Aldo Icardi - Un americano nella resistenza a Busto Arsizio

July 12, 2017 | Author: ennis3 | Category: Office Of Strategic Services, Nazi Germany, Italy, Espionage, Fascism
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AVVERTENZA La pubblicazione che presentiamo è solo una sintesi del libro, pubblicato da Aldo Icardi nel 1954, col titolo: American Master Spy. A true story by Aldo Icardi, dovuta alla traduzione dall’inglese del Sig. Mario Colombo. Come si evince dalla presentazione, l’opera è stata scritta dall’autore in seguito ad una condanna all’ergastolo emessa da un tribunale italiano e il suo intento, pur nella larga ricostruzione degli avvenimenti storici, è stato quello di dire la sua verità e di proclamare la sua innocenza. Noi, pur partecipando al dramma umano di Aldo Icardi, tuttora vivente, abbiamo voluto privilegiare la parte storica perché riteniamo possa essere un interessante contributo alla ricostruzione della resistenza nella nostra zona e nel Novarese.

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Presentazione

E’ merito del Sig. Mario Colombo, Presidente della sezione A.N.P.I di Gorla Maggiore-Gorla Minore, aver tolto il velo della dimenticanza su una vicenda e su un personaggio, Aldo Icardi, che hanno avuto un ruolo importante nell’ambito della Resistenza, nella zona del Novarese e di Busto Arsizio. Innanzitutto la vicenda. Nel settembre del 1944, le Forze Alleate in Italia, segnatamente l’OSS (Office Strategic Service), paracadutarono sul Monte Mottarone i componenti la missione Mangosteen-Chrysler, un’operazione di controspionaggio che intendeva allacciare collegamenti diretti tra le Forze Alleate operanti nel nostro Paese e i resistenti italiani al fine di controllare il più possibile la situazione nel momento dell’imminente liberazione del Nord d’Italia dall’occupazione nazista e dalla Repubblica Sociale Italiana. La missione era composta da pochi uomini, capeggiati dal Magg. William Holohan, che si trovarono ad operare a ridosso di quell’esaltante esperienza che fu la liberazione dell’Ossola, attuata dall’8 settembre al 22 ottobre 1944. Esaltante perché la Repubblica dell’Ossola si poneva, assieme alle altre zone liberate, come la realizzazione di una libertà riconquistata ed, ancor più, come esempio di un tessuto sociale, politico e culturale rinnovato sul quale, poi, gettare le basi di uno Stato democratico, dopo un ventennio di dittatura fascista, culminata nella seconda guerra mondiale. E non era compito da poco, perché occorreva trovare, anche sul versante della ricostruzione, quell’unità che era spontaneamente germinata nella lotta contro l’invasore tedesco ed il suo alleato repubblichino. Chi ripercorra quelle vicende ossolane si troverà davanti a disegni politici diversi, a 3

differenze tra le forze in campo, a contrasti tra partigiani autonomi e garibaldini, ad accuse al CLNAI di scarso appoggio, a richieste di aiuti agli Alleati che non arrivarono o arrivarono a formazioni partigiane non comuniste, pur in uno sforzo di unificazione e, soprattutto, in una volontà di prospettiva politica che traducesse in pratica, anche nel tempo breve, quell’ansia di libertà che pervadeva tutti. Su questo sfondo si situa la vicenda della prima parte del libro che presentiamo. E basteranno le ripetute affermazioni di un giovane Tenente italo-americano circa l’intento degli Alleati di aiutare indistintamente tutti coloro che combattevano il nazifascismo a dissipare il giudizio di aver favorito le forze non comuniste? Lasciamo naturalmente questo compito alla storiografia che potrebbe trarre, da queste memorie di un testimone privilegiato, ulteriore materiale su cui riflettere. Più circoscritta, ma non meno importante per una ricostruzione storica veritiera, la seconda parte dello scritto che si occupa della vicenda resistenziale della città di Busto Arsizio. Potremmo definire minuziosa e cronachistica la ricostruzione delle giornate storiche del 25-26 aprile, in cui compaiono personaggi noti della resistenza bustocca, accanto ad altri meno ricordati, se non dimenticati. Ed anche qui le tessere dell’informazione di Aldo Icardi possono, assieme ad altre, ricostruire il mosaico di un fatto resistenziale limitato nello spazio, ma non meno significativo di altri nel contesto dell'insurrezione vittoriosa dell’Italia libera. Ma sullo scenario della Storia (con la “S” maiuscola perché i suoi avvenimenti condizionano e determinano la vita di tutti noi, al di là della consapevolezza individuale), si staglia il dramma dell’autore di queste memorie: Aldo Icardi. Giovane Tenente del controspionaggio americano, componente della missione Chrysler, valoroso combattente per la causa della libertà in un Paese che sentiva anche suo, decorato dal Governo americano con la Legion of Merit e dal Governo italiano con la medaglia d'argento al valor militare, eletto cittadino onorario della città di Busto Arsizio per i suoi meriti, nel 1953 venne accusato da un tribunale italiano, a Novara, e venne condannato, in contumacia, all’ergastolo. La sentenza fu emessa perché ritenuto responsabile di un delitto infamante nella sostanza e nella forma: l’uccisione del suo superiore, il Magg. Holohan, dapprima avvelenato con un grammo di cianuro, poi finito con due colpi di pistola, infine messo in un sacco a pelo e gettato sul fondo del Lago d’Orta. Aldo Icardi, congedatosi dall’esercito USA nel 1945 e laureatosi in giurisprudenza nel 1948, apprese dai giornali la notizia della sua condanna, senza mai aver potuto difendersi davanti ad un tribunale. Nel 1954 ha scritto un libro intitolato American Master spy. A true story by Aldo Icardi, in cui ha dichiarato la sua innocenza, assieme alla protesta di non poterla dimostrare ad un giudice e, da allora fino ad oggi, la sua vita è stata spesa per tentare di rendere giustizia alla sua verità di innocente. Una torbida vicenda privata di potere e di denaro, comune a tanta nostra miseria umana, o il sacrificio di un uomo e della verità sull’altare di interessi superiori, attinenti la lotta partigiana e incancrenitisi nel clima postbellico della guerra fredda? Uno sciagurato caso personale o un fatto pubblico? Naturalmente non sappiamo rispondere se non sulla base di un impeto emotivo; sappiamo solo che il “caso Icardi”, a cinquant’anni dalla sua consumazione, non lascia ancora indifferenti gli ambienti custodi della memoria resistenziale, se memoriali a sua discolpa di protagonisti della Resistenza recentemente scomparsi vengono prima promessi e poi persi misteriosamente. Rimane un solo cruccio a noi, eredi della Resistenza: che un uomo che si è battuto per far trionfare la libertà e la democrazia sulla barbarie del totalitarismo non sia trattato secondo quelle regole e quei valori per cui egli ha combattuto e che ha contribuito, nel suo piccolo, a far prevalere sul sopruso e sull’arbitrio. Un grande poeta italiano ha dettato questa epigrafe per i morti della Resistenza: Qui Vivono per sempre Gli occhi che furono chiusi alla luce Perché tutti 4

Li avessero aperti Per sempre Alla luce Ci sembra di poter affermare, con rammarico, che, in questo caso, sui nostri occhi abbia pesato il torpore di un’antica sonnolenza che ci obnubila quando, faticosamente, tentiamo di cercare la verità. Daniele Mantegazza

NOTA DI ALDO ICARDI Tutto quello che sapete del caso l’avete letto dai giornali. Voi conoscete me, Aldo Icardi, come l’agente OSS assassino, la spia che ha ucciso il Magg. William V. Holohan, di cui ero al servizio nel 1944 come agente segreto in missione OSS, a 200 miglia all’interno delle linee nemiche. Comunque, la storia dei giornali non è vera. Questo libro è la vera storia ed è la mia difesa contro l’accusa di assassinio: è anche la storia degli otto mesi più eccitanti e pericolosi di tutta la mia vita. Fino al 15 agosto 1951, non ho mai pensato di scrivere questo libro, tuttavia ero il responsabile della più importante missione spionistica nel Nord Italia, durante la seconda guerra mondiale, ed ho avuto molte esperienze e avventure. Come tutti gli uomini dei servizi segreti OSS, avevo giurato di non dire mai quello che ho fatto e come l’ho fatto. Comunque, il 15 agosto 1951 il nostro Ministero della Difesa ci sciolse da questo giuramento e potemmo dire al mondo come gli Stati Uniti d’America avessero condotto le operazioni segrete di spionaggio, quindi anch’io, oggi, sono libero di raccontare la mia storia e ho dovuto farlo in quanto il Ministero della Difesa mi ha accusato falsamente di essere un assassino a sangue freddo. Secondo il Dipartimento della Difesa, io avrei avvelenato il Magg. Holohan, gli avrei sparato due colpi alla testa, l’avrei messo in un sacco a pelo e affondato nel Lago d’Orta tra le montagne del Nord Italia. Le ragioni sono quelle per cui io avrei ucciso il Magg. Holohan perché volevo essere il leader della missione e avrei voluto sottrargli 100.000 $ in oro. Inoltre io ero considerato comunista e il Magg. Holohan rifiutava di armare le formazioni partigiane di questa tendenza politica. Non una di queste accuse è vera: non ho assassinato e non ho mai odiato il Magg. Holohan, non lo conoscevo neanche bene, in quanto ci siamo visti solo per due mesi e mezzo. Lui non era in possesso di 100.000 $ in oro e neppure di un ammontare simile a quello; io non sono un comunista e 5

nemmeno un simpatizzante comunista. Peraltro il Magg. Holohan non ha mai rifiutato di armare i partigiani comunisti. Allo stato attuale, nessuno può dimostrare che il Magg. Holohan sia stato effettivamente ucciso. Questo libro contiene fatti che voi non avete mai avuto l’occasione di aver letto prima. Vi racconterò perché queste accuse siano false e come possano essere considerate tali. Dopo aver letto questo libro e aver appreso tutti i dettagli di questa storia bizzarra, potrete decidere della mia colpevolezza o innocenza.

LA SCOMPARSA DEL MAGG. HOLOHAN UNO

Misi in tutta fretta la divisa, il cappello, le scarpe e tutto quanto avevo in valigia e, dopo averla lasciata al deposito bagagli della stazione ferroviaria di Washington D.C, corsi subito a prendere un taxi che mi portò a destinazione in breve tempo, anche se vi era un intenso traffico a quell’ora. Arrivai al Dodge Hotel proprio qualche minuto dopo le sei. Era un Hotel molto affollato, il portiere era continuamente indaffarato a cercare taxi per i clienti. Io dovevo aspettare una Buik nera: ogni secondo sembrava un secolo. Dopo qualche minuto l’auto arrivò e si fermò. Dal sedile posteriore scese un uomo di corporatura massiccia: aveva un vestito blu scuro, un cappello nero, all’occhiello una rosa rossa. Quello era l’uomo che aspettavo. Lasciata aperta la portiera della macchina, si avvicinò a me e disse: “Tu sei Giorgio che fa i treni”. Io risposi: “Sì, sono Bill”. Così quest’uomo gigantesco mi invitò a salire in macchina e lui sedette vicino a me sui sedili posteriori. Percorremmo e ripercorremmo Washington per diverse ore ed infine arrivammo ai sobborghi della collina di Maryland. Non uno di noi disse una parola per tutte queste ore. Questo gigante con la rosa rossa all’occhiello guardava continuamente fuori dal finestrino. L’autista non girò mai la testa. In Maryland, percorremmo una lunga strada fino ad un grande possedimento agricolo. Lì mi portarono in una casa, mi fecero attendere in un locale di circa tre metri per quattro, dove si trovavano altri civili, credo una quindicina. A questo punto non sapevo ancora cosa facessi lì o perché fossi lì. Sapevo di essere volontario per un’operazione segreta e pericolosa, di cui non avevo parlato con nessuno. Mi avvicinai ad un gruppetto che stava conversando, nel frattempo si aprì una porta ed entrò un ufficiale con una smagliante divisa, salì su una piattaforma e disse: “Vogliate sedervi, per favore!”. Dopo aver schiarito la voce, disse: “Signori, benvenuti all’OSS!”. Così capii che era spionaggio! Il Maggiore, continuando, disse: “Voi siete qui per essere addestrati al lavoro di spionaggio, noi cercheremo di insegnarvi tutto quanto un agente OSS deve sapere per sopravvivere, inclusi azioni di sabotaggio e combattimento a corpo a corpo. Vi insegneremo anche come usare le armi e come uccidere. Ognuno di voi avrà un nome di copertura, dovrà crearsi una storia personale, sviluppare per sé un passato falso ma credibile e dovrà fare il possibile per dimenticare la storia di copertura dei suoi compagni. Dovrà imparare ad analizzare le conversazioni sentite, ad osservare anche le cose più inconsistenti, ad ascoltare le conversazioni telefoniche, a leggere la corrispondenza, a togliere oggetti dalle tasche altrui, a frugare nelle valigie e nei vestiti. Dovete 6

convincervi che questo non è posto per “mezze calzette”: questa è la guerra e questo è lo spionaggio! Dovrete imparare ad essere spie, a fare anche del lavoro sporco e a saper tradire, se necessario. Al termine del corso, sarete giudicati”. Durante il corso mi resi conto di quanto fosse coinvolgente il lavoro di spia e, al termine, mi resi conto di essere preparato. Seppi anche di essere stato scelto in quanto parlavo bene l’italiano. Feci anche un corso per radiotelegrafisti e imparai a trasmettere dodici parole al minuto, usando il codice telegrafico internazionale perché, se fosse successo qualcosa al radiooperatore, avrei dovuto almeno essere in grado di comunicare con il comando. Io e gli altri imparammo ad introdurci nelle case, ad aprire i lucchetti, a sfondare le porte, a buttarci con sicurezza da piccole altezze, a maneggiare la dinamite per distruggere fabbricati, ferrovie, depositi di munizioni, ad usare esplosivi speciali da mettere nei serbatoi di benzina delle macchine e dei camion, nonché ad utilizzare bombe magnetiche per le navi ed apparecchi elettronici da mettere nei tunnel ferroviari. Imparammo a viaggiare senza mappa basandoci sulla posizione delle stelle. Il famoso Magg. Fairburn, che fu per diversi anni capo della polizia di Shanghai, ci insegnò la lotta corpo a corpo, ad usare pugnali e fucili e ad uccidere con un solo colpo di mano. Imparammo ad attraversare campi minati e qui qualcuno ci lasciò la vita. Il corso finì con un durissimo esame: ognuno doveva prepararsi da sé i documenti falsi. Mi affidarono un lavoro a Baltimora in un impianto per la difesa, dove dovevo procurare documenti e informazioni. Riuscita questa prova, mi lasciarono libero per vedere come mi comportassi con la mia nuova identità. Mi presentai con i miei documenti falsi ad un concorso per guardia armata presso la Maryland Drydok Co. Affermai di essere un esperto per aver già lavorato a Detroit presso una raffineria. Compilai una domanda di assunzione di circa dieci pagine, passai la visita medica e alle quattro del pomeriggio ero già in divisa con una 38 special a sorvegliare una vasta area del porto di Detroit. Dovevo controllare tutto l’impianto, quindi avevo libero accesso ovunque. Anche qui dovevo svolgere un’azione di spionaggio: non vi era nulla da scoprire, ma era una prova per vedere come riuscissi nelle ricerche d’informazioni. Entrai nell’ufficio del direttore del porto quando non c’era nessuno, controllai le carte, feci un rapporto sulle navi ancorate e su quelle in navigazione e sul loro carico. Finito il rapporto, lo nascosì nelle mie scarpe e ritornai alla mansione per cui ero stato assunto. Nel cortile avvicinai un saldatore che stava lavorando vicino ad una fontana presso la quale vi era un cartello “taci, il nemico ti ascolta“ e proprio lui mi disse che il porto sarebbe stato presto militarizzato e che si stava preparando la nave Norfolk che sarebbe partita fra qualche settimana per portare migliaia di marines nel Pacifico. Il giorno seguente riferii tutto alla scuola OSS, certo di aver raccolto informazioni molto utili per il nemico: se avesse infiltrato un suo agente, le avrebbe ottenute tutte con grande facilità. Fortuna vuole che lì vi erano tutti dei leali Americani. Seppi che per finire la scuola, dovevo sostenere un altro esame: durante un party, in cui ognuno avrebbe dovuto bere il più possibile, fino all’ubriacatura totale, ciascuno di noi avrebbe dovuto individuare i segreti dell’altro, sapere il suo vero nome, il suo vero passato: questo per verificare, in stato di ubriachezza, la nostra affidabilità. Quando arrivò il giorno, a metà festa, il comandante cominciò a girare fra gli allievi, interrogandoli. Per me fu una terribile prova, in quanto non ero un bevitore. Quando il Maggiore arrivò da me, io ero già completamente obnubilato, ma ressi alla prova: nessuno poté scoprire il mio vero nome o la mia provenienza. Ritornai in camera e mi addormentai subito. Seppi, al mattino, di aver superato la prova. DUE L’Africa del Nord era molto calda, cupa e sporca. Quando arrivai lì, era il novembre del 1943 ed eravamo agli inizi. Mi fu affidato un grosso impegno: far parte del gruppo OSS che preparava l’invasione della Sicilia. La base era in Algeria. Con il successo che ottenne l’invasione della Sicilia e lo sbarco a Salerno, noi ci spostammo dall’Algeria e ci stabilimmo all’interno del Palazzo Reale di Caserta vicino Napoli. In Algeria, quando arrivai, trovai proprio solo lo scheletro delle forze OSS ma organizzammo ugualmente con successo lo sbarco in Italia. Preparammo anche lo sbarco nel Sud della Francia che si attuò otto mesi 7

più tardi, nel luglio 1944. Non partecipai direttamente allo sbarco perché all’ultimo momento ci divisero in tre gruppi: un gruppo fu chiamato SO (Special Operations) e dei tre fu il gruppo più consistente, il secondo si chiamò OG (Operational Groups) e consisteva di 30 uomini, che avevano esperienza in esplosivi, in lavori di demolizione ed in attività di guerriglia. Questi uomini venivano paracadutati dietro le linee nemiche in uniforme militare americana, col compito di armare e insegnare alle bande partigiane l’uso degli esplosivi e il combattimento di guerriglia. Il terzo gruppo, il SI (Secret Intelligence), era, come forza, la seconda divisione OSS, il vero gruppo di spionaggio. Questi uomini venivano infiltrati in territorio nemico con il compito di raccogliere informazioni di importanza strategica, che ai nostri comandi servivano per dirigere le varie operazioni. Io appartenevo al gruppo chiamato SO (Special Operation), eravamo solo in cinque uomini, specialisti nel lavoro di sabotaggio e nella demolizione di impianti. Venivamo paracadutati a poca distanza all’interno delle linee nemiche con il compito di distruggere stazioni radio, linee di comunicazione, depositi di benzina, polveriere, ponti e altri obiettivi militari. Dovevamo lavorare sempre in divisa, compiere il lavoro, poi nasconderci e aspettare l’arrivo dei nostri. Arrivato in Italia dall’Algeria, il mio primo lavoro, vista la mia padronanza della lingua italiana, fu di accompagnare un Generale italiano da Bari a Napoli, dove vi era il Quartiere generale del Maresciallo Badoglio. Lì si trovava anche il Re Vittorio Emanuele III, il quale si era arreso agli Alleati nel 1943. Dovevo proseguire per la Francia, dove ero destinato a preparare lo sbarco ma, durante il viaggio da Algeri a Napoli, ebbi occasione di dimostrare al capo degli SO l’abilità di parlare italiano con l’accento piemontese, come i miei genitori. Mi richiesero di passare dal French Special Operation all’Italian Secret Intelligence. Capii che potevo essere più utile e quindi accettai. Per i primi mesi girai per il Sud Italia con vari compiti di SI. Il mio unico lavoro fisso fu, a Fasano, quello di istruire un gruppo di Italiani antifascisti per diventare agenti OSS. Questi uomini, poi infiltrati tra le linee nemiche, risultarono molto preziosi in quanto mandarono delle informazioni molto utili per le nostre azioni di guerra. Lasciai Fasano nel maggio 1944 e passai tre mesi come agente dei servizi segreti vicino alla prima linea. Nell’agosto 1944 il mio comandante, Max Corvo, mi disse che avevo molte possibilità di far parte della missione Mangosteen. Infatti, dopo una quindicina di giorni, mi ordinarono di partire per Siena e da lì volare a Brindisi, dove vi era il Comando generale delle forze OSS. Da Siena a Brindisi volai su un C 47, un tipo di aereo non troppo sicuro, perché spesso ne cadeva qualcuno. Durante il volo avevo un solo pensiero: arrivare a Brindisi salvo. Sul medesimo aereo vi era anche un passeggero, un uomo molto alto, con qualche capello bianco, che non mi rivolse una sola parola e che sembrava anch’egli preoccupato. Seppi poi a Brindisi che quello era il Maggiore William V. Holohan, ufficiale in comando della missione Mangosteen. Dopo poche settimane, lui ed io fummo paracadutati dietro le linee nemiche e lì lavorammo assieme per tre mesi circa. Poi sparì e non lo rividi mai più.

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I componenti della Missione “Magosteeen & Chrysler” 26 settembre 1944 In prima fila, accovacciati da sinistra: Capitano Landi, partigiano addetto ai servizi segreti italiani; Sergente Artur Ciarmicola; Red “Il Rosso” radio operatore. In seconda fila, in piedi da sinistra: maggiore Willliam V. Holohan, capo missione Mangosteen; Tenente Aldo Icardi, capo missione Chrysler; sergente Carl Lo Dolce; Gianni, partigiano addetto ai servizi segreti militari Italiani; Tenente Victor Giannino.

TRE Dopo il buon risultato in Sicilia, la campagna d’Italia incontrò delle difficoltà. Allo sbarco di Salerno seguì una sanguinosa battaglia a Monte Cassino. Sopraggiunsero anche problemi ad Anzio e poi ci fu il duro inverno del 1943-1944 e la dura vittoria di Velletri, che ci aprì le porte per Roma. Arrivammo a Roma il primo giugno. I Tedeschi erano in fuga, gli Alleati, tra giugno e luglio, trovarono poca resistenza. Solo fra il tardo luglio e i primi di agosto ci furono dei combattimenti a Siena e Poggibonsi, però non fu una battaglia impegnativa. Al Quartiere generale alleato in Italia giunse l’informazione che il morale dei soldati tedeschi era spezzato, il nemico era seriamente provato e sembrava che la campagna in Italia si sarebbe chiusa in breve tempo. Con il successo dello sbarco in Normandia e con il generale Patton che irrompeva attraverso la Francia, era possibile che Hitler avrebbe ritirato le sue truppe dal fronte italiano. Il Comando alleato si preoccupò della possibilità che i Tedeschi tentassero una veloce ritirata dal Nord Italia. Si domandò cosa sarebbe successo nella valle del Po. Questa regione era molto importante; lì c’erano grandi aziende agricole, industrie pesanti e il più alto concentramento della popolazione. Nel Nord Italia vi era anche una moderna economia e una realtà industrialke che ha poi strutturato tutta l’economia italiana. Nella valle del Po vi era inoltre il seme dei tumulti politici: vi erano delle forze partigiane che seguivano un ben definito pensiero ideologico, armate e organizzate; vi erano anche in grande quantità le formidabili forze fasciste, pronte a spargere un bagno di sangue. In quelle regioni italiane si poteva verificare una copia della guerra civile spagnola. Vi erano anche le forze tedesche che, ritirandosi, avrebbero potuto ripetere l’azione di terra bruciata come, con successo, avevano già fatto in Russia. Il Comando alleato era molto preoccupato per questa situazione perché poteva sorgere un conflitto civile nella valle del Po, distruggendo industrie, rovinando i sistemi di comunicazione, creando anche un caso politico. 9

La presenza dell’occupante tedesco creò l’unità tra le formazioni politiche partigiane composte da Socialisti, Democristiani, Azionisti, Comunisti e Repubblicani, che si unirono tutti sotto un solo comando, il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), che esercitava un controllo su tutte le formazioni partigiane del Nord Italia. Vi era anche una preoccupazione nostra, che poteva divenire reale se i Tedeschi avessero lasciato l’Italia, cioè che questa unione avrebbe potuto sciogliersi e che, prima dell’arrivo degli Alleati, sarebbero potuti succedere danni irreparabili tra le varie fazioni politiche. I vari reparti di spionaggio americani ed inglesi, che operavano già nella valle del Po, erano costituiti da Italiani, di conseguenza non vi era una rappresentatività ufficiale alleata nel territorio italiano occupato dai Tedeschi e perciò non si poteva tenere sotto controllo la situazione. La missione Mangosteen fu concepita allo scopo di creare una linea diretta tra la 5° Armata Alleata, sotto il comando del Generale Alexander, e i capi del Comitato di Liberazione Nazionale del Nord Italia, il cui Quartiere generale era a Milano. La missione Mangosteen fu paracadutata in una zona vicino a Milano con il compito di mettersi in contatto con il CLN milanese, così la missione si diresse a Milano per istruire i leader partigiani affinché mantenessero l’ordine e il controllo della situazione fino all’arrivo delle forze alleate. Questo era il solo ordine che la missione Mangosteen aveva. Ad aspettare me e il Maggiore Holohan a Brindisi vi erano altri tre uomini: il Sottotenente Victor Giannino, il Sergente tecnico Arthur Ciarmicola ed il Sergente Carl Lo Dolce. Arthur Ciarmicola e Carl Lo Dolce appartenevano agli OG, i guerriglieri della sezione OSS, e fu affidato a loro la missione chiamata Chrysler con il compito di contattare le formazioni partigiane, di armarle e di supervisionare le attività di guerriglia contro il nemico. La missione Chrysler aveva già fatto dodici tentativi per lanciarsi sul Nord Italia, questo prima che io arrivassi a Brindisi, e tutte le volte non trovò mai il segnale di contatto a terra. Questi tentativi a vuoto influirono molto sul sistema nervoso di Carl Lo Dolce, come vedremo più avanti. Gli uomini della missione Chrysler erano ancora in territorio alleato quando iniziò la missione Mangosteen. Ufficialmente, la Mangosteen nacque a Brindisi nei primi giorni di settembre del 1944 con il compito di operare immediatamente con personale già disponibile e di alta esperienza. Il Maggiore Holohan fu il nostro comandante ed era venuto in Italia nell’agosto con il suo vecchio amico, il Maggiore William Subhling, che tenne il comando in Italia delle operazioni OSS. Subhling chiese a Holohan di accettare questo comando, come prontamente fece. Holohan fu ben accolto come comandante della missione anche dal Generale William Donovan, che partecipò personalmente a custituire la missione Mangosteen. Il Maggiore Holohan non parlava l’italiano, ma questo non fu considerato di grande importanza in quanto io parlavo benissimo l’italiano. Il comando in seconda fu affidato al sottotenente Victor Giannino che era un americano di origine italiana, proveniente da Elkhart, Indiana. Egli era già un veterano delle operazioni OSS svolte nel Mediterraneo; infatti partecipò alla liberazione della Corsica e di varie altre isole italiane, fece vari raid all’interno dell’Italia del Sud ed era un grande esperto in operazioni tattiche all’interno delle linee nemiche. Giannino era assegnato al comando della missione Chrysler ma, quando la missione fu fusa con la Mangosteen, a lui assegnarono il comando in seconda. Io ero il terzo ufficiale della missione, con il grado di tenente. La mia specializzazione consisteva nella perfetta conoscenza dell’italiano e nella buona conoscenza nello spionaggio OSS nel Nord Italia in quanto, in Algeria, avevo conosciuto molti agenti che in quel momento erano operanti nel Nord Italia, come a Milano, il Cremona, che aveva già contatti diretti con il CLN della città. Il Sergente Arthur Ciarmicola era il braccio destro del Sottotenente Giannino ed era un grande esperto in lavori di demolizione. Il Sergente Lo Dolce era il radiooperatore, proveniva da New York, aveva vent’anni come me, era figlio di un emigrato siciliano, un uomo tarchiato con capelli nerissimi, molto sensibile, fumatore incallito; era un eccellente operatore radio, aveva già esperienze di lavoro in prima linea sotto il fuoco nemico, e aveva già eseguito diversi lavori per l’OSS. Fu messo al fianco di Giannino con il compito di seguire ed armare le formazioni partigiane. Io invece fui designato al controllo del campo spionistico: tutti i capi delle sezioni operative avrebbero dovuto farmi pervenire le informazioni raccolte nel distretto in cui noi eravamo. 10

