ai riti. 16

17

Un gesto abituale di rispetto nei confronti dei sadhu. 24

CAPITOLO: 3 !

Il santo con due corpi

! «Padre, se prometto di ritornare a casa di mia volontà, posso fare un viaggio a Benares per visitare la città?». ! Raramente mio padre contrastava la mia passione per i viaggi. Fin da ragazzo mi consentì di visitare molte città e luoghi di pellegrinaggio. Di solito partivo in compagnia di uno o più amici; viaggiavamo comodamente in prima classe, grazie ai biglietti che ci procurava mio padre. Il suo incarico di funzionario delle ferrovie era provvidenziale per i nomadi della famiglia. ! Mio padre promise che avrebbe preso in debita considerazione la mia richiesta. Il giorno seguente mi mandò a chiamare e mi diede un biglietto di andata e ritorno da Bareilly a Benares, un rotolo di rupie e due lettere. ! «Devo sottoporre una questione d’affari a un mio amico di Benares, Kedar Nath Babu. Sfortunatamente, ho perso il suo indirizzo. Credo che riuscirai comunque a fargli avere questa lettera attraverso il nostro comune amico, Swami Pranabananda. Lo swami, mio condiscepolo, ha raggiunto un’elevata statura spirituale. La sua compagnia ti gioverà. Questo secondo biglietto ti servirà di presentazione». ! Ammiccando, aggiunse: «Mi raccomando, niente più fughe da casa!». ! Partii con lo slancio dei miei dodici anni (sebbene il tempo non abbia mai affievolito l’entusiasmo che provo davanti a nuovi scenari e a volti sconosciuti). Giunto a Benares mi recai immediatamente alla dimora dello swami. La porta era aperta e io mi inoltrai fino a una lunga stanza d’ingresso al secondo piano. Un uomo piuttosto robusto, che indossava soltanto una fascia avvolta attorno ai fianchi, sedeva nella posizione del loto su una piattaforma leggermente rialzata. Il capo e il volto, privo di rughe, erano completamente rasati; sulle sue labbra aleggiava un sorriso di beatitudine. Per fugare ogni mio pensiero di averlo disturbato, mi salutò come un vecchio amico. ! «Baba anand (gioia a te, mio caro)». Mi rivolse il suo caloroso benvenuto con voce fanciullesca. Mi inginocchiai e gli toccai i piedi. ! «Siete Swami Pranabananda?». ! Annuì. «Sei il figlio di Bhagabati?». Pronunciò queste parole ancor prima che avessi avuto il tempo di estrarre dalla tasca lo scritto di mio padre. Alquanto stupito, gli porsi la lettera di presentazione che, a quel punto, appariva superflua. ! «Ma certo che rintraccerò per te Kedar Nath Babu». Ancora una volta, il santo mi sorprese per la sua chiaroveggenza. Diede una scorsa alla lettera e fece alcune affettuose considerazioni su mio padre. ! «Sai, godo di due pensioni. Una grazie all’interessamento di tuo padre, alle cui dipendenze, in passato, lavorai negli uffici delle Ferrovie. L’altra grazie alla raccomandazione del mio Padre Celeste, per il quale ho coscienziosamente assolto tutti i doveri terreni della mia vita». ! Questa considerazione mi parve alquanto oscura. «Signore, che tipo di pensione ricevete dal Padre Celeste? Vi lascia forse piovere in grembo del denaro?». ! Egli rise. «Mi riferisco a una pensione di pace incommensurabile, quale ricompensa per i numerosi anni di profonda meditazione. Non provo più alcuna bramosia per il denaro, ormai. Le mie limitate necessità materiali sono ampiamente soddisfatte. In futuro comprenderai il significato di una seconda pensione». ! D’un tratto, ponendo fine bruscamente alla nostra conversazione, il santo divenne immobile e serio. Un’aria da sfinge lo avvolse. Dapprima i suoi occhi brillarono come se stessero osservando qualcosa d’interessante, poi si fecero opachi. La sua laconicità mi lasciò sconcertato: non mi aveva ancora detto come avrei potuto incontrare l’amico di mio padre. Con una certa irrequietudine mi guardai attorno nella stanza spoglia, dove eravamo 25

solo noi due. Il mio sguardo, vagando, si posò sui suoi sandali di legno, sotto la piattaforma che fungeva da sedile. ! «Piccolo signore,18 non preoccuparti. L’uomo che desideri incontrare sarà con te fra mezzora». Lo yogi stava leggendo la mia mente: impresa tutt’altro che difficile in quel momento! ! Di nuovo cadde in un silenzio imperscrutabile. L’orologio mi indicò che i trenta minuti erano trascorsi. ! Lo swami si scosse. «Credo che Kedar Nath Babu si stia avvicinando alla porta». ! Udii qualcuno salire le scale. Improvvisamente, fui colto da una stupefatta incomprensione; i miei pensieri correvano all’impazzata: «Com’è possibile che l’amico di mio padre sia stato chiamato qui senza l’intervento di un messaggero? Lo swami non ha parlato con nessun altro se non con me, da quando sono arrivato». ! Mi precipitai fuori dalla stanza e scesi le scale. A metà strada mi trovai davanti un uomo magro, di carnagione chiara e di media statura. Sembrava andare di fretta. ! «Siete Kedar Nath Babu?». Nella mia voce risuonava l’eccitazione. ! «Sì. E tu non sei forse il figlio di Bhagabati che mi stava aspettando qui?». Sorrise amichevolmente. ! «Signore, come mai siete venuto qui?». La sua inesplicabile presenza suscitava in me una sorta di sbigottito risentimento. ! «Oggi è tutto misterioso! Meno di un’ora fa avevo appena terminato le mie abluzioni nel Gange, quando mi si è avvicinato Swami Pranabananda. Non ho idea di come sapesse che mi trovavo lì a quell’ora. ! «“Il figlio di Bhagabati ti attende a casa mia” mi ha detto. “Vuoi venire con me?”. Ho accettato con piacere. Mentre camminavamo tenendoci per mano, lo swami, con ai piedi i suoi sandali di legno, riusciva stranamente a procedere a passo più rapido del mio, benché io calzassi queste robuste scarpe da passeggio. ! «“Quanto tempo ti ci vorrà per arrivare fino a casa mia?”. Pranabanandaji all’improvviso si è fermato per farmi questa domanda. ! «“Circa mezzora”. ! «“Ho qualcos’altro da fare, adesso”. Mi ha rivolto uno sguardo indecifrabile. “Devo lasciarti. Puoi raggiungermi a casa mia; il figlio di Bhagabati e io ti aspetteremo lì”. ! «Prima che potessi replicare, mi ha superato rapidamente, dileguandosi nella folla. Sono arrivato qui camminando il più velocemente possibile». ! Questa spiegazione non fece che aumentare il mio sconcerto. Domandai da quanto tempo conoscesse lo swami. ! «Ci siamo incontrati qualche volta l’anno scorso, ma non di recente. Mi ha fatto molto piacere rivederlo oggi al ghat». ! «Non riesco a credere alle mie orecchie! Sto forse perdendo la ragione? ! L’avete incontrato in una visione o l’avete visto davvero? Gli avete toccato la mano e avete udito il rumore dei suoi passi?». ! «Non capisco che cosa stai cercando di insinuare!». L’ira lo fece avvampare. «Non sto certo raccontandoti frottole. Non comprendi che solo grazie allo swami avrei potuto sapere che mi stavi aspettando qui?». ! «Ma quest’uomo, Swami Pranabananda, non si è allontanato dal mio sguardo un solo momento da quando sono arrivato, circa un’ora fa!». Gli raccontai d’un fiato tutta la storia. ! Egli sgranò gli occhi. «Viviamo nella realtà materiale o stiamo sognando? Non avrei mai immaginato di assistere a un simile miracolo in vita mia! Pensavo che questo swami Choto Mahasaya è l’appellativo con cui molti santi indiani si rivolgevano a me. Significa “piccolo signore”. 18

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fosse una persona come tutte le altre e scopro invece che riesce a materializzare un altro corpo e ad agire attraverso di esso!». Entrammo insieme nella stanza del santo. ! «Guarda, questi sono gli stessi sandali che aveva ai piedi al ghat» mi sussurrò Kedar Nath Babu. «Indossava soltanto una fascia attorno ai fianchi, proprio come lo vedo ora». ! Mentre il visitatore s’inchinava dinanzi a lui, il santo si rivolse a me con un sorriso divertito. ! «Perché ti stupisci di tutto ciò? La sottile unità del mondo fenomenico non è celata ai veri yogi. In un istante riesco a vedere i miei discepoli nella lontana Calcutta e a conversare con loro. Anch’essi possono superare quando vogliono qualsiasi ostacolo posto dalla densa materia». ! Fu probabilmente nell’intento di infiammare l’ardore spirituale nel mio giovane cuore che lo swami acconsentì a rivelarmi i suoi poteri astrali “radiotelevisivi”.19 Ciò che provavo, tuttavia, non era entusiasmo, ma soltanto timore reverenziale. Essendo destinato a intraprendere la mia ricerca del Divino attraverso un particolare guru, Sri Yukteswar, che ancora non avevo incontrato, non ero incline ad accettare Pranabananda come mio insegnante. Lo guardavo dubbioso, domandandomi se colui che avevo dinanzi fosse proprio lui o il suo “doppio”. ! Il maestro cercò di fugare la mia inquietudine regalandomi uno sguardo che risvegliava l’anima e parole edificanti sul suo guru. ! «Lahiri Mahasaya è stato lo yogi più grande che io abbia mai conosciuto. Era la Divinità stessa in carne e ossa». ! Riflettendo, mi domandavo: se un discepolo era in grado di materializzare a proprio piacimento un altro corpo fisico, quali miracoli potevano mai essere preclusi al maestro? ! «Ti racconterò quanto sia inestimabile l’aiuto del guru. Ero solito meditare insieme a un altro discepolo per otto ore ogni notte. Durante il giorno dovevamo lavorare negli uffici delle Ferrovie. Svolgere le mie mansioni d’impiegato mi risultava, però, molto gravoso: avrei desiderato dedicare il mio tempo interamente a Dio. Perseverai per otto anni, meditando per metà della notte. Raggiunsi risultati meravigliosi: strabilianti percezioni spirituali illuminavano la mia mente. Tuttavia, un sottile velo continuava a frapporsi fra me e l’Infinito. Mi rendevo conto che, nonostante il mio zelo sovrumano, l’unione ultima e irrevocabile mi era preclusa. Una sera feci visita a Lahiri Mahasaya e implorai la sua divina intercessione. Per tutta la notte lo assillai con le mie suppliche. ! «“Angelico Guru, il mio tormento spirituale è tale da non sopportare più di vivere senza incontrare il Sommo Amato faccia a faccia!”. ! «“Che cosa posso farci? Devi meditare più profondamente”. ! «“Vi imploro, Dio mio Maestro! Vi vedo materializzato davanti a me in un corpo fisico; beneditemi, affinché io possa percepirVi nella Vostra forma infinita!”. Con i metodi che le sono propri, anche la scienza fisica sta confermando la validità delle leggi scoperte dagli yogi per mezzo della scienza mentale. Ad esempio, una dimostrazione che l’essere umano è dotato di poteri televisivi venne fornita il 26 novembre 1934 alla Reale Università di Roma. «Il dott. Giuseppe Calligaris, professore di neuropsicologia, premette determinati punti sul corpo di un soggetto e questi rispose fornendo descrizioni dettagliate di altre persone e oggetti collocati oltre una parete. Il dottor Calligaris riferì agli altri professori che, stimolando alcune aree cutanee, il soggetto riceve impressioni sovrasensoriali che gli consentono di visualizzare oggetti altrimenti al di fuori della sua percezione. Per consentire al soggetto di distinguere cose collocate oltre la parete, il professor Calligaris premette per quindici minuti un punto specifico sul lato destro del torace. Il dottor Calligaris affermò che, sollecitando altre parti del corpo, le persone esaminate potevano percepire oggetti collocati a qualsiasi distanza, indipendentemente dal fatto che li avessero già visti in precedenza». 19

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! «Lahiri Mahasaya stese la mano con gesto benevolo. “Ora puoi andare a meditare. Ho interceduto per te presso Brahma”.20 ! «Immensamente ispirato, tornai a casa. Quella notte, in meditazione, l’ardente Meta della mia vita fu raggiunta. Ora godo incessantemente della pensione spirituale. Da quel giorno il Beato Creatore non si è mai più celato ai miei occhi dietro lo schermo dell’illusione». ! Il volto di Pranabananda era soffuso di luce divina. La pace di un altro mondo invase il mio cuore; ogni timore era svanito. Il santo mi fece un’altra confidenza. ! «Qualche mese dopo tornai da Lahiri Mahasaya e cercai di ringraziarlo per avermi concesso il dono infinito. Poi gli sottoposi un’altra questione. ! «“Divino Guru, non riesco più a lavorare in ufficio. Vi prego, liberatemi. Sono costantemente inebriato dalla presenza di Brahma”. ! «“Fai domanda di pensione nella società in cui lavori”. ! «“Che ragioni posso portare per lasciare così presto il servizio?”. ! «“Dì ciò che senti”. ! «Il giorno seguente presentai la domanda di pensione. Il medico mi chiese quali fossero le ragioni della mia prematura richiesta. ! «“Al lavoro avverto una sensazione travolgente che risale lungo la colonna vertebrale 21 e permea tutto il mio corpo, rendendomi incapace di svolgere le mie mansioni”. ! «Senza pormi ulteriori domande, il medico raccomandò vivamente che la mia richiesta venisse accolta e, ben presto, ottenni la pensione. So che la divina volontà di Lahiri Mahasaya operò attraverso il dottore e i funzionari della Compagnia ferroviaria, fra i quali vi era anche tuo padre. Automaticamente essi obbedirono alle istruzioni spirituali del grande guru e mi resero libero di condurre una vita di ininterrotta comunione con l’Amato».22 ! Dopo questa straordinaria rivelazione, Swami Pranabananda si ritirò in uno dei suoi lunghi silenzi. Mentre mi congedavo da lui toccandogli i piedi con riverenza, egli m’impartì la sua benedizione. ! «La tua vita appartiene al sentiero della rinuncia e dello yoga. In futuro ti rivedrò, insieme a tuo padre». Col tempo, entrambe le predizioni si avverarono.23 ! Kedar Nath Babu camminava al mio fianco al calare dell’oscurità. Gli consegnai la lettera di mio padre, che egli lesse alla luce di un lampione. ! «Tuo padre mi propone di accettare un incarico nella sede di Calcutta delle Ferrovie. Sarebbe bello poter contare almeno su una delle due pensioni di cui gode Swami Pranabananda! Ma è impossibile; non posso lasciare Benares. E, purtroppo, ancora non ho due corpi a disposizione!».

Dio nel suo aspetto di Creatore; dalla radice sanscrita brih, “espandere”. Quando nel 1857 venne pubblicata nella rivista Atlantic Monthly la poesia di Emerson “Brahma”, la maggior parte dei lettori rimase sconcertata. Emerson rispose con una risata: «Dite loro di sostituire “Brahma” con “Jahvé” e non avranno più alcuna perplessità». 20

Nella profonda meditazione, la prima esperienza dello Spirito si compie sull’altare della spina dorsale, poi nel cervello. Benché la beatitudine torrenziale sia travolgente, lo yogi impara a controllarne le manifestazioni esteriori. 21

Dopo essere andato in pensione, Pranabananda scrisse uno dei più profondi commenti alla Bhagavad Gita, disponibile sia in bengali che in hindi. 22

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Si veda capitolo 27. 28

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SWAMI PRANA BANANDA !

“Il santo con due corpi”

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Illustre discepolo di Lahiri Mahasaya

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CAPITOLO: 4 !

La mia fuga interrotta verso l’Himalaya

! «Esci da scuola con un pretesto qualsiasi e noleggia una carrozza. Fermati nel vicolo dove nessuno può vederti da casa mia». ! Furono queste le mie ultime istruzioni ad Amar Mitter, un compagno di liceo che progettava di accompagnarmi sull’Himalaya. Avevamo scelto il giorno seguente per la nostra fuga. Le precauzioni erano indispensabili, visto che Ananta mi sorvegliava con occhio vigile. Egli era ben deciso a sventare i piani di fuga che, come sospettava, erano il pensiero predominante nella mia mente. L’amuleto, come un lievito spirituale, era silenziosamente all’opera dentro di me. Fra le nevi dell’Himalaya speravo di incontrare il maestro il cui volto mi appariva spesso nelle mie visioni. ! La mia famiglia viveva ora a Calcutta, dove mio padre era stato trasferito definitivamente. Seguendo la consuetudine patriarcale indiana, Ananta aveva condotto sua moglie a vivere a casa nostra, che ora si trovava al numero 4 di Gurpar Road. Lì, in una piccola soffitta, mi impegnavo quotidianamente nella meditazione e preparavo la mia mente alla divina ricerca. ! Il memorabile mattino giunse con una pioggia infausta. Udendo le ruote della carrozza di Amar sul selciato, avvolsi rapidamente in una coperta un paio di sandali, la foto di Lahiri Mahasaya, una copia della Bhagavad Gita, una corona di grani per la preghiera e due fasce da avvolgere attorno ai fianchi. Gettai il fagotto dalla finestra della mia stanza al terzo piano. Scesi le scale di corsa e oltrepassai mio zio, che stava comprando del pesce sulla porta di casa. ! «Che cos’è tutta questa agitazione?». Con sguardo sospettoso mi squadrò da capo a piedi. ! Gli sorrisi in modo evasivo e camminai fino al vicolo. Recuperato il mio fagotto, raggiunsi Amar con la circospezione di un cospiratore. In carrozza ci dirigemmo a Chadni Chowk, un quartiere di negozi. Per mesi avevamo messo da parte i soldi della merenda per acquistare abiti di foggia inglese. Sapendo che il mio perspicace fratello non avrebbe avuto difficoltà a calarsi nel ruolo dell’investigatore, avevamo pensato di raggirarlo adottando un abbigliamento europeo. ! Lungo la via che conduceva alla stazione ci fermammo per far salire mio cugino Jotin Ghosh, che chiamavo Jatinda. Egli era un neofita alla ricerca appassionata di un guru sull’Himalaya. Indossò il nuovo abito che avevamo pronto per lui. Speravamo di essere ben camuffati! Una profonda esaltazione si impossessò dei nostri cuori. ! «L’unica cosa che ancora ci manca sono le scarpe di tela». Condussi i miei compagni in un negozio in cui erano esposte calzature con la suola di gomma. «Gli oggetti di cuoio, ottenuti solo uccidendo gli animali, devono essere banditi da questo santo viaggio». Per strada mi fermai a staccare la copertina di pelle della mia Bhagavad Gita e il cinturino del mio sola topee (casco coloniale) di fabbricazione inglese. ! Alla stazione acquistammo i biglietti per Burdwan, dove contavamo di prendere un altro treno per Hardwar, sulle pendici dell’Himalaya. Non appena il treno si lanciò nella sua fuga – che era anche la nostra – diedi voce ad alcune delle mie gloriose aspettative. ! «Pensate!» esclamai. «Riceveremo l’iniziazione dai maestri e sperimenteremo l’estasi della coscienza cosmica. La nostra carne sarà così carica di magnetismo che gli animali selvaggi dell’Himalaya ci si avvicineranno mansueti. Le tigri non saranno che docili gattini domestici in attesa delle nostre carezze!». ! Questa mia osservazione – con la quale prospettavo una possibilità che mi pareva esaltante, sia in senso metaforico che letterale – suscitò in Amar un sorriso entusiasta. Jatinda, invece, distolse lo sguardo, rivolgendolo al paesaggio che scorreva oltre il finestrino. 30

! «Dividiamo il denaro in tre parti». Jatinda ruppe il suo lungo silenzio con questa proposta. «È bene che a Burdwan ciascuno di noi acquisti il proprio biglietto. Così, alla stazione, nessuno sospetterà che stiamo fuggendo insieme». ! Acconsentii, senza alcun sospetto. Al crepuscolo il treno si fermò a Burdwan. Jatinda entrò nella biglietteria; Amar e io rimanemmo seduti sulla banchina. Restammo in attesa per un quarto d’ora, poi cominciammo a cercarlo, invano. Perlustrando in tutte le direzioni gridavamo il nome di Jatinda, incalzati dalla paura; ma egli era sparito nella misteriosa oscurità che avvolgeva la piccola stazione. ! Ero sgomento, così scosso da sentirmi stranamente stordito. Possibile che Dio tollerasse un episodio tanto deprimente? La mia prima, romantica fuga alla Sua ricerca, preparata con tanta cura, era crudelmente rovinata. ! «Amar, dobbiamo tornare a casa». Piangevo come un bambino. «Il cinico abbandono di Jatinda è di cattivo auspicio. Questo viaggio è destinato al fallimento». ! «È tutto qui il tuo amore per Dio? Non riesci a sostenere neppure la piccola prova di un compagno sleale?». ! A queste parole di Amar, che sembravano suggerire una prova divina, mi rincuorai. Ci rifocillammo con i famosi dolci di Burdwan, sitabhog (cibo della dea) e motichur (crocchette di perle dolci). Dopo qualche ora partimmo per Hardwar, via Bareilly. Sulla banchina, in attesa di cambiare treno a Moghul Serai, discutemmo di una questione di vitale importanza. ! «Amar, fra poco potremmo essere sottoposti a un serrato interrogatorio dai funzionari delle ferrovie. Non sto certo sottovalutando l’ingegnosità di mio fratello! Comunque vadano le cose, non intendo dire falsità». ! «Tutto ciò che ti chiedo, Mukunda, è di rimanere in silenzio. Non metterti a ridere o a fare smorfie mentre parlo». ! Proprio in quel momento mi si avvicinò un agente ferroviario europeo. Sventolava un telegramma di cui intuii immediatamente il contenuto. ! «State scappando da casa perché siete in collera?». ! «No!». Fui lieto che le parole che aveva scelto mi consentissero di rispondere con trasporto. Sapevo che non era la collera, bensì “la più divina melanconia”, a indurmi al mio insolito comportamento. ! Il funzionario si rivolse quindi ad Amar. L’arguto scambio di battute che seguì mi permise a stento di mantenere la stoica serietà che mi era stata raccomandata. ! «Dov’è il terzo ragazzo?». L’uomo fece risuonare nella voce tutto il peso dell’autorità. «Avanti, dì la verità!». ! «Signore, vedo che portate gli occhiali. Non vedete che siamo soltanto in due?». Amar sorrise spudoratamente. «Non sono un mago; non posso far apparire un terzo compagno». ! Il funzionario, visibilmente sconcertato da una tale impertinenza, cercò un nuovo appiglio per tornare all’attacco. ! «Come ti chiami?». ! «Mi chiamano Thomas. Sono di madre inglese e di padre indiano convertito al Cristianesimo». ! «Come si chiama il tuo amico?». ! «Io lo chiamo Thompson». ! A quel punto la mia ilarità interiore aveva raggiunto il culmine; senza cerimonie mi avviai verso il treno, il cui fischio annunciava già la partenza. Amar mi seguì accompagnato dall’agente, che fu così credulo e cortese da farci salire in una carrozza per europei. Evidentemente gli spiaceva pensare che due ragazzi per metà inglesi viaggiassero nello scompartimento destinato ai locali. Dopo che si fu congedato gentilmente, mi gettai all’indietro sul sedile e scoppiai a ridere senza ritegno. Il mio amico 31

era visibilmente allegro e soddisfatto di essere riuscito a raggirare un maturo funzionario europeo. ! Sulla banchina avevo sbirciato il testo del telegramma. Era di mio fratello e diceva: «Tre ragazzi bengalesi con abiti occidentali fuggiti da casa diretti a Hardwar, via Moghul Serai. Prego trattenerli fino al mio arrivo. Generosa ricompensa per vostri servizi». ! «Amar, ti avevo detto di non lasciare a casa tua gli orari ferroviari segnati!». Gli lanciai un’occhiata di rimprovero. «Mio fratello deve averne trovato uno lì». ! Il mio amico, imbarazzato, incassò il colpo senza replicare. Sostammo brevemente a Bareilly, dove Dwarka Prasad ci attendeva con un telegramma di Ananta. Il mio vecchio amico cercò strenuamente di trattenerci, ma io lo convinsi che la nostra fuga non era stata intrapresa con leggerezza. Come già in passato, Dwarka respinse il mio invito a partire per l’Himalaya. ! Quella notte, mentre il nostro treno sostava in una stazione e io ero nel dormiveglia, Amar fu destato da un altro agente che lo interrogò. Anche quest’ultimo rimase vittima dell’ibrido fascino di “Thomas” e “Thompson”. Il treno ci trasportò trionfalmente fino a Hardwar, dove giungemmo all’alba. Le maestose montagne, più che mai invitanti, si profilavano in lontananza. Uscimmo di corsa dalla stazione e ci mescolammo, in piena libertà, alla folla cittadina. Per prima cosa ci cambiammo d’abito ritornando all’abbigliamento locale, visto che Ananta era riuscito, chissà come, a smascherare il nostro travestimento da europei. Un presagio di cattura gravava su di me. ! Ritenendo opportuno lasciare immediatamente Hardwar, acquistammo i biglietti per proseguire verso nord, diretti a Rishikesh, terra da tempo consacrata dai piedi di molti maestri. Io ero già salito sul treno. Amar, che era rimasto indietro sulla banchina, fu bruscamente costretto a fermarsi dal richiamo di un poliziotto. Il nostro indesiderato custode ci scortò fino a un piccolo edificio della stazione, dove prese in consegna i nostri soldi. Ci spiegò cortesemente che aveva l’obbligo di trattenerci fino all’arrivo del mio fratello maggiore. ! Quando apprese che la meta dei fuggiaschi era l’Himalaya, l’agente ci raccontò una strana storia. ! «Vedo che andate matti per i santi! Non incontrerete mai uomo di Dio più grande di quello che vidi appena ieri. Lo incontrai per la prima volta cinque giorni fa, insieme a un collega. Stavamo perlustrando attentamente le rive del Gange, alla ricerca di un assassino. Ci era stato ordinato di catturarlo, vivo o morto. Si sapeva che girava travestito da sadhu per derubare i pellegrini. Davanti a noi, a poca distanza, avvistammo una figura che corrispondeva alla descrizione del criminale. L’uomo ignorò il nostro ordine di fermarsi; noi ci lanciammo di corsa all’inseguimento. Raggiuntolo alle spalle, vibrai la mia accetta con forza inaudita: il braccio destro dell’uomo fu staccato quasi completamente dal corpo. ! «Senza un grido e senza neppure uno sguardo all’orribile ferita, lo sconosciuto continuò, incredibilmente, a camminare a passo veloce. Quando ci parammo davanti a lui con un balzo, egli parlò con calma. ! «“Non sono io l’assassino che state cercando”. ! «Rimasi profondamente mortificato nel constatare che avevo ferito un saggio dall’aspetto divino. Prostrandomi ai suoi piedi, lo implorai di perdonarmi e gli offrii la fascia del mio turbante per fermare gli abbondanti fiotti di sangue. ! «“Figlio, è stato un errore comprensibile da parte tua”. Il santo mi guardò benevolo. “Va’ pure e non biasimarti. L’Amata Madre si prende cura di me”. Premette il braccio ciondolante sul suo moncone ed ecco che esso vi si riattaccò all’istante; inspiegabilmente, il flusso del sangue si arrestò. ! «“Fra tre giorni vieni da me sotto quell’albero e mi troverai completamente guarito. Così non proverai alcun rimorso”.

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! «Ieri, il mio collega e io ci recammo ansiosamente nel luogo che ci era stato indicato. Il sadhu era lì e ci permise di esaminare il suo braccio. Non vi era alcuna cicatrice né traccia di ferita! ! «“Vado nelle solitudini dell’Himalaya, passando da Rishikesh”. Ci diede la sua benedizione e, rapidamente, se ne andò. Sento che la mia vita è stata elevata dalla santità di quest’uomo». ! Il funzionario concluse con una pia giaculatoria; era evidente che quell’esperienza lo aveva toccato sino a profondità inesplorate. Con gesto solenne mi porse un ritaglio di stampa in cui si parlava del miracolo. Nello stile ingarbugliato tipico dei giornali scandalistici (che, purtroppo, non mancano neppure in India), il giornalista aveva fornito una versione leggermente esagerata: raccontava che il sadhu era stato quasi decapitato! ! Amar e io ci rammaricammo di non aver incontrato il grande yogi che, proprio come Cristo, aveva saputo perdonare il suo persecutore. Pur essendosi alquanto impoverita sul piano materiale negli ultimi due secoli, l’India dispone ancora di un inesauribile patrimonio di saggezza divina: persino a uomini che appartengono al mondo, come quel poliziotto, può capitare d’imbattersi in “grattacieli” spirituali ai margini della strada. ! Ringraziammo l’agente di averci alleviato la noia con la sua storia meravigliosa. Probabilmente voleva anche lasciar intendere di essere stato più fortunato di noi, visto che, senza fatica, aveva incontrato un santo illuminato, mentre la nostra fervente ricerca non era approdata ai piedi di un maestro, bensì soltanto in un prosaico posto di polizia! ! Eravamo così vicini all’Himalaya, eppure così lontani perché prigionieri: dissi ad Amar che sentivo più che mai pressante il desiderio di cercare la libertà. ! «Svignamocela non appena si presenta l’opportunità. Possiamo raggiungere a piedi la santa Rishikesh» proposi con un sorriso d’incoraggiamento. ! Ma il mio compagno era diventato pessimista da quando ci era stato tolto il saldo sostegno del nostro denaro. ! «Se ci azzardassimo ad attraversare a piedi la giungla piena di pericoli, anziché nella città dei santi finiremmo nello stomaco delle tigri!». ! Ananta e il fratello di Amar arrivarono tre giorni dopo. Amar salutò suo fratello con affettuoso sollievo. Io, invece, restai irremovibile. Ananta non ebbe da me che un severo rimprovero. ! «Capisco ciò che provi». Mio fratello parlò con tono conciliante. «Ti chiedo soltanto di accompagnarmi a Benares per incontrare un certo santo e poi di venire a Calcutta per qualche giorno per vedere tuo padre, che è molto addolorato. In seguito potrai riprendere qui la tua ricerca di un maestro». ! Amar, a questo punto, intervenne nella conversazione per precisare che non aveva più alcuna intenzione di tornare a Hardwar con me. Stava godendosi il calore degli affetti familiari. Io, invece, sapevo che non avrei mai abbandonato la ricerca del mio guru. ! Partimmo tutti insieme per Benares. Lì ricevetti una singolare e immediata risposta alle mie preghiere. ! Ananta aveva predisposto un piano ingegnoso. Prima di raggiungermi a Hardwar aveva fatto tappa a Benares, per chiedere a un autorevole esperto delle Scritture di avere in seguito un colloquio con me. Il pandit e suo figlio avevano entrambi promesso di dissuadermi dal percorrere il sentiero del sannyasi.24 ! Ananta mi accompagnò a casa loro. Il figlio, un giovanotto dai modi esuberanti, mi accolse nel cortile e mi coinvolse in una lunga dissertazione filosofica. Affermando di conoscere il mio futuro grazie alla propria chiaroveggenza, egli cercò di scoraggiarmi dalla mia aspirazione a farmi monaco.

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Letteralmente: “rinunciante”. Da radici verbali sanscrite, “abbandonare”. 33

! «Sarai perseguitato dalla sventura e non riuscirai a trovare Dio, se continuerai a eludere le tue normali responsabilità! Non puoi liberarti del tuo karma25 passato senza esperienze terrene». ! In risposta mi vennero alle labbra le immortali parole di Krishna: «Perfino colui che ha il karma peggiore, meditando incessantemente su di Me, cancella ben presto gli effetti delle proprie cattive azioni passate. Elevando la propria anima, raggiunge rapidamente la pace eterna. Arjuna, sappi questo con certezza: il devoto che confida in Me non perirà mai!».26 ! I pronostici del giovane, espressi con tale vigore, avevano tuttavia incrinato lievemente la mia fiducia. Con tutto il fervore del mio cuore, silenziosamente pregai Dio: ! «Ti prego, liberami dal turbamento e rispondimi, qui e ora, se davvero desideri che io segua la via della rinuncia o quella del mondo!». ! Notai un sadhu dal portamento nobile che sostava appena fuori dal cortile della casa del pandit. Lo straniero, evidentemente, aveva udito la mia animata conversazione con il sedicente profeta, perché mi chiamò a sé. Dai suoi occhi calmi sentii fluire un immenso potere. ! «Figlio, non prestare ascolto a quell’ignorante. In risposta alla tua preghiera, il Signore mi dice di rassicurarti: per te l’unico cammino in questa vita è quello della rinuncia». ! Sorpreso e al tempo stesso riconoscente, sorrisi felice a questo messaggio decisivo. ! «Vieni via da quell’uomo!». L’“ignorante” mi stava chiamando dal cortile. La mia santa guida sollevò la mano con gesto benedicente e, senza fretta, si allontanò.

! (A SINISTRA ) Io in piedi dietro al mio fratello maggiore, Ananta. (A DESTRA) L’ultima festività del solstizio celebrata da Sri Yukteswar, dicembre 1935. Il mio guru è seduto al centro; io sono alla sua destra, nell’ampio cortile del suo ashram di Serampore.

 Gli effetti risultanti da azioni pregresse, compiute in questa vita o in una precedente. Dal sanscrito kri, “fare”. 25

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Bhagavad Gita, ix,30-31. Krishna fu il profeta più grande dell’India e Arjuna il suo principale discepolo. 34

! «Quel sadhu è pazzo quanto te». Fu il pandit dalla testa canuta a rivolgergli quel bel complimento. Lui e il figlio mi fissavano con espressione lugubre. «Si dice che anch’egli se ne sia andato da casa alla vaga ricerca di Dio». ! Voltai loro le spalle. Ad Ananta dissi che non intendevo proseguire oltre la discussione con i nostri ospiti. Mio fratello acconsentì a partire immediatamente; poco dopo eravamo già in treno, diretti a Calcutta. ! «Signor Investigatore, come hai scoperto che ero fuggito insieme a due amici?». Durante il viaggio di ritorno diedi sfogo alla mia viva curiosità con Ananta. Egli sorrise maliziosamente. ! «Alla tua scuola appresi che Amar era uscito dall’aula senza più farvi ritorno. Il mattino seguente andai a casa sua e scoprii un orario ferroviario segnato. In quel momento il padre di Amar stava uscendo in carrozza e parlava con il cocchiere: ! «“Stamani mio figlio non verrà con me a scuola. È sparito!” si lamentava il padre. ! «“Ho sentito dire da un collega che vostro figlio e altri due ragazzi, vestiti all’europea, sono partiti in treno dalla stazione di Howrah” rispose l’uomo. “Hanno regalato le loro scarpe di cuoio al vetturino che li ha accompagnati fin lì”. ! «Avevo quindi tre indizi: l’orario ferroviario, il terzetto di ragazzi e l’abbigliamento all’inglese». ! Ascoltavo le rivelazioni di Ananta con un misto d’ilarità e d’irritazione. La nostra generosità nei confronti del cocchiere era stata alquanto mal riposta! ! «Ovviamente mi affrettai a telegrafare ai capistazione di tutte le destinazioni segnate da Amar sull’orario. Poiché aveva sottolineato Bareilly, inviai un telegramma al tuo amico Dwarka in quella città. Informandomi presso il vicinato a Calcutta, appresi che il cugino Jatinda si era assentato per una notte, ma era tornato a casa il mattino seguente in abiti europei. Lo cercai e lo invitai a cena. Egli accettò, completamente disarmato dalla mia gentilezza. Strada facendo, senza che sospettasse nulla, lo condussi in una stazione di polizia, dove venne circondato da numerosi agenti che avevo selezionato in precedenza per il loro aspetto feroce. Sotto quello sguardo terribile, Jatinda accettò di svelare le ragioni del suo misterioso comportamento. ! «Ero partito per l’Himalaya pieno di allegria e di fervore spirituale» spiegò. «Mi sentivo ispirato all’idea di incontrare i maestri. Ma non appena Mukunda disse: “Durante le nostre estasi nelle grotte dell’Himalaya le tigri resteranno ammaliate e ci attornieranno come micini”, il mio entusiasmo si raggelò e cominciai a sudare freddo. “E se così non fosse?” pensai. “Se la natura feroce delle tigri non venisse trasformata dal potere della nostra estasi spirituale, si dimostrerebbero davvero miti e tranquille con noi come gatti domestici?”. Nella mia immaginazione già mi vedevo forzatamente recluso nello stomaco di una tigre, e non tutto intero, inghiottito in un sol boccone, bensì pezzo per pezzo!». ! La mia collera per la sparizione di Jatinda si dissolse fra le risate. Quell’esilarante puntata della storia raccontatami sul treno valeva tutta l’angoscia che egli mi aveva procurato. Devo confessare anche una certa soddisfazione: neppure Jatinda era sfuggito a un incontro con la polizia! ! «Ananta,27 sei un segugio nato!». Nel mio sguardo divertito non mancava una punta d’esasperazione. «Dirò a Jatinda che sono lieto che il suo abbandono non sia stato dettato dal tradimento, come sembrava, ma soltanto da un prudente istinto di autoconservazione!». ! A casa, a Calcutta, mio padre mi pregò in modo commovente di limitare i miei vagabondaggi, almeno fino alla conclusione del liceo. In mia assenza aveva

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Mi rivolgevo sempre a lui chiamandolo “Ananta-da”. Da è un suffisso di rispetto con il quale, nelle famiglie indiane, i fratelli e le sorelle minori si rivolgono al fratello maggiore. 35

amorevolmente escogitato un piano, predisponendo che Swami Kebalananda,28 un pandit estremamente pio, venisse regolarmente a casa nostra. ! «Questo saggio sarà il tuo insegnante di sanscrito» mi annunciò mio padre fiducioso. ! Egli sperava che gli insegnamenti di un dotto filosofo potessero appagare il mio anelito religioso. Ma, sottilmente, la situazione si capovolse: il mio nuovo insegnante, lungi dall’offrirmi aridità intellettuali, attizzò il fuoco del mio anelito verso Dio. All’insaputa di mio padre, Swami Kebalananda era un eminente discepolo di Lahiri Mahasaya. Il guru impareggiabile aveva avuto migliaia di discepoli, silenziosamente attratti dal suo irresistibile magnetismo divino. In seguito seppi che Lahiri Mahasaya aveva spesso definito Kebalananda un rishi, ossia un saggio illuminato. ! Il bel volto del mio tutore era incorniciato da folti riccioli. I suoi occhi scuri avevano l’innocenza e la trasparenza di quelli di un bambino. Da tutti i movimenti del suo esile corpo traspariva una calma determinazione. Sempre gentile e amorevole, egli era saldamente radicato nella coscienza infinita. Molte delle ore felici passate insieme trascorsero in profonda meditazione Kriya. ! Kebalananda era un’autorità riconosciuta nello studio degli antichi shastra, i libri sacri: la sua erudizione gli era valsa il titolo di “Shastri Mahasaya”, con il quale ci si rivolgeva a lui abitualmente. I miei progressi nello studio del sanscrito, tuttavia, non furono particolarmente degni di nota. Non perdevo occasione per mettere da parte la prosaica grammatica e parlare di yoga e di Lahiri Mahasaya. Un giorno il mio precettore fu così gentile da raccontarmi qualcosa della sua vita con il maestro. ! «Ho avuto la rara fortuna di restare accanto a Lahiri Mahasaya per dieci anni. La sua casa di Benares era la meta dei miei pellegrinaggi serali. Il guru era sempre presente in un salottino al primo piano. Stava seduto nella posizione del loto su una panca di legno senza schienale, attorniato dai discepoli disposti a semicerchio. I suoi occhi brillavano e danzavano, animati dalla gioia del Divino. Rimanevano sempre semichiusi, mentre scrutavano attraverso l’orbita telescopica interiore la sfera dell’eterna beatitudine. Raramente parlava a lungo. Talvolta fissava lo sguardo su un discepolo bisognoso d’aiuto: in quei momenti, dalle sue labbra fluivano parole risanatrici come una valanga di luce. ! «Una pace indescrivibile sbocciava in me sotto lo sguardo del maestro. Ero permeato dalla sua fragranza, che sembrava emanare da un loto dell’Infinito. Stare con lui, anche senza scambiare neppure una parola per giorni interi, era un’esperienza che ha trasformato profondamente l’intero mio essere. Se un qualsiasi ostacolo invisibile mi sbarrava il cammino verso la concentrazione, andavo a meditare ai piedi del guru. Lì riuscivo a cogliere facilmente anche gli stati più tenui e sfumati. Tali percezioni mi sfuggivano alla presenza di maestri di minore grandezza. Il maestro era un tempio vivente di Dio, le cui porte segrete erano aperte a tutti i discepoli attraverso la devozione. ! «Lahiri Mahasaya non interpretava le Scritture in modo libresco. Egli si immergeva senza sforzo nella “biblioteca divina”. Spume di parole e zampillii di pensieri sgorgavano dalla fonte della sua onniscienza. Possedeva la chiave meravigliosa che apriva la

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All’epoca in cui lo conobbi, Kebalananda non era ancora entrato nell’Ordine degli swami e veniva chiamato generalmente “Shastri Mahasaya”. Per evitare la confusione con i nomi di Lahiri Mahasaya e con il Maestro Mahasaya (capitolo nono), citerò il mio insegnante di sanscrito soltanto con il nome monastico di Swami Kebalananda che avrebbe assunto in seguito. Di recente è stata pubblicata la sua biografia in bengali. Nato nel 1863 nel distretto di Khulna, nel Bengala, Kebalananda abbandonò il suo corpo mortale a Benares all’età di sessantotto anni. Al secolo il suo nome era Ashutosh Chatterji. 36

profonda scienza filosofica incastonata secoli fa nei Veda.29 Se gli veniva chiesto di spiegare i diversi piani di coscienza di cui parlano gli antichi testi, egli acconsentiva sorridendo. ! «“Passerò attraverso questi diversi stati e man mano vi descriverò ciò che percepisco”. Egli procedeva quindi in modo diametralmente opposto rispetto ai maestri che affidano le Scritture alla memoria, per poi trarne astrazioni che non sono frutto dell’esperienza. ! «“Commenta i versetti sacri via via che nella tua mente affiora il loro significato”. Il guru taciturno spesso impartiva quest’ordine a un discepolo accanto a lui. “Guiderò i tuoi pensieri affinché venga espressa la giusta interpretazione”. In questo modo molte percezioni di Lahiri Mahasaya furono annotate, con voluminosi commenti scritti da vari allievi. ! «Il maestro non incoraggiava mai una fede supina. “Le parole non sono che gusci” diceva. “Traete la piena convinzione della presenza di Dio dal vostro contatto personale e gioioso con Lui nella meditazione”. ! «Qualunque fosse il problema del discepolo, il guru suggeriva di ricorrere al Kriya Yoga per risolverlo. ! «“La chiave dello yoga non perderà la sua efficacia quando io non sarò più presente nel corpo per guidarvi. Questa tecnica non può essere rilegata, archiviata e dimenticata alla stregua delle ispirazioni teoriche. Proseguite incessantemente lungo il sentiero che conduce alla liberazione attraverso il Kriya, il cui potere risiede nella pratica”. ! «Io stesso considero il Kriya il più valido strumento di salvezza mediante gli sforzi personali che sia mai stato sviluppato da parte dell’essere umano nella sua ricerca dell’Infinito». Kebalananda concluse il suo racconto con questa fervente testimonianza. «Avvalendosi di tale mezzo, il Dio onnipotente, che si cela in tutti gli esseri umani, si incarnò assumendo forma visibile nel corpo fisico di Lahiri Mahasaya e di alcuni suoi discepoli». ! Lahiri Mahasaya, alla presenza di Kebalananda, compì un miracolo simile a quelli operati da Cristo. Un giorno il mio ispirato insegnante me ne raccontò la storia, con lo sguardo assai distante dai testi di sanscrito dinanzi a noi. ! «Un discepolo cieco, Ramu, suscitava in me un’attiva compassione. I suoi occhi erano destinati a rimanere privi di luce, nonostante egli servisse fedelmente il nostro maestro, nel quale il Divino rifulgeva in tutta la Sua pienezza? Un mattino cercai di parlare a Ramu, ma egli rimase seduto per ore, pazientemente, a far vento al guru con un punkha fatto di foglie di palma. Quando il devoto infine uscì dalla stanza, lo seguii. ! «“Ramu, da quanto tempo sei cieco?”. ! «“Fin dalla nascita, signore! I miei occhi non ebbero mai la grazia di intravedere il sole”. ! «“Il nostro guru onnipotente può aiutarti. Ti prego, imploralo di farlo”. ! «Il giorno seguente Ramu, esitante, si accostò a Lahiri Mahasaya. Il discepolo quasi si vergognava di chiedere che alla sua sovrabbondanza spirituale venisse aggiunta anche l’abbondanza fisica. ! «“Maestro, l’Illuminatore del cosmo è in voi. Vi prego di portare la Sua luce nei miei occhi, affinché io possa percepire lo splendore minore del sole”.

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I quattro antichi Veda comprendono oltre cento libri canonici tuttora esistenti. Emerson, nel suo Journal, rese omaggio al pensiero vedico con queste parole: «È sublime come il calore e la notte e un oceano senza respiro. Contiene ogni sentimento religioso, ogni più alta etica che palpiti in ogni mente nobile e poetica ... È inutile mettere da parte il libro; se mi abbandono con fiducia nei boschi o in una barca su un lago, la Natura mi rende subito bramino: necessità eterna, eterno compenso, impenetrabile potere, ininterrotto silenzio ... Questo è il suo credo. Pace, mi dice, e purezza e assoluto abbandono. Queste panacee espiano tutti i peccati e conducono alle beatitudini delle Otto Divinità» 37

! «“Ramu, qualcuno ha tramato per mettermi in difficoltà. Non ho poteri di guarigione”. ! «“Signore, l’Infinito che è in voi può certamente risanare”. ! «“In effetti ciò è diverso, Ramu. Dio non ha limiti! Colui che accende le stelle e le cellule del corpo con il misterioso fulgore della vita può certamente portare il lume della vista nei tuoi occhi”. ! «Il maestro toccò la fronte di Ramu nel punto fra le sopracciglia.30 ! «“Mantieni la mente concentrata su questo punto e canta spesso il nome del profeta Rama31 per sette giorni. Lo splendore del sole avrà per te un’alba speciale”. ! «Dopo una settimana, così fu! Per la prima volta, Ramu contemplò il leggiadro volto della natura. L’Onnisciente aveva infallibilmente istruito il suo discepolo a ripetere il nome di Rama, da lui venerato al di sopra di ogni altro santo. La fede di Ramu fu il terreno arato dalla devozione in cui germogliò il potente seme della guarigione definitiva piantato dal guru». Kebalananda tacque per un istante, poi rese un ulteriore omaggio al suo guru. ! «In tutti i miracoli compiuti da Lahiri Mahasaya era evidente che egli non consentiva mai al principio dell’ego32 di considerarsi una forza causale. Con la perfezione dell’abbandono privo di ogni resistenza, il maestro consentiva al Potere Risanante Primario di fluire liberamente attraverso di lui. ! «I numerosi corpi guariti in modo spettacolare a opera di Lahiri ! Mahasaya dovettero infine alimentare le fiamme della cremazione. Ma i silenziosi risvegli spirituali che egli compì, i discepoli simili al Cristo che egli plasmò, restano i suoi miracoli imperituri». ! Non divenni mai uno studioso di sanscrito: Kebalananda mi insegnò una sintassi ben più divina.

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La sede dell’occhio “singolo” o spirituale. Al momento della morte, generalmente la coscienza dell’uomo si ritrae in questo punto sacro e ciò spiega perché nei morti gli occhi siano rivolti verso l’alto. 31 32

Il sacro protagonista del poema epico sanscrito Ramayana.

Ahankara, il principio dell’ego; letteralmente: “Io faccio”. È la causa prima del dualismo o illusione di maya, in base ai quali il soggetto (ego) appare come oggetto; le creature immaginano di essere esse stesse creatori. 38

CAPITOLO: 5 !

Il “Santo dei profumi” mostra i suoi prodigi

! «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». ! Non avevo la saggezza di Salomone a mio conforto; scrutavo attentamente attorno a me, a ogni escursione fuori casa, alla ricerca del volto del guru che mi era destinato. Ma il mio cammino non incrociò il suo finché non ebbi completato gli studi liceali. ! Trascorsero due anni fra la mia fuga con Amar verso l’Himalaya e il grande giorno dell’ingresso di Sri Yukteswar nella mia vita. In quell’arco di tempo incontrai molti saggi: il “Santo dei profumi”, lo “Swami delle tigri”, Nagendra Nath Bhaduri, il Maestro Mahasaya e l’illustre scienziato bengalese Jagadis Chandra Bose. ! Il mio incontro con il “Santo dei profumi” fu preceduto da due avvenimenti, uno armonioso, l’altro umoristico. ! «Dio è semplice. Ogni altra cosa è complessa. Non cercare valori assoluti nel mondo relativo della natura». ! Queste filosofiche sentenze mi giunsero dolcemente all’orecchio mentre stavo in silenzio davanti all’immagine di Kali33 in un tempio. Voltandomi, mi trovai di fronte a un uomo di alta statura il cui abbigliamento, o meglio la mancanza di esso, lo rivelava come sadhu errante. ! «Avete colto perfettamente il disorientamento dei miei pensieri!». Gli sorrisi con gratitudine. «La confusione di aspetti benigni e terribili nella natura, simboleggiata da Kali, ha suscitato lo sconcerto di menti ben più sagge della mia!». ! «Pochi sono in grado di risolvere il suo mistero! Il bene e il male sono l’oscuro enigma con cui la vita, al pari di una sfinge, mette alla prova ogni intelligenza. Non tentando neppure di trovare una soluzione, la maggior parte delle persone paga il fio con la propria vita, oggi come ai tempi di Tebe. Qua e là, si erge solitaria un’imponente figura che non si dà mai per vinta. Nella maya34 del duale coglie l’inscindibile verità dell’unità». ! «Parlate con convinzione, signore». ! «Ho esercitato a lungo una sincera introspezione, metodo squisitamente doloroso per accedere alla saggezza. L’autoesame, l’osservazione implacabile dei propri pensieri, è un’esperienza dura e devastante. Polverizza anche l’ego più solido. La vera autoanalisi, tuttavia, è matematicamente efficace nel produrre dei veggenti. La via dell’“autoespressione”, dei riconoscimenti individuali, finisce col produrre egotisti, certi del diritto alle proprie personali interpretazioni di Dio e dell’universo». ! «La verità si ritrae umilmente, non v’è dubbio, di fronte a una tale arrogante originalità». Trovavo piacevole la conversazione.

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Kali rappresenta il principio eterno nella natura. Viene rappresentata tradizionalmente come una donna con quattro braccia, in piedi sulla forma del Dio Shiva, o Infinito, poiché la natura, ossia il mondo fenomenico, è radicata nel Noumeno. Le quattro braccia simboleggiano gli attributi cardinali, due benèfici e due distruttivi, che indicano la dualità essenziale della materia o creazione. 34

 Illusione cosmica; letteralmente “il misuratore”. Maya è il potere magico nella creazione a causa del quale sono apparentemente presenti limiti e divisioni nell’Incommensurabile e nell’Indivisibile. ! Emerson scrisse la seguente poesia, che intitolò “Maya”: ! Per misteriose vie opera l’illusione, ! tessendo mille ragnatele, ! mai si fermano le sue liete immagini, ! l’una sull’altra affollandosi, velo su velo, ! ammaliatrice che verrà creduta ! dall’uomo assetato d’inganni. 35  I rishi, letteralmente “veggenti”, furon ! 39

! «L’uomo non può comprendere alcuna verità eterna finché non si è liberato dalle proprie presunzioni. La mente umana, messa a nudo fino a dimostrarsi fango secolare, brulica della vita ripugnante di innumerevoli illusioni mondane. I combattimenti sui campi di battaglia appaiono insignificanti non appena l’essere umano inizia a lottare contro i propri nemici interiori! Non si tratta di avversari in carne e ossa da sopraffare con un terribile schieramento di forze! Onnipresenti, infaticabili, inseguendo l’essere umano persino nel sonno, astutamente muniti di un’arma mefitica, questi soldati al servizio di ignoranti bramosie cercano di annientare ciascuno di noi. Sconsiderato è colui che seppellisce i propri ideali, arrendendosi al destino comune. Cos’altro può apparire, se non impotente, insensibile, ignominioso?». ! «Rispettabile signore, non avete alcuna compassione per le masse confuse?». ! Il saggio rimase in silenzio per un momento, poi mi rispose indirettamente. ! «Amare al tempo stesso il Dio invisibile, Depositario di tutte le Virtù, e l’uomo visibile, che all’apparenza non ne possiede alcuna, è spesso sconcertante! Ma l’ingegno umano è all’altezza del dedalo. La ricerca interiore porta ben presto alla luce un’unità in tutte le menti umane: il possente vincolo della motivazione egoistica. Almeno in tal senso, la fratellanza tra gli uomini appare evidente. Una sgomenta umiltà fa seguito a questa scoperta livellatrice. Essa si tramuta poi in compassione per i propri simili, ciechi alle forze risanatrici dell’anima ancora inesplorate». ! «I santi di tutte le epoche, signore, hanno provato i vostri stessi sentimenti di fronte alle sofferenze del mondo». ! «Solo la persona superficiale diventa insensibile alle pene delle vite altrui, sprofondando nell’angustia delle proprie sofferenze personali». Il viso austero del sadhu si era notevolmente addolcito. «Colui che utilizza il bisturi per dissezionare se stesso sentirà la compassione universale espandersi nel proprio animo. Egli è liberato dai frastornanti assilli del proprio ego. L’amore di Dio fiorisce in un tale terreno. La creatura si rivolge finalmente al suo Creatore, se non altro per porGli l’accorato interrogativo: “Perché, Signore, perché?”. Incalzato dalle ignobili sferzate del dolore, l’essere umano perviene infine alla Presenza Infinita, dalla quale dovrebbe essere attratto per la sua sola bellezza». ! Il saggio e io ci trovavamo nel tempio di Kalighat, a Calcutta, dove mi ero recato per ammirarne la ben nota magnificenza. Con un ampio gesto il mio accompagnatore occasionale liquidò quella ornata maestosità. ! «I mattoni e la malta non ci cantano alcuna melodia udibile; il cuore si apre soltanto all’umano canto dell’essere». ! C’incamminammo verso l’invitante luce solare che filtrava all’ingresso del tempio, fra l’incessante viavai di frotte di fedeli. ! «Sei giovane». Il saggio mi esaminò pensieroso. «Anche l’India è giovane. Gli antichi rishi35 hanno posto principi inestirpabili per la vita spirituale. Le loro antiche massime sono ancora valide per l’epoca attuale e per questa terra. Tutt’altro che superati e per nulla inefficaci di fronte alle insidie del materialismo, tali precetti disciplinari continuano a plasmare l’India. Da millenni (ben più di quanti gli eruditi, con imbarazzo, si preoccupino di contare!) il Tempo scettico ha confermato il valore del patrimonio vedico. Consideralo la tua eredità». ! Mentre mi congedavo con rispetto dall’eloquente sadhu, egli mi rivelò un’intuizione chiaroveggente: ! «Oggi, dopo aver lasciato questo luogo, ti capiterà un’esperienza insolita». ! Uscii dall’area del tempio e vagabondai senza meta. Voltando un angolo m’imbattei in una vecchia conoscenza, uno di quei tipi assai loquaci le cui capacità di conversazione ignorano il tempo e abbracciano l’eternità.

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I rishi, letteralmente “veggenti”, furono gli autori dei Veda in un’imprecisata antichità. 40

! «Ti lascerò andare al più presto, purché tu mi racconti tutto ciò che è accaduto nei sei anni in cui non ci siamo visti». ! «Che assurdità! Devo lasciarti subito». ! Ma egli mi trattenne per una mano, strappandomi ghiotti bocconi di notizie. Sembrava un lupo famelico, pensai divertito; più parlavo, più egli fiutava notizie. In cuor mio supplicavo la Dea Kali affinché escogitasse un’elegante via di fuga. ! Improvvisamente il mio compagno mi lasciò. Sospirai di sollievo e affrettai il passo, temendo di ricadere vittima di quella febbre logorroica. Udendo dei passi rapidi dietro di me accelerai ulteriormente, non osando voltarmi a guardare. Con un balzo il giovane mi raggiunse e con gesto gioviale mi agguantò alle spalle. ! «Ho dimenticato di parlarti di Gandha Baba (il Santo dei profumi), che onora con la sua presenza quella casa laggiù» disse indicando una dimora a pochi metri di distanza. «Vallo a trovare! È interessante. Potresti avere un’esperienza insolita. Addio!». E questa volta mi lasciò davvero. ! La predizione del sadhu nel tempio di Kalighat, formulata con parole assai simili, mi balenò nella mente. Decisamente incuriosito, entrai nella casa e fui introdotto in un ampio salotto. Una folla di persone era seduta alla maniera orientale, in ordine sparso, su un folto tappeto arancione. Un bisbiglìo reverenziale mi giunse all’orecchio: ! «Ammirate Gandha Baba sulla pelle di leopardo: è capace di dare il profumo naturale di qualsiasi fiore a uno che ne è privo, di far rinvenire un fiore appassito o di far emanare dalla pelle di una persona una fragranza squisita». ! Guardai il santo direttamente negli occhi: il suo sguardo acuto si posò sul mio. Era grassoccio e barbuto, con la pelle scura e grandi occhi lucenti. ! «Figliolo, sono lieto di vederti. Dì ciò che desideri: vuoi un particolare profumo?». ! «A che scopo?». Trovavo la sua offerta piuttosto puerile. ! «Per sperimentare il metodo miracoloso di gustare i profumi». ! «Imbrigliando il potere di Dio per produrre degli odori?». ! «E con ciò? Dio produce profumi comunque». ! «Sì, ma Egli fabbrica delicate boccette di petali affinché vengano utilizzate al momento e poi gettate via. Siete in grado di materializzare dei fiori?». ! «Io materializzo profumi, piccolo amico». ! «Allora le industrie di profumi andranno in fallimento». ! «Lascerò che restino in attività! Il mio scopo è dimostrare la potenza di Dio». ! «Signore, è proprio necessario dimostrare Dio? Egli non compie forse miracoli in ogni cosa e ovunque?». ! «Sì, ma anche noi dovremmo manifestare parte della Sua infinita varietà creativa». ! «Quanto tempo vi è occorso per acquisire la padronanza della vostra arte?». ! «Dodici anni». ! «Per produrre fragranze con mezzi astrali! A quanto pare, mio onorato santo, avete sprecato una dozzina d’anni per ottenere fragranze che si possono acquistare dal fioraio per poche rupie». ! «I profumi svaniscono insieme ai fiori». ! «I profumi svaniscono con la morte. Perché dovrei desiderare ciò che fa piacere soltanto al corpo?». ! «Signor Filosofo, tu compiaci la mia mente. Ora tendi la mano destra». Fece un gesto di benedizione. ! Ero a una certa distanza da Gandha Baba e nessun altro mi era abbastanza vicino da essere a contatto con il mio corpo. Tesi la mano, senza che lo yogi la toccasse. ! «Che profumo desideri?». ! «Rosa». ! «Così sia». 41

! Con mia grande sorpresa, l’inebriante fragranza della rosa si sprigionò, intensa, dal centro del palmo della mia mano. Sorridendo presi un grande fiore bianco inodore da un vaso vicino. ! «Questo fiore inodore può essere permeato dal profumo del gelsomino?». ! «Così sia». ! Immediatamente dai petali si diffuse la fragranza del gelsomino. Ringraziai l’esecutore di prodigi e mi sedetti accanto a uno dei suoi discepoli. Quest’ultimo m’informò che Gandha Baba, il cui vero nome era Vishudhananda, aveva appreso molti segreti straordinari dello yoga da un maestro in Tibet. Lo yogi tibetano, mi fu assicurato, aveva raggiunto l’età di oltre mille anni. ! «Non sempre il suo discepolo Gandha Baba compie le proprie straordinarie imprese con i profumi nella semplice maniera verbale alla quale avete appena assistito». L’allievo parlava con evidente orgoglio del proprio maestro. «Il suo modo di procedere varia notevolmente, adattandosi ai diversi temperamenti. È un uomo meraviglioso! Fra i suoi seguaci vi sono numerosi membri dell’intellighenzia di Calcutta». ! In cuor mio decisi che non mi sarei unito a tale schiera. Un guru troppo letteralmente “meraviglioso” non era di mio gradimento. Con garbati ringraziamenti a Gandha Baba me ne andai. Camminando senza fretta verso casa, riflettei sui tre incontri, alquanto diversi, che si erano succeduti nel corso della giornata. ! Mia sorella Uma mi accolse sulla porta della nostra casa di Gurpar Road. ! «Stai diventando un tipo davvero elegante: usi i profumi!». ! Senza una parola le feci cenno di annusare la mia mano. ! «Che squisita fragranza di rosa! È insolitamente forte!». ! Pensando a come fosse “fortemente insolita”, sempre in silenzio, le avvicinai alle narici il fiore profumato con metodo astrale. ! «Oh, adoro il gelsomino!». Prese il fiore. Una buffa espressione di stupore si manifestò sul suo volto mentre annusava più volte il profumo di gelsomino da un tipo di fiore che, come ben sapeva, era inodore. Le sue reazioni fugarono i miei sospetti che Gandha Baba potesse avere indotto in me uno stato di autosuggestione in cui solo io ero in grado di percepire quelle fragranze. ! In seguito venni a sapere da un amico, Alakananda, che il “Santo dei profumi” possedeva una facoltà che desidererei potessero avere i milioni di persone che soffrono la fame in Asia e, di questi tempi, anche in Europa. ! «Ero presente, insieme a un centinaio di altri ospiti, a casa di Gandha Baba, a Burdwan» mi raccontò Alakananda. «Fu in occasione di una festa. Poiché lo yogi aveva la fama di far comparire gli oggetti dal nulla, per scherzo gli chiesi di materializzare dei mandarini, a quel tempo fuori stagione. Immediatamente i luchi36 su ciascun piatto di foglia di banana si gonfiarono. Si scoprì che ogni involucro di pane conteneva un mandarino sbucciato. Morsi il mio con una certa trepidazione, trovandolo però delizioso». ! Anni dopo giunsi a comprendere, per realizzazione interiore, in che modo Gandha Baba riuscisse a compiere le sue materializzazioni. Il metodo, purtroppo, non è alla portata delle moltitudini affamate di questo mondo. ! I diversi stimoli sensoriali ai quali reagisce l’essere umano – tattili, visivi, gustativi, uditivi e olfattivi – sono prodotti da oscillazioni vibratorie negli elettroni e nei protoni. Le vibrazioni, a loro volta, sono regolate da “vitatroni”,37 sottili forze vitali o energie più fini di quelle atomiche, caricate intelligentemente delle cinque diverse sostanze-idea sensoriali. ! Gandha Baba, sintonizzandosi con la forza cosmica attraverso specifiche pratiche yogiche, riusciva a dirigere i vitatroni in modo da modificare la loro struttura vibratoria e 36

Pane indiano, piatto e rotondo.

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Vitatroni è la traduzione del termine lifetrons coniato da Yogananda. (N.d.C.) 42

oggettivare il risultato desiderato. I suoi profumi, la frutta e gli altri miracoli erano effettive materializzazioni di vibrazioni terrene e non sensazioni interiori ottenute per via ipnotica.38 ! Miracoli come quelli compiuti dal “Santo dei profumi” sono spettacolari, ma inutili dal punto di vista spirituale. Essendo poco più che forme di intrattenimento, essi finiscono col distogliere da una seria ricerca di Dio. ! L’ipnosi è stata utilizzata dai medici come una sorta di cloroformio psichico in piccoli interventi chirurgici su persone per le quali gli anestetici avrebbero potuto risultare pericolosi. Lo stato ipnotico, tuttavia, può essere nocivo per coloro che vi si sottopongono spesso; ne deriva infatti un effetto psicologico negativo che, con l’andare del tempo, altera il funzionamento delle cellule cerebrali. L’ipnosi è uno sconfinamento nel territorio della coscienza altrui. I fenomeni temporanei che essa produce non hanno nulla a che vedere con i miracoli compiuti da persone che hanno raggiunto la realizzazione divina. Gli autentici santi, risvegliati in Dio, operano cambiamenti in questo mondo di sogno mediante una volontà in armoniosa sintonia con il Sognatore Cosmico Creativo. ! L’ostentata manifestazione di poteri straordinari è biasimata dai maestri. Il mistico persiano Abu Said una volta derise alcuni fachiri che erano fieri dei propri poteri miracolosi sull’acqua, l’aria e lo spazio. ! «Anche una rana si sente a suo agio nell’acqua!» fece notare Abu Said con sottile scherno. «La cornacchia e l’avvoltoio volano senza sforzo nell’aria; il Demonio è presente simultaneamente a Oriente e a Occidente! Il vero uomo è colui che dimora rettamente fra i suoi simili, che compra e vende, senza tuttavia dimenticare Dio neppure per un solo istante!». In un’altra occasione il grande maestro persiano diede la seguente interpretazione della vita religiosa: «Lasciare da parte ciò che si ha in mente (desideri e ambizioni egoistici); donare generosamente ciò che si ha in mano e non sottrarsi mai ai colpi delle avversità!». ! Né il saggio imparziale nel tempio di Kalighat né lo yogi addestrato in Tibet avevano soddisfatto il mio ardente desiderio di trovare un guru. Il mio cuore non aveva bisogno di alcuna guida per riconoscerlo e gridava i suoi «Bravo!» con tanta più forza in quanto raramente veniva destato dal silenzio. Quando infine incontrai il mio maestro, questi m’insegnò, grazie alla sola sublimità del suo esempio, la misura del vero uomo.

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I profani non si rendono pienamente conto degli enormi progressi compiuti dalla scienza nel ventesimo secolo. La trasformazione dei metalli e altri sogni alchimistici trovano quotidianamente piena realizzazione nei centri di ricerca scientifica di tutto il mondo. Il celebre chimico francese, prof. Georges Claude, compì alcuni “miracoli” a Fontainebleau nel 1928 davanti a un gruppo di scienziati, grazie alla propria conoscenza delle trasformazioni dell’ossigeno. La sua “bacchetta magica” era del semplice ossigeno che gorgogliava in una provetta su un tavolo. Lo scienziato «trasformò una manciata di sabbia in pietre preziose, ridusse il ferro in uno stato simile al cioccolato liquefatto e, dopo aver privato alcuni fiori dei loro colori, li rese della consistenza del vetro. ! «Il professor Claude spiegò come dal mare si potrebbero trarre, grazie alle trasformazioni dell’ossigeno, milioni di cavalli vapore; perché l’acqua bollente non scotta necessariamente; in che modo un mucchietto di sabbia, grazie a un solo soffio del cannello a ossigeno, può essere trasmutato in zaffiri, rubini e topazi. Egli predisse inoltre fra quanto tempo gli esseri umani potranno camminare nelle profondità dell’oceano senza attrezzatura subacquea. Infine, lo scienziato lasciò sbalorditi gli spettatori facendo sì che le loro facce diventassero nere togliendo il colore rosso dai raggi solari». ! Questo famoso scienziato francese ha prodotto aria liquida mediante un metodo di espansione con il quale è riuscito a separare i diversi gas contenuti nell’aria e ha scoperto vari mezzi per sfruttare meccanicamente le differenze di temperatura nell’acqua marina. 43

CAPITOLO: 6 !

Lo Swami delle tigri

! «Ho scoperto l’indirizzo dello Swami delle tigri. Andiamo a fargli visita domani». ! Questa gradita proposta proveniva da Chandi, uno dei miei compagni di liceo. Ero ansioso di fare la conoscenza del santo che, nella sua vita pre-monastica, aveva catturato e combattuto le tigri a mani nude. Queste imprese eccezionali mi colmavano di fanciullesco entusiasmo. ! Il giorno seguente sorse con un rigido freddo invernale, ma Chandi e io ci incamminammo allegramente. Dopo lunghe e infruttuose ricerche a Bhowanipur, nei dintorni di Calcutta, giungemmo infine alla casa giusta. Sul portone vi erano due anelli di ferro, che battei rumorosamente. Nonostante il frastuono, un domestico arrivò senza alcuna fretta. Il suo sorriso ironico lasciava intendere che i visitatori, per quanto rumorosi, non potevano in alcun modo turbare la quiete che regnava nella casa di un santo. ! Cogliendo il muto rimprovero, il mio compagno e io fummo grati di essere ammessi a entrare nel salotto. La lunga attesa nella stanza suscitò in noi uno spiacevole senso di apprensione. La legge non scritta dell’India per chi cerca la verità è la pazienza; un maestro può deliberatamente mettere alla prova il desiderio che si ha di incontrarlo. Tale espediente psicologico è ampiamente usato in Occidente da medici e dentisti! ! Finalmente, invitati dal domestico, Chandi e io entrammo in una camera da letto. Il celebre Swami Sohong 39 era seduto sul suo letto. La vista del suo corpo formidabile ebbe un effetto straordinario su di noi. Strabuzzammo gli occhi, ammutoliti. Non avevamo mai visto un simile torace né bicipiti come palloni da calcio. Su un collo immane si ergeva il volto fiero e tuttavia pacato dello swami, incorniciato da fluenti capelli ricci, barba e baffi. Le qualità della colomba e della tigre parevano balenare nei suoi occhi scuri. Era nudo, a eccezione di una pelle di tigre che gli cingeva i fianchi muscolosi. ! Ritrovando la voce, il mio amico e io salutammo il monaco e gli manifestammo la nostra ammirazione per le sue prodezze nella straordinaria arena felina. ! «Potreste dirci, per favore, com’è possibile sottomettere a mani nude le fiere più feroci della giungla, le tigri del Bengala?». ! «Figlioli, combattere le tigri non è niente per me. Potrei farlo anche oggi, se necessario» rispose con una risata fanciullesca. «Voi considerate le tigri come tigri; per me sono come micetti». ! «Swamiji, penso che potrei imprimere nel mio subconscio l’idea che le tigri siano solo micetti, ma riuscirei a farlo credere alle tigri?». ! «Ovviamente occorre anche la forza! Non ci si può attendere la vittoria da un bimbetto che immagina che una tigre sia un gattino! Le mie mani possenti sono un’arma sufficiente per me». ! Ci chiese di seguirlo nel patio, dove sferrò un colpo contro il bordo di un muro. Un mattone cadde a terra spezzandosi; dallo squarcio aperto come un dente mancante nel muro fece arditamente capolino il cielo. Vacillai quasi dallo stupore; colui che riesce a staccare con un sol colpo i mattoni cementati di un solido muro – pensai – è certamente in grado di far saltare via i denti alle tigri! ! «Parecchi uomini possiedono una forza fisica pari alla mia, ma sono privi di un’imperturbabile fiducia in se stessi. Coloro che sono forti fisicamente ma non mentalmente, possono sentirsi mancare alla sola vista di una bestia feroce che balza liberamente nella giungla. La tigre, nella sua naturale ferocia e nel suo habitat, è assai diversa dagli animali da circo nutriti d’oppio!

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Sohong era il suo nome monastico. Comunemente, egli era noto come lo “Swami delle tigri”. 44

! «Più di un uomo dotato di forza erculea è stato ridotto a vile impotenza dal terrore, di fronte all’assalto furioso di una tigre del Bengala. Così l’uomo, nella propria mente, è stato ridotto dalla tigre allo stato di un inerme gattino. Un uomo con un corpo sufficientemente vigoroso e una determinazione immensamente forte può rovesciare la situazione ai danni della tigre e inculcarle la convinzione di essere un micetto indifeso. Quante volte ho fatto proprio questo!». ! Ero dispostissimo a credere che il titano che avevo di fronte fosse in grado di operare la metamorfosi da tigre a gattino. Sembrava in vena di istruirci; Chandi e io lo ascoltavamo con rispetto. ! «È la mente a brandire i muscoli. La forza di un colpo di martello dipende dall’energia esercitata; la potenza espressa dallo strumento corporeo dell’uomo dipende dalla volontà aggressiva e dal coraggio di quest’ultimo. Il corpo è letteralmente prodotto e sostenuto dalla mente. Sotto la pressione di istinti delle vite precedenti, le forze o le debolezze s’infiltrano a poco a poco nella coscienza umana. Esse si manifestano sotto forma di abitudini che, a loro volta, si ossificano formando un corpo desiderabile o indesiderabile. La fragilità esteriore ha un’origine mentale; è un circolo vizioso, perché il corpo legato alle abitudini ostacola la mente. Se il padrone si lascia comandare da un servo, questi diventerà dispotico; allo stesso modo la mente viene asservita, se si sottomette agli ordini del corpo». ! Cedendo alle nostre implorazioni, l’imponente swami acconsentì a raccontarci qualcosa della sua vita. ! «La mia prima ambizione fu quella di combattere le tigri. La mia volontà era forte, ma il mio corpo era gracile». ! Non potei trattenere un’esclamazione di sorpresa. Pareva incredibile che quest’uomo, ora dotato di «spalle da Atlante, atte a sostenere»,40 avesse mai conosciuto la debolezza. ! «Fu grazie all’incrollabile perseveranza nel coltivare pensieri di salute e di forza che riuscii a superare il mio handicap. Ho tutte le ragioni per decantare l’irresistibile vigore mentale, che ho constatato essere il vero dominatore delle tigri del Bengala». ! «Reverendo swami, pensate che io potrei mai combattere le tigri?». Questa fu la prima e anche l’ultima volta che una tale bizzarra aspirazione si affacciò alla mia mente! ! «Sì» disse sorridendo. «Ma vi sono molte specie di tigri; alcune si aggirano nelle giungle dei desideri umani. Non si ottiene alcun beneficio spirituale a tramortire le tigri. È meglio vincere i predatori interiori». ! «Signore, possiamo sapere in che modo da domatore di tigri selvagge siete diventato domatore di passioni selvagge?». ! Lo Swami delle tigri sprofondò nel silenzio. Il suo sguardo si fece remoto, rievocando visioni di anni ormai lontani. Notai che era lievemente combattuto nel decidere se esaudire o meno la mia richiesta. Infine sorrise, in segno di tacito consenso. ! «Quando la mia fama giunse all’apice, portò con sé l’ebbrezza dell’orgoglio. Decisi non soltanto di combattere le tigri, ma di metterle in mostra in varie esibizioni. La mia aspirazione era quella di costringere le bestie selvagge a comportarsi da animali domestici. Iniziai a compiere le mie prodezze in pubblico, ottenendo gratificanti successi. ! «Una sera mio padre entrò nella mia stanza con aria pensosa. ! «“Figlio, devo rivolgerti parole di monito. Vorrei preservarti da sventure incombenti, conseguenza degli inesorabili meccanismi di causa-effetto”. ! «“Siete fatalista, padre? Si deve dunque consentire alla superstizione di macchiare le potenti acque delle mie attività?”.

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Milton, Il paradiso perduto. (N.d.C.) 45

! «“Non sono fatalista, figliolo, ma credo nella giusta legge del castigo e della ricompensa, come insegnano le sacre Scritture. Vi è del risentimento nei tuoi confronti nella famiglia della giungla e, prima o poi, ciò potrebbe costarti caro”. ! «“Padre, mi sorprendete! Sapete bene come sono le tigri: splendide ma spietate! Persino subito dopo un lauto pasto, compiuto a spese di qualche sventurata creatura, la tigre viene colta dalla bramosia alla vista di una nuova preda. Potrebbe trattarsi di una gazzella che salta gioiosamente fra l’erba della giungla. Dopo averla catturata e averle squarciato la tenera gola con un morso, la fiera malvagia assapora solo un goccio del sangue che sgorga con un muto lamento, per poi proseguire incurante il suo vagabondaggio. ! «“Le tigri sono la più abietta fra le specie che popolano la giungla! Chissà, forse i miei colpi possono istillare un pizzico di ragionevole riguardo nelle loro teste ottuse. Sono il direttore di una scuola di buone maniere della foresta, chiamato a insegnare loro la buona creanza! ! «“Vi prego, padre, consideratemi sempre un domatore, non uno sterminatore di tigri. In che modo le mie buone azioni potrebbero arrecarmi sventura? Vi supplico, non imponetemi in alcun modo di cambiare il mio modo di vivere”». ! Chandi e io pendevamo dalle sue labbra, comprendendo il dilemma in cui si era dibattuto. In India un figlio non disobbedisce con leggerezza alle richieste dei propri genitori. ! «In stoico silenzio mio padre ascoltò la mia spiegazione. Quindi mi rivelò, con tono grave: ! «“Figliolo, mi costringi a riferirti un’infausta profezia che ho ricevuto dalle labbra di un santo. Egli mi si è accostato ieri, mentre sedevo nella veranda durante la mia meditazione quotidiana. ! «“‘Caro amico, vengo con un messaggio per il tuo figlio bellicoso. Inducilo a cessare le sue barbare attività, altrimenti nel suo prossimo scontro con le tigri riporterà gravi ferite, che lo ridurranno in fin di vita per sei mesi. Quindi abbandonerà la vita che ha condotto finora e si farà monaco’”. ! «Il racconto non mi impressionò affatto. Pensai che mio padre fosse la credula vittima di un fanatico vaneggiante». ! Lo Swami delle tigri, nel fare questa confessione, ebbe un gesto di stizza, come di fronte a una stupidaggine. Rimase immerso a lungo in un cupo silenzio, apparentemente dimentico della nostra presenza. Quando riprese il filo interrotto del suo racconto, fu all’improvviso, con voce sommessa. ! «Poco tempo dopo il monito ricevuto da mio padre, visitai la capitale di Cooch Behar. Quel pittoresco territorio mi era nuovo e mi attendevo un tranquillo diversivo. Come accadeva ovunque, una folla di curiosi mi seguiva per strada. Coglievo, qua e là, qualche commento bisbigliato: ! «“Questo è l’uomo che combatte contro le tigri selvagge”. ! «“Sono gambe, le sue, o tronchi d’albero?”. ! «“Guardalo in faccia! Deve essere un’incarnazione del re delle tigri in persona!”. ! «Come ben sapete, i monelli del villaggio sono l’equivalente dell’ultima edizione di un giornale! E subito dopo, a che velocità i bollettini delle chiacchiere delle donne circolano di casa in casa! In poche ore l’intera città era in agitazione a causa della mia presenza. ! «La sera, mentre mi stavo placidamente rilassando, udii lo scalpitare degli zoccoli di cavalli al galoppo. Si fermarono davanti alla casa dove ero alloggiato. Entrarono alcuni poliziotti alti e col turbante in testa. ! «Mi colsero di sorpresa. “Ci si può aspettare qualsiasi cosa da queste creature della legge umana” pensai. “Chissà se vengono a rimproverarmi di qualcosa di cui sono totalmente ignaro”. Ma gli ufficiali s’inchinarono con una cortesia inusitata. 46

! «“Onorevole signore, siamo stati incaricati di porgervi il benvenuto da parte del principe di Cooch Behar. Egli ha il piacere di invitarvi al suo palazzo domattina”. ! «Riflettei per un momento su questa prospettiva. Per qualche oscura ragione, provai un forte rammarico per questa interruzione del mio tranquillo viaggio. Ma il tono supplichevole del poliziotto mi colpì e acconsentii ad andare. ! «Il giorno dopo rimasi stupito nel vedermi ossequiosamente scortato dalla mia porta fino a una magnifica carrozza trainata da quattro cavalli. Un servitore reggeva un ombrello riccamente ornato per proteggermi dai cocenti raggi solari. Apprezzai il piacevole giro attraverso la città e i dintorni boscosi. Sul portone d’ingresso del palazzo trovai ad accogliermi il rampollo reale in persona. Egli mi offrì il suo seggio ornato di broccato d’oro e, sorridendo, si sedette su una sedia di più semplice fattura. ! «“Tutta questa gentilezza mi costerà sicuramente qualcosa!” pensai, sempre più sorpreso. Le intenzioni del principe risultarono ben presto chiare, dopo qualche frase di circostanza. ! «“Nella mia città circola insistentemente la voce che voi siate capace di combattere le tigri selvagge con la sola forza delle vostre mani. È la verità?”. ! «“È la pura verità”. ! «“Stento a credere una cosa simile! Siete un bengalese di Calcutta, allevato con il riso bianco della gente di città. Siate sincero, per cortesia: non avrete per caso combattuto soltanto contro fiacchi animali nutriti d’oppio?”. Parlava a voce alta, con tono sarcastico e un lieve accento provinciale. ! «Non mi degnai neppure di rispondere a una domanda tanto offensiva. ! «“Vi sfido a battervi con la mia tigre catturata di recente, Raja Begum.41 Se riuscirete a resisterle, a legarla con una catena e a uscire dalla sua gabbia in stato cosciente, questa tigre del Bengala sarà vostra! Riceverete inoltre diverse migliaia di rupie e molti altri doni. Se invece vi sottrarrete alla sfida, screditerò il vostro nome in tutto lo stato bollandovi come impostore!”. ! «Le sue parole insolenti mi colpirono come una raffica di proiettili. Gli restituii il colpo accettando rabbiosamente la sfida. Semisollevato dalla sedia per l’eccitazione, il principe vi si lasciò ricadere con un sorriso sadico. Mi ricordava gli imperatori romani che godevano nel far scendere i cristiani nelle arene circensi. ! «“L’incontro si svolgerà fra una settimana. Mi rincresce di non potervi concedere il permesso di vedere la tigre prima di allora”. ! «Forse il principe temeva che potessi ipnotizzare la belva oppure somministrarle di nascosto dell’oppio! ! «Uscii dal palazzo notando, divertito, che questa volta non c’erano né il parasole regale né la sfarzosa carrozza. ! «La settimana seguente mi preparai con metodo, nel corpo e nella mente, in vista della prova. Dal mio domestico venni a sapere alcune fantasiose dicerie. La terribile predizione che il santo aveva fatto a mio padre era stata, chissà come, divulgata, amplificandosi nel passare di bocca in bocca. Molti paesani ingenui credevano che uno spirito maligno, maledetto dagli dèi, si fosse reincarnato in una tigre che di notte assumeva varie sembianze demoniache, pur rimanendo di giorno un animale striato. La gente pensava che proprio tale tigre-demone fosse stata mandata per umiliarmi. ! «Secondo un’altra versione stravagante, le preghiere rivolte dagli animali al Cielo delle tigri erano state esaudite attraverso Raja Begum. Essa sarebbe stata lo strumento per punire me, l’audace bipede, tanto insolente nei confronti dell’intera specie delle tigri! Un uomo privo di pelliccia e di zanne che osava sfidare tigri dalle membra possenti e armate di artigli! L’astio concentrato di tutte le tigri umiliate – così dichiaravano i paesani – 41

“Principe principessa”: così chiamata per indicare che nella belva si sommavano la ferocia della tigre maschio e quella della tigre femmina. 47

si era accumulato, acquisendo una potenza tale da mettere in atto leggi occulte e provocare la caduta dell’arrogante domatore di tigri. ! «Il mio domestico, inoltre, mi informò che il principe era nel suo elemento in qualità di organizzatore del combattimento fra l’uomo e la belva. Sotto la sua personale supervisione era stato eretto un padiglione a prova di tempesta, predisposto per accogliere migliaia di spettatori. Al centro era racchiusa Raja Begum, in un’enorme gabbia di ferro circondata da un ulteriore recinto esterno di sicurezza. L’animale prigioniero emetteva in continuazione agghiaccianti ruggiti. Veniva nutrito con parsimonia per stuzzicare in lui un appetito furibondo. Forse il principe presumeva di poterlo premiare dandogli in pasto la mia persona! ! «La gente accorreva in massa dalla città e dai dintorni per acquistare avidamente i biglietti, rispondendo al rullo di tamburi che annunciava una sfida senza precedenti. Nel giorno previsto per il combattimento, centinaia di persone dovettero essere mandate via per mancanza di posti. Molte penetrarono a forza nel tendone attraverso le aperture o si accalcarono riempiendo tutto lo spazio disponibile sotto le tribune». ! Via via che la storia dello Swami delle tigri si avvicinava al culmine, la mia eccitazione cresceva di pari passo; anche Chandi ascoltava muto, in estatico rapimento. ! «Fra le lancinanti esplosioni sonore provenienti da Raja Begum e il frastuono della folla quasi atterrita, feci tranquillamente la mia comparsa. A parte una succinta fascia attorno ai fianchi, non portavo alcun indumento a protezione del mio corpo. Aprii il catenaccio del recinto di sicurezza e, con calma, lo richiusi dietro di me. La tigre fiutò il sangue. Balzando con fragoroso frastuono contro le sbarre della gabbia, mi lanciò un terrificante benvenuto. Il pubblico ammutolì, con pietosa paura: sembravo un mite agnello di fronte alla belva furiosa. ! «In un attimo mi trovai all’interno della gabbia ma, appena chiusa la porta con un colpo, Raja Begum, con uno slancio impetuoso, mi fu sopra. La mia mano destra venne orrendamente dilaniata. Il sangue umano, la più squisita prelibatezza che possa esistere per una tigre, iniziò a sgorgare a fiotti terribili a vedersi. La profezia del santo sembrava sul punto di avverarsi. ! «Mi ripresi immediatamente dallo shock della prima ferita grave che avessi mai subito. Celai alla vista le mie dita insanguinate cacciandole sotto la fascia che mi cingeva la vita e, con il braccio sinistro, sferrai un colpo tale da fracassare le ossa. La belva indietreggiò barcollando, girò vorticosamente in fondo alla gabbia e poi balzò convulsamente all’attacco. La mia famosa punizione a suon di pugni le piovve sulla testa. ! «Ma il sapore del sangue aveva avuto su Raja Begum lo stesso effetto del primo sorso di vino che fa impazzire il dipsomane rimasto a lungo in astinenza. Punteggiati da ruggiti assordanti, gli assalti della bestia si fecero sempre più furiosi. La mia difesa inadeguata con una mano sola mi rendeva vulnerabile alle zanne e agli artigli. Ciò nonostante, la ripagai lasciandola tramortita. Entrambi grondanti di sangue, combattevamo per la vita o la morte. Nella gabbia vi era un pandemonio, mentre il sangue schizzava in tutte le direzioni e dalla gola della bestia prorompevano violenti ansimi di dolore e furia assassina. ! «“Sparatele!”. “Ammazzate la tigre!”. Si levavano grida dal pubblico. L’uomo e la belva si muovevano a velocità tale che un proiettile sparato da una guardia mancò il bersaglio. Feci appello a tutta la mia forza di volontà, lanciai un urlo feroce e assestai un ultimo, violentissimo colpo. La tigre rovinò a terra e lì rimase, placidamente». ! «Come un gattino!» esclamai interrompendolo. ! Lo swami apprezzò e rise di cuore, poi proseguì il suo avvincente racconto. ! «Raja Begum era stata sconfitta, finalmente. Il suo orgoglio regale venne ulteriormente umiliato: con le mani lacere, audacemente le aprii a forza le fauci. Per un momento drammatico tenni la testa dentro la trappola mortale di quelle mascelle spalancate. Mi guardai intorno cercando una catena. Ne estrassi una da un mucchio che 48

giaceva a terra e la legai attorno al collo della tigre, agganciandola alle sbarre della gabbia. Trionfante, mi avviai verso la porta. ! «Ma Raja Begum, quel demonio incarnato, aveva una fibra degna della sua presunta origine demoniaca. Con un balzo incredibile spezzò la catena e mi assalì alla schiena. Con la spalla serrata fra le sue mascelle, caddi violentemente a terra. In un baleno, però, riuscii a immobilizzarla sotto di me. Sotto i miei colpi implacabili, l’animale traditore si accasciò infine in stato di semi-incoscienza. Questa volta lo assicurai con maggiore attenzione e, lentamente, uscii dalla gabbia. ! «Fui accolto di nuovo da un boato, questa volta di esultanza. Le acclamazioni della folla proruppero come da un’unica, gigantesca gola. Pur essendo stato terribilmente dilaniato, avevo rispettato le tre condizioni previste per il combattimento: tramortire la tigre, legarla con una catena e andarmene senza bisogno di alcun aiuto. Per di più avevo ferito e spaventato gravemente la belva aggressiva, al punto che si era lasciata sfuggire l’occasione di guadagnarsi il premio della mia testa fra le sue fauci! ! «Dopo che le mie ferite furono medicate, ricevetti onori e ghirlande di fiori; centinaia di monete d’oro piovvero ai miei piedi. Nell’intera città si diede inizio ai festeggiamenti. Ovunque si udivano interminabili discussioni sulla mia vittoria contro una delle tigri più grandi e più feroci che si fossero mai viste. Come promesso, Raja Begum mi fu donata, ma non provai alcuna esultanza. Nel mio cuore si era verificato un cambiamento spirituale. Pareva quasi che, uscendo dalla gabbia alla fine del combattimento, mi fossi chiuso alle spalle anche le mie ambizioni mondane. ! «Seguì un periodo di grande sofferenza. Per sei mesi sfiorai la morte a causa di un avvelenamento del sangue. Non appena mi fui ristabilito a sufficienza da lasciare Cooch Behar, tornai alla mia città natale. ! «“Ora so che il mio maestro è il santo che diede il suo saggio avvertimento”. Feci questa umile confessione a mio padre. “Se solo riuscissi a trovarlo!”. Il mio ardente desiderio era sincero, poiché un giorno il santo arrivò senza preavviso. ! «“Basta domare le tigri!”. Egli parlava con quieta sicurezza. “Vieni con me; ti insegnerò a sottomettere le belve dell’ignoranza che vagano nella giungla della mente umana. Tu sei abituato a un pubblico: che esso sia composto da una galassia di angeli, allietati dalla tua entusiasmante maestria nello yoga!”. ! «Fui iniziato al sentiero spirituale dal mio santo guru. Egli dischiuse le porte della mia anima, arrugginite e quasi bloccate dal lungo disuso. Mano nella mano, partimmo di lì a poco per il mio apprendistato sull’Himalaya». ! Chandi e io ci inchinammo ai piedi dello swami, riconoscenti per il suo racconto tanto vivido di una vita davvero ciclonica. Mi sentii ampiamente ripagato di essere stato messo alla prova con la lunga attesa nel freddo salottino! !

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CAPITOLO: 7 !

Il santo che levitava

! «Ieri sera, a una riunione, ho visto uno yogi rimanere sospeso in aria a più di un metro da terra». Il mio amico Upendra Mohun Chowdhury sembrava impressionato nel pronunciare queste parole. ! Gli sorrisi entusiasta. «Forse indovino il suo nome. Era Bhaduri Mahasaya, che abita nell’Upper Circular Road?». ! Upendra annuì, un po’ deluso di non essere stato un messaggero di novità. Il mio spiccato interesse per i santi era ben noto fra i miei amici ed essi erano oltremodo lieti di indicarmi una nuova pista. ! «Lo yogi abita così vicino a casa mia che vado spesso a visitarlo». Alle mie parole, sul viso di Upendra si dipinse un’espressione di vivo interesse e io gli feci un’ulteriore confidenza. ! «L’ho visto compiere imprese notevoli. Egli possiede l’assoluta padronanza dei vari pranayama42 dell’antica dottrina dell’ottuplice sentiero dello yoga, esposta da Patanjali.43 Una volta Bhaduri Mahasaya eseguì davanti a me il Bhastrika Pranayama con una forza così stupefacente che nella stanza sembrò scoppiare un vero e proprio temporale! Infine smorzò il respiro tuonante e rimase immobile in un elevato stato di supercoscienza.44 L’aura di pace dopo la tempesta fu così vivida da rimanere indimenticabile». ! «Mi è giunta voce che il santo non esce mai di casa». Il tono di Upendra era lievemente incredulo. ! «In effetti è vero! Ha trascorso in casa gli ultimi vent’anni. Allenta appena la severa regola che si è autoimposto solo nei periodi delle nostre festività sacre, in cui, al massimo, si spinge fino al marciapiede davanti a casa! Lì si radunano i mendicanti, poiché il santo Bhaduri è conosciuto per il suo buon cuore». ! «Come riesce a restare sospeso in aria, sfidando la legge di gravità?». ! «Il corpo di uno yogi perde la sua dimensione grossolana dopo la pratica di taluni pranayama. Allora levita o balzella qua e là come una rana saltellante. Si sa che anche alcuni santi,45 pur non praticando formalmente lo yoga, levitarono in stati d’intensa devozione verso Dio». ! «Vorrei sapere qualcosa di più su questo saggio. Tu frequenti le sue riunioni serali?». Gli occhi di Upendra brillavano di curiosità.

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Metodi di controllo della forza vitale tramite la regolazione del respiro.

43

Il principale esponente dello yoga nell’antichità.

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Gli accademici francesi furono i primi in Occidente a voler intraprendere ricerche scientifiche sulle possibilità della mente supercosciente. Il professor Jules-Bois, membro dell’Ecole de Psychologie della Sorbona, tenne alcune conferenze in America nel 1928. Egli annunciò al pubblico che gli scienziati francesi avevano riconosciuto l’esistenza della supercoscienza, «che è l’esatto opposto della mente subconscia di Freud ed è la facoltà che rende l’essere umano veramente tale, e non soltanto un super-animale». JulesBois spiegò che il risveglio di uno stato più elevato di coscienza «non andava confuso con il couéismo né con l’ipnotismo. Benché l’esistenza di una mente supercosciente sia nota da tempo in filosofia, essendo in effetti la Superanima di cui parla Emerson, solo recentemente essa ha ottenuto un riconoscimento scientifico». Lo scienziato francese sottolineò che dalla supercoscienza hanno origine l’ispirazione, la genialità e i valori morali. «Credere in tutto ciò non è misticismo, pur riconoscendo e valorizzando le qualità predicate dai mistici». 45

Santa Teresa d’Avila e altri santi cristiani furono spesso osservati in stato di levitazione. 50

! «Sì, ci vado spesso. Mi diverte molto lo spirito arguto della sua saggezza. Ogni tanto qualche mia risata prolungata turba la solennità dei suoi raduni. Il santo non se ne ha a male, ma i suoi discepoli mi fulminano con lo sguardo!». ! Quel pomeriggio, tornando a casa da scuola, passai davanti alla claustrale dimora di Bhaduri Mahasaya e decisi di fargli visita. Lo yogi era inavvicinabile ai più. Un discepolo solitario che abitava al pianterreno vegliava sulla solitudine del maestro. Lo studente era una sorta di cerbero; stavolta mi domandò con aria formale se avessi un “appuntamento”. Il suo guru intervenne appena in tempo, risparmiandomi di essere cacciato via sbrigativamente. ! «Lascia che Mukunda venga quando vuole». Al santo brillavano gli occhi. «La regola del ritiro non è per la mia comodità, ma per quella degli altri. Le persone mondane non amano la franchezza che manda in frantumi le loro illusioni. I santi non sono soltanto rari, ma anche sconcertanti. Persino nelle sacre Scritture risultano spesso imbarazzanti!». ! Seguii Bhaduri Mahasaya fino alle sue austere stanze all’ultimo piano, dalle quali si muoveva di rado. I maestri spesso ignorano il panorama del tumulto del mondo, che resta sfocato fin quando non si fissa nell’eternità. I contemporanei di un saggio non sono soltanto quelli del limitato presente. ! «Maharishi,46 siete il primo yogi che io abbia conosciuto che sta sempre in casa». ! «Signore» chiesi «perché non scrivete un libro sullo yoga a beneficio del mondo?». «Sto formando dei discepoli» rispose. «Essi e i loro allievi saranno libri viventi, inattaccabili dalle naturali degenerazioni prodotte dal tempo e dalle innaturali interpretazioni dei critici». ! «Talvolta Dio pianta i suoi santi in terreni inaspettati, affinché non si pensi che Egli possa essere ridotto a una regola!». ! Il saggio immobilizzò il suo corpo vibrante nella posizione del loto. Pur avendo superato i settant’anni, non mostrava alcuno dei segni spiacevoli della vecchiaia o di una vita sedentaria. Robusto ed eretto, era esemplare da ogni punto di vista. Il suo volto era quello di un rishi, così come è descritto negli antichi testi. Con il nobile capo e la folta barba, egli sedeva sempre fermamente eretto, tenendo gli occhi sereni fissi sull’Onnipresenza. ! Il santo e io entrammo nello stato meditativo. Trascorsa un’ora, la sua voce gentile mi ridestò. ! «T’immergi spesso nel silenzio, ma hai sviluppato in te l’anubhava?».47 Mi stava ricordando di amare Dio più della meditazione. «Non confondere la tecnica con il Fine». ! Mi offrì dei frutti di mango. Con l’arguzia venata di umorismo che trovavo così deliziosa nel suo carattere austero, osservò: «Di solito la gente si appassiona più al Jala Yoga (l’unione con il cibo) che al Dhyana Yoga (l’unione con Dio)». ! Il suo gioco di parole sullo yoga suscitò in me una fragorosa risata. ! «Che risata hai!». Nel suo sguardo brillò una luce affettuosa. Il viso era sempre serio, eppure sfiorato da un sorriso estatico. Nei grandi occhi di loto vi era una segreta risata divina. ! «Quelle lettere giungono dalla lontana America». Il saggio indicò parecchie buste voluminose sul tavolo. «Sono in corrispondenza con alcune società, i cui membri si interessano allo yoga. Stanno riscoprendo l’India, con un miglior senso di orientamento di quello che ebbe Colombo! Sono lieto di aiutarli. La conoscenza dello yoga è liberamente accessibile a tutti coloro che sono disposti a riceverla, come la schietta luce del giorno. ! «Non occorre diluire per l’Occidente ciò che i rishi consideravano essenziale per la salvezza umana. L’Occidente e l’Oriente sono uguali nell’anima, benché diversi

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“Grande saggio”.

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nell’esperienza esteriore, e nessuno dei due potrà prosperare senza qualche forma di disciplina yogica». ! Il santo mi fissò con i suoi occhi tranquilli. Non mi accorsi che il suo discorso conteneva una velata indicazione profetica. Soltanto ora, nello scrivere queste parole, comprendo appieno il significato delle sue frequenti allusioni casuali al fatto che un giorno avrei portato gli insegnamenti dell’India in America. ! BHADURI MAHASAYA !“Il santo che levitava”

«Maharishi, vorrei che scriveste un libro sullo yoga a beneficio del mondo». ! «Sto formando dei discepoli. Essi e i loro allievi saranno libri viventi, inattaccabili dalle naturali degenerazioni prodotte dal tempo e dalle innaturali interpretazioni dei critici». La sagace risposta di Bhaduri mi fece scoppiare di nuovo in una fragorosa risata. ! Rimasi da solo con lo yogi fino all’arrivo dei suoi discepoli, la sera. Bhaduri Mahasaya iniziò una delle sue inimitabili dissertazioni. Come una pacifica marea, spazzò via i detriti mentali dei suoi ascoltatori, facendoli navigare verso Dio. Le sue illuminanti parabole erano narrate in perfetto bengali. ! Quella sera Bhaduri trattò vari argomenti filosofici connessi alla vita di Mirabai, una principessa medievale Rajputani che abbandonò la vita di corte per ricercare la compagnia dei sadhu. Un grande sannyasi si era rifiutato di riceverla perché donna; la risposta della santa lo fece inchinare umilmente ai suoi piedi. ! «Dite al maestro che non sapevo vi fosse un altro Maschio nell’universo oltre a Dio; non siamo forse tutti femmine dinanzi a Lui?». (Una concezione di Dio presente nelle Scritture, secondo la quale Egli è l’Unico Principio Creativo Positivo, non essendo la Sua creazione null’altro che una maya passiva.) !

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Mirabai compose numerosi canti estatici, ancor oggi molto apprezzati in India; ecco la mia traduzione di uno di essi: ! ! «Se ogni giorno facendo il bagno si potesse realizzare Dio ! vorrei essere al più presto una balena nel mare; ! se mangiando frutti e radici si potesse conoscerLo ! assumerei volentieri le sembianze di una capra; ! se sgranando il rosario si potesse scoprirLo ! reciterei le mie preghiere con enormi corone; ! se inchinandosi ai piedi di immagini di pietra si potesse svelarLo ! adorerei umilmente una rocciosa montagna; ! se bevendo latte si potesse assorbire il Signore ! molti bimbi e molti vitelli Lo conoscerebbero; ! se abbandonare la propria moglie servisse a richiamare la presenza di Dio ! non sarebbero a migliaia gli eunuchi? ! Mirabai sa che per trovare il Divino ! l’unica cosa indispensabile è l’Amore». ! Molti allievi deponevano delle rupie nelle pantofole di Bhaduri, posate al suo fianco, mentre egli sedeva in posizione yogica. Questa offerta riverente, abituale in India, sta a indicare che il discepolo depone i propri beni materiali ai piedi del guru. Gli amici riconoscenti sono soltanto il Signore che, sotto mentite spoglie, veglia sui Suoi cari. ! «Maestro, siete meraviglioso!». Un allievo, congedandosi, guardava con ardore il venerando saggio. «Avete rinunciato alle ricchezze e agli agi per cercare Dio e insegnarci la saggezza!». Era noto che Bhaduri Mahasaya aveva rinunciato a un cospicuo patrimonio familiare già nella prima infanzia, quando, con ferma determinazione, aveva intrapreso la via dello yoga. ! «Stai invertendo la situazione!». Il volto del santo esprimeva un mite rimprovero. «Ho abbandonato qualche misera rupia e qualche piacere insignificante per un impero cosmico di infinita beatitudine. In che modo, dunque, mi sarei privato di qualcosa? Conosco la gioia di condividere un tale tesoro: è forse un sacrificio, questo? Sono le persone miopi, legate alle cose terrene, i veri rinuncianti! Essi rinunciano a un bene divino incomparabile in cambio di una meschina manciata di gingilli terreni!». ! Soffocai una risata nell’udire questa sua paradossale visione della rinuncia, che poneva la corona di Creso su ogni santo mendicante, trasformando nel contempo tutti i fieri milionari in martiri inconsapevoli. ! «L’ordine divino dispone per il nostro futuro più saggiamente di qualsiasi compagnia di assicurazioni». Le parole conclusive del maestro erano il credo realizzato della sua fede. «Il mondo è pieno di inquieti credenti nella sicurezza materiale. I loro pensieri amari sono come cicatrici sulle loro fronti. Colui che ci diede aria e latte fin dal nostro primo respiro sa come provvedere, giorno per giorno, ai Suoi devoti». ! Continuai i miei pellegrinaggi alla porta del santo, all’uscita da scuola. Con zelo silenzioso egli mi aiutò a raggiungere l’anubhava. Un giorno si trasferì nella Ram Mohan Roy Road, lontano dalla mia casa di Gurpar Road. I suoi discepoli devoti gli avevano costruito un nuovo ashram, denominato “Nagendra Math”.48 ! Pur anticipando il racconto della mia storia di parecchi anni, riporto qui le ultime parole che mi rivolse Bhaduri Mahasaya. Poco prima d’imbarcarmi per l’Occidente andai a cercarlo e, umilmente, mi inchinai ai suoi piedi chiedendogli la sua benedizione d’addio: ! «Figlio, va’ in America. Ti sia scudo la dignità dell’antica India. La vittoria è scritta sulla tua fronte; sarai bene accolto da quel nobile popolo lontano».

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Il nome completo del santo era Nagendranath Bhaduri. Math significa eremitaggio o ashram. 53

CAPITOLO: 8 !

Il grande scienziato indiano J.C. Bose

! «Le invenzioni di Jagadis Chandra Bose,nell’ambito della radiote legrafia, hanno preceduto quelle di Marconi». ! Udendo per caso questa osservazione provocatoria, mi avvicinai a un capannello di professori impegnati in una discussione scientifica. Se fu l’orgoglio nazionale il motivo che mi spinse a unirmi a loro me ne rammarico, ma non posso negare il mio vivo interesse per tutto ciò che testimonia come l’India possa svolgere un ruolo di primo piano anche nella fisica, non soltanto nella metafisica. ! «Che cosa intendete, signore?». ! Il professore, cortesemente, mi spiegò: «Bose fu il primo a inventare un coesore senza fili e uno strumento per indicare la rifrazione delle onde elettriche. Tuttavia, lo scienziato indiano non ha sfruttato commercialmente le sue invenzioni. Egli ha rivolto ben presto la propria attenzione dal mondo inorganico a quello organico. Le sue scoperte rivoluzionarie come studioso della fisiologia delle piante superano ormai per importanza persino i risultati fondamentali da lui ottenuti nella fisica». ! Ringraziai gentilmente la mia autorevole guida. Egli aggiunse: «Il grande scienziato è mio collega al Presidency College». ! Il giorno seguente mi recai a visitare il luminare a casa sua, non lontano dalla mia abitazione di Gurpar Road. Da tempo lo ammiravo a rispettosa distanza. Lo schivo e severo botanico mi accolse affabilmente. Era un bell’uomo, robusto, sui cinquant’anni, con i capelli folti, la fronte spaziosa e lo sguardo assorto dei sognatori. La precisione del suo eloquio rivelava l’habitus scientifico di tutta una vita. ! «Sono appena tornato da un viaggio di studio presso alcune società scientifiche dell’Occidente. I loro membri hanno dimostrato vivo interesse per i sensibili strumenti di mia invenzione che dimostrano l’inscindibile unità della vita, in tutte le sue forme.49 Il crescografo di Bose permette di ottenere ingrandimenti di dieci milioni di volte. Il microscopio, che consente appena qualche migliaio di ingrandimenti, ha dato un impulso fondamentale alle scienze biologiche. Il crescografo apre prospettive incalcolabili». ! «Avete fatto molto, signore, per accelerare l’incontro fra Oriente e Occidente nell’abbraccio impersonale della scienza». ! «Ho compiuto i miei studi a Cambridge. Quanto è ammirevole il metodo occidentale di sottoporre qualsiasi teoria a una scrupolosa verifica sperimentale! La procedura empirica è andata di pari passo con il dono dell’introspezione che ho ereditato dall’Oriente. Insieme, essi mi hanno consentito di penetrare i silenzi dei regni naturali rimasti a lungo indecifrabili. Gli eloquenti grafici forniti dal mio crescografo 50 dimostrano anche ai più scettici che le piante hanno un sistema nervoso sensibile e una multiforme vita emotiva. Amore, odio, gioia, paura, piacere, dolore, eccitabilità, torpore e innumerevoli altre risposte adeguate agli stimoli sono universali nelle piante tanto quanto negli animali». ! «Il palpito unico di vita che pervade l’intera creazione poteva apparire solo una fantasiosa visione poetica prima del vostro avvento, professore! Un santo che ebbi occasione di conoscere non voleva mai cogliere i fiori. “Dovrei depredare il roseto del vanto della sua bellezza? Dovrei ledere crudelmente la sua dignità con la mia brutale

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«Tutta la scienza è trascendentale, oppure è destinata a tramontare. La botanica sta ormai acquisendo la teoria giusta: entro breve gli avatar di Brahma saranno i libri di testo della storia naturale» (Emerson). 50

Dal latino crescere. Per il suo crescografo e altre invenzioni, Bose fu insignito del titolo di cavaliere nel 1917. 54

spoliazione?”. Con le vostre scoperte, le sue compassionevoli parole vengono suffragate da prove tangibili!». ! «Il poeta conosce intimamente la verità, mentre lo scienziato vi si avvicina in modo esitante e impacciato. Venga un giorno nel mio laboratorio a vedere l’inequivocabile testimonianza del crescografo». ! Con gratitudine accettai l’invito e mi congedai. In seguito venni a sapere che il botanico aveva lasciato il Presidency College e stava progettando l’istituzione di un centro di ricerca a Calcutta. ! Quando il Bose Institute aprì i battenti, partecipai alla cerimonia d’inaugurazione. Centinaia di visitatori entusiasti affollavano l’edificio. Rimasi affascinato dalla qualità artistica e dal simbolismo spirituale della nuova sede scientifica. Il cancello d’ingresso, notai, proveniva da un antico e remoto santuario. Dietro la vasca dei fior di loto 51 una figura femminile scolpita, con una fiaccola in mano, esprimeva il rispetto indiano per la donna quale immortale apportatrice di luce. Nel giardino vi era un tempietto consacrato al Noumeno al di là dei fenomeni. La nozione dell’incorporeità divina era suggerita dall’assenza di immagini sacre. ! Il discorso di Bose in questa solenne occasione sarebbe potuto sgorgare dalle labbra di uno degli ispirati rishi dell’antichità. ! «Oggi inauguro questo Istituto non come un semplice laboratorio, ma come un tempio». La sua riverente solennità scese come un manto invisibile sulla sala gremita. «Nel condurre le mie ricerche sono stato inconsciamente indotto a inoltrarmi nella regione di confine fra la fisica e la fisiologia. Con mio grande stupore ho visto scomparire le linee di demarcazione ed emergere i punti di contatto fra la sfera del vivente e quella del non vivente. La materia inorganica è risultata essere tutt’altro che inerte: essa vibrava sotto l’azione di molteplici forze. ! «Una reazione universale sembrava sottoporre metalli, piante e animali a una legge comune. Tutti presentavano sostanzialmente gli stessi fenomeni di fatica e depressione, con possibilità di ripresa ed esaltazione, nonché la permanente mancanza di reazioni associata alla morte. Colmo di timore reverenziale davanti a questa meravigliosa generalizzazione, con grande speranza esposi i miei risultati alla Royal Society, risultati avvalorati da prove sperimentali. Ma i fisiologi presenti mi consigliarono di limitarmi a ricerche nell’ambito della fisica, in cui il mio successo era assicurato, invece di sconfinare nel loro campo d’indagine. Inavvertitamente ero penetrato nel territorio di un sistema di caste sconosciuto, violandone le regole dell’etichetta. ! «Vi era anche un inconsapevole pregiudizio teologico che confonde l’ignoranza con la fede. Spesso si dimentica che Colui che ci ha circondato con il mistero in perenne evoluzione della creazione ha istillato in noi anche il desiderio di porre domande e di capire. Dopo anni e anni d’incomprensione sono giunto alla conclusione che la vita di chi si consacra alla scienza è inevitabilmente costellata di lotte interminabili. Spetta a lui donare la propria esistenza come un’offerta ardente, considerando tutt’uno la perdita e il guadagno, il successo e il fallimento.

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In India il fior di loto è un antico simbolo divino: il dischiudersi dei suoi petali suggerisce l’espandersi dell’anima; l’affiorare della sua pura bellezza dal fango in cui ha origine contiene una benevola promessa spirituale. 55

! «Col tempo le principali società scientifiche del mondo hanno accolto le mie teorie e i miei risultati e riconosciuto l’importanza del contributo dell’India alla scienza.52 Potrà mai qualcosa di ristretto o circoscritto appagare la mente indiana? Grazie alla sua tradizione, viva e ininterrotta, e alla sua vitale capacità di rinnovarsi, questo Paese ha trovato un assetto sempre nuovo, passando attraverso innumerevoli trasformazioni. Vi sono sempre stati degli indiani che, incuranti del plauso immediato ed esaltante del momento, hanno perseguito la realizzazione degli ideali più elevati della vita, non attraverso la rinuncia passiva, bensì attraverso la lotta attiva. Il debole che ha evitato il conflitto e nulla ha conquistato, non ha avuto nulla a cui rinunciare. Solo chi si è battuto e ha vinto può arricchire il mondo, offrendo i frutti della sua esperienza vittoriosa. ! JAGADIS CHANDRA BOSE I l g r a n d e fi s i c o e botanico indiano, inventore del crescografo. ! (A SINISTRA ) Io all’età di sei anni. !

«L’opera già svolta al Laboratorio Bose sulla reattività della materia e le inattese rivelazioni sulla vita vegetale hanno aperto amplissime prospettive di ricerca in fisica, fisiologia, medicina, agricoltura e persino in psicologia. Problemi finora considerati insolubili sono ormai entrati nell’ambito dell’indagine sperimentale. ! «Tuttavia, le vette del successo non possono essere raggiunte senza un rigore assoluto. Di qui la lunga serie di apparecchiature e strumenti di alta precisione da me progettati, oggi esposti all’ingresso nelle loro custodie. Essi testimoniano gli sforzi prolungati per spingersi al di là dell’apparenza ingannevole e penetrare nella realtà che rimane invisibile, l’incessante fatica, la perseveranza e l’intraprendenza necessarie per superare i limiti umani. Ogni scienziato creativo sa che il vero laboratorio è la mente, nella quale, dietro le illusioni, egli scopre le leggi della verità. 52

«Attualmente uno studente universitario americano può venire a conoscenza dell’India solo per un caso fortuito. Otto università (Harvard, Yale, Columbia, Princeton, Johns Hopkins, Pennsylvania, Chicago e California) hanno cattedre di indologia o di sanscrito, ma l’India è praticamente assente nei dipartimenti di storia, filosofia, belle arti, scienze politiche, sociologia e in qualsiasi altro settore di indagine intellettuale nel quale, come si è constatato, l’India ha fornito importanti contributi ... Riteniamo pertanto che nessun dipartimento di studi, in particolare di tipo umanistico, delle principali università possa dirsi davvero completo senza uno specialista che abbia approfondito la conoscenza degli aspetti della propria disciplina legati all’India. Crediamo inoltre che ogni università che miri a preparare i propri studenti a svolgere un’opera intelligente nel mondo in cui sono destinati a vivere debba avere fra i propri docenti uno studioso competente nell’ambito della civiltà indiana». La citazione è tratta da un articolo del prof. W. Norman Brown dell’Università della Pennsylvania, pubblicato nel numero di maggio 1939 del Bollettino dell’American Council of Learned Societies, 907 15th St., Washington, D.C., 25 centesimi a copia. Lo stesso numero (28) della rivista contiene oltre cento pagine di una “Bibliografia di base per studi indiani”. 56

! «Le conferenze che si terranno qui non saranno mere repliche di conoscenze di seconda mano. Annunceranno nuove scoperte, che avranno trovato per la prima volta conferma sperimentale in queste sale. Attraverso la pubblicazione regolare dei lavori dell’Istituto, questi contributi indiani raggiungeranno il mondo intero. Diventeranno di proprietà pubblica; non saranno mai protetti da brevetto. Lo spirito della nostra cultura nazionale ci impone di non profanare mai la conoscenza sfruttandola solo per un vantaggio personale. ! «Auspico inoltre che le strutture di questo Istituto siano messe a disposizione, per quanto possibile, ai ricercatori di tutti i Paesi. In tal modo cerco di portare avanti la tradizione del mio Paese. Già venticinque secoli fa l’India accoglieva nelle sue antiche università, di Nalanda e Taxila, studiosi da ogni parte del mondo. ! «Benché la scienza non sia prerogativa né dell’Oriente né dell’Occidente, ma sia internazionale nella sua universalità, l’India è particolarmente adatta ad apportarvi importanti contributi.53 La fervida immaginazione indiana, capace di desumere un nuovo ordine da una massa di fatti apparentemente contraddittori, è disciplinata dall’abitudine alla concentrazione. Tale freno conferisce la facoltà di mantenere la mente rivolta alla ricerca della verità con infinita pazienza». ! Nell’udire le parole conclusive dello scienziato mi vennero le lacrime agli occhi. Non è forse la “pazienza” un sinonimo dell’India, quella pazienza che lascia sconcertati sia il Tempo sia gli storici? ! Compii un’ulteriore visita al centro di ricerca poco tempo dopo il giorno dell’inaugurazione. Il grande botanico, memore della sua promessa, mi guidò nel suo laboratorio silenzioso. ! «Applicherò il crescografo a questa felce; l’ingrandimento sarà enorme. Se lo strisciare di una lumaca venisse ingigantito nelle stesse proporzioni, la creatura sembrerebbe viaggiare come un treno espresso!». ! Fissavo con trepidazione lo schermo che rifletteva l’ombra ingigantita della felce. Erano ora chiaramente percepibili movimenti vitali minutissimi; la pianta stava crescendo molto lentamente sotto i miei occhi affascinati. Lo scienziato sfiorò la punta della felce con una barretta metallica. La pantomima in corso si arrestò bruscamente, per poi riprendere il proprio andamento eloquente non appena l’asticciola venne ritirata.

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La struttura atomica della materia era ben nota agli antichi indù. Uno dei sei sistemi della filosofia indiana è il Vaisesika, dalla radice sanscrita visesas, “individualità atomica”. Uno dei principali esponenti del Vaisesika fu Aulukya, detto anche Kanada, “il mangiatore di atomi”, nato circa 2800 anni fa. ! In un articolo comparso su East-West nell’aprile 1934, è stata fornita la seguente sintesi delle conoscenze scientifiche del Vaisesika: «Benché la moderna “teoria atomica” sia generalmente considerata una nuova conquista della scienza, essa fu brillantemente esposta molto tempo fa da Kanada, “il mangiatore di atomi”. Il termine sanscrito anus può essere tradotto in modo appropriato come “atomo”, nel senso letterale greco di “non tagliato” o indivisibile. Fra le ulteriori esposizioni scientifiche contenute nei trattati Vaisesika, che risalgono all’epoca precedente a Cristo, vi sono: 1) il movimento degli aghi verso i magneti; 2) la circolazione dell’acqua nelle piante; 3) l’akash o etere, inerte e privo di struttura, quale base per la trasmissione delle forze sottili; 4) il fuoco solare come causa di ogni altra forma di calore; 5) il calore quale causa di mutamento molecolare; 6) la legge di gravità dovuta alla qualità propria degli atomi terrestri, che conferisce loro il potere di attrarre o di trascinare verso il basso; 7) la natura cinetica di tutta l’energia; la causalità sempre radicata in un dispendio di energia o ridistribuzione del moto; 8) la dissoluzione universale mediante disintegrazione degli atomi; 9) la radiazione di raggi di luce e calore, particelle infinitamente piccole, che si scagliano in tutte le direzioni a velocità inconcepibile (la moderna teoria dei “raggi cosmici”); 10) la relatività del tempo e dello spazio. ! «Vaisesika attribuiva l’origine del mondo agli atomi, eterni nella loro natura, ossia nelle loro peculiarità fondamentali. Si riteneva che tali atomi fossero dotati di un incessante moto vibratorio ... La recente scoperta che un atomo è un sistema solare in miniatura non rappresenterebbe una novità per gli antichi filosofi del Vaisesika, che ridussero inoltre il tempo al suo estremo concetto matematico, descrivendo l’unità minima di tempo (kala) come il periodo impiegato da un atomo per attraversare la propria unità di spazio». 57

! «Come ha potuto vedere, ogni minima interferenza esterna è dannosa per i sensibilissimi tessuti» osservò Bose. «Guardi: ora somministrerò del cloroformio e poi un antidoto». ! L’effetto del cloroformio bloccò la crescita; l’antidoto ebbe un effetto vivificante. I movimenti evolutivi che apparivano sullo schermo mi avvincevano più della trama di un film. Il mio interlocutore (per l’occasione nella parte del “cattivo”) conficcò uno strumento tagliente in una parte della felce; il dolore venne segnalato da fremiti spasmodici. Quando poi infilzò parzialmente il gambo con un rasoio, l’ombra si agitò violentemente per poi placarsi con la punteggiatura finale della morte. ! «Cloroformizzando preventivamente un albero enorme sono riuscito a trapiantarlo con successo. Di solito questi monarchi della foresta muoiono assai presto dopo essere stati spostati». Jagadis sorrideva con soddisfazione raccontando la sua manovra di salvataggio. «I tracciati del mio sensibile apparecchio hanno dimostrato che gli alberi sono dotati di un sistema circolatorio; i movimenti della loro linfa corrispondono alla pressione sanguigna negli organismi animali. Il movimento ascendente della linfa non è spiegabile in base alle ragioni meccaniche addotte comunemente, quali ad esempio l’attrazione capillare. Il fenomeno ha trovato una spiegazione per mezzo del crescografo come un’attività di cellule viventi. Onde peristaltiche si dipartono da un tubo cilindrico che si estende per tutta la lunghezza dell’albero e che funge da vero e proprio cuore! Quanto più in profondità giunge la nostra percezione, tanto più evidenti risultano le prove di un piano unitario che collega ogni forma della molteplice natura». ! Il grande scienziato indicò un altro suo strumento. ! «Le mostrerò degli esperimenti su un pezzo di stagno. La forza vitale nei metalli reagisce agli stimoli sia in senso positivo che negativo. I segni tracciati dall’inchiostro registreranno le diverse reazioni». ! Profondamente affascinato, osservavo il grafico che registrava le onde caratteristiche della struttura atomica. Quando il professore applicò del cloroformio allo stagno, i tracciati vibratori si arrestarono. Ripresero quando il metallo, lentamente, tornò al suo stato normale. Egli somministrò una sostanza chimica velenosa. Simultaneamente all’ultimo tremolio dello stagno, l’ago tracciò sul foglio un annuncio di morte. ! «Gli strumenti Bose hanno dimostrato che i metalli, fra i quali l’acciaio utilizzato per le forbici e i macchinari, sono soggetti a fatica e riacquistano la propria efficienza con un periodico riposo. La pulsazione vitale nei metalli viene gravemente alterata o persino fatta cessare mediante l’applicazione di correnti elettriche o pressioni elevate». ! Mi guardai attorno nella stanza osservando le numerose invenzioni, testimonianza eloquente di un instancabile ingegno. ! «Signore, è deplorabile che lo sviluppo dell’agricoltura su larga scala non sia accelerato da un più ampio utilizzo delle vostre meravigliose apparecchiature. Non sarebbe facilmente possibile impiegare alcune di esse in rapidi esperimenti di laboratorio per indicare gli effetti di vari tipi di fertilizzanti sulla crescita delle piante?». ! «Lei ha ragione. Saranno innumerevoli gli usi ai quali le future generazioni destineranno gli strumenti Bose. Raramente gli scienziati ottengono il plauso dei contemporanei; la gioia di rendere un servizio creando è una ricompensa sufficiente». ! Esprimendo infinita gratitudine all’instancabile saggio mi congedai da lui. «Potrà mai esaurirsi la stupefacente fecondità del suo genio?» pensai. ! Essa non diminuì con il passare degli anni. In seguito all’invenzione di uno strumento assai complesso, il “cardiografo a risonanza”, Bose condusse vaste ricerche su innumerevoli piante dell’India. Si rivelò così una vastissima, quanto insospettata, farmacopea di utili medicinali. Il cardiografo è costruito con precisione infallibile, al punto da indicare su un grafico la centesima parte di un secondo. Registrazioni basate sulla risonanza misurano pulsazioni infinitesimali nella struttura vegetale, animale e umana. Il 58

grande botanico predisse che l’impiego del suo cardiografo avrebbe portato a praticare la vivisezione sulle piante anziché sugli animali. ! «Registrazioni comparate degli effetti di un farmaco somministrato contemporaneamente a una pianta e a un animale hanno rivelato una sorprendente uniformità di risultati» disse. «Tutto ciò che esiste nell’essere umano è stato prefigurato nella pianta. Gli studi sperimentali condotti sulla vegetazione contribuiranno ad alleviare le sofferenze umane». ! Anni dopo, le scoperte pionieristiche di Bose sulle piante furono confermate da altri scienziati. Sull’opera svolta nel 1938 presso la Columbia University il New York Times scrisse: ! In questi ultimi anni è stato accertato che quando i nervi trasmettono messaggi fra il cervello e le altre parti del corpo vengono generati minuscoli impulsi elettrici. Tali impulsi sono stati misurati per mezzo di galvanometri estremamente sensibili e amplificati milioni di volte da moderni apparecchi amplificatori. Finora non era stato individuato nessun metodo soddisfacente per studiare il passaggio degli impulsi lungo le fibre nervose negli organismi viventi animali o nell’essere umano, data l’elevata velocità a cui viaggiano tali impulsi. ! K.S. Cole e H.J. Curtis hanno riferito di aver scoperto che le singole cellule allungate della pianta d’acqua dolce nitella, spesso utilizzata nei vasi dei pesci rossi, sono praticamente identiche alle singole fibre nervose. Hanno inoltre constatato che le fibre di nitella, se stimolate, emettono onde elettriche del tutto simili, a eccezione della velocità, a quelle delle fibre nervose degli animali e dell’uomo. Si è osservato che gli impulsi elettrici nervosi nella pianta sono molto più lenti rispetto a quelli negli animali. Basandosi su tale scoperta, i ricercatori della Columbia University hanno ottenuto riprese al rallentatore del passaggio degli impulsi elettrici nei nervi. ! La pianta di nitella potrebbe dunque diventare una sorta di stele di Rosetta per decifrare i segreti gelosamente custoditi nella zona di confine fra la mente e la materia. ! Il poeta Rabindranath Tagore fu un fedele amico dello scienziato idealista indiano. Il dolce cantore bengalese gli dedicò i seguenti versi:54 ! ! O Eremita, chiama tu con le autentiche parole ! di quell’antico inno detto “Sama”: «Sorgi! Ridestati!». ! Richiama il presuntuoso che vanta il suo shastrico sapere ! dalle dispute vane e pedanti, sterili, ! chiama quello stolto millantatore, fallo uscire ! al cospetto della natura, di questa vasta terra, ! estendi la chiamata alla tua banda di sapienti; ! radunali attorno al tuo fuoco sacrificale. ! Possa così la nostra India, ! la nostra antica terra, tornare a se stessa, ! tornare al suo tenace lavoro, ! al dovere e alla devozione, alla sua estasi ! d’ardente meditazione; fa’ che essa sieda ! di nuovo calma, senza avidità, senza lotta, pura, ! ancora una volta sul suo nobile scranno ! e podio, maestra di tutte le nazioni. !

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Tradotti in inglese dal bengali di Rabindranath Tagore da Manmohan Ghosh, in Viswa-Bharati. 59

CAPITOLO: 9 !

Il devoto estatico e il suo idillio cosmico

! «Piccolo signore, siediti pure, ti prego. Sono in colloquio con la Madre Divina». ! Ero entrato nella stanza silenziosamente, in grande soggezione. L’apparizione angelica del Maestro Mahasaya quasi mi abbagliò. Con la serica barba bianca e i grandi occhi lucenti, egli sembrava l’incarnazione della purezza. Dal mento sollevato e dalle mani giunte compresi che la mia prima visita lo aveva disturbato nel mezzo delle sue devozioni. ! Le sue semplici parole di saluto mi toccarono intimamente con una violenza mai provata prima d’allora. Avevo pensato che l’amara separazione da mia madre, dovuta alla sua morte, fosse la misura di ogni angoscia. Ora sentivo il tormento della separazione dalla mia Madre Divina come un’indescrivibile tortura dello spirito. Caddi a terra gemendo. ! «Piccolo signore, calmati!». Il santo era addolorato, nella sua compassione per me. ! Abbandonato in un oceano di desolazione, mi aggrappai ai suoi piedi come all’unica scialuppa che potesse trarmi in salvo. ! «Santo signore, intercedete per me! Chiedete alla Madre Divina se sono degno di favore ai Suoi occhi!». ! A una tale promessa non si acconsente con leggerezza; il maestro fu costretto al silenzio. ! Ero convinto al di là d’ogni dubbio che il Maestro Mahasaya fosse in intimo colloquio con la Madre Universale. Era motivo di profonda umiliazione accorgermi che i miei occhi erano ciechi a Colei che, in quello stesso istante, era visibile allo sguardo puro del santo. Restando aggrappato ai suoi piedi senza alcun ritegno, sordo alle sue gentili rimostranze, implorai ripetutamente la grazia della sua intercessione. ! «Supplicherò l’Amata per te». La resa del maestro giunse con un lento e compassionevole sorriso. ! Quale potere era racchiuso in quelle poche parole, tale da liberare il mio essere dal suo tempestoso esilio? ! «Signore, ricordate il vostro impegno! Tornerò presto per conoscere il Suo messaggio!». Una gioiosa aspettativa vibrava ora nella mia voce, solo un attimo prima spezzata da singhiozzi di dolore. ! Scendendo la lunga scalinata fui sopraffatto dai ricordi. La casa al numero 50 di Amherst Street in cui ora abitava il Maestro Mahasaya era stata un tempo la dimora della mia famiglia, e il luogo della morte di mia madre. Qui il mio cuore umano si era spezzato per la madre scomparsa; in questo stesso luogo, oggi, avevo sentito il mio spirito come crocifisso per l’assenza della Madre Divina. Mura benedette, mute testimoni delle mie atroci ferite e della mia guarigione finale! ! I miei passi volavano mentre tornavo a casa in Gurpar Road. Rifugiatomi nella solitudine della mia piccola soffitta, rimasi in meditazione fino alle dieci. L’oscurità della calda notte indiana fu improvvisamente illuminata da una visione meravigliosa. ! Circondata da una luce splendente, la Madre Divina mi stava dinanzi. Il Suo volto, teneramente sorridente, era la bellezza stessa. ! «Sempre ti ho amato! Sempre ti amerò!». ! Mentre quei suoni celestiali ancora risuonavano nell’aria, Ella scomparve. ! Il mattino seguente, il sole non si era ancora levato a un’altezza decorosa quando mi recai per la seconda volta in visita dal Maestro Mahasaya. Salendo le scale di quella casa piena di ricordi struggenti, giunsi fino alla sua stanza al quarto piano. La maniglia della porta chiusa era avvolta in un panno, segno – mi parve – che il santo non desiderava essere disturbato. Mentre, esitante, sostavo sul pianerottolo, la porta fu aperta dalla mano del maestro che mi porgeva il benvenuto. Mi inginocchiai ai suoi santi piedi. Per gioco, assunsi a mo’ di maschera un’espressione solenne, celando la mia divina esultanza. 60

! «Signore, sono venuto – molto presto, lo ammetto! – per ricevere il vostro messaggio. L’Amata Madre vi ha detto nulla riguardo a me?». ! «Piccolo signore malizioso!». ! Si astenne da ogni altro commento. A quanto pare, la mia ostentata gravità non lo impressionava affatto. ! «Perché siete tanto misterioso, tanto evasivo? I santi non parlano mai in modo chiaro?». Forse ero un po’ piccato. ! «Devi proprio mettermi alla prova?». I suoi occhi calmi erano pieni di comprensione. «Potrei mai aggiungere anche solo una parola, stamani, alla rassicurazione che hai ricevuto ieri notte alle dieci dalla Madre Meravigliosa in persona?». ! Il Maestro Mahasaya aveva il controllo sulle chiuse della mia anima: ancora una volta mi gettai ai suoi piedi. Questa volta, però, le mie lacrime sgorgarono da una gioia e non da un dolore quasi intollerabile. ! «Pensi forse che la tua devozione non abbia toccato la Misericordia Infinita? La Maternità di Dio, che hai venerato sia in forma umana che divina, mai avrebbe potuto mancare di rispondere al tuo grido disperato». ! Chi era questo semplice santo, la cui minima richiesta rivolta allo Spirito Universale veniva accolta con dolce consenso? Il suo ruolo nel mondo era umile, come si confaceva al più grande uomo d’umiltà che io abbia mai conosciuto. In quella casa di Amherst Street il Maestro Mahasaya55 dirigeva una piccola scuola superiore maschile. Nessuna parola di castigo usciva mai dalle sue labbra; né regole né bacchette mantenevano la sua disciplina. Una matematica davvero superiore veniva insegnata in quelle aule modeste e una chimica dell’amore introvabile nei libri di testo. Egli diffondeva la sua saggezza per contagio spirituale, piuttosto che con impermeabili precetti. Consumato da una passione semplice e innocente per la Madre Divina, il santo non pretendeva forme esteriori di rispetto, più di quante non ne richieda un bambino. ! «Io non sono il tuo guru; egli verrà più tardi» mi disse. «Sotto la sua guida, le tue esperienze del Divino in termini di amore e devozione verranno tradotte nei suoi termini di incommensurabile saggezza». ! Ogni giorno, nel tardo pomeriggio, mi recavo ad Amherst Street. Ricercavo la divina coppa del Maestro Mahasaya, così traboccante che le sue gocce, giorno dopo giorno, inondavano il mio essere. Mai prima d’allora mi ero inchinato con così profonda reverenza; ora sentivo di godere di un privilegio inestimabile persino nel calpestare lo stesso suolo santificato dal Maestro Mahasaya. ! «Signore, vi prego, mettete questa ghirlanda di champak che ho preparato apposta per voi». Una sera arrivai recando la mia corona di fiori; ma egli si ritrasse timidamente, rifiutando più volte l’onore. Accortosi del mio dispiacere, alla fine acconsentì sorridendo. ! «Visto che siamo entrambi devoti alla Madre Divina, puoi posare la ghirlanda su questo tempio corporeo, quale offerta a Colei che vi dimora». Nel suo animo, tanto vasto, non c’era spazio perché potesse attecchirvi la benché minima considerazione dettata dall’ego. ! «Domani andiamo al tempio di Dakshineswar, consacrato per sempre dal mio guru». Il Maestro Mahasaya era discepolo di un maestro simile al Cristo, Sri Ramakrishna Paramhansa. ! Il mattino seguente compimmo il viaggio di circa sei chilometri in battello, lungo il Gange. Entrammo nel tempio di Kali dalle nove cupole, in cui le immagini della Madre Divina e di Shiva poggiano su un loto d’argento brunito, dai mille petali cesellati con cura. Il Maestro Mahasaya, estasiato, sorrideva raggiante. Era avvinto dal suo inesauribile idillio

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Sono questi i titoli reverenziali con i quali ci si rivolgeva abitualmente a lui. Il suo nome era Mahendra Nath Gupta; firmava le sue opere letterarie con una semplice “M”. 61

con l’Amata. Appena iniziò a cantare il Suo nome, il mio cuore, rapito, sembrò infrangersi in mille pezzi. ! Più tardi passeggiammo nei recinti sacri, fermandoci in un boschetto di tamerici. La caratteristica manna essudata da quest’albero era il simbolo del cibo celeste che il Maestro Mahasaya mi stava donando. Le sue divine invocazioni proseguirono. Sedevo rigidamente immobile sull’erba fra i piumosi fiori rosa delle tamerici. Assentandomi temporaneamente dal corpo, mi librai in volo per una visita celestiale. ! Questo fu il primo di molti pellegrinaggi a Dakshineswar che compii con il santo maestro. Da lui imparai la dolcezza di Dio nel Suo aspetto di Madre o Divina Misericordia. Il santo, simile a un fanciullo, era poco attratto dall’aspetto di Padre o Giustizia Divina. Il giudizio severo, rigoroso, matematico era estraneo al suo animo gentile. ! «Può fungere da prototipo terreno degli stessi angeli celesti!» pensavo affettuosamente, guardandolo un giorno mentre pregava. Senza il benché minimo cenno di censura o di critica, egli contemplava il mondo con occhi da tempo avvezzi alla Purezza Originaria. In lui il corpo, la mente, la parola e le azioni si armonizzavano naturalmente con la semplicità della sua anima. ! «Così mi diceva il mio Maestro». Rifuggendo da qualsiasi affermazione personale, il santo concludeva invariabilmente ogni saggio consiglio con quest’atto di omaggio. La sua identificazione con Sri Ramakrishna era talmente profonda che il Maestro Mahasaya non considerava più come propri i suoi stessi pensieri. ! Tenendoci per mano, una sera, il santo e io camminavamo attorno all’isolato della sua scuola. La mia gioia fu offuscata dall’arrivo di un conoscente presuntuoso che ci afflisse con un lungo discorso. ! «Vedo che quest’uomo non ti piace». Il sussurro del santo, rivolto a me, non fu udito dall’egocentrico, ammaliato dal suo stesso monologo. «Ne ho parlato alla Madre Divina; Ella comprende il triste frangente in cui ci troviamo. Ha promesso che, non appena avremo superato quella casa rossa laggiù, gli ricorderà una faccenda più urgente». ! DUE FRATELLI DI THERESE NEUMANN Insieme a me durante la mia visita a Konnersreuth, in Baviera. ! !

