Alessio-G-C-Civilta-e-letteratura-latina-medievale-1.pdf

May 29, 2018 | Author: Marcia Kaiser | Category: Middle Ages, Latin, Byzantine Empire, Europe, Italy
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Gian Carlo Alessio

Civiltà e letteratura latina medievale Nel corso, l‟attenzione verrà dedicata, in differente misura, ai secoli che vanno dalla „rinascita carolingia‟ (IX secolo) sino al XIII secolo, vale a dire dal momento in cui la dinastia caroling ia, il cui

principale esponente è Carlo Magno, cerca di ristabilire una unità territoriale e politica in Europa, cui si accompagna una „rinascita‟ religiosa e culturale che segnerà i secoli successivi sino al momento del primo apparire, in alcune aree dell a cultura italiana, dell‟altra „rinascita‟ quella

umanistica (col fenomeno del c.d. preumanesimo), da cui poi prenderanno avvio le caratteristiche che improntano la cultura dell‟Europa moderna.

Il concetto di Medioevo L'espressione „età di mezzo‟ (media ( media aetas) era già usata agli inizi del XIII secolo, ad esempio dall‟abate calabrese Gioacchino da Fiore , per indicare un‟epoca intermedia all‟interno della storia

della salvezza e del mondo rispondente ad un piano divino: secondo questa scansione della storia, il tempo, nel suo complesso, poteva essere diviso in una età del Padre, in una età del Figlio e in una dello Spirito Santo. Nel periodo che ci interessa l‟uomo pensava di trovarsi nell‟età intermedia fra l‟incarnazione di Dio (l‟età del Figlio) e la fin e dei tempi, segnata dal ritorno di Cristo nel giorno del Giudizio (l‟età dello Spirito Santo). Il nostro termine (medioevo) deriva però non da questa concezione della storia ma dall‟etichetta

che gli umanisti del Quattrocento applicarono a questa età che giudicavano negativamente come un oscuro periodo „di mezzo‟ tra gli splendori dell‟antichità classica e il loro tempo, che aveva saputo far rivivere quell‟età  gloriosa.

Le divisioni del Medioevo secondo la storiografia moderna.

Quando parliamo del medioevo europeo alludiamo ad un periodo di storia notevolmente lungo, tradizionalmente, un periodo di tempo che si estende tradizionalmente dal V al XV secolo e quanto mai complesso e vario. Intendiamo un arco di mille anni nel quale sono comprese le più diverse forme etniche, istituzionali, culturali, non chiuse in sé, ma aperte all'evoluzione storica e in più di una direzione, e in questo indicative di aspetti nei quali possono riconoscersi i primi germi della civiltà moderna. I contrasti tra Oriente e Occidente, tra mondo nordico e mondo mediterraneo, tra vecchio e nuovo, tra sacro e profano, tra ideale e reale, danno vita, colore, movimento a questo periodo  – di cui alcuni parlano ancora come dei «secoli oscuri» della civiltà europea - che, per le sue connessioni con l'età antica e con quella moderna a un tempo, si pone di diritto nella storia continua dell'evoluzione umana. Continuità e innovazione sono infatti le caratteristiche del medioevo, come del resto di tutte le grandi età storiche.  Altri, invece, ritengono il medioevo un'età tutt'altro che oscura, ma ne ritengono caratterizzante l‟uniformità, almeno nel periodo centrale che va dall'800 circa al 1300,

distinto dalle grandi istituzioni medievali: il feudalesimo, il sistema ecclesiastico, la scolastica; esso sarebbe preceduto e seguito da due età di più rapida trasformazione. Una visione di tal genere non tiene conto del fatto che i vari paesi d'Europa non ebbero tutti lo stesso sviluppo, ignora le grandi rivoluzioni economiche di quest'epoca, l'influsso della nuova cultura d'Oriente, il continuo fluire di correnti minori all'interno della grande corrente della vita e del pensiero medievali. E, guardando in particolare alla vita letteraria, ignora ancora il rinnovato interesse per i classici latini, la rinascita del diritto romano, l'arricchimento del sapere nella riconquista della cultura antica e nella nuova scienza 1

sperimentale, l'originalità creativa della poesia e dell'arte. Certamente, tra l'Europa dell'800 e quella del 1300 sono più i motivi di differenza che di affinità. Ma le stesse differenze, se pure su scala più ridotta, le riscontriamo tra la cultura dell'VIII e quella del IX secolo, tra la situazione del 1100 circa e quella del 1200 circa, tra tutta l'età precedente e le nuove correnti intellettuali dei secoli XIII e XIV. Per ragioni di comodità è invalso l'uso di designare alcuni di tali movimenti con le espressioni: rinascita carolingia, rinascita ottoniana, rinascita del XII secolo, adottando cioè un termine che un tempo era riservato esclusivamente al rinascimento italiano del secolo XV. L‟inizio e la fine del medioevo non hanno però divisioni, quand‟anche convenzionali, convenzionali, univocamente

riconosciute rispetto ai periodi che precedono e seguono. Esse variano infatti non solo da nazione a nazione ma anche in base ai fatti storici che la sensibilità di ciascuno storico tende a ritenere caratterizzanti per individuare un cambiamento nello sviluppo della civiltà europea. Il periodo che chiamiamo 'medievale' 'medievale' è infatti preceduto da quello che si suole definire come 'tarda antichità', i cui confini sono legati alla enfatizzazione di particolari aspetti che possono variare in relazione ai contesti geografici o agli aspetti socioculturali presi in esame. Ad esempio, per la Gallia il punto di passaggio dall'età tardoantica al Medioevo è considerato l'insediamento stabile dei Franchi in t utto il suo territorio e il consolidamento della dinastia dei Merovingi, che avviene tra la fine del V e gli inizi del VI secolo; per l'Italia la svolta si ha tra la guerra greco-gotica e l'invasione dei Longobardi.(535-c.570). Varietà di opinioni e conseguenti oscillazioni cronologiche si hanno anche quando si tenti di operare suddivisioni più particolari del periodo che è definito, nel suo insieme, 'medievale'. Se si fa riferimento alle aree geopolitiche (e culturali) della Francia, della parte occidentale della Germania e dell'Italia centrosettentrionale, una prospettiva tradizionale divide sommariamente l'età medievale in Alto Medioevo, che comprende il periodo 'barbarico' dell'Europa (quindi il VI e il VII secolo), il periodo di riaggregazione politica e di risveglio culturale sotto l'iniziativa della dinastia carolingia (dalla seconda metà dell'VIII alla prima metà del IX secolo), il periodo di dissoluzione dell'impero carolingio, l'affermarsi del particolarismo feudale (seconda metà del IX secolo  – prima metà del X secolo) e la ritrovata unità politica sotto i due poteri universali della Chiesa e dell'Impero (seconda metà del X secolo  – XI secolo).  All'Alto Medioevo segue il Basso Medioevo, che inizia dal primo XII secolo, dal momento in cui si avverte la impossibilità di realizzare il progetto di unire le diverse realtà politiche dell'Europa medievale sotto il governo delle due supreme autorità, l'impero (il potere temporale), e il papato (il potere spirituale) e si avviano le esperienze di autonomia politica e di affermazione commerciale locali (le città) e nazionali (le monarchie dell'Europa occidentale, in Francia, Inghilterra, e nella penisola iberica). Il Basso medioevo si prolunga sino al XIV o al XV secolo (per il quale ultimo oggi si preferisce parlare di età umanistica). umanistica).  Altre ancora esistono, perché mille anni di storia europea, di storia st oria politica, economica, culturale, racchiudono vistose differenze che caratterizzano abbastanza sensibilmente i diversi periodi, sia dal punto di vista della storia politica, sia da quello della storia economica, sia, infine, come vedremo meglio, da quello della storia della cultura. Ad esempio la scuola storiografica tedesca, inserisce dopo l'Alto Medioevo' un periodo che essa denomina Hochmittelalter , quindi 'pieno Medioevo' o 'Medioevo centrale', che è compreso tra la seconda metà del X secolo e la prima metà del XIII e che individua nettamente il p eriodo in cui, dopo la fine dell‟anarchia feudale, si affermano le supreme potestà della Chiesa e dell'Impero. Tuttavia si è continuato a parlare semplicemente di Medioevo come indicazione convenzionale di un periodo al quale si attribuiscono alcune caratteristiche (come la struttura feudale della società, la concezione del mondo, la concezione dell‟uomo) che hanno finito di divenire emblematiche e rappresentative dell‟immagine ideale di questo periodo storico.

Per approfondire questi argomenti: HORST FUHRMANN, Guida al Medioevo , Bari, Laterza, 19933. 2

Il nostro medioevo Visto sotto il profilo della storia culturale, è necessario evidenziare che proprio l‟uniformità

che caratterizzerebbe il medioevo appare quanto mai discutibile. Semmai è la lentezza che accompagna le trasformazioni ad offrire la sensazione di scenari culturali uniformi sia nel tempo sia, ancor più, nello spazio. Quella di correggere questo criterio di valutazione è una delle ragioni che induce a considerare qui i secoli che stanno tra il IX e il XIII, ricordando inoltre che è proprio dall‟800 (o meglio dalla „rinascita carolingia‟, in cui la

dinastia carolingia, il cui principale esponente è Carlo Magno, cerca di ristabilire una unità territoriale e politica in Europa, cui si accompagna una „rinascita‟ religiosa e culturale che segnerà i secoli successivi), che una corrente di pensiero fa partire il medioevo vero e proprio. Potrà stupire che l‟esposizione si arresti alla fine del XIII secolo: col XIV secolo, già nella

sua prima metà, si consolidano, infatti, episodi culturali che appartengono ormai ad una cultura per molti aspetti diversa, che sogliamo definire preumanistica o, addirittura, umanistica. D‟altra parte i personaggi che marcano il secolo, in Italia Dante, Petra rca e Boccaccio, vengono di solito trattati con larghezza nell‟ambito dei corsi di letteratura italiana. Le figure minori sono, in genere, legate alla scuola e all‟insegnamento:

programmaticamente attardato rispetto alle innovazioni che vengono proposte dai protagonisti della cultura del secolo e esigono, per essere correttamente valutate nella loro dialettica di conservazione e innovazione, un preventivo disegno dei punti di forza che qualificano la cultura traente. Il XIV secolo è dunque da inserirsi più in un discorso che riguardi il seguente umanesimo che in quello che si incentra su quanto definiamo medioevo. Si aggiunga che in questo corso viene, deliberatamente, proposto quanto, in termini di figure culturali e di opere letterarie, rimane solitamente avvolto, per chi affronta studi letterari, nell‟oscurità più completa: si suole, cioè, transitare dal mondo classico (o, al più,

tardoantico) a quello della letteratura italiana dei primi secoli, aggiungendo, al più, qualche cenno sull‟attività dei più rilevanti umanisti del XV secolo: quasi che secoli di storia letteraria e artistica siano scomparsi dall‟orizzonte e dalla memoria della cultura universitaria. Il nostro medioevo riceverà dunque un‟articolazione e definizioni che, mentre

indicano un percorso diacronico dal secolo IX al XIII (ciascuno svolto con diversa ampiezza), chiede di essere consapevoli che le differenti „età‟ di cui parleremo riflettono

niente più che una tendenza unitaria dei vari periodi ma non escludono che i caratteri di un secolo siano anticipati da accadimenti nel precedente o si attardino nel successivo. Viene dunque tentato un recupero, seppure cursorio, del medioevo dei “secoli ignoti”, un

medioevo che, dal punto di vista culturale e letterario, potrà essere diviso, in tre età 1) della cultura monastica (secc. IX-X); 2) della cultura delle cattedrali (secc. XI-XII); 3) della cultura delle Università (sec. XIII).

I. Le lingue e le culture del medioevo Il medioevo occidentale scrisse e conobbe diverse lingue di cultura: anzitutto, e in assoluta prevalenza, il latino. Poi, soltanto in luoghi o centri assai ristretti, l‟ebraico (la cui conoscenza è tuttavia diffusa nella Spagna musulmana), il greco, l‟arabo. Dell‟uso scritto dei vari volgari, che hanno impiego universale nell‟uso orale, si dirà via via nei periodi

opportuni. I.1 La lingua latina 3

I cenni che seguono, particolarmente sviluppati rispetto a quanto seguirà sugli istituti linguistici e le aree culturali, segnalano anche la peculiare importanza che deve attribuirsi alla lingua latina nel medioevo (e conseguentemente alla cultura latina, a cui è infatti dedicato quasi nella sua interezza il corso presente): per secoli il latino fu ritenuto la sola lingua in grado di tradurre il pensiero nello scritto (dapprima come possibilità unica e generalizzata, poi come veicolo indispensabile per i contenuti di alto impegno intellettuale). In latino, infatti, fu scritta la grande maggioranza dei testi che il medioevo europeo elaborò su un arco temporale di circa mille anni e in ogni area della conoscenza. Esso era inoltre la lingua ufficiale della Chiesa occidentale e, in quanto tale, utilizzato nel suo apparato amministrativo e nella liturgia; era la lingua pubblica e protocollare delle istituzioni politiche laiche nazionali e internazionali; la lingua utilizzata, anche oralmente, nelle Università e nella comunicazione privata (o semiprivata) degli esponenti della classe colta. La civiltà dell‟Europa occidentale, insom ma, è una civiltà che, nelle sue espressioni scritte, rimane quasi esclusivamente dipendente dal veicolo rappresentato dalla lingua latina. I.2 L‟insegnamento del latino Il latino era, tuttavia, una lingua che, in Europa, non era parlata naturalmente da nessun gruppo etnico, sibbene una lingua di cultura, che, una volta scomparsa la struttura scolastica organizzata e sostenuta dall‟impero romano, era insegnato e appreso nelle scuole monastiche, episcopali, parrocchiali e poi, più tardi, anche in quelle laiche e nell'Università. Il latino si imparava sulle grammatiche che il medioevo eredita dalla scuola romana (quella di Donato e, assai meno, di Prisciano) e che compone ad imitazione di quelle e leggendo, come anche oggi, testi di diversa difficoltà a seconda del livello di conoscenza degli studenti e dei fini della scuola: si andava, così, dai testi liturgici e dalla Bibbia sino agli autori classici. La scuola abituava anche a parlare latino, a fare, cioè, del latino una lingua a tutti gli effetti, pienamente sostitutiva del volgare. Così fa pensare la testimonianza del modo con cui si insegnava il latino in una scuola medievale, offerta dal frate domenicano francese Umberto di Romans che, intorno al 1270, scrive: Nelle scuole, dove agli scolari è imposto di parlare latino e non volgare, quando essi, anche del tutto per caso, pronunciano una parola in volgare, subito vengono puniti con la frusta…

Nella comunicazione quotidiana si utilizzava invece la lingua volgare ma la compresenza di due sistemi linguistici diversi (latino e volgare) per molto tempo non sembra creare problemi, riservato com'è ciascuno d'essi ad aree sociali, culturali e funzionali ben distinte: i volgari sono, fra IX e XI secolo, quasi esclusivamente il veicolo della comunicazione orale e, quando la lingua volgare giunse ad avere possibilità di espressione anche sul piano letterario, essa ebbe destinazione ideale nell‟espressione lirica, sacra e mondana, vale a dire nelle forme più direttamente coinvolte con il trasferimento di conoscenze in forma orale  –  al popolo - o con la possibilità di lettura per chi, pur sapendo leggere, non conosceva il latino. La destinazione a tale pubblico fa sì che questi generi siano avvertiti gerarchicamente subalterni e quindi stilisticamente esprimibili anche attraverso un mezzo linguistico percepito inferiore al latino. La creazione artistica di alto impegno poteva, infatti, aspirare ad ottenere universale apprezzamento solo se calata nella veste linguistica latina (le riserve che, dal momento della sua pubblicazione sino a tutto in Cinquecento, accompagnano la diffusione della   Commedia  dantesca si accentrano soprattutto sul rapporto, avvertito difforme, fra l‟altezza riconosciuta ai suoi contenuti - morali, filosofici, teologici - e il suo essere stata scritta in volgare e non in latino). 4

In Italia a partire dal XII secolo, e pienamente nel XIII, si affermano le classi sociali, espressione della tecnica e del commercio, il cui progetto linguistico mira all‟espansione della forma scritta del volgare (la lingua laica) a generalizzato mezzo di comunicazione

scritta, anche in relazione ai contenuti astratti e idonei al dibattito intellettuale, quindi ai generi ritenuti „alti‟ nella gerarchia stilistica stabilita dalla teoria letteraria medievale. Il

volgare si appresta dunque ad invadere il terreno considerato proprio, anzi esclusivo, del latino e ad affermarsi in modo autonomo (diversamente occorre considerare altri ambienti linguistici: quello francese e, soprattutto quello anglosassone e germanico). La classe che fonda la propria egemonia socioculturale sulla conoscenza e l‟uso del latino sembra allora avvertire la necessità di elaborare principi che servissero a giustificare e difendere la preminenza di una lingua (e quindi di una cultura) sull'altra e a frenare l‟attribuzione al volgare di funzioni che parevano essere salda e incontestabile prerogativa del latino. Le ragioni che correntemente venivano addotte dalle correnti „conservatrici‟

sostenevano che il latino, a differenza del volgare, 1. era lingua sacra; 2. era lingua immutabile nello spazio e nel tempo; 3. era lingua completa e perfetta. I.3 Le forme del latino nel medioevo Nel millennio che ha come confini le due date convenzionali della fine dell‟Impero romano  America (1492), il latino non cessa mai di essere in uso, pur (476) e della scoperta dell‟ America

perdendo progressivamente progressivamente la sua funzione f unzione di lingua naturale di una comunità di parlanti. Ma anche quando il latino non si identifica più con la lingua materna e è ancorato solo a modelli scritti che si apprendono nella scuola, non può tuttavia, a fronte della vitalità delle lingue volgari, essere definito una „lingua morta‟, come ci appare essere oggi, perché ad esso può essere attribuita una sorta di vita in quanto lingua esclusiva di una „élite‟ culturale

Per questa ragione il latino è stato definito la lingua della res publica clericorum (= repubblica dei chierici) (il termine „clericus‟ = chierico, ecclesiastico valeva anche a designare la persona colta, l‟intellettuale). Il latino è la lingua viva della vita dello spirito, svincolata dai legami con aree linguistiche specifiche, „universale‟ e, in quanto tale, la lingua che forma e fonda l‟unità spirituale europea.

Quindi, pur entro la dipendenza esclusiva esclusiva dalla tradizione scolastica, il latino l atino presenta, con dissimile intensità a seconda degli ambienti culturali e dei periodi, alcune caratteristiche che possono avvicinarlo alle lingue vive: modificazioni ortografiche, evoluzione sintattica, arricchimento lessicale, prestiti, calchi, differenziazioni stilistiche ecc. Per il latino non è tuttavia possibile, da un lato, parlare di frazionamento e differenziazione nazionale o regionale e, dall‟altro, ridurre questa lingua ad un concetto totalmente unitario. Nei secoli medievali sono, infatti, in uso, una dopo l‟altra e, talora, una accanto all‟altra,

forme diverse di latino: sicché la divisione che se ne fa correntemente su base temporale (ma con riferimento a momenti e sviluppi precisi della civiltà medievale) ha funzione soltanto orientativa e si fonda sulla presenza di tendenze (quindi di coordinamento di indizi valutati su base statistica), più e meno percettibili in determinati momenti dello sviluppo della lingua. Questo criterio consente di individuare nel latino in uso nel medioevo almeno un „latino tardoantico‟, un „latino medievale‟ e un „latino umanistico‟ (o „neolatino‟).

I.3.1 Il latino tardoantico Nel latino tardoantico, che può estendersi sino alla prima metà del medioevo (c. VIII secolo), alle difficoltà di una definizione su base socioculturale si accompagnano quelle di una sua caratterizzazione temporale e geografica, poiché nel passaggio dall‟età classica al primo medioevo, le diverse regioni d‟Europa si diversificano l‟una dall‟altra per qualità e

velocità dei cambiamenti linguistici rispetto alla norma del 'latino classico', sotto la diversa 5

influenza dei sostrati locali e della forza normativa e coesiva che ancora poteva avere la scuola. Già nel VI secolo la conoscenza del latino si riduce quasi esclusivamente entro ristretti ambienti: nei monasteri (dove il latino, cristiano, piuttosto che 'classico', resta la lingua della comunicazione scritta, della liturgia e via d'accesso alla conoscenza dei testi sacri e, in modo assai più episodico, nelle corti: in Francia, in quella merovingica e in Spagna, in quella visigotica. Non mancano, tuttavia, alcune significative eccezioni: Cassiodoro (c. 480-575) come, qualche tempo dopo, Gregorio Magno (papa dal 590 al 604), legittimano lo studio delle lettere secolari come introduzione allo studio dei testi sacri, mentre, sul fronte dei „laici‟,

Sidonio Apollinare (430-489 c. che divenne vescovo di Arvernia, oggi Clermont-Ferrant),  Avito di Vienne (450-518), Ennodio di Pavia (473-521), Boezio (480-524), Aratore (c. 490?), Fulgenzio (V ex-VIin) mantengono e proseguono la formazione della scuola antica e dimostrano piena padronanza della grammatica, della retorica e di uno stile elevato e persino, come nel caso di Sidonio Apollinare, ricco di preziose e ricercate elaborazioni formali. E anche in pieno VI secolo, la prosa di Gregorio di Tours, che pur dichiara di non essere in grado di maneggiare disinvoltamente il latino, non è certo caratterizzata da errori elementari: le peculiarità della sua prosa sono in gran parte sintattiche e semantiche e è visibile il suo impegno per raggiungere una efficace resa stilistica. Tuttavia, le poche figure in cui permane viva la tradizione antica nulla possono per sanare il crescente divario fra lingua scritta e parlata e verso la fine del VI secolo, e più nel resto della Romània che in Italia, le numerosissime varianti ortografiche, morfosintattiche e lessicali fanno sì che la differenziazione sia divenuta tanto marcata da non consentire, da un lato, agli illetterati di comprendere la lingua colta e, dall‟altro, di eseguirla con un

passabile rispetto delle norme da parte di chi la conosceva, così da stimolare persino un tentativo di riforma ortografica, rimasto privo di seguito. I.3.2 Il latino nel VII secolo Il VII secolo presenta tratti contrastanti. Nel regno longobardo e franco i conflitti e disordini interni portano alla scomparsa di qualsiasi forma di elaborazione e trasmissione della cultura che non sia quella rappresentata dalle scuole ecclesiastiche (monastiche, episcopali, parrocchiali), in generale di livello piuttosto basso, il cui fine, come già nel secolo precedente, era la formazione esclusivamente religiosa degli scolari. Non però ovunque nella Romània la situazione è la stessa: in Spagna l'aristocrazia laica colta e la corte dei Visigoti coltivano le lettere, sinché, ad interrompere questo processo di mantenimento e diffusione della lingua e della cultura antiche, intervenne, nel 711, la conquista araba della penisola iberica. In Inghilterra e in Irlanda funzionano scuole cristiane e la cultura insulare intorno alla metà del secolo è, quanto a conoscenza della lingua latina, la più avanzata dell'Europa occidentale. Secondo quanto asserisce Beda (672-735) nella sua Storia degli Angli (Historia ecclesiastica gentis Anglorum)  il merito del primato va ai monaci Teodoro di Tarso e a Adriano, africano d'origine, inviati nel 668 dal papa a riorganizzare la Chiesa d'Inghilterra: essi insegnano un latino che aveva caratteristiche di purezza e correttezza perché non aveva possibilità di interferenza con il sostrato linguistico locale e veniva insegnato e appreso come una lingua del tutto estranea a quella correntemente parlata. Sul continente, la forma del latino in uso che, in Gallia, caratterizza il VII secolo e parte del successivo è quella cosiddetta merovingica (il „latino merovingico‟): una definizione di

comodo, cui è connessa una accezione negativa, come riferimento ad un latino fondamentalmente pretenzioso e scorretto al tempo stesso, che tuttavia, probabilmente, non è tanto il segno della incompetenza linguistica del tempo, quanto piuttosto il cosciente tentativo di scrivere una lingua che non è più specchio fedele di quella parlata, ma in 6

qualche misura un registro intermedio, vale a dire, uno sforzo di tradurre i n uno scritto, che resta a base latina, i nuovi suoni della pronuncia del latino nelle aree romanze: insomma, un risultato della interferenza del parlato sulla forma 'classica' dello scritto. I.3.3 La restaurazione del latino in età carolingia Se un primo tentativo di riforma della lingua letteraria usata in Gallia fu fatto già con Pipino, il fondatore della dinastia carolingia, è però con Carlo Magno che si avvia un vero pr ogramma ogramma di recupero del latino letterario nella forma più prossima a quello „classico‟ e patristico. Lo scopo del sovrano è, in definitiva, limitato e punta soprattutto ad ottenere una migliore e più unitaria istruzione del clero (e, quindi, dei funzionari della sua amministrazione) per favorire il mantenimento dell'unità dell'impero. Con l'arrivo a corte (nel 782) dell'italiano Paolo Diacono ► e dell'inglese Alcuino ► prende forma il progetto di restaurazione del latino, che si concreta in alcuni documenti ufficiali, in cui viene prescritta la correzione dei testi sacri e la creazione di scuole dove si insegnassero il latino e le arti liberali (cioè la grammatica, la dialettica, la retorica, la matematica, la geometria, la musica e l‟astronomia). Si tratta, nelle intenzioni dei Carolingi, della riconquista di una latinità minimale: essa apre tuttavia la porta alla riconquista di un classicismo grammaticale e stilistico della lingua, fondato sullo studio delle reliquie letterarie dell'Antichità classica e cristiana. Veicolo e strumento della riforma è il De orthographia  di Alcuino, composto fra il 796 e l'800, dove si stabilisce che le lettere e le sillabe delle parole latine siano tutte pronunciate e che ad un medesimo grafema corrisponda sempre un medesimo suono (e uno solo). Fissando una corrispondenza biunivoca fra segno e suono, si costituiva una lettura artificiale in grado di annullare la profonda divaricazione che si era creata in precedenza fra scrittura e pronuncia; la conseguenza fu di cancellare gli stentati esperimenti di conguaglio fra suono e forma, messi in opera dalla scuola merovingica, e di isolare il latino dalla lingua parlata dal popolo. Lo sforzo per migliorare il livello della comunicazione verbale (soprattutto scritta) ebbe quindi il risultato di dividere definitivamente la comunità linguistica in due parti: una che parlava la lingua romanza (non ancora utilizzata nello scritto) e un‟altra che, pur parlando

nella vita quotidiana quella stessa lingua, era capace di scrivere, di comprendere e, all‟occorrenza anche di parlare il latino, che ormai doveva essere imparato a scuola, come una lingua straniera .

