Aegyptiaca Et Coptica

November 23, 2017 | Author: tormael_56 | Category: Sun, Rome, Horus, Lion, Sardinia
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Aegyptiaca et Coptica Studi in onore di Sergio Pernigotti by Capriotti...

Description

Aegyptiaca et Coptica Studi in onore di Sergio Pernigotti

A cura di

P. Buzi D. Picchi M. Zecchi

BAR International Series 2264 2011

Published by Archaeopress Publishers of British Archaeological Reports Gordon House 276 Banbury Road Oxford OX2 7ED England [email protected] www.archaeopress.com

BAR S2264 Aegyptiaca et Coptica: Studi in onore di Sergio Pernigotti

© Archaeopress and the individual authors 2011

ISBN 978 1 4073 0835 7 Cover image: Statua a nome di Uahibra, XXVI dinastia (inv.n. MCABo_EG 1820) © Museo Civico Archeologico, Bologna

Printed in England by Blenheim Colour Ltd All BAR titles are available from: Hadrian Books Ltd 122 Banbury Road Oxford OX2 7BP England www.hadrianbooks.co.uk

The current BAR catalogue with details of all titles in print, prices and means of payment is available free from Hadrian Books or may be downloaded from www.archaeopress.com

INDICE

Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti…

iii

Bibliografia di Sergio Pernigotti di Paola Buzi, Daniela Picchi, Marco Zecchi

v

Alessia Amenta, Iconografia del “pateco su coccodrilli” su una gemma magica

1

Guido Bastianini, Abitanti della Colchide in Egitto? I percorsi di un errore di lettura

15

Marilina Betrò, Tra Bologna e Pisa. Una lettera inedita del cardinale Mezzofanti a Ippolito Rosellini

21

Edda Bresciani, Un’insolita figura di “concubina” in terracotta: la suonatrice di tamburo

27

Paola Buzi, Giovanni Luigi Mingarelli e il «primo tentennare per vie nuove»: gli studi copti a Bologna nella seconda metà del XVIII secolo e la nuova stagione dei caratteri tipografici copti

33

Alberto Camplani, Un’antica teoria della successione patriarcale in Alessandria

59

Giuseppina Capriotti Vittozzi, Note su Bes. Le sculture del Museo Egizio di Firenze e del Metropolitan Museum of Art

69

Emanuele M. Ciampini, Un inno ad Arensnufi a File e la natura del dio nel contesto dell’isola

85

Silvio Curto, Il Serekh. Storia di un segno millenaria

103

Alain Delattre, Trois documents coptes de l’Istituto Papirologico G. Vitelli de Florence

117

Loretta Del Francia Barocas, I santi cavalieri nella pittura monastica copta

125

Herman De Meulenaere, Personnages représentés avec les attributs de leur fonction dans les sources de la troisième période intermédiaire et de la Basse Époque

153

Didier Devauchelle, Ghislaine Widmer, Des stèles et des femmes dans le Delta oriental. A propos de quelques stèles demotiques funeraires

157

Sergio Donadoni, A partire da it.“marra”

171

Rodolfo Fattovich, L’architettura egiziana delle origini (ca. 4500-2200 a.C.): proposte per un’archeologia cognitiva dell’Antico Egitto

173

Enrico Giorgi, Riflessioni sull’urbanistica di Bakchias

185

Christian Greco, The lost tomb of Ptahmes

197

Maria Cristina Guidotti, Nota su un poggiatesta di una collezione privata

207

Andrea Manzo, Iconografia, religione e ideologia a Kerma, Alta Nubia, 2000-1400 a.C.

211

Angiolo Menchetti, Testi e documenti amministrativi dal tempio di Narmuthis

227

Gianluca Miniaci, Through change and tradition: the rise of Thebes during the Second Intermediate Period

237

Tito Orlandi, Tradizioni copte sui “Tre Giovani di Babilonia”

253

Patrizia Piacentini, Zawiet el-Mayetin negli Archivi Varille dell’Università degli Studi di Milano (e altri ricordi)

267

Daniela Picchi, Il pittore Pelagio Palagi e l’egittologia “in miniatura”: amuleti, scarabei e placchette della terza collezione Nizzoli

279

Rosanna Pirelli, L’impegno italiano nel Fayyum tra archeologia, salvaguardia e sviluppo

307

Gloria Rosati, Note da rileggere

315

Silvia Strassi, Λόγιμα ἱερὰ λογίμῳ Κυρίῳ

327

Günter Vittmann, A proposito di alcuni testi e monumenti del Terzo Periodo Intermedio e dell’Epoca Tarda

341

Richard Westall, Rome and Ptolemaic Egypt: initial contacts

355

Marco Zecchi, The Turin Statue of the servant of Neith Wennefer

367

Indice

377

Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

NOTE SU BES LE SCULTURE DEL METROPOLITAN MUSEUM OF ART E DEL MUSEO EGIZIO DI FIRENZE *

1. Introduzione Un’ampia bibliografia2 può essere raccolta a proposito di questa enigmatica figura, da un lato ben riconoscibile, dall’altro sfuggente a semplici catalogazioni. Se un personaggio dai mostruosi tratti “besoidi”3 si affaccia dalla documentazione magica egiziana fin dal Medio Regno, le attestazioni si vanno moltiplicando fino ad avere una diffusione amplissima dal I millennio, diffusione che va ben oltre la Terra del Nilo coinvolgendo le sponde del Mediterraneo. In questo moltiplicarsi delle testimonianze, si vanno specializzando alcuni tipi iconografici che permettono agli studiosi di orientarsi al fine di datare gli oggetti, restando tuttavia, il più delle volte, all’interno di ampi archi temporali, a meno che i contesti di provenienza possano fornire dati più precisi. Le attestazioni iconografiche sono tanto ampie quanto varie,4 e vanno da minuscoli oggetti da toletta e amuleti da indossare, fino a decorazioni di mobilio, pitture e rilievi templari, sculture anche di proporzioni colossali.

Giuseppina Capriotti Vittozzi

Abstract The deity usually identified with Bes can be called with other names and figures similar to Bes can actually be identified with other gods. The personality of this peculiar deity is complex and, above all in the Late Period, he is a sort of mask, hiding or revealing other divine forms. The popularity of the god in Mediterranean area is linked to the issue of his identity. In this respect, in the regions where he is present, as for example in the Phoenician-Punic world, there is no certain attestation of his name. The figure of Bes spread well beyond Egypt, both alone or as a double image, particularly with architectonic functions in the temple precincts. This study presents two interesting sculptures, one of the Metropolitan Museum of Art of New York and the other of the Museo Egizio in Florence. Very likely they were part of two couples of gods. If the figure was used as an architectonic support, the deity, besides his traditional role of protector of childhood and of the feminine world, was also a sign of divine manifestation and a supporter of the sky.