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IL MAESTR O MAHASAYA Costantemente immerso nell’estasi del suo idillio cosmico. !

I miei occhi erano incollati al luogo della salvezza. Raggiunto il cancello rosso, l’uomo, inspiegabilmente, si voltò e se ne andò, senza completare la frase né salutare. Dopo l’assalto, l’atmosfera si placò nel conforto della pace. ! Un altro giorno camminavo da solo nei pressi della stazione ferroviaria di Howrah. Per un attimo sostai vicino a un tempio, criticando in cuor mio un gruppetto di uomini che, muniti di tamburi e cembali, ripetevano chiassosamente un canto. ! «Con quale mancanza di devozione usano il nome divino del Signore ripetendolo meccanicamente» pensavo, quando il mio sguardo si posò, stupito, sul Maestro Mahasaya che si avvicinava rapidamente. «Signore, come mai siete qui?». ! Il santo, ignorando la mia domanda, rispose al mio pensiero: «Non è forse vero, piccolo signore, che il nome dell’Amata risuona dolcemente su tutte le labbra, siano esse ignoranti o sagge?». Egli mi cinse affettuosamente con il braccio e io mi ritrovai trasportato sul suo tappeto magico alla Presenza Misericordiosa. ! «Ti piacerebbe vedere dei bioscopi?». Questa domanda, rivoltami un pomeriggio dal Maestro Mahasaya, poteva trarre in inganno; allora il termine veniva usato in India per indicare il cinematografo. Accettai, lieto di essere in sua compagnia in qualunque circostanza. Camminando a passo rapido, giungemmo al giardino di fronte all’Università di Calcutta. Il mio compagno mi indicò una panchina vicino al goldighi, lo stagno. ! «Sediamoci qui per qualche minuto. Il mio Maestro m’invitava sempre a meditare, ovunque vedessi uno specchio d’acqua. La placidità di questo stagno ci ricorda l’immensa calma di Dio. Come tutte le cose possono essere riflesse nell’acqua, l’universo si rispecchia nel lago della Mente Cosmica. Così diceva spesso il mio gurudeva». ! Presto entrammo in un’aula universitaria in cui era in corso una lezione che si rivelò di una noia abissale, nonostante la proiezione, di tanto in tanto, di diapositive ugualmente prive di qualsiasi interesse. ! «È questo, dunque, il genere di bioscopio che il maestro voleva che vedessi!». Il mio pensiero era impaziente, ma non volevo offendere il santo tradendo con l’espressione del viso la mia noia. Egli, tuttavia, si chinò confidenzialmente verso di me. ! «Piccolo signore, vedo che questo bioscopio non è di tuo gradimento. L’ho fatto presente alla Madre Divina ed Ella si rende conto della triste situazione in cui ci troviamo. 63

Mi dice che le luci fra poco si spegneranno e non si riaccenderanno finché non avremo la possibilità di uscire dall’aula». ! Non appena ebbe terminato di sussurrare queste parole, la sala piombò nell’oscurità. La voce stridente del professore si zittì per la sorpresa, poi egli osservò: «A quanto pare l’impianto elettrico della sala è difettoso». A quel punto il Maestro Mahasaya e io eravamo già al sicuro, oltre la porta dell’aula. Gettando uno sguardo indietro dal corridoio, vidi che la scena del nostro martirio era di nuovo illuminata. ! «Piccolo signore, sei rimasto deluso da questo bioscopio, ma credo che quest’altro ti piacerà». Il santo e io ci eravamo fermati sul marciapiede di fronte all’edificio dell’università. Egli mi diede gentilmente un colpetto sul petto all’altezza del cuore. ! Seguì un silenzio trasfigurante. Come nei moderni film sonori le immagini diventano mute quando si guasta l’audio, così la Mano Divina, per uno strano miracolo, spense il frastuono terreno. I pedoni, e così pure i tram, le automobili, i carri trainati dai buoi, le carrozze pubbliche con le ruote di ferro, tutti transitavano silenziosamente. Quasi fossi dotato di un occhio onnipresente, contemplavo le scene che si svolgevano dietro di me e in entrambi i lati con la stessa facilità con cui potevo vedere quelle di fronte. L’intero spettacolo delle attività in corso in quel piccolo settore di Calcutta sfilava davanti ai miei occhi senza alcun suono. Come il bagliore di un fuoco intravisto sotto una sottile coltre di cenere, una calda luminescenza permeava la vista panoramica. ! Il mio stesso corpo non sembrava altro che una delle molte ombre, seppure immobile, in quel muto andirivieni. Molti ragazzi, amici miei, si avvicinarono e passarono oltre: pur avendomi guardato direttamente in volto non mi avevano riconosciuto. ! Quella pantomima straordinaria mi trasportò in un’estasi indescrivibile. Bevvi a grandi sorsi da una fonte inebriante. A un tratto sentii sul petto un altro lieve colpo del Maestro Mahasaya. Il pandemonio del mondo esplose nelle mie orecchie riluttanti. Vacillai, come se fossi stato bruscamente risvegliato da un fragile sogno: il vino trascendentale era ormai lontano e irraggiungibile. ! «Piccolo signore, vedo che questo secondo bioscopio 56 è stato di tuo gradimento». Il santo sorrideva; stavo per lasciarmi cadere ai suoi piedi, colmo di gratitudine, ma egli disse: «Ora non puoi più fare questo a me; sai che Dio è anche nel tuo tempio! Non permetterò che la Madre Divina tocchi i miei piedi attraverso le tue mani!». ! Chiunque avesse osservato l’umile maestro e me mentre ci allontanavamo dal marciapiede affollato avrebbe sicuramente sospettato che fossimo in stato di ubriachezza. Io sentivo che le ombre calanti della sera erano anch’esse partecipi della nostra ebbrezza di Dio. Quando il giorno si riprese dal suo deliquio notturno, affrontai il nuovo mattino ormai orfano del mio stato d’estasi. Gelosamente custodito nella memoria è rimasto però il ricordo del serafico figlio della Madre Divina, il Maestro Mahasaya! ! Mentre cerco, con parole inadeguate, di rendere omaggio alla sua benignità, mi domando se il Maestro Mahasaya e altri santi dotati di profonda chiaroveggenza, il cui cammino s’intrecciò con il mio, sapessero che, a distanza di anni, in un Paese occidentale, avrei raccontato le loro vite di devoti di Dio. La loro precognizione non mi sorprenderebbe, così come non sorprenderebbe, mi auguro, i lettori che mi hanno seguito fin qui.

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L’Oxford English Dictionary riporta, come rara, la seguente definizione del termine bioscopio: “una visione della vita; ciò che ci dà tale visione”. In quel caso, quindi, la scelta della parola da parte del Maestro Mahasaya era particolarmente giustificata. 64

CAPITOLO: 10 !

Incontro il mio Maestro, Sri Yukteswar

! «L A FEDE IN DIO può produrre qualsiasi miracolo, a eccezione di uno: superare gli esami senza studiare». Disgustato chiusi il libro che stavo sfogliando in un momento d’ozio. ! «L’eccezione indicata dall’autore dimostra la sua completa mancanza di fede» pensai. «Poveretto, è un estimatore dello studio fino a tarda notte!». ! Avevo promesso a mio padre che avrei concluso gli studi liceali, ma non posso certo dire di essere stato diligente. I mesi passavano e io, più che in classe, trascorrevo il mio tempo in angoli solitari lungo i ghat di Calcutta. I luoghi delle cremazioni a essi adiacenti, raccapriccianti soprattutto di notte, esercitano particolare attrattiva sugli yogi. Colui che anela all’Essenza Immortale non deve lasciarsi turbare da qualche cranio disadorno. L’inadeguatezza umana appare evidente nel lugubre ricettacolo di un ammasso d’ossa. Le mie veglie notturne, quindi, erano di natura assai diversa da quelle degli eruditi. ! La settimana degli esami di maturità alla scuola superiore indù era ormai prossima. Il periodo delle interrogazioni, alla stregua degli spettri sepolcrali, suscita notoriamente un vero e proprio terrore. La mia mente, tuttavia, era in pace. Sfidando i fantasmi, esumavo un sapere che non si acquisisce nelle aule scolastiche. Mi mancava, però, l’arte di Swami Pranabananda, in grado di apparire senza sforzo in due luoghi contemporaneamente. Il dilemma dei miei studi era, chiaramente, materia di competenza dell’Ingegno Infinito. Così ragionavo, benché ciò possa apparire illogico a molti. L’irrazionalità del devoto scaturisce dalle migliaia d’inspiegabili dimostrazioni della presenza provvidenziale di Dio nei momenti di difficoltà. ! «Ciao, Mukunda! Ti si vede ben poco in questi giorni!» mi disse un compagno di scuola avvicinandomi un pomeriggio sulla Gurpar Road. ! «Ciao, Nantu! La mia invisibilità a scuola mi ha messo in una situazione decisamente imbarazzante». Mi confidai, confortato dal suo sguardo amichevole. ! Nantu, che era uno studente brillante, rise di cuore; il mio dramma non era privo di un aspetto comico. ! «Sei totalmente impreparato per gli esami finali! Immagino che tocchi a me aiutarti!». ! Quelle semplici parole suonarono alle mie orecchie come una promessa divina; mi recai con sollecitudine a casa del mio amico. Egli, gentilmente, mi espose le soluzioni di vari quesiti che, secondo le sue previsioni, sarebbero stati posti dagli esaminatori. ! «Queste domande saranno l’esca che farà cadere molti ragazzi sprovveduti nel tranello degli esami. Ricordati le mie risposte e te la caverai senza danni». ! Quando me ne andai era ormai notte fonda. Rimpinzato fino a scoppiare di erudizione mal digerita, pregai devotamente di riuscire a conservarla per i pochi giorni critici che ancora rimanevano. Nantu mi aveva dato ripetizioni in varie materie ma, incalzato dal tempo, si era dimenticato del mio corso di sanscrito. Con fervore feci presente a Dio la dimenticanza. ! Il mattino dopo uscii per una breve passeggiata, assimilando le mie nuove cognizioni al ritmo sostenuto dei miei passi. Nel prendere una scorciatoia fra le erbacce di un terreno abbandonato, il mio sguardo cadde su alcuni fogli stampati sparsi al suolo. Con un balzo li raccolsi e scoprii trionfante che si trattava di versi in sanscrito. Cercai un pandit affinché mi

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aiutasse nella mia incerta interpretazione. La sua voce piena colmò l’aria della bellezza levigata e dolce come il miele dell’antica lingua.57 ! «Questi versi straordinari non possono certo esserti d’aiuto per il tuo esame di sanscrito». Lo studioso li accantonò con scetticismo. ! Eppure la familiarità con quel particolare poema mi consentì, il giorno seguente, di superare la prova di sanscrito. Grazie all’aiuto oculato ricevuto da Nantu, inoltre, riuscii a ottenere il punteggio minimo sufficiente per la promozione in tutte le altre materie. ! Mio padre fu lieto che avessi mantenuto la parola e portato a termine gli studi secondari. La mia gratitudine volò al Signore, alla cui sola guida attribuivo l’incontro con Nantu e la passeggiata lungo quel percorso insolito, in mezzo al terreno ingombro di detriti. Scherzosamente, Egli aveva dato due diverse manifestazioni al Suo piano provvidenziale per venire in mio soccorso. ! Ritrovai per caso il libro che avevo scartato, il cui autore aveva negato a Dio la precedenza nelle aule degli esami. Non potei trattenere una risatina, commentando fra me e me: ! «Non farei che aumentare la confusione di quel tale, se gli dicessi che la meditazione divina in mezzo ai cadaveri è una scorciatoia per il diploma di maturità!». ! Forte della mia nuova dignità, progettavo ora apertamente di lasciare la casa paterna. Insieme a un giovane amico, Jitendra Mazumdar,58 decisi di entrare nell’ashram Mahamandal a Benares e di seguirne la disciplina spirituale. ! Fui colto dallo sconforto, una mattina, al pensiero di separarmi dalla mia famiglia. Dopo la morte di mia madre mi ero affezionato in special modo ai miei due fratelli minori, Sananda e Bishnu, per i quali provavo particolare tenerezza. Corsi a rifugiarmi nel mio ritiro, la piccola soffitta che era stata testimone di tanti momenti fatidici del mio turbolento sadhana.59 Dopo aver versato fiumi di lacrime per due ore, mi sentii stranamente trasformato, come per effetto di un processo alchemico di purificazione. Ogni attaccamento60 scomparve; la determinazione di cercare Dio come l’Amico fra gli amici si radicò in me con forza granitica. Rapidamente terminai i preparativi per il viaggio. ! «Ti supplico un’ultima volta!». Mio padre era profondamente addolorato quando gli fui dinanzi per ricevere la sua ultima benedizione: «Non abbandonare me e i tuoi sconsolati fratelli e sorelle». ! «Padre riverito, come esprimere a parole tutto l’amore che provo per voi? Ma ancor più grande è il mio amore per il Padre Celeste, che mi ha concesso in dono un padre perfetto sulla terra. Lasciatemi andare, affinché un giorno io possa ritornare con una più divina comprensione». ! Ottenuto il riluttante consenso paterno, partii per raggiungere Jitendra, che si trovava già a Benares, all’ashram. Al mio arrivo Dyananda, il giovane swami a capo dell’ashram, mi accolse cordialmente. Alto e magro, di aspetto serio e pensoso, mi fece una buona impressione. Il suo volto dalla carnagione chiara aveva la compostezza di un Buddha.

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Sanskrita: levigato, completo. Il sanscrito è la sorella maggiore di tutte le lingue indo-europee. Le lettere dell’alfabeto sanscrito si chiamano Devanagari, letteralmente “dimora divina”. «Colui che conosce la mia grammatica, conosce Dio!». Con queste parole Panini, grande filologo dell’antica India, rese omaggio alla perfezione matematica e psicologica del sanscrito. Colui che seguisse traccia di questo idioma fin nei suoi recessi più reconditi finirebbe col diventare, invero, onnisciente. 58

Non si trattava di Jatinda (Jotin Ghosh), ricordato per la sua provvidenziale avversione per le tigri!

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Cammino o via preliminare verso Dio.

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Le Scritture indù insegnano che l’attaccamento alla famiglia è ingannevole se impedisce al devoto la ricerca del Dispensatore di ogni grazia, ivi compresi l’amore dei congiunti e perfino la vita stessa. Anche Gesù diede un insegnamento simile: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Matteo 12,48). 66

! Ero contento che nella mia nuova dimora ci fosse una soffitta, in cui facevo in modo di trascorrere le ore dell’alba e del mattino. I membri dell’ashram, poco esperti nelle pratiche di meditazione, pensavano che dovessi dedicare tutto il mio tempo a compiti organizzativi. Mi espressero il loro apprezzamento per il lavoro che svolgevo al pomeriggio nel loro ufficio. ! «Non cercare di catturare Dio così presto!». Queste parole di scherno rivoltemi da un residente dell’ashram accompagnarono una delle mie partenze mattutine verso la soffitta. Mi recai da Dyananda, che era occupato nel suo piccolo studio affacciato sul Gange. ! «Swamiji,61 non capisco che cosa mi sia richiesto qui. Io sto cercando la percezione diretta di Dio. Senza di Lui non posso accontentarmi di un’affiliazione, di un credo o di opere buone». ! Il monaco dalla veste arancione mi diede un’affettuosa pacca sulla spalla. Inscenando una finta ramanzina, egli ammonì alcuni discepoli che si trovavano nelle vicinanze. «Non infastidite Mukunda. Imparerà le nostre abitudini». ! Educatamente tacqui i miei dubbi. Gli studenti uscirono dalla stanza, non troppo abbattuti per il rimprovero ricevuto. Dyananda doveva dirmi dell’altro. ! «Mukunda, vedo che tuo padre ti invia regolarmente del denaro. Restituisciglielo, ti prego; qui non ne hai alcun bisogno. Una seconda disposizione disciplinare per te riguarda il cibo. Anche se hai fame, non dirlo». ! Non sapevo se la fame balenasse nei miei occhi. Sapevo perfettamente, però, di essere affamato. Il primo pasto all’ashram era fissato, invariabilmente, a mezzogiorno; a casa ero abituato a fare un’abbondante colazione alle nove del mattino. ! Le tre ore di attesa diventavano ogni giorno sempre più interminabili. Erano passati i tempi in cui, a Calcutta, potevo fare le mie rimostranze al cuoco per un ritardo di dieci minuti! Ora cercavo di tenere a bada l’appetito; un giorno decisi di digiunare per ventiquattr’ore. Con raddoppiato gusto, attendevo il mezzogiorno successivo. ! «Il treno di Dyanandaji è in ritardo; non mangeremo fino al suo arrivo». Fu Jitendra a comunicarmi questa notizia devastante. In segno di benvenuto per lo swami, rimasto assente due settimane, erano state preparate molte prelibatezze. Un profumo appetitoso riempiva l’aria. Non venendomi offerto null’altro, che cosa potevo ingoiare, se non l’orgoglio di essere riuscito a digiunare il giorno prima? ! «Signore, affretta l’arrivo del treno!». Al Celeste Dispensatore – pensavo – non poteva certo applicarsi l’interdizione con la quale Dyananda mi aveva costretto al silenzio. La Divina Attenzione, tuttavia, era rivolta altrove; l’orologio segnava col suo lento incedere il passare delle ore. Calava ormai la sera quando il nostro superiore varcò la porta dell’ashram. Il mio saluto fu pieno di gioia sincera. ! «Dyanandaji dovrà fare il bagno e meditare, prima che si possa servire il pasto». Ancora una volta Jitendra mi si avvicinò come un uccello del malaugurio. ! Ormai ero sul punto di svenire. Il mio giovane stomaco, nuovo alle privazioni, protestava con mordace vigore. Le immagini di vittime di carestie, che avevo visto in passato, scorrevano come spettri davanti a me. ! «Il prossimo caso di morte per fame a Benares sta per verificarsi proprio adesso in questo ashram» pensavo. Il tragico, incombente destino venne scongiurato alle nove della sera. Invito dolce come l’ambrosia! Nella mia memoria il ricordo di quel pasto è ancora vivido come uno dei momenti perfetti della mia vita. ! Nonostante fossi intensamente assorbito dalla mia occupazione, non mancai di osservare che Dyananda mangiava in modo distratto. Evidentemente era alquanto superiore ai miei grossolani piaceri.

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Ji è un suffisso abituale di rispetto, utilizzato in particolare nel discorso diretto, come ad esempio nelle espressioni: swamiji, guruji, Sri Yukteswarji, Paramhansaji. 67

! «Swamiji, non avevate fame?». Felicemente satollo, mi trovavo solo con il nostro superiore nel suo studio. ! «Oh, sì! Negli ultimi quattro giorni non ho mangiato né bevuto. Non mangio mai sui treni, pieni delle vibrazioni eterogenee di persone mondane. Mi attengo rigorosamente alle regole shastriche 62 per i monaci del mio ordine. ! «Alcuni problemi del nostro lavoro organizzativo mi impegnano la mente. Stasera, qui a casa, ho trascurato la cena. Che fretta c’è? Domani m’impegnerò a fare un pasto regolare». Rise allegramente. ! Mi sentii quasi soffocare dalla vergogna. La giornata di tortura che avevo trascorso, però, non era facile da dimenticare. Osai un’ulteriore domanda: ! «Swamiji, sono perplesso. Attenendomi ai vostri insegnamenti, supponiamo che io non chieda mai del cibo e che nessuno me ne offra: morirei di fame». ! «Ebbene, muori!». L’allarmante suggerimento fendette l’aria. «Muori, se devi morire, Mukunda! Non convincerti mai che ciò che ti fa vivere è il potere del cibo e non il potere di Dio! Colui che ha creato ogni forma di nutrimento, Colui che ti ha dato l’appetito, provvederà sicuramente al sostentamento del Suo devoto! Non immaginare che sia il riso a tenerti in vita o che siano il denaro o gli uomini a sostentarti! Potrebbero forse aiutarti, se il Signore ritraesse il tuo soffio vitale? Essi sono soltanto i Suoi strumenti indiretti. È forse per una tua abilità che il cibo viene digerito nel tuo stomaco? Usa la spada della discriminazione, Mukunda! Spezza le catene dell’agire e discerni la Causa Unica!». ! Mi accorsi che le sue parole incisive penetravano in me fino al midollo. Era scomparsa l’antica illusione, che consentiva agli imperativi del corpo di trarre in inganno l’anima. Immediatamente avvertii l’autosufficienza assoluta dello Spirito. In quante città sconosciute in seguito, nel corso della mia vita di continui viaggi, ebbi occasione di constatare l’utilità di questa lezione, ricevuta in un ashram di Benares! ! L’unico bene prezioso che mi aveva accompagnato da Calcutta era l’amuleto d’argento del sadhu lasciatomi da mia madre. Per anni l’avevo custodito e ora l’avevo nascosto accuratamente nella mia stanza nell’ashram. Per rinnovare la mia gioia di fronte alla testimonianza del talismano, un mattino aprii l’astuccio chiuso. L’involucro sigillato era intatto, ma ahimè, l’amuleto era scomparso! Tristemente strappai la busta e me ne accertai definitivamente. Era svanito, secondo la predizione del sadhu, tornando nell’etere da dove egli l’aveva tratto. ! I rapporti con i seguaci di Dyananda andarono via via peggiorando. I miei compagni si sentivano estranei nei miei confronti, offesi dal mio ostinato distacco. La mia rigorosa osservanza della pratica della meditazione sull’Ideale per il quale avevo abbandonato la mia famiglia e tutte le ambizioni mondane, suscitava futili critiche da parte di tutti. ! Lacerato dall’angoscia spirituale, un mattino all’alba salii in soffitta, deciso a pregare finché non mi fosse stata concessa una risposta. ! «Madre misericordiosa dell’Universo, istruiscimi Tu stessa per mezzo di visioni o attraverso un guru inviato da Te!». ! Le ore trascorsero e io rimasi a supplicare singhiozzando, senza ricevere risposta. All’improvviso mi sentii sollevare quasi fisicamente fino a una sfera incircoscritta. ! «Il tuo Maestro verrà oggi!». Una voce femminile divina proveniva da ovunque e da nessun luogo.

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Relative agli shastra, ossia, letteralmente, i “libri sacri”, i quali comprendono quattro categorie di Scritture: shruti, smriti, purana e tantra. Questi vasti trattati prendono in esame tutti gli aspetti della vita religiosa e sociale e settori quali il diritto, la medicina, l’architettura, l’arte ecc. Le shruti sono le Scritture “udite direttamente” o “rivelate”, i Veda; la smriti o dottrina “ricordata” fu infine trasposta in forma scritta in un remoto passato nei poemi epici più lunghi al mondo, il Mahabharata e il Ramayana; i purana sono allegorie “antiche”; tantra significa, letteralmente, “riti” o “rituali”. Questi trattati esprimono profonde verità in forma velata attraverso un complesso simbolismo. 68

! Questa superna esperienza fu bruscamente interrotta da un grido lacerante che proveniva da un luogo ben definito. Un giovane sacerdote, soprannominato Habu, mi stava chiamando dalla cucina al piano inferiore. ! «Mukunda, basta meditare! C’è bisogno di te per una commissione». ! In un’altra occasione forse avrei risposto con impazienza; questa volta, invece, mi asciugai il viso gonfio di pianto e, docilmente, obbedii agli ordini. Habu e io ci avviammo verso una lontana piazza del mercato nella parte bengalese della città di Benares. L’implacabile sole indiano non aveva ancora raggiunto lo zenit mentre facevamo acquisti nei bazar. Ci aprivamo un varco nella folla variopinta composta da massaie, guide, sacerdoti, vedove vestite sobriamente, compassati bramini e onnipresenti tori sacri. Passando davanti a un vicolo poco appariscente, mi voltai e lanciai un’occhiata a quello stretto tratto di strada. ! Un uomo simile al Cristo, nella veste color ocra degli swami, era in piedi, immobile, all’altro capo della viuzza. Istantaneamente colsi in lui un’antica familiarità; per un attimo il mio sguardo si nutrì avidamente. Poi fui assalito dal dubbio. ! «Stai scambiando questo monaco errante per qualcun altro che conosci» pensai. «Sognatore, prosegui per la tua strada!». ! Dopo dieci minuti avvertii un pesante torpore ai piedi. Come se fossero diventati di pietra, essi non riuscivano più a condurmi oltre. Faticosamente mi voltai; i piedi tornarono allo stato normale. Mi rigirai nella direzione opposta; di nuovo fui oppresso da quella singolare pesantezza. ! «Il santo mi sta attirando magneticamente a sé!». Con questo pensiero accatastai i miei pacchetti nelle braccia di Habu. Egli aveva osservato con stupore lo stravagante balletto dei miei piedi e ora scoppiò a ridere. ! «Che ti succede? Sei impazzito?». ! La mia tumultuosa emozione mi impedì di replicare; in silenzio, mi allontanai velocemente. ! Tornando sui miei passi come se avessi le ali ai piedi, giunsi fino al vicolo. Gettando una rapida occhiata scoprii la figura tranquilla che fissava intensamente nella mia direzione. Qualche passo spedito e fui ai suoi piedi. ! «Gurudeva!».63 Il volto divino era proprio quello che mi era apparso in migliaia di visioni. Quegli occhi d’alcione, nel capo leonino con la barba a punta e i riccioli fluenti, si erano spesso fugacemente affacciati nelle tenebre delle mie fantasticherie notturne, recando una promessa che non avevo compreso appieno. ! «Anima mia, sei venuto a me!». Il mio guru continuava a ripetere queste parole in bengali, con la voce vibrante di gioia. «Quanti anni ti ho aspettato!». ! Entrammo in silenziosa comunione; le parole apparivano del tutto superflue. L’eloquenza fluiva in un cantico senza suono dal cuore del maestro al discepolo. Con l’antenna di un’intuizione inconfutabile, avvertivo che il mio guru conosceva Dio e mi avrebbe condotto a Lui. L’oscurità di questa vita si dileguò in una fragile alba di ricordi prenatali. Tempo drammatico! Il passato, il presente e il futuro sono le sue scene cicliche. Questo non era il primo sole che mi vedeva dinanzi a quei sacri piedi! ! Con la mia mano nella sua, il mio guru mi condusse alla sua temporanea dimora, nel quartiere Rana Mahal della città. La sua figura atletica si muoveva con passo sicuro. Alto, eretto, dell’età di circa cinquantacinque anni, era attivo e vigoroso come un giovane. I suoi occhi scuri erano grandi, bellissimi nella loro insondabile saggezza. I capelli leggermente ricciuti addolcivano un volto di straordinaria intensità. La forza si fondeva sottilmente con la gentilezza.

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“Divino insegnante”, il termine sanscrito abitualmente utilizzato per il proprio precettore spirituale. L’ho reso in inglese semplicemente con Maestro. 69

! Mentre ci dirigevamo verso la balconata di pietra di una casa che si affacciava sul Gange, egli disse affettuosamente: ! «Ti donerò i miei ashram e tutto ciò che possiedo». ! «Signore, in voi ricerco la saggezza e il contatto con Dio. Sono questi i vostri tesori a cui aspiro!». ! Il rapido crepuscolo indiano aveva già calato il suo velo, prima che il mio Maestro parlasse di nuovo. I suoi occhi esprimevano un’infinita tenerezza. ! «Ti dono il mio amore incondizionato». ! Parole preziose! Trascorse un quarto di secolo prima che ricevessi un’altra udibile dimostrazione del suo amore. Le sue labbra erano estranee all’ardore; il silenzio si confaceva al suo cuore oceanico. ! «Mi darai lo stesso amore incondizionato?». Mi guardava intensamente, con la fiducia di un bambino. ! «Vi amerò eternamente, Gurudeva!». ! «L’amore ordinario è egoista, oscuramente radicato in desideri e appagamenti. L’amore divino è senza condizioni, senza limiti, senza mutamenti. La volubilità del cuore umano si estingue per sempre al tocco trafiggente del puro amore». Poi aggiunse umilmente: «Se mai mi vedessi decadere da uno stato di realizzazione in Dio, ti prego: promettimi che poggerai il mio capo sul tuo grembo e mi aiuterai a tornare all’Amato Cosmico che entrambi adoriamo». ! Quindi si alzò, nell’oscurità che si andava infittendo, e mi guidò in una stanza interna. Mentre mangiavamo frutti di mango e dolci alle mandorle, egli, con discrezione, intessé nella sua conversazione un’intima conoscenza del mio animo. Rimasi profondamente impressionato dalla sua immensa saggezza, che si fondeva squisitamente con la sua innata umiltà. ! «Non affliggerti per il tuo amuleto. Ha assolto il suo scopo». Come uno specchio divino, il mio guru sembrava aver colto un riflesso di tutta la mia vita. ! «La realtà vivente della vostra presenza, Maestro, è gioia al di là di ogni simbolo». ! «È tempo di cambiare, vista l’infelice situazione in cui ti trovi all’ashram». ! Non avevo fatto alcun accenno alla mia vita, ed era superfluo, ormai! Dai suoi modi semplici, del tutto privi di enfasi, compresi che egli non desiderava esclamazioni di meraviglia dinanzi alla sua chiaroveggenza. ! «Dovresti tornare a Calcutta. Perché escludere i familiari dal tuo amore per l’umanità?». ! Il suo suggerimento mi lasciò costernato. La mia famiglia si aspettava il mio ritorno, benché io fossi rimasto insensibile alle numerose implorazioni ricevute per lettera. «Lasciate volare il giovane uccello nei cieli metafisici» aveva detto Ananta. «Le sue ali si fiaccheranno in quella pesante atmosfera. Lo vedremo scendere in picchiata verso casa, ripiegare le ali e riposare umilmente nel nostro nido familiare». Avendo ancora viva nella memoria questa deprimente similitudine, ero ben deciso a non “scendere in picchiata” in direzione di Calcutta. ! «Signore, non ho alcuna intenzione di tornare a casa. Ma vi seguirò ovunque. Vi prego, datemi il vostro indirizzo e il vostro nome». ! «Swami Sri Yukteswar Giri. Il mio ashram principale si trova a Serampore, in Rai Ghat Lane. Sono qui solo per pochi giorni per far visita a mia madre». ! Rimasi stupito dal complicato gioco di Dio con i Suoi devoti. Benché Serampore disti solo una ventina di chilometri da Calcutta, non avevo mai neppure intravisto il mio guru in quei paraggi. Affinché potessimo incontrarci, avevamo dovuto recarci fino all’antica città di Kasi (Benares), santificata dalle memorie di Lahiri Mahasaya. Qui il suolo era stato benedetto anche dai piedi del Buddha, di Shankaracharya e di altri yogi cristici. ! «Verrai da me fra quattro settimane». Per la prima volta, la voce di Sri Yukteswar era severa. «Ora ti ho espresso il mio affetto eterno e ti ho manifestato la mia gioia nel trovarti: 70

per questo tu disattendi la mia richiesta. La prossima volta che c’incontreremo dovrai risvegliare di nuovo il mio interesse: non ti accoglierò facilmente come discepolo. Deve esserci dedizione assoluta, tramite l’obbedienza al mio severo insegnamento». ! Rimasi ostinatamente in silenzio. Il mio guru comprese facilmente la mia difficoltà. ! «Pensi che i tuoi familiari si burleranno di te?». ! «Non tornerò». ! «Tornerai fra trenta giorni». ! «No, mai». Chinatomi rispettosamente ai suoi piedi, me ne andai senza alleviare la tensione sorta nella controversia. Camminando nel buio di mezzanotte, mi domandavo come mai quell’incontro miracoloso si fosse concluso con una nota disarmonica. La duale bilancia di maya che equilibra ogni gioia con un dolore! Il mio giovane cuore non era ancora malleabile al tocco trasformante del mio guru. ! Il mattino seguente notai un’accresciuta ostilità nell’atteggiamento dei membri dell’ashram. Le mie giornate furono costellate di continue sgarberie. Tre settimane dopo, Dyananda si assentò dall’ashram per partecipare a una conferenza a Bombay; sul mio capo sventurato si scatenò il pandemonio. ! «Mukunda è un parassita, che accetta l’ospitalità dell’ashram senza ricambiare adeguatamente». Udendo per caso quest’osservazione, per la prima volta mi pentii di aver obbedito alla richiesta di rispedire il denaro a mio padre. Col cuore gonfio di tristezza, andai alla ricerca del mio unico amico, Jitendra. ! «Me ne vado. Ti prego di esprimere il mio rispettoso rammarico a Dyanandaji, al suo ritorno». ! «Anch’io me ne vado! I miei tentativi di meditare qui non incontrano maggiore favore dei tuoi». Jitendra parlava con determinazione. ! «Ho incontrato un santo simile al Cristo. Andiamo a fargli visita a Serampore». ! E così l’“uccellino” si preparò a “scendere in picchiata” pericolosamente vicino a Calcutta!

71

CAPITOLO: 11 !

Due ragazzi senza un soldo a Brindaban

! «Meriteresti proprio che nostro padre ti diseredasse, Mukunda! Con quanta stupidità stai sprecando la tua vita!». Una predica da fratello maggiore si stava abbattendo sulle mie orecchie. ! Jitendra e io, freschi di treno (per modo di dire, in realtà ricoperti di polvere!) eravamo appena arrivati a casa di Ananta, trasferitosi di recente da Calcutta nell’antica città di Agra. Mio fratello era funzionario amministrativo presso la Ferrovia Bengala-Nagpur. ! «Come ben sai, Ananta, l’eredità che cerco è quella del Padre Celeste». ! «Prima il denaro; Dio può anche venire dopo. Chissà? La vita potrebbe essere troppo lunga». ! «Prima Dio; il denaro è Suo schiavo! Chi può dirlo? La vita potrebbe essere troppo breve». ! La mia replica era dettata da esigenze contingenti e non conteneva alcun presentimento. Le pagine del tempo, tuttavia, nel loro dispiegarsi, giunsero prematuramente alla fine per Ananta; qualche anno più tardi64 egli approdò a quella terra in cui le banconote non valgono nulla, né prima né dopo. ! «Saggezza dell’ashram, suppongo! Vedo, però, che hai lasciato Benares». Gli occhi di Ananta brillavano di soddisfazione; sperava ancora di farmi ripiegare le ali nel nido di famiglia. ! «Il mio soggiorno a Benares non è stato vano! Vi ho trovato tutto ciò a cui il mio cuore anelava! E stai pur certo che non si trattava del tuo pandit o di suo figlio!». ! Ananta rise con me, ricordando l’episodio; era stato costretto ad ammettere che il “veggente” di Benares da lui prescelto era alquanto miope. ! «Quali sono i tuoi progetti, fratello mio vagabondo?». ! «Jitendra mi ha convinto a venire ad Agra. Qui ammireremo le bellezze del Taj Mahal» 65 spiegai. «Quindi ci recheremo dal mio guru, che ho appena trovato e che ha un ashram a Serampore». ! Ananta ci offrì una premurosa ospitalità. Più volte, durante la serata, colsi il suo sguardo meditabondo fisso su di me. ! «Conosco quello sguardo!» pensai. «Qualcosa bolle in pentola!». ! La rivelazione ebbe luogo il mattino seguente, a colazione. ! «Dunque, tu ti senti del tutto indipendente dagli averi paterni». Ananta mi guardò con aria innocente, mentre riprendeva le frecciate del giorno precedente. ! «Sono consapevole della mia dipendenza da Dio». ! «Le parole non costano nulla! La vita ti ha protetto, finora! Ben altra sarebbe la situazione se tu fossi costretto a fare affidamento sulla Mano Invisibile per il vitto e l’alloggio! Presto mendicheresti per le strade!». ! «Mai! Non riporrei la mia fede nei passanti anziché in Dio! Egli può escogitare per il Suo devoto innumerevoli altre possibilità, oltre alla ciotola del mendicante!». ! «Ancora retorica! E se ti proponessi di mettere alla prova in questo mondo tangibile la filosofia che tanto decanti?». ! «Accetterei! Vuoi forse confinare Dio in un mondo speculativo?». ! «Staremo a vedere; oggi avrai l’opportunità di espandere il mio punto di vista oppure di confermarlo». Ananta tacque per un momento drammatico, poi riprese a parlare lentamente, con serietà. 64

Si veda il capitolo 25.

65

Il mausoleo famoso in tutto il mondo. 72

! «Propongo che tu e il tuo condiscepolo Jitendra vi rechiate, stamattina, nella vicina città di Brindaban. Non dovrete portare con voi neppure una rupia; non dovrete elemosinare né cibo né denaro; non dovrete rivelare ad alcuno la vostra difficile situazione; non dovrete saltare i pasti; e non dovrete rimanere bloccati a Brindaban. Se ritornerete qui a casa mia entro mezzanotte, senza aver trasgredito a nessuna delle regole previste dalla prova, sarò l’uomo più sbalordito di Agra!». ! «Accetto la sfida». Non vi era alcuna esitazione nelle mie parole o nel mio cuore. Grati ricordi dell’Istantanea Beneficenza mi balenarono alla memoria: la guarigione dal colera mortale ottenuta implorando il ritratto di Lahiri Mahasaya; il dono giocoso dei due aquiloni sul tetto di Lahore insieme a Uma; l’amuleto, provvidenziale nello sconforto; il messaggio decisivo ricevuto tramite il sadhu sconosciuto di Benares davanti al cortile della casa del pandit; la visione della Madre Divina e le Sue sublimi parole d’amore; la Sua pronta attenzione ai miei piccoli disagi, manifestata attraverso il Maestro Mahasaya; il suggerimento in extremis che aveva consentito il concretizzarsi del mio diploma; e il dono più grande: il mio Maestro vivente, emerso dalle nebbie dei sogni di tutta una vita. Mai avrei potuto ammettere che la mia “filosofia” potesse risultare inadeguata sull’arduo banco di prova del mondo! ! «La tua disponibilità ti fa onore. Ti accompagnerò subito al treno». Ananta si rivolse quindi a Jitendra, rimasto a bocca aperta. «Tu andrai con lui in qualità di testimone e, con ogni probabilità, di compagno di sventura!». ! Mezzora dopo Jitendra e io eravamo in possesso dei biglietti di sola andata per la nostra gita improvvisata. Ci sottoponemmo a una perquisizione, in un angolo appartato della stazione. Ananta si persuase subito che non avevamo alcun gruzzolo nascosto: i nostri semplici dhoti 66 non celavano nulla più del necessario. ! Visto che la fede sconfinava nella seria sfera delle finanze, il mio amico fece le sue rimostranze: «Ananta, dammi una o due rupie per sicurezza. Così potrò telegrafarti in caso di sventura». ! «Jitendra!» esclamai con tono di aspro rimprovero. «Non proseguirò la prova se accetterai del denaro come garanzia ultima». ! «C’è qualcosa di rassicurante nel tintinnio delle monete». Jitendra non disse nient’altro mentre lo fissavo severamente. ! «Mukunda, non sono senza cuore». Una nota d’umiltà si era insinuata nella voce di Ananta. Può darsi che gli rimordesse la coscienza, forse perché stava mandando due ragazzi senza un soldo in una città sconosciuta o forse a causa del proprio scetticismo religioso. «Se, per caso o per grazia divina, tu dovessi riuscire a superare con successo la prova di Brindaban, ti chiederò di iniziarmi come tuo discepolo». ! La promessa era inconsueta; anche la situazione, del resto, era poco convenzionale. Il fratello maggiore, in una famiglia indiana, s’inchina raramente di fronte ai propri fratelli minori; per rispetto e obbedienza, è secondo soltanto al padre. Ma non restava tempo per i miei commenti: il nostro treno stava per partire. ! Jitendra mantenne un cupo silenzio mentre il treno macinava i chilometri. Infine si riscosse; chinandosi verso di me, mi pizzicò dolorosamente in un punto delicato. ! «Non vedo alcun segno che Dio stia per provvedere al nostro prossimo pasto!». !

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Il dhoti è un pezzo di stoffa annodato attorno ai fianchi, che copre le gambe. 73

(Da sinistra a destra) Jitendra Mazumdar, mio compagno nella “prova senza soldi” a Brindaban; Lalit-da, mio cugino; Swami Kebalananda (“Shastri Mahasaya”), il mio santo insegnante di sanscrito e io, negli anni della scuola superiore. !

!

(A SINISTRA ) Ananda Moyi Ma, la “Madre permeata di gioia” del Bengala. (A DESTRA ) Una delle grotte occupate da Babaji nelle Montagne Drongiri nei pressi di Ranikhet, nell’Himalaya. Un pronipote di Lahiri Mahasaya, Mohan Lahiri (secondo da destra, in bianco) e altri tre devoti in visita al luogo sacro. 74

! «Stai tranquillo, dubbioso San Tommaso; il Signore si sta occupando di noi». ! «Riesci anche a fare in modo che si sbrighi? Mi viene una fame da lupo alla sola prospettiva di ciò che ci attende. Sono partito da Benares per visitare il mausoleo del Taj, non per entrare nel mio!». ! «Coraggio, Jitendra! Non stiamo forse per scorgere, per la prima volta, le sacre meraviglie di Brindaban?67 Mi riempie di profonda gioia il pensiero di calpestare il suolo benedetto dai piedi del Signore Krishna». ! La porta del nostro scompartimento si aprì; due uomini si sedettero. La fermata successiva sarebbe stata l’ultima. ! «Ragazzi, avete amici a Brindaban?». Lo sconosciuto che mi sedeva di fronte dimostrava un sorprendente interesse. ! «La cosa non vi riguarda!». Sgarbatamente distolsi lo sguardo. ! «State probabilmente fuggendo dalle vostre famiglie sotto l’incanto del Ladro di Cuori.68 Anch’io sono di temperamento devoto. Sarà mio dovere adoperarmi affinché riceviate vitto e riparo da questa calura insopportabile». ! «No, signore, lasciateci stare. Siete molto gentile, ma vi sbagliate credendoci fuggiti da casa». ! La conversazione non ebbe ulteriore seguito; il treno si fermò. Quando Jitendra e io scendemmo sulla banchina, i nostri compagni occasionali ci presero a braccetto e chiamarono una carrozza. ! Smontammo davanti a un maestoso ashram, situato fra gli alberi sempreverdi di un parco ben tenuto. Evidentemente i nostri benefattori erano conosciuti in quel luogo; un giovane sorridente ci condusse senza commenti in un salottino. Fummo presto raggiunti da una donna anziana dai modi dignitosi. ! «Gauri Ma, i principi non sono potuti venire» disse uno degli uomini rivolgendosi alla donna che ci accolse nell’ashram. «Proprio all’ultimo momento i loro progetti sono andati a monte e mi hanno incaricato di esprimervi tutto il loro rincrescimento. Vi abbiamo portato, però, altri due ospiti. Non appena li abbiamo incontrati in treno, mi sono sentito attratto da loro come devoti del Signore Krishna». ! «Arrivederci, giovani amici». Le nostre due nuove conoscenze si avviarono verso l’uscita. «Ci incontreremo ancora, se Dio vorrà». ! «Siate i benvenuti qui». Gauri Ma sorrise maternamente ai suoi due ospiti inattesi. «Non avreste potuto venire in un giorno migliore. Stavo aspettando due regali mecenati di questo ashram. Sarebbe stato un vero peccato se la mia cucina non avesse trovato estimatori!». ! Queste stuzzicanti parole ebbero un effetto disastroso su Jitendra, che scoppiò in lacrime. La “prospettiva” che aveva temuto a Brindaban si stava rivelando un’accoglienza principesca; il repentino ribaltamento mentale risultò eccessivo per lui. La nostra ospite lo guardò incuriosita, senza però fare commenti; forse era abituata alle stravaganze degli adolescenti. ! Fu annunciato il pranzo; Gauri Ma ci guidò a un patio in cui venivano serviti i pasti; già vi aleggiavano profumi appetitosi. Ella scomparve in una cucina adiacente. ! Avevo premeditato questo momento. Individuando il punto adatto nell’anatomia di Jitendra, gli assestai un pizzicotto altrettanto energico di quello che lui mi aveva dato in treno. ! «Dubbioso San Tommaso, il Signore opera: e anche in fretta!».

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Brindaban, situata nel distretto di Muttra delle Province Unite, è la Gerusalemme indù. Qui il Signore Krishna manifestò la sua gloria a beneficio dell’umanità. 68

Hari; un nome affettuoso con il quale il Signore Krishna è noto presso i suoi devoti. 75

! La nostra ospite rientrò con un punkha. Ci fece vento senza sosta alla maniera orientale mentre noi sedevamo accovacciati su coperte riccamente ornate. I discepoli dell’ashram andarono e venirono con una trentina di portate. Più che un “pasto” fu un “sontuoso banchetto”, è questa l’unica descrizione adeguata. Dal nostro arrivo su questo pianeta, Jitendra e io non avevamo mai gustato simili prelibatezze. ! «Pietanze davvero degne di principi, Madre Onorata! Non riesco a immaginare che cosa potessero trovare di tanto urgente i vostri regali benefattori da non partecipare a un tale convito! Ci avete lasciato un ricordo che serberemo per tutta la vita!». ! Costretti al silenzio dalla condizione posta da Ananta, non potevamo spiegare all’affabile signora che i nostri ringraziamenti avevano un doppio significato. Per lo meno, la nostra sincerità fu evidente. Ci congedammo con la sua benedizione e un allettante invito a tornare a far visita all’ashram. ! La calura, fuori, era implacabile. Il mio amico e io cercammo riparo sotto un maestoso albero di cadamba accanto al cancello dell’ashram. Seguirono parole aspre; ancora una volta Jitendra era assalito da tormentosi dubbi. ! «Mi hai cacciato proprio in un bel guaio! Il nostro pranzo è stato soltanto un caso fortuito! Come possiamo visitare le bellezze di questa città senza avere, fra tutti e due, neppure un centesimo? E come diavolo pensi di ricondurmi a casa di Ananta?». ! «Ti dimentichi in fretta di Dio, ora che hai lo stomaco pieno!». Le mie parole, per quanto non fossero amare, erano accusatorie. Com’è corta la memoria umana della benevolenza divina! Non c’è uomo che non abbia visto esaudite almeno alcune delle sue preghiere. ! «Ciò che non dimenticherò facilmente è quanto sono stato folle a partire alla ventura con una testa matta come te!». ! «Smettila, Jitendra! Lo stesso Signore che ci ha nutriti ci farà visitare Brindaban e ci riporterà ad Agra». ! Un giovanotto snello e dal volto simpatico si avvicinò a passo rapido. Fermatosi sotto il nostro albero, s’inchinò davanti a me. ! «Caro amico, voi e il vostro compagno dovete essere stranieri qui. Permettetemi di farvi da ospite e da guida». ! Per un indiano è quasi impossibile impallidire, ma il volto di Jitendra assunse improvvisamente un colorito malaticcio. Garbatamente declinai l’offerta. ! «Non vorrete respingermi?». L’agitazione dello sconosciuto sarebbe stata comica in qualsiasi altra circostanza. ! «Perché no?». ! «Voi siete il mio guru». I suoi occhi cercarono i miei, fiduciosamente. «Durante le mie preghiere di mezzogiorno, il beato Signore Krishna mi è apparso in una visione. Mi ha mostrato due figure smarrite proprio sotto questo albero. Uno dei due volti era il vostro, maestro mio! Spesso vi ho visto in meditazione! Che gioia sarebbe se accettaste i miei umili servigi!». ! «Anch’io sono lieto che mi abbiate trovato. Né Dio né gli uomini ci hanno abbandonato!». Pur restando immobile e sorridendo al volto dall’espressione appassionata che avevo di fronte, con interiore riverenza mi prostrai ai Piedi Divini. ! «Cari amici, non volete onorare la mia casa di una visita?». ! «Siete gentile, ma il progetto è inattuabile. Siamo già ospiti di mio fratello ad Agra». ! «Per lo meno lasciatemi il ricordo di visitare Brindaban insieme a voi». ! Acconsentii con piacere. Il giovanotto, che disse di chiamarsi Pratap Chatterji, chiamò una carrozza. Visitammo il Tempio di Madanamohana e altri luoghi sacri a Krishna. Si fece buio mentre eravamo in preghiera nel tempio.

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! «Vogliate scusarmi, vado a prendere del sandesh».69 Pratap entrò in un negozio vicino alla stazione ferroviaria. Jitendra e io girovagammo lungo l’ampia strada, ormai affollata nella relativa frescura. Il nostro amico si assentò per un po’ ma tornò, infine, recandoci in dono una grande quantità di dolciumi. ! «Vi prego, consentitemi di guadagnarmi questo merito religioso». Con un sorriso supplice, Pratap ci porse un fascio di rupie e due biglietti per Agra appena acquistati. ! La deferenza con la quale li accettai era rivolta alla Mano Invisibile. Irrisa da Ananta, la Sua prodigalità non era stata ben superiore alle necessità? ! Individuammo un luogo appartato nei pressi della stazione. ! «Pratap, ti istruirò nel Kriya di Lahiri Mahasaya, il più grande yogi dei tempi moderni. La sua tecnica sarà il tuo guru». ! L’iniziazione si concluse in una mezzora. «Il Kriya è il tuo chintamani»70 dissi al nuovo discepolo. «La tecnica, che come vedi è semplice, reca in sé l’arte di accelerare l’evoluzione spirituale dell’essere umano. Le Scritture indù insegnano che l’ego incarnato impiega un milione di anni per ottenere la liberazione da maya. Questo periodo naturale si riduce alquanto grazie al Kriya Yoga. Così come Jagadis Chandra Bose ha dimostrato che la crescita delle piante può essere accelerata notevolmente rispetto al suo ritmo normale, anche lo sviluppo psicologico umano può essere reso più rapido da una scienza interiore. Sii fedele e costante nella pratica: ti avvicinerai al Guru di tutti i guru». ! «Sono estasiato di trovare questa chiave yogica, tanto a lungo cercata!». Pratap parlava con tono assorto. «Il suo effetto che affranca dai vincoli sensoriali mi renderà libero di raggiungere le sfere superiori. La visione del Signore Krishna che ho avuto oggi non poteva che significare il mio bene supremo». ! Restammo seduti per un po’ in silenziosa intesa, poi ci dirigemmo lentamente verso la stazione. Ero pieno di gioia nel salire sul treno, ma per Jitendra quella era la giornata delle lacrime. Il mio affettuoso commiato da Pratap era stato costellato dai singhiozzi soffocati di entrambi i miei compagni. Di nuovo per Jitendra il viaggio si svolse in un tumulto di sofferenze: non per se stesso, questa volta, bensì contro di sé. ! «Com’è superficiale la mia fede! Il mio cuore è stato di pietra! Mai e poi mai, in futuro, dubiterò della protezione di Dio!». ! La mezzanotte era ormai prossima. Le due “Cenerentole” mandate allo sbaraglio senza un soldo fecero il loro ingresso nella camera da letto di Ananta. Il suo volto, come lui stesso aveva previsto, era il ritratto stesso dello stupore. In silenzio lasciai cadere sul tavolo una pioggia di rupie. ! «Jitendra, la verità!». Il tono di Ananta era canzonatorio. «Questo giovanotto non avrà commesso una rapina?». ! Man mano che la storia gli venne riferita, però, mio fratello si fece dapprima serio, poi solenne. ! «La legge della domanda e dell’offerta si estende a reami più sottili di quanto avessi supposto». Ananta parlava con un entusiasmo spirituale mai dimostrato prima d’allora. «Comprendo per la prima volta la tua indifferenza verso l’avidità e il volgare accumulo di ricchezza del mondo». ! Nonostante l’ora tarda, mio fratello insisté per ricevere la diksha 71 al Kriya Yoga. Il “guru” Mukunda dovette assumersi la responsabilità di due discepoli inattesi in un solo giorno.

69

Un dolce indiano.

70

Gemma mitologica con il potere di esaudire i desideri.

71

Iniziazione spirituale; dalla radice sanscrita diksh, “dedicare se stessi”. 77

! La colazione del mattino seguente si svolse in un clima d’armonia, assente il giorno prima. Sorrisi a Jitendra. ! «Non sarai privato del Taj. Visitiamolo prima di partire per Serampore». ! Dopo esserci congedati da Ananta, il mio amico e io ci trovammo ben presto dinanzi alla gloria di Agra, il Taj Mahal. Con il bianco marmo scintillante al sole, esso offre una visione di pura simmetria. Lo scenario perfetto si compone di oscuri cipressi, un lucente tappeto erboso e un tranquillo specchio d’acqua. L’interno è di mirabile bellezza, con intagli simili a trine in cui sono incastonate pietre dure. Lievi ghirlande e intricate volute affiorano dai marmi bruni e violetti. La luce scende dalla cupola illuminando i cenotafi dell’imperatore Shah-Jahan e di Mumtaz Mahall, sovrana del suo regno e del suo cuore. ! Basta con le visite turistiche! Non vedevo l’ora di ritrovare il mio guru. Di lì a poco Jitendra e io eravamo in treno, diretti a sud, verso il Bengala. ! «Mukunda, non vedo la mia famiglia da mesi. Ho cambiato idea; penso che rimanderò a un’altra volta la visita al tuo maestro a Serampore». ! Il mio amico, dal temperamento a dir poco volubile, mi lasciò a Calcutta. Con un treno locale giunsi ben presto a Serampore, situata circa 20 chilometri a nord. ! Trasalii per lo stupore, accorgendomi che erano trascorsi esattamente ventotto giorni dall’incontro con il mio guru a Benares. «Verrai da me fra quattro settimane!». Ed eccomi qui, con il cuore palpitante, nel suo cortile sulla tranquilla Rai Ghat Lane. Per la prima volta entrai nell’ashram in cui avrei trascorso gran parte dei successivi dieci anni, con il Jnanavatar dell’India, “l’incarnazione della saggezza”.

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CAPITOLO: 12 !

Gli anni trascorsi nell’ashram del mio Maestro

! «Sei venuto». Sri Yukteswar mi salutò seduto su una pelle di tigre, sul pavimento di un soggiorno con balcone. La voce era asciutta, i modi impassibili. ! «Sì, caro Maestro, sono qui per seguirvi». Inginocchiandomi, gli toccai i piedi. ! «Com’è possibile? Tu non tieni in alcun conto i miei desideri». ! «Non più, Guruji! La vostra volontà sarà legge per me!». ! «Così va meglio! Ora posso assumermi la responsabilità della tua vita». ! «Vi cedo volentieri l’onere, Maestro». ! «La mia prima richiesta, allora, è che tu torni a casa dalla tua famiglia. Desidero che tu ti iscriva all’università a Calcutta. La tua istruzione deve proseguire». ! «Benissimo, signore». Celai la mia costernazione. I libri importuni avrebbero dunque continuato a perseguitarmi ancora per anni? Prima mio padre, ora Sri Yukteswar! ! «Un giorno andrai in Occidente. Le persone, laggiù, saranno più ricettive all’ascolto dell’antica saggezza dell’India, se lo strano insegnante indù sarà laureato». ! «Voi sapete ciò che è meglio, Guruji». La mia tristezza svanì. L’accenno all’Occidente mi parve enigmatico, remoto; ma l’occasione di rendermi gradito al Maestro con la mia obbedienza era immediata e vitale. ! «Stando a Calcutta sarai vicino; vieni a trovarmi ogni volta che troverai il tempo». ! «Ogni giorno, se possibile, Maestro! Con gratitudine accetto la vostra autorità su ogni dettaglio della mia vita, ma a una condizione». ! «Quale?». ! «Che promettiate di rivelarmi Dio!». ! Seguì una schermaglia verbale che si protrasse per un’ora. La parola di un maestro non può essere smentita; non viene data con leggerezza. Le implicazioni di una tale promessa aprono vaste prospettive metafisiche. Un guru deve essere davvero in intima relazione con il Creatore prima di poterLo obbligare a manifestarsi. Percepivo la divina unione di Sri Yukteswar e, in quanto suo discepolo, ero determinato a trarne il massimo vantaggio. ! «Sei di carattere esigente!». Il consenso del Maestro giunse infine, compassionevole e definitivo: «Che il tuo desiderio sia il mio desiderio». ! L’ombra che gravava da una vita sul mio cuore svanì; la vaga e inquieta ricerca era terminata. Avevo trovato eterno rifugio in un vero guru. ! «Vieni, ti mostro l’ashram». Il Maestro si alzò dalla sua pelle di tigre. Mi guardai attorno; il mio sguardo cadde, con stupore, su un quadro appeso a una parete, inghirlandato da un ramo di gelsomino. ! «Lahiri Mahasaya!». ! «Sì, il mio divino guru». La voce di Sri Yukteswar vibrava di venerazione. «Come uomo e come yogi fu più grande di ogni altro maestro della cui vita io mi sia occupato nelle mie ricerche». ! In silenzio mi inchinai dinanzi a quell’immagine familiare. Dall’anima si levò il mio omaggio all’impareggiabile maestro che, benedicendo la mia infanzia, aveva diretto i miei passi sino a quel momento. ! Guidato dal mio guru, visitai la casa e il giardino circostante. Ampio, antico e ben costruito, l’ashram era contornato da un cortile con un imponente colonnato. I muri esterni erano ricoperti di muschio; i piccioni svolazzavano sul tetto piano di colore grigio, condividendo senza cerimonie i locali dell’ashram. Sul retro si apriva un piacevole giardino con alberi di jackfruit, manghi e banani. Le logge con balaustre delle stanze superiori dell’edificio a due piani si affacciavano sul cortile da tre lati. Una spaziosa sala al pian terreno, con l’alto soffitto sostenuto da una serie di colonne, era utilizzata – mi disse il 79

Maestro – principalmente durante le festività annuali della Durgapuja.72 Una stretta scala conduceva alla stanza di soggiorno di Sri Yukteswar, il cui balconcino dava sulla strada. L’ashram era ammobiliato con sobrietà: tutto era semplice, pulito e funzionale. In evidenza vi erano numerosi tavoli, sedie e panche di stile occidentale. ! Il Maestro m’invitò a fermarmi per la notte. Una cena a base di curry di verdure fu servita da due giovani discepoli che ricevevano la propria formazione spirituale nell’ashram. ! «Guruji, vi prego, raccontatemi qualcosa della vostra vita». Sedevo accovacciato su una stuoia di paglia accanto alla sua pelle di tigre. Le amiche stelle, oltre il loggiato, sembravano vicinissime. ! «Il mio nome era originariamente Priya Nath Karar. Sono nato 73 qui, a Serampore. Mio padre era un facoltoso uomo d’affari. Mi lasciò questa casa avita, che oggi è il mio ashram. La mia istruzione scolastica formale fu breve; la trovavo lenta e superficiale. Appena ebbi raggiunto l’età adulta, mi assunsi le responsabilità del capofamiglia e ho una figlia, ora sposata. Gli anni della maturità furono benedetti dalla guida di Lahiri Mahasaya. Dopo la morte di mia moglie entrai nell’Ordine degli swami e ricevetti il nuovo nome di Sri Yukteswar Giri.74 Questa è la semplice cronaca della mia vita». ! Il Maestro sorrise, notando l’espressione di avido interesse sul mio volto. Come in qualsiasi nota biografica, le sue parole avevano riportato i fatti esteriori, senza rivelare l’uomo interiore. ! «Guruji, mi piacerebbe ascoltare qualche storia della vostra infanzia». ! «Te ne racconterò qualcuna, e tutte con una morale!». A Sri Yukteswar brillavano gli occhi nel pronunciare la sua avvertenza. «Mia madre tentò una volta di incutermi paura con la storia spaventosa di un fantasma in una camera buia. Mi recai immediatamente nella stanza ed espressi la mia delusione per non avervi trovato il fantasma. Mia madre non mi raccontò mai più storie del terrore. Morale: guarda in faccia la paura ed essa smetterà di assillarti. ! «Un altro ricordo della mia prima infanzia è il desiderio di avere un brutto cane che apparteneva a un vicino. Per settimane tenni la mia famiglia in subbuglio per ottenere quel cane. Le mie orecchie rimasero sorde all’offerta di animaletti domestici d’aspetto ben più attraente. Morale: l’attaccamento rende ciechi; conferisce un immaginario alone di attrattiva all’oggetto del desiderio. ! «La terza storia riguarda la duttilità della mente giovanile. Qualche volta udii mia madre fare questa considerazione: “Un uomo che accetta di lavorare alle dipendenze di qualcun altro è uno schiavo”. Quell’impressione si fissò così indelebilmente in me che, anche dopo il matrimonio, rifiutai qualsiasi impiego. Coprii le spese investendo i beni della mia famiglia in terreni. Morale: le orecchie sensibili dei bambini dovrebbero essere educate con consigli buoni e costruttivi. Le loro prime idee restano impresse a lungo e in profondità». ! Il Maestro si immerse in un placido silenzio. Intorno a mezzanotte mi guidò a uno stretto lettuccio. Il sonno fu dolce e profondo quella prima notte sotto il tetto del mio guru. ! Sri Yukteswar scelse il mattino seguente per impartirmi la sua iniziazione al Kriya Yoga. La tecnica l’avevo già ricevuta da due discepoli di Lahiri Mahasaya, mio padre e il 72

“Culto di Durga”. Si tratta della principale festività dell’anno bengalese e dura nove giorni, all’incirca alla fine di settembre. Subito dopo si svolge la festa di dieci giorni di Dashahara (Colei che toglie dieci peccati: tre del corpo, tre della mente e quattro della parola). Entrambe le puja sono sacre a Durga, letteralmente “l’Inaccessibile”, un aspetto della Madre Divina, Shakti, la forza creatrice femminile personificata. 73 74

Sri Yukteswar nacque il 10 maggio 1855.

Yukteswar significa “unito a Dio”. Giri è una distinzione classificatoria di uno dei dieci antichi rami dell’Ordine degli swami. Sri significa “santo”; non è un nome ma un titolo di rispetto. 80

mio tutore, Swami Kebalananda; alla presenza del Maestro, tuttavia, avvertii un potere trasformante. Al suo tocco una grande luce inondò il mio essere, come la gloria di innumerevoli soli ardenti simultaneamente. Fui invaso da un’ineffabile beatitudine, che pervase il mio cuore fin nel suo nucleo più profondo e si protrasse per tutto il giorno seguente. Era ormai tardo pomeriggio quando mi convinsi a lasciare l’ashram. ! «Tornerai fra trenta giorni». Appena giunsi alla mia casa di Calcutta, la predizione del Maestro varcò la soglia insieme a me. Nessuno dei miei familiari fece i commenti pungenti che avevo temuto a proposito della ricomparsa dell’“uccellino in picchiata verso casa”. ! Salii fino alla mia piccola soffitta e la guardai con affetto, quasi si trattasse di una presenza viva. «Sei stata testimone delle mie meditazioni e delle lacrime e tempeste del mio sadhana. Ora ho raggiunto il porto del mio divino maestro». ! «Figliolo, sono lieto sia per me che per te». Mio padre e io sedevamo insieme nella calma serale. «Hai trovato il tuo guru, come io un tempo trovai miracolosamente il mio. La santa mano di Lahiri Mahasaya veglia sulle nostre vite. Il tuo maestro si è rivelato non un inaccessibile santo himalayano, ma uno vicinissimo. Le mie preghiere sono state esaudite: nella tua ricerca di Dio non sei stato sottratto permanentemente alla mia vista». ! Mio padre era anche contento che riprendessi la mia istruzione formale e diede disposizioni in tal senso. Il giorno seguente fui iscritto allo Scottish Church College di Calcutta. ! Trascorsero in fretta mesi lieti. I miei perspicaci lettori avranno di certo intuito che nelle aule universitarie mi si vedeva ben poco. L’ashram di Serampore esercitava un richiamo davvero irresistibile. Il Maestro accettò la mia presenza ubiquitaria senza fare commenti. Con mio grande sollievo, egli menzionava di rado le aule del sapere. Benché fosse evidente a tutti che non ero fatto per essere un erudito, di tanto in tanto riuscivo a spuntare i voti minimi necessari alla promozione. ! Il MIO MAESTR O, SRI YUKTESWAR Discepolo di Lahiri Mahasaya

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La vita quotidiana all’ashram fluiva tranquillamente, con rare variazioni. Il mio guru si svegliava prima dell’alba. Sdraiato, o talvolta seduto sul letto, egli entrava in uno stato di samadhi.75 Era semplicissimo scoprire quando il Maestro si era svegliato: brusco arresto di un formidabile russare.76 Un sospiro o due; forse un movimento del corpo. Poi uno stato di sospensione del respiro privo di suoni: egli era nella profonda beatitudine yogica. ! Non seguiva la colazione; prima veniva una lunga camminata sulle rive del Gange. Quelle passeggiate mattutine con il mio guru: quanto sono ancora vivide e reali! Nella facile rievocazione della memoria, spesso mi ritrovo al suo fianco: il primo sole inizia a riscaldare il fiume. La sua voce risuona, piena dell’autenticità della saggezza. ! Un bagno; quindi il pasto di mezzogiorno. La sua preparazione, secondo le istruzioni impartite ogni giorno dal Maestro, era un compito svolto diligentemente dai giovani discepoli. Il mio guru era vegetariano. Prima di dedicarsi alla vita monastica, tuttavia, si era nutrito anche di uova e pesce. Agli allievi consigliava di attenersi a una dieta qualsiasi, purché fosse semplice e adatta alla loro costituzione. ! Il Maestro mangiava poco: spesso del riso, colorato con la curcuma oppure con succo di bietole o spinaci e condito con una piccola quantità di ghee, ossia burro fuso, di bufala. In altri giorni consumava dhal di lenticchie oppure curry di channa 77 e verdure. Come dessert, mango o arance con budino di riso oppure succo di jackfruit. ! I visitatori facevano la loro comparsa nel pomeriggio. Un flusso costante si riversava dal mondo nella tranquillità dell’ashram. Ciascuno trovava nel Maestro uguale cortesia e gentilezza. Per un uomo che si è realizzato come anima, non come corpo o come ego, il resto dell’umanità assume un aspetto straordinariamente simile. ! L’imparzialità dei santi affonda le radici nella saggezza. I maestri sono sfuggiti a maya; non sono più influenzati dallo sguardo dei suoi mutevoli volti, in cui si alternano perspicacia e stoltezza. Sri Yukteswar non mostrava alcuna considerazione particolare per coloro ai quali era capitato in sorte di essere potenti o colti; né disdegnava gli altri a causa della loro povertà o mancanza d’istruzione. Ascoltava con rispetto le parole di verità pronunciate da un bambino e ignorava palesemente un pandit presuntuoso. ! Alle otto si cenava e a quell’ora, talvolta, gli ospiti si attardavano ancora. Il mio guru non era solito congedarsi per mangiare da solo; nessuno lasciava il suo ashram affamato o insoddisfatto. Sri Yukteswar non era mai colto di sorpresa, mai in imbarazzo di fronte a visitatori inattesi; sotto la sua guida piena di risorse, un pasto frugale si trasformava in un banchetto. Eppure era parsimonioso; con i suoi modesti fondi riusciva a fare molto. «Spendete secondo le vostre possibilità e sarete nell’agio» diceva spesso. «Lo sperpero procura disagio». Nei vari aspetti dell’ospitalità all’ashram, così come nei lavori di costruzione e riparazione o in altre questioni pratiche, il Maestro manifestava l’originalità del suo spirito creativo. ! Le calme ore della sera recavano spesso uno dei discorsi del mio guru, tesori senza tempo. Ogni sua affermazione era misurata e cesellata dalla saggezza. Una sublime sicurezza di sé caratterizzava il suo modo di esprimersi: era unico. Egli parlava come nessuno, nella mia esperienza, ha mai parlato. I suoi pensieri erano soppesati attentamente sulla bilancia della discriminazione prima che egli consentisse loro di assumere forma esteriore. L’essenza della verità, onnipervasiva persino sotto l’aspetto fisiologico, emanava da lui come un fragrante essudato che traspirava dall’anima. Ero 75

Letteralmente, “dirigere insieme”. Il samadhi è uno stato supercosciente di estasi in cui lo yogi percepisce l’identità di anima e Spirito. 76 77

Il russare, secondo i fisiologi, è un segno di completo rilassamento (ma solo per l’ignaro dormiente).

Il dhal è una zuppa densa a base di piselli spezzati o altri legumi. Il channa è un formaggio di latte fresco cagliato, tagliato a cubetti, condito con curry e mescolato con le patate. 82

sempre consapevole di essere alla presenza di una manifestazione vivente di Dio. Il peso della sua divinità induceva automaticamente il mio capo a chinarsi dinanzi a lui. ! Se gli ultimi ospiti della sera si accorgevano che Sri Yukteswar stava per immergersi nell’Infinito, egli prontamente li impegnava in una conversazione. Era incapace di assumere una posa o di ostentare il proprio raccoglimento interiore. Essendo sempre uno con il Signore, non aveva bisogno di un tempo dedicato solo alla comunione con Lui. Un maestro autorealizzato si è già lasciato alle spalle il trampolino della meditazione. «Il fiore cade quando spunta il frutto»; spesso, tuttavia, i santi continuano ad attenersi alle pratiche spirituali per incoraggiare i discepoli. ! All’avvicinarsi della mezzanotte poteva accadere che il mio guru si appisolasse con la naturalezza di un bimbo. Non si curava di preparare il letto. Spesso si sdraiava, senza neppure un cuscino, su uno stretto sofà che faceva da sfondo alla pelle di tigre sulla quale sedeva abitualmente. ! Una discussione filosofica poteva protrarsi non di rado per tutta la notte; qualsiasi discepolo poteva suscitarne una con il proprio appassionato interesse. Non avvertivo la stanchezza, in quei momenti, né il desiderio di dormire; erano sufficienti le vive parole del Maestro. «Oh, è l’alba! Andiamo a passeggiare lungo il Gange». Così si concludevano molti dei miei periodi di edificazione notturna. ! I miei primi mesi con Sri Yukteswar culminarono in un’utile lezione: “Come sconfiggere le zanzare”. A casa, la mia famiglia aveva sempre fatto uso di tende protettive durante la notte. Rimasi sconcertato nel constatare che nell’ashram di Serampore, invece, questa prudente abitudine non vigeva affatto, nonostante gli insetti vi risiedessero permanentemente; ero ricoperto di punture da capo a piedi. Il mio guru ebbe pietà di me. ! «Comprati una zanzariera, e comprane una anche per me». Rise e aggiunse: «Se ne compri una sola, per te, tutte le zanzare si concentreranno su di me!». ! Fui ben lieto di assecondare la sua richiesta. Ogni notte che trascorrevo a Serampore, il mio guru mi chiedeva di sistemare le zanzariere per la notte. ! Una sera le zanzare erano particolarmente virulente, ma il Maestro non mi diede le sue abituali istruzioni. Rimasi nervosamente in ascolto del ronzio anticipatore degli insetti. Nel mettermi a letto, lanciai nella loro direzione una preghiera propiziatoria. Una mezzora più tardi, tossii ostentatamente per attrarre l’attenzione del mio guru. Mi pareva d’impazzire a causa delle punture e, soprattutto, del salmodiante ronzio degli insetti mentre celebravano i loro riti sanguinari. ! Nessuna reazione da parte del Maestro; mi avvicinai con cautela. Non respirava. Era la prima volta che lo osservavo durante la trance yogica; fui invaso dalla paura. ! «Deve aver avuto un arresto cardiaco!». Gli misi uno specchio sotto il naso: non si appannò per il vapore del respiro. Per accertarmene ulteriormente, per qualche minuto gli serrai con le dita la bocca e le narici. Il suo corpo era freddo e immobile. Sconvolto, corsi alla porta per chiamare aiuto. ! «Guarda un po’! Uno sperimentatore in erba! Oh, il mio povero naso!». La voce del Maestro era scossa dalle risate. «Perché non vai a letto? Il mondo intero dovrebbe forse cambiare per te? Cambia te stesso: liberati dalla consapevolezza delle zanzare». ! Umilmente me ne tornai a letto. Nessun insetto osò avvicinarsi. Compresi che precedentemente il mio guru aveva acconsentito all’uso delle zanzariere soltanto per farmi piacere; non temeva affatto le zanzare. Il suo potere yogico era tale da indurre queste ultime a non pungerlo oppure da permettergli di rifugiarsi in un’invulnerabilità interiore. ! «Mi stava dando una dimostrazione» pensai. Quello è lo stato yogico che devo sforzarmi di raggiungere». Uno yogi deve essere capace di entrare nello stato di supercoscienza e di continuare a rimanervi, a prescindere dalle innumerevoli distrazioni, immancabili su questa terra. Sia nel ronzio degli insetti che nella luce abbagliante del

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giorno, la testimonianza dei sensi deve essere bandita. In verità, i suoni e le immagini poi giungono comunque, ma in mondi più ameni dell’Eden proibito 78 ! Le istruttive zanzare mi servirono per un altro dei primi insegnamenti che ricevetti all’ashram. Era l’ora dolce del crepuscolo. Il mio guru stava interpretando in modo impareggiabile gli antichi testi. Ai suoi piedi, ero in perfetta pace. Una zanzara insolente ruppe l’idillio, entrando in lizza per catturare la mia attenzione. Quando conficcò nella mia coscia il suo ago ipodermico avvelenato, automaticamente levai una mano vendicatrice. Esecuzione sospesa! Mi ricordai, opportunamente, di uno degli aforismi sullo yoga di Patanjali, quello su ahimsa (la non violenza). ! «Perché non hai completato l’opera?». ! «Maestro! Sostenete dunque che si possa togliere la vita?». ! «No, ma nella tua mente avevi già inferto il colpo mortale». ! «Non capisco». ! «Ciò che Patanjali intendeva era l’eliminazione del desiderio di uccidere». Sri Yukteswar aveva letto i miei processi mentali come un libro aperto. «Questo mondo, così com’è congegnato, mal si presta a una pratica letterale di ahimsa. L’uomo può essere costretto a sterminare le creature dannose. Egli, tuttavia, non è ugualmente tenuto a provare rabbia o animosità. Tutte le forme di vita hanno pari diritto all’aria di maya. Il santo che svela il segreto della creazione sarà in armonia con le sue innumerevoli e sconcertanti espressioni. Tutti gli uomini che dominano l’impulso interiore alla distruzione possono avvicinarsi a quella comprensione». ! «Guruji, è preferibile offrirsi in sacrificio, piuttosto che uccidere una bestia feroce?». ! «No; il corpo dell’essere umano è prezioso. Esso detiene il massimo valore evolutivo, grazie al suo eccezionale cervello e ai centri spinali. Essi consentono al devoto avanzato di cogliere e manifestare appieno gli aspetti più sublimi della divinità. Nessuna forma inferiore dispone di una tale dotazione. È vero che si contrae il debito di un peccato veniale se si è costretti a uccidere un animale o qualsiasi essere vivente, ma i Veda insegnano che la perdita di un corpo umano per futili motivi costituisce una grave trasgressione alla legge karmica». ! Trassi un sospiro di sollievo; non sempre nelle Scritture si trovano argomentazioni a sostegno dei propri istinti naturali. ! Non ebbi mai occasione di vedere il Maestro alle prese con un leopardo o con una tigre. Una volta, tuttavia, egli si trovò faccia a faccia con un cobra micidiale, che finì però per essere conquistato dall’amore del mio guru. Questa varietà di serpenti è molto temuta in India, dove provoca oltre cinquemila vittime all’anno. Il pericoloso incontro avvenne a Puri, dove Sri Yukteswar aveva un secondo ashram, situato in una posizione incantevole vicino al Golfo del Bengala. Prafulla, un giovane discepolo degli ultimi tempi, si trovava insieme al Maestro in quell’occasione. ! «Eravamo seduti all’aperto, nei pressi dell’ashram» mi raccontò Prafulla. «Un cobra apparve nelle vicinanze, un metro di puro terrore. Aveva il cappuccio rabbiosamente aperto, mentre avanzava velocemente verso di noi. Il mio guru lo accolse con un risolino di benvenuto, come se si rivolgesse a un bambino. Ero fuori di me dal terrore, vedendo che il Maestro si metteva a battere ritmicamente le mani.79 Stava intrattenendo il terrificante visitatore! Restai assolutamente immobile, mentre dentro di me recitavo le più ferventi preghiere che riuscissi a richiamare alla mente. Il serpente, vicinissimo al mio guru, era

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I poteri onnipresenti di uno yogi, mediante i quali egli vede, ode, assapora, odora e sente la sua unità nella creazione senza far uso degli organi di senso, sono stati descritti nel modo seguente nel Taittiriya Aranyaka: «Il cieco forò la perla; il senza dita vi passò un filo; il senza collo la indossò e il senza lingua la lodò». 79

Il cobra si lancia prontamente contro qualsiasi oggetto in movimento si trovi alla sua portata. Di solito la completa immobilità è l’unica speranza di salvezza. 84

ora immobile, apparentemente ammaliato dal suo atteggiamento carezzevole. A poco a poco lo spaventoso cappuccio si richiuse; il serpente strisciò fra i piedi del Maestro e scomparve fra i cespugli. ! «Perché il mio guru si fosse messo a battere le mani e perché il cobra non lo avesse aggredito rimase per me inspiegabile in quel momento» concluse Prafulla. «In seguito, tuttavia, giunsi a comprendere che il mio divino maestro ha superato la paura che qualsiasi creatura vivente possa fargli del male». ! Un pomeriggio, durante i miei primi mesi all’ashram, sentii lo sguardo penetrante di Sri Yukteswar fisso su di me. ! «Sei troppo magro, Mukunda». ! Questa sua osservazione toccava un punto dolente. Che gli occhi incavati e l’aspetto emaciato mi fossero tutt’altro che graditi era testimoniato dalle numerose bottiglie di tonici allineate nella mia stanza di Calcutta. Tutti i tentativi erano stati vani; una dispepsia cronica mi perseguitava fin dall’infanzia. Talvolta la mia disperazione giungeva al culmine e mi domandavo se valesse la pena di continuare a vivere con un corpo così malsano. ! «I farmaci hanno dei limiti; la forza vitale creatrice non ne ha. Credimi: sarai sano e forte!». ! Le parole di Sri Yukteswar fecero sorgere in me la convinzione che si trattasse di una verità che avrei potuto applicare personalmente. Nessun altro guaritore – e ne avevo consultati parecchi! – era mai riuscito a infondere in me altrettanta certezza. ! Ed ecco che, giorno dopo giorno, cominciai ad aumentare di peso! Due settimane dopo la benedizione segreta del Maestro, avevo acquistato il peso e il vigore che in passato mi ero sforzato invano di raggiungere. I miei persistenti disturbi gastrici scomparvero per tutto il resto della mia vita. In seguito ebbi occasione di assistere a istantanee guarigioni divine, compiute dal mio guru, di persone che soffrivano di malattie fatali come tubercolosi, diabete, epilessia o paralisi. Nessuno avrebbe potuto essere più riconoscente di quanto lo fui io di essere stato inaspettatamente liberato dal mio aspetto cadaverico. ! «Alcuni anni fa anch’io ero desideroso di aumentare di peso» mi raccontò Sri Yukteswar. «Durante la convalescenza che seguì una grave malattia, andai a far visita a Lahiri Mahasaya a Benares. ! «“Signore, sono stato molto malato e ho perso parecchi chili”. ! «“Vedo, Yukteswar,80 che ti sei reso malato e ora pensi di essere magro”. ! «La risposta era assai diversa da quella che mi ero aspettato; il mio guru, tuttavia, aggiunse per incoraggiarmi: ! «“Vediamo un po’; sono certo che dovresti sentirti meglio, domani”. ! «Accogliendo queste parole come un gesto di segreta guarigione rivolto alla mia mente ricettiva, non fui sorpreso di constatare, il mattino seguente, un gradito aumento di forze. Andai dal mio maestro ed esclamai esultante: “Signore, mi sento molto meglio oggi”. ! «“Davvero! Oggi ti sei rinvigorito”. ! «“No, Maestro!” protestai. “Siete voi che mi avete aiutato; questa è la prima volta da settimane che sento di avere una certa energia”. ! «“Oh, sì! La tua malattia è stata molto grave. Il tuo corpo è ancora fragile; chi può dire come ti sentirai domani?”. ! «Al solo pensiero del possibile ritorno della mia debolezza rabbrividii dalla paura. Il giorno successivo riuscii a malapena a trascinarmi fino alla casa di Lahiri Mahasaya. ! «“Signore, sto di nuovo male”.

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Lahiri Mahasaya in effetti disse “Priya” (il nome di nascita), non “Yukteswar” (il nome monastico che non fu assegnato al mio guru finché Lahiri Mahasaya era in vita). “Yukteswar” è stato sostituito qui e in pochi altri passi del libro per evitare al lettore la confusione dei due nomi. 85

! «Lo sguardo del mio guru era canzonatorio: “Così, dunque! Ancora una volta ti stai procurando un’indisposizione”. ! «“Gurudeva, ora mi accorgo che, giorno dopo giorno, vi siete preso gioco di me”. La mia pazienza era esaurita. “Non capisco perché non vogliate credere alle mie parole veritiere”. ! «“In realtà, sono stati i tuoi stessi pensieri a farti sentire ora debole ora forte”. Il mio maestro mi guardò con affetto. “Come hai potuto constatare tu stesso, il tuo stato di salute ha corrisposto esattamente alle tue aspettative. Il pensiero è una forza, come l’elettricità o la gravità. La mente umana è una scintilla della coscienza onnipotente di Dio. Potrei dimostrarti che qualsiasi cosa alla quale la tua mente potente credesse molto intensamente si realizzerebbe all’istante”. ! «Sapendo che Lahiri Mahasaya non parlava mai invano, mi rivolsi a lui con timore reverenziale e gratitudine: “Maestro, quindi se penso di star bene e di aver riacquistato il mio peso precedente, questo è ciò che accadrà?”. ! «“Proprio così, anche in questo stesso istante”. Il mio guru parlò con serietà, il suo sguardo concentrato sui miei occhi. ! «Ed ecco che avvertii subito un aumento non soltanto di forza, ma anche di peso! Lahiri Mahasaya si ritirò nel silenzio. Dopo aver trascorso alcune ore ai suoi piedi, tornai a casa di mia madre, dove alloggiavo durante le mie visite a Benares. ! «“Figlio mio! Che ti succede? Ti stai gonfiando per idropisia?”. Mia madre non credeva ai propri occhi. Il mio corpo aveva assunto nuovamente le robuste dimensioni che aveva prima della malattia. ! «Mi pesai e constatai che, in un solo giorno, avevo acquistato quasi 23 chili, che conservai poi stabilmente. Gli amici e i conoscenti che avevano visto la mia esile figura rimasero sbigottiti. Molti di loro cambiarono vita e divennero discepoli di Lahiri Mahasaya a seguito di questo miracolo. ! «Il mio guru, risvegliato in Dio, sapeva che questo mondo non è altro che un sogno oggettivato del Creatore. Essendo pienamente consapevole della propria unità con il Divino Sognatore, Lahiri Mahasaya poteva, a suo piacimento, materializzare, smaterializzare o compiere qualsiasi altro mutamento nella visione cosmica.81 ! L’edificio principale a Mount Washington, Los Angeles; fondato nel 1925, ospita la sede centrale americana della Self-Realization Fellowship. ! !

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«Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Marco 11,24). I maestri in possesso della Visione Divina sono perfettamente in grado di trasmettere le proprie realizzazioni ai discepoli avanzati, come fece Lahiri Mahasaya con Sri Yukteswar in questa occasione. 86

La Chiesa d e l l a realizzazione del Sé di tutte le religioni a Hollywood, in California. !

«L’intera creazione è governata da leggi» concluse Sri Yukteswar. «Quelle che si manifestano nell’universo esteriore, e che possono essere scoperte dagli scienziati, sono chiamate leggi naturali. Vi sono tuttavia leggi più sottili, che regolano le sfere della coscienza e che possono essere conosciute soltanto attraverso la scienza interiore dello yoga. Anche i misteriosi piani spirituali hanno i propri naturali e legittimi principi di funzionamento. Non lo studioso di fisica, ma il maestro pienamente autorealizzato, comprende la vera natura della materia. Perciò Cristo fu in grado di risanare l’orecchio del servo che era stato mozzato da uno dei discepoli».82 ! Sri Yukteswar era un impareggiabile interprete delle Scritture. Molti dei miei ricordi più felici sono legati ai suoi discorsi. I suoi pensieri, tuttavia, preziosi come gemme, non venivano gettati nelle ceneri della disattenzione o dell’ottusità. Un movimento irrequieto del mio corpo o una momentanea distrazione erano sufficienti a porre bruscamente fine all’esposizione del Maestro. ! «Non sei qui» mi rivelò un pomeriggio, interrompendosi. Come sempre, egli coglieva le variazioni della mia attenzione con devastante prontezza. ! «Guruji!». Il mio tono era di protesta. «Non mi sono mosso; non ho battuto ciglio; posso ripetere parola per parola tutto ciò che avete detto!». ! «Eppure non eri pienamente con me. La tua obiezione mi costringe a osservare che nel tuo sostrato mentale stavi creando tre istituzioni: un luogo di ritiro fra i boschi in pianura, un altro sulla cima di una collina e un terzo sulle rive dell’oceano». ! In effetti, tali pensieri confusamente formulati erano stati presenti in me in modo quasi subconscio. Gli rivolsi uno sguardo di scusa. ! «Che posso fare con un tale maestro, che penetra persino le mie più vaghe fantasie?». ! «Tu stesso mi hai dato questo diritto. Le sottili verità che sto esponendo non possono essere comprese senza la tua completa concentrazione. Se non è necessario, non invado 82

«E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio lo guarì» (Luca 22,50-51). 87

l’intimità delle menti altrui. L’essere umano ha il privilegio naturale di vagare in segreto fra i propri pensieri. Persino il Signore non vi entra se non viene invitato; neppure io oso compiere una tale intrusione». ! «Voi siete sempre il benvenuto, Maestro!». ! «I tuoi sogni architettonici si materializzeranno in seguito. Ora è tempo di studiare!». ! Così, incidentalmente, il mio guru mi aveva rivelato, con la sua semplicità, il futuro realizzarsi di tre grandi eventi nella mia vita. Fin dalla più tenera età avevo intravisto le immagini enigmatiche di tre edifici, ciascuno in uno scenario diverso. Nella successione esatta indicata da Sri Yukteswar, tali visioni assunsero forma definitiva. Per prima venne la fondazione della mia scuola di yoga per fanciulli in una pianura di Ranchi, poi il mio quartier generale americano sulla cima di una collina a Los Angeles e infine un ashram nella California meridionale, sulle sponde del vasto Pacifico. ! Il Maestro non affermava mai con arroganza: «Profetizzo che si verificherà il tale e il talaltro avvenimento!». Piuttosto, suggeriva: «Non credi che ciò potrebbe accadere?». Eppure le sue semplici affermazioni celavano un potere profetico. Non vi fu mai alcuna smentita: le sue parole appena velate non risultarono mai false. ! Sri Yukteswar era di contegno riservato e concreto. In lui non vi era nulla del visionario folle o svanito. Aveva i piedi saldamente piantati a terra, la testa nell’alto dei cieli. Le persone pratiche suscitavano la sua ammirazione. «Santità non significa ottusità! Le percezioni divine non rendono inetti!» soleva dire. «L’espressione attiva della virtù risveglia la più acuta intelligenza». ! Nella vita del Maestro constatai fino in fondo la netta differenza fra il realismo spirituale e l’oscuro misticismo che viene considerato, a torto, il suo equivalente. Il mio guru era restio a parlare delle sfere ultrasensoriali. La sola aura “meravigliosa” da cui era circondato era di perfetta semplicità. Nella conversazione evitava i riferimenti sorprendenti; nell’azione si esprimeva con la massima libertà. Altri parlavano di miracoli ma non riuscivano a compierne alcuno; Sri Yukteswar faceva raramente accenno alle leggi dei piani sottili ma, segretamente, le applicava a proprio piacimento. ! «Un uomo autorealizzato non compie alcun miracolo finché non riceve un’autorizzazione interiore» spiegava il Maestro. «Dio non vuole che i misteri della Sua creazione siano rivelati indiscriminatamente.83 Ciascun individuo al mondo, inoltre, ha il diritto inalienabile al proprio libero arbitrio. Un santo non violerà tale indipendenza». ! Il silenzio abituale di Sri Yukteswar era dovuto alle sue profonde percezioni dell’Infinito. Non restava tempo per le interminabili “rivelazioni” che occupano le giornate di quegli insegnanti che non hanno conseguito l’autorealizzazione. «Nelle persone superficiali i pesci dei piccoli pensieri producono grandi sommovimenti. Nelle menti oceaniche le balene dell’ispirazione provocano appena un’increspatura». Questa osservazione tratta dalle Scritture indù non è priva di una sottile ironia. ! A causa dei suoi modi tutt’altro che spettacolari, solo pochi fra i suoi contemporanei riconobbero in lui un superuomo. Il detto popolare: «Stolto è chi non sa nascondere la propria saggezza» non avrebbe mai potuto valere per Sri Yukteswar. Benché fosse nato mortale come ogni altro essere umano, il Maestro aveva raggiunto l’identità con Colui che governa il tempo e lo spazio. Nella sua vita percepivo una divina unità. Egli non aveva incontrato alcun ostacolo insormontabile alla fusione dell’umano con il Divino. Compresi che tali barriere non esistono, se non nell’accidia spirituale dell’uomo. ! Ero sempre galvanizzato al tocco dei sacri piedi di Sri Yukteswar. ! Gli yogi insegnano che un discepolo viene spiritualmente magnetizzato dal contatto reverenziale con un maestro; si genera una sottile corrente. Spesso gli indesiderabili meccanismi dell’abitudine nel cervello del discepolo vengono cauterizzati, alterando così 83

«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Matteo 7,6). 88

beneficamente i solchi delle sue tendenze terrene. Almeno momentaneamente, i segreti veli di maya possono sollevarsi ed egli può intravedere la realtà della beatitudine. Tutto il mio corpo reagiva accendendosi di un calore liberatorio ogni volta che mi prostravo alla maniera indiana dinanzi al mio guru. ! «Persino quando Lahiri Mahasaya restava in silenzio» mi raccontava il Maestro «oppure quando conversava su temi non strettamente religiosi, mi accorgevo che mi aveva comunque trasmesso conoscenze ineffabili». ! Sri Yukteswar esercitava su di me lo stesso effetto. Se varcavo la porta dell’ashram in uno stato d’animo preoccupato o indifferente, impercettibilmente il mio atteggiamento mutava. Una calma risanatrice discendeva su di me alla sola vista del mio guru. Ogni giornata trascorsa con lui era un’esperienza sempre nuova di gioia, pace e saggezza. Non lo trovai mai in preda all’illusione o alterato dalla bramosia, dall’emozione, dall’ira o da qualsiasi tipo di attaccamento umano. ! «Le tenebre di maya stanno calando silenziosamente; affrettiamoci verso la casa interiore». Con queste parole, all’imbrunire, il Maestro ricordava invariabilmente ai propri discepoli la necessità che praticassero il Kriya Yoga. Talvolta un nuovo allievo esprimeva il dubbio di non essere degno di intraprendere la pratica dello yoga. ! «Dimentica il passato» lo consolava Sri Yukteswar. «Le vite passate di tutti gli uomini sono oscurate da molte infamie. La condotta umana è sempre inaffidabile finché non è ancorata nel Divino. Ogni cosa in futuro migliorerà, se compirai uno sforzo spirituale adesso». ! Il Maestro aveva sempre giovani chela 84 nel suo ashram. Per tutta la sua vita egli ebbe a cuore la loro educazione spirituale e intellettuale: perfino poco prima del trapasso accolse come allievi due bambini di sei anni e un ragazzo sedicenne. Guidava le loro menti e le loro vite con quell’attenta disciplina dalla quale deriva, etimologicamente, il termine discepolo. I residenti all’ashram amavano e riverivano il loro guru: gli bastava battere appena le mani per averli, solleciti, al suo fianco. Quando era incline al silenzio e al raccoglimento, nessuno osava parlare; quando la sua risata echeggiava gioviale, i bambini lo consideravano uno di loro. ! Il Maestro chiedeva raramente agli altri di rendergli un servizio personale e non accettava aiuto da un allievo, tranne quando la sollecitudine era sincera. Il mio guru si lavava tranquillamente da solo i propri abiti, se i discepoli trascuravano quel compito privilegiato. Sri Yukteswar indossava la tradizionale veste color ocra degli swami; secondo l’usanza degli yogi, le sue calzature senza lacci erano di pelle di tigre o di daino. ! Il Maestro parlava correntemente l’inglese, il francese, l’hindi e il bengali; il suo sanscrito era buono. Pazientemente istruiva i suoi giovani discepoli ricorrendo ad alcuni espedienti che aveva ingegnosamente escogitato per lo studio dell’inglese e del sanscrito. ! Il Maestro aveva cura del proprio corpo, pur evitando ogni ansioso attaccamento. Egli faceva notare che l’Infinito si manifesta compiutamente attraverso la salute fisica e mentale. Disapprovava qualunque eccesso. Un discepolo, una volta, intraprese un lungo digiuno. Il mio guru si limitò a ridere, dicendo: «Perché non gettare un osso al cane?». ! La salute di Sri Yukteswar era eccellente; non lo vidi mai indisposto.85 Egli permetteva ai discepoli di consultare dei medici, se ciò appariva opportuno. Il suo scopo era quello di rispettare le consuetudini del mondo: «I medici devono svolgere la propria opera di guarigione attraverso le leggi di Dio applicate alla materia». Ciò nonostante, egli decantava la superiorità della terapia mentale e spesso ripeteva: «La saggezza è il depurativo più efficace».

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Discepoli; dalla radice sanscrita del verbo servire.

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Una volta si ammalò in Kashmir, quando io non ero con lui. 89

! «Il corpo è un amico infido. Dategli il dovuto, ma non di più» diceva. «Dolore e piacere sono transitori; sopportate ogni dualità con calma, cercando allo stesso tempo di sottrarvi al loro dominio. L’immaginazione è la porta dalla quale entrano sia la malattia che la guarigione. Non credete alla realtà della malattia neppure quando siete malati; il visitatore ignorato se ne andrà!». ! Il Maestro annoverava numerosi medici fra i suoi discepoli. «Chi ha saputo scoprire le leggi fisiche è in grado di investigare facilmente la scienza dell’anima» diceva loro. «Un sottile meccanismo spirituale si cela proprio dietro la struttura del corpo».86 ! Sri Yukteswar raccomandava ai suoi allievi di essere la sintesi vivente delle virtù occidentali e orientali. Egli stesso, pur essendo un occidentale pragmatico nelle sue abitudini esteriori, interiormente era un orientale dedito alla spiritualità. Elogiava lo spirito progressista, l’intraprendenza, le abitudini igieniche dell’Occidente e gli ideali religiosi che da secoli conferiscono all’Oriente un’aura luminosa. ! La disciplina non mi era affatto nuova: a casa, mio padre era rigoroso e Ananta spesso severo, ma la formazione impartita da Sri Yukteswar non può che essere definita “drastica”. Perseguendo la perfezione, il mio guru era ipercritico nei confronti dei propri discepoli, tanto nelle questioni importanti quanto nelle sottili sfumature del comportamento. ! «Le buone maniere senza sincerità sono come una bella signora senza vita» faceva notare nelle occasioni opportune. «La schiettezza priva di tatto è come il bisturi del chirurgo, efficace ma sgradevole. La franchezza unita alla gentilezza è utile e ammirevole». ! Il Maestro era soddisfatto dei miei progressi spirituali, evidentemente, visto che di rado vi alludeva; per altri aspetti, alle mie orecchie non venivano risparmiati i rimproveri. Le mie colpe principali erano la disattenzione, l’indulgere di tanto in tanto in stati d’animo malinconici, l’inosservanza di alcune regole dell’etichetta e, talvolta, la mancanza di metodicità. ! «Guarda come sono ben organizzate ed equilibrate da ogni punto di vista le attività di tuo padre, Bhagabati» mi faceva osservare il mio guru. ! I due discepoli di Lahiri Mahasaya si erano incontrati, poco dopo l’inizio dei miei pellegrinaggi a Serampore. Mio padre e Sri Yukteswar si stimavano profondamente, riconoscendo con ammirazione il reciproco valore. Entrambi si erano costruiti una vita interiore di granito spirituale, inattaccabile dal tempo. ! Da insegnanti occasionali della mia infanzia avevo assorbito alcuni insegnamenti erronei. Un chela, mi era stato detto, non deve dedicarsi con troppo zelo ai propri doveri terreni; quando avevo tralasciato o eseguito con negligenza i miei compiti, non ero stato punito. La natura umana trova un tale insegnamento fin troppo facile da assimilare. Sotto l’inesorabile sferza del Maestro, tuttavia, mi riscossi ben presto dalle piacevoli illusioni dell’irresponsabilità. ! «Coloro che sono troppo buoni per questo mondo ne stanno ornando qualche altro» osservava Sri Yukteswar. «Finché respiri la libera aria della terra, sei tenuto a rendere il tuo servizio con gratitudine. Solo chi ha acquisito la completa padronanza dello stato di

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Un medico coraggioso di nome Charles Robert Richet, a cui fu assegnato il Premio Nobel per la fisiologia, scrisse quanto segue: «La metafisica non è ancora ufficialmente una scienza, riconosciuta in quanto tale, ma è destinata a diventarlo ... A Edimburgo, ho potuto affermare dinanzi a cento fisiologi che i nostri cinque sensi non sono i nostri unici strumenti di conoscenza e che un frammento della realtà talvolta raggiunge l’intelletto in altri modi ... La rarità di un fenomeno non implica che esso non esista. Il fatto che uno studio sia difficile è forse una ragione per non comprenderlo? ... Coloro che si sono scagliati contro la metafisica, relegandola fra le scienze occulte, si vergogneranno di se stessi così come coloro che condannarono la chimica in quanto la ricerca della pietra filosofale era illusoria ... «Quanto ai principi, non vi sono che quelli di Lavoisier, Claude Bernard e Pasteur: losperimentale sempre e ovunque. Salutiamo, dunque, la nuova scienza destinata a mutare l’orientamento del pensiero umano». 90

sospensione del respiro87 è affrancato dagli imperativi cosmici. Non mancherò di avvisarti quando avrai raggiunto la perfezione finale». ! Il mio guru non si lasciava mai corrompere, neppure dall’amore. Non dimostrava alcuna indulgenza verso chi, come me, si era offerto volontariamente di diventare suo discepolo. Sia che il Maestro e io fossimo circondati dai suoi allievi o da estranei, sia che fossimo completamente soli, egli diceva sempre chiaro e tondo ciò che pensava, senza risparmiare severi rimproveri. Non sfuggivano al suo rimbrotto neppure le lievi cadute nella superficialità o nell’incoerenza. Questo trattamento schiacciante era duro da sopportare, ma ero fermamente deciso a consentire a Sri Yukteswar di appianare ogni mia asperità psicologica. Mentre egli operava faticosamente questa titanica trasformazione, parecchie volte vacillai sotto il peso del suo martello disciplinare. ! «Se le mie parole non ti piacciono, sei libero di andartene in qualunque momento» mi assicurava il Maestro. «Non voglio null’altro da te se non che tu progredisca. Resta soltanto se senti che ne trai beneficio». ! Per ogni colpo umiliante che egli assestò alla mia vanità, per ogni dente che egli fece saltare metaforicamente dalla mia mascella con stupefacente precisione, gli sono grato oltre ogni dire. Il nocciolo duro dell’egoismo umano è praticamente inestirpabile se non con la durezza. Una volta che esso è stato rimosso, il Divino trova, finalmente, un canale non ostruito. Invano Esso tenta di filtrare attraverso i cuori impietriti dall’egoismo. ! La saggezza di Sri Yukteswar era così penetrante che, a prescindere da ciò che veniva detto, spesso egli rispondeva a osservazioni inespresse. «Ciò che una persona immagina di udire e ciò che l’interlocutore intendeva dire realmente possono essere agli antipodi» diceva. «Cerca di cogliere i pensieri che si celano dietro la confusione della verbosità umana». ! L’acume divino, tuttavia, risulta increscioso all’orecchio mondano; il Maestro non godeva di grande popolarità presso gli allievi superficiali. Quelli saggi, sempre in minoranza, nutrivano profonda venerazione per lui. Oserei dire che Sri Yukteswar sarebbe stato il guru più ricercato dell’India, se le sue parole non fossero state tanto schiette e sferzanti. ! «Sono duro con coloro che vengono per ricevere il mio insegnamento» ammetteva con me. «Questo è il mio modo di essere: prendere o lasciare. Non scenderò mai a compromessi. Tu, invece, sarai molto più tenero con i tuoi discepoli; quello è il tuo modo di essere. Io cerco di purificare soltanto nelle fiamme della severità, cauterizzando oltre la capacità di sopportazione media. Anche l’approccio gentile dell’amore produce una trasfigurazione. I metodi inflessibili e quelli morbidi sono ugualmente efficaci, se applicati con saggezza. Tu andrai in Paesi stranieri, dove gli attacchi troppo diretti all’ego non sono apprezzati. Un insegnante spirituale non potrebbe diffondere in Occidente il messaggio dell’India senza disporre di una buona dose di conciliante pazienza e tolleranza». Inutile dire che ebbi modo di constatare, in seguito, quanta verità racchiudessero le parole del Maestro! ! Anche se il suo parlare privo di ipocrisia impedì a Sri Yukteswar di avere largo seguito durante i suoi anni di permanenza sulla terra, il suo spirito vivente si manifesta oggi in tutto il mondo, per mezzo dei sinceri allievi che praticano il Kriya Yoga e gli altri suoi insegnamenti. Egli esercita sulle anime degli uomini un dominio ancor più vasto di quello che Alessandro Magno ambiva a esercitare sulle regioni del mondo. ! Un giorno mio padre venne a porgere i suoi rispetti a Sri Yukteswar. Il mio genitore si aspettava, molto probabilmente, di udire qualche parola di encomio nei miei confronti. Rimase scioccato nel sentirsi riferire un lungo elenco di mie imperfezioni. Il Maestro era solito enumerare semplici manchevolezze di poco conto con un’aria di solenne gravità.

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Samadhi: l’unione perfetta dell’anima individuale con lo Spirito Infinito. 91

Mio padre si precipitò da me. «Date le osservazioni del tuo guru, pensavo di trovarti in uno stato disastroso!». Il mio genitore non sapeva se piangere o ridere. ! L’unico motivo di dispiacere di Sri Yukteswar, all’epoca, era che avessi cercato, nonostante un suo garbato accenno contrario, di convertire un certo uomo al cammino spirituale. ! Indignato, corsi a cercare il mio guru. Egli mi ricevette con gli occhi bassi, mostrandosi consapevole del suo errore. Fu l’unica volta in cui vidi il divino leone divenire mansueto di fronte a me. Quel momento irripetibile fu assaporato fino in fondo. ! «Signore, perché mi avete giudicato in modo tanto spietato davanti a mio padre, lasciandolo sconvolto? Era giusto?». ! «Non lo faro più». Il tono del Maestro era di scusa. ! Rimasi immediatamente disarmato! Con quanta prontezza quel grande uomo ammetteva la sua colpa! Pur non turbando mai più la pace d’animo di mio padre, il Maestro continuò implacabilmente a vivisezionarmi, in qualsiasi luogo e momento lo ritenesse opportuno. ! I nuovi discepoli spesso davano man forte a Sri Yukteswar nel criticare puntigliosamente gli altri. Saggi come il guru! Modelli di infallibile discriminazione! Ma chi sferra l’attacco non deve prestare il fianco alle critiche. Quegli stessi studenti sempre pronti a criticare gli altri si defilavano frettolosamente non appena il Maestro scoccava pubblicamente verso di loro qualche dardo tratto dalla sua faretra analitica. ! «Le vulnerabili debolezze interiori, che si ribellano a lievi tocchi di censura, sono come parti malate del corpo che si ritraggono anche se sfiorate delicatamente». Questo era il commento divertito di Sri Yukteswar a proposito di coloro che si erano dati alla fuga. ! Ci sono discepoli che cercano un guru fatto a loro immagine. Tali studenti spesso si lamentavano di non riuscire a capire Sri Yukteswar. ! «Non comprendete neppure Dio!» risposi loro in un’occasione. «Quando un santo vi sarà del tutto chiaro, sarete santi anche voi». Fra gli innumerevoli misteri che aleggiano in ogni momento nell’aria inesplicabile, chi può mai osare chiedere che la natura incommensurabile di un maestro possa essere afferrata all’istante? ! Gli studenti arrivavano e, generalmente, se ne andavano. Coloro che aspiravano a un cammino di melliflua comprensione e di facile apprezzamento non lo trovavano all’ashram. Il Maestro offriva rifugio e guida per l’eternità, ma molti discepoli, grettamente, pretendevano anche un balsamo per il loro ego. Se ne andavano, preferendo all’umiltà le innumerevoli umiliazioni della vita. I raggi fiammeggianti del Maestro, la luce solare penetrante e diretta della sua saggezza, erano troppo potenti per la loro infermità spirituale. Essi cercavano insegnanti di minore levatura che, riparandoli all’ombra della propria adulazione, consentissero loro l’agitato sonno dell’ignoranza. ! Nei primi mesi trascorsi con il Maestro ero stato suscettibile e timoroso di fronte ai suoi rimproveri. Mi accorsi ben presto che essi erano riservati soltanto ai discepoli che avevano richiesto la sua vivisezione verbale. Se uno studente risentito protestava, Sri Yukteswar diventava silenzioso, senza offendersi. Le sue parole non erano mai adirate, bensì improntate a un’impersonale saggezza. ! Le acute intuizioni del Maestro non erano destinate all’orecchio impreparato dei visitatori occasionali; raramente egli faceva commenti sui loro difetti, anche quando erano evidenti. Nei confronti degli allievi che gli chiedevano consiglio, invece, Sri Yukteswar si sentiva profondamente responsabile. È davvero valoroso il guru che si propone di trasformare il minerale grezzo dell’umanità permeata dall’ego! Il coraggio del santo è radicato nella sua compassione per i ciechi che procedono a tentoni in questo mondo. ! Quando ebbi abbandonato ogni latente risentimento, constatai una netta diminuzione dei rimproveri. In modo molto sottile, il Maestro si ammorbidì, cedendo a una certa clemenza. Col tempo demolii tutti quei muri di razionalizzazioni e riserve subconsce dietro 92

ai quali generalmente si difende la personalità umana.88 Fui ricompensato da una spontanea armonia con il mio guru. Scoprii così che egli era fiducioso, sollecito e tacitamente amorevole. Essendo però riservato, non dispensava mai parole affettuose. ! Il mio temperamento è principalmente devozionale. All’inizio fu sconcertante scoprire che il mio guru, saturo di jnana ma apparentemente arido di bhakti,89 si esprimeva soltanto in termini di fredda matematica spirituale. Quando entrai in sintonia con la sua natura, tuttavia, mi accorsi che il mio approccio devozionale a Dio non si era affatto attenuato ma, anzi, si era intensificato ulteriormente. Un maestro autorealizzato è pienamente in grado di guidare i suoi diversi discepoli lungo le linee naturali delle loro inclinazioni fondamentali. ! Il mio rapporto con Sri Yukteswar, benché in un certo senso inarticolato, possedeva in realtà ogni eloquenza. Spesso trovavo la sua firma silenziosa sui miei pensieri e ciò rendeva superfluo qualsiasi discorso. Sedendogli tranquillamente accanto, sentivo la sua magnanimità riversarsi pacificamente sul mio essere. ! L’imparzialità di Sri Yukteswar si dimostrò chiaramente durante le vacanze estive del mio primo anno d’università. La prospettiva di trascorrere alcuni mesi ininterrottamente a Serampore con il mio guru mi riempiva di gioia. ! «Ti affido la conduzione dell’ashram». Il Maestro era compiaciuto dell’entusiasmo con cui ero arrivato. «I tuoi compiti saranno l’accoglienza degli ospiti e la supervisione del lavoro degli altri discepoli». ! Kumar, un giovane che veniva da un villaggio del Bengala orientale, fu accolto nell’ashram come studente quindici giorni dopo. Di notevole intelligenza, egli conquistò ben presto l’affetto di Sri Yukteswar. Per qualche imperscrutabile ragione, il Maestro era molto indulgente verso il nuovo residente. ! «Mukunda, lascia che Kumar prenda il tuo posto. Dedica il tuo tempo alle pulizie e alla cucina». Il Maestro diede queste istruzioni dopo un mese che il nuovo discepolo era con noi. ! Promosso al ruolo di comando, Kumar esercitava una gretta tirannia domestica. In tacita rivolta, gli altri discepoli continuarono a fare riferimento a me per le faccende quotidiane. ! «Mukunda è impossibile! Voi mi avete nominato supervisore, ma gli altri continuano a rivolgersi a lui e a obbedirgli». Tre settimane dopo, Kumar si lamentava con il nostro guru. Lo udii per caso da una stanza adiacente. ! «È per questo che ho assegnato lui alla cucina e te al salotto». I toni raggelanti di Sri Yukteswar erano nuovi a Kumar. «In questo modo hai potuto accorgerti che un leader degno ha il desiderio di servire e non di dominare. Tu ambivi alla posizione di Mukunda, 88

Le razionalizzazioni della mente guidate dal subconscio sono alquanto diverse dalla guida infallibile della verità che emana dalla supercoscienza. Sotto la guida degli scienziati francesi della Sorbona, i pensatori occidentali stanno iniziando a studiare la possibilità della percezione divina nell’essere umano. «Negli ultimi vent’anni gli studenti di psicologia, influenzati da Freud, hanno speso tutto il loro tempo investigando le sfere subconsce» faceva rilevare il rabbino Israel H. Levinthal nel 1929. «È vero che il subconscio rivela gran parte del mistero che può spiegare le azioni umane, ma non tutte. Può spiegare l’abnorme, ma non i gesti che sono superiori a ciò che è normale. La psicologia più recente, promossa dalle scuole francesi, ha scoperto una nuova dimensione nell’essere umano, che ha denominato “supercoscienza”. A differenza del subconscio, che rappresenta le correnti sommerse della nostra natura, la supercoscienza rivela le vette che la nostra natura può raggiungere. L’essere umano presenta dunque non una doppia, bensì una tripla personalità; il nostro essere conscio e subconscio è completato da una supercoscienza. Molti anni fa lo psicologo inglese F.W.H. Myers suggeriva che “celati nelle profondità del nostro essere vi sono sia una montagna di spazzatura sia uno scrigno del tesoro”. A differenza della psicologia che incentra le proprie ricerche sul subconscio nella natura umana, questa nuova psicologia della supercoscienza rivolge la sua attenzione allo scrigno del tesoro, l’unica dimensione che può spiegare le gesta grandi, altruistiche, eroiche degli esseri umani». 89

Jnana, saggezza, e bhakti, devozione: due delle principali vie che conducono a Dio. 93

ma non sei riuscito a conservarla con i tuoi meriti. Ora ritorna al tuo precedente lavoro di aiuto cuoco». ! Dopo questo episodio umiliante, il Maestro riprese nei confronti di Kumar il suo precedente atteggiamento d’insolita indulgenza. Chi può svelare il mistero dell’attrazione? In Kumar il nostro guru scoprì una sorgente di fascino che non sgorgava invece per i suoi compagni. Benché il nuovo ragazzo fosse palesemente il prediletto di Sri Yukteswar, non ne fui afflitto. Le peculiarità personali, da cui non sono immuni neppure i maestri, conferiscono una ricca complessità alla trama della vita. La mia natura si lascia raramente assoggettare da un dettaglio; in Sri Yukteswar ricercavo un bene assai più arduo da raggiungere del semplice elogio esteriore. ! Un giorno Kumar mi parlò con astio, senza ragione; ne rimasi profondamente ferito. ! «La tua testa si sta gonfiando fin quasi a scoppiare!». Aggiunsi un avvertimento di cui coglievo intuitivamente la verità: «Se non cambierai la tua condotta, un giorno ti verrà chiesto di andartene da questo ashram». ! Ridendo con sarcasmo, Kumar riferì la mia osservazione al nostro guru, che era appena entrato nella stanza. Convinto di ricevere una lavata di capo, mi ritirai mestamente in un angolo. ! «Può darsi che Mukunda abbia ragione». La risposta del Maestro al ragazzo giunse con insolita freddezza. Me la cavai senza castigo. ! Un anno dopo, Kumar partì per una visita alla sua casa natale ignorando la tacita disapprovazione di Sri Yukteswar, che non controllava mai in modo autoritario i movimenti dei suoi discepoli. Quando, dopo alcuni mesi, il giovane fece ritorno a Serampore, risultò evidente il suo sgradevole cambiamento. Il maestoso Kumar dal volto serenamente radioso non c’era più. Quello che avevamo di fronte era solo un qualunque contadino, che ultimamente aveva acquisito una serie di cattive abitudini. ! Il Maestro mi mandò a chiamare e, col cuore spezzato, parlò del fatto che il giovane era ormai inadatto alla vita monastica dell’ashram. ! «Mukunda, affido a te il compito di informare Kumar che deve lasciare l’ashram domani; io non riesco a farlo!». Gli occhi di Sri Yukteswar si colmarono di lacrime, ma egli riprese subito il controllo. «Il ragazzo non sarebbe mai caduto così in basso se mi avesse ascoltato e non se ne fosse andato per frequentare compagnie indesiderabili. Ha rifiutato la mia protezione; il duro mondo dovrà ancora essere il suo guru». ! La partenza di Kumar non mi procurò alcuna gioia; tristemente, mi domandai per quale ragione una persona che aveva il potere di conquistare l’amore di un maestro potesse lasciarsi sedurre da attrattive assai meno nobili. I piaceri del vino e del sesso sono radicati nell’uomo allo stato naturale e per apprezzarli non occorre alcuna particolare finezza di percezione. Le lusinghe dei sensi sono simili all’oleandro sempreverde, fragrante con i suoi fiori multicolori ma velenoso in ogni sua parte. La terra della salvezza si trova dentro di noi e irradia quella felicità che ricerchiamo ciecamente in mille direzioni sbagliate.90 ! «L’intelligenza acuta è una lama a doppio taglio» osservò una volta il Maestro a proposito della mente brillante di Kumar. «Come un coltello, può essere usata costruttivamente o distruttivamente, per incidere l’ascesso dell’ignoranza o per decapitare il proprio sé. L’intelligenza è guidata correttamente solo dopo che la mente ha riconosciuto l’ineluttabilità della legge spirituale».

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«L’essere umano nel suo stato di veglia compie innumerevoli sforzi per sperimentare i piaceri dei sensi; quando l’intero gruppo degli organi di senso è affaticato, egli dimentica persino il piacere immediatamente disponibile e si addormenta per godersi il riposo dell’anima, la sua vera natura» ha scritto Shankara, il grande esponente del Vedanta. «La beatitudine ultrasensoriale è dunque estremamente facile da raggiungere e alquanto superiore ai piaceri dei sensi, che finiscono invariabilmente per suscitare disgusto». 94

! Il mio guru familiarizzava liberamente con i discepoli, uomini o donne, trattandoli tutti come propri figli. Percependo l’uguaglianza tra le loro anime, egli non mostrava alcuna distinzione o parzialità. ! «Nel sonno non sai se sei uomo o donna» diceva. «Così come un uomo che interpreta la parte di una donna non diventa tale, l’anima, che può impersonare sia l’uomo che la donna, non ha sesso. L’anima è l’immagine di Dio, pura e immutabile». ! Sri Yukteswar non evitava né biasimava mai le donne in quanto og-getti di seduzione. Anche gli uomini, sosteneva, rappresentavano una tentazione per le donne. Una volta domandai al mio guru perché mai un grande santo dell’antichità avesse definito le donne “la porta del-l’inferno”. ! «Una ragazza deve aver notevolmente turbato la sua pace mentale in gioventù» rispose causticamente il mio guru. «Altrimenti egli non avrebbe condannato la donna, ma qualche imperfezione nel proprio autocontrollo». ! Se un visitatore osava raccontare una storiella piccante nell’ashram, il Maestro manteneva un silenzio indifferente. «Non lasciatevi sferzare dalla frusta provocante di un bel viso» diceva ai discepoli. «Come possono godersi il mondo gli schiavi dei sensi? I suoi sottili aromi sfuggono a coloro che strisciano nel fango primordiale. Le delicate discriminazioni non vengono colte dalla persona dedita agli elementari piaceri dei sensi». ! Gli allievi che cercavano di sfuggire all’illusione dualistica di maya ricevevano da Sri Yukteswar paziente e comprensivo consiglio. ! «Proprio come il mangiare ha lo scopo di soddisfare la fame e non l’avidità, così l’istinto sessuale è finalizzato alla riproduzione delle specie secondo la legge naturale, giammai a eccitare brame insaziabili» diceva. «Estirpate ora i desideri sbagliati, altrimenti continueranno a seguirvi dopo che il corpo astrale si sarà distaccato dall’involucro fisico. Anche quando la carne è debole, la mente dovrebbe resistere con perseveranza. Se la tentazione vi assale con forza crudele, superatela attraverso l’analisi imparziale e una volontà indomabile. Qualsiasi passione istintiva può essere dominata. ! «Risparmiate le vostre forze. Siate come il vasto oceano, che assorbe dentro di sé tutti gli affluenti dei sensi. Le piccole brame sono come falle nel serbatoio della vostra pace interiore, che permettono alle acque risanatrici di disperdersi nel suolo desertico del materialismo. L’irrefrenabile impulso attivante del desiderio sbagliato è il principale nemico della felicità dell’essere umano. Andate per il mondo come leoni di autocontrollo; non permettete alle rane della debolezza di farvi saltare qua e là a loro piacimento». ! Il devoto è infine liberato da tutte le compulsioni istintive. Egli trasforma il suo bisogno di affetto umano nell’aspirazione a Dio soltanto, un amore esclusivo in quanto onnipresente. ! La madre di Sri Yukteswar viveva nel distretto di Rana Mahal a Benares, dove avevo fatto visita al mio guru per la prima volta. Affabile e gentile, era tuttavia una donna dalle opinioni molto risolute. Un giorno mi trovavo sul balcone di casa sua e osservavo la madre e il figlio che parlavano. Con i suoi modi calmi, ragionevoli, il Maestro stava cercando di convincerla di qualcosa. Evidentemente non era riuscito nel suo intento, perché ella scuoteva la testa con grande vigore. ! «No, no, figlio mio, vai via ora! Le tue sagge parole non sono per me! Io non sono tua discepola!». ! Sri Yukteswar si allontanò senza aggiungere altro, come un bambino che è stato redarguito. Mi commosse il grande rispetto che nutriva per sua madre, persino nei momenti in cui era irragionevole. Lei lo vedeva soltanto come il suo bambino, non come un saggio. Vi era un certo fascino in questo episodio, in sé trascurabile; esso gettò nuova luce sulla peculiare natura del mio guru, interiormente umile ed esteriormente inflessibile. ! Le regole monastiche non consentono a uno swami di mantenere i propri legami terreni dopo che essi, formalmente, sono stati rescissi. Egli non può celebrare le cerimonie dei riti familiari che costituiscono invece un obbligo per il capofamiglia. Shankara, l’antico 95

fondatore dell’Ordine degli swami, trasgredì tuttavia le regole previste. Alla morte dell’amata madre egli cremò il suo corpo con il fuoco celeste, che fece scaturire dalla propria mano levata. ! Anche Sri Yukteswar ignorò le restrizioni, sebbene in modo meno spettacolare. Quando sua madre morì, egli fece predisporre i servizi di cremazione sulle rive del sacro Gange a Benares e diede da mangiare a molti bramini in conformità a un’antica usanza. ! I divieti shastrici avevano lo scopo di aiutare gli swami a superare le identificazioni limitanti. Shankara e Sri Yukteswar avevano dissolto totalmente il proprio essere nello Spirito Impersonale; non avevano alcun bisogno dell’aiuto fornito dalle regole. Talvolta, inoltre, un maestro ignora deliberatamente un canone per affermarne il principio come superiore e indipendente dalla forma. Per questa ragione Gesù raccolse il grano nel giorno del riposo. Agli inevitabili critici egli disse: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato».91 ! Se si eccettuano le sacre Scritture, raramente un libro riceveva l’onore di un esame approfondito da parte di Sri Yukteswar. Ciò nonostante, egli era costantemente aggiornato sulle più recenti scoperte scientifiche e su altri progressi del sapere. Brillante conversatore, amava lo scambio di opinioni con i suoi ospiti su innumerevoli argomenti. L’arguzia e la gioviale risata del mio guru animavano ogni discussione. Benché fosse spesso serio, il Maestro non era mai tetro o malinconico. «Per cercare il Signore non occorre deformare il proprio volto» faceva notare. «Ricordate che trovare Dio sarà il funerale di tutte le pene». ! Tra i filosofi, i professori, gli avvocati e gli scienziati che venivano all’ashram, alcuni vi giungevano per la prima volta aspettandosi d’incontrare un bacchettone ortodosso. Un sorriso sprezzante o uno sguardo di divertita tolleranza, di tanto in tanto, tradivano il fatto che i nuovi arrivati non si attendevano altro che qualche pia banalità. La loro riluttanza nell’andarsene, tuttavia, dimostrava espressamente che Sri Yukteswar aveva saputo penetrare con acume nei loro ambiti di specializzazione. ! Di solito il mio guru era gentile e affabile con gli ospiti; rivolgeva loro il suo benvenuto con amabile cordialità. Talvolta, però, gli egocentrici inveterati ricevevano una corroborante sferzata. Essi trovavano nel Maestro una gelida indifferenza oppure una formidabile opposizione: ghiaccio o ferro! ! Una volta un noto chimico ingaggiò una disputa con Sri Yukteswar. Il visitatore non voleva ammettere l’esistenza di Dio, giacché la scienza non dispone di alcun mezzo per rilevare la Sua presenza. ! «E così, inspiegabilmente, non siete riusciti a isolare il Potere Supremo nelle vostre provette!». Il Maestro lo fissava con sguardo severo. «Vi consiglio un esperimento senza precedenti. Esaminate i vostri pensieri incessantemente per ventiquattr’ore. Poi non vi meraviglierete più dell’assenza di Dio». ! Un celebre pandit ricevette un analogo scossone. Con zelo ostentato, lo studioso fece tremare le travi dell’ashram esibendo la sua erudizione nelle sacre Scritture. Copiosi

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Marco 2,27.

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e roboanti fluivano i brani tratti dal Mahabharata, dalle Upanishad 92 e dai bhasya 93 di Shankara. ! «Sono in attesa di udirvi». Il tono di Sri Yukteswar era interrogativo, come se fino a quel momento avesse regnato il silenzio più completo. Il pandit restò sconcertato. ! «Di citazioni, sì, ve ne sono state in sovrabbondanza». Le parole del ! Maestro suscitarono in me un moto d’ilarità, mentre me ne stavo accovacciato in un angolo, a rispettosa distanza dal visitatore. «Ma quale commento originale riuscite a formulare, in base all’unicità della vostra vita? Quale testo sacro avete assimilato e fatto vostro? In quali modi le verità eterne hanno rinnovato la vostra natura? Vi accontentate di essere un vuoto grammofono, che ripete meccanicamente le parole altrui?». ! «Mi arrendo!». La mortificazione dell’erudito era comica. «Non ho conseguito alcuna realizzazione interiore». ! Per la prima volta, forse, egli comprese che a nulla vale trovare il posto giusto a ogni comma, per salvare il proprio spirito dal coma. ! «Questi esangui pedanti puzzano eccessivamente di lampada» affermò il mio guru dopo che il pandit a cui era stata impartita la lezione se ne era andato. «Essi ambiscono a una filosofia che sia un raffinato esercizio di costruzione intellettuale. I loro nobili pensieri sono cautamente privi di qualsiasi rapporto sia con la crudezza dell’azione esteriore sia con ogni sferzante disciplina interiore!». ! Anche in altre occasioni il Maestro fece notare la futilità di un sapere meramente libresco. ! «Non confondete la comprensione con un vasto vocabolario» egli faceva notare. «Le sacre Scritture sono benefiche nello stimolare il desiderio di realizzazione interiore, se si assimila lentamente un versetto alla volta. Il continuo studio intellettuale finisce con l’alimentare la vanità e la falsa soddisfazione di un sapere non digerito». ! Sri Yukteswar raccontò una delle sue esperienze di edificazione attraverso le Scritture. Lo scenario era un ashram situato in una foresta nel Bengala orientale, dove egli seguiva il metodo di un noto insegnante, Dabru Ballav. Il suo sistema, semplice e difficile allo stesso tempo, era diffuso nell’antica India. ! Dabru Ballav aveva raccolto i suoi discepoli attorno a sé nella solitudine silvestre. Il sacro testo della Bhagavad Gita era aperto davanti a loro. Essi mantennero lo sguardo costantemente fisso su un brano per mezzora, poi chiusero gli occhi. Trascorse un’altra mezzora. Il maestro fece un breve commento. Restando immobili, essi meditarono di nuovo per un’ora. Infine il guru parlò. ! «Avete capito?». ! «Sì, signore» osò affermare uno del gruppo. ! «No; non del tutto. Cercate la vitalità spirituale che ha dato a queste parole il potere di rigenerare l’India, secolo dopo secolo». Un’altra ora svanì nel silenzio. Il maestro congedò gli studenti e si rivolse a Sri Yukteswar. ! «Conosci la Bhagavad Gita?». ! «No, signore, non proprio; anche se i miei occhi e la mia mente hanno scorso molte volte le sue pagine».

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Le Upanishad o Vedanta (letteralmente, “fine dei Veda”) si trovano in alcune parti dei Veda come compendi essenziali. Esse forniscono la base dottrinale della religione induista. Alle Upanishad Schopenhauer rivolse il seguente omaggio: «Con quanta completezza nelle Upanishad alita il sacro spirito dei Veda! Con quanta intensità colui che si è familiarizzato con quel libro incomparabile si sente toccato da quello stesso spirito fin nelle profondità del proprio animo! Da ogni frase emanano pensieri profondi, originali e sublimi e tutto è pervaso da una gravità sacra e solenne ... L’accesso ai Veda attraverso le Upanishad ... è, a mio parere, il più grande privilegio che questo secolo possa vantare rispetto a tutte le epoche precedenti». 93

Commenti. Shankara interpretò le Upanishad in modo impareggiabile. 97

! «In migliaia mi hanno risposto in modo diverso!». Il grande saggio sorrise al Maestro, benedicendolo. «Se ci si preoccupa di esibire esteriormente le ricchezze scritturali, quanto tempo resta per immergersi silenziosamente nel proprio intimo, alla ricerca delle perle inestimabili?». ! Sri Yukteswar guidava lo studio dei suoi discepoli con lo stesso metodo intensivo di concentrazione su un solo punto. «La saggezza non viene assimilata con gli occhi, ma con gli atomi» diceva. «Quando la vostra convinzione di una verità non risiede soltanto nel vostro cervello bensì nel vostro intero essere, potete garantirne, seppure con cautela, il significato». Egli scoraggiava negli studenti qualsiasi tendenza a considerare la conoscenza tratta dai libri un passo necessario per la realizzazione spirituale. ! «I rishi scrissero in una sola frase concetti di profondità tale da tenere impegnati i commentatori eruditi per generazioni» faceva notare. «L’infinita controversia letteraria è per le menti pigre. Quale pensiero è più liberante di “Dio è” o, meglio ancora, “Dio”?». ! L’essere umano, tuttavia, non ritorna facilmente alla semplicità. Raramente si tratta di “Dio” per lui; più spesso si tratta di pomposità apprese. Il suo ego è lusingato dal riuscire a comprendere una tale erudizione. ! Agli uomini orgogliosamente consapevoli di detenere una posizione elevata agli occhi del mondo poteva spesso accadere, alla presenza del Maestro, di dover aggiungere anche l’umiltà alle loro prerogative. Un magistrato locale, una volta, si presentò chiedendo un colloquio all’ashram di Puri, situato sulle rive del mare. L’uomo, che aveva la fama di essere spietato, avrebbe potuto tranquillamente cacciarci dall’ashram grazie ai poteri di cui godeva. Avvertii il mio guru di tali dispotiche possibilità, ma egli si sedette con aria intransigente e non si alzò a salutare il visitatore. Piuttosto nervoso, mi accovacciai accanto alla porta. L’uomo dovette accontentarsi di una cassa di legno; il mio guru non mi chiese di procurargli una sedia. L’ovvia aspettativa da parte del magistrato di vedere cerimoniosamente riconosciuta la sua importanza non venne soddisfatta. ! Seguì una discussione metafisica. L’ospite procedeva goffamente, commettendo grossolani errori nell’interpretazione delle Scritture. Man mano che la sua accuratezza diminuiva, la sua ira aumentava. ! «Sapete che sono risultato primo del mio corso di laurea?». La ragione lo aveva abbandonato, ma riusciva ancora a sbraitare. ! «Signor magistrato, dimenticate che questa non è la vostra aula di tribunale» replicò il Maestro pacatamente. «Dalle vostre argomentazioni infantili avrei supposto che la vostra carriera universitaria non fosse stata particolarmente brillante. Una laurea, in ogni caso, non è neppure lontanamente collegata alla realizzazione vedica. I santi non vengono sfornati ogni semestre come i contabili». ! Dopo essere ammutolito per lo stupore, il visitatore scoppiò a ridere di cuore. ! «Questo è il mio primo incontro con un magistrato celeste» egli disse. In seguito presentò una richiesta formale, redatta con i termini legali che, evidentemente, erano parte integrante del suo essere, di venire accolto come discepolo “tirocinante”. ! Il mio guru si occupava personalmente di tutti i dettagli della gestione delle sue proprietà. Persone prive di scrupoli tentarono in varie occasioni di impossessarsi delle terre avite del Maestro. Con determinazione e persino ingaggiando battaglie legali, Sri Yukteswar sconfisse tutti gli avversari. Egli sopportò queste dolorose esperienze per il desiderio di non diventare mai un guru mendicante o un peso per i propri discepoli. ! La sua indipendenza finanziaria era una delle ragioni per cui il mio Maestro, con allarmante schiettezza, ignorava le astuzie della diplomazia. A differenza di quegli insegnanti costretti ad adulare coloro che li sovvenzionano, il mio guru era refrattario a qualsiasi condizionamento, palese o occulto, esercitato dalla ricchezza altrui. Non lo udii mai chiedere denaro e neppure accennarvi vagamente, qualunque fosse lo scopo. L’insegnamento nel suo ashram veniva impartito gratuitamente e liberamente a tutti i discepoli. 98

! Un giorno un insolente ufficiale giudiziario giunse all’ashram di Serampore per consegnare a Sri Yukteswar una citazione. Eravamo presenti anche un discepolo di nome Kanai e io. L’atteggiamento del funzionario verso il Maestro era offensivo. ! «Non potrà che farvi del bene abbandonare le ombre del vostro ashram e respirare l’aria onesta dell’aula di un tribunale». Il funzionario sogghignava, sprezzante. Non riuscii a trattenermi. ! «Ancora una parola di tale impudenza e vi troverete steso a terra!» dissi avanzando minacciosamente. ! «Miserabile!». Il grido di Kanai fu simultaneo al mio. «Osate portare le vostre empietà in questo sacro ashram?». ! Ma il Maestro si levò in difesa di colui che lo aveva insultato, ponendosi dinanzi a lui. «Non infiammatevi per un nonnulla. Quest’uomo sta soltanto compiendo il suo legittimo dovere». ! Il funzionario, stupefatto da tale contrastante accoglienza, pronunciò con ossequio parole di scusa e se ne andò in tutta fretta. ! Era sorprendente constatare come un maestro dotato di una volontà tanto focosa potesse essere così calmo interiormente. Egli corrispondeva perfettamente alla definizione vedica dell’uomo di Dio: «Più soave di un fiore quanto a gentilezza; più forte del tuono quando sono in gioco i principi». ! A questo mondo vi sono sempre coloro che, secondo le parole di Browning, «non sopportano la luce, essendo loro stessi oscuri». Talvolta qualche estraneo rimproverava a Sri Yukteswar un torto immaginario. Il mio imperturbabile guru ascoltava educatamente, analizzando se stesso per verificare se l’accusa contenesse qualche frammento di verità. ! Tali scene mi richiamavano alla mente una delle incomparabili osservazioni del Maestro: «Alcune persone cercano di rendersi alte mozzando le teste altrui!». ! La salda compostezza di un santo è più efficace di qualsiasi predica. «Il paziente val più di un eroe, chi domina se stesso val più di chi conquista una città».94 ! Spesso riflettevo sul fatto che il mio nobile Maestro avrebbe facilmente potuto essere un imperatore o un guerriero capace di far tremare il mondo, se la sua mente si fosse focalizzata sulla gloria o sul successo terreno. Egli aveva scelto, invece, di espugnare le cittadelle interiori dell’ira e dell’egotismo, la cui caduta è la suprema conquista dell’uomo.