Io e il comandante Holohan studiammo molto bene l’area in cui ci trovavamo, il Lago d’Orta e dintorni. Anche i nostri compagni Giannino, Ciarmicola e Lo Dolce studiarono questi rapporti perché noi, al nostro arrivo, sapevamo solo i nomi dei comandanti delle formazioni e il luogo dove operavano, ma non conoscevamo il loro armamento né il numero dei componenti e non sapevamo neanche quale attività svolgessero o cosa facessero. La missione Mangosteen era accreditata come missione militare e per questo aveva l’ordine di rimanere sempre in divisa ma, purtroppo, per svolgere il nostro lavoro molte volte ci spostavamo in borghese. Per i documenti e le carte di identità che ci occorrevano per muoverci liberamente, dipendevamo dal SIM italiano che era con noi molto leale e sincero, procurava i documenti di identità per i nostri agenti e ci dava ospitalità. Importanti furono anche i soldi che noi avevamo a nostra disposizione, perché ci permettevano di ottenere con facilità documenti e una valida rete informativa. Quando lasciammo Brindisi, ci diedero una grande quantità di soldi: Giannino aveva 4.000 $ per la missione Chrysler, di cui trattenne tutto su un conto personale che trasferì in Svizzera. Il Maggiore Holohan aveva ricevuto a Brindisi 16.000 $, suddivisi in 10.000 $ in valuta italiana, 2.000 $ in franchi svizzeri per spese giornaliere, 1.000 $ in valuta americana (i franchi svizzeri e la valuta americana erano molto ricercati dagli uomini d’affari italiani) e 3.000 $ in Luigi d’oro (soldi francesi ). Questi ultimi erano contenuti in circa dieci tubetti portamonete ed erano da usarsi in caso di emergenza. Noi li chiamavamo Blood Money, (soldi per il sangue). Gli agenti OSS avevano imparato da esperienze avute che i Tedeschi, specialmente la Gestapo, si compravano facilmente solo con l’oro. L’oro era la valuta più sicura e perciò era considerato un’assicurazione in caso di cattura. Con questa dotazione, la missione era pronta a partire. Ci occorrevano due aerei per portare i cinque membri della missione Mangosteen (un aereo poteva portare solo 4 persone). Si volle sfruttare al massimo la capacità dei due aerei così, in questa lunga e pericolosa traversata sopra il territorio nemico, ci vennero affiancati tre Italiani, poi paracadutati con noi. Due di questi uomini appartenevano al SI ed erano destinati ad aggregarsi al gruppo OSS-Salem-Augusta. Uno si chiamava Landi, un giovane italiano molto intelligente, che era stato reclutato appositamente per la missione Salem-Augusta e per raggiungere, una volta paracadutato, il suo comando; con lui vi era un radiooperatore che aveva capelli rossi: per questo noi lo chiamavamo il Rosso; il terzo era Gianni che aveva altri ordini e che sparì il giorno successivo al lancio.

Aldo Icardi prima della partenza per il Nord Italia. Aeroporto Maison Blanche. Nord Algeri

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Il Maggiore William V. Holohan prepara il paracadute prima del volo per il Nord Italia. Aeroporto Maison Blanche, Nord Algeri QUATTRO La sera del 26 settembre 1944, in Nord Africa, alla Maison Blanche Airfield, in una sera senza luna, buia, le fortezze volanti, parcheggiate in riva alla pista, sembravano solo ombre. Il Magg. Holohan salì per primo sull’aereo, io lo seguii poi venne Landi con il suo radiooperatore. Il Sottotenente Giannino, il Sergente Ciarmicola, Lo Dolce e l’italiano Gianni andarono sul secondo bombardiere. Si chiusero le porte e il grosso aereo cominciò a rullare sulla pista: pochi minuti per controllare i motori e via, si partì per il Nord Italia. Eravamo diretti verso un lago a 200 miglia dietro le linee nemiche, noi dovevamo essere paracadutati lì, su un monte in quella zona, che io prima di allora non avevo mai sentito nominare. Speravamo di incontrare gente amica dopo il nostro lancio. Questa era la prima missione che il Magg. Holohan ed io facevamo. Per questo eravamo un po’ agitati, chiedevamo continuamente al pilota quanto mancasse al lancio. Dopo varie ore il pilota ci comunicò che stavamo sorvolando Genova: “Presto siamo sul posto...’’. Un’esplosione stroncò la parola al pilota, l’aereo sbandò violentemente, io mi aggrappai per sicurezza. Ancora un’esplosione, un’altra.. erano le batterie antiaeree alla periferia di Genova che ci sparavano addosso. Holohan disse che eravamo sopra i cannoni. Temevamo l’arrivo dei caccia, c’erano esplosioni da tutti i lati, qualche foro all’altezza della coda. Infine il fuoco finì. Noi eravamo ai nostri mitragliatori ma i caccia nemici non arrivarono. Stavamo attraversando un fitto banco di nubi quando l’aereo fece una virata. “Cosa succede?’’ mi chiese Landi in italiano. Gli risposi: “Non sono sicuro, ma credo che sia il momento per il lancio’’. Il pilota sentì la nostra conversazione e rispose a Landi: “Il navigatore mi ha comunicato che secondo i calcoli abbiamo già passato il punto per il lancio”. Vi erano perturbazioni, era molto nuvoloso, non si vedeva nulla, il pilota aggiunse che, se non ci fosse stata una schiarita, saremmo ritornati in Algeria. Eravamo di nuovo sopra Genova. Il pilota fece un secondo tentativo, il tempo era migliorato. Egli ordinò di stare pronti al lancio. Il bombardiere rallentò, girò lentamente: si vedevano finalmente i fuochi dei segnali. Noi ci mettemmo in posizione per il lancio. Controllai il mio paracadute, mi 12

sedetti con le gambe fuori, il vento mi congelò. Osservai i miei compagni: tutti avevano un sorriso tirato sul volto. La luce verde si accese: era il segnale del lancio. Holohan fu il primo a lanciarsi, io lo seguii. Scendevo come se fossi su un’altalena, nella notte buia. La mia mente fece molti ragionamenti. A quel punto, non si poteva più tornare indietro. Un dubbio: se i fuochi li avessero accesi i Tedeschi e ci aspettassero con i fucili pronti? Il terreno si avvicinava sempre più, il rombo degli aerei si allontanava, abbracciai il mio fucile e, mentre toccavo terra, cercavo qualche ombra, pronto a far fuoco. CINQUE Atterrammo sul Mottarone, una montagna rotonda, di circa 3.600 piedi di altezza. Si trova nel mezzo di due spettacolari laghi: il Lago d’Orta ad Ovest ed il più grande Lago Maggiore ad Est che lentamente scende verso la ricca valle del Po. A Nord, si trova la città di Gravellona, all’imboccatura della valle dell’Ossola. Le montagne con i due laghi creavano una bellissima e piacevole area. In vetta al Mottarone vi era un campo da golf e un maneggio; in inverno vi erano piste da sci e di pattinaggio. Vicino vi era Gignese, da dove una teleferica elettrica scendeva in pochi minuti alla bellissima Stresa, sulla riva del Lago Maggiore. I Tedeschi usavano i confortevoli Hotel della zona per riposare e per adibirli ad ospedali. Vi erano anche caserme sparse su tutta la riva del lago. Stresa aveva, a Nord, Gravellona e, a Sud, Arona. In valle, ad Ovest del Mottarone, vi è il Lago d’Orta. Le strade nei dintorni del lago erano continuamente pattugliate dai Tedeschi per reprimere l’attività dei partigiani, che venne ridotta ma non fermata. Noi atterrammo proprio in mezzo alle caserme tedesche, la più vicina era a cinque chilometri. Tuttavia la montagna era coperta da una folta vegetazione, vi erano anche burroni e stretti sentieri. Era una posizione di facile difesa, ed era impossibile ai Tedeschi controllarla, se non con un gran numero di uomini.

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SEI Radio Augusta segnalò al Quartiere generale OSS che la missione era arrivata salva. Dopo il mio atterraggio, il primo partigiano che incontrai si chiamava Buffa e fu lui a inviare il messaggio. Conoscevo già Buffa perché eravamo assieme ad Algeri, era una persona gioviale ed allegra; ci 14

abbracciammo a lungo come due fratelli latini che da anni non si vedevano. Il Magg. Holohan atterrò a cinquanta yard da me; quando lo raggiunsi lo trovai già attorniato da un gruppo di felici partigiani. Fu un miracolo che nessuno di noi si fosse contuso scendendo su quella montagna ricca di dirupi. Aspettammo sul monte il secondo aereo per circa un’ora, ma non sentimmo più nulla. Pensammo che forse non ce l’avesse fatta, che fosse stato colpito a Genova, oppure che qualche altro problema l’avesse riportato ad Algeri. Giannino, Ciarmicola e Lo Dolce avevano già provato dodici volte a paracadutarsi in quell’area, ma senza successo. Finalmente sentimmo un aereo sorvolarci ed avvicinarsi. Lanciammo il segnale luminoso e, dopo un istante, vedemmo scendere, uno dopo l’altro, i paracaduti. I nostri amici erano arrivati. La missione Mangosteen era al completo. Il Tenente Giannino ci disse che alla partenza avevano avuto problemi al motore ed erano ritornati ad Algeri per la riparazione; a Genova erano stati attaccati anch’essi dall’artiglieria italiana ma senza conseguenze. Il giorno seguente arrivammo a Coiromonte per incontrare il famoso partigiano Cinquanta (Fusco Luigi), ed altri capi partigiani del Mottarone. Ci chiesero subito armi, ma quello non era il compito della nostra missione. Il Magg. Holohan assicurò che avrebbe fatto tutto il possibile per procurare loro aiuti. Il giorno seguente ricevemmo la visita del capo della missione Salem, il dott. Cremona. Oggi è un valente professore di fisica all’università. La missione Salem fu una delle cellule di spionaggio che ebbe maggior successo in Italia ed era l’unica composta da personale interamente italiano. Il Magg. Holohan fu molto felice di incontrare Cremona perché era la prima persona che sapesse parlare in inglese. Cremona ci promise un incontro con Ferruccio Parri che era uno dei tre capi del CLNAI. Ferruccio Parri arrivò a Coiromonte qualche giorno dopo. Con lui discutemmo a lungo sulla posizione del CLN e sulla forza di controllo che esercitava su i partigiani. Noi lo informammo del piano della missione Mangosteen che era quello di entrare subito in Milano, non appena i Tedeschi avessero firmato la resa. Parri era entusiasta, continuava a ripetere: “Excellent! excellent!” e disse: “Ho capito benissimo il piano. Se avrà successo, potrà risparmiare all’Italia dieci anni di sofferenze e di ricostruzioni. Voi contate pure sul pieno appoggio del Comitato di Liberazione Nazionale, perché il vostro obiettivo è uguale al nostro”. Parri ripartì per Milano soddisfatto. Purtroppo il nostro lavoro di mediazione con il nemico fallì, in quanto quest’ultimo non collaborò. Mesi dopo si scoprì che il “Cinquanta” era un agente della polizia Facsista e informatore del cap. delle SS Stamm SETTE Aminta Migliari, uomo di aspetto debole, magro, piccolo, contrastava fortemente con i partigiani della zona, che erano uomini tarchiati, molto forti e virili, veri montanari; tuttavia Migliari era nato e cresciuto nella zona del Lago d’Orta e, pur non dandosi importanza, era di un’intelligenza straordinaria. Era fervente cattolico, militava nel partito della Democrazia Cristiana ed era un violento anticomunista, come tutti i partigiani ai suoi ordini. Era chiamato con il nome di battaglia di Giorgio. Lo incontrammo a Coiromonte pochi giorni dopo il nostro arrivo. “Sono Giorgio - disse 15

con vanto - capo dei servizi segreti di informazione per il comandante Alfredo Di Dio, che ora controlla l’intera zona della Valle dell’Ossola. Io ed i miei uomini siamo al vostro servizio per tutto quello che vi occorre”. Holohan, rivolgendosi a me, disse: “Di Dio è quel brillante capo militare di cui parlano tutti?’’. Risposi: “Yes, Sir! Per tutto quello che ho sentito, Di Dio è quel brillante capo militare. Non avrà che un centinaio di uomini ma ha saputo combattere Tedeschi e fascisti e ha liberato tutta la Valle dell’Ossola. Le sue forze ora controllano tutta la valle però, per quanto mi risulta, non credo che i suoi uomini abbiano pratica di guerriglia. Penso tuttavia che con il tempo se la faranno. Strano, Giorgio non l’ho mai sentito nominare, però se dovesse valere la metà di Di Dio, per noi sarà sufficiente. Lui può darci informazioni sull’attività dei Tedeschi intorno a noi, così possiamo preparare dei piani”. Holohan mi disse: “Chiedi che sorta di organizzazione ha”. Giorgio allargò le braccia formando un arco: “Io ho molti agenti in tutta la zona, in ogni paese importante. Fornisco rapporti costanti personalmente ad Alfredo Di Dio, lui dipende da me per le informazioni che occorrono per i suoi attacchi”. “Chiedigli se è in grado di fornirci tutte le informazioni sul movimento delle forze tedesche e fasciste della zona”. “Posso darvi - rispose - tutto quello che voi volete”. Mi consultai con il Magg. Holohan, quindi chiesi a Giorgio: “Vuole lavorare per noi fornendo regolarmente informazioni ?’’ “Sì, sì! Vi darò tutto quello che volete per sconfiggere i fascisti. Vi darò un’assistenza veramente valida!”. Giorgio ci lasciò con la promessa di iniziare il lavoro per dimostrare l’abilità della sua organizzazione. Le sue parole ci apparvero un po’ esagerate, però sembrò chiaro che qualcosa si sarebbe potuto ottenere. Il Magg. Holohan pensava di ottenere informazioni militari importanti, quelle che il Quartiere generale OSS era ansioso di possedere. Il primo rapporto di Giorgio arrivò in breve tempo. Molte cose non erano importanti, ma bastarono per convincerci che Giorgio aveva realmente delle possibilità. Ci colpì un particolare rapporto su un certo Capitano Pio che abitava in una villa isolata sul Mottarone. Quest’uomo diceva di essere un agente alleato in missione militare per conto del SIM (Servizio Informazioni Militare) per il governo amico di Bari. Ci fece sapere di conoscere una storia molto importante per noi. Il Magg. Holohan ed io accettammo di incontrarlo. Giorgio, un prete di nome Don Sisto, Landi ed io andammo a trovare il capitano Pio che vedemmo seduto in un angolo buio di casa sua. Aveva un’apparenza spettrale, era molto malato. Mi diede l’impressione di un uomo molto vecchio. Ci salutò stando seduto sulla sua poltrona, continuò a guardare me e Landi. Sorrise solo quando Don Sisto gli si avvicinò, dicendo: “Migliorerai col tempo, se Dio vorrà. Abbi solo pazienza”. Il prete presentò me e Landi: “Questo è il Tenente Icardi. L’americano è venuto per aiutarci, proviene dall’OSS e vuole sapere la tua storia”. “Non è una bella storia, non gli farà piacere” disse Pio e mi invitò a sedermi. “Siediti, te la racconterò. In missione di spionaggio, verso i primi mesi del 1944 sono arrivato in Italia attraversando l’Adriatico con un sottomarino e sono sbarcato in un punto a Sud di Venezia. Lì ho trovato ad aspettarmi soldati tedeschi e fascisti che mi hanno portato in prigione a Verona e mi hanno messo in isolamento per mesi in una cella buia. Di volta in volta venivano i fascisti ad interrogarmi, volevano sapere il motivo del mio arrivo. Un giorno mi hanno fatto vedere il dossier che possedevano su di me, vi era la stessa foto che mi avevano fatto a Brindisi, al Quartiere generale del SIM. Conteneva anche i dettagli del mio viaggio e tutta la lista dei nostri agenti del controspionaggio che lavoravano per il SIM. Ero sicuro che non sarei uscito vivo dalla prigione, ma non ho mai ammesso la cooperazione con il SIM. Mi ha salvato mia moglie che non perse tempo e vendette tutto, dai gioielli alla casa, per raccogliere una congrua somma di danaro, con il quale riuscì a corrompere un ufficiale della Gestapo, ottenendo così il mio rilascio”. Pio era uscito solo da un mese ma era ormai un uomo fisicamente distrutto: era troppo nervoso, non riusciva nemmeno a tenere in mano la tazzina del caffè tanto che sua moglie dovette aiutarlo a bere. Pio ha rischiato la vita per aiutare gli Alleati ma fu tradito da un suo amico, lo stesso uomo che gli aveva proposto di aderire alla missione. Disse il suo nome e noi immediatamente mandammo un 16

rapporto al Quartiere generale. Se l’organizzazione del SIM era nota al nemico, significava che l’intero gruppo del SI a Brindisi era compromesso. Io e il Magg. Holohan eravamo senz’altro segnati, per questo ci prese un po' di paura. Mesi più tardi si seppe che l’uomo che Pio ci aveva segnalato era stato esonerato, per sicurezza, dal Quartiere generale in seguito a questa informazione. Si pensò che non si poteva credere a tutto quello che aveva dichiarato Pio, in quanto ormai era un uomo malato, ma noi continuammo ad essere convinti che Pio, quando parlò con noi, sapeva quel che diceva. Verso gli ultimi giorni di guerra, incontrai a Milano un ufficiale della Gestapo che sapeva tutto della mia attività, ma non mi disse come avesse ottenuto le informazioni. Mi resi conto che, oltre al nome fatto da Pio, c’era stato qualcun altro che aveva passato le informazioni. Dopo la resa della Gestapo, a Milano, nei loro uffici, trovai dei documenti che mi confermarono quello che Pio mi aveva detto. Questo fu il primo rapporto che Giorgio passò a noi e che risultò di importanza determinante, perciò decidemmo di lavorare strettamente legati a lui che diventò così il nostro principale contatto con i partigiani. OTTO Dietro le linee nemiche, passammo le nostre prime settimane visitando le formazioni partigiane italiane che desideravano collaborare con noi: tutti volevano armi e munizioni. Incontrammo anche Alfredo Di Dio. Era un uomo favoloso, intelligente; aveva solo una ventina d’anni ma era già considerato un leader militare, un eroe locale. Non aveva l’aspetto di un famoso generale, cioè non aveva una folta barba o degli occhi penetranti; assomigliava piuttosto ad un giovane ufficiale appena uscito dal corso, ma era un uomo che aveva maturato una grande esperienza. Con soltanto trecento o quattrocento uomini, liberò l’intera Valle dell’Ossola. Però con questa azione, uscì dall’ambito della guerra partigiana, dove si attacca e ci si ritira. E’ compito fondamentale della guerriglia rompere i nervi al nemico. Tuttavia aveva fatto un’ottima campagna. Era riuscito a costituire una repubblica, la Repubblica Partigiana dell’Ossola. Costituita la Repubblica, aveva incominciato ad avere anche i suoi uffici postali ed era pronto a stampare una propria moneta, francobolli per lettere, ecc. Così la nuova Repubblica aveva incominciato ad avere i suoi problemi burocratici ed amministrativi. Anche per Di Dio erano iniziati grossi problemi in campo militare; pensava come potesse mantenere il comando della Valle, in quanto il nemico stava concentrando rinforzi per rioccupare la Valle dell’Ossola. L’offensiva tedesca e fascista doveva partire da Gravellona, a Nord del Mottarone, allo sbocco del fiume Toce. Di Dio voleva attaccare Gravellona, occupandola prima che il nemico potesse muoversi da lì. Il grosso problema era che Di Dio aveva bisogno di armi, munizioni e molti approvvigionamenti. Di Dio, quando sferrò il primo attacco per conquistare la Valle, contava sull’aiuto dell’ufficio OSS, che si trovava in Svizzera, il quale gli aveva promesso pieno appoggio e la fornitura di tutto il materiale di cui avrebbe avuto bisogno per raggiungere il suo obbiettivo. Ma nulla gli arrivò, così si trovò in una situazione disperata. Mi disse: “Voi mi avete portato a questo, ora mi dovete aiutare ed incoraggiare. Ho rischiato la vita dei miei uomini e la mia per liberare l’Ossola, ora voi mi avete abbandonato. Mi occorrono approvvigionamenti, armi, munizioni per conquistare Gravellona prima che i Tedeschi si rafforzino. Ho bisogno di armi e di aerei, ho bisogno del supporto delle forze alleate per combattere e vincere e per proteggere i miei uomini. Me lo avete promesso, ora dovete mantenere questa promessa”. Noi vedevamo la Valle dell’Ossola dal Mottarone: era una valle formata da montagne dirupate, con molti strapiombi, da tutte le parti del fiume. Per noi era impossibile fare degli aviolanci in un’area come quella. I nostri bombardieri avevano necessità di terreni con grandi estensioni livellate per il lancio; l’unico punto per noi adatto era il Mottarone ed i Tedeschi avevano molte caserme tra il Mottarone e la Valle dell’Ossola. Per questo era impossibile trasferire poi tonnellate di materiale, trasportandole tra le linee tedesche, fino all’Ossola. Io dissi a Di Dio: “Non so come possiamo aiutarti; lì in valle non avete punti adatti per il lancio ed è impossibile rifornirti attraverso il Mottarone. Per quanto riguarda la tua richiesta di aerei, credo sia impossibile ottenerli, in quanto occorrono al fronte; dubito che qualcuno ti venga riservato per l’operazione. Quel che posso fare è 17

di avvertire il Quartiere generale della tua situazione e richiedere tutto quello di cui voi avete bisogno. Noi non possiamo fare altro, anche perché l’ultima decisione spetta al Comando militare alleato”. Di Dio ci lasciò dicendomi: “Per favore, esercita tutto il potere che hai. Il nemico è pronto per attaccare. Non potrò mantenere la mia attuale posizione. Ricordati, la tua gente mi ha messo in questo pasticcio. Tu devi aiutarmi! Ritornerò fra qualche giorno. Prima che io ritorni nella mia valle, devo sapere la risposta”. Di Dio ritornò l’8 ottobre 1944, convinto che gli aiuti stessero sopraggiungendo, ma noi non avevamo ricevuto ancora nessuna risposta e non sapevamo nulla. Lui fece ritorno al suo Quartiere generale. Noi gli confermammo solo che, per il momento, la situazione in valle era normale. Di Dio ritornò e radunò i suoi uomini, prima che i Tedeschi attaccassero. Il Tenente Giannino suggerì di andare con il Sergente Ciarmicola ad accompagnare Di Dio per inviarmi un rapporto di prima mano sulla situazione: Giannino era un esperto in guerriglia partigiana e sperava di controllare l’area per trovare qualche punto per i lanci, che magari noi dal Mottarone non vedevamo. Pensava anche di essere in grado di aiutare Di Dio nella difesa contro i Tedeschi. Holohan, in un primo tempo, rifiutò, perché questo poteva compromettere anche la missione Mangosteen. D’altra parte, l’OSS era responsabile della situazione in cui si trovava Di Dio e ora noi dovevamo fornirgli ogni aiuto possibile per permettergli di risolverla. Giannino insistette ed il Magg. Holohan si convinse e li lasciò andare. Subito dopo la loro partenza, noi ricevemmo un messaggio dal Quartiere generale dell’OSS che ci chiedeva di verificare la possibilità di effettuare un lancio sul Mottarone per i partigiani di quell’area, con rifornimenti che potevano aiutare anche gli uomini di Di Dio a risolvere il problema della Valle d’Ossola. Rispondemmo che era impossibile effettuare un massiccio lancio in pieno giorno, comunque ci saremmo messi subito al lavoro per raccogliere informazioni e studiare una possibilità. Non si seppe più nulla di Giannino, Ciarmicola e Di Dio, fino al tardo ottobre. I Tedeschi il 19 ottobre mossero un attacco verso il Mottarone. Io, Holohan e Lo Dolce riuscimmo a metterci in salvo miracolosamente. Questa operazione tedesca culminò con una offensiva alla Valle dell’Ossola. I partigiani non avevano né armi né uomini sufficienti, gli aiuti non giunsero e i Tedeschi ebbero il sopravvento. Si disse che Di Dio fosse stato ucciso e con lui anche due Inglesi. Per noi fu un colpo, credevamo che Giannino e Ciarmicola fossero stati scambiati per due Inglesi. Si seppe più tardi che i nostri compagni erano fortunatamente salvi in Svizzera.