Il latino carolingio è il primo 'latino medievale' nel senso linguistico del termine e diviene la lingua di cultura che, progressivamente affermandosi, dà coesione alla vita intellettuale e spirituale dell'Occidente medievale: si crea, cioè, “un linguaggio standardizzato, comune a tutti gli intellettuali o semplicemente alfabetizzati d‟Europa, che costituisce dal punto di vista storico-culturale una delle più grandi invenzioni del medioevo”.

APPROFONDIMENTO ARTI LIBERALI Per «a. l.» i pedagoghi antichi intendevano le discipline che preparavano allo studio della filosofia propriamente detta, anch'essa concepita come chiave d'accesso alla saggezza suprem suprema; a; le «a. l.l. », caratte caratteristiche ristiche dell'uomo libero, si opponevano oppon evano alle a lle arti art i «meccaniche» le quali, rientrando nel campo della materia e del lavoro manuale, erano di competenza degli schiavi. La lista canonica delle a. l. fu stabilita da Marziano Capella nelle sue Nozze di Mercurio e della Filologia (420 ): egli distinse le arti del trivium o arti della parola (grammatica, retorica, logica o dialettica) e quelle del quadrivium o arti dei numeri (aritmetica, geometria, astronomia, musica). 7

Dal VI al XII secolo, il sapere antico ha continuato ad essere appreso essenzialmente sotto l'aspetto delle a. l., anch'esse studiate nelle traduzioni e nei trattati di Boezio (480-524). Nel XII secolo, la comparsa di nuove traduzioni (partendo da originali composti in greco o con l'intermediazione araba) produsse una conoscenza più approfondita di alcuni settori del trivium (soprattutto la logica, con la scoperta dell' Organon completo di Aristotele) e del quadrivium (Tolomeo). Si assistette, dunque, al moltiplicarsi delle scuole nelle quali queste discipline erano specialmente insegnate. A Parigi, Abelardo e i suoi successori privilegiarono la dialettica, strumento ormai indispensabile alle discipline superiori (medicina, diritto, teologia), ma grammatici e retori conservarono ancora a lungo la loro importanza. Quando le università fecero la loro comparsa, dopo il 1200, si chiamò naturalmente «facoltà delle arti» il complesso delle scuole in cui si insegnavano queste discipline preparatorie. Etichetta presto fallace, poiché, grazie a nuove traduzioni di opere fino ad allora ignorate di  Aristotele (Fisica, Metafisica , Etica), la conoscenza del sapere antico divenne ancora più ampia e, mantenendo l'appellativo di a. l., i maestri della facoltà delle arti intesero ormai insegnare la «filosofia» o, meglio, le «tre filosofie» - la filosofia razionale (cioè la dialettica), la filosofia naturale, la filosofia morale -, essendo le scienze del quadrivium emarginate in questo schema. Molto più ambiziosa delle antiche a. l., la «filosofia» tentò anche di sfuggire alla custodia della teologia, ma fallì rapidamente (condanna dell'«Averroismo» parigino nel 1277).  Alla fine del Medioev Medioevo, o, con lo svilupp sviluppo o dell'umanesimo dell'umanesimo e l'interesse puntato nuovamente sulla grammatica e la retorica da una parte, sulle scienze matematiche dall'altra, il vecchio schema delle a. l. trovò, tuttavia, una certa attualità. Cfr. D.L. WAGNER (a c. di), T he Seven Liberal Arts in t he Middle Ages, Bloomington 1983.

I.3.4 Il latino delle Università (secc. XIII e seguenti) . Negli ultimi decenni del XII secolo, e poi nel Duecento, si costituiscono e affermano le Università (in primo luogo Bologna e Parigi). Il loro carattere infraregionale e internazionale, la necessità di creare e di utilizzare una lingua tecnica, propria della speculazione teologica, filosofica, scientifica (definita anche come latino della Scolastica), l‟uso di dibattere oralmente portarono ad un intenso impiego del latino, che diviene indispensabile strumento di comunicazione. La lingua si adatta quindi a questa sua funzione e, pur mantenendo una sostanziale correttezza morfologica e sintattica, tende a semplificare la costruzione della frase, con l‟impiego preferenziale di periodi brevi e di un ordine delle parole rifatto sul modello della frase „romanza‟; con l‟adozione di un lessico disinvolto, permeabile ai calchi dalle lingue

volgari, caratterizzato da una notevole quantità di neologismi, talora inconsueti e ineleganti, soprattutto al servizio del lessico dialettico e filosofico. I.3.5 Il latino nei secc. XIV e XV Nell‟„establishment‟ umanistico (soprattutto quattrocentesco), caratterizzato dalla netta separazione fra l‟area letteraria, pertinenza esclusiva della lingua latina, e l‟area della comunicazione orale, specifica del volgare, il

problema si pone con soluzione quasi univoca: il volgare non è ritenuto in grado di esprimere i concetti con la stessa eleganza di cui il latino era capace e il suo uso viene confinato alla sfera della comunicazione privata, non destinata a divenire un documento per la posterità.

I.4. Le lingue e le culture occitanica e oitanica I.4.1 La cultura occitanica  Accanto alla cultura e alla lingua latina, gli scrittori del periodo non potevano non sentire anche l'influenza delle letterature (e, conseguentemente, avvertire il prestigio delle lingue) volgari che si erano già formate fuori d'Italia, soprattutto in Francia, la cui esperienza culturale fu all'avanguardia in Europa per tutto il secolo XII. 8

Nella Francia del Sud, in Provenza, era infatti fiorita, sin dall'inizio del sec. XII, una poesia lirica in lingua d'oc (di qui il nome di questa letteratura, occitanica o provenzale) che fu maestra a tutta l'Europa. In Italia, e soprattutto nel Nord, che confinava con la Provenza, dove si parlavano dei dialetti galloromanzi non troppo lontani dall'occitanico e dove erano ancora presenti le strutture politiche della „corte‟,  non dissimili da quelle provenzali, si ebbe, già prima del Duecento, una forte corrente di trovatori provenzali, che poi gravitarono anche in buona parte attorno alla „ Magna Curia‟ di Federico II.

Sarà dunque nella corte di Federico che gli esperimenti lirici occitanici divennero modello di una lirica in volgare italiano, iniziando una tradizione che si può definire nazionale, anche se dipendente in gran parte da quella provenzale. Gli Italiani provarono anche a misurarsi con i poeti in lingua d'oc nella stessa lingua provenzale, dando vita ad una poesia che, se è „geograficamente‟ italiana, è però nettamente occitanica, non solo per

spirito e forme, ma anche per lo strumento linguistico adoperato. Le caratteristiche della lirica occitanica sono nettamente aristocratiche, sorrette da perizia tecnica e artifici formali di ardua elaborazione (il „trobar clus‟) e conseguentemente rivolte

a un pubblico d'élite. E ciò vale in misura ancora maggiore per l'Italia, dove naturalmente si imponeva l'esigenza della conoscenza della lingua, che sarà a lungo considerata come indice di un'elevata educazione (il Donat Proensals, grammatica destinata per lo studio della lingua provenzale, fu composto in Italia nel 1240 da Uc Faidit). I.4.2 La cultura oitanica Piú vasta e varia fu l'influenza dell'altra cultura nata nel Nord della Francia, che, dalla lingua usata, la lingua d'oil, si definisce „oitanica‟ o senz'altro „francese‟. La cultura francese non si limitò, come abbiamo detto, all‟espressione lirica ma si man ifestò in tutta una serie di „romanzi cortesi‟, di opere epiche, didascaliche, satiriche e realistiche e

soprattutto, durante il secolo XII, in una decisiva ripresa della tradizione classica. Dalla Francia giunsero in Italia i racconti della „materia di Bretagna„ (le avventure di re Artú e dei

cavalieri della Tavola Rotonda), assai apprezzate da un pubblico aristocratico e alto borghese (si pensi all'episodio di Paolo e Francesca nella Commedia   dantesca, che leggevano «di Lancialotto, come amor lo strinse») e tramite fondamentale per la diffusione della concezione dell''amor cortese'; quelli della 'materia di Francia' (le imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini), a sfondo epico-religioso, più popolari e di più larga presa su un vasto pubblico, tanto che ben presto vennero riprese, rifatte e adattate all'ambiente più particolarmente italiano; inoltre le storie 'classiche' di Troia, di Enea, di Alessandro e di Cesare, romanzate secondo canoni di gusto che testimoniano della necessità e del piacere dell'informazione e della lettura da parte della borghesia comunale.  Ancora passarono nella nostra penisola i lais amorosi di Maria di Francia; i poemetti satirici con protagonisti gli animali; i fabliaux , che tramandavano motivi tipici della cultura medioevale, quali la satira del villano, gli spunti misogini, la polemica anticlericale; inoltre, una fiorente letteratura didattico-allegorica, tra cui spicca il Roman de la Rose, che alla fine del Duecento fu ridotto e adattato all'ambiente italiano nel Fiore, opera anonima, ma per cui è stato proposto il nome di Dante. In un primo momento l'importanza dei contatti con la Francia fu sentita maggiormente nell'Italia settentrionale, specialmente nel Veneto, dove attivissima fu la volgarizzazione e poi l'elaborazione e la creazione di opere di materia francese in una lingua particolare, il franco-veneto, ma tutta la penisola durante l'età comunale ebbe strettissimi legami con il paese transalpino. Dopo la calata di Carlo d'Angiò e la battaglia di Benevento (1266) l'Italia meridionale entra nell'area di influenza politico-culturale di una dinastia francese che vi gioca un importante ruolo per la tutta prima metà del Trecento. Basti pensare a re Roberto di Napoli, alla cui corte il Boccaccio passò la sua giovinezza e che Petrarca volle come giudice per la sua incoronazione a poeta in i n Campidoglio (1341). 9

Per questi motivi alcuni dei nostri scrittori si presentano imbevuti di cultura francese e alcuni addirittura compongono le loro opere in lingua d'oil: così Brunetto Latini, che scrisse in Francia il Tresor (il Tesoro) e affermò che «se alcuno domandasse perché questo libro è scritto in volgare nella lingua dei Francesi, mentre io sono italiano, dirò ch'è per due ragioni: l'una perché mi trovo ora in Francia, l'altra perché questa lingua è più gradevole e più accessibile a tutti»; dello stesso tono appare essere la giustificazione dell'uso del francese in Martino da Canal, autore di una Cronique des Veniciens (fra il 1267 e il 1275): «E poiché la lingua francese è diffusa in tutto il mondo e è la più piacevole, sia che la si legga sia che la si oda, mi sono accinto a tradurre l'antica storia dei Veneziani dal latino al francese»; e cosí, ancora Marco Polo dettò il racconto dei suoi viaggi a Rustichello da Pisa (autore a sua volta di un romanzo arturiano scritto in francese) che lo stese in francese. Tuttavia l'influenza del francese non fu sempre pacificamente accolta: Benvenuto da Imola nel suo commento alla Commedia (verso il 1380) si meraviglia e indigna «nel vedere gli Italiani, e specialmente i nobili, che tentano di imitare i Francesi e di imparare la lingua gallica, affermando che niente è più bello del francese», perché «il francese è bastardo del latino, come insegna l'esperienza». Su un piano culturale più alto, la polemica antifrancese è ripresa dal Petrarca, che nell'ambasciata al re di Francia del 1361, afferma che gli sarebbe piaciuto esprimersi in francese, ma di non essere capace di farlo perché il francese era una lingua di cui non sapeva facilmente servirsi (« sed non sum tanti ingenii: linguam gallicam nec scio nec facile possum scire»): affermazione ostentatamente falsa, se si pensa agli anni trascorsi ad Avignone, ma, per usare le parole di Carlo Dionisotti, «egli si presentava come l'araldo di una cultura nuova, che in tanto aveva potuto far getto della lingua da poco nata e pur già formidabile di Dante, in quanto poteva opporre al secolare predominio della lingua francese l'arma ben più formidabile e veramente decisiva di un latino ignoto ai moderni». Ma il genere che, in Italia, ebbe senza dubbio maggior fortuna fu quello dei romanzi franco-veneti, scritti appunto nel Veneto in una lingua ibrida di elementi gallici e veneti e dalla fisionomia letteraria caratteristica, che trasferisce le storie delle gesta di Carlo e dei paladini di Francia molto spesso in ambiente italiano o introduce elementi familiari a un pubblico italiano. Questa produzione dura per tutto il Trecento con notevole successo di pubblico, come attesta il giudice Lovato Lovati (†1309): «.... seduto su un palco in piazza un cantore che declama le gesta di Francia e le imprese militari di Carlo. Il popolino intorno pende dalle sue labbra, con le orecchie tese, affascinato da quel suo Orfeo. Ascolto in silenzio. Egli con pronuncia straniera deforma qua e là la canzone in lingua francese, tutta stravolgendola a capriccio senza curare né il filo della narrazione né l'arte di composizione. Ma tutto ciò piaceva al popolino». I.5 Gli inizi della poesia d'arte e prosa d'arte in Italia (da B. MIGLIORINI, Storia della lingua italiana) Le varietà locali del volgare parlato in Italia erano molto divergenti, e i tentativi che erano stati fatti per metterle in scrittura avevano cercato di levigarne la rozzezza eliminando le peculiarità troppo spiccate e ricorrendo ai suggerimenti che poteva dare la lingua scritta per eccellenza, il latino. Proprio l'esempio del latino, con la sua relativa fissità e regolarità, fa sentire il bisogno di modelli anche per il volgare. C'è nell'aria l'idea che se e quando appariranno dei modelli degni, essi saranno imitati anche nelle loro particolarità, e per questa via si troverà un rimedio alle incertezze grammaticali e lessicali. Non si mira insomma direttamente a una lingua comune: si mira a una lingua bella e nobile, la quale eliminerà i particolarismi e sarà perciò anche «comune». Nell'Italia del Duecento, artisticamente così matura e politicamente così divisa, modello voleva dire modello di bellezza, di eleganza artistica. Questo ci spiega come emergano tanto 10

imperiosamente, creando una scia d'imitazione letteraria e linguistica, quegli scritti in cui si persegue un ideale di bellezza. È la lirica che si pone all'avanguardia della letteratura, e che crea un moto d'entusiasmo, con conseguenze che dureranno per secoli. La spinta iniziale data dai poeti siciliani della curia sveva, i primi in Italia a servirsi del volgare per fare poesia d'arte, sarà trasmessa a tanti altri: e tutti, non solo i pedissequi imitatori siculo-toscani, ma anche il Guinizzelli, gli stilnovisti e in genere tutti quelli che scriveranno in versi, terranno conto in proporzione maggiore o minore dei modelli siciliani, così che alcune peculiarità entreranno stabilmente nell'uso poetico italiano. Non basta: questa spinta fa sì che la poesia acquisti un vantaggio tanto sensibile sulla prosa da creare fra i due modi di scrivere addirittura una scissione che durerà per secoli. I modelli poetici che si susseguono costituiscono una tradizione, che fornisce un modello di lingua relativamente uniforme per le varie regioni; invece la prosa stenta (e stenterà per molto, tempo) a uscire dall'àmbito locale. Sorge sì, poco dopo la fioritura siciliana, una prosa d'arte, che ha a Bologna con la persona di Guido Fava il suo primo maestro. E anche la prosa d'arte troverà in Toscana cultori appassionati come Brunetto e Guittone. Ma il minor livello artistico da loro raggiunto in confronto con la poesia e lo stretto legame che la prosa ha sempre con le contingenze pratiche di carattere personale e locale, per cui essa non può staccarsi troppo dal parlare quotidiano, neppure quando è soggetta a elaborazione artistica, fanno sì che il processo di unificazione della lingua prosastica sia senza confronto più lento. Non va, poi, dimenticato che testi in prosa mancano completamente per l'Italia meridionale e la Sicilia durante il Duecento: vi si scrive ancora soltanto in latino.

I.6 La cultura imperiale: Bisanzio e la lingua greca Bisanzio era originariamente la parte orientale dell‟imper o romano, con capitale a

Costantinopoli, e accolse dunque gli influssi del cristianesimo, della tradizione classica greca e latina, delle culture dei popoli assoggettati o di quelli che conquistarono territori bizantini o presero a gravitare nella stessa orbita religiosa. Caratteristica basilare della struttura di governo dell‟impero sta nell 'ininterrotta continuità della guida della corte, soprattutto per quanto attiene agli aspetti culturali. Pertanto, abituati alle direttive e al finanziamento dall'alto, i pensatori bizantini svilupparono un'attitudine mentale che precludeva la formazione di istituzioni autonome per la formazione e la diffusione di idee indipendenti dalla politica imperiale e le varie vicende della vita culturale bizantina sono strettamente connesse all'erogazione di sussidi da parte della corte. Una seconda caratteristica della storia culturale bizantina che la differenzia nettamente da quella occidentale è la mancanza di interazione tra le lingue usate nell'impero. Dopo il VI secolo scomparve l'istruzione in latino e si ridusse grandemente il numero di bizantini che conoscevano questa lingua, ad eccezione degli studenti delle scuole imperiali di diritto. L'istruzione convenzionale si incentrava sempre più sugli autori attici greci canonici e andò a costituire una ristretta élite che sapeva leggere e scrivere il greco attico e non aveva alcun interesse l'aggiornarlo e nel renderlo una lingua viva, come invece accadde per il latino nell'occidente medievale. Perciò, anche tra le file di coloro che parlavano greco, si creò presto una spaccatura profonda tra i pochi che usavano il greco attico e gli altri bizantini, dotati di un'istruzione meno raffinata, per i quali quella lingua diventò via via sempre più incomprensibile. Indifferente al progetto di diffondere la cultura greca attica, l'élite intellettuale la riservò a se stessa, tenendosi al riparo da altre influenze, e la usò come elemento di definizione della propria identità culturale (qualcosa di simile può dirsi avvenuto nel rapporto tra il latino e le lingue volgari). Nel definirsi secondo il canone greco attico, gli scrittori d'élite privilegiarono anche l'aspetto meno innovativo della tradizione classica: la venerazione 11

dei modelli del passato e la convinzione che essi non potessero essere migliorati o criticati. La questione della lingua presenta una differenza evidente tra Bisanzio e l'Europa occidentale anche in rapporto alla cristianizzazione degli invasori che occuparono i territori territori imperiali imperiali e quelli ad essi adiacenti. Le missioni bizantine, infatti, reputarono reputarono che che il loro ruolo consistesse esclusivamente nel portare il Vangelo ai popoli presso i quali venivano mandati, e non quello di insegnare loro anche le arti liberali ◄. Dato che l'educazione nelle arti liberali rimase disponibile attraverso insegnanti laici, finanziati dallo stato o pagati dagli studenti, gli ecclesiastici (a differenza di quanto accadde in Occidente) non considerarono mai come proprio il compito di impartire un'educazione liberale. Il monachesimo fu un aspetto vivo della vita ecclesiastica nella cristianità orientale: ma esso insisteva sull'austerità e sulla contemplazione. Gli agiografi elogiavano i monaci che sprezzavano la cultura dei libri in quanto terrena e poco importante, ad esclusione della Bibbia e della liturgia. Il carismatico, l'ascetico, il mistico e il santo folle erano considerati esempi dell'ideale monastico preferibili ai monaci eruditi dell‟occ idente.  Allo stesso modo di quanto avvenne nel mondo bizantino la conoscenza conoscenza del greco dell‟Occidente medievale fu assai limitata e il dialogo tra le due realtà politiche e culturali, a conti fatti, assai limitato. I.7 Il pensiero musulmano e la l a conosce nza dell‟arabo in Occidente Tra le civiltà qui prese in considerazione, soltanto l'islam, sebbene legato all'ebraismo e al cristianesimo, mancò di radici nella tradizione classica, poiché si formò nel VII secolo, dopo che l'antica Roma era scomparsa. Durante i primi cinquecento anni, l'islam conquistò il vicino oriente, il nord Africa e la Spagna. I successori di Maometto (ca. 570-632), i califfi, assoggettarono ebrei e cristiani, ai quali offrirono protezione e tolleranza religiosa in quanto «popoli del libro». Ai vescovi e ai rabbini a capo di queste comunità religiose fu dato un certo grado di giurisdizione civile su di esse, dato che la legge musulmana non si occupava dei non musulmani. I musulmani consideravano la propria fede come la piena, e ultima, espressione di una tradizione religiosa che era iniziata con l'ebraismo e il cristianesimo, fedi con le quali condividevano la convinzione che Dio rivela la propria volontà e la legge morale nella storia attraverso i profeti. L'islam si unì all'ebraismo e al cristianesimo nel professare il monoteismo, la fede nella creazione divina dal nulla e un modo di vita che combinava la preghiera pubblica e privata, la carità, il digiuno e l'etica sociale e personale. Con l'ebraismo l'islam condivideva anche la circoncisione dei maschi, a significarne l'appartenenza alla comunità religiosa, e le restrizioni alimentari, specificamente l'astensione dalla carne di maiale e dalle bevande alcoliche. Con il cristianesimo l'islam condivideva l'idea dell'universalità del messaggio e che la sua diffusione a tutta l'umanità dovesse essere promossa attraverso una vigorosa attività missionaria: ma i musulmani consideravano accettabile la diffusione dell'islam anche attraverso la spada. Un altro punto di accordo con il cristianesimo era la credenza nella resurrezione del corpo nell'aldilà. Ritenevano inoltre degni di rispetto gli insegnamenti di Cristo, che veniva considerato come un profeta di Dio straordinariamente straordinariamente privilegiato. Le prime conquiste dei musulmani li resero padroni dell'impero persiano e delle terre un tempo temp o govern go vernate ate da Bisanzio Bisanzio e dagli dagli stati germanici germanici success successori ori dell'impero dell'impero romano romano in Spagna e in Nordafrica. L'arabo, la lingua dei primi musulmani e del loro testo sacro, il Corano, divenne la lingua ufficiale della teologia, della preghiera, del diritto e dell'ammi dell'amministraz nistrazione ione in tutto il califfato. califfato. Ma già prima della nascita nascita dell'islam dell' islam esisteva esiste va una un a vigorosa tradizione letteraria in arabo, che continuò a fiorire, grazie alla intensa attività di promozione dei governanti musulmani. Altra importante lingua letteraria divenne il persiano, specialmente nell'area mediorientale del mondo musulmano. 12