Se le indagini archeologiche hanno restituito tanta ampiezza di documentazione iconografica, altrettanto avare sono state con quella epigrafica o paleografica: il nome di questo personaggio divino non compare certo con la stessa frequenza dell’immagine e anzi dobbiamo riscontrare, per quanto riguarda il nome, una certa varietà, al punto che si può ritenere la denominazione Bes come una sorta di convenzione, l’indicazione cioè di una certa forma fisica, per l’appunto “besoide”; con questo non si intende certo dire che Bes non esiste, ma che quando siamo di fronte ad un’immagine priva di nome, la sua identità non può essere data per certa. Un caso indicativo e apparentemente paradossale è quello della documentazione in ambiente fenicio-punico: la figura divina in forma di Bes vi ebbe un’ampia e importante diffusione, alla quale non fa riscontro alcuna presenza tra gli antroponimi teofori o altra attestazione epigrafica certa.5

La figura di Bes, per la sua complessità, peculiarità e diffusione nel Mediterraneo, occupa da anni l’interesse degli studiosi e non solo in ambito strettamente egittologico. Ho avuto recentemente occasione1 di raccogliere nuovi dati e considerazioni che spero saranno gradite al professor Sergio Pernigotti, il quale con le sue linee di ricerca ha arricchito la conoscenza del mondo magico-religioso egizio e del contributo dato dall’Egitto, in questo ambito, alle culture del Mediterraneo.

A partire dagli studi di M. Malaise,6 le connotazioni religiose della figura, così come i lati oscuri, sono stati ampiamente indagati da importanti ricerche cui si può far riferimento, tentando di analizzare alcuni elementi che sembrano interessanti per la comprensione della divulgazione dell’immagine “besoide” in Egitto e nel Mediterraneo.

* Ringrazio M.C. Guidotti, direttrice del Museo Egizio di Firenze e C. Roehrig, curatrice nel Department of Egyptian Art del Metropolitan Museum of Art, per l’amichevole sostegno alle mie ricerche. Sono grata alla direzione dei due musei per aver gentilmente concesso le foto delle rispettive sculture. Grazie inoltre a P. Buzi e a F. Contardi per aver agevolato la ricerca bibliografica, e a C. Moro per aver offerto indicazioni. Quando questo studio stava per essere consegnato per la stampa, sono venuta a conoscenza della pubblicazione recentissima di un lavoro di K. Parlasca (Parlasca 2010) che tuttavia non ho potuto prendere in considerazione. 1 A proposito della realizzazione del Dizionario Enciclopedico della Civiltà Fenicia e Punica diretto da P. Xella nell’ambito della commessa “Mediterraneo fenicio” nell’Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico (ISCIMA – CNR).

Possiamo qui considerare in sintesi i vari aspetti risultanti dalla bibliografia esistente.

2

Non si intende qui, certamente, trattare l’argomento in maniera esauriente, ma solo sottolineare alcuni aspetti alla luce di studi recenti. 3 Sull’uso di questo termine: Volokhine 1994. 4 Esaminate inizialmente da Romano 1989 e recentemente da Toro Rueda 2006 e Velázquez Brieva 2007. 5 Sul problema: Garbati 2008, 85, nota 56. Ringrazio P. Xella per aver discusso con me questi aspetti documentari. 6 Malaise 1989; Malaise 1990.

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Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

a. Un combattente, un protettore

immagini di nani le cui caratteristiche si confondono, a tratti, con quelle dell’infanzia,17 la cui appartenenza all’ambito solare è resa esplicita talvolta dalla presenza del cosiddetto trigramma18 e dello scarabeo. Di particolare interesse sono le osservazioni di D. Meeks riguardo al Rituale delle quattro sfere dove si citano quattro effigi eliopolitane come “il piccolo, il bs, il basso, il nano”.19 Il potenziale rappresentativo del nano, come figura dalla statura vicina all’infanzia, simile ad un neonato per le proporzioni degli arti e il rapporto testa/corpo, ma al contempo nella piena maturità, è d’altra parte bene espresso dall’immagine del gigantesco nano solare che conosciamo da alcuni testi dal Nuovo Regno all’Epoca Tarda.20

È chiara la capacità apotropaica del personaggio che si esplica sia nella tutela della rinascita solare che nel corso del parto, sia in ambiente regale che privato;7 le sue capacità di agguerrito protettore si riconoscono per il ghigno spaventoso e per alcuni attributi, tra questi le armi e gli aspetti leonini. In Egitto, il nome della figura dai chiari tratti apotropaici, che si trova dal Medio Regno, indica il ruolo di combattente (aHA) che si manifesta ancora nell’iconografia tarda, nella quale il personaggio brandisce un lungo coltello o una spada; lo stesso atteggiamento del viso aggrottato e minaccioso, che generalmente mostra la lingua, ha la funzione di spaventare il nemico. M. Malaise pone il nome bs in relazione con bsA “proteggere”.8 Anche il nome HAy, che può essergli attribuito,9 potrebbe esprimere lo stesso concetto.10 Se la sua presenza sulle stele magiche definite di Horo sui coccodrilli è ben conosciuta, uno studio di J. Berlandini11 ha significativamente riconosciuto una rara iconografia nella quale Bes funge da auriga sul carro del dio Shed lanciato all’attacco.

D’altra parte, è stata osservata la coincidenza del nome con il termine bsi, che indica lo spuntare del sole all’orizzonte,21 a sottolineare il nesso tra la divinità e il sole fanciullo, tenendo conto, come sottolineato da Kákosy, che molteplici possibilità interpretative del nome possono rinviare a dotti giochi di parole in ambiente sacerdotale.22

c. Danzatore e bevitore b. Un nano, un bambino

Il nesso con la femminilità e l’erotismo è certamente espresso dalla sua presenza nella cerchia di Hathor e dal suo ruolo nel mito della Dea Lontana:23 questo personaggio difforme danza e suona insieme a scimmie nell’accompagnare la dea che torna e dunque la piena; chiaro è anche il suo legame con l’ubriachezza e il vino24 mentre la sua figura si può confondere con quella del greco sileno.

La figura è strettamente legata al fanciullo solare, che accompagna e tutela, fino – in certi casi – a scambiarsi di ruolo con lui. Il nome bs è stato messo da D. Meeks12 in relazione con un essere piccolo, addirittura con un prematuro e Volokhine ha aggiunto un’osservazione che rileva la presenza, su alcune figurine, di un ombelico sporgente e rossastro, come un cordone ombelicale appena tagliato.13 Il nesso tra questa figura difforme e l’infanzia è stato messo chiaramente in luce da molteplici studi,14 così come il suo legame con la femminilità, l’erotismo, la fecondità. Il nesso con la donna e il parto doveva essere veramente importante se accompagnò, come prescrizione magico-terapeutica, numerose figurine ritrovate nel Mediterraneo nord-occidentale in tombe femminili.15

Nomi diversi (iHty, Hyt, HAy, HAti ecc.), che si trovano attestati in Epoca Greco-Romana insieme a bs, sono stati messi in relazione allo stesso aHA o a HAi “ballare” in riferimento al frequente atteggiamento danzante del personaggio.25 L’appartenenza alla cerchia della Dea Lontana inserisce questa figura in un immaginario africano che ben si riflette in una categoria di figurine destinate alla protezione della maternità,26 dove la

D’altra parte, la relazione tra questo personaggio e l’infanzia è evidente per la sua presenza accanto a Horo bambino16 e per la vicinanza, in Epoca Tarda, ad altre figurine difformi chiamate generalmente Patechi,

17 Ad es. British Museum, inv. 11211; Dasen 1993, tav. 12.2. Anche tra le terrecotte greco-romane si può trovare il nano con il ricciolo dell’infanzia: ad es. Breccia 1934, 39 n. 209, Tav. LXXXVII, 454; Fischer 1994, 219 n. 410, tav. 41. Per altri casi: Capriotti Vittozzi 2003, 148 nota 65. 18 Koenig 1992. 19 Meeks 1992, 424. 20 Koenig 1981, 69-72; Sauneron 1970, 23 (4.9) dove si cita “l’homme d’un million [de coudées qu]i a sept visages sur un seul [cou] ; avec une face de Bès... »; Meeks 1992, 427-428; Berlandini 1995, 22-25 con bibliografia precedente. 21 Erman, Grapow 1982, I 475; Meeks 1980, 122 n. 77.1312; Malaise 1990, 691-692. 22 Kákosy 1981; Malaise 1990, 692. Sull’etimologia del nome, è recentemente intervenuto Takács 2002. 23 Si veda ad es. la presenza nel tempio di Hathor a File: Daumas 1968. 24 Capriotti Vittozzi 2006b; Capriotti Vittozzi 2008a. 25 Malaise 1990, 683. 26 Bulté 1991.