NOVE Nei primi giorni di ottobre, dai rapporti che ci pervenivano, era evidente che l’attività nemica si concentrava nella nostra area. Noi ci preoccupammo per la nostra permanenza a Coiromonte: ognuno nel paese sapeva dove eravamo e chi eravamo ed era un rischio rimanere lì ancora. Il Capitano Landi, agente italiano, era con noi, aspettava i documenti falsi, essenziali per muoversi e raggiungere la missione Salem. Consultammo Landi per una nuova nostra possibile locazione. Quando avevamo lasciato Brindisi, noi eravamo convinti che la guerra dovesse finire in breve tempo, così non avevamo progettato il nostro futuro; pensavamo solo di guadagnare tempo aspettando l’evento. A Coiromonte, i partigiani ci assegnarono una villa ma noi non potevamo rimanere tra loro, era troppo pericoloso. Un partigiano, quando scendeva ad incontrare un familiare, avrebbe potuto parlare della nostra presenza che sarebbe diventata nota al nemico e noi saremmo diventati un obbiettivo primario e speciale. L’ufficiale nemico che ci avesse preso, avrebbe potuto realizzare una buona raccolta di notizie, perciò decidemmo di cercare un posto isolato e sicuro. Rimanemmo nascosti per tutto il periodo, lontano dalle formazioni partigiane e da altre persone, che coinvolgevamo solo quando era necessario. Pensammo di ritornare da Giorgio, il nostro informatore, perché ci trovasse un nuovo nascondiglio. Il giorno seguente, attraverso un informatore che lavorava con i Tedeschi, venimmo a conoscenza che un partigiano era stato catturato, aveva 18

parlato e confermato che ci aveva personalmente visti e che eravamo a Coiromonte. Per questo noi dovevamo andarcene subito dal Mottarone. Giorgio arrivò nel pomeriggio, proponendoci due località; noi ne scegliemmo una e fissammo di partire la notte stessa del 19 ottobre. Il Magg. Holohan, il Serg. Lo Dolce, Landi ed io partimmo verso le dieci di sera per il villaggio di Pettenasco, da dove con una piccola barca attraversammo il Lago d’Orta per il villaggio di Pella, che si trova sulla riva opposta. A piedi, salimmo verso il monte per un miglio e mezzo circa fino a raggiungere una casa alla periferia del villaggio di Egro. Ci ospitò un semplicissimo montanaro e ci rendemmo subito conto che la nostra presenza nella casa lo rendeva ansioso. Mi sembrò un po’ strano perché Giorgio mi aveva assicurato che noi lì eravamo i benvenuti, ma il nervosismo forse era solo apparente. Inoltre l’ubicazione della casa non dava una buona possibilità di ricezione e avevamo difficoltà a metterci in contatto con la nostra base. Così, appena arrivati, dovemmo lasciare subito Egro e chiedere ancora a Giorgio di trovarci un’altra sistemazione. Non conoscevamo nessuno all’infuori di lui. Dopo quattro giorni, Giorgio ci avvertì che aveva trovato una sistemazione che poteva essere di nostra soddisfazione. Noi avevamo un solo scopo: trovare una posizione giusta per la trasmittente, in quanto la nostra vita era la radio. Prima di trasferirci, il Magg. Holohan mandò Lo Dolce con Giorgio a fare un sopralluogo sul posto per vedere se era adatto per installarvi una radioantenna senza dare nell’occhio. Mentre Carl era via per ispezionare il nuovo nascondiglio, arrivarono i documenti falsi per Landi, che immediatamente lasciò tutto e partì per Milano. Lo Dolce ritornò con un rapporto favorevole e la sera stessa iniziammo il trasferimento. La casa che Giorgio e Lo Dolce avevano scelto si chiamava Villa Maria: era collocata a Sud Est della sponda del Lago d’Orta, a mezza strada tra Pella e Gozzano. Ci trasferimmo da Egro a Villa Maria passando attraverso il paese di Pella e Giorgio ci suggerì di fermarci in casa della famiglia Rizzoli, suoi amici. Ci fermammo, prendemmo un caffè e aspettammo l’arrivo di due uomini di Giorgio, Manini (Giuseppe Manini) e Pupo (Gualtiero Tozzini), i quali, sette anni più tardi, giocarono una parte importante, assieme a Giorgio e alla famiglia Rizzoli, nell’accusarmi in tribunale per la morte del Magg. Holohan. Manini e Pupo erano due uomini forti, silenziosi e di buon comando, erano uomini che avevano passato tutta la vita in montagna, quindi ottimi montanari e barcaioli; non possedevano una istruzione e non avevano un lavoro per vivere. Manini era un uomo gioviale dallo sguardo selvaggio, un uomo secco e nervoso, con una voce vibrante; in mezzo alla bocca gli scintillava un grosso dente d’oro. Era proprio eccentrico e la gente di quell’area lo considerava un uomo non del tutto a posto di testa. Avevano buone ragioni. Era stato militare negli alpini ed era il migliore camminatore della zona. Pupo portava sempre con sé un grande e amichevole cane San Bernardo. Uomo rude e calmo, non era mai in ansia per nulla; era sempre solo, aveva un aspetto assonnato e sguardo sempre fisso. Come il Manini, era anch’egli un ex militare degli alpini però, al contrario di Manini, 19

non sapeva nulla sulle armi. Questi uomini erano alle dipendenze di Giorgio e rimasero con la nostra missione, svolgendo un po’ di tutto. Pupo, il più tarchiato, era il nostro cuoco e nei trasferimenti faceva il portatore dei nostri bagagli. Questi uomini furono realmente preziosi per la nostra missione perché conoscevano tutti i sentieri della zona del Lago d’Orta ed erano anche ottimi barcaioli. Non avevano un’educazione tale da capire qualcosa di politica, però erano buoni cattolici e, nella vita, amici intimi di Giorgio. Dicevano di essere democristiani, ma non riuscivano mai a spiegare perché erano democristiani o cosa fosse la Democrazia Cristiana. Ormai stavano con noi sempre, giorno e notte. Manini e Pupo, un giorno, ci dissero: “Ma voi avete più soldi di quanto noi pensassimo che potessero esistere”. Loro trasportavano sempre i nostri bagagli, ma non avevano mai visto cosa contenessero all’interno e noi non avevamo mai detto loro quale fosse la nostra situazione finanziaria o l’obbiettivo della nostra missione. Pertanto trovai un po’ strano questo discorso, comunque, con loro, avevamo due fucili in più nel caso dovessimo difenderci da un attacco. Questi erano i due uomini che aspettavamo a Villa Rizzoli. Con i Rizzoli restammo solo un’ora circa, poi, arrivati Pupo e Manini, partimmo subito in barca fino alla spiaggia di fronte a Villa Maria, la casa che Giorgio ci aveva procurato come nostra nuova ubicazione. DIECI Villa Maria era di proprietà di un industriale fascista, che, saggiamente, non la abitava perché non riteneva opportuno farsi notare sul Lago d’Orta nel periodo della presenza partigiana. Di conseguenza era chiusa. Pupo era il custode della villa così noi entrammo non con la forza ma come se fosse nostra. La villa era situata a dodici-tredici metri circa dalla sponda del lago, dominava un magnifico panorama sul lago stesso con sullo sfondo il Monte Mottarone; di fronte si vedeva tutta l’isola di San Giulio. Ci eravamo accomiatati dalle formazioni partigiane con la promessa di fare tutto il possibile per soddisfare le loro richieste di aiuti. Era il primo giorno che eravamo a Villa Maria quando venne Giorgio a farci visita. Disse di non essere pagato abbastanza. Rispondemmo che noi lo apprezzavamo molto, anche per i servizi che ci rendeva, però anche lui e i partigiani avevano il dovere di aiutare noi. Giorgio, però, si aspettava una buona retribuzione per quanto ci forniva. “ Amici miei - ci disse Giorgio - mi avete trattato molto bene, tuttavia il rischio che corro per aiutarvi è enorme e il lavoro che svolgo per voi è pericoloso. Credo che dovrei essere ricompensato per il servizio che vi faccio!”. Chiesi a Giorgio: “Cosa vuoi?”. “Bene, io so che tu hai molti soldi... comunque credo che in qualche modo dovete pagarmi”. “Pagarti! Ti abbiamo dato fino all’ultimo centesimo di quello che ci hai richiesto e noi non ti abbiamo mai chiesto cosa ne fai di questi soldi. Hai ottenuto più del necessario per pagare tutte le spese della missione”. “Per le spese sì, però per me non resta niente. Vedi, la Franchi vuole che lavori per loro. Sono pronti a pagarmi per il mio servizio. Vedi, caro Aldo, loro sono disposti a pagarmi. Se tu mi fai la stessa offerta, io rimango con voi, altrimenti vi lascio”. Ne parlai con il Magg. Holohan. Lo Dolce non prese parte a questa discussione, egli era una persona schiva, parlava raramente, non teneva in considerazione nulla all’infuori del suo speciale lavoro con la radio. Holohan era infuriato per la richiesta che Giorgio ci aveva fatto come pure lo ero io. Però noi dipendevamo da lui. Nel frattempo ci informammo per verificare se la Franchi o qualche servizio segreto inglese era in zona, ma non ci risultò. Il Magg. Holohan mi disse: “Bene, dobbiamo credere a questo uomo, credo che dica la verità. Per noi, fino ad ora, ha sempre fatto un buon lavoro. La pensi anche tu così? Lui ci ha trovato in questi giorni un buon posto per nasconderci e ci ha anche avvertito prima che il nemico ci potesse scoprire: ha dato prova di essere estremamente valido”. Un’altra cosa disse il Maggiore: “Se lui ci lascia, noi dovremo rimpiazzarlo, così ci sarà una persona in più che sa dove noi ci troviamo. Dobbiamo fare in modo che meno gente possibile sappia i nostri movimenti, quindi chiedi quanto vuole e teniamolo. Giorgio sa tutto sui nostri conti, lui sa che abbiamo monete in oro, per un valore di 3.000 $, in Luigi d’oro francesi”. 20

Giorgio ci aveva già cambiato un po’ di oro in lire italiane al mercato nero, con un cambio favorevole, anche se aveva già trattenuto per lui un certo margine di guadagno. Questo era abbastanza ragionevole. Così decidemmo di dare altro oro a Giorgio da cambiare permettendogli di trattenere per lui quanto voleva. E così fece. Ritornò dopo qualche settimana, dandoci la nostra parte e tenendosi la sua. Gli facemmo un’altra proposta: per evitargli problemi a guerra finita, ossia per evitargli di essere accusato di aver rubato o di essere stato coinvolto nel mercato nero e per provare che tutti quei soldi li aveva ottenuti legalmente, gli proponemmo di firmargli un certificato che provava la loro regolare provenienza. Ma lui rifiutò. Probabilmente non voleva far sapere che dall’attività partigiana aveva ottenuto dei profitti finanziari. Giorgio ci chiese di giustificare quei soldi come ricavato di una attività commerciale. “Questo è quello che a me andrebbe bene ed è più facilmente giustificabile” disse e aggiunse: “Mio padre ha una falegnameria a Gozzano. Tu puoi certificare che mi hai dato questi soldi per entrare in affari con me, per permettermi di ingrandire la falegnameria di mio padre senza problemi”. Il Magg. Holohan ed io non capimmo come questo potesse aiutare Giorgio, ma non ci interessava: volevamo solo tenerlo il più a lungo possibile con noi. Il Magg. Holohan si convinse e mi disse: “Ike, se è per far contento Giorgio, va con lui e firma questo documento, visto che parli italiano ed hai familiarità con la normativa di legge. Per legalizzare l’accordo fa’ comparire come testimoni i due preti dell’isola di San Giulio così, qualunque cosa succeda, loro sono al corrente”. L’accordo, scritto in presenza di Giorgio, di Don Giovanni e Don Carletto, fu firmato da me e controfirmato, come testimoni, dai due preti. Esso dava la piena facoltà a Giorgio sia della custodia che della disponibilità del fondo. In cambio, ricevetti da Giorgio, nel 1950-51, l’accusa di essere un assassino e un ladro. Io non ho mai più visto o toccato i soldi assegnati a Giorgio, né ho avuto rapporti d’affari con lui. Anche dalle ricerche fatte in Italia, è provato che io con Giorgio non ho mai avuto nessun tipo di rapporto commerciale o di lavoro. Io, quei soldi, non li ho più visti

UNDICI Il nostro primo contatto da Villa Maria con la nostra base avvenne dopo poche ore da quando eravamo arrivati. Per prima cosa, ci richiesero di inviare tutti i giorni, alle prime ore del mattino e alla stessa ora, le condizioni meteorologiche che sarebbero poi state utilizzate dalle forze aeree, per un’operazione da svolgersi nel Nord Italia o nel Sud della Germania. Così il nostro primo lavoro fu quello di alzarci presto al mattino, fare l’osservazione meteorologica e inviarla subito per radio. Questo però, specialmente l’obbligo di mantenere sempre la regolarità d’orario, violava tutte le regole della nostra sicurezza. Protestammo e chiedemmo il permesso di non continuare per non permettere ai Tedeschi di localizzarci. Noi eravamo molto scrupolosi circa la radio: Carl Lo Dolce aveva già avuto una brutta esperienza, era stato intercettato da un gruppo di Tedeschi quando si trovava nel Mediterraneo, precisamente sull’isola di Gorgona. Furono attaccati e solo lui e pochi altri si salvarono. Rimasero per circa cinque terribili ore immersi in un pozzo d’acqua ghiacciata. Quando i Tedeschi se ne andarono, riuscirono a mettersi in salvo. Certo, Carl dovette rimanere diversi mesi in una clinica per rimettersi in forma. Tutti noi eravamo sempre preoccupati quando eravamo in onda con la trasmittente, perché sapevamo che intercettori tedeschi erano nella zona. Riducemmo così la nostra attività radio per tutto il mese di ottobre. Questo problema l’avevano anche gli operatori radio della missione Augusta, che serviva la missione Salem a Milano. Essi erano venuti da me perché già mi conoscevano, avendo lavorato insieme in Algeria e, del resto, il mio compito era quello di offrire un parere a tutti gli agenti del servizio segreto SI della zona, che avevano problemi. Mi dissero: “Vieni da noi, alla nostra trasmittente e vedrai cosa succede”. Andai e trovai che radio Augusta aveva 35 messaggi urgenti in arretrato da inviare, messaggi importanti che dovevano essere inoltrati al Quartiere generale. I due operatori italiani mi dissero: “Vedi cosa succede! La nostra base non coopera con noi. Alla scuola OSS ci raccomandavano la sicurezza della trasmittente, prima di tutto. 21

Sicurezza, sicurezza per la radio! Ce lo ripetevano in continuazione! Ora siamo arrivati qui a rischiare il collo e nessuno più tiene conto della sicurezza della radio. Cosa vuol dire questo?”. Tentai per un’intera giornata di entrare in contatto. Non appena lo ebbi, alle nove del mattino la base ci comunicò subito che avevano tre messaggi da inviarci. Augusta ripetè di avere due messaggi urgenti da trasmettere. Era una cosa assurda, se pensiamo che ogni contatto non poteva, per sicurezza, durare oltre i quindici minuti (negli Stati Uniti, chi viola questa legge, è perseguibile dalla corte marziale). Questi messaggi urgenti dovevano arrivare prima che il contatto venisse interrotto. La base ci diede il via libera per ricevere i due messaggi urgenti ma, purtroppo, dopo cinque o dieci parole in codice, la comunicazione uscì d’onda, senza nessuna spiegazione. Non poteva essere una causa atmosferica perché il tempo era eccellente e non vi erano motivi apparenti per uscire d’onda. Ricercammo l’onda per circa un’ora e mezza, ma l’esito fu negativo. Aspettammo allora il prossimo contatto, che era fissato per le dieci e trenta. Provammo per quindici minuti, poi rinunciammo ancora per attendere il prossimo contatto, fissato per le dodici e venti: lo trovammo dieci minuti più tardi, alle dodici e trenta. Questi fatti erano imperdonabili (potevano succedere mille cose nel campo della trasmissione), però noi pensavamo che la stazione della base dovesse essere sempre operante, ventiquattro ore su ventiquattro. Radio Augusta aveva tre ore e mezzo di messaggi importanti da inviare. Si tentò di rintracciare la base. Trovatala, rischiammo ed inviammo tutti i messaggi urgenti. Alla fine, la base volle mandare i suoi tre messaggi e subito dopo interruppe senza fissare il prossimo appuntamento. Mi infuriai sentendomi impotente nel vedere come fossero trattati gli Italiani dell’Augusta. Erano volontari che combattevano contro il loro stesso popolo per simpatia verso gli Alleati, perché avevano il medesimo obbiettivo. Noi li mettevamo in una situazione pericolosa e credevo che fosse nostro dovere fare il possibile per proteggerli. Sottoponemmo questo problema al nostro Quartiere generale. Sembrò che le cose andassero meglio ma, purtroppo, dopo soli due giorni, gli operatori Augusta si lamentarono ancora per gli stessi motivi. Venne Buffa personalmente a far rapporto al Magg. Holohan sui disguidi di trasmissione, in quanto aveva ancora 26 messaggi da inviare e non riusciva. Quella fu l’unica volta che Carl Lo Dolce espresse il suo parere sul problema: “Capitò la stessa cosa a me, quando ero sull’isola di Gorgona. Insistetti a lungo con il mio segnale per ricercare la base, così i Tedeschi intercettarono il mio clik clik e ne pagai le conseguenze”. Holohan immediatamente scrisse un messaggio per il Quartiere generale. Le cose migliorarono come al solito per pochi giorni, poi ritornò tutto come prima. Nel tardo ottobre, gli operatori Augusta ci informarono che i Tedeschi stavano concentrando dei camion, adatti per la montagna, in direzione Est del Mottarone (era dall’altra parte rispetto a dove eravamo noi, vicino al Lago Maggiore), ci annunciarono che Augusta chiudeva le trasmissioni per sicurezza e volevano che noi avvertissimo il Quartiere generale. Nello stesso giorno, vedemmo il nemico che da Sud andava verso il Mottarone: i soldati si vedevano benissimo dalla nostra villa. Quell’operazione faceva parte di un programma che incominciò quando i Tedeschi iniziarono a muoversi per spazzare via Alfredo Di Dio e i suoi partigiani dalla Valle dell’Ossola. In quella prima fase della vasta operazione, il nemico passò attraverso Coiromonte, setacciò tutto il paese e trovò parte del nostro equipaggiamento e degli effetti personali che avevamo abbandonato durante la fuga. Perdemmo munizioni, oggetti personali e i nostri paracaduti che volevamo tenere per portarli a casa come ricordo. La scoperta di questo materiale confermò ai Tedeschi le voci che circolavano su di noi e sulla nostra ormai certa presenza in zona. Ora sapevano anche chi eravamo, perché vari articoli abbandonati portavano il nostro nome. Dopo quella scoperta, i Tedeschi non avevano più il solo obbiettivo di distruggere i partigiani, ma anche di scoprire e distruggere la missione Mangosteen. Il 30 ottobre, i Tedeschi cominciarono a concentrare una massa di forze, installarono, sul monte che domina il Lago d’Orta e la strada ad Est che sale al Mottarone, un grosso cannone. Da questa postazione si poteva controllare e colpire tutto il traffico sia sulla strada del Lago Maggiore, sia su quella che da Orta portava al Mottarone. Così tutta l’attività partigiana in quella zona fu bloccata. Immediatamente raccogliemmo i nostri bagagli e andammo via da Villa Maria; salimmo sulla collina e ci nascondemmo nella boscaglia. Faceva freddo ed era molto umido, eravamo tutti bagnati fradici per la pioggia, in mezzo a un fitto bosco. Io, il Magg. Holohan, il Sergente Lo Dolce e 22

Giorgio decidemmo di sfuggire al nemico entrando proprio nel suo centro, cioè raggiungendo i nostri due amici preti, Don Carletto e Don Giovanni, che ci offrirono asilo presso il loro seminario sull’isola di San Giulio, nel mezzo del Lago d’Orta. Verso le undici, prendemmo una barca dalla parte orientale del lago e, remando fino all’isola di San Giulio, arrivammo nel piccolo porto intorno alle undici e trenta. Incontrammo i due nostri amici preti che ci condussero al seminario. Ci addormentammo subito, dormimmo fino al mattino seguente, quando fummo svegliati dal fruscio dell’andirivieni delle brave suore che si trovavano nel seminario per servire i padri, che erano ospiti. Non credo che sapessero chi fossimo realmente, forse sospettavano che eravamo partigiani sfuggiti ai Tedeschi. Le suore ci portarono da mangiare e ci aiutarono in quanto, nella loro innocenza e nella loro devozione alla fede di Dio, facevano ciò che ritenevano giusto. Noi per loro eravamo solo dei poveri innocenti che tentavano di stare in vita. Credevano nel loro Dio, perciò noi eravamo loro amici. Tutte le mattine noi aspettavamo i due preti che ci portavano le notizie sulla situazione. Quel giorno arrivarono verso le due, ci portarono due polli arrosto che inghiottimmo subito, essendo digiuni da ventiquattro ore. Contemporaneamente, ci informarono che i Tedeschi avevano occupato ogni angolo nei dintorni del lago, con una forte concentrazione di uomini nel villaggio di Orta che si trovava a cinquecento metri dall’isola di San Giulio. Mentre parlavamo con i due sacerdoti, all’improvviso, dalla finestra, notammo che nel porto dell’isola stava giungendo una barca piena di soldati tedeschi. I due preti scesero velocemente al piano sottostante e uscirono dal seminario. Nel frattempo, sbarcarono due ufficiali tedeschi e un soldato, altri rimasero ad attenderli seduti in barca. Don Carletto e Don Giovanni si avvicinarono a questi ufficiali e fecero loro da guida per ispezionare tutta l’isola. Passarono anche sotto le nostre finestre, distanti solo quattro o cinque metri. Sentimmo con chiarezza i due preti che parlavano con il nemico. Dieci minuti più tardi vedemmo cinque tedeschi arrivare dall’altra parte. Pensammo che avrebbero circondato l’isola. I preti sembravano soddisfatti perché i Tedeschi non volevano entrare a perquisire il seminario. Pochi minuti dopo, vedemmo i due preti accompagnare alla loro barca i Tedeschi che se ne ritornavano a Orta. Quelli furono dieci minuti terribili per noi, avevamo i nostri fucili pronti per far fuoco se fossimo stati scoperti. Non pensammo a fuggire in quanto ritenevamo che l’isola fosse completamente circondata dai Tedeschi, dato che c’era un cannone piazzato a novecento metri che dominava tutta l’isola di San Giulio. Ma la calma dei due uomini di Dio seppe mantenere la situazione, dall’inizio alla fine, sotto controllo. Questa fu in pratica la vita che si fece in otto mesi di clandestinità. I due preti della Chiesa cattolica erano le nostre truppe, erano uomini votati a sacrificarsi, uomini che rischiavano la vita per proteggere noi, soldati alleati, che rappresentavamo la libertà e la giustizia, che sono anche i principi della Chiesa cattolica. Non ci lasciarono mai senza aiuti: dovevamo solo chiedere e avevamo tutto a disposizione. Comunque noi avevamo il dubbio che i Tedeschi potessero ritornare prossimamente e lì, su quell’isola, eravamo come topi in trappola: non vi era via di uscita, con il nemico in posizione così dominante su Orta. Riconoscemmo che era stato un errore essere venuti a San Giulio, così decidemmo di lasciare l’isola la notte stessa, attraversando la parte orientale del Lago d’Orta, per ritornare a nasconderci nella boscaglia. Purtroppo, madre natura fu contro di noi. Quella gelida notte del 31 ottobre fu una notte molto limpida ed era una pazzia mettersi a remare sul lago. Se ci fossimo imbarcati, saremmo stati un bersaglio facile, come il tiro al piccione. Aspettammo la foschia che arrivò verso le quattro del mattino del 1° novembre e raggiungemmo Egro. Lì ci nascondemmo da un amico dei partigiani che ci diede la colazione e un posto per restare. Giorgio, nel frattempo, andò a Pella per informarsi sugli sviluppi. Ritornò da noi il giorno seguente, verso le undici e trenta del mattino, portando informazioni preziose sui Tedeschi e i fascisti, che avevano solcato il lago per andare a setacciare tutta l’isola di San Giulio, ed erano sbarcati anche a Pella dirigendosi verso i monti, proprio nella nostra direzione. Pioveva a dirotto ed andammo a riposarci in una stalla. Trovammo tre partigiani, uno era Andrea, un capo partigiano della formazione comunista di Moscatelli. Verso le tre del pomeriggio, Giorgio si recò a Egro per procurarci un po’ di cibo e anche per controllare la posizione del nemico. Egro era ancora invasa da forze tedesche e noi preferimmo rimanere ancora nella boscaglia. I partigiani di Moscatelli se ne andarono attraverso il bosco. Eravamo come miserabili, 23

sotto la fitta pioggia, e cercammo di costruire un riparo per Giorgio che era l’unico a non avere il sacco a pelo e dormiva nel fango. A mezzanotte circa, Giorgio suggerì di tentare di far visita a Don Giovanni, che abitava nella sua canonica nel villaggio di Grassona, a ottocento metri da noi. Così andammo da Don Giovanni, che ci consigliò di nasconderci presso la sua chiesa perché i Tedeschi stavano andando da Egro verso la parte opposta. Don Giovanni ci ricevette calorosamente: dopo averci rifocillato e averci dato del buon vino a volontà, ci procurò un posto per nasconderci, che si trovava a dieci metri di altezza. Lo seguimmo su una ripida scaletta ed arrivammo in un locale proprio sopra la sacrestia; da lì raggiungemmo il sottotetto della chiesa. Fu il nostro nascondiglio. Don Giovanni, nel congedarsi, ci lasciò delle ceste di mele e qualche bottiglia di buon vino. Era il 1° novembre e rimanemmo lì fino al 5 novembre. Furono cinque giorni e cinque notti passate su un letto di pietra. Quel posto era l’unico punto piatto perché eravamo proprio sopra l’arco del tetto della chiesa, che era stata costruita completamente in pietra 300 o 400 anni prima. Don Giovanni diede a Giorgio delle coperte di lana, che ci furono molto utili. Riposammo a lungo, ma la continua caduta della fitta pioggia portava una forte umidità, che ci penetrava nelle ossa. Chi soffriva di più era Giorgio che non aveva il sacco a pelo. Gli offrii il mio, poiché non stava troppo bene. Don Giovanni ci avvertì che oltre millecinquecento tra Tedeschi e fascisti erano nell’area e stavano cercando i partigiani e la missione americana. Una trentina di tedeschi si accamparono in chiesa, proprio sotto di noi. Li sentimmo di notte russare, comunque non fecero ricerche nella chiesa. Se ne andarono il giorno dopo, setacciando tutto il paese casa per casa e si sentiva che sparavano raffiche di mitra. L’ultimo giorno, venni svegliato dal suono dell’organo della chiesa. Erano le sei del mattino ed era iniziata la messa domenicale. Sentimmo anche le voci delle madri dei partigiani che cantavano. Era una cosa magnifica: mamme di partigiani uccisi che cantavano gloria a Dio! Pensai subito a mia madre e a mia moglie che anch’ella pregava per la mia salvezza. Il pomeriggio del 5 novembre, apprendemmo che l’area era finalmente sgombra. Decidemmo di ritornare a Villa Maria, in quanto non potevamo essere ospitati a lungo da famiglie o conventi perché vi era il rischio che chi ci ospitava finisse messo a morte. Il giorno seguente incontrammo Landi, che aveva preso contatto con la missione Salem a Milano. Egli chiese soldi al Magg. Holohan, che gli diede 100.000 lire. Fu interessante vedere come Landi nascondesse quei soldi. Infatti, se fosse stato trovato dal nemico con molto denaro, sarebbe stato sospettato di essere un agente dello spionaggio. Viaggiare in treno o in pullman era pericoloso in quanto il nemico faceva sovente delle perquisizioni ai viaggiatori perciò, se vi era qualcosa di compromettente, bisognava nasconderlo. Landi mise i soldi in un barattolo di marmellata. In Italia la marmellata è una gelatina consistente e tagliata a cubetti rettangolari. Landi avvolse i soldi in una carta cerata, li introdusse nella marmellata e mise il tutto in uno scatolone di legno che aveva già comprato prima di arrivare a Villa Maria. Ottenuti i soldi e fatto il suo rapporto al Magg. Holohan, ci salutò e ripartì per Milano il giorno stesso. DODICI Trascorremmo tutto l’intero mese o quasi cercando di evitare la nostra cattura. Sembrava tutto passato perché il nemico era impegnato a contrastare l’attività partigiana creatasi nella Valle dell’Ossola. La ricerca della missione Mangosteen sul Lago era ormai stata abbandonata. Ci incontrammo con Di Dio sul Mottarone, per cercare di avere al più presto forniture di armi e munizioni. Il Magg.. Holohan insistette con il Comando generale alleato per fare arrivare questi aiuti ai partigiani, anche per rialzare il prestigio della missione stessa. Propose dei lanci diurni e per questo mandò me con Giorgio sul Mottarone ad incontrare i partigiani. La nostra destinazione era Gignese dove trovammo Landi accompagnato da un uomo di nome Leto, che io notai in quanto l’avevo già visto da qualche altra parte, ma non ricordavo dove. Leto era un agente OSS venuto tra le linee nemiche molti mesi prima, era un capo missione. Con lui, vi era un altro uomo che ci presentò. Era il suo radiooperatore, lo chiamavano il Turk; la sua zona operativa era Bologna che si trovava a 180 miglia a Sud Est dal Mottarone. Leto e il Turk erano venuti a Milano per unirsi alla Missione Salem perché, con l’avvicinarsi del fronte, si erano trovati in difficoltà nel Bolognese. A Milano, il Turk venne arrestato per aver vuotato varie bottiglie di vino. Il Turk parlò e rivelò il luogo dove Leto abitava con la moglie. La 24