I sudditi ellenizzati dell‟impero islamico, nell'area del califfato un tempo bizantina,

misero i musulmani a contatto con la tradizione classica. Ma, data l'esistenza della tradizione letteraria araba e le diffe renze linguistiche che dividevano l‟arabo dal latino e dal greco, la letteratura classica non ebbe alcun fascino e nemmeno il diritto romano o la teoria politica greca. Suscitarono invece grande interesse per i pensatori musulmani e per gli ebrei che partecipavano liberamente alla vita intellettuale araba la scienza e la filosofia greca. Queste discipline ricevettero sostegno ufficiale nel vicino oriente fino alla metà del IX secolo e, in Spagna, fino alla fine del X. Dopo quel periodo, il patronato scientifico dei governanti fu discontinuo. Tra i molti ricchi patroni, alcuni sostennero osservatori e ospedali, a causa dell'utilità pratica dell'astronomia e della medicina. Il patronato degli ospedali contribuiva anche a sostenere la formazione medica e offriva cure ai bisognosi. La filosofia, incapace di ispirare simili intenzioni caritatevoli, ebbe peggior sorte quanto a sostegno ufficiale anche se, di tutte e tre le civiltà altomedievali, l'islam produsse l'opera più originale nella scienza e nella filosofia. Ma dopo il XII secolo, gli straordinari straordinari progressi del pensiero speculativo, stimolati inizialmente in izialmente dai governant governantii musulmani, si arrestarono. Di conseguenza, fu l'Europa occidentale, piuttosto che l'islam, a fare tesoro di questi insegnamenti, una volta tradotti in latino. I.7.1 La letteratura musulmana La letteratura fu la forma della cultura musulmana che meglio riuscì a superare gli alti e bassi politici, la successione di una dinastia a un'altra e la definitiva disgregazione del califfato in unità piccole e reciprocamente ostili. Tutti i sovrani musulmani - quale che ne fosse la posizione politica o religiosa - considerarono infatti importante sostenere la letteratura, che portava lustro e divertimento nelle corti. Tutti i generi della poesia araba sono complessi nella forma e nel metro, usano immagini elaborate, descrizioni vivide e voluttuose di persone, scenari e animali. L'epica riporta le numerose faide fra tribù e le genealogie dei protagonisti, cosa che rende possibile per il pubblico stabilire collegamenti con i suoi antenati. I valori che legano questa epica ad altre tradizioni epiche altomedievali sono l'abilità bellica e la fedeltà ad un codice d'onore che richiedeva la vendetta delle offese. Le liriche sono odi, a volte prolisse, che affrontano una vasta gamma di argomenti. Celebrano o commentano con tristezza il paesaggio naturale, in particolare il deserto, che nella lirica pre-islamica occupa un posto analogo a quello del mare nella poesia antico-inglese. Temi popolari sono il vino e l'amore, quest'ultimo trattato a volte con esplicito erotismo, altre con delicatezza. I poeti lirici possono cantare con altrettanta facilità i propri fedeli cammelli e le proprie donne. I poemi gnomici mettono insieme una serie di proverbi, che vanno dal banale all'arguto e all'ironico. Il primo lavoro letterario dell'età islamica, il Corano, è anche la prima opera araba in prosa, pur se in una prosa altamente ritmica e allitterante. Il Corano non è narrativo come la Bibbia. Non è nemmeno presentato come un'interpretazione sintetica da parte di Maometto della rivelazione che ricevette. Piuttosto, il Corano è considerato come la parola di Dio rivelata a Maometto, che egli ripete letteralmente in una serie di singoli versi, i quali testimoniano la rivelazione divina su argomenti specifici. L'assoluta centralità di questo testo nella vita religiosa dei musulmani e il suo uso nell'insegnamento letterario di base assicurò una profonda influenza letteraria, non meno che teologica, su tutti gli autori musulmani successivi. Gli Omayyadi (632-750), che per primi regnarono dopo la morte di Maometto, incoraggiarono l'epica e la lirica, come anche la storia in prosa e le favole, generi nuovi per la letteratura araba, provenienti dalla Persia. Le storie in prosa si rifacevano ai panegirici rivolti ai sovrani e alla vita edificante dell'uomo santo e delineavano le vite, le virtù e le conquiste di Maometto e dei suoi primi seguaci. In seguito la storia si allargò per comprendere la narrativa politica e militare, le memorie personali e i 13

resoconti di viaggio. La favola giunse in Arabia dall'India, attraverso la Persia: a differenza delle fiabe di Esopo, nelle quali i protagonisti animali rendono allegoricamente i vizi umani, le favole arabe di animali, un buon esempio delle quali è il Kalilah wa-Diminah di Ibn al-Muqaffa, mostrano animali che si comportano in modo simile simile agli uomini uomini anche anche in senso positivo posi tivo..  Anche gli Abbasidi (750-125 (75 0-1258), 8), che sostituirono gli Omayyadi nel vicino oriente e che spostarono la capitale da Damasco a Baghdad sulla scia dell'espansione dell'islam verso oriente, continuarono il generoso patronato della letteratura. La letteratura araba di questo periodo mostra una crescente influenza persiana, non solo relativamente ai generi e ai temi letterari, ma anche per una sensibilità letteraria che predilige la raffinatezza, la cortesia, il lusso, le dimostrazioni d'affetto e le buone maniere. Questi tratti sono anche anche visibil visibilii nell'opera nell'opera più famosa famosa della letteratura letteratura persiana persia na del periodo period o abbaside a bbaside,, il Rubaiyyat di Omar Omar Khayyam, del XII secolo. I.7.2. La scienza nell‟Islam

L'incostanza del patronato ufficiale e l'incapacità degli studiosi di trovare o creare strutture istituzionalizzate per il finanziamento del proprio lavoro, ad eccezione degli ospedali e degli osservatori, emergono con grande chiarezza nel caso della scienza, il campo in cui i musulmani nell'alto medioevo sorpassarono sia Bisanzio sia l'Europa occidentale, ma nel quale la crescita svanì dopo l'XI secolo. Il primo passo che rese possib ile le conquiste dell‟epoca d'oro della scienza musulmana fu la traduzione in arabo di testi scientifici greci, compiuta da sudditi cristiani dei califfi a partire dal tardo VIII secolo e nel X secolo. Già prima p rima di questa ques ta data d ata gli studiosi avevano accolti questi questi mate materia rialili e ave aveva vano no iniz iniziat iato o a dare importanti contributi a scienze specifiche. Un buon esempio in questo senso è alKwarizmi (780-ca. 850), il matematico più creativo del medioevo islamico: derivò i concetti di zero e dei numeri dall'India, sostituendo i numeri romani e l'uso delle lettere dell'alfabeto che la matematica greca impiegava al posto dei numeri. Questa combinazione rivoluzionò l'aritmetica. Al-Kwarizmi fece anche molte scoperte in algebra, inclusi gli algoritmi, un termine derivato dalla latinizzazione del suo nome. Quando la sua opera fu tradotta in latino, egli rimase per duecento anni la maggiore autorità nell'algebra. La matematica fu anche applicata all‟astronomia dagli scienziati musulmani, che, come tutti gli astronomi medievali, associavano l'astronomia all'astrologia, allo stesso modo in cui collegavano la mineralogia alla ricerca della pietra filosofale. Lo scienziato naturalista più originale e più profondo in tutte queste aree fu al-Biruni (973-1048). L'inclinazione per le scienze con una chiara applicazione tecnologica non è così visibile in nessun'altra area come nella medicina, fatto che rende conto della sua grande popolarità nell'alto medioevo islamico e del patrocinio che gli ospedali ricevettero molto dopo l'epoca l'ep oca delle importanti scoperte mediche. Le due fasi principali nella nella stor storia ia dell della a medicina musulmana possono essere documentate nelle carriere di al-Razi (865-925) e di  Avicenna (980-1037). Al-Razi, il più originale dei medici musulmani, era a capo della chirurgia nell'ospedale di Baghdad, fondato dai califfi, che era anche un istituto di ricerca, e molte delle scoperte che egli fece derivarono dalla sua pratica clinica. Tra queste ricordiamo: nuovi strumenti e procedure in chirurgia, l'eziologia del morbillo e la prima descri descrizio zione ne clini clinica ca del vaiolo vaiol o nella ne lla storia mondiale. mondiale . La teoria scientifica pura, il fascino della conoscenza scientifica per sé stessa, che avevano animato l'antica Grecia, non suscitavano tuttavia altrettanto interesse, così come gli scienziati musulmani non erano interessati nell'impiego della scienza per sviluppare una coerente visione del mondo basata sulla ragione o nella creazione di un metodo di verifica delle idee universalmente valido. 14

I.8 Il pensiero ebraico I pensatori ebraici, sino alla fine del XII secolo, vissero per lo più in territori retti da governanti musulmani. Conoscitori dell'arabo oltre che dell'ebraico, dell'aramaico e delle lingue vernacolari locali, in quanto «popolo del libro» parteciparono attivamente alla vita intellettuale del vicino oriente e della Spagna musulmani. Nelle loro opere si trovano parallelismi e influenze dei movimenti intellettuali musulmani, accanto a interessi specifici dell'ebraismo: la teologia tradizionale basata sulla sacra Scrittura e l'interpretazione della legge religiosa da parte dei rabbini. L'ebraismo fu la prima delle tre religioni rivelate a produrre una teologia filosofica, nella persona di Filone, la cui visione del mondo, completamente ellenizzata e basata sul neoplatonismo e sullo stoicismo, era, secondo il suo punto di vista, perfettamente compatibile con la verità rivelata. La sua opera mancò di fascino per i suoi correligionari e ebbe molta più influenza sul cristianesimo. Ma gli sviluppi chiave nel pensiero ebraico si basarono piuttosto sul talmudismo e sul sul misticismo. misticism o. I commentari alla legge morale e religiosa, e i commentari sullo stesso Talmud, divennero sempre più importanti come base per l'identità religiosa ebraica dopo la distruzione del secondo tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C., e la diaspora. I rabbini furono gli interpreti che produssero questi testi, raccolti nel VI secolo, nei quali i problemi sono presentati in forma di dialogo. dialogo. Il misticismo ebraico assunse due forme principali nel medioevo, lo gnosticismo e il cabalismo, dei quali il secondo divenne predominante nella tarda età medievale. Lo gnosticismo ebraico valorizzava le stesse idee-chiave di quello pagano e cristiano: la fede in una condizione umana in cui l'uomo deve essere salvato e la ricerca di una saggezza saggezza salvific salvifica a di tipo esoteric esoterico, o, accessibile accessibile a un'él u n'élite ite spiritual spiri tuale. e. I cabalisti condividono con gli gnostici l'uso di tecniche occulte, per stimolare la contemplazione, e la convinzione di appartenere ad un ceto intellettuale elitario (sono escluse le donne), ma si allontanano dallo gnosticismo ebraico nel presentare un elaborato resoconto della creazione che riflette la loro volontà di giungere ad un compromesso tra l'unità e la trascendenza di Dio e il loro uso della numerologia come strategia esegetica e mistica. Il pietismo, al contrario, quale reazione contro il profondo legalismo dei talmudisti e quale sforzo di accentuare l'esperienza religiosa interiore, fu considerato ortodosso dagli ebrei medievali e contò numerosi sostenitori. Uno dei suoi più importanti esponenti medievali, Bahya Ibn Pakuda (1059-1111) distingue i «doveri degli arti», la legge morale esterna, il rituale e la cerimonia, osservate dagli ebrei perché Dio le prescrive e deve essere obbedito, dai «doveri del cuore», o devozione interiore, atti morali morali e ceri cerimon monial ialii compi compiuti uti perché suonano pieni di significat si gnificato o nella nel la vita vi ta interiore int eriore del credente. I.8.1 La sintesi maimonidea Lo scopo di Mosè Maimonide (1135-1204) fu quello di sintetizzare l'aristotelismo con la tradizione religiosa ebraica. Nativo di Cordoba, fu approfonditamente educato nel Talmud e nelle scienze naturali, così come in filosofia. Egli trovò inospitale il clima intellettuale della Spagna quando giunsero al potere gli Almohadi e si trasferì allora a Nitto, dove servì ser vì il sovrano locale come medico med ico di corte e i suoi suoi sudd sudditi iti ebrei ebrei come come capo capo rabbino. Maimonide condivide la profonda ammirazione di Averroè per Aristotele, convenendo che l'apice della ragione umana era stato raggiunto nella sua filosofia. Quando parla di «ragione», egli intende basilarmente l'aristotelismo e è anche d'accordo d'ac cordo sul fatto fatt o che Aristote Aristotele le dovrebbe dovrebbe essere essere abbracciato abbracciato sistematicamente. sistematicamente. Maimonide ebbe invece per l'etica un interesse minore. Egli ritiene intrinsecamente razionali i principi generali di condotta imposti dai dieci comandamenti e crede che, 15

lasciata libera di agire con mezzi propri, la mente umana arriverebbe alle stesse conclusioni, conclusioni, motivo per cui non non sono necessarie necessarie ulteriori ult eriori giustificazioni. giustifica zioni. Quando la Guida di Maimonide fu tradotta in latino, venne accolta con soggezione e rispetto, specialmente dai pensatori della scuola domenicana: l'autore era citato semplicemente come «il rabbino» o «il rabbino Mosè», allo stesso modo in cui Averroè veniva chiamato «il commentatore». Maimonide godette di una influenza maggiore, tra tutti e tre i «popoli del libro», rispetto a qualsiasi altro pensatore medievale; la sua biografia, accanto a quelle di Giuda Halevi e Averroè, è una pietra miliare, che segna i limiti di tempo e di spazio entro i quali furono possibili interazioni feconde tra i pensatori di queste fedi sorelle in territorio musulmano. Le crociate ebbero come risultato che il sentimento anti-cristiano in quella regione ridusse anche la tolleranza nei confronti degli ebrei e, in ogni caso, la comunità scientifica e filosofica della quale essi erano stati un elemento vitale si stava sempre più riducendo. Gli ebrei che rimasero in Europa non trovarono accoglienza nelle scuole cristiane, e la persecuzione, la ghettizzazione o l'espulsione li separarono ulteriormente dalla corrente intellettuale europea.

LA CIVILTÀ LATINA DEL MEDIOEVO II. L’età della cultura monastica (secc. IX-X)

II.1 Il contesto storico Dei regni romano-barbarici erano giunti ad uno stabile assestamento quello del Franchi in Gallia (dal 687), quello dei Vandali (sino alla conquista araba degli inizi dell‟VIII secolo) e dei Longobardi in Italia, dove tuttavia essi spartivano il dominio coi Bizantini. L‟Inghilterra (abbandonata dai Romani già nel 409) è divisa in

piccoli regni, unificati nel IX secolo. In Irlanda (mai conquistata dai Romani) predominavano invece tribù di origine celtica. (ILL.1) Nella seconda metà dell'VIII secolo l‟assetto politico dell‟Europa occidentale muta: Carlo Martello, che era succeduto al padre Pipino di Heristal, pur lasciando un potere formale al sovrano della dinastia merovingia, si era di fatto comportato come tale e suo figlio, Pipino il Breve, che gli era succeduto nel 747, con l'appoggio di papa Zaccaria (che aveva bisogno del suo aiuto per tenere a freno i Longobardi e i Bizantini) depone l'ultimo sovrano merovingio, Childerico III e nel 751 viene proclamato re. Nasce così la dinastia carolingia dal nome del figlio di Pipino, Carlo, detto Magno, che succede al padre nel 768, ne continua la politica filopontificia e nel 774, benché avesse sposato la figlia del re Desiderio, Ermengarda, attacca il regno dei longobardi, lo conquista e si nomina rex Francorum et Langobardorum. Seguono altre campagne militari: a occidente Carlo nel 778 tenta di liberare la penisola iberica dagli arabi (un episodio di questa spedizione, la caduta della retroguardia franca in un'imboscata, è diventato uno degli episodi più leggendari e famosi della letteratura medievale: la morte del paladino Orlando a Roncisvalle (Chanson de Roland ); a oriente sottomette gli Avari, i Sassoni e i Bavari. Nasce dunque una nuova realtà territoriale e politica, che si estende dall'Olanda all'Italia, dalla Spagna sin oltre il Danubio, governata da un tutto sommato esile apparato amministrativo, espresso dai funzionari del re e dalle strutture dei monasteri fedeli alla corona.(ILL.2)Questa fu legittimata ufficialmente nella notte di Natale dell'anno 800: papa Leone III consacra il re dei franchi imperatore del Sacro Romano Impero Germanico (e, osserva E. D‟Angelo, nel nome c'è tutta una visione politica: l'eredità degli imperatori romani, la tradizione germanica e la legittimazione del potere da parte del Dio cristiano). Viene dunque a crearsi un dualismo perfetto di Chiesa e Stato ma che, in seguito, sarà destinato a creare pesanti interferenze dell‟un potere sull‟altro per tutto il

medioevo. Carlo muore nell'814. Il suo successore, Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, a stento riesce a mantenere nella sua persona l'unità dell‟impero (la consuetudine franca prevedeva, infatti, la spartizione del regno tra i figli del defunto imperatore), ma, una volta scomparso, nell'840, i suoi tre figli Lotario I († 855), Ludovico († 876) e Carlo il Calvo († 877) si spartiscono lo Stato col trattato di Verdun (843): al primo toccò il titolo di

imperatore e il governo della Francia orientale, al secondo quello delle terre della Germania a oriente del Reno, al terzo il regno della Francia occidentale. (ILL.3)

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Dopo il debole regno di Lotario, ebbe la corona suo figlio Ludovico II, che in Italia si trovò impegnato ad affrontare sia i Saraceni sia le continue rivalità tra le varie signorie cost ituitesi nel Mezzogiorno d‟Italia. Unità effimera dell‟impero si avrà ancora con Carlo il Grosso, figlio di Ludovico il Germanico. Alla sua deposizione,

nell'887, ad opera dei grandi feudatari, l'Italia, la Francia occidentale e la Germania cominciano una propria storia autonoma. L‟assenza di un forte potere centrale crea in tutti questi paesi una situazione di perdurante anarchia, dalla quale essi usciranno con un lungo processo di adattamento che s‟inizia, in Francia,   con l‟elezione di Oddone, conte di Pa rigi, e si assesterà con l‟elezione, nel 987, di Ugo Capeto a re di Francia;  in Germania con l‟elezione di   Arnolfo, duca di Carinzia, sino a che il potere passerà stabilmente nella mani della casa di Sassonia con l‟ elezione di Ottone I, nel 951; in Italia, in cui la situazione di degrado politico è

particolarmente sensibile, anche perché i poteri costituiti poco erano stati influenzati, soprattutto nelle aree centro-meridionali, dall‟azione politica dei Carolingi, vi ene nominato re Berengario I, marchese del Friuli, che dopo avere battuto il pretendente alla corona d‟Italia, Ludovico di Provenza, fu a sua volta sconfitto da Rodolfo, re di Borgogna, che poteva contare sull‟appoggio dei marchesi di Spoleto, di Toscana e d‟Ivrea.

Dopo poco gli stessi feudatari italiani lo deposero e incoronarono re un altro nobile francese, Ugo di Provenza, cui riuscì, con ogni sorta di violenze, di mantenere il potere per oltre vent‟anni (926 -947). Ceduto il regno d‟Italia al figlio Lota rio, questi venne di fatto scalzato dal nuovo pretendente Berengario II, marchese di Ivrea, sino alla sconfitta che gli fu inferta da Ottone I nel 951: nominato dallo stesso Ottone, di cui si era dichiarato vassallo, re d‟Italia Berengario II e il figlio A dalberto esercitarono il loro potere con tanta ferocia da obbligare nuovamente Ottone a tornare in Italia (961), ad assumere la corona del regno e, quindi, il titolo di imperatore. Rinasce così il Sacro Romano Impero. La casa di Sassonia si estinguerà però già nel 1002, con la morte del giovane Ottone III. Un fenomeno socio-politico della massima importanza per la storia dell'intera Europa s‟avvia sullo scorcio del secolo VIII e si consolida per tutto il IX e il X. I sovrani (ma anche i loro vassalli maggiori) per amministrare il territorio cominciano a elargire dei «benefici» (essenzialmente terre di proprietà della corona) ai nobili, ottenendo contestualmente di tenerli a freno e di riceverne aiuto, il cosiddetto vassallaggio. Queste concessioni, che hanno in origine carattere temporaneo e comportano un semplice usufrutto (non un'acquisizione di proprietà), col tempo finiscono col diventare ereditarie. Si tratta dell'organizzazione territoriale tipica del medioevo: il feudalesimo. Il difetto capitale di tale sistema consiste nel fatto che i feudatari finirono col considerarsi, all'interno del proprio feudo, dei signori assoluti. L'estendersi della pratica feudale venne poi a coinvolgere anche la Chiesa, con danni considerevoli per essa: gli imperatori sassoni, infatti, per evitare i problemi legati all'ereditarietà dei benefici, presero l'abitudine d'infeudare ecclesiastici (soprattutto vescovi), in quanto impossibilitati ad avere eredi diretti. La nascita della figura del vescovo-conte, poco attento all'aspetto pastorale del proprio mandato e molto più a quello politico e amministrativo, è una delle cause principali della grave crisi della Chiesa tra X e XI secolo. Dal punto di vista storico-culturale, il X è stato definito come il secolo peggiore del medioevo (Lorenzo Valla lo dirà “il secolo di ferro”); tale valutazione prende corpo dalla storia civile, in cui si registrano

sostanzialmente confusione e disgregazione politica delle due istituzioni portanti (Impero e Chiesa Romana), turbamenti sociali, nuove invasioni barbariche: Normanni, Musulmani, Ungari, Slavi. Roma stessa, e con essa l'istituzione papale, cade in un periodo di crisi gravissima, definito addirittura «pornocrazia», dal momento che si trovano a dettar legge donne, quali la famigerata Marozia, appartenenti alla potente famiglia romana dei conti di Tuscolo . Va però detto che tale accavallamento del giudizio socio-politico a quello culturale e letterario è metodologicamente improprio e del tutto erroneo se applicato al secolo e all'età in questione.

II.2 La civiltà carolingia 1 II.2.1 Il monastero Nell'alto medioevo i principali centri diffusori della cultura erano stati i monasteri. Il monastero  –  la cui collocazione topografica rispecchiava il desiderio di isolamento dal mondo insito nell‟istituzione - è stato nel medioevo un centro di raccolta per i viaggiatori, un nucleo di vita economica, un centro di innovazioni architettoniche, un punto d'incontro e di diffusione di idee e di informazioni, una fucina di nuovi moduli musicali e letterari ma va tuttavia considerato che esso divenne tale solo a poco a poco e quasi per caso. Quello che sarebbe però errato affermare è che i monasteri siano sempre stati centri luminosi di cultura e è perciò necessario farci un'idea più concreta della vita intellettuale che essi ospitarono. 1

Questo e i successivi capitoli tengono presente E. D’ANGELO, Storia della letteratura latina medievale, medievale, Montella 2004.

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Nella Regola di san Benedetto (composta a Montecassino forse tra il 530 e il 560), che fu quella prevalente e più diffusa nella chiesa occidentale, il punto centrale era costituito dall'opus Dei, il canto quotidiano dell'Ufficio nel coro (minutamente regolato per quanto riguardava sia i testi sia i tempi della lettura), al quale inizialmente erano dedicate dalle quattro alle quattr'ore e mezzo. Alla lettura, e cioè allo studio e alla meditazione della Bibbia e dei Padri, venivano dedicate tre o cinque ore al giorno, a seconda delle stagioni, e non era lasciata alcuna possibilità di letture d'altro genere. All'inizio della Quaresima, i monaci ricevevano un libro della biblioteca ciascuno, che «dovevano leggere per intero e ordinatamente», ma senza un orario prefissato, e sappiamo con certezza che il libro rimaneva in dotazione un anno e veniva restituito poi solennemente il primo lunedì della Quaresima successiva; in quell'occasione coloro che non avessero terminato la lettura dovevano farne pubblica confessione. La Regola benedettina non esplicita invece l‟impegno della copiatura  dei manoscritti ma il tempo lasciato disponibile per il lavoro manuale certamente doveva comprendere anche questo lavoro, che era del resto indispensabile anche perché il coro e la biblioteca non potevano restare sprovvisti di libri e perché la copiatura '„in conto terzi'‟ era un modo per

incrementare le rendite del monastero; non dimentichiamo infine l'importanza «della guerra a Satana con le armi della penna e dell'inchiostro», come ricorda Cassiodoro. Tuttavia l‟età carolingia supera le posizioni del fondatore del monachesimo e quasi ogni istituzione si trova impegnata nella riproduzione di codici (definiamo con „codice‟ il

manoscritto di età antica, medievale e umanistica) per uso interno (frequenti le testimonianze di cronache monastiche che rammentato l‟abili tà di qualche confratello copista). La Regola benedettina anche nulla dice circa un'altra famosa istituzione monastica: la scuola, benché essa faccia parte del monastero. «Le scuole in senso moderno, cioè quegli istituti nei quali l'istruzione viene impartita a ore determinate, da un determinato insegnante designato a ciò, su materie determinate a una determinata scolaresca, non furono la regola nei monasteri precarolingi, ma l'eccezione». L'istruzione è anzitutto religiosa: la preghiera, la regola dell'ordine, i sermoni e soprattutto la Bibbia. Le sette arti liberali, come abbiamo visto ancora nella prima età carolingia, non sono al primo posto e non sempre compaiono tutte e sette. Ogni monastero aveva una biblioteca di libri per il servizio divino, composta in genere di qualche copia della Bibbia e di opere teologiche; inoltre talvolta da qualche libro di testo elementare per l‟istruzione dei novizi (sulla struttura e l‟organizzazione delle biblioteche monastiche cfr. più avanti alla voce „La biblioteca‟).   I servizi, poi, richiedevano un

calendario a cui si aggiungevano di volta in volta i nomi dei nuovi santi e nel quale erano annotati i decessi di monaci e benefattori; inoltre delle tavole pasquali, che dovevano servire come base cronologica degli annali, a mano a mano che dal mondo esterno giungevano le notizie. La registrazione storica non era obbligatoria, ma molti monasteri ne trassero profitto per diventare centri di storiografia locale. Una biblioteca, una scuola, un archivio, una storiografia rudimentale erano quindi nell'esistenza di un monastero dei fatti marginali, che possono darci l'idea di una vita intellettuale solo in embrione. E spesso questo embrione rimase sempre tale perché, se i monasteri erano molti, pochi però divennero dei veri e propri centri di cultura e anche i maggiori di essi ebbero alterne vicende, momenti di grande prestigio e di declino.