7 Bulté 1991; Bresciani 1992; Frankfurter 1998, 125-126; Capriotti Vittozzi 2003, con bibliografia precedente. 8 Malaise 1990, 692. 9 Per i vari nomi, si veda Malaise 1990, 682-684. 10 Erman, Grapow 1982, III, 10, 17; Meeks 1981, 236 n. 78.2543. 11 Berlandini 1998. 12 Meeks 1992. 13 Volokhine 1994, 88 nota 43. 14 Malaise 1990; Bulté 1991; Meeks 1992; Volokhine 1994; Dasen 1993; Quaegebeur 1999; Capriotti Vittozzi 2003; Malaise 2004; Capriotti Vittozzi 2006a. 15 Ad es. Capriotti 1999a, 28-30. 16 Capriotti Vittozzi 2003 con bibliografia precedente.

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Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

troviamo in compagnia di scimmie, donne nubiane, personaggi musicanti e felini. d. Maschera e/o acefalo?

difficilmente definibile. Al riguardo, vanno citati alcuni casi in cui, sicuramente, il viso “besoide” rappresenta una maschera: un pregevole bronzetto conservato a Berlino36 ci mostra una figura nuda, infantile, caratterizzata dal tipico ricciolo dell’infanzia, il cui viso si cela dietro la maschera di Bes.37 Un altro caso è dato da una scultura in grovacca al British Museum:38 il corpo atletico del personaggio abbigliato di un gonnellino pieghettato risponde alla ideale raffigurazione egizia del corpo maschile, mentre il viso è quello di Bes; non è chiaro se in origine, vicino a questa figura, ce ne fosse un’altra, visto che protende il braccio sinistro, ora spezzato, di lato. Anche la presenza del viso di Bes sulle stele di Horo sui coccodrilli potrebbe essere rapportata ad una maschera. Infine, un caso un po’ diverso, visto che raffigura un ambito più propriamente umano, può forse essere individuato fra gli uomini che pigiano l’uva nella scena di vendemmia raffigurata nella tomba di Petosiri a Tuna el-Gebel: uno solo di questi mostra un viso frontale che fa pensare ad una maschera di Bes/sileno.39 Un’ulteriore osservazione richiede una serie di figure nelle quali, in maniera più o meno spiccata, la demarcazione della barba assume la forma di una sorta di cordoncino o addirittura di largo nastro; esempio considerevole è la statua del Vaticano, nella quale il combinarsi di tale fettuccia con le grandi sopracciglia crea un “effetto maschera”, come se parte del viso emergesse da sotto un apparato finalizzato a conferire un aspetto non precisamente umano.40

Un certa documentazione iconografica attesta fin dall’Antico Regno figure che sembrerebbero mascherate e di aspetto “besoide”, che si muovono in ambiti rituali.27 Un interessante e complesso studio di D. Meeks28 pone in relazione la maschera con l’assenza di testa: l’acefalia di Osiris è connessa al periodo di invisibilità di un astro, sia esso il sole o la luna; anche per l’essere umano esiste un periodo di “eclissi” che è quello riservato ai riti dell’imbalsamazione, alla fine dei quali la maschera rappresenta una nuova testa per il defunto. L’ipocefalo, quasi una sorta di nimbo, posto a protezione della testa e finalizzato a rivitalizzare il defunto, porta un testo (Libro dei Morti, 162) che si rivolge ad una figura misteriosa e innominabile, identificata attraverso il trigramma che segna anche Pateco o Bes.29 Infine, il dio acefalo (akephalos theos) che si trova nei testi magici greco-egizi lascia intravedere Osiris mostrando connessioni con Bes.30 L’oracolo di Bes conosciuto ad Abido in Epoca Romana, all’interno dell’antico tempio di Sethi I, è certamente connesso con l’akephalos theos.31

2. Quale identità? L’appartenenza di Bes ad un ambito liminale, fanciullo/non fanciullo – addirittura “prematuro” per D. Meeks – lo colloca all’interno del ciclo solare di prenascita/nascita/morte/preparazione della rinascita che tanto spesso nell’Epoca Tarda viene espresso dal nesso tra il fanciullo solare e Osiris – il quale presenta egli stesso un aspetto infantile – che trova la sua ragione nel percorso di rinascita giornaliera del sole e nel rinnovellarsi annuale della piena: al riguardo, si prenda in considerazione, ad esempio, lo pseudo obelisco ligneo al Louvre, contenente un feto umano, un tempo accompagnato da una figura di Osiris,32 oppure le figurazioni della porta di Adriano a File, dove nel disco sull’orizzonte stanno insieme Osiris e il fanciullo solare,33 o il culto di Osiris nel tempio di Opet presso quello di Khonsu a Karnak.34 La mostruosa figura “besoide” potrebbe appartenere dunque a un “non ancora” che è promessa di nuova vita, come la prima luce dell’alba.35 Questa immagine difforme cela dunque dell’altro e al contempo rappresenta il segno di una misteriosa presenza: siamo di fronte, in conclusione, ad un personaggio dall’identità incerta e/o molteplice, o almeno

A riflettere questa situazione complicata, resta il problema del nome: ne conosciamo diversi e quello con il quale generalmente lo indichiamo – Bes – è solo in qualche caso attestato. Se gli studi di D. Meeks hanno messo in luce l’antichità del termine bs a indicare un essere piccolo, legato alla vita neonatale, è verosimile che le altre osservazioni avanzate sul significato di questo nome abbiano un senso nell’ambito dei giochi di parole che, in ambiente templare, erano ben lungi dall’essere oziosi ma miravano a chiamare in esistenza aspetti differenti. Nella sua diffusione nel Mediterraneo, conosciamo l’immagine di Bes ma, il più delle volte, non il suo nome. D’altra parte, è nota una serie di figure divine, raccolte da M. Malaise,41 che mostrano il viso “besoide” insieme a caratteristiche fisiche e attributi divini diversi e portano un nome che si riferisce ad altre entità divine (Soped, Horo, Nefertem, Reshef). A queste, si può aggiungere uno straordinario bronzetto – decorato in oro, elettro e 36

Roeder 1956, 109 § 155, tav. 15 lmn. Per altri casi che potrebbero essere analoghi, si veda Malaise 1990, 708-709, 712-714. 38 EA 47973. Walker, Higgs 2000, 244 cat. iv.17. 39 Capriotti Vittozzi 2008a. Per il caso di un danzatore su un affresco isiaco da Ercolano: Malaise 2004, 287-288. 40 Museo Gregoriano Egizio, inv. n. 22842; Botti, Romanelli 1951, 119-120, n. 190, inv. n. 46, Tav. LXXXI; Capriotti Vittozzi 2006a, 5557 con bibliografia precedente. 41 Malaise 1990, 708-709, 712-714. Si veda anche Frankfurter 1998, 125.