Gestapo si recò in casa di Leto: egli riuscì a fuggire dalla finestra del bagno, la moglie venne arrestata, torturata e deportata. Leto, per salvarsi, raggiunse la montagna. A Gignese si programmò un secondo incontro da tenersi più avanti, pertanto io, Giorgio, Leto e Landi ritornammo a Villa Maria. Arrivammo verso mezzanotte, stanchi ed affamati. Leto mi disse: “Tu non hai qualcosa da mangiare?.” Poi chiese: “Dov’è la cucina?. Sono un cuoco molto bravo. Vi preparerò un pranzo che non dimenticherete!”. Nel frattempo il Magg. Holohan scese le scale e urlò: “Che sta succedendo qui ? E’ ora di dormire!”. Chiesi scusa al Maggiore e gli dissi: “E’ da mezzodì che noi non mangiamo, siamo appena arrivati dal Mottarone. Maggiore, se vuole favorire anche lei! “No! - rispose il Maggiore - Andate avanti pure ma con calma”. Poi Holohan ci chiese: “Come è andato l’incontro con i partigiani?” Risposi: “Bene! Abbiamo programmato un altro incontro. Loro sono entusiasti”. “Bene, ne parleremo domani mattina. Ora vado a letto. Buona notte!”. “Buona notte, Maggiore!”TREDICI Landi ci chiese ancora soldi e il Magg. Holohan rimase un po' perplesso per queste continue richieste, convinto che la missione Salem non usasse bene questi soldi ( mentre a guerra finita è stato provato che la Salem fece un valido lavoro per gli Alleati ). Comunque Holohan consegnò a Landi 250 $ e 1.000 franchi svizzeri. Giorgio venne a trovarci verso sera e discutemmo con lui la possibilità di trovare un’altra base: la nostra permanenza a Villa Maria avevamo già creato un po' di movimento e ciò poteva diventare pericoloso. Giorgio però non riuscì a trovare un altro posto, in compenso trovò e comprò 45 pistole. Egli, nel frattempo, subì un’aggressione da parte di individui ignoti e usò una di queste pistole per difendersi e mettere in fuga i suoi aggressori. Ci raccontò che vi erano molte persone che lo odiavano e lo volevano morto. Diceva che i partigiani comunisti avevano emesso un ordine per ucciderlo perché militante democristiano. Mentre andavamo a Gignese per il secondo incontro, Giorgio ci chiese di aiutarlo a ricostruire le forze della Democrazia Cristiana. Dopo il disastro subito con la morte di Alfredo Di Dio, si era creato un vuoto in Val d’Ossola. Giorgio pensò di ricostruire tutto quello che con l’uccisione di Di Dio si era sfasciato. Dissi a Giorgio: “Ne parlerò al Magg. Holohan, spetta a lui la decisione. Credo che darà qualsiasi aiuto per la ricostruzione, perché è nostro dovere creare e aiutare le formazioni partigiane. Da parte mia, vi darò pieno appoggio e credo che il Magg. Holohan accetterà”. Chiesi a Giorgio di darsi da fare per trovare un punto per i lanci e di preparare i suoi uomini a ricevere armi e munizioni che sarebbero arrivati presto. Era la fine di novembre e la missione aveva ancora due obbiettivi da raggiungere: il primo, e più importante, era quello di fare arrivare il materiale, con un massiccio lancio in pieno giorno sul Mottarone, ai partigiani socialisti, comunisti, democristiani e formazioni indipendenti che si trovavano in zona; il secondo era la ricostituzione delle formazioni democristiane che aveva lasciato Di Dio. Il 18 novembre io, Giorgio e Leto ci trovammo sul Mottarone per programmare il lancio di rifornimenti in pieno giorno. Durante il cammino verso Gignese, trovammo Don Sisto, il prete nostro amico, che ci comunicò che i partigiani del Mottarone erano stati attaccati e catturati da truppe tedesche speciali, che avevano scoperto radio Augusta. Così si fece una sosta. A Gignese, nei giorni successivi, cercammo dettagli più precisi su quell’incidente: Bruno e Gigi, i due operatori Augusta, ci raccontarono la storia e ci dissero che Buffa, l’altro operatore che un mese prima si era lamentato con noi per la sicurezza della radio, ora era prigioniero dei Tedeschi. Verrà liberato più tardi con uno scambio tra prigionieri. Bruno e Gigi sostenevano che la causa della neutralizzazione e della cattura dei componenti la missione Augusta fosse da addebitare alla nostra base, per tutti i problemi di contatto che ci aveva creato e da noi segnalati. Il radiosegnale doveva essere con un codice che permetteva alla nostra base di identificarci. Il segnale stesso doveva contenere un codice speciale che permetteva alla base di cambiare la frequenza, sia per migliorare la ricezione, sia per poter deviare la ricevente nemica, se eventualmente fosse in ascolto. La ricevente nemica avrebbe potuto ascoltare la nostra conversazione, ma non avrebbe potuto localizzarci, avrebbe potuto solo immaginare vagamente una direzione. Se il nostro operatore avesse continuato sempre sulla medesima frequenza per un periodo 25

lungo, cioè il tempo necessario per poter orientare i radiointercettatori, la stazione radio avrebbe potuto essere triangolata e quindi scoperta. Questo era il motivo per il quale una trasmissione non doveva superare i 15 minuti. Fino a quando i Tedeschi non ci avessero intercettato, noi avremmo potuto sperare di essere salvi. Trasmettere non era troppo facile, anzi era pericoloso. A volte il nemico scopriva la nostra lettera di chiamata ed entrava in contatto con noi, usando dei trucchi, per esempio, fingeva di non ricevere bene per ragioni atmosferiche e ci invitava a ripetere il segnale o ci suggeriva di cambiare onda. Questo per tenere il nostro operatore il più a lungo possibile in onda e triangolarlo. Tutte queste richieste venivano fatte non in codice, ma con il normale linguaggio internazionale, familiare a tutti i radiooperatori. Radio Augusta cadde con un sistema simile. Il gruppo tedesco di radiogoniometristi che operava in zona era composto da tre militari tedeschi, che non parlavano affatto l’italiano, e da un quarto uomo svizzero che faceva da interprete, parlando sia l’italiano che il tedesco. Tutti e quattro portavano abiti civili e dei soprabiti, cosa non normale in quella zona a fine novembre. Arrivarono, su una macchina privata, da Stresa al villaggio di Alpino e lì studiarono i punti per la triangolazione. I quattro arrivati in macchina ignoravano che il loro autista era un corriere partigiano che teneva i contatti proprio con i partigiani che risiedevano all’albergo del Mottarone. Questi stranieri, che non aveva mai visto prima, insospettirono l’autista che avvertì i partigiani. L’autista si accorse anche che i quattro stavano prendendo direzioni diverse. Ma i partigiani non arrivavano. Decise allora di estrarre la sua Beretta con un solo colpo in canna e intimò: “Mani in alto! Sono partigiano e voi siete in arresto!”. I quattro, presi alla sprovvista e vista la pistola puntata, ignari che vi era un solo colpo in canna, alzarono le mani. Nel frattempo giunsero i partigiani, li presero in consegna e li portarono al comando, dal Sottotenente Belli e da Renato, per interrogarli. Belli e Renato non compresero subito l’importanza che avevano gli arrestati fino a quando, obbligati a togliere il soprabito, videro che due di loro avevano strette alla vita delle radio con il filo dell’antenna che gli girava intorno al loro collo e che, nelle tasche, avevano le batterie che producevano corrente per la radio triangolatrice. Il terzo doveva essere la loro guardia del corpo, in quanto portava una pistola tedesca ed aveva una mappa del Mottarone in scala 1:25.000. Sulla mappa vi erano segnate diverse linee di triangolazione, tra cui una centrava un punto a cento metri dalla vetta del Mottarone, dove vi era una centrale elettrica ed un fabbricato, l’unico nel raggio di 2 Km. Lì vi era la radio della missione Augusta, scoperta tempo prima. Durante l’interrogatorio, i tre confermarono che non era la prima volta che venivano per intercettarci. Catturando questo gruppo, demmo un bello smacco al nemico e salvammo la nostra missione. La cattura degli intercettatori mise tutta la zona in allerta. I Tedeschi concentrarono le loro forze in attesa di compiere un’azione per liberare i loro uomini e recuperare le attrezzature, molto preziose per loro. I leader partigiani pertanto erano perplessi sull’organizzare una riunione di tutti i comandi partigiani, perché si temeva un improvviso attacco nemico. Quindi io decisi di rimandare l’incontro fino a quando saremmo stati sicuri che i Tedeschi avrebbero rinunciato ad una azione veloce a sorpresa per liberare i loro uomini. Nel frattempo andai all’albergo Mottarone per interrogare i prigionieri, scattare delle foto e inviare un rapporto al Quartiere generale OSS per informarlo sul metodo ed il tipo di equipaggiamento che il nemico usava per scoprire gli agenti del controspionaggio alleato. Il giorno dopo Giorgio, Leto ed io ritornammo al Lago d’Orta. Dopo aver fissato una riunione da tenersi con i capi partigiani il 22 novembre, Leto ed io ci fermammo al ritorno a Coiromonte per recuperare quello che il nemico poteva aver lasciato del nostro equipaggiamento. Giorgio andò avanti da solo, dandoci l’appuntamento presso la casa parrocchiale di Don Luigi Calderoni, nel villaggio di Alzo. Don Luigi doveva fotografarmi per prepararmi dei documenti che giustificassero i miei frequenti viaggi al Mottarone. Io ed il Magg. Holohan discutemmo della mia sicurezza, per la mia frequente apparizione tra la gente ed in pieno giorno. Per questo, dovevo crearmi una identità che proteggesse me e l’intera missione: dovevo studiare qualcosa per non dare sospetti alla gente che incontravo in strada, al ristorante, in hotel. Acquistai dei vestiti adatti. Con Giorgio e Leto andai nel villaggio di Orta e comprai soprabito, cappello, scarpe e tagliai finalmente i miei capelli, che non tagliavo più dal giorno del lancio dietro le linee nemiche. Fatti i nostri acquisti, ritornammo sulla parte Est del Lago d’Orta e ci fermammo per tutta la notte ad Alzo. 26

QUATTORDICI La mattina seguente, lasciammo Leto a Alzo. Io e Giorgio andammo a Villa Maria, trovammo il Magg. Holohan e Carl Lo Dolce, indaffarati a preparare i bagagli, avevano anche già tolto l’antenna radio e si preparavano a una repentina partenza. Don Giovanni e Don Carletto vennero ad avvertirci che i Tedeschi sapevano esattamente dove noi ci trovavamo e stavano preparando un attacco. I preti ci dissero che uomini di Giorgio erano stati presi ad un posto di blocco dal nemico e conoscevano esattamente il nostro rifugio. Il Magg. Holohan mi raccomandò di avvertire Giorgio di non svelare ad altre persone il luogo del nostro nuovo nascondiglio. Durante i frenetici preparativi per la partenza, spiegai al Magg. Holohan l’avvenuta cattura del gruppo di intercettori tedeschi e gli lasciai l’intero rapporto. Così io e Giorgio ripartimmo per il Mottarone perché dovevamo incontrarci con i capi partigiani per preparare i lanci diurni sul monte. L’appuntamento era fissato a Coiromonte. Quando noi arrivammo, trovammo Cinquanta, il capo delle bande indipendenti, e Arias, capo delle formazioni comuniste. Mentre aspettavamo un altro esponente, ricevemmo una comunicazione del Sottotenente Belli che ci informava di spostare l’incontro da Coiromonte a Gignese. Durante la riunione, si decise un programma per le formazioni partigiane che dovevano iniziare a proteggere l’area in cui si sarebbero effettuati i lanci per impedire ai Tedeschi e ai fascisti di impossessarsi del materiale. Discutemmo sul come distribuire le armi e sollevai col Sottotenete Belli, sotto la cui custodia si trovava il gruppo degli intercettori tedeschi, la questione dei prigionieri in quanto stavamo trattando con il Capitano tedesco Krummer del comando di Stresa le condizioni per uno scambio di prigionieri. Poiché questi prigionieri erano stati incaricati di scoprire la nostra missione, essi dovevano essere affidati alla missione stessa. “Credo dissi - che io ed il Magg. Holohan dovremmo essere presenti a qualsiasi negoziato che si farà in merito”. Inoltre dissi a Belli, in presenza degli altri capi partigiani, che noi non volevamo essere ignorati o messi da parte circa questa questione. Noi pensavamo che il gruppo di intercettori tedeschi fosse stato assistito da informatori locali, infatti qualche residente era già sospettato. Ci aspettavamo che il Sottotenente Belli si muovesse per arrestare le persone coinvolte, specialmente una donna che aveva già fornito ai Tedeschi molte informazioni. Raccomandammo al Sottotenente Belli di fare il possibile per ripulire l’area dagli agenti del controspionaggio nemico, soprattutto ci aspettavamo da lui che si muovesse con aggressività e facesse tutto il possibile per distruggere il furgone mobile degli intercettori radio, localizzato a Baveno, a pochi chilometri a Nord di Stresa. Al termine della nostra discussione sul lancio degli aiuti, la mia posizione si era rafforzata e Belli si era pacificato con me. Promise di fare tutto quello che la missione chiedeva. Durante quella riunione al Mottarone, ricevetti una lamentela da parte di Arias, il leader comunista, che accusava Giorgio di escludere dalla missione Mangosteen i partigiani comunisti per ciò che riguardava i rifornimenti di armi e di altro materiale. Egli accusò Giorgio di essere un tenace anticomunista e di affermare apertamente che ai partigiani comunisti non avrebbe dato nessuno aiuto. Anche l’invito a partecipare alla riunione gli era giunto di sorpresa. Arias mi confermò che Moscatelli aveva dei forti sospetti sulla missione Mangosteen per il rapporto che esisteva tra noi e Giorgio. Queste voci circolavano ormai anche tra i partigiani. Al mio ritorno a Villa Maria, misi immediatamente il Magg. Holohan al corrente di questo. Il Maggiore rimase visibilmente turbato da questi fatti, che potevano compromettere la nostra sicurezza. Per noi, poi, erano assolutamente assurde queste dichiarazioni, in quanto lo scopo della nostra missione era quello di dare una mano a tutti coloro che ci aiutavano a combattere il nemico. Holohan mi invitò a far capire subito a Giorgio di smetterla di farsi passare come l’unico ed esclusivo rappresentante della missione e mi ordinò di fissare subito un colloquio tra lui e Moscatelli. Giorgio, ritornando nel pomeriggio, cercò di difendersi da tutte le accuse fatte da Arias; disse che voleva armare i suoi partigiani e le altre formazioni non comuniste solo per portarle allo stesso livello di armamento dei comunisti, in quanto quest’ultimi intendevano, a guerra finita, impossessarsi del potere con la rivoluzione. Con questo discorso Giorgio toccò un nervo dolente e rischiò di compromettere i suoi rapporti con la nostra missione. Comunque, ci garantì che avrebbe favorito l’incontro al più presto con Moscatelli. Nel frattempo ci trovò una nuova ubicazione, che si trovava a circa 800 metri da Villa Maria. Era Villa Castelnuovo, un fabbricato palladiano di proprietà di un fascista, al momento assente. 27

Il 25 novembre fu il nostro primo giorno a Villa Castelnuovo ed eravamo tutti presi ad installare l’antenna per iniziare i nostri primi contatti radio. Il contatto fu aperto e funzionava bene, però la base ci rispose: “Per favore, non inviate messaggi. Oggi vi sono molte interferenze”. Chiusero. Agli inizi avemmo problemi di comunicazione paragonabili a quelli dell’Augusta, che divennero sempre più seri. Per evitare pericoli, chiedemmo a Lo Dolce di spegnere la radio e di accenderla solo in caso di estrema necessità e di evitare ricerche e prove d’onda. Cominciò un po' di agitazione, che si notava in tutti noi. Nelle prime ore del mattino del 27 novembre, il Quartiere generale comunicò che era pronto per fare il lancio diurno del materiale sul Mottarone e ci indicò il punto. Le istruzioni sul lancio sarebbero state comunicate nello stesso giorno dell’operazione. Ci assegnarono tre contatti radio ogni ora sul “canale di guardia” , che era una frequenza radio aperta dalla nostra base operativa ventiquattro ore al giorno, per soli casi di estrema emergenza. La sicurezza del lancio diurno era mantenuta anche da questo contatto. Immediatamente avvertimmo le formazioni partigiane sul Mottarone affinché si preparassero a ricevere il lancio nel pomeriggio. Quando la staffetta era già in viaggio per il recapito della notizia, arrivò Giorgio con un messaggio del Sottotenente Belli, che acconsentiva a consegnarci i tre tedeschi fatti prigionieri sul Mottarone, perché, per precauzione, intendeva spostare tutte le formazioni partigiane da quel posto. Questo nuovo evento ci indusse a chiamare subito il Quartiere generale sul canale di guardia per sospendere il lancio diurno, spiegandone il motivo. Il messaggio arrivò in tempo e l’aereo non partì. Holohan ed io non eravamo in grado di tenere i prigionieri tedeschi, quindi li affidammo ai partigiani comunisti. Più tardi, ricevemmo un messaggio che avvertiva la nostra missione che un lancio sarebbe stato effettuato sul punto “ blueberry”. Era il nome dato ai rifornimenti assegnati a Giorgio. Il 29 novembre, il nostro Quartiere generale ci ordinò di sospendere tutte le attività della missione Augusta e tutti messaggi del servizio Salem avrebbero dovuto essere trasmessi da Lo Dolce con la nostra radio fino a nuovo ordine; nel medesimo giorno arrivarono i fascisti ad Orta, al di là del lago. Venimmo anche a sapere che si stava intensificando tutta l’attività sull’area del Mottarone e questo ci impedì di avere notizie dal quel luogo. Solo dopo due giorni, era il 2 dicembre, cominciarono a giungere delle notizie. Si venne a sapere che Gigi, uno degli operatori radio Augusta, Renato e il Sottotenente Belli erano stati catturati dal nemico. Ci dissero che anche il comandante partigiano Cinquanta era stato catturato nel sonno e che, con tutta la sua banda, era stato fucilato. Più tardi scoprimmo che questo fatto era ancora più grave; infatti venimmo a conoscenza che il partigiano Cinquanta era in realtà un traditore, perché era capitano delle brigate nere di Novara e che il rastrellamento era stato effettuato grazie alle sue informazioni. Ora girava con arroganza per le vie di Novara, in divisa di capitano della brigata nera. Questo fu un tremendo colpo per noi perché il Cinquanta aveva contatti personali anche con il Magg. Holohan. Carl Lo Dolce ed io pensammo che, con questa operazione, il nemico avesse tentato di impadronirsi di tutto il materiale del lancio diurno che si intendeva effettuare e che sembrava avviarsi al successo. Sempre il 2 dicembre, venimmo informati che Moscatelli desiderava incontrare il Magg. Holohan. La sera stessa gli mandammo un messaggio per fissare un incontro per le ore venti. Arrivò un incaricato di Moscatelli e ci incontrammo a poca distanza della nostra sede. Ci portò in macchina in una buia strada di campagna (l’automobile in quei paesi era proprio un lusso) e credo che Moscatelli usò l’auto anche per far vedere la sua potenza. Dopo un breve tratto la macchina si fermò ad un crocevia, a circa cento metri all’interno di una strada sconnessa, dove vi era un gruppetto di uomini. L’autista ci disse: “Moscatelli vi aspetta lì”. Era buio, si intravedeva solo una sagoma d’uomo in fondo alla via. Noi avevamo già incontrato Ferruccio Parri, un leader della Resistenza, che non aveva usato tutte quelle forme precauzionali. Moscatelli aveva una grande personalità ed intorno a lui si era creata anche una leggenda. Era il leader indiscutibile della più potente organizzazione partigiana in Italia, era conosciuto come il comunista russo (era vissuto infatti in Russia) ed era stimato per i grandi successi militari ottenuti dalle sue forze. Era considerato un grande comandante. Il numero delle persone che inviò a rifugiarsi in Svizzera non è mai stato fissato, ma si parlava di migliaia e migliaia di persone. I cristiani democratici lo avevano etichettato come un traditore degli Italiani e dei partigiani per aver abbandonato la Valle dell’Ossola quando Alfredo Di Dio era stato attaccato dal nemico. Per questo, i democristiani fecero circolare la voce che Moscatelli non solo fuggì via dall’Ossola, ma rubò 28

anche le casse d’oro che i fascisti avevano nascosto in un piccolo villaggio della Valle dell’Ossola stessa. Di questa storia si parlò a lungo, ma nessuno poté mai dimostrare nulla con delle prove sostanziali. Questo era l’uomo che noi stavamo per incontrare, un cospiratore internazionale, un grande leader militare che ora era legato a noi per combattere lo stesso nemico: i nazifascisti. Ci avvicinammo al gruppo, un uomo si staccò e venne verso di noi, aveva una sigaretta tra i denti. Si intravedeva nel buio il profilo di un volto rude, era il viso di Moscatelli. Gli altri uomini si allontanarono da noi e lasciarono solo Moscatelli con il Magg. Holohan e con me. Cercai di guardarlo in faccia ma non vidi che un profilo. Era molto buio. Notai che portava una stella alpina metallica sul bavero, l’emblema dei partigiani comunisti garibaldini. Portava un cappello che era degli alpini, parlava con calma, non era dinamico, come lo era Alfredo Di Dio. Noi discutemmo a lungo sulla situazione partigiana e il Magg. Holohan gli garantì che la missione intendeva aiutare tutte le formazioni partigiane per la loro abilità nel combattere il nemico, indipendentemente dal loro colore politico. Moscatelli ci confermò che era in continuo contatto con il Generale Rossi, il comandante comunista di Milano, e col Magg. Mac Donald del servizio segreto inglese, che lavorava con le formazioni partigiane del Vercellese. Holohan ribadì che era molto contento di aiutare lui e i suoi uomini, però aggiunse che aveva bisogno di informazioni più precise sul numero delle sue attuali forze e sul suo equipaggiamento. Moscatelli promise di inviare tutte queste informazioni. Noi ne dubitammo ma, comunque, eravamo soddisfatti perché qualche passo avanti con lui l’avevamo fatto. Mentre parlavamo con Moscatelli, due aerei ci passarono sopra la testa ed effettuarono il primo lancio “blueberry pin-point” per i partigiani di Giorgio. Lanciarono trenta fucili Sten e quattordici Bren con molte munizioni. Contrariamente agli accordi presi con il Quartiere generale, non vi era nulla per la nostra missione. La sconfitta sul Mottarone fu un grave colpo per i partigiani. Nel frattempo il Sottotenente Belli, che era prigioniero, portò avanti le trattative con il capitano tedesco Krummer per lo scambio del gruppo intercettori radio catturati sul Mottarone, scambio che si doveva effettuare con tutti i partigiani catturati, inclusi Gigi e Renato. Questo ci parve molto soddisfacente, anche perché l’attrezzatura dei tre non venne restituita. Affidammo i tre Tedeschi a Don Luigi Calderoni, che ci fece da intermediario per lo scambio e che lo portò a termine felicemente.