APPROFONDIMENTO Il MONACHESIMO OCCIDENTE (VII-IX secolo)

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La Francia nord-orientale vede crescere le fondazioni di san Colombano. Cacciato da Luxeuil nel 610, questo irlandese passa in Italia e vi fonda Bobbio prima di morire (615). Egli compone due Regole, una spirituale ( Regula monachorum ), l'altra disciplinare ( Regula coenobialis ); ma queste non sono l'unica eredità ch'egli lascia alla sua numerosa discendenza, perché egli conosce e utilizza anche la Regola di san Benedetto. Il rigoglioso monachesimo che si afferma in Italia, ad opera dei Longobardi, in Inghilterra e in Germania, inizia tuttavia a soffrire intorno agli ultimi decenni dell‟VIII secolo di un grave male, che

si farà sentire sotto forme diverse per un millennio: la secolarizzazione delle abbazie, confiscate dal potere del re o affidate a suoi servitori. Prezzo del successo temporale dei monasteri, questa appropriazione dei loro beni da parte di secolari comporta per i monaci la privazione o la diminuzione dei loro mezzi di sussistenza; a questo si aggiunge l'influenza spesso nociva di abati secolari. Questa prassi rovinosa, iniziata sotto Carlo Martello, proseguirà sotto i suoi successori, senza che Carlo Magno e Ludovico il Pio vi apportino decisivi rimedi. Per effetto di essa e per altre cause, un gran numero di comunità adotta uno stile di vita più o meno rilassato, che la riforma carolingia si sforzerà di correggere, ristabilendo una netta distinzione distinzione tra monaci e canonici. L'artefice principale di questa riforma sarà Benedetto d'Aniane. Nato verso il 750 nei pressi di Montpellier, questo Visigoto di alto lignaggio entra nel monastero di Saint-Seine, presso Digione, nel 774. Eletto abate cinque anni più tardi, rifiuta questa carica per intraprendere, sui possedimenti della sua famiglia ad Aniane, una fondazione in cui intende applicare in modo rigoroso la Regola di san Benedetto, suo omonimo, e magari anche superarla. La grande comunità di 300 monaci, che ben presto si riunisce intorno a lui, va poi sciamando in una dozzina di monasteri e Ludovico il Pio, allora re d'Aquitania, gli affida una missione generale di riforma, che si estenderà a tutte le regioni soggette all'Impero a nord delle Alpi quando (814) quel sovrano diventerà imperatore. I sinodi di abati, riuniti ad Aquisgrana dall'816 all'819, elaborano statuti riformatori che verranno imposti dovunque in virtù dell'autorità imperiale. L'adozione universale della Regola benedettina ne è l'articolo primo. Tuttavia, questa unificazione nominale del monachesimo intorno a san Benedetto lascia spazio a costumi locali diversi. La riforma carolingia venne rapidamente bloccata dalle calamità del IX secolo. Alle appropriazioni indebite dei monasteri si aggiungono le invasioni: Normanni e Danesi al nord, Saraceni al sud. Nell'883, viene bruciato Montecassino e i suoi monaci si rifugiano a Teano e poi a Capua. Stragi, devastazioni e esodi si moltiplicano. OCCIDENTE (X-XV secolo) L'ascesa del monachesimo costituisce uno dei fenomeni più importanti e più caratteristici della società medievale. Per comprendere questo fenomeno, occorre rendersi conto che spesso la fondazione di monasteri obbedisce a motivazioni estranee alla spiritualità. Un'abbazia, più o meno dotata di terre, signorie e canoni, è in effetti una unità economica e una fonte di rendite, e quindi un posto ambito. Le abbazie e i priorati sono inoltre e fondamentalmente centri della vita religiosa. Sotto l'influenza dei Carolingi e di Benedetto d'Aniane (morto nell'821), il monachesimo di stile benedettino, associando disciplina, sottomissione all'abate, clausura e vita regolata da preghiera, lavoro e riposo, si è largamente diffuso nel continente e ha predominato fino alla fine dell'XI secolo. Nel X secolo, allorché gli edifici monastici diventano oggetto delle bramosie dell'aristocrazia, le invasioni normanne e, dopo, quelle ungare e saracene favoriscono la dispersione e l'esplosione del monachesimo in cellule locali strettamente dipendenti dalle famiglie aristocratiche, che si curano poco di disciplina e di devozione. La necessità di protezione ma anche la pratica della procura che fa del potere laico l'amministratore di una parte delle immunità abbaziali, quando l'abate stesso non è un laico, consegna di fatto le loro rendite a principi e signori. I tentativi di riorganizzazione che erano stati promossi da Benedetto d'Aniane a partire dall'inizio del IX secolo fallirono. Fondare un monastero permette di trovare nuove rendite, talvolta di stimolare la crescita agricola e la conquista di nuove terre. È questo il caso della Germania, dove l'attenzione degli Ottoni per le grandi abbazie, che erano anche strumenti di potere, come Reichenau, San Gallo, Fulda, non si smentì mai. Ed è da un'abbazia fondata da un principe che parte il rinnovamento dei secoli X e XI. La fondazione dell'abbazia di Cluny nel settembre 909 o 910 si situa in un contesto di tentativi isolati di riforma. All'inizio l'abbazia non si differenzia diff erenzia affatto da numerose altre fondazio f ondazioni. ni. Il monastero di Cluny è dotato di terre e signorie allo scopo di disporre di rendite proprie. Inoltre, concedendogli 19

dei privilegi, il fondatore dell'abbazia, il duca Guglielmo di Aquitania, voleva sottrarlo alle brame dell'aristocrazia dell'aristocrazia locale e del clero secolare. Cluny non si doveva orientare che agli apostoli Pietro e Paolo, non dovendo obbedienza a nessun altro. II papato è dunque il garante dell'indipendenza dei monaci, e il legame con Roma non cessa di rafforzarsi in seguito. Il monastero così creato si conforma alla Regola di san Benedetto. L'autonomia dei monaci ha per conseguenza l'elezione dell'abate da parte di loro stessi. È quest'ultimo personaggio che dice l'ultima parola sull'amministrazione del monastero e sulla vita comunitaria. Egli è assistito nel suo compito da diversi monaci o collaboratori specializzati. L'aumento della potenza di Cluny, la sua integrazione nel mondo feudale e la sua familiarità con il potere e la ricchezza, sono inserite in una pura spiritualità che fa di Dio il Signore supremo, di Cristo un re concepito sul modello dei nobili feudali. I monaci ne sono i servitori e devono magnificarlo. La liturgia cluniacense insiste sulla preghiera collettiva e sul canto, sulla sontuosità degli addobbi e degli arredi liturgici. La funzione dei monaci è rendere grazie a Dio con gli oggetti più preziosi in una preghiera continuata, la più perfetta forma di vita cristiana secondo Cluny. La metà dell'XI secolo è caratterizzata da un fiorire di nuove fondazioni benedettine incoraggiate da un papato anch'esso in piena trasformazione, che afferma la specificità dei chierici nei confronti del mondo laico e che stimola tutti gli sforzi di riforma che vanno in questo senso. Inoltre, la fondazione degli Ordini ospedalieri e militari, a partire dall'inizio del XII secolo, come i Templari o l'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, rivela non soltanto la profonda cristianizzazione della società ma anche la rinnovata attenzione dei laici, all'occorrenza dell'aristocrazia militare, di scegliere una vita religiosa pronunciando voti di tipo monastico. Consacrandosi a raccogliere pellegrini di Terra Santa e in seguito alla difesa del regno di Gerusalemme o ancora alla cristianizzazione dei paesi pagani (come i cavalieri Teutonici), questi Ordini di monaci-soldati per sopperire ai loro bisogni si costituiscono in Occidente in grandi signorie, soprattutto quando sono protetti dalla monarchia, come in Castiglia, dove si insediano nelle zone di riconquista. r iconquista. D'altro canto, l'ideale di vita apostolica, il rifiuto del mondo coi suoi peccati e l'ascesi si esprimono nell'eremitismo che dalla fine del X secolo trova un nuovo slancio e si diffonde in Occidente. L'XI e l'inizio del XII secolo vedono appunto un rigoglio di nuove creazioni (come quelle che nascono nell'Italia del Centro-Sud con Nilo o Romualdo - morto nel 1027 - il fondatore di Camaldoli; o in Francia e in Germania, come i monaci certosini, Ordine fondato da Bruno - morto nel 1101). Questa vitalità del monachesimo, anche se rimette in discussione le forme esistenti di vita monastica, attesta il rinnovamento della Chiesa. Ma l'ideale di vita apostolica che è all'origine di molti di questi movimenti conduce taluni a dei tentativi mal giudicati dai loro contemporanei. Così, allorché Roberto d'Arbrissel (morto nel 1116) si sforza di costituire monasteri associando monaci e monache, chierici e laici, e soprattutto prevedendo un priore e una priora, si espone al discredito. L'Ordine cistercense, che nasce così in seno alla famiglia benedettina diffondendosi a Pontigny, Morimond, Chiaravalle, e poi in Inghilterra, oltre che nel Nord della Penisola iberica, predica la povertà e la sobrietà della liturgia e dell'architettura, in contrapposizione con la magnificenza cluniacense; sceglie siti isolati per impiantare le sue abbazie. Stefano Harding (morto nel 1133) e dopo di lui Bernardo di Chiaravalle esprimono tutto il suo vigore alla metà del XII secolo. Lo sprezzo dell'attività intellettuale speculativa a favore dell'ascesi e della contemplazio co ntemplazione ne caratterizza per esempio certe sue controversie con Abelardo. L'originalità di Cîteaux si specchia nell'organizzazione della vita materiale dei monaci. Questi non possiedono niente di proprio, e non devono essere sottratti alle loro attività principali, la preghiera e la penitenza. Il lavoro manuale è affidato ai conversi, intermediari tra il mondo monastico e quello laico, che lavorano in comunità a profitto dei monasteri cisterciensi, ben presto arricchitisi di numerose donazioni. II movimento cisterciense però è minato dal suo stesso successo. Dopo aver fornito papi come Eugenio III (morto nel 1153) e maestri di pensiero del XII secolo, come Guglielmo di Saint-Thierry (morto nel 1148) e san Bernardo (morto nel 1153), passando per il misticismo di Gioacchino da Fiore (morto nel 1202), affonda nel lusso e nella ricchezza. I Mendicanti del XIII secolo, che si raggruppano dietro san Francesco e san Domenico, testimoniano il superamento di una certa idea di santità diffusa dal monachesimo benedettino. Quest'ultimo, esattamente come quello dei certosini, si mantiene ancora durante l'ultimo secolo del Medioevo ma nei confronti dei Mendicanti perde il suo ruolo principale nelle vocazioni e nel rinnovamento della Chiesa. Certo, a partire dal XIII secolo e ancora nel XIV, il papato tenta di mettere ordine nel mondo monastico: Innocenzo III (morto nel 1216) si sforza nel 1215 di limitare 20

la proliferazione degli Ordini monastici con i canoni del Laterano IV che proibiscono la creazione di nuove Regole monastiche, prescrizioni riprese da Gregorio X al momento del secondo Concilio di Lione nel 1274. Nel XIII e nel XIV secolo si affermano movimenti, spesso bollati di eresia, che assegnano ai laici un ruolo determinante, rimettendo in discussione i modelli anteriori di santità. La figura del monaco viene sferzata dalla satira letteraria o popolare. È nella Penisola italiana che si verificano particolari tentativi di rinnovamento in seno ai monasteri benedettini. L'abbazia di Monte Oliveto (Olivetani) estende la sua influenza in Toscana dopo aver rivalorizzato il lavoro intellettuale dei monaci e tentato, con questo, di riannodare i legami con la cultura urbana. Il monastero di S. Giustina di Padova nel XV secolo conosce in Italia un irradiamento più vasto, prima di dare origine nel 1504 alla congregazione cassinese.  AMBITO BIZANTINO (VI-X secolo) Il monachesimo, che occupa un posto di rilievo nel mondo bizantino, rappresenta un elemento essenziale essenziale della forma di cristianesimo che vi si sviluppò, e possiede una reale unità che deriva da ideali comuni ampiamente condivisi. Tuttavia, mentre i monaci erano consapevoli di appartenere ad un unico corpo sociale , fin dalle origini il movimento monastico che si sviluppò in Oriente fu caratterizzato da una grande diversità di forme di attuazione. Senza parlare delle forme anarchiche, che si cercava di reprimere, e di tutta una popolazione monastica propensa alla mobilità (monaci «girovaghi»), «girovaghi»), vanno distinte: la vita anacoretica, il cui tipo è sant'Antonio abate; la vita semianacoretica, nella quale colonie di anacoreti produssero un embrione di vita comune elaborandone alcuni organi basilari; e la vita cenobitica, nella quale i monaci vivevano in comune in un monastero, sotto la direzione di un superiore , come nei monasteri fondati da san Pacomio in Egitto nel IV e V secolo, nei monasteri che si ispiravano a Basilio di Cesarea (IV sec.) o nella maggior parte dei complessi monastici urbani. Ad una tipologia più pura si affiancavano anche forme miste. Va fatta, inoltre, una distinzione a seconda delle località, e va t enuto conto che oltre ai gloriosi monasteri eremitici esisteva un possente monachesimo urbano. Fin dalle origini, infine, si ebbero monasteri di donne. Quanto all'organizzazione, nel mondo bizantino non si riscontra l'equivalente degli Ordini monastici occidentali; ogni fondatore organizzava la propria fondazione come meglio credeva, nel rispetto però di usanze fondamental f ondamentali.i.  A seconda del tipo, i monasteri potevano accogliere da pochi monaci a diverse centinaia di religiosi. La loro fondazione era spesso dovuta all'iniziativa privata: all'attività di un santo fondatore, ma anche alla decisione di un laico, per devozione o allo scopo di non scindere una parte del suo patrimonio o per assicurarsi un luogo dove ritirarsi in vecchiaia o essere sepolto. Per queste ragioni i monasteri erano spesso delle fondazioni effimere. I monasteri bizantini erano isolati tra loro, salvo legami dovuti ad una origine comune o rapporti che intercorrevano tra una casa madre e quelle da essa dipendenti. Nel Medioevo apparvero anche delle confederazioni che riunivano i monasteri di una stessa regione (Athos). In principio i monaci erano posti sotto l'autorità del vescovo, ma i fondatori cercarono di assicurare l'indipendenza delle loro fondazioni; talune istituzioni, inoltre, erano poste alle dirette dipendenze del patriarca o dell'imperatore (monasteri patriarcali o imperiali). È difficile valutare la fortuna dei monasteri. I beni fondiari, spesso esenti da imposte, pare non fossero mai stati consistenti prima del X secolo. I monasteri svolsero anche un'ampia attività filantropica: accoglienza di orfani e di persone anziane; gestione di ospedali, di ospizi e di locande; finanziamento di opere caritative. Fu parimenti importante il ruolo svolto dai monasteri nella storia della cultura: i testi monastici sono abbondanti e di varia natura, e il compito principale dei monaci consisteva nel copiare e conservare i manoscritti.  Al contrario, la loro azione nel campo dell'educazione dell'educazione fu molto modesta: reggevano talvolta delle scuole elementari e più raramente per adolescenti (quelli indirizzati forse alla vita monastica). In tutta la vita religiosa di Bisanzio, infine, i monaci ebbero un posto di primaria importanza, personalmente o mediante i loro scritti.

II.2.2 La scuola Segni caratteristici della civiltà carolingia sono, al tempo stesso, il cosmopolitismo dei produttori di cultura e l‟omogeneità dei prodotti. Carlo Magno, pur imbevuto di conoscenza

religiose, sapeva stentatamente leggere e scrivere latino (il biografo di Carlo Magno, 21

Eginardo►  ci dice che della sua infanzia e dei suoi primi anni nessuno era riuscito a sapere) (Vita Caroli  4).  4). Tuttavia egli raduna intorno a sé un gruppo di intellettuali cui affida la funzione di consiglieri della sua politica culturale. Si tratta, in primo luogo, di Scoti (cioè di Britannici, fossero essi Irlandesi o Inglesi o di altre regioni della Britannia (Alcuino ►, cui da Carlo Magno sarà affidata la direzione della sua politica culturale), Dungalo, Clemente Scoto, Giovanni Scoto Eriugena ►, Sedulio Scoto). La fitta presenza di Scoti nell‟entourage culturale di Carlo Magno (per cui potrebbe parlarsi di una „età degli Scoti‟) non era causale: le scuole dell‟Irlanda e dell‟Inghilterra, come abbiamo detto, avevano

mantenuta per secoli una conoscenza del latino senza misura superiore a quello che veniva utilizzato nel resto del continente e le loro biblioteche apparivano particolarmente ricche di testi classici e patristici. Abbastanza sostenuta era anche la presenza di Italiani (Paolo Diacono ►, Paolino di Aquileia ►, Pietro da Pisa, e, soprattutto, di Tedeschi (Eginardo►, Walafrido Starbone, Rabano Mauro ►, Pascasio Ratberto, Notkero Balbulo►; poco presenti, almeno nelle fasi di avvio del progetto culturali di Carlo Magno sono invece i Francesi, col solo Teodulfo di Orléans (Francia del sud) ►. La politica culturale di Carlo, che tenta in questo modo di conferire unità, anche amministrativa, ad un dominio assai eterogeneo, punta sulla diffusione dell‟istruzione,

quindi sulla scuola. Anche a corte sembra ne sia sorta una, la Scuola palatina, in cui venivano ammessi i giovani che avevano terminato il primo ciclo di studi. Ma la capillare diffusione delle scuole (o meglio, lo stimolo ad una loro capillare diffusione: perché, come si è detto a proposito dei monasteri, sovente esse rimanevano, come si dice, soltanto sulla carta e, ancor più sovente, erano costrette ad utilizzare gli strumenti culturali, in termini di uomini e libri che avevano al loro interno), che ora vengono istituite seguendo precise e particolareggiare istruzioni (come nel capitolare De scholis dell‟789), si appoggia soprattutto sulle strutture ecclesiastiche quindi in gran parte sui monasteri, sui vescovadi e sulle scuole parrocchiali che servivano a diffondere una istruzione (e una latinità) minimale. È però importante osservare che in ogni scuola il programma di istruzione era uniforme (e quindi era uniforme la formazione culturale di base): dovevano essere insegnati la grammatica, il canto romano e le note (Carlo Magno punta sulla diffusione di una identica liturgia: occorreva che tutti pregassero nello stess o modo!), il calcolo, l‟arte del notariato, la medicina. Viene inoltre richiesto che, quando nel monastero vi fossero manoscritti, essi fossero corretti con grande cura. Sarà soprattutto l‟opera di Teodulfo e degli Scoti

(Clemente, Dungal, Dicuil) ad introdurre a corte lo studio delle arti liberali (cfr., sopra, ), secondo un progetto didattico che si attribuiva a Marziano „Approfondimento‟: Arti „Approfondimento‟: Arti liberali ), Capella. Questo disegno, in sé modesto e funzionale ad esigenze non esplicitamente culturali e, finché visse Carlo Magno, neppure compiutamente realizzato, si dilatò ben presto, senza interrompersi anche quando l‟impero perdette la sua unità politica e

territoriale, ad opera dei filologi, degli esegeti, degli storici carolingi in un decisivo rinnovamento della cultura, e nei casi migliori in un recupero del patrimonio letterario dell‟Antichità: oltre 7000 sono i manoscritti che ancora oggi sopravvivono a testimoniarci il grande lavoro compiuto in quell‟età e moltissimi tra di essi chiaramente destinati all‟us o

nelle scuole. Ma è soprattutto sulla unità della lingua che s‟accentra il disegno di Carlo: come si è detto, l‟Occidente europeo aveva sviluppato parlate nazionali che si erano ormai distaccate dalla

lingua antica senza che, per così dire, ve ne fosse percezione. I Carolingi avvertono l‟ostacolo culturale e amministrativo insito nella differenziazione delle forme dell‟espressione e cercano di ridurle ad unità: con Carlo Magno si avvia, dunque, come

abbiamo già detto, un programma di recupero del latino letterario nella forma più prossima a quello „classico‟ e patristico. Veicolo della riforma sarà il De orthographia  di Alcuino, composto fra il 796 e l'800, dove si stabilisce che le lettere e le sillabe delle parole latine siano tutte pronunciate e che ad un medesimo grafema corrisponda sempre un medesimo suono (e uno solo). Si ottiene dunque per questa via l‟eliminazione dell‟influenza dell‟uso 22

parlato sulla pronuncia del latino che si fissa in una forma comune, identica e riconoscibile dovunque. Il latino carolingio è il primo 'latino medievale' nel senso linguistico del termine e diviene la lingua di cultura che, progressivamente affermandosi, dà coesione alla vita intellettuale e spirituale dell'Occidente medievale: il solo caso di lingua comune europea. Le forme del latino lat ino rinnovato si traducono in una nuova scrittura dei manoscritti, anch‟essa unitaria, a differenza dell‟impiego precedente che aveva sviluppato per ogni scrittura delle varianti nazionali, con l‟ovvia difficoltà di comprensione   dei messaggi (particolarismo

grafico). La nuova scrittura, che oggi definiamo minuscola carolina ( ILL.4-6), era anch‟essa insegnata nella scuola e diviene ben presto una scrittura unitaria diffusa in tutta

Europa. II.2.3 La biblioteca Nel monachesimo occidentale dei primi secoli, anche benedettino, quando v‟è menzione della presenza e dell‟uso di libri, essi non paiono trovare collocazione organizzata in uno

spazio ad essi appositamente riservato, ma essere sistemati in vani ricavati nelle pareti, in cassepanche, in ripostigli dove si ammassano, assieme ai libri, oggetti diversi. I modi di conservazione del libro sembrano, quindi, assai lontani da quelli sottesi al concetto di biblioteca, al concetto, cioè, di una raccolta più o meno vasta e sistematica di libri, conservata in un luogo appositamente adibito alla loro custodia e gestione (ordinamento, catalogazione, consultazione). Eccezioni certo non sembrano essere mancate: la più nota e celebrata è quella di Vivario, fondato c. il 554 da Cassiodoro ◄  a Squillace in Calabria, dove la cura filologica, funzionale e estetica del libro era integrata e completata dalla presenza di  armaria (sing.: armarium = armadio) numerati in cui erano conservati i codici prodotti all‟interno del cenobio o a cquistati all‟esterno. Un mutamento di prospettiva culturale all‟interno dell‟organizzazione monastica si ha a

partire al VII secolo, si perfeziona nel IX per poi prolungarsi in quelli successivi. Nel nuovo contesto culturale, il libro si trasforma da mezzo di sostentamento o strumento di edificazione in veicolo di informazione culturale e i libri iniziano allora a prodursi all‟interno del monastero in una sua struttura apposita, lo scriptorium, che sorge con funzione di

incrementare la biblioteca del monastero, e ad essere conservati in un luogo ad essi specificamente destinato, chiusi in armaria (ILL.7 La specializzazione del luogo in cui vengono custoditi porta con sé anche l‟affiorare di una funzione particolare, quella del bibliotecario (armarius, librarius, bibliothecarius), che si

preoccupa della conservazione e del buono stato del materiale librario. Sembra tuttavia mancare ancora uno spazio appositamente dedicato alla lettura all‟interno della biblioteca:

nei monasteri i libri si conservano nella biblioteca ma si leggono o a scuola, o in ambienti privati quali le celle, i refettori, il chiostro, durante le funzioni religiose e anche si concedono a prestito. La formazione di una biblioteca monastica (o anche legata alle chiese cattedrali) è comunque lenta, con alternanza di periodi di intensa attività e di stasi e disinteresse, e non è sempre giustificata da intenti culturali: la motivazione che portava a scrivere e a conservare un codice poteva essere, e molto spesso era, prevalentemente di carattere patrimoniale. Gli abati vengono talora ricordati anche per l‟incremento che seppero dare ai

beni del loro monastero e a loro lode veniva menzionato, senza stabilire alcuna differenza, l‟aver fatto copiare codici e avere fatto eseguire arredi preziosi destinati alle cerimonie religiose. Quindi, un inventario dei libri di una biblioteca monastica non sempre è segno del livello culturale del cenobio. In un monastero, la cui biblioteca ci risulta ben provvista di volumi, non dobbiamo automaticamente aspettarci di incontrare una vita culturale attiva e di alto livello. 23

Le dimensioni che, prima del 1000, avevano le biblioteche monastiche - e le meno diffuse biblioteche delle cattedrali - sono, come ci si può attendere, assai variabili ma nel loro insieme testimoniano di biblioteche abbastanza piccole, anche se non mancano, già in età carolingia, raccolte che vanno dai 400 ai 600 codici (cioè quelle di Reichenau e S. Gallo sul lago di Costanza, Lorsch ►, Bobbio; Murbach giunse a circa 300 codici, Saint-Riquier Saint -Riquier a oltre 200). Uno sguardo d‟insieme sulla consistenza di alcune biblioteche delle istituzioni

ecclesiastiche in Italia tra IX e X secolo è offerto dal breve elenco che segue: 2

Nome

Comunità

Libri

Data

Bobbio, S. Colombano Brescia, S. Faustino e Giovita Brescia, S. Giulia Cremona Lucca, S. Martino Lucca, S. Pietro Monza, S. Giovanni

abb. benedettina abb. benedettina abb. benedettina cattedrale cattedrale abb. benedettina cattedrale

666 44 75 102 20 3 1

IX ex. 964 905 984 VIII-IX IX X

In età carolingia non erano del tutto assenti anche biblioteche di laici: si pensi a quella della corte di Carlo Magno o a quelle di personaggi d‟alta nobiltà quali Eberardo duca del Friuli o di Eccard conte di Autun, sebbene esse inizino ad essere numerose e, talvolta abbastanza ricche di libri, solo col basso medioevo. Prima dell‟invenzione della stampa i testi dovevano  essere riprodotti copiando a mano. Il copista lavorava, solitamente, da solo, anche se, sin dall‟epoca carolingia, nei monasteri più importanti esistevano „ateliers‟ in cui più amanuensi lavoravano assieme, sotto la direzione di un sorvegliante: un caso p otrebbe essere quello dello „scriptoriumium „ scriptoriumium‟‟ del

monastero di York, in cui Alcuino avrebbe addirittura fatto apporre una scritta che ricordasse ai copisti il loro dovere di riprodurre esattamente i manoscritti che erano stati loro affidati per la copia (infatti, la copia a mano facilitava l‟introduzione, sovente inconscia, di errori) : (ALCUINO, P.L.A.C. 1, 320): Siedano qui, scrivendo le parole della sacra legge / e quelle parimenti sacre dei santi Padri; / e badino bene di non frammettere a queste le loro frivole parole …. Cerchino invece con ogni sforzo di avere per sé libri

corretti, / e la loro penna voli via sicura lungo una strada diritta. Distinguano bene con i segni di interpunzione il senso del discorso e pongano i punti là dove devono essere posti, in modo che chi deve fare la lettura in chiesa non legga cose false né ammutolisca improvvisamente dinanzi ai suoi confratelli. È opera egregia scrivere libri, né chi li scrive rimane privo della sua ricompensa. Scrivere libri è meglio che piantare viti: perché chi fa questo serve alla sua pancia, ma chi fa quello serve invece all‟anima sua”.