27

37

Volokhine 1994. 28 Meeks 1991. 29 Ryhiner 1977; Meeks 1991, 10-11. 30 Berlandini 1993; Bortolani 2008. 31 Dunand 1997; Rutherford 2003, 180; Bortolani 2008, 110. 32 Al riguardo: Meeks 1992, 428-429, con altri dati interessanti riguardanti Abido. 33 Desroches-Noblecourt 1999, 66; Capriotti Vittozzi 2009, 63. 34 Degardin 1985; Capriotti Vittozzi 2009, 70-71. 35 Malaise 2004, 271.

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Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

argento – al Metropolitan Museum, il quale raffigura un personaggio “besoide” mentre l’iscrizione lo identifica come Horo Ashakhet.42 Un’ulteriore indicazione ci giunge dalla documentazione copta di ambito magico, laddove una rozza e sommaria figura unisce il nome di Cristo a quello di Bes.43

3. Aspetti e immagini del culto La sempre maggiore importanza della figura “besoide” si esprime attraverso le immagini di grandi proporzioni che ci sono rimaste dal Periodo Tardo all’Epoca Romana. La statua rinvenuta da A. Mariette nel tempio di Nectanebo II presso il Serapeo di Menfi, oggi al Louvre,51 è di proporzioni notevoli, impressionante per i grandi occhi che dovevano essere inseriti in un materiale che li rendeva vividi, interessante per la sua collocazione presso il Serapeo: si ricorda qui come l’inno iscritto sul Bes Panteo del Louvre lo definisca “toreau, qui procrée et enfante la vie” (nella traduzione di Kákosy ).52

Infine, vanno considerate le cosiddette figure di Bes Panteo ben attestate dall’Epoca Tarda:44 un essere ibrido, caratterizzato da varie teste e attributi animali, mostrante un viso “besoide”. Il papiro magico di Brooklyn lo definisce, tra l’altro, “Bes dai sette visi”, ma lo designa anche con il cosiddetto trigramma:45 M. Malaise conclude proponendo di identificare l’essere come “une hypostase manifestant la toute-puissance des dieux solaires”.46 A proposito di una preziosa immagine di Bes Panteo al Louvre in bronzo decorato d’oro,47 L. Kákosy ha ricordato come il nome di bs sia assonante con il termine che indica una figura segreta48 ma anche con quello che indica la fiamma,49 a ribadire l’importanza dell’equivocità dei nomi. Sul bronzetto del Louvre, che porta il nome di Haroeris, un’iscrizione connette la figura con il fuoco, quale disco fiammeggiante che si leva nelle tenebre, fenice di fuoco, figura gigantesca di un milione di cubiti.

Recenti ricerche nell’oasi di Bahariya, rese note da Z. Hawass, hanno messo in luce un tempio nel quale la statua di culto di grandi proporzioni ha le forme di Bes.53 Il tempio è stato datato ad Epoca Greca ma è stata riconosciuta una frequentazione fino al IV sec. d.C. Appena fuori dal tempio, collegato a questo da un passaggio, si trova un pozzo accessibile attraverso una scalinata che, secondo Z. Hawass, poteva essere utilizzato per fini terapeutici. Sia la statua da Saqqara che questa da Bahariya, pur nella evidente diversità dello stile, fanno riferimento ad uno stesso modello iconografico: la figura stante è nuda, solo una cintura sui fianchi, le zampe di una spoglia felina sulle spalle e sulle cosce, sul petto una piccola protome animale pertinente probabilmente alla stessa spoglia. Caratteristiche simili si ritrovano ancora in immagini di ambiente romano, come la statuetta al Barracco54 e quella oggi a Cambridge,55 pur nella diversità del tipo seduto rispetto a quello stante, a dimostrare l’importanza di un modello che doveva essere ben conosciuto in Egitto.56

Dopo questo breve excursus, si giunge quindi ad intuire che, in particolare dall’Epoca Tarda, dietro la figura “besoide” si possono celare le sembianze misteriose e innominabili di una divinità solare, che in quest’epoca raccoglie in sé gli aspetti della nascita e della rinascita, del soccorso e della protezione, dalla struttura cosmica alla dimensione domestica, capace infine di esprimersi attraverso oracoli. Ci si può chiedere, al riguardo, in quale rapporto siano il personaggio famigliare protettore dell’ambito domestico e questa elaborazione complessa, non solo a livello teologico ma anche per quanto concerne il rapporto tra pietà personale e culto pubblico.

È interessante notare come, in ambienti non lontani da quelli che ospitavano l’immagine di Saqqara e quella di Bahariya, abbiamo luoghi di culto dove Bes giocava un ruolo particolarissimo. Sempre a Saqqara, all’interno dell’Anubieion, conosciamo le cosiddette “stanze di Bes”,57 nelle quali grandi immagini della divinità sono raffigurate sulle pareti, affiancate da figure femminili nude di dimensioni più piccole. Nella stessa area sono state rinvenute numerose figurine classificabili come “erotica”.58

Dell’identità e dell’importanza di questa difforme figura ci perviene qualche frammento attraverso la sua sopravvivenza, quale sorta di spirito beffardo e pericoloso, nell’Egitto post-faraonico fino ai racconti popolari del periodo moderno e contemporaneo.50

42 Roger Fund, 1929 (29.2.3). Hill 2007, 195-196 fig. 86, 210. Si veda anche la scheda presente nel sito del museo: [http://www.metmuseum.org/works_of_art/collection_database/] 43 Pap. Schott-Reinhardt: Kropp 1930, tav. iii; ripreso da Pernigotti 2004 a proposito di un ostrakon da Bakchias. 44 Per la storia degli studi e il significato di questa figura: Kaper 2003, 91-104. 45 Sauneron 1970,15 e 27 nota bb, fig. 3; Malaise 1990, 719, 721; Berlandini 1993, 32. 46 Malaise 1990, 721. 47 E 11554. 48 Su questo, si veda Kákosy 2002 e successivamente Kaper 2003, 93, nota 55 con bibliografia precedente. 49 Kákosy 2002, 277; Erman, Grapow 1982, I, 474 e 476. 50 Meeks 1971, 54-55; Kákosy 1981; Kákosy 1990, 176; Frankfurter 1998, 128-131; Zaki 2008, 222-223. Sulla figura di Bes fuori dall’Egitto nella tarda antichità, si veda Mastrocinque 2005.

51 Louvre inv. n. N 437; alt. 92 cm; largh. 62 cm; prof. 28.5 cm. Lauer, Picard 1955, 9, fig. 5; Boreux 1932, 168, tav. XIX; Tran Tam Tinh 1986, I, 99 n.16b; II, 76; Romano 1989, 840-842, cat. n. 292. 52 Kákosy 2002, 279. 53 Hawass 2000. 54 Inv. n. 60; Sist 1996, 94-95; Capriotti Vittozzi 2006a, 64. 55 Fitzwilliam Museum, GR.1.1818; Vassilika 1998, 106-107 n. 51; Willems, Clarysse 2000, 290, n. 224; Capriotti Vittozzi 2006a, 64-65. 56 Per la discussione sul tipo: Capriotti Vittozzi 2006a. Al riguardo, si veda anche una pregevole statuetta a Berlino SM 22200 (l’oggetto è visibile in Velázquez Brieva 2005, Fig. 28). 57 Quibell 1907, 12-15. 58 Derchain 1981; Fischer 1998.