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Proverbi 16,32. 99

CAPITOLO: 13 !

Il santo che non dormiva mai

! «Vi prego, datemi il permesso di andare sull’Himalaya. Nell’ininterrotta solitudine spero di raggiungere la comunione continua col Divino». ! Un giorno rivolsi davvero queste ingrate parole al mio Maestro. In preda a una di quelle imprevedibili illusioni che talvolta colgono il devoto, sentivo in me una crescente insofferenza verso i doveri dell’ashram e gli studi universitari. Una debole attenuante era l’aver avanzato la mia proposta quando mi trovavo con Sri Yukteswar da soli sei mesi. Non avevo ancora misurato appieno la sua imponente statura. ! «Sull’Himalaya vivono numerosi montanari che, tuttavia, non hanno alcuna percezione di Dio». La risposta del mio guru giunse lentamente e con semplicità. «È preferibile cercare la saggezza in un uomo di realizzazione, piuttosto che in un’inerte montagna». ! Ignorando l’evidente allusione del Maestro al fatto che egli stesso, e non una montagna, fosse la mia guida, ripetei la mia supplica. Sri Yukteswar non si degnò di rispondere. Io presi il suo silenzio come un consenso: un’interpretazione alquanto azzardata, ma prontamente accolta per convenienza. ! Nella mia casa di Calcutta, quella sera, mi affaccendai con i preparativi per il viaggio. Mentre avvolgevo poche cose in una coperta, mi si riaffacciò alla memoria un fagotto assai simile, calato furtivamente dalla finestra della mia soffitta qualche anno prima. Mi domandai se questa sarebbe stata un’altra fuga verso l’Himalaya nata sotto una cattiva stella. La prima volta il mio entusiasmo spirituale era al culmine; quella sera, invece, mi rimordeva la coscienza al pensiero di lasciare il mio guru. ! La mattina seguente andai a trovare il pandit Behari, mio professore di sanscrito allo Scottish Church College. ! «Signore, mi avete raccontato della vostra amicizia con un grande discepolo di Lahiri Mahasaya. Per favore, datemi il suo indirizzo». ! «Intendi Ram Gopal Muzumdar. Io lo chiamo il santo che non dorme mai”. È costantemente sveglio, in uno stato di coscienza estatico. La sua casa si trova a Ranbajpur, vicino a Tarakeswar». ! Ringraziai il pandit e, immediatamente, partii in treno per Tarakeswar. Speravo di mettere a tacere le mie ansie estorcendo al “santo che non dormiva mai” l’approvazione alla mia decisione di cimentarmi in una solitaria meditazione himalayana. L’amico di Behari, a quanto avevo udito, aveva ricevuto l’illuminazione dopo aver praticato per molti anni il Kriya Yoga in alcune grotte isolate. ! A Tarakeswar giunsi nei pressi di un famoso santuario. Gli indù nutrono per esso la stessa devozione con cui i cattolici venerano il santuario di Lourdes in Francia. A Tarakeswar si sono verificate innumerevoli guarigioni miracolose, compresa quella di un mio familiare. ! «Rimasi seduta lì nel tempio per una settimana» mi raccontò una volta la più anziana delle mie zie. «Osservando un digiuno completo, pregai per la guarigione di tuo zio Sarada da una malattia cronica. Il settimo giorno mi si materializzò in mano un’erba! Feci un infuso con le foglie e lo diedi a tuo zio. La sua malattia scomparve immediatamente e non si è mai più ripresentata». ! Entrai nel santuario di Tarakeswar; l’altare non contiene null’altro che una pietra rotonda. La sua circonferenza, senza inizio né fine, la rende un perfetto simbolo dell’Infinito. Le astrazioni cosmiche non sono estranee neppure ai più umili contadini indiani; essi, infatti, vengono rimproverati dagli occidentali di vivere proprio di astrazioni!

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! Il mio stato d’animo in quel momento era così austero che non mi sentivo disposto a inchinarmi dinanzi al simbolo di pietra. Dio va ricercato – così pensai – soltanto nell’interiorità dell’anima. ! Uscii dal tempio senza essermi prima genuflesso e mi diressi camminando a passo rapido verso il remoto villaggio di Ranbajpur. Un passante, alla mia richiesta di indicazioni, sprofondò in una lunga cogitazione. ! «Quando giungete a un incrocio, svoltate a destra e continuate» disse infine, con tono da oracolo. ! Seguendo puntualmente le indicazioni, proseguii lungo le rive di un canale. Calò l’oscurità: là dove il villaggio confinava con la giungla brulicavano lucciole ammiccanti ed echeggiavano gli ululati dei vicini sciacalli. La luce della luna era troppo fioca per poter essere rassicurante; vagai per due ore incespicando, privo di orientamento. ! Che sollievo sentire il suono di un campanaccio! Le mie grida ripetute finirono col richiamare al mio fianco un contadino. ! «Sto cercando Ram Gopal Babu». ! «Nel nostro villaggio non abita nessuno con questo nome». Il tono dell’uomo era ostile. «Probabilmente siete un poliziotto bugiardo». ! Sperando di fugare i sospetti dalla sua mente assillata dai timori politici, gli esposi con parole toccanti la difficile situazione in cui mi trovavo. Egli mi condusse a casa sua e mi offrì un’ospitale accoglienza. ! «Ranbajpur è lontana da qui» osservò. «All’incrocio avreste dovuto svoltare a sinistra, non a destra». ! Il mio precedente informatore, pensai tristemente, costituiva una grave minaccia per i viandanti. Dopo un pasto gustoso a base di riso grezzo, dhal di lenticchie e curry di patate con banane crude, mi ritirai in una piccola capanna adiacente al cortile. In lontananza, gli abitanti del villaggio cantavano con il fragoroso accompagnamento di mridanga95 e cembali. Riuscire a dormire non era neppure pensabile, quella notte; pregai con fervore di essere guidato fino allo yogi segreto, Ram Gopal. ! Quando le prime luci dell’alba penetrarono fra le fessure della mia stanza buia, mi misi in cammino per Ranbajpur. Attraversando risaie accidentate, avanzavo faticosamente fra stoppie pungenti e cumuli di argilla secca. I passanti che incontravo di tanto in tanto mi informavano, invariabilmente, che la mia destinazione distava «solo un krosha (circa tre chilometri)». In sei ore il sole compì trionfalmente il suo percorso dall’orizzonte a mezzogiorno, mentre io cominciavo a pensare che sarei rimasto per sempre a un krosha di distanza da Ranbajpur. ! A metà del pomeriggio il mio mondo era ancora una distesa infinita di risaie. A causa del calore che emanava dal cielo implacabile ero ormai sul punto di svenire. Quando un uomo si avvicinò con passo tranquillo, quasi non osavo pronunciare la mia consueta domanda, temendo di ottenere la monotona risposta: «Solo un krosha». ! Lo straniero si fermò accanto a me. Esile e di bassa statura, avrebbe potuto passare inosservato dal punto di vista fisico, se non fosse stato per due straordinari occhi scuri e penetranti. ! «Avevo in programma di lasciare Ranbajpur, ma il tuo intento era buono e così ti ho aspettato». Agitando il dito davanti al mio viso esterrefatto, aggiunse: «Ma ti sembra il caso di piombare da me così, senza preavviso? Quel professor Behari non aveva alcun diritto di darti il mio indirizzo!». ! Considerando che presentarmi sarebbe stato un’inutile verbosità in presenza di un tale maestro, rimasi in silenzio, un po’ mortificato per l’accoglienza ricevuta. Seguì una brusca domanda. ! «Dimmi, dove pensi che sia Dio?». 95

Tamburi suonati con le mani, utilizzati soltanto per la musica religiosa. 101

! «Beh, Egli è dentro di me e in ogni luogo». Indubbiamente la mia espressione tradiva tutto lo sconcerto che provavo. ! «È onnipervasivo, eh?». Il santo ridacchiò. «E allora perché mai, signorino, ieri non ti sei inchinato dinanzi all’Infinito presente nel simbolo di pietra al tempio di Tarakeswar? 96 A causa del tuo orgoglio sei stato punito ricevendo indicazioni sbagliate da quel passante che non andava tanto per il sottile nel distinguere fra la destra e la sinistra. Per lo stesso motivo, anche oggi hai avuto diversi momenti di disorientamento!». ! Convenni con tutto il cuore, prendendo atto, sbalordito, che un occhio onnisciente si celava in quel corpo dall’aspetto insignificante che mi stava di fronte. Una forza ristoratrice emanava dallo yogi; immediatamente, in quel campo infuocato, provai una sensazione di refrigerio. ! «Ogni devoto è incline a ritenere che il proprio percorso verso Dio sia l’unico» disse. «Lo yoga, mediante il quale si scopre la divinità nel proprio intimo, è indubbiamente la via più elevata: così ci disse Lahiri Mahasaya. Scoprendo il Signore dentro di noi, tuttavia, iniziamo immediatamente a percepire la Sua presenza anche all’esterno. I luoghi sacri come il tempio di Tarakeswar sono giustamente venerati come centri nucleari di energia spirituale». ! L’atteggiamento censorio da parte del santo svanì; i suoi occhi assunsero una dolcezza compassionevole. Mi batté sulla spalla. ! «Giovane yogi, so che stai fuggendo dal tuo maestro. Egli ha tutto ciò di cui tu hai bisogno; devi tornare da lui. Le montagne non possono essere il tuo guru». Ram Gopal stava ripetendo lo stesso concetto che Sri Yukteswar aveva espresso nel corso del nostro ultimo incontro. ! «I maestri non sono tenuti a limitare la propria residenza da alcun obbligo cosmico». Il mio interlocutore mi rivolse uno sguardo ironico. «L’Himalaya, in India e in Tibet, non ha il monopolio dei santi. Ciò che non ci si cura di trovare nell’interiorità non verrà scoperto trasportando qua e là il proprio corpo. Non appena il devoto è disposto ad andare fino agli estremi limiti della terra pur di raggiungere l’illuminazione spirituale, il suo guru appare nelle vicinanze». ! In silenzio assentii, ricordando la mia preghiera nell’ashram di Benares, seguita dall’incontro con Sri Yukteswar nell’affollata viuzza. ! «Riesci ad avere una stanzetta in cui puoi chiudere la porta e restare da solo?». ! «Sì». Riflettei su come il santo passasse dal generale al particolare con sconcertante rapidità. ! «Quella è la tua grotta». Lo yogi mi guardò intensamente con uno sguardo d’illuminazione, che non ho mai dimenticato. «Quella è la tua montagna sacra. È lì che troverai il regno di Dio». ! Le sue semplici parole cancellarono immediatamente l’ossessione per l’Himalaya che mi tormentava da sempre. In una torrida risaia mi ridestai dai miei sogni di monti e nevi eterne. ! «Giovane signore, la tua sete del Divino è ammirevole. Provo un grande amore per te». Ram Gopal mi prese per mano e mi condusse verso un villaggio piccolo e pittoresco. Le case di mattoni cotti al sole erano ricoperte di foglie di cocco e avevano ingressi con rustici ornamenti. ! Il santo mi fece sedere sull’ombrosa piattaforma di bambù della sua casetta. Dopo avermi offerto del succo di lime dolcificato e un pezzo di zucchero candito, entrò anch’egli nel patio e assunse la posizione del loto. Dopo circa quattro ore riaprii gli occhi dalla meditazione e vidi che la figura dello yogi, illuminata dalla luna, era ancora immobile.

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Ciò richiama alla mente un’osservazione di Dostoevskij: «Un uomo che non si inchina di fronte a nulla non potrà mai sopportare il peso di se stesso». 102

Mentre, con fermezza, cercavo di ricordare al mio stomaco che l’uomo non vive di solo pane, Ram Gopal mi rivolse la parola. ! «Vedo che hai una gran fame; fra poco sarà pronto il pasto». ! Venne acceso un fuoco sotto un fornello d’argilla sulla veranda; presto il riso e il dhal furono serviti su grandi foglie di banano. Il mio ospite respinse gentilmente tutte le mie offerte di aiuto nella preparazione del cibo. “L’ospite è Dio”. Questo proverbio indù viene rispettato religiosamente da tempo immemorabile. Nei miei successivi viaggi in varie parti del mondo, rimasi affascinato nel constatare come lo stesso senso di rispetto nei confronti dei visitatori venga manifestato nelle aree rurali di molti Paesi. Negli abitanti delle città, invece, lo slancio dell’ospitalità viene smorzato dalla sovrabbondanza di volti estranei. ! Il mercanteggiare degli uomini mi appariva vago e remoto mentre rimanevo accovacciato accanto allo yogi nell’isolamento di quel minuscolo villaggio nella giungla. La stanza della casupola era misteriosa nella luce soffusa. Ram Gopal sistemò alcune lise coperte sul pavimento perché mi servissero da letto e si sedette su una stuoia di paglia. Sopraffatto dal suo magnetismo spirituale, osai porgli una richiesta: ! «Signore, perché non mi concedete un samadhi?». ! «Mio caro, sarei ben lieto di infondere il divino contatto, ma non spetta a me farlo». Il santo mi guardò con gli occhi socchiusi. «Il tuo maestro ti concederà questa esperienza entro breve tempo. Il tuo corpo non è ancora ben sintonizzato. Così come una piccola lampadina non può resistere a un voltaggio elettrico eccessivo, i tuoi nervi non sono ancora pronti per la corrente cosmica. Se ti dessi l’estasi infinita in questo momento, bruceresti come se ogni singola cellula si incendiasse. ! «Tu chiedi a me l’illuminazione» continuò lo yogi pensosamente «mentre io mi sto domandando – indegno di considerazione come sono e avendo praticato così poco la meditazione – se sia riuscito a rendermi gradito a Dio e quale valore potrei assumere ai Suoi occhi, al momento del bilancio finale». ! «Signore, non siete forse alla ricerca di Dio da molto tempo e con tutto il vostro cuore?». ! «Non ho fatto gran che. Behari ti avrà raccontato qualcosa della mia vita. Per vent’anni ho vissuto in una grotta segreta, meditando per diciotto ore al giorno. Poi mi sono stabilito in un’altra caverna, ancora più inaccessibile, e vi sono rimasto per venticinque anni, trascorrendo venti ore al giorno in stato di comunione yogica. Non avevo bisogno di dormire, perché ero costantemente con Dio. Il mio corpo trovava maggiore ristoro nella calma completa della supercoscienza che nella pace parziale dell’ordinario stato subconscio. ! «I muscoli si rilassano durante il sonno, ma il cuore, i polmoni e l’apparato circolatorio sono costantemente in attività, non riposano mai. Nella supercoscienza, gli organi interni restano in uno stato di animazione sospesa, alimentati dall’energia cosmica. In tal modo, da anni non avverto la necessità di dormire. Verrà il momento in cui anche tu potrai fare a meno del sonno». ! «Diamine! Pur avendo meditato così a lungo, ancora non siete sicuro di essere nelle grazie del Signore!». Lo fissai sbalordito. «Che dire, allora, di noi poveri mortali?». ! «Non vedi, mio caro ragazzo, che Dio è l’Eternità Stessa? Pensare di poterLo conoscere appieno con quarantacinque anni di meditazione è un’aspettativa irragionevole. Babaji ci assicura, tuttavia, che meditando anche solo un poco possiamo salvarci dalla terrificante paura della morte e degli stati successivi alla morte. Non fissare il tuo ideale spirituale su una piccola montagna, ma aggancialo all’astro della perfetta realizzazione divina. Impegnandoti a fondo, vi giungerai». ! Affascinato da una tale prospettiva, gli chiesi di dirmi altre parole illuminanti. Egli mi raccontò la storia meravigliosa del suo primo incontro con il guru di Lahiri Mahasaya,

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Babaji.97 Attorno alla mezzanotte, Ram Gopal s’immerse nel silenzio e io mi sdraiai sulle coperte. Chiudendo gli occhi, vidi balenare lampi di luce; il vasto spazio all’interno di me era una distesa di luce liquefatta. Aprii gli occhi e scorsi la stessa abbagliante radiosità. La stanza divenne parte della volta infinita che contemplavo nella mia visione interiore. ! «Perché non dormi?». ! «Signore, come posso dormire in presenza di lampi abbaglianti, sia che io chiuda gli occhi sia che li tenga aperti?». ! «È una benedizione per te vivere questa esperienza; le radiazioni spirituali non si vedono facilmente». Il santo aggiunse ancora qualche parola affettuosa. ! All’alba Ram Gopal mi diede dei bastoncini di zucchero candito e disse che dovevo partire. Provavo una tale riluttanza a congedarmi da lui che le lacrime mi rigavano le guance. ! «Non ti lascerò andare via a mani vuote». Lo yogi parlava con tenerezza. «Farò qualcosa per te». ! Sorrise e mi fissò intensamente. Rimasi in piedi, radicato al suolo, mentre la pace si riversava in me come una potente ondata attraverso le chiuse dei miei occhi. Fui istantaneamente guarito da un dolore alla schiena che mi aveva afflitto, a varie riprese, per anni. Rigenerato, immerso in un mare di gioia luminosa, non piangevo più. Dopo aver toccato i piedi del santo, camminai senza fretta nella giungla, facendomi strada nell’intrico della vegetazione tropicale finché giunsi a Tarakeswar. ! Qui compii un secondo pellegrinaggio al celebre tempio e mi prostrai completamente dinanzi all’altare. La pietra rotonda si espanse, nella mia visione interiore, fino a trasformarsi nelle sfere cosmiche, un anello dentro l’altro, una zona dopo l’altra, tutti di natura divina. ! Un’ora dopo partii gioiosamente in treno per Calcutta. I miei viaggi non si conclusero sulle vette sublimi, bensì alla presenza himalayana del mio Maestro.

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Si veda il capitolo 33 Babaji, lo yogi cristico dell’India moderna 104

CAPITOLO: 14 !

Un’esperienza di coscienza cosmica

! «Sono qui, Guruji». Il mio imbarazzo era più eloquente delle mie parole. ! «Andiamo in cucina a vedere se c’è qualcosa da mangiare». I modi di Sri Yukteswar erano del tutto naturali, come se ci avessero separati solo poche ore anziché giorni. ! «Maestro, devo avervi contrariato, venendo meno d’improvviso ai miei doveri qui; pensavo foste in collera con me». ! «No di certo! L’ira sorge soltanto dai desideri frustrati. Io non mi aspetto nulla dagli altri e quindi le loro azioni non possono in alcun modo contrapporsi ai miei desideri. Non mi servirei mai di te per perseguire fini personali; ciò che mi rende felice è solo la tua vera felicità». ! «Signore, si sente parlare di amore divino in modo vago, ma per la prima volta ne ho un esempio concreto nel vostro sé angelico! Nel mondo, nemmeno un padre perdona facilmente il figlio se questi abbandona senza preavviso gli affari di famiglia. Voi, invece, non mostrate la minima irritazione, benché io debba avervi procurato non pochi disagi, lasciando parecchi lavori incompiuti». ! Ci guardammo negli occhi luccicanti di lacrime. Un’ondata di gioia mi sommerse; ero consapevole che il Signore, nella persona del mio guru, stava espandendo i piccoli ardori del mio cuore fino alle ampiezze incomprimibili dell’amore cosmico. ! Qualche mattino dopo, mi recai nel soggiorno vuoto del Maestro. Mi ero proposto di meditare, ma il mio lodevole intento non era condiviso dai miei pensieri indisciplinati. Essi fuggivano disperdendosi come uccelli alla vista del cacciatore. ! «Mukunda!». La voce di Sri Yukteswar risuonò da una lontana balconata interna. ! Mi sentivo ribelle come i miei pensieri. «Il Maestro mi esorta sempre a meditare» mormorai fra me e me. «Non dovrebbe disturbarmi, ben sapendo perché sono venuto nella sua stanza». ! Mi chiamò di nuovo; io rimasi ostinatamente in silenzio. La terza volta il suo tono era di rimprovero. ! «Signore, sto meditando» gridai con piglio di protesta. ! «So come stai meditando» rispose il mio guru, anch’egli ad alta voce, «con la mente che si disperde qua e là come foglie nella tempesta! Vieni qui da me!». ! Smascherato e umiliato, tristemente, lo raggiunsi. ! «Povero ragazzo, le montagne non potevano darti ciò che volevi». Il Maestro parlava con tono carezzevole e confortante. Il suo sguardo calmo era impenetrabile. «Il desiderio del tuo cuore verrà esaudito». ! Sri Yukteswar indulgeva raramente negli enigmi; ero disorientato. Mi diede un colpetto sul petto al di sopra del cuore. ! Il mio corpo si radicò a terra, inamovibile; il respiro mi venne estratto dai polmoni come a opera di un potente magnete. D’un tratto, l’anima e la mente furono liberate dai vincoli della fisicità e fluirono all’esterno come luce liquida che filtrava da ogni poro. La carne era come morta, ma sapevo, nella mia intensa consapevolezza, che mai prima d’allora ero stato pienamente vivo. Il mio senso d’identità non era più strettamente circoscritto in un corpo, ma si estendeva agli atomi circostanti. I passanti lungo strade lontane sembravano muoversi dolcemente alla mia remota periferia. Le radici delle piante e degli alberi mi apparivano attraverso l’opaca trasparenza del terreno; distinguevo il flusso interno della loro linfa. ! Tutto ciò che era nelle mie immediate vicinanze era nudo davanti a me. La mia consueta visione frontale si era trasformata in un’ampia visione sferica, in cui la percezione era simultanea e completa. Attraverso la parte posteriore del capo vedevo degli uomini camminare lontano, lungo la Rai Ghat Road, e notai anche una mucca bianca 105

che avanzava pian piano. Quando raggiunse lo spiazzo prospiciente il cancello aperto dell’ashram, la osservai con i miei due occhi fisici. Continuai a vederla chiaramente anche quando passò oltre, dietro il muro di mattoni. ! Tutti gli oggetti compresi nella mia visione panoramica apparivano tremuli e vibranti, come immagini di un film accelerato. Il mio corpo, quello del Maestro, il cortile con il colonnato, i mobili e il pavimento, gli alberi e i raggi del sole si agitavano di tanto in tanto violentemente, per poi fondersi in un mare luminescente, come cristalli di zucchero che, versati in un bicchiere d’acqua, si disciolgono dopo essere stati miscelati. La luce unificante si alternava alle materializzazioni della forma; le metamorfosi rivelavano la legge di causa ed effetto all’opera nella creazione. ! Una gioia oceanica proruppe sulle calme e infinite rive della mia anima. Lo Spirito di Dio, compresi, è beatitudine inesauribile; il Suo corpo è formato da innumerevoli tessuti di luce. Un fulgore in continua espansione dentro di me iniziò ad avvolgere le città, i continenti, la terra, il sistema solare e quello stellare, le tenui nebulose e gli universi fluttuanti. Il cosmo intero, fiocamente luminoso, come una città vista di notte in lontananza, brillava entro l’infinità del mio essere. I profili globali, nettamente delineati, si sfocavano leggermente verso i margini estremi, dove potevo scorgere una radiazione soffusa che non accennava a diminuire. Era indescrivibilmente sottile; le immagini planetarie erano formate invece da una luce più spessa. ! La divina dispersione di raggi scaturiva da una Fonte Eterna, rilucente nelle galassie, trasfigurata da aure ineffabili. Vidi i lampi creatori condensarsi incessantemente in costellazioni, per poi risolversi in lembi di fiamma trasparente. Per ritmica inversione, miriadi di mondi si trasformavano in una diafana luminescenza; il fuoco diveniva firmamento. ! Conobbi il centro dell’empireo quale punto di percezione intuitiva nel mio cuore. Uno splendore irradiante emanava dal mio nucleo verso ogni parte della struttura universale. L’amrita celestiale, il nettare dell’immortalità, pulsava in tutto il mio essere con la fluidità dell’argento vivo. Udii la voce creatrice di Dio risuonare come Aum,98 la vibrazione del Motore Cosmico. ! D’un tratto il respiro ritornò nei miei polmoni. Provando una delusione quasi intollerabile, mi accorsi di aver perduto la mia immensità infinita. Ero confinato, ancora una volta, nell’umiliante gabbia di un corpo, che a fatica riesce a contenere lo Spirito. Come un figliol prodigo, ero fuggito dalla mia casa macrocosmica e mi ero imprigionato in un ristretto microcosmo. ! Il mio guru era immobile, in piedi di fronte a me. Stavo per gettarmi ai suoi santi piedi, in uno slancio di gratitudine per quell’esperienza di coscienza cosmica che avevo ricercato così a lungo e con tanto ardore, ma egli mi trattenne e parlò con tono calmo e misurato. ! «Non devi lasciarti inebriare eccessivamente dall’estasi. Ti resta ancora molto lavoro da compiere nel mondo. Vieni, spazziamo il pavimento del balcone, poi faremo una passeggiata lungo il Gange». ! Andai a prendere una scopa; sapevo che il Maestro mi stava insegnando il segreto del vivere equilibrato. L’anima deve estendersi sugli abissi cosmogonici mentre il corpo svolge i propri compiti quotidiani. Più tardi, quando uscimmo a camminare, ero ancora immerso in un ineffabile rapimento estatico. Vedevo i nostri corpi come due immagini astrali in movimento lungo la strada che costeggiava il fiume, la cui essenza era pura luce. ! «È lo spirito di Dio che sostiene attivamente ogni forma e forza nell’universo; Egli, tuttavia, è trascendente e distaccato, nel vuoto increato colmo di beatitudine al di là dei

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«In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Giovanni 1,1). 106

mondi dei fenomeni vibratori»99 spiegò il Maestro. «I santi, che sono coscienti della propria divinità anche nella carne, conoscono una simile, duplice esistenza. Pur impegnandosi coscienziosamente nel proprio compito terreno, restano immersi nella beatitudine interiore. Il Signore ha creato tutti gli uomini dall’illimitata gioia del Suo essere. Benché essi siano dolorosamente limitati dal corpo, Dio si attende che le anime fatte a Sua immagine si elevino infine al di sopra di tutte le identificazioni sensoriali e si riuniscano a Lui». ! La visione cosmica mi lasciò molti insegnamenti duraturi. Acquietando ogni giorno i miei pensieri, riuscii ad affrancarmi dall’illusoria convinzione che il mio corpo fosse una massa di carne e ossa che percorreva il duro suolo della materia. Vidi che il respiro e la mente irrequieti erano simili a tempeste che agitavano violentemente l’oceano di luce formando ondate di forme materiali: la terra, il cielo, gli esseri umani, gli animali, gli uccelli, gli alberi. Non si può avere alcuna percezione dell’Infinito come Unica Luce se non placando tali tempeste. Ogni volta che riuscivo a far cessare i due tumulti naturali, contemplavo le molteplici onde della creazione fondersi in un unico mare lucente, proprio come le onde dell’oceano, cessate le tempeste, serenamente si dissolvono nell’unità. ! Un maestro concede l’esperienza divina della coscienza cosmica quando il suo discepolo, attraverso la meditazione, ha rafforzato la propria mente al punto da non essere sopraffatto dalla vastità delle visioni. Una tale esperienza non può mai essere concessa solo grazie alla semplice propensione intellettuale o all’apertura mentale. Soltanto un’adeguata espansione, ottenuta attraverso la pratica dello yoga e la bhakti devozionale, può preparare la mente ad assorbire il liberante shock dell’onnipresenza. Essa giunge spontaneamente e immancabilmente per il devoto sincero. L’intenso desiderio comincia ad attrarre Dio con forza irresistibile. Il Signore, in quanto Visione Cosmica, è richiamato dall’ardore magnetico entro il campo di coscienza di chi Lo cerca. ! Negli anni successivi scrissi la seguente poesia, “Samadhi”, sforzandomi di esprimere la gloria di tale stato cosmico: ! Svaniti di luce e d’ombra i veli, ! sollevata ogni nebbia di dolore, ! dileguata ogni alba di effimera gioia, ! scomparso dei sensi l’incerto miraggio. ! Amore, odio, salute, malattia, vita, morte, ! periron queste false ombre sullo schermo della dualità. ! Onde di risa, Scille di sarcasmo, vortici di malinconia, ! si fondono nel vasto oceano della beatitudine. ! La tempesta di maya s’è acquietata ! per l’incanto della profonda intuizione. ! L’universo, sogno dimenticato, si cela furtivo nel subconscio, ! pronto a invadere l’appena ridestata memoria del Divino. ! Io vivo senza la cosmica ombra, ! ma questa non vive se divisa da me; ! come il mare esiste senza le onde, 99

«Il Padre infatti non giudica nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio» (Giovanni 5,22). «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Giovanni 1,18). «In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Giovanni 14,12). «Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Giovanni 14,26). Queste parole bibliche si riferiscono alla triplice natura di Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo (Sat, Tat, Aum nelle Scritture indù). Dio Padre è l’Assoluto, l’Immanifesto, che esiste al di là della creazione vibratoria. Dio Figlio è la coscienza cristica (Brahma o Kutastha Chaitanya) che esiste nella creazione vibratoria; questa coscienza cristica è “l’unigenito”, il solo riflesso dell’Infinito Increato. La sua manifestazione esteriore o “testimonianza” è l’Aum o Spirito Santo, il potere divino, creativo e invisibile che struttura l’intera creazione mediante la vibrazione. L’Aum, il beato Consolatore, si ode in meditazione e rivela al devoto la Verità ultima. 107

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ma esse non respirano senza il mare. Sogni, risvegli, stati di profondo turiya, sonno, presente, passato, futuro per me non sono più, ma Io onnipresente, Io che fluisco ovunque, Io in ogni luogo. Pianeti, stelle, nebulose, terra, vulcanici cataclismi da Giorno del Giudizio, la fornace ove si plasma il creato, ghiacciai di silenti raggi x, torrenti incendiati di elettroni, i pensieri degli uomini tutti, passati, presenti, futuri, ogni filo d’erba, me stesso, l’umanità, ogni particella della polvere universale, collera, avidità, bene, male, salvezza, lussuria, tutto inghiottii, tutto tramutai nel vasto oceano di sangue del mio unico Essere! Gioia nascosta sotto le ceneri, spesso attizzata dalla meditazione, accecando i miei occhi di pianto divampò in immortali fiamme di beatitudine, consumando le mie lacrime, la mia forma, tutto me stesso. Tu sei me, io sono Te, Conoscenza, Conoscitore, Conosciuto in Uno! Quieto, perenne brivido, eterna pace sempre nuova. Godibile oltre l’immaginato, beatitudine del samadhi! Non un anestetico mentale o uno stato inconscio senza voluto ritorno, il samadhi è un’espansione della mia sfera cosciente oltre i limiti della forma mortale, fino ai più lontani confini dell’eternità, dove Io, Cosmico Mare, contemplo il piccolo ego che fluttua in Me. Il passero, ogni granello di sabbia, non cadono senza ch’Io li veda. Tutto lo spazio, come un iceberg, galleggia sul Mio mare mentale. Immenso Contenitore, Io, d’ogni cosa creata. Dalla più lunga, più profonda, assetata meditazione, dono del guru, viene questo celestiale samadhi. S’odono i danzanti mormorii degli atomi, l’oscura terra, monti, valli, ecco, son liquido fuso! I mari fluenti si mutano in vapori di nebulose! L’Aum soffia sui vapori, squarciando meravigliosamente i loro veli, e rivela oceani, scintillanti elettroni, finché, all’ultimo tocco del cosmico tamburo, le luci più dense svaniscono nei raggi eterni dell’onnipervadente beatitudine. Dalla gioia venni, per la gioia vivo, nella sacra gioia m’immergo. Oceano della mente, Io bevo tutte le onde della creazione. Quattro veli di solido, liquido, vapore e luce si sollevano del tutto. Io stesso, in ogni cosa, entro nel Grande Me Stesso. Svanite per sempre le incerte, vacillanti ombre delle memorie mortali. Immacolato è il mio cielo mentale, sotto, davanti, in alto. L’eternità e Io, un solo raggio unito. Da minuscola bolla di risa, son divenuto il Mare stesso della Gioia. 108

! Sri Yukteswar mi insegnò come richiamare volontariamente la beata esperienza e anche come trasmetterla ad altri, qualora i loro canali intuitivi fossero sviluppati. Per mesi entrai in quell’unione estatica e compresi a fondo la ragione per cui nelle Upanishad si afferma che Dio è rasa, “il più delizioso”. Un giorno, tuttavia, sottoposi al Maestro un problema. ! «Voglio sapere, signore: quando troverò Dio?». ! «Lo hai trovato». ! «Oh no, signore, non credo!». ! Il mio guru sorrideva. «Sono sicuro che non ti aspetti un Personaggio venerabile, seduto su un trono in qualche angolo antisettico del cosmo! Vedo, però, che consideri il possesso di poteri miracolosi come equivalente alla conoscenza di Dio. Si può avere l’intero universo e tuttavia constatare che il Signore ancora ci sfugge! L’evoluzione spirituale non si misura dai poteri esteriori, ma soltanto dalla profondità della beatitudine che si raggiunge nella meditazione. ! «Dio è gioia sempre nuova. Egli è inesauribile. Se continuerai a meditare, nel corso degli anni, Egli ti attrarrà a Sé con ingegnosità infinita. I devoti che, come te, hanno trovato la via che conduce a Dio, non si sognano neppure di rinunciare a Lui in cambio di qualsiasi altra felicità al mondo; la Sua capacità di sedurre è senza pari. ! «Come ci stanchiamo presto dei piaceri terreni! Il desiderio di beni materiali non ha fine: l’essere umano non è mai appagato completamente e rincorre un traguardo dopo l’altro. Quel “qualcos’altro” che egli cerca è il Signore, il solo in grado di garantire la gioia duratura. ! «Le brame esteriori ci scacciano dall’Eden interiore; offrono piaceri falsi, meri simulacri della felicità dell’anima. Il paradiso perduto viene ben presto riconquistato attraverso la meditazione divina. Poiché Dio è l’imprevedibile Novità Perenne, non ci stanchiamo mai di Lui. Ci si può forse saziare della beatitudine, deliziosamente varia per tutto il corso dell’eternità?». ! «Ora comprendo, signore, perché i santi definiscono Dio “insondabile”. Persino la vita eterna non basterebbe per conoscerLo in tutti i Suoi aspetti». ! «È vero, ma Egli è anche vicino e caro. Dopo che la mente, attraverso il Kriya Yoga, è stata sgombrata dagli ostacoli sensoriali, la meditazione fornisce una duplice prova di Dio. La gioia sempre nuova è un segno della Sua esistenza, che ci convince fino a ogni nostro atomo. Nella meditazione, inoltre, si trova la Sua guida immediata, la Sua risposta adeguata a ogni difficoltà». ! «Capisco, Guruji; avete risolto il mio problema». Sorrisi con gratitudine. «Ora so davvero di aver trovato Dio, perché ogni volta che la gioia della meditazione è riemersa inconsciamente in me nelle mie ore di attività, sono stato sottilmente guidato a seguire la giusta direzione in ogni circostanza, persino nei minimi dettagli». ! «La vita umana è costellata di sofferenza finché non impariamo a sintonizzarci con la Volontà Divina, la cui “giusta direzione” appare spesso sconcertante all’intelligenza dell’ego. Dio regge il peso del cosmo; Lui solo può dare consigli infallibili». !

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CAPITOLO: 15 !

Il furto del cavolfiore

! «Maestro un dono per voi! Questi sei enormi cavolfiori li ho piantati con le mie mani; ne ho seguito la crescita con la tenera sollecitudine con cui una madre accudisce il proprio figlio». Presentai il cesto di ortaggi con un ampio gesto cerimonioso. ! «Grazie!». Sri Yukteswar mi rivolse un caldo sorriso di apprezzamento. «Per favore, mettili nella tua stanza; ne avrò bisogno domani per una cena speciale». ! Ero appena arrivato a Puri100 per trascorrere le vacanze estive con il mio guru nel suo ashram situato sulla riva del mare. Costruito dal Maestro e dai suoi discepoli, il piccolo e ameno rifugio a due piani si affaccia sul Golfo del Bengala. ! Il mattino successivo mi svegliai presto, rinvigorito dalla brezza salina del mare e dall’attrattiva di ciò che mi circondava. La voce melodiosa di Sri Yukteswar stava chiamando; diedi un’occhiata ai miei preziosi cavolfiori e li riposi accuratamente sotto il letto. ! «Venite, andiamo in spiaggia». Il Maestro faceva strada, mentre io e numerosi giovani discepoli lo seguivamo in ordine sparso. Il nostro guru ci osservò con sguardo bonariamente critico. ! «Quando i nostri fratelli occidentali camminano insieme, in genere sono orgogliosi di farlo all’unisono. Forza, marciate in due file, per favore, e mantenete il passo ritmicamente!». Sri Yukteswar rimase a guardarci mentre obbedivamo; iniziò a cantare: «I ragazzi van su e giù, tutti ben in fila, orsù». Non potei che ammirare la facilità con cui il Maestro riusciva a tenere il passo spedito dei suoi giovani allievi. ! L’ASHRAM DEL MIO GURU SUL MARE , A PURI !

Un flusso costante si riversava dal mondo nella tranquillità dell’ashram. Molte persone istruite venivano all’ashram aspettandosi d’incontrare un bacchettone ortodosso. Un sorriso sprezzante o uno sguardo di divertita tolleranza, di tanto in tanto, tradivano il fatto 100

Puri, situata circa 500 chilometri a sud di Calcutta, è una città famosa, meta di pellegrinaggio per i devoti di Krishna; il culto di Krishna vi viene celebrato con due grandiose festività annuali: Snanayatra e Rathayatra. 110

che i nuovi arrivati non si attendevano altro che qualche pia banalità. La loro riluttanza nell’andarsene, tuttavia, dimostrava espressamente che Sri Yukteswar aveva saputo penetrare con acume nei loro ambiti di specializzazione. ! Il Maestro aveva sempre giovani discepoli che risiedevano nel suo ashram. Guidava le loro menti e le loro vite con quell’attenta disciplina dalla quale deriva, etimologicamente, il termine discepolo. ! «Alt!». Gli occhi del mio guru cercarono i miei. «Ti sei ricordato di chiudere a chiave la porta posteriore dell’ashram?». ! «Mi pare di sì, signore». ! Sri Yukteswar rimase in silenzio per qualche istante, trattenendo a stento un sorriso che gli affiorava sulle labbra. «No, te ne sei dimenticato» disse infine. «La contemplazione divina non deve diventare una scusa per la negligenza sul piano materiale. Hai trascurato il tuo compito di custodire l’ashram; dovrai essere punito». ! Pensavo stesse scherzando in modo enigmatico quando aggiunse: «I tuoi sei cavolfiori presto saranno solo cinque». ! Agli ordini del Maestro, facemmo dietrofront e ritornammo a passo di marcia finché non fummo vicini all’ashram. ! «Fermati un attimo, Mukunda, e guarda oltre il recinto alla tua sinistra; osserva quella strada laggiù. Vi arriverà un uomo, fra poco: sarà lo strumento del tuo castigo». ! Celai il mio disappunto di fronte a queste affermazioni sibilline. Un contadino apparve ben presto sulla strada; danzava in modo grottesco e agitava le braccia compiendo gesti privi di senso. Quasi paralizzato dalla curiosità, incollai gli occhi sull’esilarante spettacolo. Quando l’uomo giunse a un punto della strada in cui stava per scomparire dalla nostra vista, Sri Yukteswar disse: «Ora tornerà di nuovo sui suoi passi». ! Prontamente il contadino cambiò direzione e si diresse verso il retro dell’ashram. Attraversando un tratto sabbioso, entrò nell’edificio dalla porta posteriore. Effettivamente non l’avevo chiusa a chiave, proprio come aveva detto il mio guru. L’uomo riapparve poco dopo, con in mano uno dei miei preziosi cavolfiori. Ora procedeva a grandi passi con aria rispettabile, investito della dignità del possesso. ! La farsa che si stava svolgendo, in cui il mio ruolo sembrava quello della vittima disorientata, non era così sconcertante da impedirmi di lanciarmi, indignato, all’inseguimento. Ero giunto a metà strada quando il mio Maestro mi richiamò. Era scosso da capo a piedi dalle risate. ! «Quel povero pazzo moriva dalla voglia di un cavolfiore» spiegò fra scoppi d’ilarità. «Ho pensato che fosse una buona idea lasciare che ne prendesse uno dei tuoi, così mal custoditi!». ! Mi precipitai in camera mia, dove constatai che il ladro, evidentemente un fanatico delle verdure, non aveva toccato i miei anelli d’oro, l’orologio e il denaro, rimasti tutti bene in vista sulla coperta. Si era invece intrufolato sotto il letto, dove uno dei miei cavolfiori, completamente nascosto a uno sguardo casuale, aveva destato il suo interesse esclusivo. ! Quella sera chiesi a Sri Yukteswar di spiegare l’episodio che, secondo me, presentava alcuni aspetti sconcertanti. ! Il mio guru scosse lentamente il capo. «Lo capirai, un giorno. La scienza scoprirà presto alcune di queste leggi occulte». ! Quando, negli anni successivi, le meraviglie della radio stupirono il mondo, ricordai la predizione del Maestro. Le nozioni millenarie di tempo e spazio furono annientate; non vi era casa di contadino, per quanto piccola, in cui non potessero entrare Londra o Calcutta! Persino l’intelligenza più ottusa si espandeva di fronte alla prova inconfutabile di uno degli aspetti dell’onnipresenza umana. ! L’“intreccio” della commedia del cavolfiore può essere meglio compreso ricorrendo all’analogia della radio. Sri Yukteswar era una perfetta radio umana. I pensieri non sono altro che sottilissime vibrazioni che viaggiano nell’etere. Soltanto una radio particolarmente 111

sensibile riesce a captare un determinato programma musicale fra migliaia di altri segnali provenienti da ogni direzione; allo stesso modo, il mio guru era stato capace di intercettare, fra gli innumerevoli pensieri trasmessi dalle volontà umane nel mondo, il pensiero di quel povero idiota con la smania del cavolfiore.101 ! Grazie alla sua forte volontà, il Maestro era anche una stazione radiotrasmittente umana ed era riuscito a dirigere il contadino, facendolo tornare sui suoi passi verso una certa stanza, in cerca di un singolo cavolfiore. ! L’intuizione 102 è la guida dell’anima, che si manifesta spontaneamente nell’essere umano nei momenti in cui la mente è calma. Quasi tutti hanno avuto l’esperienza di un sesto senso” rivelatosi inspiegabilmente giusto o hanno trasmesso i propri pensieri ad altri in modo efficace. ! La mente umana, liberata dalle interferenze dell’irrequietezza, può svolgere tutte le funzioni dei meccanismi radio più complessi grazie all’antenna della propria intuizione: può inviare e ricevere pensieri e ignorare quelli indesiderabili. Così come la potenza di una radio dipende dalla quantità di energia elettrica che può utilizzare, la radio umana viene caricata di energia a seconda della forza di volontà posseduta da ciascun individuo. ! Tutti i pensieri vibrano eternamente nel cosmo. Grazie alla profonda concentrazione, un maestro è in grado di captare i pensieri di qualsiasi mente, viva o defunta. I pensieri hanno radici universali, non individuali; una verità non può essere creata, ma solo percepita. I pensieri erronei degli esseri umani derivano da imperfezioni del loro discernimento. La finalità della scienza dello yoga è di calmare la mente, affinché, senza distorsioni, essa possa rispecchiare la visione di Dio nell’universo. ! La radio e la televisione hanno portato nell’intimità di milioni di case immagini e suoni istantanei di persone molto lontane. Si tratta dei primi, vaghi presagi sul piano scientifico che l’essere umano è spirito onnipervasivo: non un corpo confinato in un punto dello spazio, bensì la vasta anima, che l’ego, nei modi più barbari, cerca invano di limitare. ! «Possono verificarsi fenomeni assai strani e sorprendenti, apparentemente alquanto improbabili, i quali, una volta accertati, non ci stupiranno più di quanto oggi ci stupisca tutto ciò che la scienza ci ha insegnato nel corso dell’ultimo secolo» ha dichiarato Charles Robert Richet, Premio Nobel per la fisiologia. «Si ritiene che i fenomeni che attualmente accettiamo senza sorprenderci non destino la nostra meraviglia perché sono stati compresi, ma non è così. Se non ci sorprendono non è perché sono stati compresi, ma perché ci sono ormai familiari; infatti, se tutto ciò che non è compreso dovesse sorprenderci, ci stupiremmo di ogni cosa: la caduta di una pietra lanciata in aria, la 101

L’invenzione del radio-microscopio, nel 1939, rivelò un mondo inesplorato di raggi fino a quel momento sconosciuti. «L’uomo stesso, così come ogni tipo di materia ritenuta inerte, emette costantemente dei raggi che questo apparecchio “vede”» riferiva l’Associated Press. «Coloro che credono nella telepatia, nella seconda vista e nella chiaroveggenza, traggono da questo annuncio la prima conferma scientifica dell’esistenza di raggi invisibili che si trasmettono effettivamente da una persona all’altra. Il dispositivo della radio è, in realtà, uno spettroscopio di radiofrequenza. Esso svolge per la materia fredda, non radiante, la stessa funzione compiuta dallo spettroscopio nel rivelare i tipi di atomi che compongono le stelle ... Gli scienziati sospettavano da molti anni l’esistenza di tali raggi provenienti dall’uomo e da tutti gli esseri viventi: oggi se ne è avuta la prima prova sperimentale. La scoperta dimostra che, in natura, ogni atomo e ogni molecola è una stazione radiotrasmittente continuamente attiva ... Pertanto, anche dopo la morte, la sostanza che componeva il corpo umano continua a emettere i suoi sottilissimi raggi. Le lunghezze d’onda più lunghe di questo tipo di raggi si propagano con la facilità e la velocità delle onde radio ... Vi è un’unica, singolare differenza fra i nuovi raggi radio e i raggi già noti come la luce, ossia il tempo prolungato, pari a migliaia di anni, durante il quale queste onde radio continuano a essere emesse dalla materia inalterata». 102

Si esita a usare il termine intuizione dopo che Hitler ha quasi corrotto questa parola, oltre ad aver compiuto altre e più gravi devastazioni. La radice latina di intuizione rinvia a “protezione interna”. Il termine sanscrito agama significa “conoscenza intuitiva che nasce dalla percezione diretta dell’anima”. Per questa ragione alcuni antichi trattati dei rishi erano chiamati agama. 112

ghianda che diviene una quercia, il mercurio che si espande se riscaldato, il ferro attratto da un magnete, il fosforo che brucia quando viene strofinato ... La scienza di oggi è ben poca cosa; le rivoluzioni ed evoluzioni che essa subirà fra un centinaio di migliaia di anni saranno di gran lunga superiori alle più audaci previsioni. Le verità – quelle verità sorprendenti, sconcertanti, impreviste – che verranno scoperte dai nostri discendenti, sono già tutt’intorno a noi, ci guardano negli occhi, per così dire, e tuttavia noi non le vediamo. Ma non basta dire che non le vediamo: non vogliamo vederle. Non appena si verificano fatti inattesi e straordinari, infatti, noi cerchiamo di ricondurli nell’ambito dei luoghi comuni del sapere già acquisito e ci sdegniamo se qualcuno osa sperimentare ulteriormente». ! Uno spassoso episodio si verificò qualche giorno dopo esser stato derubato del cavolfiore in modo così inverosimile. Non si riusciva a trovare una certa lampada a petrolio. Avendo avuto prova di recente dell’onnisciente intuito del mio guru, pensai che egli avrebbe dimostrato che trovare la lampada era un gioco da ragazzi. ! Il Maestro si era accorto delle mie aspettative. Con esagerata gravità aveva interrogato tutti i residenti dell’ashram. Un giovane discepolo confessò di aver utilizzato la lampada per andare al pozzo situato nel cortile retrostante. ! Sri Yukteswar diede il solenne consiglio: «Cercate la lampada vicino al pozzo». ! Corsi lì: la lampada non c’era! Avvilito, tornai dal mio guru. Ora egli rideva di cuore, senza mostrare alcun rammarico per la mia delusione. ! «È un peccato che non sia riuscito a guidarti fino alla lampada scomparsa: ma non sono un indovino!». Con sguardo ammiccante aggiunse: «Non sono neppure un bravo Sherlock Holmes!». ! Compresi che il Maestro non avrebbe mai mostrato i suoi poteri perché sfidato o per una sciocchezza. ! Trascorsero rapidamente settimane molto piacevoli. Sri Yukteswar aveva in programma una processione religiosa. Mi chiese di guidare i discepoli per la città e lungo la spiaggia di Puri. Fin dall’alba la giornata di festa si preannunciò come una delle più torride dell’estate. ! «Guruji, come posso condurre i discepoli a piedi nudi sulle sabbie roventi?» domandai, colto dallo sconforto. ! «Ti rivelerò un segreto» rispose il Maestro. «Il Signore invierà un ombrello di nuvole; camminerete tutti con tranquillità». ! Gioiosamente organizzai la processione; il nostro gruppo partì dall’ashram con uno stendardo Sat-Sanga.103 Disegnato da Sri Yukteswar, esso recava il simbolo dell’occhio singolo,104 lo sguardo telescopico dell’intuizione. ! Avevamo appena lasciato l’ashram quando la parte del cielo che ci sovrastava, come per magia, si coprì di nuvole. Accompagnata da ogni lato da esclamazioni di stupore, iniziò a cadere una pioggerella fine, che rinfrescò le vie cittadine e le roventi rive del mare. Le gocce ristoratrici continuarono a scendere per le due ore della processione. Proprio nell’istante in cui il nostro gruppo fece ritorno all’ashram, nuvole e pioggia scomparvero senza lasciare traccia. ! «Vedi come Dio prova compassione per noi?» rispose il Maestro dopo che gli ebbi espresso la mia gratitudine. «Il Signore risponde a tutti e opera per tutti. Così come ha 103

Sat significa letteralmente “essere”, da cui “essenza, realtà”. Sanga significa “associazione”. Sri Yukteswar aveva battezzato l’organizzazione del suo ashram Sat-Sanga, “associazione con la verità”. 104

«Se dunque il tuo occhio è singolo, tutto il tuo corpo sarà pieno di luce» (Matteo 6,22). [La traduzione del versetto in italiano corrisponde alla versione inglese citata dall’Autore; non è conforme alla versione ufficiale della C.E.I. N.d.C.] In stato di profonda meditazione, l’occhio singolo o spirituale diviene visibile nella parte centrale della fronte. Nelle Scritture si trovano vari riferimenti a questo occhio onnisciente, come terzo occhio, stella d’Oriente, occhio interiore, la colomba che discende dal cielo, l’occhio di Shiva, l’occhio dell’intuizione, eccetera. 113

inviato la pioggia in risposta alla mia invocazione, Egli esaudisce qualsiasi desiderio sincero del devoto. Raramente gli uomini si accorgono di quante volte Dio presti attenzione alle loro preghiere. Egli non è parziale verso alcuni, ma dà ascolto a tutti coloro che si rivolgono a Lui con fiducia. I Suoi figli dovrebbero nutrire sempre una fede incondizionata nell’amorevole sollecitudine del loro Padre Onnipresente».105 ! Sri Yukteswar patrocinava quattro festività annuali, agli equinozi e ai solstizi, e in queste occasioni i suoi allievi si riunivano giungendo da luoghi vicini e lontani. La celebrazione del solstizio d’inverno si svolgeva a Serampore; la prima alla quale partecipai mi lasciò una benedizione permanente. ! Le celebrazioni iniziarono al mattino con una processione a piedi nudi lungo le vie. Le voci di un centinaio di discepoli risuonavano con soavi canti religiosi; alcuni musicisti suonavano il flauto e i khol kartal (tamburi e cimbali). Gli abitanti della città, entusiasti, disseminavano di fiori il percorso, lieti di essere distolti dai propri prosaici compiti dai nostri canti in lode del nome benedetto del Signore. Il lungo cammino si concluse nel cortile dell’ashram. Lì ci stringemmo in cerchio attorno al nostro guru, mentre alcuni allievi, dalle balconate superiori, lasciavano cadere su di noi una pioggia di fiori di calendula. ! Molti ospiti salirono al piano superiore per ricevere un budino di channa e arance. Avanzai verso un gruppo di condiscepoli che quel giorno fungevano da cuochi. Il cibo per una tale moltitudine doveva essere cucinato all’aperto, in enormi calderoni. I fornelli improvvisati, fatti di mattoni e alimentati con la legna, erano fumosi e ci facevano lacrimare gli occhi, ma noi ridevamo allegramente svolgendo il nostro lavoro. Le festività religiose in India non sono mai considerate incombenze gravose: ciascuno vi contribuisce, offrendo denaro, riso, verdure o i propri servigi. ! Il Maestro si unì ben presto a noi, sovrintendendo ai vari aspetti della festa. Con instancabile attività, egli manteneva il passo con gli allievi più giovani e vigorosi. ! Unsankirtan (canto di gruppo), accompagnato dall’armonium e dai tamburi indiani suonati con le mani, era in corso al secondo piano. Sri Yukteswar ascoltava con apprezzamento; il suo senso musicale era acuto e perfetto. ! «Stonano!». Il Maestro lasciò i cuochi e raggiunse gli artisti. Si udì nuovamente la melodia, questa volta eseguita correttamente. ! In India la musica, insieme alla pittura e al teatro, è considerata un’arte divina. Brahma, Vishnu e Shiva – la Trinità Eterna – furono i primi musicisti. Il Danzatore Divino, Shiva, viene descritto nelle Scritture come colui che ha elaborato le infinite modalità del ritmo nella Sua danza cosmica di creazione, conservazione e dissoluzione universali, mentre Brahma scandiva il ritmo con i sonori cimbali e Vishnu faceva risuonare il sacro mridanga o tamburo. Krishna, un’incarnazione di Vishnu, nell’arte indù viene sempre raffigurato con un flauto, con il quale egli suona la melodia estasiante che richiama alla loro vera dimora le anime umane che vagano nell’illusione di maya. Saraswati, dea della saggezza, viene rappresentata nell’atto di suonare la vina, madre di tutti gli strumenti a corda. Il Sama Veda dell’India contiene gli scritti più antichi del mondo sulla scienza musicale. ! I raga, ossia scale melodiche fisse, costituiscono la pietra angolare della musica indù. Dai sei raga fondamentali hanno origine centoventisei ragini (mogli) e putra (figli). Ogni raga comprende almeno cinque note: una nota dominante (vadi o re), una nota secondaria (samavadi o primo ministro), note ausiliarie (anuvadi, cortigiani) e una nota dissonante (vivadi, il nemico). ! Ognuno dei sei raga fondamentali ha una naturale corrispondenza con una determinata ora del giorno, con una stagione dell’anno e con una divinità tutelare che vi 105

 «Chi ha formato l’orecchio, forse non sente? Chi ha plasmato l’occhio, forse non guarda? ... Chi insegna all’uomo il sapere, non conosce?» (Salmi 94,9-10). [La traduzione del versetto in italiano corrisponde alla versione inglese citata dall’Autore; non è conforme alla versione ufficiale della C.E.I. N.d.C.] 114

infonde un particolare potere. Pertanto, (1) il raga Hindole si ode soltanto all’alba in primavera, per evocare il sentimento dell’amore universale; (2) il raga Deepaka si suona la sera nella stagione estiva, per suscitare la compassione; (3) il raga Megha è una melodia adatta al mezzogiorno nella stagione delle piogge, per destare coraggio; il raga Bhairava si suona al mattino nei mesi di agosto, settembre e ottobre, per raggiungere la tranquillità; lo Sri raga è riservato ai crepuscoli autunnali, per realizzare il puro amore; il raga Malkounsa si ode a mezzanotte, in inverno, per l’ardimento. ! Furono gli antichi rishi a scoprire queste leggi dell’alleanza fra la natura e l’essere umano che si realizza attraverso il suono. Poiché la natura è un’oggettivazione dell’Aum, il Suono Primordiale o Parola Vibratoria, l’uomo può esercitare il controllo su tutte le manifestazioni naturali me-diante l’uso di alcuni mantra o canti sacri.106 Alcuni documenti storici testimoniano dei poteri straordinari di cui godeva Miyan Tan Sen, musicista di corte del sedicesimo secolo al servizio di Akbar il Grande. Costretto da un ordine dell’imperatore a cantare un raga notturno mentre il sole era alto nel cielo, Tan Sen intonò un mantra che, istantaneamente, fece calare l’oscurità sull’intero palazzo. ! Nella musica indiana l’ottava è suddivisa in ventidue sruti o mezzi semitoni. Questi intervalli microtonali consentono le più raffinate sfumature d’espressione musicale, irraggiungibili dalla scala cromatica occidentale di dodici semitoni. Ognuna delle sette note di base dell’ottava è associata nella mitologia indù a un colore e al verso naturale di un uccello o di un altro animale: il do è associato al verde e al pavone; il re al rosso e all’allodola; il mi al colore dell’oro e alla capra; il fa al bianco giallognolo e all’airone; il sol al nero e all’usignolo; il la al giallo e al cavallo; il si a una combinazione di tutti i colori e all’elefante. ! Tre scale soltanto – maggiore, minore armonica e minore melodica – sono utilizzate dalla musica occidentale, mentre la musica indiana sviluppa settantadue thata o scale. Il musicista gode di un’ampia libertà creativa, che gli consente infinite improvvisazioni attorno alla melodia fissa tradizionale o raga; egli si concentra sul sentimento o stato d’animo definito dal tema strutturale e lo elabora come un ricamo fino ai limiti estremi della propria originalità. Il musicista indù non legge note prestabilite: a ogni esecuzione egli veste a nuovo il nudo scheletro del raga, spesso limitandosi a eseguire una singola sequenza melodica ed esaltandone, attraverso la ripetizione, ogni più sottile variazione microtonale e ritmica. Fra i compositori occidentali, Bach seppe cogliere il fascino e il potere della ripetizione di suoni lievemente differenziati in centinaia di modi complessi. ! L’antica letteratura sanscrita presenta centoventi tala o misure di tempo. Si dice che il mitico fondatore della musica indù, Bharata, sia riuscito a distinguere trentadue tipi di tala nel canto di un’allodola. L’origine del tala, o ritmo, è collegata ai movimenti umani: i due tempi del camminare e i tre tempi della respirazione durante il sonno, in cui la durata dell’inspirazione è doppia rispetto a quella dell’espirazione. In India la voce umana è sempre stata considerata come lo strumento musicale più perfetto. La musica indù, pertanto, si limita per lo più all’estensione di tre ottave della voce umana. Per la stessa ragione, si pone l’accento sulla melodia (relazione fra note in successione), più che sull’armonia (relazione fra note simultanee).

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Nel folclore di tutti i popoli si trovano riferimenti a incantesimi che esercitano un potere sulla natura. Gli indiani d’America, com’è noto, hanno elaborato rituali sonori per la pioggia e il vento. Tan Sen, il grande musicista indù, riusciva a spegnere il fuoco con il potere del suo canto. Charles Kellogg, naturalista californiano, nel 1926 diede una dimostrazione dell’effetto della vibrazione tonale sul fuoco alla presenza di un gruppo di pompieri di New York. «Passando rapidamente un archetto più largo di quello da violino su un diapason d’alluminio, egli produsse uno stridore simile a un’intensa scarica elettrostatica. Istantaneamente la fiamma gialla del gas, alta circa 60 cm, che guizzava dentro un tubo di vetro cavo, si abbassò fino a 15 cm e divenne una fiammella scoppiettante di colore azzurro. Un altro tentativo con l’archetto e un altro stridio di vibrazione la spensero». 115

! L’intento più profondo dei primi rishi musicisti era quello di fondere il cantante con il Canto Cosmico che si può udire mediante il risveglio dei centri spinali occulti dell’uomo. La musica indiana è un’arte soggettiva, spirituale e individualistica, che non mira a raggiungere lo splendore sinfonico quanto l’armonia personale con l’Anima universale. In sanscrito il termine che designa il musicista è bhagavathar: “colui che canta le lodi di Dio”. I sankirtan, riunioni musicali, sono una forma efficace di yoga, o disciplina spirituale, che richiede profonda concentrazione, intenso raccoglimento sul pensiero-seme e sul suono. Essendo l’essere umano stesso un’espressione del Verbo Creativo, il suono esercita su di lui l’influsso più potente e immediato, offrendogli un modo per rievocare la memoria della sua origine divina. ! Il sankirtan che proveniva dal salotto di Sri Yukteswar al secondo piano, nel giorno della festività, ispirava i cuochi impegnati fra le pentole fumanti. I miei condiscepoli e io cantavamo gioiosamente i ritornelli, battendo il tempo con le mani. ! Al tramonto avevamo servito alle centinaia di visitatori khichuri (riso e lenticchie), curry di verdure e budino di riso. Stendemmo dei teli di cotone nel cortile; poco dopo, il pubblico che si era raccolto si accovacciò per terra, sotto la volta stellata, seguendo con pacata attenzione la saggezza che sgorgava dalle labbra di Sri Yukteswar. Nei suoi discorsi pubblici egli sottolineava il valore del Kriya Yoga e di una vita basata sul rispetto di se stessi, la calma, la determinazione, la dieta semplice e l’attività fisica regolare. ! Un gruppo di discepoli giovanissimi intonò quindi alcuni inni sacri; l’incontro si concluse con un sankirtan. Dalle dieci di sera fino a mezzanotte, i residenti dell’ashram lavarono le pentole e i tegami e ripulirono il cortile. Il mio guru mi chiamò accanto a sé. ! «Ho apprezzato la tua gioiosa operosità oggi e durante questa settimana di preparativi. Ti voglio vicino a me; puoi dormire nel mio letto stanotte». ! Era un privilegio che non avevo mai immaginato potesse capitarmi in sorte. Restammo seduti per un poco in uno stato di divina e intensa tranquillità. Erano trascorsi non più di dieci minuti da quando ci eravamo messi a letto, quando il Maestro si alzò e iniziò a vestirsi. ! «Che succede, signore?». Avvertii un senso d’irrealtà nella gioia inattesa di dormire accanto al mio guru. ! «Ho idea che fra poco arriveranno alcuni studenti che hanno perso la coincidenza del treno. Facciamo trovare loro qualcosa di pronto da mangiare». ! «Guruji, nessuno arriverebbe mai all’una di notte!». ! «Resta pure a letto; hai lavorato tanto. Io, però, vado a cucinare». ! Al tono risoluto di Sri Yukteswar, balzai dal letto e lo seguii nella piccola cucina d’uso quotidiano, adiacente alla balconata interna del secondo piano. Ben presto il riso e il dhal bollivano nella pentola. ! Il mio guru sorrise con affetto. «Stanotte hai vinto la stanchezza e il timore del duro lavoro: non ti angustieranno mai più in futuro». ! Mentre pronunciava queste parole, benedicendomi per tutta la vita, si udirono dei passi in cortile. Scesi di corsa e feci entrare un gruppo di studenti. ! «Caro fratello, quanto ci rincresce di disturbare il Maestro a quest’ora!» mi disse uno di loro scusandosi. «Ma abbiamo sbagliato l’orario del treno e abbiamo sentito che non avremmo potuto tornare a casa senza una breve visita al nostro guru». ! «Vi aspetta e proprio in questo istante sta preparandovi da mangiare». ! Si udì la voce squillante di Sri Yukteswar rivolgere loro un cordiale benvenuto; guidai i visitatori stupiti in cucina. Il Maestro mi guardò con occhi scintillanti. ! «Dopo quanto vi siete detti, sarai senz’altro convinto che i nostri ospiti hanno davvero perso il treno!». ! Lo seguii nella sua stanza da letto mezzora più tardi, pienamente consapevole di accingermi a dormire accanto a un guru divino. 116

CAPITOLO: 16 !

Sconfiggere gli astri

! «Mukunda, perché non ti procuri un bracciale astrologico?». ! «Dovrei, Maestro? Non credo nell’astrologia». ! «Non è mai questione di credere: l’unico atteggiamento scientifico che si può assumere su qualsiasi argomento è appurare se sia vero. La legge di gravitazione ha sempre funzionato perfettamente, sia prima sia dopo Newton. Il cosmo sarebbe alquanto caotico se le sue leggi non potessero operare anche senza essere sancite dalla credenza umana. ! «I ciarlatani hanno gettato sulla scienza astrale il discredito in cui si trova attualmente. L’astrologia è troppo vasta, sia dal punto di vista matematico 107 che da quello filosofico, per poter essere capita esattamente, se non da persone di profonda comprensione. Che gli ignoranti leggano male i cieli e vi vedano degli scarabocchi anziché uno scritto è prevedibile, in questo mondo imperfetto. Tuttavia, non si dovrebbe liquidare la saggezza insieme ai “saggi”. ! «Tutte le parti della creazione sono collegate fra loro e si influenzano reciprocamente. Il ritmo armonioso dell’universo è radicato nella reciprocità» continuò il mio guru. «L’uomo, nel suo aspetto umano, deve combattere due ordini di forze: in primo luogo, i tumulti all’interno del suo stesso essere, provocati dalla mescolanza di terra, acqua, fuoco, aria ed elementi eterei; in secondo luogo, le forze disgreganti esterne della natura. Finché l’uomo si dibatte nella propria dimensione mortale, è soggetto agli infiniti mutamenti del cielo e della terra. ! «L’astrologia è lo studio della reazione dell’uomo agli stimoli planetari. Gli astri non provano alcuna consapevole benevolenza o animosità: si limitano a emettere radiazioni positive e negative. Di per sé, queste non aiutano né danneggiano l’umanità, ma fungono da legittimo strumento affinché nel mondo esterno possano operare quegli equilibri di causa ed effetto che ogni essere umano ha attivato in passato. ! «Un bimbo nasce nel giorno e nell’ora in cui i raggi celesti sono in armonia matematica con il suo karma individuale. Il suo oroscopo è un ritratto che gli lancia una sfida, rivelando il suo immutabile passato e i suoi probabili esiti futuri. Il tema natale, tuttavia, può essere interpretato in modo corretto soltanto da persone dotate di saggezza intuitiva e queste persone sono rare. ! «Il messaggio proclamato arditamente nei cieli al momento della nascita non è volto a mettere in primo piano il destino – le conseguenze del bene e del male compiuti in 107

n base ai riferimenti astronomici contenuti nelle antiche Scritture indù, gli studiosi hanno potuto stabilire esattamente le epoche degli autori. Le conoscenze scientifiche dei rishi erano molto vaste; nel Kaushitaki Brahmana si trovano indicazioni astronomiche precise, che dimostrano come nel 3100 a.C. gli indù fossero estremamente avanzati nello studio dell’astronomia; quest’ultima assumeva un valore pratico nel determinare i periodi propizi per le cerimonie astrologiche. In un articolo pubblicato nella rivista East-West nel febbraio 1934, viene riportata la seguente sintesi del Jyotish, il corpus di trattati astronomici vedici: «Contiene il sapere scientifico che mantenne l’India all’avanguardia fra tutte le nazioni dell’antichità, rendendola la mecca dei ricercatori della conoscenza. L’antichissimo Brahmagupta, una delle opere del Jyotish, è un trattato astronomico che verte su argomenti quali il movimento eliocentrico dei corpi planetari nel nostro sistema solare, l’obliquità dell’eclittica, la forma sferica della terra, la luce riflessa della luna, la rivoluzione assiale giornaliera della terra, la presenza di stelle fisse nella Via Lattea, la legge di gravitazione e altri fenomeni scientifici che nel mondo occidentale vennero alla luce solo con Copernico e Newton». ! Com’è noto, i cosiddetti “numeri arabi”, senza i cui simboli la matematica avanzata risulterebbe oltremodo difficile, giunsero in Europa nel nono secolo, attraverso gli arabi, dall’India, dove tale sistema di notazione era stato ideato fin dall’antichità. Ulteriori ragguagli sul vasto patrimonio scientifico dell’India si possono trovare nell’opera di P.C. Ray History of Hindu Chemistry e in quella di B.N. Seal Positive Sciences of the Ancient Hindus. 117

passato – bensì a spronare la volontà umana a sottrarsi a una tale soggezione universale. Ciò che l’uomo ha fatto, egli stesso può disfarlo. Nessun altro, all’infuori di lui, è l’artefice delle cause che hanno provocato gli effetti, quali che siano, attualmente prevalenti nella sua vita. Egli può superare ogni limitazione, perché lui stesso l’ha creata inizialmente con le proprie azioni e perché dispone di risorse spirituali che non sono soggette ad alcuna pressione planetaria. ! «Il superstizioso timore reverenziale nei confronti dell’astrologia rende gli uomini degli automi servilmente dipendenti da una guida meccanica. Il saggio sconfigge i propri pianeti – ovvero il proprio passato – trasferendo la sua lealtà dalla creazione al Creatore. Quanto più egli diviene cosciente della propria unità con lo Spirito, tanto meno potrà essere dominato dalla materia. L’anima è perennemente libera; è immortale in quanto mai nata. Non può essere disciplinata dalle stelle. ! «L’uomo è un’anima e ha un corpo. Quando stabilisce correttamente il proprio senso di identità, egli si lascia alle spalle qualsiasi modello coercitivo. Finché resterà confuso nel suo stato ordinario di amnesia spirituale, conoscerà le sottili catene della legge dell’ambiente in cui vive. ! «Dio è armonia; il devoto che si mette in sintonia non compirà mai alcuna azione inopportuna. Le sue attività saranno correttamente e spontaneamente sincronizzate con la legge astrologica. Dopo aver pregato e meditato profondamente, egli sarà in contatto con la propria coscienza divina; non vi è potere più grande di tale protezione interiore». ! «Allora, caro Maestro, perché desiderate che io porti un bracciale astrologico?». Osai rivolgere questa domanda dopo un lungo silenzio, nel quale avevo cercato di assimilare le nobili argomentazioni di Sri Yukteswar. ! «È soltanto quando un viaggiatore ha raggiunto la propria meta che può fare a meno, a ragione, delle proprie mappe. Durante il viaggio, egli approfitta di qualsiasi utile scorciatoia. Gli antichi rishi scoprirono molti modi per abbreviare il periodo che l’essere umano trascorre nell’esilio dell’illusione. Vi sono alcuni elementi meccanici nella legge del karma che possono essere abilmente aggiustati dalle dita della saggezza. ! «Tutti i mali dell’uomo derivano da trasgressioni della legge universale. Le Scritture ribadiscono che l’uomo deve rispettare le leggi della natura, pur senza mettere in dubbio l’onnipotenza divina. Egli dovrebbe dire: “Signore, confido in Te e so che Tu puoi aiutarmi, ma anch’io farò del mio meglio per cancellare ogni possibile torto che io abbia commesso”. Ricorrendo a diversi mezzi – la preghiera, la forza di volontà, la meditazione yogica, il chiedere consiglio ai santi, l’uso di bracciali astrologici – si possono attenuare o estinguere completamente gli effetti deleteri delle azioni sbagliate compiute nel passato. ! «Come una casa può essere dotata di un’asta di rame per assorbire la scarica del fulmine, così il tempio corporeo può trarre beneficio da varie misure protettive. Nell’antichità i nostri yogi scoprirono che i metalli puri emettono una luce astrale che neutralizza efficacemente gli influssi negativi dei pianeti. Le sottili radiazioni elettriche e magnetiche sono in costante circolazione nell’universo; quando il corpo di una persona viene aiutato, questa non ne è a conoscenza; anche quando il corpo è in via di disgregazione, la persona lo ignora. Può forse farci qualcosa? ! «Il problema fu preso in esame dai nostri rishi ed essi riscontrarono l’utilità non soltanto di combinare metalli diversi, ma anche piante diverse. I più efficaci sono i gioielli privi di difetti, di grandezza non inferiore a due carati. Gli usi dell’astrologia ai fini della prevenzione sono stati raramente oggetto di studi seri al di fuori dell’India. Un dato poco noto è che anche i gioielli, i metalli o i preparati a base di piante più appropriati risultano inefficaci se il loro peso non è quello richiesto e se questi agenti curativi non vengono portati a contatto con la pelle». ! «Signore, seguirò certamente i vostri consigli e mi procurerò un bracciale. Sono assai incuriosito dall’idea di sconfiggere un pianeta!». 118

! «In generale raccomando l’uso di un bracciale d’oro, argento e rame. Per uno scopo specifico, tuttavia, voglio che te ne procuri uno d’argento e piombo». Sri Yukteswar aggiunse alcune istruzioni dettagliate. ! «Guruji, a quale “scopo specifico” alludete?». ! «Gli astri stanno per interessarsi a te in modo malevolo, Mukunda, ma non temere: sarai protetto. Tra circa un mese il fegato ti procurerà parecchi disturbi. La durata prevista della malattia è di sei mesi, ma utilizzando un bracciale astrologico tale periodo sarà ridotto a soli ventiquattro giorni». ! L’indomani mi recai da un gioielliere e ben presto cominciai a portare il bracciale. La mia salute era eccellente; la predizione del Maestro mi sfuggì di mente. Egli partì da Serampore per visitare Benares. Trenta giorni dopo la nostra conversazione, avvertii una fitta improvvisa nella regione del fegato. Le settimane successive furono un incubo di atroci sofferenze. Non volendo disturbare il mio guru, decisi di affrontare coraggiosamente la prova da solo. ! Ventitré giorni di tortura, tuttavia, minarono la mia determinazione: partii in treno per Benares. Sri Yukteswar mi accolse con inconsueto calore, ma non mi diede la possibilità di parlargli dei miei mali in privato. Molti devoti fecero visita al Maestro quel giorno, solo per ricevere un darshan.108 Ammalato e negletto, rimasi seduto in un angolo. Fu solo dopo il pasto serale che tutti gli ospiti se ne andarono e il mio guru mi chiese di raggiungerlo nella balconata ottagonale della casa. ! «Devi essere venuto per via dei tuoi disturbi di fegato». Lo sguardo di Sri Yukteswar era rivolto altrove; camminava su e giù, intercettando di tanto in tanto la luce lunare. «Vediamo: sei ammalato da ventiquattro giorni, vero?». ! «Sì, signore». ! «Fai l’esercizio per lo stomaco che ti ho insegnato, per favore». ! «Se sapeste quanto sto soffrendo, Maestro, non mi chiedereste di fare alcun esercizio». Ciò nonostante, tentai debolmente di obbedirgli. ! «Tu dici di avere dolore; io dico che non ne hai. Come possono esistere simili contraddizioni?». Il mio guru mi guardò con espressione interrogativa. ! Rimasi sbalordito e poi sopraffatto da un senso di gioioso sollievo. Non avvertivo più il continuo tormento che mi aveva reso quasi insonne per settimane; alle parole di Sri Yukteswar il supplizio svanì, come se non ci fosse mai stato. ! Feci per inginocchiarmi ai suoi piedi in segno di gratitudine ma egli, prontamente, me lo impedì. ! «Non fare il bambino. Alzati e goditi la bellezza della luna sul Gange». Al Maestro, però, brillavano gli occhi dalla gioia, mentre restavo in silenzio accanto a lui. Il suo atteggiamento rivelava il desiderio che io percepissi Dio, e non lui, come il Guaritore. ! Ancor oggi indosso il pesante bracciale d’argento e piombo, in ricordo di quel giorno – tanto lontano nel tempo, ma sempre serbato nell’animo – in cui mi accorsi, una volta di più, di vivere con una persona molto al di sopra della dimensione umana. In successive occasioni, quando accompagnai i miei amici da Sri Yukteswar affinché li guarisse, egli invariabilmente raccomandò loro di indossare dei gioielli o il bracciale, decantandone l’uso come un atto di saggezza astrologica. ! Ero prevenuto nei confronti dell’astrologia fin dall’infanzia, in parte in quanto avevo constatato che molti la seguono pedissequamente e in parte per via di una predizione del nostro astrologo di famiglia: «Ti sposerai tre volte, rimanendo vedovo due volte». Avevo rimuginato a lungo la cosa, sentendomi come una capra in attesa di essere sacrificata di fronte al tempio del triplice matrimonio. ! «Tanto vale che ti rassegni al tuo destino» aveva osservato mio fratello Ananta. «Il tuo oroscopo scritto ha previsto correttamente che saresti fuggito di casa per andare verso 108

La benedizione che emana dalla semplice vista di un santo. 119

l’Himalaya da ragazzo, ma che saresti stato costretto a ritornare indietro. Anche la predizione dei tuoi matrimoni, pertanto, è destinata ad avverarsi». ! Una notte ebbi la chiara intuizione che la profezia era completamente falsa. Bruciai il rotolo dell’oroscopo e riposi le ceneri in una busta di carta, sulla quale scrissi: «I semi del karma passato non possono germinare se vengono bruciati nel fuoco divino della saggezza». Lasciai la busta ben in vista; Ananta, immediatamente, lesse il mio commento spavaldo. ! «Non puoi distruggere la verità con la stessa facilità con cui hai bruciato questo rotolo di carta». Mio fratello rise in modo sprezzante. ! Di fatto, prima che raggiungessi l’età adulta, in tre occasioni la mia famiglia cercò di combinare il mio fidanzamento. Ogni volta rifiutai di conformarmi ai loro piani,109 sapendo che il mio amore per Dio era più travolgente di qualsiasi influenza astrologica dettata dal passato. ! «Quanto più è profonda l’autorealizzazione in un uomo, tanto più egli influenza l’intero universo mediante le sue sottili vibrazioni spirituali e tanto meno è soggetto al flusso fenomenico». Queste parole del Maestro mi tornavano spesso in mente, ispirandomi. ! Di tanto in tanto invitavo gli astrologi a individuare i miei periodi più sfavorevoli, in base alle indicazioni planetarie, per poi constatare che riuscivo comunque a portare a termine qualsiasi compito mi fossi proposto. È vero che il mio successo, in quei periodi, era accompagnato da straordinarie difficoltà, ma la mia convinzione è sempre stata motivata: la fede nella protezione divina e il retto uso della volontà di cui Dio ha dotato l’uomo sono forze formidabili, più potenti di quelle a cui fa appello la volta del cielo. ! Giunsi a comprendere che il quadro iscritto nelle stelle alla nascita non implica che l’essere umano sia un burattino in balia del proprio passato. Quel messaggio costituisce piuttosto uno sprone all’orgoglio dell’uomo: il cielo stesso cerca di risvegliare in lui la determinazione a liberarsi da ogni limitazione. Dio ha creato ciascun essere umano come anima, dotata di individualità e dunque essenziale per la struttura universale, sia che si trovi nel ruolo temporaneo di un pilastro o di un parassita. La sua libertà è assoluta e immediata, se egli lo vuole; non dipende dalle vittorie esteriori, bensì da quelle interiori. ! Sri Yukteswar scoprì l’applicazione matematica di un ciclo equinoziale di 24.000 anni all’epoca attuale.110 Il ciclo è suddiviso in un arco ascendente e uno discendente, ciascuno della durata di 12.000 anni. Ciascun arco comprende quattro yuga o epoche, denominate Kali, Dwapara, Treta e Satya, che corrispondono alla concezione greca delle età del ferro, del bronzo, dell’argento e dell’oro. ! Il mio guru stabilì, mediante vari calcoli, che l’ultimo Kali Yuga, o età del ferro, dell’arco ascendente iniziò all’incirca nel 500 d.C. L’età del ferro, della durata di 1200 anni, è una fase di materialismo; terminò intorno al 1700 d.C. Quell’anno segnò l’ingresso nel Dwapara Yuga, un periodo di 2400 anni caratterizzato dallo sviluppo dell’energia elettrica e atomica: l’epoca del telegrafo, della radio, degli aeroplani e di altri mezzi per annullare lo spazio. ! Il periodo di 3600 anni del Treta Yuga avrà inizio nel 4100 d.C.; tale fase sarà contraddistinta dalla conoscenza universale delle comunicazioni telepatiche e di altri metodi per annullare il tempo. Nei 4800 anni del Satya Yuga, epoca conclusiva di un arco ascendente, l’intelligenza dell’essere umano sarà compiutamente sviluppata ed egli opererà in armonia con il piano divino. 109

Una delle ragazze che la mia famiglia aveva scelto quale possibile moglie per me sposò in seguito mio cugino, Prabhas Chandra Ghose. 110

Una serie di tredici articoli sulle verifiche storiche relative alla teoria degli yuga elaborata da Sri Yukteswar è stata pubblicata sulla rivista East-West (Los Angeles) dal settembre 1932 al settembre 1933. 120

! Avrà quindi inizio 111 per il mondo un arco discendente di 12.000 anni, a partire da una età dell’oro discendente di 4800 anni; l’essere umano sprofonderà progressivamente nell’ignoranza. Questi cicli sono gli eterni ritorni di maya, le contrapposizioni e le relatività dell’universo fenomenico.112 Uno a uno, gli uomini sfuggono alla prigione della dualità risvegliandosi alla coscienza della propria indissolubile unità divina con il Creatore. ! Il Maestro estese la mia comprensione non soltanto dell’astrologia ma anche delle Scritture del mondo. Ponendo i testi sacri sulla tavola incontaminata della sua mente, egli era in grado di sezionarli con il bisturi della ragione intuitiva, separando gli errori e le interpolazioni degli studiosi dalle verità così come erano state espresse in origine dai profeti. ! «Fissare lo sguardo sulla punta del naso». Questa interpretazione inesatta113 di un versetto della Bhagavad Gita, largamente accolta sia dai pandit orientali che dai traduttori occidentali, suscitava abitualmente l’ironica critica da parte del Maestro. ! «Il cammino di uno yogi è già abbastanza singolare di per sé» egli faceva notare. «Perché suggerirgli anche di rendersi strabico? Il vero significato del termine nasikagram è “radice del naso” non “punta del naso”. Il naso inizia nel punto fra le due sopracciglia, sede della visione spirituale».114 ! A causa di uno degli aforismi del Sankhya,115 «Iswar-ashidha» – «Un Signore della Creazione non può essere dedotto» oppure «Dio non è dimostrato»116– numerosi studiosi definiscono ateistica l’intera filosofia.

111

Nell’anno 12.500 d.C.

112

Le Scritture indù collocano l’epoca attuale all’interno di un Kali Yuga appartenente a un ciclo universale molto più lungo del semplice ciclo equinoziale di 24.000 anni cui faceva riferimento Sri Yukteswar. Il ciclo universale delle Scritture si estende per 4.300.560.000 anni ed equivale a un Giorno della Creazione, ossia al periodo di vita assegnato al nostro sistema planetario nella sua forma attuale. Questa cifra enorme calcolata dai rishi si basa sul rapporto che intercorre fra la durata dell’anno solare e un multiplo di Pi greco (3,1416, rapporto fra la lunghezza della circonferenza di un cerchio e il diametro). ! La durata di un intero universo, secondo gli antichi veggenti, è pari a 314.159.000.000.000 anni solari, ovvero a “un’Epoca di Brahma”. ! Secondo le stime degli scienziati, l’età della terra è di circa due miliardi di anni; essi basano le loro conclusioni sullo studio delle tracce di piombo rimaste a seguito della radioattività nelle rocce. Le Scritture indù affermano che una terra come la nostra è destinata a dissolversi per una di queste due ragioni: gli abitanti nel loro insieme diventano completamente buoni oppure completamente malvagi. La mente del mondo genera così una forza che libera gli atomi prigionieri i quali, tenuti assieme, formano la terra. ! Di tanto in tanto vengono pubblicate affermazioni sconvolgenti su un’imminente “fine del mondo”. La più recente predizione relativa al giudizio universale è quella del Rev. Chas. G. Long di Pasadena, che pubblicamente ha fissato il “Giorno del giudizio” per il 21 settembre 1945. I giornalisti della United Press hanno chiesto la mia opinione; ho spiegato che i cicli del mondo seguono un’ordinata progressione secondo un piano divino. Non vi è all’orizzonte alcuna dissoluzione della terra; si prospettano ancora due miliardi di anni di cicli equinoziali ascendenti e discendenti peril nostro pianeta nella sua forma attuale. Le cifre indicate dai rishi per le varie ere del mondo meritano un attento studio da parte dell’Occidente; la rivista Time (17 dicembre 1945, p. 6) le ha definite «statistiche rassicuranti». 113

Capitolo VI,13.

114

«La luce del corpo è l’occhio. Se il tuo occhio è singolo, anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se il tuo occhio è cattivo, anche il tuo corpo è nelle tenebre. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra» (Luca 11,34-35). [La traduzione del versetto in italiano corrisponde alla versione inglese citata dall’Autore; non è conforme alla versione ufficiale della C.E.I. N.d.C.] 115

Uno dei sei sistemi della filosofia indù. Il Sankhya insegna l’emancipazione finale attraverso la conoscenza di venticinque principi, partendo da prakriti, ossia la natura, e terminando con purusha o anima. 116

Aforismi del Sankhya 1,92. 121

! «Il versetto non è nichilista» spiegava Sri Yukteswar. «Significa soltanto che per l’uomo non illuminato, i cui giudizi finali dipendono dai sensi, la prova di Dio è destinata a rimanere ignota e, pertanto, inesistente. I veri seguaci del Sankhya, grazie all’indubitabile capacità di giudizio che nasce dalla meditazione, comprendono che il Signore non soltanto esiste, ma è anche conoscibile». ! Il Maestro esponeva la Bibbia cristiana con meravigliosa chiarezza. Fu dal mio guru indù, completamente estraneo ai ranghi cristiani, che imparai a cogliere l’essenza immortale della Bibbia e a comprendere la verità dell’affermazione di Cristo, sicuramente la più appassionata e intransigente mai pronunciata: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».117 ! I grandi maestri dell’India hanno plasmato le proprie vite sugli stessi ideali divini che animarono Gesù; essi sono la sua proclamata discendenza: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre».118 «Se rimanete fedeli alla mia parola» ha ricordato Gesù «sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».119 Tutti uomini liberi, padroni di sé, gli yogi cristici dell’India sono parte dell’immortale fratellanza di coloro che hanno raggiunto la conoscenza liberatrice dell’Unico Padre. ! «Il racconto di Adamo ed Eva mi è incomprensibile!» osservai un giorno con particolare foga, in uno dei miei primi tentativi di misurarmi con l’allegoria. «Perché Dio non punì soltanto la coppia colpevole, ma anche le generazioni a venire, innocenti?». ! Il Maestro si divertì alla mia veemenza, ancor più che alla mia ignoranza. «La Genesi è profondamente simbolica e non può essere compresa interpretandola alla lettera» spiegò. «In essa “l’albero della vita” è il corpo umano. La spina dorsale è come un albero capovolto, in cui i capelli dell’uomo corrispondono alle radici e i nervi afferenti ed efferenti corrispondono ai rami. L’albero del sistema nervoso produce molti frutti gustosi, ovvero le sensazioni della vista, dell’udito, dell’olfatto, del gusto e del tatto. In esse l’uomo può indulgere legittimamente: ciò che gli venne proibito è l’esperienza del sesso, il “pomo” posto al centro del giardino corporeo.120 ! «Il “serpente” rappresenta l’energia spinale avvolta a spirale, che stimola i nervi sessuali. “Adamo” è la ragione ed “Eva” il sentimento. Quando in un essere umano l’emozione, ossia la coscienza di Eva, è sopraffatta dall’impulso sessuale, anche la ragione, ossia Adamo, soccombe.121 ! «Dio creò il genere umano materializzando i corpi dell’uomo e della donna con la forza della Sua volontà; Egli dotò la nuova specie della facoltà di procreare i propri figli nello stesso modo “immacolato” o divino.122 Poiché la Sua manifestazione nell’anima individualizzata, fino a quel momento, era stata limitata agli animali, soggetti all’istinto e privi delle potenzialità della piena ragione, Dio creò i primi corpi umani, chiamati simbolicamente Adamo ed Eva. In essi, affinché evolvessero a stadi superiori più proficui, 117

Matteo 24,35.

118

Matteo 12,50.

119

 Giovanni 8,31-32. San Giovanni testimonia: «A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome (a quelli che sono stabiliti nella coscienza di Cristo)» (Giovanni 1,12). 120

«Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”» (Genesi 3,2-3). 121 122

«La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato» (Genesi 3,12).

«Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela”» (Genesi 1,27-28). 122

Egli trasferì l’anima, ossia l’essenza divina, di due animali.123 In Adamo, l’uomo, prevaleva la ragione; in Eva, la donna, era predominante il sentimento. Così fu espressa la dualità o polarità su cui si fondano i mondi fenomenici. Ragione e sentimento rimangono in un paradiso di gioia a cui entrambi concorrono, finché la mente umana non viene ingannata dall’energia serpentina delle propensioni animali. ! «Il corpo umano, pertanto, non fu soltanto il risultato dell’evoluzione a partire dagli animali, ma fu generato mediante uno speciale atto di creazione di Dio. Le forme animali erano troppo grossolane per esprimere appieno la divinità; l’essere umano fu il solo a essere dotato di una straordinaria capacità mentale – il “loto dai mille petali” del cervello – e di centri occulti intensamente risvegliati nella spina dorsale. ! «Dio, ossia la Coscienza Divina presente nella prima coppia creata, raccomandò loro di godere di tutte le sensibilità umane, ma di non concentrarsi sulle percezioni tattili.124 Queste ultime vennero bandite per evitare lo sviluppo degli organi sessuali, che avrebbero irretito l’umanità vincolandola al metodo di riproduzione proprio degli animali. L’avvertimento di non risvegliare le reminiscenze bestiali, presenti al livello subcosciente, rimase inascoltato. Ristabilendo la forma bruta di procreazione, Adamo ed Eva decaddero dallo stato di gioia celestiale connaturato all’uomo perfetto delle origini. ! «La conoscenza “del bene e del male” si riferisce alla compulsione dualistica. L’essere umano, soggiacendo al dominio di maya a causa dell’uso improprio del sentimento e della ragione, ossia della coscienza di Eva e di Adamo, rinuncia al proprio diritto a entrare nel giardino paradisiaco della divina autosufficienza.125 La responsabilità personale di ciascun essere umano è quella di ricomporre i propri “progenitori”, ovvero la propria natura duale, ristabilendo un’armonia unificata, ovvero l’Eden». ! Quando Sri Yukteswar concluse il suo discorso, guardai con un nuovo senso di rispetto alle pagine della Genesi. ! «Caro Maestro» dissi «per la prima volta provo un vero dovere filiale nei confronti di Adamo ed Eva!». !

123

«Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2,7). 124

«Il serpente (energia sessuale) era la più astuta di tutte le bestie selvatiche (ogni altro senso del corpo)» (Genesi 3,1). 125

«Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato» (Genesi 2,8). «Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto» (Genesi 3,23). L’uomo divino creato inizialmente da Dio aveva la propria coscienza incentrata nell’occhio singolo onnipotente situato nella fronte (a Oriente). I poteri creativi della sua volontà, focalizzati su tale punto, vennero meno all’uomo quando egli iniziò a “lavorare il suolo” della sua natura fisica. 123

CAPITOLO: 17 !

Sasi e i tre zaffiri

! «Visto che tu e mio figlio avete una così alta opinione di Swami Sri Yukteswar, andrò a dargli un’occhiata». Il tono di voce del dott. Narayan Chunder Roy lasciava intendere che stava assecondando il capriccio di due idioti. Celai la mia indignazione, nella migliore tradizione di chi vuol fare proseliti. ! Il mio interlocutore, un chirurgo veterinario, era un agnostico convinto. Il suo giovane figlio Santosh mi aveva implorato di interessarmi a suo padre. Finora il mio inestimabile aiuto aveva operato più che altro sul versante invisibile. ! Il giorno seguente il dottor Roy mi accompagnò all’ashram di Serampore. Dopo che il Maestro gli ebbe concesso un breve colloquio, caratterizzato per lo più da uno stoico silenzio da entrambe le parti, il visitatore se ne andò bruscamente. ! «Perché condurre all’ashram un uomo morto?». Sri Yukteswar mi guardò interrogativamente non appena la porta si richiuse alle spalle dello scettico di Calcutta. ! «Signore, il dottore è vivissimo!». ! «Sì, ma fra poco sarà morto». ! Rimasi scioccato. «Signore, sarà un colpo terribile per suo figlio. Santosh spera ancora che il tempo cambi la visione materialistica di suo padre. Vi scongiuro, Maestro, di aiutare quell’uomo!». ! «Va bene, per farti piacere». Il viso del mio guru era impassibile. «L’orgoglioso medico dei cavalli è gravemente ammalato di diabete, pur non essendone a conoscenza. Entro quindici giorni sarà costretto a letto. I medici lo daranno per spacciato; il termine naturale in cui dovrebbe lasciare questa terra è di sei settimane da oggi. Grazie alla tua intercessione, tuttavia, in tale data egli guarirà. A una condizione, però: devi convincerlo a indossare un bracciale astrologico; sicuramente egli si opporrà con la stessa violenza di uno dei suoi cavalli di fronte a un’operazione!» disse il Maestro ridacchiando. ! Dopo un silenzio nel quale mi domandai come Santosh e io avremmo potuto impiegare nel migliore dei modi le arti della persuasione con il medico recalcitrante, Sri Yukteswar fece altre rivelazioni. ! «Non appena l’uomo si sarà ristabilito, raccomandategli di non mangiare carne. Egli non presterà ascolto a tale consiglio, tuttavia, ed entro sei mesi, proprio quando si sentirà in piena salute, morirà improvvisamente. Anche questo prolungamento di sei mesi della sua vita gli verrà concesso soltanto in virtù della tua supplica». ! Il giorno seguente consigliai a Santosh di ordinare un bracciale dal gioielliere. Dopo una settimana era pronto, ma il dottor Roy si rifiutò di indossarlo. ! «Sono sano come un pesce. Mai mi impressionerete con queste superstizioni astrologiche». Il dottore mi rivolse uno sguardo bellicoso. ! Ricordai divertito che il Maestro aveva giustamente paragonato l’uomo a un cavallo recalcitrante. Trascorsero altri sette giorni; il dottore, ammalatosi all’improvviso, acconsentì remissivamente a portare il bracciale. Dopo due settimane, il medico curante mi disse che si trattava di un caso disperato. Fornì particolari drammatici sui danni devastanti prodotti dal diabete. ! Scossi la testa. «Il mio guru ha detto che, dopo una malattia della durata di un mese, il dottor Roy guarirà». ! Il medico mi fissò incredulo. Due settimane dopo, tuttavia, venne a cercarmi con aria umile. ! «Il dottor Roy si è ristabilito completamente!» esclamò. «È il caso più sorprendente che mi sia mai capitato. Mai prima d’ora ho visto un uomo morente riprendersi in modo tanto inesplicabile. Il vostro guru deve essere davvero un profeta guaritore!». 124

! Dopo un colloquio con il dottor Roy, in cui gli riferii la raccomandazione di Sri Yukteswar di seguire una dieta priva di carne, non rividi l’uomo per altri sei mesi. Una sera si fermò a scambiare due chiacchiere, mentre sedevo sotto il portico della casa della mia famiglia in Gurpar Road. ! «Dì pure al tuo maestro che mangiando spesso carne ho recuperato completamente le forze. Le sue idee sull’alimentazione, del tutto prive di fondamento scientifico, non mi hanno influenzato». Effettivamente, il dottor Roy sembrava il ritratto della salute. ! Il giorno seguente, tuttavia, Santosh si precipitò da me correndo da casa sua, situata nell’isolato accanto. «Stamattina mio padre è stramazzato a terra morto!». ! Questo episodio fu una delle esperienze più singolari che ebbi con il Maestro. Egli guarì il chirurgo veterinario ribelle nonostante l’assoluta mancanza di fede da parte sua e prolungò di sei mesi la sua naturale permanenza sulla terra solo grazie alla mia accorata supplica. Sri Yukteswar era di una condiscendenza sconfinata dinanzi alla preghiera fervente di un devoto. ! Consideravo un sommo privilegio condurre i miei compagni d’università dal mio guru perché facessero la sua conoscenza. Molti di loro finivano con l’abbandonare – per lo meno nell’ashram! – la posa di scetticismo religioso in voga nell’ambiente accademico. ! Uno dei miei amici, Sasi, trascorse molti lieti fine settimana a Serampore. Il Maestro si affezionò immensamente al ragazzo e deplorava che la sua vita privata fosse dissoluta e sregolata. ! «Sasi, se non ti correggerai, entro un anno ti ammalerai gravemente». Sri Yukteswar fissò il mio amico con affettuosa esasperazione. «Mukunda ne è testimone: non dire, poi, che non ti avevo avvertito». ! Sasi rise. «Maestro, affido a voi il compito di interessare una dolce misericordia cosmica al mio triste caso! Lo spirito è ben disposto, ma la volontà è debole. Voi siete il mio unico salvatore in terra: non credo in null’altro che in voi». ! «Per lo meno dovresti portare uno zaffiro blu da due carati: ti aiuterà». ! «Non posso permettermi un tale acquisto. In ogni caso, caro Guruji, se i guai arriveranno, credo fermamente che mi proteggerete». ! «Fra un anno mi porterai tre zaffiri» rispose Sri Yukteswar in modo sibillino. «Ma, a quel punto, non saranno più di alcuna utilità». ! Varianti di questa conversazione si svolgevano periodicamente. «Non riesco a cambiare vita» diceva Sasi con comica disperazione. «E la mia fede in voi, Maestro, è più preziosa per me di qualsiasi pietra!». ! Un anno dopo, ero in visita presso il mio guru nella casa di Calcutta del suo discepolo, Naren Babu. All’incirca alle dieci del mattino, mentre Sri Yukteswar e io eravamo tranquillamente seduti nel soggiorno al secondo piano, udii aprirsi la porta d’ingresso. Il Maestro s’irrigidì. ! «È quel Sasi» osservò gravemente. «L’anno è ormai passato; entrambi i polmoni sono perduti. Non ha tenuto conto del mio consiglio; digli che non voglio vederlo». ! Quasi attonito per l’intransigenza di Sri Yukteswar, corsi giù per le scale. Sasi stava salendo. ! «Mukunda! Spero proprio che il Maestro sia qui; avevo sentore che potesse esserci». ! «Sì, ma non desidera essere disturbato». ! Sasi scoppiò in lacrime e mi oltrepassò in fretta. Si gettò ai piedi di Sri Yukteswar e vi depose tre splendidi zaffiri. ! «O guru onnisciente, i medici dicono che ho una tubercolosi galoppante! Non mi danno più di tre mesi di vita! Imploro umilmente il vostro aiuto: so che potete risanarmi!». ! «Non è un po’ tardi per cominciare a preoccuparti della tua vita? Vattene con i tuoi gioielli: è passato, ormai, il tempo in cui avrebbero potuto essere utili». Il Maestro rimase seduto come una sfinge in un silenzio implacabile, interrotto di tanto in tanto dai singhiozzi del ragazzo che invocava pietà. 125

! Intuitivamente sorse in me la convinzione che Sri Yukteswar stesse soltanto mettendo alla prova la profondità della fede di Sasi nel potere divino di guarigione. Non fui sorpreso quando, dopo un’ora di tensione, vidi il Maestro rivolgere uno sguardo compassionevole al mio amico prostrato. ! «Alzati, Sasi; quanto trambusto provochi in casa d’altri! Restituisci i tuoi zaffiri al gioielliere: sono una spesa superflua ormai. Procurati però un bracciale astrologico e portalo. Non temere; entro qualche settimana sarai guarito». ! Il sorriso di Sasi illuminò il suo viso solcato dalle lacrime, come un sole improvviso su un paesaggio intriso di pioggia. «Amato guru, devo prendere le medicine prescritte dai medici?». ! Lo sguardo di Sri Yukteswar era longanime. «Come vuoi: puoi prenderle oppure farne a meno, non ha alcuna importanza. È più probabile che il sole e la luna si scambino di posto, piuttosto che tu muoia di tubercolosi». Aggiunse poi bruscamente: «Ora va’, prima che cambi idea!». ! Con un agitato inchino, il mio amico si congedò frettolosamente. Andai a fargli visita più volte nel corso delle settimane successive e rimasi sgomento nel constatare che le sue condizioni peggioravano sempre più. ! «Sasi non riuscirà a superare la notte». Queste parole pronunciate dal suo medico e la vista del mio amico, ormai ridotto quasi a uno scheletro, mi indussero a recarmi in gran fretta a Serampore. Il mio guru ascoltò freddamente il mio lacrimoso resoconto. ! «Perché vieni qui a infastidirmi? Eppure mi hai udito assicurare a Sasi che sarebbe guarito». ! Mi inchinai dinanzi a lui con grande soggezione e indietreggiai verso la porta. Sri Yukteswar non disse alcuna parola di commiato ma s’immerse nel silenzio, gli occhi semiaperti e lo sguardo fisso, rapito in un altro mondo. ! Ritornai immediatamente a casa di Sasi a Calcutta. Con stupore trovai il mio amico seduto sul letto, che beveva del latte. ! «Mukunda, che miracolo! Quattro ore fa ho sentito la presenza del Maestro nella stanza e i miei terribili sintomi sono scomparsi immediatamente. Sento che per grazia sua sono guarito del tutto». ! Qualche settimana dopo, Sasi era più sano e robusto di quanto fosse mai stato.126 La sua singolare reazione alla guarigione, tuttavia, fu venata d’ingratitudine: tornò assai di rado a far visita a Sri Yukteswar! Il mio amico mi disse un giorno che il rimorso per la sua precedente condotta di vita era talmente profondo che egli si vergognava di comparire alla presenza del Maestro. ! L’unica conclusione che potei trarre è che la malattia di Sasi aveva avuto il contrastante effetto di rafforzare la sua volontà e peggiorare le sue maniere. ! I miei primi due anni di università presso lo Scottish Church College volgevano ormai al termine. La mia frequenza alle lezioni era stata alquanto discontinua: quel poco studio a cui mi ero dedicato aveva avuto soltanto lo scopo di farmi rimanere in pace con la mia famiglia. I miei due istitutori privati venivano regolarmente a casa mia e io, regolarmente, ero assente: posso riconoscere almeno questa regolarità nella mia carriera scolastica! ! In India, dopo aver terminato con profitto i primi due anni di università, si consegue un diploma intermedio; lo studente ha quindi la possibilità di proseguire gli studi per altri due anni in vista della laurea. ! Gli esami finali per il diploma intermedio incombevano minacciosamente. Fuggii a Puri, dove il mio guru trascorreva qualche settimana. Nella vaga speranza che egli avrebbe sancito con la sua approvazione la mia mancata presentazione agli esami, gli riferii del mio imbarazzante grado d’impreparazione.

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Nel 1936 seppi da un amico che Sasi godeva ancora di ottima salute. 126

! Il Maestro, però, mi sorrise consolante. «Ti sei dedicato con tutta l’anima ai tuoi doveri spirituali e, necessariamente, hai dovuto trascurare gli studi universitari. Applicati diligentemente ai tuoi libri la settimana prossima: supererai senza fallo l’ardua prova». ! Tornai a Calcutta mettendo risolutamente a tacere tutti i ragionevoli dubbi che, di tanto in tanto, insorgevano snervanti quasi a schernirmi. Ispezionando la montagna di libri sul mio tavolo, mi sentivo come un viaggiatore smarrito in una landa desolata. Da un lungo periodo di meditazione trassi un’ispirazione per risparmiare lavoro. Aprendo ogni libro a caso, studiai soltanto le pagine che cadevano sotto il mio sguardo. Applicando questo metodo diciotto ore al giorno per una settimana, mi sentii legittimato a dare consigli a tutte le successive generazioni sull’arte di studiare all’ultimo minuto. ! I giorni seguenti, nelle aule d’esame, confermarono la giustezza della mia procedura apparentemente azzardata. Superai tutte le prove, anche se solo per un pelo. Le congratulazioni dei miei amici e familiari erano spassosamente mescolate a esclamazioni che tradivano il loro stupore. ! Al suo ritorno da Puri, Sri Yukteswar mi riservò una piacevole sorpresa. «I tuoi studi a Calcutta sono ormai terminati. Farò in modo che tu possa completare gli ultimi due anni di università qui a Serampore». ! Rimasi sconcertato: «Signore, in questa città non ci sono corsi di laurea». L’Università di Serampore, l’unico istituto di istruzione superiore, offriva soltanto un corso biennale di studi intermedi. ! Il Maestro sorrise maliziosamente: «Sono troppo anziano per andare in giro a raccogliere offerte per istituire un corso di laurea per te. Suppongo che dovrò sistemare la faccenda tramite qualcun altro». ! Due mesi dopo, il professor Howells, rettore dell’Università di Serampore, annunciò pubblicamente di essere riuscito a raccogliere fondi sufficienti a finanziare un corso quadriennale. L’Università di Serampore divenne una sede affiliata dell’Università di Calcutta. Io fui uno dei primi studenti che si iscrissero a Serampore per conseguire la laurea. ! «Guruji, come siete buono con me! Desideravo ardentemente lasciare Calcutta per esservi vicino ogni giorno a Serampore. Il professor Howells non sospetta neppure lontanamente quanto debba al vostro silenzioso aiuto!». ! Sri Yukteswar mi guardò con finta severità. «Ora non dovrai più passare tante ore in treno: quanto tempo libero avrai per i tuoi studi! Forse finirai col diventare un po’ più studioso e un po’ meno uno sgobbone dell’ultimo minuto». Ma il suo tono, per qualche motivo, era privo di convinzione. !

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CAPITOLO: 18 !

Un maomettano che operava prodigi

! «Anni fa, proprio in questa stanza, ora occupata da te, un mago maomettano compì quattro miracoli dinanzi ai miei occhi!». ! Sri Yukteswar fece questa sorprendente affermazione durante la sua prima visita nel mio nuovo alloggio. Subito dopo aver iniziato gli studi all’Università di Serampore, avevo preso in affitto una stanza in una vicina pensione, chiamata Panthi. Era un antiquato edificio di mattoni che si affacciava sul Gange. ! «Maestro, che coincidenza! Queste pareti imbiancate di recente racchiudono dunque antichi ricordi?». Mi guardai attorno, osservando con rinnovato interesse la mia stanza sobriamente arredata. ! «È una lunga storia». Il mio guru sorrise, evocando i ricordi. «Il fachiro127 si chiamava Afzal Khan. Aveva acquisito i suoi straordinari poteri a seguito dell’incontro fortuito con uno yogi indù. ! «“Figliolo, ho sete: vammi a prendere dell’acqua”. Un giorno, in un minuscolo villaggio del Bengala orientale, un sannyasi ricoperto di polvere aveva rivolto questa richiesta ad Afzal, allora poco più che un fanciullo. ! «“Maestro, io sono maomettano. Come potreste, voi che siete indù, accettare da bere dalle mie mani?”. ! «“La tua schiettezza mi piace, figliolo. Io non osservo le regole ostracizzanti di un empio settarismo. Va’ e portami in fretta dell’acqua”. ! «L’obbedienza riverente di Afzal fu ricompensata con uno sguardo affettuoso da parte dello yogi. ! «“Possiedi un buon karma dalle vite precedenti” osservò questi solennemente. “Ti insegnerò un certo metodo yogico che ti darà il dominio su una delle sfere invisibili. I grandi poteri che acquisirai dovranno essere esercitati per fini degni: non impiegarli mai per scopi egoistici! Sento, ahimè!, che dal passato hai ereditato alcuni semi di tendenze distruttive. Non lasciare che essi germinino, innaffiandoli con nuove azioni malvagie. La complessità del tuo karma precedente è tale che dovrai avvalerti di questa vita per riconciliare le tue abilità yogiche con gli scopi umanitari più elevati”. ! «Dopo aver istruito il ragazzo stupefatto in una tecnica complicata, il maestro scomparve. ! «Afzal seguì fedelmente la sua pratica yogica per vent’anni. Le sue imprese prodigiose iniziarono a destare un vasto interesse. Pare che fosse costantemente accompagnato da uno spirito disincarnato che chiamava “Hazrat”. Questo essere invisibile era in grado di esaudire ogni minimo desiderio del fachiro. ! «Incurante dell’avvertimento del suo maestro, Afzal iniziò ad abusare dei propri poteri. Qualsiasi oggetto egli toccasse e poi rimettesse a posto spariva ben presto senza lasciare traccia. Una tale sconcertante eventualità rendeva in genere il maomettano un ospite poco gradito! ! «Egli si recava di tanto in tanto in grandi gioiellerie di Calcutta, presentandosi come un possibile acquirente. Qualunque gioiello prendesse in mano svaniva poco dopo che egli era uscito dal negozio. ! «Afzal era spesso circondato da centinaia e centinaia di adepti, attratti dalla speranza di apprendere i suoi segreti. Il fachiro talvolta li invitava a viaggiare insieme a lui. Alla stazione ferroviaria, egli faceva in modo di toccare un rotolo di biglietti, che poi

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Yogi musulmano, dall’arabo faqir, “povero”; in origine il termine designava i dervisci che facevano voto di povertà. 128

restituiva al bigliettaio dicendo: “Ho cambiato idea, non desidero acquistarli ora”. Quando però saliva sul treno insieme al suo seguito, Afzal era in possesso dei biglietti richiesti.128 ! «Queste gesta suscitarono un moto d’indignazione; i gioiellieri e i bigliettai bengalesi erano sull’orlo dell’esaurimento nervoso! La polizia, che pure tentava di arrestare Afzal, era ridotta all’impotenza; il fachiro, infatti, era in grado di far sparire le prove che lo incriminavano, semplicemente dicendo: “Hazrat, porta via questo”». ! Sri Yukteswar si alzò per andare sulla balconata della mia stanza, che si affacciava sul Gange. Lo seguii, desideroso di saperne di più sullo sconcertante Raffles129 maomettano. ! «Casa Panthi era un tempo di proprietà di un mio amico. Egli fece la conoscenza di Afzal e lo invitò a venire qui. Il mio amico riunì anche una ventina di persone del vicinato, fra le quali c’ero anch’io. Ero solo un ragazzo, all’epoca, e provavo una viva curiosità per il noto fachiro». Il Maestro rise. «Ebbi la precauzione di non indossare alcun oggetto di valore! Afzal mi scrutò con sguardo indagatore e poi osservò: ! «“Tu hai mani robuste. Scendi in giardino; raccogli un sasso levigato e scrivici sopra il tuo nome con il gesso, poi gettalo nel Gange, il più lontano possibile”. ! «Obbedii. Non appena il sasso sparì nei flutti distanti, il maomettano si rivolse di nuovo a me: ! «“Riempi una brocca con l’acqua del Gange di fronte a questa casa”. ! «Quando tornai con il recipiente dell’acqua, il fachiro gridò: “Hazrat, metti il sasso nella brocca!”. ! «La pietra apparve all’istante. La estrassi dal recipiente e vi ritrovai la mia firma distintamente leggibile, così come l’avevo tracciata. ! «Babu,130 uno dei miei amici presenti nella stanza, portava un antico orologio da tasca con la catena, entrambi d’oro massiccio. Il fachiro li esaminò con losca ammirazione. In men che non si dica erano spariti! ! «“Afzal, ve ne prego, rendetemi il mio prezioso cimelio di famiglia!”. Babu era quasi in lacrime. ! «Il maomettano restò stoicamente in silenzio per un po’, poi disse: “Tu serbi cinquecento rupie in una cassaforte di ferro. Portamele e ti dirò dove si trova il tuo orologio”. ! «Babu, angosciato, si precipitò immediatamente a casa sua. Ritornò poco dopo e porse ad Afzal la somma richiesta. ! «“Recati presso il ponticello vicino a casa tua”. Così il fachiro istruì Babu. “Chiama Hazrat e ordinagli di darti l’orologio e la catena”. ! «Babu corse via. Al ritorno mostrava un sorriso di sollievo, ma nessun gioiello. ! «“Quando ho impartito l’ordine ad Hazrat, così come mi è stato detto” egli riferì “il mio orologio è caduto dall’aria, dritto dritto nella mia mano destra! Potete stare certi che ho riposto il mio cimelio in cassaforte, prima di ritornare qui fra voi!”. ! «Gli amici di Babu, testimoni della tragicommedia del riscatto dell’orologio, fissavano Afzal con astio. Quest’ultimo parlò ora con tono accomodante. ! «“Prego, nominate qualsiasi bevanda desiderate: Hazrat ve la procurerà”. ! «Alcuni chiesero del latte, altri dei succhi di frutta. Non mi scandalizzai troppo quando Babu, ancora frastornato, chiese del whisky! Il maomettano impartì un ordine; il 128

Mio padre mi disse in seguito che la compagnia ferroviaria presso la quale lavorava, la Bengala-Nagpur, era stata una delle vittime di Afzal Khan. 129

 Personaggio cinematografico del periodo del muto, ispirato alle gesta di figure come Arsenio Lupin. Le sue storie erano piene di furti, riscatti, tradimenti, fughe in auto, congegni misteriosi e sparizioni. (N.d.C.) 130

Non ricordo il nome dell’amico di Sri Yukteswar e devo quindi indicarlo semplicemente con l’appellativo di Babu (signore). 129

servizievole Hazrat inviò dei contenitori sigillati che giunsero fluttuando nell’aria e atterrarono con un tonfo. Ciascuno dei presenti ricevette la bevanda desiderata. ! «La promessa della quarta, spettacolare impresa della giornata fu, indubbiamente, alquanto gradita al padrone di casa: Afzal si offrì di procurare un pranzo istantaneo! ! «“Ordiniamo i piatti più costosi” suggerì Babu, sconsolatamente. “Voglio un pasto raffinato in cambio delle mie cinquecento rupie! E il tutto servito su piatti d’oro!”. ! «Non appena ciascuno ebbe espresso le sue preferenze, il fachiro si rivolse all’instancabile Hazrat. Seguì un gran fragore: dal nulla si posarono ai nostri piedi vassoi d’oro colmi di curry elaborati, luchi fumanti e frutta fuori stagione in abbondanza. Tutte le vivande erano deliziose. Dopo aver banchettato per un’ora, iniziammo a uscire dalla stanza. Un frastuono assordante, come di piatti che venivano impilati, ci costrinse a voltarci. Non vi era più traccia né dei piatti scintillanti né degli avanzi del pasto!». ! «Guruji» interruppi «se Afzal era in grado di procurarsi facilmente oggetti come piatti d’oro, perché bramava le proprietà altrui?». ! «Il fachiro non era molto evoluto spiritualmente» spiegò Sri Yukteswar. «La padronanza di una determinata tecnica yogica gli dava accesso a un piano astrale in cui qualsiasi desiderio viene immediatamente materializzato. Avvalendosi dell’intervento di un essere astrale, Hazrat, il maomettano riusciva a richiamare gli atomi di qualsiasi oggetto dall’energia eterica, con un potente atto di volontà. Tali oggetti prodotti a livello astrale, però, sono strutturalmente evanescenti e non possono essere conservati a lungo. Afzal ambiva ancora alle ricchezze terrene che, sebbene debbano essere guadagnate più faticosamente, offrono maggiori garanzie dal punto di vista della durata». ! Risi. «Anch’esse talvolta spariscono in modo inspiegabile!». ! «Afzal non era un uomo di realizzazione divina» proseguì il Maestro. «I miracoli di natura permanente e benefica vengono compiuti da santi autentici, perché essi si sono posti in sintonia con il Creatore onnipotente. Afzal era soltanto un uomo comune, dotato di uno straordinario potere di penetrazione in una sfera sottile, alla quale di solito i mortali non accedono fino al momento della morte». ! «Ora comprendo, Guruji. L’aldilà sembra avere qualche caratteristica allettante». ! Il Maestro convenne. «Non rividi mai più Afzal da quel giorno, ma qualche anno dopo Babu venne a casa mia e mi mostrò un articolo di giornale che riportava la confessione pubblica del maomettano, dalla quale appresi i fatti che ti ho appena raccontato a proposito dell’iniziazione impartita in gioventù ad Afzal da un guru indù». ! In sostanza, l’ultima parte del documento pubblicato, a quanto ricordava Sri Yukteswar, era la seguente: «Io, Afzal Khan, scrivo queste parole come atto di pentimento e come monito per coloro che ambiscono al possesso di poteri miracolosi. Per anni ho abusato delle prodigiose facoltà assegnatemi per grazia di Dio e del mio maestro. Mi sono lasciato inebriare dall’egoismo, sentendomi al di sopra delle leggi ordinarie della morale. È giunto infine, anche per me, il momento della resa dei conti. ! «Poco tempo fa mi imbattei in un vecchio, lungo una strada fuori Calcutta. Zoppicava penosamente trasportando un oggetto lucente che pareva d’oro. Gli rivolsi la parola con l’avidità nel cuore. ! «“Sono Afzal Khan, il grande fachiro. Che cosa avete lì?”. ! «“Questo globo d’oro è la mia unica ricchezza materiale; non può essere di alcun interesse per un fachiro. Vi imploro, signore, di guarire la mia zoppia”. ! «Toccai la sfera e me ne andai senza rispondere. Il vecchio arrancò dietro di me. Poco dopo lanciò un grido: “Il mio oro è sparito!”. ! «Poiché non prestavo attenzione, parlò d’un tratto con una voce stentorea, che proruppe inaspettatamente dal suo fragile corpo: ! «“Non mi riconosci?”. ! «Rimasi senza parole, sbalordito nello scoprire tardivamente che il vecchio storpio, dall’aspetto insignificante, altri non era che il grande santo che tanto, tanto tempo prima mi 130

aveva iniziato allo yoga. Egli si drizzò e il suo corpo divenne istantaneamente forte e giovanile. ! «“È così, dunque!”. Lo sguardo del mio guru era fiammeggiante. “Vedo con i miei occhi che usi i tuoi poteri non per aiutare l’umanità sofferente, ma per depredarla come un volgare ladro! Ti sottraggo i poteri occulti che avevi; Hazrat ora è affrancato da te. Non sarai più il terrore del Bengala!”. ! «Chiamai Hazrat con toni accorati; per la prima volta egli non comparve alla mia vista interiore. Tuttavia, un velo oscuro si sollevò all’improvviso dentro di me: vidi allora chiaramente l’empietà della mia vita. ! «“Mio guru, vi ringrazio di essere venuto a fugare la mia lunga illusione”. Mi gettai singhiozzando ai suoi piedi. “Prometto di rinunciare alle mie ambizioni mondane. Mi ritirerò sulle montagne per meditare in solitudine su Dio, sperando di fare ammenda del mio malvagio passato”. ! «Il mio maestro mi osservò con silenziosa compassione. “Sento la tua sincerità” disse infine. “Per i tuoi anni di rigorosa obbedienza in passato e per il tuo pentimento attuale ti concedo una grazia. Gli altri tuoi poteri sono ormai svaniti, ma ogni volta che saranno necessari cibo e vestiario potrai ancora rivolgerti utilmente ad Hazrat per ottenerli. Dedicati con tutto il cuore alla comprensione del divino nella solitudine delle montagne”. ! «A quel punto il mio guru svanì e io fui lasciato alle mie lacrime e riflessioni. Addio, mondo! Vado a cercare il perdono dell’Amato Cosmico».

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CAPITOLO: 19 !

Il mio Maestro, pur essendo a Calcutta, appare a Serampore

! «Sono spesso assalito da dubbi ateistici. Talvolta sono angustiato anche da una tormentosa congettura: non potrebbero esistere possibilità dell’anima ancora inesplorate? E l’essere umano non si sottrae al suo vero destino, se manca di sperimentarle?». ! Queste osservazioni di Dijen Babu, mio compagno di stanza alla pensione Panthi, erano state suscitate dal mio invito a conoscere il mio guru. ! «Sri Yukteswarji ti inizierà al Kriya Yoga» risposi. «Esso placa il tumulto dualistico con la divina certezza interiore». ! Quella sera Dijen mi accompagnò all’ashram. Alla presenza del Maestro, il mio amico provò una tale pace spirituale da divenire ben presto un assiduo visitatore. Le futili preoccupazioni della vita quotidiana non bastano all’essere umano: anche di saggezza si ha una fame innata. Nelle parole di Sri Yukteswar, Dijen trovò uno sprone a perseguire quei tentativi – dapprima sofferti, poi sempre più agevolmente liberatori – per ritrovare nella propria interiorità un sé più autentico dell’ego mortificante di un’incarnazione temporanea, che di rado è sufficientemente ampio per lo Spirito. ! Poiché Dijen e io seguivamo entrambi i corsi di laurea presso l’Università di Serampore, prendemmo l’abitudine di camminare insieme fino all’ashram al termine delle lezioni. Spesso scorgevamo Sri Yukteswar, in piedi sulla balconata al secondo piano, che ci accoglieva con un sorriso di benvenuto. ! Un pomeriggio Kanai, un giovane residente dell’ashram, aprendoci l’uscio ci comunicò una spiacevole notizia. ! «Il Maestro non c’è; è stato chiamato a Calcutta da un messaggio urgente». ! Il giorno seguente ricevetti una cartolina dal mio guru. «Partirò da Calcutta mercoledì mattina» aveva scritto. «Venitemi a prendere alla stazione di Serampore, tu e Dijen, al treno delle nove». ! All’incirca alle otto e trenta di mercoledì mattina, un messaggio telepatico di Sri Yukteswar mi balenò alla mente con insistenza: «Sono stato trattenuto; non venite al treno delle nove». ! Comunicai le ultime istruzioni a Dijen, che si era già vestito per uscire. ! «Tu e la tua intuizione!». La voce del mio amico era resa tagliente dallo scherno. «Preferisco prestar fede alle parole scritte del Maestro». ! Mi strinsi nelle spalle e mi sedetti con calma risolutezza. Brontolando stizzosamente, Dijen andò alla porta e la chiuse rumorosamente dietro di sé. ! Dato che la stanza era piuttosto buia, mi avvicinai alla finestra che dava sulla strada. D’un tratto la pallida luce solare si trasformò in un intenso bagliore, in cui la finestra con l’inferriata si dissolse del tutto. Contro questo sfondo abbagliante si stagliò la figura di Sri Yukteswar, materializzandosi nitidamente! ! Quasi sconvolto dallo stupore, mi alzai dalla sedia e mi inginocchiai dinanzi a lui. Con il mio gesto abituale di rispettoso saluto ai piedi del mio guru, gli toccai le scarpe. Era un paio di calzature a me ben noto, di tela arancione con la suola di corda. La sua veste da swami color ocra mi sfiorò; al tatto percepii distintamente non soltanto la stoffa della sua tunica, ma anche la superficie ruvida delle scarpe e la pressione delle dita al loro interno. Ammutolito dallo stupore, mi alzai e lo fissai interrogativamente. ! «Mi ha fatto piacere che tu abbia colto il mio messaggio telepatico». La voce del Maestro era calma, assolutamente normale. «Ho appena sbrigato le mie faccende a Calcutta e arriverò a Serampore con il treno delle dieci». ! Poiché continuavo a fissarlo, muto, Sri Yukteswar proseguì. «Questa non è un’apparizione, bensì la mia forma in carne e ossa. Mi è stato comandato per ordine divino di concederti questa esperienza, così rara da conseguire sulla terra. Venite a prendermi 132

alla stazione; tu e Dijen mi vedrete venire verso di voi vestito come sono ora. Sarò preceduto da un compagno di viaggio: un ragazzino con in mano una brocca d’argento». ! Il mio guru mi posò entrambe le mani sul capo, mormorando una benedizione. Quando, alla fine, pronunciò le parole Tabe asi,131 udii rimbombare un suono peculiare, cupo e profondo.132 Il suo corpo cominciò a dissolversi via via nella luce accecante. Svanirono dapprima i piedi e le gambe, quindi il busto e la testa, come un rotolo di pergamena che si riavvolge. Fino all’ultimo, potei sentire il tocco lieve delle sue dita posate sui miei capelli. La radiosità si affievolì fino a estinguersi; nulla rimase dinanzi a me, salvo la finestra con l’inferriata e un pallido fascio di luce solare. ! Rimasi in uno stato di semi-stupore quasi confusionale, domandandomi se non fossi stato vittima di un’allucinazione. Poco dopo entrò nella stanza un Dijen alquanto abbattuto. ! «Il Maestro non era sul treno delle nove e neppure su quello delle nove e trenta». Il mio amico diede questo annuncio con un’aria lievemente di scusa. ! «Vieni, allora; so che arriverà alle dieci». Presi Dijen per mano e lo trascinai con me correndo, incurante delle sue proteste. Dopo circa dieci minuti facemmo il nostro ingresso nella stazione, dove il treno, sbuffando, già stava per arrestarsi. ! «Tutto il treno risplende dell’aura luminosa del Maestro! Egli c’è!» esclamai gioiosamente. ! «Sogni?». Dijen rise con scherno. ! «Aspettiamo qui». Raccontai al mio amico nei dettagli il modo in cui il nostro guru ci sarebbe venuto incontro. Non appena ebbi terminato la mia descrizione, Sri Yukteswar apparve, indossando gli stessi abiti che avevo visto poco prima. Camminava lentamente, preceduto da un giovanetto che portava una brocca d’argento. ! Per un momento fui percorso da un’onda di gelida paura, di fronte all’inaudita stranezza della mia esperienza. Sentii il mondo materialistico del ventesimo secolo scivolare lontano da me; ero forse ritornato ai tempi antichi, in cui Gesù apparve a Pietro sul mare? ! Quando Sri Yukteswar, moderno Cristo-Yogi, raggiunse il luogo in cui Dijen e io eravamo rimasti inchiodati senza parole, il Maestro sorrise al mio amico e osservò: ! «Anche a te ho inviato un messaggio, ma non sei riuscito a riceverlo». ! Dijen rimase in silenzio, ma mi guardava di traverso, sospettoso. Dopo aver scortato il nostro guru fino al suo ashram, il mio amico e io proseguimmo verso l’Università di Serampore. Dijen si fermò in mezzo alla strada, sprizzando indignazione da tutti i pori. ! «È così, dunque! Il Maestro mi ha inviato un messaggio e tu me l’hai tenuto nascosto! Esigo una spiegazione!». ! «Che cosa posso farci, se il tuo specchio mentale oscilla con tale irrequietezza che non riesci a registrare le istruzioni del nostro guru?» ribattei. ! La collera svanì dal volto di Dijen. «Comprendo ciò che vuoi dire» disse allora, mestamente. «Ma, ti prego, spiegami come potevi essere a conoscenza del ragazzo con la brocca». ! Quando ebbi terminato il racconto della fenomenale apparizione del Maestro alla pensione, quella mattina, il mio amico e io eravamo ormai giunti all’Università di Serampore. ! «La descrizione che ho appena udito dei poteri del nostro guru» disse Dijen «mi fa pensare che qualsiasi università del mondo sia soltanto un asilo infantile».

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“Arrivederci” in bengali; letteralmente, è uno speranzoso paradosso: “Poi vengo”.

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 Il suono caratteristico della smaterializzazione degli atomi corporei. 133

CAPITOLO: 20 !

Non visitiamo il Kashmir

! «Padre, vorrei invitare il maestro e quattro amici ad accompagnarmi in un viaggio alle pendici dell’Himalaya durante le vacanze estive. Posso avere sei biglietti ferroviari per il Kashmir e una somma di denaro sufficiente a coprire le nostre spese di viaggio?». ! Come prevedevo, mio padre scoppiò a ridere di cuore. «Questa è la terza volta che mi racconti la stessa storia. Non mi avevi già fatto una richiesta simile l’estate scorsa e l’anno precedente? All’ultimo momento, Sri Yukteswar si rifiuta di partire». ! «È vero, padre; non so perché il mio guru non voglia darmi la sua parola definitiva sul Kashmir.133 Tuttavia, se gli dirò che mi sono già procurato i biglietti grazie a voi, ho idea che questa volta acconsentirà a intraprendere il viaggio». ! Mio padre, al momento, non era convinto, ma il giorno seguente, dopo qualche bonaria frecciata, mi consegnò sei biglietti e un rotolo di banconote da dieci rupie. ! «Non penso proprio che per il tuo ipotetico viaggio occorrano questi supporti pratici» osservò «ma eccoli comunque». ! Quel pomeriggio mostrai a Sri Yukteswar il mio bottino. Benché egli sorridesse del mio entusiasmo, le sue parole furono evasive: «Mi piacerebbe andarci; staremo a vedere». Non fece alcun commento quando chiesi a Kanai, suo giovane discepolo dell’ashram, di accompagnarci. Invitai anche altri tre amici: Rajendra Nath Mitra, Jotin Auddy e un altro ragazzo. La data della nostra partenza fu fissata per il lunedì successivo. ! Il sabato e la domenica rimasi a Calcutta, dove, nella mia casa paterna, si celebravano i riti di matrimonio di un cugino. Arrivai a Serampore con i bagagli lunedì mattina presto. Rajendra mi venne incontro sulla porta dell’ashram. ! «Il Maestro è uscito a fare una passeggiata. Si è rifiutato di partire». ! Sebbene addolorato, ero ugualmente deciso a non desistere dal mio proposito. «Non offrirò a mio padre una terza occasione per mettere in ridicolo i miei chimerici progetti di recarmi nel Kashmir. Forza! Noi ci andremo comunque». ! Rajendra fu d’accordo; lasciai l’ashram per andare a cercare un domestico. Kanai, come ben sapevo, non avrebbe intrapreso il viaggio senza il Maestro e occorreva qualcuno che si occupasse dei bagagli. Mi venne in mente Behari, che in passato aveva lavorato presso la mia famiglia e che ora era a servizio da un insegnante di Serampore. Mentre camminavo di buona lena, m’imbattei nel mio guru, di fronte alla chiesa cristiana nei pressi del tribunale di Serampore. ! «Dove stai andando?». Sri Yukteswar era serio in volto. ! «Signore, ho saputo che voi e Kanai non intendete partecipare al viaggio che avevamo in programma. Sto andando a cercare Behari. Come ricorderete, l’anno scorso egli era così desideroso di visitare il Kashmir che si era offerto persino di prestare servizio senza alcun compenso». ! «Ricordo. Ciononostante, non penso che Behari sarà disposto a partire». ! Ero esasperato. «Non aspetta che questa opportunità, con ansia!». ! Il mio guru, in silenzio, riprese a camminare; io raggiunsi ben presto la casa dell’insegnante. Behari, in cortile, mi salutò con affettuosa cordialità, che svanì all’istante non appena menzionai il Kashmir. Mormorando qualche parola di scusa, il domestico mi lasciò ed entrò nella casa in cui lavorava. Attesi una mezzora, tentando nervosamente di rassicurarmi sul fatto che il ritardo di Behari fosse dovuto ai preparativi per la sua partenza. Alla fine bussai alla porta d’ingresso. 133

 Sebbene il Maestro non mi diede mai alcuna spiegazione, la sua riluttanza a visitare il Kashmir in quelle due estati era forse dovuta alla precognizione che non era ancora giunto il tempo che egli si ammalasse in quei luoghi. 134

! «Behari è uscito dalla porta di servizio circa trenta minuti fa» mi informò un uomo, con un vago sorriso sulle labbra. ! Me ne andai sconsolato, domandandomi se il mio invito fosse stato troppo imperioso o se invece non fosse all’opera l’influenza invisibile del Maestro. Passando davanti alla chiesa cristiana, vidi di nuovo il mio guru che mi veniva incontro, camminando lentamente. Senza attendere che gli riferissi alcunché, esclamò: ! «E così Behari non è voluto venire! E ora, quali sono i tuoi progetti?». ! Mi sentivo come un bimbo recalcitrante, fermamente deciso a sfidare l’autorità paterna. «Signore, chiederò a mio zio di cedermi temporaneamente il suo domestico, Lal Dhari». ! «Va’ a trovare tuo zio, se vuoi» rispose Sri Yukteswar con un risolino. «Non penso, tuttavia, che resterai soddisfatto della visita». ! In apprensione, e tuttavia con spirito ribelle, lasciai il mio guru ed entrai nel tribunale di Serampore. Il mio zio paterno, Sarada Ghosh, procuratore di Stato, mi accolse affettuosamente. ! «Parto oggi con alcuni amici per il Kashmir» gli dissi. «Da anni desidero ardentemente compiere questo viaggio in Himalaya». ! «Ne sono felice per te, Mukunda. C’è qualcosa che posso fare per rendere più confortevole il tuo viaggio?». ! Incoraggiato da queste parole gentili, dissi: «Caro zio, potreste forse concedermi il vostro domestico, Lal Dhari?». ! La mia semplice richiesta ebbe l’effetto di un terremoto. Mio zio sobbalzò così violentemente che la sua sedia si rovesciò, i fogli che erano sulla scrivania volarono in ogni direzione e la sua pipa, un narghilè munito di un lungo cannello di cocco, precipitò a terra con gran fracasso. ! «Giovanotto egoista!» gridò, fremendo di collera: «Che idea inaudita! Chi si occuperà di me, se ti porterai via il mio domestico in uno dei tuoi viaggi di piacere?». ! Dissimulai la mia sorpresa, riflettendo su come il repentino voltafaccia del mio amabile zio fosse solo un ulteriore enigma, in quella giornata all’insegna dell’incomprensibilità. Battei in ritirata, uscendo dal tribunale con passo più rapido che dignitoso. ! Ritornai all’ashram, dove i miei amici erano riuniti in trepidante attesa. In me si stava via via rafforzando la convinzione che dietro l’atteggiamento del Maestro vi fosse qualche motivo sufficiente, sebbene estremamente recondito. Fui colto dal rimorso per aver cercato di oppormi alla volontà del mio guru. ! «Mukunda, ti dispiacerebbe rimanere ancora un po’ qui con me?» domandò Sri Yukteswar. «Rajendra e gli altri possono avviarsi ora e attenderti a Calcutta. Vi sarà tutto il tempo per prendere l’ultimo treno della sera che parte da Calcutta per il Kashmir». ! «Signore, non m’importa di andarci senza di voi» dissi addolorato. ! I miei amici non prestarono la minima attenzione alla mia osservazione. Chiamarono una carrozza a nolo e partirono con tutto il bagaglio. Kanai e io rimanemmo a sedere tranquillamente ai piedi del nostro guru. Dopo una mezzora di completo silenzio, il Maestro si alzò e si diresse verso la veranda al secondo piano, dove si consumavano i pasti. ! «Kanai, per favore servi il pasto a Mukunda. Il suo treno parte fra poco». ! Alzandomi in piedi dalla coperta sulla quale ero seduto, barcollai improvvisamente per la nausea e una terribile sensazione di sconvolgimento allo stomaco. La fitta lancinante fu così intensa che credetti di essere stato scagliato d’un tratto in qualche violento inferno. Brancolando alla cieca verso il mio guru, stramazzai dinanzi a lui, assalito da tutti i sintomi del terribile colera asiatico. Sri Yukteswar e Kanai mi trasportarono fino al soggiorno. ! Nello spasimo della sofferenza gridai: «Maestro, rimetto a voi la mia vita», poiché credevo che fosse davvero sul punto di defluire dalle rive del mio corpo. 135

! Sri Yukteswar poggiò il mio capo sul suo grembo, accarezzandomi la fronte con angelica tenerezza. ! «Ora comprendi ciò che sarebbe accaduto se ti fossi trovato alla stazione con i tuoi amici» disse. «Ho dovuto prendermi cura di te in questo strano modo, poiché hai scelto di mettere in dubbio il mio giudizio sull’opportunità di mettersi in viaggio in questo momento particolare». ! Finalmente compresi. Giacché i grandi maestri di rado ritengono opportuno manifestare apertamente i propri poteri, un osservatore casuale degli avvenimenti che si erano succeduti nel corso della giornata li avrebbe ritenuti del tutto naturali. L’intervento del mio guru era stato troppo sottile per suscitare sospetti. Egli aveva esercitato la propria volontà attraverso Behari, mio zio Sarada, Rajendra e gli altri in maniera così poco appariscente che tutti, probabilmente, a eccezione di me, pensarono che si trattasse di situazioni logiche e normali. ! Dato che Sri Yukteswar non mancava mai di osservare i propri obblighi sociali, diede istruzioni a Kanai di andare a chiamare uno specialista e di avvisare mio zio. ! «Maestro» protestai «voi soltanto potete guarirmi. Sono in uno stadio troppo avanzato per qualsiasi medico». ! «Figliolo, tu sei protetto dalla Divina Misericordia. Non preoccuparti del medico: non ti troverà in questo stato. Sei già guarito». ! Alle parole del mio guru, le sofferenze strazianti si placarono. Mi sollevai a sedere sul letto, debolmente. Poco dopo arrivò un medico e mi visitò con cura. ! «A quanto pare, avete già superato il peggio» disse. «Preleverò dei campioni per gli esami di laboratorio». ! La mattina seguente il medico arrivò in gran fretta. Ero seduto a letto, di buon umore. ! «Bene, bene, eccovi che sorridete e chiacchierate come se non vi foste trovato faccia a faccia con la morte». Mi diede qualche colpetto sulla mano, gentilmente. «Quasi non credevo di trovarvi vivo, dopo aver scoperto, esaminando i campioni, che eravate affetto da colera asiatico. Siete fortunato, giovanotto, ad avere un guru dotato di poteri divini di guarigione! Ne sono convinto!». ! Concordai di tutto cuore. Mentre il dottore si apprestava ad andarsene, Rajendra e Auddy si affacciarono alla porta. Il risentimento sui loro volti si trasformò in compassione, non appena videro il medico e poi il mio aspetto emaciato. ! «Ci siamo arrabbiati quando non sei venuto alla partenza del treno di Calcutta, come eravamo d’accordo. Ti sei ammalato?». ! «Sì». Non potei fare a meno di ridere quando i miei amici posero il bagaglio esattamente nello stesso angolo in cui si trovava il giorno precedente. Citai: «C’era una nave che per la Spagna salpò: non appena arrivò, subito indietro tornò!». ! Il Maestro entrò nella stanza. Mi concessi una libertà da convalescente e gli presi amorevolmente la mano. ! «Guruji» dissi «fin da quando avevo dodici anni ho compiuto molti tentativi di raggiungere l’Himalaya, senza alcun successo. Sono ormai convinto che senza le vostre benedizioni la Dea Parvati134 non mi riceverà!». !