D'altronde bisogna pensare che nel medioevo la fruizione del testo non era l'unica funzione del libro. In un mondo quasi del tutto analfabeta, tranne una ristretta cerchia di ecclesiastici e di monaci, il libro (soprattutto se sacro) acquistava un valore simbolico e quasi magico: le Bibbie, gli evangeliari, i messali, erano sovente conservati sugli altari e mostrati solo durante le più importanti cerimonie liturgiche. La mentalità medievale percepiva una forte continuità tra la sfera terrena e quella sovraterrena, tra il segno visibile e il suo referente invisibile, e vedeva perciò nel libro l'incarnazione della stessa parola divina. L'adornamento del codice era perciò un onore reso a Dio; non è un caso che, fin 2

 Cfr. D. NEBBIAI DALLA GUARDA , I documenti per la storia delle biblioteche medievali (secoli IX-XV), IX-XV), Roma 1992, p. 782.

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dall'epoca paleocristiana, fossero impiegati i materiali più preziosi per la confezione dei libri sacri. Si potrà ammirare la preziosità con cui è stato rilegato il Vangelo di Ariberto di Intimiano (970-1045), arcivescovo di Milano (ILL.8) Fino a che fu possibile averne dall'Asia Minore, si tinse la pergamena con la porpora (ILL.9)e su questo fondo purpureo si scrisse in lettere d'oro e d'argento. Un uso che si mantenne anche in seguito in alcuni libri e documenti creati per le case imperiali bizantine e carolinge-ottoniane. Date queste premesse è evidente come, fino al tardissimo Medioevo, il corredo illustrativo non serviva a facilitare l'avvicinamento al testo scritto da parte degli indotti, che in nessun caso erano ammessi a consultarlo. Al contrario, solo chi aveva un determinato livello culturale poteva capire le implicazioni simboliche delle immagini e interpretare il loro stretto rapporto con il testo. Soprattutto nell'Alto medioevo i libri venivano prodotti quasi esclusivamente nei monasteri e gli amanuensi, coloro che trascrivevano il testo, e i decoratori erano o la medesima persona o due religiosi della stessa comunità di medesima formazione e di medesima cultura figurativa. Tecnicamente, poi, il libro era un prodotto di complessa fabbricazione e pertanto estremamente costoso, più frequentemente destinato a un uso comunitario che privato. Negli scriptoria, locali adibiti alla fabbricazione dei manoscritti si doveva provvedere in maniera autosufficiente a tutte le fasi di esecuzione (come si vede in questa immagine: Ill.10): d‟altro canto, il monastero, come si sa, era, il più delle volte, una struttura autonoma e autosufficiente, legata ad un territorio circondato da selve e dai campi che dovevano servire alla vita della comunità monastica stessa (r ende l‟idea un‟immagine dell‟attuale abbazia di S. Pietro in Valle a Ferentillo: Ill.11). Va sottolineato tra l'altro che è proprio grazie alla nuova cultura del lavoro teorizzata dall'Ordine benedettino che l'atto dello scrivere diviene accettabile e attribuito anche agli evangelisti e ai santi. Nel mondo antico, invece, la scrittura come lavoro manuale era considerata indegna di un letterato o di un filosofo, che pertanto dettava le sue opere a uno schiavo o a uno scriba di professione: in questo modo erano rappresentati appunto gli autori classici. La prima operazione per l'esecuzione di un codice consisteva nel tagliare la pergamena, una volta pronta, nei formati prescelti e nel rigarla con un sottile stilo per avere uno schema costante di impaginazione. Si scriveva poi il testo. Una miniatura bizantina mostra l'evangelista Marco al suo tavolo di scrittura su cui compaiono tutti gli attrezzi di uno scriba: il calamaio, le penne, gli inchiostri, gli stili, e vari tipi di raschietti (Ill.12). In seguito, soprattutto nel Tardo medioevo, interveniva un maestro di penna che completava le "rubriche", cioè gli incipit dei vari paragrafi eseguiti in inchiostro di colore diverso dal resto del testo, e tutte le decorazioni puramente calligrafiche come le iniziali minori, i segni di rimando ecc. Se il libro comprendeva parti musicali (ad esempio i grandi corali che, posti su di un alto leggio al centro del coro, dovevano essere visibili a tutti i monaci seduti sugli scranni) spesso interveniva uno specialista della notazione musicale. A quel punto il miniatore compiva la sua opera; dopo aver disegnato la figura con uno stilo di piombo o con un sottile pennello, stendeva la foglia d'oro e d'argento e in strati successivi il colore. Tutti i materiali necessari, colori, inchiostri, foglie metalliche, colle e vernici, venivano preparate dai maestri stessi sulla base di ricettari di cui si conservano ancora parecchi esempi e che mostrano una notevole continuità e omogeneità tra Oriente e Occidente nei metodi proposti, evidentemente ricalcati da prototipi di epoca classica. A questo punto il manoscritto doveva anche essere rilegato e gli stessi scriptoria provvedevano a rilegature in legno foderato di cuoio e decorato o a più preziose coperture di avorio intagliato, metalli preziosi, gemme e smalti. La storia dei codici è sovente molto intricata e, soprattutto nei libri d'uso corrente, è difficile trovarne che non siano stati successivamente interpolati, non abbiano subito perdite o aggiunte nel testo. Tuttavia il grande costo dei manoscritti miniati, che venivano perfino dati in pegno contro prestiti in denaro, nonché il loro valore simbolico, ha fatto sì che se ne siano conservati un numero assai alto tanto da tramandare l‟arte figurativa di interi periodi in cui le altre testimonianze artistiche sono andate malauguratamente distrutte. 25

Lo stu dent e ch e des ideri avere id ea più prec isa d ella realtà materiale e d el con tenuto d el mano scritto è invitato ad accedere ai siti d ella Dom Dom biblio thek di Colo nia e d ella Stiftsbib lioth ek d i San Gallo , dov e avrà la po ssib ilità di c on su ltare cod ici in m odo virtuale e acqu isire tutte le inform azioni azioni s u d i essi ch e riterrà necessarie: http://www.ceec.uni-koeln.de/ http://www.ceec.uni-koeln.de/,, http://www.e-codices.unifr.ch/ http://www.e-codices.unifr.ch/..

APPROFONDIMENTO Lo SCRIPTORIUM  Dopo la caduta dell'Impero Romano e il progressivo crollo delle istituzioni che esso reggeva da secoli in Occidente, il patrimonio antico venne ripreso e fecondato dalla Chiesa. Ora la Chiesa, che era a quei tempi missionaria, aveva un grande bisogno di libri: testi biblici e patristici, libri liturgici, ma anche testi pedagogici per la scuola, di cui ormai essa si occupava. Pertanto è nell'ambito della Chiesa e non più in quello professionistico che ormai si scrivevano i libri e si costituivano le biblioteche. La letteratura pagana e la nascente letteratura cristiana vennero vate e diffuse nelle cattedrali o nei monasteri. All‟origine della fondazione dei grandi istituti conser vate religiosi in Occidente vi furono due correnti missionarie: da una parte l'Italia, con la fondazione del primo grande monastero che cercava di coniugare il mondo antico con la nuova cultura cristiana, Vivarium e successivamente Montecassino (529), dotato della più grande biblioteca d'Europa; dall'altra, con la politica unificatrice di papa Gregorio Magno, la Chiesa irlandese fondata nel V secolo dal bretone san Patrizio. Ci sono rimasti alcuni manoscritti che testimoniano l'attività di questi monasteri. Creatività ma pure dinamismo missionario: in Gran Bretagna, dove gli Irlandesi faranno a gara con il monaco romano Agostino, fondatore della chiesa di Canterbury, e dove essi stessi fondarono Lindisfarne (seconda metà del VII secolo); in Gallia ove fondarono Luxeuil e in Italia dove si insediarono a Bobbio. Questi monasteri a loro volta prolificheranno: in Gallia con Corbie, Saint-Wandrille, Saint-Bertin; in Gran Bretagna con York e la sua ben presto celebre scuola, Wearmouth, che ci ha lasciato il Codex Amiatinus, e Jarrow dove Beda scrisse l'intera sua opera. In Germania l'irlandese Bonifacio fondò all'inizio dell'VIII secolo Fulda, i vescovadi di Ratisbona e di Salisburgo, le abbazie di Echternach e di Frisinga Fr isinga in Baviera. Cominciò fin da allora ad esistere presso le chiese un opificio di copiatura dei testi, o scriptorium, di cui, per l'epoca più antica, conosciamo purtroppo poco l'organizzazione precisa. La maggior parte di queste Chiese hanno di fatto fondato degli scriptoria  la cui attività e importanza sono testimoniate dal valore dei manoscritti da essi prodotti e dei quali alcuni sono giunti fino a noi e presentano delle peculiarità grafiche più o meno nette a seconda della regione o del monastero. Tipico il caso di Luxeuil e soprattutto di Corbie che ha avuto un ruolo considerevole nell'evoluzione della scrittura durante la seconda metà dell'VIII secolo e nell'elaborazione della minuscola carolina. Lo scriptorium   è dunque il laboratorio di copiatura dei testi e di produzione dei manoscritti. Sono pochi i documenti che ci informano sulla sua struttura materiale e qualcosa sappiamo grazie alla pianta di San Gallo eseguita intorno all'830. Lo scriptorium  era a volte addossato alla chiesa e comunicava con essa a livello del coro, a volte era prospiciente il chiostro, come si vede in molte abbazie cistercensi, e i monaci stavano seduti vicino alle finestre, su sedie davanti a tavoli consoni al loro lavoro. Le regole monastiche ci forniscono qualche dettaglio sull'organizzazione materiale del lavoro. L'intero ciclo di produzione avveniva sul posto; il lavoro veniva fatto da soli o in gruppo sotto la dettatura di un lettore. Ogni copista si occupava di un fascicolo oppure dava il cambio nella copiatura nel verso o nel mezzo di una carta, cercando di armonizzare la sua scrittura con quella dei confratelli. Con la rinascita caroligia, gli scriptoria europei ebbero un nuovo impulso. A quel tempo i più attivi furono: Tours, sotto il governo dell'abate  Alcu  Al cuin ino o (796-802) che promosse promosse la revisione revisione dei libri liturgici liturgici e della -  Bibbia, da dove vennero diffuse alcune raccolte di testi relativi alla vita di san Martino; Fleury, Saint-Benoit-sur-Loire, attivo dopo l'VIII secolo e fino al X secolo sotto il governo di Abbone; Ferrières, segnato nel IX secolo dal governo di Lupo, famoso per la sua passione verso i classici; infine Saint-Denis, fondazione antichissima e ben presto prestigiosa a motivo dei suoi stretti rapporti con la monarchia, dove si sviluppò, come in altri centri della Gallia del Nord, uno stile eccellente di miniatura, detta della 26

scuola franco-sassone. Gli scriptoria  del Sud della Gallia sono poco conosciuti. Segnaliamo tuttavia Saint-Martial di Limoges. Vi erano anche degli scriptoria  presso le cattedrali e le loro scuole, ma sono ordinariamente poco studiati. I più importanti in Francia furono Reims, soprattutto sotto l'episcopato di Incmaro di Reims, uomo di lettere e di politica (845-882), nel X secolo con Flodoardo, storico e poeta, e Gerberto, straordinario erudito, canonico e poi arcivescovo di Reims, infine papa col nome di Silvestro II; Lione nel IX secolo con il vescovo Agobardo e il diacono Floro; Orléans, sotto l'episcopato di Teodulfo di Orléans, noto fino al XII secolo per la fama della sua scuola; Laon dove furono eseguite nell'VIII secolo ricerche sulla scrittura, rinomato fino alla fine dell'XI secolo per l'eminenza della sua scuola; inoltre Chartres che fu fiorente nell'XI secolo con Fulberto di Chartres, quindi Bernardo, il grande canonista Ivo e infine Teodorico, uno dei più grandi maestri del XII secolo. In Germania gli scriptoria vescovili più celebri furono quelli di Magonza, Treviri e Colonia; in Italia, quelli di Lucca, Verona, Novara e Ivrea. Con la fondazione di Cluny, la grande riforma monastica e l'istituzione di nuovi Ordini, alcune abbazie creano degli scriptoria   molto fiorenti: in particolare Bec al tempo di Lanfranco (1089), quando venne avviata l'elaborazione di un modello di scrittura e di miniatura molto tipica. L'Ordine cistercense creò nel XII secolo uno stile di scrittura e di decorazione molto armoniosi, dei quali è ottima otti ma testimonianza la Bibbia Bibbia di Stefano Stefa no Harding. Anche Anche altri altri Ordini lasceranno la loro orma nella produzione manoscritta, ma ormai l'incremento degli scambi finirà col provocare una sorta di unificazione nella presentazione materiale del libro. Inoltre dall'inizio del XII secolo, lo sviluppo delle scuole cittadine e l‟afflusso di studenti crearono nuovi bisogni e la produzione dei libri fece il suo s uo ingr esso in città. ci ttà. Ad e sempio sempio l'abbazia l'abbazia di San Vittore, Vittore, fondata fondata nel 1113, 1113, la cui scuola fu assai presto fiorentissima, assunse già prima del 1139 (data limite della compilazione della sua Regola) del personale esterno che lavorava per denaro.

II.3 I generi letterari nel IX secolo In età carolingia, il disegno culturale della penisola italiana (che sotto Carlo Magno assiste - come s'è detto - a una vera e propria diaspora di intellettuali verso Aquisgrana) appare non omogeneo, ma sostanzialment e diviso in due: le regioni del „regnum Langobardorum‟, cioè quelle settentrionali, restano coinvolte e vivono a stretto contatto con l'Impero, del quale fanno, anche istituzionalmente, parte; le regioni centromeridionali, invece, subiscono molto meno l'influsso carolingio. Roma resta un centro culturale notevole, soprattutto per la presenza del Papato. La tradizione longobarda perdura anche a Montecassino e nelle sedi politiche della Longobardia minore, Capua, Benevento e Salerno. In Campania, Puglia e Calabria è forte ancora l'influsso culturale, e in parte anche direttamente politico, di Bisanzio. La civiltà carolingia si misura quasi con ogni genere di creazione letteraria: un sintetico, e incompleto, profilo dei generi letterari basterà a caratterizzar e l‟ampiezza degli interessi che videro impegnati gli scrittori del IX secolo. II.3.1 La storiografia La storiografia inaugura consuetudini che non saranno abbandonate anche nei secoli successivi, sviluppando, come tema di fondo, un processo di “localizzazione e regionalizzazione”  della narrazione storica che conduce alla scrittura di storie relative a singoli personaggi, monasteri e diocesi. Non mancano tuttavia eccezioni. Il più importante storiografo del IX secolo è Paolo Diacono, nato in Friuli da famiglia longobarda c. 725 e chiamato, dopo essere servito quale precettore della figlia di re Desiderio Adelperga, presso la corte di Carlo Magno nel 782 dove resterà sino al 786 per far poi ritorno a Montecassino  – dove già si era ritirato alla caduta del regno longobardo nel 774 - dove morirà nel 799. La sua opera principale è l‟Historia l‟ Historia Langobardorum, la storia cioè del suo 27

popolo condotta sino al 744 (prima della sconfitta franca del 774). Essa, un “monumento della storiografia altomedievale italiana”, oltre a presentare un fitto reticolo di fonti

classiche, si basa su materiali tratti da fonti orali di origine germanica e una fitta aneddotica. Tra le molte del periodo, la narrazione, c. 830, della biografia di Carlo Magno  – Vita Karoli Magni – Magni – è sopr attutto attutto legata al nome di Eginardo († 840) che giungerà alla scuola palatina di Aquisgrana con l‟incarico di sovrintendere alle opere architettoniche dell‟imperatore. Del suo racconto importa sottolineare quanto viene narrato sull‟azione politico -diplomatica

di Carlo o il racconto della vita privata del sovrano carolingio (abitudini, piaceri, piccoli vizi, ecc.), materiale introvabile nelle altre fonti. Ne emerge il disegno di “un uomo intelligente,

modesto, energico e pronto all'azione, espertissimo nella guerra e fine politico, oltre che di grande religiosità”.

Meno significativo è Nitardo († 845), figlio di Angilberto di Saint-Riquier e di Berta, figlia di Carlo Magno. La sua opera storiografica narra le vicende della sanguinosa guerra civile scoppiata tra i figli di Ludovico il Pio (840-43). L'opera è importante, perché ci ha conservato il testo delle formule dei „giuramenti di Strasburgo‟ pronunciati da Carlo in

tedesco e da Ludovico in romanzo francese (così che potessero esser compresi dalle rispettive soldatesche che, a loro volta, giurarono allo stesso modo): si tratta dell„‟atto di nascita‟ di due lingue romanze.

II.3.2 La poesia lirica e religiosa La poesia lirica, che nel IX secolo riprende inconsueto vigore, non è soltanto strumento di espressione di sentimenti, ma anche di comunicazione ufficiale tra gli esponenti dell‟entourag  dell‟entourag e imperiale e tra questi e il sovrano. I carolingi scrivono sia in metro sia in ritmo (strutturando i versi in base alla posizione degli accenti tonici e al numero delle sillabe, tipica della versificazione in volgare). La poesia lirica bene rifletterà lo stato di progressiva dissoluzione dell‟impero di Carlo

Magno: la produzione di questo genere tenderà, infatti, a ridursi sensibilmente a partire dall‟830 circa. Tra gli autori prevalentemente legati a questo genere andranno menzionati Teodulfo d'Orléans (769-821), uno dei più importanti personaggi della corte carolingia cui giungerà venendo in esilio dalla Spagna. Carlo lo nomina vescovo di Orléans nel 789; mantiene la carica fino all'esilio dell‟818. Oltre che d'istruzione eccellente, Teodulfo è uomo di grande e

raffinata cultura, maestro di eleganza e buon gusto. Le sue poesie sono estremamente raffinate e l'imitazione dei classici sobria e profonda: di lui sarà importante osservare l‟affermazione della legittimità del recupero degli autori pagani, un tema che tormentava le

coscienze del mondo cristiano. Teodulfo ammise la liceità della loro lettura a condizione che l‟interpretazione che dei poemi antichi e del mondo p agano veniva data fosse in chiave allegorica: Et modo Pompeium, modo te, Donate, legebam, Et modo Virgilium, te modo, Naso loquax. In quorum dictis quamquam sint frivola multa, Plurima sub falso tegmine vera latent. Falsa poetarum stilus affert vera sophorum, Falsa horum in verum vertere saepe solent. Sic Proteus verum, sic iustum Virgo repingit, Virtutes Alcides, furtaque Caco inops.

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(E ora leggevo te Pompeo, ora te Donato, / e ora te Virgilio, e ora te Ovidio chiacchierone. / E sebbene nelle loro parole ci fossero alquante cose frivole / tuttavia molte verità stanno nascoste sotto il velo della menzogna. / Lo stilo dei poeti scrive cose false; quello dei filosofi insegna invece la Verità / e suole trasformare in verità le loro menzogne. / Così Proteo simboleggia il Vero, la Vergine il Giusto, / Ercole la Virtù, il misero Caco il Furto.)

Più innanzi, va segnalata la figura di Rabano Mauro, nato a Magonza intorno al 780 (†

856), allievo di Alcuino alla scuola di Tours, abate nel celebre monastero di Fulda, del quale riorganizza la scuola. Impegna a quel punto gran parte della vita nell'azione politico-religiosa, dapprima in stretta collaborazione col Pio; alla morte di questo, appoggia, contro i fratelli, Lotario, in quanto detentore del titolo imperiale (del quale era strenuo sostenitore). Ma il trattato di Verdun crea sovrano della Francia orientale (dove si trova Fulda) Ludovico il Germanico; Rabàno sta per abbandonare la carica abbaziale e l'attività pubblica, ma proprio il Germanico lo eleva alla carica di arcivescovo di Magonza (847). Dal punto di vista strettamente letterario, Rabàno resta famoso per il suo poema De laudibus sanctae crucis, opera in cui gli intreccia la difficile tecnica del carme figurato: alcune lettere compongono una figura umana (l'imperatore Ludovico, Cristo, gli evangelisti, l'Agnello, ecc.), e lette di seguito formano un verso; ci sono poi carmi figurati «geometrici», dove cioè le figure sono elementi della geometria piana (ILL.13) Valafrìdo Strabóne († 849), nato intorno all'809, riceve la prima istruzione a Reichenau (sul

lago di Costanza, sede di uno dei più importanti monasteri del IX secolo, anche dal punto di vista culturale); poi diventa allievo di Rabàno a Fulda. Nell'829 è incaricato di fungere da precettore per il giovane Carlo, il futuro f uturo Carlo il Calvo. Alla fine f ine dell'incarico, Ludovico il Pio lo nomina abate di Reichenau; alla morte del Pio, schieratosi con Lotario, viene costretto a lasciare il suo monastero in seguito alla vittoria di Ludovico il Germanico, riuscendo a esser reintegrato nella carica di abate solo nell'842. Muore ancor giovane in circostanze drammatiche, durante un naufragio nella Loira. La sua produzione poetica è ricca e originale e Valafrìdo è probabilmente il più grande poeta della corte di Ludovico il Pio. Va ricordato innanzitutto il poemetto Visio Wettini  che   che è forse il primo degli antecedenti letterari della Commedia dantesca: vi si narra la visione avuta dal monaco Vettino, al quale un angelo fa visitare inferno, purgatorio e paradiso, di cui sono descritte le pene e le beatitudini, in modo che possa prendere coscienza sia del rigore sia della bontà di Dio. Tra i dannati incontra anche Carlo Magno, punito per la sua lussuria. Traduzione dei parr. 19 e 20: Spostandosi poi da lì, l'angelo cominciò ad esporgli in quanti sordidi vizi l'umanità si dibatte. "Sebbene infatti", disse, "il genere umano si allontani dal suo Creatore con una gran varietà di crimini, asservendosi al diavolo, tuttavia in nessun crimine Dio viene più offeso come quando si pecca contro natura. Perciò è necessario lottare con particolare attenzione in tutti i luoghi, affinché l'abitazione di Dio non si tramuti, col peccato sodomitico, in una dimora di diavoli. Non solo infatti questo male danneggia con violento contagio le anime dei maschi che si sono macchiate di congiunzione tra loro, ma lo si trova spesso con peste molteplice anche tra coniugati, spinti alla follia dall'impulso della libidine e agitati dall'istinto demoniaco, cosicché pérdono il bene di natura concesso da Dio con le mogli, e entrambi i coniugi, convertito il talamo immacolato alla macchia del sesso illecito, si prostituiscono ai diavoli Perciò ti ordino, in base all'autorità divina, che tu predichi pubblicamente queste cose; e che tu non celi neanche quanto pericolo si trovi nel lusso delle concubine! Infatti sinché rimangono in quell'oscenità, non meriteranno mai l'ingresso al regno dei cieli". E lui rispose: "Signore, non oso proferire tali cose, poiché a causa della pochezza della mia persona non mi considero adatto a ciò". L'angelo gli rispose gravemente indignato: "Non osi proferire ciò che Dio vuole e ti ordina per mio tramite?". Dopo di che l'angelo cominciò ad ammonirlo in altro modo sulla sua redenzione, e disse: "Sono stato delegato alla tua custodia io, a cui un tempo quel Sansone, di cui parla il Libro dei Giudici, fu affidato da Dio fin dalla sua nascita: con il favore di Dio fui suo aiuto in ogni sforzo di opere ammirevoli finché costui, corrotto dalle lusinghe della carne, incorrendo nell'offesa a Dio per Dalilah e vendendo a una puttana la sua consacrazione, fu abbandonato da Dio. Allora m'allontanai da lui Anche tu nella tua adolescenza mi davi soddisfazioni, ma dopo che da adulto hai cominciato a vivere a tuo piacere, mi hai dato grandi dispiaceri; ora però, rivolto a Dio nel pianto e nel dolore del cuore, di nuovo mi hai soddisfatto".. 29

Interessante anche il poemetto didascalico Hortulus (L’orticello), nel quale il poeta descrive la bellezza e la rigogliosità della vegetazione degli orti del suo monastero (si sofferma a lungo sulle piante medicinali, e è un vero trattato di erboristeria, nella quale Valafrìdo si mostra esperto in prima persona). La zucca Non diverse diverse sono le caratteristiche caratteristiche della zucca, zucca, che, pur nascendo da umili um ili semi, tende anch'essa verso l'alto: con le sue foglie a forma di scudo crea estese zone d'ombra e vere e proprie funi sono quelle che essa stende con i suoi suoi steli steli così così fitti fitti.. L'edera ti s arà capita to di v ederla abbar bicata con le f ronde ad un alto alto olmo: olmo: fin fin dal seno della terra ha gettato le sue ampie braccia tutt'intorno all'albero, e, trovata la via per raggiungere la cima più alta, ne ha coperto le rughe della corteccia con un manto di verde. E anche i polloni della vite li avrai certo visti sostenuti da un tronco, dopo che si sono stesi su un albero qualsiasi: le cime dei loro rami si sono rivesti riv estite te di viticci vitic ci e essi spontaneamente spontaneamente si sono sono spinti in alto; alto; perciò ecco che che penzola su su una sede non sua il grappolo rosseggiante, Bacco ricopre i verdi pergolati e i larghi pampini dividono tra loro le foglie dell'albero. Allo stesso modo, sì proprio allo stesso modo, la mia zucca, crescendo da un fragile stelo, ama i puntelli posti lì vicino come sostegni per essa e, abbracciandoli, tiene ben stretti con le unghie adunche i suoi ontani. Perché poi non possa essere divelta da una furiosa bufera, mette fuori tante funi quanti sono i nocchi che essa produce e, siccome stendono due filamenti per ciascuno, ecco che si attaccano al sostegno da ogni parte, da destra e da sinistra. E come quando le fanciulle che filano passano nel fuso i pennecchi di morbida lana e con larghi giri misurano una interminabile serie di fili, avvolgendoli in cerchi ben ordinati, così quelle mobili corregge con i loro viticci ricurvi stringono e ricoprono rapidamente i lisci paletti paletti che costitui costituiscono scono le loro loro scale, e, servend servendosi osi delle delle altrui forze, riescono ad arrampicarsi arrampicar si quasi a volo vo lo d'uccello fino all'alto soffitto dei portici incavati. Chi Chi sare sarebb bbe e ora ora in grado di el ogiare degnam ente i frutti fr utti che pendono qua e là dai rami? Da ogni lato sono formati secondo un procedimento ben determinato non meno che se vedessi un pezzo di legno ben tornito e levigato, frutto del lavoro di un tornio di media misura. Essi, pendenti dapprima da un gracile gracile ramoscello, ramoscello, hanno poi un grosso corpo su un collo lungo e sottile; al lora lor a l'enorme mole si allarga ai fianchi, sicché tutto lo spazio lo occupa il ventre, tutto la pancia, e all'interno di questo carcere cavernoso vengono nutriti separatamente molti semi, che possono assicurarti un raccolto altrettanto abbondante. Anzi, questi stessi frutti, quando sono ancora teneri, prima che l'umore l'umore nasc nascosto osto nell nelle e chiuse chiuse visc viscere ere comin cominci ci a rarefarsi rarefarsi all'arrivo all'arr ivo del tardo autunno, autun no, mentr e tutt' t utt'intor intorno no la buccia è rimasta secca, li vediamo spesso portare tra buone cose di una ricca tavola, assorbire il pingue grasso nella padella ben calda, tagliati in succose fette, offrire il loro dolce sapore alla seconda portata. Se invece questo stesso prodotto lo si lascia a godere il tepore del sole estivo sulla pianta madre, tagliandolo con la falce solo a tempo debito, allora si potrà trasformare in recipienti di pratica utilità, dopo a vere tolto le viscere dal vasto ventre, levigandone i fianchi all‟agile tornio.