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Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

A Bahariya, in una delle cappelle di Ain-el-Muftellah, resta la parte inferiore di alcune figure di Bes che dovevano essere alte almeno 4 m, insieme alle estremità di figure femminili: A. Fakhry ha datato il complesso alla XXVI dinastia.59 Nella stessa oasi, un graffito raffigurante Bes (Fig. 1) si trova nel complesso delle sepolture degli ibis a Qarat el-Faragi, dove è stato rinvenuto anche il frammento di una statua di Bes.60 S. Aufrère, mettendo in relazione l’edificio di Ain-elMuftellah con quello di Saqqara, ha supposto che avesse una funzione oracolare rilevando, nelle vicinanze, l’esistenza di un Aphrodision legato al culto di AfroditeHathor.61

colonne dal capitello hathorico. La lampada del British Museum, così come quella con l’immagine di Atena, presenta anche due leoni accovacciati ai lati dell’ingresso del naos. Ad attestare una datazione all’Epoca Tolemaica o Romana di questi oggetti, vanno considerati i dati iconografici – ad esempio la figura di Atena e quella di Isis – e il frontone arrotondato, tipico dell’ambiente egizio,70 che si trova sulla lampada del British Museum, sulla stele di Hannover e sulla lucerna isiaca. Per rintracciare la funzione architettonica di Bes in ambito egiziano, si può notare la sua presenza sui capitelli di alcuni mammisi di Epoca Tolemaica e Romana,71 nella decorazione della parte anteriore del tempio di Mut a Karnak, dove è rappresentato in un rilievo piuttosto alto e di grandi proporzioni sulle colonne del portico antistante il pilone,72 oppure le figure di Bes quale musico danzante sulle colonne dei propilei del tempio di Hathor a File. 73

Per quanto riguarda l’esistenza o meno di un culto specifico rivolto a Bes in Egitto, sul quale M. Malaise esprimeva giusta cautela ancora nel 2004,62 sembra ora possibile ragionare in questi termini: se è verosimile, ma non certo, che la statua di Saqqara sia stata oggetto di uno specifico culto, conosciamo quello a una figura “besoide” nel caso citato di Bahariya mentre, a Roma, abbiamo la ragionevole certezza che la statua in Vaticano, raffigurante Bes seduto indossante una spoglia leonina e una bulla sul petto, fosse un simulacro di culto.63

Una placchetta fittile a Boston74 (Fig. 2) propone qualcosa di analogo rispetto agli oggetti fin qui citati, pur presentando aspetti diversi: in un modellato dettagliato e di buona qualità, essa mostra una figura femminile nuda, stante, le braccia lungo i fianchi e le mani aperte appoggiate sulle cosce, la parrucca corta e tondeggiante, all’interno di un naos il cui architrave è sostenuto da due colonne su leoni stelofori e desinenti in alto con protomi di Bes emergenti da un capitello campaniforme. La figura femminile, dalla silhouette abbondante e dall’ampia fossetta ombelicale, risponde bene all’iconografia corrente in Egitto nell’Epoca Tarda e soprattutto in quella Tolemaica, così come le teste di Bes: queste ultime sono caratterizzate da un’acconciatura che scende a punta sulla fronte, ricalcando la linea delle ampie arcate sopraccigliari, per poi risalire in una sorta di voluta in corrispondenza delle orecchie, quasi a creare l’andamento di un copricapo a bicorno, come si può notare anche nel graffito di Bahariya (Fig. 1).75 L’iconografia dei leoni, invece, non è propriamente egizia, a partire dall’aspetto minaccioso delle fauci digrignanti che rimandano ad un ambiente levantino; va comunque notata la presenza dei felini che si ritrova anche sui manufatti precedentemente citati. Particolarissima è la presenza di Bes come busto emergente da un elemento floreale campaniforme che sembra avvicinarlo ancora una volta al fanciullo solare che nasce dal loto.76 La placchetta di Boston è stata messa in relazione da W.A. Ward77 con una serie di altri

4. Figure in coppia e funzione architettonica Qualche anno fa, una singolare coppia di figure di Bes, collocate nel giardino di piazza Vittorio a Roma, mi suggeriva la possibilità di supporre l’esistenza, nell’Urbe, di un sacello la cui fronte fosse caratterizzata da due Bes in funzione di pilastro, analogamente a quanto attestato da alcune fonti iconografiche dall’Epoca TolemaicoRomana: una steletta calcarea ad Hannover64 e tre lampade.65 Tali testimonianze ci mostrano figure “besoidi” stanti, in un caso danzanti, poste a sostenere l’architrave di un sacello, inquadrando una divinità femminile: nel caso di una lampada, si tratterebbe di Atena,66 nell’altro probabilmente di Isis per l’abito annodato sul petto, e in quest’ultimo caso le due figure architettoniche sono danzanti;67 una lampada a Londra68 e la stele di Hannover mostrano invece una figura completamente nuda, dalla parrucca corta e tondeggiante, che ragionevolmente M. Malaise propone di identificare con una forma di Isis-Afrodite;69 la stele presenta un ulteriore carattere figurativo negli elementi architettonici, mostrando alle due estremità della fronte del sacello due

70 Sull’uso del frontone arrotondato, si veda Gilbert 1942 e Pensabene 1993, 133-135. 71 Arnold 1999, 301. 72 Porter, Moss 1972, II, 256, pianta XXV, colonne b-d, incastonate negli intercolumni; Jéquier 1924, Tav. V, 4 (riferibile alla colonna d in Porter, Moss 1972). 73 Daumas 1968. 74 Museum of Fine Arts 1990.605. Ward 1996; Uehlinger 1997, 116, fig. 27; Velázquez Brieva 2007, 50, Tav. XV.3. 75 Fakhry 1942-1950, II, 29, Fig. 12. 76 Per Bes sul bocciolo, si veda Doetsch-Amberger 1991 e Malaise 2004, 272. Per un’altra applicazione insolita dell’immagine di un busto divino sorgente dal fiore di loto (in questo caso Osiris-Api), si veda Grenier 1990, 16-17, con bibliografia precedente. 77 Ward 1996.

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Fakhry 1942-1950, I, 165-168. 60 Fakhry 1942-1950, II, 28-29, 38. 61 Aufrère 1998, 26; Aufrère 2001, 26-27. Su questo Aphrodision, si veda Wagner 1987, 199-200. 62 Malaise 2004, 279-280. 63 Si veda nota 40. 64 Kestner-Museum inv. n. 1935.200.705; Bissing 1931, 18; Malaise 1990, 686. 65 Parlasca 1994, 406; Tran Tam Tinh 1986, I, 100 n. 22; 102 n. 48 a-b; II, 77 n. 22; 81 n. 48a. 66 Tran Tam Tinh 1986, I, 100 n. 22; II, 77 n. 22. 67 Tran Tam Tinh 1986, I, 102 n. 48 a-b; II, 81 n. 48a. 68 British Museum, EA 16025; Parlasca 1994, 406. 69 Malaise 2004, 276-277.