Intercettatori radio tedeschi, catturati da un giovane partigiano sul Monte Mottarone, mentre intercettavano la trasmittente della missione “Auguata”

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In questa foto si vede l’ingegnoso apparecchio usato per intercettare le trasmittenti delle missioni alleate. Era costruito intorno al corpo e nascosto sotto il soprabito.

QUINDICI Eravamo a Villa Castelnuovo, una casa di quattordici locali, con un grande terrazzo con vista panoramica sul Lago d’Orta. Era recintata da una cancellata e si trovava a circa cinque metri dalla sponda del lago; sulla sinistra vi era l’imbarcadero. Essa aveva un bel giardino, con rocce e piante 30

sempreverdi. Si raggiungeva la strada principale passando dal retro, attraverso un viale ghiaioso e tortuoso di circa ottocento metri. La sera del 5 dicembre 1944, i nostri amici Don Giovanni e Don Carletto vennero a farci visita a Villa Castelnuovo. Avevano remato da casa loro, all’isola di San Giulio, ed arrivarono tutti agitati perché, dopo aver lasciato il seminario, era scesa una fitta nebbia sul lago e dovettero navigare a compasso, che era un tipo di navigazione per barcaioli esperti. L’avventura valse il rischio in quanto dovevano riferire notizie urgenti. Ci dissero che un loro collega si trovava al mercato di Orta proprio quella mattina e aveva sentito la gente parlare della missione americana ed affermare che essa si trovava a Villa Castelnuovo. Don Carletto ci fece notare che a Orta vi era una caserma di fascisti e senz’altro le voci sarebbero loro giunte: senza dubbio avrebbero mandato una pattuglia per controllare la villa. Suggerì di cambiare posto subito. Quella notte il Magg. Holohan, il Sergente Lo Dolce ed io non chiudemmo occhio e meditammo sulla situazione. Sinceramente, fu una di quelle rare volte in cui abbiamo avuto paura ed, in silenzio, ognuno guardava l’altro per consolarsi. Pensavamo che i soli veri amici erano i presenti. La storia del Cinquanta, che aveva tradito tutti i suoi partigiani, era ancora storia recente. SEDICI Il 6 dicembre 1944, per tutta la mattina, aspettammo Giorgio con ansia, ma non arrivò. Eravamo molto nervosi. Giunse finalmente nel tardo pomeriggio. La prima cosa che disse fu: “Buone notizie, amici! Siamo invitati tutti a pranzo da amici nostri sull’isola di San Giulio. Alcune donne si sono riunite per cucinarci il pranzo. E’ fantastico! Traduca questo importante messaggio al Magg. Holohan”. Tradotto, il Magg. Holohan rispose: "Noi non abbiamo tempo per goderci un pranzo! La nostra vita è in pericolo. Prova a far capire a questa gente che noi dobbiamo andarcene da questo posto!”. Fu facile per me tradurre in parola le emozioni, in quanto ero teso come il Magg. Holohan a causa della nostra situazione. Discussi con Giorgio del posto che avevamo visto pochi giorni prima. Lui ci promise che sarebbe andato a vedere se poteva essere già disponibile per noi. Alle sette di sera, Giorgio ci inviò un messaggio secondo il quale un giovane, di nome Bruno Tabozzi, alle ventidue, se fosse stato pronto il nuovo posto, lo avrebbe segnalato luminosamente dall’isola di San Giulio. Purtroppo, verso le dieci di sera, scese una fitta nebbia sul lago e da Villa Castelnuovo era impossibile vedere qualsiasi luce dall’isola. Noi guardammo per tutta la sera ma non si potè avvistare nessuna luce. La nostra tensione saliva alle stelle e il pericolo per noi aumentava minuto per minuto. Verso le dieci e trenta, quando la nebbia impedì completamente la visibilità, il Magg. Holohan decise che avremmo dovuto ugualmente muoverci: “Meglio stare fuori all’aperto che finire in trappola nella villa. Non so dove andremo, ma dobbiamo andarcene!”. Il Magg. Holohan mi disse anche: “Prendi la tua roba e i portatori e mettiamoci in cammino!”. In pochi minuti ci radunammo tutti in cucina, pronti a partire, rimaneva solo da pulire la casa prima di lasciarla. Il gruppo ora era pronto a lasciare la villa. Era composto da cinque uomini, tre americani e due italiani: essi erano il Magg. Holohan, il Sergente Lo Dolce, io e gli italiani Pupo e Manini, i quali ci facevano da portatori, barcaioli, tuttofare, guardie e staffette della missione. Noi cinque lasciammo Villa Castelnuovo uscendo dalla porta posteriore. Erano le ventiudue e quarantacinque, era buio fitto e faceva freddo. Vi era un po' di neve per terra. Sul lago la nebbia era fitta, alta circa un metro sul livello dell’acqua. Manini e Pupo avevano già la barca pronta. L’acqua arrivava a pochi centimetri dal bordo della barca per il pesante carico che portava. Quando fummo pronti per partire, il Magg. Holohan mi disse: “Ike, di’ a Manini di ritornare in villa a controllare se tutto è a posto”. Questa era una nostra procedura. Mandai Manini a controllare se tutto fosse in ordine, se le porte fossero chiuse, se niente fosse stato dimenticato e che nulla potesse indicare che noi eravamo stati lì. Manini si avviò, passò il cancello, percorse il viottolo e sparì. Noi non dovevamo far altro che aspettare con impazienza, ansiosi di partire al più presto. Nessuno di noi aveva paura, comprendevamo però benissimo in che situazione ci trovavamo. Eravamo a trecento chilometri dietro le linee nemiche; se fossimo stati catturati, anche se eravamo in uniforme militare, con la nostra pistola di ordinanza e con documenti regolari di appartenenza alle forze armate americane, ci avrebbero trattati da spie. Noi sapevamo che il nemico era al corrente della nostra 31

presenza. Con il buio, la fitta nebbia, lo sbattere dell’acqua sulla riva del lago, si può immaginare quali pensieri passassero nella nostra testa. I tre Tedeschi catturati, il tradimento di Cinquanta, l’avvertimento fattoci dai due preti la sera prima. All’improvviso, sentimmo dei passi sul ciottolato del sentiero, preparammo le nostre armi pronte per il fuoco, si udirono tre Brrrrr! Brrrr! Brrrr! improvvisi che provenivano dalla villa. Io feci fuoco con la mia 45 in direzione delle raffiche. Con l’eco dei colpi che risuonava sul lago, sembrava una battaglia in miniatura. I dettagli li ho persi. Ricordo solo di essere fuggito di corsa, seguendo il sentiero di destra che costeggiava il lago. Non ricordo di aver visto nessun’altra persona, né prima né durante il fuoco. Corsi per allontanarmi da Villa Castelnuovo. Il fuoco continuò, poi smise all’improvviso come all’improvviso era iniziato. Ero solo, correvo e le mie gambe volevano correre ancora più velocemente. Non pensavo a nulla. Solo buio, ombre, paura. Ricordo di avere corso fino al villaggio di Pella, a tre chilometri a Nord della villa. Incosciente, presi la via che attraversava il villaggio e bussai ad una porta. Era circa mezzanotte. Quando la porta si aprì, trovai un amico. Era Giorgio. DICIASSETTE Tutti nella zona avevano sentito gli spari e, quando Giorgio vide la mia faccia sconvolta e cadaverica, comprese cosa era successo alla missione. Raccontai tutto, poi ci sedemmo in silenzio ad aspettare qualcun altro, scappato verso Pella. Alle tre del mattino, andammo a letto. Ci svegliammo presto con la speranza di avere qualche notizia degli altri membri della missione, ma non trovammo nessuno. Con cautela facemmo delle indagini, e anche delle ricognizioni sul luogo, prudenza permettendo, in quanto i Tedeschi e i fascisti erano soliti controllare i luoghi degli scontri. I partigiani l’avevano imparato a proprie spese: nessuno era così stupido da ritornare sul luogo della sparatoria. Ed io non chiesi a nessuno di esporsi. A tarda mattinata, arrivò un messaggio dal Magg. Mac Donald della missione inglese “Cherokee” , situata nella zona di Vercelli. Mac Donald chiedeva un incontro per il 5 dicembre al Quartiere generale di Moscatelli. Il messaggio arrivò due giorni più tardi. Pensando che questo incontro potesse essere importante, decisi di andarci. Pensai anche che Moscatelli avrebbe potuto avere qualche novità su ciò che era accaduto alla nostra missione. Partii nel pomeriggio, andai ad Alzo a prendere Leto e ci incamminammo, attraverso la Valsesia che si trova a Est, in Piemonte. Moscatelli ci comunicò che il Magg. Mac Donald era stato lì due giorni prima ma che ora era ritornato alla sua base operativa. Scrissi un messaggio, che consegnai a Moscatelli, da recapitare al Magg. Mac Donald. Sul fatto avvenuto a Villa Castelnuovo, non seppe dirmi nulla. Io e Leto ritornammo ad Alzo, nel tardo mattino del giorno dopo. Tutto era calmo nella zona, non vi erano fascisti o Tedeschi. I partigiani, durante la mia assenza, avevano fatto delle ricerche sugli altri membri della missione e avevano provveduto anche a proteggerci. Nel pomeriggio dell’8 dicembre, arrivarono notizie su Lo Dolce e Pupo: i due stavano bene ed erano in salvo. Landi arrivò quel pomeriggio per recuperare i tre Tedeschi prigionieri al fine di poter ottenere lo scambio con Renato e i suoi compagni. Nel frattempo raccontai tutto quello che era avvenuto la sera del 6 dicembre. L’8 dicembre, verso sera, arrivarono ad Alzo, in villa, Carl Lo Dolce e Pupo. Sulla strada incontrarono Landi e riferirono sull’incidente avvenuto due giorni prima. Carl Lo Dolce e Pupo raccontarono la medesima storia. Lo Dolce disse che, quando aveva sentito fare fuoco, aveva risposto immediatamente con il suo mitragliatore Marlin 9 mm., in direzione della villa. Anche lui non aveva visto nessuno. Spiegò che aveva aperto il fuoco un po' per panico e un po' per coprire la fuga. Dopo alcune raffiche, era fuggito verso Sud, seguendo la riva del lago: era la direzione opposta alla mia. Dopo circa quaranta metri aveva girato verso la collina e camminato nella boscaglia. Non aveva trovato né visto nessuno. Aveva dormito in mezzo agli arbusti e, al risveglio era andato verso Villa Maria, dove la missione aveva risieduto fino ad una settimana prima. Lì aveva trovato Pupo, nascosto fuori dalla villa. Era il 7 dicembre. Lo Dolce si era unito così a Pupo. Il Sergente Lo Dolce raccontò che, durante il primo giorno, Pupo aveva lasciato la villa diverse volte 32

per periodi di circa un’ora, dicendo che usciva per far la guardia. Il giorno dopo, Lo Dolce suggerì a Pupo di contattare Giorgio.

Sergente Carl Lo Dolce, radio-operatore, della missione Chrysler Pupo raccontò la sua storia nel modo seguente. Portava un mitragliatore Sten, arrivato con i lanci della Blueberry. Quando erano incominciati gli spari, aveva fatto fuoco anche lui verso la casa con due o tre raffiche. Non aveva visto nessuno; ma la sparatoria aveva provocato in lui una terrificante paura. Egli non sapeva spiegare perché avesse fatto fuoco. Era fuggito nella stessa direzione di Lo Dolce ma non aveva imboccato il sentiero che portava sulla collina; aveva seguito la sponda del lago per circa due chilometri e mezzo fino a raggiungere la sua abitazione. Era andato a letto vestito e non aveva dormito. Aveva paura che qualcuno lo avesse seguito. Il giorno seguente aveva deciso di ritornare a nascondersi a Villa Maria, dove Lo Dolce l’aveva trovato. Il 9 dicembre, il giorno in cui Carl arrivò ad Alzo, noi contammo i soldi rimasti. Avevamo 2.300 $ fra noi due, tutto quello che rimaneva dei 16.000 $ che la missione aveva ricevuto a Brindisi. Pensammo che il Magg. Holohan, al momento dell’incidente avvenuto a Villa Castelnuovo, potesse avere circa 2.000 $. Quella notte, non più tardi del 9 dicembre, Landi volle andare a ispezionare il posto per cercare qualche indizio. Trovò sul terreno adiacente Villa Castelnuovo circa 200 bossoli calibro 9 mm. Questo ritrovamento non fu di grande importanza, in quanto le munizioni da 9 mm. erano in dotazione sia ai Tedeschi che ai partigiani. Noi li fornimmo ai partigiani che, però, usavano anche munizioni sottratte al nemico.

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Villa Castelnovo base segreta della missione Chrysler (San Maurizio d’Opalio Lago d’Orta)

L’industriale Castelnovo indica i fori dei proiettili sulla colonna posta sulla via d’ingresso nel retro della Villa

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Imbarcadero di Villa Castelnovo Nella notte del 6 dicembre, Manini e Pupo erano armati con mitragliatori Sten da 9 mm., quelli che avevamo consegnato pochi giorni prima. Quei mitragliatori erano infatti arrivati con la spedizione Blueberry. Landi disse che sul terreno aveva trovato solo bossoli da 9 mm. e che non si poteva neppure precisare il punto esatto in cui i mitra avevano fatto fuoco. All’esterno della villa trovò solo pochi bossoli calibro 45, bossoli di armi in dotazione solo a Holohan, a Lo Dolce e a me. Tutte le speranze di ricevere notizie sul Magg. Holohan e Manini erano svanite. Pensammo che potevano essere feriti o morti, oppure trovarsi in qualche posto nel bosco, presso i dintorni di Villa Castelnuovo. Non facemmo ricerche accurate, in quanto il nemico poteva essere in agguato aspettando che facessimo qualche mossa. Ne parlammo coi nostri due preti amici. Don Carletto suggerì un piano per fare un’indagine senza dare sospetti: utilizzare, la domenica, i ragazzi dell’oratorio: erano pochi ma potevano servire. Con il pretesto di fare una scampagnata, li portò infatti nell’area di Villa Castelnuovo, dove rimasero per l’intera giornata; gironzolarono a lungo ma nessuno notò qualcosa dì inusuale.

Documento falso del dott. Tulio Lussi (Capitano Landi) il documento è intestato a Righi Mario (Historeto Torino)

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Chiedemmo anche alle formazioni partigiane della zona se eventualmente il 6 dicembre loro uomini involontariamente avessero procurato l’incidente, ma risposero negativamente. I capi partigiani promisero di intensificare le ricerche per rintracciare gli uomini scomparsi, ma senza risultato. Era certo che la nostra precaria condizione non permetteva di investigare in condizioni normali: se fosse stato possibile, forse il risultato avrebbe potuto essere diverso. Nella notte del 9 dicembre, una volta ancora sentimmo da una radio partigiana un messaggio della BBC di Londra: “Blueberry Crak”. Quello era il segnale che ci invitava a stare pronti a ricevere un lancio di rifornimenti. Io, Giorgio e i fratelli Rizzoli ci portammo al Pin-point sul monte, pronti a ricevere il lancio, ma il tempo passò, non arrivò nessuno e il lancio non avvenne. Nel frattempo si seppe che Manini era vivo perché lo si era visto girare nella zona. Intanto i partigiani, che erano in lista per lo scambio dei prigionieri, arrivarono ad Alzo nel pomeriggio del 10 dicembre. Renato era nel gruppo ed io ero ansioso di poter parlare con lui per sapere se i Tedeschi gli avessero fornito qualche segno della possibile sparizione del Magg. Holohan. Così, quando incontrammo Renato, glielo chiesi subito. Mi rispose che i Tedeschi non gli avevano lasciato nulla ad intendere sul Magg. Holohan, sparizione o cattura che fosse. Renato e gli altri partigiani catturati erano stati interrogati e tutti raccontarono che i Tedeschi volevano solo sapere dove fosse la radio trasmittente, come operasse e quanti fossero gli uomini della missione. Cinquanta andò personalmente ad identificare Renato, l’uomo che teneva i diretti contatti con la missione americana, e subì pertanto anche un interrogatorio specifico. Finalmente l’11 dicembre, arrivò anche Manini e raccontò la sua storia. Disse: “Quando sono arrivato alla fine del vialetto e stavo per girare l’angolo della villa, ho sentito qualcosa, come dei passi sulla ghiaia del cortiletto. Ho gridato: “Chi va la?”. Ho avuto, come risposta, raffiche di fuoco. Ho risposto al fuoco e sono ritornato davanti alla villa. Mi sono trovato sulla sponda del lago, mi sono buttato sulla barca e ho remato nella nebbia, perdendo anche l’orientamento. Ho remato fino a quando sono arrivato alla sponda del villaggio di Gozzano. Da lì ho seguito la sponda del lago fino a Pettenasco, dove ho messo tutto il materiale nel cimitero, in una tomba, e sono rimasto nascosto fino a quando è stato possibile evitare i controlli nemici. Infatti a Pettenasco vi è un presidio fascista”. Si era mosso solo quando i fascisti avevano lasciato Pettenasco; aveva ripreso la barca, aveva attraversato il lago ed era venuto a cercarci, portandoci il nostro materiale. Così potemmo entrare in contatto con il nostro Comando: era il 14 dicembre e quel giorno furono avvertiti della sparizione del Magg. Holohan. Nelle settimane successive, si diffusero numerose storie su quella sparatoria. Una di essa era quella per cui un partigiano avesse sparato ad una persona molto alta che correva nel bosco, nei paraggi della villa. Aveva tentato di inseguirlo ma non l’aveva più visto. Un racconto simile fu fatto da un’altra pattuglia partigiana, anch’essa aveva visto un uomo correre nel bosco, ma non era riuscita ad avvicinarsi. Erano voci senza fondamento in quanto i comandi partigiani avevano confermato che non avevano loro uomini nella zona. Un’altra versione venne riportata dalla missione inglese al comando del Magg. Mac Donald: aveva sentito che il Magg. Holohan era stato ucciso per 40.000.000 di lire, equivalenti a 400.000 dollari, denaro che il Maggiore portava sempre con sé in una valigetta nera, che non abbandonava mai. A causa di queste voci, si fecero delle indagini che non portarono a nessun esito, anche perché il Magg. Holohan non ha mai posseduto una valigetta nera. DICIOTTO L’arrivo del primo lancio di rifornimenti Blueberry per Giorgio diede speranza ai partigiani della zona Est del Lago d’Orta. Quasi tutte le sere, sul Mottarone, passavano aerei. Le formazioni partigiane sparse in zona accendevano fuochi per segnalare la loro presenza, augurandosi che lo Zio Sam facesse piovere dal cielo armi e rifornimenti per la propria formazione. Il 15 dicembre, pur non avendo radio Londra annunciato nessun lancio, i partigiani sentirono volare degli aerei sulla zona del Bluberry Pin-Point. Accesero i fuochi e si videro lanciare armi ed equipaggiamenti. Si seppe, una settimana più tardi, che quel rifornimento era previsto per la missione inglese Cherokee e doveva essere effettuato nel Vercellese, a poca distanza dalla nostra zona. Quel giorno, sul posto, si 36

trovavano dei partigiani comunisti che, avendo acceso i fuochi, ricevettero il materiale. Quando arrivò Giorgio con i suoi uomini, i comunisti lo bloccarono e gli impedirono di proseguire. Egli si infuriò ed il suo sangue anticomunista gli ribollì nelle vene. Tornò indietro e mi raccontò tutto l’accaduto. Disse che i comunisti avevano insultato la missione americana! Decisi allora di arginare la discordia, anche perché quel lancio non doveva essere né per i comunisti né per Giorgio né per l’operazione Bluberry Bisognava mantenere la pace, stare uniti per combattere un solo nemico e non combatterci fra di noi. Quindi cercai regolamentare la distribuzione dei rifornimenti. Parlai chiaro, dicendo che tutti avrebbero dovuto rispettare le regole per evitare quello che era successo con le formazioni comuniste. Lasciato Giorgio, andai a visitare Atta, il commissario politico della brigata comunista. Egli mi ricevette e mi ascoltò cordialmente e con rispetto. Spiegai che, se avessero voluto ricevere aiuti dagli Alleati, avrebbero dovuto rispettare prima di tutto le regole e le autorità e mantenere anche una corretta disciplina. Gli dissi dell’incontro che avevo avuto con Moscatelli e gli imposi di restituire tutto il materiale che aveva sottratto al lancio ricevuto la notte precedente. Se questo non fosse avvenuto, sarei andato direttamente da Moscatelli. Atta promise di restituire subito tutto e si scusò dicendo di non sapere che quel lancio di materiale fosse destinato a Giorgio. Suggerì di avvertirlo prima, in modo da sapere a chi potesse essere diretto il rifornimento, per evitare altri disguidi. Il materiale fu subito restituito. Ero soddisfatto del mio lavoro e capii che il prestigio della missione era alto. Il Sergente Lo Dolce ed io, dopo i fatti capitati in quei giorni, avevamo il sistema nervoso a pezzi. I nostri due amici preti, vedendoci così scossi, ci suggerirono di passare qualche giorno loro ospiti sull’isola di San Giulio. Ci assicurarono che la gente del posto era affidabile e senz’altro avremmo ricevuto calore umano, il che ci avrebbe risollevato il morale. Pensai subito che era un’ottima proposta; ne parlai con Carl che accettò e passammo veramente pochi ma felici giorni. Ci dimenticammo della guerra e ci sentivamo lontani dal nemico. Dimenticammo il freddo, la paura e ritornammo al comfort della vita civile. Ascoltavamo dischi di Bing Crosby, giocavamo a carte, leggevamo riviste inglesi: era troppo bello per noi! Dopo pochi giorni, il nostro dovere ci richiamò. Ritornammo alla nostra missione rilassati e con la volontà di continuare. DICIANNOVE Arrivati alla villa di Alzo, ci comunicarono che il Generale Raffaele Cadorna, capo militare delle operazioni del Comitato di Liberazione Nazionale, era nella zona e ci stava cercando. Noi volevamo discutere con lui i doveri e le funzioni del nuovo comando creato dal CLN per coordinare le operazioni di rifornimento alle formazioni partigiane. Inoltre, egli volle prendere contatti diretti con me per stabilire e preparare le condizioni della resa con il nemico. Il Generale Cadorna si fermò due giorni con la speranza di poterci vedere ma, purtroppo, il nostro soggiorno all’isola di San Giulio impedì questo incontro. Natale e Capodanno erano vicini, quindi noi avevamo ancora un po’ di tempo per riposare. Il Tenente Amoor, della missione inglese Cherokee, venne a farci visita. La Cherokee era una missione che operava nell’area del Vercellese e il Tenente Amoor fu uno dei primi a raccontare la storia che il Magg. Holohan portasse con sé 40.000.000 di lire. Il nostro Quartiere generale aveva chiesto agli Inglesi di verificare l’autenticità di questa voce, cioè che il Magg. Holohan disponesse effettivamente di quella somma: questo fu il motivo per cui Amoor ci fece visita. Ammise che le voci erano infondate. Anch’io riferii di essere certissimo che il Maggiore non aveva mai portato alcuna valigia, né vuota, né piena di soldi. Discutemmo inoltre la possibilità di una collaborazione tra le nostre due missioni ed Amoor propose di utilizzare il suo corriere, che andava oltre confine, in Svizzera, per mandare messaggi politici non urgenti e che non richiedessero la trasmissione via radio. Io accettai volentieri. Si affrontò anche la “questione Giorgio”. “Icardi, - mi disse - capisco che questo Giorgio Migliari non è un uomo di poco valore e ti credo fermamente. Ma nostri informatori, che sono altrettanto credibili, dicono che ha preso parte alla lotta partigiana solo per 37

fare il suo interesse”. Gli chiesi: “Come fai tu a conoscerlo?”. “Io non lo conosco, ma i partigiani, che lavorano con noi, sì e bene.” Io credo che questa accusa fosse solo un’illazione di Amoor, perché egli personalmente non sapeva nulla di Giorgio, se non per sentito dire. Restava inoltre il fatto che Giorgio, per noi, aveva sempre svolto un buon lavoro. Era vero, c’erano stati problemi sulla questione finanziaria, ma poi era stato concordato l’appannaggio. Per quanto riguardava lo spionaggio, ci aveva sempre aiutato, senza arrecarci fastidi. “Può darsi - gli dissi - che tu abbia parlato con qualcuno che nutre rancori nei confronti di Giorgio. Per noi ha lavorato sempre correttamente, comunque lo terrò sotto controllo per vedere se scopro qualcosa. Ti ringrazio per avermelo detto”. Amoor mi fece notare che vi era ancora qualcosa che disturbava la missione Cherokee, in quanto egli pensava che io non distribuissi tutte le armi che ricevevo. Infatti, era convinto che io ne nascondessi i due terzi e distribuissi solo il rimanente. “Non so - gli dissi - chi ti abbia detto questo. Non è vero! Abbiamo ricevuto una sola volta armi destinate a voi. Quello fu un errore e per di più non riguardava neppure una grande quantità”. Comunque, gli garantii che i comunisti avrebbero ricevuto la loro parte di armi, non appena avessero chiarito la loro posizione. Chiaramente, nella distribuzione, ciascuno doveva rispettare il proprio turno. La missione Cherokee operava nella zona dove vi erano i comunisti e li appoggiava perché riteneva questo gruppo il più attivo nella guerriglia partigiana. Tra i comunisti e i democristiani vi era una lotta per la supremazia, ed era forse questo uno dei motivi che alimentavano le accuse verso Giorgio. Questo era anche una delle ragioni per cui i comunisti mi accusavano di vendere e di barattare armi per favorire i democristiani. A loro volta, i democristiani mi accusavano di favorire i comunisti. La nostra missione si trovava nel mezzo di queste due forze politiche ed il nostro compito era di mantenerle unite per combattere il comune nemico. Il Tenente Amoor mi lasciò verso sera con l’invito a recarmi a visitare la loro zona per farmi incontrare il Magg. Mac Donald, leader della missione Cherokee. Sfortunatamente, non lo potei incontrare perché due settimane più tardi venne catturato dal nemico, in un’azione di sorpresa presso Biella, e rimase in carcere a Torino fino alla fine della guerra. Dissi anche ad Amoor che, quando ci saremmo rivisti, gli avrei consegnato le foto del gruppo intercettori tedeschi, catturato sul Mottarone, e da queste avrebbe potuto rendersi conto del loro equipaggiamento. Il mattino presto, all’improvviso, sentimmo bussare alla porta del nostro rifugio. Prendemmo subito i fucili, pronti a fare fuoco in quanto non aspettavamo nessuno per quell’ora. Con cautela, guardai dalla finestra e, con sorpresa, mi trovai Amoor solo davanti alla porta, in perfetta uniforme del Regio Esercito di sua Maestà Britannica. Portava tutte le decorazioni in bella mostra e, in testa, indossava il rosso cappello dei paracadutisti. Lo guardai sorpreso e subito mi affrettai a farlo accomodare in casa. Mi disse che l’aveva accompagnato un volontario che si era fermato sulla strada, a poca distanza. Affrontò con me ancora il discorso dei rifornimenti e disse: “Vero Icardi, non è una buona politica fornire di armi solo i non comunisti! I comunisti stanno dando un valido apporto contro i Tedeschi”. “Tenente, - gli risposi, trattenendo me stesso – te l’ho già detto, è stata una coincidenza che i comunisti non abbiano ricevuto ancora rifornimenti. Quando il Magg. Holohan era ancora con noi, parlammo con Moscatelli e ci accordammo di fornire i suoi uomini il più presto possibile. Questo è e rimane il nostro intento”. Eravamo nel 1944 e un ufficiale alleato mi accusava di trattenere armi per non consegnarle ai comunisti. Era strano e stupido, come sarà strano e stupido sette anni più tardi, nel 1951, quando mi accuseranno di aver dato le armi solo ai comunisti e di aver sabotato gli anticomunisti.