Pressoché contemporaneo contemporaneo di Rabàno è il monaco Gotescalco di Orbais Nato intorno all'803, entra a Fulda ma studia anche a Reichenau, dove stringe amicizia con Valafrìdo. Il suo spirito inquieto lo spinge a chiedere a Rabàno la dispensa dai voti, che gli viene concessa, ma subito dopo revocata. Si sposta successivamente in diversi monasteri, sempre perseguitato da Rabàno, e infine a Orbais, nella diocesi di Soissons. Nell'849 viene condannato per le sue idee sulla predestinazione al sinodo di Quierzy: Gotescalco è sottoposto alla bastonatura e costretto ad abiurare tutti i suoi convincimenti, nonché a bruciare pubblicamente la raccolta di citazioni di Padri con cui sosteneva le sue prediche. Il ritratto di Gotescalco che ricostruiamo dagli scritti di Rabàno e d'Incmàro è assai negativo: ribelle, irascibile, egocentrico, intellettualmente superbo, eretico insopportabile. Di Gotescalco scrittore possediamo solo frammenti ma egli resta famoso soprattutto per la sua eccezionale e malinconica vena poetica, che ne fa uno dei poeti più affascinanti dell'alto medioevo. Molto noto è il carme dedicato a un amico che gli chiede di scrivere poesia, mentre il poeta è crucciato dall'esilio (Ut quid iubes, pusiole; Perché mi domandi, fanciullino?) (il pusiolus, se il carme è stato effettivamente scritto a Reichenau, potrebbe essere l'amico Valafrido Strabone), dove al lamento personale s'intreccia il ragionamento dottrinale (sulla Trinità), per poi tornare alla richiesta di perdono e di ritorno dall'esilio. Perché mi domandi?

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Perché mi ordini, piccolo caro, perché mi chiedi, giovane figlio, di cantare una dolce canzone mentre lontano io sono esiliato in mezzo al mare? Perché mi ordini di cantare? Mio caro, assai di più mi andrebbe di piangere, più di piangere che di cantare un canto, come tu mi ordini, mio giovane caro amore. Perché mi ordini di cantare? Preferirei, sappilo, o piccolo, tenero fratello, che tu volessi piangere con cuore pietoso e gemere insieme a me con animo benevolo. Perché mi ordini di cantare? Tu sai, giovane apprendista di Dio, tu sai, piccolo cliente del cielo, che da tanto sono in esilio, che di giorno e di notte soffro molti mali. Perché mi ordini di cantare? Tu sai che a un popolo prigioniero - il nome era Israele fu ordinato di cantare in Babilonia, laggiù, lontano dalla terra di Giudea. Perché mi ordini di cantare? I nostri non poterono poi e non dovettero a lungo far risuonare il dolce canto di fronte a un popolo in terra straniera. Perché mi ordini di cantare? Ma poiché a ogni costo tu lo vuoi, mio generoso compagno, canterò al padre, al figlio, e a colui che da entrambi insieme procede. Così io canto volentieri. “Benedetto tu sei, o Signore,

padre, figlio, spirito paraclito, dio trino, dio uno, dio sommo, dio di pietà, dio di giustizia. Così io canto volentieri. Da molto tempo Signore, sono esule in questo mare, quasi due anni come tu sai, ma alla fine sii pietoso. Te lo chiedo con umiltà.

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Sono pieno di tanti peccati, re magnanimo, e più piena è la pietà lo so, lo riconosco, dei tuoi veri seguaci. Lo credo con fermezza. Così, o dio di pietà, abbi pietà, o Signore, della pietà, illustre reggitore, e del tuo servitore, re eterno, ricordati, te lo chiedo con cuore pieno di umiltà. Riconducimi velocemente a casa guida clemente! Rifiuto di stare qui più a lungo, padre santo, benevolo spirito di verità. Questo io chiedo e chiedo ancora.» Nel frattempo con il mio piccolo, posto in questa regione, canterò con la bocca, canterò con il cuore, canterò giorno e notte un dolce carme, a te, re dolcissimo.

Il vero ideatore della scuola e dell'accademia palatina, ispiratore di tutta la politica culturale di Carlo Magno è l'anglosassone Alcuìno di York (c. 730- 804), educato alla scuola della sua città, di tradizione irlandese, basata quindi sulla grammatica, l'aritmetica, l'astronomia, ma con ampio spazio attribuito anche allo studio dei classici. Dopo aver diretto la scuola di York, Alcuino diviene maestro dello stesso imperatore (che incontra nel 781 a Parma) e è a capo dell'accademia palatina dal 796 alla morte. Dal 782 Alcuino diventa il più intimo consigliere di Carlo e l'interprete principale della riforma degli studi voluta dal sovrano . La politica culturale carolingia è, in definitiva, alcuiniana; qui mette conto sottolineare che alcuni tra i più importanti stimoli in proposito (correzione dell'ortografia e della sintassi, unificazione della pronunzia, correzione dei libri, studio - la Bibbia, i classici e i Padri della Chiesa -, approfondimento di problemi delle arti del trivio e del quadrivio) sono anche i contenuti della sua prolifica opera di scrittore. Alcuino è un grande divulgatore più che un pensatore originale, come poi sarà Rabàno. I suoi trattati di grammatica, di teologia, di storia sono chiari e esaurienti, spesso costruiti in forma dialogica (due interlocutori, di cui uno pone domande e l'altro dà risposte). Una prima categoria di opere è quella scientifico-didattica, che comprende opere grammaticali (De grammatica, De rhetorica, De orthographia), esegetiche, agiografiche (Vita sancti Willibrordi, Vita sancti Vedasti, Vita sancti Richerii, Vita sancti Martini ), ), teologico-dogmatiche e dottrinali ( De fide sanctae et individuae Trinitatis, Liber de virtutibus et vitiis). Molto importante anche l'epistolario (circa 300 lettere).  Alcuino è autore anche di circa centoventi componimenti poetici, sia in metro (prevalentemente) sia in ritmo: carmi, ecloghe, favole, molti epigrammi, panegirici, inni. Oltre che per gli amici, Alcuino mostra affetto particolare per i suoi discepoli; si ritrae spesso come il genitore apprensivo, preoccupato per la sorte dei figlioli scapestrati o in pericolo. Famoso è l'appello al suo allievo soprannominato Cuculo, che ha abbandonato la scuola-nido: Versus de cuculo

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"Plangamus cuculum, Dafnin dulcissime, nostrum , Quem subito rapuit saeva noverca suis. Plangamus pariter querulosis vocibus illum, Incipe tu senior, quaeso, Menalca prior". "Heu, cuculus nobis fuerat cantare suetus, Quae te nunc rapuit hora nefanda tuis? Heu, cuculus, cuculus, qua te regione reliqui, Infelix nobis illa dies fuerat. [Omne genus hominum, volucrum simul atque ferarum Conveniat nostrum querere nunc cuculum.] Omne genus hominum cuculum conplangat ubique, Perditus est, cuculus, heu, perit ecce meus. Non pereat cuculus, veniet sub tempore veris, Et nobis veniens carmina laeta ciet. Quis scit, si veniat; timeo, est summersus in undís, Vorticibus raptus atque necatus aquis. Heu mihi, si cuculum Bachus dimersit in undis, Qui rapiet iuvenes vortice pestifero. Si vivat, redeat, nidosque recurrat ad almos, Nec corvus cuculum dissecet ungue fero. Heu quis te, cuculus, nido rapit ecce paterno? Heu rapuit, rapuit, nescio si venias. Carmina si curas, cuculus, citus ecce venito, Ecce venito, precor, ecce veníto citus. Non tardare, precor, cuculus, dum currere possis, Te Dafnin iuvenis optat habere tuus. Tempus adest veris, cuculus modo rumpe soporem, Te cupit, en, senior atque Menalca pater. En tondent nostri librorum prata iuvenci, Solus abest cuculus, quis, rogo, pascit eum? Heu, male pascit eum Bachus, reor, impius ille, Qui sub cuncta cupit vertere corda male. Plangite nunc cuculum, cuculum nunc plangite cuncti. Ille recessit ovans, flens redit ille, puto. Opto tamen, flentem cuculum habeamus ut illum, Et nos plangamus cum cuculo pariter. Plange tuos casus lacrimis, puer inclite, plange: Et casus plangunt viscera tota tuos. [Si non dura silex genuit te, plange, precamur, Te memorans ipsum plangere forte potes. Dulcis amor nati cogit deflere parentem, Natus ab amplexu dum rapitur subito. Dum frater fratrem germanum perdit amatum, Quid nisi iam faciat, semper et ipse fleat. Tres olim fuimus, iunxit quos spiritus unus, Vix duo nunc pariter, tertius ille fugit. Heu fugiet, fugiet, planctus quapropter amarus Nunc nobis restat, carus abit cuculus. Carmina post illum mittamus, carmina luctus, Carmina deducunt forte, reor, cuculum. Sis semper felix utinam, quocumque recedas, Sis memor et nostri semper ubique vale".] Il canto sul cuculo «Dolcissimo Dafni, piangiamo il nostro cuculo, che la crudele matrigna d'improvviso ci ha rapito, insieme piangiamolo con voce singhiozzante. Ti chiedo, inizia tu, Menalca, che sei il più vecchio.» «Ahimè, il cuculo, per noi soleva cantare; ma quale stagione crudele ti ha rapito?  Ahimè, cuculo, cuculo, ovunque io ti abbia perduto, è stato un triste giorno per noi.

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(Ogni uomo, ogni uccello, ogni fiera accorra qui per piangere il cuculo.) Ogni uomo, quale egli sia, dovunque egli sia, pianga il cuculo, è perduto, ahimè, ecco, il mio cuculo è morto. Non muoia il cuculo, tornerà con la primavera, e al ritorno canterà liete canzoni. Ma chissà se verrà; ho paura sia stato travolto dalle onde, rapito dai vortici, soffocato, dalle acque; ahimè, forse Bacco ha immerso il cuculo nelle onde, lui che trascina i giovani nel terribile vortice. Se vive, ritorni, accorra al suo nido d'amore, che il corvo non lo dissangui con l'artiglio feroce.  Ahi chi ti ha rapito, o cuculo, dal nido paterno?  Ahimè sì, ti hanno rapito, ti hanno rapito, non so se tornerai. Se credi alla poesia, o cuculo, allora ritorna presto, ritorna presto, ti prego, ritorna presto. Non tardare, ti prego, o cuculo, finché puoi correre, il tuo giovane Dafni desidera averti. È tempo di primavera, o cuculo, svegliati dal torpore, ti desidera anche il padre Menalca, ormai vecchio. I nostri giovenchi si nutrono del pascolo tra i libri, il cuculo soltanto manca; mi chiedo, chi lo nutrirà?  Ahimè l'empio Bacco, io penso, lo nutre malamente. Bacco che vuol calare sempre i cuori in ogni sorta di malanno. Piangete adesso il cuculo, piangetelo adesso tutti; se ne è andato trionfante, credo che tornerà piangendo. Eppure ardo di averlo ancora tra di noi in lacrime, anche noi piangiamo insieme al cuculo. Piangi i tuoi errori, o dolce fanciullo, piangi a lungo, tutti i cuori piangono i tuoi errori. (Se non ti ha generato una dura roccia, piangi, ti esorto, riflettendo su te stesso saliranno le lacrime. Il dolce amore per il figlio costringe il padre a piangere, mentre di colpo il figlio viene strappato all'abbraccio. Se il fratello perde il diletto fratello, che gli resta da fare, se non piangere e piangere ancora? Una volta eravamo in tre e un unico spirito ci legava; ora siamo due soli, il terzo è fuggito. Oh, fuggirà, fuggirà, dunque a noi resta soltanto l'amaro pianto: se n'è andato il caro cuculo. Inviamo carmi, inviamo carmi di lutto adesso ch'è partito, a volte, io credo, i carmi richiamano il cuculo. Sii sempre felice, ti prego, ovunque tu vada, e ricordati di noi, e sii sempre in buona salute.)» ]

II.3.4 La letteratura erudita (la filologia)  Accanto alla grammatica, l'età carolingia esprime un ritrovato interesse per gli scrittori classici e un rinato gusto e passione per la filologia. Qui la figura più importante è quella di Lupo di Ferrières († 862 circa), allievo di Rabano e amico di Gotescalco e Eginardo, ma anch'egli esterno rispetto all'ambiente di corte (anche se resta in contatto epistolare con Carlo il Calvo). Lupo si rivela uomo di erudizione rara, solerte ricercatore di opere classiche, abile filologo: egli chiede ad amici, cerca nelle biblioteche, collaziona coi propri occhi e copia codici spesso con la propria mano (corregge per esempio il testo di Valerio Massimo e di Svetonio). È famosa una lettera in cui chiede a papa Benedetto III manoscritti del De oratore di Cicerone, per emendare la propria copia (che aveva tratto da un manoscritto in possesso di Eginardo). Sono stati individuati anche una dozzina di codici scritti in parte da lui stesso, in parte da lui corredati in margine di varianti e note testuali. Conosce una serie di autori straordinaria per il suo tempo: Cesare, Sallustio, Svetonio, 34

Cicerone, Tito Livio, Aulo Gellio, limitandoci ai maggiori. Lupo in qualche modo davvero anticipa (di molti secoli!) quello che sarà il lavoro dei grandi dotti umanisti, a cominciare dal Petrarca, per poi arrivare fino a Poggio Bracciolini e a Lorenzo Valla.

II.4 . La produzione artistica del IX secolo (cenni) II.4.1 L‟architettura Nel campo artistico l‟architettura è la manifestazione privilegiata dei sovrani della dinastia

carolingia. Eginardo, il sovrintendente alle fabbriche e alle imprese artistiche di Carlo Magno ci informa che il sovrano costruiva sia per rappresentare la dignità imperiale sia per rispondere alla necessità di ambienti adatti alla vita della corte e all‟amministrazione dello Stato: e per la prima volta dopo secoli v‟erano anche le risorse economiche che permettevano la fondazione di

fabbriche grandiose. Carlo Magno regna 42 anni e durante il suo regno furono iniziati e in gran parte condotti 75 palazzi, 7 cattedrali e 232 monasteri. I modelli delle costruzioni architettoniche di Carlo, almeno di quelle destinate a funzioni f unzioni particolarmente solenni, solenni, erano di ispirazione costantiniana: costantiniana: il palazzo imperiale di Aquisgrana fu infatti eretto ad imitazione della basilica del Laterano in Roma, che in realtà si credeva essere il palazzo dell‟imperatore Costantino da cui sarebbe stato donato al papa.

Quanto ora di esso rimane è rappresentato dalla cappella palatina (ILL. 13a), di forma poligonale e coperta da una cupola, derivata da modelli tardo antichi come S. Vitale di Ravenna. Quanto all‟interno, all‟interno, esso è decorato da marmi colorati che secondo le fonti Carlo Magno aveva fatto portare

da Roma e da Ravenna.  Altro monumento celebre di età carolingia è la porta di Lorsch, al centro del grande cortile antistante la chiesa abbaziale, eretta tra il 760 e il 790. La loggia dell‟esterno è completata, al piano superiore, da un‟altra aula che serviva all‟imperatore come sala del trono e come sede delle

complesse cerimonie della liturgia imperiale. (ILL.14) Nella progettazione dei grandi complessi monastici i costruttori carolingi rispondevano invece con soluzioni originali alle necessità funzionali che il nuovo ruolo della abbazie all‟interno della compagine statale comportava. Il progetto planimetrico di monastero, di segnato tra l‟815 per l‟abate di S. Gallo, Gozberto, (ILL.15) è un piano (forse ideale) di rifondazione per quella casa

benedettina. Dalla illustrazione potrà avvertirsi che la chiesa, che è il cardine di tutta la rifondazione, ha una struttura a doppia abside e intorno gli edifici si dispongono secondo una griglia regolare: a sud le celle del monastero con il refettorio attorno al chiostro; a nord l‟abitazione dell‟abate, dell‟abate, la scuola e nel restante spazio le foresterie per i pellegrini, l‟infermeria, il cimi tero e tutte

le masserie. Il disegno è quello di una vera e propria città monastica: né deve stupire perché i monasteri maggiori, al tempo, amministravano patrimoni immensi e avevano quindi necessità di tutte le strutture, anche architettoniche, architettoniche, di supporto nella loro funzione. L‟invenzione tipologica che meglio rappresenta l‟architettura carolingia è il c. d. Westwerk (ovvero „corpo occidentale‟), che consisteva in un edificio a più piani aggiunto all‟ingresso della chiesa. Si

tratta, in sostanza, di una sorta di facciata monumentale, in cui il piano inferiore è costituito da un atrio e i piani superiori, raccordati all‟ingresso della chiesa, erano in genere occupati da una

grande sala, aperta su uno spazio interno attraverso gallerie, replicate, quanto a struttura di pieni e di vuoti, attraverso finestre che si aprivano sul corpo centrale, aggettante e delimitato da torri angolari. (ILL. 16) Nella sala del Westwerk avevano luogo sia le cerimonie liturgiche sia quelle connesse con le funzioni che coinvolgev ano l‟imperatore.  Nel Westwerk si conservavano anche le reliquie dei santi e dei martiri. In Italia, l‟arrivo dei nuovi dominatori Franchi (774), spazzò via l‟identità politica dei Longobardi, ma dal punto di vista culturale e artistico si trattò piuttosto  di una lenta integrazione. Così, l‟esempio meglio conservato di sacello di età carolingia, quello di S.

Satiro, costruito a Milano dal vescovo Ansperto attorno al 870, (ILL.17)discende direttamente per stile e interpretazione del modello antico, dalle chiese pavesi (quindi longobarde) del VII e VIII secolo. II.4.2 La pittura

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La pittura monumentale, legata alla committenza imperiale o comunque vicina al gusto della corte è andata perduta nella sua quasi totalità. Rarissimi gli esempi superstiti, come quelli della cripta di Saint-Germain di Auxerre, databili tra l‟841 e l‟857. (ILL.18) L‟area geografica che conserva la maggior parte delle testimonianze di pittura carolingia è tuttavia la parte centro-occidentale dell‟arco alpino, grazie non solo al maggiore isolamento della zona ma anche al numero degli insediamenti monastici in rapporto all‟importanza politica e economica della regione. Si trattava, infatti, di un territorio di confine tra il nord e il sud dell‟im pero, attraversato da numerose vie che collegavano le regioni adriatiche e la Lombardia alla Baviera e alla Renania. La chiesa di S. Giovanni a Müstair, in Engadina (anche l‟edificio è originariamente carolingio) , fu completamente decorata attorno agli ann i trenta del IX secolo con storie dell‟antico e del nuovo Testamento, scelte a mostrare la corrispondenza tra le due serie di narrazioni, come prefigurazione degli eventi evangelici. evangelici. (ILL. (I LL. 19) A testimonianza testimonianza della varietà culturale che caratterizza quest‟area vengono gli affreschi di Malles (Alto Adige) nella chiesa di S. Benedetto (Alto Adige) (ILL. 20) e di Naturno (Alto  Adige) che, per il linearismo esasperato e l‟estrema sintesi degli elementi figurativi, rimandano piuttosto all‟attività degli scriptoria monastici dell‟attuale Austria (Kremsmünster, Salisburgo).

(ILL.21-22)  Ancora da menzionare, menzionare, sebbene la datazione sia quanto mai controversa, il ciclo di affreschi di Santa Maria Foris Portas di Castelseprio Castelseprio (Varese). II.4.3 La miniatura La miniatura raggiunge sotto i sovrani carolingi risultati di straordinaria qualità e rilevanza: legata, infatti, alla cultura scritta, di cui gli imperatori sostenevano lo sviluppo, rispondeva perfettamente alle esigenze culturali della corte. La cultura figurativa imperiale giunge ad esprimersi, nei primi anni del IX secolo, in un gruppo di evangeliari (codici che contengono i Vangeli, in cui l‟importanza

del testo era sottolineata, in genere, dalla preziosità della confezione del manufatto) in cui si mescola uno stile bizantineggiante, aulico e prezioso, con l‟impiego di sfondi architettonici ripresi dall‟antico e a incorniciature di archi su colonne, tipico  elemento espressivo dell‟arte italiana. Nelle parti decorative ricorrono motivi derivati da cammei, monete e stoffe, di tutti quegli oggetti, insomma, che saccheggi e scambi di doni tra Roma e Bisanzio avevano fatto affluire nel tesoro imperiale. Questo entusiasmo archeologico raggiunge uno dei suoi migliori risultati nella Fonte della Vita (Evangeliario di Saint-Médard di Soisson) dove la vasca della fontana è coronata da un esile baldacchino che sembra ripreso da un affresco o da uno stucco romano mentre il serraglio di animali pare riproduzione di un mosaico pavimentale pavimentale tardoantico. (ILL.23) È tuttavia con la committenza di Ludovico il Pio, figlio di Carlo, che viene creato un gruppo di manoscritti, tutti ispirati ai modelli antichi: celebri il Vangelo di Lorsch, in cui la miniatura mostra S. Giovanni seduto allo scriptorium  con in mano alcuni degli strumenti essenziali per la scrittura dei manoscritti, (ILL. 24) quello di Ebbone, (ILL. 25), quello di Utrecht (ILL. 26) e il Phisiologus  latino di imperiale e il disperdersi, nella bufera delle lotte Berna. (ILL.27) Con l‟affievolirsi della committenza imperiale dinastiche, della committenza committenza dei circoli artistici, art istici, vengono a mancare i presupposti di un linguaggio artistico tanto strettamente legato alle esigenze politiche, culturali e ideologiche della dinastica carolingia. Riprende piede anche alla corte la tradizione decorativa insulare, tendenzialmente aniconica, come nel caso della seconda Bibbia di Carlo il Calvo composta per l‟imperatore presso l‟abbazia di Saint Amand negli anni ‟70 del IX secolo, composta soltanto di grandi iniziali con

intrecci o nelle altre realizzazioni che si riproducono qui. (ILL.28) Oltre a queste esecuzioni, legati alla committenza della famiglia imperiale, la cultura carolingia produce una serie altissima di codici miniati, sovente destinati alla scuola e sovente rimodellati su esemplari tardoantichi, come probabilmente è nel caso del codice con le commedie di Terenzio di cui si offre un‟immagine (ILL. 29) II.4.4 La scultura e oreficeria Segno dello splendore artistico raggiunto dalla corte carolingia sono le opere bronzee. Il rinvenimento di una fonderia tra le dipendenze del palazzo imperiale conferma la produzione in loco. Alla rinascita del bronzo si deve la piccola statua equestre di Carlo Magno, ispirata ad esemplari del VI secolo. (ILL.30) La ricchezza accumulata dai sovrani car olingi (l‟oro e l‟argento conquistato agli Avari nel 795 aveva riempito cinquanta carri) fece aumentare di molto le donazioni alle basiliche romane, alle 36

cattedrali, alle abbazie e di conseguenza la produzione di ogni sorta di oggetti preziosi destinati al culto. Gli avori e le oreficerie sono infatti gli oggetti attraverso i quali possiamo meglio studiare la produzione carolingia nel campo delle arti. Gli avori venivano spesso intagliati presso gli stessi scriptoria  che preparavano i manoscritti, come è ne ll‟avorio della coperta dell‟Evangerliario di Lorsch (IX prima metà), in cui il tema narrativo (topico) è realizzato avendo presenti modelli formali ravennati, ancora una volta del VI secolo. (ILL. 31) Ma il capolavoro dell‟oreficeria carolingia a noi pervenuto è l‟altare d‟oro di S. Ambrogio di Milano eseguito per il vescovo Angilberto II (829 -859) da Vuolvino (o Volvino): in realtà esso va diviso in due parti: quella relativa alle storie cristologiche (che è la sezione dell‟altare rivolta verso il pubblic o dei fedeli) fu eseguita da diversi e differenti artisti; a Vuolvino spetta quella che è rivolta verso l‟abside della chiesa e illustra le storie della vita di sant‟Ambrogio: le sculture sono accompagnate da una scritta dove, oltre al nome dell‟artista,

appare quella del vescovo committente, che, dopo avere riconosciuto che le reliquie contenute nell‟altare sono più importanti dell‟oro, supplica tuttavia il santo che, in cambio di un dono così

prezioso, lo assista con la sua protezione. protezione. (ILL. 32-34)