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Letteralmente, “delle montagne”. Parvati, rappresentata nella mitologia come figlia di Himavat (le montagne sacre), è il nome assegnato alla shakti o “consorte” di Shiva. 136

CAPITOLO: 21 !

Visitiamo il Kashmir

! «Ormai sei abbastanza in forze per viaggiare: ti accompagnerò nel Kashmir» m’informò Sri Yukteswar due giorni dopo la mia miracolosa guarigione dal colera asiatico. ! Quella sera stessa la nostra comitiva di sei persone partì in treno verso il nord. La nostra prima, comoda tappa fu a Simla, città regale posta sul trono delle pendici dell’Himalaya. Ci inoltrammo lungo le strade ripide, ammirando magnifici scorci di panorama. ! «Fragole inglesi in vendita!» gridava una donna anziana, accovacciata in un pittoresco mercato all’aperto. ! Il Maestro era incuriosito da quegli strani, piccoli frutti rossi. Ne comprò un cestino e li offrì a Kanai e a me, che gli eravamo accanto. Assaggiai una fragola ma subito la sputai. ! «Signore, che frutto aspro! Le fragole non potranno mai piacermi!». ! Il mio guru rise. «Oh sì, ti piaceranno invece, in America. Durante una cena, la tua ospite te le servirà con zucchero e panna. Dopo che avrà schiacciato i frutti con la forchetta, tu li assaggerai e dirai: “Che fragole deliziose!”. Allora ti ricorderai di questa giornata a Simla». ! La predizione di Sri Yukteswar svanì dalla mia mente, ma vi si riaffacciò molti anni più tardi, poco dopo il mio arrivo in America. Ero stato invitato a cena a casa della signora Alice T. Hasey (Sorella Yogmata) a West Somerville, nel Massachusetts. Quando vennero servite in tavola delle fragole come dessert, la mia ospite prese la forchetta e schiacciò i frutti destinati a me, aggiungendovi della panna e dello zucchero. «Sono frutti piuttosto aspri; credo che vi piaceranno preparati in questo modo» osservò. ! Ne assaggiai un po’. «Che fragole deliziose!» esclamai. Immediatamente, quanto preannunciato dal mio guru a Simla riemerse dagli incommensurabili antri della memoria. Fu sconcertante constatare che, molto tempo prima, la mente di Sri Yukteswar, sintonizzata su Dio, aveva captato con grande precisione il programma di eventi karmici che viaggiava nell’etere della vita futura. ! Ben presto la nostra comitiva lasciò Simla per raggiungere in treno Rawalpindi. Lì prendemmo a nolo un grande landau, trainato da due cavalli, con il quale compimmo un viaggio di sette giorni fino a Srinagar, capitale del Kashmir. Il secondo giorno del nostro viaggio verso nord offrì alla nostra vista l’effettiva vastità dell’Himalaya. Mentre le ruote di ferro della nostra carrozza cigolavano sulla breccia rovente delle strade, noi ammiravamo rapiti i mutevoli panorami montuosi, in tutta la loro magnificenza. ! «Signore» disse Auddy al Maestro «sono deliziato di poter godere di questi scenari meravigliosi nella vostra santa compagnia». ! Provai un fremito di piacere all’apprezzamento di Auddy, in quanto ero io a offrire quel viaggio. Sri Yukteswar colse il mio pensiero; si girò verso di me e bisbigliò: ! «Non illuderti; Auddy non è tanto incantato dal paesaggio quanto dalla prospettiva di allontanarsi da noi per il tempo sufficiente a fumare una sigaretta». ! Rimasi sconcertato. «Signore» dissi a bassa voce «vi prego, non turbate la nostra armonia con queste parole spiacevoli. Non riesco a credere che Auddy stia smaniando di fumare».135 Guardai con apprensione il mio guru, poco incline a tacere in questi casi. ! «Benissimo; non dirò nulla ad Auddy» ridacchiò il Maestro. «Ma presto vedrai che, quando il landau si fermerà, Auddy sarà lesto a cogliere l’occasione». ! La carrozza giunse a un piccolo caravanserraglio. Mentre i nostri cavalli venivano condotti ad abbeverarsi, Auddy domandò: «Signore, vi dispiace se per un po’ viaggio accanto al cocchiere? Vorrei respirare un po’ d’aria fresca». 135

In India è considerata una mancanza di rispetto fumare in presenza di persone più anziane e di superiori. 137

! Sri Yukteswar gli diede il permesso ma, rivolto a me, osservò: «Desidera fumo fresco, non aria fresca». ! Il landau riprese ad avanzare rumorosamente lungo le strade polverose. Gli occhi del Maestro ammiccavano. «Allunga il collo fuori dallo sportello della carrozza e guarda cosa sta facendo Auddy con l’aria!» mi suggerì. ! Obbedii e rimasi allibito nel vedere Auddy nell’atto di esalare cerchi di fumo di sigaretta. Lo sguardo che rivolsi in direzione di Sri Yukteswar era di scusa. ! «Avete ragione, come sempre, signore. Auddy si sta gustando una boccata di fumo, insieme al panorama». Supposi che il mio amico avesse ricevuto un omaggio dal cocchiere; sapevo infatti che non aveva portato con sé sigarette da Calcutta. ! Proseguimmo lungo il percorso labirintico, adorno di scorci di fiumi, valli, dirupi scoscesi e innumerevoli catene montuose. Ogni notte facevamo tappa presso rustiche locande e ci preparavamo da mangiare. Sri Yukteswar sorvegliava con particolare cura la mia dieta e insisteva che bevessi del succo di lime a ogni pasto. Ero ancora debole, ma miglioravo di giorno in giorno, benché la carrozza, con i suoi continui sobbalzi, sembrasse fatta apposta per procurare disagio e scomodità. ! I nostri cuori erano colmi di gioiosa attesa, man mano che ci avvicinavamo al Kashmir centrale, terra paradisiaca di laghi cosparsi di fiori di loto, giardini sospesi sull’acqua, case galleggianti dalle allegre tende variopinte, il fiume Jhelum dai molti ponti, i pascoli fioriti, il tutto incorniciato dalla maestosità dell’Himalaya. Facemmo il nostro ingresso a Srinagar lungo un viale di alberi alti e accoglienti. Prendemmo alloggio in alcune stanze di un alberghetto a due piani che si affacciava sulle nobili alture. Non c’era acqua corrente; ci rifornivamo attingendo a un pozzo nelle vicinanze. Il tempo estivo era ideale, con giornate calde e notti fresche. ! Ci recammo in pellegrinaggio all’antico tempio di Srinagar dedicato a Swami Shankara. Contemplando l’eremitaggio sulla vetta della montagna, che si stagliava arditamente contro il cielo, caddi in una trance estatica. Apparve la visione di un edificio in cima a una collina, in un Paese lontano. Il maestoso ashram di Shankara di fronte a me si tramutò nella costruzione in cui, anni dopo, avrei stabilito la sede centrale della SelfRealization Fellowship in America. Quando visitai Los Angeles per la prima volta e vidi il grande edificio sulla sommità di Mount Washington, lo riconobbi immediatamente dalle visioni che avevo avuto molto tempo prima, in Kashmir e altrove. ! Qualche giorno a Srinagar, per poi dirigerci verso Gulmarg (“sentieri di montagna fioriti”), a circa 1800 metri d’altitudine. Lì compii la mia prima cavalcata su un cavallo di grandi dimensioni. Rajendra montò un piccolo trottatore, il cui cuore era infiammato dall’ambizione della velocità. Ci avventurammo sul ripidissimo Khilanmarg; il sentiero si addentrava in una fitta foresta, in cui abbondavano i funghi sugli alberi e dove le piste, avvolte dalla nebbia, erano spesso precarie. Ciononostante, il cavallino di Rajendra non concesse un attimo di tregua al mio smisurato destriero, neppure nelle curve più rischiose. Sempre avanti, instancabile, avanzava il cavallo di Rajendra, incurante di tutto fuorché della gioia della competizione. ! La nostra strenua corsa fu ricompensata da uno scenario da mozzare il fiato. Per la prima volta in questa vita ammirai in tutte le direzioni le sublimi vette innevate dell’Himalaya, che si susseguivano, una fila dopo l’altra, come sagome di enormi orsi polari. I miei occhi si appagavano esultanti delle infinite distese di monti ghiacciati contro i cieli azzurri e assolati. ! Ruzzolai allegramente con i miei giovani compagni, tutti muniti di cappotto, sui candidi pendii scintillanti. Durante la discesa scorgemmo in lontananza un ampio tappeto di fiori gialli, che trasfigurava completamente le brulle colline. ! Le nostre escursioni successive ci condussero ai celebri “giardini del piacere” dell’imperatore Jehangir, a Shalimar e Nishat Bagh. L’antico palazzo di Nishat Bagh è costruito direttamente sopra una cascata naturale. Il corso del torrente, che precipita dalle 138

montagne, è stato regolato mediante ingegnosi dispositivi affinché l’acqua scorra sopra terrazze variopinte e sgorghi zampillando nelle fontane al centro di splendide aiuole. Il corso d’acqua, inoltre, entra in numerose stanze del palazzo, per poi riversarsi, come in una fantasmagoria, nel lago sottostante. Gli immensi giardini sono lussureggianti di colori: rose di una dozzina di tonalità diverse, bocche di leone, fiori di lavanda, viole del pensiero e papaveri. Una linea di recinzione verde smeraldo è formata da filari simmetrici di chinar,136 cipressi e ciliegi, oltre i quali si ergono le bianche austerità dell’Himalaya. ! L’uva del Kashmir è rinomata come una rara prelibatezza a Calcutta. Rajendra, che si era ripromesso un vero e proprio banchetto d’uva al suo arrivo in Kashmir, rimase deluso nel non trovarvi grandi vigneti. Ogni tanto lo prendevo in giro, burlandomi della sua aspettativa infondata. ! «Oh, mi sono rimpinzato d’uva al punto da non riuscire a camminare!» dicevo. «Gli acini invisibili stanno fermentando dentro di me!». In seguito venni a sapere che l’uva dolce si produce in abbondanza a Kabul, a occidente del Kashmir. Ci consolammo con del gelato a base di rabri (un latte altamente condensato) aromatizzato da pistacchi interi. ! Compimmo parecchie gite sulle shikara, o case galleggianti, ombreggiate da baldacchini con rossi ricami, lungo gli intricati rami del Lago Dal, una rete di canali simile a una ragnatela impregnata d’acqua. Qui i numerosi giardini galleggianti, improvvisati in modo rudimentale con tronchi e terra, lasciano stupefatti, tanto appare incongruo, a prima vista, che piante e meloni crescano nel bel mezzo di vasti specchi d’acqua. Di tanto in tanto si vede un contadino che, disdegnando di “mettere radici nel terreno”, traina il proprio appezzamento quadrato di “terra” verso un punto diverso del lago dalle molte diramazioni. ! In questa valle leggendaria si trova un compendio di tutte le bellezze della terra. La “Signora del Kashmir” è incoronata dai monti, inghirlandata dai laghi e calzata di fiori. Negli anni seguenti, dopo aver visitato molte lontane regioni, compresi perché il Kashmir viene spesso chiamato il luogo più spettacolare al mondo. Possiede alcune delle attrattive delle Alpi svizzere, di Loch Lomond in Scozia e dei preziosi laghi dell’Inghilterra. Un viaggiatore americano nel Kashmir trova molte somiglianze con l’aspra grandiosità dell’Alaska e del Pikes Peak, nei pressi di Denver. ! In un concorso di bellezza fra i paesaggi del mondo, io attribuirei il primo premio o allo splendido panorama di Xochimilco, in Messico, in cui montagne, cieli e pioppi si riflettono in miriadi di corsi d’acqua tra i pesci giocosi, o ai laghi simili a gioielli del Kashmir, custoditi come avvenenti fanciulle dalla severa sorveglianza dell’Himalaya. Questi due luoghi spiccano nei miei ricordi come i posti più incantevoli sulla terra. ! Rimasi profondamente impressionato, tuttavia, anche quando contemplai per la prima volta le meraviglie del Parco Nazionale di Yellowstone, del Grand Canyon nel Colorado e dell’Alaska. Il Parco di Yellowstone è forse l’unica regione in cui si possono vedere innumerevoli geyser spruzzare nell’aria alti getti di vapore, anno dopo anno, con puntuale regolarità. Le pozze dai colori dell’opale e dello zaffiro e le sorgenti d’acqua calda sulfurea, gli orsi e le creature selvatiche ci ricordano che qui la natura ha lasciato un saggio della sua creazione primordiale. Percorrendo in auto le strade del Wyoming per raggiungere il “Devil’s Paint Pot”, ribollente di fango caldo, con le sue sorgenti gorgoglianti, le fontane vaporose e i geyser zampillanti in tutte le direzioni, mi sentivo incline a dichiarare che a Yellowstone spetta un premio speciale per la sua unicità. ! Le antiche e maestose sequoie dello Yosemite, che innalzano le proprie enormi colonne verso il cielo insondabile, sono verdi cattedrali naturali progettate con divina perizia. Benché in Oriente vi siano cascate meravigliose, nessuna può competere con la torrenziale bellezza di quelle del Niagara, vicino alla frontiera con il Canada. Le Grotte del Mammut nel Kentucky e le Caverne di Carlsbad nel Nuovo Messico, con le loro 136

La varietà orientale di platano. 139

pittoresche formazioni simili a ghiaccio, sono luoghi fiabeschi di irresistibile fascino. Le loro lunghe stalattiti a spirale, che pendono dalle volte rupestri e si rispecchiano nelle acque sotterranee, lasciano intravedere altri mondi, vagheggiati dall’uomo nelle sue fantasie. ! La maggior parte degli indiani del Kashmir, famosi nel mondo per la loro bellezza, sono bianchi come gli europei e hanno lineamenti e struttura ossea simili a essi; molti di loro hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi. Vestiti con abiti occidentali, sembrano americani. Il freddo Himalaya protegge gli abitanti del Kashmir dal sole implacabile e preserva la loro carnagione chiara. Viaggiando verso le latitudini meridionali e tropicali dell’India si può constatare come, progressivamente, la popolazione abbia la carnagione sempre più scura. ! Dopo aver trascorso alcune gioiose settimane nel Kashmir, fui costretto a ritornare nel Bengala per il semestre autunnale all’Università di Serampore. Sri Yukteswar rimase a Srinagar, con Kanai e Auddy. Prima della mia partenza, il Maestro accennò al fatto che il suo corpo sarebbe stato sottoposto a sofferenze nel Kashmir. ! «Signore, siete il ritratto della salute» protestai. ! «Vi è perfino la possibilità che io lasci questa terra». ! «Guruji!». Caddi ai suoi piedi con un gesto implorante. «Vi prego, promettetemi che non lascerete il corpo ora. Sono del tutto impreparato a continuare a vivere senza di voi». ! Sri Yukteswar rimase in silenzio, ma mi sorrise con un’espressione così compassionevole che mi sentii rassicurato. A malincuore lo lasciai. ! «Maestro gravemente malato». Questo telegramma di Auddy mi giunse poco dopo il mio ritorno a Serampore. ! «Signore» telegrafai al mio guru, angosciato «vi chiesi di promettere di non lasciarmi. Vi prego, conservate il vostro corpo, altrimenti morirò anch’io». ! «Sia come tu desideri». Questa fu la risposta di Sri Yukteswar dal Kashmir. ! Qualche giorno dopo arrivò una lettera di Auddy, che mi informava che il Maestro si era ristabilito. Al suo ritorno a Serampore, due settimane dopo, rimasi addolorato nel constatare che il corpo del mio guru si era ridotto alla metà del suo peso abituale. ! Fortunatamente per i suoi discepoli, Sri Yukteswar bruciò molti dei loro peccati nel fuoco dell’altissima febbre da cui fu colto nel Kashmir. Il metodo metafisico di trasferimento fisico della malattia è noto agli yogi altamente progrediti. Un uomo forte può assistere un altro più debole aiutandolo a trasportare il suo pesante carico; un superuomo spirituale è in grado di ridurre al minimo i fardelli fisici o mentali dei propri discepoli, condividendo il karma delle loro azioni passate. Proprio come un uomo benestante rinuncia a parte del proprio denaro per saldare un ingente debito del suo figliol prodigo, che in tal modo viene salvato dalle tragiche conseguenze della propria follia, così un maestro sacrifica volontariamente parte del proprio patrimonio fisico per alleviare la sofferenza dei suoi discepoli.137 ! Avvalendosi di un metodo segreto, lo yogi unisce la propria mente e il proprio veicolo astrale a quelli di una persona sofferente; la malattia viene trasferita, totalmente o in parte, al corpo del santo. Avendo raccolto le messi di Dio nel campo fisico, un maestro non si preoccupa più di ciò che avviene a tale forma materiale. Benché egli possa acconsentire ad assumersi una determinata malattia al fine di alleviare gli altri, la sua mente non ne viene mai influenzata; egli si considera fortunato di poter fornire tale aiuto. ! Il devoto che ha raggiunto la salvezza definitiva nel Signore si rende conto che il suo corpo ha assolto completamente al proprio scopo; pertanto, egli può farne l’uso che ritiene più opportuno. La sua opera nel mondo è quella di alleviare le sofferenze dell’umanità, avvalendosi di mezzi spirituali o di consigli intellettuali, della forza di volontà o del trasferimento fisico delle malattie. Astraendosi nella supercoscienza ogni qual volta lo 137

A molti santi cristiani, fra i quali Therese Neumann (si veda p. 356), è ben noto il trasferimento metafisico della malattia. 140

desidera, un maestro può rimanere del tutto incurante della sofferenza fisica; talvolta egli sceglie di sopportare stoicamente il dolore del corpo per essere d’esempio ai discepoli. Assumendosi i mali altrui, uno yogi può adempiere per gli altri la legge karmica di causa ed effetto. Questa legge opera in modo meccanico o matematico; i suoi meccanismi possono essere manovrati scientificamente da uomini di divina saggezza. ! La legge spirituale non impone a un maestro di ammalarsi ogni volta che risana un’altra persona. Le guarigioni di solito avvengono grazie alla conoscenza da parte del santo di vari metodi di cura istantanea che non comportano alcun danno per il guaritore. In rare occasioni, tuttavia, un maestro che desidera accelerare in misura notevole l’evoluzione dei suoi discepoli può volontariamente trasformare, nel proprio corpo, buona parte del loro karma indesiderabile. ! Gesù si è offerto in sacrificio per riscattare i peccati di molti. Grazie ai suoi poteri divini,138 il suo corpo non avrebbe mai potuto essere soggetto alla morte per crocifissione, se egli non avesse collaborato volontariamente con la sottile legge cosmica di causa ed effetto. Egli assunse così su di sé le conseguenze del karma altrui, in particolare quello dei suoi discepoli. In tal modo, essi furono purificati al massimo grado e resi degni di accogliere la coscienza onnipresente che in seguito discese su di loro. ! Soltanto un maestro autorealizzato è in grado di infondere la propria forza vitale o di trasferire nel proprio corpo le malattie di altre persone. Un essere umano ordinario non può avvalersi di questo metodo yogico di cura, e non è neppure auspicabile che lo faccia, in quanto uno strumento fisico imperfetto costituisce un ostacolo alla meditazione su Dio. Le Scritture indù insegnano che il primo dovere dell’uomo è quello di mantenere in buone condizioni il proprio corpo, poiché, in caso contrario, la sua mente non sarà in grado di rimanere ferma in devota concentrazione. ! Una mente molto forte, tuttavia, può trascendere ogni difficoltà fisica e conseguire la realizzazione di Dio. Numerosi santi hanno ignorato la malattia e la loro ricerca del divino è stata coronata dal successo. San Francesco d’Assisi, pur essendo angustiato da gravi mali, guarì gli infermi e, persino, risuscitò i morti. ! Ho conosciuto un santo indiano il cui corpo, un tempo, era stato per metà piagato da ferite purulente. Il suo stato di diabetico era così grave che, in condizioni ordinarie, non riusciva a restare seduto per più di quindici minuti di seguito. La sua aspirazione spirituale, tuttavia, era incrollabile. «Signore» pregava «vuoi Tu venire nel mio tempio in rovina?». Esercitando un dominio continuo sulla volontà, il santo riuscì gradualmente a restare seduto ogni giorno nella posizione del loto per diciotto ore di seguito, assorto nella trance estatica. ! «Tre anni dopo» mi disse «scoprii la Luce Infinita che ardeva entro le mie sembianze distrutte. Esultando nel beato splendore, dimenticai il corpo. Più tardi mi accorsi che esso era stato risanato per Divina Misericordia». ! Un episodio storico di guarigione riguarda il re Baber (1483-1530), fondatore dell’impero mongolo in India. Suo figlio, il principe Humayun, era malato mortalmente. Il padre pregò con angosciata fermezza di essere colpito lui stesso dalla malattia affinché il figlio venisse risparmiato. Quando tutti i medici avevano ormai abbandonato ogni speranza, Humayun guarì. Immediatamente Baber si ammalò e morì della stessa malattia del figlio. Humayun succedette a Baber come imperatore dell’Indostan.

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Cristo disse, appena prima di essere portato via per essere crocefisso: «Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?» (Matteo 26,53-54). 141

! Molti immaginano che ogni maestro spirituale abbia, o debba avere, la salute e la forza di un Sandow.139 Una tale supposizione è infondata. Un corpo infermo non indica che un guru non sia in contatto con i poteri divini, così come il restare in buona salute per tutta la vita non è necessariamente segno d’illuminazione interiore. Lo stato del corpo fisico, in altre parole, non può legittimamente essere utilizzato come prova per un maestro. Le caratteristiche che lo contraddistinguono vanno ricercate nella sfera che gli è propria, ossia in quella spirituale. ! In Occidente, molti ricercatori dalle idee confuse ritengono, sbagliando, che un eloquente oratore o scrittore di metafisica debba essere un maestro. I rishi, tuttavia, hanno insegnato che il vero banco di prova di un maestro è la capacità di entrare a volontà nello stato di sospensione del respiro e di mantenere ininterrottamente il nirbikalpa samadhi.140 Solo mediante tali conquiste un essere umano può dimostrare di essere riuscito a “dominare” maya, ovvero l’Illusione Cosmica dualistica. Solo costui potrà dire dalle profondità della realizzazione: «Ekam sat: solo Uno esiste». ! «IVeda affermano che l’uomo ignorante, il quale si accontenta di compiere le più sottili distinzioni fra l’anima individuale e il Sé supremo, è esposto al pericolo» ha scritto Shankara, il grande monista. «Laddove vi è dualità dovuta all’ignoranza, si vedono tutte le cose distinte dal Sé. Quando ogni cosa è vista come Sé, allora non vi è neppure un atomo che sia altro dal Sé ... ! «Non appena è germogliata la conoscenza della Realtà, non possono esservi frutti delle azioni passate da esperire, data l’irrealtà del corpo, così come non può esservi sogno dopo il risveglio». ! Soltanto i grandi guru sono in grado di prendere su di sé il karma dei propri discepoli. Sri Yukteswar non avrebbe sofferto in Kashmir, se interiormente non avesse ricevuto dallo Spirito il permesso di aiutare i suoi discepoli in quello strano modo. Pochi santi furono mai dotati di una tale sensibile saggezza nell’eseguire gli ordini divini quanto lo fu il mio Maestro, in sintonia perfetta con Dio. ! Quando osai pronunciare qualche parola di compassione per il suo aspetto emaciato, il mio guru disse allegramente: ! «Ha i suoi aspetti positivi; ora riesco a indossare alcuni stretti ganji (camiciole da uomo) che non mettevo da anni!». ! Ascoltando la risata gioviale del Maestro, ricordai le parole di San Francesco di Sales: «Un santo triste è un triste santo!». !

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Eugen Sandow (1867-1925) è stato uno degli iniziatori della pratica sportiva del body building ed è spesso ritenuto “il padre del culturismo moderno”. (N.d.C.) 140

Si vedano nota 169 pag.164 capitolo 26 - La scienza del Kriya Yoga e nota 306 pag.272 capitolo 43 La resurrezione di Sri Yukteswar. 142

CAPITOLO: 22 !

Il cuore di un’immagine di pietra

! «Da fedele moglie indù, non vorrei lamentarmi di mio marito, ma non vedo l’ora che abbandoni la sua mentalità materialistica. Si diverte a deridere le immagini dei santi nella mia stanza di meditazione. Caro fratello, confido fermamente che tu possa aiutarlo. Lo farai?». ! Roma, la mia sorella maggiore, mi rivolse uno sguardo implorante. Mi ero recato per una breve visita nella sua casa di Calcutta, in Girish Vidyaratna Lane. La sua supplica mi commosse, poiché ella aveva esercitato una profonda influenza spirituale su di me nell’infanzia e aveva cercato amorevolmente di colmare il vuoto lasciato nella nostra cerchia familiare dalla morte di mia madre. ! «Amata sorella, certamente farò tutto ciò che posso». Sorrisi, ansioso di dissipare il velo di tristezza che si leggeva chiaramente sul suo volto, in contrasto con la sua espressione abituale, calma e gioiosa. ! Roma e io sedemmo per un po’ in silenziosa preghiera, invocando il consiglio divino. Un anno prima, mia sorella mi aveva chiesto di iniziarla al Kriya Yoga, nel quale stava compiendo notevoli progressi. ! Ebbi un’ispirazione. «Domani» dissi «ho in programma di andare al tempio di Dakshineswar. Ti prego, vieni con me e convinci tuo marito ad accompagnarci. Sento che, nelle vibrazioni di quel luogo sacro, la Madre Divina gli toccherà il cuore. Ma non rivelare qual è l’intento che ci proponiamo chiedendogli di venire». ! Mia sorella acconsentì, fiduciosa. Il mattino seguente, molto presto, fui lieto di trovare Roma e suo marito pronti per la gita. Mentre la nostra carrozza presa a nolo procedeva rumorosamente lungo l’Upper Circular Road in direzione di Dakshineswar, mio cognato, Satish Chandra Bose, si divertiva a farsi beffe dei guru spirituali del passato, del presente e del futuro. Notai che Roma piangeva in silenzio. ! La Chiesa d e l l a realizzazione del Sé di tutte le religioni a San Diego, in California. !

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(A SINISTRA ) Con le mie due sorelle, Roma (A SINISTRA) e Nalini. (A DESTRA ) Mia sorella Uma da bambina. !

«Sorella, coraggio!» sussurrai. «Non dare a tuo marito la soddisfazione di credere che prendiamo sul serio le sue derisioni». ! «Mukunda, come puoi ammirare degli indegni ciarlatani?» stava dicendo Satish. «Il solo aspetto dei sadhu è ripugnante. O sono magri come scheletri o empiamente grassi come elefanti!». ! Scoppiai in una sonora risata. La mia reazione gioviale cominciava a irritare Satish; si ritirò in un cupo silenzio. Quando la nostra carrozza fece il suo ingresso nei recinti di Dakshineswar, egli sogghignò sarcasticamente. ! «Questa escursione, suppongo, è un complotto per redimermi». ! Poiché mi voltai senza rispondere, egli mi agguantò per il braccio. «Giovane Signor Monaco» disse «non dimenticarti di prendere accordi con i responsabili del tempio perché predispongano il nostro pasto di mezzogiorno». ! «Ora vado a meditare. Non preoccuparti del pranzo» risposi seccamente. «La Madre Divina provvederà». ! «Non confido che la Madre Divina faccia la benché minima cosa per me, ma sappi che ti ritengo responsabile del mio pasto». I toni di Satish erano minacciosi. ! Proseguii da solo verso la sala con le colonne che si trova di fronte al grande tempio di Kali, ovvero Madre Natura. Dopo aver individuato un luogo ombreggiato accanto a uno dei pilastri, assunsi la posizione del loto. Benché non fossero ancora le sette del mattino, ben presto il sole sarebbe stato opprimente. ! Il mondo andò scomparendo, man mano che entravo in devota estasi. La mia mente era concentrata sulla Dea Kali, la cui immagine a Dakshineswar era stata oggetto di speciale adorazione da parte del grande maestro Sri Ramakrishna Paramhansa. In risposta alle sue accorate suppliche, l’immagine di pietra di quello stesso tempio aveva spesso assunto forma vivente e aveva conversato con lui. ! «Madre silente dal cuore di pietra» pregavo «Tu ti riempisti di vita all’invocazione del Tuo amato devoto Ramakrishna; perché non presti ascolto ai lamenti di quest’altro Tuo figlio, che si strugge per Te?». ! Il mio ardore crebbe all’infinito, accompagnato da una pace divina. Quando, tuttavia, furono trascorse cinque ore senza che la Dea che stavo visualizzando interiormente desse 144

alcuna risposta, mi sentii piuttosto scoraggiato. Talvolta il ritardo nell’esaudire una preghiera è una prova divina. Al devoto che persevera, tuttavia, Dio si manifesta infine in qualsiasi forma a lui cara. Il fervente cristiano vedrà Gesù, l’indù contemplerà Krishna o la Dea Kali, oppure una Luce che si espande, se la sua venerazione assume una forma impersonale. ! Con riluttanza aprii gli occhi e vidi che le porte del tempio venivano chiuse a chiave da un sacerdote, com’era consuetudine a mezzogiorno. Mi alzai dal luogo appartato dove ero rimasto seduto, sotto il colonnato della sala, e mossi il primo passo nel cortile. Il pavimento di pietra scottava sotto il sole di mezzogiorno; i piedi nudi mi bruciavano dolorosamente. ! «Madre Divina» protestai silenziosamente «non sei venuta a me nella visione e ora resti celata nel tempio dietro le porte chiuse. Oggi desideravo rivolgerTi una preghiera speciale per mio cognato». ! La mia supplica interiore fu esaudita all’istante. Anzitutto, una piacevole ondata di frescura mi scese lungo la schiena e sotto i piedi, dissolvendo ogni disagio. Poi, con mio sommo stupore, il tempio venne ingrandito a dismisura. La sua imponente porta si aprì lentamente, rivelando la statua di pietra della Dea Kali. A poco a poco essa si tramutò in una forma vivente che, sorridendo, fece un cenno di saluto con il capo, colmandomi di gioia indescrivibile. Come a opera di una mistica siringa, il respiro mi venne estratto dai polmoni; il mio corpo divenne molto quieto, anche se non inerte. ! Seguì un’estatica espansione della coscienza. Riuscivo a vedere distintamente per molti chilometri al di là del fiume Gange alla mia sinistra e oltre il tempio, in tutta l’area di Dakshineswar. I muri di tutti gli edifici rilucevano in trasparenza; attraverso di essi scorgevo le persone camminare avanti e indietro, a grande distanza. ! Benché il respiro fosse sospeso e il corpo in uno stato peculiare di quiete, potevo muovere liberamente le mani e i piedi. Per parecchi minuti sperimentai cosa accadeva chiudendo e aprendo gli occhi: in entrambi i casi vedevo distintamente il panorama di Dakshineswar nella sua totalità. ! La vista spirituale, in modo simile ai raggi x, penetra in tutta la materia; l’occhio divino è centro ovunque, circonferenza inesistente. Ancora una volta mi resi conto, lì in piedi in quel cortile assolato, che quando l’uomo cessa di essere un figliol prodigo di Dio, assorbito in un mondo fisico che, in effetti, è soltanto un sogno, privo di fondamento come una bolla, egli eredita di nuovo i suoi regni eterni. Se la tendenza a evadere è un bisogno dell’uomo, imprigionato nella propria personalità ristretta, quale evasione può mai essere paragonata alla maestà dell’onnipresenza? ! Nella mia sacra esperienza a Dakshineswar gli unici oggetti straordinariamente ingranditi furono il tempio e la forma della Dea. Tutto il resto appariva di dimensioni normali, benché ogni cosa fosse avvolta da un alone di luce calda, con sfumature bianche, blu e dei colori pastello dell’iride. Il mio corpo sembrava fatto di sostanza eterea, pronto a levitare. Pienamente consapevole degli oggetti materiali circostanti, mi guardai attorno e feci alcuni passi senza che ciò disturbasse la continuità della meravigliosa visione. ! Dietro le mura del tempio scorsi a un tratto mio cognato, seduto sotto le fronde spinose di un sacro albero di bel. Senza alcuno sforzo riuscivo a discernere il corso dei suoi pensieri. Sebbene sotto il sacro influsso di Dakshineswar la sua mente si fosse elevata, essa racchiudeva ancora alcune scortesi considerazioni sul mio conto. Mi rivolsi direttamente all’aggraziata forma della Dea. ! «Madre Divina» pregai «non vuoi Tu trasformare spiritualmente il marito di mia sorella?». ! La meravigliosa immagine, muta fino a quel momento, finalmente parlò: «Il tuo desiderio è esaudito!».

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! Colmo di gioia, guardai Satish. Come se egli avvertisse d’istinto che era all’opera un qualche potere spirituale, si alzò, risentito, dal luogo dove era seduto sul pavimento. Lo vidi correre dietro al tempio; mi si avvicinò agitando il pugno. ! La visione a tutto tondo scomparve. Non riuscivo più a vedere la Dea gloriosa; l’enorme tempio fu riportato alle dimensioni ordinarie, perdendo la sua trasparenza. Di nuovo il mio corpo fu oppresso dagli implacabili raggi del sole. Con un balzo cercai rifugio all’ombra del colonnato, dove Satish m’inseguì rabbiosamente. Guardai il mio orologio. Era l’una; la visione divina era durata un’ora. ! «Razza di stupido!» sbottò mio cognato. «Sei rimasto seduto laggiù, con le gambe e con gli occhi incrociati, per sei ore. Sono andato avanti e indietro guardandoti. Dov’è il mio pranzo? Ormai il tempio è chiuso; non ti sei preoccupato di comunicare la nostra presenza ai responsabili e così siamo costretti a saltare il pasto!». ! L’esaltazione che avevo avvertito alla presenza della Dea era ancora vibrante nel mio cuore. Mi sentii imbaldanzito al punto da esclamare: «La Madre Divina ci nutrirà!». ! Satish era fuori di sé dalla collera. «Una volta per tutte» gridò «vorrei proprio vedere la tua Madre Divina porgerci del cibo qui, senza alcun accordo preliminare!». ! Aveva appena terminato di pronunciare queste parole che un sacerdote del tempio attraversò il cortile e ci raggiunse. ! «Figliolo» disse rivolgendosi a me «ho osservato il tuo volto risplendere serenamente per ore durante la meditazione. Ho visto arrivare la vostra comitiva stamattina e ho sentito il desiderio di mettere da parte del cibo abbondante per il vostro pranzo. Sebbene sia contro le regole del tempio servire da mangiare a chi non lo richiede in anticipo, ho fatto un’eccezione per voi». ! Lo ringraziai e fissai Satish dritto negli occhi. Egli arrossì per l’emozione, abbassando lo sguardo in silenzioso pentimento. Quando ci venne servito un lauto pasto, che comprendeva anche frutti di mango fuori stagione, notai che l’appetito di mio cognato scarseggiava. Egli era sconcertato, profondamente immerso nell’oceano del pensiero. Durante il viaggio di ritorno a Calcutta, Satish, con espressione raddolcita, mi lanciava di tanto in tanto sguardi supplici. Egli, tuttavia, non aveva più pronunciato nemmeno una parola dal momento in cui era comparso il sacerdote per invitarci a pranzo, come in risposta diretta alla sua sfida. ! Il pomeriggio seguente andai a trovare mia sorella a casa. Ella mi accolse calorosamente. ! «Caro fratello» esclamò «che miracolo! Ieri sera mio marito ha pianto senza ritegno davanti a me. ! «“Amatadevi,”141 mi ha detto “sono felice oltre ogni dire che il piano di tuo fratello per portarmi sulla retta via abbia compiuto una trasformazione. Voglio espiare tutto il male che ti ho fatto. Da stanotte in poi useremo la nostra ampia camera da letto solo come luogo di preghiera; la tua stanzetta della meditazione diventerà la stanza in cui dormiremo. Sono sinceramente dispiaciuto di aver deriso tuo fratello. Per punirmi del modo vergognoso in cui mi sono comportato, non rivolgerò più la parola a Mukunda finché non avrò compiuto dei progressi lungo il cammino spirituale. Intensamente cercherò la Madre Divina, d’ora in poi; un giorno, ne sono certo, La troverò!”». ! Alcuni anni dopo, andai a far visita a mio cognato a Delhi. Con grandissima gioia constatai che era notevolmente progredito verso l’autorealizzazione ed era stato benedetto dalla visione della Madre Divina. Durante il mio soggiorno presso di lui, mi accorsi che Satish, segretamente, trascorreva la maggior parte della notte in divina meditazione, benché soffrisse di una grave malattia e fosse impegnato in ufficio per tutta la giornata.

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Dea. 146

! Mi sovvenne il pensiero che a mio cognato non restasse ancora molto tempo da vivere. Roma doveva aver letto nella mia mente. ! «Caro fratello» disse «io sto bene e mio marito è malato. Tuttavia, voglio che tu sappia che, da devota moglie indù, sarò io la prima a morire.142 Non manca molto, ormai, al mio trapasso». ! Sebbene colto alla sprovvista dalle sue inquietanti parole, mi sentii trafiggere dalla loro cruda verità. Ero in America quando mia sorella morì, all’incirca un anno dopo la sua predizione. In seguito Bishnu, il mio fratello più giovane, mi raccontò i particolari. ! «Roma e Satish erano a Calcutta» mi disse Bishnu. «Quella mattina ella si adornò della sua veste nuziale. ! «“Come mai questo abito speciale?” chiese Satish. ! «“Questo è l’ultimo giorno in cui ti rendo servizio sulla terra” rispose Roma. Poco dopo, ebbe un attacco cardiaco. Al figlio che correva a chiamare soccorso, ella disse: ! «“Figlio, non lasciarmi. Non serve; me ne sarò andata prima che il dottore riesca ad arrivare”. Dieci minuti dopo, cingendo i piedi del marito in segno di riverenza, Roma lasciò il corpo consapevolmente, nella gioia e senza sofferenza. ! «Satish divenne alquanto solitario dopo la morte della moglie» continuò Bishnu. «Un giorno guardavamo insieme una grande foto di Roma sorridente. ! «“Perché sorridi?” esclamò Satish d’un tratto, come se la moglie fosse presente. “Pensi di esser stata brava a riuscire ad andartene per prima, vero? Ti dimostrerò che non potrai rimanere a lungo lontana da me; presto ti raggiungerò”. ! «Benché all’epoca Satish si fosse del tutto ristabilito dalla sua malattia e godesse di ottima salute, egli morì, senza causa apparente, poco tempo dopo aver fatto quella strana osservazione dinanzi alla fotografia». ! Così, profeticamente, compirono il loro trapasso la mia amatissima sorella maggiore Roma e suo marito Satish, colui che, a Dakshineswar, si era trasformato da comune uomo del mondo in santo silenzioso. !

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La moglie indù crede sia un segno di elevazione spirituale morire prima del marito, in quanto prova del fedele servizio a lui prestato, o del suo “morire sulla breccia”. 147

CAPITOLO: 23 !

Mi laureo

! «Non sai nulla di ciò che ti è stato assegnato da studiare nel manuale di filosofia. Senza dubbio stai facendo affidamento su un’“intuizione” che non richieda sforzi per superare gli esami. Ma se non ti applicherai con maggiore diligenza allo studio, farò sì che tu venga bocciato in questo corso». ! Il professor D.C. Ghoshal dell’Università di Serampore mi stava parlando con severità. Se non fossi riuscito a superare l’ultima prova scritta in classe, non sarei stato ammesso a sostenere gli esami finali. Questi ultimi venivano predisposti dalla facoltà dell’Università di Calcutta, che comprende tra le sue sedi affiliate anche quella di Serampore. Nelle università indiane gli studenti respinti in una sola materia nelle prove finali devono sostenere di nuovo tutti gli esami l’anno seguente. ! I miei docenti all’Università di Serampore di solito mi trattavano con benevolenza, non priva di una certa divertita tolleranza. «Mukunda è un po’ troppo ubriaco di religione». Etichettandomi così, mi risparmiavano con tatto l’imbarazzo di rispondere alle interrogazioni in classe; contavano sulle prove scritte finali per eliminarmi dall’elenco dei candidati alla laurea. Il giudizio che circolava su di me fra i miei compagni era espresso nel soprannome che mi avevano dato: “Monaco matto”. ! Ricorsi a un ingegnoso espediente per vanificare la minaccia del professor Ghoshal di bocciarmi in filosofia. Quando i risultati delle prove finali stavano per essere pubblicati, chiesi a un compagno di classe di accompagnarmi nello studio del professore. ! «Vieni con me, voglio avere un testimone» gli dissi. «Sarò alquanto deluso se non sarò riuscito a farla in barba al professore». ! Il professor Ghoshal scosse la testa quando gli chiesi che valutazione avesse dato al mio elaborato. ! «Non sei fra coloro che hanno superato l’esame» disse trionfante. Si mise a rovistare in una gran pila di fogli sulla sua scrivania. «Il tuo compito non c’è neppure; sei bocciato, in ogni caso, per non esserti presentato all’esame». ! Ridacchiai fra me. «Signore, io c’ero. Posso dare io stesso un’occhiata al mucchio di carte?». ! Il professore, imbarazzato, mi diede il permesso; subito trovai il mio foglio, in cui avevo omesso, volutamente, qualsiasi segno d’identificazione, a eccezione del mio numero di matricola. Non essendo stato messo in guardia dalla “bandiera rossa” del mio nome, il docente aveva assegnato un voto elevato alle mie risposte, benché non fossero abbellite dalle citazioni tratte dal libro di testo.143 ! Accortosi, ormai, del mio trucco, tuonò: «È solo fortuna sfacciata!». Aggiunse poi, speranzoso: «Di certo sarai bocciato agli esami di laurea!». ! Per le prove nelle altre materie fui aiutato a prepararmi, in particolare, dal mio caro amico e cugino Prabhas Chandra Ghose,144 figlio di mio zio Sarada. Superai a fatica ma con successo – con i voti minimi richiesti – tutte le prove finali. ! Dopo quattro anni di università ero ammesso a sostenere gli esami di laurea. Nutrivo comunque ben poche speranze di potermi avvalere di quel privilegio. Le prove finali dell’Università di Serampore erano un gioco da ragazzi rispetto agli esami, assai ardui, 143

Devo rendere giustizia al professor Ghoshal ammettendo che la tensione nel nostro rapporto non era da addebitare ad alcuna colpa da parte sua, ma unicamente alle mie assenze dalle lezioni e alla mia distrazione quando invece ero presente. Il professor Ghoshal era, ed è, un oratore eccezionale con una vastissima cultura filosofica. Negli anni seguenti raggiungemmo una cordiale comprensione reciproca. 144

Mio cugino e io abbiamo lo stesso cognome, Ghosh, ma Prabhas è solito traslitterare il suo in inglese come Ghose e, pertanto, mi adeguo qui alla versione ortografica da lui scelta. 148

previsti dall’Università di Calcutta per conseguire la laurea. Le mie visite quasi quotidiane a Sri Yukteswar mi avevano lasciato poco tempo per frequentare le aule universitarie, dove era la mia presenza, più che la mia assenza, a suscitare esclamazioni di stupore da parte dei miei compagni di studi! ! Ero solito inforcare ogni giorno la mia bicicletta alle nove e trenta del mattino. In una mano recavo un’offerta per il guru: qualche fiore colto nel giardino della pensione Panthi dove alloggiavo. Accogliendomi affabilmente, il Maestro mi invitava a pranzo. Invariabilmente accettavo con entusiasmo, lieto di poter bandire il pensiero dell’università per quel giorno. Dopo aver trascorso alcune ore con Sri Yukteswar, ascoltando l’incomparabile flusso della sua saggezza o collaborando alle diverse mansioni dell’ashram, con riluttanza mi congedavo, in genere attorno alla mezzanotte, per fare ritorno alla Panthi. Talvolta restavo tutta la notte con il mio guru, così felicemente assorto nella sua conversazione da non notare quasi quando il buio si mutava nell’alba. ! Una notte, all’incirca alle undici, mentre mi accingevo a infilarmi le scarpe 145 in vista della pedalata fino alla pensione, il Maestro m’interrogò con gravità. ! «Quando cominciano gli esami di laurea?». ! «Fra cinque giorni, signore». ! «Spero che tu sia pronto ad affrontarli». ! Allarmato, rimasi con una scarpa a mezz’aria. «Signore» protestai «sapete bene che ho trascorso i miei giorni insieme a voi, più che con i professori. Come posso inscenare una farsa, presentandomi a quegli esami finali così difficili?». ! Gli occhi di Sri Yukteswar erano fissi nei miei, penetranti. «Devi presentarti». Il suo tono era freddamente perentorio. «Non dobbiamo dare motivo a tuo padre e agli altri familiari di criticare la tua preferenza per la vita dell’ashram. Promettimi soltanto che sarai presente agli esami; rispondi come meglio puoi». ! Lacrime incontrollabili mi rigavano il viso. Avevo la sensazione che l’ordine del Maestro fosse irragionevole e che il suo interesse fosse, quanto meno, tardivo. ! «Mi presenterò, se lo desiderate» dissi fra i singhiozzi. «Ma non resta il tempo per un’adeguata preparazione». Sottovoce mormorai: «Riempirò i fogli con i vostri insegnamenti, in risposta alle domande!». ! Quando entrai nell’ashram al mio solito orario, il giorno seguente, presentai il mio mazzetto di fiori con una certa afflitta solennità. Sri Yukteswar rise della mia aria abbattuta. ! «Mukunda, il Signore ti ha mai abbandonato, in un esame o in qualsiasi altra occasione?». ! «No, signore» risposi calorosamente. Fui invaso da un’ondata vivificante di grati ricordi. ! «Non la pigrizia, ma l’ardente fervore per Dio, ti ha impedito di perseguire onorevoli risultati negli studi» disse il mio guru benevolmente. Dopo un silenzio egli citò:146 «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». ! Per l’ennesima volta, sentii i pesi che gravavano su di me alleviarsi alla presenza del Maestro. Terminata la nostra colazione, egli mi suggerì di ritornare alla Panthi. ! «Il tuo amico, Romesh Chandra Dutt, alloggia ancora nella tua stessa pensione?». ! «Sì, signore». ! «Mettiti in contatto con lui; il Signore lo ispirerà ad aiutarti negli esami». ! «Va bene, signore, ma Romesh è straordinariamente occupato. È lo studente modello della nostra classe e segue un corso di studi più impegnativo degli altri». ! Il Maestro non diede peso alle mie obiezioni. «Romesh troverà il tempo per te. Ora va’». 145

I discepoli si tolgono sempre le scarpe in un ashram indiano.

146

Matteo 6,33. 149

! In bicicletta ritornai alla Panthi. La prima persona che incontrai fu proprio lo studioso Romesh. Come se le sue giornate fossero del tutto libere da impegni, egli acconsentì premurosamente alla mia esitante richiesta. ! «Ma certo, sono al tuo servizio». Trascorse molte ore di quel pomeriggio e dei giorni successivi dandomi ripetizioni in varie materie. ! «Credo che molte domande di letteratura inglese verteranno sul viaggio di Childe Harold» mi disse. «Dobbiamo procurarci subito un atlante». ! Corsi a casa di mio zio Sarada e presi a prestito un atlante. Romesh segnò sulla cartina dell’Europa i luoghi visitati dal romantico viaggiatore byroniano. ! Alcuni compagni di studi si erano radunati attorno a noi per ascoltare le spiegazioni. «Romesh ti sta dando dei consigli sbagliati» commentò uno di loro alla fine di una sessione. «Di solito soltanto il cinquanta percento delle domande riguarda le opere; l’altra metà riguarderà la vita degli autori». ! Quando, il giorno seguente, mi sedetti per sostenere l’esame di letteratura inglese, bastò un primo sguardo alle domande per farmi versare lacrime di gratitudine, che scesero bagnando il foglio. L’assistente si avvicinò al mio banco e si informò, gentilmente, sulle ragioni del mio pianto. ! «Il mio guru aveva predetto che Romesh mi avrebbe aiutato» spiegai. «Guarda: le stesse domande che Romesh mi ha dettato sono scritte qui nel testo d’esame! Fortunatamente per me, quest’anno sono poche le domande relative agli autori inglesi, le cui vite, per quanto mi riguarda, sono avvolte in un profondo mistero». ! La pensione era in subbuglio, quando vi feci ritorno. I ragazzi che avevano deriso il metodo adottato da Romesh nel darmi ripetizioni mi guardavano ora con riverenza, quasi assordandomi con le loro congratulazioni. Durante la settimana degli esami trascorsi parecchie ore con Romesh, il quale formulava le domande che, secondo lui, era probabile venissero poste dai professori. Giorno dopo giorno, le domande di Romesh apparvero quasi nell’identica forma sui testi d’esame. ! All’università circolava ovunque la notizia che qualcosa di simile a un miracolo stava avvenendo e che il successo sembrava probabile per lo svagato “Monaco matto”. Non tentai minimamente di nascondere i fatti. I professori locali non avevano alcun potere di modificare le domande, che erano state predisposte dall’Università di Calcutta. ! Ripensando all’esame di letteratura inglese, una mattina, mi resi conto di aver commesso un grave errore. Una serie di domande era stata divisa in due parti, A o B e C o D. Invece di rispondere a una domanda per ciascuna delle due parti, sbadatamente avevo risposto a entrambe le domande del primo gruppo, tralasciando completamente quelle del secondo. Il miglior voto cui potevo aspirare in quella prova era trentatré, tre punti in meno del voto minimo richiesto, trentasei. Corsi dal Maestro e gli confidai i miei guai. ! «Signore, ho commesso un imperdonabile errore. Non merito le divine benedizioni ricevute attraverso Romesh; ne sono assolutamente indegno». ! «Coraggio, Mukunda». Il tono di Sri Yukteswar era leggero e spensierato. Egli indicò l’azzurra volta del cielo. «Vi sono più possibilità che il sole e la luna si scambino di posto nello spazio, piuttosto che tu non riesca a laurearti!». ! Lasciai l’ashram in uno stato d’animo più tranquillo, benché sembrasse matematicamente inconcepibile che io potessi superare gli esami. Guardai una o due volte, con apprensione, il cielo; il Signore del Giorno sembrava saldamente ancorato alla sua orbita abituale! ! Quando giunsi alla Panthi, udii di sfuggita l’osservazione di un compagno di studi: «Ho appena saputo che quest’anno, per la prima volta, il voto minimo richiesto per superare l’esame di letteratura inglese è stato abbassato». ! Entrai nella stanza del ragazzo con una tale precipitazione che questi sollevò lo sguardo allarmato. Lo interrogai ansiosamente. 150

! «Monaco dai lunghi capelli» disse ridendo «come mai questo improvviso interesse per le questioni scolastiche? Come mai ti agiti in extremis? È vero, comunque, che il voto minimo appena stato abbassato a trentatré punti». ! Pochi balzi di gioia mi riportarono in camera mia, dove caddi in ginocchio e lodai la perfezione matematica del mio Padre Divino. ! Ogni giorno ero galvanizzato dalla consapevolezza di una presenza spirituale che, come sentivo chiaramente, mi guidava per mezzo di Romesh. Un episodio significativo si verificò in relazione all’esame di bengali. Romesh, con il quale avevamo approfondito poco quella materia, mi richiamò una mattina, mentre stavo uscendo dalla pensione per recarmi agli esami. ! «C’è Romesh che ti chiama» mi disse un compagno, con aria impaziente. «Non tornare indietro, arriveremo tardi all’esame». ! Senza prestare ascolto al suo consiglio, rientrai di corsa. ! «L’esame di bengali di solito viene superato facilmente dai nostri ragazzi bengalesi» mi disse Romesh. «Ho appena avuto sentore che quest’anno, però, i professori si apprestino a tartassare gli studenti ponendo domande sulla nostra letteratura antica». Il mio amico mi espose quindi in breve due racconti tratti dalla vita di Vidyasagar, un celebre filantropo. ! Ringraziai Romesh e corsi in bicicletta fino all’università. La prova d’esame in bengali risultò constare di due parti. La prima consegna era: «Scrivete due esempi di atti di altruismo di Vidyasagar». Mentre trasferivo sulla carta l’erudizione di recente acquisita, mormorai qualche parola di ringraziamento per aver prestato ascolto ai richiami dell’ultimo momento di Romesh. Se non avessi saputo nulla delle opere buone compiute da Vidyasagar a favore dell’umanità (incluso, da ultimo, me stesso) non avrei potuto superare l’esame di bengali. Venendo bocciato in una materia, sarei stato costretto a ripetere di nuovo tutti gli esami l’anno seguente. È comprensibile che aborrissi una tale prospettiva. ! La seconda traccia indicata sul foglio era la seguente: «Scrivete un saggio in bengali sulla vita dell’uomo che, più di ogni altro, vi ha ispirato». Caro lettore, è superfluo che io dica quale uomo scelsi per il mio tema. Mentre riempivo pagine e pagine di lodi del mio guru, sorrisi nell’accorgermi che la predizione che avevo mormorato a denti stretti si stava avverando: «Riempirò le pagine dei vostri insegnamenti!». ! Non avevo ritenuto necessario interpellare Romesh riguardo al mio corso di filosofia. Confidando nella mia lunga formazione sotto la guida di Sri Yukteswar, trascurai tranquillamente le spiegazioni del libro di testo. Il voto più alto che ricevetti, fra tutte le prove scritte, fu proprio in filosofia. Il punteggio in tutte le altre materie fu appena sufficiente a superare l’esame. ! Sono lieto di poter dire che il mio altruista amico Romesh ottenne la laurea cum laude. ! Mio padre fu prodigo di sorrisi per il conseguimento della mia laurea. «Non pensavo che ce l’avresti fatta, Mukunda» confessò. «Trascorri così tanto tempo con il tuo guru!». Il Maestro, in effetti, aveva colto perfettamente la tacita critica di mio padre. ! Per anni avevo dubitato di riuscire a vedere, un giorno, il mio nome accompagnato dal titolo di “dottore”. Raramente uso tale titolo senza riflettere sul fatto che fu un dono divino, che mi venne conferito per ragioni in parte oscure. Ogni tanto mi capita di udire persone laureate osservare che, dopo il termine degli studi, è rimasto loro ben poco del cumulo di conoscenze apprese in modo nozionistico. Tale ammissione mi consola un poco delle mie indubbie carenze accademiche. ! Il giorno in cui ricevetti la laurea dall’Università di Calcutta mi inginocchiai ai piedi del mio guru e lo ringraziai di tutte le benedizioni che dalla sua vita fluivano nella mia. ! «Alzati, Mukunda» mi disse con indulgenza. «Il Signore, semplicemente, ha ritenuto più comodo far sì che ti laureassi, piuttosto che cambiare il corso del sole e della luna!». 151

CAPITOLO: 24 !

Divento monaco dell’Ordine degli swami

! «Maestro, mio padre desiderava molto che io accettassi un posto di responsabilità nelle Ferrovie Bengala-Nagpur, ma ho rifiutato definitivamente». Aggiunsi, pieno di speranza: «Signore, non volete fare di me un monaco dell’Ordine degli swami?». Rivolsi al mio guru uno sguardo implorante. Negli anni precedenti, al fine di mettere alla prova la profondità della mia determinazione, egli si era sempre rifiutato di esaudire questa stessa richiesta. Quel giorno, invece, sorrise benevolmente. ! «Benissimo; domani ti inizierò alla vita monastica degli swami». Proseguì poi pacatamente: «Sono felice che tu abbia perseverato nel desiderio di essere monaco. Lahiri Mahasaya diceva spesso: “Se non inviti Dio a essere tuo Ospite d’estate, Egli non verrà a te nell’inverno della tua vita”». ! «Caro Maestro, mai avrei potuto vacillare nel mio proposito di entrare a far parte dell’Ordine degli swami, come voi stesso, riverito Guru». Gli sorrisi con immenso affetto. ! «Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato, invece, si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie».147 Avevo analizzato la vita di molti miei amici che, dopo aver seguito una certa disciplina spirituale, si erano poi sposati. Lanciati nel mare delle responsabilità terrene, avevano dimenticato il loro proposito di meditare profondamente. ! Assegnare a Dio un posto secondario nella vita era inconcepibile per me. Benché sia il solo Padrone del cosmo, che in silenzio ci elargisce i Suoi doni di vita in vita, vi è una sola cosa che Egli non possiede e che ogni cuore umano ha il potere di negare o di concedere: l’amore dell’uomo. Il Creatore, nel darsi l’infinita pena di avvolgere nel mistero la Sua presenza in ogni atomo della creazione, non avrebbe potuto avere che un solo motivo: il delicato desiderio che gli esseri umani Lo cerchino soltanto di propria spontanea volontà. Con quale guanto vellutato d’immensa umiltà Egli ha ricoperto la ferrea mano dell’onnipotenza! ! Il giorno successivo fu uno dei più memorabili della mia vita. Era un giovedì soleggiato, ricordo, del luglio del 1914, qualche settimana dopo la mia laurea. Nella balconata interna del suo ashram di Serampore, il Maestro intinse una pezza nuova di seta bianca nella tinta ocra, il colore tradizionale dell’Ordine degli swami. Dopo che la stoffa si fu asciugata, il mio guru me la avvolse attorno al corpo come veste del rinunciante. ! «Un giorno andrai in Occidente, dove si preferisce la seta» disse. «Come simbolo ho scelto per te questa stoffa di seta anziché il cotone, usato abitualmente». ! In India, dove i monaci abbracciano l’ideale della povertà, è inusuale vedere uno swami vestito di seta. Molti yogi, tuttavia, indossano abiti di seta, tessuto che preserva alcune sottili correnti corporee meglio del cotone. ! «Sono contrario alle cerimonie» osservò Sri Yukteswar. «Farò di te uno swami nella maniera bidwat (non cerimoniale)». ! La bibidisa, ossia l’iniziazione elaborata alla vita da swami, comprende una cerimonia del fuoco, durante la quale vengono compiuti riti funebri simbolici. Il corpo fisico del discepolo è rappresentato come morto, cremato nella fiamma della saggezza. Al nuovo swami viene quindi dato un sacro mantra, come ad esempio: «Questo atma è

147

i Corinzi 7,32-33. 152

Brahma»,148«Tu sei Quello» oppure «Io sono Lui». Sri Yukteswar, tuttavia, nel suo amore per la semplicità, si astenne da tutti i riti formali e si limitò a chiedermi di scegliere un nuovo nome. ! «Ti concederò il privilegio di sceglierlo tu stesso» disse sorridendo. ! «Yogananda» risposi, dopo un momento di riflessione. Il nome significa, letteralmente, “Beatitudine (ananda) attraverso l’unione divina (yoga)”. ! «Così sia. Rinunciando al tuo nome d’origine, Mukunda Lal Ghosh, d’ora in poi sarai chiamato Yogananda del ramo Giri dell’Ordine degli swami». ! Quando m’inginocchiai dinanzi a Sri Yukteswar e, per la prima volta, lo udii pronunciare il mio nuovo nome, il mio cuore fu inondato di gratitudine. Con quanto amore e infaticabile impegno egli aveva operato, affinché il ragazzo Mukunda fosse un giorno trasformato nel monaco Yogananda! Con gioia cantai alcuni versi dal lungo inno in sanscrito di Shankara: ! «Non mente, non intelletto, non ego né sentimento; ! non cielo, non terra né metalli io sono. ! Sono Lui, sono Lui, Beato Spirito, io sono Lui! ! Non nascita, non morte né casta io ho; ! padre e madre io non ho. ! Sono Lui, sono Lui, Beato Spirito, io sono Lui! ! Oltre i voli della fantasia, senza forma io sono ! e permeo le membra di tutti gli esseri; ! non temo catene; sono libero, per sempre libero. ! Sono Lui, sono Lui, Beato Spirito, io sono Lui!». ! Ogni swami appartiene all’antico ordine monastico che fu organizzato nella sua forma attuale da Shankara.149 Trattandosi di un ordine formale, composto da una linea ininterrotta di venerabili rappresentanti che operano attivamente come guide spirituali, nessuno può attribuire a se stesso il titolo di swami. Si può ricevere legittimamente tale titolo soltanto da un altro swami; tutti i monaci, pertanto, fanno risalire la propria discendenza spirituale a un unico guru comune, Shankara. Per i voti di povertà, castità e obbedienza al maestro spirituale, molti ordini monastici cattolici assomigliano all’Ordine degli swami. ! Oltre al proprio nuovo nome, che termina di solito in ananda, lo swami assume un titolo che indica la sua appartenenza formale a una delle dieci suddivisioni dell’Ordine degli swami. Fra questi dasanami, o dieci appellativi, vi è il Giri (montagna), al quale appartiene Sri Yukteswar e, di conseguenza, anch’io. Fra gli altri rami figurano: Sagar (mare), Bharati (terra), Aranya (foresta), Puri (territorio), Tirtha (luogo di pellegrinaggio) e Saraswati (saggezza della natura). ! Il nuovo nome ricevuto da uno swami, pertanto, ha un duplice significato e indica il raggiungimento della suprema beatitudine (ananda) attraverso un determinato stato o qualità divini – amore, saggezza, devozione, servizio, yoga – e attraverso l’armonia con la natura, espressa nella sua infinita vastità di oceani, montagne e cieli. 148

Letteralmente, “Quest’anima è Spirito”. Lo Spirito Supremo, l’Increato, è totalmente incondizionato (neti, neti, non questo, non quello), ma nel Vedanta viene indicato anche come Sat-Chit-Ananda, ossia EsistenzaIntelligenza-Beatitudine. 149

Chiamato a volte Shankaracharya. Acharya significa “insegnante religioso”. L’epoca in cui visse Shankara è al centro, come di consueto, di dispute fra gli studiosi. Alcune testimonianze indicano che l’impareggiabile monista visse dal 510 al 478 a.C. Alcuni storici occidentali lo collocano alla fine dell’ottavo secolo d.C. I lettori interessati alla celebre esposizione di Shankara dei Brahma Sutra troveranno un’attenta traduzione in inglese nell’opera di Paul Deussen intitolata System of the Vedanta (Chicago, Open Court Publishing Company, 1912). Alcuni brani tratti dai suoi scritti si trovano in Selected Works of Sri Shankaracharya (Natesan & Co., Madras). 153

! L’ideale del servizio altruistico all’umanità intera e della rinuncia a legami e ambizioni personali induce la maggior parte degli swami a impegnarsi attivamente in attività umanitarie ed educative in India o, talvolta, in Paesi stranieri. Libero da qualsiasi pregiudizio di casta, credo religioso, classe, colore, sesso o razza, lo swami segue i precetti della fratellanza umana. La meta alla quale aspira è l’unità assoluta con lo Spirito. Permeando il proprio stato di coscienza, sia nella veglia che nel sonno, del pensiero «Io sono Lui», egli si muove contento nel mondo, senza tuttavia essere del mondo. Solo in tal modo può giustificare il proprio titolo di swami: colui che cerca di raggiungere l’unione con Swa, ossia il Sé. È superfluo aggiungere che non tutti gli swami dotati formalmente di questo titolo riescono in pari misura a raggiungere la loro meta sublime. ! Sri Yukteswar era sia swami che yogi. Uno swami, ossia un monaco in virtù della sua appartenenza ufficiale all’antico ordine, non sempre è anche uno yogi. Chiunque pratichi una tecnica scientifica di contatto con Dio è uno yogi; può trattarsi di una persona coniugata o celibe, laica o che abbia assunto formali vincoli religiosi. Uno swami potrebbe anche, verosimilmente, seguire soltanto il cammino dell’arido raziocinio, della fredda rinuncia; uno yogi, invece, si impegna in una specifica procedura, mediante la quale, gradualmente, il corpo e la psiche vengono disciplinati e la mente è liberata. Senza dare nulla per acquisito per ragioni meramente emotive o per fede, lo yogi pratica una serie di esercizi attentamente sperimentati, che furono schematizzati inizialmente dagli antichi rishi. Lo yoga ha prodotto, in ogni epoca dell’India, esseri umani divenuti veramente liberi, autentici yogi cristici. ! Come qualsiasi altra scienza, lo yoga si confà a persone di ogni epoca e latitudine. La teoria sostenuta da alcuni scrittori ignoranti, secondo la quale lo yoga sarebbe “inadatto agli occidentali”, è totalmente falsa e, malauguratamente, ha impedito a molti sinceri ricercatori spirituali di beneficiare delle sue molteplici benedizioni. Lo yoga è un metodo per frenare la naturale turbolenza dei pensieri, che impediscono imparzialmente a tutti gli esseri umani, di qualsiasi Paese, di comprendere che la loro vera natura è Spirito. Lo yoga, alla stessa stregua della luce equa e risanatrice del sole, non conosce barriere fra Oriente e Occidente. Finché l’essere umano sarà dotato di una mente percorsa da pensieri inquieti, vi sarà bisogno universalmente dello yoga, ossia di controllo. ! IL SIGNORE NEL SUO ASPETT O DI SHIVA !

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Shiva non è un personaggio storico come Krishna, bensì il nome attribuito a Dio nell’ultimo aspetto della Sua triplice natura (Creatore-Preservatore-Distruttore). Shiva, l’Annientatore di maya o illusione, è rappresentato simbolicamente nelle Scritture come il Signore dei rinuncianti, il Re degli yogi. Nell’arte indù è sempre raffigurato con la luna nuova tra i capelli e con una ghirlanda di serpenti dal cappuccio, antico emblema del superamento del male e della perfetta saggezza. Sulla Sua fronte è aperto l’occhio “singolo” dell’onniscienza. ! L’antico rishi Patanjali definisce lo yoga come «il controllo delle fluttuazioni della sostanza mentale».150 Le sue sintetiche e magistrali enunciazioni, gli Yoga Sutra, formano uno dei sei sistemi della filosofia induista.151A differenza delle filosofie occidentali, tutti e sei i sistemi induisti integrano non soltanto insegnamenti teorici ma anche pratici. Oltre a ogni concepibile ricerca ontologica, i sei sistemi formulano sei discipline ben definite, volte a eliminare permanentemente la sofferenza e a raggiungere l’eterna beatitudine. ! Il filo conduttore che accomuna tutti e sei i sistemi è l’affermazione che la vera libertà è impossibile per l’uomo, senza la conoscenza della Realtà ultima. Nelle Upanishad, risalenti a epoca successiva, si sostiene che, fra i sei sistemi, quello degli Yoga Sutra contiene i metodi più efficaci per raggiungere la percezione diretta della verità. Praticando le tecniche dello yoga, l’essere umano si lascia definitivamente alle spalle le aride sfere della speculazione e raggiunge, per esperienza diretta, la cognizione dell’autentica Essenza. ! Il sistema dello Yoga, quale è stato formulato da Patanjali, è noto come l’Ottuplice sentiero. I primi due passi, (1) yama e (2) niyama, richiedono l’adesione a dieci norme morali, suddivise, rispettivamente, in astensioni e osservanze: l’astenersi dal recare danno agli altri, dalla menzogna, dal furto, dall’intemperanza, dal ricevere doni (poiché ciò comporta l’assunzione di obblighi); la purezza del cuore e della mente, la contentezza, l’autodisciplina, lo studio e la devozione a Dio. ! Gli stadi successivi sono: (3) asana (corretta postura): la colonna vertebrale deve essere mantenuta dritta e il corpo fermo in una posizione comoda per la meditazione; (4) pranayama (controllo del prana, le sottili correnti vitali ); (5) pratyahara (ritiro dei sensi dagli oggetti esterni). ! Gli ultimi stadi sono forme di yoga vero e proprio: (6) dharana (concentrazione), focalizzare la mente su un solo pensiero; (7) dhyana (meditazione) e (8) samadhi (percezione supercosciente). Questo è l’Ottuplice sentiero dello Yoga,152 che conduce il praticante alla meta finale di Kaivalya (l’Assoluto), termine che può essere descritto in modo più comprensibile come “consapevolezza della Verità oltre ogni comprensione intellettuale”.

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«Chitta vritti nirodha», Yoga Sutra i,2. L’epoca in cui visse Patanjali è ignota, benché alcuni studiosi la situino nel secondo secolo a.C. Su ogni argomento i rishi scrissero trattati con così grande perspicacia da rendere inalterata nel tempo la loro validità; con grande costernazione degli storici, tuttavia, i saggi non si sono affatto preoccupati di porre nelle loro opere letterarie né date né tracce della propria personalità. Essi sapevano che le loro vite avevano un’importanza solo temporanea, come lampi di una grande Vita infinita, e che la verità è senza tempo, impossibile quindi da sottoporre a un brevetto o a un attestato di proprietà privata. 151

 I sei sistemi ortodossi (saddarsana) sono: Sankhya, Yoga, Vedanta, Mimamsa, Nyaya e Vaisesika. I lettori inclini a uno studio approfondito apprezzeranno le sottigliezze e l’ampiezza di vedute di queste antiche formulazioni, esposte in sintesi in lingua inglese in History of Indian Philosophy, Vol. I, del prof. Surendranath DasGupta (Cambridge University Press, 1922). 152

Da non confondersi con il “Nobile ottuplice sentiero” del Buddismo, una guida per la condotta dell’uomo nella vita, che comprende: (1) retti ideali, (2) retta intenzione, (3) retta parola, (4) retta azione, (5) retta sussistenza, (6) retto sforzo, (7) retta memoria (del Sé), (8) retta realizzazione (samadhi). 155

! «Quale dei due è più grande?» ci si può chiedere. «Uno swami o uno yogi?». Se e quando viene raggiunta l’unità finale con Dio, le distinzioni fra i vari sentieri svaniscono. La Bhagavad Gita, tuttavia, indica che i metodi dello yoga sono onnicomprensivi. Le sue tecniche non sono rivolte soltanto ad alcuni tipi di persone e temperamenti, ovvero ai pochi inclini alla vita monastica; lo yoga non richiede alcuna affiliazione formale. Poiché la scienza yogica soddisfa un’esigenza universale, essa ha già di per sé un’applicabilità universale. ! Un vero yogi può rimanere nel mondo, compiendo coscienziosamente il proprio dovere; ivi egli è come il burro sull’acqua e non come il latte facilmente diluibile dell’umanità indisciplinata, che non si addensa. ! Adempiere alle proprie responsabilità terrene è, infatti, il sentiero più elevato, a condizione che lo yogi, restando esente da ogni coinvolgimento mentale in desideri egoistici, svolga la propria parte come volenteroso strumento di Dio. ! Vi sono molte grandi anime, al giorno d’oggi, che vivono in corpi americani, europei o di altre nazionalità non indù e che, pur non avendo mai udito le parole yogi e swami, incarnano in modo esemplare tali termini. Per il servizio disinteressato che prestano all’umanità, per la loro capacità di dominare le passioni e i pensieri, per l’amore esclusivo che nutrono per Dio o, ancora, per la loro grande capacità di concentrazione, essi sono, in un certo senso, degli yogi; si sono proposti la finalità dello yoga, ossia l’autocontrollo. Queste persone potrebbero elevarsi ad altezze ancora superiori se venissero istruite nella specifica scienza dello yoga, che consente di orientare in modo più consapevole la propria mente e la propria vita. ! Lo yoga è stato frainteso, con superficialità, da alcuni autori occidentali, sebbene i suoi detrattori non l’abbiano mai praticato. Fra i numerosi riconoscimenti seri e approfonditi tributati allo yoga va ricordato, in particolare, quello di. C.G. Jung, il famoso psicologo svizzero. ! «Quando un metodo religioso si qualifica come “scientifico”, può essere certo di avere un pubblico in Occidente. Lo yoga soddisfa tale aspettativa» scrive Jung.153 «Prescindendo dall’attrattiva della novità e dal fascino che esercita ciò che si comprende solo in parte, vi sono buone ragioni perché lo yoga abbia molti seguaci. Esso offre la possibilità di esperienze controllabili e risponde con ciò all’esigenza scientifica dei “fatti”; inoltre, in ragione della sua vastità e profondità, della sua età venerabile, della sua dottrina e del suo metodo, che abbracciano ogni fase della vita, esso prospetta opportunità impensate. ! «Ogni pratica religiosa o filosofica implica una disciplina psicologica, ovvero un metodo di igiene mentale. Le molteplici procedure, prettamente fisiche, dello Yoga154 comportano anche un’igiene fisiologica, superiore ai consueti esercizi di ginnastica e di respirazione giacché non è puramente meccanica e scientifica, ma anche filosofica; nell’esercitare le parti del corpo, lo yoga le integra con la totalità dello spirito, come risulta evidente, ad esempio, negli esercizi di pranayama, in cui il prana è sia il respiro che le dinamiche universali del cosmo. ! «Quando ciò che l’individuo sta facendo è anche un evento cosmico, l’effetto che si sperimenta nel corpo (l’innervazione) si congiunge all’emozione dello spirito (l’idea universale); a seguito di ciò, si sviluppa un’unità vivente che non può essere prodotta da alcuna tecnica, quantunque scientifica. La pratica dello yoga è impensabile e risulterebbe

153

Jung partecipò all’Indian Science Congress nel 1937 e ricevette una laurea ad honorem dall’Università di Calcutta. 154

Jung allude qui all’Hatha Yoga, branca specializzata che comprende posizioni e tecniche fisiche per la salute e la longevità. Benché l’Hatha Yoga sia utile e produca spettacolari risultati sul piano fisico, questo ramo dello yoga è poco utilizzato dagli yogi che aspirano alla liberazione spirituale. 156

inefficace senza i concetti sui quali lo yoga si basa. Esso integra la dimensione corporea e quella spirituale in modo straordinariamente completo. ! «In Oriente, dove queste idee e queste pratiche sono sorte e si sono evolute, e dove un’ininterrotta tradizione millenaria ha creato i necessari fondamenti spirituali, lo yoga è – non ho alcuna difficoltà a crederlo – il metodo perfetto e più efficace per fondere insieme il corpo e la mente, in modo che essi formino un’unità indiscutibile. Tale unità crea una disposizione psicologica che rende possibili intuizioni che trascendono la coscienza». ! Per l’Occidente si sta effettivamente avvicinando il giorno in cui la scienza interiore dell’autocontrollo verrà considerata altrettanto necessaria del dominio esteriore sulla natura. Questa nuova Era Atomica vedrà la mente umana divenire più assennata ed espandersi grazie alla verità, ormai inconfutabile sul piano scientifico, che la materia è, in realtà, un concentrato di energia. Le forze più sottili della mente umana possono e devono liberare energie più grandi di quelle contenute all’interno di pietre e metalli, se si vuole evitare che il gigante atomico materiale, cui è stato dato recentemente libero sfogo, trascini il mondo in una dissennata distruzione.155 !

155

Platone, narrando la storia di Atlantide nel Timeo, afferma che i suoi abitanti avevano raggiunto conoscenze scientifiche di grado assai avanzato. Si ipotizza che il continente perduto sia scomparso attorno al 9500 a.C a causa di un cataclisma naturale; alcuni scrittori metafisici, tuttavia, ritengono che gli abitanti di Atlantide siano stati distrutti per aver utilizzato impropriamente l’energia atomica. Di recente, due autori francesi hanno compilato una Bibliografia di Atlantide, in cui sono elencati oltre millesettecento riferimenti storici e di altro tipo. 157

CAPITOLO: 25 !

Mio fratello Ananta e mia sorella Nalini

! «Ananta non può vivere, la sabbia del suo karma, per questa vita, è ormai esaurita». ! Queste parole inesorabili raggiunsero la mia consapevolezza interiore mentre sedevo, un mattino, in profonda meditazione. Poco tempo dopo essere entrato nell’Ordine degli swami, mi recai in visita al mio paese natio, Gorakhpur, ospite di mio fratello maggiore Ananta. Un’improvvisa malattia lo costrinse a letto; lo curai amorevolmente. ! Quella solenne sentenza interiore mi colmò di dolore. Sentii che non potevo tollerare di rimanere più a lungo a Gorakhpur, solo per assistere alla scomparsa di mio fratello sotto il mio sguardo impotente. Fra le critiche prive di comprensione dei miei familiari, lasciai l’India con la prima nave disponibile. Essa navigò lungo la Birmania e nel Mare della Cina, diretta in Giappone. Sbarcai a Kobe, dove trascorsi solo qualche giorno. Il mio cuore era troppo gonfio di tristezza per poter fare del turismo. ! Nel viaggio di ritorno verso l’India, la nave fece scalo a Shangai. Lì il dottor Misra, medico di bordo, mi guidò in numerosi negozi di curiosità locali, in cui scelsi vari regali per Sri Yukteswar, la mia famiglia e gli amici. Per Ananta acquistai un grande pezzo di bambù intagliato. Non appena il commerciante cinese mi porse il souvenir di bambù, lo lasciai cadere a terra con un grido: «L’ho comprato per il mio caro fratello morto!». ! Mi aveva sopraffatto la chiara consapevolezza che la sua anima, proprio in quel momento, veniva liberata nell’Infinito. Il souvenir, simbolicamente, si spaccò nella caduta; fra i singhiozzi, scrissi sulla superficie di bambù: «Per il mio amato Ananta, ormai defunto». ! Il mio accompagnatore, il dottore, rimase a osservare questi comportamenti con un sorriso beffardo. ! «Risparmiatevi le lacrime» osservò. «Perché spargerle ancor prima di essere certo che sia morto?». ! Quando la nostra nave giunse a Calcutta, il dottor Misra mi era di nuovo accanto. Il mio fratello più giovane, Bishnu, era venuto ad accogliermi sulla banchina. ! «So che Ananta ha lasciato questa vita» dissi a Bishnu, prima che egli avesse il tempo di parlare. «Ti prego, dimmi, e dillo anche al dottore che è qui, quando è morto Ananta». ! Bishnu disse la data, che era proprio il giorno in cui avevo acquistato i souvenir a Shangai. ! «Guarda un po’!» esclamò il dottor Misra. «Mi raccomando, non lasciate trapelare una sola parola di tutto questo! I professori, altrimenti, aggiungeranno un altro anno di studio sulla telepatia mentale al corso di medicina, che è già sufficientemente lungo!». ! Mio padre mi abbracciò con calore quando entrai nella nostra casa di Gurpar Road. «Sei venuto» mi disse teneramente. Due grandi lacrime gli scesero dagli occhi. Solitamente poco espansivo, non mi aveva mai dimostrato tali segni di affetto. Esteriormente era un padre serio e solenne, ma interiormente possedeva il cuore tenero di una madre. In tutti i suoi rapporti con la famiglia, il suo duplice ruolo di genitore si manifestava chiaramente. ! Poco tempo dopo la morte di Ananta, la mia sorella più giovane, Nalini, ormai sulla soglia della morte, fu riportata in vita per guarigione divina. Prima di raccontare questo episodio, mi soffermerò su alcune fasi precedenti della sua vita. ! Nell’infanzia, i rapporti fra Nalini e me non erano stati dei più felici. Io ero molto magro, lei lo era ancor di più. Per un motivo inconscio o un “complesso” che gli psichiatri non avranno difficoltà a individuare, spesso prendevo in giro mia sorella per il suo aspetto cadaverico. Lei mi rispondeva per le rime, con quella cruda schiettezza tipica della prima 158

gioventù. A volte interveniva nostra madre, ponendo fine ai bisticci infantili, almeno temporaneamente, con uno schiaffetto sul mio orecchio, poiché ero il fratello maggiore. ! Il tempo passò; Nalini fu promessa in sposa a un giovane medico di Calcutta, Panchanon Bose. Egli ricevette una dote generosa da mio padre, presumibilmente (come feci notare a mia sorella) per compensare il futuro sposo del triste destino di unirsi a una pertica da fagioli con sembianze umane. ! Elaborati riti nuziali furono celebrati a tempo debito. La sera delle nozze mi unii al gruppo di familiari, numeroso e gioviale, nel soggiorno della nostra casa di Calcutta. Il novello sposo era appoggiato a un immenso cuscino di broccato d’oro, con Nalini al suo fianco. Un sontuoso sari156 di seta color porpora non riusciva, ahimè, a nascondere del tutto la sua angolosità. Andai a ripararmi dietro al cuscino del mio nuovo cognato e gli sorrisi in modo amichevole. Egli non aveva mai visto Nalini fino al giorno della cerimonia nuziale, quando seppe infine ciò che gli era capitato in sorte nella lotteria matrimoniale. ! Sentendo la mia comprensione, il dottor Bose indicò con discrezione Nalini e mi sussurrò all’orecchio: «Dimmi un po’, che cos’è mai questo?». ! «Diamine, dottore!» risposi. «È uno scheletro per le vostre osservazioni!». ! Contorcendoci dalle risate, mio cognato e io riuscimmo a stento a mantenere il dovuto decoro dinanzi ai nostri familiari riuniti. ! Col passare degli anni, il dottor Bose si conquistò le simpatie della nostra famiglia, che ricorreva invariabilmente a lui in caso di malattia. Divenimmo intimi amici e spesso scherzavamo insieme, di solito prendendo di mira Nalini. ! «È una curiosità dal punto di vista medico» mi riferì un giorno mio cognato. «Ho provato di tutto con la tua magra sorella: olio di fegato di merluzzo, burro, malto, miele, pesce, carne, uova, tonici, ma non riesce ad allargarsi neppure di un millimetro». Ridacchiammo entrambi. ! Qualche giorno dopo mi recai in visita a casa dei Bose. La mia commissione richiedeva solo pochi minuti. Stavo già andandomene, pensando di essere passato inosservato da Nalini, quando, giunto alla porta d’ingresso, udii la sua voce, cordiale ma imperiosa. ! «Fratello, vieni qui. Non mi sfuggirai questa volta. Voglio parlarti». ! Salii le scale fino alla sua stanza. Con mia grande sorpresa, ella era in lacrime. ! «Caro fratello» disse «sotterriamo la vecchia ascia di guerra. Vedo che i tuoi passi sono saldamente avviati lungo il cammino spirituale. Voglio diventare in tutto simile a te». Aggiunse poi, fiduciosa: «Sei di aspetto robusto, ora; puoi aiutarmi? Mio marito non si accosta a me e io lo amo così intensamente! Ma ancor più desidero progredire nella divina realizzazione, anche a costo di rimanere magra157 e priva di attrattiva». ! Il mio cuore fu profondamente toccato dalla sua supplica. La nostra nuova amicizia progredì costantemente; un giorno mi chiese di diventare mia discepola. ! «Istruiscimi in qualsiasi modo. Confido in Dio e non nei tonici». Prese una bracciata di medicine e le versò nel canale di gronda. ! Per mettere alla prova la sua fede, le chiesi di escludere del tutto dalla sua dieta il pesce, la carne e le uova. ! Dopo parecchi mesi, nei quali Nalini aveva osservato rigorosamente le varie regole che le avevo imposto e, nonostante le numerose difficoltà, si era attenuta al regime vegetariano, andai a trovarla.

156 157

 L’abito delle donne indiane, drappeggiato leggiadramente.

Poiché la maggior parte delle persone in India è magra, una ragionevole prosperosità viene considerata assai desiderabile. 159

! «Cara sorella, hai seguito coscienziosamente le prescrizioni spirituali; la tua ricompensa è vicina». Le sorrisi maliziosamente. «Quanto vuoi ingrassare: vuoi essere pingue come nostra zia, che da anni non riesce a vedersi i piedi?». ! «No! Ma ambirei molto a essere robusta come lo sei tu». ! Risposi solennemente. «Per grazia di Dio, così come ho sempre detto la verità, anche ciò che dico ora è vero.158 Per divina benedizione, il tuo corpo cambierà fin da oggi. Fra un mese peserà quanto il mio». ! Queste parole, sgorgatemi dal cuore, si avverarono. In trenta giorni il peso di Nalini era pari al mio. La sua nuova floridezza la rese avvenente; suo maritò si innamorò profondamente di lei. Il loro matrimonio, iniziato in modo così infausto, si rivelò idealmente felice. ! Al mio ritorno dal Giappone, appresi che durante la mia assenza Nalini era stata colpita dalla febbre tifoidea. Mi precipitai a casa sua e rimasi sgomento nel trovarla ridotta a un mero scheletro. Era in coma. ! «Prima che la sua mente venisse annebbiata dalla malattia» mi raccontò mio cognato «diceva spesso: “Se mio fratello Mukunda fosse qui, non mi troverei in questo stato!”». Egli aggiunse poi, disperato: «Gli altri medici non vedono speranze e neppure io. Dopo la sua prolungata lotta con la febbre tifoidea, ora è sopravvenuta la dissenteria emorragica». ! Cominciai a smuovere cielo e terra con le mie preghiere. Assunta un’infermiera anglo-indiana che mi diede la sua piena collaborazione, applicai a mia sorella varie tecniche yogiche di guarigione. La diarrea emorragica scomparve. ! Il dottor Bose, tuttavia, scuoteva mestamente la testa. «Semplicemente, non le è rimasto più sangue da perdere». ! «Guarirà» replicai con fermezza. «Fra sette giorni la febbre sarà scomparsa». ! Una settimana dopo mi commossi nel vedere Nalini aprire gli occhi e fissarmi con affetto, riconoscendomi. Da quel giorno la sua guarigione fu rapida. Benché avesse riacquistato il suo peso abituale, le rimase un triste postumo della sua malattia quasi fatale: aveva le gambe paralizzate. Secondo specialisti indiani e inglesi era condannata a una zoppia permanente. ! L’incessante battaglia per salvarle la vita che avevo ingaggiato attraverso la preghiera aveva esaurito le mie forze. Andai a Serampore a chiedere aiuto a Sri Yukteswar. I suoi occhi espressero una profonda compassione quando gli raccontai dello stato in cui versava Nalini. ! «Le gambe di tua sorella torneranno normali entro un mese». Aggiunse: «Falle indossare, a contatto con la pelle, una fascia con una perla da due carati non perforata, trattenuta da un fermaglio». ! Mi prostrai ai suoi piedi con gioioso sollievo. ! «Signore, voi siete un maestro, la vostra parola di guarigione è sufficiente. Ma, se insistete, le procurerò immediatamente una perla». ! Il mio guru annuì. «Sì, fallo». Egli proseguì quindi descrivendo le caratteristiche fisiche e mentali di Nalini, che non aveva mai visto. ! «Signore» domandai «questa è un’analisi astrologica? Non conoscete né la data né l’ora della sua nascita». ! Sri Yukteswar sorrise. «Vi è un’astrologia più profonda, che non dipende dalla testimonianza dei calendari e degli orologi. Ogni essere umano è parte del Creatore, o Uomo Cosmico; ha sia un corpo celeste che un corpo terreno. Gli occhi umani vedono la forma fisica, ma l’occhio interiore penetra più in profondità, fino al piano universale di cui ogni essere umano costituisce una parte integrante e individuale». 158

Le Scritture indù affermano che coloro che dicono abitualmente la verità acquisiranno il potere di materializzare le proprie parole. Qualsiasi comando pronunceranno dal cuore si realizzerà nella vita. 160

! Ritornai a Calcutta e acquistai una perla per Nalini. Un mese più tardi, le sue gambe paralizzate erano completamente guarite. ! Mia sorella mi chiese di esprimere la sua sentita gratitudine al mio guru. Egli ascoltò il suo messaggio in silenzio ma, mentre mi congedavo, fece un commento pregnante. ! «A tua sorella molti medici hanno detto che non potrà mai avere figli. Assicurale che fra qualche anno darà alla luce due figlie». ! Alcuni anni dopo Nalini, con sua grande gioia, ebbe una bambina, seguita, a pochi anni di distanza, da un’altra. ! «Il tuo maestro ha benedetto la nostra casa e tutta la nostra famiglia» disse mia sorella. «La presenza di un tale uomo santifica l’India intera. Caro fratello, ti prego di dire a Sri Yukteswarji che, per tuo tramite, mi considero umilmente uno dei suoi discepoli del Kriya Yoga». !

161

CAPITOLO: 26 !

La scienza del Kriya Yoga

! «La Scienza del Kriya Yoga, cui si fa riferimento così di frequente in queste pagine, divenne ampiamente nota in India in epoca moderna a opera di Lahiri Mahasaya, il guru del mio guru. La radice sanscrita di Kriya è kri: “fare, agire, reagire”; la stessa radice si trova nella parola karma, il principio naturale di causa ed effetto. Il Kriya Yoga, pertanto, è “l’unione (yoga) con l’Infinito attraverso una determinata azione o rito”. Lo yogi che segue fedelmente tale tecnica viene gradualmente liberato dal karma, la catena universale di causalità. ! Per rispetto di alcuni antichi precetti yogici, non posso fornire una spiegazione completa del Kriya Yoga nelle pagine di un libro destinato a un vasto pubblico. La tecnica vera e propria deve essere appresa da un Kriyaban o Kriya Yogi; in questa sede ci si dovrà limitare a cenni generali. ! Il Kriya Yoga è un semplice metodo psico-fisiologico mediante il quale il sangue umano viene depurato dall’anidride carbonica e ricaricato di ossigeno. Gli atomi di questo ossigeno supplementare vengono trasformati in corrente vitale per rigenerare il cervello e i centri spinali.159 Bloccando l’accumulo di sangue venoso, lo yogi è in grado di ridurre o prevenire la degenerazione dei tessuti; gli yogi progrediti tramutano le proprie cellule in pura energia. Elia, Gesù, Kabir e altri profeti del passato furono maestri nell’uso del Kriya o di una tecnica simile, grazie alla quale riuscivano volontariamente a smaterializzare il proprio corpo. ! Il Kriya è una scienza antica. Lahiri Mahasaya la ricevette dal proprio guru, Babaji, che riscoprì e chiarì la tecnica dopo che era andata perduta nelle Epoche Oscure. ! «IlKriya Yoga che, per tuo tramite, mi accingo a trasmettere al mondo in questo diciannovesimo secolo» disse Babaji a Lahiri Mahasaya «è la stessa scienza, rinata, che Krishna trasmise ad Arjuna millenni or sono e che in seguito fu nota a Patanjali e a Cristo, San Giovanni, San Paolo e altri discepoli». ! Il Kriya Yoga viene menzionato da Krishna, sommo profeta dell’India, in un versetto della Bhagavad Gita: «Offrendo il fiato dell’inspirazione nell’espirazione e il fiato dell’espirazione nell’inspirazione, lo yogi neutralizza entrambi questi respiri; egli libera così la forza vitale dal cuore e la pone sotto il proprio controllo».160 L’interpretazione è la seguente: «Lo yogi arresta il decadimento del corpo mediante un supplemento di forza vitale e arresta i mutamenti prodotti nel corpo dalla crescita mediante l’apan (corrente eliminatoria). In tal modo, acquietando il cuore, lo yogi neutralizza il decadimento e la crescita, imparando a controllare la forza vitale». ! Krishna riferisce inoltre161 che fu lui stesso, in una precedente incarnazione, a trasmettere lo yoga imperituro a un illuminato di epoca remota, Vivasvat, che lo passò a

159

Il noto scienziato George W. Crile di Cleveland spiegò durante il congresso del 1940 dell’American Association for the Advancement of Science gli esperimenti mediante i quali aveva dimostrato che tutti i tessuti del corpo sono elettricamente negativi, a eccezione del cervello e dei tessuti del sistema nervoso che restano elettricamente positivi in quanto assorbono ossigeno vivificante a un ritmo più rapido. 160

Bhagavad Gita iv,29.

161

Ibid. iv,1-2. 162

Manu, il grande legislatore.162 Questi, a sua volta, istruì Ikshwaku, capostipite della dinastia di guerrieri solari dell’India. Tramandato così dall’uno all’altro, lo yoga regale fu custodito dai rishi fino all’avvento delle epoche materialistiche.163 Fu allora che, a causa del segreto sacerdotale e dell’indifferenza degli uomini, la sacra conoscenza divenne via via inaccessibile. ! Il Kriya Yoga viene citato due volte dall’antico saggio Patanjali, il più autorevole esponente dello yoga, che scrisse: «Il Kriya Yoga consiste in disciplina fisica, controllo mentale e meditazione sull’Aum».164 Patanjali parla di Dio come del vero e proprio Suono Cosmico dell’Aum che si ode in stato di meditazione.165 L’Aum è il Verbo Creatore,166 il suono del Motore Vibratorio. Perfino i principianti nella pratica dello yoga iniziano ben presto a percepire interiormente il suono meraviglioso dell’Aum. Ricevendo questo beatifico incoraggiamento spirituale, il devoto è rassicurato di essere effettivamente in contatto con le sfere divine. ! Patanjali fa riferimento una seconda volta al controllo della forza vitale, o tecnica del Kriya: «La liberazione può essere raggiunta mediante quel pranayama che si consegue disgiungendo il corso dell’inspirazione e dell’espirazione».167 ! San Paolo conosceva il Kriya Yoga o una tecnica assai simile, mediante la quale era in grado di dirigere le correnti vitali verso i sensi o di ritrarle da essi. Ciò gli consentiva di affermare: «Com’è vero per la gloria che di noi ho in Cristo, io muoio ogni giorno».168 Ritraendo ogni giorno la propria forza vitale corporea, egli la congiungeva mediante l’unione yogica con la gloria (eterna beatitudine) della coscienza cristica. In tale stato di felicità perfetta egli era consapevole di essere morto all’illusorio mondo dei sensi di maya. ! Negli stati iniziali di contatto con Dio (sabikalpa samadhi), la coscienza del devoto si fonde con lo Spirito Cosmico; la sua forza vitale si ritrae dal corpo, che appare come “morto”, ossia immobile e rigido. Lo yogi è pienamente consapevole della propria 162

L’autore dei Manava Dharma Shastra [o Leggi di Manu]. Questi istituti di diritto canonico consuetudinario sono tuttora in vigore in India. Lo studioso francese Louis Jacolliot afferma che l’epoca in cui visse Manu «si perde nella notte del periodo preistorico dell’India; nessuno studioso ha mai osato rifiutargli il titolo di più antico legislatore del mondo». In La Bible dans l’Inde, alle pagine 33-37, Jacolliot riporta riferimenti testuali paralleli per dimostrare che il Codice giustinianeo segue fedelmente le Leggi di Manu. 163

 L’inizio delle epoche materialistiche, secondo il calcolo delle Scritture indù, risale al 3102 a.C. È il principio dell’epoca discendente del Dwapara (si veda p. 167 e seguenti). Gli studiosi moderni, ritenendo avventatamente che diecimila anni fa l’intera umanità fosse sepolta in una barbara Età della pietra, liquidano sbrigativamente come “miti” tutte le testimonianze e le tradizioni delle antichissime civiltà dell’India, della Cina, dell’Egitto e di altri Paesi. 164

Sutra (Aforismi) di Patanjali ii,1. Nell’utilizzare il termine Kriya Yoga, Patanjali faceva riferimento o alla tecnica esatta insegnata da Babaji o a un’altra alquanto simile. Che si trattasse di una tecnica specifica di controllo vitale è dimostrato dall’aforisma ii,49 di Patanjali. 165

Ibid. i,27.

166

«In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio ... Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Giovanni 1,1-3). L’Aum (Om) dei Veda divenne la sacra parola Amin dei musulmani, l’Hum dei tibetani e l’Amen dei cristiani (il cui significato, in ebraico, è “sicuro, fedele”). «Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio» (Apocalisse 3,14). 167 168

Aforismi ii,49.

 i Corinzi 15,31. La traduzione corretta è: «La gloria che ho di noi», non quella che viene riportata di solito: «La gloria che ho di voi». San Paolo alludeva all’onnipresenza della coscienza cristica. [La traduzione del versetto in italiano corrisponde alla versione inglese citata dall’Autore; non è conforme alla versione ufficiale della C.E.I. N.d.C.] 163

condizione corporea di animazione sospesa. Progredendo fino a stati spirituali superiori (nirbikalpa samadhi), tuttavia, egli entra in comunione con Dio senza fissità del corpo e rimanendo nel proprio stato ordinario di veglia, persino durante lo svolgimento di difficili compiti terreni.169 ! «Il Kriya Yoga è uno strumento con il quale si può accelerare l’evoluzione umana» spiegava Sri Yukteswar ai suoi allievi. «Gli yogi dell’antichità avevano scoperto che il segreto della coscienza cosmica è intimamente collegato al dominio del respiro. Questo è il contributo peculiare e imperituro dell’India al patrimonio di conoscenze dell’umanità. La forza vitale, normalmente assorbita dalla funzione di alimentare la pompa cardiaca, deve essere liberata e destinata ad attività più elevate, grazie a un metodo per calmare e acquietare le incessanti esigenze del respiro». ! Il Kriya Yogi dirige mentalmente la propria energia vitale facendola ruotare, verso l’alto e verso il basso, attorno ai sei centri spinali (i plessi midollare, cervicale, dorsale, lombare, sacrale e coccigeo) che corrispondono ai dodici segni astrali dello Zodiaco, il simbolico Uomo Cosmico. Mezzo minuto di rivoluzione dell’energia attorno al sensibile midollo spinale dell’essere umano determina progressi sottili nella sua evoluzione; quel mezzo minuto di Kriya equivale a un anno di evoluzione spirituale naturale. ! Il sistema astrale dell’essere umano, che comprende sei costellazioni interiori (dodici a causa della polarità) che ruotano attorno al sole dell’occhio spirituale onnisciente, è interrelato con il sole fisico e con i dodici segni zodiacali. Tutti gli esseri umani sono dunque influenzati da un universo interiore e da uno esterno. Gli antichi rishi scoprirono che sia l’ambiente terreno sia quello celeste sospingono l’uomo, in cicli di dodici anni, lungo il suo percorso naturale. Le Scritture affermano che all’essere umano occorre un milione di anni di evoluzione normale, priva di infermità, per perfezionare sufficientemente il proprio cervello così da poter esprimere la coscienza cosmica. ! Mille Kriya praticati in otto ore danno allo yogi, in un solo giorno, l’equivalente di mille anni di evoluzione naturale: 365.000 anni di evoluzione in un anno. In tre anni, un Kriya Yogi può pertanto ottenere, con il proprio impegno intelligente, lo stesso risultato che la natura consente di raggiungere nell’arco di un milione di anni. La scorciatoia del Kriya, ovviamente, può essere presa soltanto da yogi profondamente evoluti. Con la guida di un guru, tali yogi hanno preparato accuratamente il corpo e il cervello ad accogliere la potenza generata da una pratica tanto intensa. ! Il principiante del Kriya esegue il suo esercizio yogico soltanto da quattordici a ventotto volte, due volte al giorno.170 Alcuni yogi raggiungono l’emancipazione in sei, dodici, ventiquattro o quarantotto anni. Lo yogi che muore prima di aver conseguito la piena realizzazione porta con sé il buon karma del suo precedente impegno nel Kriya; nella sua nuova vita egli sarà armoniosamente sospinto verso la sua Meta Infinita. ! Il corpo dell’uomo medio è come una lampadina da cinquanta watt, che non può reggere i miliardi di watt di potenza generati da una pratica eccessiva del Kriya. Attraverso l’incremento graduale e regolare dei metodi del Kriya, semplici e alla portata di tutti, il corpo umano viene trasformato a livello astrale, giorno dopo giorno, ed è infine idoneo a esprimere le infinite potenzialità dell’energia cosmica, la prima espressione dello Spirito attiva sul piano materiale. ! Il Kriya Yoga non ha nulla in comune con gli esercizi di respirazione non scientifici insegnati da molti fanatici disinformati. I loro tentativi di trattenere forzatamente il respiro nei polmoni non sono soltanto innaturali, ma anche decisamente sgradevoli. Il Kriya, 169

Kalpa significa “tempo” o “eone”. Sabikalpa significa “soggetto al tempo o al cambiamento”; resta un collegamento con prakriti, o materia. Nirbikalpa significa “eterno, immutabile”; è questo lo stato supremo del samadhi. 170

Di solito il principiante esegue quattordici Kriya due volte al giorno, per un totale di ventotto. (N.d.C.) 164

viceversa, è accompagnato fin dall’inizio da un grande senso di pace e da sensazioni calmanti che hanno un effetto rigenerante sulla spina dorsale. ! L’antica tecnica yogica converte il respiro in mente. Per effetto dell’evoluzione spirituale, si giunge a comprendere come il respiro sia un atto della mente: un respiro di sogno. ! Si potrebbero fornire numerosi esempi del rapporto matematico che esiste fra il ritmo respiratorio dell’essere umano e le variazioni dei suoi stati di coscienza. Una persona la cui attenzione è totalmente assorbita nel seguire un’argomentazione intellettuale assai intricata o nel tentare un’impresa fisica difficile e delicata, automaticamente respira con molta lentezza. La fissità dell’attenzione dipende da una respirazione lenta; respiri accelerati o irregolari si accompagnano, inevitabilmente, a stati emotivi dannosi come la paura, la concupiscenza, la rabbia. La scimmia irrequieta respira trentadue volte al minuto, a differenza dell’uomo, che respira in media diciotto volte. L’elefante, la tartaruga, il serpente e altri animali noti per la loro longevità hanno un ritmo respiratorio inferiore a quello umano. La tartaruga, ad esempio, che può raggiungere l’età di trecento anni,171 respira soltanto quattro volte al minuto. ! Gli effetti rigeneranti del sonno sono dovuti alla temporanea inconsapevolezza del corpo e del respiro da parte dell’essere umano. L’uomo, nel sonno, diventa uno yogi; ogni notte egli compie inconsciamente il rito yogico di liberarsi dall’identificazione corporea e di fondere la forza vitale con le correnti risanatrici nella regione cerebrale principale e nelle sei “dinamo secondarie” dei suoi centri spinali. Il dormiente attinge così, a sua insaputa, alla riserva di energia cosmica che sostiene la vita intera. ! Lo yogi compie tale processo semplice e naturale in modo intenzionale e consapevole, anziché inconsapevolmente come il dormiente, i cui ritmi sono rallentati. Il Kriya Yogi utilizza la propria tecnica per saturare e alimentare di luce incorruttibile tutte le cellule fisiche e per mantenerle così magnetizzate. Scientificamente, egli rende il respiro superfluo, senza produrre gli stati di sonno subconscio o d’incoscienza. ! Per mezzo del Kriya, la forza vitale in uscita non viene sperperata e abusata nei sensi, bensì costretta a ricongiungersi alle più sottili energie spinali. Grazie a un tale potenziamento della forza vitale, le cellule corporee e cerebrali dello yogi sono ricaricate d’energia dall’elisir spirituale. Lo yogi si sottrae così alla sistematica osservanza delle leggi naturali, che possono condurlo soltanto – con mezzi indiretti quali la corretta alimentazione, la luce solare e i pensieri armoniosi – a una Meta lontana milioni di anni. Occorrono dodici anni di vita sana normale per ottenere anche solo un cambiamento appena percettibile della struttura cerebrale, e un milione di cicli solari per affinare a sufficienza la struttura cerebrale così da poter manifestare la coscienza cosmica. ! Sciogliendo il laccio del respiro che lega l’anima al corpo, il Kriya serve a prolungare la vita e a espandere la coscienza all’infinito. Il metodo dello yoga supera il braccio di ferro fra la mente e i sensi vincolati alla materia e libera il devoto affinché possa ereditare nuovamente il suo regno eterno. Questi riconosce che la propria natura reale non è soggetta né all’involucro fisico né al respiro, simbolo dell’asservimento dei mortali all’aria, alle costrizioni degli elementi della natura. ! L’introspezione, ossia il “rimanere seduti nel silenzio”, è un modo non scientifico per cercare di separare forzatamente la mente dai sensi, uniti fra loro dalla forza vitale. La mente contemplativa, nel suo tentativo di ritornare alla divinità, è costantemente trascinata indietro verso i sensi dalle correnti vitali. Il Kriya, controllando la mente in modo diretto attraverso la forza vitale, è la via più facile, più efficace e più scientifica per accostarsi all’Infinito. A differenza del cammino teologico verso Dio, lento e incerto come un carro trainato da buoi, il Kriya può essere giustamente definito “la rotta aerea”. 171

Secondo la Lincoln Library of Essential Information, p. 1030, la tartaruga gigante vive fra i duecento e i trecento anni. 165

! La scienza yogica è fondata sulla considerazione empirica di ogni forma di esercizio di concentrazione e meditazione. Lo yoga permette al devoto di accendere o spegnere a volontà la corrente vitale nei cinque telefoni sensoriali della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto. Avendo acquisito questa capacità di disconnessione dai sensi, lo yogi riesce senza difficoltà a congiungere volontariamente la propria mente con le sfere divine o con il mondo della materia. Egli non viene più ricondotto dalla forza vitale, contro la propria volontà, alla sfera mondana delle sensazioni turbolente e dei pensieri irrequieti. Padrone del proprio corpo e della propria mente, il Kriya Yogi ottiene infine la vittoria sul “nemico finale”, la morte. ! Così ti nutrirai di Morte, che di uomini si nutre: ! e, morta la Morte, non vi sarà più il morire.172 ! La vita di un Kriya Yogi progredito è influenzata non dalle conseguenze delle azioni precedenti, bensì unicamente dalle direttive dell’anima. Il devoto evita in tal modo i condizionamenti delle azioni egoistiche, buone e cattive, della vita ordinaria, che frenano la sua evoluzione e appaiono macchinosi e lenti come una lumaca a chi ha un cuore d’aquila. ! Tale metodo superiore di vita dell’anima libera lo yogi che, affrancato dalla prigione del proprio ego, assapora a fondo l’aria dell’onnipresenza. La schiavitù del vivere naturale ha un ritmo d’umiliante lentezza. Conformando la propria vita all’ordine evolutivo, l’essere umano non può pretendere dalla natura il beneficio di accelerarne il corso e, pur vivendo senza contravvenire alle leggi che regolano le proprie facoltà fisiche e mentali, deve indossare per circa un milione di anni le maschere delle diverse incarnazioni prima di conoscere la definitiva emancipazione. ! I metodi telescopici degli yogi, i quali si svincolano dalle identifica-zioni fisiche e mentali a favore dell’individualità dell’anima, si addicono a coloro che si ribellano alla prospettiva di attendere mille migliaia di anni. Questa periferia numerica si estende ulteriormente per l’uomo comune, che non vive neppure in armonia con la natura e, tanto meno, con la propria anima, ma persegue invece complessità innaturali, violando in tal modo, nel corpo e nei pensieri, le dolci armonie della natura. Per lui, un paio di milioni di anni potranno a stento bastare per ottenere la liberazione. ! L’uomo poco evoluto non si rende mai conto, o alquanto di rado, che il suo corpo è un regno governato dall’Imperatrice Anima, la quale siede sul trono del cranio e ha reggenti sussidiari nei sei centri spinali o sfere di coscienza. Questa teocrazia si esercita su una moltitudine di sudditi obbedienti: ventisettemila miliardi di cellule – dotate di un’intelligenza certa, per quanto automatica, mediante la quale assolvono a tutte le funzioni di crescita, trasformazione e dissoluzione del corpo – e un sostrato di cinquanta milioni di pensieri, emozioni e mutevoli variazioni di stati della coscienza umana che si susseguono in una vita media di sessant’anni. Qualsiasi apparente insurrezione delle cellule corporee o cerebrali contro l’Imperatrice Anima, che si manifesti sotto forma di malattia o depressione, non è dovuta all’infedeltà degli umili cittadini, bensì al cattivo uso presente o passato da parte dell’essere umano della sua individualità o libero arbitrio, ricevuta simultaneamente all’anima e mai revocabile. ! Identificando se stesso con un futile ego, l’essere umano dà per scontato di essere colui che pensa, vuole, percepisce, digerisce i pasti e si mantiene in vita, senza mai ammettere attraverso la riflessione (ne basterebbe ben poca!) che nella vita ordinaria egli non è null’altro che un burattino in balia delle azioni passate (karma) e della natura o ambiente. Le reazioni intellettive, i sentimenti, gli stati d’animo e le abitudini di ciascun essere umano sono condizionati dagli effetti di cause precedenti, che risalgono a una vita passata o a quella attuale. Ben al di sopra di tali influssi, tuttavia, si eleva la sua anima regale. Disdegnando le verità e le libertà transitorie, il Kriya Yogi supera ogni tipo di 172

Shakespeare: Sonetto 146. 166

disillusione fino a penetrare nel proprio Essere liberato. In tutte le Scritture si afferma che l’essere umano non è un corpo corruttibile, ma un’anima immortale; con il Kriya gli viene offerto un metodo per comprovare la verità delle Scritture. ! «Il rituale esteriore non può distruggere l’ignoranza, poiché essi non sono reciprocamente contraddittori» scrisse Shankara nel suo celebre Sata-Sloki [Cento versi]. «Solo la conoscenza realizzata distrugge l’ignoranza ... La conoscenza non può scaturire da nessun altro mezzo, se non dall’indagine. “Chi sono io? Com’è nato questo universo? Chi ne è l’artefice? Qual è la sua causa materiale?”. È questo il tipo d’indagine a cui si fa riferimento». L’intelletto non ha risposte per tali quesiti, perciò i rishi svilupparono lo yoga come metodo d’indagine spirituale. ! Il Kriya Yoga è il vero “rito del fuoco” più volte decantato nella Bhagavad Gita. Le fiamme purificatrici dello yoga portano l’illuminazione eterna, a differenza delle cerimonie religiose del fuoco, esteriori e poco efficaci, in cui spesso, con l’accompagnamento di inni solenni, si brucia la percezione della verità, insieme all’incenso! ! Lo yogi progredito, ritraendo tutta la sua mente, la sua volontà e il suo sentimento dalla erronea identificazione con i desideri corporei e congiungendo la propria mente con le forze supercoscienti nei tabernacoli dei centri spinali, vive in questo mondo così come Dio ha previsto, non sospinto da impulsi del passato e neppure da nuove futilità dettate da motivazioni umane più recenti. Un tale yogi ottiene l’appagamento del suo Desiderio Supremo, approdando al sicuro nel porto finale dell’inesauribile Spirito beato. ! Lo yogi sacrifica le proprie labirintiche brame in un falò monoteistico dedicato al Dio impareggiabile. Questa è, invero, l’autentica cerimonia yogica del fuoco, nella quale tutti i desideri passati e presenti sono il combustibile consumato dall’amore divino. La Fiamma Suprema riceve il sacrificio di tutte le follie umane e l’essere umano è purificato dalle scorie. Spogliate le sue ossa di tutta la carne bramosa, sbiancato il suo scheletro karmico al sole antisettico della saggezza, egli è infine mondo, innocente al cospetto degli uomini e del Creatore. ! Riferendosi all’efficacia certa e sistematica dello yoga, il Signore Krishna loda lo yogi che si avvale di tecniche scientifiche con le seguenti parole: «Lo yogi è superiore agli asceti che disciplinano il corpo, superiore anche a coloro che seguono la via della saggezza (Jnana Yoga) o la via dell’azione (Karma Yoga); sii tu, o discepolo Arjuna, uno yogi!».173 !

173

Bhagavad Gita vi,46. 167

CAPITOLO: 27 !

Fondo una scuola ispirata allo yoga a Ranchi

! «P ERCHÉ SEI CONTRARIO al lavoro organizzativo?». ! La domanda del Maestro mi fece trasalire. In effetti la mia convinzione personale, a quel tempo, era che le organizzazioni non fossero altro che “vespai”. ! «È un compito ingrato, signore» risposi. «Indipendentemente da ciò che fa o non fa, il capo viene sempre criticato». ! «Vuoi tenere tutto il divino channa (latte cagliato) solo per te?». La replica del mio guru era accompagnata da uno sguardo severo. «Potresti tu, o chiunque altro, entrare in contatto con Dio attraverso lo yoga, se non vi fosse stata una discendenza di maestri dal cuore generoso, disposti a trasmettere agli altri le proprie conoscenze?». Aggiunse: «Dio è il Miele, le organizzazioni sono le arnie; entrambi sono necessari. Qualsiasi forma è inutile, ovviamente, senza lo spirito, ma perché non dovresti avviare operosi alveari, ricolmi di nettare spirituale?». ! La sua esortazione mi toccò profondamente. Anche se non diedi alcuna risposta esplicita, sorse nel mio cuore una decisione incrollabile: avrei condiviso con il prossimo, per quanto in mio potere, le verità liberatrici che avevo appreso ai piedi del mio guru. «Signore» pregai «possa il Tuo Amore risplendere per sempre sul santuario della mia devozione e possa io riuscire a risvegliare quell’Amore negli altri cuori». ! In una precedente occasione, prima del mio ingresso nell’ordine monastico, Sri Yukteswar aveva fatto un’osservazione del tutto inattesa. ! «Quanto ti mancherà la compagnia di una moglie, quando sarai anziano!» aveva detto. «Non convieni anche tu che il padre di famiglia, impegnato in una proficua attività per mantenere moglie e figli, svolga in tal modo un ruolo meritevole agli occhi di Dio?». ! «Signore» avevo protestato, allarmato voi sapete che il mio desiderio in questa vita è quello di sposare unicamente l’Amata Cosmica». ! Il Maestro aveva riso così allegramente da farmi comprendere che la sua osservazione aveva, quale unico scopo, quello di mettere alla prova la mia fede. ! «Ricorda» aveva detto lentamente. «Chi si sottrae ai propri doveri terreni può giustificarsi soltanto assumendo qualche responsabilità verso una famiglia molto più vasta». ! L’ideale di un’educazione completa per la gioventù mi era sempre stato a cuore. Vedevo chiaramente quali fossero gli aridi risultati dell’educazione convenzionale, il cui unico fine è lo sviluppo del corpo e dell’intelletto. I valori morali e spirituali, senza i quali nessun essere umano può avvicinarsi alla felicità, erano assenti dai programmi di studio ufficiali. Decisi dunque di fondare una scuola nella quale i ragazzi potessero evolversi fino a diventare uomini davvero completi. Compii il mio primo passo in tale direzione con sette ragazzi a Dihika, un piccolo villaggio di campagna nel Bengala. ! Un anno dopo, nel 1918, grazie alla generosità di Sir Manindra Chandra Nundy, il maharaja di Kasimbazar, potei trasferire a Ranchi il mio gruppo, che andava rapidamente ingrandendosi. Questa città del Bihar, a circa 300 chilometri da Calcutta, è benedetta da un clima fra i più salubri dell’India. Il Palazzo Kasimbazar a Ranchi fu trasformato nella sede della nuova scuola, che battezzai Brahmacharya Vidyalaya,174 in sintonia con gli 174

Vidyalaya, scuola. Il termine Brahmacharya si riferisce qui a una delle quattro fasi di vita dell’uomo previste dal piano vedico. Esse comprendono: (1) lo studente celibe (brahmachari); (2) il capofamiglia con responsabilità terrene (grihastha); (3) l’eremita (vanaprastha); (4) l’abitante della foresta o viandante, libero da ogni preoccupazione terrena (sannyasi). Questo schema ideale di vita, benché non molto diffuso nell’India moderna, continua ad avere numerosi devoti seguaci. I quattro stadi vengono percorsi religiosamente sotto la guida, per tutta la vita, di un guru. 168

ideali educativi dei rishi. I loro ashram nelle foreste erano stati nell’antichità luoghi d’insegnamento laico e religioso per la gioventù dell’India. ! A Ranchi predisposi un programma di formazione sia per la scuola elementare che superiore. Esso comprendeva materie relative all’agricoltura, all’industria, al commercio e all’ambito accademico. Gli studenti venivano istruiti anche nelle tecniche di meditazione e concentrazione dello yoga, e seguivano un peculiare metodo di sviluppo fisico, denominato “Yogoda”, di cui avevo scoperto i principi nel 1916. ! Avendo compreso che il corpo umano è come una batteria elettrica, arguii che può essere ricaricato di energia per azione diretta della volontà umana. Poiché nessuna azione, piccola o grande che sia, è possibile senza il volere, l’uomo può avvalersi del suo primo agente causale, la volontà, per rigenerare i tessuti del proprio corpo senza ricorrere a faticosi apparati o a esercizi meccanici. Insegnai dunque agli studenti di Ranchi le mie semplici tecniche “Yogoda”, per mezzo delle quali la forza vitale, concentrata nel midollo allungato dell’uomo, può essere ricaricata consapevolmente e all’istante dall’illimitata riserva di energia cosmica. ! I ragazzi rispondevano meravigliosamente a questo tipo di allenamento, sviluppando straordinarie capacità di spostare l’energia vitale da una parte del corpo a un’altra e di sedere in perfetto equilibrio in posizioni difficili.175 Essi riuscivano a compiere imprese di forza e resistenza che molti adulti vigorosi non erano in grado di eguagliare. Il mio fratello più giovane, Bishnu Charan Ghosh, venne a frequentare la scuola di Ranchi; in seguito divenne uno dei principali culturisti del Bengala. Insieme a uno dei suoi studenti viaggiò in Europa e in America, esibendosi in dimostrazioni di forza e abilità che lasciarono stupiti i dotti universitari, ivi compresi quelli della Columbia University di New York. ! Al termine del primo anno a Ranchi, le domande d’iscrizione erano ormai duemila. La scuola, che a quel tempo era solo residenziale, ne poteva accogliere però solo un centinaio. Furono così aggiunti ben presto corsi per studenti esterni. ! Alla Vidyalaya dovetti fare da padre e da madre ai bambini piccoli e far fronte a molte difficoltà organizzative. Spesso ricordavo le parole di Cristo: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna».176 Sri Yukteswar aveva così interpretato queste parole: «Il devoto che rinuncia alle esperienze di vita del matrimonio e della famiglia e che, in cambio dei problemi di un piccolo nucleo familiare e di attività limitate, si assume responsabilità più ampie al servizio della società in generale, intraprende un compito spesso accompagnato da persecuzioni dovute all’incomprensione del mondo, ma anche da un divino appagamento interiore». ! Un giorno mio padre arrivò a Ranchi per concedermi la benedizione paterna, a lungo negata in quanto lo avevo offeso respingendo la sua offerta di un posto presso la Ferrovia Bengala-Nagpur. ! «Figliolo» disse «ora mi sono riconciliato con la tua scelta di vita. Mi dà gioia vederti tra questi fanciulli felici ed entusiasti; il tuo posto è qui, non fra i numeri inanimati degli orari ferroviari». Con la mano indicò una dozzina di piccoli che mi seguivano a ogni passo. «Ho avuto solo otto figli» osservò con gli occhi che gli brillavano «ma posso capire ciò che provi!». ! Con un grande frutteto e circa dieci ettari di fertile terreno a nostra disposizione, gli studenti, gli insegnanti e io trascorrevamo molte ore felici lavorando all’aperto in quell’ambiente ideale. Avevamo molti animali domestici, fra i quali un giovane cervo che 175

Anche vari studenti americani hanno acquisito la piena padronanza di vari asana o posizioni. Fra di essi Bernard Cole, istruttore degli insegnamenti della Self-Realization Fellowship a Los Angeles. 176

Marco 10,29-30. 169

era il vero e proprio idolo dei bambini. Anch’io amavo così tanto il cerbiatto da permettergli di dormire nella mia stanza. Alle prime luci dell’alba la piccola creatura trotterellava fino al mio letto per una carezza mattutina. ! Un giorno diedi da mangiare all’animale prima del solito perché avevo delle faccende da sbrigare in città, a Ranchi. Benché avessi avvertito i ragazzi di non dare altro cibo al cerbiatto fino al mio ritorno, uno di essi disobbedì e diede al cucciolo una grande quantità di latte. La sera, al mio ritorno, fui accolto da cattive notizie: «Il cerbiatto sta per morire per il troppo cibo». ! In lacrime, presi in grembo l’animale, all’apparenza esanime. Pregai, supplicando Iddio di risparmiargli la vita. Qualche ora più tardi la piccola creatura aprì gli occhi, si rialzò in piedi e fece qualche debole passo. Tutta la scuola esultò di gioia. ! Quella notte, tuttavia, ricevetti una profonda lezione che non potrò mai dimenticare. Rimasi a vegliare il cerbiatto fino alle due del mattino, poi mi addormentai. Esso mi apparve in sogno e mi disse: ! «Tu mi stai trattenendo. Ti prego, lasciami andare! Lasciami andare!». ! «Va bene» risposi nel sogno. ! Mi svegliai immediatamente e gridai: «Ragazzi, il cerbiatto sta morendo!». I bambini accorsero al mio fianco. ! Corsi all’angolo della stanza dove avevo posato il cucciolo. Esso compì un ultimo sforzo per sollevarsi, avanzò barcollando verso di me e poi cadde ai miei piedi, morto. ! Secondo il karma di massa che guida e regola il destino degli animali, la vita del cervo era terminata ed esso era pronto per progredire verso una forma superiore. Tuttavia, con il mio profondo attaccamento che, come riconobbi in seguito, era egoistico e con le mie ferventi preghiere, ero riuscito a trattenerlo entro le limitazioni della forma animale, dalla quale l’anima stava lottando per liberarsi. L’anima del cerbiatto mi supplicò in sogno perché, senza il mio amorevole permesso, non avrebbe voluto o potuto andarsene. Non appena acconsentii, se ne andò. ! Tutta la mia sofferenza scomparve; mi resi conto, ancora una volta, che Dio desidera che i Suoi figli amino ogni cosa in quanto parte di Lui e che non cedano all’inganno di credere che la morte sia la fine di tutto. L’uomo ignorante non vede altro che il muro insormontabile della morte, che cela alla sua vista, apparentemente per sempre, i suoi cari. L’uomo privo di attaccamento, invece, che ama gli altri come manifestazioni del Signore, comprende che al momento della morte le persone amate sono solo ritornate a godere di una tregua di gioioso respiro in Lui. ! La scuola di Ranchi, dopo i suoi inizi modesti e semplici, è in seguito divenuta un’istituzione rinomata in India. Numerose sezioni della scuola sono finanziate dai contributi volontari di coloro che gioiscono nel vedere perpetuati gli ideali educativi dei rishi. Sotto il nome generale di Yogoda Sat-Sanga,177 altre fiorenti scuole affiliate sono sorte a Midnapore, Lakshmanpur e Puri. ! La sede centrale di Ranchi ha un ambulatorio medico in cui vengono forniti gratuitamente farmaci e assistenza sanitaria ai poveri del luogo. Vengono curati in media oltre diciottomila casi all’anno. La Vidyalaya, inoltre, ha partecipato con successo alle competizioni sportive dell’India e, nel campo dell’istruzione scolastica, molti alunni di Ranchi si sono distinti nella loro successiva carriera universitaria.

177

Yogoda: yoga, unione, armonia, equilibrio; da, quello che impartisce. Sat-Sanga: sat, verità; sanga, associazione. In Occidente, per evitare l’uso di termini sanscriti, il movimento Yogoda Sat-Sanga è stato chiamato Self-Realization Fellowship. 170

! La scuola, che è giunta ormai al ventottesimo anno di vita ed è fulcro di numerose attività,178 è stata onorata della visita di molte personalità eminenti, sia orientali che occidentali. Uno dei primi grandi personaggi che vennero a visitare la Vidyalaya nel suo primo anno di vita fu Swami Pranabananda, il “santo con due corpi” di Benares. Quando il grande maestro assistette alle pittoresche lezioni all’aperto che si svolgevano sotto gli alberi e vide la sera i ragazzi restare seduti immobili per ore nella meditazione yogica, rimase profondamente commosso. ! «Il mio cuore è colmo di gioia» disse «nel vedere che gli ideali di Lahiri Mahasaya di una valida educazione per la gioventù vengono realizzati in questa istituzione. Che essa goda delle benedizioni del mio guru!». ! Un ragazzino che mi sedeva accanto osò rivolgere al grande yogi una domanda. ! «Signore» disse «sarò monaco? La mia vita sarà dedicata unicamente al Signore?». ! Benché Swami Pranabananda sorridesse amabilmente, i suoi occhi penetravano il futuro. ! «Figliolo» rispose «da adulto ti attende una splendida moglie». Il ragazzo finì effettivamente con lo sposarsi, dopo aver progettato per anni di entrare nell’Ordine degli swami. ! Qualche tempo dopo la visita di Swami Pranabananda a Ranchi, accompagnai mio padre alla casa di Calcutta in cui lo yogi abitava temporaneamente. La predizione di Pranabananda, fattami tanti anni prima, mi sovvenne d’un tratto: «In futuro ti rivedrò, insieme a tuo padre». ! Quando mio padre entrò nella stanza dello swami, il grande yogi si alzò e lo abbracciò con affettuoso rispetto. ! «Bhagabati» disse «e tu che fai? Non vedi tuo figlio sfrecciare a grande velocità verso l’Infinito?». Arrossii udendo che mi lodava di fronte a mio padre. Lo swami proseguì. «Ricordi quante volte il nostro guru benedetto diceva: “Banat, banat, ban jai”?179 Continua dunque incessantemente a praticare il Kriya Yoga e raggiungi al più presto i portali divini». ! Il corpo di Pranabananda, che mi era parso così in salute e in forze durante la mia prima, sorprendente visita a Benares, appariva ora decisamente invecchiato, nonostante la sua postura fosse ancora ammirevolmente eretta. ! «Swamiji» domandai guardandolo dritto negli occhi «vi prego, ditemi la verità: non sentite l’avanzare dell’età? Man mano che il corpo si indebolisce, le vostre percezioni di Dio subiscono qualche diminuzione?». ! Egli sorrise angelicamente: «L’Amato è più che mai con me, ora». La sua convinzione assoluta mi conquistò, nella mente e nell’anima. Egli proseguì: «Sto ancora godendomi entrambe le pensioni: quella che ricevetti dal qui presente Bhagabati e l’altra, concessami dall’Alto». Puntando il dito verso il cielo, il santo cadde in estasi, il volto illuminato da un divino fulgore: una risposta assai eloquente alla mia domanda! ! Notando che nella stanza di Pranabananda vi erano molte piante e pacchetti di semi, chiesi che scopo avessero. ! «Ho lasciato Benares definitivamente» disse «e ora mi accingo a partire per l’Himalaya. Lì aprirò un ashram per i miei discepoli. Questi semi produrranno spinaci e qualche altra verdura. I miei cari vivranno semplicemente, trascorrendo il loro tempo nella gioiosa unione con Dio. Null’altro è necessario». ! Mio padre chiese al suo condiscepolo quando sarebbe ritornato a Calcutta.

178

Le attività alla scuola di Ranchi sono descritte più diffusamente nel capitolo 40. La scuola di Lakshmanpur è sotto la capace guida del dottor G.C. Dey. L’ambulatorio medico è diretto con grande competenza dal dottor S.N. Pal e da Sasi Bhusan Mullick. 179

Una delle frasi preferite di Lahiri Mahasaya, che egli soleva pronunciare per incoraggiare i suoi allievi alla perseveranza. Liberamente tradotta: «Lottando, lottando, ecco un giorno raggiunta la Meta Divina!». 171

! «Mai più» rispose il santo. «Questo è l’anno in cui, come Lahiri Mahasaya mi predisse, lascerò per sempre la mia amata Benares e mi recherò sull’Himalaya per abbandonare le mie spoglie mortali». ! Mi si riempirono gli occhi di lacrime alle sue parole, ma lo swami sorrise serenamente. Mi ricordava un bimbetto celeste, seduto al sicuro sulle ginocchia della Madre Divina. Il fardello degli anni non mina la piena padronanza dei supremi poteri spirituali da parte di un grande yogi. Egli è in grado di rigenerare il proprio corpo a volontà; talvolta, però, non si preoccupa di ritardare il processo d’invecchiamento e consente al proprio karma di compiersi sul piano fisico, utilizzando il corpo ormai anziano come mezzo per risparmiare tempo, evitando di dover esaurire il karma in una nuova incarnazione. ! Alcuni mesi più tardi incontrai un amico di vecchia data, Sanandan, che era uno dei discepoli più vicini a Pranabananda. ! «Il mio adorabile guru se ne è andato» mi disse singhiozzando. «Aveva fondato un ashram nei pressi di Rishikesh e ci impartiva il suo amorevole insegnamento. Quando eravamo ormai ben sistemati e stavamo compiendo rapidi progressi spirituali in sua compagnia, un giorno egli propose di preparare da mangiare per un’enorme folla proveniente da Rishikesh. Domandai perché desiderasse ospitare una così grande moltitudine. ! «“Questa è l’ultima festività che celebro” disse. Non compresi appieno le implicazioni delle sue parole. ! «Pranabanandaji ci aiutò a cucinare grandi quantità di cibo. Servimmo all’incirca duemila ospiti. Dopo la festa, egli si sedette su un’alta piattaforma e pronunciò un ispirato sermone sull’Infinito. Alla fine, sotto lo sguardo di migliaia di persone, si rivolse a me, che gli sedevo accanto sul palco, e parlò con insolito vigore. ! «“Sanandan, sii pronto; sto per scrollarmi di dosso la mia forma mortale”.180 ! «Dopo un attonito silenzio, urlai forte: “Maestro, non fatelo! Vi prego, vi prego, non fatelo!”. La folla era rimasta a guardarci muta e sconcertata. Il mio guru mi sorrise, ma il suo sguardo solenne era già fisso sull’Eternità. ! «“Non essere egoista” disse “e non affliggerti per me. Per molto tempo sono stato con gioia al servizio di voi tutti; ora rallegratevi e auguratemi buon viaggio. Vado a incontrare il mio Amato Cosmico”. Con un filo di voce, Pranabanandaji aggiunse: “Rinascerò presto. Dopo aver goduto per un breve periodo dell’Infinita Beatitudine, ritornerò sulla terra e mi unirò a Babaji.181 Verrai presto a sapere quando e dove la mia anima sarà stata racchiusa in un nuovo corpo”. ! «Poi gridò ancora: “Sanandan, ecco che mi scrollo di dosso la mia forma mortale col secondo Kriya Yoga”.182 ! «Guardò il mare di volti che si estendeva davanti a noi e impartì una benedizione. Poi, rivolgendo il suo sguardo all’interno verso l’occhio spirituale, divenne immobile. Mentre la folla, sconcertata, pensava che stesse meditando in uno stato d’estasi, egli aveva già lasciato il tabernacolo di carne e aveva immerso la propria anima nella vastità cosmica. I discepoli toccarono il suo corpo, seduto nella posizione del loto, ma esso non era più carne calda. Restava soltanto una forma irrigidita: colui che l’abitava era fuggito verso la sponda immortale». ! Domandai dove fosse destinato a rinascere Pranabananda. 180

Ossia, abbandonare il corpo.