VENTI A pochi giorni dalla fine del 1944, incontrai i rappresentanti del nuovo gruppo dei partigiani dell’Alto Milanese, che si trovavano a Nord della città di Milano, in Lombardia. Gli uomini erano della città di Busto Arsizio, centro industriale tessile di 60.000 abitanti, situato a trentadue chilometri da Milano ed erano membri del partito della Democrazia Cristiana che intendevano 38

riorganizzare le forze che si erano disperse dopo quanto accaduto ad Alfredo Di Dio in Val d’Ossola, nel mese di ottobre. Questo gruppo voleva creare una nuova organizzazione, sotto il comando militare della Democrazia Cristiana, per contrastare lo sviluppo che le formazioni partigiane comuniste stavano assumendo. Il piano era in linea con la proposta fatta da Giorgio per giustificare il lancio Blueberry, ed io ero veramente felice di vedere arrivare gente che voleva svolgere l’attività partigiana a tempo pieno. Il rappresentante dei democristiani era Rino Pachetti, designato al comando della nuova divisione Valtoce. Con lui vi era un altro partigiano, chiamato Albertino (Giovanni Marcora), che teneva i collegamenti per la Democrazia Cristiana nella zona dell’Alto Milanese con i partigiani stabilitisi sul Mottarone, compresa l’area del Lago d’Orta. Rino Pachetti e Albertino erano due giovani intelligenti e attivi, erano i primi due uomini di questo tipo e di questo spessore che incontravo dietro le linee. Era nuovo sangue e nuovo spirito che entrava anche nella mia fantasia. Vedevo l’opportunità con questi uomini di costruire un’attività con i democristiani e, contemporaneamente, di dare loro tutto l’appoggio della mia missione per aiutarli a distruggere il nemico nelle vicinanze di Milano e anche nella Valle del Po. Rino Pachetti era un grande partigiano coraggioso, un leader di successo, un uomo di una bravura incredibile, che sapeva trasmettere grande slancio ai suoi uomini. Grande atleta, partecipò con la squadra italiana alle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Andò poi in Allbania come ingegnere per le ferrovie dello Stato. Quando scoppiò la guerra, non entrò nelle forze militari in quanto i dipendenti delle ferrovie erano considerati paramilitari e quindi esonerati. Dopo la perdita dell’Albania, rientrò a Milano dove si trovava quando Re Vittorio Emanuele e Badoglio si arresero agli Alleati. Rino era un giovane cattolico e fu tra i primi a prendere le distanze dal regime fascista e ad entrare nella Resistenza. Si unì subito a un piccolo gruppo in Milano e cominciò a combattere energicamente gli oppressori fascisti e tedeschi. Lui e gli alti membri del gruppo operavano di notte, assalivano soldati e pattuglie, sabotavano impianti elettrici, demolivano ponti. Fu durante una di queste azioni a Milano, nei primi mesi del 1944, che Rino Pachetti fu catturato dopo un breve combattimento. Ferito all’addome, fu portato in un ospedale militare fascista a Como, dove fu operato per rimuovere la pallottola che aveva in corpo. Fu messo in una camera dell’ospedale e piantonato con un altro paziente, un leader socialista, anche lui carcerato. Rino escogitò un piano per evadere, portando con sé anche questo vecchio patriota. Questo piano riuscì con l’appoggio di un’infermiera. Si calarono dalla finestra e Rino portò questo patriota sulle spalle perché aveva una gamba rotta. Per lo sforzo, a Rino si riaprì la ferita e ne uscì parte dell’intestino che trattenne con una mano. Caricò il compagno sulle spalle e lo portò verso la libertà. Questa fu l’attività di Rino Pachetti prima che entrasse nelle nuove formazioni della Democrazia Cristiana. Entrato nella D.C., Rino Pachetti venne ad incontrarmi e portò con lui anche. Feci così la loro conoscenza. Io presentai loro Leto, che in quel momento si trovava con me. Ci lasciò poche ore dopo e da quel momento non l’ho più rivisto. Comunque seppi che arrivò vivo a guerra finita. In quel momento, le sorti della guerra non erano favorevoli agli Alleati, né in Belgio, né in Lussemburgo, né in Francia. Pensai che la fine si allontanava sempre più e devo confessare che passarono nella mia mente seri dubbi circa la nostra vittoria. Pensai anche cosa ci sarebbe potuto succedere se i nazisti avessero vinto. In quale situazione avrebbe potuto trovarsi la missione, senza rifornimenti, senza finanziamenti e nelle mani del nemico? Fortunatamente questo non si è avverato. Il 3 gennaio, incontrai per la prima volta il partigiano Colonnello Delle Torri (Curreno di Santa Maddalena). Era l’uomo a cui il CLNAI aveva dato l’incarico di coordinare i comandi partigiani e di supervisionare la distribuzione dei rifornimenti nella Valle dell’Ossola. Questo fu il risultato della richiesta che il Magg. Holohan, a suo tempo, aveva fatto a Ferruccio Parri e al CLNAI, il cui scopo era quello di evitare critiche alla missione americana circa la distribuzione dei rifornimenti e di risolvere anche il problema di Giorgio, assolvendolo dalle accuse lanciate dal Tenente Amoor. Il Col. Delle Torri si trovava nella zona già dal 9 dicembre, ma per i nostri continui spostamenti, l’incontro venne ritardato fino al 3 gennaio. Fu un incontro positivo: discutemmo a lungo dei vari problemi che si erano creati e gli assicurai che, da parte mia, avrei fatto tutto il possibile per aiutarlo. Egli, in compenso, avrebbe dovuto agire per evitare le incompatibilità e le rivalità politiche tra le varie formazioni partigiane e per creare il comando unificato di tutti i partigiani al fine di 39

combattere con un unico obbiettivo. Delle Torri ed il CLNAI contavano molto sull’appoggio della missione americana, anche per convincere tutte le forze che gli Alleati favorivano il comando centralizzato, che poi si realizzò. Stabilimmo, come primo accordo, di attuare un grosso rifornimento di armi al comando centrale stesso, che poi l’avrebbe distribuito fra le varie formazioni partigiane. Delle Torri ci chiese venti tonnellate di equipaggiamenti, in lanci diurni, come già previsto per il Mottarone, tempo prima. Il Colonnello contava sulla riuscita di questo piano ed io accettai, mettendomi subito al lavoro per informare il Quartiere generale. Pochi giorni più tardi, il Quartiere generale mi confermò che avrebbe attuato questi rifornimenti con lanci in pieno giorno. Rimasi sorpreso per aver ricevuto questa conferma, in quanto il Quartiere generale era sempre stato contrario, per ragioni di sicurezza, ai lanci diurni. Mi precipitai subito ad avvertire il colonnello Delle Torri. Egli aveva precise abitudini, non voleva far sapere a nessuno dove vivesse ed accettava gli incontri solo di notte, in posti da lui fissati. Così aspettai fino a notte, quando egli uscì dal suo nascondiglio, e gli diedi la bella notizia. Chiesi di preparare un campo adatto per permettere agli aerei di effettuare il lancio da mille piedi senza rischio. Avevamo bisogno di un terreno e di un piccolo numero di uomini muniti di mitragliatori, in grado di tenere testa ad un eventuale attacco nemico per almeno dodici ore. Occorreva anche prevedere la possibilità di portare via il materiale anche in pieno attacco nemico. Inoltre si doveva determinare il segnale tra i partigiani a terra e gli aerei; non si potevano infatti usare i fuochi perché si operava in pieno giorno. Decidemmo di utilizzare dei tessuti colorati in rosso e nero che facevano da contrasto sulla neve del monte. Il Colonnello mi assicurò che ogni dettaglio sarebbe stato rispettato e, prima di lasciarmi, mi consegnò un rapporto su tutto quello di cui avevano bisogno le formazioni partigiane. Decise anche i criteri per la distribuzione delle armi. Così io e Lo Dolce passammo i giorni seguenti a preparare rapporti e messaggi radio concernenti il lancio. Il giorno 10 gennaio, Delle Torri ci comunicò che aveva trovato il posto per il lancio, alla periferia di Quarna. Quarna era una località strategicamente perfetta, in quanto vi era una sola strada che comunicava con Omegna, che era distante tre chilometri. Vi erano caserme fasciste e tedesche, ma la strada per Quarna era molto stretta e tortuosa, saliva per circa ottocento metri sopra Omegna, e si poteva difendere benissimo dai veicoli motorizzati, utilizzando piccole cariche di dinamite. Dalla parte opposta di Quarna vi erano due vie, una andava verso la Valsesia, l’altra verso la Valle dell’Ossola, ed, attraverso esse, si potevano portare via i rifornimenti. Io e Lo Dolce lasciammo Alzo per Quarna la sera del 10 gennaio, arrivammo a Nonio e da lì, a piedi, salimmo su un sentiero con tutto il nostro equipaggiamento, radio compresa, verso Quarna, dove il Colonnello Delle Torri ci attendeva. Arrivati in paese, ci dirigemmo verso una casa, fuori di essa c’erano dei partigiani. Uno di loro, con fare molto brusco, ci invitò ad entrare. Lì trovammo Mariani, il comandante di Quarna. Sembrò sorpreso di vederci. Ci invitò a mangiare qualcosa: aveva solo del fegato, senza sale e senza pane. Mariani ci disse che non era stato informato del nostro arrivo, comunque avrebbe trovato qualcosa per noi, in attesa dei lanci. Fu anche questa un’occasione per conoscere, per la prima volta, questo gruppo operante in Quarna, perché i nostri impegni ci costringevano altrove e sapevamo poco di loro. Mariani comandava la formazione, politicamente legata ai Socialisti. Il Partito Socialista, storicamente, era un’organizzazione pacifica, vi erano pochi partigiani di questa tendenza che operavano militarmente e la maggioranza dei suoi militanti si dava ad altre attività. Le forze di Mariani erano lasciate sole dai leader politici ed ammontavano a circa centoventi uomini, che erano aiutati e protetti solo dagli abitanti di Quarna. Questa formazione era molto rispettata, grazie al coraggio e all’intelligenza del suo comandante. Mariani era un tenente paracadutista, reduce dai combattimenti di Al Alamein ed era alla testa dei suoi uomini in ogni occasione. Nella vita privata, era avvocato e si batté sempre per un’Italia migliore. Il giorno seguente, Mariani, con un uomo del paese di nome Pozzi, ci portò a visitare l’area del Pinpoint, che era ottima per il lancio. Dovevamo pensare ad organizzare la difesa della zona. La sera, ne parlammo con il capitano Berto, che rappresentava personalmente il Colonnello Delle Torri, impegnato altrove, il quale approvò e diede subito ordini per mandare uomini a bloccare l’entrata del passo. Fatto questo, la zona era ben protetta e pronta per il lancio. Era il 12 gennaio, il cielo 40

sopra Quarna era limpido, il tempo era favorevole. La nostra speranza era tanta, ma arrivò sera e non accadde nulla. Alla fine del secondo giorno i partigiani cominciarono a preoccuparsi, pensavano che il nemico poteva aver notato qualche movimento anomalo in Quarna e che avrebbe attuato qualche intervento a sorpresa. Il capo dei comunisti, Andrea, fu il primo a decidere di riportare i suoi uomini alla loro base, che si trovava a due chilometri da Quarna. Gli altri rimasero, ma cresceva la loro preoccupazione. Il 14 gennaio le condizioni meteorologiche peggiorarono, vi era una forte nebbia. Passarono altri giorni e il nervosismo cresceva. Fortuna volle che il giorno 16 arrivasse Luigi Vestri che riuscì a calmare la febbre di questi uomini. Vestri era un italiano, agente OSS, paracadutato nella Valle del Pellice, a Est di Torino, nel luglio 1944. Il suo gruppo era denominato “Pineapple Mission” ed operava a Oleggio. Passarono cinque terribili giorni e nulla successe. Durante la notte, Giorgio mi fece recapitare un messaggio, avvertendomi che il nemico stava concentrandosi presso Omegna. Moscatelli ci fece pervenire una lettera con la quale ci avvisava che il nemico, forse, sapeva della nostra attività a Quarna. All’una di notte un altro messaggio pervenne da parte del Colonnello Delle Torri che ci invitava ad abbandonare l’area in quanto non era più sicura per i partigiani. Anche il Capitano Berto mi consigliò di inviare subito al Quartiere generale OSS l’ordine di sospendere il lancio del materiale. Io cercai di oppormi a questa richiesta, chiesi a Berto di poter parlare personalmente con il Colonnello Delle Torri, al quale avrei domandato ancora un po' di tempo, dato che questo rifornimento era di vitale importanza per i partigiani dell’Ossola; Berto però insistette: “Io ho ordini diretti dal Colonnello Delle Torri. Questi ordini non si discutono e il lancio va fermato!” e aggiunse: “Anche se gli aerei fossero in volo, tu devi sospendere il lancio. I miei uomini non riceveranno nessun rifornimento a nessuna condizione. Devi sospendere tutto!”. Di malavoglia, andai da Lo Dolce per inviare il radiomessaggio. Appena Carl Lo Dolce ed io terminammo di metterlo in codice, sentimmo chiaramente sopra di noi il ronzio degli aerei che si avvicinavano. Corremmo alla finestra e vedemmo con sorpresa che erano i nostri aerei con i rifornimenti: uno, due, tre e ancora ne venivano. La gente del paese scendeva tutta nelle vie. Io abbandonai la casa e scesi in strada. Sembrava di essere a Capodanno in Time Square. Per sicurezza non avevamo informato la popolazione sul lancio, però ero certo che qualcosa sapeva e che anch'essa lo aspettava con ansia, come i partigiani. Fortuna volle che la popolazione di Quarna ci desse una mano, altrimenti non sarebbe stato possibile sistemare tutta la quantità di materiale ricevuto in quel giorno. Mentre il Sergente Lo Dolce ed io andavamo verso il campo, incontrammo il Capitano Berto il quale, rivolgendosi a noi, disse: “La gente del paese è impazzita!. Comunque il mio ordine non lo cambio. Non voglio deluderti, ma il rifornimento non lo ritiro. Il Colonnello Delle Torri non lo permetterebbe”. La sua ostinazione era incredibile. Gli dissi: “Capitano, è inutile che insista, ormai il lancio è fatto!”. Centinaia di persone passarono davanti a noi correndo per arrivare primi sul posto destinato al lancio. Passò il primo aereo, girò sopra di noi, aprì la sua pancia e sputò fuori un cilindro: era un contenitore pieno di fucili e munizioni. Subito dopo, si aprì il paracadute ed il cilindro scese a terra. L’operazione era in corso! Arrivò il secondo, il terzo aereo. La gente era impegnata a cercare di recuperare i contenitori. Noi avevamo affidato a cinquanta partigiani il lavoro di recupero del materiale ma, quando intervenne spontaneamente la gente di Quarna a darci una mano, destinai tutti i partigiani alla difesa della zona. Vi erano circa cinquecento persone di Quarna che aiutavano: giovani, vecchi, donne, ragazze. Non uno volle rimanere estraneo a questa avventura. I contenitori erano sparsi su tutto il monte e la gente, a gruppi di quattro o cinque, ricercava e recuperava il materiale, trascinandolo sulla neve fino al punto assegnato per la raccolta. A lancio terminato, Carl Lo Dolce ed io controllammo il materiale, provammo i fucili e li passammo subito ai partigiani, che, circa un’ora dopo, li avevano già adoperati per combattere il nemico. Verso le dodici e trenta, arrivarono i Tedeschi della caserma di Omegna, che ci attaccarono sulla strada per Quarna, ma i nostri partigiani li respinsero, procurando loro gravi perdite. I Tedeschi tentarono ben quattro attacchi separati contro la brigata Quarna di Mariani e la Valtoce di Pachetti, ma il lungo tiro dei fucili Bren fu importante per la difesa delle nostre posizioni e l’esplosivo arrivato fu subito adoperato per difenderci dai carri armati nemici: due di essi vennero distrutti e 41

altri due danneggiati. Il nemico lasciò sul terreno trenta morti, invece i partigiani solo uno. Mentre si combatteva, sentii Mariani gridare: “Con questi fucili lotteremo fino alla fine. Saremo invincibili!” e fummo davvero invincibili quel giorno. Anche il Capitano Berto capì l’errore della sua protesta, rimase con noi, ed era indaffarato a raccogliere e a trasportare il materiale. Arrivarono ventiquattro tonnellate di munizioni, esplosivo, fucili, vestiario, viveri, che erano destinati al comando dell’Ossola. Mentre la brigata Quarna combatteva per tenere il nemico in valle, noi trasportavamo al sicuro il materiale sotto il controllo del comando dell’Ossola, che poi lo avrebbe distribuito. Sul terreno rimasero solo un centinaio di contenitori con i loro paracaduti, che vennero seppelliti in una buca da dieci fascisti fatti prigionieri. L’attacco nemico finì a notte tarda, ma il nostro lavoro continuò e, al mattino, l’unica traccia dei rifornimenti, rimasta visibile, furono le impronte sulla neve. L’arrivo del materiale rafforzò il morale dei partigiani, ma non evitò dissensi fra le varie formazioni politiche. Il comando dell’Ossola era composto da otto brigate che avevano una forza di circa cento uomini; vi erano quattro brigate comuniste e quattro non comuniste: la brigata Quarna, la brigata Mottarone, la divisione Beltrami e la divisione Valtoce di Rino Pachetti. Il lancio diurno su Quarna fu un’operazione spettacolare. Fu osservato da Novara e al Nord della Svizzera, che si preoccupò di inviare truppe al confine per prevenire un’eventuale violazione della frontiera, perché si sparse la voce che truppe partigiane con alianti sarebbero scese sul Lago d’Orta. Dell’avvenimento, i giornali fascisti non diedero alcuna notizia. Io e Lo Dolce ritornammo ad Alzo ed inoltrammo il rapporto dei fatti al nostro Comando generale. Era il 20 gennaio e la nostra missione cambiò obbiettivo. Poiché la guerra in Italia non era finita, come ci si aspettava, dovemmo creare ed iniziare una nuova attività che era lo spionaggio. Luigi Vestri con la missione Pineapple passò al mio comando ed integrai il personale, reclutando altra gente. Questo fu il primo cambiamento della missione Chrysler.

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Il mag. Corvo comunica al comando OSS in Svizzera e al CLNAI che il lancio è pronto

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Quarna - lancio e recupero del materiale

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LA LIBERAZIONE

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VENTUNO Sul finire del 1944, ci stabilimmo a Busto Arsizio, prendendo contatti con e Rino Pachetti. Eravamo ospiti dì Don Cassandro, presso la sua abitazione. Ai primi di aprile 1945, notammo che il nemico cominciava a perdere terreno sul fronte italiano e sentimmo che i Tedeschi stavano costituendo una ridotta alpina in Alto Adige per resistere ancora qualche anno. Comunicammo subito questa notizia al Quartiere generale OSS, che mi rispose di inviare più dettagliate informazioni e di tenermi pronto per partire per Verona. Muoversi in quest’ultima zona era pericoloso, non era molto sicura come quella di Busto Arsizio. Infatti vi era un forte concentramento di truppe tedesche e un folto gruppo di agenti del controspionaggio; in pratica Verona era il centro delle truppe tedesche in Italia. Seppi che il Sergente LoDolce era stato riservato a questa operazione e ricevetti l'ordine di trovare il mio radiooperatore sul posto. A Busto Arsizio, parlai con Don Carlo che mi procurò un contatto con l'agente Banfi, identificato come Alfa 9.4.5. Banfi era nativo del Veneto e aveva contatti a Verona con ministri della Repubblica Sociale Italiana. Quando gli spiegai tutto, Banfi mi promise di mettere tutte le sue risorse a mia disposizione. La prima proposta che arrivò da lui fu la possibilità di consegnarmi vivo il Maresciallo Rodolfo Graziani, comandante delle truppe fasciste del Nord Italia. Il prezzo era un milione di dollari in oro! Mi sembrò un prezzo troppo alto, comunque avvertii subito il mio Quartiere generale, che mi rispose di tenere aperte le trattative. Per certa gente il prezzo non era da considerarsi troppo alto! Eventi successivi portarono alla cattura del Maresciallo Graziani senza spendere un dollaro. Fu veramente un errore non aver incontrato Banfi prima, perché era realmente un uomo pieno di iniziative e risorse. Un altro importante messaggio ricevuto da lui, verso il 20 aprile, riguardò il numero dei passaporti, la data, l'ora in cui avrebbe lasciato l'Italia, per la neutrale Spagna, la famiglia Petacci, questa infame gang di sanguinari che aveva spogliato l'Italia attraverso il fascino che Claretta Petacci usò per ipnotizzare Benito Mussolini. Il rapporto riferiva che Mussolini, personalmente, aveva ordinato che tutti i componenti la famiglia, compresa Claretta, lasciassero l'Italia. Più tardi si saprà che Claretta rimase fino alla fine vicino a Mussolini. VENTIDUE La nostra radio a Busto Arsizio cominciava ad avere difficoltà. L'antenna, che noi avevamo messo lungo il muro della camera di Don Cassandro, lavorava bene, però il prete ci disse che era troppo visibile perché molte persone entravano a casa sua e salivano al piano superiore, e trattenerli al piano terra con scuse poteva provocare sospetti. Ci suggerì di mettere l'antenna all'interno della chiesa e nascondere il filo sopra il cornicione. Così facemmo, ma non funzionò. Don Cassandro, pur sapendo il rischio che correva tenendo un alleato e una radio in casa, non ci abbandonò. Al di là del cortile delle scuole, vi era un convento di suore, lì era proibito l'accesso a persone estranee: era proprio un posto perfetto per istallarvi una radio. Però, ce l’avrebbero permesso? Don Cassandro andò a chiederlo, ritornò con il sorriso sulle labbra e ci disse: ”Abbiamo il permesso!”. Carl trasferì subito la trasmittente, provò per un paio di giorni, ma purtroppo il segnale non riceveva. Dopo qualche giorno, Don Cassandro ritornò sempre con il sorriso sulle labbra e ci annunciò che aveva trovato una famiglia che era pronta a correre il rischio di ospitarci. Era un appartamento al secondo piano, abitato da due famiglie, si accedeva da un balcone a ringhiera usato da entrambe. Il balcone era lungo circa tre metri e vi erano tirati fili per la biancheria. Di notte, per non farci notare dal vicino, sostituimmo i fili con l'antenna, con la speranza che quest’ultimo non si accorgesse che, alle due estremità, vi erano degli isolanti. Carl provò a trasmettere e il radiosegnale con la base funzionava benissimo. Purtroppo funzionò solo per due giorni; il terzo giorno Carl, al mattino, mentre apriva la finestra, notò sul tetto della casa di fronte due tedeschi con un radiogoniometro. Egli attese che i Tedeschi se ne fossero andati, poi mi mandò a chiamare, mi portò alla finestra e mi indicò dove i Tedeschi avevano istallato l'antenna. Io gli dissi: “Carl, prendi tutto e andiamo via 46

subito!”. Procurai una macchina e, prima di mezzogiorno, eravamo già in partenza verso una casa di campagna molto isolata, a una quindicina di chilometri da Busto. Lì dormimmo per due notti in un fienile, fino a quando trovammo un posto più confortevole nel paese di Abbiate Guazzone. VENTITRE Stavo preparando la mia partenza per Verona, quando sorse un grosso problema: i miei documenti, che coprivano la mia attività come tecnico riparatore di linee telefoniche, erano validi solo per l'area lombarda e piemontese. Pierino Solbiati mi aiutò. Conosceva Pino Bruni, un segretario che lavorava nel governo fantoccio fascista di Mussolini. Pierino avvicinò Bruni e gli fece capire che se ci avesse aiutato, noi avremmo aiutato lui dopo il crollo del regime. Bruni accettò e mise a disposizione tutto il suo potere. Quando gli spiegammo di quali documenti avremmo avuto bisogno, ci promise che avrebbe fatto un duplicato per l'area di Verona per un lavoro o un’attività da svolgersi con libero movimento. Questo fu il primo lavoro che assegnai a Bruni, che in seguito continuò ad aiutarci. Mi mandò anche un messaggio con il quale mi comunicava che un suo compagno fascista di Biella era ansioso di entrare in contatto con gli Alleati e che avrebbe potuto fornirci i nomi degli agenti Gestapo del controspionaggio. Bruni mi invitò ad andare con lui per sistemare questa faccenda. Era molto importante, ma andai solo dopo aver consultato Pierino Solbiati, che mi assicurò che Bruni non era una persona che poteva fare il doppio gioco. Ci recammo con l'automobile di Bruni, che era un'auto che andava a carbone e che portava una specie di stufa sul retro. Quando arrivammo a Biella, Bruni entrò solo nella casa del suo amico. Io rimasi fuori, fingevo di essere l’autista e attesi in macchina. Dopo un po’, Bruni uscì e mi disse che il suo amico era stato chiamato d'urgenza in caserma e che ci avrebbe fissato un altro appuntamento. Non l’ho più incontrato. Ai primi di aprile, ricevetti l'ordine dal Quartiere generale di prepararci per la prossima offensiva. Il nostro compito era di catturare e di proteggere tutti i più importanti gerarchi fascisti, in special modo Mussolini e Graziani, e tutti i membri del governo fantoccio, per consegnarli vivi agli Alleati. Avvertimmo di questo anche il CLNAI. Altro compito ordinatoci era di prevenire i sabotaggi all'assetto economico del Nord Italia, in special modo alle centrali elettriche. L'Italia non aveva carbone, tutto il suo patrimonio di risorse energetiche erano gli impianti idrici della valle dell'Ossola, che ne contava parecchi. Inoltre in questa valle vi era anche la galleria del Sempione che collegava l’Italia alla Svizzera. Il comando dei servizi segreti partigiani dell'Ossola, sotto la direzione del Colonnello Delle Torri, ci informò che per ogni impianto vi era una gendarmeria tedesca. Si pensava che i Tedeschi fossero pronti a far saltare tutto in caso di ritirata, la galleria del Sempione, per esempio, che era già pesantemente minata. Quando ricevetti le istruzioni, mandai subito ordini scritti al Col. Delle Torri, che si trovava già in una posizione strategica favorevole. Non potevo però garantirgli aiuti concreti, in quanto non ero sicuro che i lanci sarebbero arrivati in tempo. Speravo nella buona volontà dei partigiani dell'Ossola che avrebbero fatto il possibile per salvare l'economia italiana. A questo punto, ho solo sperato che questi partigiani potessero salvare Milano e l'Italia. Per questo, devo un grande segno di riconoscenza ai comandanti partigiani dell'Ossola, al Col. Delle Torri, a Rino Pachetti, al comandante Livio, al Capitano Rutto e a tutti coloro che salvarono larga parte dell’Italia dalle distruzioni tedesche.