II.5 La letteratura nell‟età feudale f eudale (X secolo) II.5.1 La storiografia La storiografia si volge in direzione delle storie locali, di singoli regni, ma soprattutto, di città e di singoli monasteri, di abati e vescovi. Esponente significativo di queste tendenze è Liutprando, vescovo di Cremona († 972), a lungo nell'entourage di Ugo di Provenza. Al momento della vittoria contro costui di Berengario II del Friuli riesce a saltare sul carro del vincitore, diventandone il segretario; nel 949 ne è ambasciatore a Costantinopoli. In seguito, scontratosi con Berengario, si trasferisce alla corte tedesca di Ottone I, anche qui assumendo importanti incarichi politici e diplomatici. In Germania vive e opera a lungo, scrivendo tre opere: l' Antapodosis  Antapodosis, la Relatio de legatione Constantinopolitana e il De rebus gestis Ottonis Magni imperatoris. L' Antapodosis  Antapodosis («contraccambio») è il racconto di fatti a lui contemporanei in chiave di forte polemica contro gli avversari politici della sua fazione (che è quella ottoniana) e suoi personali. Nella prefazione annunzia di volere scrivere un testo leggibile e «divertente»; in effetti la narrazione, ricca di aneddoti vivacissimi quando non addirittura scandalosi, riesce di lettura gradevole e interessante. I signori dell'Italia settentrionale, i pontefici, i bizantini diventano sotto la penna di Liutprando personaggi grotteschi o boccacceschi; l'elemento femminile acquista spazio, anche se quasi sempre in negativo (basti l'esempio delle due nobildonne Marozia e Teodora, che proprio il racconto liutprandeo ha fatto passare alla storia come anime nere della cosiddetta pornocrazia romana; o della moglie di Berengario II, Villa, che per mettere in salvo dei gioielli non esita a nasconderli all'interno del suo organo genitale). Liutprando, Antapodosis, II: In quel tempo Giovanni X di Ravenna teneva il sommo pontificato della veneranda sede romana. Questi però aveva ottenuto in questo modo il vertice della gerarchia, con un delitto tanto nefando e contro il giusto e il lecito. Teo dora, impudente puttana, nonna dell‟Alberico da poco defunto, teneva con energia virile (cosa che anche a dirsi è turpissima) la monarchia della città di Roma. Ella ebbe due figlie, Marozia e Teodora, non solo a lei pari, ma anche più pronte all‟esercizio di Venere. Di queste, Marozia generò con nefando adulterio con papa Sergio III, di cui facemmo sopra menzione, Giovanni XI, che, dopo la morte di Giovanni X di Ravenna, occupò la dignità della Chiesa romana; […]. Nello stesso

tempo Pietro reggeva il pontificato della sede ravennate, che è ritenuto il secondo arcivescovado, dopo il primato sacerdotale romano. Poiché questi inviava assai spesso a Roma dal signore apostolico il già nominato Giovanni, che allora era ministro della sua Chiesa, per il dovere della debita sottomissione, Teodora meretrice svergognata, come ho attestato, accesa dal calore di Venere, arse violentemente per la bellezza del suo aspetto, e non solo volle, ma anche spinse più volte costui a fornicare con lei. Mentre tali cose avvengono con impudenza, muore il vescovo della Chiesa bolognese e questo Giovanni è eletto al suo posto. Poco dopo morì l‟arcivescovo di Ravenna nominato, prima del giorno della consacrazione di quello, e

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Giovanni ne usurpò il suo posto per istigazione di Teodora, abbandonando, gonfio di ambizione, la precedente Chiesa bolognese, contro le istituzioni dei santi padri. Infatti giungendo a Roma viene subito ordinato vescovo della Chiesa ravennate. Dopo un breve intervallo di tempo, per chiamata di Dio, anche quel papa, che lo aveva ingiustamente ordinato, morì. La mente perversa di Teodora[…], per non aver a godere troppo di rado degli amplessi del suo amante, per le duecento miglia che separano Ravenna da Roma, costrinse quasi ad abbandonare l‟arcivescovo di Ravenna e a d usurpare (oh! infamia!) il sommo pontificato romano. Marozia, puttana molto sfacciata, dopo la morte di suo marito Guido, invia a re Ugo i suoi messaggeri e lo invita ad andare da lei e ad assumere per sé Roma, nobilissima città. Attestava che ciò non poteva farsi altrimenti, a meno che re Ugo se la prendesse in sposa. […]  All‟entrata della città di Roma vi è una fortezza costruita con opera meravigliosa e di straordinaria robustezza, davanti alla cui porta c‟è un ponte preziosissimo fabbricato sul Tevere, che è percorso da chi entra e da chi esce da Roma: non vi è altra via di passaggio, se non attraverso quello. Tuttavia ciò non si può fare se non col consenso di chi custodisce la fortezza. La fortezza stessa poi, per tralasciare il resto, è di altezza tale che, la chiesa che appare sulla sua cima, edificata in onore dell‟arcangelo Michele, sommo principe della milizia celeste, vien detta “Chiesa di Sant‟Angelo fino ai cieli”. Il re, per fiducia nella fortezza, lasciò lontano l‟esercito, e con pochi giuns e a

Roma. Ricevuto decorosamente dai Romani, si recò, nella predetta fortezza, al talamo della meretrice Marozia. Dopo aver goduto di quell‟incestuosa unione con lei, come fosse ormai sicuro, cominciò a

disprezzare i Romani. Marozia aveva avuto un figlio di nome Alberico che aveva generato da Alberico marchese [di Spoleto]. Questi, mentre versava l‟acqua a re Ugo, suo patrigno, per invito della madre, perché si lavasse le mani, da quello fu schiaffeggiato per punizione, perché versava l‟acqua senza misura e  decoro. Egli, per potersi vendicare dell‟ingiuria infertagli, radunati in un luogo i Romani, si rivolse loro con un discorso di tale genere: “La dignità di Roma è ridotta a così grande stoltezza, da obbedire anche agli ordini delle meretrici. Che cosa v‟è   di più turpe o più vergognoso del fatto che la città di Roma vada alla malora per l‟incesto di una donna, e che gli schiavi di un tempo dei Romani, cioè i Borgognoni, comandino ai Romani? […]”. Senza indugio, udite queste cose tutti abbandonano re Ugo e s i scelgono come signore lo stesso

 Alberico; inoltre, perché re Ugo non avesse neppure il tempo di introdurre i suoi soldati, rapidamente iniziano ad assediare la fortezza. È chiaro che questa fu decisione della divina grazia, che re Ugo non potesse in ogni modo mantenere ciò che tanto vergognosamente aveva acquistato col delitto. Infatti fu spinto da terrore così grande, che si calò per una fune da quella parte in cui la fortezza si congiungeva alle mura della città, abbandonò Roma e si rifugiò dai suoi. Scacciato dunque re Ugo con la predetta Marozia, Alberico tenne la monarchia della città di Roma, mentre suo fratello Giovanni era a capo della sede del pontificato sommo e universale.

Il racconto della Relatio  (Liutprando era stato inviato in delegazione all'imperatore bizantino Nicèforo Foca per chieder la mano della principessa Teofane, che doveva sposare l'erede al trono Ottone II) fornisce numerose indicazioni, anche se non sempre oggettive e imparziali, sulla visione che l'Occidente germanico aveva dell'impero di Bisanzio. Liutprando ha una visione pessimistica della storia, che per lui è sostanzialmente prepotenza e sopraffazione. Denaro, sesso e potere sono le molle che spingono gli uomini ad agire, e Liutprando è capace di allungarsi in aneddoti frizzanti e vivacissimi, senza al contempo perdere di vista il filo f ilo della narrazione storica”. Molto interessante un testo anonimo dell'Italia meridionale. L'autore del Chronicon Salernitanum (commento all‟opera e testo latino in: è   un personaggio sfuggente, e la sua opera, mutila all'inizio, non ci aiuta nell'identificazione; per certo sappiamo che vive intorno al 975 e che è monaco nella dipendenza cassinese di San Benedetto di Salerno. Egli, cui non manca evidentemente la possibilità di attingere a documenti, trascrive epigrafi funerarie e altre iscrizioni; riporta passi di trattati, la lettera di Ludovico II all'imperatore Basilio, l'inventio di santa Trofimena e altri testi, fra cui l'Historiola di Erchemperto. Abbonda di citazioni di testi patristici e classici. Il cronista ama drammatizzare il suo racconto, ravvivandolo con dialoghi immaginari, inserendovi leggende e prodigi e indulgendo al pittoresco.

II.5.2 Epica mitologica  All‟epica mitologica s‟ascrive il Waltharius, l'unico poema latino che si riallacci alla

tradizione (orale?) di una saga germanica o di un canto eroico. La storia s'intreccia con quella che sarà la saga dei Nibelùnghi (Attila e Hagen sono personaggi comuni ad entrambe le narrazioni). Interessanti i caratteri degli eroi, già avvolti di un alone leggendario, che pur mantengono tratti di ferocia barbarica. L'autore dà prova di maestria 38

nel riuso della tradizione poetica classica (Virgilio su tutti), tardoantica (Prudenzio) e medievale. I circa 1500 esametri narrano della conquista fatta da Attilla dei tre regni in cui è divisa la Francia in età feudale, dei Burgundi, degli Aquitani e dei Franchi, i cui sovrani divengono tributari del re unno e patteggiano la pace, concedendo ad Attila tre fanciulli in ostaggio: i Burgundi e gli Aquitani i due eredi al trono, la principessa Hiltgunt e il principe Walther (Gualtiero), promessi sposi; i Franchi, al posto del neonato principe Gunther (Guntèro), il prode cavaliere Hagen. I tre ragazzi crescono alla corte unna (dipinta come una corte di un sovrano) fra tutti gli onori, divenendo ben presto potenti e rispettati. Anni dopo, saputo che Gunther è salito al trono dei Franchi, Hagen fugge dalla corte di Attila e torna a Worms. Non passa molto tempo e anche Walther, che è divenuto ormai il braccio destro di Attila, dopo aver messo in atto uno stratagemma, fugge nella notte con Hiltgunt, portando con sé parte del tesoro degli Unni e causando così la disperazione di Attila. La coppia fuggiasca viaggia verso occidente; in maniera fortuita alla reggia di Worms, dove ora regna Gunther, giunge la notizia del loro passaggio sul fiume Reno: il sovrano, malgrado i consigli in senso contrario di Hagen, decide di mettersi alla caccia dei due per impossessarsi del tesoro, a suo dire di proprietà dei Franchi, partendo con dodici cavalieri, fra cui Hagen. La squadra raggiunge i due fuggitivi nella foresta dei Vosgi dove, a causa della particolare disposizione del terreno di lotta, i Franchi sono costretti ad aggredire l'Aquitano uno alla volta, e questi, grazie alla sua straordinaria tecnica e abilità nei duelli, li uccide uno dopo l'altro. Pur rimasto solo, Gunther convince Hagen a dargli una mano nell'affrontare Walther. I due attirano fuori della grotta l'Aquitano e lo assaltano in due; lo scontro è terribile, e alla fine di esso ognuno dei tre guerrieri riporta una mutilazione grave: Walther perde la mano destra, Hagen un occhio, Gunther una gamba. Dopo aver ricomposto la pace e rinnovato il patto di fedeltà con Hagen, Walther e Hiltgunt ripartono per la patria dell'eroe, dove si sposano e vivono felicemente.

 Assai complessa è la questione attributiva. La dottrina maggiormente accreditata attualmente dai critici è quella che vuole il poema opera del monaco Eccheardo I di San Gallo († 915 circa). II.5.3 Il dramma Durante l'arco dei secoli medievali, s'interrompe la pratica della rappresentazione e recitazione delle opere drammatiche che sarà ripresa solo in età umanistica. Il genere drammatico ottiene quindi una attenzione assai scarsa e le poche opere drammatiche prodotte dal medioevo vengono vengono in realtà lette o, al caso, recitate come gli altri testi in versi. Performances teatrali vere e proprie, viceversa, sono costituite dal dramma sacro, genere che si sviluppa, come già la sequenza e il tropo, dalla liturgia. Da annoverarsi tra le pochissime donne scrittrici dell'alto medioevo, Rosvìta di Gandersheim (935-dopo il 973) è tra gli esponenti più rilevanti della letteratura latina medievale. Entra come canonichessa nel monastero sassone di Gandersheim, sotto l'abbaziato di Gerberga II che aveva studiato nell'eccellente scuola abbaziale di Sant'Emmerano a Ratisbona, e organizza a Gandersheim un vero e proprio cenacolo di studi. Rosvita ha dunque modo di conseguire un'ottima preparazione nella conoscenza dei testi biblici, patristici e classici. A Gandersheim Rosvita, in un ambiente intellettuale che incoraggia i suoi tentativi letterari, scrive un poema epico-storico, i Gesta Ottonis, in cui si narrano le gesta di Ottone I di Sassonia e quindi una storia del suo monastero. Ma l'opera per la quale Rosvita è rimasta famosa sono i cosiddetti Dialoghi drammatici . Si tratta di sei componimenti, in prosa rimata, ispirati alla lettura delle commedie di Terenzio. Questi i loro titoli vulgati:   Gallicanus, Dulcitius, Calimachus, Abraham, Paphnutius, Sapientia. Si tratta di sei storie edificanti, il cui contenuto e finalità Rosvita oppone agli argomenti immorali del commediografo pagano Terenzio. I temi sono tratti dalla tipologia del racconto evangelico e agiografico (è il caso della Sapientia): prevalgono le vergini cristiane insidiate da crudeli persecutori pagani, il martirio di queste, la conversione di donne traviate (nel Paphnutius la protagonista è una prostituta), e comunque dappertutto si realizza il trionfo del bene sul male. “Rosvita mostra un'eccezionale attrazione per il patetico e il meraviglioso; è morbosamente attratta dalle tentazioni della carne e dalle crudeltà fisiche, che descrive con grande dettaglio”. Può essere interessante  riportare qui, 39

per esempio, la trama del Calimachus: di Drusiana, moglie del nobile Andronìco, si è invaghito Callimaco; ma la donna, che da tempo vive, d'accordo col marito, in regime di assoluta castità anche all'interno del matrimonio, lo respinge. Temendo però di potergli cedere, per la debolezza della carne, chiede a Dio di morire e viene immediatamente esaudita. Andronìco, sconvolto, chiede consiglio all'apostolo Giovanni, mentre fa seppellire la giovane moglie e affida la custodia del sepolcro a un certo Fortunato. Ma questi, per avidità, si lascia corrompere da Callimaco e gli consente di penetrare nel sepolcro; lì, il giovane amante, accecato dalla passione, intende abusare del cadavere di Drusiana. Improvvisamente però un serpente morde Fortunato, facendolo morire, e anche Callimaco muore, schiantato dalla paura. A questo punto, per volere divino, san Giovanni fa risuscitare Drusiana e anche Callimaco, che si pente e confessa le proprie colpe. Il solo Fortunato si rifiuta di pentirsi, e viene condannato definitivamente alle pene dell'inferno.

APPROFONDIMENTO La donna nel medioevo Il Medioevo, come possiamo evincere dalle fonti giuridiche e letterarie, è sostanzialmente concorde nel ribadire l'imperfezione e l'insufficienza della natura femminile, nata per essere subordinata all'uomo. Gli autori, in maggioranza uomini di chiesa, attingono alle Sacre Scritture, ma attraverso il prisma dell'interpretazione patristica che, pur con le dovute differenziazioni, è unanime nel consegnare una tradizione nella quale l'‟infirmitas mulieris‟ è realtà ovvia e

inconfutabile. La creazione di Eva (dalla costola di Adamo) e la sua punizione («sarà a lui sottomessa») diventano modelli rappresentativi della effettiva condizione femminile; le parole delle epistole paoline: «Le donne tacciano in assemblea» (1 Cor 14, 34) e «Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo» (1 Tm 2, 12), assurgono a fondamenti teologici e disciplinari di esclusione dai ruoli pubblici e magisteriali. Certo, la situazione reale della donna varia nell'ampio arco del Medioevo, a seconda delle classi di appartenenza e del momento storico; tuttavia, le fonti attestano una continuità di pensiero che, in maniera sempre più sistematica, puntualizza fisionomia e ruoli della donna: da Isidoro di Siviglia, che nelle sue Etimologie fa derivare il termine mulier  da mollitia   (mollezza, debolezza), offrendo il supporto filologico alla tradizionale tradizionale contrapposizione tra la forza f orza virile e la debolezza debolezza femminile, a Tommaso d'Aquino, che fa propri i principi della biologia aristotelica, assumendo la teoria dell'imperfezione del corpo femminile e ribadendo la minorità della donna, destinata a mansioni ausiliarie e subalterne. E la visione teologica è strettamente connessa con l'ordinamento giuridico. Infatti, il trasferimento di quegli assunti teorici nelle regolamentazioni del diritto vigente si rileva in una serie di applicazioni che vanno dall'istituto giuridico della tutela, che affida la donna all'autorità dell'uomo (padre, marito, confessore...), alla esclusione da attività pubbliche e da poteri di g iurisdizione. iurisdizione. Il Decretum Gratiani  (XII secolo), fondamento di principio giuridico nella Chiesa, affermando, ad esempio, l'incompatibilità tra divino e femminile, legittima l'allontanamento della donna dagli ambiti di governo: nel solo maschio ( vir ) si rinviene l'immagine di Dio e pertanto lui solo ha ricevuto il potere di governare come suo sostituto (c. XXXIII, q. 5).  Al deprezzamento deprezzamento della donna donna contribuiscono non non poco i drammatici drammatici conflitti riguardanti riguardanti il diritto del clero di ammogliarsi, che attraversano la cristianità dal V al XII secolo. L'enfatizzazione del modello monastico, l'affermarsi di una concezione della sessualità come realtà impura, contraria alla santificazione e il ritenere di conseguenza la donna occasione di peccato sono fattori determinanti perché la legge celibataria diventi operante a partire dal 1139 (Concilio Laterano II), non senza risvolti inquietanti per le mogli dei chierici, chiuse in convento, ridotte a serve o tollerate come concubine. Non muta la condizione della donna nella varietà delle pratiche matrimoniali, che comunque seguono leggi di convenienza economica e sociale. Anche il modello cristiano di matrimonio, che si impone dal XIII secolo e per il quale il legame monogamico e indissolubile si basa sul consenso degli sposi, se teoricamente offre libertà e uguaglianza di scelta tra i contraenti, non consente, specificamente alla donna, di sottrarsi a interessi familiari che decidono il suo futuro, né, una volta stipulato il matrimonio, al potere pressoché illimitato del marito, né al controllo di questi sul suo 40

corpo, finalizzato alla procreazione. E seppure la realtà matrimoniale differisce in rapporto al ceto, la maternità e il parto espongono sempre la vita di ogni donna a rischi gravi, a volte mortali. Maggiore libertà di azione hanno le nubili o le vedove, ma proporzionatamente alle possibilità economiche di cui dispongono, che dipendono dalla classe sociale o dall'attività lavorativa.  Attraverso le mansioni nelle campagne, nell'artigianato, nell'artigianato, nel commercio, commercio, le donne contribuiscono contribuiscono allo sviluppo economico della società medievale, anche se a partire dal XV secolo, nel generale processo di trasformazione, subiscono una progressiva progressiva emarginazione e discriminazione. discriminazione. Non poche volte l'accesso al potere, anche se limitato e occasionale, consente alle donne di esercitare ruoli politici influenti e prestigiosi: si ricordino ad esempio le regine dell'età merovingia, le «donne di ferro» della Roma del X secolo (Stefania e Marozia), le reggenti negli stati crociati (Melisenda, Agnese di Courtenay, Maria Comnena, sec. XII), come pure il forte regno di Margherita di Scozia (sec. XI), la munifica corte di Eleonora d'Aquitania (sec. XIII). La vita religiosa mostra una vasta possibilità di realizzazioni e un germogliare di realtà differenziate, che spesso contraddicono la visione negativa e stereotipata che i chierici avevano della donna. I monasteri, soprattutto dal VII al XII secolo, rispondono a strategie politiche da parte delle classi aristocratiche che investono beni e prestigio in comunità alle quali inviare le donne non destinate al matrimonio. Il governo del monastero è perlopiù riservato a una familiare del fondatore, con il ruolo di abbadessa, che, nel monachesimo benedettino, consente l'esercizio di poteri semi-episcopali, con possibilità uguali a quelle concesse al vescovo, fuorché quelle relative all'ordine strettamente sacerdotale. Le abbadesse sono delle vere e proprie sovrane sul loro territorio, con giurisdizione civile e criminale, sia sulle popolazioni dipendenti direttamente dal monastero, sia sul clero che svolge le mansioni ministeriali alle loro strette dipendenze. Non è infrequente che loro stesse, fregiate di insegne episcopali (anello, mitra, pastorale) predichino e canonichesse secolari, presenti soprattutto nell'area della Germania a partire confessino. Anche le canonichesse dal sec. IX (ad es. gli istituti di Santa Maria di Überwasser e di Sant'Orsola a Colonia), sono governate da «badesse», consacrate direttamente dal vescovo, con diritto di partecipazione alle sedute del capitolo cattedrale e dei sinodi diocesani. I monasteri doppi, con l'esperienza dei due sessi che vivono uno stesso programma di vita religiosa sotto la direzione della comunità più numerosa, hanno una lunga t radizione (dal IV al XIV secolo) e conoscono alterne vicende. Spesso sono diretti da donne e rappresentano un'ulteriore testimonianza di governo femminile. Dalla comunità di Brie, fondata da santa Fara nel nord della Francia (VII secolo), nella quale l'abbadessa ascolta le confessioni e ha facoltà di comunicare i membri del monastero, a Whitby in Inghilterra, dove il monastero, sotto la guida di santa Hilda (morta nel 680), diventa un importantissimo centro di studi; da Fontevraud, in Francia, nel quale per volontà del fondatore, Roberto d'Arbrissel (morto nel 1116), i monaci sono diretti da una badessa - secondo il modello che vede gli apostoli intorno a Maria - alla prestigiosa fondazione del Goleto in Italia meridionale, voluta da san Guglielmo da Vercelli nel 1133, ci troviamo in presenza di una singolare esperienza che vede, in più parti d'Europa, donne e uomini condividere la stessa vita di fede e di carità, sottomessi all'autorità di una donna. Tali monasteri doppi a direzione femminile risentono di una intensa spiritualità mariana che si andava sempre più affermando, richiamante la figura della madre di Gesù, che fu anche madre dei discepoli e della chiesa nascente. Le Regole scritte da Brigida di Svezia si ispirano agli stessi ideali, allorché progetta una comunità doppia a guida materna, ma esse non sono state mai osservate se non attraverso modifiche profonde che ne hanno snaturato il senso.  A partire dal XII secolo le donne, impegnate in una pluralità di esperienze esperienze religiose, esprimono bisogni di nutrimento spirituale, aspirazioni a tradurre i dettami del Vangelo in forme di vita libere dalle rigide regole del monachesimo tradizionale, segnalate dai contemporanei come «inaudite novità». Le mulieres sanctae si distinguono per l'intensità dei doni carismatici e dell'esperienza mistica. Il movimento religioso delle „beghine‟, nato in Belgio nel XII secolo ma di ampia diffusione europea, offre un'alternativa religiosa alla vita claustrale. Nelle piccole comunità o nei grandi beghinaggi le donne si aggregano in associazioni autonome, fuori dei monasteri, all'ombra di una cappella o intorno a ospedali e a lebbrosari per prestarvi servizio. Si impegnano con voti privati, vivono del lavoro delle proprie mani e conformano la propria vita sull'esempio apostolico, richiamando lo spirito comunitario della chiesa primitiva. A capo di ogni comunità vi è una maestra generale, assistita da un consiglio di insegnanti subordinate, e non è infrequente che essa diventi autorevole punto di riferimento, per dottrina e pietà, per altre donne e uomini che entrano in contatto con questi luoghi di intensa vita religiosa. 41