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manufatti già studiati da A. Mazar78 e identificati come una produzione di ambiente fenicio: il carattere comune è quello di presentare una figura femminile nuda e stante, nel medesimo atteggiamento già descritto, talvolta accompagnata da una figura minore, inquadrata all’interno di un naos caratterizzato da due colonne dal capitello campaniforme e, talvolta, dalla presenza di leoni, anche come acroteri. Il rinvenimento di tali oggetti nel Levante e a Menfi, nel quartiere identificato come quello degli stranieri,79 ha rafforzato la convinzione degli studiosi che la figura femminile vada identificata con una divinità levantina, forse Astarte. W.A. Ward, sulla base del lavoro di A. Mazar, che tra l’altro ha pubblicato un simile oggetto rinvenuto a Tell Qasile in uno strato datato al X sec. a.C.,80 stabilisce una datazione della placchetta di Boston al Terzo Periodo Intermedio, e precisamente all’VIII sec. a.C.81 In realtà, in base a criteri stilistici riguardanti il corpo femminile e le teste di Bes, sembrerebbe forse opportuna una datazione più bassa e più vicina alla lampada del British.82 Tra le immagini studiate da Mazar e da Ward e le altre precedentemente citate e probabilmente più recenti, esistono comunque una continuità e un nesso ineludibile. Se è possibile l’appartenenza del motivo della figura femminile nuda nel naos all’ambiente levantino, va tuttavia riconosciuto un suo sviluppo nell’ambiente egizio. Certamente la figura risponde a criteri stilistici egizi, soprattutto in alcuni esemplari, anche se nella tradizione nilotica non è normale una divinità totalmente priva di attributi. Quanto alla sua frontalità, che Ward definisce non egizia,83 vanno ricordate, ad esempio, le stele di Horo sui coccodrilli; inoltre, la figura femminile nel naos va percepita come riproduzione di un’immagine di culto che si manifesta, e dunque in maniera diversa dalle figure di divinità, viste di profilo, che interagiscono con altre all’interno di un programma decorativo templare. Va inoltre ricordata una figura femminile nuda frontale che, pur levantina in origine, fu acquisita abbastanza precocemente, e con caratteristiche hathoriche, in ambiente egizio: Qadesh. Le stele del Nuovo Regno ci hanno restituito l’immagine della dea, caratterizzata da parrucca hathorica, stante su un leone, mentre, le braccia aperte, regge fiori di loto e serpenti.84 Un genere di oggetti completamente diverso, ma che sembra presentare comunque delle analogie, è quello dei “letti rituali”, sorta di modelli decorati spesso da una figura femminile nuda, frontale, su una barchetta di papiro, affiancata da due vitellini, la scena inquadrata da due figure di Bes, stanti anch’esse o danzanti (Figg. 34); anche questa immagine femminile tiene le braccia aperte a reggere (o scuotere?) delle piante acquatiche; talvolta è seduta a suonare un liuto; gli oggetti sono stati datati tra la XXII e la XXIV dinastia.85 R. Stadelmann ha posto in relazione la figura con Qadesh e dunque con

Hathor.86 P. Del Vesco ha recentemente ripreso l’argomento marcando il carattere hathorico dei manufatti.87 Giova notare che Ch. Desroches-Noblecourt ha riconosciuto nel vitellino traghettato una figura della giovane divinità solare.88 Queste sui letti e quelle sulle placchette sono chiaramente immagini diverse inserite in contesti differenti, e tuttavia sembrano avere tratti in comune, in particolare trattandosi di figure femminili nude e frontali, inquadrate da due immagini di Bes. Ci si può chiedere se siano sviluppi su un filo conduttore unico che, pur nella sua espressione egizia, rinvii comunque a motivi orientali la cui presenza in Egitto è ben conosciuta, insieme alla frequentazione di genti levantine. D’altra parte, sembra opportuno mettere in relazione questo genere di immagini con quelle delle cosiddette stanze di Bes a Saqqara,89 forse un Aphrodision, e anche con la cappella di Ain-elMuftellah.90 Le figure di Bes affiancanti immagini femminili sono ben comprensibili alla luce del ruolo di Bes come protettore della maternità e dell’infanzia; queste piccole immagini di naos, tuttavia, con la frequente presenza di leoni, spinge a riflettere ancora su due aspetti che coinvolgono sia Bes che i grandi felini, peraltro legati tra loro: l’affiancare l’ingresso del sacello indicherebbe anche qui un ruolo di protezione da parte della figura “besoide” ma sembra riverberare su questa, al tempo stesso, la funzione dei leoni dell’orizzonte, come segnacolo del luogo dell’epifania divina.91 In una sorta di gioco delle parti, vanno rilevati anche i casi in cui sono due leoni ad affiancare Bes, suggerendo la sua identificazione con la divinità solare.92 Infine, è riconoscibile un ruolo della figura “besoide” come sostegno del cielo: la presenza di un viso di Bes, rispondente all’iconografia ben diffusa in Epoca Tarda, Tolemaica e Romana, su un amuleto a forma di poggiatesta, ha suggerito a K. Konrad una riflessione su questa funzione, della quale si può vedere una conferma nelle sculture innalzate come pilastri, in quell’immagine viva del cosmo che era il tempio.93 Il ruolo di sostegno si riflette su vari tipi di oggetti, come ad esempio una

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Stadelmann 1985. Su una figura simile, in ambiente levantino, si veda ad esempio un avorio di Nimrud (Iraq Museum, IM 65315): Gubel 1985, 196-197, Fig. 9. 87 Del Vesco 2006. 88 Desroches-Noblecourt 1953. 89 Si veda nota 57. 90 Si veda note 59 e 61. 91 Capriotti Vittozzi 2006c. Per quanto riguarda questa funzione di Bes, si veda anche Malaise 2004, 273-274, dove si cita il caso di due figure affiancanti la triade isiaca. Quanto a identificare come Bes due figure ai lati della dea sul cosiddetto rilievo di Ariccia (Agus 1983) va ricordato che, ad un’osservazione minuziosa, solo una delle due è barbata, mentre l’altra sembra rispondere meglio alla figura di Pateco (Capriotti Vittozzi 2006a, 72), confermando una vicinanza tra i due personaggi difformi. 92 Malaise 1990, 709; Fakhry 1942-1950, II, 38, tav. XXI.E. 93 Konrad 2007. Su Bes come Shu, e dunque come pilastro, si veda anche Malaise 1989, 55; Malaise 1990, 715-716; Malaise 2004, 276278. Riguardo a Bes sui poggiatesta si veda Perraud 1998.

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Ward 1996, 8-9. Petrie 1909, Tav. XXXV.10. 80 Ward 1996, 9 nota 9. 81 Ward 1996, 11 e 18. 82 Si veda nota 68. 83 Ward 1996, 15-16. 84 Romeo 1998. 85 Del Vesco 2006. 79

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scultura in porfido, sostenente un busto hathorico, a Villa Torlonia.94

piume. Sulla porzione di spalle restante, non vediamo segni della spoglia ferina che spesso troviamo nelle immagini di Epoca Tarda. Il taglio operato sulla figura non dovrebbe essere originario, visto che ha asportato parte della barba, e potrebbe essere servito a regolarizzare una frattura; sembra meno probabile che si fosse fatto ricorso a due blocchi per comporre l’immagine stessa; non si è comunque in grado di definire se si trattasse in origine di una figura intera o invece di un busto, come nella placchetta di Boston. La scultura è databile forse all’Epoca Tolemaica, o è comunque poco più antica. Essa proviene da Bubasti, dove sembra chiaro il nesso della figura “besoide” con Bastet, aspetto benevolo della Dea Lontana.