181

Il guru di Lahiri Mahasaya, ancora vivente (si veda il capitolo 33).

182

Il secondo Kriya, così come è stato insegnato da Lahiri Mahasaya, consente al devoto che ne abbia acquisito piena padronanza di lasciare il corpo e di ritornarvi coscientemente in qualsiasi momento. Gli yogi progrediti utilizzano la seconda tecnica del Kriya durante l’ultima uscita dal corpo al momento della morte, che essi, invariabilmente, conoscono in anticipo. 172

! «È un sacro segreto che non posso divulgare a nessuno» rispose Sanandan. «Forse lo scoprirai in qualche altro modo». ! Anni dopo venni a sapere da Swami Keshabananda183 che Pranabananda, alcuni anni dopo la sua nascita in un nuovo corpo, si era recato a Badrinarayan sull’Himalaya e lì aveva raggiunto il gruppo di santi riuniti attorno al grande Babaji. !

183

Il mio incontro con Keshabananda è descritto nel capitolo 42. 173

CAPITOLO: 28 !

Kashi, rinato e ritrovato

! «Non entrate in acqua, per favore. Bagniamoci immergendo i nostri secchi». ! Così dissi rivolgendomi ai giovani studenti di Ranchi che mi accompagnavano in un’escursione di una decina di chilometri fino a una collina nelle vicinanze. Il laghetto davanti a noi era invitante, eppure avvertivo un senso di repulsione verso di esso. Il gruppo attorno a me seguì il mio esempio immergendo i secchi, ma alcuni ragazzi cedettero alla tentazione delle fresche acque. Non appena si furono tuffati, grandi serpi d’acqua cominciarono a dimenarsi intorno a loro. I ragazzi uscirono dalla pozza con comica prontezza. ! Gustammo il nostro pranzo al sacco una volta giunti a destinazione. Mi sedetti sotto un albero, circondato da un gruppo di studenti. Trovando in me una disposizione d’animo ispirata, essi mi tempestarono di domande. ! «Vi prego, signore» domandò un giovane «ditemi se rimarrò sempre con voi sul cammino della rinuncia». ! «Ah, no» risposi «sarai costretto con la forza a ritornare a casa e in seguito ti sposerai». ! Incredulo, egli protestò con veemenza. «Solo da morto potranno riportarmi a casa!». Alcuni mesi dopo, tuttavia, i suoi genitori lo vennero a prendere, nonostante i suoi pianti e la sua resistenza; a qualche anno di distanza, in effetti, si sposò. ! Dopo che ebbi risposto a molte domande, si rivolse a me un giovanetto di nome Kashi. Aveva circa dodici anni ed era uno studente brillante, benvoluto da tutti. ! «Signore» disse «quale sarà il mio destino?». ! «Presto sarai morto». La risposta proruppe dalle mie labbra con forza irresistibile. ! Questa rivelazione inattesa lasciò anche me scioccato e addolorato, al pari di tutti i presenti. Rimproverandomi in cuor mio di quel comportamento da enfant terrible, mi rifiutai di rispondere a ulteriori domande. ! Al ritorno a scuola, Kashi venne nella mia stanza. ! «Se morirò, mi ritroverete quando sarò rinato e mi ricondurrete sul sentiero spirituale?» chiese singhiozzando. ! Mi sentii costretto a respingere una tale gravosa e occulta responsabilità. Nelle settimane successive, però, Kashi continuò caparbiamente a mettermi alle strette. Vedendolo ormai estenuato al limite della sopportazione, da ultimo lo consolai. ! «Sì» promisi. «Se il Padre Celeste concederà il Suo aiuto, cercherò di ritrovarti». ! Durante le vacanze estive, partii per un breve viaggio. Dispiaciuto di non poter portare Kashi con me, lo chiamai in camera mia prima di partire e gli diedi accurate istruzioni dicendogli di non allontanarsi, resistendo a ogni tentativo di persuasione, dalle vibrazioni spirituali della scuola. In qualche modo, sentivo che se non fosse andato a casa avrebbe potuto evitare l’incombente sciagura. ! Non appena fui partito, il padre di Kashi arrivò a Ranchi. Per quindici giorni egli cercò di spezzare la volontà del figlio, spiegandogli che, se fosse andato a Calcutta per soli quattro giorni a far visita alla madre, avrebbe poi potuto ritornare. Kashi rifiutò ostinatamente. Il padre disse infine che avrebbe portato via il ragazzo servendosi dell’aiuto della polizia. La minaccia turbò Kashi, che non voleva essere motivo di qualsivoglia pubblicità sfavorevole per la scuola. Ritenne così di non avere altra scelta se non quella di andarsene. ! Tornai a Ranchi qualche giorno dopo. Quando seppi in che modo era stato portato via Kashi, partii immediatamente in treno per Calcutta. Lì presi una carrozza a nolo. Inaspettatamente, mentre il veicolo passava lungo il ponte Howrah sul Gange, scorsi il 174

padre di Kashi e altri familiari vestiti a lutto. Gridai al mio autista di fermarsi, scesi di corsa e guardai accigliato quel padre sventurato. ! «Signor assassino» gridai, piuttosto irragionevolmente «avete ucciso il mio ragazzo!».

! (A SINISTRA ) Kashi, perduto e ritrovato. (A DESTRA ) Mio fratello Bishnu, Motilal Mukherji di Serampore (discepolo molto avanzato di Sri Yukteswar), mio padre, Wright, io, Tulsi Narayan Bose e Swami Satyananda di Ranchi. ! Un gruppo di delegati al Congresso internazionale dei liberali religiosi a Boston, nel 1920, dove tenni il mio primo discorso in America. (Da sinistra a destra) Il Rev. Clay MacCauley, il Rev. Rhondda Williams, il Prof. S. Ushigasaki, il R e v. Jabez T. Sunderland, io, il Rev. Chas. W. Wendte, il Rev. Samuel A. Eliot, il Rev. Basil Martin, il Rev. Christopher J. Street e il R e v. S a m u e l M . Crothers. ! Il padre si era già reso conto del male commesso portando Kashi a Calcutta contro la sua volontà. Nei pochi giorni in cui il ragazzo vi era rimasto aveva mangiato del cibo contaminato, aveva contratto il colera ed era morto. ! Il mio amore per Kashi e l’impegno solenne di ritrovarlo dopo la morte mi perseguitavano giorno e notte. Ovunque andassi, il suo volto mi si parava dinanzi 175

all’improvviso. Iniziai una ricerca memorabile, così come, molto tempo prima, avevo cercato la mia madre perduta. ! Sentivo che, essendo stato dotato da Dio della facoltà della ragione, dovevo utilizzarla e mettere alla prova ogni mia capacità per scoprire le leggi sottili attraverso le quali avrei potuto sapere dove si trovava il ragazzo nel mondo astrale. Compresi che egli era un’anima che vibrava di desideri inappagati, una massa di luce che fluttuava in un luogo imprecisato in mezzo a milioni di anime luminose nelle regioni astrali. Come avrei potuto sintonizzarmi con lui, fra le innumerevoli luci vibranti delle altre anime? ! Avvalendomi di una tecnica yogica segreta, trasmisi il mio amore all’anima di Kashi attraverso il microfono dell’occhio spirituale, il punto interiore fra le sopracciglia. Con l’antenna delle mani e delle dita sollevate, spesso ruotavo più volte attorno a me, cercando di individuare la direzione nella quale egli si era reincarnato sotto forma di embrione. Speravo di ricevere risposta da lui nella radio del mio cuore, sintonizzata per mezzo della concentrazione.184 ! Intuitivamente, sentivo che Kashi sarebbe ritornato ben presto sulla terra e che, se avessi continuato incessantemente a trasmettergli il mio appello, la sua anima avrebbe risposto. Sapevo che persino l’impulso più flebile inviato da Kashi sarebbe stato da me avvertito nelle dita, nelle mani, nelle braccia, nella spina dorsale e nei nervi. ! Con immutato fervore, praticai costantemente il metodo yogico per circa sei mesi dopo la morte di Kashi. Una mattina, camminando con alcuni amici nell’affollato quartiere Bowbazar di Calcutta, sollevai le mani nel modo consueto. Per la prima volta, vi fu risposta. Fremetti dall’emozione nel percepire degli impulsi elettrici che mi scorrevano pian piano lungo le dita e i palmi delle mani. Queste correnti si tradussero in un unico, soverchiante pensiero che proveniva dai recessi più profondi della mia coscienza: «Sono Kashi; sono Kashi; vieni da me!». ! Il pensiero divenne quasi udibile, mentre mi concentravo sulla radio del mio cuore. Nel sussurro leggermente rauco, caratteristico di Kashi,185 continuai a udire i suoi richiami. Presi per il braccio uno dei miei compagni, Prokash Das,186 e gli sorrisi gioiosamente. ! «A quanto pare, ho individuato Kashi!». ! Iniziai a girare su me stesso, suscitando il palese divertimento dei miei amici e della folla dei passanti. Gli impulsi elettrici mi facevano formicolare le dita solo quando ero rivolto verso una viuzza nelle vicinanze, opportunamente chiamata “Serpentine Lane” [“Vicolo serpeggiante”]. Le correnti astrali cessavano quando mi voltavo in altre direzioni. ! «Ah» esclamai «l’anima di Kashi deve vivere nel grembo di una madre, la cui casa si trova in questo vicolo!». ! I miei compagni e io ci avvicinammo ulteriormente a Serpentine Lane; le vibrazioni nelle mie mani alzate si fecero più intense e più nette. Fui attratto, come da un magnete, verso il lato destro della strada. Raggiunto l’ingresso di una certa casa, rimasi stupefatto nel ritrovarmi come pietrificato. Bussai alla porta in uno stato d’intensa eccitazione, con il

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 La volontà, proiettata dal punto fra le sopracciglia, è nota agli yogi come l’apparato di trasmissione del pensiero. Quando la percezione è concentrata con calma sul cuore, esso funge da radio mentale e può ricevere i messaggi degli altri, vicini o lontani. Nella telepatia le fini vibrazioni dei pensieri nella mente di una persona sono trasmesse attraverso le sottili vibrazioni dell’etere astrale e poi attraverso l’etere terrestre più grossolano, creando onde elettriche che, a loro volta, si traducono in onde di pensiero nella mente dell’altra persona. 185

Ogni anima allo stato puro è onnisciente. L’anima di Kashi conservava il ricordo di tutte le caratteristiche di Kashi, il ragazzo, e quindi imitava la sua voce rauca per indurmi a riconoscerlo. 186

Prokash Das è l’attuale direttore del nostro Yogoda Math (ashram) a Dakshineswar nel Bengala. 176

respiro sospeso. Sentivo di essere giunto con successo al termine della mia lunga, ardua e sicuramente inusuale ricerca! ! La porta fu aperta da una domestica, la quale mi disse che il padrone era in casa. Questi scese le scale dal secondo piano e mi sorrise interrogativamente. Non sapevo come formulare la mia domanda, al tempo stesso pertinente e impertinente. ! «Vi prego di dirmi, signore, se voi e vostra moglie siete in attesa di un figlio da circa sei mesi». ! «Sì, è così». Vedendo che ero uno swami, un rinunciante abbigliato con la tradizionale veste arancione, egli aggiunse cortesemente: «Di grazia, ditemi, come siete a conoscenza dei fatti della mia vita?». ! Quando venne a sapere di Kashi e della promessa che gli avevo fatto, l’uomo, sbalordito, credette al mio racconto. ! «Vi nascerà un figlio maschio di carnagione chiara» gli dissi. «Avrà un viso largo, con un ciuffo ribelle di capelli sulla fronte. Avrà una spiccata predisposizione spirituale». Ero certo che il bimbo in arrivo avrebbe avuto queste rassomiglianze con Kashi. ! In seguito andai a trovare il bambino, al quale i genitori avevano dato il suo vecchio nome, Kashi. Anche in tenera età, egli era d’aspetto sorprendentemente simile al mio caro studente di Ranchi. Il fanciullo mi dimostrò un affetto immediato; l’attrazione del passato si risvegliò con raddoppiata intensità. ! Anni dopo il ragazzo, ormai adolescente, mi scrisse durante la mia permanenza in America, esprimendomi il suo profondo e ardente desiderio di seguire il sentiero della rinuncia. Lo indirizzai a un maestro dell’Himalaya che, ancor oggi, guida il Kashi rinato. !

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CAPITOLO: 29 !

Rabindranath Tagore e io confrontiamo le nostre scuole

! «Rabindranath Tagore ci ha insegnato a usare il canto come forma naturale di autoespressione, al pari degli uccelli». ! Bhola Nath, un brillante ragazzo quattordicenne della mia scuola di Ranchi, mi diede questa spiegazione dopo che mi ero complimentato con lui, una mattina, per le sue melodiose esibizioni. Sia che venisse sollecitato o meno, il ragazzo diffondeva attorno a sé un armonioso profluvio di suoni. In precedenza aveva frequentato la famosa scuola di Tagore, Santiniketan (Porto di pace), a Bolpur. ! «Ho sulle labbra i canti di Rabindranath fin dalla mia prima giovinezza» gli dissi. «Nel Bengala tutti quanti, persino i contadini analfabeti, si dilettano dei suoi nobili versi». ! Bhola e io cantammo insieme alcuni ritornelli di Tagore; questi ha messo in musica migliaia di liriche indiane, alcune scritte da lui stesso e altre di origine antichissima. ! «Conobbi personalmente Rabindranath poco dopo che ebbe ricevuto il Premio Nobel per la letteratura» dissi al termine del nostro canto. «Fui spinto a fargli visita dall’ammirazione per il coraggio privo di diplomazia con il quale aveva liquidato i suoi critici letterari». Ridacchiai. ! Bhola, incuriosito, mi chiese di raccontargli la storia. ! «Gli eruditi stroncavano Tagore per aver introdotto un nuovo stile nella poesia bengalese» iniziai. «Egli ha mescolato espressioni colloquiali e auliche, ignorando tutti i vincoli formali tanto cari al cuore dei pandit. I suoi canti esprimono profonde verità filosofiche con parole che fanno appello al sentimento, con scarsa considerazione per le forme letterarie convenzionali. ! «Un critico influente aveva malignamente definito Rabindranath un “poeta piccione che vendeva il suo tubare stampato per una rupia”. Ma la rivincita di Tagore non si fece attendere; tutto il mondo occidentale gli rese omaggio quando tradusse in inglese il suo Gitanjali (Offerte in canti). Uno stuolo di pandit, compresi quelli che in passato lo avevano criticato, si recò a Santiniketan per porgergli le proprie congratulazioni. ! «Rabindranath ricevette gli ospiti solo dopo un’attesa intenzionalmente lunga e rimase ad ascoltare in stoico silenzio le loro lodi. Infine, ritorse contro di loro quelle stesse armi della critica da essi usate abitualmente. ! «“Signori,” disse “i fragranti onori che voi mi tributate sono mescolati incongruamente al putrido olezzo del vostro disprezzo passato. Vi è forse qualche rapporto fra l’assegnazione del Premio Nobel e l’improvviso acuirsi delle vostre capacità di valutazione critica? Io sono sempre quello stesso poeta che vi scontentava quando offrivo inizialmente i miei umili fiori sull’altare del Bengala”. ! «I giornali pubblicarono il resoconto dell’ardito castigo inflitto da Tagore. Io ammirai le parole schiette di un uomo che non si era lasciato ipnotizzare dall’adulazione» proseguii. «Fui presentato a Rabindranath a Calcutta dal suo segretario C.F. Andrews,187 abbigliato semplicemente con il tipico dhoti del Bengala. Egli parlava amorevolmente di Tagore, definendolo il suo gurudeva. ! «Rabindranath mi ricevette affabilmente. Emanava un’aura rasserenante di fascino, cultura e gentilezza. In risposta alla mia domanda sulla sua formazione letteraria, Tagore mi disse che una sua antica fonte d’ispirazione, oltre all’epica religiosa, era stato il poeta classico Bidyapati».

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Scrittore e pubblicista inglese, intimo amico del Mahatma Gandhi, Andrews è tenuto in alta considerazione in India per i numerosi servigi resi al suo Paese adottivo. 178

! Animato da questi ricordi, iniziai a cantare la versione di Tagore di un’antica canzone bengalese, “Accendi la lampada del Tuo amore”. Bhola e io cantammo gioiosamente passeggiando nel parco della Vidyalaya. ! Circa due anni dopo aver fondato la scuola di Ranchi, ricevetti un invito da Rabindranath ad andare a visitarlo a Santiniketan, per esaminare insieme i nostri ideali pedagogici. Vi andai con piacere. Il poeta era seduto nel suo studio, quando vi entrai; anche allora, come già nel nostro primo incontro, pensai che egli era il più splendido modello di superba virilità che un pittore potesse mai desiderare. Il volto meravigliosamente cesellato, da nobile patrizio, era incorniciato da lunghi capelli e da una barba fluente. Occhi grandi e dolci, sorriso angelico e voce flautata, davvero ammaliante. Vigoroso, alto e serio, univa una tenerezza quasi femminea alla deliziosa spontaneità di un bambino. Nessuna concezione idealizzata di un poeta avrebbe potuto trovare una personificazione più appropriata di questo gentile cantore. ! Tagore e io ci calammo ben presto in un approfondito studio comparativo delle nostre rispettive scuole, entrambe fondate su indirizzi non ortodossi. Scoprimmo molte affinità, come l’istruzione all’aria aperta, la semplicità, l’ampia libertà di manifestarsi offerta allo spirito creativo del bambino. Rabindranath, tuttavia, dava molta importanza allo studio della letteratura e della poesia e all’espressione personale attraverso la musica e il canto, come avevo già notato nel caso di Bhola. I bambini di Santiniketan osservavano dei periodi di silenzio, ma non ricevevano nessuna specifica istruzione nello yoga. ! Il poeta ascoltò con lusinghiera attenzione la mia descrizione degli esercizi di ricarica “Yogoda” e delle tecniche yogiche di concentrazione che vengono insegnati a tutti gli studenti di Ranchi. ! Tagore mi raccontò dei suoi conflitti con la scuola nell’infanzia. «Fuggii da scuola dopo la quinta classe» disse ridendo. Comprendevo bene come la sua innata sensibilità poetica fosse stata mortificata dall’atmosfera tetra e disciplinare di un’aula scolastica. ! «Per questo ho aperto Santiniketan sotto gli alberi ombrosi e le glorie del cielo». Egli indicò con gesto eloquente un gruppetto che studiava nel meraviglioso giardino. «Un fanciullo è nel proprio ambiente naturale tra i fiori e gli uccelli canterini. Solo così può esprimere appieno la ricchezza nascosta dei suoi talenti individuali. La vera educazione non può mai essere inculcata dall’esterno, ma deve invece aiutare a far affiorare spontaneamente gli infiniti tesori di saggezza presenti nell’interiorità».188 ! Concordavo pienamente. «La tendenza a idealizzare e venerare gli eroi che anima naturalmente i giovani viene lasciata languire da una dieta a base di sole statistiche e dati cronologici». ! Il poeta parlò con grande affetto di suo padre, Devendranath, che aveva ispirato gli inizi di Santiniketan. ! «Mio padre mi offrì in dono questa terra fertile, in cui aveva già costruito un alloggio per gli ospiti e un tempio» mi disse Rabindranath. «Qui iniziai il mio esperimento educativo nel 1901, soltanto con dieci ragazzi. Le ottomila sterline ricevute con il Premio Nobel furono interamente destinate al sostentamento della scuola». ! Il Tagore più anziano, Devendranath, conosciuto ovunque come “Maharishi”, era un uomo eccezionale, come si può arguire dalla sua Autobiografia: in età adulta trascorse due anni in meditazione sull’Himalaya. Suo padre, Dwarkanath Tagore, a sua volta, era stato celebrato in tutto il Bengala per le sue munifiche opere di beneficenza. Da questo illustre ceppo ha avuto origine una famiglia di geni: non soltanto Rabindranath, ma tutti i suoi parenti si sono distinti nel campo dell’espressione creativa. I suoi fratelli Gogonendra 188

«Poiché l’anima è nata molte volte o, come dicono gli indù, “compie il cammino dell’esistenza attraverso migliaia di rinascite” ... non vi è nulla di cui non abbia acquisito conoscenza; non sorprende che sia capace di ricordare ... ciò che sapeva in precedenza ... Per l’indagine e l’apprendimento, la reminiscenza è tutto» (Emerson). 179

e Abanindra189 sono fra i più preminenti artisti dell’India.190 Un altro fratello, Dwijendra, è un filosofo dalla visione profonda, al cui richiamo soave rispondono gli uccelli e le creature silvestri. ! Rabindranath mi invitò a pernottare nella dépendance per gli ospiti. Fu davvero uno spettacolo suggestivo, la sera, vedere il poeta seduto nel patio con un gruppo di allievi. Era come se il tempo scorresse a ritroso: la scena dinanzi ai miei occhi era quella di un antico ashram, con il gioioso cantore attorniato dai suoi discepoli, tutti cinti da un’aureola d’amore divino. Tagore intrecciava ogni legame con i fili dell’armonia. Senza mai imporsi con l’autorità, egli affascinava e conquistava il cuore con un irresistibile magnetismo. Raro bocciolo di poesia che fiorisce nel giardino del Signore e attrae gli altri con la sua naturale fragranza! ! Con la sua voce melodiosa, Rabindranath ci lesse alcune squisite poesie da lui composte di recente. La maggior parte delle sue canzoni e dei suoi componimenti teatrali, creati per il diletto dei suoi studenti, furono scritti a Santiniketan. La bellezza dei suoi versi risiede, a mio parere, nell’arte di alludere a Dio quasi in ogni strofa pur menzionando di rado il sacro Nome. «Ebbro dell’estasi del canto» egli scrisse «dimentico me stesso e chiamo mio amico te, che sei mio signore». ! Il giorno successivo, dopo pranzo, mi accomiatai dal poeta a malincuore. Sono molto lieto che la sua piccola scuola sia divenuta ora un’università internazionale, Viswa-Bharati, in cui studiosi di ogni parte del mondo hanno trovato la propria collocazione ideale. ! «Dove la mente è impavida e la fronte è tenuta ben alta; ! dove la conoscenza è libera; ! dove il mondo non è stato frammentato da anguste mura domestiche; ! dove le parole sgorgano dal profondo della verità; ! dove l’impegno instancabile tende le braccia verso la perfezione; ! dove il limpido fiume della ragione non s’è smarrito nelle desolate ! sabbie desertiche delle morte abitudini; ! dove la mente è da Te sospinta verso pensieri e azioni sempre più vasti: ! in quel paradiso di libertà, Padre mio, fa’ che il mio Paese si desti!».191 ! RABINDRANATH TAGORE

!

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 In realtà Gogonendra e Abanindra erano nipoti di Tagore. (N.d.C.)

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 Anche Rabindranath, a sessant’anni, intraprese uno studio approfondito della pittura. Alcuni anni fa la sua opera “futurista” fu esposta in alcune capitali europee e a New York. 191

Gitanjali (New York, Macmillan Co.). Uno studio approfondito sul poeta si trova in The Philosophy of Rabindranath Tagore, dell’illustre studioso Sir S. Radhakrishnan (Macmillan, 1918). Un altro volume dettagliato è quello di B.K. Roy, Rabindranath Tagore: The Man and His Poetry (New York, Dodd, Mead, 1915). Buddha and the Gospel of Buddhism (New York, Putnam’s, 1916), dell’eminente esperto d’arte orientale Ananda K. Coomaraswamy, contiene una serie di illustrazioni a colori del fratello del poeta, Abanindra Nath Tagore. 180

CAPITOLO: 30 !

La legge dei miracoli

! «Il grande scrittore Lev Tolstoj scrisse un delizioso racconto, I tre eremiti. Il suo amico Nicholas Roerich192 ha così riassunto la storia: ! «Su un’isola vivevano tre anziani eremiti. Erano così semplici che la loro unica preghiera era: “Noi siamo tre; Tu sei Tre: abbi pietà di noi!”. Durante questa ingenua preghiera si manifestavano grandi miracoli. ! «Il vescovo del luogo 193 venne a sapere dei tre eremiti e della loro inammissibile preghiera e decise di andare a trovarli, al fine di insegnare loro le invocazioni canoniche. Giunto sull’isola, disse agli eremiti che la loro implorazione celeste era priva di dignità e insegnò loro molte delle consuete preghiere. Il vescovo ripartì poi su un battello. Durante la traversata, vide che una luce radiante seguiva l’imbarcazione. Quando la luce giunse più vicina, egli distinse i tre eremiti che, tenendosi per mano, correvano sulle onde sforzandosi di raggiungere la barca. ! «“Abbiamo dimenticato le preghiere che ci hai insegnato” esclamarono quando ebbero raggiunto il vescovo “e siamo corsi a chiederti di ripetercele”. Il vescovo, colmo di riverente stupore, scosse il capo. ! «“Carissimi,” rispose umilmente “continuate pure a vivere con la vostra vecchia preghiera!”». ! Come potevano i tre santi camminare sull’acqua? ! Come poté Cristo risuscitare il proprio corpo crocifisso? ! Come potevano Lahiri Mahasaya e Sri Yukteswar compiere i loro miracoli? ! La scienza moderna, a tutt’oggi, non ha risposte, benché con l’avvento della bomba atomica e con le meraviglie del radar l’orizzonte mentale dell’umanità si sia improvvisamente ampliato. La parola “impossibile” sta via via perdendo importanza nel vocabolario scientifico. ! Le antiche Scritture vediche affermano che il mondo fisico è soggetto a un’unica legge fondamentale, quella di maya, il principio di relatività e dualità. Dio, l’Unica Vita, è Assoluta Unità; non può apparire come le manifestazioni separate e distinte della creazione, se non sotto un velo falso o irreale. Quell’illusione cosmica è maya. Ogni grande scoperta scientifica dell’epoca moderna ha contribuito a confermare questa semplice asserzione dei rishi. ! La legge del moto di Newton è una legge di maya: «A ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria; le azioni reciproche di due corpi sono sempre equivalenti e seguono direzioni opposte». Azione e reazione, pertanto, sono esattamente equivalenti. «È impossibile avere una forza singola. Deve esserci, e sempre c’è, una coppia di forze uguali e contrarie». ! Tutti i processi naturali fondamentali tradiscono la loro origine in maya. L’elettricità, ad esempio, è un fenomeno di repulsione e attrazione; elettroni e protoni sono opposti elettrici. Un ulteriore esempio: l’atomo, ovvero la particella ultima della materia, è un magnete con poli positivi e negativi, come la terra stessa. Tutto il mondo fenomenico soggiace all’inesorabile dominio della polarità; non è mai stata scoperta alcuna legge della

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Questo famoso artista e filosofo russo vive da molti anni in India nei pressi dell’Himalaya. «Dalle vette giunge la rivelazione» ha scritto. «Nelle grotte e sulle cime vivevano i rishi. Sui picchi nevosi dell’Himalaya arde un luminoso bagliore, più brillante delle stelle e dei fantastici lampi del fulmine». 193

 Il racconto potrebbe avere un fondamento storico; una nota editoriale ci informa che il vescovo incontrò i tre monaci mentre era in viaggio da Arcangelo al Monastero di Slovetsky, alla foce del fiume Dvina. 181

fisica, della chimica o di qualsiasi altra scienza, che fosse esente da intrinseci principi di contrapposizione o contrasto. ! La scienza fisica, pertanto, non può formulare leggi al di fuori di maya, che costituisce la vera e propria trama e struttura della creazione. La natura stessa è maya; la scienza della natura deve necessariamente fare i conti con la propria ineluttabile quiddità. Entro il proprio ambito specifico, essa è eterna e inesauribile; gli scienziati futuri non potranno che limitarsi a indagare sui singoli aspetti, uno dopo l’altro, della sua infinita varietà. La scienza, pertanto, rimane in un flusso perpetuo, incapace di cogliere la causa ultima; essa è idonea a formulare le leggi di un cosmo già esistente e funzionante, ma è impotente a individuare il Legislatore e Operatore Unico. Le grandiose manifestazioni della gravitazione e dell’elettricità sono ormai note, ma che cosa siano la gravitazione e l’elettricità nessun mortale è in grado di dirlo.194 ! !

GURU E DISCEPOLO

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Gli ashram nella foresta erano antichi luoghi del sapere, secolare e divino, per i giovani indiani. Qui un venerabile guru, appoggiato a un sostegno di legno per i gomiti usato nella meditazione, sta iniziando il suo discepolo agli augusti misteri dello Spirito. ! Andare oltre maya fu il compito assegnato al genere umano dai profeti nel corso dei millenni. Ergersi al di sopra della dualità della creazione e percepire l’unità del Creatore fu considerato il fine supremo dell’uomo. Coloro che si aggrappano all’illusione cosmica devono accettare la sua legge fondamentale di polarità: flusso e riflusso, ascesa e caduta, giorno e notte, piacere e dolore, bene e male, nascita e morte. Questo modello ciclico assume una certa angosciosa monotonia, dopo che l’essere umano è passato attraverso qualche migliaio di nascite; allora egli inizia a gettare uno sguardo di speranza oltre le coercizioni di maya.

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Marconi, il grande inventore, fece la seguente ammissione riguardo all’inadeguatezza della scienza di fronte alle finalità ultime: «L’incapacità della scienza di risolvere il mistero della vita è assoluta. Se non fosse per la fede, questo fatto sarebbe davvero spaventoso. Il mistero della vita è sicuramente il problema più persistente che sia mai stato posto al pensiero umano». 182

! Squarciare il velo di maya significa penetrare il segreto della creazione. Lo yogi che, in tal modo, mette a nudo l’universo, è l’unico vero monoteista. Tutti gli altri venerano idoli pagani. Finché l’essere umano resterà soggiogato dalle illusioni dualistiche della natura, finché Maya dal volto di Giano sarà la sua dea, egli non potrà conoscere il vero Dio. ! L’illusione del mondo, o maya, a livello individuale è chiamata avidya, letteralmente “non-conoscenza”, ignoranza, illusione. Maya o avidya non può mai essere distrutta mediante l’analisi o la convinzione intellettuale, ma unicamente raggiungendo lo stato interiore del nirbikalpa samadhi. I profeti dell’Antico testamento e i veggenti di ogni epoca e nazione parlarono da tale stato di coscienza. Afferma Ezechiele (43,1-2): «Mi condusse allora verso la porta che guarda a Oriente ed ecco che la gloria del Dio d’Israele giungeva dalla via orientale e il suo rumore era come il rumore delle grandi acque e la terra risplendeva della sua gloria». Attraverso il divino occhio posto sulla fronte (Oriente), lo yogi fa navigare la propria coscienza verso l’onnipresenza, udendo il Verbo o Aum, il suono divino di molte acque, o vibrazioni, che è l’unica realtà della creazione. ! Fra gli innumerevoli misteri del cosmo, il più fenomenale è la luce. A differenza delle onde sonore, la cui trasmissione necessita dell’aria o di altri mezzi materiali, le onde luminose passano liberamente attraverso il vuoto dello spazio interstellare. Persino l’ipotetico etere, considerato il medium interplanetario della luce nella teoria ondulatoria, può essere eliminato in base alla teoria einsteiniana, secondo la quale le proprietà geometriche dello spazio rendono superflua la teoria dell’etere. Secondo entrambe le ipotesi la luce resta, fra tutte le manifestazioni naturali, la più sottile, la più libera dalla dipendenza materiale. ! Nelle grandiose concezioni di Einstein, la velocità della luce – pari a trecentomila chilometri al secondo – domina l’intera teoria della relatività. Einstein fornisce la dimostrazione matematica che la velocità della luce, in relazione alla mente umana finita, è l’unica costante in un universo dal flusso instabile. Dall’unico valore assoluto della velocità della luce conseguono tutte le coordinate umane di tempo e spazio. Non più astrattamente eterni come erano ritenuti in precedenza, il tempo e lo spazio sono invece fattori relativi e finiti, la cui misurazione è valida unicamente in riferimento al parametro della velocità della luce. Accomunato allo spazio quanto a relatività dimensionale, il tempo ha rinunciato alle antiche pretese di rappresentare un valore immutabile. Il tempo è ormai ridotto alla sua vera natura: l’essenza stessa dell’ambiguità! Con i pochi tratti di penna delle sue equazioni, Einstein ha bandito dal cosmo qualsiasi realtà fissa, a eccezione di quella della luce. ! Nell’ulteriore evolversi della sua concezione, con la teoria unificata dei campi, il grande fisico ha integrato in un’unica formula matematica le leggi della gravitazione e dell’elettromagnetismo. Riducendo la struttura cosmica a variazioni di un’unica legge, con un balzo di secoli Einstein195 ha teso la mano ai rishi, che avevano proclamato l’esistenza di un’unica struttura della creazione, quella della proteiforme maya. ! Dall’epocale teoria della relatività hanno avuto origine le possibilità matematiche di esplorare l’atomo ultimo. Grandi scienziati affermano ora arditamente non soltanto che l’atomo è energia anziché materia, ma anche che l’energia atomica è essenzialmente “sostanza mentale”. ! «La franca ammissione che la scienza fisica ha per oggetto un mondo d’ombre è uno dei progressi più significativi» scrive Sir Arthur Stanley Eddington in The Nature of the Physical World. «Nel mondo della fisica osserviamo la proiezione ombroscopica del dramma della vita quotidiana. L’ombra del mio gomito si posa sul tavolo-ombra mentre l’inchiostro-ombra fluisce sulla carta-ombra. Tutto è simbolico, e un simbolo lo considerano 195

Una possibile indicazione della direzione imboccata dal genio di Einstein è il fatto che egli fu, per tutta la vita, seguace del grande filosofo Spinoza, la cui opera più nota è L’etica dimostrata secondo l’ordine geometrico. 183

anche i fisici. Viene poi la Mente alchimista, che trasmuta i simboli ... In poche parole, la sostanza di cui è fatto il mondo è “sostanza mentale” ... La materia realistica e i campi di forza della precedente teoria fisica sono del tutto irrilevanti, se non nella misura in cui la stessa sostanza mentale ha intessuto queste fantasticherie ... Il mondo esterno, pertanto, è divenuto un mondo di ombre. Eliminando le nostre illusioni abbiamo eliminato la sostanza, in quanto ci siamo resi conto che la sostanza è una delle nostre illusioni più grandi». ! Con la recente scoperta del microscopio elettronico si è avuta la prova definitiva dell’essenza luminosa degli atomi e dell’inevitabile dualità della natura. Il New York Times ha pubblicato il seguente resoconto di una dimostrazione del microscopio elettronico fornita nel 1937 a un convegno dell’American Association for the Advancement of Science: ! «La struttura cristallina del tungsteno, nota finora soltanto indirettamente attraverso i raggi x, si delineava nitidamente su uno schermo fluorescente, mostrando nove atomi nelle loro posizioni corrette nel reticolo spaziale, un cubo, con un atomo su ogni angolo e un atomo posto al centro. Gli atomi nel reticolo cristallino del tungsteno apparivano sullo schermo fluorescente come punti di luce, disposti in forma geometrica. Contro questo cubo cristallino di luce le bombardanti molecole d’aria erano osservabili come punti luminosi danzanti, simili ai punti della luce solare che scintillano sulle acque in movimento ... ! «Il principio del microscopio elettronico fu scoperto per la prima volta nel 1927 dagli scienziati Clinton J. Davisson e Lester H. Germer dei Bell Telephone Laboratories di New York, i quali accertarono che l’elettrone presentava una duplice personalità, in quanto condivideva le caratteristiche sia della particella che dell’onda. La qualità ondulatoria conferiva all’elettrone le caratteristiche della luce e fu avviata una ricerca per individuare i mezzi con i quali “mettere a fuoco” gli elettroni in maniera simile alla focalizzazione della luce per mezzo di una lente. ! «La sua scoperta della doppia natura dell’elettrone, che confermava la previsione fatta nel 1924 da De Broglie – fisico francese insignito del Premio Nobel – e dimostrava che l’intera dimensione della natura fisica presenta una doppia personalità, valse anche a Davisson il Premio Nobel per la fisica». ! «La corrente del sapere» scrive Sir James Jeans in The Mysterious Universe «sta dirigendosi verso una realtà non meccanicistica; l’universo inizia ad assumere l’aspetto di un grande pensiero, più che di una grande macchina». La scienza del ventesimo secolo sembra così riecheggiare una pagina degli antichi Veda. ! Dalla scienza, se così deve essere, l’umanità apprenda dunque la verità filosofica che non esiste alcun universo materiale; la sua trama e il suo ordito sono maya, illusione. Tutti i suoi miraggi di realtà si dissolvono, una volta analizzati. Man mano che, uno a uno, i rassicuranti puntelli di un cosmo fisico crollano sotto di lui, l’essere umano coglie, sia pur confusamente, la natura idolatrica della sua fiducia e comprende di aver trasgredito in passato al comandamento divino: «Non avrai altro Dio all’infuori di Me». ! Nella sua celebre equazione che esprime l’equivalenza della massa e dell’energia, Einstein ha dimostrato che l’energia in qualsiasi particella di materia è uguale alla sua massa o peso moltiplicata per il quadrato della velocità della luce. Lo sprigionamento delle energie atomiche è provocato dall’annientamento delle particelle materiali. La “morte” della materia ha segnato la “nascita” dell’Era Atomica. ! La velocità della luce è una costante matematica non in quanto trecentomila chilometri al secondo siano un valore assoluto, ma in quanto nessun corpo materiale, la cui massa aumenta con la velocità, può mai raggiungere la velocità della luce. In altri termini: soltanto un corpo materiale la cui massa è infinita potrebbe uguagliare la velocità della luce. ! Questo concetto ci conduce fino alla legge dei miracoli. 184

! I maestri che sono in grado di materializzare e smaterializzare il proprio corpo o qualsiasi altro oggetto, di muoversi alla velocità della luce e di utilizzare i raggi di luce creativi per rendere istantaneamente visibile qualsiasi manifestazione fisica, hanno soddisfatto la necessaria condizione einsteiniana: la loro massa è infinita. ! La coscienza di uno yogi che ha raggiunto la perfezione si identifica senza sforzo non con un corpo limitato, ma con la struttura universale. La gravitazione, sia essa intesa come la “forza” di Newton o come la “manifestazione d’inerzia” di Einstein, è impotente a obbligare un maestro a mostrare la proprietà del “peso”, cioè la specifica condizione gravitazionale che contraddistingue tutti gli oggetti materiali. Colui che conosce se stesso come Spirito onnipresente non è più soggetto alle rigidità di un corpo nelle dimensioni del tempo e dello spazio. Le sbarre che lo imprigionano si sono disciolte grazie al solvente dell’«Io sono Lui». ! «Fiat lux! E la luce fu». Il primo comando impartito da Dio alla propria ben ordinata creazione (Genesi 1,3) diede origine all’unica realtà atomica: la luce. Lungo i raggi di questo mezzo immateriale hanno luogo tutte le manifestazioni divine. Devoti di ogni epoca hanno reso testimonianza dell’apparizione di Dio come fiamma e luce: «Il re dei regnanti e signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere».196 ! Lo yogi che, attraverso la meditazione perfetta, ha fuso la propria coscienza con il Creatore, percepisce l’essenza cosmica come luce; per lui non vi è alcuna differenza fra i raggi luminosi che compongono l’acqua e i raggi luminosi che compongono la terra. Libero dalla coscienza materiale, libero dalle tre dimensioni dello spazio e dalla quarta dimensione del tempo, un maestro trasferisce il proprio corpo di luce con pari facilità attraverso i raggi luminosi della terra, dell’acqua, del fuoco o dell’aria. La lunga concentrazione sull’occhio spirituale liberatore consente allo yogi di distruggere tutte le illusioni relative alla materia e al suo peso gravitazionale; egli, pertanto, vede l’universo come una massa di luce essenzialmente indifferenziata. ! «Le immagini ottiche» ci dice il dott. L.T. Troland di Harvard «si formano in base agli stessi principi delle comuni incisioni a mezzatinta; esse sono costituite da minuscoli puntini o lineette, troppo piccoli per essere individuati dall’occhio ... La sensibilità della retina è talmente grande che una sensazione visiva può essere prodotta da pochi quanti del giusto tipo di luce». Un maestro, grazie alla sua conoscenza divina dei fenomeni della luce, può proiettare istantaneamente in manifestazioni percettibili gli atomi di luce onnipresenti. La forma effettiva di tale proiezione – sia essa un albero, una medicina o un corpo umano – corrisponde ai poteri di volontà e visualizzazione dello yogi. ! Quando l’uomo, durante il sonno, si trova nello stato di coscienza del sogno, in cui si sottrae alle limitazioni dell’ego che lo accerchiano quotidianamente, si ha una dimostrazione notturna dell’onnipotenza della sua mente. Ed ecco che nel sogno compaiono gli amici da tempo defunti, i continenti più remoti, scene della propria infanzia riportate alla vita. Con tale stato di coscienza libero e incondizionato, che tutti gli esseri umani sperimentano nei fenomeni onirici, il maestro in sintonia con Dio ha stabilito un collegamento che non si interrompe mai. Essendo immune da qualsiasi motivazione egoistica e avvalendosi della volontà creativa di cui è stato dotato dal Creatore, lo yogi riordina gli atomi di luce dell’universo per soddisfare qualsiasi preghiera sincera del devoto. A tal fine furono fatti l’uomo e la creazione: affinché l’essere umano si ergesse come signore di maya, consapevole del proprio dominio sul cosmo.

196

i Timoteo 6,15-16. 185

! «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”».197 ! Nel 1915, poco dopo essere entrato a far parte dell’Ordine degli swami, ebbi una visione dai violenti contrasti. In essa veniva rappresentata vividamente la relatività della coscienza umana e io percepii con chiarezza l’unità della Luce Eterna, al di là delle dolorose dualità di maya. La visione discese su di me un mattino, mentre sedevo nella mia stanzetta nella soffitta della casa di mio padre in Gurpar Road. Da mesi, in Europa, infuriava la prima guerra mondiale e io riflettevo mestamente sull’enorme tributo di vite umane. ! Appena chiusi gli occhi in meditazione, la mia coscienza fu immediatamente trasferita nel corpo di un capitano al comando di una nave da guerra. Il rombo dei cannoni fendeva l’aria nel fuoco incrociato dei colpi sparati fra le batterie sulla spiaggia e i cannoni a bordo della nave. Un enorme proiettile colpì la polveriera, squarciando la mia nave. Mi tuffai in acqua insieme ai pochi marinai sopravvissuti all’esplosione. ! Col batticuore giunsi sano e salvo a riva ma, ohimè!, una pallottola vagante andò a concludere il suo volo furioso nel mio petto. Gemendo, caddi a terra. Sebbene l’intero corpo fosse paralizzato, ero consapevole di possederlo, così come si è consapevoli di avere una gamba addormentata. ! «Infine il misterioso passo della Morte mi ha raggiunto» pensai. Con un ultimo sospiro stavo per sprofondare nell’incoscienza, quand’ecco che mi ritrovai seduto nella posizione del loto nella mia stanza di Gurpar Road. ! Lacrime isteriche mi sgorgavano dagli occhi mentre, colmo di gioia, strofinavo e pizzicavo il mio ritrovato bene: un corpo integro, senza alcun foro di proiettile nel petto. Dondolavo avanti e indietro, inspirando ed espirando per rassicurarmi di essere ancora vivo. Mentre ancora mi compiacevo con me stesso, mi accorsi che la mia coscienza era stata trasferita nuovamente nel corpo del capitano morto sulla riva imbrattata di sangue. Ero in preda alla più totale confusione mentale. ! «Signore» pregai «sono morto o vivo?». ! Un abbagliante gioco di luce riempì l’intero orizzonte. Con un tenue rombare, una vibrazione risuonò formando queste parole: ! «Che cosa hanno a che fare la vita o la morte con la Luce? A immagine della Mia Luce ti ho creato. Le relatività della vita e della morte appartengono al sogno cosmico. Contempla il tuo essere al di là del sogno! Svegliati, figlio mio, svegliati!». ! Quali passi progressivi verso il risveglio dell’umanità, il Signore ispira gli scienziati a scoprire, nel momento e nel luogo appropriati, i segreti della Sua creazione. Molte scoperte moderne aiutano gli uomini a comprendere il cosmo come la molteplice espressione di un’unica energia, la luce, guidata dalla divina intelligenza. Le meraviglie del cinema, della radio, della televisione, del radar, della cellula fotoelettrica – l’“occhio elettrico” che vede ogni cosa – e delle energie atomiche, sono tutte basate sul fenomeno elettromagnetico della luce. ! L’arte del cinematografo può raffigurare qualsiasi miracolo. Dal punto di vista dell’impressione visiva, nessuna meraviglia è preclusa agli abili trucchi della fotografia. Si può vedere il trasparente corpo astrale di un uomo sorgere dalla sua forma fisica grossolana, egli può camminare sull’acqua, risuscitare i morti, invertire il corso naturale degli eventi e sconvolgere il tempo e lo spazio. Assemblando le immagini luminose a suo piacimento, il fotografo ottiene prodigi ottici che un autentico maestro compie con i veri raggi di luce. ! Le realistiche immagini del cinematografo illustrano molte verità sulla creazione. Il Regista Cosmico ha scritto i propri drammi e riunito immense moltitudini di attori per la 197

Genesi 1,26. 186

storica rappresentazione dei secoli. Dall’oscura cabina dell’eternità, Egli riversa il Suo raggio creativo nei filmati delle epoche che si succedono e le immagini vengono proiettate sullo schermo dello spazio. Proprio come le immagini cinematografiche appaiono reali pur essendo soltanto combinazioni di luce e ombra, la varietà universale non è che apparenza illusoria. Le sfere planetarie, con le loro innumerevoli forme di vita, non sono altro che figure di un film cosmico, temporaneamente reali alle percezioni dei cinque sensi, via via che le scene vengono proiettate sullo schermo della coscienza umana dall’infinito raggio creativo. ! Il pubblico di una sala cinematografica, alzando lo sguardo, può constatare che tutte le immagini che appaiono sullo schermo si formano per mezzo di un unico raggio luminoso privo di immagini. Allo stesso modo, il pittoresco dramma universale scaturisce dall’unica luce bianca di una Cosmica Fonte. Con ingegno inconcepibile Dio sta allestendo uno spettacolo per i Suoi figli umani, rendendoli al tempo stesso attori e spettatori del Suo teatro planetario. ! Un giorno entrai in una sala cinematografica per vedere un cinegiornale sui campi di battaglia europei. In Occidente si combatteva ancora la prima guerra mondiale; il documentario mostrava la carneficina con un realismo tale che uscii dal cinema con il cuore in subbuglio. ! «Signore» pregai «perché mai permetti simili sofferenze?». ! Con mia intensa sorpresa ricevetti una risposta istantanea, sotto forma di una visione dei veri campi di battaglia europei. L’orrore dei combattimenti, pieni di morti e moribondi, superava di gran lunga la ferocia di qualsiasi rappresentazione del cinegiornale. ! «Guarda attentamente!». Una voce soave parlò alla mia coscienza interiore. «Vedrai che le scene che si svolgono in Francia in questo momento non sono altro che un gioco di chiaroscuro. Sono il film cosmico, altrettanto reale e irreale quanto lo è il cinegiornale che hai appena visto: una rappresentazione nella rappresentazione». ! Il mio cuore, tuttavia, non trovava ancora conforto. La voce divina proseguì: «La creazione è sia luce che ombra, altrimenti non sarebbe possibile alcuna immagine. Il bene e il male di maya devono continuamente alternarsi nella loro supremazia. Se la gioia fosse perpetua in questo mondo, l’essere umano ne cercherebbe mai un altro? Senza la sofferenza, l’uomo difficilmente si preoccupa di ricordare che ha abbandonato la sua casa eterna. Il dolore è lo sprone alla rimembranza. La via di scampo è attraverso la saggezza! La tragedia della morte è irreale; coloro che rabbrividiscono dinanzi a essa sono come un attore ignorante che muore di paura sul palcoscenico quando gli sparano con una semplice cartuccia a salve. I Miei figli sono i figli della luce; non rimarranno eternamente nel sonno dell’illusione». ! Benché avessi letto di maya nelle Scritture, non ne avevo tratto una comprensione altrettanto immediata e profonda di quella che ricevetti da queste mie visioni personali e dalle parole di consolazione che le avevano accompagnate. I valori di ciascuno di noi mutano radicalmente quando ci si convince infine che la creazione è soltanto un’immensa rappresentazione cinematografica e che la propria realtà non va ricercata in essa, bensì al di là di essa. ! Dopo aver terminato di scrivere questo capitolo, rimasi seduto sul letto nella posizione del loto. La mia stanza era illuminata fiocamente da due abat-jour. Sollevando lo sguardo, notai che il soffitto era punteggiato da piccole luci color senape, che scintillavano e tremolavano con la luminescenza del radio. Miriadi di raggi tratteggiati, simili a rivoli di pioggia, si raccolsero in un fascio trasparente e si riversarono silenziosamente su di me. ! Subito il mio corpo fisico perse la propria consistenza materiale e si tramutò in struttura astrale. Percepii una sensazione fluttuante quando, sfiorando appena il letto, il mio corpo privo di peso iniziò a oscillare leggermente e alternatamente a sinistra e a destra. Mi guardai attorno nella stanza: i mobili e le pareti erano quelli di sempre, ma la 187

piccola massa di luce si era moltiplicata al punto da rendere invisibile il soffitto. Rimasi incantato. ! «Questo è il meccanismo del film cosmico». Una voce parlava come se provenisse dalla luce stessa. «Gettando il suo fascio di luce sul bianco schermo delle lenzuola del tuo letto, sta producendo l’immagine del tuo corpo. Guarda: la tua forma non è altro che luce!». ! Mi guardai le braccia e le mossi avanti e indietro, eppure non riuscivo a sentirne il peso. Fui sopraffatto da una gioia estatica. Quel cosmico stelo di luce, che fioriva assumendo la forma del mio corpo, pareva una replica divina dei raggi di luce che filtrano dalla cabina di proiezione di una sala cinematografica e si manifestano come immagini sullo schermo. ! A lungo rimasi a guardare il film del mio corpo nel cinema fiocamente illuminato della mia camera da letto. Nonostante le numerose visioni che ho avuto, nessuna fu più singolare di questa. Quando la mia illusione di un corpo solido si fu completamente dissolta e divenni ancor più profondamente consapevole che l’essenza di tutti gli oggetti è la luce, sollevai lo sguardo al flusso palpitante di vitatroni e pronunciai questa supplica: ! «Luce Divina, Ti prego, assorbi in Te la mia umile immagine corporea, così come Elia venne tratto in cielo da una fiamma». ! Evidentemente, la mia preghiera fu inopportuna: il raggio scomparve. Il mio corpo riacquistò il suo peso normale e ricadde sul letto; il nugolo di luci splendenti sul soffitto ebbe ancora un guizzo e poi svanì. A quanto pare, per me non era ancora giunto il momento di lasciare questa terra. ! «Inoltre» pensai filosoficamente «il profeta Elia potrebbe anche aversene a male della mia presunzione!». !

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CAPITOLO: 31 !

A colloquio con la Madre santa

! «Reverenda madre, nell’infanzia sono stato battezzato dal vostro marito-profeta. Egli è stato il guru dei miei genitori e del mio stesso guru, Sri Yukteswarji. Volete dunque concedermi il privilegio di udire qualche episodio della vostra santa vita?». ! Avevo rivolto questa richiesta a Srimati Kashi Moni, compagna di vita di Lahiri Mahasaya. Trovandomi a Benares per un breve periodo, stavo appagando il desiderio a lungo coltivato di far visita alla venerabile signora. Ella mi ricevette benevolmente nell’antica residenza di famiglia dei Lahiri, nel quartiere Garudeswar Mohulla di Benares. Benché anziana, era fiorente come un loto ed emanava silenziosamente una fragranza spirituale. Era di corporatura media, aveva il collo sottile e la carnagione chiara. Occhi grandi e splendenti addolcivano il suo volto materno. ! «Figlio, sei il benvenuto qui. Sali». ! Kashi Moni mi guidò fino a una minuscola stanza in cui, per un certo periodo, aveva vissuto con il marito. Mi sentii onorato di essere stato ammesso nel sacrario in cui l’impareggiabile maestro aveva acconsentito a interpretare il dramma umano del matrimonio. La gentile signora, con un cenno, m’invitò a sedere su un cuscino al suo fianco. ! «Ci vollero anni prima che divenissi pienamente cosciente della divina statura di mio marito» esordì. «Una notte, proprio in questa stanza, ebbi un sogno estremamente vivido. Angeli gloriosi fluttuavano con grazia inimmaginabile sopra di me. La visione era così realistica che mi svegliai immediatamente; la stanza era stranamente avvolta da una luce accecante. ! «Mio marito, nella posizione del loto, era levitato al centro della stanza, circondato da angeli che lo veneravano rivolgendo verso di lui le mani giunte in un gesto di supplice dignità. Oltremodo meravigliata, ero convinta di stare ancora sognando. ! «“Donna,” disse Lahiri Mahasaya “non stai sognando. Rinuncia al tuo sonno, ora e per sempre”. Mentre egli discendeva lentamente a terra, mi prostrai ai suoi piedi. ! «“Maestro,” esclamai “m’inchino più e più volte dinanzi a te! Mi perdonerai per averti considerato mio marito? Muoio di vergogna nell’accorgermi di essere rimasta immersa nel sonno dell’ignoranza accanto a colui che è divinamente risvegliato. Da questa notte non sarai più mio marito, ma il mio guru. Sei disposto ad accogliere il mio essere insignificante come tua discepola?”.198 ! «Il maestro mi toccò lievemente. “Anima sacra, alzati. Sei accolta!”. Indicò gli angeli e disse: “Ti prego d’inchinarti davanti a ciascuno di questi santi benedetti”. ! «Quando ebbi terminato le mie umili genuflessioni, le voci angeliche echeggiarono all’unisono, come il coro di un’antica Scrittura. ! «“Consorte del Divino, tu sei benedetta. Noi ti rendiamo omaggio”. Essi s’inchinarono ai miei piedi, ed ecco che, d’un tratto, le loro fulgide forme svanirono! La stanza si oscurò. ! «Il mio guru mi propose di ricevere l’iniziazione al Kriya Yoga. ! «“Certamente” risposi. “Mi spiace solo di non aver avuto prima, nella mia vita, tale benedizione”. ! «“I tempi non erano ancora maturi”. Lahiri Mahasaya sorrise, consolante. “Ti ho aiutato in silenzio a esaurire gran parte del tuo karma. Ora sei nella giusta disposizione e sei pronta”. ! «Egli mi toccò la fronte. Apparvero masse vorticose di luce; gradualmente, lo splendore formò un occhio spirituale di colore blu opalescente, circondato da un anello d’oro e con al centro una bianca stella pentagonale. 198

Sovviene qui il verso di Milton: «Egli per Dio solo, ella per Dio in lui». 189

! «“Fa’ che la tua coscienza, attraverso la stella, penetri nel regno dell’Infinito”. La voce del mio guru aveva una nota nuova, soave come una musica in lontananza. ! «Le visioni si susseguivano, frangendosi come onde spumeggianti dell’oceano sulle rive della mia anima. Le sfere panoramiche, infine, si dissolsero in un mare di beatitudine. Mi perdetti in un’estasi in continuo rifluire. Quando, dopo alcune ore, ripresi coscienza di questo mondo, il maestro m’impartì la tecnica del Kriya Yoga. ! «Da quella notte, Lahiri Mahasaya non dormì mai più nella mia stanza, né dormì più. Egli rimase nel salottino al pianterreno, in compagnia dei suoi discepoli, sia di giorno che di notte». ! L’illustre signora tacque. Consapevole della singolarità del suo rapporto con il sublime yogi, osai infine chiederle di narrarmi qualche altro ricordo. ! «Figliolo, sei avido di conoscere. Ti racconterò comunque un’altra storia». Sorrise timidamente. «Confesserò un peccato che commisi nei confronti del mio marito-guru. Alcuni mesi dopo la mia iniziazione, cominciai a sentirmi trascurata e negletta. Una mattina Lahiri Mahasaya entrò in questa stanzetta per prendere qualcosa e io, subito, lo seguii. Sopraffatta da una violenta illusione, gli rivolsi parole aspre. ! «“Trascorri tutto il tuo tempo con i discepoli. Che cosa ne è delle responsabilità verso tua moglie e i tuoi figli? Mi rincresce che non ti interessi di procurare più denaro alla famiglia”. ! «Il maestro restò a guardarmi per un istante e poi, d’improvviso, scomparve! Sgomenta e intimorita, udii una voce risuonare da ogni lato della stanza: ! «“Tutto è nulla, non vedi? Come potrebbe un nulla come me produrre ricchezze per voi?”. ! «“Guruji,” gridai “ti imploro di perdonarmi un milione di volte! I miei occhi colpevoli non riescono più a vederti; ti prego, mostrati nella tua sacra forma”. ! «“Sono qui”. La risposta proveniva da sopra di me. Alzai lo sguardo e vidi il maestro materializzato in aria, con la testa che toccava il soffitto. I suoi occhi erano come fiamme accecanti. Fuori di me dal terrore, mi gettai ai suoi piedi singhiozzando, dopo che egli fu tranquillamente ritornato a terra. ! «“Donna,” disse “persegui la ricchezza divina, non gli insignificanti orpelli terreni. Dopo aver acquisito i tesori interiori, ti accorgerai che i beni esteriori sono sempre disponibili”. Aggiunse poi: “Uno dei miei figli spirituali provvederà a voi”. ! «Le parole del mio guru, naturalmente, si avverarono; un discepolo lasciò una somma considerevole alla nostra famiglia». ! Ringraziai Kashi Moni per avermi reso partecipe delle sue straordinarie esperienze.199 Il giorno seguente ritornai a casa sua e trascorsi gradevolmente parecchie ore in discussioni filosofiche con Tincouri e Ducouri Lahiri. Questi due santi figli del grande yogi dell’India seguivano attentamente gli ideali tracciati dalle orme paterne. Entrambi gli uomini erano di carnagione chiara, alti, robusti, con folte barbe; avevano voci soavi e un fascino d’altri tempi nei modi. ! La moglie di Lahiri Mahasaya non fu la sua unica discepola donna; ve ne furono centinaia di altre, fra cui mia madre. Una chela chiese una volta al guru la sua fotografia. Egli le porse una stampa, dicendo: «Se la consideri una protezione, lo sarà; altrimenti sarà soltanto un’immagine». ! Qualche giorno dopo accadde che la stessa donna e la nuora di Lahiri Mahasaya stessero studiando la Bhagavad Gita a un tavolo dietro al quale era appesa la foto del guru. Scoppiò con gran furia un temporale carico di elettricità. ! «Lahiri Mahasaya, proteggeteci!». Le donne si inchinarono davanti al ritratto. Il fulmine colpì il libro che stavano leggendo, ma le due devote rimasero illese.

199

La venerabile madre trapassò a Benares nel 1930. 190

! «Fu come se una lastra di ghiaccio fosse stata posta tutt’attorno a me per respingere il calore bruciante» spiegò la chela. ! Lahiri Mahasaya compì due miracoli in relazione a una discepola, Abhoya. Lei e il marito, un avvocato di Calcutta, partirono un giorno per Benares per fare visita al guru. La loro carrozza ritardò a causa del traffico intenso ed essi giunsero alla stazione centrale di Howrah appena in tempo per udire il fischio di partenza del treno. ! Abhoya, in piedi accanto alla biglietteria, rimase tranquilla. ! «Lahiri Mahasaya, v’imploro di fermare il treno!» pregò in silenzio. «Non riesco a sopportare la pena di dover attendere un altro giorno per vedervi». ! Le ruote del treno sbuffante continuarono a girare a vuoto, senza avanzare minimamente. Il macchinista e i passeggeri scesero sul marciapiede per osservare il fenomeno. Una guardia ferroviaria inglese si avvicinò ad Abhoya e al marito e – fatto senza precedenti – offrì volontariamente i propri servigi. ! «Babu» disse «date a me il denaro. Acquisterò i biglietti per voi mentre salite sul treno». ! Non appena i due si sedettero ed ebbero ricevuto i biglietti, il treno, lentamente, prese ad avanzare. Colti dal panico, il macchinista e i passeggeri risalirono in gran fretta ai loro posti, senza sapere né in che modo il treno fosse ripartito né perché si fosse fermato inizialmente. ! Giunti alla casa di Lahiri Mahasaya, a Benares, Abhoya silenziosamente si prostrò dinanzi al maestro, cercando di toccargli i piedi. ! «Ricomponiti, Abhoya» osservò Lahiri Mahasaya. Quanto ti piace disturbarmi! Come se tu non avessi potuto prendere il treno successivo!». ! Abhoya fece visita a Lahiri Mahasaya in un’altra occasione memorabile. Questa volta ella desiderava la sua intercessione non per un treno, bensì per la cicogna. ! «Vi prego di benedirmi affinché il mio nono figlio possa vivere» ella disse. «Mi sono nati otto bambini; tutti sono morti poco dopo il parto». ! Il maestro le sorrise, pieno di compassione. «Il tuo prossimo figlio vivrà. Ti prego di seguire attentamente le mie istruzioni. Sarà una bimba, nascerà di notte. Bada che la lampada a olio venga mantenuta accesa fino all’alba. Non addormentarti, lasciando così che la luce si spenga». ! Abhoya ebbe una figlia, che nacque di notte, esattamente come previsto dal guru onnisciente. La madre diede istruzioni alla nutrice affinché mantenesse la lampada piena d’olio. Entrambe le donne vegliarono strenuamente fino alle prime ore del mattino, ma finirono poi con l’addormentarsi. L’olio della lampada era quasi esaurito; la luce tremolava affievolendosi. ! Il chiavistello della camera da letto si aprì e la porta si spalancò con un rumore violento. Le donne si svegliarono di soprassalto. I loro occhi esterrefatti distinsero la sagoma di Lahiri Mahasaya. ! «Abhoya, guarda, la luce è quasi spenta!». Egli indicò la lampada, che la nutrice si affrettò a riempire d’olio. Non appena essa riprese ad ardere luminosa, il maestro svanì. La porta si chiuse; il chiavistello tornò al suo posto senza alcun intervento visibile. ! La nona figlia di Abhoya sopravvisse; nel 1935, quando chiesi notizie, era ancora in vita. ! Uno dei discepoli di Lahiri Mahasaya, il venerabile Kali Kumar Roy, mi riferì molti dettagli affascinanti sulla sua vita con il maestro. ! «Fui spesso ospite a casa sua a Benares per intere settimane» mi raccontò Roy. «Notai che molte sante figure, danda 200 swami, giungevano nella quiete della notte per sedersi ai piedi del guru. Talvolta dibattevano specifiche questioni filosofiche e relative alla

200

Bastone, simbolo della spina dorsale, portato ritualmente da alcuni ordini di monaci. 191

meditazione. All’alba gli illustri ospiti se ne andavano. Durante le mie visite, mi accorsi che Lahiri Mahasaya non si coricò neppure una volta per dormire. ! «Quando iniziai a frequentare il maestro, dovetti scontrarmi con l’opposizione del mio datore di lavoro» proseguì Roy. «Questi era imbevuto di materialismo». ! «“Non voglio fanatici religiosi fra i miei dipendenti” diceva con tono di scherno. “Se mai incontrerò il tuo guru ciarlatano, gli dirò parole di cui si ricorderà”. ! «Questa allarmante minaccia non bastò a interrompere il mio programma regolare; trascorrevo quasi ogni sera alla presenza del mio guru. Una notte il mio principale mi seguì e s’introdusse in malo modo nel salotto. Di sicuro era intenzionato a pronunciare i giudizi taglienti da lui minacciati. Non appena l’uomo si fu seduto, Lahiri Mahasaya si rivolse al gruppetto di una dozzina di discepoli. ! «“Piacerebbe a tutti vedere un’immagine?”. ! «Quando annuimmo con un cenno del capo, egli ci chiese di oscurare la stanza. “Sedetevi uno dietro l’altro in cerchio” disse “e posate le mani sugli occhi della persona davanti a voi”. ! «Non fui sorpreso di vedere che anche il mio datore di lavoro stava seguendo, sia pure malvolentieri, le istruzioni del maestro. Dopo pochi minuti Lahiri Mahasaya ci chiese che cosa vedevamo. ! «“Signore,” risposi “si vede una donna stupenda. Indossa un sari bordato di rosso ed è in piedi accanto a una pianta di alocasia. Tutti gli altri discepoli fornirono la stessa descrizione. Il maestro si rivolse al mio principale. “Riconoscete quella donna?”. ! «“Sì”. L’uomo era evidentemente in lotta con emozioni nuove alla sua natura. “Spendo stupidamente i miei soldi con lei, pur avendo una buona moglie. Mi vergogno delle motivazioni che mi hanno condotto qui. Volete perdonarmi e accogliermi come discepolo?”. ! «“Se condurrete una vita moralmente retta per sei mesi, vi accetterò”. Il maestro aggiunse poi enigmaticamente: “Altrimenti non avrò bisogno d’impartirvi l’iniziazione”. ! «Per tre mesi il mio datore di lavoro resistette alla tentazione; poi riallacciò la precedente relazione con la donna. Due mesi dopo morì. Compresi così la velata profezia del mio guru a proposito dell’improbabile iniziazione di quell’uomo». ! Lahiri Mahasaya aveva un amico assai famoso, Swami Trailanga, che si diceva avesse più di trecento anni. I due yogi sedevano spesso insieme in meditazione. La fama di Trailanga è talmente grande che pochi indù metterebbero in dubbio la veridicità di qualsiasi racconto sui suoi strabilianti miracoli. Se Cristo tornasse sulla terra e camminasse per le strade di New York, rivelando i suoi poteri divini, susciterebbe altrettanta animazione di quella creata da Trailanga decine di anni fa, quando passava per le affollate vie di Benares. ! In molte occasioni lo swami fu visto bere, senza alcun effetto dannoso, i veleni più letali. Migliaia di persone, alcune delle quali sono ancora in vita, hanno visto Trailanga galleggiare sul Gange. Egli rimaneva seduto per giorni interi sulla superficie delle acque o nascosto per lunghi periodi sotto le onde. Una scena consueta ai ghat di Benares era il corpo immobile dello swami sui lastroni di pietra rovente, completamente esposto all’implacabile sole indiano. Con queste sue imprese straordinarie, Trailanga si proponeva d’insegnare agli uomini che la vita di uno yogi non dipende né dall’ossigeno né dalle comuni condizioni e precauzioni. Che si trovasse sopra o sotto le acque, che il suo corpo fosse esposto o meno agli spietati raggi del sole, il maestro dimostrava di vivere in virtù della divina coscienza: la morte non poteva toccarlo. ! Lo yogi era grande, non solo spiritualmente, ma anche fisicamente. Pesava più di 300 libbre [136 chili], una libbra per ogni anno di vita! Poiché mangiava alquanto di rado, il mistero è ancor più grande. Un maestro, tuttavia, può ignorare facilmente tutte le regole ordinarie per mantenere la salute, quando desidera farlo per qualche ragione specifica, spesso molto sottile e nota soltanto a lui. I grandi santi che si sono risvegliati dal cosmico 192

sogno di maya e sono divenuti coscienti di questo mondo come di un’idea nella Mente Divina, possono fare ciò che vogliono del proprio corpo, sapendo che esso è soltanto una forma manipolabile di energia condensata o congelata. Benché gli studiosi di fisica comprendano ormai che la materia non è altro che energia solidificata, i maestri pienamente illuminati sono passati da tempo dalla teoria alla pratica nell’ambito del controllo della materia. ! Trailanga rimaneva sempre completamente nudo. La polizia di Benares, esasperata, finì col considerarlo una sorta di bambino problematico e sconcertante. Questo swami allo stato naturale, come l’Adamo originario nel giardino dell’Eden, era del tutto inconsapevole della propria nudità. La polizia, invece, ne era perfettamente cosciente e, senza tante cerimonie, lo rinchiuse in prigione. Ciò suscitò il generale imbarazzo; l’enorme corpo di Trailanga fu infatti ben presto avvistato, nella sua consueta interezza, sul tetto del carcere. La sua cella, rimasta chiusa a chiave, non offriva alcun indizio sulle modalità di fuga. ! I rappresentanti della legge, scoraggiati, compirono nuovamente il proprio dovere. Questa volta fu posta una guardia davanti alla cella dello swami. Ancora una volta, la forza dovette cedere il passo alla virtù. Trailanga fu visto ben presto passeggiare con noncuranza sopra il tetto. La giustizia è cieca: la polizia, messa nel sacco, decise di seguire il suo esempio. ! Il grande yogi manteneva abitualmente il silenzio.201 Nonostante il viso rotondo e l’enorme ventre a botte, Trailanga mangiava solo saltuariamente. Dopo essersi astenuto dal cibo per settimane, egli interrompeva il suo digiuno bevendo brocche di latte cagliato offerte dai suoi devoti. Una volta uno scettico si propose di dimostrare che Trailanga era un ciarlatano. Un grande secchio colmo di un miscuglio di calce viva, utilizzato per imbiancare i muri, fu posto davanti allo swami. «Maestro» disse il materialista con finta reverenza «vi ho portato del latte cagliato: bevetelo, vi prego». ! Senza alcuna esitazione, Trailanga bevve fino all’ultima goccia dal contenitore pieno di calce viva. Dopo pochi istanti, il malfattore cadde a terra in agonia. ! «Aiuto, swami, aiuto!» gridava. «Sono in fiamme! Perdonate la mia perfida prova!». ! Il grande yogi infranse il suo silenzio abituale. «Tu, che credevi di farti beffe di me!» disse. «Quando mi hai offerto il veleno non ti rendevi conto che la mia vita è tutt’uno con la tua. Se io non avessi avuto cognizione che Dio è presente nel mio stomaco, così come in ogni atomo della creazione, la calce mi avrebbe ucciso. Ora che sai qual è il significato divino del boomerang, non giocare mai più simili scherzi a nessuno». ! Il peccatore ben purgato, risanato dalle parole di Trailanga, se la svignò alla chetichella. ! Il ritorcersi della sofferenza non fu dovuto a un atto di volontà del maestro, ma si verificò per l’infallibile applicazione della legge di giustizia che governa perfino l’orbita più remota della creazione. Gli uomini che, come Trailanga, hanno raggiunto la piena realizzazione di Dio, consentono alla legge divina di operare istantaneamente; essi, infatti, hanno bandito per sempre tutte le correnti contrastanti dell’ego. ! Le automatiche compensazioni della giustizia, spesso pagate in moneta inattesa come nel caso di Trailanga e del suo potenziale assassino, mitigano la nostra affrettata indignazione nei confronti dell’ingiustizia umana. «A me la vendetta; sono io che ricambierò, dice il Signore».202 Che bisogno c’è delle scarse risorse umane? L’universo intero concorre al giusto castigo. Le menti ottuse non credono alla possibilità della giustizia, dell’amore, dell’onniscienza e dell’immortalità divini. «Congetture inconsistenti

201

 Egli era un muni, un monaco che osserva il mauna, o silenzio spirituale. La radice sanscrita muni è affine al termine greco monos, “solo, unico”, dal quale derivano le parole monaco, monismo ecc. 202

Romani 12,19. 193

delle Scritture!». Questa opinione irragionevole, irriverente dinanzi allo spettacolo cosmico, innesca una serie di eventi che reca in sé la possibilità del risveglio. ! All’onnipotenza della legge spirituale alludeva Cristo in occasione del suo ingresso trionfale a Gerusalemme. Mentre i discepoli e la moltitudine gridavano di gioia e inneggiavano: «Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli», alcuni farisei deploravano lo spettacolo considerandolo sconveniente. «Maestro» protestarono «rimprovera i tuoi discepoli». ! «Vi dico» rispose Gesù «che, se questi taceranno, grideranno le pietre».203 ! Nella sua reprimenda ai farisei, Cristo voleva far notare che la giustizia divina non è un’astrazione metaforica e che un uomo di pace, anche se la lingua gli fosse stata strappata alla radice, troverebbe comunque la propria parola e la propria difesa nel fondamento della creazione, ossia nell’ordine universale stesso. ! «Pensate forse» diceva Gesù «di poter zittire gli uomini di pace? Sarebbe come sperare di soffocare la voce di Dio, del quale persino le pietre decantano la gloria e l’onnipresenza. Pretendete che gli uomini non celebrino la pace in cielo ma si radunino in moltitudini solo per invocare la guerra sulla terra? Fate dunque i vostri preparativi, o farisei, per rovesciare le fondamenta del mondo, poiché non soltanto gli uomini miti, ma anche le pietre o la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria insorgeranno contro di voi, per rendere testimonianza dell’armonia da Lui disposta». ! La grazia dello yogi simile al Cristo, Trailanga, venne concessa una volta al mio sajo mama (il mio zio materno). Una mattina mio zio vide il maestro attorniato da una folla di devoti a uno dei ghat di Benares. Egli riuscì a farsi strada e ad accostarsi a Trailanga, al quale toccò i piedi umilmente. Lo zio rimase assai sorpreso nell’accorgersi di essere stato istantaneamente liberato da una dolorosa malattia cronica.204 ! L’unico discepolo vivente del grande yogi di cui si abbia conoscenza è una donna, Shankari Mai Jiew. Figlia di uno dei discepoli di Trailanga, fu educata fin dalla prima infanzia come uno swami. Visse per quarant’anni in varie grotte solitarie nell’Himalaya nei pressi di Badrinath, Kedarnath, Amarnath e Pasupatinath. La brahmacharini (donna asceta), nata nel 1826, ha ormai da tempo superato il secolo di vita. L’aspetto non è tuttavia quello di una donna anziana: ha conservato capelli neri, denti splendenti e una sorprendente energia. Esce dal suo ritiro a intervalli di anni per partecipare ai mela, o festività religiose, che 204si svolgono periodicamente. ! La santa si recava spesso in visita da Lahiri Mahasaya. Ella riferì che un giorno, nel quartiere Barackpur vicino a Calcutta, mentre sedeva accanto a Lahiri Mahasaya, il suo grande guru Babaji entrò tranquillamente nella stanza e s’intrattenne a conversare con entrambi. ! In un’occasione il maestro Trailanga, rinunciando al suo abituale silenzio, rese intenzionalmente onore a Lahiri Mahasaya in pubblico. Un discepolo di Benares obiettò dicendo: ! «Signore, perché mai voi, che siete uno swami e un rinunciante, manifestate un tale rispetto per un capofamiglia?». ! «Figlio mio» rispose Trailanga «Lahiri Mahasaya è come un gattino divino, che rimane ovunque lo ponga la Madre Cosmica. Pur continuando a svolgere diligentemente il proprio ruolo nel mondo, egli ha conseguito quella perfetta autorealizzazione per la quale io ho rinunciato persino al mio perizoma!».

203 204

Luca 19,37-40.

La vita di Trailanga e di altri grandi maestri ci ricorda le parole di Gesù: «E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome (la coscienza cristica) scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Marco 16,17-18). 194

CAPITOLO: 32 !

Rama viene risuscitato dalla morte

! «Era allora malato un certo Lazzaro ... All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”».205 ! In un mattino soleggiato, Sri Yukteswar commentava le Scritture cristiane sul balcone del suo ashram di Serampore. Insieme a qualche altro discepolo del Maestro, ero presente con un gruppetto dei miei allievi di Ranchi. ! «In questo brano Gesù si definisce il Figlio di Dio. Benché egli fosse veramente unito a Dio, il suo riferimento assume qui un profondo significato impersonale» spiegò il mio guru. «Il Figlio di Dio è il Cristo, ossia la Coscienza Divina nell’essere umano. Nessun mortale può glorificare Dio. L’unico onore che l’uomo può tributare al suo Creatore è quello di cercarLo; l’essere umano non può glorificare un’Astrazione che non conosce. La “gloria” o nimbo attorno alla testa dei santi è l’attestazione simbolica della loro capacità di rendere omaggio al Divino». ! Sri Yukteswar proseguì la lettura della meravigliosa storia della resurrezione di Lazzaro. Giunto alla fine, il Maestro sprofondò in un lungo silenzio, con il libro sacro aperto sulle ginocchia. ! «Anch’io ebbi il privilegio di assistere a un miracolo simile» disse infine il mio guru con atteggiamento solenne. «Lahiri Mahasaya risuscitò dalla morte uno dei miei amici». ! I giovani che mi erano accanto sorrisero con vivo interesse. Anche in me vi era ancora sufficiente spirito fanciullesco da farmi apprezzare non soltanto la filosofia ma, in particolare, qualsiasi episodio riuscissi a indurre Sri Yukteswar a raccontare sulle mirabili esperienze avute con il suo guru. ! «Il mio amico Rama e io eravamo inseparabili» esordì il Maestro. «Poiché egli era timido e riservato, preferiva far visita al nostro guru Lahiri Mahasaya solo nelle ore fra la mezzanotte e l’alba, quando la folla dei discepoli delle ore diurne era assente. Essendo l’amico più intimo di Rama, io rappresentavo una sorta di “valvola di sfogo” spirituale, attraverso la quale egli lasciava trapelare la ricchezza delle sue percezioni spirituali. Traevo ispirazione dalla sua compagnia ideale». Il volto del mio guru si addolcì nei ricordi. ! «Rama, inaspettatamente, fu sottoposto a una difficile prova» proseguì Sri Yukteswar. «Egli contrasse il colera asiatico. Poiché il nostro maestro non obiettava mai all’assistenza dei medici in caso di malattie gravi, furono convocati due specialisti. Mentre si susseguivano affannosi i tentativi di soccorrere l’ammalato, io pregavo dal profondo del cuore Lahiri Mahasaya affinché concedesse il suo aiuto. Corsi a casa sua e, fra i singhiozzi, gli raccontai l’accaduto. ! «“I medici stanno assistendo Rama. Egli guarirà”. Il mio guru sorrise allegramente. ! «Ritornai a cuor leggero al capezzale del mio amico, ma lo trovai morente. ! «“Gli rimangono solo una o due ore di vita” mi disse uno dei medici con un gesto di disperazione. Ancora una volta, mi precipitai da Lahiri Mahasaya. ! «“I medici sono persone coscienziose. Sono sicuro che Rama guarirà”. Il maestro mi congedò senza mostrare la minima preoccupazione. ! «Giunto a casa di Rama, constatai che entrambi i dottori se ne erano andati. Uno mi aveva lasciato un biglietto: “Abbiamo fatto del nostro meglio, ma è un caso disperato”. ! «Il mio amico era, in effetti, il ritratto di un moribondo. Non comprendevo come le parole di Lahiri Mahasaya potessero non avverarsi, tuttavia la vista del rapido spegnersi della vita di Rama suggeriva con insistenza alla mia mente: “È tutto finito ormai”. Così,

205

Giovanni 11,1-4. 195

ondeggiando affannosamente sui mari della fede e del dubbio ansioso, accudii il mio amico come meglio potei. Egli si sollevò e gridò: ! «“Yukteswar, corri dal Maestro e digli che me ne sono andato. Chiedigli di benedire il mio corpo prima degli ultimi riti”. Con queste parole esalò un profondo sospiro e rese l’anima a Dio.206 ! «Piansi per un’ora accanto alla sua amata spoglia. Da sempre amante della quiete, ora egli aveva raggiunto la calma assoluta della morte. Entrò un altro discepolo; gli chiesi di restare in casa fino al mio ritorno. Mezzo inebetito, mi trascinai di nuovo dal mio guru. ! «“Come sta Rama adesso?”. Il volto di Lahiri Mahasaya era tutto un sorriso. ! «“Signore, lo vedrete ben presto, come sta!” sbottai in preda all’emozione. “Fra poche ore vedrete il suo corpo, prima che venga trasportato al luogo della cremazione”. Scoppiai a piangere senza ritegno. ! «“Yukteswar, controllati. Siediti con calma e medita”. Il mio guru si ritirò nel samadhi. Il pomeriggio e la notte trascorsero in ininterrotto silenzio; lottai invano per riconquistare la mia calma interiore. ! «All’alba Lahiri Mahasaya mi lanciò uno sguardo d’incoraggiamento. “Vedo che sei ancora agitato. Perché ieri non mi hai spiegato che ti aspettavi che io dessi a Rama un aiuto tangibile, sotto forma di un qualche farmaco?”. Il maestro indicò una lampada a forma di coppa che conteneva dell’olio di ricino greggio. “Riempi una bottiglietta d’olio della lampada; mettine sette gocce nella bocca di Rama”. ! «“Signore,” protestai “è morto da ieri a mezzogiorno. A che serve l’olio, ormai?”. ! «“Non preoccuparti; fa’ esattamente quel ti chiedo”. L’umore allegro di Lahiri Mahasaya mi era incomprensibile; ero ancora straziato dell’immitigabile angoscia del lutto. Attinto un po’ d’olio, uscii per tornare a casa di Rama. ! «Trovai il corpo del mio amico irrigidito nella morsa della morte. Senza prestare attenzione alla sua lugubre condizione, gli aprii le labbra con l’indice destro e riuscii, con la mano sinistra e l’aiuto del turacciolo, a versare l’olio, goccia a goccia, sopra i suoi denti serrati. ! «Quando la settima goccia toccò le sue labbra fredde, Rama fu percorso da un violento tremito. I muscoli gli vibrarono dalla testa ai piedi, mentre si alzava a sedere con aria meravigliata. ! «“Ho visto Lahiri Mahasaya in una vampa di luce” gridò. “Splendeva come il sole. ‘Alzati; lascia il tuo sonno’ mi ha ordinato. ‘Vieni con Yukteswar a trovarmi’”. ! «Non credevo ai miei occhi quando Rama si vestì e fu sufficientemente in forze, dopo la sua fatale malattia, da camminare fino alla casa del nostro guru. Giuntovi, si prostrò ai piedi di Lahiri Mahasaya con lacrime di gratitudine. ! «Il maestro era fuori di sé dall’ilarità. Con gli occhi ammiccava maliziosamente verso di me. ! «“Yukteswar,” disse “certamente, d’ora in poi, non mancherai di portare sempre con te una bottiglietta d’olio di ricino! Ogni volta che vedrai un cadavere, somministragli l’olio! Che diamine! Sette gocce d’olio di lampada devono pur distruggere il potere di Yama!”.207 ! «“Guruji, vi state burlando di me. Non capisco; vi prego, mostratemi qual è la natura del mio errore”. ! «“Ti ho detto per due volte che Rama sarebbe guarito, ma non sei riuscito a credermi del tutto” spiegò Lahiri Mahasaya. “Non intendevo dire che i medici sarebbero stati capaci di curarlo; ho soltanto osservato che gli stavano prestando assistenza. Non vi era alcun nesso causale fra le mie due affermazioni. Non volevo interferire con i dottori; anch’essi

206

Le vittime del colera sono spesso ragionevoli e pienamente coscienti fino al momento della morte.

207

Divinità della morte. 196

devono pur vivere”. Con voce colma di gioia, il mio guru aggiunse: “Ricorda sempre che l’inesauribile Paramatman208 può guarire chiunque, con o senza medico”. ! «“Comprendo il mio errore” riconobbi, preso dal rimorso. “Ora so che la vostra semplice parola è vincolante per il cosmo intero”». ! Quando Sri Yukteswar terminò lo straordinario racconto, uno degli ammaliati ascoltatori osò porre una domanda che, trattandosi di un fanciullo, era doppiamente comprensibile. ! «Signore» disse «perché il vostro guru usò l’olio di ricino?». ! «Bimbo mio, il ricorso all’olio non aveva alcun significato, se non che io mi aspettavo qualcosa di materiale e Lahiri Mahasaya scelse l’olio lì accanto come simbolo oggettivo per risvegliare in me una fede più profonda. Il maestro consentì che Rama morisse perché io avevo in parte dubitato. Il divino guru, tuttavia, sapeva che, avendo egli detto che il discepolo sarebbe guarito, la guarigione doveva necessariamente realizzarsi, anche nel caso in cui avesse dovuto curare Rama dalla morte: una malattia di solito definitiva!». ! Sri Yukteswar congedò il piccolo gruppo e con un cenno m’invitò a sedermi su una coperta ai suoi piedi. ! «Yogananda» disse con inusuale gravità «sei stato circondato, fin dalla nascita, da discepoli diretti di Lahiri Mahasaya. Il grande maestro visse la sua vita sublime in parziale ritiro e si rifiutò sempre fermamente di permettere ai suoi seguaci di costituire qualsivoglia organizzazione attorno ai suoi insegnamenti. Egli fece, nondimeno, una predizione significativa. ! «“Circa cinquant’anni dopo il mio trapasso” disse “la mia vita verrà raccontata in forma scritta, a causa del profondo interesse per lo yoga che si manifesterà in Occidente. Il messaggio yogico abbraccerà il globo intero e concorrerà a instaurare quel senso di fratellanza dell’umanità che deriva dalla percezione diretta dell’Unico Padre”. ! «Figlio mio Yogananda» proseguì Sri Yukteswar «devi fare la tua parte diffondendo quel messaggio e scrivendo il racconto di quella vita santa». ! I cinquant’anni dal trapasso di Lahiri Mahasaya, avvenuto nel 1895, sono culminati nel 1945, anno in cui è stato terminato questo libro. Non posso che essere colpito da un’ulteriore coincidenza: l’anno 1945 ha segnato anche l’ingresso in una nuova epoca, l’era delle rivoluzionarie energie atomiche. Tutte le menti riflessive si dedicano, come mai prima d’ora, agli urgenti problemi della pace e della fratellanza, al fine di evitare che l’uso continuato della forza fisica provochi l’eliminazione, oltre che dei problemi, anche di tutta l’umanità. ! Mentre il genere umano e le sue opere possono anche scomparire senza lasciare traccia a causa del tempo o delle bombe, il sole non muta minimamente il proprio corso e le stelle proseguono la loro invariabile veglia. La legge cosmica non può essere sospesa o alterata e l’essere umano farebbe bene a porsi in armonia con essa. Se il cosmo è contro l’esercizio della forza, se il sole non entra in guerra con i pianeti ma si ritira a tempo debito per lasciare che le stelle esercitino la loro piccola supremazia, a che vale il nostro pugno armato? Potrà mai scaturirne la pace? Non la crudeltà, ma la buona volontà, alimenta il vigore universale; un’umanità in pace conoscerà i frutti inesauribili della vittoria, più dolci al gusto di ogni altro frutto coltivato su un terreno insanguinato. ! La vera Lega delle Nazioni sarà una lega di cuori umani spontanea e anonima. Le ampie intese e il profondo discernimento necessari per risanare le afflizioni terrene non possono derivare da una mera considerazione intellettuale delle diversità umane, bensì dal riconoscimento del solo tratto che unisce gli uomini, ossia la loro affinità con Dio. In vista della realizzazione dell’ideale più alto dell’umanità, la pace attraverso la fratellanza, possa lo yoga, in quanto scienza del contatto personale con il Divino, diffondersi nel tempo fra tutti gli uomini di tutti i Paesi. 208

 Letteralmente, “Anima suprema”. 197

! Benché la civiltà dell’India sia più antica di ogni altra, pochi storici hanno fatto rilevare che una tale eccezionale capacità di sopravvivenza nazionale non è affatto un evento fortuito, bensì la logica conseguenza della devozione alle verità eterne, che l’India ha coltivato tramite i propri uomini migliori in ogni generazione. Con la pura e semplice continuità dell’essere, con la sua inalterabilità nel corso dei secoli – i polverosi eruditi sanno davvero dirci quanti ne siano trascorsi? – l’India, fra tutti i popoli, ha dato la risposta più degna alla sfida del tempo. ! Il racconto biblico 209 della supplica che Abramo rivolge al Signore affinché la città di Sodoma sia risparmiata qualora vi si trovino dieci giusti, e la risposta divina: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci», assumono un nuovo significato alla luce del fatto che l’India è sfuggita all’oblio in cui caddero invece Babilonia, l’Egitto e altre potenti nazioni a essa contemporanee. La risposta del Signore dimostra chiaramente che un Paese non vive delle proprie conquiste materiali, bensì dell’eccellenza della propria umanità. ! Si odano nuovamente le parole divine in questo ventesimo secolo, macchiatosi di sangue per due volte ancora prima che ne sia trascorsa metà: nessuna nazione che possa produrre dieci uomini grandi agli occhi del Giudice Incorruttibile conoscerà l’estinzione. Prestando fede a tali convinzioni, l’India ha dimostrato di non essere sprovveduta dinanzi alle innumerevoli insidie del tempo. I maestri autorealizzati hanno santificato il suolo dell’India in ogni secolo; moderni saggi simili al Cristo, come Lahiri Mahasaya e il suo discepolo Sri Yukteswar, si levano a proclamare che la scienza dello yoga è di vitale importanza per la felicità umana e la longevità delle nazioni, più di qualsiasi progresso materiale. ! Sono alquanto scarse le informazioni sulla vita di Lahiri Mahasaya e sulla sua dottrina universale disponibili finora su carta stampata. Da tre decenni riscontro in India, in America e in Europa un profondo e sincero interesse per il suo messaggio di liberazione attraverso lo yoga; un resoconto scritto della vita del maestro, proprio come egli stesso aveva preannunziato, si rende ora necessario in Occidente, dove le vite dei grandi yogi contemporanei sono poco note. ! Sulla vita del guru sono stati scritti non più di un paio di brevi saggi in inglese. Una biografia in bengali, Sri Sri 210 Shyama Charan Lahiri Mahasaya, è stata pubblicata nel 1941. È stata scritta dal mio discepolo, Swami Satyananda, che per molti anni fu acharya (precettore spirituale) presso la nostra scuola, Vidyalaya, di Ranchi. Ho tradotto alcuni brani del suo libro e li ho inseriti in questo capitolo dedicato a Lahiri Mahasaya. ! Fu in una devota famiglia bramina di antico lignaggio che Lahiri Mahasaya nacque il 30 settembre 1828. Il suo luogo di nascita fu il villaggio di Ghurni, nel distretto di Nadia, vicino a Krishnagar, nel Bengala. Egli era l’ultimo figlio maschio di Muktakashi, seconda moglie dello stimato Gaur Mohan Lahiri (la prima moglie, dopo la nascita di tre figli maschi, era deceduta durante un pellegrinaggio). La madre del ragazzo morì durante l’infanzia di quest’ultimo; poco si sa di lei, salvo il fatto rivelatore che era una fervente devota del Signore Shiva,211 designato nelle Scritture come il “Re degli yogi”. ! Lahiri, a cui era stato dato il nome di Shyama Charan, trascorse i primi anni della sua infanzia nella casa avita di Nadia. All’età di tre o quattro anni fu spesso visto rimanere 209

Genesi 18,23-32.

210

Sri, prefisso che significa “santo”, viene aggiunto (generalmente ripetuto due o tre volte) al nome dei grandi maestri indiani. 211

Una delle tre Persone della Trinità – Brahma, Vishnu, Shiva – che concorrono all’opera universale, rispettivamente, di creazione, conservazione e dissoluzione-restaurazione. Shiva (talvolta scritto Siva), rappresentato nella mitologia come il Signore dei Rinuncianti, appare nelle visioni ai Suoi fedeli sotto diversi aspetti, fra i quali Mahadeva, l’Asceta dai capelli aggrovigliati, e Nataraja, il Danzatore Cosmico. 198

seduto sotto la sabbia in posizione da yogi, con il corpo completamente sepolto, a eccezione della testa. ! La proprietà dei Lahiri fu distrutta nell’inverno del 1833, quando il vicino fiume Jalangi deviò il proprio corso e scomparve inabissandosi nel Gange. Uno dei templi dedicati a Shiva fondato dai Lahiri fu trascinato nel fiume, insieme alla dimora di famiglia. Un devoto salvò l’effige di pietra del Signore Shiva dalle acque turbinose e la collocò in un nuovo tempio, ora rinomato come “Sito dello Shiva di Ghurni”. ! Gaur Mohan Lahiri e la sua famiglia lasciarono il distretto di Nadia e si stabilirono a Benares, dove il padre eresse immediatamente un tempio dedicato a Shiva. Egli dirigeva la propria famiglia seguendo i principi della disciplina vedica, nella regolare osservanza delle cerimonie di culto, degli atti di beneficenza e dello studio delle Scritture. Da uomo giusto e di ampie vedute, egli non trascurava comunque la benefica corrente delle idee moderne. ! Da ragazzo Lahiri prese lezioni di hindi e di urdu, partecipando a gruppi di studio a Benares. Frequentò una scuola diretta da Joy Narayan Ghosal, in cui gli fu impartita un’istruzione in sanscrito, bengali, francese e inglese. Applicandosi allo studio approfondito dei Veda, il giovane yogi ascoltava con vivo interesse i dibattiti sulle sacre Scritture tenuti da dotti bramini, fra i quali un pandit di Marhatta di nome Nag-Bhatta. ! Shyama Charan era un giovane mite, gentile e coraggioso, amato da tutti i suoi compagni. Dotato di un corpo ben proporzionato, agile e vigoroso, egli eccelleva nel nuoto e in molte attività di destrezza. ! Nel 1846 Shyama Charan Lahiri fu unito in matrimonio a Srimati Kashi Moni, figlia di Sri Debnarayan Sanyal. Sposa indiana modello, Kashi Moni svolgeva gioiosamente i propri compiti domestici e osservava il tradizionale obbligo della padrona di casa di servire gli ospiti e i poveri. Due santi figli maschi, Tincouri e Ducouri, benedissero quest’unione. ! A ventitré anni, nel 1851, Lahiri Mahasaya fu assunto come contabile nel dipartimento del Genio militare del governo britannico. Egli ricevette numerose promozioni nel periodo in cui prestò servizio. Non fu dunque soltanto un maestro agli occhi di Dio, ma anche una persona di successo nel piccolo dramma umano in cui svolse il ruolo di impiegato assegnatogli nel mondo. ! Poiché la sede del Genio militare fu spostata più volte, Lahiri Mahasaya fu trasferito a Gazipur, Mirjapur, Danapur, Naini Tal, Benares e altre località. Dopo la morte del padre, Lahiri dovette farsi carico completamente della propria famiglia, per la quale acquistò una tranquilla residenza nel quartiere Garudeswar Mohulla di Benares. ! Fu nel suo trentatreesimo anno che Lahiri Mahasaya vide giungere a compimento il fine per il quale si era reincarnato sulla terra. La fiamma segreta, a lungo covata sotto le ceneri, ebbe infine l’opportunità di ardere a fuoco vivo. Il volere divino, restando celato allo sguardo umano, opera misteriosamente per portare tutte le cose alla loro manifestazione esteriore al momento giusto. Egli incontrò il proprio grande guru, Babaji, vicino a Ranikhet e fu da lui iniziato al Kriya Yoga. ! Questo fausto evento non si verificò per lui soltanto: fu un momento fortunato per l’intero genere umano, in quanto molti ebbero in seguito il privilegio di ricevere il dono del Kriya che conduce al risveglio dell’anima. L’arte suprema dello yoga, perduta o a lungo scomparsa, fu riportata alla luce. Molti uomini e donne assetati di spiritualità trovarono infine la strada che conduce alle fresche acque del Kriya Yoga. Come nella leggenda indù in cui la Madre Ganga offre il proprio divino sorso ristoratore al devoto Bhagirath colto dall’arsura, così il flusso celestiale del Kriya prese a scorrere dalle segrete roccaforti dell’Himalaya fino ai polverosi rifugi degli uomini.

199

CAPITOLO: 33 !

Babaji, lo yogi cristico dell’India moderna

! «I picchi rocciosi dell’Himalaya settentrionale vicino a Badrinarayan sono tuttora benedetti dalla presenza vivente di Babaji, guru di Lahiri Mahasaya. Il maestro, che vive ritirato dal mondo, conserva il proprio corpo fisico da secoli, forse da millenni. L’immortale Babaji è un avatara. Questa parola sanscrita significa “discesa”; le sue radici sono ava, “giù”, e tri, “passare”. Nelle Scritture indù, avatara significa la “discesa della Divinità nella carne”. ! «Lo stato spirituale di Babaji è al di là della capacità di comprensione umana» mi spiegò Sri Yukteswar. «La visione ristretta degli esseri umani non riesce a cogliere la sua stella trascendente. È vano persino il tentativo d’immaginare il grado di realizzazione di un avatar.212 Esso è inconcepibile». ! Le Upanishad hanno classificato minuziosamente ogni stadio di avanzamento spirituale. Un siddha (“essere perfetto”) è progredito dallo stato di jivanmukta (“liberato in vita”) a quello di paramukta (“supremamente libero”, con pieno potere sulla morte); quest’ultimo si è sottratto completamente alla schiavitù di maya e al suo ciclo di reincarnazioni. Il paramukta, pertanto, fa raramente ritorno in un corpo fisico; se vi ritorna è un avatar, strumento designato da Dio per trasmettere superne benedizioni al mondo. ! Un avatar non è soggetto all’economia universale; il suo corpo puro, visibile a volte come immagine di luce, è esente da qualsiasi debito verso la natura. Uno sguardo superficiale può non cogliere nulla di straordinario nella forma di un avatar, benché egli possa anche non proiettare alcuna ombra né lasciare impronte sul terreno. Queste sono prove simboliche esteriori dell’interiore assenza di oscurità e di legami materiali. Solo un tale uomo-Dio conosce la Verità nascosta dietro le relatività della vita e della morte. Omar Khayyam, grossolanamente frainteso, decantò questo essere liberato nella sua scrittura immortale, il Rubaiyat: ! «Oh, Luna del mio Diletto che non conosci declino, ! nuovamente sorge la Luna del Cielo; ! quante volte d’ora in poi, sorgendo, ! mi cercherà qui nel Giardino, invano!». ! La “Luna del Diletto” è Dio, eterna stella polare, mai anacronistico. La “Luna del Cielo” è il cosmo esterno, sottoposto alla legge della ricorrenza periodica, le cui catene erano state dissolte per sempre dal veggente persiano attraverso la sua autorealizzazione. «Quante volte d’ora in poi, sorgendo, mi cercherà ... invano!». Quale frustrazione nella ricerca, da parte di un universo convulso, di ciò che è totale assenza! ! Cristo espresse la propria libertà in un altro modo: «Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”».213 ! Infinitamente vasto nella sua onnipresenza, poteva Cristo essere seguito davvero, se non nello Spirito onnipervasivo? ! Krishna, Rama, Buddha e Patanjali furono alcuni degli antichi avatar indiani. Una considerevole letteratura poetica in lingua tamil si è sviluppata attorno ad Agastya, un avatar dell’India meridionale. Egli compì numerosi miracoli nei secoli che precedettero e

212

 Il brano presenta una distinzione fra il termine avatara, usato per indicare la “discesa della divinità sulla terra”, e il termine avatar, riferito alla specifica forma nella quale la divinità “discende” e si manifesta nel mondo. (N.d.C.) 213

Matteo 8,19-20. 200

seguirono l’era cristiana e si ritiene abbia conservato il proprio corpo fisico sino ai giorni nostri. ! La missione di Babaji in India è stata quella di assistere i profeti nel portare a termine gli speciali incarichi assegnati loro dal Divino. Egli, pertanto, è degno del titolo di Mahavatar (Grande Avatar) a cui fanno riferimento le Scritture. Babaji ha affermato di aver impartito l’iniziazione allo yoga a Shankara, antico fondatore dell’Ordine degli swami, e a Kabir, famoso santo medioevale. Il suo principale discepolo nel diciannovesimo secolo fu, come sappiamo, Lahiri Mahasaya, a cui si deve la rinascita della perduta arte del Kriya. ! Il Mahavatar è in comunione costante con Cristo; insieme essi emanano vibrazioni di redenzione e hanno predisposto la tecnica spirituale di salvezza adatta all’epoca attuale. L’opera di questi due maestri pienamente illuminati – uno con il corpo, l’altro senza – è quella di ispirare le nazioni a rinunciare alle guerre suicide, agli odi razziali, al settarismo religioso e ai mali del materialismo che, come un boomerang, si ritorcono contro l’umanità. Babaji è perfettamente a conoscenza delle tendenze in atto nei tempi moderni, in special modo dell’influsso e della complessità della civiltà occidentale, ed è conscio della necessità di diffondere i metodi di autoliberazione dello yoga tanto in Occidente quanto in Oriente. ! BABAJI, MAHAVATAR Guru di Mahasaya

IL Lahiri

Ho aiutato un artista a disegnare un ritratto veritiero del grande Yogi-Cristo dell’India moderna.

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Che non vi siano riferimenti storici a Babaji non deve sorprenderci. Il grande guru non è mai apparso pubblicamente in nessun secolo; l’ingannevole bagliore della notorietà non trova alcun posto nei suoi piani millenari. Come il Creatore, unico ma silenzioso Potere, anche Babaji opera nell’umile oscurità. ! Grandi profeti come Cristo e Krishna vengono sulla terra per uno scopo specifico e spettacolare e se ne vanno non appena esso si è realizzato. Altri avatar, come Babaji, intraprendono un’opera che si compie nel lento progresso evolutivo dell’essere umano nel corso dei secoli, più che in un singolo evento clamoroso della Storia. Tali maestri si celano sempre allo sguardo poco acuto del grande pubblico e hanno il potere di divenire invisibili a proprio piacimento. Per queste ragioni, e anche in quanto essi, in genere, chiedono ai propri discepoli di mantenere il silenzio su di loro, molte eccelse figure spirituali restano sconosciute al mondo. In queste pagine dedicate a Babaji mi limiterò a qualche cenno sulla sua vita, solo a quei pochi fatti che egli considera idonei e utili a essere divulgati pubblicamente. ! Sulla famiglia o sul luogo di nascita di Babaji non sono mai stati scoperti dati precisi, tanto cari ai biografi quanto riduttivi. Egli parla generalmente in hindi, ma conversa agevolmente in qualsiasi lingua. Ha adottato il semplice nome di Babaji (reverendo padre); altri titoli di rispetto attribuitigli dai discepoli di Lahiri Mahasaya sono Mahamuni Babaji Maharaj (supremo santo estatico), Maha Yogi (il più grande fra gli yogi), Trambak Baba e Shiva Baba (appellativi degli avatar di Shiva). Che importa se non conosciamo il patronimico di un maestro liberato dai legami terreni? ! «Ogni volta che qualcuno pronuncia con reverenza il nome di Babaji» diceva Lahiri Mahasaya «quel devoto attrae su di sé un’istantanea benedizione spirituale». ! Il guru immortale non reca sul suo corpo alcun segno dell’età; il suo aspetto è quello di un giovane di non più di venticinque anni. Di carnagione chiara, corporatura e altezza medie, il magnifico e vigoroso corpo di Babaji irradia uno splendore percepibile. I suoi occhi sono scuri, calmi e teneri; i capelli lunghi e lucenti sono del colore del rame. Un fatto alquanto singolare è che Babaji presenta una somiglianza straordinaria con il suo discepolo Lahiri Mahasaya. La similarità è così sorprendente che, nei suoi ultimi anni, Lahiri Mahasaya avrebbe potuto essere scambiato per il padre di Babaji, dato l’aspetto giovanile di quest’ultimo. ! Swami Kebalananda, il mio santo insegnante di sanscrito, rimase per qualche tempo con Babaji sull’Himalaya. ! «L’impareggiabile maestro si sposta con il suo gruppo di luogo in luogo sulle montagne» mi raccontò Kebalananda. «La sua piccola comitiva comprende due discepoli americani estremamente avanzati. Dopo aver trascorso un certo tempo in una località, Babaji dice: “Dera danda uthao” (“Trasferiamo il nostro campo e il nostro bastone”). Egli porta un simbolico danda (bastone di bambù). Le sue parole danno il segnale per l’istantaneo spostamento del gruppo in un altro luogo. Egli, tuttavia, non utilizza sempre questo sistema di trasferimento astrale: talvolta va a piedi di vetta in vetta. ! «Babaji può essere visto o riconosciuto dagli altri solo quando lo desidera. Si sa che è apparso a vari devoti in numerose forme, leggermente diverse: a volte col viso glabro, altre volte con barba e baffi. Poiché il suo corpo incorruttibile non necessita di alcun nutrimento, il maestro mangia raramente. Come forma di cortesia verso i discepoli che vengono in visita, egli accetta occasionalmente della frutta o del riso cotto nel latte e nel burro chiarificato. ! «Mi sono noti due episodi alquanto sorprendenti della vita di Babaji» proseguì Kebalananda. «I suoi discepoli sedevano una notte attorno a un enorme falò che bruciava per una sacra cerimonia vedica. Il maestro, improvvisamente, afferrò un tizzone ardente e colpì lievemente la spalla nuda di un chela che era vicino al fuoco. ! «“Signore, che crudeltà!”. Lahiri Mahasaya, che era presente, fece questa rimostranza. 202

! «“Avresti forse preferito vederlo ridotto in cenere davanti ai tuoi occhi, com’era stato decretato dal suo karma precedente?”. ! «Con queste parole Babaji pose la sua mano guaritrice sulla spalla deturpata del chela. “Stanotte ti ho liberato da una morte dolorosa. La legge karmica si è adempiuta attraverso la leggera sofferenza che ti è stata procurata dal fuoco”. ! «In un’altra occasione la sacra cerchia di Babaji fu disturbata dall’arrivo di uno sconosciuto. Egli si era arrampicato con sorprendente abilità fino alla cengia quasi inaccessibile vicino all’accampamento del maestro. ! «“Signore, voi dovete essere il grande Babaji”. Il volto dell’uomo era illuminato da un’inesprimibile reverenza. “Da mesi, senza sosta, sono alla vostra ricerca fra questi picchi impervi. Vi imploro di accettarmi come discepolo”. ! «Poiché il grande guru non diede risposta, l’uomo indicò il baratro roccioso ai suoi piedi. ! «“Se mi rifiuterete, mi getterò da questa montagna. La vita non ha più alcun valore se non posso ottenere la vostra guida verso il Divino”. ! «“Salta, dunque” rispose Babaji impassibile. “Non posso accettarti nel tuo attuale stadio di evoluzione”. ! «L’uomo, immediatamente, si lanciò nel dirupo. Babaji ordinò ai discepoli, scioccati, di andare a recuperare le spoglie dello sconosciuto. Quando essi ritornarono con il corpo straziato, il maestro pose la sua mano divina sul morto: ed ecco che egli aprì gli occhi e si prostrò umilmente di fronte all’onnipotente. ! «“Ora sei pronto per il discepolato”. Babaji sorrise con uno sguardo sfavillante d’amore al suo chela risuscitato. “Hai superato con coraggio una difficile prova. La morte non ti toccherà più; ora fai parte della nostra immortale confraternita”. Quindi pronunciò le parole abituali della partenza, “Dera danda uthao”; l’intero gruppo scomparve dalla montagna». ! Un avatar vive nello Spirito onnipresente; per lui non esiste alcuna distanza inversa al quadrato.214 Una sola ragione, pertanto, può indurre Babaji a mantenere il proprio corpo fisico di secolo in secolo: il desiderio di dare all’umanità un esempio concreto delle possibilità di cui essa stessa dispone. Se all’essere umano non fosse mai concesso di intravedere la Divinità incarnata, egli rimarrebbe oppresso dalla potente illusione di maya, che gli fa credere di non poter trascendere la propria mortalità. ! Gesù conosceva fin dall’inizio come si sarebbe svolta la sua vita; visse ciascun avvenimento non per se stesso, non in ragione di alcuna costrizione karmica, ma unicamente per l’elevazione degli esseri umani dotati di raziocinio. I suoi quattro discepolicronisti – Matteo, Marco, Luca e Giovanni – tramandarono per iscritto quel dramma ineffabile a beneficio delle generazioni successive. ! Anche per Babaji non esiste alcuna relatività di passato, presente e futuro; fin dall’inizio egli conosceva tutte le fasi della propria vita. Adattandosi, tuttavia, alla limitata comprensione degli uomini, ha interpretato numerosi atti della propria vita divina alla presenza di uno o più testimoni. Avvenne così che un discepolo di Lahiri Mahasaya fosse presente quando Babaji ritenne che i tempi fossero maturi per proclamare la possibilità dell’immortalità del corpo. Egli fece questa promessa di fronte a Ram Gopal Muzumdar, affinché potesse infine essere divulgata e dare ispirazione ad altri cuori in ricerca. I grandi pronunciano le proprie parole e partecipano al corso apparentemente naturale degli eventi unicamente per il bene dell’umanità, proprio come ha detto Cristo: «Padre ... Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».215 214

Allusione al fatto che gli avatar non sono soggetti alle leggi della fisica. (N.d.C.)

215

Giovanni 11,41-42. 203

! Quando visitai Ram Gopal, “il santo che non dormiva mai”,216 a Ranbajpur, questi narrò la storia meravigliosa del suo primo incontro con Babaji. ! «Talvolta lasciavo la mia grotta isolata per recarmi ai piedi di Lahiri Mahasaya, a Benares» mi raccontò Ram Gopal. «Una volta, a mezzanotte, mentre meditavo silenziosamente in un gruppo di suoi discepoli, il maestro mi fece una sorprendente richiesta. ! «“Ram Gopal,” disse “vai immediatamente al Dasasamedh Ghat”. ! «Presto raggiunsi quel luogo isolato. La notte era illuminata dalla luna e dalle stelle scintillanti. ! «Dopo essere rimasto seduto per un po’ in paziente silenzio, la mia attenzione fu attratta da un’enorme lastra di pietra vicina ai miei piedi. Essa si sollevò lentamente, rivelando una grotta sotterranea. Mentre la pietra rimaneva in equilibrio in un qualche modo ignoto, dalla grotta emerse levitando la figura drappeggiata di una giovane donna di ineguagliabile bellezza, che si sollevò alta nell’aria. Circondata da un’aureola soffusa, ella scese lentamente dinanzi a me e rimase immobile, immersa in uno stato interiore di estasi. Infine si riscosse e parlò soavemente. ! «“Sono Mataji,217 sorella di Babaji. Ho chiesto a lui e a Lahiri Mahasaya di venire alla mia grotta stanotte, per affrontare una questione di grande importanza”. ! «Una luce nebulosa fluttuava rapidamente sul Gange; la strana luminescenza si rifletteva nelle acque opache. Essa si fece sempre più vicina finché, con un lampo accecante, apparve accanto a Mataji e si condensò istantaneamente nella forma umana di Lahiri Mahasaya. Egli s’inchinò umilmente ai piedi della santa. ! «Prima che riuscissi a riavermi dallo sbalordimento, rimasi ulteriormente stupefatto nello scorgere una massa volteggiante di luce mistica che solcava il cielo. Scendendo rapidamente, il vortice fiammeggiante si avvicinò al nostro gruppo e si materializzò nel corpo di un bellissimo giovane che, come compresi immediatamente, era Babaji. Assomigliava a Lahiri Mahasaya, con l’unica differenza che Babaji appariva molto più giovane e aveva capelli lunghi e lucenti. ! «Lahiri Mahasaya, Mataji e io ci inginocchiammo ai piedi del guru. Un’eterea sensazione di esaltazione beatifica percorse ogni fibra del mio essere quando toccai la sua carne divina. ! «“Sorella benedetta,” disse Babaji “è mia intenzione abbandonare la mia forma e immergermi nella Corrente Infinita”. ! «“Ho già avuto sentore del tuo piano, amato maestro. Volevo parlarne con te stanotte. Perché dovresti lasciare il tuo corpo?”. La donna sublime lo guardava con sguardo implorante. ! «“Vi è forse qualche differenza se ammanto di un’onda visibile o invisibile l’oceano del mio Spirito?”. ! «Mataji rispose con un geniale lampo d’arguzia. “Guru immortale, se non fa alcuna differenza, ti prego di non abbandonare mai la tua forma”.218 ! «“Così sia” disse Babaji solennemente. “Non lascerò mai il mio corpo fisico. Esso resterà sempre visibile almeno a una ristretta cerchia di persone su questa terra. Il Signore ha manifestato la Sua volontà attraverso le tue labbra”. 216

Lo yogi onnipresente, il quale mi aveva fatto notare che non mi ero inchinato dinanzi all’altare di Tarakeswar (capitolo 13). 217

“Madre santa”. Anche Mataji vive da secoli; ella è quasi altrettanto progredita spiritualmente quanto il fratello. Rimane in estasi in una caverna sotterranea nascosta nei pressi del Dasasamedh Ghat. 218

Tale episodio ne ricorda un altro, narrato da Talete. Il grande filosofo greco insegnava che fra la vita e la morte non vi è differenza. «Perché, allora» domandò un critico «non muori?». «Perché» rispose Talete «non fa alcuna differenza». 204

! «Mentre ascoltavo con reverenziale timore la conversazione fra questi esseri eccelsi, il grande guru si rivolse a me con un gesto benevolo. ! «“Non temere, Ram Gopal,” disse “è una benedizione per te assistere alla scena di questa promessa immortale”. ! «Mentre la dolce melodia della voce di Babaji andava smorzandosi, la sua forma e quella di Lahiri Mahasaya lentamente levitarono e arretrarono verso il Gange. Un’aura di luce abbagliante racchiudeva i loro corpi come in un tempio, mentre essi svanivano nel cielo notturno. La forma di Mataji fluttuò verso la grotta e vi discese; la lastra di pietra si richiuse da sola, quasi fosse azionata da un’invisibile leva. ! «Infinitamente ispirato, imboccai la strada del ritorno verso la casa di Lahiri Mahasaya. Quando m’inchinai davanti a lui, al primo albeggiare, il mio guru mi sorrise con aria d’intesa. ! «“Mi rallegro per te, Ram Gopal” disse. “Il desiderio di incontrare Babaji e Mataji, che mi hai espresso di frequente, ha trovato infine un sacro appagamento”. ! «I miei condiscepoli mi informarono che Lahiri Mahasaya non si era mosso dalla sua pedana fin dalla sera precedente. ! «“Ha tenuto un meraviglioso discorso sull’immortalità, dopo che te ne sei andato per recarti al Dasasamedh Ghat” mi riferì uno dei chela. Per la prima volta compresi appieno la verità dei versi delle Scritture, in cui si afferma che un uomo che ha raggiunto l’autorealizzazione può apparire in luoghi diversi, in due o più corpi contemporaneamente. ! «Lahiri Mahasaya, in seguito, mi spiegò molti punti metafisici relativi al segreto piano divino per questa terra» concluse Ram Gopal. «Babaji è stato scelto da Dio per rimanere nel corpo per la durata di questo particolare ciclo del mondo. Le epoche si succederanno e tuttavia il maestro immortale,219 contemplando il dramma dei secoli, continuerà a essere presente su questo palcoscenico terrestre». !

219

«In verità, in verità, vi dico: se uno osserva la mia parola (rimane ininterrottamente nella coscienza cristica), non vedrà mai la morte» (Giovanni 8,51). 205

CAPITOLO: 34 !

Un palazzo si materializza sull’Himalaya

! «Il primo incontro di Babaji con Lahiri Mahasaya una storia avvincente ed è una delle poche che ci fornisca qualche particolare sul guru immortale». ! Queste parole furono il preambolo di Swami Kebalananda a un meraviglioso racconto. La prima volta che egli me lo narrò rimasi, letteralmente, ammaliato. In seguito, con paziente insistenza, convinsi il mio professore di sanscrito a ripetermi molte altre volte quello stesso episodio, che mi fu poi riferito con parole sostanzialmente identiche da Sri Yukteswar. Entrambi i discepoli di Lahiri Mahasaya avevano ascoltato l’emozionante racconto direttamente dalle labbra del loro guru. ! «Il mio primo incontro con Babaji avvenne nel mio trentatreesimo anno» aveva detto Lahiri Mahasaya. «Nell’autunno del 1861 prestavo servizio a Danapur in qualità di contabile presso il Dipartimento del Genio militare. Una mattina il responsabile dell’ufficio mi convocò. ! «“Lahiri,” mi disse “è appena arrivato un telegramma dalla nostra sede centrale. Sarai trasferito a Ranikhet, dove sta per essere istituito un avamposto militare”.220 ! «Accompagnato da un solo domestico, intrapresi quel viaggio di ottocento chilometri. A cavallo e col calesse, giungemmo in trenta giorni alla località di Ranikhet, sull’Himalaya.221 ! «I miei doveri d’ufficio non erano onerosi; riuscivo così a trascorrere molte ore vagabondando in quelle magnifiche montagne. Mi giunse voce che la regione fosse benedetta dalla presenza di grandi santi e io sentii un intenso desiderio di far loro visita. Un giorno, durante un’escursione nel primo pomeriggio, rimasi alquanto stupito nell’udire una voce distante che mi chiamava per nome. Proseguii la mia vigorosa ascensione del monte Drongiri. Fui colto da una leggera inquietudine al pensiero che forse non sarei riuscito a tornare sui miei passi prima del calare dell’oscurità nella giungla. ! «Raggiunsi infine una piccola radura, i cui lati erano punteggiati da grotte. In piedi su una delle cenge rocciose stava un giovane sorridente, con la mano tesa in segno di benvenuto. Notai con stupore che, a parte i capelli color rame, mi somigliava molto. ! «“Lahiri, sei venuto!”. Il santo mi rivolse affettuosamente la parola in hindi. “Riposati in questa grotta. Ero io che ti chiamavo”. ! «Entrai in un piccolo antro, lindo e ordinato, al cui interno c’erano molte coperte di lana e alcuni kamandulu (ciotole da mendicanti). ! «“Lahiri, ti ricordi quel posto laggiù?”. Lo yogi indicò una coperta piegata in un angolo. ! «“No, signore”. Un po’ interdetto per la stranezza della mia avventura, aggiunsi: “Ora devo andare, prima che scenda la notte. Ho delle faccende da sbrigare domattina in ufficio”. ! «Il santo misterioso replicò in inglese: “L’ufficio è stato fatto per te, non tu per l’ufficio”. ! «Rimasi esterrefatto nell’udire quell’asceta della foresta non soltanto parlare in inglese, ma anche parafrasare le parole di Cristo.222

220

Oggi è un sanatorio militare. Fin dal 1861 il governo britannico aveva stabilito alcuni collegamenti telegrafici. 221

Ranikhet, nel distretto di Almora delle Province Unite, è situato ai piedi del Nanda Devi, la cima himalayana più elevata (7816 metri) dell’India britannica. 222

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2,27). 206

! «“Vedo che il mio telegramma ha ottenuto lo scopo previsto”. L’affermazione dello yogi mi era incomprensibile; domandai che cosa intendesse dire. ! «“Mi riferisco al telegramma che ti ha convocato in questa località isolata. Sono stato io a suggerire silenziosamente alla mente del tuo superiore di farti trasferire a Ranikhet. Quando si percepisce la propria unità con tutto il genere umano, ogni mente diventa come una stazione trasmittente attraverso la quale si può operare a volontà”. Egli aggiunse con dolcezza: “Lahiri, questa grotta ti sarà sicuramente familiare!”. ! «Poiché continuavo a mantenere uno sconcertato silenzio, il santo si avvicinò e mi diede un lieve colpetto sulla fronte. Al suo tocco magnetico, una corrente prodigiosa mi percorse il cervello, liberando i dolci semi delle memorie della mia vita precedente. ! «“Ricordo!”. La mia voce era quasi soffocata da singhiozzi di gioia. “Voi siete il mio guru Babaji, che mi appartiene da sempre! Scene del passato si affacciano vivide alla mia mente; qui, in questa grotta, ho trascorso molti anni della mia ultima incarnazione!”. Fui sopraffatto da ricordi ineffabili e, in lacrime, abbracciai i piedi del mio maestro. ! «“Da oltre trent’anni ti aspetto qui: aspetto che tu ritorni da me!”. La voce di Babaji vibrava di amore celestiale. “Sei scivolato via e ti sei dileguato nei flutti tumultuosi della vita oltre la morte. La bacchetta magica del tuo karma ti ha toccato e te ne sei andato! Benché tu mi abbia perso di vista, io non ho mai perso di vista te! Ti ho inseguito sul mare astrale luminescente in cui veleggiano gli angeli gloriosi. Attraverso le tenebre, la tempesta, i tumulti e la luce ti ho seguito, come l’uccello madre protegge il suo piccolo. Per tutta la durata del tuo periodo umano di vita uterina e quando, neonato, venisti alla luce, il mio sguardo ha sempre vegliato su di te. Quando nell’infanzia, con il tuo minuscolo corpo, assumevi la posizione del loto sotto le sabbie di Nadia, io ero presente in forma invisibile! Pazientemente, mese dopo mese, anno dopo anno, ho vigilato su di te, in attesa di questo giorno perfetto. Ora sei con me! Ed ecco, questa è la tua amata grotta di un tempo! L’ho conservata sempre pulita e pronta per te. Questa è la tua sacra coperta per l’asana,223 su cui sedevi ogni giorno per riempire di Dio il tuo cuore in espansione! Ecco la tua ciotola, dalla quale spesso bevesti il nettare preparato da me! Guarda come ho mantenuto lucida la coppa d’ottone, affinché tu possa bere ancora da essa! Anima mia, comprendi ora?”. ! «“Mio guru, che posso dire?” mormorai con voce spezzata. “Dove mai si è sentito di un tale amore immortale?”. Rimasi a lungo a contemplare, rapito, il mio eterno tesoro, il mio guru nella vita e nella morte. ! «“Lahiri, hai bisogno di purificazione. Bevi l’olio di questa ciotola e sdraiati sulla riva del fiume”. La saggezza pratica di Babaji – riflettei con un rapido sorriso rievocando piacevoli ricordi – aveva sempre il sopravvento. ! «Obbedii alle sue istruzioni. Nonostante stesse scendendo la gelida notte himalayana, un calore confortevole, una radiazione interiore, iniziò a pulsare in ogni cellula del mio corpo. Ne rimasi meravigliato. Quell’olio sconosciuto era forse imbevuto di calore cosmico? ! «Venti implacabili sferzavano attorno a me nell’oscurità, ululando la loro sfida selvaggia. Le gelide piccole onde del fiume Gogash lambivano di tanto in tanto il mio corpo, disteso sulla riva rocciosa. Le tigri ruggivano a poca distanza da me, ma il mio cuore era senza paura; la forza radiante appena generata in me m’infondeva la certezza di una protezione assoluta. Trascorsero velocemente parecchie ore; ricordi sbiaditi di un’altra vita s’intrecciavano nella trama brillante dell’attuale ricongiungimento con il mio guru divino. ! «Le mie solitarie cogitazioni furono interrotte dal suono di passi che si avvicinavano. Nel buio, la mano di un uomo mi aiutò gentilmente a rialzarmi in piedi e mi porse degli abiti asciutti. 223

l termine asana in questo caso non si riferisce alle posizioni dello yoga, ma alla postura stabile e immobile assunta durante la meditazione. (N.d.C.) 207

! «“Vieni, fratello” disse il mio compagno. “Il maestro ti attende”. ! «Mi fece strada nella foresta. D’un tratto la notte oscura fu rischiarata da una persistente luminosità visibile in lontananza. ! «“Possibile che sia già l’alba?” chiesi. “Di certo non è ancora trascorsa tutta la notte”. ! «“È mezzanotte”. La mia guida rise sommessamente. “La luce che si vede laggiù è lo splendore di un palazzo d’oro, materializzato qui, stanotte, dall’impareggiabile Babaji. In un nebuloso passato tu esprimesti una volta il desiderio di godere delle bellezze di un palazzo. Il nostro maestro sta ora per appagare il tuo desiderio, liberandoti così dai vincoli del karma”.224 Aggiunse quindi: “Il magnifico palazzo, stanotte, sarà la cornice della tua iniziazione al Kriya Yoga. Tutti i tuoi fratelli sono qui riuniti in un gioioso canto di benvenuto, esultanti per la fine del tuo lungo esilio. Guarda!”. ! «Dinanzi a noi si ergeva un vasto palazzo d’oro scintillante. Tempestato di innumerevoli pietre preziose e circondato da artistici giardini, offriva uno spettacolo di ineguagliabile magnificenza. Santi dal volto angelico erano ai cancelli, che splendevano riflettendo il rosso scintillio dei rubini. Diamanti, perle, zaffiri e smeraldi di grandi dimensioni e intensa lucentezza erano incastonati nelle arcate ornamentali. ! «Seguii il mio compagno in un vasto salone. L’aroma dell’incenso e delle rose aleggiava nell’aria; tenui lampade emanavano una soffusa luce variopinta. Piccoli gruppi di devoti, alcuni di pelle chiara, altri di pelle scura, cantavano melodiosamente o sedevano in posizione meditativa, immersi nella pace interiore. Una gioia vibrante pervadeva l’atmosfera. ! «“Pasciti gli occhi; godi degli splendori artistici di questo palazzo, poiché è stato posto in essere unicamente in tuo onore”. La mia guida sorrise amabilmente quando lanciai alcune esclamazioni di meraviglia. ! «“Fratello,” dissi “la bellezza di questa costruzione supera i limiti dell’umana immaginazione. Ti prego, svelami il mistero della sua origine”. ! «“Volentieri ti illuminerò”. Gli occhi scuri del mio compagno scintillavano di saggezza. “In realtà non vi è nulla di inesplicabile in questa materializzazione. Il cosmo intero è un pensiero materializzato del Creatore. Questa pesante zolla terrestre che fluttua nello spazio è un sogno di Dio. Egli ha generato ogni cosa dalla Sua coscienza, così come l’uomo, nello stato di coscienza del sogno, riproduce e vivifica la creazione con le sue creature. ! «“Inizialmente Dio creò la terra come un’idea. Poi la animò ed ebbero così origine gli atomi d’energia. Egli coordinò gli atomi affinché costituissero questa sfera solida. Tutte le sue molecole sono tenute insieme dalla volontà di Dio. Quando Egli ritrarrà la Sua volontà, la terra si disintegrerà, trasformandosi nuovamente in energia. L’energia si dissolverà nella coscienza; l’idea-terra scomparirà dall’oggettività. ! «“La sostanza di un sogno conserva la propria materializzazione grazie al pensiero subconscio di colui che sogna. Quando un tale pensiero coesivo viene meno nello stato di veglia, il sogno e i suoi elementi si dissolvono. L’essere umano chiude gli occhi e costruisce un sogno-creazione che, al risveglio, smaterializza spontaneamente. Egli segue così il modello archetipico divino. Allo stesso modo, quando l’uomo si risveglierà nella coscienza cosmica, smaterializzerà senza sforzo le illusioni del sogno cosmico. ! «“Essendo tutt’uno con la Volontà infinita che realizza ogni cosa, Babaji può far sì che gli atomi elementari si combinino e si manifestino sotto qualsiasi forma. Questo palazzo d’oro, creato istantaneamente, è reale, così come è reale la terra. Babaji ha creato questa sontuosa magione con il potere della sua mente e tiene uniti gli atomi che la compongono con il potere della sua volontà, proprio come Dio ha creato la terra e ne

224

La legge karmica prevede che ogni desiderio umano trovi infine appagamento. Il desiderio è dunque la catena che lega l’uomo alla ruota delle reincarnazioni. 208

conserva l’integrità”. Egli aggiunse: “Quando questa costruzione avrà assolto al suo scopo, Babaji la smaterializzerà”. ! «Poiché rimanevo in reverenziale silenzio, la mia guida proseguì con un ampio gesto: “Questo palazzo scintillante, ornato superbamente da pietre preziose, non è stato eretto grazie allo sforzo umano o con oro e gemme estratti con fatica. Esso si erge solidamente, quale monumentale sfida all’essere umano!225 Chiunque realizza se stesso come figlio di Dio, così come ha fatto Babaji, può raggiungere qualsiasi meta grazie ai poteri infiniti che si celano in lui. Una comune pietra racchiude in sé il segreto della prodigiosa energia atomica;226 allo stesso modo, un comune mortale è una centrale energetica della divinità”. ! «Il saggio prese da un tavolo vicino un grazioso vaso con il manico scintillante di diamanti. “Il nostro grande guru ha creato questo palazzo solidificando miriadi di raggi cosmici liberi” proseguì. “Tocca questo vaso e i suoi diamanti: supereranno tutte le prove dell’esperienza sensoriale”. ! «Esaminai il vaso e lasciai scorrere la mano sulle pareti levigate della stanza, d’oro massiccio luccicante. Ognuno dei gioielli sparsi a profusione era degno della collezione d’un re. Una profonda soddisfazione pervase la mia mente. Un desiderio sommerso, sepolto nel mio subconscio da vite ormai passate, sembrò essere appagato e, al tempo stesso, estinto. ! «Il mio nobile compagno mi guidò, passando attraverso arcate e corridoi decorati, in una serie di sale riccamente ammobiliate nello stile di un palazzo imperiale. Entrammo in una sala immensa. Al centro si trovava un trono d’oro, ricoperto di gioielli che emanavano uno scintillante mosaico di colori. Qui, nella posizione del loto, sedeva il supremo Babaji. M’inginocchiai sul pavimento lucente ai suoi piedi. ! «“Lahiri, stai ancora pascendoti dei tuoi desideri di sogno d’un palazzo d’oro?”. Gli occhi del mio guru scintillavano come i suoi zaffiri. “Svegliati! Ogni tua sete terrena sta per essere appagata per sempre”. Egli mormorò alcune mistiche parole di benedizione. “Figlio mio, alzati. Ricevi la tua iniziazione al regno di Dio attraverso il Kriya Yoga”. ! «Babaji stese la mano e apparve un homa, fuoco sacrificale, circondato da frutti e fiori. Ricevetti la tecnica yogica di liberazione dinanzi a questo altare fiammeggiante. ! «I riti furono completati nelle prime ore dell’alba. Nel mio stato d’estasi non sentivo alcun bisogno di dormire e passeggiai per il palazzo, traboccante da ogni lato di tesori e objets d’art d’inestimabile valore. Scendendo nei magnifici giardini, notai, nelle vicinanze, le stesse grotte e le stesse nude rocce che il giorno prima non vantavano alcuna vicinanza con palazzi o terrazze fiorite. ! «Rientrando nel palazzo, che sfavillava in modo fiabesco nella fredda luce solare dell’Himalaya, cercai la presenza del mio maestro. Egli era ancora seduto sul trono, circondato da molti discepoli silenziosi. ! «“Lahiri, tu hai fame” disse Babaji. “Chiudi gli occhi”. ! «Quando li riaprii, il palazzo incantevole e i suoi giardini pittoreschi erano scomparsi. Il mio corpo e le forme di Babaji e del gruppetto di chela erano ora seduti sulla nuda terra, nel luogo esatto in cui si trovava il palazzo ormai svanito, non lontano dagli ingressi delle grotte rocciose su cui batteva il sole. Ricordai che la mia guida aveva detto che il palazzo sarebbe stato smaterializzato e i suoi atomi imprigionati sarebbero stati liberati nell’essenza-pensiero dalla quale avevano avuto origine. Benché stupefatto, guardai con fiducia il mio guru. Non sapevo che cos’altro attendermi in quel giorno di miracoli.