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Comandanti militari e Commissari di Guerra, della zona Ossola, il 6 maggio in Piazza Castello a Milano prima della smobilitazione generale. Da sinistra: Iso (Aldo Aniasi) Comandante II Divisione Garibaldi Redi, Livio (Paolo Scarpone) Commissario Comando Zona, Colonnello delle Torri (Giuseppe Curreno di Santa Maddalena) Comandante Militare Zona Ossola, Capitano Mario (Mario Muneghina) Comandante Divisione Fleim, Pippo (Pippo Coppo) Commissario II^ Divisione Garibaldi Redi, Capitano Bruno (Bruno Rutto) Comandante Divisione Alpina Filippo Beltrami, Lino (Lino Ferrari) Commissario Divisione Beltrami, Rino Pachetti Comandante Divisione Valtoce.

VENTIQUATTRO I partigiani salvarono il tunnel del Sempione durante l'insurrezione del Nord Italia, tra il 24 aprile e il 2 maggio 1945. Questo fatto può giustificare da solo le migliaia di dollari e le centinaia di ore di lavoro spese dal nostro personale nell'assistere i partigiani con lanci ed equipaggiamenti. Carl Lo Dolce, dopo aver visto che a Busto i Tedeschi stavano intercettando la sua trasmittente, cominciò a bere e i suoi messaggi radiotelegrafici salivano o scendevano a secondo dei bicchieri di rum che più o meno aveva assorbito. Il mio problema fu risolto quando dal Quartiere generale arrivò la conferma del trasferimento di Lo Dolce in Svizzera. Roberto, il nuovo operatore, arrivò il 18 aprile. Lo accompagnai da Lo Dolce e non ci fu bisogno di presentazione in quanto i due si conoscevano, perché erano già stati assieme un mese a Isella. Nel frattempo, comunicai a Lo Dolce che la partenza per la Svizzera era fissata per la mattina del 21 aprile. Preparai una lettera di presentazione per il nostro referente a Lugano, il Cap. Daddario. Lo accompagnò personalmente Luciano Vignati. Ero dispiaciuto che Lo Dolce ci lasciava. Era un ottimo soldato e avrei preferito che lui avesse finito la guerra con me, dietro le linee nemiche. Il mese di aprile per me fu un mese molto frenetico: dovevo organizzare la resistenza in Val d'Ossola, dovevo sviluppare il mio servizio di spionaggio con il nuovo contatto di Milano, avevo problemi con la missione Mangosteen, altri problemi con il Raggruppamento Di Dio. Il Fiume Ticino era controllato dai miei uomini ventiquattro ore su ventiquattro; progettavo una simile operazione di controllo anche sul Fiume Oglio. Contemporaneamente presi contatti con il Cap. Daddario a Lugano e ci fu un voluminoso scambio di informazioni economiche e politiche segrete che non potevano essere trasmesse via radio. Il tutto passava tramite Marco, un mio fidatissimo corriere di Busto Arsizio, il quale, durante questi difficili ultimi giorni di guerra, mi diede una valida 48

assistenza. Inviammo Giorgio a Roma per portare importanti documenti. Giorgio avrebbe dovuto poi, per il ritorno, essere paracadutato, ma purtroppo arrivò a guerra finita. Il 17 aprile il mio agente di Milano, Banfi, mi comunicò che due ufficiali austriaci erano pronti a lavorare contro Hitler. Volevano costituire squadre di spionaggio e di sabotaggio in Tirolo, dove Hitler voleva organizzare la famosa ridotta alpina. Erano di quella zona, dove avevano famiglia e parenti, chiedevano che gli Americani fornissero loro una radio ricetrasmittente. Chiesi a Banfi di fissare un appuntamento per sabato 21 aprile, nel pomeriggio, presso l'entrata dell'Istituto Don Bosco di Milano. Andai in bicicletta, arrivai a Milano nella tarda mattinata, passai davanti all‘Hotel Regina, sede del Quartiere generale della Gestapo. Vidi tutti quei reticolati, i sacchetti di sabbia da cui spuntavano mitragliatori. Rabbrividii, pensando che lì vi erano uomini che avrebbero pagato chissà quale cifra per avere il mio corpo. Attraversai piazza della Scala e mi diressi all'appuntamento presso l'istituto Don Bosco. Un fratello religioso ci attese in portineria, ci invitò a seguirlo, scendemmo delle scale, entrammo in una specie di auditorio. In fondo al locale vidi due divise grigie che, quando ci videro, smisero di parlare. Dopo esserci presentati, uno di loro si rivolse a me in inglese, probabilmente per essere sicuro che ero americano. Continuammo a parlare in inglese. Mi disse di essere austriaco e si scusava di aver seguito la follia di Hitler che voleva conquistare il mondo. Poi aggiunse che aveva altri amici pronti a unirsi a lui. Io gli risposi che avrei avvertito il mio Quartiere generale e che li avrei contattati una seconda volta. Ci informarono anche che avevano l'ordine di concentrare a Bolzano, vicino al passo del Brennero, grandi quantità di armi e di viveri, almeno per sopravvivere due anni. Dissero che Hitler voleva ritirarsi in questa zona per poi trattare la pace. Fortunatamente questo piano non venne mai realizzato. Da questo colloquio uscii soddisfatto per le notizie avute; ora il mio prossimo appuntamento era a casa di Rinaldo. Rinaldo era un democratico cristiano, un capo partigiano che mi ospitava sempre in casa sua quando avevo bisogno. Andai con circospezione perché non volevo che i due tedeschi, facendo il doppio gioco, mi seguissero. Ero molto amico di Rinaldo e della sua famiglia, non volevo procurare loro dei problemi. Passai sotto la galleria del Corso e mi fermai a dormire sotto un portone nel tardo pomeriggio. Sicuro che nessuno mi seguiva, raggiunsi la casa di Rinaldo. Andare in casa sua era sempre piacevole, vi era una serena atmosfera familiare. Mi ricordava molto casa mia e i miei familiari, che erano sempre nel mio cuore. Vennero amici stretti di Rinaldo a trovarci, giocammo, discutemmo, e soprattutto mi chiesero come fosse la vita negli Stati Uniti. Anche i partigiani miei collaboratori mi facevano sempre le stesse domande. Il mattino seguente, domenica, andai a messa. Nel pomeriggio andammo a teatro. La Scala era stata bombardata dagli Alleati e tutto era stato trasferito al Teatro Lirico. Ero molto contento di godermi un po’ di vita civile. Con Rinaldo assistetti all'opera “L'Amico Fritz” di Franz Lehar. Il tenore era un amico intimo di Rinaldo, si chiamava Giovanni Malipiero e mi dedicò anche una foto: “Al Tenente delle forze armate americane dall'Amico Fritz, 22 Aprile 1945”. All'uscita dal teatro costeggiammo l'arcivescovado e andammo in piazza Duomo, dove vi erano gruppi di gente e si sentiva un gran vocio. Apprendemmo che Mussolini aveva appena finito un discorso, tenuto in piedi sulla torretta di un carro armato, circondato da un numero impressionante di guardie. Mi chiesi dove fosse tutta la baldanza di questo uomo, che rivelava proprio di essere sempre stato una marionetta nelle mani di Hitler. Il giorno seguente tutti i giornali illustravano questo evento ed inneggiavano ad una prossima vittoria fascista. Noi, che eravamo avversari, sapevamo di certo che la fine era vicina, ma la vittoria sarebbe stata nostra.

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I documenti falsi usati da Aldo Icardi

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VENTICINQUE Verso sera, rientrai a Busto Arsizio e andai a trovare Roberto, il radiooperatore che aveva sostituito Lo Dolce. Trovai che era stato ben addestrato da Salvatore e la radio funzionava benissimo. Roberto non aveva ancora vent’anni e aveva tanta buona volontà. Gli diedi un po' di soldi e gli raccomandai di non spenderli in giro nel paese e di stare lontano dalle ragazze, in quanto le donne avevano provocato più arresti di nostri agenti o di partigiani che i nemici. Ritornai in casa Solbiati per il pranzo. Mentre mangiavo, Pierino mi disse che aspettava un membro della locale sede delle brigate nere. Si chiamava Giuseppe e lo conosceva da quando era ragazzino. Pierino aveva intenzione di ubriacarlo e di farlo parlare. Giuseppe venne, bevve tre quarti di un litro di brandy, ma non ottenemmo nessuna informazione in quanto non riusciva più neanche a tenere il filo della conversazione. Tra il 23 e il 24 aprile, quando i Tedeschi abbandonarono Bologna, noi pensammo di fissare un incontro con il commissario di un’unità della Guardia di Finanza. L'incontro si effettuò la mattina seguente e ottenemmo l’adesione dei finanzieri ai nostri gruppi: erano 25 uomini armati di tutto punto. Il giorno seguente, che era il 25 aprile, venni svegliato alle sei del mattino da un eccitato Albertino. Aveva ascoltato la radio che aveva annunciato il passaggio della quinta armata sul Po, a Ferrara, durante la notte. Io frenai l’entusiasmo di Albertino: “Gli Alleati - dissi - hanno attraversato il Po, ma non si sa quale direzione possano prendere, se a Nord o Est”. Quel mattino, quando Albertino andò via, salii in camera e mi preparai per l'incontro che avevo alle 8,45 con il comandante della Guardia di Finanza nel retro della merceria di Pierino Solbiati. Erano le 8,30, stavo facendo colazione, quando sentii salire Pierino, eccitato anche lui. Mi parlò del passaggio del Po da parte degli Alleati e mi raccontò anche un fatto che gli era capitato quella mattina, verso le otto. Un aviere era entrato nel negozio per comprare delle mostrine per il suo comandante. Pierino gli aveva detto tra il serio e il faceto: “Cosa fai? Vai in giro a comprare mostrine per il tuo ufficiale fascista? Hai sentito il comunicato radio questa mattina? La guerra è finita! E’ meglio che pensi a te stesso e che togli quell'uniforme prima che arrivino gli Alleati, invece di prenderti cura di un pupazzo fascista!”. Questo soldato, senza dire una parola, era uscito dalla merceria. Quando Pierino mi raccontò questa storia, rideva a crepapelle. Lo invitai ad essere più prudente. Mi sorrise con i suoi denti smaglianti e mi disse: “Non preoccuparti, la guerra sarà presto finita!”. Era un quarto alle nove, lasciai la cucina e scesi con Pierino nel suo ufficio. Egli andò sulla porta del retro del magazzino ad attendere il comandante delle Guardie di Finanza. Arrivato, fissammo tutti gli accordi in cinque minuti di tempo. Pierino con il finanziere ritornò nel magazzino, io presi la bicicletta, attraversai il cortile e uscii su via Milano, passai davanti alla merceria per recarmi in Piazza Garibaldi. Notai subito che vi erano molte persone, in numero non usuale, di fronte al negozio di Pierino. Esse circondavano un milite delle brigate nere su una moto militare, sul sidecar della quale aveva piazzato una mitragliatrice pesante. Il soldato della brigata nera puntava la mitraglia contro lo stabile di Pierino. Mi portai al centro della piazza, un po' impaurito, a controllare cosa fosse avvenuto. Chiesi ad un vicino cosa accadesse ed egli mi rispose che quel soldato aveva accompagnato un ufficiale che era entrato con la pistola in pugno nella merceria di Pierino. Pensai subito a quell'ufficiale di cui si era burlato Pierino quella mattina. Tra i presenti incontrai due partigiani che conoscevo, Giulio e Andrea, che erano anche vecchi amici di Pierino. Avevo paura che quel fascista fosse andato a vendicarsi con Pierino e pensavo che se l’avesse trovato, l’avrebbe ammazzato. Architettai un piano: con quella ressa in piazza si sarebbe potuto creare della confusione, sopraffare i due soldati e liberare Pierino. Dissi questo a Giulio e ad Andrea, che aderirono al piano. Quando stavo muovendomi verso la motocicletta con i due partigiani, arrivato a circa 5 metri, vidi comparire sulla porta della merceria l'ufficiale solo. Si buttò nel sidecar e velocemente se ne andò. Corsi subito nel magazzino e seppi che Pierino era stato fortunato, perché aveva lasciato da pochi secondi l'ufficiale della Finanza ed era salito nel suo appartamento. Quando l'ufficiale lo cercò, la commessa gli disse che era uscito. Appena l'ufficiale fascista lasciò la bottega, la commessa avvertì Pierino di abbandonare la casa e di nascondersi. Visto che tutto si era risolto senza problemi, ripresi la mia bici per recarmi ad Abbiate Guazzone, dove avevo la radio trasmittente. Pedalavo per via Milano, quando mi sentii chiamare. Era il figlio 51

di Pierino che, tutto eccitato ed ansioso, mi disse: “Aldo, va’ subito al comando PAI! Luciano Vignati è già là che ti aspetta. Il Colonnello che comanda le guardie vuole arrendersi con tutto il suo battaglione” . Quello era realmente un messaggio elettrizzante. Ero già contento per le Guardie di Finanza, che erano 25 uomini, ma qui si trattava di un numero molto superiore. Pedalai velocemente attraverso via Mazzini e arrivai alla PAI. Ricordai che Luciano, qualche settima prima, mi aveva detto che alla PAI avrebbe potuto corrompere qualcuno per aiutare i partigiani, ma se il messaggio del figlio di Solbiati era corretto, si trattava della resa di tutta la PAI di Busto. La PAI era un’organizzazione di polizia, creata da Mussolini per le colonie dell'Impero italiano. A Busto Arsizio, la caserma PAI contava più di duecento soldati, occupava tre stabili di una scuola e possedeva un grande e fornito arsenale, un’autorimessa piena di mezzi motorizzati, comprese quattro postazioni mobili di mitragliere antiaeree. La PAI era un corpo molto stimato, era composto da soldati molto esperti reclutati da varie armi, portava ancora le divise originali africane, aveva un tipico pugnale chiamato machete . Vedevo questi soldati passare per le vie Busto e pensai sempre a loro come ad una formidabile organizzazione. Non avevo mai sognato che avrebbero potuto essere la nostra prima conquista. Pedalavo e, entrando nella piccola piazza di fronte al comando PAI, notai una differenza rispetto a Piazza Garibaldi. Qui non vi era gente, solo una sentinella in smagliante uniforme all'entrata del cancello. Appoggiai la mia bicicletta al muro ed entrai. Nel cortile vi erano molti militari, tutti ben vestiti e puliti, girai l'angolo e trovai Vignati che mi attendeva fuori della porta dell'ufficio del comandante. Luciano era molto eccitato, parlava in continuazione. Mi portò dal comandante. Quando egli mi vide, apparve un largo sorriso sul suo volto. Notai subito che il comandante portava al collo un fazzoletto azzurro triangolare per dimostrare che egli apparteneva alla formazione partigiana dei democratici cristiani di Busto Arsizio. Anche Luciano portava questo triangolo azzurro. Trovai il comandante molto soddisfatto e mi disse che ormai la caserma era un comando partigiano del Raggruppamento Alfredo Di Dio. Mi chiese cosa potesse fare per noi sul piano militare. Uscì in cortile, distribuì fazzoletti azzurri a tre punte e una pila di tesserini ai suo soldati per identificarsi. Questo incontro durò solo quindici minuti. Andai alla finestra per vedere cosa accadesse in piazza: ora era gremita di gente e la sentinella portava anch'essa il fazzoletto azzurro. La gente oltrepassava il cancello e chiedeva armi e fazzoletti azzurri. Questa presenza di gente mi fece felice e nello stesso tempo mi preoccupò. Credevo, infatti, che la decisione improvvisa della PAI ci avrebbe portato subito allo scoperto. Anche se si sentiva vicina la fine della guerra, non potevamo sapere quando le truppe Alleate sarebbero arrivate e molte cose sarebbero potute succedere. Anche con il supporto della popolazione, noi eravamo sempre in numero inferiore rispetto alle unità nemiche. Però dovevo dar fiducia al coraggio dei partigiani. Ritornai nell'ufficio del comandante, trovai Luciano che aveva già organizzato tutti i suoi partigiani nel cortile delle scuole. L'arsenale della PAI era stato aperto e le armi distribuite, gli automezzi riempiti di gasolio e munizioni: tutto era pronto per affrontare il nemico. Arrivarono tutti i dirigenti del Raggruppamento Alfredo Di Dio e con Luciano si discusse il primo atto da compiere. Nella città di Busto vi era la caserma dell'Aeronautica con circa mille uomini; inoltre le brigate nere: questi fanatici e duri fascisti, contavano circa centocinquanta uomini, ben armati e ben addestrati, ed infine vi erano circa seicento Tedeschi che appartenevano alla contraerea. Si pensò di attaccare per prima la caserma delle brigate nere. Luciano ordinò a due plotoni e a due automezzi, muniti di mitragliatrice antiaerea a quattro canne, di recarsi a circondare la caserma. Quando la formazione era già partita, Luciano prese il telefono, chiamò il comandante delle brigate nere, il Cap. Marcioni, e gli intimò la resa. Il comandante nemico ebbe dei dubbi sull'ultimatum inviato e intimò a sua volta a Luciano di arrendersi subito senza condizioni. Luciano, mentendo, rispose: “Busto è ormai tutta in mano ai partigiani ed è rimasta solo la brigata nera. Se non vi arrendete subito, attaccheremo e non ci sarà pietà per nessuno. Gli ufficiali saranno ritenuti responsabili e ne pagheranno le conseguenze”. La conversazione continuò tra i due, ma nel frattempo Luciano udì degli spari al telefono: erano i nostri che erano arrivati alla caserma. A questo punto l’atteggiamento di Marcioni cambiò. Si sentì circondato e, dopo qualche minuto, chiese un incontro per stabilire i termini della resa. 52

Questo avveniva il 25 aprile, prima di mezzogiorno. Due grandi passi si erano già compiuti per la liberazione di Busto Arsizio. Concluse queste dure trattative, apprendemmo che anche Gallarate e Legnano erano insorte, mentre la radio nemica di Milano non trasmetteva più. Quindi, anche lì, qualcosa di importante stava succedendo. Noi, a Busto, fummo fortunati perché non ci furono combattimenti, mentre a Legnano e a Gallarate vi furono aspri scontri con morti e feriti. E noi riuscimmo a mantenere la nostra posizione fino all'arrivo degli Alleati. Verso le tredici anche la caserma dell'Aeronautica si arrese, quindi noi ora avevamo il controllo generale di tutta la città. La popolazione si riversò tutta nelle strade, si sentivano canti antifascisti, tutti portavano una bandana azzurra. Busto era tutta in mano ai democratici cristiani. Cercai di tenere a freno i comandanti partigiani e suggerii loro di non darsi troppo alla pazza gioia, ma di pensare ai Tedeschi che si trovavano alla periferia di Busto. I comandanti partigiani inviarono subito uomini a circondare il campo tedesco. Erano le quindici. Fu inviato un messaggio ai Tedeschi invitandoli alla resa, che fu rifiutata. Fu inoltrato un secondo invito, spiegando che ormai l'insurrezione era generale, non solo in città, ma anche in tutta la regione. I partigiani erano armati e decisi a tutto e volevano risolvere il problema con meno morti e feriti possibile. A questo punto, i Tedeschi chiesero di incontrare i capi partigiani. Noi andammo in delegazione, fummo ricevuti nell'ufficio del Colonnello che era assistito da altri ufficiali. Mi presentai come ufficiale delle forze armate statunitensi e chiesi la resa. Rimasero sorpresi. Ci spiegarono che stavano cercando di entrare in contatto con il loro Quartiere generale ma le comunicazioni non funzionavano. Ci dissero: “Fino a quando non riceviamo ordini, non possiamo rispondere alla vostra richiesta”. Noi garantivamo che sarebbero stati trattati come prigionieri di guerra, però avrebbero dovuto consegnare tutte le armi, munizioni ed automezzi ai partigiani: “Queste sono le nostre condizioni e vi diamo ancora un’ora per poter rintracciare il vostro comando. Se non vi sarete arresi dopo un’ora, noi entreremo con le armi”. Dopo un’ora, i Tedeschi ci chiesero un colloquio. Proposero che avrebbero messo termine alle ostilità ed erano pronti a lasciare Busto, però con il loro armamento. Noi rifiutammo. Ci dissero che i loro ordini erano di raggiungere la città di Como, dove avrebbero dovuto concentrarsi tutte le truppe tedesche. Erano pronti a consegnarci le armi e a darci i veicoli che non servivano per il trasporto di uomini. I partigiani accettarono. Ci consegnarono le armi e, il mattino seguente, presero la via per Como. Con la loro partenza, eravamo più tranquilli. Verso sera apprendemmo che tutto l'Alto Milanese era insorto: a Legnano si stava combattendo una furiosa battaglia con molti morti da ambo le parti; Varese era controllata dai partigiani; Moscatelli marciava su Novara dalla sua Valsesia. Correvano molte voci su Milano, però notizie ufficiali non se ne avevano in quanto la radio non funzionava. Anche a Torino si stava verificando la medesima situazione. Tutta la Lombardia e il Piemonte erano insorti in maniera spontanea, come se avessero ricevuto un ordine dal Comando supremo. Molti hanno scritto che l'ordine di insorgere era stato dato ai partigiani dal comando centrale del CLNAI di Milano, ma io posso confermare che non aveva dato nessun ordine perché non aveva una radio con la quale comunicare. Io penso che tutti i partigiani attesero, come segnale per insorgere, il passaggio del Po, a Ferrara, degli Angloamericani il 25 aprile 1945, come fece il mio amico Albertino quella mattina. Partiti i Tedeschi, prendemmo il controllo della città, diversamente da Gallarate, Somma Lombardo, Varese, Milano e Legnano, dove si combatteva ancora. Qualcuno suggerì di riattivare la radio commerciale di Busto Arsizio e di annunciare cosa stava succedendo nell’Italia del Nord. Ciò avrebbe potuto incoraggiare gli uomini che stavano ancora combattendo. Furono preparate da una piccola redazione, capeggiata da Don Carlo, due ore di programma. Andammo in onda alle ore 20, identificandoci come Radio Alto Milanese. Lo stesso programma fu ripetuto alle ore 22. La mattina seguente, radio Londra annunciava di aver ricevuto la nostra trasmissione e che i partigiani del Nord d'Italia erano insorti. Io affermai da radio Busto che tutto l'aiuto finanziario e in armamenti, dato dagli Alleati ai partigiani, era stato ripagato con questa insurrezione che aveva risparmiato vite umane e altre sofferenze alle truppe alleate. Così finì un giorno storico. Pierino ed io, la sera, discutemmo di tutto quello che era accaduto. Eravamo stanchi ma soddisfatti. Ci sentivamo come se fossimo stati tolti da un braciere ardente. Ci coricammo e cademmo in un profondo sonno. Fui svegliato il mattino verso le otto, da Albertino. Questa volta mi portava notizie 53

che realmente mi facevano paura: una colonna tedesca di circa 1.500 uomini proveniente da Sud-Est si era scontrata con nostri avamposti e da mezz’ora durava il combattimento. Tutte le rosee previsioni del giorno precedente mi crollavano addosso. Albertino mi invitò a vestirmi in fretta e a raggiungere il comando. Quando arrivammo, la sparatoria era cessata e trovai Luciano in attesa del comandante tedesco, che aveva chiesto un colloquio. Luciano, in fretta, mi spiegò la situazione comunicandomi che questi Tedeschi erano una parte di un gruppo più numeroso racchiuso in un grande aereoporto situato a Lonate Pozzolo, tra Busto e la riva del Fiume Ticino. Erano ben armati, ben organizzati e molto superiori alle nostre forze. Noi non avremmo avuto possibilità di scampo se avessero ingaggiato una battaglia. Dopo un po' vedemmo arrivare una macchina che trasportava un Colonnello e tre Maggiori. Scesero, ci spiegarono che non intendevano darci battaglia e spargere sangue inutile, volevano solo eseguire gli ordini ricevuti, che erano quelli di recarsi a Como per raggiungere le altre truppe tedesche. Rispondemmo loro che Busto Arsizio era completamente sotto controllo partigiano e che con le nostre armi avremmo impedito loro di passare. Sostenemmo anche che la guerra era finita, e che sarebbe stato meglio se si fossero arresi per evitare future complicazioni. Il Colonnello si arrabbiò e disse: “Noi passeremo ugualmente, o pacificamente o con la forza!”.