Il ricorrere di figure “besoidi” in coppia, in funzione architettonica ma concettualmente destinate a inquadrare – segnando e proteggendo – il luogo della manifestazione divina, accompagna dunque l’esistenza di figure di Bes che dovevano per se stesse essere oggetto di culto, come ad esempio la figura di Saqqara o quella di Bahariya, fino al Bes vaticano.95

5. Le sculture raffiguranti Bes al Metropolitan Museum of Art e al Museo Egizio di Firenze Due pregevoli sculture raffiguranti Bes, rispettivamente a New York e a Firenze, nelle quali sembra riconoscibile una funzione architettonica, andrebbero ad arricchire la documentazione riguardante questo aspetto della figura, pur essendoci pervenute ambedue in un unico esemplare.

5.2 Bes a Firenze La figura fiorentina (Fig. 7)97 ha proporzioni un po’ maggiori ed è conservata fin quasi all’inguine; pur nella diversità, presenta aspetti in comune con la protome di New York. Le caratteristiche fisionomiche della grande testa sono le stesse: le ampie sopracciglia a cordolo che nascono da una doppia piega, gli occhi dalla sezione obliqua, il piccolo naso schiacciato dalle larghe narici, la barba che si stacca con una netta demarcazione dalle guance e si allarga in simmetrici riccioli segnati da lievi incisioni, i denti numerosi, la lingua estroflessa e tuttavia contenuta nel labbro inferiore. Intorno a quest’ultimo, sono stati praticati dei piccoli fori, che sembrerebbero destinati a sostenere un’applicazione in altro materiale. Indubbiamente diversa la capigliatura, che qui si definisce per brevi ciocche che scompostamente circondano la fronte. In questo caso resta il corpo brevilineo e carnoso, nudo, attraversato solo da una cintura sull’addome; le braccia, spezzate all’altezza delle spalle, erano comunque staccate dal torso, probabilmente solo le mani si congiungevano alle cosce. La superficie calcarea è usurata e nelle parti meno esposte si può osservare una patina color crema che potrebbe contenere residui di pittura. Sulla sommità del capo, resta un profondo incavo parallelepipedo, che doveva servire come alloggiamento per un coronamento sovrastante. Se da un punto di vista iconografico questa scultura si pone in un genere ben conosciuto, da un punto di vista stilistico presenta caratteristiche inusuali nella morbidezza e nella ricchezza del modellato che in qualche modo la differenziano dalla tradizione di forte geometrismo che investe la testa del Metropolitan. Aspetti inusuali sono indubbiamente le ciocche di capelli, che risentono dell’arte ellenistica e romana, l’insistenza sull’arricciarsi morbido della barba, i fori lungo il bordo della lingua.

5.1 Bes al Metropolitan Museum of Art La scultura (Figg. 5-6),96 in un bel calcare bianco e compatto, ci presenta il viso di Bes ed essa è tagliata nettamente poco sopra il limite della barba, in modo che mancano i riccioli finali delle ciocche centrali; anche il retro è tagliato verticalmente e questa definizione posteriore della figura potrebbe dipendere dall’aderenza di questo lato ad un elemento strutturale. Il viso mostruoso è lavorato con maestria, volumi e linee formati con un gusto fluido e geometrico insieme: le guance emergono, con il naso largo e appiattito, dalla demarcazione netta della barba che fa da contrappunto alle pieghe delle ampie arcate sopraccigliari, mentre i grandi occhi hanno una sezione obliqua, lasciando immaginare che la figura fosse realizzata per essere posta in alto, rispetto a chi la guardava, creando una forma di soggezione nel visitatore. Le ciocche della barba sono calligraficamente percorse da lievi incisioni mentre la bocca, nel suo ghigno ferino, mostra un numero non umano di denti e la lingua estroflessa sembra comunque restare contenuta all’interno delle labbra. Le sopracciglia sono due grossi cordoli lisci che partendo dalla radice del naso, segnata da due pieghe, disegnano la forma di un ampio calice. Sulla fronte, tra le sopracciglia, una sorta di capigliatura si definisce in una punta per proseguire in due linee simmetriche e sinuose che, anche in questo caso, ricordano una feluca a bicorno, come nel caso del già citato graffito di Bahariya e dei due capitelli figurati nella placchetta di Boston. Sul capo rimane la parte bassa del coronamento che doveva essere composto da alte

Una importante particolarità della scultura fiorentina sta nel fatto che si tratta di una figura bifronte, lavorata

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Da Porto: Tran Tam Tinh 1986, I, 99 n. 17; II, 76 n. 17; Malaise 2004, 281-282 con bibliografia precedente. Per altre figure con funzione di sostegno, anche di lampade o manici di sistro: Tran Tam Tinh 1986, I, 100 n. 20a, 25a, 26f; II, 76-78 n. 20a, 25a, 26f; Malaise 2004, 288289. 95 Si veda nota 40. 96 Rogers Fund 23.2.35. Alt. 39.5 cm; l. 52 cm; prof. 21.5 cm. Frankfurter 1998, 128.

97 Inv. n. 448, alt. 75 cm. Per la presenza della vetrina non è stato possibile verificare le altre misure.

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Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

simmetricamente in due facce simili.98 Tale caratteristica, da un lato è spiegabile con una funzione architettonica, in quanto un’immagine di culto sarebbe stata solo frontale, dall’altro rinvia al valore stesso della doppia frontalità che, tipico dell’hathorica Bat, si ritrova sui vasi-Bes99 in una figura di nano nel cap. 164 del Libro dei Morti, così come nella decorazione della tomba di Pedubasti100 a Dakhla in Epoca Romana. D. Meeks, a proposito di Bes, sottolinea la sua relazione con il dio definito “dai due visi” che è, dal Nuovo Regno, divinità solare.101

6. Coppie di figure “besoidi” fuori dall’Egitto Come già rilevato, la diffusione di Bes fuori dall’Egitto è tanto ampia quanto equivoca nei significati, da quella avvenuta precocemente in ambiente levantino alla successiva nel mondo romano. A complicare ulteriormente un quadro problematico, si può citare un caso di difficile interpretazione, il quale tuttavia può essere esemplificativo dell’estrema versatilità della figura di Bes: immagini dipinte in maniera piuttosto rozza e tuttavia abbastanza dettagliata su un pithos da Kuntillet ‘Ajrud, nella parte settentrionale della penisola sinaitica in un contesto databile all’VIII sec. a.C., ci hanno restituito due figure “besoidi”, una minore dell’altra (Fig. 8); ambedue presentano la classica silhouette dalle ginocchia valghe e tra le gambe pende un’appendice che potrebbe essere la solita coda, avendo la figura più piccola i seni segnati con due piccoli cerchi a identificarla, forse, come femminile. Dai tratti stilistici piuttosto simili, una figura seduta suona lì vicino una sorta di arpa. Intorno si vedono altre immagini, attribuibili ad altre mani, la più leggibile e di buona qualità mostrante una vacca con il suo vitellino. Ciò che ha suscitato un ampio dibattito è il fatto che, sopra le figure “besoidi”, si trova l’iscrizione dei nomi di Yahweh e Asherah: sulla possibilità di attribuire l’iscrizione ai disegni esiste un dibattito tanto ampio quanto controverso.108

Della scultura fiorentina non si conosce la provenienza ed è pervenuta nella collezione con la spedizione francotoscana.