La profezia femminile, inaugurata da Ildegarda di Bingen (†1179), rappresenta un ulteriore canale, non istituzionale, attraverso il quale alcune donne si sentono chiamate dallo Spirito Santo per intervenire nelle gravi questioni della renovatio ecclesiae. Margherita da Cortona (1297), Angela da Foligno (1309), Brigida di Svezia (1373), Caterina da Siena (1380), Francesca Romana (1440) sono alcune di quel cospicuo numero di donne, consapevoli del proprio ruolo profetico e che partecipano attivamente alla vita ecclesiale e alla politica del loro tempo, attraverso un vasto impegno di rinnovamento della cristianità. Ma la straordinaria importanza che assume il Medioevo per la storia delle donne è data dalla nascita della scrittura femminile - diretta o mediata dal filtro m aschile - che consente, comunque, di tratteggiare nuove modalità linguistiche e di pensiero. Non pensiamo solo alla statura letteraria delle donne dell'età cortese , ma anche alla «teologia della tenerezza» che le mistiche propongono con un linguaggio nuovo che nasce tanto dall'uso delle lingue volgari, quanto dall'assunzione del proprio corpo nel processo di elaborazione spirituale, il quale permette loro di esprimere l'indicibile realtà di Dio attraverso l'esperienza fondata sull'amore, il recupero dell'evocazione dell'evocazione simbolica della maternità, l'annientamento dell'anima che a Lui si unisce. La mistica femminile manifesta esigenze di modi di vivere la fede tra donne, nella concretezza della vita in comune o in quell'ideale unione spirituale che la beghina Hadewijch formula nella sua «lista dei perfetti». Un diverso narrare teologico lo cogliamo nella sottolineatura della polarità antropologica (Hadewijch), nella comunità libera dalle forme di dominio (Chiara d'Assisi), nella priorità dell'esperienza quale luogo privilegiato del trascendente (Margherita Porete), nel primato della caritas (Umiliana de' Cerchi, Benvenuta Bojanni), nell'attenzione all'uomo che soffre (Maria d'Oignies), nella mistica amorosa (Matilde di Magdeburgo), nella ricerca di Dio tra le realtà umane (Margherita da Cortona), nel recupero simbolico e pratico della maternità spirituale (Umiltà da Faenza, Vanna da Orvieto, Chiara da Montefalco), nella «follia» della fede (Angela da Foligno), nella salvezza da donna (Guglielma da Boemia), nella dimenticata misericordia di Dio (Caterina da Siena). Gli inquieti fenomeni spirituali che travagliano i secc. XII-XIII - ricordiamo il ruolo attivo espletato dalle donne nello sviluppo delle comunità dei valdesi, catari, dolciniani, dolciniani, almariciani - pongono gravi problemi alle autorità ecclesiastiche, ecclesiastiche, intente a delineare differenze differenze e confini tra il clero e a orientare la forte mobilità femminile in forme rigide e ortodosse. A partire dal XIII secolo troviamo la costante associazione delle penitenti agli ordini domenicano e francescano e una normazione della monacazione. Paradossalmente, proprio la fine del Medioevo, che conosce una presenza forte delle donne, testimonia un crescente affermarsi della cosiddetta «caccia alle streghe». L‟identificazione delle donne quali impure ministre di idolatria, oggetto privilegiato del demonio, operando un fatale passaggio da superstizione a eresia, non poche ne conduce al rogo, poiché ritenute motivo di «disordine» nella vita della Chiesa. II.6 L‟arte del periodo otton iano

Il lasso di tempo che intercorre tra il declino della dinastia carolingia, dopo la spartizione dell'Impero nell'853, e la svolta dell'anno Mille, è classificato dagli storici, già abbiamo detto, come periodo di grave crisi. Eppure, nonostante le innegabili difficoltà che attraversa l'Occidente, proprio nel X secolo affonda le sue radici la generale ripresa dell'XI e XII. Quando la precaria compagine imperiale si frantuma, emerge, come abbiamo detto, una fitta rete di poteri locali che, pur tra contese e violenze, riorganizzano il territorio loro sottomesso radicandovisi. Inizia allora a consolidarsi il sistema feudale che, nel corso dei secoli successivi, inciderà profondamente sulla realtà economica e sociale dell'Europa centro-settentrionale (cfr. II.1) In tale contesto le fondazioni monastiche consolidano la propria funzione sia economica sia culturale e crescono fino a divenire dei veri potentati sovraregionali, con enormi possedimenti fondiari e tesori che racchiudono i preziosi oggetti liturgici donati dall'imperatore e dai grandi feudatari. Valga per tutti l'esempio dell'abbazia borgognona di Cluny dove, alla metà del X secolo, viene ricostruita più ampia e splendida la chiesa che era stata terminata da poco più di trent'anni. La pianta del monastero, nel 1043, con la nuova basilica, i chiostri, gli edifici monastici, le masserie supera per l'imponenza il progetto di San Gallo. (ILL. 35) 42

L'arte dei secoli X e XI è dunque, anche tenendo conto delle gravissime distruzioni e delle trasformazioni che hanno fatto quasi interamente scomparire tutta la produzione profana, strettissimamente legata alla dimensione religiosa e all'organizzazione delle grandi abbazie, come delle cattedrali imperiali o anche delle semplici pievi. È spesso citata la frase di un monaco di San Benigno a Digione, Rodolfo il Glabro, che saluta l‟aprirsi del

nuovo millennio dicendo: "Allora il mondo scosse la polvere dalle sue vecchie vesti e la terra si ricoprì di un candido manto di chiese". Questo fervore edilizio, che è stato sovente messo in relazione con le grandi paure millenaristiche, va invece visto innanzi tutto come segno e risultato della prima lenta ripresa economico-demografica d'Europa. L'attività edilizia, come già in epoca carolingia, è interesse primario degli imperatori come della grande nobiltà. Il capolavoro dell'architettura ottoniana in Sassonia è la chiesa abbaziale di San Michele a Hildesheim. (ILL. 36) La pianta di San Michele è tracciata entro uno schema geometrico di tre quadrati uguali, ognuno dei quali a sua volta tripartito, secondo un evidente schema trinitario. Esso fu probabilmente suggerito dal committente, il colto arcivescovo Bernoardo, con l‟applicazione di criteri proporzionali geometrici e

matematici nella definizione dell'edificio, alla cui pianificazione non fu forse estraneo lo stesso arcivescovo Bernoardo che conosceva le opere matematiche e musicali di Boezio. Per San Michele furono anche fusi due enormi battenti bronzei con riquadri narrativi raffiguranti episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento. La porta (montata nel 1015) raffronta sui due battenti la storia della caduta, a sinistra, con quella della salvazione, a destra. (ILL. 37) L‟architettura laica: il castello

Uno dei fenomeni principali della società medievale fu il proliferare di castelli e fortificazioni. La definizione tradizionale, che fa del castello (castrum, dim. castellum) la residenza fortificata del signore feudale e dei suoi fidi, non è sufficiente per comprendere la complessità delle funzioni e le evoluzioni a cui è stato sottoposto, a seconda dei tempi e dei luoghi, questo particolare organismo. Le fortificazioni dell'alto medioevo erano generalmente volute e realizzate dalle autorità pubbliche, incaricate di assicurare localmente la protezione dei gruppi sociali, rurali, preurbani e urbani. Queste grandi edificazioni collettive, temporanee o permanenti, erano in ogni caso poco numerose e svolgevano un ruolo limitato sia sul piano difensivo sia su quello sociale. I secc. X e XI segnarono una svolta decisiva, con l'apparizione e la diffusione di veri e propri castelli, il cui simbolo era la turris con ai piedi una zolla di terra. Il diritto di fortificare era una prerogativa regia. La proliferazione dei castelli, indotta dagli aristocratici, fu dovuta all'indebolimento o al fallimento del potere pubblico di cui approfittarono principi e, più tardi, signori di rango inferiore. In Europa il castello fu al centro della riorganizzazione dei poteri e dei possedimenti terrieri. Era una residenza nobile e un centro di comando politico, sociale, economico, militare e talvolta anche religioso, dove la protezione e lo sfruttamento da parte dei signori venivano dati e ricevuti di comune accordo. L'indebolimento del potere centrale e lo sviluppo dell'agricoltura esaltarono il ruolo e la funzione del castello, facendone il simbolo stesso della società feudale. La connotazione esplicitamente militare dei castelli non fa passare in secondo piano il loro significato politico e sociale. Iniziato come un movimento di autodifesa da parte dei signori fondiari e delle popolazioni ad essi collegati, il fenomeno che gli storici denominano incastellamento assunse via via una funzione più ampia, con un significato di coesione giuridica e sociale e di rinnovamento politico. Esso rispondeva, infatti, alla tendenza all'autonomia insita nella potenza fondiaria dell'aristocrazia sia militare sia ecclesiastica. Così, pur essendo connesso - in forza della diretta autorizzazione regia all'edificazione di castelli, concessa sia a singoli privati o enti ecclesiastici, sia a intere collettività - al tradizionale ordinamento pubblico, in realtà il fenomeno della costruzione di fortezze finì con il diventare un beneficio a tendenza ereditaria, in cui il castello stesso era l'elemento centrale di piccole dominazioni locali. In questo modo, il 43

castello divenne per i potenti, nobili o ecclesiastici, un efficace metodo indiretto per imporre il proprio dominio sulla popolazione contadina. Il signore castrense era pertanto il possessore e l'amministratore di un intero villaggio fortificato, costituito dalla cinta muraria per la difesa esterna, dal mastio o maschio - la parte più elevata della rocca, che ne dominava l'ingresso e serviva a sostenere la difesa estrema dell'intero complesso - e dal nucleo abitato, con la residenza del signore, gli alloggi per i domestici e per la forza armata, la cappella e i ricoveri per il bestiame e per le derrate alimentari, indispensabili in caso di assedio della rocca. Dal punto di vista architettonico, il castello medievale si propone come la rielaborazione e l'arricchimento progressivo dei castra di epoca romana, che erano semplici ridotte, oppure recinti rettangolari fortificati con argini e terrapieni o cinti di mura merlate. Le fortificazioni dell'Alto Medioevo inizialmente erano fortilizi isolati, sorgenti solitamente in un luogo elevato o comunque dominante, in cui l'abitazione del feudatario feudatario si limitava a pochi vani ricavati ricavati nelle torri e nelle muraglie. In epoca successiva il castello assunse sempre più la struttura di villaggio fortificato, con l'ampia cerchia di mura rinforzate dall'esterno da muri a scarpa denominati barbacani. Le mura erano provviste di torrette di vedetta collegate tra loro da passaggi sia interni alla merlatura sia esterni e che formavano il cammino di ronda, percorso dalle sentinelle. In caso di assedio, tra i merli della fortezza venivano collocate le bertesche, ripari mobili che si potevano alzare e abbassare e servivano a proteggere i difensori; con la comparsa delle artiglierie i castelli furono dotati di bastioni, una cintura poligonale di mura del tutto prive di merli o feritoie. Se circondato da un fossato, il castello era collegato alla terraferma dal ponte levatoio, che veniva ritirato di notte o in caso di pericolo. pericolo. Nell'ambito di questa tipologia architettonica generale si distinguono strutture e stili diversi, legati alle diverse aree geografiche: lo chateau francese, le cui origini risalgono a prima del X secolo, sorgeva sulla motta, un tumulo di terra collegato a recinti entro i quali si trovavano abitazioni e servizi; nei secoli successivi sulla motta comparve il donjon, torre maestra in pietra, fortificata e rinforzata. Nei paesi tedeschi era invece tipico il Wasserburg (castello acquatico), solitamente in pianura e difeso da un fossato, oppure collocato su un isolotto; in epoca sveva la pianta si semplificò e si concentrò, con la comparsa del mastio e della braga, sistema difensivo esterno a sé stante innalzato sui punti più deboli. Lo stile britannico, dal canto suo, era estremamente vario da un punto di vista tipologico, ma presentava il carattere comune di una difesa assai possente, con terrapieni, palizzate e keeps, l'equivalente dei donjons francesi; sul finire del XII secolo le costruzioni diventarono poligonali o furono innalzate cinte con torri e ingressi rafforzati. In Spagna l'incontro tra elementi occidentali e orientali portò alla nascita dello stile mudejar, con mura a cremagliera, cremagliera, torri pentagonali e porte a gomito. In Italia prevaleva il castello collocato naturalmente in posizione elevata, a volte - come nel caso di Colle Casale (Viterbo) - a strapiombo su un burrone, ma era ricercato anche il cosiddetto «sito di sperone». Il castello era circondato da una possente cinta muraria, dotata solitamente di una sola porta d'accesso all'abitato, al di sopra della quale svettava la torre, quadrangolare o pentagonale, meno spesso rotonda. Si può parlare anche di una chiara differenziazione geografica: mentre nell'Italia centrale - in particolare nel Lazio, culla del fenomeno dell'incastellamento -, data la scarsità di mezzi economici a disposizione, si sfruttarono soprattutto le posizioni naturali facili da difendere, al Nord (es. Castelfranco Veneto, Marostica) il disegno delle architetture, la qualità dell'esecuzione e dei materiali utilizzati ci parlano piuttosto di una precisa esigenza di consolidamento dell'immagine dominante di Comuni e Signorie. Nell'Italia meridionale, infine, accanto al ruolo preponderante giocato dai potentati religiosi locali, va ricordata la serie di castello fatta edificare in Puglia da Federico II, di cui Castel del Monte, Monte, a pianta e torri torri ottagonali ottagonali e con con il portale ad arco di trionfo, rappres enta il prodott o più originale e equilibrato; ad esso si rifecero esplicitamente il castello Ursino di Catania e Castel Maniace di Siracusa, nonché il Castello dell'Imperatore a Prato.

II.6.1 Gli affreschi e la miniatura Il prestigio di cui doveva godere la scuola pittorica dell‟Italia settentrionale è testimoniato dal fatto che l‟imperatore Ottone III abbia chiamato un pittore italiano, Giovanni,

probabilmente lombardo, per eseguire gli affreschi per la cappella palatina di Aquisgrana: affreschi i cui ultimi avanzi sono sfortunatamente stati ricoperti di intonaco nell'Ottocento e ne rimangono solo copie all'acquerello. È infatti molto significativo che il sovrano abbia 44

chiamato un artista italiano a decorare uno dei luoghi simbolicamente più rilevanti per la mitologia imperiale. Ancora una volta si considerava la penisola come depositaria di una tradizione figurativa che, dai tempi della tarda antichità, non era mai venuta meno. Forti legami con l'area lombarda sembra mostrare anche il maggior ciclo di affreschi ottoniani giunti fino a noi, quello della chiesa di San Giorgio a Oberzell sull'isola di Reichenau. Queste pitture sono databili all'ultimo quarto del X secolo, nel momento di maggior fioritura f ioritura della scuola miniatoria dell'abbazia, e da collegare ai lavori di riedificazione e ampliamento voluti dall'abate Witigovo. La decorazione riprende uno schema tardoantico e ravennate, integrandosi all'architettura dell'edificio. Le grandi scene narrative si dispiegano in un solo registro mentre tra le finestre grandeggiano figure di santi e gli episodi cristologici sono stati scelti, come avviene spessissimo in epoca ottoniana, per mettere in rilievo la dimensione eroica e gli aspetti regalistici della vita del Salvatore. (ILL. 38) Soprattutto tramite il ricchissimo patrimonio dei codici miniati che gli imperatori ottoniani hanno raccolto (Ekkeardo IV di S. Gallo racconta che Ottone II fece asportare alcuni codici particolarmante preziosi dall‟abbazia) o fatto eseguire con la stessa costanza dei sovrani

carolingi, possiamo studiare approfonditamente la cultura figurativa del X e della prima metà dell'XI secolo fuori d'Italia. Anche in questo campo l'eredità carolingia è punto di partenza sul piano dello stile: non solo in alcuni monasteri, come quello di Corvey,(Ill. 39) lo scrittorio non ha mai cessato di operare, ma gli artisti di questo periodo sono chiamati a restaurare i vecchi codici, a rinnovarne la decorazione o ad arricchirli con nuove pagine miniate. Proprio questo è quanto richiede un dotto e raffinato committente, l'arcivescovo di Treviri Egberto, a un maestro italiano nel 983, commissionandogli due miniature a piena pagina per un codice contenente una raccolta di epistole di Gregorio Magno, un Registrum   era un artista colto che conosceva il Gregorii. L'anonimo Maestro del Registrum Gregorii  era greco, praticava diverse forme di scrittura e possedeva un vastissimo patrimonio figurativo. Le due miniature raffigurano Ottone II in trono circondato dalle Province dell'Impero e san Gregorio ispirato dalla colomba mentre detta allo scriba. La prima immagine (Ill. 40) reinterpreta un'iconografia carolingia; nella seconda (Ill.41) s. Gregorio è ispirato dallo Spirito Santo (la colomba) mentre detta allo scriba. Lo stile che, a partire dall'ultimo ventennio del X secolo, contraddistinguerà la produzione dell'isola monastica trova invece perfetta espressione nei Vangeli decorati alla fine degli anni novanta per Ottone III. La rappresentazione dell'imperatore (Ill.42) deriva evidentemente dal modello del Registrum Gregorii, ma il linguaggio figurativo è assai diverso. L'unità della scena accolta dal Registrum si divide, infatti, in due momenti narrativi da leggere in sequenza: di conseguenza si trasformano radicalmente i rapporti spaziali dell'immagine; e la sua limpida architettura classica diviene una paradossale tettoia sorretta da due sole colonne, dai cui capitelli corinzi spuntano, tra gli acanti classici, piccole teste umane. Così anche l'aulica compostezza della scena del Registrum  è affollata dall'incedere reverente delle Province (Ill.43) e dalla mimica dei dignitari ecclesiastici e laici.  Anche la grande iniziale del foglio successivo, impaginata con classica chiarezza, è però invasa da un fantastico rigoglio ornamentale, che unisce motivi a intreccio di antica origine insulare con elementi zoomorfi derivati da stoffe orientali (Ill.44). Nella stessa direzione si sviluppa l'ulteriore attività di Reichenau. Il libro dell'Apocalisse, decorato per Enrico II e Cunigonda subito dopo il 1000 e da essi donato alla cattedrale di Bamberga, si può considerare uno dei vertici figurativi dello scriptorium. (ILL. 45) Nel drago che minaccia la Donna vestita di sole la sintassi compositiva appare del tutto estranea allo schema classico. Un'evoluzione non dissimile mostra la scuola pittorica di Colonia, anch'essa molto fiorente. Segnalabile è la miniatura in cui la badessa Hilda offre il libro dei Vangeli, che ha fatto eseguire intorno al 1000, a santa Valburga (Ill.46) (si aggiunga che il tema dell‟offerta del libro è frequente e destinato a durare). Nello scrittorio del monastero di Echternacht, altro grande centro di miniatori imperiale all'epoca della dinastia salica, lavorò per un certo periodo un abile artista greco (la 45

presenza di artisti bizantini può essere messa in relazione con la dinastia ottoniana e con l‟influenza di Teofane). In una pagina del Codice aureo di Spira (1045-46), decorata per Enrico III, figlio dell'imperatore Corrado II, il re e la consorte Agnese offrono il libro alla Vergine assisa entro le arcate della grande cattedrale (Ill. 47). Non solo sono orientali la ieratica posa della Vergine, l'atteggiamento rituale dei donatori, il motivo dei clipei con figure di santi inseriti nella cornice ma anche le stoffe e gli oggetti suntuari bizantini dovevano esercitare un grande fascino sui decoratori dello scrittorio, come dimostrano le pagine puramente ornamentali inserite nel Codice aureo di Echternacht (prima del 1079) (Ill.48). Durante le invasioni danesi del IX secolo, buona parte delle abbazie benedettine inglesi con il loro ricco patrimonio librario era andata distrutta e interrotta bruscamente l'attività degli scriptoria. Quando, nella seconda metà del X secolo, in un momento di generale ripresa del paese, Dunstano, arcivescovo di Canterbury, e Etelvoldo, vescovo di Winchester, promossero la rifondazione e la riforma dell'ordine benedettino nell'isola, si dovettero cercare artisti e modelli librari sul continente, in case monastiche più fortunate, dove la produzione culturale non era mai venuta meno. Molto forte risulta quindi l'influsso della tarda arte carolingia nei monasteri inglesi di questo periodo; il Salterio di Utrecht (cfr. Ill. 26), ad esempio, giunge verso la fine del X secolo a Canterbury, dove viene copiato, contribuendo a produrre uno stile nuovo e molto caratteristico. Il salterio eseguito a Winchester per Osvaldo (arcivescovo di York) prima del 992 contiene una Crocifissione (Ill.49) disegnata da un artista inglese che soggiornò e operò anche in Francia, a Fleury. Più che sulla dinamica narrativa dell'immagine, il miniatore inglese si concentra su quella emotiva, sul contrasto altamente espressivo tra la grazia composta del Salvatore e il tormento degli astanti, quasi accartocciati per il dolore. In una miniatura a piena pagina dello statuto del Monastero nuovo (New Minster) di Winchester del 966, re Edgardo, tra la Vergine e san Pietro, offre il volume stesso a Cristo in gloria (Ill.50). Di nuovo modelli carolingi forniscono elementi iconografici (la mandorla), stilistici e decorativi (il bordo di acanti). II.6.2 Oreficerie e avori Vastissima è la produzione di oreficerie e di oggetti liturgici e di culto durante i secoli X e XI. Sempre predominante resta la committenza dei sovrani anche perché, aumentando di importanza - a imitazione della corte di Bisanzio - le occasioni e gli aspetti esteriori del culto imperiale, più numerose sono le insegne del potere e gli oggetti ad esso collegati. I troni, i mantelli, le corone, gli scettri, i gioielli utilizzati nelle cerimonie, sono spesso depositati nei tesori delle cattedrali che i sovrani proteggono. II m ecenatismo degli Ottoni è talora eguagliato da quello dei grandi arcivescovi-feudatari come Bernoardo di Hildesheim, Egberto di Treviri o Gerone di Colonia, mentre importanti commissioni artistiche forniscono anche i conventi che, posti sulle vie di pellegrinaggio e possessori di importanti reliquie, stimolano la generosità delle masse di fedeli. I linguaggi figurativi impegnati in queste realizzazioni obbediscono talora ad una corrente classicista (ILL. 51), talora ad altri linguaggi figurativi, come, ad esempio, è quello del Maestro di Echternacht, (ILL. 52) così detto da un celebre avorio inserito nella coperta di un codice confezionato in quella abbazia. Qui il gesto del Cristo che alza il braccio lasciando scoperta la ferita del costato o lo slancio dell'apostolo che, sulla punta dei piedi e rivolgendo le spalle all'osservatore, rovescia la testa per arrivare sia materialmente sia spiritualmente all'altezza del Salvatore, sono di un "realismo" del tutto inedito. II.6.3 I centri artistici in Italia  Alla fine del X secolo, la cultura artistica si esprime su una scala monumentale nei nuovi stucchi che decorano la zona absidale e il ciborio di Sant'Ambrogio; in esso è sottolineata 46

l'origine divina dell'autorità episcopale e in particolare di quella di Ambrogio, chiamato da Dio stesso alla sua missione. Si tratta, in sostanza, di una precisa dichiarazione di autonomia nei confronti del potere imperiale che, troppo spesso, tendeva a prevaricare sull'autorità dei vescovi. (Ill. 53) In Lombardia si conserva anche un prezioso gruppo di crocifissi monumentali in lamina metallica, argentea o bronzea: quello della badessa Raingarda a Pavia (prima del 996), quello del vescovo Leone a Vercelli (prima del 1026) e, infine, quello del vescovo Ariberto a Milano (dopo il 1018, Ill. 54). La progressiva riorganizzazione delle campagne, favorita dalla costante crescita demografica, ha nel sistema delle pievi - piccole chiese e cappelle situate al centro di una porzione di territorio - una rete di punti di forza. La popolazione vi si raccoglie per soddisfare necessità non solo spirituali ma anche culturali e sociali e mantiene il pievano con i propri contributi, le decime. Nelle pievi, intorno all'anno Mille, vengono sperimentati alcuni motivi che diverranno tipici dell'architettura romanica. La chiesa è sovente affiancata da un battistero, staccato e indipendente, secondo una tipologia derivata da modelli paleocristiani, come il battistero lateranense a Roma o quello ambrosiano di San Giovanni in Fonte. La pieve e il battistero di Galliano furono edificati per volere del potente Ariberto d'Intimiano, futuro arcivescovo di Milano, entro il 1007. (ILL.55) Per quanto riguarda l'area adriatica questo momento di passaggio è ben rappresentato dall'abbazia di Pomposa (Ill.56). La chiesa fu consacrata nel 1026 dall'abate Guido, amico personale di Enrico III. Alla basilica viene aggiunto, dal Magister Mazulo, un atrio che, con il motivo trionfale del triplice arco, si rifà alla romana Porta Aurea di Ravenna. La grandiosità di questo ingresso, che possiamo immaginare consono agli ideali filoimperiali degli abati, si ritrova nella possente torre campanaria, esempio magnifico e precoce (fondata nel 1063) di questa tipologia tipicamente italiana. Nella penisola sono infatti rarissimi i casi di torri inserite nell'organismo ecclesiale e si preferisce il campanile isolato vicino alla chiesa. Ben inserita nella tradizione locale ma aperta anche a contatti con il settentrione ottoniano appare la pittura monumentale in Lombardia a cavallo del millennio e il linguaggio figurativo lombardo si diffonde anche a sud verso Roma. Si veda infatti l‟affresco in San

Gregorio al Celio (entro il X secolo), con il busto del Redentore adorato da angeli; e, dopo, il ciclo di affreschi della chiesa inferiore di San Clemente (fine dell'XI secolo, Ill.57) che narra, con grande vivacità e abbondanza di particolari, la vita di sant'Alessio che le fonti agiografiche dichiaravano essersi per l'appunto svolta a Roma. Il meridione d'Italia, diviso tra le ultime resistenze del potere longobardo e quello bizantino, è fortemente impregnato di cultura orientale: nella seconda metà del X secolo si trova, infatti, in Campania e in Puglia un tipo particolare di testo liturgico, il rotolo, tratto dal cerimoniale bizantino e ornato, onde coinvolgere più direttamente lo spettatore, di molte illustrazioni orientate in senso contrario a quello della scrittura. Era possibile così, man mano che lo si svolgeva, la lettura simultanea del testo da parte dell'officiante sull'ambone e delle immagini da parte degli spettatori sotto di esso. Questi rotuli (si noti la scrittura del testo rovesciata rispetto alle illustrazioni) venivano usati in cerimonie particolarmente complesse. (ILL. 58)

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