Busto Arsizio 28 aprile 1945 Aldo Icardi tratta la resa con il colonnello Hans Smaller della Luftwaffe suicidatosi dopo la resa – Qui non si comprende perché i Partigiani di Busto della Brigata A. Di Dio. diffusero la notizia che il suicida era il cap. delle SS Stamm, con questo “errore?”chi ci ha guadagnato è proprio Stamm, il famigerato “la bestia nera dei partigiani” come viene definito. Che dichiarandolo morto, non si fece altro che aiutarlo nella fuga, e di conseguenza tutto quello che gli sarebbe capitato in caso di una cattura (processo, condanna, prigione, ecc.)

Luciano prese la bicicletta ed andò a chiamare rinforzi. Io, nel frattempo, mi presentai come ufficiale alleato, ma penso che non mi credettero in quanto ero in abiti civili e parlavo correttamente l'italiano. I Tedeschi si fecero più arroganti. La mia paura era che questo Colonnello si accorgesse che noi stavamo recitando, in quanto non avevamo forze sufficienti per affrontarli. Le alternative erano due: o che lui ritornasse spontaneamente indietro al campo d'aviazione, o che lo si lasciasse passare per Como. Lasciar passare i Tedeschi poteva essere pericoloso per noi, perché potevano entrare in Busto ed occupare le nostre case. Chiesi al Colonnello di arrendersi in nome degli Alleati: “La guerra è finita - gli dissi - ed è inutile che rischi la vita della popolazione e dei suoi uomini. La riterrò responsabile di quello che potrà accadere, denunciandola come criminale di guerra!”. Egli rimase molto scioccato alle mie parole. Mentre noi trattavamo, un lungo convoglio di partigiani, ben armati e con due carri armati alla testa, spuntò sulla strada: era Moscatelli che arrivava trionfante dopo aver conquistato Novara e si 54

dirigeva a Milano. Moscatelli ci raggiunse, lo presentammo al Colonnello sapendo che il suo leggendario nome avrebbe fatto effetto. Dopo la presentazione, il Colonnello tedesco ci chiese una mezz’ora per riflettere, ma dopo dieci minuti ritornò, ci propose di lasciarlo ritornare al campo di aviazione con tutto il suo armamento e si impegnò ad arrendersi all'arrivo degli Alleati. Chiese che lui e i suoi uomini fossero protetti fino alla base. Piuttosto che provocare un conflitto insistendo sulla resa, accettammo questo accordo ed io credo che sia stato un bene aver evitato un bagno di sangue. Con Moscatelli ispezionammo tutto il convoglio per circa mezz’ora, poi Moscatelli riprese la via per Milano, dove andava a combattere con gli insorti. Dopo questo episodio, ritornai a casa di Pierino per il pranzo. Appena terminato di mangiare, arrivò un messaggero che ci disse che un partigiano, che scortava il battaglione dell'antiaerea tedesca, era ritornato chiedendo aiuto, in quanto la colonna era stata fermata da una formazione di partigiani comunisti, che non volevano rispettare il nostro accordo e intendevano sequestrare tutto l'equipaggiamento dei Tedeschi. La nostra scorta era intervenuta ma era stata minacciata anch’essa. Questo tipo di tensione, che poteva sorgere tra due forze partigiane, era già stato anticipato in un rapporto della Missione Chrysler. Incidenti come questi potevano provocare dei conflitti civili. Dovevo intervenire a far rispettare i patti. I miei amici democristiani mi dissero: “I comunisti non rispettano le leggi, sono degli irresponsabili, ignorano le autorità, loro vogliono l'anarchia!”. Compresi l’ira che montava in quel momento ai miei amici e a qualcuno avrebbe fatto piacere eliminare anche i comunisti, ma la responsabilità era solo mia, in quanto avevo trattato le condizioni con i Tedeschi e dovevo imporre ordine e disciplina. Lasciai Busto e andai a cercare questo battaglione di Tedeschi. Erano ormai le 4 del pomeriggio, quando arrivai in un piccolo paese, ed andai subito presso il comune dove si era insediato il comando partigiano comunista. Quando mi presentai, vidi sulle labbra del capo partigiano una smorfia. Lo invitai a chiamare il Comitato di Liberazione Nazionale di Milano per chiedere la mia identità. Fece la telefonata, poi mi disse di essere ai miei ordini e intimò ai suoi partigiani di lasciar procedere i Tedeschi con la scorta di Busto per Como. Gli chiesi subito di portarmi il Colonnello e il Maggiore tedesco, che mi dissero di non voler più proseguire ma di voler tornare a Busto con me. Feci sedere i due ufficiali sui sedili posteriori della mia macchina, presi anche due partigiani comunisti per passare tutti i posti di blocco che vi erano in paese e senza difficoltà mi diressi verso Busto Arsizio. Io portavo un vestito civile con una fascia tricolore del CLN sul braccio. Erano le 18,30 quando lasciammo il comando comunista. La nostra scorta ci portò in salvo fuori dal paese. Dopo circa un chilometro, i due mi chiesero di scendere perché volevano andare a casa. Diventava ormai buio. Trovai un blocco partigiano sulla strada, rallentai, mi fermai e mi vidi subito un mitra puntato alla tempia e la macchina circondata. Stavo per spiegare la mia identità quando venni buttato fuori dalla vettura. Mi tolsero subito la pistola che avevo nella cintura, cercai di protestare, ma ricevetti un colpo che mi buttò a terrà. Mi chiamavano sporco fascista. I due tedeschi ricevettero il mio

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Busto Arsizio 28 aprile 1945 – L’arrivo di Cino Moscatelli

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Una Panoramica della colonna tedesca che si arrese a Busto – come si può notare dalle divise appartengono alla Luftwaffe e non alle SS e su ogni automezzo vi si nota una bandiera bianca

medesimo trattamento. I partigiani gridavano con tutta forza che volevano ammazzarci. Uno diceva: “Lascia che li uccido io. Loro hanno ucciso mio fratello. Tagliali a pezzi!” 57

Furono momenti veramente terribili. Suggerii di consultare i loro superiori prima di fucilarci sul bordo della strada. Cercai di far capire che ero un ufficiale alleato ma fui deriso. Venimmo accompagnati presso una scuola, dove vi era il comando. Pensavo che non credessero alla mia versione. Mi credevano un fascista collaborazionista, che voleva portare in salvo i due tedeschi che avevo in macchina. Dissi di essere un americano e a questo punto vollero mettermi a confronto con un vero americano che giorni prima era stato abbattuto nei pressi con il suo bombardiere. Dopo quindici minuti, un sergente dell'aeronautica americana entrò nel mio locale e ci vollero pochi secondi per farmi identificare. Il commissario partigiano si scusò ripetutamente dell'accaduto. Verso sera, un comandante partigiano venne a spiegarmi il motivo di quella reazione, da parte dei suoi uomini che mi fece rischiare la vita. Ci disse che, nel pomeriggio, un loro posto di blocco era stato attaccato da due carri armati tedeschi che avevano aperto un nutrito fuoco. Subito dopo, però, avevano alzato bandiera bianca e due tedeschi erano usciti allo scoperto. I partigiani, giovani ed inesperti, avevano lasciato la buca che li proteggeva e si erano avvicinati per farli prigionieri. Dal carro era partita una raffica di mitraglia e cinque partigiani erano rimasti uccisi. I giovani che ci avevano arrestati avevano perso due fratelli in quell'imboscata. Pensai che ero da oltre sette mesi dietro le linee nemiche in attività spionistica ma non mi era mai apparsa la morte così vicina come in quel giorno. Continuavo a ripetermi, con ironia, che potevo perdere la vita proprio per mano degli stessi uomini che io avevo aiutato rischiando la mia vita. Andai a dormire e mi svegliai il mattino seguente, mangiai e, con una scorta di due partigiani, partii per Busto, dove arrivai dopo mezz’ora.

Il Tenente americano Aldo Icardi, Comandante della missione “Chrysler” mentre riceve la cittadinanza onoraria a Busto Arsizio

VENTISEI Arrivato a Busto, andai a casa di Pierino Solbiati. Trovai Marco, il mio corriere proveniente dalla Svizzera. Mi consegnò una lettera del Capitano Daddario il quale mi avvertiva che stava lasciando Lugano per recarsi a Milano dove avrebbe partecipato agli eventi in corso. Esprimeva anche il desiderio di incontrarmi. 58

Visto che ormai a Busto non avevo più nulla da compiere, decisi di recarmi a Milano in cerca di Mim Daddario e partii con Marco e Pierino. Era la mattina del 27 aprile. Arrivati alla periferia della città, incrociammo una macchina con un cartello che portava scritto “Missione Americana Mimmo”. Invitai l’autista a fermarsi, gli chiesi dove potessi trovare Daddario, ed egli mi indicò l'Hotel Milano, dove egli aveva stabilito il suo Quartiere generale. L'Hotel Milano si trovava proprio vicino all'Hotel Regina, Quartiere generale della Gestapo. Andai subito al Milano, dove trovai il segretario di Daddario che mi disse che il Capitano si trovava all'Hotel Regina e stava trattando la resa con il Comando tedesco. Lasciai subito l'Hotel Milano per il Regina. Arrivato, mi presentai al corpo di guardia della Gestapo come ufficiale delle forze armate americane e chiesi di parlare con il comandante. Il piantone alzò il telefono da campo, che si trovava tra i sacchetti di sabbia posti a protezione dell'entrata, e disse poche parole. Arrivò subito un militare che mi accompagnò dal comandante, salimmo al terzo piano e mi introdusse nel suo ufficio. Vidi subito, al centro, in piedi, Daddario in divisa di ufficiale americano che parlava con un Colonnello tedesco e con un'altra persona in abiti civili. Seduta sul divano, c’era un'attraente ragazza bionda con in braccio un cane. Mi avvicinai a Daddario e ci abbracciammo. I miei occhi si inumidirono di lacrime: ero felice di rivederlo. Mim mi presentò il colonnello Rauff, capo della Gestapo, poi l'uomo in borghese, che era Herr Berman, il capo del controspionaggio tedesco. A sua volta Rauff mi presentò la ragazza bionda che sedeva sul divano. Herr Berman, con tono scherzoso, mi disse: “Bene Tenente Icardi! Lei è l'uomo che mi ha causato molti problemi con i miei superiori, perché non sono riuscito a catturarla!”. Ci sedemmo e parlammo per più di un’ora, scambiandoci informazioni sul nostro lavoro. Mim Daddario mi spiegò la situazione dei Tedeschi a Milano, che rifiutavano con assoluta fermezza di trattare la resa con i partigiani, in quanto non li riconoscevano come forze armate regolari. Per questo i partigiani erano decisi ad attaccare il Comando con le armi. Dovevamo cercare di evitare questo a tutti i costi, in quanto sarebbe stato un inutile spargimento di sangue. Mim mi spiegò che il Colonnello Rauff era il comandante di tutte le truppe tedesche in Milano perché il Generale Karl Wolff, comandante supremo di tutte le forze armate tedesche in Italia, aveva abbandonato la città. Cominciarono quarantotto ore di delicate trattative diplomatiche tra partigiani e Tedeschi per evitare uno scontro armato. Cercavamo così di guadagnare tempo, in attesa dell'arrivo della Prima Divisione corazzata americana, al comando del Generale Crittenberger.

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I documenti usati in Italia dal capitano Emilio Daddario nei giorni 26 e 27 aprile 1945 (Archivio Stephen Daddario Washington)

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Milano Hotel Regina – 27 aprile 1945 - una rara foto – Il Generale Americano Crittenberg sottopone l’atto di resa al generale tedesco Verning, in sostituzione del gen. Rawff , assente per trattative a Lugano – nella foto primo a sinistra è il capitano Emilio Daddario (foto Lt. J. Davis) ( Foto Archivio Mario Colombo from Stephen Daddario )

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Regina Milano – Quartier generale delle SS, l’arrivo dei militari della V^ Armata Americana e l’arresto di Walter Rauff (nella foto)

Hotel

Aprile 1945 - rara foto dell’Hotel Regina – Milano via S. Margherita, quartier generale delle SS (Foto Archivio Mario Colombo)

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Milano

- Maggio 1945 Il cap. Emilio Q. Daddario

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Verona – 30 aprile 1945, il maresciallo Graziani viene interrogato da ufficiali della Quinta Armata americana prima di consegnarlo al quartier generale del 15th Army Group - Photo the Pentagon, Washington 25, DC. (Foto Archivio Mario Colombo, from Stephan Daddario)

La sera del 28 aprile lasciammo il Quartiere generale tedesco e rientrammo all'Hotel Milano. Daddario mi raccontò l’avventura capitatagli quando aveva abbandonato Lugano per recarsi a Milano. Mi disse che, lasciata Lugano, si era diretto verso Como dove era arrivato alle diciotto e si era recato allo stadio, sede del Quartiere generale tedesco. Si era presentato e aveva chiesto di parlare con il comandante. Era stato accompagnato nell'ufficio del Generale Leyer, il quale aveva chiesto subito di preparare una formula per una resa onorevole. Durante la conversazione con il generale Leyer, Daddario aveva ricevuto una grossa offerta: la consegna di un importante personaggio fascista, il quale si trovava nell'ufficio accanto. Leyer aveva ordinato ad un suo ufficiale di portare l'uomo di cui si stava parlando, e Daddario si era trovato davanti il Maresciallo Rodolfo Graziani, comandante dell'armata fascista della Repubblica di Salò. Graziani e due generali, tutto quello che rimaneva della sua formidabile organizzazione, si erano arresi personalmente a Daddario il quale li aveva tenuti sotto protezione fino all'arrivo degli Alleati. Graziani gli aveva spiegato il motivo per il quale si trovava a Como, dicendogli che Mussolini e il suo seguito si trovavano già a Milano una settimana prima del 25 aprile. Il Duce si era mosso subito dalla sua capitale sul Lago di Garda quando la Quinta Armata americana era arrivata a Bologna. Arrivato nel capoluogo lombardo, Mussolini era rimasto indeciso su cosa fare, poi al mattino del 27 aprile aveva preso una decisione: partire verso il confine per chiedere asilo alla Svizzera. Erano partiti tutti per Como, ministri, mogli e figli, con le loro cose preziose. Arrivati a Como verso le sedici, si erano diretti allo stadio, dove Mussolini aveva chiesto al generale Leyer di assegnargli un gruppo di militari per scortarlo salvo in Svizzera. Ma quando i soldati tedeschi erano stati assegnati e messi agli ordini diretti di Mussolini, Graziani aveva protestato dicendo che non era giusto abbandonare i soldati e aveva proposto di cancellare il piano. Dopo un’accanita discussione, tutti erano partiti tranne Graziani e i suoi generali, che avevano voluto rimanere in Italia e arrendersi. Graziani aveva informato Daddario che Mussolini con il suo convoglio aveva lasciato Como solo quindici minuti prima che egli incontrasse il Generale Leyer. Se Daddario avesse lasciato Lugano solo mezz’ora prima, Mussolini si sarebbe salvato, non sarebbe caduto nelle mani dei partigiani comunisti e non sarebbe stato fucilato. Daddario aveva lasciato il Generale Leyer con i suoi soldati in attesa dell'arrivo degli Alleati a Como, aveva preso in consegna Graziani con i suoi due generali e li aveva portati a Milano. Arrivati a Milano verso sera, si erano diretti all'Hotel Milano che Daddario aveva sequestrato per istallarvi il Quartiere generale OSS. Mentre i componenti il convoglio entravano in Hotel, un gruppo 64

di partigiani aveva riconosciuto il Maresciallo Graziani e aveva lanciato una bomba a mano. Graziani era rimasto illeso, mentre era stato colpito un americano della scorta di Daddario, che era rimasto cieco. Finito di raccontare la sua storia, Daddario mi chiese se volessi conoscere il Maresciallo. Accettai con piacere. Salimmo al terzo piano, Daddario tolse di tasca la chiave e aprì la camera del Maresciallo Graziani: mi trovai così faccia a faccia con il leone di Addis Abeba. Pensai che poche settimane prima mi avevano offerto quest’uomo per un milione di dollari in oro. Ora lui era nostro prigioniero senza aver speso un solo dollaro. Verso sera, vedemmo arrivare tutto il Quartiere generale del CLNAI che ci comunicava che Mussolini era stato catturato dai partigiani e sarebbe stato condannato a morte. Noi ci opponemmo, volevamo Mussolini vivo. Purtroppo, nelle prime ore del mattino del 29 aprile, i corpi di Mussolini, di Claretta Petacci e di tutto il suo seguito vennero scaricati ai piedi di una pompa di benzina in Piazza Loreto. Nel pomeriggio dello stesso giorno venne da noi un esponente socialista del CLNAI chiedendoci la consegna del maresciallo Graziani, per appenderlo ad un cappio in Piazza Loreto con Mussolini e i suoi camerati. Noi rifiutammo energicamente ma loro salirono per entrare in camera. Noi ci mettemmo davanti alla porta e Daddario disse: “Se volete passare, dovete uccidere anche noi. Abbiamo ordine tassativo di consegnare Graziani vivo agli Alleati”. A quel punto si allontanarono, inveendo contro gli Americani e la Quinta Armata. Dopo questo fatto, io e Daddario ci preoccupammo di mettere al sicuro Graziani fino all'arrivo degli Alleati e lo portammo al carcere di San Vittore, dove rimase fino a maggio. Fu poi consegnato al colonnello Fisk del II Corpo d'armata americano. Graziani ci ringraziò per avergli salvato la vita e per il trattamento da noi ricevuto. Volle a tutti i costi lasciarci Embaye, il suo cameriere personale, che era un principe somalo ricevuto in regalo quando si trovava in Africa Orientale. Embaye parlava molto bene l'italiano e un po’ di inglese. Lo tenni fino a quando lasciai l'Italia per gli USA. Con l'arrivo degli Alleati, giunse anche un gruppo di agenti OSS assegnati esclusivamente per indagare sulla sparizione del Magg. Holohan. Mi interrogarono. Io dissi tutto quello che sapevo. Fu dragato anche il Lago d'Orta, furono operate delle esplosioni sott'acqua per poter portare a galla eventualmente un corpo zavorrato, ma non si trovò nulla. Venne fugato ogni dubbio su di me e rientrai così in America, dove iniziai una vita da normale cittadino.

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A questo scritto va aggiunto un altro lavoro che Icardi svolse prima di lasciare definitivamente l’Italia, lavoro che all’epoca non fu possibile documentare essendo coperto da segreto di stato; se il Piemonte è rimasto tra i confini d’Italia lo dobbiamo, in parte, anche all’opera svolta dal tenente Aldo Icardi. 66

Icardi couldn’t put the following paper in the original book because in the year in which Aldo published it, this document was under State Secret.

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(Archivio William Corvo Washington)

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Il documento comprende il lavoro svolto da Aldo Icardi a Torino durante il periodo che va dal 15 maggio 1945 fino al 15 luglio 1945 – questo rapporto fa parte di un gruppo di documenti sotto il nome di “ “OSS Closing Out Report” che racchiudono il lavoro svolto durante e dopo la guerra dai vari gruppi OSS – SI (Office Strategic Service . Secret Intelligence) in Italia zona Palermo – Roma – Milano e Torino. Sul Rapporto “Turin Unit Closin Out Report” si leggono informazione riguardanti il lavoro svolto in Piemonte dal gruppo OSS al comando del tenente Aldo Icardi, in particolare nelle province di Aosta, Torino e Cuneo, dove vi erano manovre di insediamento di gruppi Francesi (ne vediamo una specifica descrizione al paragrafo numero 2). #2- Il reparto di Torino ha svolto un ottimo e apprezzato lavoro tenendo sotto controllo tutte le manovre dei Francesi nella zona di confine con l’Italia. Riconoscendo l’importanza di queste manovre Francesi il tenente Icardi dedicò il cinquanta percento del personale per raccogliere informazioni, in particolare nelle regioni Val d’Aosta, Val di Susa, Val Nervia e Val Roia, sul piano francese di occupazione dell’Italia. Icardi inviò anche agenti oltreconfine nel territorio francese che raccolsero preziose informazioni sui preparativi di battaglia dei gruppi francesi schierati al confine. Gli agenti operavano nella Val d’Isere e nella Contea di Nizza. Quando la Reuters (agenzia d’informazione Reuters) emanava dispacci dichiarando che i Francesi si erano ritirati dalle zone di frontiera italiane, i nostri agenti confermarono che erano dispacci falsi, in quanto i francesi non si erano ritirati dalle valli italiane, e acquisirono il gioco che i francesi stavano attuando, in contrasto con quello descritto dalla Reuters. #Paragrafo 4 – ………Una grande quantità di informazioni di natura politica ed economica insieme a rapporti sull’ordine di battaglia francese fu spedito alla Sezione dei Rapporti a Roma del OSS – SI. Queste informazioni furono esaminate e ritenute molto preziose e vennero inviate alle autorità militari e governative………………… Questo lavoro svolto dal tenente Icardi salvò i confini d’Italia ed evitò uno scontro armato tra la V^ Armata Americana e l’Esercito Francese. @@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

A fine ostilità e ben tre anni dopo il 1950 Aldo Icardi venne accusato dai membri italiani della missione stessa di essere il responsabile della morte del mag. Holohan, capo della missione Mangostine paracadutata contemporaneamente alla missione Chrysler di Icardi sul Monte Mottarone il 27 settembre 1944. L’uccisione di Holohan avvenne il 6 dicembre del 1944 in circostanze non del tutto chiare tuttora – Icardi e Lo Dolce (operatore radio della missione) furono processati in contumacia alle Assisi di Novara fra il 19 ottobre e il 6 novembre 1953, e condannati: il primo all’ergastolo e il secondo a 17 anni. Dagli ambienti americani dell’OSS fu definito un processo falso e ridicolo. @@@@@@@@@@@@@

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We do not know. What we do know is that Aldo Icardi did not kill Major William Holohan. In his book, American Master Spy, Aldo Icardi explain in detail his version of events that fateful night in 1944 on the shores of Lago Maggiore in Northern Italy. Who was actually responsible for the murder has been the topic of much discussion and debate since the end of World War II. During his investigation of the Icardi case in 1956 (see U.S. v. Icardi) Eduard Bennett Williams, one of the America’s most skilled trial lawyers, obtained an admission from Vincenzo Moscatelli. Moscatelli was the leader of Communist partisan group operating in Northern Italy during the final stages of World War II. Moscatelli readily acknowledged that he and his fellow partisans were responsible for the death of Major Holohan. He told Williams and Robert Maheu, that Holohan “frankly had been a bad choice” …….”Because he refused to take off his uniform he threatened the whole mission, which not only involved our group but the Italians” .. Moscatelli said matterof-factly that Holohan was a threat to the war effort and that he had had the major removed. And he did not implicate Icardi in Holohan’s death. (Right) in the photo William Bennett and Robert Maheu C.I.A. (left) investigated the case of Aldo Icardi in 1956. They interviewed Vincenzo Moscatelli (center), a leading Communist politician in Italy, who admitted that his Red partisans had committed the WWII murder of which Icardi was accused. After the confession the three men are standing outside the Italian Chamber of Deputies, where Moscatelli served as senator.

From a recent publication “Il Chiaro e lo Scuro” author Mario Ergoni – tipograpy Testori, Bolzano Novarese (NO) September 2011 – the author writes on pages 93/94: page 93 [……..] arrivò l’ordine di spostarsi sopra Quarna, sulle Alpi Buschini. L’incontro con un ufficiale americano che era arrivato lì con il paracadute con un traduttore di origine italiana, ebbe un esito imprevisto. In realtà l’americano pensava di entrare in contatto con una formazione apolitica. Invece si era ritrovato davanti ai garibaldini. I partigiani li chiesero un lancio di viveri ma lui rifiutò in modo categorico. Senza neppure tante parole fu eliminato senza troppi scrupoli. […………] […….] the order came to move to Quarna in the Bruschini Alps area. A meeting with an American officer that had arrived by parachute with Italian translator had an unanticipated result. In realty the American thought that he was meeting with an apolitical partisan group. Instead he found himself before the Garibaldini. The partisans asked him to arrange a supply drop but he refused. Without much being said he was eliminated without a lot of scruples. [………] Page 94 [……….] Il giorno arriva dopo una notte in bianco. Galli, il comandante, aveva i nervi a fior di pelle. Convocò l’americano il quale gli confermò che con quel tempo lì non aveva nessuna certezza. Continuarono a discutere per un’ora. Galli, credendo che l’americano rifiutasse di collaborare, gli diede ventiquattro ore di tempo e lo lasciò in compagnia della sua radio. Si avvicinò a Boca e Dario e disse loro: “Aspettate fuori. Se l’operazione fallisce io esco per primo e voi lo fate fuori”. Segui una lunga attesa. Per il grande sollievo di tutti, l’americano uscì per primo; Galli seguì con un grande sorriso sul viso. Aveva ottenuto che gli apparecchi appena arrivati alla base nonostante il pericolo che potevano incontrare nel volo di giorno dai caccia nemici, ripresero il volo con il loro carico vero l’Italia. Era il 13 febbraio, una data che agli occhi di tutti ricordava la tragedia di Megolo. [……….] The day after arrived after a difficult night. Galli, the commander had his nerves on end. He called the American (probably Icardi) who confirmed that he was not sure on the timing of the drop. They discussed for about an hour. Galli, thinking that the American was refusing to collaborate gave him twentyfour hours to think things over and left him with his radio operator. He went over to Boca and Dario and told them “Wait 70

outside. If the operation is a bust I will come out first and you kill him” (si riferiva al ten. Icardi unico Americano all’epoca presente in quella località) There was a long wait. To the relief of everyone the American came out firs with Galli behind with a big smile on is face. He had obtained the radios which had just been sent from the base, notwithstanding the danger involved from the planes being attacked by enemy fighter. It was the 13th of February a day which recalled the tragedy of Megolo. […]

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