225

«Che cos’è un miracolo? È un rimprovero, è un’implicita satira dell’umanità». (Edward Young in Night Thoughts) 226

La teoria della struttura atomica della materia fu esposta negli antichi trattati indiani Vaisesika e Nyaya. «Vi sono vasti mondi, tutti riposti nei vuoti di ciascun atomo, multiformi come il pulviscolo in un raggio di sole» (Yoga Vasishtha). 209

! «“Lo scopo per cui era stato creato il palazzo è stato raggiunto, ormai” spiegò Babaji. Sollevò da terra un recipiente di terracotta. “Metti qui la mano e riceverai qualunque cibo desideri”. ! «Non appena ebbi toccato la grande ciotola vuota, essa si colmò di luchi caldi fritti nel burro, curry e rari dolciumi. Mi servii, osservando che il recipiente si riempiva di continuo. Al termine del mio pasto, mi guardai attorno cercando dell’acqua. Il mio guru indicò la ciotola davanti a me. Ed ecco che il cibo era svanito e, al suo posto, vi era dell’acqua, limpida come quella di un ruscello di montagna. ! «“Pochi mortali sanno che il regno di Dio comprende in sé anche il regno degli appagamenti mondani” osservò Babaji. “Il regno divino si estende a quello terreno, ma quest’ultimo, essendo illusorio, non può includere l’essenza della realtà”. ! «“Amato guru, questa notte mi avete dimostrato il collegamento che esiste fra la bellezza in cielo e quella in terra!”. Sorrisi al ricordo del palazzo svanito; sicuramente nessun semplice yogi aveva mai ricevuto l’iniziazione agli augusti misteri dello Spirito in un luogo di tale sfarzo e imponenza! Contemplai pacatamente lo stridente contrasto con la scena attuale. La nuda terra, il cielo aperto, le grotte che offrivano un riparo primitivo: tutto appariva come una gradevole ambientazione naturale per i santi serafici attorno a me. ! «Quel pomeriggio restai seduto sulla mia coperta, santificato nel rievocare le realizzazioni della vita precedente. Il mio divino guru si avvicinò e mi sfiorò il capo con la mano. Entrai nello stato di nirbikalpa samadhi, rimanendo in tale beatitudine ininterrottamente per sette giorni. Passando attraverso i successivi stadi di autoconoscenza, penetrai nelle sfere immortali della realtà. Tutte le limitazioni illusorie si dissolsero l’una dopo l’altra; la mia anima si era insediata pienamente sull’altare eterno dello Spirito Cosmico. All’ottavo giorno mi prostrai ai piedi del mio guru e lo implorai di tenermi sempre accanto a sé nella sacra solitudine. ! «“Figlio mio,” disse Babaji abbracciandomi il tuo ruolo in questa incarnazione deve essere interpretato su un palcoscenico pubblico. Essendo tu stato benedetto prima della nascita da molte vite di meditazione solitaria, ora devi mescolarti al mondo degli uomini. ! «“Vi è uno scopo profondo nel fatto che tu non mi abbia incontrato, questa volta, prima di essere già un uomo sposato e con modeste responsabilità lavorative. Devi mettere da parte l’idea di unirti alla nostra segreta compagnia nell’Himalaya; la tua vita è nei mercati affollati, dove puoi essere d’esempio come yogi-capofamiglia ideale. ! «“Le invocazioni di molte donne e uomini smarriti nel mondo non sono rimaste inascoltate alle orecchie dei Grandi” proseguì. “Tu sei stato scelto per portare conforto spirituale attraverso il Kriya Yoga a tanti sinceri ricercatori. Milioni di persone gravate da legami familiari e pesanti responsabilità terrene riceveranno da te un nuovo incoraggiamento, essendo tu un padre di famiglia come loro. Devi guidarli a comprendere che le più alte conquiste dello yoga non sono precluse a chi ha una famiglia. Anche nel mondo lo yogi che assolve fedelmente le proprie responsabilità, senza motivazioni o attaccamenti personali, percorre il sicuro sentiero dell’illuminazione. ! «“Nessuna necessità ti impone di abbandonare il mondo, poiché interiormente hai già reciso ogni legame karmico con esso. Pur non appartenendo al mondo, devi essere nel mondo. Restano ancora molti anni, nei quali dovrai compiere coscienziosamente i tuoi doveri familiari, lavorativi, civici e spirituali. Un nuovo, soave alito di divina speranza penetrerà nei cuori aridi degli uomini mondani. Dalla tua vita equilibrata, essi comprenderanno che la liberazione dipende dalle rinunce interiori, piuttosto che da quelle esteriori”. ! «Quanto mi apparivano remoti la mia famiglia, l’ufficio, il mondo, mentre ascoltavo il mio guru nelle elevate solitudini dell’Himalaya. Tuttavia, una verità adamantina risuonava nelle sue parole; remissivamente acconsentii a lasciare quel benedetto porto di pace. Babaji mi istruì nelle antiche e severe regole che governano la trasmissione dell’arte dello yoga da guru a discepolo. 210

! «“Concedi la chiave del Kriya soltanto a chela qualificati” disse Babaji. “Colui che fa voto di sacrificare tutto per ricercare il Divino è degno di svelare i misteri ultimi della vita attraverso la scienza della meditazione”. ! «“Angelico guru, dal momento che avete già favorito l’umanità risuscitando l’arte perduta del Kriya, non volete accrescere ulteriormente quel beneficio mitigando i rigidi requisiti per il discepolato?”. Rivolsi a Babaji uno sguardo supplice. “Vi prego, autorizzatemi a trasmettere il Kriya a tutti i ricercatori spirituali, anche se inizialmente non possono votarsi alla completa rinuncia interiore. Gli uomini e le donne del mondo, torturati, perseguitati dalla triplice sofferenza,227 hanno bisogno di uno speciale incoraggiamento. Essi potrebbero non tentare mai la via che conduce alla liberazione, se venisse loro negata l’iniziazione al Kriya”. ! «“Così sia. La volontà divina si è espressa attraverso di te”. Con queste semplici parole, il guru misericordioso bandì le rigorose forme di salvaguardia che, per secoli, avevano mantenuto il Kriya segreto al mondo. “Dona liberamente il Kriya a tutti coloro che umilmente chiedono aiuto”. ! «Dopo una pausa di silenzio, Babaji aggiunse: “Ripeti a ognuno dei tuoi discepoli questa solenne promessa tratta dalla Bhagavad Gita: ‘Swalpamasya dharmasya, trayata mahato bhoyat’: anche solo una piccola pratica di questa religione ti salverà da atroci paure e colossali sofferenze”.228 Quando, il mattino seguente, mi inginocchiai ai piedi del mio guru chiedendogli la benedizione d’addio, egli avvertì la mia profonda riluttanza nel lasciarlo. ! «“Non vi è alcuna separazione per noi, mio amato figlio”. Mi toccò la spalla affettuosamente. “Ovunque tu sarai, ogni volta che mi chiamerai io sarò con te all’istante”. ! «Consolato da questa meravigliosa promessa e ricco dell’oro della saggezza di Dio appena trovato, presi la via del ritorno scendendo dalla montagna. In ufficio fui accolto calorosamente dai miei colleghi, che per dieci giorni mi avevano creduto disperso nelle giungle dell’Himalaya. Ben presto giunse una lettera dalla sede centrale. ! «“Lahiri deve ritornare all’ufficio di Danapur” diceva. “Il suo trasferimento a Ranikhet è avvenuto per errore. Un altro funzionario avrebbe dovuto essere inviato a Ranikhet a svolgere le stesse mansioni”. ! «Sorrisi, riflettendo sulla misteriosa e contrastante successione di eventi che mi aveva condotto in quel remotissimo angolo dell’India. ! «Prima di ritornare a Danapur,229 trascorsi qualche giorno con una famiglia bengalese a Moradabad. Un gruppo di sei amici si riunì per salutarmi. Quando portai la conversazione su argomenti spirituali, il mio ospite osservò mestamente: ! «“Oh, di questi tempi l’India è ben povera di santi!”. ! «“Babu,” protestai calorosamente “di certo vi sono ancora grandi maestri in questo Paese!”. ! «In uno stato d’animo di esaltato fervore, non potei fare a meno di raccontare le mie miracolose esperienze sull’Himalaya. La piccola compagnia rimase garbatamente incredula. ! «“Lahiri,” disse un uomo con tono consolatorio “la tua mente è stata messa a dura prova dall’aria rarefatta di montagna. Quello che ci hai raccontato è una sorta di sogno a occhi aperti”. ! «Ardente di entusiasmo per la verità, parlai senza la dovuta ponderazione. “Se lo chiamerò, il mio guru apparirà in questa stessa casa”. 227

 Sofferenza fisica, mentale e spirituale che si manifesta, rispettivamente, nella malattia fisica, nelle inadeguatezze psicologiche o “complessi” e nell’ignoranza dell’anima. 228

Capitolo 11,40. [Ci si è attenuti alla traduzione dal sanscrito all’inglese fornita dall’Autore. N.d.C.]

229

Una cittadina vicino a Benares. 211

! «Tutti gli occhi brillarono d’interesse; non c’era da meravigliarsi che il gruppo fosse desideroso di vedere un santo materializzarsi in modo tanto singolare. Con una certa riluttanza, chiesi una stanza tranquilla e due coperte di lana nuove. ! «“Il maestro si materializzerà dall’etere” dissi. “Rimanete in silenzio fuori dalla porta; presto vi chiamerò”. ! «Entrai in un profondo stato meditativo e chiamai umilmente il mio guru. Ben presto la stanza oscurata fu pervasa da una fioca luminosità lunare, dalla quale emerse la fulgida figura di Babaji. ! «“Lahiri, mi chiami per un’inezia?”. Lo sguardo del maestro era severo. “La verità è per coloro che la cercano seriamente, non per chi è animato solo da futile curiosità. È facile credere quando si vede; non vi è nulla da negare, allora. La verità supersensoriale viene meritata e scoperta da coloro che superano il proprio naturale scetticismo materialistico”. Aggiunse gravemente: “Lasciami andare!”. ! «Mi gettai ai suoi piedi supplicandolo. “Santo guru, mi accorgo del mio grave errore; vi chiedo umilmente perdono. È stato per suscitare la fede in queste menti spiritualmente cieche che ho osato chiamarvi. Poiché siete amabilmente apparso in risposta alla mia preghiera, vi prego di non andarvene senza aver concesso una benedizione ai miei amici. Per quanto siano miscredenti, per lo meno sono stati disposti a verificare la veridicità delle mie strane affermazioni”. ! «“Va bene; mi fermerò per un po’. Non voglio che la tua parola venga smentita davanti ai tuoi amici”. Il volto di Babaji si era addolcito, ma egli aggiunse gentilmente: “D’ora in poi, figlio mio, verrò quando avrai bisogno di me e non ogni volta che mi chiamerai”.230 ! «Un teso silenzio regnava nel piccolo gruppo quando aprii la porta. Come se non credessero ai propri sensi, i miei amici fissavano la figura splendente seduta sulle coperte. ! «“Questo è ipnotismo di massa!” rise un uomo sfacciatamente. “Nessuno avrebbe potuto entrare in questa stanza a nostra insaputa!”. ! «Babaji avanzò sorridente e fece segno a ciascuno di toccare la carne calda e solida del suo corpo. I dubbi svanirono e i miei amici si prostrarono sul pavimento in reverenziale pentimento. ! «“Sia preparata l’halua”.231 Babaji fece questa richiesta, come sapevo, per rassicurare ulteriormente il gruppo sulla sua realtà fisica. Mentre la pietanza cuoceva, il divino guru chiacchierava affabilmente. Grande fu la metamorfosi di quei dubbiosi Tommasi in devoti San Paoli. Dopo aver mangiato, Babaji benedisse ciascuno di noi, uno dopo l’altro. Quindi vi fu un lampo improvviso; assistemmo all’istantanea dissoluzione degli elettroni del corpo di Babaji in una luce vaporosa che si andava espandendo. La forza di volontà del maestro, sintonizzata su Dio, aveva allentato la presa sugli atomi eterici, tenuti insieme a formare il suo corpo; immediatamente, i miliardi di minuscole scintille vitatroniche svanirono nel deposito infinito. ! «“Con i miei occhi ho visto il dominatore della morte” disse Maitra,232 uno del gruppo, con reverenza. Il suo volto era trasfigurato dalla gioia del suo recente risveglio. “Il guru 230

Lungo la via che conduce all’Infinito, persino i maestri illuminati come Lahiri Mahasaya possono soffrire di eccesso di zelo ed essere sottoposti a disciplina. Nella Bhagavad Gita si leggono numerosi passi in cui il divino guru Krishna impartisce una punizione al principe dei devoti, Arjuna. 231 232

Una sorta di porridge a base di crema di farina di frumento fritta nel burro e bollita nel latte.

L’uomo, Maitra, al quale Lahiri Mahasaya fa qui riferimento, in seguito divenne altamente progredito nell’autorealizzazione. Incontrai Maitra poco dopo aver conseguito il diploma di maturità; egli visitò l’ashram Mahamandal di Benares mentre vi ero residente. Mi raccontò allora della materializzazione di Babaji dinanzi al gruppo di Moradabad. «A seguito del miracolo» mi spiegò Maitra «divenni discepolo di Lahiri Mahasaya per tutta la vita». 212

supremo ha giocato con il tempo e lo spazio, come un bimbo gioca con le bolle di sapone. Ho visto un uomo che detiene le chiavi del Cielo e della Terra”. ! «Tornai ben presto a Danapur. Fermamente ancorato nello Spirito, assunsi nuovamente i molteplici doveri lavorativi e familiari che spettano a un capofamiglia». ! Lahiri Mahasaya riferì inoltre a Swami Kebalananda e a Sri Yukteswar la storia di un altro incontro con Babaji, in circostanze che richiamavano alla memoria la promessa del guru: «Verrò ogni volta che avrai bisogno di me». ! «La scena si svolse a un Kumbha Mela ad Allahabad» raccontò Lahiri Mahasaya ai suoi discepoli. «Vi ero andato durante una breve vacanza dai miei impegni di ufficio. Mentre passeggiavo tra la folla di monaci e sadhu venuti da molto lontano per partecipare alla sacra festività, notai un asceta cosparso di cenere che teneva in mano una ciotola da mendicante. Mi si affacciò alla mente il pensiero che l’uomo fosse un ipocrita e che esibisse esteriormente i simboli della rinuncia senza una corrispondente grazia interiore. ! «Non appena ebbi superato l’asceta, il mio sguardo stupito si posò su Babaji. Egli si stava inginocchiando di fronte a un anacoreta dai capelli aggrovigliati. ! «“Guruji!” esclamai accorrendo al suo fianco. “Signore, che cosa fate qui?”. ! «“Lavo i piedi di questo rinunciante e poi pulirò i suoi utensili da cucina”. Babaji mi sorrise come un bimbetto; compresi ciò che mi stava indicando: egli voleva che non criticassi nessuno, ma che riconoscessi il Signore presente ugualmente nel tempio corporeo di tutti, tanto delle persone superiori quanto di quelle inferiori. Il grande guru aggiunse: “Servendo sia il sadhu saggio che quello ignorante, imparo la più grande fra le virtù, più d’ogni altra gradita al Signore: l’umiltà”». !

213

CAPITOLO: 35 !

La vita cristica di Lahiri Mahasaya

! «Conviene che così adempiamo ogni giustizia».233 Rivolgendo queste parole a Giovanni Battista, e chiedendogli di battezzarlo, Gesù riconosceva i diritti divini del suo guru. ! Dal mio studio riverente della Bibbia da un punto di vista orientale,234 e da una percezione intuitiva, ho tratto la convinzione che Giovanni Battista fosse, nelle vite precedenti, il guru di Cristo. Vi sono numerosi passi nella Bibbia dai quali si può dedurre che nelle loro ultime incarnazioni Giovanni e Gesù furono, rispettivamente, Elijah e il suo discepolo Elisha (questo è il modo in cui i nomi erano scritti nell’Antico Testamento; i traduttori greci, invece, riportarono i nomi “Elia” ed “Eliseo” ed essi ricorrono nel Nuovo Testamento in questa forma modificata). ! I versetti finali dell’Antico Testamento sono una predizione della reincarnazione di Elijah ed Elisha: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore».235 Perciò Giovanni (Elijah), inviato «prima del giorno ... del Signore», nacque un po’ prima, per fungere da araldo di Cristo. Un angelo apparve a Zaccaria, il padre, a testimoniare che Giovanni, il figlio che gli sarebbe nato, altri non era che Elijah (Elia). ! «Ma l’angelo gli disse: “Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni ... E ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi236 con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».237 ! Gesù per due volte ha identificato inequivocabilmente Elijah (Elia) con Giovanni: «Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto ... Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista».238 Ancora, Cristo dice: «La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire».239 ! Quando Giovanni negò di essere Elia (Elijah),240 egli intendeva dire che nelle umili vesti di Giovanni non si presentava più nell’elevato rango esteriore di Elijah, il grande guru. Nella sua precedente incarnazione egli aveva dato il “mantello” della sua gloria e della sua ricchezza spirituale al suo discepolo Elisha. «Eliseo rispose: “Due terzi del tuo 233

Matteo 3,15.

234

Molti brani biblici rivelano che la legge della reincarnazione era compresa e accettata. I cicli di reincarnazione sono una spiegazione più ragionevole dei diversi stadi di evoluzione nei quali si trova l’umanità che non la teoria occidentale comunemente accettata, la quale presuppone che qualcosa (la coscienza dell’ego) venga dal nulla, esista a vari gradi di intensità per trenta o novant’anni, per poi tornare al vuoto originario. La natura inconcepibile di un tale vuoto è un problema che può dilettare il cuore di un filosofo scolastico medioevale. 235

Malachia 4,5. [Malachia 3,23 nella Bibbia di Gerusalemme. N.d.C.]

236

«Gli camminerà innanzi» ossia “innanzi al Signore”.

237

Luca 1,13-17.

238

Matteo 17,12-13.

239

Matteo 11,13-14.

240

Giovanni 1,21. 214

spirito diventino miei”. Quegli soggiunse: “Sei stato esigente nel domandare. Tuttavia, se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te, ciò ti sarà concesso ... Quindi raccolse il mantello, che era caduto a Elia».241 ! I ruoli si invertirono, in quanto a Elijah-Giovanni non era più richiesto di essere, agli occhi di tutti, il guru di Eliseo-Gesù, che aveva ormai raggiunto la perfetta realizzazione divina. ! Quando Cristo fu trasfigurato sulla montagna,242 fu il suo guru Elia, insieme a Mosè, che egli vide. Inoltre, nell’ora estrema sulla croce, Gesù invocò il nome divino: «“Elì, Elì, lemà sabactàni?” che significa “Dio mio, ! Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Udendo questo alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia ... Vediamo se viene Elia a salvarlo!”».243 ! L’eterno legame fra guru e discepolo che esisteva fra Giovanni e Gesù era presente anche fra Babaji e Lahiri Mahasaya. Con tenera sollecitudine il guru immortale attraversò a nuoto le acque turbinose del Lete che dividevano le ultime due vite del suo chela e guidò i successivi passi di Lahiri Mahasaya, prima da fanciullo e poi da uomo. Fu solo quando il discepolo ebbe compiuto il suo trentatreesimo anno che Babaji ritenne fosse giunto il tempo di ristabilire esplicitamente quel legame mai reciso. Quindi, dopo il loro breve incontro nei pressi di Ranikhet, l’altruistico maestro bandì il suo amato discepolo dal piccolo gruppo sulle montagne, rendendolo così disponibile per una missione nel mondo esterno. «Figlio mio, verrò ogni qual volta avrai bisogno di me». Quale amante mortale può pronunciare una tale, infinita promessa? ! All’insaputa della società in generale, una grande rinascita spirituale ebbe origine da un remoto angolo di Benares. Come la fragranza dei fiori non può essere soppressa, così Lahiri Mahasaya, pur vivendo pacatamente da padre di famiglia esemplare, non poteva celare la sua innata grandezza spirituale. A poco a poco, da ogni parte dell’India, i devoti cominciarono a giungere come api alla ricerca del divino nettare del maestro liberato. ! Il sovrintendente inglese del suo ufficio fu uno dei primi a notare una singolare e soprannaturale trasformazione nel suo impiegato, che egli chiamava affettuosamente “Babu Estatico”. ! «Signore, sembrate triste. Che cosa vi preoccupa?» chiese un mattino Lahiri Mahasaya, compassionevole, al suo principale. ! «Mia moglie, in Inghilterra, è gravemente ammalata. Sono tormentato dall’ansia». ! «Vi farò avere sue notizie». Lahiri Mahasaya lasciò la stanza e si sedette brevemente in un luogo appartato. Al suo ritorno sorrideva consolante. ! «Vostra moglie sta meglio; in questo momento vi sta scrivendo una lettera». Lo yogi onnisciente citò alcune parti della missiva. ! «Babu Estatico, che voi siate una persona non comune lo so già, eppure non riesco proprio a credere che, a vostro piacimento, possiate bandire il tempo e lo spazio!». ! La lettera preannunciata, infine, arrivò. Il sovrintendente, esterrefatto, constatò che conteneva non soltanto la buona notizia della guarigione di sua moglie, ma anche le stesse frasi che Lahiri Mahasaya gli aveva ripetuto qualche settimana prima. ! La moglie giunse in India alcuni mesi più tardi. Si recò a visitare l’ufficio, dove trovò Lahiri Mahasaya tranquillamente seduto alla sua scrivania. La donna si rivolse a lui con deferenza. ! «Signore» ella disse «fu la vostra immagine, circondata da un’aura di luce splendente, che io scorsi alcuni mesi fa presso il mio letto d’inferma, a Londra. In quel

241

II Re 2,9-14.

242

Matteo 17,3.

243

Matteo 27,46-49. 215

momento fui completamente risanata! Poco tempo dopo fui in condizioni d’intraprendere la lunga traversata oceanica per raggiungere l’India». ! Giorno dopo giorno, uno o due devoti venivano a supplicare il sublime guru d’impartire loro l’iniziazione al Kriya. Oltre a occuparsi di tali compiti spirituali e di quelli inerenti il proprio lavoro e la famiglia, il grande maestro s’impegnò con entusiasmo nel campo dell’educazione. Organizzò molti gruppi di studio e svolse un ruolo attivo nel dare impulso a un grande istituto d’istruzione superiore nel quartiere Bengalitola di Benares. Le conferenze che teneva regolarmente sulle Scritture vennero chiamate la sua “Gita Assembly” (Assemblea della Gita) ed erano seguite con fervore da molte persone alla ricerca della verità. ! Con queste molteplici attività, Lahiri Mahasaya cercava di rispondere alla sfida comune a molti: «Dopo aver assolto i propri doveri sociali e lavorativi, dov’è il tempo per la meditazione devozionale?». La vita armoniosamente equilibrata del grande guru-padre di famiglia divenne fonte di silenziosa ispirazione per migliaia di cuori che s’interrogavano. Vivendo soltanto di un modesto stipendio, in modo frugale, senza ostentazione e con la massima disponibilità verso tutti, il maestro proseguiva naturalmente e felicemente il proprio cammino lungo il sentiero della vita terrena. ! Benché fermamente stabilito nell’Uno Supremo, Lahiri Mahasaya mostrava un profondo rispetto verso tutti gli esseri umani, a prescindere dai loro meriti ineguali. Quando i suoi devoti lo salutavano con deferenza, egli a sua volta si inchinava verso di loro. Con umiltà fanciullesca, il maestro spesso toccava i piedi degli altri, ma raramente consentiva che un simile onore venisse tributato a lui stesso, pur essendo questo atto di riverenza verso il guru un’antica usanza orientale. ! Un tratto significativo della vita di Lahiri Mahasaya fu quello di concedere l’iniziazione al Kriya a persone di ogni fede religiosa. Non soltanto induisti, ma anche musulmani e cristiani, furono annoverati fra i suoi principali discepoli. Monisti e dualisti, fedeli di ogni credo o non affiliati ad alcuna religione ufficiale, tutti venivano accolti con imparzialità e istruiti dal guru universale. Uno dei suoi chela più avanzati fu Abdul Gufoor Khan, un maomettano. È indice di grande coraggio da parte di Lahiri Mahasaya il fatto che, pur essendo un bramino di casta elevata, egli facesse tutto il possibile per eliminare il rigido integralismo castale della propria epoca. Persone appartenenti a qualsiasi condizione sociale trovavano asilo sotto le ali onnipresenti del maestro. Come tutti i profeti ispirati da Dio, Lahiri Mahasaya dava nuova speranza ai fuoricasta e agli oppressi della società. ! «Ricordate sempre che voi non appartenete a nessuno e nessuno vi appartiene. Riflettete sul fatto che un giorno, all’improvviso, dovrete lasciare ogni cosa in questo mondo; fate quindi la conoscenza di Dio fin da ora» diceva il grande guru ai suoi discepoli. «Preparatevi per l’imminente viaggio astrale della morte viaggiando ogni giorno nella mongolfiera della percezione di Dio. Sotto l’influsso dell’illusione voi vi percepite come un fascio di carne e ossa che, nel migliore dei casi, è una fonte di guai.244 ! Meditate incessantemente e potrete ben presto riconoscervi come l’Essenza Infinita, libera da ogni forma di sofferenza. Cessate di essere prigionieri del corpo; utilizzando la chiave segreta del Kriya, imparate a trovare rifugio nello Spirito». ! Il grande guru incoraggiava i suoi vari allievi ad attenersi alla buona disciplina tradizionale della propria fede di appartenenza. Ponendo l’accento sulla natura onnicomprensiva del Kriya quale metodo pratico di liberazione, Lahiri Mahasaya lasciava ai suoi chela la libertà di esprimere la propria vita in conformità con il proprio ambiente e la propria educazione.

244

«Quante specie di morte vi sono nei nostri corpi! Non v’è nient’altro che morte» (Martin Lutero, in Discorsi a tavola). 216

! «Un musulmano dovrebbe eseguire la sua preghiera namaj 245 quattro volte al giorno» faceva rilevare il maestro. «Quattro volte al giorno un indù dovrebbe sedere in meditazione. Un cristiano dovrebbe inginocchiarsi quattro volte al giorno, pregando Dio e poi leggendo la Bibbia». ! Con saggio discernimento il guru guidava i suoi seguaci lungo i diversi sentieri dello Yoga: Bhakti (devozione), Karma (azione), Jnana (saggezza) o Raja (regale o completo) Yoga, secondo le naturali tendenze di ciascuno. Il maestro, che attendeva sempre a lungo prima di concedere il suo consenso ai devoti desiderosi d’intraprendere formalmente la via del monachesimo, li invitava sempre a riflettere bene sull’austerità della vita monastica prima di compiere tale passo. ! Il grande guru insegnava ai suoi discepoli ad astenersi dall’analisi teo-rica delle Scritture. «Saggio è unicamente colui che si dedica alla realizzazione e non soltanto alla lettura delle antiche rivelazioni» diceva. «Risolvete tutti i vostri problemi con la meditazione.246 Anziché a inutili speculazioni religiose, dedicatevi al contatto reale con Dio. Sgombrate la mente dai dogmatici detriti teologici; lasciate scorrere in essa le acque fresche e risanatrici della percezione diretta. Sintonizzatevi con l’attiva Guida interiore; la Voce Divina ha la risposta a qualsiasi dilemma della vita. Benché l’abilità dell’uomo nel cacciarsi nei guai sembri inesauribile, anche le risorse dell’Infinito Soccorso non sono da meno». ! L’onnipresenza del maestro fu dimostrata un giorno dinanzi a un gruppo di discepoli che stavano ascoltando la sua esposizione della Bhagavad Gita. Mentre spiegava il significato del Kutastha Chaitanya o coscienza cristica in tutta la creazione vibratoria, Lahiri Mahasaya, d’un tratto, ansimò e gridò: ! !

LAHIRI MAHASAYA

!

Discepolo di Babaji e guru di Sri Yukteswar

!

245 246

La principale preghiera dei musulmani, ripetuta di solito quattro volte al giorno.

«Cerca la verità nella meditazione, non nei libri stantii. Per trovare la luna guarda nel cielo, non nello stagno» (proverbio persiano). 217

«Sto annegando nei corpi di molte anime al largo della costa del Giappone!». ! La mattina successiva i chela lessero sul giornale la notizia della morte di molte persone a bordo di una nave affondata il giorno precedente vicino al Giappone. ! I discepoli lontani di Lahiri Mahasaya spesso si accorgevano della sua presenza avvolgente. «Sono sempre con coloro che praticano il Kriya» egli diceva, consolando i chela che non potevano rimanere accanto a lui. «Vi guiderò fino alla Casa Cosmica grazie alla continua espansione delle vostre percezioni». ! A Swami Satyananda fu riferito da un devoto che, essendo impossibilitato a recarsi a Benares, egli aveva comunque ricevuto una precisa iniziazione al Kriya in sogno. Lahiri Mahasaya era apparso per istruire il chela in risposta alle sue preghiere. ! Se un discepolo trascurava uno qualsiasi dei suoi doveri terreni, il maestro, con dolcezza, lo correggeva e lo disciplinava. ! «Le parole di Lahiri Mahasaya erano miti e risanatrici, anche quando era costretto a parlare apertamente delle manchevolezze di un chela» mi disse una volta Sri Yukteswar. Aggiunse poi mestamente: «Nessun discepolo fuggiva a causa degli strali del nostro maestro». Non potei fare a meno di ridere, ma rassicurai con tutta sincerità Sri Yukteswar che, pungente o meno, ogni sua parola era musica per le mie orecchie. ! Lahiri Mahasaya graduò accuratamente il Kriya in quattro iniziazioni progressive.247 Egli concedeva le tre tecniche più avanzate solo dopo che il devoto aveva dimostrato di aver compiuto un sicuro progresso spirituale. Un giorno un certo chela, convinto che i suoi meriti non fossero tenuti nel dovuto conto, diede voce al proprio malcontento. ! «Maestro» disse «di sicuro sono pronto, ormai, per la seconda iniziazione». ! In quel momento la porta si aprì per lasciar entrare un umile discepolo, Brinda Bhagat, un postino di Benares. ! «Brinda, siediti qui accanto a me». Il grande guru gli sorrise con affetto. «Dimmi, sei pronto per la seconda tecnica del Kriya?». ! Il modesto portalettere giunse le mani in gesto di supplica. «Gurudeva» disse allarmato «basta iniziazioni, vi prego! Come posso assimilare degli insegnamenti superiori? Sono venuto oggi a chiedere le vostre benedizioni in quanto il primo divino Kriya mi ha colmato di una tale ebbrezza che non riesco a consegnare le lettere!». ! «Brinda già nuota nel mare dello Spirito». A queste parole di Lahiri Mahasaya, l’altro suo discepolo chinò il capo. ! «Maestro» disse «mi rendo conto di essere stato un operaio incompetente, che trova da ridire sui propri attrezzi da lavoro». ! In seguito il postino, che era un uomo privo di istruzione, grazie al Kriya sviluppò il proprio discernimento al punto che gli eruditi talvolta chiedevano la sua interpretazione su passi oscuri delle Scritture. Immune dall’errore morale – anche se non da quello grammaticale – il piccolo Brinda acquistò grande fama nella cerchia dei dotti pandit. ! Oltre ai numerosi discepoli di Lahiri Mahasaya che risiedevano a Benares, a centinaia venivano a lui da lontane parti dell’India. Egli stesso si recò nel Bengala in varie occasioni, in visita a casa dei suoceri dei suoi due figli. Benedetto così dalla sua presenza, il Bengala fu disseminato di piccoli gruppi di Kriya. Soprattutto nei distretti di Krishnagar e Bishnupur numerosi fedeli, silenziosamente, continuano ancor oggi ad alimentare la corrente invisibile della meditazione spirituale. ! Fra i molti santi che ricevettero il Kriya da Lahiri Mahasaya si possono citare l’illustre Swami Vhaskarananda Saraswati di Benares e l’eminente asceta di Deogarh, Balananda Brahmachari. Per un certo periodo Lahiri Mahasaya fu il precettore privato del figlio del maharaja Iswari Narayan Sinha Bahadur di Benares. Riconoscendo l’elevata statura

247

Poiché il Kriya Yoga può essere oggetto di parecchie suddivisioni, Lahiri Mahasaya saggiamente distinse quattro livelli, che erano a suo giudizio quelli essenziali e di maggior valore nella pratica effettiva. 218

spirituale del maestro, sia il maharaja che suo figlio chiesero di essere iniziati al Kriya, come anche il maharaja Jotindra Mohan Thakur. ! Alcuni dei discepoli di Lahiri Mahasaya che detenevano posizioni influenti nel mondo erano desiderosi di allargare la cerchia degli adepti del Kriya facendo opera di propaganda. Il guru negò la propria autorizzazione. Un chela, medico di corte del principe di Benares, avviò un’iniziativa organizzata per far conoscere il nome del maestro come “Kashi Baba” (il Venerabile di Benares).248 Ancora una volta, il guru lo vietò. ! «Lasciate che la fragranza del fiore del Kriya si diffonda naturalmente, senza metterlo in mostra» diceva. «I suoi semi metteranno radici nel terreno dei cuori spiritualmente fertili». ! Benché il grande maestro non adottasse quale sistema di predicazione mezzi moderni come la macchina da stampa o un’organizzazione, egli sapeva che il potere del suo messaggio sarebbe cresciuto come una marea irresistibile, inondando con la sua stessa forza le rive delle menti umane. La vita dei devoti, trasformata e purificata, era la semplice garanzia dell’immortale vitalità del Kriya. ! Nel 1886, venticinque anni dopo la sua iniziazione a Ranikhet, Lahiri Mahasaya andò in pensione.249 Poiché ora egli era disponibile anche nelle ore diurne, i discepoli che giungevano in visita erano sempre più numerosi. Il grande guru, ormai, restava seduto in silenzio per la maggior parte del tempo, immobile nella tranquilla posizione del loto. Egli lasciava raramente il suo piccolo soggiorno, anche solo per una passeggiata o per recarsi in altre parti della casa. Un silenzioso flusso di chela giungeva, quasi senza interruzione, per un darshan (santa vista) del guru. ! A destare un reverenziale stupore in tutti gli osservatori contribuiva il fatto che lo stato fisiologico abituale di Lahiri Mahasaya presentava le caratteristiche sovrumane dell’assenza di respiro, dell’astensione dal sonno, della sospensione del battito cardiaco e del polso, della fissità degli occhi senza battito delle palpebre per ore e di una profonda aura di pace. Nessun visitatore se ne andava senza sentirsi elevato nello spirito; tutti sentivano di aver ricevuto la silenziosa benedizione di un vero uomo di Dio. ! Il maestro permise quindi al suo discepolo Panchanon Bhattacharya di fondare un istituto chiamato Arya Mission Institution (Istituto Missione Arya) a Calcutta. Qui il pio discepolo diffondeva il messaggio del Kriya Yoga e preparava, a beneficio del pubblico, alcune medicine di erbe250 basate sui principi dello yoga. 248

Altri titoli attribuiti a Lahiri Mahasaya dai suoi discepoli erano Yogibar (il più grande degli yogi), Yogiraja (re degli yogi) e Munibar (il più grande dei santi), ai quali io ho aggiunto Yogavatar (incarnazione dello yoga). 249 250

Complessivamente aveva prestato trentacinque anni di servizio nello stesso dipartimento governativo.

Negli antichi trattati in sanscrito si trovano vaste conoscenze erboristiche. Le erbe himalayane venivano utilizzate in un trattamento di ringiovanimento che attrasse l’attenzione del mondo nel 1938, quando il metodo fu applicato al pandit Madan Mohan Malaviya, di settantasette anni, vice-direttore dell’Università indù di Benares. In quarantacinque giorni il celebre studioso riacquistò in misura notevole la salute, il vigore fisico, la memoria e la normale capacità visiva; comparvero i segni di una terza serie di denti, mentre tutte le rughe sparirono. Il trattamento erboristico, noto come Kaya Kalpa, è uno degli ottanta metodi di ringiovanimento messi a punto nell’Ayurveda o scienza medica indù. Il pandit Malaviya venne sottoposto al trattamento per mano di Sri Kalpacharya Swami Beshundasji, che indica il 1766 quale suo anno di nascita. Egli è in possesso di documenti che attestano che ha oltre cento anni; cronisti dell’Associated Press osservarono che ne dimostrava circa quaranta. ! Gli antichi trattati indù dividevano la scienza medica in otto branche: salya (chirurgia); salakya (malattie al di sopra del collo); kayachikitsa (medicina propriamente detta); bhutavidya (malattie mentali); kaumara (puericultura); agada (tossicologia); rasayana (longevità); vagikarana (tonici). I medici vedici utilizzavano delicati strumenti chirurgici, ricorrevano alla chirurgia plastica, conoscevano metodi per contrastare gli effetti del gas velenoso, eseguivano tagli cesarei e operazioni al cervello ed erano specializzati nella dinamizzazione dei farmaci. Ippocrate, famoso medico del quinto secolo dopo Cristo, trasse buona parte della sua materia medica da fonti indù. 219

! Secondo un’antica consuetudine, il maestro offriva alle persone un olio di neem251 per la cura di varie malattie. Quando il guru chiedeva a un discepolo di distillare l’olio, questi riusciva facilmente a portare a termine il compito. Se chiunque altro tentava di farlo, incontrava strane difficoltà e constatava che l’olio medicinale era quasi del tutto evaporato dopo essere passato attraverso i procedimenti di distillazione richiesti. Evidentemente, la benedizione del maestro era un ingrediente indispensabile.

! Qui sopra vengono riprodotti la firma e la grafia di Lahiri Mahasaya, in caratteri bengali. Queste righe sono tratte da una lettera indirizzata a un chela; il grande maestro interpreta un verso in sanscrito nel modo seguente: «Colui che ha raggiunto uno stato di calma in cui non si ha nessun battito di ciglia, ha raggiunto il Sambhabi Mudra». (Firmato) “Sri Shyama Charan Deva Sharman”. ! L’Arya Mission Institution intraprese la pubblicazione di molti dei commenti del guru alle Scritture. Come Gesù e altri grandi profeti, Lahiri ! Mahasaya non scrisse alcun libro, ma le sue penetranti interpretazioni furono trascritte e raccolte da vari discepoli. Alcuni di questi volontari amanuensi furono più perspicaci di altri nel trasmettere correttamente le profonde intuizioni del guru; nel complesso, comunque, i loro sforzi ebbero successo. Grazie al loro zelo, il mondo possiede gli impareggiabili commenti di Lahiri Mahasaya a ventisei antichi testi sacri. ! Sri Ananda Mohan Lahiri, un nipote del maestro, ha scritto un interessante saggio sul Kriya. «Il testo della Bhagavad Gita fa parte del grande poema epico Mahabharata, che contiene numerosi punti nodali (vyas-kutas)» ha scritto Sri Ananda. «Se non ci si interroga su tali punti nodali, non si trova null’altro che racconti mitologici singolari e facilmente travisabili. Lasciando irrisolti tali punti nodali, andrebbe perduta una scienza che l’Oriente ha preservato con pazienza sovrumana, dopo una ricerca sperimentale durata migliaia di

251

L’albero di margosa dell’India orientale. Le sue proprietà medicinali sono ormai state riconosciute in Occidente, dove l’amara corteccia del neem viene impiegata come tonico e l’olio ricavato dai semi e dal frutto è risultato di estrema utilità nella cura della lebbra e di altre malattie. 220

anni.252 Sono stati i commenti di Lahiri Mahasaya a portare alla luce, libera dalle allegorie, la vera e propria scienza della religione tanto abilmente dissimulata sotto gli enigmatici versi e immagini delle Scritture. Cessando di essere astrusi giochi di parole, le formule altrimenti insignificanti del culto vedico si sono rivelate, grazie al maestro, pregne di significato scientifico ... ! «Sappiamo che l’uomo è generalmente inerme di fronte all’impeto indomabile delle passioni malvagie, ma queste sono ridotte all’impotenza e l’uomo non trova alcun motivo per indulgere in esse quando sorge in lui la coscienza di una beatitudine superiore e duratura attraverso il Kriya. In esso la rinuncia, la negazione delle passioni inferiori, coincide con una conquista, con l’affermazione della beatitudine. Senza un tale percorso, centinaia di massime morali formulate come mere negazioni risultano inutili per noi. ! «La nostra brama di attività terrena uccide in noi il senso di venerazione spirituale. Non riusciamo a comprendere la Grande Vita che sta dietro tutti i nomi e tutte le forme, poiché la scienza ci insegna come fare uso dei poteri della natura; questa familiarità ha finito col generare una sorta di disprezzo verso i suoi segreti supremi. Il nostro rapporto con la natura è una questione meramente pratica. La importuniamo, per così dire, per sapere come possa essere usata per servire i nostri scopi; sfruttiamo le sue energie, la cui Fonte resta tuttavia sconosciuta. Nella scienza il nostro rapporto con la natura è quello che intercorre fra un padrone e il suo servo, ovvero, in senso filosofico, la natura è come un prigioniero sul banco degli imputati. La sottoponiamo a un interrogatorio serrato, la sfidiamo, soppesiamo minuziosamente le sue prove secondo parametri umani che non possono misurare i suoi valori nascosti. D’altra parte, quando il sé è in comunione con un potere superiore, la natura obbedisce automaticamente, senza alcuno sforzo o tensione, alla volontà umana. Il dominio esercitato spontaneamente sulla natura è definito “miracoloso” dal materialista, che lo considera incomprensibile. ! «La vita di Lahiri Mahasaya, con il suo esempio, ha contribuito a correggere l’idea errata che lo yoga sia una pratica misteriosa. Ogni essere umano, attraverso il Kriya, può giungere a comprendere quale sia il proprio corretto rapporto con la natura e a nutrire un senso di reverenziale rispetto spirituale per tutti i fenomeni, siano essi mistici o ordinari, nonostante la prosaicità della scienza fisica.253 Dobbiamo tenere presente che ciò che era considerato mistico mille anni fa non lo è più e che ciò che ora appare misterioso potrà diventare legittimamente comprensibile fra cento anni. È l’Infinito, l’Oceano dell’Energia, che sta dietro a tutte le manifestazioni. ! «La legge del Kriya Yoga è eterna. Essa è vera come la matematica; al pari delle semplici regole dell’addizione e della sottrazione, anche la legge del Kriya non potrà mai essere soppressa. Date pure alle fiamme tutti i libri di matematica: le persone inclini alla logica riscopriranno sempre tali verità; distruggete tutti i libri sacri sullo yoga: le sue leggi 252

«Numerosi sigilli recentemente portati alla luce nei siti archeologici della valle dell’Indo, databili intorno al terzo millennio avanti Cristo, rappresentano figure in posizioni di meditazione attualmente in uso nel sistema dello yoga, a conferma dell’ipotesi che fin da quell’epoca fossero noti i rudimenti dello yoga. Non è irragionevole trarre la conclusione che l’introspezione sistematica con l’ausilio di metodi approfonditamente studiati sia praticata in India da cinquemila anni ... L’India ha sviluppato alcuni validi atteggiamenti religiosi della mente e alcuni principi etici che sono unici, almeno per quanto riguarda l’ampiezza della loro applicazione alla vita. Uno di questi è la tolleranza in materia di convinzioni intellettuali: dottrina, questa, assai sorprendente per l’Occidente, dove per molti secoli la persecuzione degli eretici era pratica comune e dove guerre sanguinose erano causate di frequente da rivalità settarie» (brani tratti da un articolo del prof. W. Norman Brown, pubblicato nel numero di maggio 1939 del Bulletin of the American Council of Learned Societies, Washington, D.C.). 253

Sovviene a questo proposito l’osservazione di Carlyle in Sartor Resartus: «L’uomo incapace di meraviglia, che non si stupisce (e non venera) abitualmente, fosse anche presidente di innumerevoli Royal Societies e riunisse ... nella sua mente il compendio di tutti i laboratori e osservatori e i relativi risultati, non è altro che un paio di occhiali dietro i quali non vi sono occhi». 221

fondamentali verranno nuovamente alla luce ogni qual volta comparirà un vero yogi capace di pura devozione e, quindi, di pura conoscenza». ! Così come Babaji è uno dei più grandi avatar, un Mahavatar, e Sri ! Yukteswar un Jnanavatar, o Incarnazione della Saggezza, anche Lahiri ! Mahasaya può giustamente essere chiamato Yogavatar, o Incarnazione dello Yoga. Sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, egli ha innalzato il livello spirituale della società. Per la sua capacità di elevare i discepoli a lui più vicini a una statura simile a quella di Cristo e per la sua vasta opera di diffusione della verità fra le masse, Lahiri Mahasaya è annoverato fra i salvatori dell’umanità. ! La sua eccezionalità come profeta risiede nell’aver posto concretamente l’accento su un metodo ben definito, il Kriya, aprendo per la prima volta a tutti gli esseri umani le porte della liberazione attraverso lo yoga. A prescindere da tutti i miracoli compiuti nel corso della sua vita, sicuramente lo Yogavatar raggiunse l’apice di tutti i prodigi riducendo le antiche complessità dello yoga a un grado di efficace semplicità accessibile anche all’uomo ordinario. ! A proposito dei miracoli, Lahiri Mahasaya diceva spesso: «Il funzionamento delle leggi sottili ignote ai più non dovrebbe essere oggetto di pubblico dibattito né dovrebbe essere divulgato senza la dovuta discriminazione». Se in queste pagine può sembrare che io abbia trasgredito alle sue prudenti parole, è perché ho ricevuto la sua rassicurazione interiore. Inoltre, nel raccontare le vite di Babaji, Lahiri Mahasaya e Sri Yukteswar, ho ritenuto opportuno omettere molti racconti di autentici miracoli, che difficilmente avrebbero potuto essere inclusi se non accompagnati da un volume esplicativo di astrusa filosofia. ! Nuova speranza per uomini nuovi! «L’unione con il Divino» proclamava lo Yogavatar «è possibile attraverso l’impegno personale: non dipende da credenze teologiche o dall’arbitraria volontà di un Dittatore Cosmico». ! Usando la chiave del Kriya, coloro che non riescono a credere nella divinità di nessun uomo contempleranno finalmente la piena divinità di se stessi. !

222

CAPITOLO: 36 !

L’interesse di Babaji per l’Occidente

! «Maestro, avete mai incontrato Babaji?. ! Era una calma notte d’estate a Serampore; le grandi stelle dei tropici brillavano sopra il nostro capo, mentre sedevo accanto a Sri Yukteswar sul balcone al secondo piano dell’ashram. ! «Sì». Il Maestro sorrise alla mia domanda diretta; gli occhi gli si illuminarono di riverenza. «Per tre volte sono stato benedetto dalla vista del guru immortale. Il nostro primo incontro fu ad Allahabad, a un Kumbha Mela». ! I raduni religiosi che si tengono in India fin da tempi immemorabili sono noti con il nome di Kumbha Mela; essi hanno contribuito a mantenere l’attenzione delle moltitudini costantemente fissa sui traguardi spirituali. Gli indù devoti si riuniscono a milioni ogni sei anni per incontrare migliaia di sadhu, yogi, swami e asceti di ogni tipo. Molti sono gli eremiti che non lasciano mai le loro solitarie dimore, se non per partecipare ai mela e dispensare le loro benedizioni agli uomini e alle donne che vivono nel mondo. ! «Non ero ancora uno swami quando incontrai Babaji» proseguì Sri Yukteswar. «Tuttavia, avevo già ricevuto l’iniziazione al Kriya da Lahiri Mahasaya. Questi mi incoraggiò a recarmi al mela che era stato convocato per il gennaio 1894 ad Allahabad. Era la mia prima esperienza di un Kumbha; mi sentivo un po’ frastornato dal clamore e dall’accalcarsi della folla. Cercando con lo sguardo attorno a me, non vedevo alcun volto illuminato di maestro. Attraversando un ponte sulle rive del Gange, notai un mio conoscente che, in piedi lì vicino, tendeva la ciotola della questua. ! «“Oh, questo raduno non è nient’altro che una bolgia di rumori e mendicanti” pensai deluso. “Mi domando se gli scienziati occidentali, che pazientemente ampliano le sfere della conoscenza per recare concreti benefici all’umanità, non siano più graditi a Dio di questi oziosi fannulloni che professano la religione, ma si concentrano soprattutto sulle elemosine”. ! «Le considerazioni di riforma sociale che ribollivano in me furono interrotte dalla voce di un sannyasi di alta statura, che mi si parò davanti. ! «“Signore,” disse “un santo vi sta chiamando”. ! «“Chi è?”. ! «“Venite a vedere voi stesso”. ! «Seguendo, esitante, questa laconica indicazione, mi trovai ben presto vicino a un albero le cui fronde davano riparo a un guru con un attraente gruppo di discepoli. Il maestro, una figura luminosa e inusuale, con splendenti occhi scuri, si alzò al mio arrivo e mi abbracciò. ! «“Benvenuto, Swamiji” disse affettuosamente. ! «“Signore” risposi con enfasi “io non sono uno swami”. ! «“Coloro ai quali, per ordine divino, assegno il titolo di swami non lo respingono mai”. Il santo si rivolgeva a me con semplicità, ma nelle sue parole risuonava la profonda convinzione della verità; fui travolto da un’istantanea ondata di benedizione spirituale. Sorridendo alla mia improvvisa elevazione all’antico ordine monastico,254 mi inchinai ai piedi di quell’essere ovviamente grande e angelico, in sembianze umane, che mi aveva così onorato. ! «Babaji – poiché di lui si trattava, in effetti – con un cenno mi invitò a sedergli accanto sotto l’albero. Era forte e giovane e assomigliava a Lahiri Mahasaya; tuttavia, la rassomiglianza non mi colpì, benché avessi spesso sentito parlare della straordinaria 254

Sri Yukteswar in seguito fu iniziato formalmente all’Ordine degli swami dal Mahant (capo del monastero) di Buddh Gaya. 223

similarità nell’aspetto dei due maestri. Babaji è dotato di un potere con il quale può impedire che un qualsiasi pensiero specifico sorga nella mente di una persona. Evidentemente il grande guru desiderava che io fossi perfettamente spontaneo in sua presenza, senza essere intimidito dalla conoscenza della sua identità. ! «“Che ne pensi del Kumbha Mela?”. ! «“Sono rimasto alquanto deluso, signore”. Aggiunsi poi immediatamente: “Fino al momento in cui vi ho incontrato. I santi e questa baraonda non sembrano avere molto in comune”. ! «“Figlio,” disse il maestro benché io dimostrassi quasi il doppio dei suoi anni “per le colpe dei molti, non giudicare il tutto. Ogni cosa sulla terra è di carattere misto, come una mescolanza di sabbia e zucchero. Sii come la saggia formica, che prende soltanto lo zucchero e lascia la sabbia intatta. Benché molti dei sadhu che sono qui vaghino ancora nell’illusione, il mela è benedetto da alcuni uomini che hanno realizzato Dio”. ! «Considerando il mio incontro con l’eccelso maestro, mi dichiarai subito d’accordo con la sua osservazione. ! «“Signore,” commentai “pensavo agli scienziati in Occidente, i quali superano di gran lunga per intelligenza la maggior parte delle persone radunate qui, vivono nella lontana Europa e in America, professano fedi differenti e ignorano i reali valori di mela come questo. Sono loro le persone che potrebbero trarre grande beneficio dall’incontrare i maestri dell’India. Nonostante siano tanto progrediti nelle conquiste intellettuali, molti occidentali restano tuttavia legati a un rozzo materialismo. Altri, insigni nel campo della scienza e della filosofia, non riconoscono l’essenziale unità nell’ambito della religione. Le loro convinzioni creano insormontabili barriere che minacciano di dividerli da noi per sempre”. ! «“Ho notato che ti interessi tanto all’Occidente quanto all’Oriente”. Il volto di Babaji brillava d’approvazione. “Ho avvertito gli spasimi del tuo cuore, tanto grande da accogliere tutti gli esseri umani, siano essi orientali o occidentali. Per questa ragione ti ho chiamato qui. ! «“L’Oriente e l’Occidente devono tracciare un’aurea via intermedia, in cui si integrino attività e spiritualità” continuò. “L’India ha molto da imparare dall’Occidente dal punto di vista dello sviluppo materiale; in cambio, l’India può insegnare i metodi universali mediante i quali l’Occidente potrà basare le proprie credenze religiose sulle fondamenta incrollabili della scienza dello yoga. ! «“Tu, Swamiji, hai un ruolo da svolgere nell’armonioso, futuro scambio tra Oriente e Occidente. Fra alcuni anni ti invierò un discepolo che potrai formare affinché diffonda lo yoga in Occidente. Da lì mi giungono, come un’ondata dilagante, le vibrazioni di molte anime impegnate nella ricerca spirituale. Sento che in America e in Europa vi sono santi potenziali, che attendono di essere risvegliati”». ! A questo punto del suo racconto, Sri Yukteswar mi guardò diritto negli occhi. ! «Figlio mio» disse sorridendo, alla luce della luna «tu sei il discepolo che, anni or sono, Babaji promise di mandarmi». ! Fui lieto di apprendere che Babaji aveva guidato i miei passi fino a Sri Yukteswar, eppure trovavo difficile immaginarmi nel remoto Occidente, lontano dal mio amato guru e dalla semplice pace dell’ashram. ! «Babaji parlò quindi della Bhagavad Gita» continuò Sri Yukteswar. «Con mio stupore, egli dimostrò con alcune parole di apprezzamento di essere a conoscenza del fatto che avevo scritto interpretazioni di vari capitoli della Gita. ! «“Su mia richiesta, Swamiji, ti prego di intraprendere un altro compito” disse il grande maestro. “Vuoi scrivere un breve libro sulla fondamentale unità che sottende le Scritture cristiane e quelle induiste? Dimostra, sulla base di riferimenti paralleli, che gli ispirati figli di Dio hanno affermato le stesse verità, ora oscurate dalle differenze settarie degli uomini”. 224

! «“Maharaj,”255 risposi con titubanza “che ordine mi impartite! Sarò in grado di eseguirlo?”. ! «Babaji rise sommessamente. “Figlio mio, perché dubiti?” disse con tono rassicurante. “In realtà, di Chi è opera tutto questo e Chi è l’Artefice di tutte le azioni? Qualunque cosa il Signore mi abbia indotto a dire è destinata a materializzarsi come verità”. ! «Mi considerai investito della necessaria autorità dalle benedizioni ricevute dal santo e acconsentii a scrivere il libro. Con riluttanza, sentendo che era giunto il momento del commiato, mi alzai dal mio sedile di foglie. ! «“Conosci Lahiri?”256 domandò il maestro. “È una grande anima, non è vero? Digli del nostro incontro”. Quindi mi diede un messaggio per Lahiri Mahasaya. ! «Dopo che, congedandomi, mi fui inchinato umilmente, il santo mi sorrise con benevolenza. “Quando il tuo libro sarà terminato, verrò a farti visita” promise. “Addio, per il momento”. ! «Lasciai Allahabad il giorno seguente e partii in treno per Benares. Giunto alla casa del mio guru, gli raccontai dettagliatamente la storia del meraviglioso santo incontrato al Kumbha Mela. ! «“Oh, non l’hai riconosciuto?” disse Lahiri Mahasaya con gli occhi danzanti d’ilarità. “Certo, non ci sei riuscito perché egli te lo ha impedito. È il mio incomparabile guru, il celestiale Babaji!”. ! «“Babaji!” ripetei, colto da timore reverenziale. “Il Cristo-Yogi Babaji! Il salvatore Babaji, nello stesso tempo invisibile e visibile! Oh, se solo potessi richiamare il passato ed essere ancora una volta alla sua presenza, per esprimergli tutta la mia devozione prostrandomi ai suoi piedi di loto!”. ! «“Non preoccuparti” disse Lahiri Mahasaya, consolandomi. “Egli ha promesso di farti nuovamente visita”. ! «“Gurudeva, il divino maestro mi ha chiesto di trasmettervi un messaggio. ‘Dì a Lahiri’ ha detto ‘che l’energia accumulata per questa vita comincia a scarseggiare; è quasi finita’”. ! «Quando pronunciai queste parole enigmatiche, il corpo di Lahiri Mahasaya tremò come se fosse stato toccato da una corrente elettrica. In un attimo tutto in lui sprofondò nel silenzio; la sua espressione sorridente divenne incredibilmente seria. Come una statua di legno, cupo e immobile al posto ove sedeva, il suo corpo divenne incolore. Ne fui allarmato e sconcertato. Mai, nella mia vita, avevo visto quell’anima gioiosa manifestare una tale terribile gravità. Gli altri discepoli presenti lo fissavano con grande apprensione. ! «Trascorsero tre ore in completo silenzio. Infine Lahiri Mahasaya assunse di nuovo il suo contegno spontaneo e allegro e parlò affettuosamente a ciascuno dei chela. Tutti trassero un sospiro di sollievo. ! «Mi accorsi, dalla reazione del mio maestro, che il messaggio di Babaji era stato un segnale inequivocabile dal quale Lahiri Mahasaya aveva compreso che di lì a poco il suo corpo sarebbe rimasto privo di colui che l’abitava. Il suo impressionante silenzio dimostrava che il mio guru aveva controllato istantaneamente il proprio essere, aveva reciso l’ultimo legame di attaccamento con il mondo materiale e si era dileguato rifugiandosi nella sua perenne identità nello Spirito. Le parole pronunciate da Babaji erano state il suo modo di dirgli: “Sarò con te per sempre”. ! «Sebbene Babaji e Lahiri Mahasaya fossero onniscienti e non avessero alcun bisogno di comunicare fra loro attraverso me o qualsiasi altro intermediario, i grandi 255 256

“Grande re”: titolo di rispetto.

Un guru, generalmente, si rivolge al proprio discepolo chiamandolo semplicemente per nome, omettendo qualsiasi titolo. Perciò Babaji disse “Lahiri” e non “Lahiri Mahasaya”. 225

spesso accondiscendono a interpretare una parte nel dramma umano. Occasionalmente essi trasmettono le loro profezie per mezzo di messaggeri, in modo ordinario, affinché l’adempiersi delle loro parole possa infondere una maggiore fede nel divino nella vasta cerchia di coloro che, in seguito, verranno a conoscenza della storia. ! «Presto lasciai Benares e, a Serampore, mi misi a lavorare al testo sulle sacre Scritture richiesto da Babaji» continuò Sri Yukteswar. «Non appena ebbi iniziato a svolgere il mio compito, fui in grado di comporre un poema dedicato al guru immortale. Versi melodiosi fluivano spontaneamente dalla mia penna benché, prima di allora, non mi fossi mai cimentato nella composizione poetica in sanscrito. ! «Nella quiete della notte mi impegnai in un confronto fra la Bibbia e le Scritture del Sanatan Dharma.257 Citando le parole del benedetto Signore Gesù, dimostrai che i suoi insegnamenti erano, nella loro essenza, tutt’uno con le rivelazioni dei Veda. Con sollievo, il mio libro fu completato in breve tempo; mi accorsi che questa rapida benedizione era dovuta alla grazia del mio Param-Guru-Maharaj.258 I capitoli furono pubblicati inizialmente nella rivista Sadhusambad e in seguito furono stampati privatamente in un unico volume da uno dei miei discepoli di Kidderpore. ! «Il mattino dopo che ebbi concluso i miei sforzi letterari» continuò il Maestro «mi recai al Rai Ghat per bagnarmi nel Gange. Il ghat era deserto; rimasi fermo in piedi per un po’, godendomi la pace assolata. Dopo un tuffo nelle acque scintillanti, mi accinsi a tornare a casa. L’unico suono che si udiva nel silenzio era, a ogni passo, il fruscio dei miei vestiti inzuppati dell’acqua del Gange. Nell’oltrepassare il luogo ove sorgeva un grande albero di banyan vicino alla riva del fiume, un forte impulso mi indusse a volgere lo sguardo all’indietro. Lì, all’ombra del banyan, circondato da alcuni discepoli, sedeva il grande Babaji! ! «“Ti saluto, Swamiji!”. La voce meravigliosa del maestro squillò per rassicurarmi che non stavo sognando. “Vedo che hai completato con successo il tuo libro. Come promesso, sono qui per ringraziarti”. ! «Con il cuore che mi batteva veloce, mi prostrai completamente ai suoi piedi. “Param-guruji,” dissi implorandolo “voi e i vostri chela non volete onorare la mia casa, qui vicino?”. ! «Il supremo guru, sorridendo, declinò l’invito. “No, figliolo,” disse “siamo gente che ama stare al riparo degli alberi; questo luogo è assai confortevole”. ! «“Vi prego, trattenetevi qui ancora per un po’, Maestro”. Gli rivolsi uno sguardo supplice. “Tornerò immediatamente con dei dolci speciali”. ! «Ritornai dopo pochi minuti con un piatto di prelibatezze, ma, ahimè, il maestoso banyan non offriva più riparo alla troupe celestiale. Cercai tutt’attorno al ghat, sebbene in cuor mio sapessi che il gruppetto era già volato via su ali eteree.

257

Letteralmente, “religione eterna”, il nome dato al corpus di insegnamenti vedici. Il Sanatan Dharma fu poi chiamato Induismo fin dall’epoca dei Greci, che designarono con la parola Indu o Hindu il popolo delle rive del fiume Indo. La parola indù, a rigor di termini, indica soltanto i seguaci del Sanatan Dharma o Induismo. Il termine indiano è riferito invece sia agli indù che ai maomettani e agli altri abitanti del territorio dell’India (nonché, a causa dell’errore geografico di Colombo, agli aborigeni mongoloidi americani). ! L’antico nome dell’India è Aryavarta, letteralmente “dimora degli Ariani”. La radice sanscrita di arya significa “degno, santo, nobile”. Il successivo uso etnologico erroneo del termine ariano per indicare caratteristiche non spirituali ma fisiche, indusse il grande orientalista Max Müller ad affermare curiosamente: «Per me un etnologo che parla di razza ariana, sangue ariano, occhi e capelli ariani compie un errore altrettanto grande di un linguista che parla di un dizionario dolicocefalo o di una grammatica brachicefala». 258

Param-guru significa letteralmente “guru supremo” o “guru al di là” e indica una linea di successione di maestri. Babaji, il guru di Lahiri Mahasaya, era il param-guru di Sri Yukteswar. 226

! «Ne fui profondamente ferito. “Anche se dovessimo incontrarci di nuovo, mi guarderò bene dal parlargli” mi dissi. “È stato scortese a lasciarmi così all’improvviso”. Era una collera d’amore, ovviamente, e nulla più. ! «Qualche mese più tardi feci visita a Lahiri Mahasaya a Benares. Quando entrai nel suo salottino, il mio guru sorrise nel salutarmi. ! «“Benvenuto, Yukteswar” disse. “Non hai incontrato Babaji proprio ora, sulla soglia della mia stanza?”. ! «“No davvero” risposi sorpreso. ! «“Vieni qui”. Lahiri Mahasaya mi toccò dolcemente sulla fronte; immediatamente vidi, vicino alla porta, la figura di Babaji, rigoglioso come un loto perfetto. ! «Ricordai la mia vecchia ferita e non m’inchinai. Lahiri Mahasaya mi guardò stupefatto. ! «Il guru divino mi fissò con occhi insondabili. “Sei irritato con me”. ! «“Signore, perché non dovrei esserlo?” risposi. “Dall’aria siete comparso con il vostro magico gruppo e nell’aria impalpabile siete svanito”. ! «“Ti dissi che sarei venuto a trovarti, ma non per quanto tempo sarei rimasto”. Babaji rise sommessamente. “Eri così pieno di eccitazione! Ti assicuro che stavo quasi per dissolvermi nell’etere al soffio impetuoso della tua agitazione”. ! «Fui immediatamente soddisfatto di questa spiegazione poco lusinghiera. Mi inginocchiai ai suoi piedi; il guru supremo mi batté gentilmente sulla spalla. ! «“Figliolo, devi meditare di più” disse. “Il tuo sguardo non è ancora totalmente privo di difetti: non sei riuscito a vedermi nascosto dietro la luce del sole”. Con queste parole, pronunciate con la voce di un flauto celestiale, Babaji scomparve nell’invisibile fulgore. ! «Quella fu una delle mie ultime visite a Benares per incontrare il mio guru» concluse Sri Yukteswar. «Proprio come Babaji aveva predetto al Kumbha Mela, l’incarnazione di Lahiri Mahasaya come capofamiglia stava per volgere al termine. Durante l’estate del 1895 il suo corpo vigoroso sviluppò una piccola bolla sulla schiena. Il Maestro si oppose all’incisione; stava consumando nella propria carne il cattivo karma di certi suoi discepoli. Infine alcuni chela si fecero assai insistenti; il maestro rispose in modo enigmatico: ! «“Il corpo deve trovare una causa per andarsene; acconsentirò a fare tutto ciò che vorrete”. ! «Poco tempo dopo, l’incomparabile guru abbandonò il corpo a Benares. Non ho più bisogno di andare a trovarlo nel suo salottino; sento che ogni giorno della mia vita è benedetto dalla sua guida onnipresente». ! Anni dopo, dalle labbra di Swami Keshabananda,259 un discepolo assai avanzato, venni a conoscenza di molti meravigliosi particolari sul trapasso di Lahiri Mahasaya. ! «Qualche giorno prima che il mio guru lasciasse il corpo» mi disse Keshabananda «egli si materializzò davanti a me mentre sedevo nel mio ashram a Hardwar». ! «“Vieni subito a Benares”. Con queste parole Lahiri Mahasaya si dileguò. ! «Partii immediatamente in treno per Benares. A casa del mio guru trovai riuniti molti discepoli. Per ore, quel giorno,260 il maestro spiegò la Gita; poi ci parlò con semplicità. ! «“Torno a casa”. ! «Singhiozzi d’angoscia proruppero come un torrente inarrestabile.

259 260

La mia visita all’ashram di Keshabananda è descritta alle pp. 391-95.

Il 26 settembre 1895 è la data in cui Lahiri Mahasaya lasciò il corpo. Dopo pochi giorni sarebbe giunto al suo sessantottesimo compleanno. 227

! «“Consolatevi; risorgerò”. Dopo questa affermazione, Lahiri Mahasaya girò su se stesso per tre volte, si rivolse a nord nella posizione del loto e gloriosamente entrò nel maha-samadhi finale.261 ! «Il bel corpo di Lahiri Mahasaya, tanto caro ai suoi devoti, fu cremato con i riti solenni destinati ai capifamiglia al Manikarnika Ghat, sulle rive del sacro Gange» continuò Keshabananda. «Il giorno successivo alle dieci del mattino, mentre ero ancora a Benares, la mia stanza fu soffusa da una grande luce. Ed ecco che di fronte a me, in carne e ossa, apparve la figura di Lahiri Mahasaya! Sembrava proprio il suo corpo, sebbene fosse di aspetto più giovane e più radioso. Il mio divino guru mi parlò: ! «“Keshabananda,” disse “sono io. Dagli atomi disintegrati del mio corpo cremato sono risuscitato in una forma plasmata a nuovo. La mia opera di capofamiglia nel mondo è ormai compiuta, ma non lascio la terra completamente. D’ora in poi trascorrerò del tempo con Babaji sull’Himalaya e con Babaji nel cosmo”. ! «Pronunciando qualche parola di benedizione, il maestro trascendente scomparve. Una mirabile ispirazione mi colmò il cuore; fui elevato nello Spirito come lo furono i discepoli di Cristo e Kabir262 quando ebbero visto i loro guru viventi dopo la morte fisica. ! «Quando ritornai al mio ashram isolato di Hardwar» proseguì Keshabananda «recai con me le sacre ceneri del mio guru. So che egli è sfuggito alla gabbia spazio-temporale; l’uccello dell’onnipresenza è liberato. Ciononostante, fu di conforto al mio cuore custodire religiosamente le sue sacre spoglie». ! Un altro discepolo che fu benedetto dalla vista del suo guru risorto fu il santo Panchanon Bhattacharya, fondatore dell’Arya Mission Institution a Calcutta.263 ! Feci visita a Panchanon nella sua casa di Calcutta e ascoltai con grande diletto il racconto dei lunghi anni che egli trascorse con il maestro. Alla fine mi narrò l’evento più prodigioso della sua vita. ! «Qui a Calcutta» disse Panchanon «alle dieci del mattino che seguì la sua cremazione, Lahiri Mahasaya comparve davanti a me nella sua gloria vivente». ! Anche Swami Pranabananda, il “santo dai due corpi”, mi confidò nei dettagli la sua sublime esperienza. ! «Qualche giorno prima che Lahiri Mahasaya lasciasse il corpo» mi raccontò Pranabananda quando venne a visitare la mia scuola di Ranchi «ricevetti una sua lettera, in cui mi chiedeva di andare immediatamente a Benares. Fui però trattenuto e non potei

261

Volgersi verso il nord e ruotare il corpo per tre volte fa parte del rito vedico compiuto dai maestri che sanno anticipatamente quando sta per scoccare l’ora estrema per il corpo fisico. L’ultima meditazione, durante la quale il maestro si immerge nel Cosmico Aum, è chiamata maha, ossia grande, samadhi. 262

Kabir fu un grande santo del sedicesimo secolo che ebbe ampio seguito sia fra gli indù che fra i maomettani. Al momento della sua morte i discepoli bisticciarono sul modo di celebrare le cerimonie funebri. Il maestro, esasperato, si alzò dal suo sonno finale e diede istruzioni. «Metà delle mie spoglie dovrà essere sepolta con i riti musulmani» disse «e l’altra metà sarà cremata con una cerimonia indù». Poi scomparve. Quando i discepoli aprirono la bara che aveva contenuto il suo corpo, non vi trovarono altro che uno scintillante mucchio di fiori di champak del colore dell’oro. Metà di essi, obbedendo agli ordini del maestro, furono sepolti dai musulmani che, ancora oggi, venerano il suo reliquiario. ! In gioventù si rivolsero a Kabir due discepoli che desideravano avere una minuziosa guida intellettuale per percorrere il sentiero mistico. Il maestro rispose semplicemente: ! «Il sentiero presuppone distanza; ! se Egli è vicino, non v’è bisogno d’un sentiero. ! In verità sorrido all’idea di un pesce ! che, pur nell’acqua, soffre la sete». 263

Panchanon fece erigere, in un giardino di sette ettari a Deogarh, nel Bihar, un tempio che conteneva una statua di pietra di Lahiri Mahasaya. Un’altra statua del grande maestro è stata posta nel salottino della sua casa di Benares. 228

partire subito. Nel bel mezzo dei preparativi per il viaggio, all’incirca alle dieci del mattino, d’improvviso fui sopraffatto dalla gioia di vedere la figura sfolgorante del mio guru. ! «“Perché precipitarsi a Benares?” disse Lahiri Mahasaya, sorridendo. “Non mi troverai più lì”. ! «Quando il senso delle sue parole si fece strada in me, scoppiai in singhiozzi disperati, credendo di vederlo solo in una visione. ! «Il maestro mi si avvicinò, consolandomi. “Ecco, tocca la mia carne” disse. “Sono vivo, come sempre. Non lamentarti; non sono forse con te per sempre?”». ! Dalle labbra di questi tre grandi discepoli è emerso il racconto di una miracolosa verità: alle dieci del mattino del giorno successivo a quello in cui il corpo di Lahiri Mahasaya era stato consegnato alle fiamme, il maestro risorto, in un corpo reale ma trasfigurato, apparve a tre discepoli, ciascuno in una città diversa. ! «Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?».264 !

264

i Corinzi 15,54-55. [La traduzione del versetto in italiano corrisponde alla versione inglese citata dall’Autore; non è conforme alla versione ufficiale della C.E.I. N.d.C.] 229

CAPITOLO: 37 !

Vado in America

! «America! Sicuramente questi sono degli americani!». Tale fu il mio pensiero mentre una panoramica di volti occidentali scorreva dinanzi alla mia vista interiore. ! Immerso in meditazione, sedevo dietro ad alcune scatole polverose nel magazzino della scuola di Ranchi. Era difficile trovare un luogo appartato in quegli anni di così intensa attività con i ragazzi! ! La visione continuò: una vasta moltitudine,265 fissandomi attentamente, attraversava come una schiera di attori il palcoscenico della mia coscienza. ! La porta del magazzino si aprì; come al solito, uno dei ragazzini aveva scoperto il mio nascondiglio. ! «Vieni qui, Bimal» esclamai allegramente. «Ho una notizia da darti: il Signore mi chiama in America!». ! «In America?». Il ragazzo fece eco alle mie parole come se avessi detto «sulla luna». ! «Sì! Parto alla scoperta dell’America, come Colombo. Egli credeva di aver trovato l’India; sicuramente deve esserci un rapporto karmico fra questi due Paesi!». ! Bimal scappò via; ben presto la scuola intera fu informata dal gazzettino a due gambe.266 Riunii i docenti, sbalorditi, e affidai loro la responsabilità della scuola. ! «So che manterrete sempre vivi gli ideali educativi di Lahiri Mahasaya fondati sullo yoga» dissi. «Vi scriverò spesso; se Dio vorrà, un giorno tornerò». ! Avevo le lacrime agli occhi nel gettare un ultimo sguardo ai fanciulli e ai campi assolati di Ranchi. Sapevo che un’epoca ben definita della mia vita si era ormai conclusa; da quel momento avrei dimorato in terre lontane. Partii in treno per Calcutta qualche ora dopo la mia visione. Il giorno seguente ricevetti l’invito a partecipare come delegato dell’India al Congresso internazionale dei liberali religiosi in America. Quell’anno era stato convocato a Boston, con il patrocinio dell’American Unitarian Association. ! Con la testa in vorticoso tumulto, andai a trovare Sri Yukteswar a Serampore. ! «Guruji, sono appena stato invitato a tenere una relazione a un congresso religioso in America. Devo andarci?». ! «Tutte le porte sono aperte per te» rispose il Maestro semplicemente. «Ora o mai più». ! «Ma, signore» dissi costernato «come farò a parlare in pubblico? Raramente ho tenuto conferenze e mai in inglese». ! «In inglese o non in inglese, le tue parole sullo yoga saranno ascoltate in Occidente». ! Risi. «Ebbene, caro Guruji, non penso proprio che gli americani impareranno il bengali! Vi prego, datemi la vostra benedizione e, con essa, una spinta per superare gli ostacoli della lingua inglese».267 ! Quando informai mio padre dei miei progetti, egli rimase sconvolto. L’America gli appariva incredibilmente distante; temeva di non rivedermi mai più. ! «Come farai ad andarci?» chiese severamente. «Chi ti finanzierà?». Poiché aveva sostenuto amorevolmente le spese della mia istruzione e di tutta la mia vita, sperava

265

Molti di quei volti li ho visti in seguito in Occidente e li ho riconosciuti immediatamente.

266

Swami Premananda, che dirige ora la Self-Realization Church of All Religions di Washington, D.C., era uno degli studenti che frequentavano la scuola di Ranchi nel periodo in cui partii per andare in America. (Egli era all’epoca Brahmachari Jotin.) 267

Sri Yukteswar e io normalmente conversavamo in bengali. 230

senza dubbio che questa domanda avrebbe impresso un’imbarazzante battuta d’arresto al mio progetto. ! «Il Signore sicuramente mi finanzierà». Nel pronunciare questa risposta, ripensai a quella assai simile che avevo dato a mio fratello Ananta ad Agra, tanto tempo prima. Con candore aggiunsi: «Padre, forse Dio insinuerà nella vostra mente l’idea di aiutarmi». ! «No, mai!». Mi rivolse uno sguardo struggente. ! Fui sorpreso, pertanto, quando il giorno successivo mio padre mi porse un assegno di importo considerevole. ! «Ti do questo denaro» disse «non come padre, ma come fedele discepolo di Lahiri Mahasaya. Va’ dunque in quel lontano Paese occidentale e diffondi laggiù gli insegnamenti universali del Kriya Yoga». ! Fui immensamente commosso dallo spirito altruistico con il quale mio padre era stato capace di mettere rapidamente da parte i suoi desideri personali. Nel corso della notte egli aveva riconosciuto, giustamente, che la mia partenza non era motivata dal semplice desiderio di viaggiare all’estero. ! «Forse non ci incontreremo più in questa vita» disse malinconicamente mio padre, che all’epoca aveva sessantasette anni. ! Una convinzione intuitiva mi spinse a rispondere: «Di sicuro il Signore ci riunirà ancora una volta». ! Nell’accingermi a compiere i preparativi per lasciare il Maestro e la mia terra natia per le rive sconosciute dell’America, provavo non poca trepidazione. Avevo udito molti racconti sull’atmosfera materialistica dell’Occidente, assai diversa dal retroterra spirituale dell’India, pervaso dall’aura secolare dei santi. «Un maestro orientale che osi sfidare i venti occidentali» pensai «dovrà saper resistere a prove ben più ardue di qualsiasi freddo himalayano!». ! Un giorno, di primo mattino, iniziai a pregare con la ferrea determinazione di continuare, anche a costo di morire pregando, finché non avessi udito la voce di Dio. Volevo la Sua benedizione e la rassicurazione che non mi sarei perduto nelle nebbie del moderno utilitarismo. Il mio cuore era deciso ad andare in America, ma era ancor più risoluto a ricevere il conforto della divina approvazione. ! Pregai e pregai, soffocando i singhiozzi. Non giunse alcuna risposta. La mia silenziosa supplica aumentò d’intensità in un angoscioso crescendo finché, a mezzogiorno, raggiunsi l’apice; il mio cervello non poteva più reggere la pressione dei miei tormenti. Sentivo che mi sarebbe scoppiato se avessi implorato una volta di più, rendendo ancor più profonda la mia passione interiore. In quel momento si udì battere un colpo dall’anticamera adiacente alla stanza di Gurpar Road dove ero seduto. Aprendo la porta, vidi un giovane nella succinta veste dei rinuncianti. Egli entrò, chiuse la porta dietro di sé e, respingendo il mio invito a sedersi, mi indicò con un gesto che desiderava parlarmi rimanendo in piedi. ! «Deve essere Babaji!» pensai attonito, visto che l’uomo che mi stava dinanzi aveva i lineamenti di Lahiri Mahasaya, ma con un aspetto più giovane. ! Egli rispose al mio pensiero. «Sì, sono Babaji». Parlava melodiosamente in hindi. «Il nostro Padre Celeste ha ascoltato la tua preghiera. Egli mi ordina di dirti: “Segui i suggerimenti del tuo guru e va’ in America. Non temere; sarai protetto”». ! Dopo una pausa vibrante, Babaji mi parlò di nuovo. «Tu sei colui che ho prescelto per diffondere il messaggio del Kriya Yoga in Occidente. Molto tempo fa incontrai il tuo guru Yukteswar a un Kumbha Mela; gli dissi allora che ti avrei mandato da lui per ricevere i suoi insegnamenti». ! Ero incapace di parlare, soffocato dal timore reverenziale colmo di devozione che m’incuteva la sua presenza e profondamente commosso nell’udire dalle sue labbra che egli stesso mi aveva guidato fino a Sri Yukteswar. Mi prostrai ai piedi del guru immortale. 231

Egli, affabilmente, mi risollevò da terra. Dopo avermi detto molte cose sulla mia vita, mi diede delle istruzioni personali e pronunciò alcune segrete profezie. ! «Il Kriya Yoga, la tecnica scientifica di realizzazione di Dio» disse poi solennemente «finirà per diffondersi in tutti i Paesi e contribuirà a creare armonia fra le nazioni attraverso la personale percezione trascendente, da parte dell’uomo, del Padre Infinito». ! Con uno sguardo di maestosa potenza, il maestro mi elettrizzò facendomi intravedere per un istante la sua coscienza cosmica. Poco dopo egli si diresse verso la porta. ! «Non cercare di seguirmi» disse. «Non ci riuscirai». ! «Vi prego, Babaji, non andatevene!» gridai più volte. «Portatemi con voi!». ! Volgendo lo sguardo verso di me, egli rispose: «Non ora. Un’altra volta». ! Sopraffatto dall’emozione, non tenni conto del suo avvertimento. Quando feci per rincorrerlo, scoprii che i miei piedi erano saldamente radicati a terra. Dalla porta, Babaji mi rivolse un ultimo sguardo d’affetto. Sollevò la mano in un gesto di benedizione e se ne andò, mentre i miei occhi restavano appassionatamente fissi su di lui. ! Dopo qualche minuto avevo di nuovo i piedi liberi. Mi sedetti ed entrai in profonda meditazione, ringraziando incessantemente Dio non solo di aver esaudito la mia preghiera, ma di avermi anche benedetto concedendomi un incontro con Babaji. Tutto il mio corpo sembrava santificato dal tocco del maestro antico e perennemente giovane. Da tanto tempo ardevo dal desiderio di vederlo. ! Finora non avevo mai raccontato a nessuno l’episodio del mio incontro con Babaji. Considerandola la più sacra fra le mie esperienze umane, l’avevo celata nel mio cuore. Ho ritenuto, tuttavia, che i lettori di questa autobiografia potranno essere più propensi a credere alla realtà del solitario Babaji e all’interesse che egli nutre per il mondo, se sapranno che io l’ho visto con i miei occhi. Ho aiutato un artista a disegnare un ritratto veritiero del grande Cristo-Yogi dell’India moderna, che è stato riprodotto in questo libro. ! La vigilia della mia partenza per gli Stati Uniti trascorse alla santa presenza di Sri Yukteswar. ! «Dimentica di essere nato indù e non diventare americano. Prendi il meglio da entrambi i popoli» disse il Maestro con la sua calma saggezza. «Sii il tuo vero sé, un figlio di Dio. Ricerca e integra nel tuo essere le qualità migliori di tutti i tuoi fratelli, sparsi sulla terra nelle varie razze». ! Poi mi benedisse: «Tutti coloro che verranno a te con fede, alla ricerca di Dio, saranno aiutati. Quando li guarderai, la corrente spirituale che irradia dai tuoi occhi penetrerà nel loro cervello e modificherà le loro abitudini materiali, rendendoli più consapevoli di Dio». ! Proseguì dicendo: «La tua sorte di attrarre le anime sincere è assai propizia. Ovunque andrai, persino in una landa desolata, troverai degli amici». ! Entrambe le sue benedizioni si sono ampiamente realizzate. Giunsi da solo in America, terra sconosciuta dove non avevo neppure un amico, ma ne trovai a migliaia, pronti ad accogliere gli insegnamenti per l’anima che hanno superato la prova del tempo. ! Lasciai l’India nell’agosto del 1920 sulla The City of Sparta, la prima nave passeggeri in partenza per l’America dopo la fine della prima guerra mondiale. Ero riuscito a prenotare il passaggio soltanto dopo che erano state superate, in modo davvero miracoloso, molte difficoltà burocratiche per il rilascio del mio passaporto. ! Durante i due mesi di traversata uno dei passeggeri, miei compagni di viaggio, scoprì che ero il delegato indiano al congresso di Boston. ! «Swami Yogananda» disse, pronunciando il mio nome nel primo dei molti modi curiosi in cui l’avrei udito in seguito dalle labbra degli americani «vi prego, concedete ai passeggeri l’onore di tenere una conferenza giovedì sera. Credo che possa giovare a tutti un discorso su “La battaglia della vita e come combatterla”». 232

! Ahimè! Toccò a me combattere la battaglia della mia vita, come scoprii quel mercoledì. Dopo aver cercato disperatamente di organizzare le mie idee in vista della conferenza in inglese, finii col rinunciare a qualsiasi preparativo; i miei pensieri, come un puledro brado alla vista della sella, rifiutavano ogni tipo di collaborazione con le regole della grammatica inglese. Tuttavia, confidando pienamente nelle rassicurazioni ricevute dal Maestro, mi presentai al mio pubblico il giovedì, nel salone del piroscafo. Nessuna eloquenza affiorò alle mie labbra: restai muto in piedi davanti alla platea riunita. Dopo una gara di resistenza di una decina di minuti, il pubblico si accorse dell’imbarazzante situazione in cui mi trovavo e iniziò a ridere. ! La circostanza non era affatto divertente per me; indignato, inviai una preghiera silenziosa al Maestro. !

Io in piedi sul palco prima di una delle mie lezioni in America. Questa lezione, alla quale assistettero mille studenti di yoga, si è tenuta a Washington D.C. ! ! «Ne sei capace! Parla!». La sua voce risuonò istantaneamente nella mia coscienza. ! I miei pensieri, allora, vennero subito amichevolmente a patti con la lingua inglese. Quarantacinque minuti dopo, il pubblico seguiva ancora con attenzione. Quel discorso mi fruttò una serie di inviti a tenere conferenze presso vari gruppi in America. ! Non riuscii mai a ricordare, a posteriori, una sola parola di ciò che avevo detto. Mi informai con discrezione presso vari passeggeri, che mi dissero: «Avete tenuto una conferenza ispirata, in un inglese avvincente e corretto». A questa piacevole notizia, ringraziai umilmente il mio guru del suo aiuto provvidenziale e, ancora una volta, mi resi conto che egli era sempre con me, annullando le barriere del tempo e dello spazio. ! Ogni tanto, durante il resto della traversata oceanica, provai qualche fitta d’ansia in previsione della durissima prova che mi attendeva: il discorso in inglese al congresso di Boston. ! «Signore» implorai «Ti prego, sii Tu la mia fonte d’ispirazione e non, di nuovo, le esplosive risate del pubblico!». 233

! La The City of Sparta approdò nei pressi di Boston alla fine di settembre. Il 6 ottobre tenni al congresso il mio primo discorso pubblico in America. Fu ben accolto e io trassi un sospiro di sollievo. Il magnanimo segretario dell’American Unitarian Association scrisse il seguente commento in una sintesi poi pubblicata268 degli atti del congresso: ! «Swami Yogananda, delegato del Brahmacharya Ashram di Ranchi, in India, ha porto al Congresso il saluto della sua Associazione. In un inglese fluente e con eloquio persuasivo, egli ha tenuto una conferenza di carattere filosofico su “La scienza della religione”, che è stata stampata in forma di opuscolo per una più ampia diffusione. La religione, ha affermato, è universale ed è una. Benché non si possano rendere universali usanze e convinzioni particolari, si può rendere universale l’elemento comune a ogni religione e chiedere a tutti di seguirlo e rispettarlo». ! Grazie al generoso assegno di mio padre, potei rimanere in America dopo la fine del congresso. Trascorsi quattro anni felici a Boston, vivendo in modeste condizioni. Tenevo conferenze pubbliche e lezioni e scrissi un libro di poesie, Songs of the Soul [Canti dell’anima], con la prefazione di Frederick B. Robinson, rettore del College of the City of New York.269 ! Partito per un giro di conferenze transcontinentale nell’estate del 1924, parlai di fronte a migliaia di persone nelle principali città, terminando la mia visita della parte occidentale del Paese nella meravigliosa regione settentrionale dell’Alaska. ! Con l’aiuto di allievi generosi, alla fine del 1925 avevo fondato una sede americana a Mount Washington Estates, Los Angeles. L’edificio è esattamente quello che avevo visto anni prima nella mia visione nel Kashmir. Mi affrettai a inviare a Sri Yukteswar alcune foto di queste lontane attività americane. Egli rispose con una cartolina in bengali, che traduco di seguito: ! 11 agosto 1926 ! Yogananda, figlio del mio cuore! ! Vedere le foto della tua scuola e dei tuoi studenti mi procura una gioia tale da non riuscire a esprimerla a parole. Trabocco di felicità guardando i tuoi allievi di yoga in diverse città. Nel constatare che utilizzi metodi basati sulle affermazioni cantate, le vibrazioni risanatrici e le divine preghiere di guarigione, non posso fare a meno di ringraziarti dal profondo del cuore. Vedendo il cancello, la strada serpeggiante che sale sulla collina e il meraviglioso scenario che si apre sotto la tenuta di Mount Washington, vorrei ardentemente poter ammirare tutto ciò con i miei occhi. ! Qui va tutto bene. Per grazia di Dio, possa tu essere nella perenne beatitudine. ! SRI YUKTESWAR GIRI ! Gli anni trascorsero rapidi. Tenni conferenze in ogni parte del mio nuovo Paese, rivolgendomi a centinaia di associazioni, università, chiese e gruppi di ogni denominazione. Decine di migliaia di americani ricevettero l’iniziazione allo yoga. A tutti loro dedicai il mio nuovo libro di pensieri e preghiere, pubblicato nel 1929, Whispers from Eternity [Sussurri dall’Eternità], con la prefazione di Amelita Galli-Curci.270Da quel libro traggo qui una poesia intitolata: “Dio! Dio! Dio!”, composta una sera in cui mi trovavo sul palco di una conferenza: ! Dalle profondità del sonno, 268

New Pilgrimages of the Spirit (Boston, Beacon Press, 1921).

269

Il dottor Robinson e sua moglie visitarono l’India nel 1939 e furono graditi ospiti alla scuola di Ranchi.

270

Mme Galli-Curci e suo marito, Homer Samuels, pianista, sono da molti anni allievi di Kriya Yoga. Di recente è stata pubblicata l’avvincente storia dell’attività musicale della famosa primadonna (Galli-Curci’s Life of Song, di C.E. LeMassena, Paebar Co., New York, 1945). 234

! mentre risalgo la scala a spirale del risveglio, ! io sussurro: ! Dio! Dio! Dio! ! Tu sei il cibo e quando rompo il digiuno ! della mia separazione notturna da Te, ! Ti assaporo e mentalmente dico: ! Dio! Dio! Dio! ! Ovunque io vada, il faro della mia mente ! è sempre puntato su di Te; ! e nel fragore della battaglia dell’attività ! il mio silenzioso grido di guerra è sempre: ! Dio! Dio! Dio! ! Quando sibilano violente le bufere delle prove ! e le preoccupazioni ululano contro di me, ! io copro il loro rumore inneggiando a gran voce: ! Dio! Dio! Dio! ! Quando la mia mente intesse i sogni ! con i fili dei ricordi, ! su quella magica tela io vedo apparire: ! Dio! Dio! Dio! ! Ogni notte, nel sonno più profondo, ! la mia pace sogna e chiama: Gioia! Gioia! Gioia! ! E la mia gioia giunge cantando senza fine: ! Dio! Dio! Dio! ! Mentre cammino, mangio, lavoro, sogno, dormo, ! servo, medito, canto, divinamente amo, ! senza posa l’anima mia sommessamente canta, ! non udita da alcuno: ! Dio! Dio! Dio! ! Talvolta – solitamente il primo del mese, quando si accumulavano i conti da pagare per la sede di Mount Washington e di altri centri della Self-Realization Fellowship! – pensavo con nostalgia alla semplice pace dell’India. Di giorno in giorno, tuttavia, vedevo aumentare la reciproca comprensione fra Occidente e Oriente; la mia anima esultava. ! Credo che il grande cuore dell’America trovi espressione nei meravigliosi versi di Emma Lazarus, incisi sul piedistallo della statua della Libertà, la “Madre degli esuli”: ! Dalla sua mano-faro, ! arde un benvenuto universale; i suoi occhi miti dominano ! il porto unito da ponti d’aria che incornicia città gemelle. ! «Tenetevi, antiche terre, la vostra pompa celebrata nella Storia!» ! ella grida con labbra silenti.  ! «Date a me le vostre stanche, povere masse ! oppresse e soffocate, che bramano di respirare libere, ! i miserabili rifiuti delle vostre sponde brulicanti. ! Mandate costoro, i senzapatria, sbattuti dai marosi, a me. ! Io qui levo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro». !

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CAPITOLO: 38 !

Luther Burbank: un santo fra le rose

! «Il segreto per migliorare la coltivazione delle piante, oltre alle conoscenze scientifiche, è l’amore». Luther Burbank espresse tale saggezza mentre gli camminavo accanto nel suo giardino di Santa Rosa. Sostammo presso un’aiuola di cactus commestibili. ! «Mentre conducevo esperimenti per produrre cactus privi di spine» continuò «spesso parlavo alle piante per creare una vibrazione d’amore. “Non avete nulla da temere” dicevo loro. “Non avete bisogno delle vostre spine difensive. Vi proteggerò io”. Gradualmente, dall’utile pianta del deserto ebbe origine una varietà priva di spine». ! Rimasi affascinato da un tale miracolo. «Vi prego, caro Luther, datemi qualche foglia di cactus da piantare nel mio giardino a Mount Washington». ! Un operaio che si trovava accanto a noi fece per staccare alcune foglie; Burbank glielo impedì. ! «Le coglierò io stesso per lo swami». Egli mi porse tre foglie, che in seguito piantai e che mi rallegrai di veder crescere fino a raggiungere enormi dimensioni. ! Il grande orticoltore mi disse che il suo primo successo degno di nota fu la grande patata, ora conosciuta con il suo nome. Con l’infaticabilità del genio, egli proseguì la sua opera per offrire al mondo centinaia di ibridi che migliorano le specie presenti in natura: le nuove varietà Burbank di pomodori, granturco, zucca, ciliege, prugne, pesche, bacche, papaveri, gigli e rose. ! Misi a fuoco la mia macchina fotografica quando Luther mi condusse al famoso albero di noce col quale aveva dimostrato che l’evoluzione naturale poteva essere accelerata in misura esponenziale. ! «In soli sedici anni» disse «questo noce ha raggiunto una capacità di produzione che alla natura, senza aiuto, avrebbe richiesto il doppio del tempo». ! Luther Burbank, m i o carissimo amico, posa con me nel s u o giardino di Santa Rosa.

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! La figlioletta adottiva di Burbank arrivò scorazzando con il suo cane nel giardino. ! «Questa è la mia pianta umana». Luther la salutò affettuosamente agitando la mano. «Ormai vedo l’umanità come un’unica grande pianta che, per giungere alle sue massime realizzazioni, necessita soltanto di amore, delle naturali benedizioni della vita all’aria aperta e di incroci e selezioni intelligenti. Nell’arco della mia esistenza ho osservato un progresso così mirabile nell’evoluzione delle piante da indurmi a prevedere ottimisticamente che il mondo sarà sano e felice, non appena ai suoi figli verranno insegnati i principi di una vita semplice e razionale. Dobbiamo ritornare alla natura e al Dio della natura». ! «Luther, la mia scuola di Ranchi vi piacerebbe molto, con le sue lezioni all’aperto e la sua atmosfera di gioia e semplicità». ! Le mie parole toccarono la corda più sensibile del cuore di Burbank: quella dell’educazione infantile. Egli mi tempestò di domande, mentre gli occhi profondi e sereni gli brillavano d’interesse. ! «Swamiji» disse infine «le scuole come la vostra sono la sola speranza per il futuro millennio. Sono contrario ai sistemi didattici della nostra epoca, distaccati dalla natura e pronti a soffocare ogni individualità. Condivido con tutto il cuore i vostri ideali pratici di educazione». ! Mentre stavo per accomiatarmi da quel saggio gentile, egli autografò un volumetto e me lo porse.271 ! «Eccovi il mio libro The Training of the Human Plant272 [L’educazione della pianta umana]» disse. «Occorrono nuovi metodi didattici: esperimenti coraggiosi. Talvolta con i tentativi più arditi si è riusciti a trarre il meglio dai frutti e dai fiori. Allo stesso modo, anche le innovazioni nell’educazione destinata ai fanciulli dovrebbero diventare più numerose e più coraggiose». ! Lessi il suo libretto quella notte stessa, con vivo interesse. Prefigurando un glorioso futuro per l’umanità, egli scriveva: «L’essere vivente più tenace a questo mondo, quello a cui è più difficile far deviare il proprio corso, è una pianta già radicata in certe abitudini ... Si ricordi che una tale pianta ha preservato ininterrottamente per secoli la sua individualità; forse è una di quelle le cui origini si possono rintracciare agli albori del tempo nelle rocce stesse, senza che essa sia mutata granché in quei lunghi periodi di tempo. Pensate che, dopo secoli e secoli di reiterazioni, la pianta non sia dotata di una volontà – se così si vuole chiamarla – d’incomparabile tenacia? In effetti vi sono piante, come talune palme, tanto persistenti che nessun potere umano è stato finora in grado di modificarle. La volontà umana è ben poca cosa rispetto alla volontà di una pianta. Tuttavia, si veda come la caparbietà dimostrata dalla pianta per tutta la sua esistenza venga sconfitta semplicemente mescolando a essa una nuova vita, apportando, attraverso un incrocio, un cambiamento radicale e completo nella sua esistenza. Quando tale trasformazione si compie, deve essere fissata da generazioni di paziente supervisione e selezione, affinché la nuova pianta imbocchi il suo nuovo corso senza mai più tornare a quello precedente: così verrà infine vinta e modificata la sua tenace volontà. ! «Quando si tratta di qualcosa di sensibile e plasmabile come la natura di un fanciullo, il problema diventa assai più facile».

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Burbank mi diede anche una sua foto firmata. La conservo gelosamente, come quel mercante indù che, un tempo, custodiva un ritratto di Lincoln. L’indiano, che si trovava in America negli anni della guerra civile, provava un’ammirazione tale per Lincoln che non volle tornare in India finché non riuscì a procurarsi un ritratto del grande emancipatore. Piantatosi irremovibilmente davanti alla porta di Lincoln, il mercante rifiutò di andarsene, finché il Presidente, assai sorpreso, gli consentì di ingaggiare Daniel Huntington, famoso artista di New York. Quando il ritratto fu terminato, l’indiano lo portò trionfalmente a Calcutta. 272

New York, Century Co., 1922. 237

! Magneticamente attratto da questo grande americano, tornai a fargli visita parecchie volte. Un mattino arrivai contemporaneamente al postino, che depositò nello studio di Burbank circa un migliaio di lettere. Gli scrivevano orticoltori da ogni parte del mondo. ! «Swamiji, la vostra presenza è proprio la scusa di cui avevo bisogno per uscire in giardino» disse allegramente Luther. Aprì un grande cassetto della scrivania che conteneva centinaia di dépliant di viaggi. ! «Ecco» disse «questo è il mio modo di viaggiare. Vincolato dalle mie piante e dalla corrispondenza, soddisfo il desiderio di visitare Paesi stranieri dando ogni tanto un’occhiata a queste immagini». ! La mia auto era parcheggiata davanti al suo cancello; Luther e io salimmo a bordo e girammo per le strade della cittadina, i cui giardini risplendevano delle sue varietà di rose: Santa Rosa, Peachblow e Burbank. ! «Il mio amico Henry Ford e io crediamo entrambi nell’antica teoria della reincarnazione» mi disse Luther. «Essa getta luce su aspetti della vita che sarebbero altrimenti inspiegabili. La memoria non sempre attesta la verità; il semplice fatto che l’uomo non ricordi le proprie vite precedenti non dimostra che non le abbia vissute. La sua memoria è tabula rasa anche riguardo alla vita intrauterina e alla prima infanzia, eppure è assai probabile che egli sia passato attraverso queste fasi!». Ridacchiò. ! Il grande scienziato aveva ricevuto l’iniziazione al Kriya in una delle mie visite precedenti. «Pratico la tecnica devotamente, Swamiji» disse. Dopo avermi posto molte domande profonde su vari aspetti dello yoga, Luther osservò, lentamente: ! «L’Oriente possiede invero un immenso patrimonio segreto di conoscenze che l’Occidente ha iniziato appena a esplorare». ! Dall’intima comunione con la natura, che gli svelava molti dei suoi segreti gelosamente custoditi, Burbank aveva tratto un’infinita riverenza spirituale. ! «A volte mi sento assai vicino all’Infinita Potenza» mi confidò timidamente. Il suo volto sensibile, dai bei tratti armoniosi, s’illuminò nell’evocare i ricordi. «In quei momenti sono riuscito a guarire persone malate attorno a me e anche molte piante sofferenti». ! Mi raccontò di sua madre, sincera cristiana. «Spesso, dopo la sua morte» disse Luther «sono stato benedetto dalla sua apparizione in numerose visioni; ella mi ha parlato». ! Tornammo a malincuore verso la sua casa e le migliaia di lettere che lo attendevano. ! «Luther» dissi «il mese prossimo comincerò a pubblicare una rivista per far conoscere le verità dell’Oriente e dell’Occidente. Per favore, aiutatemi a scegliere un buon titolo». ! Prendemmo in esame vari titoli e infine optammo per East-West [Oriente-Occidente]. Rientrati nel suo studio, Burbank mi diede un articolo che aveva scritto su “Scienza e civiltà”. ! «Questo verrà pubblicato nel primo numero di East-West» dissi con gratitudine. ! Quando la nostra amicizia si approfondì, presi a chiamare Burbank il mio “santo americano”. «Ecco un uomo» dicevo rifacendomi a un famoso passo «in cui non c’è falsità!». Il suo cuore era incommensurabilmente profondo, da tempo avvezzo all’umiltà, alla pazienza e al sacrificio. La sua casetta circondata dalle rose era di un’austera semplicità; egli ben conosceva la vacuità del lusso e la gioia di possedere poco. La modestia con la quale portava la sua fama scientifica mi faceva spesso pensare agli alberi chini sotto il peso dei frutti che maturano; è l’albero nudo che leva verso l’alto il capo con vuota ostentazione. ! Mi trovavo a New York quando, nel 1926, il mio caro amico spirò. In lacrime, pensai: «Oh, come andrei a piedi da qui a Santa Rosa pur di rivederlo, anche solo per un attimo!». Sottraendomi a segretari e visitatori, trascorsi le successive ventiquattr’ore in ritiro. ! Il giorno seguente celebrai un rito vedico commemorativo attorno a un grande ritratto di Luther. Un gruppo di miei allievi americani, in abiti da cerimonia indù, intonò gli antichi 238

inni mentre veniva presentata un’offerta fatta di fiori, acqua e fuoco, simboli degli elementi corporei e della loro dissoluzione nella Fonte Infinita. ! Benché le spoglie di Burbank giacciano a Santa Rosa, sotto un cedro del Libano che egli stesso aveva piantato nel suo giardino alcuni anni prima, la sua anima è custodita per me in ogni fiore che si schiude con occhi spalancati sul ciglio della strada. Non è forse Luther che, ritiratosi per un certo tempo nel vasto spirito della natura, sussurra nei venti, percorre le albe? ! Il nome di Luther è ormai entrato nel patrimonio del linguaggio comune. Indicando fra le sue voci burbank come verbo transitivo, il Webster’s New International Dictionary ne fornisce la seguente definizione: «Incrociare o innestare (una pianta); di qui, in senso figurato, migliorare (qualsiasi cosa, come un processo o un’istituzione) selezionando le caratteristiche buone ed escludendo quelle cattive o aggiungendo caratteristiche buone». ! «Carissimo Burbank» esclamai dopo aver letto la definizione «il tuo stesso nome è ormai sinonimo di bontà!». !   ! Luther Burbank ! Santa Rosa, California, ! U.S.A. ! 22 dicembre 1924 ! Ho preso in esame il metodo Yogoda di Swami Yogananda ed esso è, a mio parere, ideale per formare e armonizzare la natura fisica, mentale e spirituale dell’essere umano. L’intento che lo Swami si propone è quello di istituire in tutto il mondo delle scuole che insegnino “come vivere”, nelle quali l’educazione non sia limitata al solo sviluppo intellettuale, ma comprenda anche l’educazione del corpo, della volontà e dei sentimenti. ! Grazie al sistema Yogoda di evoluzione fisica, mentale e spirituale, attuato con semplici metodi scientifici di concentrazione e meditazione, la maggior parte dei complessi problemi della vita può essere risolta e la pace e la buona volontà possono essere instaurate sulla terra. L’idea dello Swami di una giusta educazione è basata sul semplice buonsenso, esente da ogni misticismo e astrattezza, altrimenti non avrebbe la mia approvazione. ! Sono lieto di avere questa opportunità di unirmi con tutto il cuore allo Swami nel suo appello per la creazione di scuole internazionali dell’arte di vivere che, se istituite, segneranno più di qualunque altra cosa io conosca l’avvento del nuovo millennio.

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CAPITOLO: 39 !

Therese Neumann, la cattolica con le stigmate

! «Torna in India! Ti attendo pazientemente da quindici anni. Presto scivolerò via dal corpo per raggiungere la Fulgida Dimora. Yogananda, vieni!». ! La voce di Sri Yukteswar risuonò al mio orecchio interiore facendomi trasalire, mentre sedevo in meditazione nella mia sede di Mount Washington. Attraversando sedicimila chilometri in un batter d’occhio, il suo messaggio penetrò il mio essere come un fulmine. ! Quindici anni! Sì, – mi resi conto – siamo ormai nel 1935; ho trascorso quindici anni diffondendo gli insegnamenti del mio guru in America. Ora egli mi richiama a sé. ! Quel pomeriggio raccontai la mia esperienza a un discepolo venuto in visita. La sua evoluzione spirituale con il Kriya Yoga era così notevole che spesso lo chiamavo “santo”, ricordando la profezia di Babaji secondo la quale anche l’America avrebbe prodotto uomini e donne di divina realizzazione grazie all’antico cammino dello yoga. ! Questo discepolo, insieme ad altri, insistette generosamente nel fare una donazione per coprire le mie spese di viaggio. Risolto così il problema finanziario, predisposi la mia partenza in nave per l’India, con tappa in Europa. Settimane frenetiche di preparativi a Mount Washington! Nel marzo del 1935 ottenni che la Self-Realization Fellowship venisse riconosciuta come ente senza fini di lucro ai sensi delle leggi dello Stato della California. A questa istituzione educativa sono devolute tutte le donazioni pubbliche, come pure il ricavato dalla vendita dei miei libri, della rivista, dei corsi per corrispondenza, delle lezioni e di ogni altra fonte di reddito. ! «Ritornerò» dissi ai miei studenti. «Non dimenticherò mai l’America». ! A un banchetto di commiato organizzato per me a Los Angeles da amici affezionati, mi soffermai a lungo con lo sguardo sui loro volti e pensai con gratitudine: «Signore, a colui che si ricorda di Te quale Unico Donatore non verrà mai a mancare la dolcezza dell’amicizia fra i mortali». ! Salpai da New York il 9 giugno 1935 273 sull’Europa. Mi accompagnavano due miei allievi: il mio segretario, Richard Wright, e un’anziana signora originaria di Cincinnati, Ettie Bletch. Godemmo di quelle giornate di pace sull’oceano: un piacevole contrasto con le convulse settimane precedenti. Il nostro periodo di quiete fu di breve durata; la velocità delle navi moderne ha anche aspetti sgradevoli! ! Come un qualsiasi gruppo di turisti curiosi, passeggiammo nell’immensa e antica città di Londra. Il giorno seguente fui invitato a parlare in un’affollata riunione a Caxton Hall, in cui fui presentato al pubblico londinese da Sir Francis Younghusband. La nostra comitiva trascorse una piacevole giornata ospite di Sir Harry Lauder nella sua tenuta in Scozia. Poco dopo attraversammo la Manica per recarci sul continente, in quanto desideravo compiere uno speciale pellegrinaggio in Baviera. Questa sarebbe stata la mia unica opportunità – lo sentivo – di far visita alla grande mistica cattolica, Therese Neumann di Konnersreuth. ! Alcuni anni prima avevo letto una singolare descrizione di Therese. Nell’articolo venivano fornite le seguenti informazioni: ! (1) Therese, nata nel 1898, era rimasta vittima di un incidente all’età di vent’anni, divenendo cieca e paralizzata. ! (2) Aveva miracolosamente recuperato la vista nel 1923 pregando Santa Teresa, “il piccolo fiore”. In seguito gli arti di Therese Neumann erano stati istantaneamente risanati. ! (3) Dal 1923 Therese si astiene completamente dal cibo e dalle bevande, se si eccettua l’assunzione quotidiana di una piccola ostia consacrata. 273

Il fatto che venga qui riportata, eccezionalmente, una data completa si deve al mio segretario, il signor Wright, che tenne un diario di viaggio. 240

! (4) Le stigmate, ossia le sacre piaghe di Cristo, comparvero per la prima volta nel 1926 sulla testa, sul petto, sulle mani e sui piedi di Therese. Da quel momento, ogni venerdì, ella rivive la Passione di Cristo, soffrendo nel proprio corpo tutta la Sua storica agonia. ! (5) Pur conoscendo normalmente soltanto la semplice lingua tedesca del proprio villaggio, nelle sue trance del venerdì Therese pronuncia frasi in una lingua che gli studiosi hanno identificato essere l’antico aramaico. In momenti appropriati nella sua visione, ella parla in ebraico o in greco. ! (6) Con l’autorizzazione ecclesiastica, Therese è stata ripetutamente sottoposta ad attenta osservazione scientifica. Fritz Gerlick, direttore di un giornale protestante tedesco, si recò a Konnersreuth per “smascherare la frode cattolica”, ma finì con lo scrivere, con reverenziale rispetto, la sua biografia.274 ! In Oriente o in Occidente, ero sempre desideroso di fare la conoscenza di un santo. Ero dunque colmo di gioia quando la nostra piccola comitiva, il 16 luglio, fece il suo ingresso nel suggestivo villaggio di Konnersreuth. I contadini bavaresi mostrarono vivo interesse per la nostra automobile Ford (portata con noi dall’America) e per la composita compagnia: un giovanotto americano, un’anziana signora e un orientale di carnagione olivastra con i lunghi capelli raccolti sotto il bavero del cappotto. ! La casetta di campagna di Therese, linda e ordinata, con i gerani fioriti vicino a un pozzo rudimentale era, ahimè!, chiusa e silenziosa. Né i vicini né il postino del villaggio che passava in quel momento seppero darci informazioni. Iniziò a piovere; i miei compagni suggerirono di andarcene. ! «No» dissi con ostinazione. «Resterò qui finché non troverò qualche indizio che ci conduca a Therese». ! Due ore dopo eravamo ancora seduti in auto sotto la triste pioggia. «Signore» sospirai lamentandomi «perché mi hai guidato fin qui se ella è scomparsa?». ! Un uomo che parlava inglese si fermò accanto a noi, offrendo cortesemente il suo aiuto. ! «Non so per certo dove sia Therese» disse «ma spesso si reca in visita a casa del professor Wurz, un insegnante del seminario di Eichstatt, a circa centotrenta chilometri da qui». ! Il mattino seguente partimmo in auto per il tranquillo villaggio di ! Eichstatt, attraversato da fitte stradine lastricate di ciottoli. Il dottor Wurz ci ricevette cordialmente in casa sua: «Sì, Therese è qui». Egli le mandò a dire dei visitatori. Subito apparve un messaggero recando la sua risposta. ! «Benché il vescovo mi abbia chiesto di non incontrare nessuno senza il suo permesso, riceverò l’uomo di Dio che viene dall’India». ! Profondamente commosso da queste parole, seguii il dottor Wurz nel soggiorno al piano superiore. Therese entrò immediatamente, irradiando un’aura di pace e di gioia. Indossava un abito nero lungo e un fazzoletto candido in testa. Benché a quel tempo avesse trentasette anni, sembrava molto più giovane e aveva davvero la freschezza e il fascino di una bambina. Sana, florida, dalle guance rosee, allegra: questa è, dunque, la santa che non mangia! ! Therese mi accolse con una stretta di mano estremamente dolce. Eravamo entrambi radiosi in silenziosa comunione, ciascuno consapevole dell’amore appassionato che l’altro provava per Dio. ! Il dottor Wurz si offrì gentilmente di fungere da interprete. Nel sederci, notai che Therese mi guardava con ingenua curiosità; evidentemente gli indù erano alquanto rari in Baviera. 274

Altri libri sulla sua vita sono Therese Neumann: A Stigmatist of Our Day e Further Chronicles of Therese Neumann, entrambi di Friedrich Ritter von Lama (Milwaukee, Bruce Pub. Co.). 241

! «Non mangiate nulla?». Volevo udire la risposta dalle sue labbra. ! «No, tranne un’ostia consacrata di farina di riso, ogni mattina alle sei». ! «Quanto è grande l’ostia?». ! «È sottile come la carta, grande come una monetina». Poi aggiunse: «La prendo come sacramento; se non è consacrata, non riesco a inghiottirla». ! «Certamente non potete aver vissuto solo di questo, per dodici lunghi anni!». ! «Vivo della luce di Dio». Quanto fu semplice ed einsteiniana la sua risposta! ! «Vedo che siete consapevole che l’energia fluisce nel vostro corpo dall’etere, dal sole e dall’aria». ! Un rapido sorriso le balenò sul volto. «Sono proprio felice che comprendiate come vivo». ! «La vostra santa vita è una dimostrazione quotidiana della verità affermata da Cristo: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».275 ! Di nuovo manifestò la sua gioia udendo la mia spiegazione. «È proprio così. Uno dei motivi per cui sono qui sulla terra, oggi, è dimostrare che l’uomo può vivere della luce invisibile di Dio e non di solo cibo». ! «Potete insegnare agli altri come vivere senza cibo?». ! Sembrò piuttosto sconcertata. «Non posso farlo; non è questo ciò che Dio desidera». ! Quando il mio sguardo si posò sulle sue mani forti e graziose, Therese mi mostrò una piccola ferita quadrata, da poco rimarginata, su ciascun palmo. Sul dorso di ognuna delle due mani ella mi indicò una ferita più piccola, a forma di mezzaluna, anch’essa guarita di recente. Ciascuna ferita le trapassava la mano. A quella vista mi sovvennero distintamente i grandi chiodi di ferro quadrati con le punte a mezzaluna, ancora utilizzati in Oriente ma che non ricordo di aver mai visto in Occidente. ! La santa mi raccontò qualcosa delle sue trance settimanali. «Come un osservatore impotente, assisto all’intera passione di Cristo». Ogni settimana, da giovedì a mezzanotte fino a venerdì pomeriggio all’una, le sue ferite si aprono e sanguinano; ella perde quasi cinque chili del suo peso abituale di 55 chili. Pur soffrendo intensamente nel suo amore profondamente partecipe, Therese attende sempre con gioia queste visioni settimanali del suo Signore. ! Compresi immediatamente che la sua strana vita è destinata per volere divino a rassicurare tutti i cristiani sull’autenticità storica della vita e della crocifissione di Gesù, così come sono documentate nel Nuovo Testamento, e a dare dimostrazione, con drammatica intensità, del legame sempre vivo fra il Maestro di Galilea e i suoi fedeli. ! Il professor Wurz mi riferì alcune esperienze che aveva compiuto con la santa. ! «Molti di noi, fra cui Therese, viaggiano spesso per diversi giorni, visitando varie località in tutta la Germania» mi raccontò. «Il contrasto è davvero sorprendente: mentre noi facciamo tre pasti al giorno, Therese non mangia nulla. Lei rimane fresca come una rosa, immune dalla stanchezza che il viaggio procura invece a noi. Quando ci viene fame e ci mettiamo alla ricerca di una locanda lungo la strada, lei ride allegramente». 275

Matteo 4,4. La batteria del corpo umano non è alimentata soltanto dal cibo materiale (pane), ma anche dall’energia cosmica vibratoria (il Verbo o Aum). Il potere invisibile affluisce nel corpo umano attraverso la porta del midollo allungato. Questo sesto centro corporeo è situato nella nuca, alla sommità dei cinque chakra spinali (termine sanscrito che indica le “ruote” o centri dai quali si irradia la forza vitale). Il midollo allungato è il principale punto di accesso attraverso il quale il corpo viene alimentato con la forza vitale universale (Aum) ed è direttamente collegato alla forza di volontà dell’essere umano, concentrata nel settimo centro, o centro della coscienza cristica (Kutastha), situato nel terzo occhio fra le sopracciglia. L’energia cosmica si accumula quindi nel cervello quale deposito di infinite potenzialità, poeticamente descritto nei Veda come “Loto di luce dai mille petali”. La Bibbia fa invariabilmente riferimento all’Aum come “Spirito Santo” o forza vitale invisibile che sostiene divinamente l’intera creazione. «O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?» (i Corinzi 6,19). [In altri scritti di Yogananda il terzo occhio viene indicato come sesto centro. N.d.C.] 242

! Il professore aggiunse alcuni dettagli fisiologici interessanti: «Visto che Therese non assume cibo, il suo stomaco si è ristretto. Ella non ha escrezioni, ma le sue ghiandole sudoripare funzionano; ha la pelle sempre morbida ed elastica». ! Al momento del commiato, espressi a Therese il mio desiderio di assistere alla sua trance. ! «Sì, prego, venite a Konnersreuth venerdì prossimo» disse benevolmente. «Il vescovo vi darà un permesso. Sono molto felice che siate riuscito a rintracciarmi qui a Eichstatt». ! Therese ci strinse dolcemente la mano parecchie volte e ci accompagnò al cancello. Wright accese la radio dell’automobile; la santa l’esaminò con risatine entusiastiche. Si riunì una folla di ragazzi così numerosa che Therese si ritirò in casa. La vedemmo a una finestra, da dove ci osservava intensamente, come una bambina, e salutava agitando la mano. ! Il giorno seguente, da una conversazione con due dei fratelli di Therese, molto gentili e affabili, apprendemmo che la santa dorme solo una o due ore per notte. Nonostante le numerose ferite sul suo corpo, è attiva e piena di energia. Adora gli uccelli, cura un acquario con dei pesci e lavora spesso nel suo giardino. Mantiene una vasta corrispondenza epistolare; i devoti cattolici le scrivono chiedendole preghiere e benedizioni di guarigione. Molti di quanti si sono rivolti a lei sono stati risanati da gravi malattie, grazie al suo aiuto. ! Suo fratello Ferdinand, di circa ventitré anni, spiegò che Therese ha il potere, attraverso la preghiera, di assumere su di sé e di guarire nel suo corpo le infermità altrui. L’astinenza della santa dal cibo risale a un periodo in cui ella pregò che una malattia alla gola di cui soffriva un giovane della sua parrocchia, all’epoca in procinto di prendere gli ordini, fosse trasferita alla propria gola. ! Il giovedì pomeriggio la nostra comitiva si recò a casa del vescovo, che guardò i miei riccioli fluenti con un certo stupore. Egli rilasciò prontamente l’autorizzazione necessaria. Non vi era alcun obolo da pagare; la regola stabilita dalla Chiesa mirava soltanto a proteggere Therese dall’assalto dei turisti occasionali, che negli anni precedenti erano accorsi a migliaia ogni venerdì. ! Arrivammo a Konnersreuth venerdì mattina alle nove e trenta circa. Notai che la casetta di Therese aveva uno speciale lucernario sul tetto per darle luce in abbondanza. Fummo lieti di trovare le porte non più chiuse ma spalancate in ospitale allegria. Vi era una fila di circa venti visitatori, muniti di autorizzazione. Molti erano giunti da assai lontano per assistere alla trance mistica. ! Therese aveva superato il mio primo esame a casa del professore, quando aveva compreso intuitivamente che volevo vederla per ragioni spirituali e non semplicemente per soddisfare una curiosità passeggera. ! Per sottoporla a una seconda prova, appena prima di salire al piano superiore in camera sua mi immersi in uno stato yogico di trance, così da unirmi a lei in una relazione telepatica e televisiva. Entrai nella sua stanza, gremita di visitatori; ella giaceva sul letto e indossava una tunica bianca. Con Wright che mi seguiva da vicino, mi fermai appena superata la soglia, impressionato da uno spettacolo inatteso e terribile. ! !

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THERESE NEUMANN ! La famosa mistica cattolica con le stigmate che ispirò il mio pellegrinaggio a Konnersreuth, in Baviera, nel 1935.

! Il sangue scorreva in un fiotto sottile e continuo dalle palpebre inferiori di Therese. Lo sguardo era rivolto verso l’alto, fisso sull’occhio spirituale al centro della fronte. Il panno avvolto attorno alla testa era intriso del sangue delle stigmate della corona di spine. La veste bianca era chiazzata di rosso sopra il cuore, per la ferita inferta nel punto in cui il corpo di Cristo, molti secoli prima, aveva subìto l’ultimo oltraggio dalla lancia del soldato. ! Le mani di Therese erano tese in un gesto materno, supplice; il suo volto aveva un’espressione tormentata e, nel contempo, divina. Appariva più magra, trasformata sotto molti aspetti, sia esteriori che più sottili. Mormorando parole in una lingua straniera, parlava con le labbra leggermente tremanti a persone visibili alla sua vista interiore. ! Essendo in sintonia con lei, iniziai a vedere le scene della sua visione. Ella stava guardando Gesù che portava la croce circondato dalla moltitudine vociante che lo scherniva.276 D’un tratto sollevò il capo, con costernazione: il Signore era caduto sotto il crudele peso. La visione scomparve. Spossata dalla sua fervida pietà, Therese si accasciò pesantemente sul cuscino. ! In quel momento udii un forte tonfo dietro di me. Voltando il capo per un istante, vidi due uomini che trasportavano via un corpo lungo disteso. Poiché stavo uscendo da un 276

Nelle ore precedenti il mio arrivo, Therese aveva già avuto numerose visioni degli ultimi giorni della vita di Cristo. La sua trance inizia di solito con scene degli avvenimenti che seguirono l’ultima cena. Le sue visioni si concludono con la morte di Gesù sulla croce o, a volte, con la sua deposizione. 244

profondo stato supercosciente, non riconobbi immediatamente la persona che era caduta. Di nuovo fissai il volto di Therese, mortalmente pallido sotto i rivoli di sangue, ma ora calmo e radiante purezza e santità. Poi guardai dietro di me e vidi Wright in piedi, con una mano sulla guancia dalla quale colava del sangue. ! «Dick» domandai preoccupato «sei tu che sei caduto?». ! «Sì, sono svenuto di fronte a quello spettacolo terrificante». ! «Beh» dissi consolandolo «sei stato coraggioso a tornare a vedere la scena». ! Memori della fila di pellegrini in paziente attesa, Wright e io rivolgemmo a Therese un silenzioso saluto e lasciammo la sua sacra presenza.277 ! Il giorno seguente, la nostra piccola comitiva ripartì in auto alla volta del sud, riconoscenti di non dover dipendere dai treni e di poterci fermare con la Ford ovunque volessimo nella campagna. Godemmo di ogni minuto del nostro viaggio attraverso la Germania, l’Olanda, la Francia e le Alpi svizzere. In Italia compimmo una visita speciale ad Assisi per rendere omaggio all’apostolo dell’umiltà, San Francesco. Il nostro itinerario europeo si concluse in Grecia, dove visitammo i templi ateniesi e vedemmo la prigione in cui il mite Socrate 278 aveva bevuto la sua pozione mortale. Suscita grande ammirazione la maestria con la quale i Greci, in ogni luogo, hanno saputo dare forma con l’alabastro alle loro fantasie. ! Ci imbarcammo, solcammo l’assolato Mediterraneo e approdammo in Palestina. Viaggiando giorno dopo giorno in Terra Santa, mi convinsi più che mai del valore del pellegrinaggio. Lo spirito di Cristo pervade l’intera Palestina; camminai al Suo fianco, pieno di riverenza, a Betlemme, nel Getsemani, sul Calvario, sul sacro Monte degli Ulivi, sulle rive del Giordano e del Mare di Galilea. ! La nostra piccola comitiva visitò la stalla della natività, la bottega da falegname di San Giuseppe, la tomba di Lazzaro, la casa di Marta e Maria, la sala dell’Ultima cena. L’antico passato si dispiegò sotto ai miei occhi: una scena dopo l’altra, vidi il divino dramma un tempo interpretato da Cristo per tutti i secoli a venire. ! Proseguimmo per l’Egitto, con la moderna città del Cairo e le antiche piramidi. Quindi, in nave, scendemmo lungo lo stretto Mar Rosso e attraversammo il vasto Mar Arabico: ed ecco l’India! !

277

Therese è sopravvissuta alla persecuzione nazista e ancora vive a Konnersreuth, secondo notizie risalenti al 1945 provenienti dalla Germania da fonti americane. 278

Un passo di Eusebio riporta un interessante incontro fra Socrate e un saggio indù. Il passo recita così: «Aristossene, il musico, narra la seguente storia sugli indiani. Uno di essi incontrò Socrate ad Atene e gli chiese quale fosse l’oggetto della sua filosofia. “Un’indagine sui fenomeni umani” rispose Socrate. A queste parole l’indiano scoppiò a ridere. “Come può un uomo indagare sui fenomeni umani” disse “se ignora quelli divini?”». L’Aristossene citato era allievo di Aristotele e celebre autore di trattati di armonica. Visse attorno al 330 a.C. 245

CAPITOLO: 40 !

Ritorno in India

! Con gratitudine respiravo l’aria benedetta dell’India. Il nostro bastimento, il Rajputana, attraccò il 22 agosto 1935 nell’immenso porto di Bombay. Fin da quel mio primo giorno, appena sbarcato, ebbi un assaggio dell’anno che mi attendeva: dodici mesi di incessante attività. Alcuni amici si erano riuniti sul molo con ghirlande e saluti; ben presto, al nostro appartamento all’Hotel Taj Mahal, vi fu un flusso ininterrotto di cronisti e fotografi. ! Bombay era una città nuova per me; la trovai dinamicamente moderna, con numerose innovazioni giunte dall’Occidente. Le palme fiancheggiano i viali spaziosi; magnifici edifici pubblici competono per interesse con gli antichi templi. Assai breve, tuttavia, fu il tempo dedicato alla visita della città: ero impaziente, ansioso di vedere il mio amato guru e gli altri miei cari. Caricata la Ford su un vagone ferroviario, la nostra comitiva partì presto su un treno lanciato verso est, diretto a Calcutta.279 ! All’arrivo alla stazione di Howrah trovammo ad accoglierci una folla così immensa che per un po’ non riuscimmo a scendere dal treno. Il giovane maharaja di Kasimbazar e mio fratello Bishnu erano alla testa del comitato di benvenuto; ero impreparato al calore e alla grandiosità dell’accoglienza che ci fu riservata. ! Preceduti da un corteo di automobili e motociclette e accompagnati dal suono gioioso dei tamburi e di grandi conchiglie di strombo, usate come corni, la signora Bletch, il signor Wright e io, inghirlandati di fiori da capo a piedi, procedemmo lentamente in auto verso la casa di mio padre. ! Il mio anziano genitore mi abbracciò come se fossi un redivivo; restammo a lungo a guardarci intensamente, muti dalla gioia. Fratelli e sorelle, zii, zie e cugini, studenti e amici di vecchia data si stringevano attorno a me; nessuno di noi aveva gli occhi asciutti. Entrata ormai negli archivi della memoria, la scena di quel ritorno a casa traboccante d’affetto resta ancora impressa in modo vivido, indimenticabile nel mio cuore. ! Quanto all’incontro con Sri Yukteswar, mi mancano le parole; basti la seguente descrizione, scritta dal mio segretario: ! «Oggi, animato dalle più elevate aspettative, ho condotto in auto Yoganandaji da Calcutta a Serampore» scrisse Wright nel suo diario di viaggio. «Siamo passati davanti a negozi pittoreschi, uno dei quali era la meta abituale di Yoganandaji per i pasti ai tempi dell’università, e siamo entrati infine in una stretta viuzza cinta da muri. Un’improvvisa svolta a sinistra ed ecco ergersi di fronte a noi il semplice ma suggestivo ashram a due piani, con la balconata in stile spagnolo che sporge dal piano superiore. Il luogo era permeato da un senso di pacifica solitudine. ! «Con composta umiltà ho seguito Yoganandaji nel cortile entro i muri dell’ashram. Col cuore palpitante, abbiamo salito alcuni vecchi gradini di cemento, calcati, senza dubbio, da innumerevoli ricercatori della verità. La tensione è andata acuendosi man mano che avanzavamo. Dinanzi a noi, in cima alle scale, è apparso silenziosamente il Grande, Swami Sri Yukteswarji, in piedi in tutta la nobiltà del saggio. ! «Il mio cuore palpitava impetuosamente nel sentirmi benedetto dal privilegio di essere alla sua sublime presenza. Le lacrime hanno offuscato il mio sguardo rapito quando Yoganandaji è caduto in ginocchio e, col capo chino, ha offerto la gratitudine e il saluto della sua anima toccando con la mano i piedi del suo guru e poi, in segno di umile omaggio, la propria testa. Quindi si è levato in piedi ed è stato avvolto dall’abbraccio di Sri Yukteswarji, che lo ha stretto al petto da entrambi i lati. 279

Interrompemmo il nostro viaggio nelle Province centrali, a metà del nostro percorso attraverso il continente, per far visita al Mahatma Gandhi a Wardha. Quei giorni sono descritti nel capitolo 44. 246

! «Non è stata detta neppure una parola, dapprima, ma il sentimento più che mai intenso è stato espresso nel muto eloquio dell’anima. Come scintillavano i loro occhi, accesi dall’ardore della rinnovata unione delle anime! Una tenera vibrazione si è diffusa nel patio silenzioso e persino il sole si è sottratto alle nuvole per aggiungervi un improvviso fulgore di gloria. ! «In ginocchio dinanzi al maestro ho offerto il mio amore e la mia gratitudine inespressi toccandogli i piedi, ispessiti dal tempo e dal servizio, e ho ricevuto la sua benedizione. Mi sono alzato, quindi, e mi sono trovato di fronte a due occhi bellissimi e profondi, roventi d’introspezione eppure raggianti di gioia. Siamo entrati nel suo soggiorno, aperto da un intero lato sulla balconata esterna che avevo visto inizialmente dalla strada. Il maestro, appoggiandosi contro un sofà consunto, si è seduto su un materasso rivestito steso sul pavimento di cemento. Yoganandaji e io ci siamo seduti vicino ai piedi del guru, con dei cuscini di colore arancione ai quali ! appoggiarci per rendere più confortevole la nostra posizione sulla stuoia di paglia. ! «Ho cercato più volte invano di decifrare la conversazione in bengali fra i due Swamiji: l’inglese, ho infatti scoperto, non vale nulla quando sono insieme, benché Swamiji Maharaj, come il grande guru viene chiamato dagli altri, lo conosca e lo parli spesso. Ho percepito, tuttavia, la santità del Grande dal suo sorriso che riscaldava il cuore e dai suoi occhi splendenti. Una qualità che si discerne facilmente nella sua conversazione, seria e faceta, è la risoluta sicurezza nell’esprimere i propri giudizi: segno dell’uomo saggio, che sa di sapere perché conosce Dio. La sua grande saggezza, la fermezza di propositi e la determinazione sono evidenti da ogni punto di vista. ! «Studiandolo di tanto in tanto con rispetto reverenziale, ho notato il suo fisico alto e atletico, temprato dalle prove e dai sacrifici della rinuncia. Il portamento è maestoso. Una fronte decisamente alta, quasi anelasse al cielo, domina l’espressione divina del suo volto. Ha un naso piuttosto grande e comune, col quale si trastulla nei momenti d’ozio, strapazzandolo e dandogli colpetti con le dita, come un bimbo. I suoi intensi occhi scuri sono circondati da un etereo alone azzurro. I capelli, spartiti al centro, sono grigi alla radice per poi assumere striature d’argento dorato e nero argenteo, finendo riccioluti sulle spalle. La barba e i baffi, sebbene radi o sfoltiti, sembrano dare risalto ai tratti del viso e, come il suo carattere, sono profondi e lievi al tempo stesso. ! «Ha una risata gioviale e spensierata, assai gaia e sincera, che prorompe dal profondo del petto facendolo scuotere e vibrare in tutto il corpo. Il volto e la statura colpiscono per la loro forza, così come le sue dita muscolose. Egli incede con passo dignitoso e portamento eretto. ! «Era vestito semplicemente, con il comune dhoti e la camicia, entrambi un tempo di un intenso color ocra, ma ormai di un arancione sbiadito. ! «Guardandomi attorno, ho osservato che quella stanza piuttosto cadente rivelava il non attaccamento del proprietario agli agi materiali. Le pareti bianche della lunga sala, chiazzate dalle intemperie, erano venate di un intonaco azzurro quasi totalmente sbiadito. A un lato della stanza era appeso un ritratto di Lahiri Mahasaya, circondato da una semplice ghirlanda in segno di devozione. Vi era anche una vecchia foto che ritraeva Yoganandaji all’arrivo a Boston, in piedi insieme agli altri delegati al Congresso delle religioni. ! «Ho notato un curioso accostamento di oggetti moderni e antiquati. Un enorme candeliere di vetro intagliato era coperto di ragnatele per il disuso, mentre al muro vi era un calendario sgargiante e aggiornato. L’intera stanza emanava una fragranza di pace e di calma. Oltre la balconata potevo vedere le palme da cocco svettare sopra l’ashram in silenziosa protezione. ! «È interessante notare che il maestro non ha che da battere le mani e, ancor prima che abbia finito, viene servito o assistito da qualche giovane discepolo. Incidentalmente, sono rimasto particolarmente colpito da uno di loro, un ragazzino magro di nome 247

Prafulla,280 con lunghi capelli neri fino alle spalle, due splendenti occhi neri dallo sguardo assai penetrante e un sorriso celestiale; quando gli angoli della bocca si sollevano, gli occhi gli brillano come le stelle e la luna crescente che spuntano al tramonto. ! «La gioia di Swami Sri Yukteswarji è ovviamente intensa per il ritorno della sua “creatura” (ed egli sembra essere piuttosto curioso anche della “creatura della creatura”). Il prevalere dell’aspetto della saggezza nella natura del Grande mitiga tuttavia le manifestazioni esteriori dei suoi sentimenti. ! «Yoganandaji gli ha offerto dei doni, come è consuetudine quando il discepolo ritorna dal suo guru. Dopo ci siamo seduti per consumare un pasto semplice ma ben cucinato. Tutte le pietanze erano combinazioni di riso e verdure. Sri Yukteswarji ha apprezzato il fatto che io abbia adottato alcune abitudini indiane, come quella di mangiare con le mani, ad esempio. ! «Dopo parecchie ore di scambi di frasi in bengali, calorosi sorrisi e sguardi gioiosi, abbiamo reso omaggio ai suoi piedi, ci siamo congedati con un pronam281 e siamo partiti per Calcutta serbando il ricordo perenne di un incontro e di un’accoglienza sacri. Benché io descriva qui principalmente le mie impressioni esteriori su di lui, sono sempre stato ben consapevole di quale sia il fondamento autentico di questo santo: la sua gloria spirituale. Ho avvertito il suo potere e recherò sempre in me tale percezione come mia benedizione divina». ! Dall’America, dall’Europa e dalla Palestina avevo portato molti doni per Sri Yukteswar. Egli li accolse sorridendo, ma senza alcun commento. Per mio uso, avevo acquistato in Germania una combinazione di ombrello-bastone. In India decisi di regalarlo al Maestro. ! «Questo dono mi è proprio gradito!». Gli occhi del mio guru si posarono su di me con affettuosa intesa nel fare quel commento inconsueto. Di tutti i regali ricevuti, fu il bastone che egli scelse di mostrare ai visitatori. ! «Maestro, vi prego, consentitemi di procurare un tappeto nuovo per il soggiorno». Avevo notato che la pelle di tigre di Sri Yukteswar poggiava sopra un tappeto liso. ! «Fallo, se ti fa piacere». Il tono del mio guru non era entusiastico. «Come vedi, la mia pelle di tigre è bella e pulita; sono sovrano nel mio piccolo regno. Al di là c’è il vasto mondo, interessato soltanto all’esteriorità». ! Mentre diceva queste parole sentii gli anni scorrere all’indietro; ero di nuovo un giovane discepolo, purificato dalle quotidiane fiamme del severo rimprovero! ! Non appena riuscii a strapparmi da Serampore e Calcutta, partii con Wright per Ranchi. Che accoglienza ricevemmo colà: una vera e propria ovazione! Le lacrime mi riempivano gli occhi abbracciando quegli insegnanti pieni di abnegazione, che avevano continuato a tenere alta la bandiera della scuola nei quindici anni della mia assenza. I volti luminosi e i sorrisi gioiosi degli alunni, residenti ed esterni, davano ampia testimonianza del valore delle loro molteplici attività formative, sia in campo scolastico che nello yoga. ! Purtroppo, però, l’istituto di Ranchi versava in gravi difficoltà finanziarie. Sir Manindra Chandra Nundy, il vecchio maharaja che aveva ceduto il palazzo di Kasimbazar perché fosse trasformato nella sede centrale della scuola e che aveva fatto molte donazioni principesche, era ormai defunto. Molte attività benefiche gratuite della scuola erano ora seriamente minacciate per mancanza di un sufficiente sostegno pubblico. ! Non avevo trascorso anni e anni in America senza apprendere qualcosa della sua saggezza pratica, del suo spirito intrepido nell’affrontare gli ostacoli. Per una settimana 280

Prafulla era il giovane discepolo presente con il Maestro nel momento in cui gli si avvicinò un cobra (si veda p. 113). 281

Letteralmente, “santo nome”: saluto in uso fra gli indù, accompagnato dalle mani giunte che si sollevano dal cuore alla fronte. Il pronam in India sostituisce il saluto occidentale con la stretta di mano. 248

rimasi a Ranchi dibattendomi con problemi critici. Seguirono poi incontri a Calcutta con illustri personalità ed educatori, un lungo colloquio con il giovane maharaja di Kasimbazar, un appello finanziario a mio padre ed ecco che, finalmente, le vacillanti fondamenta di Ranchi iniziarono a consolidarsi. Numerose donazioni, fra cui un assegno d’importo considerevole, giunsero appena in tempo dai miei studenti americani. ! Qualche mese dopo il mio arrivo in India ebbi la gioia di vedere la scuola di Ranchi riconosciuta legalmente. Il sogno che nutrivo da tutta la vita di un centro educativo fondato sullo yoga e finanziato stabilmente si era realizzato. Quella visione mi aveva guidato fin dagli umili inizi, nel 1917, con un gruppo di soli sette ragazzi. ! Nel decennio successivo al 1935, Ranchi ha esteso il proprio raggio d’azione ben oltre l’istruzione maschile. Ora vi vengono svolte attività umanitarie su più vasta scala presso la Shyama Charan Lahiri Mahasaya Mission. ! La scuola, o Yogoda Sat-Sanga Brahmacharya Vidyalaya, tiene lezioni all’aperto di materie d’istruzione primaria e secondaria. Sia gli studenti residenti che quelli esterni ricevono inoltre qualche tipo di formazione professionale. I ragazzi stessi regolano la maggior parte delle proprie attività attraverso comitati autonomi. Fin dagli inizi della mia carriera di educatore avevo scoperto che i ragazzi che si divertono maliziosamente a raggirare gli insegnanti accettano di buon grado le norme disciplinari stabilite dai propri pari. Non essendo mai stato, io stesso, un allievo modello, provavo un’immediata comprensione per tutte le marachelle e i problemi dei ragazzini. ! Nella scuola vengono incoraggiate le attività sportive e di gioco; i campi risuonano della pratica dell’hockey e del calcio. Gli studenti di Ranchi vincono spesso premi nelle gare sportive. Il ginnasio all’aria aperta è molto rinomato. Il tratto distintivo del metodo Yogoda è la ricarica muscolare attraverso la forza di volontà: consiste nell’indirizzare mentalmente l’energia vitale verso ogni parte del corpo. Ai ragazzi si insegnano anche asana (posizioni), l’arte della spada e del lathi (bastone) e lo jujitsu. Alle manifestazioni Yogoda Health Exhibitions, tenutesi presso la Vidyalaya di Ranchi, hanno partecipato migliaia di persone. ! L’istruzione primaria viene impartita in hindi ai Kol, Santal e Munda, le tribù indigene della provincia. Sono stati organizzati corsi femminili nei villaggi vicini. ! La caratteristica che contraddistingue Ranchi è l’iniziazione al Kriya Yoga. I ragazzi praticano quotidianamente i loro esercizi spirituali, cantano i versetti della Gita e vengono educati con i precetti e con l’esempio alle virtù della semplicità, dell’abnegazione, dell’onore e della verità. Il male viene loro indicato come ciò che produce sofferenza, mentre il bene equivale alle azioni che producono la vera felicità. Il male può essere paragonato al miele avvelenato, allettante ma mortale. ! Dominando l’inquietudine del corpo e della mente mediante alcune tecniche di concentrazione, sono stati raggiunti risultati sorprendenti: a Ranchi non è eccezionale vedere una graziosa figurina, di nove o dieci anni, rimanere seduta per un’ora o più con imperturbabile compostezza e con lo sguardo fisso, senza battere ciglio, sull’occhio spirituale. Spesso l’immagine di questi studenti di Ranchi mi è tornata alla mente

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osservando studenti universitari in altre parti del mondo, che stentano a rimanere seduti fermi anche solo per la durata di una lezione.282 ! Ranchi è situata a 600 metri sul livello del mare; il clima è mite e costante. La tenuta di dieci ettari sulle rive di un ampio stagno balneabile comprende uno dei più bei frutteti dell’India: cinquecento alberi da frutto, fra i quali mango, guava, licci, jackfruit, datteri. I ragazzi coltivano gli ortaggi e filano ai loro charka [ruota del filatoio. N.d.C.]. ! Una foresteria è aperta all’ospitale accoglienza dei visitatori occidentali. La biblioteca di Ranchi raccoglie numerose riviste e circa un migliaio di volumi in inglese e bengali, frutto di donazioni provenienti dall’Occidente e dall’Oriente. Vi è una collezione delle sacre Scritture di tutto il mondo. Nel museo sono esposti, ben classificati, reperti archeologici, geologici e antropologici, per lo più raccolti durante i miei vagabondaggi nelle multiformi regioni della terra del Signore. ! Il dispensario e l’ospedale gratuiti della Lahiri Mahasaya Mission, con numerose succursali all’aperto in villaggi lontani, hanno assistito finora oltre 150.000 poveri dell’India. Gli studenti di Ranchi sono istruiti a fornire pronto soccorso e hanno reso meritevolmente il proprio servizio nella provincia in tragici momenti di inondazione o carestia. ! Nel frutteto vi è un tempio di Shiva, con una statua del maestro benedetto, Lahiri Mahasaya. Quotidianamente si tengono preghiere e lezioni sulle sacre Scritture sotto i pergolati delle piante di mango. ! Sono state istituite, e sono attualmente in piena attività, altre succursali della scuola secondaria di Ranchi, con gli stessi insegnamenti residenziali e basati sullo yoga. Si tratta della scuola maschile Yogoda Sat-Sanga Vidyapith a Lakshmanpur, nel Bihar, e della scuola superiore e ashram Yogoda Sat-Sanga di Ejmalichak, nel Midnapore. ! Un imponente Yogoda Math è stato inaugurato nel 1939 a Dakshineswar, direttamente sul Gange. Situato a poche miglia a nord di Calcutta, il nuovo ashram offre un’oasi di pace agli abitanti della città. Sono disponibili alloggi adeguati per gli ospiti occidentali, in particolare per coloro che dedicano intensamente la loro vita alla realizzazione spirituale. Fra le attività dello Yogoda Math vi è l’invio quindicinale per corrispondenza degli insegnamenti della Self-Realization Fellowship ad allievi in varie parti dell’India. ! È superfluo dire che tutte queste attività educative e umanitarie sono state realizzate grazie alla devozione e al servizio altruistico di molti insegnanti e collaboratori. Non elencherò qui i loro nomi, essendo così numerosi, ma nel mio cuore serbo per ciascuno di loro un posto luminoso. Ispirati dagli ideali di Lahiri Mahasaya, questi insegnanti hanno 282

L’allenamento mentale mediante alcune tecniche di concentrazione ha prodotto in India, in ogni generazione, uomini di prodigiosa memoria. Sir T. Vijayaraghavachari, nell’Hindustan Times, ha descritto le prove alle quali furono sottoposti i moderni “professionisti della memoria” di Madras. «Questi uomini» scrisse «avevano una conoscenza non comune della letteratura sanscrita. Seduti in mezzo a un vasto pubblico, riuscirono a superare le prove che diverse persone del pubblico sottoponevano loro simultaneamente. Le prove erano simili alle seguenti: una persona iniziava a suonare un campanello e il numero di suoni doveva essere contato dall’“uomo della memoria”. Una seconda persona dettava un lungo esercizio di aritmetica che richiedeva l’addizione, la sottrazione, la moltiplicazione e la divisione. Un terzo proseguiva recitando una lunga serie di versi del Ramayana o del Mahabharata, che dovevano essere ripetuti; un quarto poneva problemi di versificazione che richiedevano la composizione di versi con un metro appropriato su un determinato tema e in cui ciascun verso doveva terminare con una specifica parola; un quinto uomo conduceva con un sesto una disputa teologica di cui bisognava citare le argomentazioni con le stesse parole e nell’ordine esatto in cui i disputanti l’avevano condotta; un settimo uomo, per tutto il tempo, continuava a girare una ruota di cui bisognava contare il numero di giri. L’esperto della memoria doveva compiere simultaneamente tutte queste imprese esclusivamente mediante processi mentali, non essendogli consentito l’uso di carta e penna. Lo sforzo delle facoltà mentali deve essere stato enorme. Di solito le persone, con inconscia invidia, tendono a svalutare questi sforzi mostrando di credere che essi implichino soltanto l’esercizio delle funzioni inferiori del cervello. In realtà non si tratta di una semplice questione di memoria. Il fattore principale è l’immensa capacità di concentrazione della mente». 250

rinunciato ad allettanti prospettive mondane per servire umilmente, per donare senza riserve. ! Wright strinse molti duraturi rapporti di amicizia con i ragazzi di Ranchi; vestito di un semplice dhoti, egli visse per un certo periodo fra loro. A Ranchi, Calcutta, Serampore, ovunque andasse, il mio segretario, che ha vivido il dono della descrizione, si portava appresso il suo diario di viaggio per annotarvi le sue avventure. Una sera gli posi una domanda. ! «Dick, qual è la tua impressione dell’India?». ! «Pace» rispose pensosamente. «L’aura di questo popolo è la pace». !

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CAPITOLO: 41 !

Un idillio nel Sud dell’India

! «Sei il primo occidentale, Dick, a essere mai entrato in quel santuario. Molti altri hanno tentato invano». ! Alle mie parole, Wright apparve dapprima sconcertato, poi compiaciuto. Avevamo appena lasciato lo splendido tempio di Chamundi, sulle colline che sovrastavano Mysore, nell’India meridionale. Lì ci eravamo inchinati dinanzi agli altari d’oro e d’argento della dea Chamundi, divinità tutelare della famiglia del maharaja regnante. ! «In ricordo di questo onore esclusivo» disse Wright riponendo con cura qualche petalo di rosa benedetto «conserverò per sempre questo fiore, sul quale il sacerdote ha asperso acqua di rose». ! Il mio compagno e io283 stavamo trascorrendo il mese di novembre del 1935 ospiti dello stato del Mysore. Il maharaja S.A. Sri Krishnaraja Wadiyar IV è un principe modello che nutre un’intelligente dedizione verso il proprio popolo. Pur essendo un indù osservante, il maharaja ha nominato alla carica di dewan, o primo ministro, un maomettano, l’abile Mirza Ismail. La rappresentanza popolare dei sette milioni di abitanti del Mysore è esercitata sia nell’assemblea parlamentare che nel consiglio legislativo. ! L’erede del maharaja, sua altezza lo yuvaraja Sir Sri Krishna Narasingharaj Wadiyar, mi aveva invitato insieme al mio segretario a visitare il suo regno illuminato e progressista. Nelle due settimane precedenti avevo tenuto discorsi davanti a migliaia di cittadini e studenti del Mysore, presso il Municipio, il Maharajah’s College, la facoltà di medicina e in tre raduni di massa svoltisi a Bangalore, alla National High School, all’Intermediate College e nella sala del Municipio di Chetty, dove si erano raccolte oltre tremila persone. Non saprei dire se i miei attenti ascoltatori riuscissero a prestare fede al brillante quadro che tracciai dell’America, ma l’applauso più fragoroso giungeva sempre quando accennavo ai reciproci benefici che potevano essere tratti dallo scambio degli aspetti migliori dell’Oriente e dell’Occidente. ! Ora Wright e io ci stavamo rilassando nella pace tropicale. Nel suo diario di viaggio vi è il seguente resoconto delle sue impressioni del Mysore: ! «Risaie di un verde brillante alternate ad appezzamenti di canna da zucchero si annidano sotto le pendici protettive di alture rocciose – alture che punteggiano il panorama smeraldino come protuberanze di pietra nera – e il gioco dei colori è accentuato dalla scomparsa improvvisa e drammatica del sole, quando cerca rifugio dietro alle solenni colline. ! «Molti momenti di estatico rapimento sono trascorsi contemplando, quasi svagatamente, le mutevoli tele di Dio che si estendono per tutto il firmamento; solo il Suo tocco, infatti, è in grado di produrre colori che vibrano con la freschezza della vita. Quella gioventù di colori si perde quando l’uomo cerca di imitarli con semplici pigmenti, perché il Signore fa ricorso a un mezzo più semplice ed efficace: colori che non sono né oli né pigmenti, bensì meri raggi di luce. Egli getta uno spruzzo di luce qui ed esso riflette il rosso; agita ancora il pennello e il rosso sfuma gradualmente nell’arancio e nell’oro; poi, con tocco penetrante, infilza le nuvole con una stria purpurea che lascia un piccolo cerchio o una frangia di rosso stillante dalla ferita delle nuvole; e così, senza posa, Egli si trastulla, sia alla sera che al mattino, sempre mutevole, sempre nuovo, sempre fresco; non vi sono modelli, duplicati o colori che siano identici. La bellezza del transito dal giorno alla notte in India non ha pari altrove nel mondo; spesso il cielo appare come se Dio avesse preso tutti

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La signora Bletch, non essendo in grado di mantenere il nostro ritmo di attività, era rimasta piacevolmente presso i miei parenti a Calcutta. 252

i colori della Sua tavolozza e li avesse scagliati nei cieli con un unico, potente lancio caleidoscopico. ! «Devo raccontare dello splendore di una visita al crepuscolo all’enorme diga di Krishnaraja Sagar,284 costruita a dodici miglia da Mysore. Yoganandaji e io siamo saliti a bordo di un piccolo autobus e, con un ragazzino come addetto alla manovella in sostituzione della batteria, ci siamo avviati lungo una liscia strada sterrata, proprio mentre il sole stava calando all’orizzonte, schiacciandosi come un pomodoro troppo maturo. ! «Il percorso ci ha condotto fra gli onnipresenti appezzamenti quadrati delle risaie, lungo un filare di confortanti alberi di banyan, in mezzo a un boschetto di svettanti palme da cocco, con una vegetazione fitta quasi come nella giungla. Infine, avvicinandoci alla cima di una collina, ci siamo trovati di fronte un immenso lago artificiale, che rispecchiava le stelle e una striscia di palme e altri alberi, circondato da splendidi giardini pensili e da una fila di luci elettriche sul bordo della diga. Sotto di esso i nostri occhi hanno trovato uno spettacolo sfolgorante di raggi multicolori che si proiettavano su fontane simili a geyser, come innumerevoli zampilli d’inchiostro brillante: cascate di un blu meraviglioso, sorprendenti cateratte rosse, schizzi verdi e gialli, elefanti che spruzzavano acqua. Sembrava una copia in miniatura dell’Esposizione mondiale di Chicago, in contrasto per la sua modernità con questa terra antica di risaie e persone semplici, che ci hanno tributato un’accoglienza così amorevole da farmi temere che ci vorrà una forza maggiore della mia per riportare Yoganandaji in America. ! «Un altro raro privilegio è stata la mia cavalcata in groppa a un elefante. Ieri lo yuvaraja ci ha invitato nella sua residenza estiva per goderci una passeggiata su uno dei suoi elefanti, un enorme pachiderma. Sono salito su una scala a pioli appositamente fornita per arrampicarsi fino alla sella o howdah, a forma di scatola e provvista di cuscini di seta, per poi ritrovarmi a rotolare, sobbalzare, oscillare, salire e scendere da altezze vertiginose, troppo eccitato per preoccuparmi o esclamare e tuttavia aggrappato disperatamente come se ne andasse della vita!». ! L’India meridionale, ricca di testimonianze storiche e archeologiche, è una terra dal fascino certo e tuttavia indefinibile. A nord del Mysore si trova lo stato originario più vasto dell’India, Hyderabad, un pittoresco altopiano solcato dal possente fiume Godavari. Comprende ampie e fertili pianure, le splendide Nilgiri o “Montagne azzurre” e altre regioni con spoglie colline di calcare o granito. La storia di Hyderabad, lunga e variegata, è iniziata tremila anni fa sotto i re Andhra ed è proseguita sotto dinastie indù fino al 1294, quando passò a una discendenza di governanti musulmani tuttora regnanti. ! Gli esempi più emozionanti di architettura, scultura e pittura dell’intera India si trovano a Hyderabad, nelle antiche grotte di Ellora e Ajanta, scolpite nella roccia. A Ellora il Kailasa, un enorme tempio monolitico, contiene figure intarsiate di divinità, esseri umani e animali rappresentati in mirabili proporzioni michelangiolesche. Ajanta è sede di cinque cattedrali e venticinque monasteri, tutti scavati nella roccia e sostenuti da possenti pilastri affrescati, sui quali gli artisti e gli scultori hanno immortalato il proprio genio. ! La città di Hyderabad si fregia dell’Università di Osmania e dell’imponente Moschea Mecca Masjid dove possono riunirsi in preghiera diecimila musulmani.

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Questa diga, un immenso impianto idroelettrico, illumina la città di Mysore e fornisce energia alle fabbriche di seta, sapone e olio di sandalo. I souvenir di legno di sandalo di Mysore emanano una deliziosa fragranza che il tempo non esaurisce; basta una puntura di spillo per sprigionare di nuovo il profumo. Mysore vanta alcune delle più grandi imprese industriali pionieristiche dell’India, fra le quali le miniere d’oro di Kolar e lo zuccherificio di Mysore, l’enorme acciaieria e ferriera di Bhadravati e l’economica ed efficiente ferrovia statale di Mysore, che copre gran parte della superficie dei circa 80.000 chilometri quadrati dello stato. Il maharaja e lo yuvaraja che ci ospitarono nel 1935 sono morti entrambi di recente. Il figlio dello yuvaraja, l’attuale maharaja, è un sovrano intraprendente e ha aggiunto alle industrie già presenti a Mysore una grande fabbrica di aeroplani. 253

! Anche lo stato del Mysore è un luogo di incantevole bellezza, situato a circa novecento metri sul livello del mare, con rigogliose foreste tropicali che ospitano elefanti selvatici, bisonti, orsi, pantere e tigri. Le due città principali, Bangalore e Mysore, sono pulite e attraenti, con i loro numerosi parchi e giardini pubblici. ! I miei compagni e io in posa davanti al Taj Mahal di Agra, il “sogno di marmo”.

La scultura e l’architettura indù hanno raggiunto i vertici della perfezione a Mysore sotto il mecenatismo dei sovrani indù dall’undicesimo al quindicesimo secolo. Il tempio di Belur, un capolavoro dell’undicesimo secolo completato durante il regno del sovrano Vishnuvardhana, resta insuperato nel mondo per la squisitezza dei particolari e l’esuberanza delle raffigurazioni. ! I pilastri rocciosi ritrovati nel Mysore settentrionale risalgono al terzo secolo a.C. e illuminano la memoria del Re Asoka. Questi succedette al trono della dinastia Maurya allora regnante; il suo impero comprendeva quasi l’intero territorio dell’India moderna, l’Afghanistan e il Baluchistan. L’illustre imperatore, ritenuto un sovrano eccezionale anche dagli storici occidentali, lasciò iscritte in un monumento rupestre le seguenti parole di saggezza: ! Questa iscrizione religiosa è stata incisa nella roccia affinché i nostri figli e i nostri nipoti non pensino che sia necessaria una nuova conquista; affinché non pensino che la conquista con la spada meriti il nome di conquista; affinché vedano in essa null’altro che distruzione e violenza; affinché non considerino nulla come vera conquista all’infuori della conquista della religione. Solo tali conquiste hanno valore in questo mondo e nel successivo. ! Asoka fu nipote del formidabile Chandragupta Maurya (noto ai Greci con il nome di Sandrokottos) che in gioventù aveva incontrato Alessandro il Grande. In seguito Chandragupta annientò le guarnigioni macedoni rimaste in India, sconfisse l’esercito invasore greco di Seleuco nel Punjab e ricevette quindi alla sua corte di Patna l’ambasciatore ellenico Megastene. ! Racconti di grande interesse sono stati dettagliatamente registrati da storici greci e da altri che accompagnarono o seguirono Alessandro nella sua spedizione in India. Le narrazioni di Arriano, Diodoro, Plutarco e Strabone il geografo sono state tradotte da J.W. 254

M’Crindle285 per gettare luce sull’India antica. L’esito più lodevole della fallita invasione di Alessandro fu il vivo interesse che egli dimostrò per la filosofia, nonché per gli yogi e i santi dell’India che incontrò di tanto in tanto e di cui ricercò ardentemente la compagnia. Poco tempo dopo che il condottiero greco era giunto a Taxila, nell’India settentrionale, egli inviò un messaggero, Onesicrito, discepolo della scuola ellenica di Diogene, perché conducesse alla sua presenza un maestro indiano, Dandamis, grande sannyasi di Taxila. ! «Salute a te, o maestro di bramini!» disse Onesicrito dopo aver rintracciato Dandamis nel suo luogo di eremitaggio nella foresta. «Il figlio del potente Dio Zeus, Alessandro, Signore Sovrano di tutti gli uomini, ti chiede di andare da lui e, se accetterai, ti ricompenserà con grandi doni, ma se rifiuterai ti farà tagliare la testa!». ! Lo yogi accolse questo invito alquanto perentorio senza scomporsi e «non sollevò neppure il capo dal suo giaciglio di foglie». ! «Sono anch’io figlio di Zeus, se lo è Alessandro» commentò. «Non voglio nulla di ciò che appartiene ad Alessandro, poiché sono soddisfatto di ciò che ho, mentre vedo che egli vaga con i suoi uomini per mari e per terre senza alcun beneficio e non giunge mai alla fine delle sue peregrinazioni. ! «Va’ e di’ ad Alessandro che Dio, il Sovrano Supremo, non è mai Autore di un torto insolente, bensì è Creatore di luce, di pace, di vita, d’acqua, del corpo umano e delle anime; Egli accoglie tutti gli uomini quando la morte li rende liberi, non essendo in alcun modo soggetto a morbi maligni. Egli solo è il Dio a cui rendo omaggio, che aborrisce la carneficina e non istiga alle guerre. ! «Alessandro non è un dio, poiché anch’egli dovrà assaggiare la morte» proseguì il saggio con pacato disprezzo. «Come può uno al pari suo essere padrone del mondo, non essendosi ancora seduto sul trono universale del dominio interiore? Egli non è entrato da vivo nell’Ade e neppure conosce il corso del sole attraverso le regioni centrali della terra, mentre nazioni ai confini del mondo non hanno mai udito il suo nome!». ! Dopo questo rimprovero, sicuramente il più aspro che mai avesse offeso l’orecchio del “Signore del Mondo”, il saggio aggiunse ironicamente: «Se gli attuali domini di Alessandro non sono sufficientemente vasti da appagare i suoi desideri, fategli attraversare il fiume Gange; vi troverà una regione capace di sostentare tutti i suoi uomini, se la terra da questo lato è troppo angusta per ospitarlo.286 ! «Sappi, a ogni modo, che ciò che Alessandro offre e i doni che promette sono del tutto inutili per me; ciò che mi sta a cuore e che trovo di reale utilità e valore sono queste foglie che mi offrono ricovero, queste piante rigogliose che mi forniscono quotidianamente il cibo, e l’acqua che è la mia bevanda; tutti gli altri beni, invece, ammassati con ansiosa cura, sono destinati a procurare la rovina di chi li accumula e a essere unicamente fonte delle sofferenze e dei tormenti che già opprimono ogni povero mortale. Quanto a me, mi corico sulle foglie della foresta e, non avendo nulla da custodire gelosamente, chiudo gli occhi in un placido sonno, mentre, se avessi qualcosa da sorvegliare, ciò m’impedirebbe di dormire. La terra provvede a tutto ciò che mi serve, così come una madre non fa mancare il latte al proprio figlio. Vado ovunque mi aggrada e non ho preoccupazioni di cui debba gravarmi. ! «Anche se Alessandro dovesse tagliarmi la testa, egli non potrebbe distruggere la mia anima. La mia testa, ormai muta, resterebbe sola, lasciando il corpo come un logoro indumento sulla terra donde fu tratto. Divenuto così Spirito, ascenderei al mio Dio, che ha racchiuso noi tutti nella carne e ci ha lasciati sulla terra per dimostrare se, stando quaggiù, 285 286

Sei volumi sull’India antica (Ancient India, Calcutta, 1879).

 Né Alessandro né alcuno dei suoi generali attraversarono mai il Gange. Incontrando un’ostinata resistenza a nord-ovest, l’esercito macedone si rifiutò di proseguire oltre; Alessandro fu costretto a lasciare l’India e a tentare le sue conquiste in Persia. 255

viviamo obbedienti ai Suoi comandamenti, e che chiederà a noi tutti, una volta giunti alla Sua presenza, di renderGli conto della nostra vita, poiché Egli è il Giudice di tutte le superbe malefatte, cosicché i lamenti degli oppressi diverranno la punizione dell’oppressore. ! «Che Alessandro terrorizzi pure con le sue minacce coloro che bramano le ricchezze e temono la morte, poiché contro di noi queste armi sono entrambe impotenti: noi bramini, infatti, non amiamo l’oro e non temiamo la morte. Va’ dunque e di’ ad Alessandro: “Dandamis non ha bisogno di nulla di ciò che è tuo e quindi non verrà da te; se vuoi qualcosa da Dandamis, recati tu da lui”». ! Con grande attenzione Alessandro ascoltò il messaggio ricevuto dallo yogi per mezzo di Onesicrito e «provò un desiderio più intenso che mai di conoscere Dandamis, il quale, sebbene fosse anziano e nudo, era l’unico antagonista che mai avesse trovato capace di tener testa al conquistatore di molte nazioni». ! Alessandro invitò a Taxila alcuni asceti bramini, noti per la loro abilità nel rispondere a quesiti filosofici con pregnante saggezza. Un saggio di tali schermaglie verbali è riportato da Plutarco; Alessandro in persona formulò tutte le domande. ! «Quali sono i più numerosi, i vivi o i morti?». ! «I vivi, poiché i morti non sono». ! «Chi genera gli animali più grandi, il mare o la terra?». ! «La terra, poiché il mare è soltanto una parte della terra». ! «Qual è la più intelligente delle bestie?». ! «Quella che l’uomo ancora non conosce» (l’uomo teme l’ignoto). ! «Chi esistette per primo, il giorno o la notte?». ! «Il giorno venne prima di un giorno». A questa risposta Alessandro si dimostrò perplesso; il bramino aggiunse: «Domande impossibili implicano risposte impossibili». ! «Qual è il modo migliore, per un uomo, di farsi amare?». ! «Un uomo sarà amato se, pur disponendo di grande potere, non si farà temere». ! «Come può un uomo diventare un dio?».287 ! «Facendo ciò che è impossibile a un uomo». ! «Qual è più forte, la vita o la morte?». ! «La vita, poiché sopporta così tanti mali». ! Alessandro riuscì a portare con sé dall’India, come suo maestro, un vero yogi. Quest’uomo era Swami Sphines, chiamato “Kalanos” dai Greci poiché il santo, devoto a Dio nelle sembianze di Kali, salutava chiunque pronunciando il Suo fausto nome. ! Kalanos accompagnò Alessandro in Persia. In un giorno stabilito, a Susa, in Persia, Kalanos abbandonò il suo anziano corpo salendo su una pira funeraria sotto gli occhi dell’intero esercito macedone. Gli storici narrano dello stupore dei soldati nell’osservare come lo yogi non temesse affatto né la sofferenza né la morte e non si muovesse neppure una volta dalla sua posizione mentre veniva consumato dalle fiamme. Prima della sua cremazione, Kalanos aveva abbracciato tutti i compagni a lui cari ma non si era accomiatato da Alessandro, al quale il saggio indù aveva detto soltanto: ! «Ti rivedrò fra poco a Babilonia». ! Alessandro lasciò la Persia e morì un anno dopo a Babilonia. Le parole del suo guru indiano erano state il suo modo di dirgli che gli sarebbe stato accanto nella vita e nella morte. ! Gli storici greci ci hanno lasciato molte vivide e suggestive testimonianze sulla società indiana. Il diritto indù, riferisce Arriano, tutela le persone e «stabilisce che nessuno, in nessuna circostanza, possa essere schiavo, ma che ciascuno, godendo della libertà, rispetti l’uguale diritto alla libertà che spetta a tutti. Essi ritengono, infatti, che chi abbia 287

Da questa domanda si può dedurre che il “Figlio di Zeus” dubitasse talvolta di avere già raggiunto la perfezione. 256

imparato a non dominare e a non asservirsi agli altri riesca a condurre la vita più idonea a far fronte a tutte le vicissitudini del destino».288 ! «Gli indiani» si afferma in un altro testo «non prestano denaro a usura né sanno prenderne a prestito. Essendo contrario alla consuetudine in uso presso gli indiani sia compiere che subire torti, essi non fanno contratti né richiedono garanzie». Ci viene riferito, inoltre, che la guarigione dalle malattie avveniva mediante mezzi semplici e naturali. «Nel curare si tende a regolare la dieta più che a ricorrere ai farmaci. I rimedi che godono di maggiore considerazione sono gli unguenti e i cataplasmi. Tutti gli altri sono considerati in grande misura perniciosi». La partecipazione alla guerra era limitata agli Kshatriya, ossia alla casta dei guerrieri. «Un nemico che dovesse imbattersi in un contadino al lavoro nel suo campo non gli farebbe alcun male, in quanto gli uomini di tale casta, essendo considerati pubblici benefattori, sono protetti da qualsiasi torto. La terra, che resta pertanto preservata dalle devastazioni e continua a produrre abbondanti raccolti, sostenta gli abitanti con tutto ciò che è necessario per rendere la vita piacevole».289 ! L’imperatore Chandragupta, che nel 305 a.C. aveva sconfitto il generale di Alessandro, Seleuco, decise sette anni dopo di cedere le redini del potere dell’India a suo figlio. Errando nell’India meridionale, Chandragupta trascorse gli ultimi dodici anni della sua vita da asceta senza neppure un soldo e cercò la realizzazione del Sé in una grotta rocciosa a Sravanabelagola, ora onorata nel Mysore come luogo sacro. Nei pressi si trova la statua più grande del mondo, ricavata da un immenso macigno a opera dei giainisti nel 983, in onore del santo Comateshwara. ! I numerosi santuari disseminati in tutto il Mysore sono un costante ricordo dei molti grandi santi dell’India meridionale. Uno di questi maestri, Thayumanavar, ci ha lasciato la seguente poesia che ci ispira alla riflessione: ! Puoi dominare un elefante impazzito; ! puoi serrare le fauci all’orso e alla tigre; ! puoi cavalcare un leone; ! puoi giocare con il cobra; ! con l’alchimia puoi guadagnarti da vivere; ! puoi errare in incognito nell’universo; ! puoi rendere tuoi vassalli gli dèi; ! puoi restare perennemente giovane; ! puoi camminare sulle acque e vivere nel fuoco; ! ma il dominio della mente è migliore e più difficile. ! Nello splendido e fertile stato del Travancore, nell’estremità meridionale dell’India, dove il traffico si svolge lungo i fiumi e i canali, il maharaja assolve ogni anno all’obbligo ereditario di espiare il peccato commesso con le guerre e con l’annessione al Travancore, nel lontano passato, di numerosi minuscoli stati. Per cinquantasei giorni l’anno il maharaja visita il tempio tre volte al giorno, per ascoltare la recitazione di inni e brani vedici; la cerimonia di espiazione termina con il lakshadipam o illuminazione del tempio con centomila luci.

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Tutti gli osservatori greci esprimono commenti sull’assenza della schiavitù in India, un elemento in assoluto contrasto con la struttura della società ellenica. 289

Creative India del prof. Benoy Kumar Sarkar traccia un quadro completo delle conquiste antiche e moderne dell’India nei campi dell’economia, della politica, delle scienze, della letteratura, dell’arte e della filosofia sociale (Lahore, Motilal Banarsi Dass, Publishers, 1937, 714 pp., $5,00). Un altro volume raccomandato è Indian Culture through the Ages, di S.V. Venatesvara (New York, Longmans, Green & Co., $5,00). 257

! Il grande legislatore indù Manu290 ha delineato i doveri di un monarca: «Deve dispensare benefici come Indra (il signore degli dèi); riscuotere le imposte in modo gentile e impercettibile come il sole estrae il vapore dall’acqua; introdursi nella vita dei suoi sudditi come il vento penetra ovunque; garantire un’equa giustizia a tutti come Yama (il dio della morte); legare i trasgressori con un cappio come Varuna (la divinità vedica del cielo e del vento); piacere a tutti come la luna, bruciare i nemici crudeli come il dio del fuoco e sostentare tutti come la dea della terra. ! «In guerra il re non dovrebbe combattere con armi avvelenate o infuocate e neppure uccidere nemici o uomini deboli, impreparati o disarmati, che invocano protezione o sono in fuga. Dovrebbe fare ricorso alla guerra solo quale ultima risorsa. In guerra i risultati sono sempre incerti». ! La provincia di Madras, sulla costa sud-orientale dell’India, comprende l’ampia e pianeggiante città costiera di Madras e Conjeeveram, la Città d’oro, capitale del regno della dinastia Pallava i cui sovrani governarono nei primi secoli dell’era cristiana. Nella moderna provincia di Madras, gli ideali non violenti del Mahatma Gandhi hanno ottenuto vasto consenso; i caratteristici “berretti alla Gandhi” di colore bianco si vedono ovunque. Nel sud, in generale, il Mahatma è riuscito a ottenere importanti riforme a favore degli “intoccabili” sia in campo religioso che nel sistema delle caste. ! Il sistema castale delle origini, elaborato dal grande legislatore Manu, era ammirevole. Egli comprese chiaramente che gli uomini si distinguono per naturale evoluzione in quattro grandi classi: quelli capaci di prestare il proprio servizio alla società mediante il lavoro fisico (Sudra); quelli che la servono con la mente, l’abilità tecnica, l’agricoltura, i mestieri, il commercio, la vita degli affari in generale (Vaisya); quelli i cui talenti sono di tipo amministrativo, direttivo e di difesa, ossia i governanti e i guerrieri (Kshatriya); quelli di natura contemplativa, spiritualmente ispirati e ispiratori (Bramini). «Né la nascita né i sacramenti né lo studio né il lignaggio possono decidere se una persona è nata due volte (ossia se è un bramino)» si afferma nel Mahabharata. «Solo il carattere e la

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Manu è il legislatore universale, non soltanto della società indù, ma del mondo intero. Tutti i sistemi di saggia regolamentazione sociale e persino di giustizia prendono le mosse da Manu. Nietzsche gli ha reso il seguente tributo: «Non conosco alcun libro in cui siano state dette cose altrettanto delicate e gentili sulla donna di quelle contenute nel Codice di Manu; quei santi e attempati vegliardi mostrano una galanteria nei confronti delle signore che resta forse ineguagliabile ... Un’opera superiore d’incomparabile ingegno ... colma di nobili valori, animata da un sentimento di perfezione che dice di sì alla vita e da un senso trionfante di benessere verso se stessi e la vita; il sole risplende sull’intero libro». 258

condotta possono deciderlo».291 Manu insegnò alla società a mostrare rispetto verso i propri membri in relazione alla loro saggezza, virtù, età, parentela o, in ultima istanza, ricchezza. Nell’India vedica le ricchezze venivano sempre disprezzate se accumulate avidamente o non utilizzate per scopi caritatevoli. Alle persone ingenerose, anche se molto abbienti, veniva assegnato un basso rango nella società. ! Gravi mali insorsero quando il sistema delle caste si irrigidì, nel corso dei secoli, fino a diventare un opprimente vincolo ereditario. Alcuni riformatori come Gandhi e gli appartenenti a numerosi movimenti sociali in India stanno compiendo attualmente lenti ma sicuri progressi nel ristabilire gli antichi valori di casta, basati esclusivamente sulle qualità naturali e non sulla nascita. Ogni nazione della terra deve affrontare ed eliminare il proprio specifico karma, fonte di sofferenza; anche l’India, con il suo spirito versatile e invincibile, si dimostrerà all’altezza del suo compito di riforma delle caste. ! L’India meridionale è talmente suggestiva che Wright e io avremmo desiderato molto prolungare la nostra idilliaca permanenza, ma il tempo, con la sua implacabile insolenza, non ci concesse alcun gentile rinvio. A breve era previsto il mio intervento alla sessione conclusiva del Congresso filosofico indiano all’Università di Calcutta. Al termine della visita a Mysore, ebbi il piacere di conversare con Sir C.V. Raman, presidente dell’Accademia indiana delle scienze. Questo brillante fisico indù aveva ricevuto il Premio Nobel nel 1930 per la sua importante scoperta sulla diffusione della luce: l’effetto Raman, ormai noto a qualsiasi studente. ! Dopo aver salutato a malincuore una folla di allievi e amici di Madras, Wright e io partimmo per il nord. Durante il viaggio sostammo presso un piccolo santuario dedicato alla memoria di Sadasiva Brahman,292 la cui vita, svoltasi nel diciottesimo secolo, è colma di innumerevoli miracoli. Un tempio più grande dedicato a Sadasiva, situato a Nerur ed eretto a opera del raja di Pudukkottai, è un luogo di pellegrinaggio in cui si sono verificate numerose guarigioni divine. 291

«Originariamente, l’appartenenza a una di queste quattro caste non dipendeva dalla nascita di una persona, ma dalle capacità naturali che essa dimostrava in base all’obiettivo che si proponeva di raggiungere nella vita» si dice in un articolo pubblicato su East-West nel gennaio 1935. «Tale obiettivo poteva essere: 1) kama, desiderio, attività della vita dei sensi (stadio Sudra); 2) artha, guadagno, appagamento ma anche controllo dei desideri (stadio Vaisya); 3) dharma, autodisciplina, vita di responsabilità e retta azione (stadio Kshatriya); 4) moksha, liberazione, vita dedicata alla spiritualità e all’insegnamento religioso (stadio Bramino). Le quattro caste rendono servizio all’umanità rispettivamente mediante: 1) il corpo; 2) la mente; 3) la forza di volontà; 4) lo Spirito. ! «I quattro stadi trovano corrispondenza negli eterni guna, ossia nelle qualità della natura, tamas, rajas e sattva: ostruzione, attività ed espansione; oppure massa, energia e intelligenza. Le quattro caste naturali sono caratterizzate dai seguenti guna: 1) tamas (ignoranza); 2) tamas-rajas (mescolanza di ignoranza e attività); 3) rajas-sattva (mescolanza di retta azione e illuminazione); 4) sattva (illuminazione). La natura ha pertanto caratterizzato ogni uomo con una determinata casta a seconda della predominanza in lui di uno dei guna o di una mescolanza di due di essi. Ovviamente, ogni essere umano è dotato di tutti e tre i guna in misura variabile. Il guru sarà in grado di stabilire correttamente la casta a cui appartiene una persona, ovvero il suo stadio evolutivo. ! «In una certa misura, tutte le razze e tutte le nazioni si attengono in pratica, se non in teoria, alle caratteristiche di casta. Laddove vige grande licenza o la cosiddetta libertà, in particolare nei matrimoni misti fra gli estremi delle caste naturali, la razza tende a degenerare e a estinguersi. Nella Purana Samhita la discendenza frutto di tali unioni viene paragonata a ibridi sterili, come il mulo che è incapace di perpetuare la propria specie. Le specie artificiali finiscono con l’essere eliminate. La Storia fornisce abbondanti testimonianze di molte grandi razze che non hanno più alcun rappresentante vivente. Il sistema delle caste in India viene considerato dai più profondi pensatori indiani come quel mezzo per limitare o prevenire la licenza che ha preservato finora la purezza della razza perpetuandola nel corso di millenni di vicissitudini, mentre altre razze sono scomparse nell’oblio». 292

 Il suo titolo completo era Sri Sadasivendra Saraswati Swami. L’illustre successore nella linea di Shankara, Jagadguru Sri Shankaracharya di Sringeri Math, scrisse un’ispirata ode dedicata a Sadasiva. Nel numero di luglio 1942 della rivista East-West è stato pubblicato un articolo sulla vita di Sadasiva. 259

! Su Sadasiva, maestro assai amabile e illuminato, circolano ancora molti racconti curiosi presso gli abitanti dei villaggi dell’India meridionale. Immerso un giorno nel samadhi sulla riva del fiume Kaveri, Sadasiva fu visto mentre veniva trascinato via da una piena improvvisa. Dopo alcune settimane fu ritrovato sepolto profondamente sotto un cumulo di terra. Quando le vanghe dei contadini urtarono il suo corpo, il santo si alzò e, a passo lesto, se ne andò. ! Sadasiva non diceva mai neppure una parola e non portava vesti. Un mattino lo yogi nudo entrò senza cerimonie nella tenda di un capo maomettano. Le sue mogli strillarono allarmate; il guerriero inferse un selvaggio colpo di spada a Sadasiva, mozzandogli un braccio. Il maestro se ne andò con noncuranza. Sopraffatto dai rimorsi, il maomettano raccolse dal pavimento il braccio e rincorse Sadasiva. Lo yogi, tranquillamente, riattaccò il braccio al moncone sanguinante. Quando il guerriero, umilmente, chiese di ricevere qualche insegnamento spirituale, Sadasiva scrisse con il dito sulla sabbia: ! «Non fare ciò che vuoi: allora potrai fare ciò che ti pare». ! Il maomettano fu innalzato a uno stato mentale di grande elevazione e comprese così che il paradossale suggerimento del santo indicava come raggiungere la libertà dell’anima attraverso il dominio dell’ego. ! I bambini del villaggio una volta, alla presenza di Sadasiva, espressero il desiderio di assistere alla festività religiosa di Madura, a 240 chilometri di distanza. Lo yogi indicò ai piccini di toccargli il corpo e, miracolosamente, l’intero gruppo fu all’istante trasportato a Madura. I bambini passeggiarono allegramente fra migliaia di pellegrini. Poche ore dopo, lo yogi riportò a casa i piccoli a lui affidati con il suo semplice mezzo di trasporto. I genitori, stupefatti, udirono i vividi racconti della processione delle effigi e notarono che parecchi bambini recavano pacchetti di dolci di Madura. ! Un giovane incredulo derise il santo e il racconto dell’accaduto. Il mattino seguente si avvicinò a Sadasiva. ! «Maestro» disse sprezzante «perché non mi portate alla festa, come avete fatto ieri con gli altri ragazzi?». ! Sadasiva acconsentì; immediatamente il giovane si ritrovò fra la folla di quella lontana città. Ma, ahimè, dov’era il santo quando si trattò di ritornare? Il giovane rincasò, stremato, con l’antico e prosaico mezzo di locomozione dei propri piedi. !

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CAPITOLO: 42 !

Gli ultimi giorni con il mio Guru

! «Guruji, sono contento di trovarvi solo questa mattina». Ero appena arrivato all’ashram di Serampore, portando con me un fragrante carico di frutta e di rose. Sri Yukteswar mi rivolse uno sguardo mite. ! «Qual è la domanda che volevi farmi?». Il Maestro si guardò attorno nella stanza quasi cercasse una via di scampo. ! «Guruji, venni da voi che ero ancora studente liceale; ora sono un uomo adulto, perfino con qualche capello grigio. Benché fin dall’inizio abbiate sempre riversato su di me il vostro silenzioso affetto, vi siete accorto che soltanto una volta, il giorno del nostro primo incontro, mi avete detto: “Ti voglio bene”?». Lo guardai implorante. ! Il Maestro abbassò lo sguardo. «Yogananda, devo portare nella fredda sfera del discorso i caldi sentimenti che si custodiscono meglio nel silenzio del cuore?». ! «Guruji, so che mi amate, ma i miei orecchi mortali anelano a sentirvelo dire». ! «Sia come vuoi. Durante la mia vita coniugale, spesso desiderai ardentemente un figlio maschio da istruire sul sentiero dello yoga. Quando tu entrasti nella mia vita, però, mi sentii appagato: in te ho trovato mio figlio». Due lacrime cristalline brillarono negli occhi di Sri Yukteswar. «Yogananda, ti amerò sempre». ! «La vostra risposta è il mio passaporto per il paradiso». Sentii il cuore alleggerirsi di un peso, che si dissolveva per sempre alle sue parole. Spesso il suo silenzio mi aveva lasciato perplesso. Pur sapendo che egli era compassato e schivo, talvolta temevo di non essere riuscito a soddisfarlo appieno. La sua era una natura particolare, che non poteva mai essere conosciuta del tutto; una natura profonda e pacata, imperscrutabile per il mondo esterno, i cui valori egli aveva già da tempo trasceso. ! Qualche giorno dopo, quando parlai di fronte a un immenso pubblico alla Albert Hall di Calcutta, Sri Yukteswar acconsentì a sedere accanto a me sul palco, insieme al maharaja di Santosh e al sindaco di Calcutta. Anche se dal Maestro non ebbi alcun commento, guardandolo di tanto in tanto durante il mio discorso mi parve di cogliere uno scintillio di soddisfazione nei suoi occhi. ! Tenni poi un discorso davanti agli ex studenti dell’Università di Serampore. Mentre posavo lo sguardo sui miei compagni di un tempo ed essi guardavano il loro “Monaco matto”, lacrime di gioia scorrevano senza pudore. Il mio professore di filosofia, il dottor Ghoshal, celebre per la sua eloquenza, venne a salutarmi; le nostre passate incomprensioni si erano ormai dissolte sotto l’azione del Tempo, grande alchimista. ! Alla fine di dicembre fu celebrata la festa per il solstizio d’inverno nell’ashram di Serampore. Come sempre, i discepoli di Sri Yukteswar si riunirono giungendo dai luoghi più lontani. I sankirtan devozionali, gli assolo della voce dolce e melodiosa di Kristo-da, il banchetto servito dai giovani discepoli, il discorso profondamente commovente tenuto dal Maestro sotto le stelle nel gremito cortile dell’ashram: quanti ricordi! Gioiose festività celebrate in anni ormai lontani! Quella notte, tuttavia, ci attendeva una novità. ! «Yogananda, ti prego di tenere un discorso all’assemblea: in inglese». Al Maestro brillavano gli occhi mentre avanzava questa richiesta doppiamente inusuale; stava forse pensando al critico frangente che aveva preceduto la mia prima conferenza in inglese a bordo della nave? Raccontai l’episodio alla platea dei miei condiscepoli, terminando con un fervente tributo al nostro guru. ! «La sua guida onnipresente mi ha accompagnato non soltanto sul bastimento che solcava l’oceano» conclusi «ma ogni giorno, nei quindici anni trascorsi nella vasta e ospitale terra d’America». ! Dopo che gli ospiti se ne furono andati, Sri Yukteswar mi chiamò in quella stessa camera da letto in cui – una sola volta, dopo una festività analoga nei miei anni di gioventù 261

– mi era stato permesso di dormire sul suo letto di legno. Quella notte il mio guru vi sedeva quietamente, con un semicerchio di discepoli ai suoi piedi. Sorrise quando entrai prontamente nella stanza. ! «Yogananda, parti subito per Calcutta? Ti prego, torna qui domani. Ho alcune cose da dirti». ! Il pomeriggio successivo, con poche, semplici parole di benedizione, Sri Yukteswar mi conferì l’ulteriore titolo monastico di Paramhansa.293 ! «Esso sostituisce ora formalmente il tuo precedente titolo di swami» disse mentre mi inginocchiavo dinanzi a lui. Sorrisi in cuor mio, pensando all’arduo sforzo che avrebbero fatto i miei allievi americani per pronunciare la parola Paramhansaji.294 ! «Il mio compito sulla terra è ormai terminato; tocca a te proseguire». Il Maestro parlava pacatamente, con occhi calmi e soavi. Il mio cuore palpitava di paura. ! «Ti prego di inviare qualcuno ad assumere la guida del nostro ashram di Puri» continuò Sri Yukteswar. «Lascio tutto nelle tue mani. Sarai capace di condurre con successo la nave della tua vita e dell’organizzazione fino alle sponde divine». ! In lacrime, abbracciavo i suoi piedi; egli si alzò e mi benedisse teneramente. ! Il giorno seguente mandai a chiamare da Ranchi un discepolo, Swami Sebananda, e lo inviai a Puri ad assumere la direzione dell’ashram.295 Poi il mio guru affrontò con me i dettagli legali relativi alla destinazione delle sue proprietà; gli premeva evitare che, dopo la sua morte, insorgessero controversie legali da parte di suoi congiunti per il possesso dei due ashram e di altri beni che egli desiderava fossero devoluti solo a scopi benefici. ! «Di recente erano stati fatti preparativi per una visita del Maestro a Kidderpore,296 ma egli non ci è andato» mi fece notare Amulaya Babu, un condiscepolo, un pomeriggio; sentii un freddo brivido premonitore. Alle mie domande pressanti, Sri Yukteswar si limitò a rispondere: «Non andrò più a Kidderpore». Per un attimo, il Maestro tremò come un bimbo spaventato. ! («L’attaccamento alla residenza corporea, che è connaturato [ossia che deriva da radici immemori, da precedenti esperienze di morte]»297 scrive Patanjali «è presente in lieve misura persino nei grandi santi».298 In alcuni suoi discorsi sulla morte, il mio guru era solito aggiungere: «Proprio come un uccello rimasto a lungo prigioniero in gabbia esita a lasciare la sua dimora abituale quando si apre la porta»). ! «Guruji» lo scongiurai singhiozzando «non dite questo! Non pronunciate mai più queste parole davanti a me!». ! Il viso di Sri Yukteswar si rilassò in un sorriso pacifico. Benché fosse prossimo al suo ottantunesimo compleanno, egli appariva sano e vigoroso.

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Letteralmente: param, “il più elevato”; hansa, “cigno”. L’hansa è rappresentato nelle Scritture come veicolo di Brahma, Spirito Supremo; in quanto simbolo di discriminazione, si ritiene che il bianco cigno hansa sia capace di separare il vero nettare, o soma, da una miscela di latte e acqua. Ham-sa (si pronuncia hongso) sono due sillabe sacre in sanscrito che possiedono un collegamento vibratorio con l’inspirazione e l’espirazione. Aham-Sa significa letteralmente “Io sono Lui”. 294

Essi hanno generalmente eluso la difficoltà chiamandomi sir, “signore”.

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Presso l’ashram di Puri, Swami Sebananda dirige tuttora una piccola e fiorente scuola di yoga per fanciulli e alcuni gruppi di meditazione per adulti. Vengono organizzati periodicamente convegni di saggi e studiosi. 296

Un quartiere di Calcutta.

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Parentesi quadra dell’Autore. (N.d.C.)

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Aforismi ii,9. 262

! Crogiolandomi, giorno dopo giorno, al sole dell’amore del mio guru, inespresso a parole ma vivamente sentito, scacciai dalla mia mente conscia le varie allusioni che egli aveva fatto al suo imminente trapasso. ! «Signore, il Kumbha Mela si terrà questo mese ad Allahabad». Mostrai al Maestro le date del mela in un almanacco bengalese.299 ! «Vuoi andarci davvero?». ! Non cogliendo la riluttanza di Sri Yukteswar a lasciarmi andare, proseguii: «Una volta voi foste benedetto dall’incontro con Babaji a un ! kumbha ad Allahabad. Forse questa volta avrò io la fortuna di vederlo». ! «Non penso che lo incontrerai lì». Il mio guru si immerse quindi nel silenzio, non volendo interferire con i miei programmi. ! Quando, il giorno dopo, partii per Allahabad con un piccolo gruppo, il Maestro mi benedisse serenamente nel suo modo abituale. A quanto pare, continuavo a ignorare le implicazioni del contegno di Sri Yukteswar poiché il Signore desiderava che mi fosse risparmiata l’esperienza di dover assistere impotente al trapasso del mio guru. Mi è sempre accaduto nella vita che, al momento della morte delle persone a me più care, Dio, nella Sua compassione, abbia fatto sì che io mi trovassi lontano dalla scena.300 ! La nostra comitiva giunse al Kumbha Mela il 23 gennaio 1936. La folla traboccante di quasi due milioni di persone fu uno spettacolo straordinario, persino soverchiante. Il tratto peculiare del popolo indiano è l’innata riverenza, persino nel contadino più semplice, verso i valori dello Spirito e verso i monaci e i sadhu che hanno rinunciato ai vincoli terreni per ricercare un ancoraggio più profondo nel divino. Vi sono, in effetti, anche impostori e ipocriti, ma l’India rispetta tutti, per riguardo nei confronti di quei pochi che illuminano l’intero Paese con superne benedizioni. Agli occidentali che assistevano a quel vasto spettacolo si offriva un’opportunità irripetibile di percepire il battito pulsante del Paese, quell’ardore spirituale a cui l’India deve la propria inestinguibile vitalità di fronte ai colpi inferti dal tempo. ! Il primo giorno trascorse per il nostro gruppo in stupefatta osservazione. Da una parte si vedevano innumerevoli fedeli che si bagnavano immergendosi nel sacro fiume per ottenere la remissione dei peccati; dall’altra venivano celebrati i solenni rituali del culto; poco più avanti venivano elargite offerte devozionali ai piedi polverosi dei santi; bastava voltare il capo per scorgere una fila di elefanti, cavalli bardati e cammelli del Rajputana che procedevano allineati a passo lento, e ancora una pittoresca sfilata religiosa di sadhu nudi che agitavano scettri d’oro e d’argento oppure bandiere e vessilli di velluto di seta. ! Anacoreti vestiti solo di una fascia attorno ai fianchi sedevano silenziosamente a piccoli gruppi, con il corpo cosparso di cenere a protezione sia dal caldo che dal freddo. 299

I mela religiosi vengono menzionati già nel Mahabharata. Il viaggiatore cinese Hieuen Tsiang ci ha lasciato la descrizione di un grande Kumbha Mela che si svolse nel 644 d.C. ad Allahabad. Il mela più importante in assoluto si svolge ogni dodici anni; quello successivo in ordine di importanza (Ardha o mezzo) ogni sei. Mela minori si tengono ogni tre anni, richiamando all’incirca un milione di fedeli. Le quattro città sacre per i mela sono Allahabad, Hardwar, Nasik e Ujjain. ! Gli antichi viaggiatori cinesi ci hanno lasciato molte immagini straordinarie della società indiana. Il sacerdote cinese Fa-Hsien ha fornito un resoconto degli undici anni che trascorse in India durante il regno di Chandragupta II (all’inizio del quarto secolo). L’autore cinese scrive: «In tutto il Paese non vi è nessuno che uccida alcun essere vivente o beva vino ... Essi non allevano maiali né pollame; non vi è commercio di bestiame né vi sono macellai o distillerie. Stanze con letti e materassi, cibo e vestiti sono forniti immancabilmente ai sacerdoti residenti e itineranti e ciò avviene in tutti i luoghi. I sacerdoti si occupano della benevola cura delle anime e di liturgie con canti religiosi oppure siedono in meditazione». Fa-Hsien riferisce che il popolo indiano era felice e onesto; la pena capitale era sconosciuta. 300

Non assistetti alla morte di mia madre, di mio fratello maggiore Ananta, di mia sorella maggiore Roma, del Maestro, di mio padre e di molti discepoli a me assai cari. (Mio padre si è spento a Calcutta nel 1942, all’età di ottantanove anni). 263

L’occhio spirituale era segnato vividamente sulla loro fronte con un’unica macchia di pasta di legno di sandalo. A migliaia comparivano gli swami col capo rasato, la veste color ocra, il bastone di bambù e la ciotola della questua. I loro volti irradiavano la pace del rinunciante, mentre passeggiavano o dibattevano questioni filosofiche con i discepoli. ! Qua e là sotto gli alberi, attorno a enormi cataste di tronchi che bruciavano, vi erano pittoreschi sadhu301 con i capelli aggrovigliati e avvolti a spirale in cima alla testa. Alcuni avevano barbe lunghissime, arricciate e annodate all’estremità. Essi meditavano quietamente o stendevano le mani in gesto di benedizione verso la folla di passanti, composta da mendicanti, maharaja seduti su elefanti, donne avvolte in sari multicolori con i bracciali e le cavigliere tintinnanti, fachiri dalle braccia sottili tenute grottescamente sollevate, brahmachari che trasportavano sostegni per i gomiti usati in meditazione e umili saggi il cui atteggiamento solenne celava la beatitudine interiore. A sovrastare il fragore si udiva l’incessante richiamo delle campane dei templi. ! La yogini Shankari Mai Jiew, unica discepola vivente del grande Trailanga Swami. La persona con il turbante seduta direttamente dietro a lei è Swami Benoyananda, uno dei direttori della nostra scuola maschile ispirata allo yoga a Ranchi, nel Bihar. La fotografia è stata scattata al Kumbha Mela di Haridwar nel 1938; la santa aveva allora 112 anni. ! (A SINISTRA) Krishnananda al Kumbha Mela del 1936 ad Allahabad, con la sua leonessa v e g e t a r i a n a addomesticata. (A DESTRA) La terrazza al secondo piano dell’ashram di Sri Yukteswar a Serampore, dove si consumavano i pasti. Io siedo (al centro) ai piedi del mio guru. 301

Le centinaia di migliaia di sadhu indiani fanno capo a un comitato direttivo di sette leader che rappresentano sette grandi aree dell’India. L’attuale mahamandaleswar, o presidente, è Joyendra Puri. Questo sant’uomo è estremamente riservato e spesso limita il suo discorso a tre sole parole: Verità, Amore e Lavoro. Una conversazione più che sufficiente! 264

! Nella nostra seconda giornata al mela mi recai insieme ai miei compagni in vari ashram e ricoveri temporanei, in cui offrimmo il nostro pronam a pii personaggi. Ricevemmo la benedizione del capo del ramo Giri dell’Ordine degli swami, un monaco magro e ascetico con sorridenti occhi fiammeggianti. La nostra visita successiva ci condusse a un ashram il cui guru osservava da nove anni il voto del silenzio e una dieta esclusivamente a base di frutta. Sul palco centrale della sala principale dell’ashram sedeva un sadhu cieco, Pragla Chakshu, profondo conoscitore degli shastra che godeva di alta considerazione presso tutti i gruppi religiosi. ! Dopo che ebbi tenuto un breve discorso in hindi sul Vedanta, il nostro gruppo lasciò il quieto ashram per andare a salutare uno swami che si trovava lì vicino, Krishnananda, un monaco aitante dalle guance rosee e dalle spalle imponenti. Coricata accanto a lui vi era una leonessa addomesticata. Cedendo al fascino spirituale del monaco – e non, ne sono certo, al suo fisico possente! – l’animale della giungla rifiuta ogni tipo di carne in cambio di riso e latte. Lo swami ha insegnato alla fiera di colore bruno fulvo a emettere il suono dell’Aum con un ringhio basso e piacevole all’udito: un devoto felino! ! Il nostro incontro successivo, il colloquio con un giovane sadhu molto colto, è ben descritto nel brillante diario di viaggio di Wright. ! «Abbiamo attraversato con la Ford il Gange bassissimo su uno scricchiolante ponte di barche; procedendo sinuosamente tra la folla e percorrendo viuzze strette e tortuose, abbiamo oltrepassato il punto della riva del fiume indicatomi da Yoganandaji come luogo d’incontro di Babaji e Sri Yukteswarji. Smontati dall’auto poco dopo, abbiamo camminato per un po’ tra il fumo denso dei fuochi dei sadhu e sulle sabbie scivolose, fino a raggiungere un gruppetto di minuscole capanne di fango e paglia, d’aspetto assai modesto. Ci siamo fermati di fronte a uno di questi alloggi provvisori e insignificanti, con un ingresso da pigmeo, privo di porta: era il rifugio di Kara Patri, un giovane sadhu peregrinante, noto per la sua eccezionale intelligenza. Egli sedeva a gambe incrociate su una pila di paglia e aveva quale unica coperta e, incidentalmente, quale unico possedimento, un panno color ocra avvolto attorno alle spalle. ! «Un volto davvero divino ci sorrise dopo che fummo entrati strisciando carponi nella capanna e ci fummo prostrati nel nostro pronam ai piedi di quell’anima illuminata, mentre la lanterna a kerosene all’ingresso proiettava misteriose ombre, tremolanti e danzanti, sulle pareti di paglia. ! «Il suo viso e, in particolare, gli occhi e i denti perfetti splendevano e sfavillavano. Benché non comprendessi una parola di hindi, le espressioni del suo volto erano piuttosto eloquenti: egli era pieno di entusiasmo, amore, gloria spirituale. Nessuno avrebbe potuto dubitare della sua grandezza. ! «Si immagini la vita felice di una persona distaccata dal mondo materiale; una persona libera dai problemi di abbigliamento; libera dalla brama del cibo, che non mendica mai, che tocca cibo cotto solo a giorni alterni, che non porta mai la ciotola dell’elemosina; libera da ogni complicazione economica, che non maneggia mai il denaro, non mette mai nulla da parte, che confida sempre in Dio; libera da preoccupazioni di trasporto, che non viaggia mai a bordo di veicoli ma cammina sempre sulle rive dei fiumi sacri; che non rimane in un luogo per più di una settimana per evitare qualsiasi attaccamento. ! «Un’anima così modesta, nonostante la sua inusuale erudizione nei Veda e una laurea con il titolo di Shastri (maestro delle Scritture) dell’Università di Benares! Un sentimento sublime mi pervase mentre sedevo ai suoi piedi; tutto sembrava giungere in risposta al mio desiderio di vedere l’India vera, quella antica, poiché egli è un autentico rappresentante di questa terra di giganti spirituali». ! Rivolsi a Kara Patri qualche domanda sulla sua vita errabonda. «Non avete altri abiti per l’inverno?». ! «No, questo è sufficiente». ! «Portate con voi dei libri?». 265

! «No, insegno a memoria a chi desidera ascoltarmi». ! «Che cos’altro fate?». ! «Vago lungo il Gange». ! A queste parole pacate, fui colto da un acuto senso di nostalgia per la semplicità della sua vita. Mi tornarono alla mente l’America e tutte le responsabilità che gravavano sulle mie spalle. ! «No, Yogananda» pensai tristemente per un momento in questa vita non ti è consentito vagare lungo il Gange». ! Dopo che il sadhu mi ebbe riferito alcune delle sue realizzazioni spirituali, gli feci una domanda a bruciapelo. ! «State traendo queste descrizioni dall’erudizione scritturale o dall’esperienza interiore?». ! «Per metà dalla conoscenza appresa sui libri» rispose con un sorriso franco «e per metà dall’esperienza». ! Per un po’ restammo felicemente immersi nel silenzio della meditazione. Dopo aver lasciato la sacra presenza del sadhu, dissi a Wright: «È un re seduto su un trono di paglia d’oro». ! Quella sera consumammo la nostra cena sui campi del mela, sotto le stelle, mangiando su piatti di foglie tenute insieme da bastoncini. In India il lavaggio dei piatti è ridotto al minimo! ! Altri due giorni di affascinante kumbha e poi ci dirigemmo a nordovest, lungo le rive dello Jumna, fino ad Agra. Ancora una volta contemplai il Taj Mahal; nel ricordo avevo accanto Jitendra, estasiato da quel sogno marmoreo. Proseguimmo poi verso l’ashram di Swami Keshabananda a Brindaban. ! Lo scopo che mi proponevo andando a trovare a Keshabananda era collegato a questo libro. Non avevo mai dimenticato la richiesta di Sri Yukteswar di narrare la vita di Lahiri Mahasaya. Durante il mio soggiorno in India cercavo di cogliere ogni occasione per prendere contatti con i discepoli diretti e i familiari dello Yogavatar. Registrando le conversazioni in voluminosi appunti, verificavo i fatti e le date e raccoglievo fotografie, vecchie lettere e documenti. La mia cartella di materiale su Lahiri Mahasaya cominciava a gonfiarsi; mi accorsi con sgomento dell’immane sforzo che una simile opera avrebbe richiesto. Pregai di riuscire a essere all’altezza del mio compito di biografo del colossale guru. Molti dei suoi discepoli temevano che, in una narrazione scritta, il loro maestro potesse venire sminuito o interpretato in modo erroneo. ! «È praticamente impossibile rendere onore, con le fredde parole, alla vita di un’incarnazione divina» mi aveva fatto notare una volta Panchanon Bhattacharya. ! Anche altri discepoli vicini al Maestro erano paghi di mantenere lo Yogavatar celato nei loro cuori come precettore immortale. Ciò nonostante, memore della predizione di Lahiri Mahasaya sulla propria biografia, non risparmiai gli sforzi per riuscire a raccogliere e ad accertare i dati della sua esistenza esteriore. ! Swami Keshabananda accolse calorosamente la nostra comitiva a Brindaban nel suo ashram Katayani Peith, un imponente edificio di mattoni con massicce colonne nere, immerso in un bellissimo giardino. Egli ci introdusse subito in un soggiorno ornato da un ingrandimento della foto di Lahiri Mahasaya. Lo swami era ormai prossimo ai novant’anni, ma il suo corpo muscoloso irradiava forza e salute. Con i lunghi capelli e la barba candida, gli occhi scintillanti di gioia, egli era la vera incarnazione del patriarca. Lo informai che avevo intenzione di citare il suo nome nel mio libro sui maestri dell’India. ! «Vi prego, raccontatemi qualcosa del vostro passato». Gli sorrisi implorante; spesso i grandi yogi non sono affatto comunicativi. ! Keshabananda fece un gesto d’umiltà. «Vi è ben poco di rilevante dal punto di vista esteriore. In pratica, tutta la mia vita è trascorsa nelle solitudini dell’Himalaya, viaggiando a piedi da una grotta isolata a un’altra. Per un certo periodo ebbi un piccolo ashram alla 266

periferia di Hardwar, circondato da ogni lato da un boschetto di alti alberi. Era un luogo di pace, poco visitato dai viaggiatori a causa dei cobra onnipresenti». Keshabananda ridacchiò. «In seguito, un’inondazione del Gange trascinò via con sé sia l’ashram che i cobra. I miei discepoli mi aiutarono allora a costruire questo ashram a Brindaban». ! Un membro del nostro gruppo chiese allo swami come si fosse protetto dalle tigri himalayane.302 ! Keshabananda scosse la testa. «A quelle elevate altitudini spirituali» egli disse «le bestie feroci molestano raramente gli yogi. Una volta, nella giungla, mi imbattei faccia a faccia con una tigre. Alla mia esclamazione improvvisa l’animale si immobilizzò, rimanendo come impietrito». Ancora una volta lo swami rise sommessamente, nel ricordo. ! «Di tanto in tanto lasciavo il mio eremitaggio per far visita al mio guru a Benares. Egli era solito scherzare con me sul mio peregrinare incessante nelle regioni selvagge dell’Himalaya. ! «“Tu hai il marchio dello spirito vagabondo sul piede” mi disse una volta. “Sono lieto che le sacre regioni dell’Himalaya siano sufficientemente vaste da continuare ad avvincerti”. ! «Molte volte» proseguì Keshabananda «sia prima che dopo il suo trapasso, Lahiri Mahasaya mi è apparso in carne e ossa. Nessuna altitudine himalayana è inaccessibile per lui!». ! Due ore più tardi egli ci condusse sulla veranda dove venivano serviti i pasti. Sospirai in silenzioso sconforto. Un altro pasto da quindici portate! In meno di un anno di ospitalità indiana ero aumentato di 23 chili! Tuttavia, sarebbe stato considerato un gesto di estrema scortesia rifiutare anche una sola delle pietanze preparate con tanta cura per gli interminabili banchetti in mio onore. In India (e in nessun altro luogo, ahimè!) uno swami ben pasciuto è considerato una piacevole visione.303 ! Dopo la cena, Keshabananda mi condusse in un angolo appartato. ! «Il tuo arrivo non è inatteso» disse. «Ho un messaggio per te». ! Rimasi sorpreso; nessuno era al corrente del mio progetto di far visita a Keshabananda. ! «Mentre vagabondavo, l’anno scorso, nella regione settentrionale dell’Himalaya vicino a Badrinarayan» continuò lo swami «mi perdetti. Trovai rifugio in una grotta spaziosa, che era vuota, benché alcuni tizzoni ardenti bruciassero ancora in una fossa del pavimento roccioso. Domandandomi chi mai fosse l’occupante di quel ritiro solitario, mi sedetti accanto al fuoco, con lo sguardo fisso sull’ingresso della caverna illuminato dal sole. ! «“Keshabananda, sono contento che tu sia qui”. Queste parole provenivano da dietro di me. Mi voltai, trasalendo, e rimasi folgorato alla vista di Babaji! Il grande guru si era materializzato in un recesso della grotta. Esultante nel rivederlo dopo tanti anni, mi prostrai ai suoi santi piedi. ! «“Sono stato io a chiamarti qui” proseguì Babaji. “È per questo che hai perduto la strada e sei stato guidato fino alla mia dimora temporanea in questa grotta. È trascorso parecchio tempo dal nostro ultimo incontro. Sono lieto di salutarti ancora una volta”.

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A quanto pare vi sono molti metodi per ingannare le tigri. Un esploratore australiano, Francis Birtles, ha raccontato di aver trovato le giungle indiane «varie, belle e sicure». Il suo stratagemma per l’incolumità era la carta moschicida. «Ogni notte spargevo una grande quantità di fogli attorno al mio accampamento e non sono mai stato disturbato» spiegava. «La ragione è psicologica. La tigre è un animale di grande e consapevole dignità. Si aggira e sfida l’uomo fino a quando si imbatte nella carta moschicida, allora fila via. Nessuna tigre dignitosa oserebbe affrontare un essere umano dopo essersi accovacciata su un foglio di carta moschicida appiccicoso!». 303

Dopo essere ritornato in America persi circa 30 chili. 267

! «Il maestro immortale mi benedisse con alcune parole di aiuto spirituale e poi aggiunse: “Ti affido un messaggio per Yogananda. Egli ti farà visita al suo ritorno in India. Molte questioni relative al suo guru e ai discepoli ancora viventi di Lahiri terranno Yogananda pienamente occupato. Digli dunque che non lo vedrò questa volta, come egli spera ardentemente; tuttavia, lo vedrò in qualche altra occasione”». ! Rimasi profondamente commosso nel ricevere dalle labbra di Keshabananda questa consolante promessa di Babaji. Una certa amarezza si dissolse dal mio cuore; non ero più crucciato dal fatto che, proprio come aveva lasciato intuire Sri Yukteswar, Babaji non fosse apparso al Kumbha Mela. ! Dopo essere stato ospitato per una notte presso l’ashram, il nostro gruppo si rimise in viaggio per Calcutta il pomeriggio successivo. Percorrendo in auto un ponte sul fiume Jumna, godemmo di una magnifica vista della città di Brindaban proprio nel momento in cui il tramonto incendiava il cielo: una vera e propria fornace di Vulcano a colori sgargianti, che si rifletteva sotto di noi sulle acque calme. ! La spiaggia dello Jumna è benedetta dai ricordi di Krishna fanciullo. Qui egli si dedicava con innocente dolcezza alle sue lila (giochi) con le gopi (fanciulle), quale esemplificazione dell’altissimo amore che esiste sempre fra la divina incarnazione e i suoi devoti. La vita del Signore Krishna è stata interpretata erroneamente da molti commentatori occidentali. Le allegorie delle Scritture sono disorientanti per le menti inclini a interpretarle in modo letterale. Uno spassoso quanto madornale errore commesso da un traduttore può servire a illustrare questo punto. La storia riguarda un ispirato santo medioevale, il ciabattino Ravidas che, attingendo ai semplici termini del proprio mestiere, decantava la gloria spirituale che si cela in tutta l’umanità. ! Sotto la vasta volta blu ! vive la divinità ammantata di pelle. ! Potrebbe sorgere spontaneo un sorriso, udendo la pedestre interpretazione dei versi di Ravidas resa da un autore occidentale: ! «Poi egli costruì una capanna, vi pose un idolo che aveva ! ricavato da un pezzo di pellame e si mise ad adorarlo». ! Ravidas fu un condiscepolo del grande Kabir. Tra i chela più avanzati di Ravidas vi fu la rani di Chitor. Ella invitò un gran numero di bramini a un festeggiamento in onore del suo maestro, ma essi si rifiutarono di mangiare insieme a un umile ciabattino. Mentre sedevano dignitosamente separati per consumare il proprio cibo incontaminato, d’un tratto ciascun bramino si trovò accanto la forma di Ravidas. Questa visione collettiva suscitò un’ampia rinascita spirituale a Chitor. ! Dopo pochi giorni la nostra piccola comitiva giunse a Calcutta. Ansioso di vedere Sri Yukteswar, rimasi deluso nell’udire che egli era partito da Serampore e si trovava a Puri, quasi 500 chilometri a sud. ! «Vieni subito all’ashram di Puri». Questo telegramma fu inviato l’8 marzo da un condiscepolo ad Atul Chandra Roy Chowdhry, uno dei chela del maestro a Calcutta. La notizia del messaggio giunse anche a me; angosciato dalle sue implicazioni, caddi in ginocchio e implorai Dio che la vita del mio guru fosse risparmiata. Quando stavo per uscire dalla casa di mio padre per recarmi a prendere il treno, una voce divina mi parlò interiormente. ! «Non andare a Puri stanotte. La tua preghiera non può essere esaudita». ! «Signore» dissi affranto «Tu non vuoi ingaggiare con me un “braccio di ferro” a Puri, dove saresti costretto a respingere le mie incessanti preghiere per la vita del Maestro. Egli è dunque destinato ad andarsene per svolgere più alti compiti ai Tuoi ordini?». ! Obbedendo al comando interiore, quella notte non partii per Puri. La sera successiva andai a prendere il treno; lungo la strada, alle sette, d’improvviso una nera nuvola astrale

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oscurò il cielo.304 Più tardi, mentre il treno avanzava sferragliando verso Puri, una visione di Sri Yukteswar mi si presentò dinanzi. Egli era seduto, con un’espressione molto grave sul volto e una luce da ogni lato. ! «È tutto finito?». Sollevai le braccia in gesto di supplica. ! Egli annuì, poi lentamente scomparve. ! Il mattino seguente, mentre ero sulla banchina della stazione di Puri sperando ancora nell’impossibile, uno sconosciuto mi si avvicinò e mi disse: ! «Avete saputo che il vostro Maestro se ne è andato?». Mi lasciò senza aggiungere altro; non scoprii mai chi fosse quell’uomo e come avesse saputo dove trovarmi. ! Tramortito, barcollai contro il muro del binario, rendendomi conto che, in vari modi, il mio guru stava cercando di comunicarmi la devastante notizia. In rivolta, la mia anima ribolliva come un vulcano. Quando giunsi all’ashram di Puri ero ormai quasi al collasso. La voce interiore continuava a ripetermi teneramente: «Ritorna in te. Stai calmo». ! Entrai nella stanza dell’ashram dove il corpo del Maestro, che appariva incredibilmente vivo, sedeva nella posizione del loto: era il ritratto della salute e della bellezza. Qualche tempo prima del trapasso, il mio guru aveva avuto un leggero malessere con febbre, ma prima che giungesse il giorno della sua ascesa all’Infinito il suo corpo era guarito completamente. Per quanto continuassi a scrutare le sue care sembianze, non riuscivo a capacitarmi che la vita lo avesse abbandonato. La pelle era liscia e soffice; il volto aveva un’espressione di beata serenità. Egli aveva consapevolmente lasciato il suo corpo nell’ora della mistica chiamata. ! «Il Leone del Bengala se ne è andato!» gridai, sconvolto. ! Celebrai i riti solenni il 10 marzo. Sri Yukteswar fu sepolto305 secondo gli antichi rituali degli swami nel giardino del suo ashram di Puri. Successivamente, i suoi discepoli arrivarono da ogni dove per rendere omaggio al loro guru nella cerimonia in sua memoria svoltasi all’equinozio di primavera. Sull’Amrita Bazar Patrika, il principale quotidiano di Calcutta, furono pubblicati la foto di Sri Yukteswar e il seguente articolo: ! Il rito funebre Bhandara per Srimat Swami Sri Yukteswar Giri Maharaj, di ottantun anni, si è svolto a Puri il 21 marzo. Numerosi discepoli sono giunti a Puri per le celebrazioni. ! Swami Maharaj, uno dei massimi interpreti della Bhagavad Gita, fu un grande discepolo dello Yogiraj Sri Shyama Charan Lahiri Mahasaya di Benares. Swami Maharaj fu il fondatore ! di numerosi centri Yogoda Sat-Sanga (Self-Realization Fellowship) in India e il grande ispiratore del movimento dello yoga introdotto in Occidente da Swami Yogananda, suo principale discepolo. Furono le capacità profetiche e la profonda realizzazione spirituale di Sri Yukteswarji a ispirare Swami Yogananda ad attraversare gli oceani per diffondere in America il messaggio dei maestri dell’India. ! Le sue interpretazioni della Bhagavad Gita e di altre sacre Scritture testimoniano l’approfondita conoscenza da parte di ! Sri Yukteswarji della filosofia sia orientale che occidentale e continuano a fornire spunti rivelatori per comprendere la fondamentale unità fra Oriente e Occidente. Poiché credeva nell’unità di tutte le fedi religiose, Sri Yukteswar Maharaj aveva fondato la Sadhu Sabha (Società dei Santi) con la collaborazione dei leader di varie sette e religioni, al fine

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 Il trapasso di Sri Yukteswar avvenne proprio a quell’ora: alle sette di sera del 9 marzo 1936.

Secondo le consuetudini funerarie, in India la cremazione è prevista per i laici; gli swami e i monaci di altri ordini non vengono cremati ma sepolti (vi sono talvolta delle eccezioni). Si ritiene simbolicamente che i corpi dei monaci siano stati sottoposti a cremazione nel fuoco della saggezza al momento di prendere i voti monastici. 269

di infondere nella religione uno spirito scientifico. In previsione della sua dipartita, egli nominò Swami Yogananda suo successore alla presidenza della Sadhu Sabha. ! L’India è davvero più povera, oggi, per la scomparsa di un uomo di tale grandezza. Possano tutti coloro che ebbero la fortuna di essergli accanto imprimere in se stessi lo spirito autentico della cultura e del sadhana dell’India, che in lui furono personificati. ! Ritornai a Calcutta. Non avendo ancora animo di recarmi all’ashram di Serampore, con le sue sacre memorie, mandai a chiamare Prafulla, il giovane discepolo di Serampore di Sri Yukteswar e diedi disposizioni affinché frequentasse la scuola di Ranchi. ! «Il mattino in cui siete partito per il mela di Allahabad» mi disse Prafulla «il Maestro si è accasciato pesantemente sul divano. ! «“Yogananda se ne è andato!” ha esclamato. “Yogananda se ne è andato!”. Ha aggiunto poi enigmaticamente: “Dovrò dirglielo in qualche altro modo”. Poi è rimasto seduto per ore in silenzio». ! Nelle mie giornate si susseguirono senza tregua conferenze, lezioni, interviste e ritrovi con vecchi amici. Dietro i sorrisi di circostanza e l’incessante attività, una vena di cupi pensieri inquinava il fiume interiore di beatitudine che per tanti anni si era snodato sotto le sabbie di tutte le mie percezioni. ! «Dove se ne è andato quel saggio divino?» urlavo silenziosamente dalle profondità del mio spirito tormentato. ! Non ebbi risposta. ! «È bene che il Maestro abbia completato la sua unione con l’Amato Cosmico» mi assicurava la mente. «Egli brilla eternamente nel regno dell’immortalità». ! «Mai più lo vedrai nella vecchia casa di Serampore» si doleva il mio cuore. «Mai più potrai presentargli i tuoi amici, né potrai dire con orgoglio: “Ecco, qui siede il Jnanavatar dell’India!”». ! Wright fece i preparativi per il ritorno del nostro gruppo in Occidente: avremmo dovuto salpare da Bombay all’inizio di giugno. Nel mese di maggio, al termine di due settimane di banchetti d’addio e discorsi a Calcutta, la signora Bletch, Wright e io partimmo con la Ford per Bombay. Al nostro arrivo le autorità navali ci chiesero di annullare la partenza, in quanto non si riusciva a trovare posto per la Ford, di cui avremmo avuto di nuovo bisogno in Europa. ! «Non importa» dissi mestamente a Wright. «Voglio tornare ancora una volta a Puri». Silenziosamente aggiunsi: «Che le mie lacrime scorrano nuovamente sulla tomba del mio guru». !

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CAPITOLO: 43 !

La resurrezione di Sri Yukteswar

! «Signore Krishna!». La forma gloriosa dell’avatar apparve avvolta da una luce sfolgorante, mentre sedevo nella mia stanza del Regent Hotel di Bombay. Risplendendo sopra il tetto di un alto edificio al di là della strada, l’ineffabile visione mi era apparsa all’improvviso, mentre guardavo fuori dalla lunga finestra aperta, al terzo piano. ! La divina figura mi fece cenno con la mano, sorridendo e muovendo il capo in segno di saluto. Quindi, vedendo che non riuscivo a comprendere esattamente il suo messaggio, il Signore Krishna se ne andò con un gesto di benedizione. Sentendomi meravigliosamente elevato, intuii che si preannunciava un qualche evento spirituale. ! La mia partenza per l’Occidente era stata, per il momento, annullata. Avevo in programma numerose conferenze pubbliche a Bombay prima di tornare, ancora una volta, in visita nel Bengala. ! Seduto sul mio letto nell’albergo di Bombay, alle tre del pomeriggio del 19 giugno 1936 – una settimana dopo la visione di Krishna – fui scosso dalla mia meditazione da una luce beatifica. Davanti ai miei occhi spalancati e stupefatti, l’intera stanza fu trasformata in uno strano mondo e la luce del sole si tramutò in uno splendore superno. ! Ondate di rapimento estatico mi sommersero nel vedere il corpo in carne e ossa di Sri Yukteswar! ! «Figlio mio!». Il Maestro parlava teneramente, sul suo volto un sorriso da ammaliare gli angeli. ! Per la prima volta nella mia vita non m’inginocchiai ai suoi piedi per salutarlo, ma gli andai subito incontro per stringerlo, con slancio quasi famelico, tra le mie braccia. Momento ineguagliabile! L’angoscia dei mesi passati mi sembrò un tributo di poco conto rispetto alla beatitudine che ora scendeva, torrenziale, su di me. ! «Maestro mio, amato del mio cuore, perché mi avete abbandonato?». Farneticavo, nell’eccesso di gioia. «Perché mi avete consentito di andare al Kumbha Mela? Quanto amaramente mi sono rimproverato di avervi lasciato!». ! «Non volevo interferire con la tua gioiosa aspettativa di vedere il luogo di pellegrinaggio in cui avevo incontrato per la prima volta Babaji. Ti ho lasciato solo per breve tempo; non sono forse di nuovo con te?». ! «Ma siete proprio voi, Maestro, lo stesso Leone di Dio? Avete addosso un corpo come quello che ho seppellito sotto le crudeli sabbie di Puri?». ! «Sì, figlio mio, sono lo stesso. Questo è un corpo in carne e ossa. Benché io lo veda etereo, alla tua vista esso è fisico. Dagli atomi cosmici ho creato un corpo interamente nuovo, proprio come quel corpo fisico di sogno cosmico che tu hai deposto sotto le sabbie di sogno a Puri, nel tuo mondo di sogno. Sono risuscitato davvero: non sulla terra, bensì su un pianeta astrale. I suoi abitanti sono maggiormente in grado, rispetto all’umanità terrestre, di soddisfare i miei criteri elevati. Lì, un giorno, verrai anche tu, insieme alle persone evolute da te amate, per restare con me». ! «Guru immortale, ditemi di più!». ! Il Maestro ebbe un breve e gaio risolino. «Ti prego, caro» egli disse «non potresti allentare un po’ la tua stretta?». ! «Solo un poco!». Continuavo a stringerlo, come una piovra, fra le mie braccia. Percepivo lo stesso odore naturale, lieve e fragrante, che era stato caratteristico del suo corpo in precedenza. Il contatto elettrizzante della sua carne divina permane ancora lungo la parte interna delle mie braccia e nei palmi delle mie mani, ogni volta che rievoco quelle ore gloriose. ! «Così come i profeti vengono inviati sulla terra per aiutare gli uomini a esaurire il proprio karma fisico, io ho ricevuto da Dio l’ordine di servire su un pianeta astrale come 271

redentore» spiegò Sri Yukteswar. «Si chiama Hiranyaloka, o “Pianeta astrale illuminato”. Lì sto aiutando gli esseri evoluti a disfarsi del loro karma astrale e a raggiungere così la liberazione dalle rinascite astrali. Gli abitanti di Hiranyaloka sono altamente progrediti dal punto di vista spirituale; tutti hanno acquisito, nella loro ultima incarnazione sulla terra, il potere conferito dalla meditazione di lasciare consapevolmente il corpo fisico al momento della morte. Nessuno può giungere a Hiranyaloka se, sulla terra, non ha superato lo stato del sabikalpa samadhi, accedendo allo stadio superiore del nirbikalpa samadhi.306 ! KRISHNA, L’ANTICO PROFETA DELL’INDIA ! Così un artista moderno ha rappresentato il divino maestro, i cui insegnamenti spirituali nella Bhagavad Gita sono diventati la Bibbia degli indù. Krishna è raffigurato nell’arte indù con una piuma di pavone tra i capelli (simbolo della lila del Signore, il Suo gioco o passatempo creativo) e con il flauto, le cui note ammalianti risvegliano i devoti, uno a uno, dal loro sonno di maya o illusione cosmica. !

! «Gli abitanti di Hiranyaloka hanno già attraversato le sfere astrali ordinarie, dove devono recarsi, al momento della morte, quasi tutti gli esseri provenienti dalla terra; lì essi hanno estinto molti semi delle loro azioni passate nei mondi astrali. Soltanto gli esseri progrediti possono svolgere tale opera di redenzione in modo efficace nei mondi astrali. Quindi, al fine di liberare completamente la loro anima dal bozzolo delle tracce karmiche depositate nei loro corpi astrali, questi esseri superiori sono stati indotti dalla legge cosmica a rinascere con nuovi corpi astrali su Hiranyaloka, il sole o paradiso astrale in cui io sono risuscitato per aiutarli. Su Hiranyaloka vi sono anche esseri altamente evoluti che provengono dal superiore mondo causale, ancora più sottile». ! La mia mente era ormai così perfettamente in sintonia con quella del mio guru che egli mi comunicava le sue immagini-parole in parte verbalmente e in parte per via telepatica. Recepivo quindi assai velocemente le sue idee espresse in forma sintetica.

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Nel sabikalpa samadhi il devoto è progredito spiritualmente fino a uno stato di unione divina interiore, ma riesce a mantenere la propria coscienza cosmica soltanto in una condizione estatica d’immobilità. Grazie alla meditazione continua, egli raggiunge in seguito lo stato superiore del nirbikalpa samadhi, in cui si muove liberamente nel mondo e adempie i propri doveri esteriori senza perdere in alcun modo la piena coscienza di Dio. 272

! «Come hai letto nelle Scritture» proseguì il Maestro «Dio ha racchiuso l’anima umana in tre corpi in ordine successivo: il corpo-idea, o corpo causale; il corpo astrale sottile, sede della natura mentale ed emozionale; il corpo fisico grossolano. Sulla terra gli esseri umani sono dotati dei propri sensi fisici. Gli esseri astrali operano con la propria coscienza, i propri sentimenti e un corpo fatto di vitatroni.307 Gli esseri dotati soltanto di un corpo causale restano nel regno gaudioso delle idee. La mia opera si svolge con gli esseri astrali che si stanno preparando a entrare nel mondo causale». ! «Adorabile Maestro, vi prego, ditemi qualcosa di più sul cosmo astrale». Benché avessi leggermente attenuato la stretta del mio abbraccio, come richiesto da Sri Yukteswar, le mie braccia lo cingevano ancora. Tesoro superiore a ogni altro tesoro, il mio guru che aveva irriso la morte per giungere fino a me! ! «Vi sono molti pianeti astrali, che pullulano di esseri astrali» riprese il Maestro. «Gli abitanti utilizzano velivoli astrali, ossia masse di luce, per spostarsi da un pianeta all’altro a una velocità superiore a quella dell’elettricità e delle energie radioattive. ! «L’universo astrale, formato da varie vibrazioni sottili di luce e colore, è centinaia di volte più vasto del cosmo materiale. L’intera creazione fisica pende come un piccolo cesto solido sotto l’enorme pallone luminoso della sfera astrale. Così come vi sono innumerevoli stelle e soli fisici che vagano nello spazio, vi sono anche infiniti sistemi solari e stellari astrali. I loro pianeti hanno soli e lune astrali, più belli di quelli fisici. I lumi astrali assomigliano all’aurora boreale; l’aurora solare astrale è più scintillante rispetto ai tenui raggi dell’aurora lunare. Il giorno e la notte astrali durano più a lungo di quelli sulla terra. ! «Il mondo astrale è infinitamente bello, pulito, puro e ordinato. Non vi sono pianeti morti o terre desolate. Le imperfezioni della terra – le erbacce, i batteri, gli insetti, i serpenti – non esistono. Privi delle variazioni climatiche e stagionali che si verificano sulla terra, i pianeti astrali mantengono la temperatura costante dell’eterna primavera con, di tanto in tanto, brillanti, candide nevicate e piogge di luci multicolori. I pianeti astrali sono ricchi di laghi opalini, mari scintillanti e fiumi dei colori dell’iride. ! «L’universo astrale ordinario – non il paradiso astrale di Hiranyaloka, di livello più sottile – è popolato da milioni di esseri astrali, giunti in epoca più o meno recente dalla terra, e anche da miriadi di esseri fatati, sirene, pesci, animali, folletti maligni, gnomi, semidei e spiriti, che risiedono tutti in pianeti astrali diversi a seconda delle loro caratteristiche karmiche. Sono disponibili varie dimore nelle sfere celesti, o regioni vibratorie, per gli spiriti benigni e quelli maligni. Gli spiriti benigni possono viaggiare liberamente, mentre quelli maligni sono confinati in aree delimitate. Così come gli esseri umani vivono sulla superficie della terra, i vermi nel terreno, i pesci nell’acqua e gli uccelli nell’aria, allo stesso modo gli esseri astrali di diverso grado sono assegnati ad appropriate regioni vibratorie. ! «Fra i tenebrosi angeli decaduti, espulsi da altri mondi, scoppiano ostilità e guerre, combattute con bombe vitatroniche o raggi vibratori mantrici308 mentali. Questi esseri dimorano nelle regioni intrise di tristezza del cosmo astrale inferiore, dove esauriscono via via il loro cattivo karma.

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Sri Yukteswar utilizzava il termine prana; io l’ho tradotto con il termine vitatroni. Nelle Scritture indù si trovano riferimenti non soltanto all’anu, “atomo” e al paramanu, “al di là dell’atomo”, ossia a energie più sottili dell’elettrone, ma anche al prana, ossia alla “forza creatrice vitatronica”. Gli atomi e gli elettroni sono forze cieche; il prana è intrinsecamente intelligente. I vitatroni pranici presenti negli spermatozoi e negli ovuli, ad esempio, guidano lo sviluppo dell’embrione secondo un progetto karmico. 308

Mantrico è l’aggettivo riferito ai mantra, ossia ai suoni-seme cantati, sparati dall’arma mentale della concentrazione. I Purana (antichi shastra o trattati) descrivono tali guerre mantriche fra deva e asura (dèi e demoni). Un asura una volta tentò di uccidere un deva con un potente canto, ma, avendolo pronunciato erroneamente, la bomba mentale agì come un boomerang e uccise il demone stesso. 273

! «Nei vasti regni al di sopra dell’oscura prigione astrale, tutto è bello e splendente. Rispetto alla terra, il cosmo astrale è più naturalmente in sintonia con la volontà e il piano di perfezione divini. Ogni oggetto astrale è manifestato primariamente per volontà di Dio e, in parte, per il richiamo della volontà degli esseri astrali. Questi ultimi hanno il potere di modificare o accrescere la grazia e la forma di qualsiasi cosa sia già stata creata dal Signore. Egli ha dato ai Suoi figli astrali la libertà e il privilegio di modificare o perfezionare, secondo la propria volontà, il cosmo astrale. Sulla terra un solido deve essere trasformato in liquido o in un’altra forma mediante processi naturali o chimici; i solidi astrali, invece, vengono mutati in liquidi, gas o energia astrali unicamente e istantaneamente per volontà degli abitanti. ! «La terra è oscurata da guerre e assassinii, in mare, in terra e nell’aria» proseguì il mio guru «ma i regni astrali conoscono una felice armonia e uguaglianza. Gli esseri astrali smaterializzano o materializzano le proprie forme a piacimento. Fiori, pesci o animali possono tramutarsi, per un certo tempo, in uomini astrali. Tutti gli esseri astrali sono liberi di assumere qualsiasi forma e possono facilmente entrare in comunione gli uni con gli altri. Nessuna legge naturale fissa e definita li vincola: a qualsiasi albero astrale, ad esempio, può essere chiesto di produrre un mango astrale o un qualunque frutto o fiore si desideri, ovverossia ogni altro oggetto. Benché vi siano talune restrizioni karmiche, nel mondo astrale le forme non vengono distinte in base alla loro desiderabilità. Tutto vibra della luce creativa di Dio. ! «Nessuno nasce da donna; la prole viene materializzata dagli esseri astrali, con l’aiuto della volontà cosmica, in forme predisposte in modo specifico, condensate astralmente. L’essere disincarnatosi di recente dal proprio corpo fisico viene invitato a entrare in una certa famiglia, attratto da tendenze mentali e spirituali affini. ! «Il corpo astrale non è soggetto al freddo, al caldo o ad altre condizioni naturali. La sua anatomia comprende un cervello astrale, ovvero il loto di luce dai mille petali, e sei centri risvegliati lungo la sushumna, o asse cerebro-spinale astrale. Il cuore attinge sia energia cosmica che luce dal cervello astrale, pompandole fino ai nervi e alle cellule astrali, o vitatroni. Gli esseri astrali possono agire sui propri corpi mediante la forza vitatronica o vibrazioni mantriche. ! «Il corpo astrale corrisponde esattamente all’ultima forma fisica. Gli esseri astrali conservano lo stesso aspetto che possedevano in età giovanile nel loro precedente soggiorno sulla terra; talvolta un essere astrale sceglie, come il sottoscritto, di mantenere l’aspetto che aveva in età senile». Il Maestro, che emanava l’essenza stessa della gioventù, rise allegramente. ! «A differenza del mondo fisico spaziale a tre dimensioni, conosciuto soltanto attraverso i cinque sensi, le sfere astrali sono percepibili mediante il sesto senso onnicomprensivo, ovvero l’intuizione» proseguì Sri Yukteswar. «Per semplice sensazione intuitiva, tutti gli esseri astrali vedono, odono, odorano, gustano e toccano. Essi possiedono tre occhi, due dei quali sono semichiusi. Il terzo e principale occhio astrale, posto verticalmente sulla fronte, è aperto. Gli esseri astrali dispongono di tutti gli organi di senso esterni – orecchi, occhi, naso, lingua e cute – ma utilizzano il senso dell’intuizione per provare sensazioni con qualsiasi parte del corpo; essi possono vedere con l’orecchio, il naso o la pelle; sono in grado di udire con gli occhi o la lingua e di sentire i sapori attraverso le orecchie o la pelle, e così via.309 ! «Il corpo fisico dell’uomo è esposto a innumerevoli pericoli e può essere ferito o mutilato facilmente; il corpo astrale eterico può talvolta subire tagli o contusioni, ma guarisce istantaneamente con la semplice volontà». ! «Gurudeva, tutte le persone astrali sono belle?».

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 Non mancano esempi di tali facoltà anche sulla terra, come nel caso di Helen Keller e di altri rari esseri. 274

! «La bellezza, nel mondo astrale, è notoriamente una qualità spirituale e non una conformazione esteriore» rispose Sri Yukteswar. «Gli esseri astrali, pertanto, attribuiscono poca importanza ai tratti del viso. Essi hanno il privilegio, tuttavia, di potersi rivestire a piacere con corpi nuovi, pieni di colore, materializzati per via astrale. Così come gli esseri umani sulla terra indossano capi di vestiario nuovi nelle occasioni di gala, anche gli esseri astrali, in particolari circostanze, si adornano di forme appositamente ideate. ! «Sui pianeti astrali superiori come Hiranyaloka si svolgono gioiose festività astrali quando un essere è liberato dal mondo astrale grazie ai suoi progressi spirituali ed è dunque pronto a fare il suo ingresso nel paradiso del mondo causale. In tali occasioni il Padre Celeste Invisibile e i santi che sono tutt’uno con Lui si materializzano in corpi che scelgono di volta in volta e partecipano alla celebrazione astrale. Per compiacere il proprio amato devoto, il Signore assume qualsiasi forma desiderata. Se il fedele Lo ha venerato attraverso la via della devozione, egli vede Dio nella forma della Madre Divina. Per Gesù, l’aspetto paterno dell’Uno Infinito esercitava un’attrattiva superiore a ogni altra concezione. L’individualità di cui il Creatore ha dotato ciascuna delle Sue creature pone richieste di ogni tipo, concepibili e inconcepibili, alla versatilità del Signore!». Il mio guru e io ridemmo insieme allegramente. ! «Coloro che furono amici in vite precedenti si riconoscono facilmente nel mondo astrale» continuò Sri Yukteswar con la sua meravigliosa voce flautata. «Gioendo dell’immortalità dell’amicizia, essi prendono coscienza dell’indistruttibilità dell’amore, della quale si dubita spesso nei tristi momenti d’illusoria separazione nella vita terrena. ! «L’intuizione degli esseri astrali oltrepassa il velo e osserva le attività umane sulla terra, ma gli esseri umani non possono prendere visione del mondo astrale a meno che il loro sesto senso non sia almeno in parte sviluppato. Migliaia di abitanti della terra hanno intravisto fugacemente un essere astrale o un mondo astrale. ! «Gli esseri evoluti su Hiranyaloka rimangono per lo più desti, in uno stato di estasi, durante le lunghe giornate e notti astrali, contribuendo con il loro aiuto alla soluzione degli intricati problemi del governo cosmico e alla redenzione dei figlioli prodighi, cioè delle anime legate alla terra. Quando gli esseri di Hiranyaloka dormono, hanno talvolta visioni astrali simili a sogni. La loro mente è generalmente assorbita nello stato conscio di massima beatitudine, il nirbikalpa samadhi. ! «Gli abitanti di tutti i mondi astrali sono ancora soggetti a intense sofferenze mentali. Le menti sensibili degli esseri superiori che vivono su pianeti come Hiranyaloka provano un acuto dolore se viene commesso qualsivoglia errore nel comportamento o nella percezione della verità. Questi esseri avanzati si sforzano di armonizzare ogni loro singolo atto e pensiero con la perfezione della legge spirituale. ! «La comunicazione fra gli abitanti dei mondi astrali si svolge interamente per mezzo della trasmissione telepatica astrale di pensieri e immagini; sono del tutto assenti la confusione e i fraintendimenti della parola scritta e parlata, a cui sono ancora soggetti gli abitanti della terra. Così come le persone sullo schermo cinematografico sembrano muoversi e agire per mezzo di una serie di immagini di luce, mentre in realtà non respirano affatto, così gli esseri astrali camminano e operano come immagini di luce guidate e coordinate in modo intelligente, senza avere la necessità di trarre energia dall’ossigeno. L’uomo dipende da solidi, liquidi, gas ed energia per il proprio sostentamento; gli esseri astrali si alimentano principalmente di luce cosmica». ! «Maestro mio, gli esseri astrali mangiano qualcosa?». Bevevo ogni sua meravigliosa delucidazione recependola con tutte le mie facoltà: mente, cuore e anima. Le percezioni supercoscienti della verità sono eternamente reali e immutabili, mentre le fugaci esperienze e impressioni dei sensi sono vere solo in via transitoria o relativa e perdono presto, nella memoria, tutta la loro nitidezza. Le parole del mio guru rimasero impresse così in profondità nella pergamena del mio essere che in qualsiasi momento, trasferendo 275

la mia mente allo stato supercosciente, posso rivivere con chiarezza quella divina esperienza. ! «Nei terreni astrali abbondano ortaggi che irradiano una tenue luminosità» rispose. «Gli esseri astrali consumano vegetali e bevono un nettare che fluisce da splendenti fontane di luce e dai fiumi e ruscelli astrali. Così come sulla terra le immagini invisibili delle persone possono essere intercettate nell’etere e rese visibili da un apparecchio televisivo, per poi essere di nuovo propagate nello spazio, anche gli impercettibili progetti astrali dei vegetali e delle piante creati da Dio, fluttuanti nell’etere, vengono fatti precipitare su un pianeta astrale per volontà dei suoi abitanti. Allo stesso modo, dalle più bizzarre fantasie di questi esseri, si materializzano interi giardini di fiori fragranti per poi ritornare all’invisibilità eterica. Benché gli abitanti dei pianeti celesti come Hiranyaloka siano dispensati quasi del tutto dalla necessità di mangiare, ancora più incondizionata è l’esistenza delle anime quasi totalmente liberate nel mondo causale, che non mangiano nulla, salvo la manna della beatitudine. ! «L’essere astrale affrancato dalla terra incontra una moltitudine di parenti, padri, madri, mogli, mariti e amici acquisiti durante le diverse incarnazioni terrene,310 allorché essi appaiono, di tanto in tanto, in varie parti delle regioni astrali. Egli rimane dunque disorientato, non sapendo chi amare in modo esclusivo; impara in tal modo a rivolgere un amore divino ed equanime a tutti, in quanto creature e manifestazioni individualizzate di Dio. Benché l’aspetto esteriore delle persone amate possa essere cambiato, in misura maggiore o minore a seconda dello sviluppo di nuove qualità nell’ultima vita di ogni singola anima, l’essere astrale ricorre alla sua infallibile intuizione per riconoscere tutti coloro che gli furono cari in altri piani di esistenza, dando loro il benvenuto nella loro nuova casa astrale. Poiché ogni atomo della creazione è dotato di un’inestinguibile individualità,311 un amico astrale verrà comunque riconosciuto a prescindere dal costume con il quale è abbigliato, così come sulla terra l’identità di un attore è riconoscibile a un’attenta osservazione, indipendentemente da qualsiasi travestimento. ! «L’arco di vita nel mondo astrale è molto più lungo rispetto a quello sulla terra. La durata media della vita di un normale essere astrale progredito varia dai cinquecento ai mille anni, misurati secondo i criteri temporali terrestri. Così come talune sequoie sopravvivono di millenni alla maggior parte delle altre specie di alberi, o così come alcuni yogi vivono parecchie centinaia di anni mentre la maggior parte degli uomini muore prima di aver raggiunto i sessant’anni, alcuni esseri astrali vivono molto più a lungo rispetto al normale lasso di tempo dell’esistenza astrale. I visitatori rimangono nel mondo astrale per un periodo più o meno lungo a seconda del peso del loro karma fisico, che li attrae di nuovo verso la terra entro un tempo specifico. ! «Gli esseri astrali non devono lottare dolorosamente con la morte al momento di liberarsi dal proprio corpo luminoso. Molti di questi esseri, tuttavia, avvertono un certo nervosismo al pensiero di abbandonare la propria forma astrale in cambio di quella causale più sottile. Il mondo astrale è esente da esperienze indesiderate quali la morte, la malattia e la vecchiaia. Queste tre fonti di terrore sono la maledizione della terra, dove l’essere umano ha consentito alla propria coscienza di identificarsi quasi totalmente con il fragile corpo fisico, il quale richiede l’apporto costante di aria, cibo e sonno per poter sopravvivere.

310

Una volta fu chiesto al Signore Buddha perché un uomo dovrebbe amare tutti in eguale misura. «Perché» rispose il grande maestro «nei vari e numerosissimi periodi di vita di ciascuno, ogni altro essere gli è stato caro, una volta o l’altra». 311

Le otto qualità elementari che entrano a far parte di tutta la vita creata, dall’atomo all’uomo, sono: la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria, l’etere, il moto, la mente e l’individualità (Bhagavad Gita vii,4). 276

! «La morte fisica avviene per la cessazione del respiro e la disintegrazione delle cellule corporee. La morte astrale consiste nella dispersione dei vitatroni, ossia delle unità manifeste di energia che danno vita agli esseri astrali. Al momento della morte fisica, gli esseri perdono la propria consapevolezza della carne e divengono coscienti del corpo sottile nel mondo astrale. Compiendo, al momento opportuno, l’esperienza della morte astrale, l’essere passa pertanto dalla coscienza della nascita e della morte astrale a quella della nascita e della morte fisica. Questi cicli ricorrenti di chiusura in un corpo astrale e fisico sono il destino ineluttabile di tutti gli esseri non illuminati. Le definizioni del paradiso e dell’inferno contenute nelle Scritture talvolta evocano memorie, sepolte in strati ancor più profondi del subconscio, della lunga serie di esperienze nei gioiosi mondi astrali e nei deludenti mondi terrestri». ! «Amato Maestro» chiesi «per favore, volete descrivere più dettagliatamente la differenza fra la rinascita sulla terra e quella nelle sfere astrali e causali?». ! «L’essere umano, in quanto anima individualizzata, è essenzialmente dotato di un corpo causale» spiegò il mio guru. «Tale corpo è la matrice delle trentacinque idee poste da Dio come forze-pensiero fondamentali o causali, dalle quali Egli in seguito ha formato il sottile corpo astrale composto da diciannove elementi e il corpo fisico grossolano composto da sedici elementi. ! «I diciannove elementi del corpo astrale sono mentali, emotivi e vitatronici. Queste diciannove componenti sono: intelletto; ego; sentimento; mente (coscienza sensoriale); i cinque strumenti di conoscenza, ovvero i sottili corrispettivi delle facoltà sensoriali della vista, dell’udito, dell’olfatto, del gusto e del tatto; i cinque strumenti di azione, ovvero il corrispettivo mentale delle facoltà esecutive di procreazione, escrezione, linguaggio, deambulazione ed esercizio delle abilità manuali; infine i cinque strumenti di forza vitale, deputati a svolgere le funzioni corporee di cristallizzazione, assimilazione, eliminazione, metabolizzazione e circolazione. Questo sottile involucro astrale di diciannove elementi sopravvive alla morte del corpo fisico, che è composto da sedici elementi grossolani metallici e non metallici. ! «Dio ha elaborato dentro di Sé diverse idee e le ha proiettate in forma di sogni. Ha fatto così la sua comparsa la Signora del Sogno Cosmico, agghindata con tutti i suoi enormi e infiniti ornamenti della relatività. ! «Nelle trentacinque categorie di pensiero del corpo causale, Dio ha elaborato tutte le complessità dei diciannove corrispettivi astrali e dei sedici corrispettivi fisici dell’essere umano. Per condensazione di forze vibratorie, dapprima sottili e poi più grossolane, Egli ha creato il corpo astrale dell’uomo e infine la sua forma fisica. In base alla legge della relatività, secondo la quale la Semplicità Primaria è divenuta sconcertante molteplicità, il cosmo causale e il corpo causale sono diversi dal cosmo astrale e dal corpo astrale; allo stesso modo, il cosmo fisico e il corpo fisico si discostano in modo peculiare dalle altre forme della creazione. ! «Il corpo di carne è formato dai sogni fissati e oggettivati del Creatore. Le dualità sono onnipresenti sulla terra: malattia e salute, dolore e piacere, perdita e guadagno. Gli esseri umani incontrano limitazioni e resistenze nella materia tridimensionale. Quando il desiderio di vivere dell’uomo è gravemente minato dalla malattia o da altre cause, sopraggiunge la morte; il pesante soprabito di carne viene temporaneamente abbandonato. L’anima, tuttavia, rimane racchiusa nel corpo astrale e in quello causale.312 La forza coesiva che mantiene uniti tutti e tre i corpi è il desiderio. Il potere dei desideri insoddisfatti è la radice di tutta la schiavitù dell’essere umano.

312

Per “corpo” si intende qualsiasi involucro dell’anima, sia esso denso o sottile. I tre corpi sono gabbie per l’Uccello del Paradiso. 277

! «I desideri fisici sono radicati nell’egotismo e nei piaceri dei sensi. La compulsione o tentazione a indugiare nell’esperienza sensoriale è più potente della forza del desiderio connessa agli attaccamenti astrali o alle percezioni causali. ! «I desideri astrali sono incentrati sul godimento inteso in termini di vibrazione. Gli esseri astrali si dilettano della musica eterea delle sfere e sono ammaliati dalla vista dell’intera creazione quale inesauribile manifestazione di luce cangiante. Essi, inoltre, odorano, gustano e toccano la luce. I desideri astrali sono quindi collegati alla capacità degli esseri astrali di trasmutare tutti gli oggetti e le esperienze in forme di luce oppure in sogni o pensieri condensati. ! «I desideri causali sono soddisfatti dalla sola percezione. Gli esseri semi-liberi che sono racchiusi soltanto nel corpo causale vedono l’intero universo come la realizzazione delle idee-sogno di Dio; essi possono materializzare ogni cosa nel puro pensiero. Gli esseri causali, pertanto, considerano il godimento di sensazioni fisiche o di piaceri astrali come grossolano e soffocante per la fine sensibilità dell’anima. Gli esseri causali soddisfano ed esauriscono i propri desideri materializzandoli istantaneamente.313 Coloro che sono ricoperti soltanto dal delicato velo del corpo causale possono manifestare interi universi, esattamente come il Creatore. Poiché l’intera creazione è fatta della trama cosmica del sogno, l’anima nella sfera causale, con il suo sottilissimo rivestimento, ha vaste possibilità di realizzazione del proprio potere. ! «L’anima, essendo invisibile per natura, può essere individuata soltanto per la presenza di uno o più corpi. La mera presenza di un corpo sta a indicare che la sua esistenza è resa possibile da desideri insoddisfatti.314 ! «Finché l’anima è racchiusa in uno, due o tre contenitori corporei, sigillati dai tappi dell’ignoranza e dei desideri, l’uomo non può immergersi e fondersi nel mare dello Spirito. Quando il recipiente fisico grossolano viene distrutto dal martello della morte, gli altri due involucri – quello astrale e quello causale – rimangono a impedire all’anima di unirsi consapevolmente alla Vita Onnipresente. Raggiunto lo stato di assenza totale di desideri grazie alla saggezza, il potere di quest’ultima disintegra i due recipienti residui. Emerge allora la minuscola anima umana, finalmente libera: essa è una con l’Incommensurabile Ampiezza». ! Chiesi al mio divino guru di gettare ulteriore luce sull’elevato e misterioso mondo causale. ! «Il mondo causale è indescrivibilmente sottile» rispose. «Per comprenderlo, sarebbe necessaria una straordinaria capacità di concentrazione, così da poter chiudere gli occhi e visualizzare in tutta la loro vastità il cosmo astrale e il cosmo fisico – il luminoso pallone con il cesto solido – come esistenti soltanto sotto forma di idee. Se, per sovrumana concentrazione, si potessero convertire o scomporre in pure idee i due universi con tutte le loro complessità, si raggiungerebbe il mondo causale e ci si troverebbe sulla linea di confine della fusione fra mente e materia. In quel punto si percepiscono tutte le cose create – i solidi, i liquidi, i gas, l’elettricità, l’energia, tutti gli esseri, le divinità, gli esseri umani, gli animali, le piante, i batteri – come forme di coscienza, così come un uomo può chiudere gli occhi ed essere consapevole di esistere anche se il suo corpo è invisibile ai suoi occhi fisici ed è presente unicamente come idea. ! «Qualsiasi cosa un essere umano possa fare nella fantasia, un essere causale può farla nella realtà. La più prodigiosa facoltà immaginativa umana è in grado, solo 313

Proprio come Babaji aiutò Lahiri Mahasaya a liberarsi del desiderio subconscio di un palazzo risalente a qualche vita precedente, come descritto nel capitolo 34. 314

«Ed egli disse loro: “Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi”» (Luca 17,37). Dovunque l’anima è racchiusa nel corpo fisico, astrale o causale, anche gli avvoltoi del desiderio – che si alimentano delle umane debolezze dei sensi o degli attaccamenti astrali e causali – si raduneranno per tenerla prigioniera. 278

mentalmente, di andare da un estremo del pensiero a un altro, di balzare di pianeta in pianeta, di ruzzolare senza fine precipitando in un abisso d’eternità, di salire come un razzo verso il baldacchino della galassia o di scintillare come il fascio di un riflettore sulle vie lattee e gli spazi interstellari. Gli esseri del mondo causale, tuttavia, hanno una libertà di gran lunga maggiore e possono manifestare senza sforzo i propri pensieri oggettivandoli all’istante, senza alcun ostacolo materiale o astrale né alcuna limitazione karmica. ! «Gli esseri causali sono consapevoli che il cosmo fisico non è costituito primariamente da elettroni e che il cosmo astrale non è composto fondamentalmente da vitatroni: entrambi, in realtà, sono stati creati a partire dalle più minute particelle del pensiero di Dio, frantumate e divise da maya, la legge di relatività che interviene a separare apparentemente il Noumeno dal Suo fenomeno. ! «Le anime nel mondo causale si riconoscono reciprocamente come punti individualizzati dello Spirito gioioso; le loro cose-pensiero sono gli unici oggetti che le circondano. Gli esseri causali comprendono che le differenze fra i loro corpi e i loro pensieri sono soltanto idee. Così come un uomo, chiudendo gli occhi, può visualizzare una luce bianca scintillante o una foschia azzurrina, allo stesso modo gli esseri causali, con il solo pensiero, sono in grado di vedere, udire, percepire, gustare e toccare; essi creano ogni cosa o la dissolvono con il potere della mente cosmica. ! «Nel mondo causale sia la morte che la rinascita avvengono nel pensiero. Gli esseri dal corpo causale banchettano unicamente con l’ambrosia della conoscenza che eternamente si rinnova. Essi bevono dalle sorgenti della pace, passeggiano sulla terra inesplorata delle percezioni, nuotano nell’oceanica infinità della beatitudine. Ed ecco, si vedono i loro luminosi corpi-pensiero balenare attraversando miliardi di pianeti creati dallo Spirito, fresche bolle di universi, stelle-saggezza, sogni spettrali di nebulose d’oro, nell’azzurro grembo celestiale dell’Infinito! ! «Molti esseri rimangono per migliaia di anni nel cosmo causale. Per mezzo di estasi più profonde, l’anima liberata si ritrae allora dal piccolo corpo causale, per ammantarsi della vastità del cosmo causale. Tutti i singoli vortici di idee, le onde distinte di potere, amore, volontà, gioia, pace, intuizione, calma, autocontrollo e concentrazione si mescolano nel Mare perennemente gioioso della Beatitudine. L’anima non è più costretta a esperire la propria gioia come un’onda individualizzata di coscienza, ma è immersa nell’Unico Oceano Cosmico, con tutte le sue onde: eterne risa, eterni fremiti e pulsazioni. ! «Una volta fuori dal bozzolo dei tre corpi, l’anima è affrancata per sempre dalla legge di relatività e diventa l’ineffabile Sempre Esistente.315 Ecco allora la farfalla dell’Onnipresenza, con le ali ornate di stelle e lune e soli! L’anima che si è espansa nello Spirito resta sola nella regione della luce senza luce, dell’oscurità senza buio, del pensiero senza pensiero, ebbra della sua estasi di gioia nel sogno divino della creazione cosmica». ! «Un’anima libera!» esclamai, pieno di reverenziale stupore. ! «Quando l’anima esce finalmente dai tre vasi delle illusioni corporee» proseguì il Maestro «diviene tutt’uno con l’Infinito, senza alcuna perdita d’individualità. Cristo aveva conquistato tale liberazione finale ancor prima di nascere come Gesù. In tre fasi del suo passato, rappresentate simbolicamente nella sua vita terrena dai tre giorni della sua esperienza di morte e resurrezione, egli aveva acquisito il potere di elevarsi pienamente nello Spirito. ! «L’essere umano non evoluto deve passare attraverso innumerevoli incarnazioni terrene, astrali e causali, per emergere infine dai suoi tre corpi. Un maestro che raggiunge tale libertà suprema può decidere di ritornare sulla terra come profeta per ricondurre altri 315

«Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più (cioè non dovrà incarnarsi mai più) ... Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul Suo trono» (Apocalisse 3,12-21). 279

esseri umani a Dio oppure, come ho fatto io, può scegliere di risiedere nel cosmo astrale. In questo caso, il salvatore si assume in parte il peso del karma degli abitanti,316 aiutandoli così a porre fine al ciclo di reincarnazioni nel cosmo astrale e ad avviarsi per sempre verso le sfere causali. Oppure un’anima liberata può entrare nel mondo causale per aiutare quegli esseri ad abbreviare il loro periodo di permanenza nel corpo causale e a raggiungere pertanto la Libertà Assoluta». ! «O guru risorto, voglio sapere qualcosa di più sul karma che costringe le anime a ritornare nei tre mondi». Avrei potuto restare per sempre – pensavo – ad ascoltare il mio Maestro onnisciente. Mai, in tutta la sua vita terrena, ero riuscito ad assimilare in una sola volta tanta della sua saggezza. Ora, per la prima volta, acquisivo una chiara e definita consapevolezza degli enigmatici spazi che si frappongono sulla scacchiera della vita e della morte. ! «L’essere umano deve aver estinto completamente il proprio karma fisico, ovvero i propri desideri, prima che si renda possibile la sua definitiva permanenza nei mondi astrali» spiegò il mio guru con la sua voce vibrante. «Nelle sfere astrali vivono due tipi di esseri. Quelli che hanno ancora una parte di karma terreno di cui devono disfarsi, e che pertanto dovranno abitare nuovamente un corpo fisico grossolano per poter ripagare i propri debiti karmici, potrebbero essere classificati dopo la morte fisica come visitatori temporanei del mondo astrale, anziché come residenti stabili. ! «Agli esseri con un karma terreno ancora irredento non è consentito, dopo la morte astrale, di recarsi nell’elevata sfera causale delle idee cosmiche; essi devono limitarsi a fare la spola tra il mondo fisico e quello astrale, consapevoli dapprima del loro corpo fisico di sedici elementi grossolani e quindi del corpo astrale di diciannove elementi sottili. Dopo ogni perdita del proprio corpo fisico, tuttavia, un essere non evoluto proveniente dalla terra resta per la maggior parte del tempo nello stato di profondo torpore del sonno-morte ed è consapevole solo in minima parte della bellezza della sfera astrale. Dopo il riposo astrale, un tale essere umano fa ritorno al livello materiale per ricevere ulteriori insegnamenti, abituandosi gradualmente, per mezzo di ripetuti soggiorni, ai mondi dalla sottile trama astrale. ! «I residenti abituali o di vecchia data dell’universo astrale, invece, sono coloro che, liberati definitivamente da qualsiasi brama materiale, non hanno più bisogno di ritornare alle vibrazioni grossolane della terra. Tali esseri devono esaurire soltanto il karma astrale e causale. Al momento della morte astrale, essi passano al mondo causale, infinitamente più fine e delicato. Abbandonando la forma-pensiero del corpo causale al termine di un certo lasso di tempo, stabilito dalla legge cosmica, questi esseri progrediti fanno dunque ritorno a Hiranyaloka o a un analogo pianeta astrale elevato, rinascendo in un nuovo corpo astrale per esaurire il loro karma astrale irredento. ! «Figlio mio, ora puoi comprendere più pienamente che io sono risorto per volontà divina» proseguì Sri Yukteswar «come salvatore, in particolare, delle anime che si reincarnano a livello astrale ritornando dalla sfera causale, più che degli esseri astrali provenienti dalla terra. Questi ultimi, se mantengono tracce del karma materiale, non si innalzano fino a pianeti astrali molto elevati come Hiranyaloka. ! «Così come la maggior parte delle persone sulla terra, non avendo imparato ad apprezzare i benefici e le gioie superiori della vita astrale grazie alla chiara discriminazione acquisita con la meditazione, desidera ritornare dopo la morte ai piaceri limitati e imperfetti della terra, allo stesso modo molti esseri astrali, durante la normale disintegrazione dei loro corpi astrali, non riescono a prospettarsi lo stato avanzato di gioia spirituale nel 316

Sri Yukteswar intendeva dire che, così come nella sua incarnazione terrena egli si era occasionalmente assunto il peso della malattia per alleviare il karma dei propri discepoli, nel mondo astrale la sua missione di salvatore gli consentiva di prendere su di sé una parte del karma astrale degli abitanti di Hiranyaloka, accelerando così la loro evoluzione verso il mondo causale superiore. 280

mondo causale e, indugiando nel pensiero della felicità astrale, più grossolana e appariscente, ambiscono a rivisitare il paradiso astrale. È un pesante karma astrale quello che tali esseri devono riscattare prima di poter raggiungere, dopo la morte astrale, una dimora permanente nel mondo-pensiero causale, la cui separazione dal Creatore è quasi impercettibile. ! «Soltanto quando un essere non prova più alcun desiderio di compiere esperienze nel cosmo astrale, piacevole a vedersi, e non può più essere tentato di ritornarvi, egli resta effettivamente nel mondo causale. Qui, portando a compimento l’opera di riscattare l’intero karma causale o i semi dei desideri passati, l’anima confinata fa saltare via l’ultimo dei tre turaccioli dell’ignoranza e, emergendo dal recipiente finale del corpo causale, si fonde con l’Eterno. ! «Comprendi, ora?». Il Maestro sorrideva in modo così affascinante! ! «Sì, per grazia vostra. Sono senza parole dalla gioia e dalla gratitudine». ! Mai da un cantico o da una narrazione avevo tratto una conoscenza così profondamente ispiratrice. Benché le Scritture indù facciano riferimento ai mondi causale e astrale e ai tre corpi dell’essere umano, quanto apparivano remote e prive di significato quelle pagine in confronto alla calda autenticità del mio Maestro risuscitato! Per lui, in effetti, non esisteva alcuna «terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore»!317 ! «La compenetrazione dei tre corpi dell’essere umano è espressa in molti modi attraverso la sua triplice natura» aggiunse il mio grande guru. «Nello stato di veglia sulla terra, un essere umano è più o meno consapevole dei suoi tre veicoli. Quando, intento a gustare, odorare, ascoltare o vedere, esercita le facoltà sensoriali, egli opera principalmente attraverso il proprio corpo fisico. Nell’esercizio dell’immaginazione o della volontà, l’uomo agisce principalmente attraverso il proprio corpo astrale. Il suo veicolo causale trova espressione quando l’uomo pensa o si immerge profondamente nell’introspezione o nella meditazione; pensieri cosmici geniali si affacciano alla mente di chi è abitualmente in contatto con il proprio corpo causale. In questo senso, gli individui possono essere classificati in linea di massima come persone di tipo “materiale”, “energetico” o “intellettuale”. ! «L’uomo si identifica per circa sedici ore al giorno con il proprio veicolo fisico. Quindi dorme; se sogna, egli resta nel proprio corpo astrale e crea senza alcuno sforzo qualsiasi oggetto, così come fanno gli esseri astrali. Se il suo sonno è profondo e privo di sogni, per parecchie ore egli è in grado di trasferire la propria coscienza, o senso dell’ego, al corpo causale; tale sonno è rigenerante. Chi sogna entra in contatto con il corpo astrale e non con quello causale; il suo sonno non è del tutto ristoratore». ! Ero rimasto a osservare amorevolmente Sri Yukteswar durante la sua straordinaria esposizione. ! «Angelico guru» dissi «il vostro corpo appare identico a quello sul quale ho versato le mie lacrime nell’ashram di Puri». ! «Oh sì, il mio nuovo corpo è una copia perfetta di quello vecchio. Materializzo o smaterializzo questa forma in qualsiasi momento, a mio piacimento, molto più spesso di quanto facessi sulla terra. Con una rapida smaterializzazione, ora viaggio istantaneamente per luce-espresso di pianeta in pianeta o, per meglio dire, dal cosmo astrale a quello causale o a quello fisico». Il mio divino guru sorrise. «Nonostante tutti i tuoi rapidi spostamenti in questi giorni, non ho avuto alcuna difficoltà a trovarti qui a Bombay!». ! «O Maestro, ero così profondamente afflitto per la vostra morte!». ! «Ah, e in che senso sarei morto? Non vi è una certa contraddizione?». Gli occhi di Sri Yukteswar brillavano d’amore e di divertimento. ! «Stavi solo sognando, sulla terra; su quella terra tu hai visto il mio corpo di sogno» continuò. «Poi hai sepolto quell’immagine di sogno. Ora il mio corpo di carne più sottile – 317

Amleto iii,1. (N.d.C.) 281

che hai davanti agli occhi e che continui anche adesso ad abbracciare tenendolo piuttosto stretto! – è risuscitato su un altro pianeta di sogno di Dio, più sottile. Un giorno quel corpo di sogno e quel pianeta di sogno più sottili cesseranno di esistere. Anch’essi non durano in eterno. Tutte le bolle di sogno dovranno scoppiare, prima o poi, al tocco finale del risveglio. Yogananda, figlio mio, discerni i sogni dalla Realtà!». ! Questa concezione vedantica della resurrezione318 mi colmò di meraviglia. Mi vergognai di aver compianto il Maestro nel vedere il suo corpo privo di vita a Puri. Compresi infine che il mio guru era sempre stato pienamente risvegliato in Dio e considerava la propria vita, il proprio passaggio sulla terra e la propria attuale resurrezione come null’altro che aspetti relativi delle idee divine nel sogno cosmico. ! «Ora ti ho raccontato, Yogananda, tutta la verità sulla mia vita, morte e resurrezione. Non addolorarti per me; piuttosto, diffondi ovunque la storia della mia resurrezione dalla terra, sognata da Dio e abitata dagli uomini, a un altro pianeta, ugualmente sognato da Dio, abitato da anime abbigliate con un corpo astrale! Nuova speranza sorgerà nei cuori dei sognatori del mondo, angosciati dalla sofferenza e atterriti dalla morte». ! «Sì, Maestro!». Con tutto il cuore avrei condiviso con gli altri la mia gioia per la sua resurrezione! ! «Sulla terra i miei criteri elevati risultavano sgradevoli e inadatti alla natura della maggior parte delle persone. Spesso ti ho rimproverato più di quanto avrei dovuto. Tu hai superato la mia prova; il tuo amore splendeva attraverso le nubi di qualsiasi rimbrotto». Aggiunse poi, teneramente: «Oggi sono venuto anche a dirti questo: mai più assumerò lo sguardo arcigno del censore. Non ti sgriderò più». ! Quanto mi erano mancati i rimproveri del mio grande guru! Ciascuno era stato per me un angelo custode di protezione. ! «Maestro carissimo! Rimproveratemi milioni di volte: sgridatemi anche adesso!». ! «Non ti farò più ramanzine». La sua voce divina era grave, eppure percorsa da una sotterranea ilarità. «Tu e io sorrideremo insieme, finché le nostre due forme appariranno distinte nel divino sogno di maya. Infine diventeremo tutt’uno fondendoci nell’Amato Cosmico; allora i nostri sorrisi saranno il Suo sorriso, mentre il nostro canto unito di gioia vibrerà in eterno per essere trasmesso alle anime in sintonia con Dio!». ! Sri Yukteswar m’illuminò su alcune questioni che non posso rivelare in questa sede. Nelle due ore che trascorse con me nella stanza d’albergo di Bombay egli rispose a ogni mia domanda. Molte delle profezie sul mondo da lui annunciate in quel giorno di giugno del 1936 si sono già avverate. ! «Ora ti lascio, mio amato!». A queste parole sentii il Maestro dissolversi fra le mie braccia che lo cingevano ancora. ! «Figlio mio» risuonò la sua voce, vibrando nel firmamento della mia anima «ogni volta che varcherai la soglia del nirbikalpa samadhi e mi chiamerai, io verrò a te in carne e ossa, proprio come oggi». ! Con questa promessa celestiale, Sri Yukteswar scomparve alla mia vista. Una vocenuvola ripeteva con scroscio musicale: «Dillo a tutti! Chiunque sappia, per averne preso coscienza nello stato di nirbikalpa samadhi, che la vostra terra è un sogno di Dio, potrà venire sul pianeta più sottile di Hiranyaloka, anch’esso fatto di sogno, dove mi troverà risuscitato in un corpo esattamente uguale a quello terrestre. Yogananda, dillo a tutti!». ! Cessato era il tormento della separazione. La pena e l’angoscia per la sua morte, che a lungo mi avevano derubato della mia pace, si dileguarono sopraffatte dalla vergogna. La beatitudine sgorgava zampillando attraverso gli infiniti pori dell’anima, appena aperti. Ostruiti da tempo immemorabile per il disuso, essi si dilatavano ora nella 318

Vita e morte come mere relatività del pensiero. Nel Vedanta si sottolinea che Dio è l’unica Realtà; tutta la creazione, ossia l’esistenza separata, è maya, illusione. Questa filosofia monistica raggiunse la sua espressione più elevata nei commenti di Shankara alle Upanishad. 282

purezza al fiotto prorompente dell’estasi. Pensieri e sentimenti subconsci delle mie passate incarnazioni perdevano la loro contaminazione karmica, limpidamente rigenerati dalla visita divina di Sri Yukteswar. ! In questo capitolo della mia autobiografia ho obbedito al comando del mio guru di diffondere la lieta notizia, benché essa possa, ancora una volta, apparire sconcertante a una generazione ottusa. L’uomo sa bene come strisciare umiliandosi; la disperazione raramente gli è estranea. Tuttavia queste sono perversità, non fanno parte del vero destino dell’essere umano. Il giorno in cui lo vuole davvero, l’uomo imbocca la via che conduce alla libertà. Fin troppo a lungo egli ha prestato ascolto al malsano pessimismo dei consiglieri che gli ripetevano: «Sei polvere», restando sordo all’anima invincibile. ! Non fui l’unico a godere del privilegio di vedere il Guru Risorto. ! Uno dei chela di Sri Yukteswar era una donna anziana, chiamata affettuosamente Ma (Madre), la cui casa era vicina all’ashram di Puri. Il Maestro si fermava spesso a chiacchierare con lei durante la sua passeggiata mattutina. La sera del 16 marzo 1936, Ma giunse all’ashram e chiese di vedere il guru. ! «Ma come, il Maestro è morto una settimana fa!». Swami Sebananda, ora a capo dell’ashram di Puri, la guardò tristemente. ! «È impossibile!». Ella abbozzò un sorriso. «Forse state soltanto cercando di proteggere il guru da visitatori troppo insistenti?». ! «No». Sebananda le riferì i particolari della sepoltura. «Venite» disse «vi condurrò alla tomba del Maestro, nel giardino davanti all’edificio principale». ! Ma scosse il capo. «Non vi è tomba per lui! Stamane alle dieci egli è passato davanti alla mia porta, durante la sua passeggiata abituale! Ho parlato con lui per parecchi minuti, all’aperto, in pieno sole. ! «“Vieni questa sera all’ashram”, mi ha detto. ! «Ed eccomi qui! Benedizioni scendono su questo vecchio capo ingrigito! Il guru immortale voleva che comprendessi in quale corpo trascendente egli mi ha fatto visita stamattina!». ! Lo stupefatto Sebananda si inginocchiò di fronte a lei e disse: ! «Ma, che enorme peso di dolore mi avete levato dal cuore! Egli è risorto!». !

283

CAPITOLO: 44 !

Con il Mahatma Gandhi a Wardha

! «Benvenuti a Wardha!». Mahadev Desai, segretario del Mahatma Gandhi, salutò la signora Bletch, Wright e me con queste cordiali parole e con il dono di ghirlande di khaddar (cotone tessuto a mano). Il nostro gruppetto era appena sceso alla stazione di Wardha nelle prime ore di un mattino d’agosto, lasciando volentieri la polvere e la calura del treno. Caricato il nostro bagaglio su un carro trainato da buoi, salimmo su un’auto scoperta con Desai e i suoi accompagnatori, Babasaheb Deshmukh e il dottor Pingale. Un breve viaggio lungo strade di campagna fangose ci condusse a Maganvadi, l’ashram del santo politico dell’India. ! Desai ci introdusse subito nello studio in cui, a gambe incrociate, sedeva il Mahatma Gandhi, con la penna in una mano e un pezzo di carta nell’altra, sul viso un ampio sorriso, accattivante e cordiale! ! «Benvenuti!» scarabocchiò in hindi; era lunedì, il suo giorno settimanale di silenzio. ! Benché quello fosse il nostro primo incontro, ci scambiammo un sorriso raggiante d’affetto. Nel 1925 il Mahatma Gandhi aveva onorato di una visita la scuola di Ranchi e aveva scritto nel registro dei visitatori benevole espressioni di stima. ! Il santo, così minuto che pesava a stento 45 chili, irradiava salute fisica, mentale e spirituale. I suoi soavi occhi castani scintillavano d’intelligenza, sincerità e discernimento; lo statista ha saputo affrontare con l’arma dell’ingegno, uscendone vincente, mille battaglie legali, sociali e politiche. Nessun altro leader del mondo ha conquistato nel cuore del proprio popolo il posto sicuro che Gandhi occupa presso milioni di analfabeti dell’India. Il loro spontaneo tributo risiede nel celebre titolo di Mahatma, “grande anima”, che gli è stato conferito.319 Solo per loro, Gandhi limita il proprio vestiario alla fascia attorno ai fianchi, con cui viene tanto spesso rappresentato nelle vignette, simbolo della sua comunione con le masse oppresse che non possono permettersi nulla di più. ! «I residenti dell’ashram sono a vostra completa disposizione; rivolgetevi pure a loro per qualsiasi necessità». Con la cortesia che lo caratterizza, il Mahatma mi porse questa nota scritta velocemente, mentre Desai ci faceva strada dallo studio alla residenza degli ospiti. ! La nostra guida ci condusse attraverso orti e campi fioriti, fino a un piccolo edificio dal tetto di tegole e dalle finestre con inferriate. Un pozzo posto nel cortile anteriore, del diametro di circa sette metri e mezzo, era utilizzato – ci disse Desai – per abbeverare il bestiame; lì accanto vi era una ruota di cemento che veniva usata per trebbiare il riso. Ciascuna delle nostre stanzette risultò dotata solo del minimo indispensabile: un letto di corda fatto a mano. La cucina imbiancata a calce vantava un rubinetto per l’acqua in un angolo e una buca col focolare per cucinare in un altro. Semplici suoni arcadici giungevano al nostro orecchio: le grida delle cornacchie e dei passeri, il mugghiare del bestiame e i colpi degli scalpelli utilizzati per spaccare le pietre. ! Vedendo il diario di viaggio di Wright, Desai aprì una pagina e vi scrisse l’elenco dei voti del Satyagraha,320 fatti da tutti i seguaci più stretti del Mahatma (satyagrahi): ! «Non violenza; verità; non rubare; castità; rinuncia al possesso; lavoro fisico; controllo della gola; impavidità; pari rispetto per tutte le religioni; swadeshi (uso di manufatti domestici); libertà dall’intoccabilità. Questi undici voti devono essere osservati con spirito di umiltà». 319 320

Il suo nome originario era Mohandas Karamchand Gandhi. Egli non si è mai definito “Mahatma”.

La traduzione letterale dal sanscrito è “restar fedeli alla verità”. Satyagraha è il noto movimento basato sulla non violenza guidato da Gandhi. 284

! (Gandhi in persona firmò questa pagina il giorno seguente, aggiungendovi anche la data: 27 agosto 1935). ! Due ore dopo il nostro arrivo, i miei compagni e io fummo chiamati a pranzo. Il Mahatma era già seduto sotto l’arcata del portico dell’ashram, oltre il cortile su cui si affacciava il suo studio. Circa venticinque satyagrahi a piedi nudi erano accovacciati davanti a coppe e piatti di ottone. Una corale preghiera comunitaria, quindi un pasto servito in grandi tegami di ottone che contenevano chapati (pane di farina integrale non lievitato) con del ghee, talsari (verdure bollite tagliate a cubetti) e una marmellata di limone. ! !IL MAHATMA GANDHI !Un gradito pasto in silenzio con il santo politico dell’India nel suo ashram di Wardha, nell’agosto del 1935. !

! Il Mahatma mangiò chapati, bietole bollite, alcuni ortaggi crudi e delle arance. Su un lato del suo piatto vi era una dose abbondante di amarissime foglie di neem, un efficace depuratore del sangue. Con il suo cucchiaio egli ne divise una porzione e me la mise nel piatto. La trangugiai in fretta con dell’acqua, ricordando i giorni dell’infanzia in cui mia madre mi costringeva a ingoiare la sgradevole sostanza. Gandhi, invece, centellinava l’impasto di neem, come se si trattasse di squisiti dolciumi. ! In questo episodio trascurabile notai la capacità del Mahatma di distaccare la mente dai sensi a proprio piacimento. Mi tornò alla mente la famosa operazione di appendicectomia alla quale era stato sottoposto anni addietro. Rifiutando gli anestetici, il santo aveva continuato a chiacchierare allegramente con i suoi discepoli per tutta la durata dell’intervento, con un sorriso contagioso che rivelava la sua insensibilità al dolore. ! Nel pomeriggio si offrì l’opportunità di scambiare due chiacchiere con una nota discepola di Gandhi, la figlia di un ammiraglio inglese, Madeleine Slade, il cui nuovo nome 285

era Mirabai.321 Il suo volto intenso e calmo si accese d’entusiasmo mentre mi descriveva, in un hindi impeccabile, le sue attività quotidiane. ! «Il lavoro di ricostruzione nelle campagne è davvero appagante! Un gruppo di noi, ogni mattina alle cinque, si reca ad assistere gli abitanti dei villaggi vicini e a insegnare loro alcune semplici norme d’igiene. È per noi motivo d’orgoglio pulire le loro latrine e le loro capanne dal tetto di paglia e fango. Gli abitanti dei villaggi sono analfabeti; non possono venire educati che con l’esempio!» disse con un’allegra risata. ! Guardai con ammirazione questa gentildonna inglese capace, grazie alla sua autentica umiltà cristiana, di svolgere il lavoro di spazzino riservato di solito agli “intoccabili”. ! «Giunsi in India nel 1925» mi disse. «In questo Paese sento di essere “tornata a casa”. Non sarei più disposta, ormai, a ritornare alla mia vita di un tempo e ai miei precedenti interessi». ! Parlammo per un po’ dell’America. «Resto sempre piacevolmente sorpresa» disse «nel constatare il profondo interesse per i temi spirituali dimostrato dai molti americani che vengono a visitare l’India».322 ! Le mani di Mirabai furono ben presto occupate dal charka (ruota del filatoio), presente in tutte le stanze dell’ashram e, grazie al Mahatma, ormai anche in tutta l’India rurale. ! Gandhi ha valide ragioni economiche e culturali per incoraggiare il rilancio delle attività artigianali svolte a livello familiare, ma egli non invita al fanatico rifiuto di ogni progresso moderno. Macchinari, treni, automobili e il telegrafo hanno svolto un ruolo importante nella sua vita straordinaria! Cinquant’anni al servizio della collettività, sia in carcere che fuori, lottando quotidianamente con i dettagli pratici e la cruda realtà del mondo politico, non hanno fatto altro che accrescere il suo equilibrio, la sua ampiezza di vedute, la sua capacità di discernimento nonché di apprezzamento umoristico del curioso spettacolo umano. ! Alle sei di sera il nostro terzetto fu ospite di Babasaheb Deshmukh per una gradita cena. Alla preghiera delle sette ci ritrovammo di nuovo all’ashram di Maganvadi dove, arrampicatici sul tetto, ci unimmo a trenta satyagrahi disposti in semicerchio attorno a Gandhi. Egli era accovacciato su una stuoia di paglia, con un vecchio orologio da tasca appoggiato dinanzi a sé. Il sole calante gettava un ultimo bagliore sulle palme e sui banyan; il ronzio della notte e dei grilli era iniziato. L’atmosfera era di pura serenità; ero estasiato. ! Un canto solenne intonato da Desai, a cui rispondeva tutto il gruppo, poi una lettura della Gita. Il Mahatma, con un cenno, m’invitò a recitare la preghiera conclusiva. Quale divina consonanza di pensieri e aspirazioni! Un ricordo indelebile: la meditazione sul tetto di Wardha, sotto le prime stelle.

321

Recentemente sono circolate voci false e, purtroppo, malevole secondo le quali la signora Slade avrebbe reciso ogni legame con Gandhi e rinunciato ai propri voti. La signora Slade, discepola del Satyagraha del Mahatma da vent’anni, ha rilasciato una dichiarazione firmata alla United Press, in data 29 dicembre 1945, nella quale ha spiegato che una serie di voci infondate erano sorte dopo che ella, con la benedizione di Gandhi, era partita per una piccola località dell’India nord-orientale, vicino all’Himalaya, allo scopo di fondarvi il suo Kisan Ashram (centro di aiuti sanitari e agricoli ai contadini), attualmente in florida attività. Il Mahatma Gandhi ha in programma di farle visita nel nuovo ashram nel corso del 1946. 322

La signora Slade mi ricordava un’altra distinta signora occidentale, Margaret Woodrow Wilson, figlia maggiore del grande presidente americano. La conobbi a New York; nutriva un profondo interesse per l’India. In seguito andò a Pondicherry, dove trascorse gli ultimi cinque anni della sua vita dedicandosi felicemente a un cammino di disciplina sotto la guida di Sri Aurobindo Ghosh. Questo santo non parla mai; saluta silenziosamente i suoi discepoli soltanto in tre occasioni durante l’anno. 286

! Puntualmente, alle otto, Gandhi terminò il suo silenzio. Le erculee fatiche della sua vita gli impongono di suddividere accuratamente il suo tempo. ! «Benvenuto, Swamiji!». Il saluto del Mahatma questa volta non fu per via cartacea. Eravamo appena discesi dal tetto nel suo studio, ammobiliato semplicemente con stuoie quadrate (nessuna sedia), una scrivania bassa con dei libri, delle carte e qualche penna comune (non stilografiche); un anonimo orologio ticchettava in un angolo. L’atmosfera era pervasa da un’aura di pace e devozione. Gandhi elargiva uno dei suoi sorrisi accattivanti, cavernosi, quasi totalmente sdentati. ! «Anni fa» spiegò «iniziai a osservare ogni settimana un giorno di silenzio, come mezzo per guadagnare tempo da dedicare alla mia corrispondenza, ma ormai queste ventiquattro ore sono diventate una vitale esigenza spirituale. Imporsi periodicamente il silenzio non è una tortura, ma una benedizione». ! Concordai pienamente con lui.323 Il Mahatma mi fece alcune domande sull’America e sull’Europa; parlammo delle condizioni dell’India e del mondo. ! «Mahadev» disse Gandhi a Desai quando questi entrò nella stanza «ti prego, prendi accordi con il Municipio affinché Swamiji possa tenervi una conferenza sullo yoga domani sera». ! Mentre mi congedavo augurando al Mahatma la buona notte, egli, premurosamente, mi porse una bottiglia di olio di citronella. ! «Le zanzare di Wardha non sanno nulla dell’ahimsa,324 Swamiji!» disse ridendo. ! Il mattino seguente, di buon’ora, il nostro gruppetto fece colazione con un gustoso porridge di frumento con melassa e latte. Alle dieci e mezza fummo chiamati nel portico dell’ashram per il pranzo con Gandhi e i satyagrahi. Quel giorno il menu prevedeva riso integrale, una nuova scelta di verdure e semi di cardamomo. ! A mezzogiorno mi ritrovai a passeggiare nei terreni dell’ashram, fino ai pascoli dove vagavano alcune imperturbabili mucche. La protezione della vacca è una passione di Gandhi. ! «La vacca rappresenta per me l’intero mondo subumano, che consente all’uomo di estendere la sua solidarietà al di là della propria specie» ha spiegato il Mahatma. «L’essere umano, per mezzo della vacca, è chiamato a prendere coscienza della sua identità con tutto ciò che vive. La ragione per cui gli antichi rishi scelsero la vacca per la loro apoteosi mi è del tutto evidente. La mucca, in India, era il miglior termine di paragone possibile; essa era la dispensatrice della prosperità. Non soltanto produceva il latte, ma rendeva anche possibile l’agricoltura. La mucca è un inno alla compassione; è compassione ciò che si legge nello sguardo del mansueto animale. Essa è la seconda madre di milioni di esseri umani. Proteggere la vacca significa proteggere l’intera muta creazione di Dio. Il richiamo esercitato dall’ordine inferiore della creazione è tanto più forte in quanto è privo della parola». ! Tre rituali quotidiani rientrano fra i doveri dell’induista ortodosso. Uno è il Bhuta Yajna, ossia l’offerta di cibo al regno animale. Questa cerimonia simboleggia la consapevolezza dell’uomo dei propri obblighi nei confronti delle forme meno evolute della creazione, legate istintivamente alle identificazioni corporee che erodono anche la vita umana, ma prive della facoltà liberatrice della ragione, caratteristica peculiare dell’umanità. Il Bhuta Yajna, pertanto, rafforza la propensione da parte dell’essere umano a soccorrere il 323

Per anni, in America, avevo osservato periodi di silenzio, suscitando la costernazione di visitatori e segretari. 324

Non nuocere, non violenza: la salda base su cui si fonda il credo di Gandhi. Egli nacque in una famiglia che seguiva in modo ortodosso la religione giainista, dedita alla venerazione dell’ahimsa come virtù cardinale. Il Giainismo, una setta dell’Induismo, fu fondato nel sesto secolo a.C. da Mahavira, contemporaneo di Buddha. Mahavira significa “grande eroe”; possa egli vegliare nei secoli sul suo eroico figlio Gandhi! 287

debole, essendo egli, a sua volta, confortato dalla sollecitudine infinita degli esseri superiori invisibili. L’uomo è anche tenuto a rigenerare i doni della natura, prodiga sulla terra, nel mare e nel cielo. La barriera evolutiva d’incomunicabilità fra la natura, gli animali, l’uomo e gli angeli astrali viene così superata mediante questi riti d’amore silenzioso. ! Gli altri due yajna quotidiani sono Pitri e Nri. Il Pitri Yajna è un’offerta di oblazioni agli antenati, simbolo del riconoscimento da parte dell’uomo del proprio debito verso il passato, la cui saggezza, nella sua essenza, illumina l’umanità di oggi. Il Nri Yajna è un’offerta di cibo agli stranieri o ai poveri ed è simbolo delle responsabilità attuali dell’essere umano, dei suoi doveri verso i contemporanei. ! Nel primo pomeriggio compii un Nri Yajna nel vicinato facendo visita all’ashram di Gandhi per le fanciulle. Wright mi accompagnò nel percorso in auto di dieci minuti. Piccoli, giovani volti sbocciavano come fiori sui sari simili a lunghi steli colorati! Al termine del breve discorso in hindi325 che stavo tenendo all’aperto, i cieli lasciarono cadere un improvviso acquazzone. Ridendo, Wright e io salimmo a bordo dell’auto e tornammo rapidamente al Maganvadi fra scrosci argentei di pioggia. Che intensità tropicale e che rivoli d’acqua! ! Rientrando nella residenza degli ospiti, fui colpito nuovamente dall’austera semplicità e dalle testimonianze di abnegazione presenti ovunque. Gandhi aveva fatto voto di rinuncia al possesso fin dall’inizio della sua vita coniugale. Lasciando un avviato studio legale che gli fruttava annualmente un reddito di oltre ventimila dollari, il Mahatma aveva devoluto tutte le sue ricchezze ai poveri. ! Sri Yukteswar era solito ironizzare con garbo sull’idea inadeguata di rinuncia, così come essa è intesa comunemente. ! «Un mendicante non può rinunciare alla ricchezza» diceva il Maestro. «Se un uomo si lamenta dicendo: “Gli affari mi sono andati male; mia moglie mi ha lasciato; rinuncerò a tutto ed entrerò in un monastero”, di quale sacrificio terreno sta parlando? Egli non ha rinunciato alla ricchezza e all’amore: sono questi ultimi che hanno rinunciato a lui!». ! I santi come Gandhi, invece, hanno compiuto non soltanto tangibili sacrifici materiali, ma anche la rinuncia, ben più ardua, a perseguire motivazioni egoistiche e fini privati, fondendo il proprio essere più intimo nel flusso dell’intera umanità. ! L’eccezionale moglie del Mahatma, Kasturabai, non obiettò quando egli non riservò neppure una parte del suo patrimonio a uso della moglie e dei figli. Uniti in matrimonio nella prima giovinezza, Gandhi e la moglie fecero voto di castità dopo la nascita di diversi figli maschi.326 Tranquilla eroina nell’intenso dramma che è stata la loro vita comune, Kasturabai ha seguito il marito in prigione, ha condiviso i suoi digiuni di tre settimane e si è pienamente assunta la propria parte delle infinite responsabilità che gravavano su di lui. Ella ha rivolto a Gandhi il seguente tributo: ! Ti ringrazio del privilegio di essere stata tua compagna e collaboratrice per tutta la vita. Ti ringrazio del più perfetto matrimonio al mondo, basato sul brahmacharya 325

L’hindi è la lingua franca nell’intera India. Lingua indoaria basata per lo più su radici sanscrite, l’hindi è il principale vernacolo dell’India settentrionale. Il principale dialetto dell’hindi occidentale è l’hindustani, scritto sia in caratteri Devanagari (sanscriti) che in caratteri arabi. Il suo sub-dialetto, l’urdu, è parlato dai musulmani. 326

Gandhi ha descritto la sua vita con toccante sincerità in The Story of My Experiments with Truth (Ahmedabad, Navajivan Press, 1927-29, 2 vol.). L’autobiografia è stata sintetizzata in Mahatma Gandhi, His Own Story, a cura di C.F. Andrews, con introduzione di John Haynes Holmes (New York, Macmillan Co., 1930). Molte autobiografie abbondano di nomi celebri ed eventi pittoreschi, mentre tacciono quasi completamente su ogni fase di evoluzione o analisi interiore. Chiudendo tutti questi libri si prova una certa insoddisfazione, quasi dicendosi: «Ecco un uomo che conosceva molte persone importanti ma non conobbe mai se stesso». Questa reazione è impossibile con l’autobiografia di Gandhi, in cui egli espone le proprie pecche e i propri sotterfugi con una impersonale venerazione per la verità che è rara nelle biografie di ogni epoca. 288

(autocontrollo) e non sul sesso. Ti ringrazio di avermi considerata tua pari nell’opera a favore 427dell’India alla quale hai dedicato la tua vita. Ti ringrazio di non essere uno di quei mariti che sprecano il loro tempo con il gioco d’azzardo, le corse, le donne, il vino e il canto, stancandosi della propria moglie e dei figli come il bambino si stanca ben presto dei giochi dell’infanzia. Quanto ti sono grata di non essere stato uno di quei mariti che dedicano il loro tempo ad arricchirsi sfruttando il lavoro altrui! ! Quanto ti sono grata di aver anteposto Dio e il Paese ai facili guadagni, di aver avuto il coraggio delle tue convinzioni e una fede piena e assoluta in Dio! Quanto sono grata di avere un marito che antepone Dio e il proprio Paese a me! Ti sono grata della tua tolleranza verso di me e i miei limiti in gioventù, quando mi lagnai e mi opposi al cambiamento che tu apportasti al nostro stile di vita, da così tanto a così poco! ! Da bambina vissi nella casa dei tuoi genitori; tua madre era una donna grande e buona; ella m’istruì, m’insegnò a essere una moglie valente e coraggiosa e a preservare l’amore e il rispetto per suo figlio, il mio futuro marito. Man mano che gli anni passavano e tu divenisti il leader più amato dell’India, non ebbi alcuno dei timori che assillano le mogli, una volta che il marito è giunto ai vertici del successo, di essere messe da parte come avviene tanto spesso in altri Paesi. Sapevo che la morte ci avrebbe trovati ancora marito e moglie. ! Per anni Kasturabai svolse la funzione di tesoriera delle donazioni pubbliche che l’idolatrato Mahatma riesce a raccogliere a milioni. Circolano molte storie umoristiche nelle case indiane a proposito del nervosismo che coglie i mariti se le loro mogli indossano dei gioielli quando partecipano ai raduni di Gandhi; il magico eloquio del Mahatma, invocando aiuto per gli oppressi, attira magicamente i braccialetti d’oro e le collane di diamanti dalle braccia e dal collo delle agiate signore fino al cesto per la raccolta delle offerte! ! Un giorno la tesoriera pubblica, Kasturabai, non riuscì a rendere conto dell’esborso di quattro rupie. Gandhi, come si conviene, pubblicò una revisione contabile nella quale, inesorabilmente, fece rilevare la differenza di quattro rupie non giustificata da sua moglie. ! Ho raccontato spesso questo episodio durante le lezioni ai miei studenti americani. Una sera una donna presente in sala sbottò, sopraffatta dall’indignazione: ! «Mahatma o non Mahatma» esclamò «se fosse stato mio marito gli avrei fatto un occhio nero per un tale immotivato affronto in pubblico!». ! Dopo uno scambio spiritoso di battute fra noi sul tema delle mogli americane e delle mogli indù, detti una spiegazione più completa. ! «La signora Gandhi considera il Mahatma non come suo marito, ma come il suo guru, colui che ha il diritto di redarguirla anche per errori insignificanti» feci rilevare. «Qualche tempo dopo che Kasturabai era stata biasimata pubblicamente, Gandhi fu condannato al carcere per motivi politici. Mentre egli, con calma, si accomiatava dalla moglie, ella si lasciò cadere ai suoi piedi. “Maestro,” disse umilmente “se mai ti ho offeso, ti prego di perdonarmi”» 327 ! Alle tre di quel pomeriggio a Wardha mi recai, previo appuntamento, nello studio del santo che era stato capace di fare della propria moglie una discepola irreprensibile: raro miracolo! Gandhi alzò lo sguardo, rivolgendomi il suo sorriso indimenticabile. ! «Mahatmaji» dissi accovacciandomi accanto a lui sulla stuoia priva di cuscini «vi prego, datemi la vostra definizione di ahimsa». ! «L’astenersi dal nuocere a qualsiasi creatura vivente, tanto nel pensiero quanto nell’azione». 327

Kasturabai Gandhi morì in carcere a Poona il 22 febbraio 1944. Gandhi, solitamente non incline all’emotività, pianse in silenzio. Poco tempo dopo che i suoi ammiratori ebbero proposto la costituzione di un fondo commemorativo in suo onore, piovvero da ogni parte dell’India 125 lac di rupie (quasi quattro milioni di dollari). Gandhi ha stabilito che il fondo venga destinato all’assistenza sociale nei villaggi a favore di donne e bambini. Egli riferisce su tali attività nel suo bollettino settimanale in inglese, Harijan. 289

! «Magnifico ideale! Ma il mondo domanderà sempre: si può uccidere un cobra per proteggere un bambino o se stessi?». ! «Non potrei uccidere un cobra senza violare due dei miei voti: “impavidità” e “non uccidere”. Cercherei, piuttosto, di placare interiormente il serpente con vibrazioni d’amore. Non posso in alcun modo abbassare i miei principi morali per adattarli alle circostanze in cui mi trovo». Con il suo disarmante candore, Gandhi aggiunse: «Devo confessare che non sarei in grado di proseguire questa conversazione se mi trovassi di fronte un cobra!». ! Accennai ai numerosi libri occidentali sull’alimentazione, appena pubblicati, posati sulla sua scrivania. ! «Sì, l’alimentazione è importante nel movimento Satyagraha, così come lo è ovunque» disse con un risolino. «Poiché propugno la continenza completa per i satyagrahi, sono costantemente alla ricerca della dieta più idonea per la castità. Occorre dominare anzitutto la gola per poi riuscire a controllare l’istinto di procreazione. La semiinedia o le diete squilibrate non sono la risposta giusta. Dopo aver superato l’interiore bramosia di cibo, un satyagrahi deve continuare a seguire un’alimentazione vegetariana razionale, completa di tutti i necessari minerali, vitamine, calorie e così via. La saggezza interiore ed esteriore riguardo all’alimentazione consente di trasformare facilmente il fluido sessuale del satyagrahi in energia vitale per tutto il corpo». ! Il Mahatma e io ci scambiammo le conoscenze reciproche sui validi sostituti della carne. «L’avocado è eccellente» dissi. «Vi sono numerose piantagioni di avocado vicino al mio centro in California». ! Il volto di Gandhi s’illuminò di interesse. «Chissà se crescerebbero a Wardha? I satyagrahi apprezzerebbero sicuramente un cibo nuovo». ! «Non mancherò d’inviare alcune piante di avocado da Los Angeles a Wardha».328 Aggiunsi poi: «Le uova sono un alimento altamente proteico; sono vietate ai satyagrahi?». ! «Quelle non fecondate sono ammesse». Il Mahatma rise evocando un ricordo: «Per anni non ne approvai il consumo e ancora oggi, personalmente, non ne mangio. Una volta una delle mie nuore stava per morire di malnutrizione; il suo medico insisteva sulla necessità delle uova. Io non ero d’accordo e gli consigliai di darle qualcos’altro in sostituzione. ! «“Gandhiji,” disse il dottore “le uova non fecondate non contengono seme vitale e non comportano alcuna uccisione”. ! «Allora, di buon grado, acconsentii che mia nuora mangiasse le uova ed ella recuperò assai presto la salute». ! La sera precedente, Gandhi aveva espresso il desiderio di ricevere il Kriya Yoga di Lahiri Mahasaya. Fui colpito dall’ampiezza di vedute e dallo spirito di ricerca del Mahatma. Nella sua divina ricerca egli è come un fanciullo e dimostra quella pura ricettività che Gesù lodava nei bambini: «… di essi è il regno dei cieli». ! L’ora dell’iniziazione, come avevo promesso, era giunta; vari satyagrahi entrarono nella stanza: Desai, il dottor Pingale e alcuni altri che desideravano ricevere la tecnica del Kriya. ! Per prima cosa insegnai al piccolo gruppo di allievi gli esercizi Yogoda. Il corpo viene visualizzato suddiviso in venti parti; la volontà dirige l’energia di volta in volta verso ciascun segmento. Presto tutti vibravano dinanzi a me come un motore umano. Era facile osservare la vibrazione nelle venti parti del corpo di Gandhi, sempre esposte completamente alla vista! Benché molto esile, egli non è di aspetto sgradevole alla vista; la pelle del suo corpo è liscia e priva di rughe. ! Successivamente iniziai il gruppo alla tecnica liberatrice del Kriya Yoga. 328

Ne inviai una partita a Wardha, subito dopo il mio ritorno in America. Le piante, purtroppo, morirono durante il viaggio, non riuscendo a sopportare i rigori del lungo trasporto oltreoceano. 290

! Il Mahatma ha studiato con reverenziale rispetto tutte le religioni del mondo. Le Scritture giainiste, il Nuovo Testamento della Bibbia e gli scritti sociologici di Tolstoj329 sono le tre principali fonti da cui Gandhi ha tratto le proprie convinzioni sulla non violenza. Egli ha così formulato il suo credo: ! Credo che la Bibbia, il Corano e lo Zend-Avesta 330 siano frutto d’ispirazione divina, così come i Veda. Benché io creda nell’istituzione dei guru, in quest’epoca milioni di persone devono fare a meno del guru, in quanto è raro trovare riunite la perfetta purezza e la perfetta conoscenza. Non si deve però disperare di conoscere la verità della propria religione, poiché i fondamenti dell’Induismo, così come di ogni grande religione, sono immutabili e facili da comprendere. ! Come ogni induista, credo in Dio e nella Sua unicità, nella rinascita e nella salvezza … Sono incapace di descrivere i miei sentimenti verso l’Induismo, così come non riesco a descrivere i sentimenti che nutro per mia moglie. Ella mi commuove come nessun’altra donna al mondo. Non che sia priva di difetti; oserei dire che ne ha molti di più di quelli che io stesso vedo in lei. Tuttavia, vi è il sentimento di un legame indissolubile: lo stesso sentimento che provo per l’Induismo, con tutti i suoi difetti e i suoi limiti. Nulla mi allieta quanto la musica della Gita o del Ramayana di Tulsidas. Quando credetti di essere sul punto di esalare il mio ultimo respiro, la Gita fu la mia consolazione. ! L’Induismo non è una religione esclusiva. In esso vi è posto per la venerazione di tutti i profeti del mondo.331 Non è una religione missionaria nel senso ordinario del termine. Senza dubbio essa ha accolto nel suo gregge molti gruppi diversi, ma tale assimilazione ha avuto un carattere evolutivo e impercettibile. L’Induismo esorta ogni uomo ad adorare Dio secondo la propria fede o dharma332 e, in tal modo, convive pacificamente con tutte le religioni. ! Su Cristo, Gandhi ha scritto: «Sono certo che se Egli vivesse oggi fra gli uomini, benedirebbe le vite di molti di coloro che, forse, non hanno mai neppure udito il Suo nome … proprio come è scritto: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore ... ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.333 Con l’insegnamento della Sua vita, Gesù indicò all’umanità il mirabile fine e l’unico obiettivo al quale tutti dovremmo aspirare. Credo che Egli appartenga non soltanto alla Cristianità, ma al mondo intero, a tutti i Paesi e a tutti i popoli». ! Nella mia ultima sera a Wardha tenni un discorso durante l’incontro che era stato indetto da Desai presso il Municipio. La sala era stipata, fino ai davanzali delle finestre, di un pubblico di circa quattrocento persone, accorso per ascoltare la conferenza sullo yoga. Parlai prima in hindi e poi in inglese. La nostra piccola comitiva fece ritorno all’ashram in

329

Thoreau, Ruskin e Mazzini sono altri tre autori occidentali i cui scritti sociologici furono oggetto di un attento studio da parte di Gandhi. 330

La sacra scrittura data alla Persia da Zoroastro attorno all’anno 1000 a.C.

331

La caratteristica che distingue l’Induismo da tutte le altre religioni del mondo è che esso non deriva da un unico, grande fondatore, ma dalle Scritture vediche impersonali. L’Induismo, pertanto, lascia spazio per la rispettosa integrazione al proprio interno di profeti di tutte le epoche e di tutte le nazioni. Le Scritture vediche regolano non soltanto le pratiche devozionali, ma anche tutte le consuetudini sociali importanti, nell’intento di armonizzare ogni azione umana con la legge divina. 332

Termine sanscrito generale che indica la legge, la conformità alla legge o alla giustizia naturale, il dovere insito nelle circostanze in cui un uomo si trova in un determinato momento. Le Scritture definiscono il dharma come “le leggi universali naturali la cui osservanza consente all’uomo di salvarsi dal degrado e dalla sofferenza”. 333

Matteo 7,21. 291

tempo per un cenno di buona notte a Gandhi, completamente immerso nella pace e nella corrispondenza. ! La notte indugiava ancora quando mi alzai, alle cinque del mattino. La vita del villaggio già ferveva; prima passò un carro trainato da buoi vicino ai cancelli dell’ashram, poi un contadino con il suo enorme carico in precario equilibrio sulla testa. Dopo la prima colazione il nostro terzetto si recò da Gandhi per i pronam di addio. Il santo si alza alle quattro per la sua preghiera del mattino. ! «Mahatmaji, addio!». Mi inginocchiai per toccargli i piedi. «L’India è al sicuro nelle vostre mani!». ! Sono trascorsi diversi anni dall’idillio di Wardha; la terra, gli oceani e i cieli sono stati oscurati da un mondo in guerra. Unico fra i grandi leader, ! Gandhi ha proposto una concreta alternativa non violenta alla forza delle armi. Per riparare i torti ed eliminare le ingiustizie, il Mahatma ha impiegato mezzi pacifici che hanno dimostrato ripetutamente la propria efficacia. Egli espone la propria dottrina con queste parole: ! Ho constatato che la vita persiste in mezzo alla distruzione. Deve esserci, dunque, una legge superiore a quella della distruzione. Soltanto sotto tale legge sarebbe intelligibile una società ben ordinata e la vita potrebbe essere considerata degna di essere vissuta. ! Se questa è la legge della vita, dobbiamo applicarla all’esistenza quotidiana. Ovunque vi siano guerre, ovunque ci si trovi di fronte a un avversario, si deve cercare di conquistarlo con l’amore. Nella mia vita ho potuto constatare che l’infallibile legge dell’amore ha funzionato come la legge della distruzione non ha mai fatto. ! In India abbiamo avuto un’evidente dimostrazione dell’efficacia di questa legge sulla più vasta scala possibile. Con ciò non intendo dire che la non violenza abbia compenetrato tutti i 360 milioni di abitanti dell’India, ma posso affermare che essa è stata assorbita più in profondità di ogni altra dottrina in un arco di tempo incredibilmente breve. ! Occorre uno strenuo addestramento per raggiungere uno stato mentale di non violenza; è una vita disciplinata, come quella di un soldato. Lo stato perfetto si raggiunge solo quando la mente, il corpo e la parola sono in completa sintonia fra loro. Ogni problema potrebbe trovare soluzione se decidessimo di fare della legge della verità e della non violenza la legge della vita. ! Così come lo scienziato ottiene miracoli dalle varie applicazioni delle leggi della natura, l’uomo che applica le leggi dell’amore con precisione scientifica può operare prodigi ancor più grandi. La non violenza è infinitamente più mirabile e sottile rispetto a forze della natura quali, ad esempio, l’elettricità. La legge dell’amore è una scienza assai più grande rispetto a qualsiasi scienza moderna. ! Guardando alla Storia, si può ragionevolmente affermare che i problemi dell’umanità non sono stati risolti con il ricorso alla forza bruta. La prima guerra mondiale ha prodotto una valanga di karma bellico che si è abbattuta sul mondo raggelandolo e si è andata ingrossando fino a provocare la seconda guerra mondiale. Solo il calore della fratellanza può sciogliere questa colossale valanga di karma bellico che potrebbe, altrimenti, accrescersi ulteriormente fino a sfociare nella terza guerra mondiale. Questa empia trinità bandirà per sempre la possibilità di una quarta guerra mondiale, mediante il ricorso finale alle bombe atomiche. Applicando la logica della giungla anziché quella della ragione umana per comporre le controversie, trasformerà nuovamente la terra in una giungla. Se non riusciremo a essere fratelli nella vita, saremo fratelli nella morte violenta. ! La guerra e il crimine non pagano mai. I miliardi di dollari andati in fumo in un nulla esplosivo sarebbero stati sufficienti per creare un mondo nuovo, quasi del tutto liberato dalle malattie e completamente affrancato dalla povertà. Non una terra di paura, caos, carestia, pestilenza, non una danse macabre, bensì un vasto mondo di pace, di prosperità e di conoscenza sempre più ampia. 292

! La voce non violenta di Gandhi fa appello alla coscienza più elevata dell’umanità. È tempo che le nazioni si alleino non più con la morte, ma con la vita; non più con la distruzione, ma con la costruzione; non più con il Distruttore, ma con il Creatore. ! «Quale che sia l’offesa, si deve perdonare» afferma il Mahabharata. «È stato detto che la continuazione delle specie è dovuta alla capacità di perdono dell’uomo. Il perdono è santità; il perdono mantiene coeso l’universo. Il perdono è la forza del potente; il perdono è sacrificio; il perdono è quiete della mente. Il perdono e la gentilezza sono le qualità di chi è padrone di sé. Esse rappresentano l’eterna virtù». ! La non violenza è il frutto naturale della legge del perdono e dell’amore. «Se la perdita della vita si rende necessaria in un giusta battaglia» proclama Gandhi «si dovrebbe essere disposti, come Gesù, a versare il proprio sangue, non quello degli altri. Finalmente verrebbe versato meno sangue nel mondo». ! Un giorno verranno scritti poemi epici sui satyagrahi indiani che si opposero all’odio con l’amore, alla violenza con la non violenza, e che acconsentirono a essere massacrati senza pietà piuttosto che restituire l’offesa. Il risultato, in alcune storiche occasioni, fu che gli avversari armati gettarono le armi e fuggirono, vergognandosi, scossi nel più profondo alla vista di uomini che attribuivano maggior valore alla vita altrui che alla propria. ! «Attenderei in eterno, se necessario» afferma Gandhi «piuttosto che cercare di conquistare la libertà del mio Paese con mezzi sanguinari». Mai dimentica, il Mahatma, il solenne monito: «Chi di spada ferisce, di spada perisce».334 Gandhi ha scritto: ! Mi definisco un nazionalista, ma il mio nazionalismo è vasto quanto l’universo. Comprende in sé tutte le nazioni della terra.335 Il mio nazionalismo include il benessere del mondo intero. Non voglio che la mia India sorga sulle ceneri di altre nazioni. Non voglio che l’India sfrutti neppure un solo essere umano. Voglio che l’India sia forte, affinché possa contagiare con la sua forza anche le altre nazioni. Oggi non vi è una sola nazione in Europa che faccia altrettanto; esse non trasmettono la loro forza alle altre. ! Il Presidente Wilson, dopo aver citato i suoi meravigliosi quattordici punti, ha tuttavia aggiunto: «Alla fin fine, se questo nostro sforzo di giungere alla pace fallirà, ricorreremo pur sempre ai nostri armamenti». Voglio ribaltare questa posizione e dire: «I nostri armamenti hanno già fallito. Poniamoci dunque alla ricerca di qualcosa di nuovo; mettiamo alla prova la forza dell’amore e di Dio, che è verità». Ottenuto questo, non avremo bisogno di null’altro. ! Il Mahatma, ha formato migliaia di autentici satyagrahi (coloro che hanno preso gli undici voti rigorosi elencati nella prima parte di questo capitolo) i quali, a loro volta, diffondono il messaggio; ha educato pazientemente le masse indiane a comprendere i vantaggi spirituali e, in ultima analisi, anche materiali della non violenza; ha armato il proprio popolo di mezzi non violenti, quali la non cooperazione con l’ingiustizia e la disponibilità a sopportare le umiliazioni, il carcere e persino la morte pur di non fare ricorso alla violenza; si è guadagnato la solidarietà del mondo intero con innumerevoli esempi di eroico martirio fra i satyagrahi: in tal modo Gandhi ha dato una straordinaria dimostrazione della natura pratica della non violenza, della sua solenne capacità di comporre i conflitti senza far ricorso alla guerra. ! Gandhi, con mezzi non violenti, è già riuscito a ottenere per la propria patria un numero di concessioni politiche superiore a quelle mai ottenute da ogni altro leader di qualsiasi Paese, se non con i proiettili. I metodi pacifici per estirpare tutti i torti e i mali sono stati applicati in modo sorprendentemente efficace non soltanto nell’arena politica, ma anche nel settore delicato e complesso delle riforme sociali in India. Gandhi e i suoi 334 335

Matteo 26,52.

«L’uomo non si glori di amare il proprio Paese; si glori piuttosto di amare i propri simili» (proverbio persiano). 293

sostenitori hanno spazzato via molte vecchie contese fra induisti e musulmani; centinaia di migliaia di musulmani considerano il Mahatma come il proprio leader. Gli intoccabili hanno trovato in lui il proprio intrepido e trionfante campione. «Se sarò destinato a rinascere» ha scritto Gandhi «desidero nascere paria fra i paria, poiché in tal modo sarò in grado di rendere loro un servizio più efficace». ! Il Mahatma è davvero una “grande anima”, ma sono stati i milioni di analfabeti ad aver avuto l’acume di assegnargli questo titolo. Questo mite profeta è onorato in patria. L’umile contadino è stato all’altezza dell’ardua sfida di Gandhi. Il Mahatma crede dal profondo del cuore nell’intrinseca nobiltà dell’essere umano. Gli inevitabili fallimenti non lo hanno mai disilluso. «Anche se l’avversario lo inganna venti volte» egli scrive «il satyagrahi è disposto ad accordargli la propria fiducia per la ventunesima volta, perché un’incondizionata fiducia nella natura umana è l’essenza stessa del suo credo».336 ! «Mahatmaji, voi siete un uomo eccezionale. Non potete attendervi che il mondo agisca come voi». Un critico, una volta, fece questa osservazione. ! «È curioso come ci inganniamo, supponendo che sia possibile migliorare il corpo ma che sia impossibile evocare i poteri nascosti dell’anima» rispose Gandhi. «Il mio impegno è quello di cercare di dimostrare che, pur disponendo di uno qualsiasi di tali poteri, sono un fragile mortale come chiunque altro e che, né ora né mai, vi è stato alcunché di straordinario in me. Sono un semplice individuo, soggetto all’errore come ogni altro mortale. Ammetto, tuttavia, di avere sufficiente umiltà da confessare i miei errori e da tornare sui miei passi. Ammetto di avere una fede incrollabile in Dio e nella Sua bontà e un’inesauribile passione per la libertà e per l’amore. Ma tutto questo non è forse ciò che ogni persona ha latente in sé? Se vogliamo compiere dei progressi non dobbiamo ripetere la Storia, ma scrivere una Storia nuova. Dobbiamo arricchire l’eredità lasciata dai nostri predecessori. Riusciamo a fare nuove scoperte e nuove invenzioni nel mondo fenomenico, e tuttavia dobbiamo dichiarare il nostro fallimento nell’ambito spirituale? È dunque impossibile moltiplicare le eccezioni in modo che diventino la regola? L’uomo deve sempre essere anzitutto un bruto e poi, se mai, un uomo?».337 ! Gli americani possono ricordare con orgoglio il riuscito esperimento di non violenza di William Penn al momento della fondazione, nel diciassettesimo secolo, della sua colonia in Pennsylvania. Non vi fu «nessun forte, nessun soldato, nessuna milizia e, persino, nessuna arma». Mentre infuriavano selvagge guerre di frontiera e massacri fra i nuovi coloni e gli indiani pellerossa, soltanto i quaccheri della Pennsylvania rimasero indisturbati. «Altri furono brutalmente assassinati e massacrati, ma essi furono salvi. Non una donna quacchera fu vittima di violenza, non un bambino quacchero fu ucciso, non un uomo quacchero fu torturato». Quando i quaccheri furono infine costretti a cedere il governo dello Stato, «scoppiò la guerra e alcuni abitanti della Pennsylvania furono ammazzati. Soltanto tre quaccheri furono uccisi, tuttavia, tre che avevano tradito la loro fede al punto da munirsi di armi da difesa». 336

«Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”» (Matteo 18,21-22). 337

A Charles P. Steinmetz, grande ingegnere elettrico, Roger W. Babson pose la seguente domanda: «In quale settore si assisterà ai maggiori sviluppi della ricerca nei prossimi cinquant’anni?». «Penso che la più grande scoperta sarà compiuta negli ambiti spirituali» rispose Steinmetz. «Vi è una forza che, come insegna chiaramente la Storia, è stata il principale motore dello sviluppo dell’umanità. Tuttavia, ci siamo limitati soltanto a trastullarci con essa e non l’abbiamo mai studiata seriamente, come abbiamo fatto invece con le forze fisiche. Un giorno la gente comprenderà che i beni materiali non procurano la felicità e sono di scarsa utilità nel rendere gli uomini e le donne potenti e creativi. Allora gli scienziati del mondo riorganizzeranno i loro laboratori per dedicarsi allo studio di Dio, della preghiera e delle forze spirituali di cui finora si ha una conoscenza alquanto superficiale. Quando verrà quel giorno, il mondo assisterà in una sola generazione a un progresso più grande di quello a cui si è assistito nelle quattro precedenti». 294

! «Il ricorso alla forza nella prima guerra mondiale non riuscì a portare la tranquillità» ha fatto rilevare Franklin D. Roosevelt. «La vittoria e la sconfitta furono ugualmente sterili. Il mondo avrebbe dovuto impararla, quella lezione!». ! «Più sono le armi della violenza, maggiore è la sofferenza per l’umanità» insegnava Lao-tzu. «Il trionfo della violenza culmina in un tripudio di lutti». ! «Sto lottando, nientemeno, che per la pace nel mondo» Gandhi ha dichiarato. «Se il movimento indiano giungerà al successo sulla base della dottrina Satyagraha della non violenza, esso conferirà un nuovo significato al patriottismo e, se così posso dire in tutta umiltà, alla vita stessa». ! Prima che l’Occidente liquidi il programma di Gandhi come la velleità di un astratto sognatore, riflettiamo sulla definizione di Satyagraha fornita dal Maestro della Galilea: ! «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”; ma io vi dico di non opporvi al malvagio;338 anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra». ! Con la meravigliosa precisione del tempo cosmico, l’epoca di Gandhi si è estesa fino a un secolo già desolato e devastato da due guerre mondiali. Una divina grafia appare sul muro di granito della sua vita: un monito contro l’ulteriore spargimento di sangue tra i fratelli. !   SCRITTURA DI GANDHI IN HINDI

! Mahatma Gandhi visitò la scuola superiore da me fondata a Ranchi, in cui viene impartito l’insegnamento dello yoga. Egli scrisse benevolmente le seguenti righe nel registro degli ospiti di Ranchi: ! «Questo istituto mi ha profondamente colpito. Nutro grandi speranze che questa scuola incoraggi l’ulteriore utilizzo pratico del filatoio». ! (Firmato) MOHANDAS GANDHI 17 settembre 1925 ! ! Nel 1921 Gandhi disegnò una bandiera nazionale per l’India. Le strisce sono di colore zafferano, bianco e verde; il charka (ruota del filatoio) nel centro è di colore blu scuro. ! «Il charka è il simbolo dell’energia» egli scrisse «e ci ricorda che, durante le passate ere di prosperità nella storia dell’India, erano in auge la tessitura a mano e altre attività artigianali domestiche».

338

Vale a dire, non opponetevi al male con il male. (Matteo 5,38-39) 295

CAPITOLO: 45 !

La “Madre permeata di gioia” del Bengala

! «Signore, ve ne prego, non lasciate l’India senza una breve visita a Nirmala Devi. La sua santità è grande; è conosciuta ovunque con il nome di Ananda Moyi Ma (la Madre permeata di gioia)». Mia nipote, Amiyo Bose, mi guardava con grande serietà. ! «Certo! È mio grande desiderio vedere questa santa». Aggiunsi: «Ho letto del suo stato assai avanzato di realizzazione di Dio. Un breve articolo su di lei è apparso anni fa nella rivista East-West». ! «Io l’ho incontrata» continuò Amiyo. «Di recente è venuta in visita nella mia cittadina di Jamshedpur. Su preghiera di un discepolo, Ananda Moyi Ma si è recata a casa di un uomo morente. Si è accostata al suo letto; non appena gli ha toccato la fronte con la mano, il rantolo dell’agonia è cessato. La malattia è svanita all’istante; con sua grande gioia e meraviglia, l’uomo stava di nuovo bene». ! Qualche giorno dopo ebbi notizia che la Madre Beata era ospite nella casa di un discepolo nel quartiere Bhowanipur di Calcutta. Wright e io partimmo immediatamente dalla casa di mio padre a Calcutta. Avvicinandoci a bordo della Ford alla casa di Bhowanipur, il mio compagno e io ci imbattemmo per strada in una scena insolita. ! Ananda Moyi Ma, in piedi in un’auto scoperta, benediceva una folla di un centinaio di discepoli. Era evidentemente sul punto di andarsene. Wright parcheggiò la Ford a una certa distanza e mi accompagnò a piedi verso il tranquillo assembramento. La santa guardò nella nostra direzione; scese dall’auto e ci venne incontro. ! «Padre, siete venuto!». Con queste ferventi parole ella mi cinse il collo con il braccio e appoggiò il capo sulla mia spalla. Wright, al quale avevo appena detto che non conoscevo la santa, si beava di quello straordinario gesto di benvenuto. Anche gli sguardi del centinaio di chela erano fissi, con una certa sorpresa, su quella scena affettuosa. ! Avevo percepito immediatamente che la santa era in un sublime stato di samadhi. Completamente immemore delle sue sembianze esteriori di donna, ella aveva coscienza di sé come anima immutabile; da quel piano di consapevolezza salutava gioiosamente un altro devoto di Dio. Ella mi condusse per mano nella sua automobile. ! «Ananda Moyi Ma, sto ritardando il vostro viaggio!» protestai. ! «Padre, vi incontro ora per la prima volta in questa vita, dopo un’infinità di tempo!» disse. «Vi prego, non andatevene già». ! Prendemmo posto insieme sui sedili posteriori dell’auto. La Madre Beata entrò ben presto nello stato di estatica immobilità. I suoi occhi meravigliosi erano rivolti verso il cielo e, semiaperti, rimasero fissi a guardare l’Elisio interiore, a un tempo vicino e lontano. I discepoli inneggiavano dolcemente: «Vittoria alla Madre Divina!». ! Avevo incontrato molti uomini di divina realizzazione in India, ma mai prima di allora avevo avuto modo di conoscere una santa così eccelsa. Il suo volto soave riluceva della gioia ineffabile alla quale doveva il proprio nome di “Madre Beata”. Lunghe trecce nere le ricadevano sciolte dietro il capo non velato. Una macchia rossa di pasta di sandalo sulla fronte era simbolo dell’occhio spirituale, perennemente aperto in lei. Il viso minuto, minuti i piedi e le mani: che contrasto con la sua grandezza spirituale! ! Rivolsi alcune domande a una chela accanto a me, mentre Ananda Moyi Ma rimaneva in stato di estasi. ! «La Madre Beata viaggia ovunque in India; in molti luoghi ha centinaia di discepoli» mi disse la chela. «Grazie ai suoi sforzi coraggiosi sono state attuate molte auspicabili riforme sociali. Pur essendo una bramina, la santa non riconosce alcuna distinzione di

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casta.339 Un gruppo di noi viaggia sempre con lei, provvedendo alle sue necessità. Dobbiamo farle da madre, in quanto ella non si cura minimamente del proprio corpo. Se nessuno le offrisse del cibo, non mangerebbe né lo chiederebbe. Anche quando le pietanze le vengono poste davanti, non le tocca. Per evitare la sua scomparsa da questo mondo, noi discepoli la nutriamo con le nostre mani. Spesso ella rimane per giorni e giorni, ininterrottamente, nella sua trance divina, respirando appena, con gli occhi fissi senza battere ciglio. Uno dei suoi principali discepoli è il marito. Molti anni fa, poco dopo il matrimonio, egli fece il voto del silenzio». ! La chela indicò un uomo dalle spalle ampie e i fini lineamenti del volto, con i capelli lunghi e la barba bianca. Se ne stava tranquillamente in piedi in mezzo alla folla, con le mani giunte nell’atteggiamento riverente del discepolo. ! Rigenerata dalla sua breve immersione nell’Infinito, Ananda Moyi Ma stava ora focalizzando la sua consapevolezza sul mondo materiale. ! «Padre, vi prego, ditemi dove abitate». La sua voce era limpida e melodiosa. ! «Attualmente a Calcutta o a Ranchi, ma presto ritornerò in America». ! «In America?». ! «Sì. Laggiù una santa indiana sarebbe sinceramente apprezzata dai ricercatori spirituali. Volete venirci?». ! «Se il Padre può portarmi, ci verrò». ! Questa risposta suscitò un sussulto d’allarme nei discepoli che la circondavano. ! «Venti o più di noi viaggiano sempre con la Madre Beata» mi disse uno di loro, risoluto. «Non potremmo vivere senza di lei. Ovunque ella vada, dobbiamo seguirla». ! A malincuore rinunciai al progetto che, col suo spontaneo ingigantirsi, aveva assunto una dimensione impraticabile! ! «Vi prego di venire almeno a Ranchi, insieme ai vostri discepoli» dissi prendendo congedo dalla santa. «Essendo voi stessa una divina fanciulla, vi farà piacere stare con i piccoli della mia scuola». ! «Andrò con gioia ovunque il Padre mi condurrà». ! Poco tempo dopo, la scuola Vidyalaya di Ranchi era pronta, in veste di gala, per la visita preannunciata della santa. I ragazzi attendevano sempre con eccitazione qualsiasi giorno di festa: niente lezioni, ore di musica e infine un banchetto in grande stile! ! «Vittoria! Ananda Moyi Ma, ki jai!». Questo canto ripetuto da una moltitudine di piccole voci entusiaste accolse la comitiva della santa mentre varcava i cancelli della scuola. Una pioggia di calendule, il tintinnio dei cimbali, il soffio vigoroso delle grandi conchiglie di strombo e il rullio del tamburo mridanga! La Madre Beata passeggiò sorridendo nel giardino soleggiato della Vidyalaya, recando sempre dentro di sé il suo paradiso portatile. ! «È magnifico qui» disse benevolmente Ananda Moyi Ma mentre la guidavo nell’edificio principale. Ella si sedette accanto a me con un sorriso fanciullesco. Pur rivolgendosi a ciascuno facendolo sentire il più caro degli amici, ella restava sempre avvolta da un’aura di lontananza: il paradossale isolamento dell’Onnipresenza. ! «Vi prego, ditemi qualcosa della vostra vita». ! «Il Padre sa tutto di essa; perché parlarne di nuovo?». Evidentemente ella riteneva che la successione dei fatti di un’unica breve incarnazione non fosse degna di nota. ! Risi, ripetendo gentilmente la mia richiesta. ! «Padre, c’è poco da raccontare». Ella levò le sue mani graziose quasi in un gesto di scusa. «La mia coscienza non si è mai identificata con questo corpo transitorio. Prima che 339

Riporto qui qualche altra notizia sulla vita di Ananda Moyi Ma, pubblicata in East-West. La santa è nata nel 1893 a Dacca, nel Bengala centrale. Pur essendo analfabeta, ha suscitato lo stupore degli intellettuali con la sua saggezza. I suoi versi in sanscrito hanno riempito di meraviglia gli eruditi. Con la sua sola presenza ella ha portato consolazione a persone afflitte e operato guarigioni miracolose. 297

venissi su questa terra, Padre, “io ero la Stessa”. Da bambina, “ero la Stessa”. Divenni donna e tuttavia, ancora, “ero la Stessa”. Quando la famiglia in cui sono nata predispose che questo mio corpo si sposasse, “ero la Stessa”. E quando, ebbro di passione, mio marito mi si accostò e mormorò tenere parole, sfiorando appena il mio corpo, egli ricevette una violenta scossa, come se fosse stato colpito da un fulmine, poiché, anche allora, “io ero la Stessa”. ! «Mio marito si inginocchiò dinanzi a me, con le mani giunte, e implorò il mio perdono. ! «“Madre,” egli disse “poiché ho dissacrato il tempio del vostro corpo toccandolo con pensieri concupiscenti – non sapendo che in esso non dimorava mia moglie ma la Madre Divina – io faccio questo voto solenne: sarò vostro discepolo, vostro seguace celibatario, prendendomi cura di voi in silenzio come un servitore, senza mai parlare con nessuno finché vivrò. Possa io, in tal modo, espiare il peccato che ho commesso oggi contro di voi, mio guru”. ! «Anche quando accettai tranquillamente la proposta di mio marito “io ero la Stessa”. E Padre, di fronte a voi, ora, “io sono la Stessa”. Per sempre, d’ora in avanti, nonostante la danza della creazione muti attorno a me sulla scena dell’eternità, “io sarò la Stessa”». ! Ananda Moyi Ma si immerse in un profondo stato meditativo. Il suo corpo era di statuaria immobilità; ella si era rifugiata nel suo regno dall’eterno richiamo. Le pozze scure dei suoi occhi apparivano vitree e senza vita. Tale espressione è spesso presente nei santi quando ritraggono la propria coscienza dal corpo fisico, che resta allora poco più di un pezzo d’argilla senz’anima. Restammo insieme per un’ora, immersi nella trance estatica. Ella ritornò quindi a questo mondo con una gaia risatina. ! «Vi prego, Ananda Moyi Ma» dissi «venite con me in giardino. Wright scatterà delle foto». ! «Certamente, Padre. La vostra volontà è la mia». I suoi occhi radiosi conservarono immutato il loro divino sfolgorio mentre posava per molte fotografie. ! Era tempo di banchettare! Ananda Moyi Ma si accovacciò sulla coperta posta a mo’ di sedile, con una discepola accanto che le dava da mangiare. Come un’infante, la santa ingoiava obbediente il cibo che la chela le portava alle labbra. Era evidente che per la Madre Beata non vi era alcuna differenza fra le pietanze al curry e i dolci! ! All’approssimarsi del crepuscolo la santa partì insieme al suo gruppo sotto una pioggia di petali di rosa, con le mani levate in segno di benedizione sui giovinetti della scuola. I loro volti risplendevano dell’affetto che ella aveva spontaneamente risvegliato in loro. ! «Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» ha proclamato Cristo. «Questo è il primo comandamento».340 ! Respingendo ogni attaccamento di tipo inferiore, Ananda Moyi Ma offre la sua lealtà esclusiva al Signore. Non con le sofisticate distinzioni degli eruditi, ma con la sicura logica della fede, la santa dall’animo di fanciulla ha risolto l’unico dilemma della vita umana: quello di stabilire l’unità con Dio. L’uomo ha dimenticato questa semplicità essenziale, ormai offuscata da un’infinità di cavilli. Rifiutandosi di tributare a Dio un amore monoteistico, le nazioni dissimulano la propria infedeltà professando un rispetto scrupoloso sull’altare esteriore della carità. Tali gesti umanitari sono virtuosi in quanto, momentaneamente, distolgono l’attenzione degli uomini da se stessi, ma non li sollevano dalla loro unica responsabilità nella vita, indicata da Gesù come il primo comandamento. Il dovere nobilitante di amare Dio viene assunto dall’uomo fin dal primo respiro dell’aria che gli viene dispensata con liberalità dal suo solo Benefattore. ! Ebbi ancora un’unica occasione di vedere Ananda Moyi Ma, dopo la sua visita a Ranchi. Alcuni mesi più tardi ella era in piedi fra i suoi discepoli a un binario della stazione di Serampore, in attesa del treno. 340

Marco 12,30. 298

! «Padre, vado sull’Himalaya» mi disse. «Alcuni discepoli generosi mi hanno costruito un ashram a Dehra Dun». ! Mentre saliva sul treno, mi meravigliai nel constatare come, sia che ella si trovasse in mezzo alla folla, in treno, a un banchetto o seduta in silenzio, i suoi occhi non distogliessero mai lo sguardo da Dio. Dentro di me odo ancora la sua voce, che riecheggia con infinita dolcezza: ! «Ecco! Ora e sempre una con l’Eterno, “io sono sempre la Stessa”». !

299

CAPITOLO: 46 !

La yogini che non mangia mai

! «Signore, dove siamo diretti questa mattina?». Wright era al volante della Ford; distolse un attimo lo sguardo dalla strada per lanciarmi uno sguardo interrogativo. Raramente sapeva, di giorno in giorno, quale parte del Bengala avrebbe scoperto. ! «Se Dio vuole» risposi devotamente «andiamo ad ammirare l’ottava meraviglia del mondo: una santa la cui dieta è pura aria!». ! «Le meraviglie si ripetono, dunque, dopo Therese Neumann». Wright rise comunque con grande entusiasmo; premette persino l’acceleratore, aumentando la velocità. Avrebbe avuto altro materiale straordinario per il suo diario di viaggio, che non era certo quello di un comune turista! ! Da poco avevamo lasciato dietro di noi la scuola di Ranchi; ci eravamo levati prima del sole. Oltre al mio segretario e a me, facevano parte del gruppo tre amici bengalesi. Sorbimmo l’aria tonificante, il vino naturale del mattino. Il nostro autista guidava con prudenza fra contadini mattinieri e carri a due ruote, trainati lentamente da buoi gibbosi legati al giogo, inclini a contendere la strada allo strombazzante intruso. ! «Signore, vorremmo sapere qualcosa di più sulla santa che digiuna». ! «Si chiama Giri Bala» informai i miei compagni. «Udii parlare di lei per la prima volta anni fa da un gentiluomo assai erudito, Sthiti Lal Nundy, che veniva spesso a casa nostra, in Gurpar Road, a dare lezioni a mio fratello Bishnu. ! «“Conosco bene Giri Bala” mi raccontò Sthiti Babu. “Ella utilizza una certa tecnica yogica che le consente di vivere senza mangiare. Abitavo proprio accanto a lei a Nawabganj, nei pressi di Ichapur,341 e così mi proposi di tenerla sotto stretta osservazione: tuttavia non raccolsi mai alcuna prova che ella assumesse cibo o bevande. Il mio interesse crebbe, infine, al punto che mi rivolsi al maharaja di Burdwan342 e gli chiesi di condurre un’indagine. Alquanto sorpreso dal mio racconto, egli la invitò al palazzo. La santa acconsentì a sottoporsi a una prova e visse per due mesi reclusa in un piccolo appartamento nella residenza del maharaja. In seguito vi ritornò per un soggiorno di venti giorni e quindi per una terza prova di quindici giorni. Il maharaja in persona mi disse che queste tre verifiche rigorose lo avevano convinto oltre ogni dubbio dello stato di digiuno della santa”. ! «Il racconto di Sthiti Babu mi è rimasto impresso nella mente per più di venticinque anni» conclusi. «A volte, in America, mi chiedevo se il flusso del tempo avrebbe inghiottito la yogini343 prima che io potessi incontrarla. Deve essere piuttosto anziana ormai. Non so neppure dove abiti e se sia ancora viva. Fra poche ore, comunque, arriveremo a Purulia, dove risiede suo fratello». ! Alle dieci e trenta il nostro gruppetto conversava con il fratello, Lambadar Dey, avvocato di Purulia. ! «Sì mia sorella è viva. Talvolta soggiorna qui da me, ma attualmente si trova nella nostra casa di famiglia a Biur». Lambadar Babu lanciò uno sguardo perplesso alla Ford. «Non credo proprio, Swamiji, che un’automobile sia mai penetrata nell’interno fino a Biur. Forse è meglio che tutti voi vi rassegniate agli antiquati sobbalzi del carro trainato dai buoi!». ! All’unisono l’intero gruppo giurò fedeltà all’Orgoglio di Detroit. 341

Nel Bengala settentrionale.

342

S.A. Sir Bijay Chand Mahtab, ormai defunto. La sua famiglia ha conservato traccia, sicuramente, delle tre indagini del maharaja su Giri Bala. 343

Donna yogi. 300

! «La Ford viene dall’America» dissi all’avvocato. Sarebbe un peccato privarla dell’opportunità di familiarizzare con il cuore del Bengala!». ! «Che Ganesh344 vi accompagni!» disse Lambadar Babu, ridendo. Aggiunse poi cortesemente: «Se mai riuscirete ad arrivare fin lì, sono certo che Giri Bala sarà lieta di vedervi. È ormai prossima ai settant’anni, ma gode ancora di ottima salute». ! «Vi prego di dirmi, signore, se è proprio vero che non mangia nulla». Lo guardai dritto negli occhi, le finestre rivelatrici della mente. ! «È vero». Il suo sguardo era aperto e onesto. «In più di cinque decadi non l’ho mai vista mangiare un solo boccone. Se il mondo finisse all’improvviso, non potrei rimanere più sorpreso che se vedessi mia sorella assumere del cibo!». ! Ridemmo entrambi dell’improbabilità di questi due eventi cosmici. ! «Giri Bala non ha mai ricercato un’inaccessibile solitudine per le sue pratiche di yoga» proseguì Lambadar Babu. «Ha vissuto per tutta la sua vita circondata dai familiari e dagli amici. Tutti sono ormai abituati al suo strano stato. Non c’è nessuno che non sarebbe stupefatto se Giri Bala, improvvisamente, decidesse di mangiare qualcosa! Mia sorella vive appartata, naturalmente, come si conviene a una vedova indù, ma nella nostra piccola cerchia a Purulia e a Biur tutti sanno che ella è, nel vero senso della parola, una donna “eccezionale”». ! GIRI BALA !

! Questa grande yogini non mangia né beve dal 1880. Mi trovo con lei, nel 1936, nella sua casa nell’isolato villaggio di Biur, nel Bengala. Il suo digiuno è stato oggetto di uno studio rigoroso da parte del maharaja di Burdwan. Ella impiega una particolare tecnica yogica per ricaricare il proprio corpo con l’energia cosmica attinta dall’etere, dal sole e dall’aria.

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“Colui che rimuove gli ostacoli”, il dio della buona sorte. 301

! La sincerità del fratello era manifesta. La nostra piccola comitiva lo ringraziò calorosamente e partì per Biur. Ci fermammo in un negozio lungo la strada per comprare delle pietanze al curry e dei luchi, attraendo frotte di monelli che si radunarono a guardare Wright mangiare con le mani, alla semplice maniera indù.345 Il robusto appetito fece sì che ci rifornissimo di energie in vista di un pomeriggio che, sebbene non lo sapessimo ancora, si sarebbe rivelato piuttosto faticoso. ! La strada ora conduceva a est, nel Burdwan, una regione del Bengala, tra le risaie riarse dal sole e, più oltre, lungo strade costeggiate da una densa vegetazione; i canti dei mayna e dei bulbul dalla gola striata prorompevano da alberi con enormi rami a ombrello. Ogni tanto passava un carro trainato da buoi il cui cigolio, rini, rini, mangiu, mangiu, sul suo asse e sulle ruote di legno ferrate contrastava nettamente, nel ricordo, con lo swisch, swisch dei pneumatici delle auto sull’aristocratico asfalto delle città. ! «Dick, fermati!». La mia richiesta improvvisa provocò un sobbalzo di protesta da parte della Ford. «Quel mango sovraccarico ci sta invitando a gran voce!». ! Tutti e cinque ci precipitammo come bambini ai piedi dell’albero che, benevolmente, aveva disseminato il terreno dei suoi frutti maturi. ! «Molti manghi sono nati per restare non visti» parafrasai «e sprecano la propria dolcezza sul suolo pietroso».346 ! «Nulla di simile in America, Swamiji, eh?» scherzò Sailesh Mazumdar, uno dei miei allievi bengalesi. ! «No» ammisi, grondante di succo di mango e di soddisfazione. «Quanto mi è mancato questo frutto in Occidente! Un paradiso indù senza manghi è inconcepibile!». ! Raccolsi una pietra e la lanciai facendo cadere a terra un’orgogliosa bellezza, nascosta sul ramo più alto. ! «Dick» chiesi fra i bocconi d’ambrosia, calda del sole tropicale, tutte le macchine fotografiche sono in auto?». ! «Sì, signore; nel bagagliaio». ! «Se Giri Bala si dimostrerà una vera santa, voglio scrivere su di lei, quando sarò in Occidente. Una yogini indù con tali edificanti poteri non dovrebbe vivere e morire restando sconosciuta, come la maggior parte di questi frutti di mango». ! Mezzora più tardi stavo ancora passeggiando nella pace silvestre. ! «Signore» fece notare Wright «dovremmo arrivare da Giri Bala prima che il sole tramonti, per avere luce sufficiente per le fotografie». Aggiunse quindi con un ampio sorriso: «Gli occidentali sono scettici; non possiamo aspettarci che credano a una tale signora senza neppure una foto!». ! Quel tocco di saggezza era incontestabile; voltai le spalle alla tentazione e risalii in auto. ! «Hai ragione, Dick» sospirai mentre ci allontanavamo a gran velocità. «Sacrificherò il paradiso dei manghi sull’altare del realismo occidentale. Dobbiamo assolutamente avere delle foto!». ! La strada si fece via via sempre più malandata: rughe di solchi, foruncoli di argilla indurita, le tristi infermità della vecchiaia! Ogni tanto i passeggeri erano costretti a scendere per consentire a Wright di manovrare più facilmente la Ford, che doveva essere spinta da tutti e quattro dal retro.

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Sri Yukteswar era solito dire: «Il Signore ci ha dato i frutti della buona terra. Ci piace la vista del cibo, ci piace sentirne il profumo e il sapore: agli indù piace anche toccarlo!». Non ci dispiace neppure udirne il suono, a patto che nessun altro sia presente al pasto! 346

L’Autore ha parafrasato un verso della poesia “Elegy Written in a Country Churchyard” di John Gray: «Molti fiori sono nati per restare non visti e sprecano la propria dolcezza nell’aria del deserto». (N.d.C.) 302

! «Lambadar Babu ha detto il vero» riconobbe Sailesh. «Non è l’auto a trasportare noi: siamo noi a trasportare l’auto!». ! Il tedio di quel continuo saliscendi dall’automobile era interrotto di tanto in tanto dalla piacevole vista di qualche villaggio, ciascuno dei quali offriva un’immagine di semplicità d’altri tempi. ! «La nostra strada si snodava tortuosamente passando fra boschetti di palme, in antichi villaggi ancora intatti annidati all’ombra della foresta» annotò Wright nel suo diario di viaggio il 5 maggio 1936. «Sono molto suggestivi questi gruppi di capanne con i tetti di paglia, decorate con uno dei nomi di Dio sulla porta; molti bambinetti nudi giocano innocentemente, fermandosi per un attimo a fissare oppure fuggendo all’impazzata da questo grande carro nero, privo di buoi, che sfreccia follemente attraverso il loro villaggio. Le donne si limitano a guardare furtivamente dall’ombra, mentre gli uomini indugiano pigramente sotto gli alberi lungo la strada, curiosi dietro la loro nonchalance. In un posto, tutti gli abitanti del villaggio stavano allegramente facendo il bagno in una grande cisterna (con addosso tutti gli abiti, che poi cambiavano avvolgendosi attorno al corpo i vestiti asciutti e lasciando cadere quelli bagnati). Le donne trasportavano l’acqua fino alle loro case in enormi brocche di ottone. ! «La strada ci costringeva a un’allegra rincorsa per monti e crinali; procedemmo con sobbalzi e scosse, affondammo in piccoli corsi d’acqua, deviammo attorno a una strada rialzata rimasta incompiuta, slittammo attraversando letti sabbiosi di fiumi in secca e infine, verso le cinque del pomeriggio, giungemmo nei pressi della nostra destinazione, Biur. Questo minuscolo villaggio all’interno del distretto di Bankura, nascosto alla vista e riparato da un denso fogliame, è inaccessibile ai viaggiatori nella stagione delle piogge, quando i ruscelli diventano torrenti impetuosi e le strade, come serpi, sputano il loro fango quasi fosse veleno. ! «Ci fermammo a chiedere a un gruppo di fedeli, di ritorno ! dalla preghiera in un tempio isolato fra campi deserti, se qualcuno di loro volesse farci da guida; fummo accerchiati da una dozzina di ragazzini vestiti succintamente, che si arrampicarono ai lati dell’auto, ansiosi di accompagnarci da Giri Bala. ! «La strada portava verso un boschetto di palme da datteri, che offriva riparo a un gruppo di capanne di fango. Ancor prima di averlo raggiunto, però, la Ford s’inclinò per un attimo pericolosamente, fece un gran sobbalzo e ricadde a terra. Lo stretto viottolo si snodava attorno ad alberi e cisterne, saliva sopra i crinali e scendeva in buche e solchi profondi. L’auto rimase impigliata in un intrico di cespugli, poi si arenò su un dosso costringendoci a rimuovere delle zolle di terra; continuammo a procedere, con lentezza e cautela; improvvisamente il passaggio fu ostruito da un ammasso di sterpaglia in mezzo alla carreggiata, che ci costrinse a una deviazione avventurandoci lungo uno scosceso pendio fin dentro una cisterna asciutta, dalla quale riuscimmo a uscire solo raschiando e lavorando a colpi d’ascia e di vanga. Più volte la strada sembrò impraticabile, ma il pellegrinaggio doveva proseguire; ragazzi servizievoli (ombre di Ganesh!) procurarono delle vanghe e demolirono gli ostacoli, mentre centinaia di bambini e i loro genitori restavano a guardare meravigliati. ! «Presto ci facemmo strada lungo i due solchi tracciati dall’antichità, con le donne che ci fissavano a occhi spalancati dalle porte delle loro capanne, gli uomini che ci seguivano a distanza e ai lati, e i bambini saltellanti a ingrossare la processione. La nostra era probabilmente la prima auto che avesse mai attraversato quelle strade; la “Corporazione dei carri trainati dai buoi” deve essere davvero onnipotente qui! Che scalpore suscitavamo: una comitiva guidata da un americano su un’auto sbuffante, che si avventurava in esplorazione nel loro inespugnabile villaggio violandone l’ancestrale isolamento e la sacralità! ! «Giunti in una stretta viuzza, ci trovammo a pochi metri dalla casa avita di Giri Bala. Provammo l’euforia dell’appagamento, dopo il viaggio lungo e spossante culminato in 303

quell’arrivo assai accidentato. Ci avvicinammo a una grande costruzione a due piani di laterizio e intonaco, che dominava le capanne circostanti di mattoni a crudo essiccati al sole; l’edificio doveva essere in via di riparazione, in quanto era circondato dalla tipica impalcatura tropicale di bambù. ! «In uno stato di febbrile attesa e trattenuta esultanza, ci fermammo davanti alla casa con le porte aperte di colei che è stata benedetta dal Signore con il tocco “che priva della fame”. Sempre a bocca aperta continuavano a osservarci gli abitanti del villaggio, giovani e anziani, nudi e vestiti, le donne un po’ in disparte ma anch’esse incuriosite, gli uomini e i ragazzi sfacciatamente alle nostre calcagna, tutti fissando con insistenza quello spettacolo senza precedenti. ! «Ben presto sulla soglia apparve una figura minuta: Giri Bala! Era avvolta in una stoffa di seta dorata opaca; nella tipica maniera indiana, ci venne incontro con modestia ed esitazione, guardando da sotto il lembo superiore del suo tessuto swadeshi. Gli occhi le brillavano come tizzoni ardenti all’ombra del suo copricapo; fummo conquistati dal suo viso tanto benevolo e gentile, il volto della realizzazione e della comprensione, incorrotto da qualsiasi forma di attaccamento terreno. ! «Con modestia ci venne incontro e acconsentì in silenzio che le scattassimo alcune foto e la filmassimo con la cinepresa.347 Pazientemente e timidamente ella tollerò le nostre tecniche fotografiche di posa e luce. Eravamo riusciti infine a scattare per la posterità parecchie fotografie dell’unica donna al mondo, di cui si abbia avuto notizia, che sia vissuta senza mangiare né bere per oltre cinquant’anni (Therese Neumann digiuna, notoriamente, dal 1923). Assai materna era l’espressione di Giri Bala, in piedi dinanzi a noi, fasciata dall’ampio drappo che copriva interamente il suo corpo alla vista, fatta eccezione per il viso con gli occhi abbassati, le mani e i minuscoli piedi. Un volto di rara pace e innocente compostezza: labbra grandi e tremanti da fanciulla, naso femmineo, occhi stretti e scintillanti e sorriso pensoso». ! Condivisi l’impressione che Wright ebbe di Giri Bala; la spiritualità l’avvolgeva come il velo dolcemente luminoso che indossava. S’inchinò dinanzi a me nel pronam, l’abituale gesto di saluto dei laici nei confronti dei monaci. Il suo fascino semplice e il suo sorriso sereno ci diedero un benvenuto ben più caloroso di qualsiasi formula melliflua; il nostro viaggio, disagevole e polveroso, fu subito dimenticato. ! La piccola santa si sedette a gambe incrociate sulla veranda. Pur mostrando i segni dell’età, non era emaciata; la carnagione olivastra si era mantenuta luminosa e il colorito sano. ! «Madre» dissi in bengali «da oltre venticinque anni sognavo di compiere proprio questo pellegrinaggio! Avevo sentito parlare della vostra santa vita da Sthiti Lal Nundy Babu». ! Annuì. «Sì, il mio buon vicino a Nawabganj». ! «In tutti questi anni ho attraversato gli oceani, ma non ho mai dimenticato il mio antico proposito di venire a trovarvi, un giorno o l’altro. Il dramma sublime che voi rappresentate qui in modo tanto schivo e modesto andrebbe proclamato dinanzi a un mondo che da tempo ha dimenticato il divino alimento interiore». ! La santa sollevò gli occhi per un istante, sorridendo con sereno interesse. ! «Baba (onorato padre) sa ciò che è meglio» rispose bonariamente. ! Ero lieto che non si fosse offesa; non si sa mai come possano reagire i grandi yogi o le grandi yogini all’idea della notorietà. Tendono a evitarla, di norma, poiché desiderano perseguire nel silenzio la profonda ricerca dell’anima. Ricevono un permesso interiore quando giunge il momento opportuno di rendere nota pubblicamente la loro vita, a beneficio delle menti in ricerca. 347

Wright fece anche alcune riprese cinematografiche di Sri Yukteswar durante il suo ultimo festeggiamento del solstizio d’inverno a Serampore. 304

! «Madre» continuai «vi prego di perdonarmi, allora, delle molte domande con cui vi affliggerò. Per favore, rispondete soltanto a quelle a voi gradite; comprenderò anche il vostro silenzio». ! Ella aprì le mani in un gesto garbato. «Sono lieta di rispondere, per quanto una persona insignificante come me possa dare risposte soddisfacenti». ! «Oh, no, tutt’altro che insignificante!» protestai sinceramente. «Siete una grande anima». ! «Sono l’umile serva di tutti». Aggiunse poi curiosamente: «Amo cucinare e nutrire gli altri». ! Uno strano passatempo, pensai, per una santa che non mangia! ! «Ditemi, Madre, con le vostre stesse labbra: vivete davvero senza cibo?». ! «Sì, è vero». Rimase in silenzio per qualche istante. La sua osservazione successiva mostrò che era stata impegnata mentalmente in un calcolo matematico: «Da quando avevo dodici anni e quattro mesi, fino a oggi che ne ho sessantotto, ossia da oltre cinquantasei anni, non assumo né cibo né liquidi». ! «Non vi viene mai la tentazione di mangiare?». ! «Se avvertissi il desidero impellente di cibo, dovrei mangiare». In modo semplice, e tuttavia regale, ella enunciò questa verità assiomatica, fin troppo evidente a un mondo che gravita attorno ai tre pasti quotidiani! ! «Eppure di qualcosa vi nutrite!». Nella mia voce traspariva una nota di rimostranza. ! «Certo!». Sorrise, cogliendo immediatamente il senso delle mie parole. ! «Il vostro nutrimento è tratto dalle più sottili energie dell’aria e della luce solare 348 e dall’energia cosmica che ricarica il vostro corpo attraverso il midollo allungato». ! «Baba lo sa». Ella annuì nuovamente, nel suo modo dolce e composto. ! «Madre, vi prego, raccontatemi qualcosa della vostra gioventù. È di grande interesse, per tutta l’India e anche per i fratelli e le sorelle d’oltremare». ! Abbandonando la sua abituale riservatezza, Giri Bala si concedette alla conversazione. ! «Così sia». La sua voce era bassa e ferma. «Nacqui in queste regioni boscose. La mia infanzia non fu degna di nota, a parte il fatto che ero dominata da un appetito insaziabile. Ero stata promessa in sposa in giovane età. ! «“Figlia mia,” mi ammoniva spesso mia madre “cerca di controllare la tua ingordigia. Quando giungerà il momento di vivere fra estranei, nella famiglia di tuo marito, che cosa mai penseranno di te, se passerai le tue giornate non facendo altro che mangiare?”. ! «La sciagura che aveva previsto si avverò. Avevo solo dodici anni quando andai a vivere presso la famiglia di mio marito a Nawabganj. Mia suocera mi umiliava mattina, mezzogiorno e sera per la mia abituale voracità. Non tutti i mali vengono per nuocere, 348

«Ciò che mangiamo sono radiazioni, il nostro cibo è costituito da quanti di energia» ha affermato George W. Crile di Cleveland a un convegno medico tenutosi il 17 maggio 1933 a Memphis. «Questa radiazione di fondamentale importanza, che rilascia correnti elettriche nel circuito elettrico del corpo, ossia nel sistema nervoso, viene trasmessa agli alimenti dai raggi solari. Gli atomi, secondo il dottor Crile, sono sistemi solari. Gli atomi sono veicoli caricati di radiazione solare come tante molle a spirale compresse. Innumerevoli atomi pieni di energia vengono assorbiti sotto forma di cibo. Una volta all’interno del corpo umano, questi veicoli ad alta tensione, gli atomi, si scaricano nel protoplasma corporeo, mentre la radiazione alimenta nuova energia chimica, nuove correnti elettriche. Il vostro corpo è composto da tali atomi» ha detto il dottor Crile. «Essi sono i vostri muscoli, il cervello, gli organi di senso come l’occhio e l’orecchio». ! Un giorno gli scienziati scopriranno come l’essere umano possa vivere direttamente di energia solare. «La clorofilla è l’unica sostanza conosciuta in natura che possiede, in un certo senso, la capacità di fungere da “accumulatore di luce solare”» scrive William L. Laurence sul New York Times. «Essa “cattura” l’energia della luce del sole e la deposita nella pianta. Senza di essa la vita non potrebbe esistere. Traiamo l’energia di cui abbiamo bisogno dall’energia solare accumulata nei vegetali che mangiamo o nella carne degli animali che si nutrono di piante. L’energia che estraiamo dal carbone o dal petrolio è energia solare immagazzinata dalla clorofilla negli organismi vegetali milioni di anni fa. Viviamo del sole attraverso l’azione della clorofilla». 305

tuttavia: i suoi rimproveri risvegliarono le mie tendenze spirituali sopite. Un mattino ella infierì con il suo scherno in modo impietoso. ! «“Ben presto vi dimostrerò che non toccherò più cibo finché vivrò” risposi, punta sul vivo. ! «Mia suocera si mise a ridere, facendosi beffe di me. “Ah, è così?” disse. “Come puoi vivere senza mangiare, se non riesci nemmeno a vivere senza abbuffarti?”. ! «Quell’affermazione era inconfutabile! Tuttavia, una ferrea determinazione sorresse il mio spirito. In un luogo appartato mi rivolsi al mio Padre Celeste. ! «“Signore,” pregai incessantemente “Ti prego, inviami un guru che possa insegnarmi a vivere della Tua luce e non del cibo”. ! «Fui invasa da un’estasi divina. Guidata da un incanto beatifico, mi diressi verso il ghat di Nawabganj sul Gange. Lungo la strada incontrai il sacerdote della famiglia di mio marito. ! «“Signore venerabile,” gli chiesi fiduciosamente “vi prego, ditemi come vivere senza mangiare”. ! «Egli mi fissò senza rispondere. Infine mi parlò in tono consolante. “Figlia,” disse “vieni al tempio stasera; celebrerò per te una speciale cerimonia vedica”. ! «Quella vaga risposta non era ciò che cercavo; proseguii il mio cammino verso il ghat. Il sole del mattino filtrava attraverso le acque; mi purificai nel Gange, come per una sacra iniziazione. Mentre mi allontanavo dalla riva del fiume con gli abiti bagnati che mi cingevano il corpo, nell’intenso bagliore del giorno il mio maestro si materializzò di fronte a me! ! «“Piccola cara,” mi disse con voce colma di amorevole compassione “sono il guru mandato da Dio per esaudire la tua insistente preghiera: Egli è stato profondamente toccato dalla sua natura davvero insolita! Da oggi vivrai della luce astrale, gli atomi del tuo corpo verranno nutriti dalla corrente infinita”». ! Giri Bala sprofondò nel silenzio. Presi la matita e il notes di Wright e tradussi qualche frase in inglese per sua informazione. ! La santa riprese il racconto; la sua voce soave era ormai quasi impercettibile. «Il ghat era deserto ma il mio guru diffuse attorno a noi un’aura di luce protettiva, affinché nessun bagnante di passaggio potesse in seguito disturbarci. Egli mi iniziò a una tecnica kria che libera il corpo dalla dipendenza dal nutrimento grossolano dei mortali. La tecnica prevede la recitazione di alcuni mantra349 e un esercizio di respirazione più difficile di quelli che potrebbero eseguire le persone comuni. Non richiede né medicine né pratiche magiche: non vi è null’altro che il kria». ! Alla maniera dei giornalisti americani che, a loro insaputa, mi avevano insegnato questa procedura, interrogai Giri Bala su molti argomenti che ritenevo potessero suscitare l’interesse del mondo. Ella mi diede, via via, le seguenti informazioni: ! «Non ho mai avuto figli; parecchi anni fa rimasi vedova. Dormo molto poco, poiché il sonno e la veglia sono la stessa cosa per me. Di notte medito e di giorno svolgo le mie mansioni domestiche. Avverto appena i cambiamenti del clima da una stagione all’altra. Non sono mai stata male né ho mai sofferto di alcuna malattia. Provo solo un lieve dolore quando, accidentalmente, mi ferisco. Non ho escrezioni corporee. Riesco a controllare il mio cuore e il respiro. Spesso vedo il mio guru e altre grandi anime, nelle visioni». ! «Madre» domandai «perché non insegnate ad altri il metodo per vivere senza cibo?».

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Potente canto vibratorio. Tradotto letteralmente dal sanscrito, mantra significa “strumento di pensiero”; indica gli inaudibili suoni-idee, che rappresentano un aspetto della creazione; quando viene vocalizzato in sillabe, un mantra costituisce una terminologia universale. Gli infiniti poteri del suono derivano dall’Aum, il “Verbo” o ronzio creativo del Motore Cosmico. 306

! Le mie ambiziose speranze per i milioni di affamati in tutto il mondo furono troncate sul nascere. ! «No» rispose scuotendo il capo. «Mi è stato categoricamente ordinato dal mio guru di non divulgare il segreto. Non è sua intenzione interferire con il dramma della creazione di Dio. I contadini non mi sarebbero certo riconoscenti se insegnassi a molti a vivere senza mangiare! I frutti gustosi resterebbero a terra inutilizzati. A quanto pare la miseria, la fame e la malattia sono sferzate del nostro karma che, in definitiva, ci spronano a ricercare il vero significato della vita». ! «Madre» dissi lentamente «a che scopo siete stata prescelta per vivere senza mangiare?». ! «Per dimostrare che l’uomo è Spirito». Il suo volto s’illuminò di saggezza. «Per dimostrare che grazie all’evoluzione divina si può imparare gradualmente a vivere della Luce Eterna e non del cibo». ! La santa entrò in un profondo stato meditativo. Il suo sguardo era rivolto verso la propria interiorità; la soave profondità dei suoi occhi divenne inespressiva. Emise un sospiro particolare, preludio alla trance estatica in cui il respiro è sospeso. Momentaneamente si era rifugiata nella dimensione priva di domande, nell’eden della gioia interiore. ! Era calata la notte tropicale. La luce di una piccola lampada a kerosene balenava a tratti sui volti di una schiera di abitanti del villaggio accovacciati in silenzio nell’ombra. Le lucciole guizzanti e le lontane lanterne a olio delle capanne intessevano misteriose trame luminose nella notte vellutata. Era la dolorosa ora dell’addio; un lento, tedioso viaggio ci attendeva. ! «Giri Bala» dissi quando la santa aprì gli occhi «vi prego, datemi un ricordo di voi: una strisciolina di uno dei vostri sari». ! Ella ritornò con un pezzetto di seta di Benares, porgendomelo con la mano mentre, inaspettatamente, si prostrava a terra. ! «Madre» dissi pieno di riverenza «lasciate che sia io, piuttosto, a toccare i vostri piedi benedetti!». !

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CAPITOLO: 47 !

Ritorno in Occidente

! «Ho dato molte lezioni di yoga in India e in America, ma devo confessare che, in quanto indù, sono particolarmente lieto di tenere un corso a studenti inglesi». ! I partecipanti alla mia lezione londinese risero in segno di apprezzamento; nessun conflitto politico turbò mai la nostra pace nello yoga. ! L’India era ormai un sacro ricordo. È il settembre del 1936; sono in Inghilterra per mantenere la promessa, fatta sedici mesi prima, di tenere di nuovo delle conferenze a Londra. ! Anche l’Inghilterra è ricettiva all’eterno messaggio dello yoga. Cronisti e operatori dei cinegiornali si affollavano nel mio alloggio di Grosvenor House. Il British National Council of the World Fellowship of Faiths aveva organizzato un convegno il 29 settembre presso la Chiesa congregazionale di Whitefield, dove intervenni sul ponderoso tema: “Come la fede nella fratellanza può salvare la civiltà”. Le conferenze delle venti a Caxton Hall richiamarono una folla tale che per due sere il pubblico che non poté essere ospitato nella sala rimase in attesa, nell’auditorium di Windsor House, di un mio secondo discorso alle ventuno e trenta. I partecipanti alle mie lezioni di yoga nelle settimane seguenti divennero così numerosi da costringere Wright a predisporre il trasferimento in un’altra sala. ! La tenacia inglese trova ammirevole espressione nei rapporti spirituali. Gli studenti di yoga di Londra si organizzarono devotamente, dopo la mia partenza, costituendo un centro della Self-Realization Fellowship dove continuarono a tenere ininterrottamente i loro incontri settimanali di meditazione nei dolorosi anni della guerra. ! Settimane indimenticabili in Inghilterra: per diversi giorni ci dedicammo alle visite turistiche della città di Londra e poi della bellissima campagna. Wright e io ci avvalemmo della fedele Ford per visitare i luoghi di nascita e le tombe dei grandi poeti ed eroi della storia britannica. ! Alla fine di ottobre la nostra piccola comitiva salpò da Southampton per l’America sul Bremen. La maestosa statua della Libertà nel porto di New York suscitò un groppo alla gola di gioia e commozione non soltanto alla signora Bletch e a Wright, ma anche a me. ! La Ford, sebbene un po’ sconquassata per le battaglie con gli antichi suoli, era ancora possente e affrontò senza difficoltà il viaggio transcontinentale fino alla California. Alla fine del 1936, eccoci di nuovo a Mount Washington! ! Al centro di Los Angeles è consuetudine celebrare le festività di fine anno con una meditazione di gruppo della durata di otto ore il 24 dicembre (Natale spirituale), seguita il giorno successivo da un banchetto (Natale sociale). I festeggiamenti di quell’anno furono ancor più grandi per la presenza di cari amici e allievi giunti da città lontane per accogliere i tre viaggiatori tornati dal loro giro intorno al mondo. ! Il banchetto del giorno di Natale comprendeva prelibatezze portate da 24.000 chilometri di distanza per quella lieta occasione: funghi gucchi dal Kashmir, rasagulla e polpa di mango in scatola, biscotti papar e un olio del fiore indiano di keora che aromatizzò il nostro gelato. La sera ci riunimmo attorno a un enorme albero di Natale scintillante, accanto al camino in cui crepitavano ceppi di cipresso aromatico. ! Tempo di doni! Regali provenienti dagli angoli più remoti della terra: Palestina, Egitto, India, Inghilterra, Francia, Italia. Con quanta cura Wright aveva contato i bauli a ogni cambio di destinazione, affinché nessuna mano furtiva s’impadronisse dei tesori destinati ai nostri cari in America! Souvenir di sacro legno d’ulivo portati dalla Terra Santa, delicati pizzi e ricami dal Belgio e dall’Olanda, tappeti persiani, scialli finemente tessuti dal Kashmir, vassoi di legno di sandalo perennemente profumati dal Mysore, pietre “occhio di bue” di Shiva dalle Province Centrali, antiche monete indiane di dinastie da tempo estinte, vasi e tazze adorni di pietre, miniature, arazzi, incensi e profumi usati nei templi, tessuti 308

swadeshi di cotone stampato, oggetti di lacca, sculture d’avorio dal Mysore, pantofole persiane dalla curiosa forma allungata a mo’ di punto di domanda, manoscritti antichi ornati di miniature, velluti, broccati, copricapo alla Gandhi, porcellane, mattonelle, oggetti d’ottone, tappeti da preghiera: un bottino raccolto in tre continenti! ! Uno alla volta distribuii i pacchetti avvolti in allegri incarti, traendoli dall’immensa pila sotto l’albero. ! «Sorella Gyanamata!». Porsi una lunga scatola alla devota signora americana dal dolce viso e dalla profonda realizzazione che aveva diretto il centro di Mount Washington durante la mia assenza. Dai fogli di carta velina ella sfilò un sari di seta dorata di Benares. ! «Grazie, signore; ecco davanti ai miei occhi tutto il fasto dell’India». ! «Signor Dickinson!». Il pacchetto successivo conteneva un dono che avevo acquistato in un bazar di Calcutta. «Questo piacerà a Dickinson» avevo pensato allora. Discepolo particolarmente caro, Dickinson aveva partecipato a tutte le feste di Natale dal 1925, anno di fondazione del centro di Mount Washington. A quell’undicesima celebrazione annuale, era in piedi di fronte a me, mentre scioglieva i nastri del suo pacchetto quadrato. ! «La coppa d’argento!». Lottando con l’emozione, egli fissava il regalo: un’alta coppa per bere. Si sedette a una certa distanza, evidentemente stupefatto. Gli sorrisi con affetto prima di calarmi di nuovo nel mio ruolo di Babbo Natale. ! La serata celebrativa si concluse con una preghiera al Donatore di tutti i doni, seguita da un canto in coro di canzoni natalizie. ! Dickinson e io, qualche tempo dopo, stavamo conversando. ! «Signore» egli disse «lasciate che vi ringrazi ora per la coppa d’argento. Non sono riuscito a trovare le parole per farlo la notte di Natale». ! «Ho portato quel regalo espressamente per voi». ! «Da quarantatré anni attendevo quella coppa d’argento! È una lunga storia, che ho sempre celato nel profondo del cuore». Dickinson mi guardò timidamente. «L’inizio fu drammatico: stavo per affogare. Il mio fratello maggiore mi aveva spinto per gioco in una pozza profonda più di quattro metri, in una piccola città del Nebraska. Avevo solo cinque anni allora. Mentre stavo per affondare per la seconda volta sotto l’acqua, apparve una luce abbagliante multicolore, che riempì tutto lo spazio. Al centro vi era la figura di un uomo dagli occhi tranquilli e dal sorriso rassicurante. Il mio corpo stava affondando per la terza volta quando uno dei compagni di mio fratello piegò un salice lungo e sottile spingendolo così in profondità che io riuscii ad aggrapparmici disperatamente con le dita. I ragazzi mi trascinarono a riva e mi prestarono con successo i primi soccorsi. ! «Dodici anni dopo, ragazzo diciassettenne, mi recai in visita a Chicago con mia madre. Era il 1893; vi si teneva una sessione del grande Parlamento mondiale delle religioni. Mia madre e io stavamo camminando lungo una delle vie principali quando vidi di nuovo quel potente lampo di luce. Pochi passi più in là, avanzava con calma lo stesso uomo che avevo scorto nella mia visione parecchi anni prima. Raggiunse un grande auditorium e svanì dietro la porta d’ingresso. ! «“Madre,” esclamai “quello era l’uomo che mi apparve quando stavo per affogare!”. ! «Ci affrettammo a entrare nell’edificio; l’uomo era seduto sul palco dei conferenzieri. Ben presto apprendemmo che si trattava di Swami Vivekananda dall’India.350 Dopo che egli ebbe tenuto un discorso profondamente toccante, gli andai incontro per fare la sua conoscenza. Mi sorrise benevolmente, come se fossimo vecchi amici. Ero così giovane che non sapevo come manifestare i miei sentimenti, ma in cuor mio speravo che si offrisse di essere il mio maestro. Egli mi lesse nel pensiero. ! «“No, figlio mio, non sono io il tuo guru”. Vivekananda, con i suoi occhi bellissimi e penetranti, guardò dritto nei miei. “Il tuo maestro verrà più avanti. Egli ti donerà una coppa 350

Il principale discepolo di Sri Ramakrishna, un maestro simile al Cristo. 309

d’argento”. Dopo una breve pausa, aggiunse sorridendo: “Riverserà su di te benedizioni maggiori di quelle che sei in grado di ricevere ora”. ! «Lasciai Chicago dopo qualche giorno» continuò Dickinson «e non rividi mai più il grande Vivekananda, ma ogni parola che egli aveva pronunciato rimase iscritta in modo indelebile nel profondo della mia coscienza. Passarono gli anni e non comparve nessun maestro. Una notte, nel 1925, pregai intensamente il Signore affinché mi inviasse il mio guru. Poche ore più tardi fui ridestato dal sonno dalle dolci arie di una melodia. Un’orchestra di esseri celestiali, con flauti e altri strumenti, apparve alla mia vista. Dopo aver pervaso l’aria di una musica meravigliosa, gli angeli lentamente svanirono. ! «La sera successiva assistetti per la prima volta a una delle vostre conferenze qui a Los Angeles e, in quel momento, seppi che la mia preghiera era stata esaudita». ! Ci sorridemmo in silenzio. ! «Da undici anni, ormai, sono vostro discepolo nel Kriya Yoga» continuò Dickinson. «Ogni tanto mi interrogavo sulla coppa d’argento; ormai mi ero quasi convinto che le parole di Vivekananda fossero solo metaforiche. La notte di Natale, tuttavia, quando voi mi porgeste l’astuccio quadrato accanto all’albero, per la terza volta nella mia vita vidi quello stesso accecante bagliore. Un istante dopo fissavo il dono del mio guru, che Vivekananda mi aveva preannunciato quarantatré anni prima: una coppa d’argento!».

! (IN ALTO A SINISTRA) E.E. Dickinson di Los Angeles; aveva a lungo atteso una coppa d’argento. (IN BASSO A SINISTRA) Sri Yukteswar e io a Calcutta, nel 1935. Il Maestro ha in mano l’ombrello-bastone che gli ho regalato. (A DESTRA) Un gruppo di studenti e insegnanti di Ranchi in posa con il venerabile maharaja di Kasimbazar (al centro, in bianco). Nel 1918 egli donò il suo palazzo Kasimbazar e dieci ettari di terra a Ranchi affinché diventassero la sede permanente della mia scuola per ragazzi ispirata allo yoga.

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CAPITOLO: 48 !

A Encinitas, in California

! «U NA SORPRESA, SIGNORE! Mentre eravate all’estero, abbiamo fatto costruire questo ashram a Encinitas; è un dono per augurarvi il bentornato a casa!». Sorella Gyanamata, sorridendo, mi guidò oltre il cancello e su per un vialetto ombreggiato dagli alberi. ! Vidi un edificio protendersi come un bianco transatlantico verso l’azzurra marina. Dapprima senza parole, poi con gli «Oh!» e gli «Ah!» e infine valendomi dell’inadeguato vocabolario umano per la gioia e la gratitudine, visitai l’ashram: sedici stanze insolitamente spaziose, ciascuna arredata in modo incantevole. ! L’imponente sala centrale, con immense finestre alte fino al soffitto, si affaccia su un altare in cui si fondono erba, oceano e cielo: una sinfonia di smeraldo, opale e zaffiro. Sulla mensola dell’enorme camino della sala poggia il ritratto di Lahiri Mahasaya che, col suo sorriso, benedice questo lontano paradiso sul Pacifico. ! Direttamente sotto la sala, scavate nella scogliera, due grotte solitarie per la meditazione si aprono all’infinità del cielo e del mare. Verande, angoli in cui prendere il sole, un vasto frutteto, un boschetto di eucalipti, sentieri lastricati di pietra che, passando fra rose e gigli, conducono a tranquilli pergolati, una lunga scalinata che termina su una spiaggia isolata e sulla distesa delle acque! Quale sogno avrebbe mai potuto essere più concreto? ! «Possano le buone, eroiche e generose anime dei santi venire qui» si legge nella “Preghiera per una dimora” dello Zend Avesta, affissa su una delle porte dell’ashram «e possano essi camminare con noi dandoci la mano, dispensando le virtù risanatrici dei loro doni benedetti vasti quanto la terra, estesi quanto i fiumi, elevati quanto il sole, per il progresso di uomini migliori, per la crescita dell’abbondanza e della gloria. ! «Possa l’obbedienza prevalere sulla disobbedienza in questa casa; possa la pace trionfare sulla discordia; l’offerta generosa sull’avarizia, la parola verace sull’inganno, il rispetto sul dispregio. Che le nostre menti siano allietate, le nostre anime elevate e che anche i nostri corpi siano glorificati; o Luce Divina, possiamo noi vederTi e, avvicinandoci, riavere coscienza di Te e giungere a godere pienamente della Tua compagnia!». ! La realizzazione di questo ashram della Self-Realization Fellowship era stata possibile grazie alla generosità di alcuni discepoli americani, uomini d’affari che, nonostante le loro infinite responsabilità, trovano quotidianamente il tempo per il Kriya Yoga. Neppure una parola sulla costruzione dell’ashram era stata lasciata trapelare durante la mia permanenza in India e in Europa. Che stupore, che gioia! ! Nei miei primi anni in America avevo perlustrato la costa della California alla ricerca di una piccola località per fondarvi un ashram sul mare; ogni volta che avevo individuato un luogo adatto, invariabilmente era sorto qualche ostacolo a intralciarmi. Posando ora lo sguardo sulla vasta estensione di Encinitas,351 riconobbi umilmente che, senza sforzo, si era realizzata la profezia annunciata da Sri Yukteswar tanto tempo prima: «un ashram sulle rive dell’oceano». ! Qualche mese dopo, a Pasqua del 1937, celebrai sui soffici tappeti erbosi di Encinitas la prima di molte funzioni al sorgere del sole. Come magi dei tempi remoti, parecchie centinaia di allievi assistettero in riverente ammirazione al miracolo quotidiano, al mattutino rito solare del fuoco nel cielo d’Oriente. A Occidente l’infinito Pacifico faceva riecheggiare la sua lode solenne; in lontananza, una minuscola vela bianca e il volo

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Cittadina situata lungo la Coast Highway 101, Encinitas si trova 160 chilometri a sud di Los Angeles e 40 chilometri a nord di San Diego. 311

solitario di un gabbiano. «Cristo, sei risorto!». Non soltanto con il sole di primavera, ma nell’eterna alba dello Spirito! ! Trascorsero rapidi molti mesi felici; nella pace della bellezza perfetta, all’ashram, riuscii a portare a termine un’opera da tempo progettata, Cosmic Chants [Canti cosmici]. Volsi in inglese e musicai con la notazione occidentale circa quaranta canti, alcuni dei quali erano originali, altri miei adattamenti di antiche melodie. Fra essi vi erano il canto di Shankara “No Birth, No Death” [Non nascita né morte]; due dei canti prediletti di Sri Yukteswar: “Wake, Yet Wake, O My Saint!” [Santo mio, destati!] e “Desire, My Great Enemy” [Desiderio, mio grande nemico]; l’antichissimo “Inno a Brahma” in sanscrito; i vecchi canti bengalesi ! “What Lightning Flash!” [Quale fulgore!] e “They Have Heard Thy Name” [Hanno udito il Tuo nome]; l’inno di Tagore “Who Is in My Temple?” [Chi è nel mio tempio?] e una serie di mie composizioni, quali: “I Will Be Thine Always” [Per sempre sarò Tuo], “In the Land beyond My Dreams” [Nella terra oltre i miei sogni], “Come out of the Silent Sky” [Esci dal cielo silente], “Listen to My Soul Call” [Odi l’invocazione della mia anima], “In the Temple of Silence” [Nel tempio del silenzio] e “Thou Art My Life” [Tu sei la mia vita]. ! Nella prefazione al libro raccontai la mia prima straordinaria esperienza della ricettività degli occidentali ai suggestivi inni devozionali dell’Oriente. L’occasione era stata una conferenza pubblica, svoltasi il 18 aprile 1926 alla Carnegie Hall di New York. ! «Signor Hunsicker» avevo confidato a un mio allievo americano «ho intenzione di chiedere al pubblico di cantare un antico inno indù, “O God Beautiful!” [O Dio splendido!]». ! «Signore» aveva protestato Hunsicker «questi canti orientali risultano incomprensibili agli americani. Sarebbe un peccato se la conferenza venisse rovinata da un commento a base di pomodori troppo maturi!». ! Ridendo avevo dissentito: «La musica è un linguaggio universale. Gli americani non mancheranno di cogliere l’anelito dell’anima in questo nobile canto».352 ! Per tutta la durata della conferenza, Hunsicker era rimasto seduto dietro di me sul palco, temendo probabilmente per la mia incolumità. I suoi timori si rivelarono infondati, non soltanto per l’assenza di ortaggi indesiderati, ma anche perché, per un’ora e venticinque minuti, le strofe di “O God Beautiful!” risuonarono incessantemente da tremila gole. Non più scettici, cari newyorkesi: i vostri cuori si librarono in un semplice inno di esultanza! Quella sera si verificarono alcune guarigioni divine tra i fedeli che cantavano con amore il nome benedetto del Signore. ! La vita appartata da menestrello letterato non durò a lungo. Presto cominciai a dividermi, ogni quindici giorni, fra Los Angeles ed Encinitas. Funzioni domenicali, lezioni, conferenze presso associazioni e università, colloqui con gli allievi, flussi incessanti di corrispondenza, articoli per East-West, la direzione di attività in India e in numerosi piccoli centri di varie città americane. Parecchio tempo fu dedicato, inoltre, all’esposizione del Kriya e di altri insegnamenti della Self-Realization Fellowship in una serie di lezioni per

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Traduco di seguito il canto di Guru Nanak: Dio splendido, Dio radioso! Nelle selve verde sei, nelle vette ti ergi Tu, nei ruscelli Tu sei gaio, nell’oceano grave Tu sei. Per chi serve sei servizio, per chi ama sei l’amore, per chi soffre sei conforto, per lo yogi estasi sei. Dio splendido, Dio radioso! Ai Tuoi piedi, io m’inchino! 312

corrispondenza rivolte a quei lontani ricercatori dello yoga il cui zelo non conosceva limiti spaziali. ! Nel 1938 si tenne a Washington D.C. la gioiosa inaugurazione di una “Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni”. Circondata da giardini artisticamente disegnati, la chiesa maestosa sorge in un’area della città denominata, a ragion veduta, “Friendship Heights” [Alture dell’Amicizia]. Ne è il direttore Swami Premananda, che ha studiato alla scuola di Ranchi e all’Università di Calcutta. Lo avevo chiamato nel 1928 ad assumere la guida del centro della Self-Realization Fellowship di Washington. ! «Premananda» gli dissi durante una visita al suo nuovo tempio «questa sede sulla costa orientale è una celebrazione in pietra della vostra infaticabile devozione. Nella capitale di questa nazione avete tenuto alti i fulgidi ideali di Lahiri Mahasaya». ! Premananda mi accompagnò da Washington in una breve visita al centro della SelfRealization Fellowship di Boston. Che gioia rivedere il gruppo del Kriya Yoga rimasto fedelmente unito dal 1920! Il direttore di Boston, il dottor M.W. Lewis, ci ospitò in un moderno appartamento con artistiche decorazioni. ! «Signore» mi disse il dottor Lewis sorridendo «nei primi anni della vostra permanenza in America abitavate in questa città in una sola stanza, senza bagno. Desideravo farvi sapere che a Boston vi sono anche appartamenti lussuosi!». ! Le ombre dell’imminente carneficina si allungavano sul mondo; l’orecchio più acuto poteva forse già udire lo spaventoso rullio dei tamburi di guerra. Dai miei colloqui con migliaia di persone in California e dalla corrispondenza che intrattenevo con persone di tutto il mondo, potei constatare che molti uomini e donne erano profondamente impegnati a scandagliare il proprio animo; la tragica insicurezza all’esterno aveva accentuato il bisogno dell’Eterno Ancoraggio. ! «Abbiamo veramente imparato il valore della meditazione» mi scrisse nel 1941 il direttore del centro della Self-Realization Fellowship di Londra «e sappiamo che nulla può turbare la nostra pace interiore. Nelle scorse settimane, durante i nostri incontri, abbiamo udito gli allarmi per i raid aerei e le esplosioni di bombe a scoppio ritardato, ma i nostri allievi continuano a riunirsi e ad apprezzare appieno le nostre belle funzioni». ! Un’altra lettera mi giunse dall’Inghilterra straziata dalla guerra, appena prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Con nobili e toccanti parole, L. Cranmer Byng, noto curatore della collana The Wisdom of the East Series [La saggezza dell’Oriente] scrisse: ! «Quando lessi East-West mi resi conto di quanto fossimo distanti all’apparenza, quasi vivessimo in due mondi diversi. La bellezza, l’ordine, la calma e la pace giungono a me da Los Angeles, entrando nel porto come una nave carica delle benedizioni e della consolazione arrecate dal Sacro Graal a una città sotto assedio. ! «Vedo, come in sogno, il vostro boschetto di palme e il tempio di Encinitas, con i suoi vasti tratti di oceano e la vista sulle montagne e, soprattutto, vedo la sua confraternita di uomini e donne animati dalla spiritualità, una comunità coesa, intenta al proprio lavoro creativo e rigenerata dalla contemplazione. È il mondo della mia stessa visione, alla realizzazione della quale speravo di contribuire per la mia piccola parte, ma ora… ! «Forse nel corpo non raggiungerò mai le vostre rive dorate né pregherò nel vostro tempio. Ma è già molto aver avuto la visione e sapere che, nel mezzo della guerra, vi è ancora una pace che dimora nei vostri porti e fra le vostre colline. Saluti a tutta la Fellowship da un soldato semplice, scritti sulla torre di guardia, in attesa dell’alba». ! Gli anni della guerra suscitarono il risveglio spirituale di persone che mai prima di allora avevano incluso fra i propri svaghi lo studio del Nuovo Testamento. Unico dolce distillato dalle amare erbe della guerra! Per soddisfare un bisogno sempre più sentito, fu costruita una piccola e suggestiva “Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni” a Hollywood, inaugurata nel 1942. Essa si affaccia su Olive Hill e il lontano Planetario di Los Angeles. La chiesa, decorata in blu, bianco e oro, si riflette fra i giacinti d’acqua in un 313

ampio laghetto. I giardini sono rallegrati da fiori, qualche stupito cerbiatto di pietra, un portico circondato da una vetrata colorata e un caratteristico pozzo dei desideri. In quest’ultimo è stata lanciata, insieme agli spiccioli e ai caleidoscopici desideri umani, più di una pura aspirazione al solo tesoro dello Spirito! Un’universale benevolenza fluisce da piccole nicchie con le statue di Lahiri Mahasaya e Sri Yukteswar, e di Krishna, Buddha, Confucio, San Francesco, nonché una bellissima riproduzione in madreperla del Cristo dell’Ultima cena. ! Un’altra “Chiesa di tutte le religioni” fu fondata nel 1943 a San Diego. Il tempio, in posizione tranquilla sulla cima di una collina, si affaccia su un pendio ricoperto di eucalipti e domina la scintillante baia di San Diego. ! Una sera, in questo quieto rifugio, stavo dando piena espressione ai miei sentimenti nel canto. Sotto le dita avevo l’armonioso organo della chiesa, sulle labbra lo struggente lamento di un antico fedele del Bengala che aveva cercato l’eterna consolazione: ! In questo mondo, Madre, nessuno può amarmi; ! in questo mondo non conoscono l’amore divino. ! Dov’è l’amore che ama in modo puro? ! Dov’è l’amore che Ti ama veramente? ! Là anela a essere il mio cuore. ! Accanto a me nella cappella vi era Lloyd Kennell, direttore del centro di San Diego, che abbozzò un sorriso udendo le parole del canto. ! «Ditemi la verità, Paramhansaji, ne è valsa la pena?». Egli mi fissò con la massima sincerità. Compresi la sua domanda laconica: «Siete stato felice in America? E le delusioni, le pene, i direttori che non riuscivano a dirigere e gli allievi ai quali non si riusciva a insegnare?». ! «Benedetto è l’uomo che il Signore mette alla prova, dottore! Egli si è ricordato, di tanto in tanto, di pormi un fardello sulle spalle!». Pensai allora a tutte le persone fedeli, all’amore, alla devozione e alla comprensione che si trovano nel cuore dell’America. Lentamente e con convinzione aggiunsi: «Ma la mia risposta è sì, mille volte sì! Ne è valsa la pena; è stata per me una costante fonte d’ispirazione, più di quanto avessi mai potuto sognare, vedere l’Occidente e l’Oriente avvicinarsi l’uno all’altro nell’unico legame duraturo, quello spirituale!». ! Silenziosamente aggiunsi una preghiera: «Possano Babaji e Sri Yukteswarji sentire che ho svolto il mio compito, senza deludere le alte speranze con le quali essi mi hanno inviato». ! Tornai di nuovo all’organo; questa volta il mio canto aveva una sfumatura di valore marziale: ! La ruota opprimente del tempo rovina ! molte vite di stelle e di luna ! e il sorriso splendente di ogni mattino, ! ma la mia anima continua il suo cammino! ! Oscurità, insuccessi e morte rivaleggiano, ! di sbarrarmi la via furiosamente tentano, ! con la natura gelosa io lotto e mi ostino, ! ma la mia anima continua il suo cammino! ! Nella settimana di Capodanno del 1945 mi trovavo al lavoro nel mio studio di Encinitas, impegnato a rivedere il manoscritto di questo libro. ! «Paramhansaji, per favore, venite all’aperto». Il dottor Lewis, in visita da Boston, mi sorrideva implorante fuori dalla mia finestra. Poco dopo passeggiavamo al sole. Il mio compagno indicò alcune nuove torri in via di costruzione ai limiti della proprietà della Fellowship, ai confini con la strada principale costiera. ! «Signore, vedo grandi progressi qui, dalla mia ultima visita». Il dottor Lewis viene due volte all’anno da Boston a Encinitas. 314

! «Sì, dottore, un progetto sul quale ho riflettuto a lungo sta iniziando ad assumere una forma definita. In questi bellissimi dintorni ho fondato una colonia mondiale in miniatura. La fratellanza è un ideale che si comprende meglio con l’esempio che con i precetti! Un piccolo gruppo che viva in armonia in questo luogo potrebbe ispirare altre comunità ideali sulla terra». ! «Una splendida idea, signore! La colonia avrà sicuramente successo se ciascuno farà con sincerità la propria parte!». ! «Mondo è un termine assai vasto, ma l’essere umano deve allargare il proprio senso di appartenenza, considerandosi un cittadino del mondo» proseguii. «A chi crede davvero: “Il mondo è la mia patria; è la mia America, la mia India, le mie Filippine, la mia Inghilterra, la mia Africa”, non mancheranno mai opportunità di condurre una vita utile e felice. Il suo naturale orgoglio locale conoscerà un’espansione illimitata ed egli sarà in contatto con le correnti creative universali». ! Il dottor Lewis e io sostammo alla vasca dei fiori di loto vicina all’ashram. Sotto di noi si estendeva lo sconfinato Oceano Pacifico. ! «Queste stesse acque s’infrangono ugualmente sulle coste dell’Occidente e dell’Oriente, in California e in Cina». Il mio compagno lanciò un sassolino nel primo dei 180 milioni di chilometri quadrati dell’oceano. «Encinitas è un luogo simbolico per una colonia mondiale». ! «È vero, dottore. Organizzeremo qui molte conferenze e Congressi delle religioni, invitando delegati da tutti i Paesi. Le bandiere delle nazioni saranno appese nelle nostre sale. Nel parco circostante verranno costruiti templi su scala ridotta, dedicati alle principali religioni del mondo. ! «Appena possibile» continuai «ho intenzione di aprire qui un Istituto di yoga. Il ruolo benedetto del Kriya Yoga in Occidente non è che agli inizi. Possano tutti gli esseri umani venire a conoscenza che esiste una specifica tecnica scientifica di realizzazione del Sé per superare ogni sofferenza umana!». ! Fino a notte fonda il mio caro amico – il primo Kriya Yogi in America – rimase a discutere con me dell’esigenza di creare colonie mondiali fondate su basi spirituali. I mali attribuiti a un’astrazione antropomorfica chiamata “società” potrebbero essere addossati, più realisticamente, all’Uomo comune. L’utopia deve germogliare nel cuore del singolo per poi poter fiorire come virtù civica. L’essere umano è un’anima, non un’istituzione; soltanto le sue riforme interiori possono rendere permanenti quelle esteriori. Ponendo l’accento sui valori spirituali, sulla realizzazione del Sé, una colonia che sia concreto esempio di fratellanza mondiale ha il potere di trasmettere vibrazioni edificanti ben oltre la propria dimensione locale. ! Quindici agosto 1945: fine della seconda guerra mondiale! Fine di un mondo; alba di un’enigmatica era atomica! I residenti all’ashram si riunirono nel salone principale per una preghiera di ringraziamento. «Padre Celeste, che ciò non si ripeta mai più! Che i tuoi figli vivano d’ora in avanti come fratelli!». ! La tensione degli anni della guerra si era dissolta; i nostri spiriti si crogiolavano al sole della pace. Con gioia guardai ciascuno dei miei compagni americani. ! «Signore» pensai con gratitudine «hai dato a questo monaco una grande famiglia!».

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INDICE INDICE delle CITAZIONI BIBLICHE ! A me la vendetta, ! A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio, ! Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, ! Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, ! Chi crede in me, compirà le opere che io compio, ! Chi di spada ferisce, di spada perisce, ! Chi è mia madre? ! Chi ha formato l’orecchio, forse non sente? ! Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, ! Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, ! Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi, 1-2 ! Conviene che così adempiamo ogni giustizia, ! Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, ! Dio creò l’uomo a sua immagine, ! Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ! Dio nessuno l’ha mai visto, ! Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi, ! Due terzi del tuo spirito diventino miei, ! E la luce fu, ! Ecco, io invierò il profeta Elia, ! Egli è quell’Elia che deve venire, ! Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto, ! Facciamo l’uomo a nostra immagine, ! Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno, ! Il Padre infatti non giudica nessuno, ! Il paziente val più di un eroe, ! Il re dei regnanti e signore dei signori, ! Il sabato è stato fatto per l’uomo, 1, 2 ! Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche, ! Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, ! Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo, ! Il suo rumore era come il rumore delle grandi acque, ! Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio, ! In principio era il Verbo, 1, 2 ! Io muoio ogni giorno, ! Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ! La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato, ! La morte è stata ingoiata nella vittoria, ! Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ! Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà, ! Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle, ! Non chiunque mi dice: Signore, Signore, ! Non date le cose sante ai cani, ! Non di solo pane vivrà l’uomo, ! Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete, ! Non vedrà mai la morte, ! O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, ! Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, ! Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente, 316

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Questa malattia non è per la morte, Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono, Se dunque il tuo occhio è singolo, 1, 2 Se uno ti percuote la guancia destra, Siate fecondi e moltiplicatevi, Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Toccandogli l’orecchio lo guarì, Tutto quello che domandate nella preghiera,

INDICE delle ALTRE CITAZIONI ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! !

Alcune persone cercano di rendersi alte mozzando le teste altrui! Anche nel mondo lo yogi che assolve fedelmente le proprie responsabilità, Andate per il mondo come leoni di autocontrollo, Banat, banat, ban jai, Centro ovunque, circonferenza inesistente, Coloro che sono troppo buoni per questo mondo ne stanno ornando qualche altro, Correnti contrastanti dell’ego, Dalla gioia venni, per la gioia vivo, Dera danda uthao, 1, 2 Dio non è dimostrato, Dio regge il peso del cosmo, Dolore e piacere sono transitori, Ekam sat (solo Uno esiste), I pensieri hanno radici universali, non individuali, Io sono sempre la Stessa, Io, Cosmico Mare, contemplo il piccolo ego che fluttua in Me, L’ospite è Dio, La condotta umana è sempre inaffidabile finché non è ancorata nel Divino, La saggezza è il depurativo più efficace, Le buone maniere senza sincerità sono come una bella signora senza vita, Le otto qualità elementari che entrano a far parte di tutta la vita creata, Offrendo il fiato dell’inspirazione nell’espirazione, Oh, Luna del mio Diletto che non conosci declino, Perché non gettare un osso al cane? Più soave di un fiore quanto a gentilezza, Possa il Tuo Amore risplendere per sempre sul santuario della mia devozione, Sono Lui, sono Lui, Beato Spirito, io sono Lui! Tu sei me, io sono Te, Conoscenza, Conoscitore, Conosciuto in Uno! Un mendicante non può rinunciare alla ricchezza, Un santo triste è un triste santo!

! Possano le sacre vibrazioni di questo libro colmare la tua anima. 317

POSTFAZIONE !

di Swami Kriyananda

! Paramhansa Yogananda concluse questo libro meraviglioso accennando al suo progetto di fondare la prima “colonia mondiale” (come lui stesso la chiamò) a Encinitas, in California. Lo sentii spesso esortare il suo pubblico a riunirsi in “colonie di fratellanza mondiale”; il concetto di “colonia” era un aspetto fondamentale della sua missione. Egli affermava, infatti, che le comunità spirituali avrebbero ispirato milioni di persone, in tutto il mondo, a vivere in pace e che sarebbero diventate modelli di armonia internazionale. Il suo sogno era che le nazioni della terra vivessero in amicizia in questa nostra comune casa planetaria. ! Egli insegnava che tutti gli esseri umani devono considerarsi “cittadini del mondo”. I paragrafi conclusivi del suo libro contengono l’entusiasmante affermazione: «A chi crede davvero: “Il mondo è la mia patria; è la mia America, la mia India, le mie Filippine, la mia Inghilterra, la mia Africa”, non mancheranno mai opportunità di condurre una vita utile e felice. Il suo naturale orgoglio locale conoscerà un’espansione illimitata ed egli sarà in contatto con le correnti creative universali». ! Purtroppo non gli fu possibile realizzare questo sogno negli anni di attività incredibilmente intensa che gli rimanevano da vivere. Il brano che ho appena citato fu omesso nelle successive edizioni di questo libro; le sue speranze di fondare una “colonia di fratellanza mondiale” dovettero essere rimandate a un periodo successivo, quando egli non sarebbe più stato nel corpo fisico. Devo aggiungere che fu lui stesso a compiere, o per lo meno ad approvare, tale omissione: non voleva che i lettori facessero i bagagli per trasferirsi immediatamente in una comunità che ancora non esisteva! Nonostante ciò, credo e spero ardentemente che il suo sogno di una comunità modello di fratellanza mondiale possa, un giorno, diventare realtà, proprio a Encinitas. ! Quell’omissione, infatti, non indicava un “cambiamento di idee”, come affermò con insistenza una mia condiscepola, anni dopo. Nei tre anni e mezzo in cui vissi con il Maestro, prima del suo ingresso nel mahasamadhi finale, lo sentii spesso proclamare la necessità per la nostra epoca di “colonie di fratellanza mondiale”. Quell’omissione, quindi, non significava in alcun modo che il suo interesse nei confronti di tale visione fosse diminuito. ! Il 31 luglio 1949 lo sentii parlare a un garden party a Beverly Hills, luogo notoriamente frequentato dall’alta società («Che posto» pensai «e che circostanza per quella appassionata esortazione!»). Fu il discorso più entusiasmante che io abbia mai sentito. Era incentrato sulle “colonie di fratellanza mondiale”. I settecento ospiti presenti si aspettavano certamente che egli rivolgesse alcune cortesi espressioni di gratitudine alla “padrona di casa” e sorridenti parole di elogio per il “delizioso” intrattenimento. Nessuno si sarebbe mai sognato di venire travolto da un’arringa di tale forza divina! Il Maestro in seguito disse: «Dio parlava attraverso di me!». Ho descritto questo episodio nel mio libro, Il nuovo Sentiero. ! «Non avevo mai immaginato» ho scritto «che il potere della parola dell’uomo fosse così grande; fu la conferenza più appassionante che io abbia mai ascoltato. ! «“Questo giorno” tuonò il Maestro, sottolineando ogni parola “segna la nascita di una nuova era. Le mie parole sono impresse nell’etere, nello Spirito di Dio, e scuoteranno l’Occidente ... Dobbiamo andare, non solo noi che siamo qui, ma migliaia di giovani dovranno andare a nord, sud, est e ovest, per ricoprire la terra di piccole colonie, dimostrando che la semplicità di vita unita a ideali elevati può condurre alla più grande felicità”». ! «Riunitevi in piccole comunità» esortava spesso il pubblico nelle sue conferenze. «Conducete una vita di servizio a Dio e di divina meditazione. Questa è la via verso la 318

pace e l’armonia interiori. Che cos’altro potreste desiderare dalla vita? Unite le vostre risorse. Concentrate tutte le attività essenziali in un unico luogo: lavoro, casa, luogo di culto e scuole dove insegnare ai bambini i giusti principi per la vita. Questo modo di vivere vi darà tutto ciò di cui avete bisogno: pace mentale, libertà interiore e, soprattutto, felicità!». ! Dopo aver udito quel discorso, feci voto di contribuire con tutto ciò che era in mio potere a realizzare il suo sogno. Poco dopo, il Maestro cominciò a dirmi: «Hai una grande opera da compiere, Walter» (era così che mi chiamava). Molte volte, da allora, mi ripeté le stesse parole, in modo tale che le intendessi come un monito, non certo come un complimento. ! Il suo ideale di comunità non era una mera fantasia e neppure un’idea accennata con leggerezza durante un tè del pomeriggio: non era, cioè, il tipo di cosa sulla quale si potesse “cambiare idea” facilmente in seguito. Era un ideale fondamentale per la missione della sua vita, tanto che egli lo enunciò chiaramente anche fra i suoi “Scopi e ideali”. Sfortunatamente, quegli “Scopi” furono modificati, anni dopo, per adattarli alla convinzione di alcuni suoi discepoli che la sua visione dell’opera fosse “cambiata” (come se un tale fervore – per di più, da parte di un maestro – potesse mai venire meno!). ! In occasione dello storico banchetto in onore di Binay R. Sen, ambasciatore dell’India, al termine del quale il Maestro lasciò il corpo (ebbi la benedizione di essere presente quella sera, insieme ad altri due discepoli tuttora viventi), egli espresse in modo toccante la convinzione che le peculiari virtù di ogni nazione dovrebbero fondersi in un’amichevole cooperazione. La cooperazione fu sempre, per lui, un tema fondamentale: la sua missione non era solo quella di fondare un monastero! ! Appena quattro mesi prima del suo trapasso, egli confermò la propria convinzione del valore delle “colonie di fratellanza mondiale” – che lo aveva accompagnato per tutta la vita – a Kamala Silva, una discepola a lui vicina che era andata a fargli visita. Kamala, in seguito, riportò quelle parole nel suo ispirante libro di memorie, Lo specchio perfetto. ! Ho avuto la fortuna, per grazia di Dio e del Guru, di portare a compimento la visione del Maestro di “colonie di fratellanza mondiale”. Ho fondato la prima comunità Ananda Sangha nell’agosto del 1968, dedicandola allo spirito, agli insegnamenti e agli ideali di Paramhansa Yogananda. ! Ad oggi – gennaio 2010 – Ananda conta ben otto comunità. Esse dimostrano che persone di diversa provenienza possono vivere insieme in armonia spirituale. Queste comunità sono situate in California, Oregon e Washington negli Stati Uniti; nei pressi di Assisi in Italia; e a Gurgaon e Pune in India. Complessivamente, ospitano un migliaio di residenti. Molte altre migliaia di persone sono affiliate a tali comunità e praticano gli insegnamenti del grande Guru. Altre migliaia giungono ogni anno in visita da tutte le parti del mondo, per apprendere gli insegnamenti del Maestro e imparare a fondare a loro volta delle comunità nei luoghi in cui risiedono. ! Il mio sogno attuale è che le nostre comunità di Pune e Gurgaon fioriscano e diventino comunità-modello di Ananda Sangha per l’India. Quarant’anni di esperienza in questo campo dovrebbero bastare a convincere le persone che il concetto è stato sufficientemente messo alla prova sul duro suolo di questa terra. Il concetto funziona! Le comunità Ananda Sangha realizzano almeno in parte la grande eredità che Paramhansa Yogananda ha lasciato al mondo. ! Possano tutti gli uomini comprendere che è davvero possibile vivere insieme, in modo utile e proficuo, in pace e armonia! Le comunità Ananda non sono come i tradizionali villaggi nei quali il pettegolezzo e l’egoismo spesso prevalgono, minando la tranquillità dei residenti. Queste comunità hanno mostrato uno stile di vita che può condurre, come disse il mio Guru, «alla più grande armonia e felicità interiore!». ! Assisi, gennaio 2010 319

PARAMHANSA YOGANANDA !

Cronologia di una vita benedetta

! Yogananda nasce a Gorakhpur, dove vive dal 1893 al 1902 (capitolo 1). ! Dal 1902 al 1904 (fino all’età di undici anni) risiede a Lahore, dove la Divina Madre risponde amorevolmente alle sue preghiere per ricevere i due aquiloni (cap. 1). ! Dal 1904 al 1906 la famiglia di Yogananda vive a Bareilly. A quell’epoca Yogananda perde la sua amata madre, che muore a Calcutta (cap. 2). ! Per breve tempo, da maggio a luglio del 1906, Yogananda, all’epoca chiamato Mukunda, vive con la famiglia a Chittagong. ! All’età di tredici anni si trasferisce a Calcutta e fa la conoscenza di numerosi santi e yogi. ! A diciassette anni, nel 1910, incontra il suo guru, Sri Yukteswar, che lo incoraggia a iscriversi all’università (cap. 10). ! Nel 1916, con il nome di Swami Yogananda, visita il Giappone (cap. 25). ! Nel 1917 avvia una scuola a Dihika, nel Bengala, e nel 1918 la trasferisce a Ranchi (cap. 27). ! Nel 1920 parte per l’America (cap. 37), dove rimane per il resto della sua vita, diffondendo con successo il messaggio del Kriya Yoga. ! Per i primi tre anni, dal 1920 al 1923, risiede e insegna stabilmente a Boston. ! Dal 1923 Yogananda compie numerosi viaggi da una costa all’altra degli Stati Uniti, tenendo conferenze nelle più grandi sale delle principali città americane. Migliaia di persone lo ascoltano in ogni città. Nel 1924 visita l’Alaska, nel 1929 il Messico. Scrive libri e lezioni per lo studio a distanza dei suoi insegnamenti. Pubblica inoltre una rivista, alla quale dà inizialmente il nome d East-West. ! Fra i suoi studenti famosi di quell’epoca vi sono il direttore sinfonico Leopold Stokowski, l’orticoltore Luther Burbank, George Eastman (inventore della macchina fotografica Kodak), Clara Clemens Gabrilowitsch (figlia di Mark Twain), la soprano italiana Amelita Galli-Curci, Vladimir Rosing (eminente tenore e direttore dell’American Opera Co.) e Luigi von Kunits (direttore della New Symphony Orchestra di Toronto). ! Il 25 ottobre 1925 Yogananda stabilisce il suo quartier generale a Mount Washington, Los Angeles. ! Dal 1925 al 1933 continua a tenere conferenze di fronte a migliaia di persone in tutta l’America. La sua fama si diffonde. ! Il 24 gennaio 1927 il Presidente Coolidge lo accoglie alla Casa Bianca. Nel 1929 è ricevuto dal Presidente del Messico, Portes Gil, e nel 1949 incontrerà il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru durante la sua visita a San Francisco. ! Nel 1934 Yogananda conclude la sua “campagna” in America e si ritira principalmente a Mount Washington. ! Nel 1935 ritorna in India (cap. 40). Lungo il percorso si ferma in Europa, visitando l’Inghilterra (dove tiene discorsi a Londra e visita Stonehenge), la Scozia, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Germania (dove incontra Teresa Neumann, cap. 39), la Svizzera, l’Italia (Venezia, Assisi, Roma), la Grecia (i templi di Atene), Israele (Betlemme e Gerusalemme), l’Egitto (le antiche piramidi). In India si reca a Bombay, Wardha (dove visita il Mahatma Gandhi, cap. 44), Calcutta, Serampore, Ranchi, Mysore (dove incontra C.V. Raman, Premio Nobel per la fisica), Bangalore, Hyderabad, Madras, Arunachala (dove visita Ramana Maharishi), il Kashmir. Tiene molti discorsi. ! Nel dicembre del 1935 Sri Yukteswar gli conferisce il più alto titolo spirituale, Paramhansa. Nel 1936 Yogananda visita il Kumbha Mela ad Allahabad (cap. 42), si reca ad Agra (dove visita il Taj Mahal), Brindaban (dove incontra Swami Keshabananda e visita 320

gli antichi templi), Delhi, Meerut (un tempo residenza di suo fratello Ananta), Bareilly (in visita presso un amico d’infanzia), Gorakhpur (il suo luogo di nascita) e Benares (dove visita il tempio di Vishvanath e la casa di Lahiri Mahasaya, cap. 31). ! All’inizio del marzo 1936, rientrato a Calcutta, un telegramma lo richiama a Puri: là Sri Yukteswar entra nel mahasamadhi il 9 marzo (cap. 42). ! Il 19 giugno, a Bombay, Yogananda è testimone della resurrezione del suo guru (cap. 43). ! Nel settembre del 1936 ritorna in Inghilterra per alcune settimane, tenendo nuovamente dei discorsi. Arriva a New York alla fine di ottobre e fa ritorno a Mount Washington negli ultimi mesi del 1936 (cap. 47). ! Yogananda riceve come regalo dal suo discepolo più avanzato, Rajarshi Janakananda, un bellissimo eremo a Encinitas (cap. 48). Inizia per lui un periodo di intensa scrittura. ! Nel 1938 si inaugura a Encinitas il Golden Lotus Temple of All Religions (il Tempio del loto dorato di tutte le religioni), che sprofonderà nell’oceano nel 1942. ! Nel 1938 Yogananda inaugura la Self-Realization Church of All Religions (la Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni) a Washington, DC. ! Nel 1939 a Dakshineswar, in India, viene fondato il quartier generale della Yogoda Satsanga Society. ! Nel 1942 Yogananda inaugura la Self-Realization Church of All Religions a Hollywood. ! Nei primi anni Quaranta Yogananda avvia una “Colonia di fratellanza mondiale” a Encinitas, invitando le famiglie a risiedervi (cap. 48). ! Nel 1943 inaugura la Self-Realization Church of All Religions a San Diego. ! Nel 1946 pubblica la sua opera più famosa, Autobiografia di uno yogi. ! Nel 1947 inaugura una Self-Realization Church of All Religions a Long Beach e un’altra, nel 1948, a Phoenix. ! Nel 1949 riceve in dono la proprietà di Lake Shrine, che inaugura nell’agosto del 1950. ! Nel 1951 apre l’India Center a Hollywood, con un ristorante e una biblioteca. ! Negli anni fra il 1950 e il 1952 Yogananda trascorre molto tempo nel suo ritiro nel deserto a Twenty-Nine Palms, completando i suoi scritti, specialmente i commenti alla Bhagavad Gita. ! Il 7 marzo del 1952, al Biltmore Hotel di Los Angeles, durante un evento in onore dell’ambasciatore indiano negli Stati Uniti, Mr. Sen, Yogananda lascia il corpo. Egli conosceva in anticipo il giorno, la causa e le circostanze della propria morte. Il suo caso è unico nella storia americana: per tre settimane, fino al momento in cui il feretro venne chiuso, il suo corpo non mostrò alcun segno di decomposizione. Il mondo occidentale rimase sbalordito di fronte a tale miracoloso stato di incorruttibilità. !   !   !

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! La storia dell’Autobiografia di uno yogi ! Con la sua Autobiografia di uno yogi Paramhansa Yogananda ci ha lasciato non soltanto l’ispirante racconto della sua vita e del suo viaggio verso la realizzazione del Sé, ma anche uno dei più preziosi gioielli della letteratura spirituale di ogni tempo. Nel corso degli anni la fama dell’Autobiografia ha raggiunto dimensioni mondiali: secondo dati ufficiali è stata tradotta in diciotto lingue. In inglese si è ormai giunti alla tredicesima edizione. ! Chi fosse interessato a conoscere la storia della nascita di questo capolavoro e dei cambiamenti intervenuti nelle diverse edizioni, può trovarla nel sito www.anandaedizioni.it, dove è disponibile anche la versione integrale del capitolo aggiunto da Yogananda nella terza edizione del 1951, l’ultima pubblicata prima della sua morte. ! ! !

 

! Fondata nel 1968 da Swami Kriyananda, Ananda è un insieme di comunità spirituali con centinaia di centri e gruppi di meditazione negli Stati Uniti, in Europa e in India. ! Nelle colline adiacenti ad Assisi sorge una delle comunità Ananda. Vi risiedono circa ottanta persone che sperimentano, vivendo in armonia, gli insegnamenti di Paramhansa Yogananda. ! Centinaia di ricercatori spirituali giungono ogni anno in questo luogo di pace, per apprendere e praticare gli insegnamenti della realizzazione del Sé e del Kriya Yoga nello splendido Tempio di Luce, dedicato a tutte le religioni. ! www.ananda.it

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Revisione editoriale di Sahaja Mascia Ellero e Fabio Arrivas Graf ica di Tejindra Scott Tully Si ringraziano tutti coloro che hanno partecipato spiritualmente e f inanziariamente alla realizzazione di quest’opera. Grazie a Massimo e Manuela Masotti, Luigi Perencin, Giovanni Angiulli, Isa Zanaria, Giorgio Pisani, Jayadev Jaerschky, Maria Grazia Scalchi e Kalavati Catellani per la preziosa collaborazione editoriale. Ananda Edizioni Associazione Frazione Morano Madonnuccia, 7 06023 Gualdo Tadino (PG) tel. 075-9148375 / fax 075-9148374 internet: www.anandaedizioni.it e-mail: [email protected] Edizione digitale: dicembre 2011 ISBN: 9788897586104 Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl

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