5.3 Caratteristiche delle due figure Pur nelle diversità, le due sculture fanno capo ad unico modello che fu molto popolare nell’Egitto tolemaico e romano e che è caratterizzato dalla nudità, attraversata solo da una cintura e talvolta da una spoglia ferina, da analoghe caratteristiche del viso, da un alto coronamento: oltre alle statue da Saqqara e da Bahariya e ad una pregevole statuetta a Berlino,102 si possono ricordare le immagini su piccole stele che conosciamo per quest’epoca, ad esempio una steletta al Louvre,103 un’altra con ben quattro figure di Bes al British Museum,104 una al Museo Barracco.105 Il tipo presenta aspetti ricorrenti e qualche variante, la più importante delle quali è la spoglia ferina che spesso porta sulle spalle mentre una testa animale ricade sul petto: questo genere giunse fino a Roma, dove sono state ritrovate diverse figure di Bes.106 Dalla documentazione in nostro possesso, dalle statue di Piazza Vittorio107 alle fonti iconografiche, possiamo supporre che la spoglia fosse spesso assente laddove Bes riveste una funzione architettonica, così come nelle figure di New York e Firenze. Dove si possa reperire l’Urbild di questo tipo non è dato al momento di sapere, possiamo tuttavia osservare che, nello sviluppo del tipo iconografico, la scultura del Metropolitan si inserisce pienamente, a partire dal peculiare andamento a “bicorno” della capigliatura in rapporto alle orecchie; se ne discosta un po’, invece, la figura fiorentina, maggiormente informata dal gusto ellenistico.

Riguardo ad una documentazione archeologica dai contorni più solidi ma non per questo meno enigmatica, come quella della Sardegna di cultura punica, G. Garbati ha recentemente riconosciuto alle figure “besoidi” una funzione di “indicatore morfologico”109 definendole altrove come “immagini in prestito”,110 a sottolineare la difficoltà di identificazione dell’immagine con una divinità specifica in ambiente fenicio-punico.111 Lo stesso G. Garbati112 ha posto l’accento sull’esistenza in Sardegna di statue singole e in coppia, a chiarire l’acquisizione, in ambiente di tradizione punica, di modi conosciuti dall’Egitto a Roma. Interessante, peraltro, in Sardegna, la presenza di queste figure in siti di culti terapeutici,113 che da un lato rimarcherebbe l’insistenza di divinità di origine egizia presso fonti salutari,114 dall’altro confermerebbe la funzione protettiva e soccorrevole del personaggio come rivelerebbe anche il ritrovamento di un pozzo presso in tempio di Bes a Bahariya, forse finalizzato a riti di sanatio.115

98 Non è stato possibile verificare con precisione la faccia che, nell’attuale collocazione museale, è rivolta verso il muro: tuttavia essa appare più appiattita. 99 Guidotti 1983. 100 Fakhry 1982, 74, Tav. 31a. 101 Meeks 1992, 424 e 427. Su Bes bifronte, si veda anche Jesi 1963. 102 SM 22200. 103 E 11138. 104 EA 1178. 105 Inv. n. 304; Sist 1996, 93. 106 Capriotti Vittozzi 2006a. 107 Capriotti Vittozzi 1999b.

108 Per un quadro dei dati e del dibattito: Merlo 1994; Uehlinger 1997, 142-149; Aufrère 1998, 26; Oggiano 2005, 128-136. 109 Garbati 2009. 110 Garbati 2008, 85-88. 111 Garbati 2008, 48-49. Su questo punto, si veda anche Peri 2009. 112 Garbati 2009. 113 Garbati 2008, 48-49; Garbati 2009. 114 Susini 1965-1966; Capriotti Vittozzi 1999a 149-150; Capriotti Vittozzi 2008b. 115 Hawass 2000.

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Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

Quanto alle immagini in coppia, grande importanza riveste un recente studio di A. Hermary116 che è tornato sulla gigantesca scultura “besoide” dall’agorà di Amathonte117 proponendo una nuova datazione alla seconda metà del IV secolo a.C., tra la fine dell’Epoca Classica e l’inizio dell’Ellenismo, e presentando il ritrovamento, nella stessa agorà, di un frammento di statua analoga a quella conosciuta. Hermary si pone dunque, giustamente, l’interrogativo su una possibile funzione architettonica di questi colossi, probabilmente in relazione con la figura di Eracle.118 Al riguardo, ricorda il rinvenimento a Biblo, da parte di M. Dunand, di un edificio di culto davanti al quale stavano sculture colossali, tra le quali due stanti in stile egittizzante.

femminile oltre che di sostegno del cielo e probabile segno di epifania; le due pregevoli immagini del Metropolitan Museum e del Museo Egizio di Firenze costituiscono importanti testimonianze dello sviluppo iconografico di questa figura difforme e allo stesso tempo andrebbero ad arricchire il dossier delle sculture con funzione architettonica; l’importante presenza di queste figure in ambienti egiziani fortemente frequentati da genti levantine, come Menfi o Bahariya,121 costituisce un notevole indicatore per la comprensione della sua diffusione in ambito fenicio-punico;

Da aggiungere al dossier delle sculture in coppia dalle caratteristiche egittizzanti, andrebbe considerata una statua al museo di Beyrut, recentemente studiata da P. Xella119 e I. Oggiano:120 quest’ultima, pur in modo problematico, ha proposto l’identificazione dell’immagine con il dedicante. Ciò che rende interessante questa scultura nell’ambito qui trattato è il fatto che l’iscrizione posta tra le gambe della figura ci informa che era parte di una coppia, oltre che essere dedicata al “Dio Santo”, probabilmente di Sarepta. Pur trattandosi di un caso piuttosto diverso, va comunque rilevata una certa difformità della figura fisica brevilinea e corpulenta, insieme alla presenza qualificante di un gonnellino egizio decorato, che comunque non è del tipo generalmente attribuito a Bes, quando non è nudo. Ci si può dunque chiedere come e quanto l’uso di sculture in coppia affiancanti degli ingressi e l’immagine “besoide” possano aver interagito.

la diffusione della figura “besoide” fuori dall’Egitto, e in particolare a Cipro o in un ambiente di tradizione punica come la Sardegna, fino a Roma, presenta da un lato scelte funzionali simili – dal simulacro di culto alle sculture architettoniche – dall’altro un’analoga difficoltà ad individuare l’identità del dio che si cela sotto la maschera, pur notandosi una specializzazione negli aspetti solari e nell’ambito dei culti legati alla generazione e al rinnovamento della vita e dunque con funzione terapeutica.

Bibliografia Agus P. 1983. Il Bes di Bitia. Rivista di Studi Fenici 11, 41-47. Arnold D. 1999. Temples of the Last Pharaohs. New York-Oxford, Oxford University Press.

7. Conclusioni

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FIGURE

Fig. 1: Bes in un graffito a Qarat el-Faragi (da Fakhry 1942-1950, II, 29 fig. 12)

Fig. 2: Boston, Museum of Fine Arts, 1990.605 (da Ward 1996, tav. II)

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Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

Figg. 3-4: Due esempi di decorazione di letti votivi (immagini riprodotte da Stadelmann1985, 266 Abb. 1-2)

Figg. 5-6: New York, Metropolitan Museum of Art, Roger Fund 23.2.35: testa di Bes. Bes Capital, Rogers Fund, 1923. Courtesy of the Metropolitan Museum of Art)

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Aegyptiaca et Coptica. Studi in onore di Sergio Pernigotti

Fig. 7: Firenze, Museo Egizio, inv. 448 (per gentile concessione del Museo Egizio di Firenze)

Fig. 8: Pithos da Kuntillet ‘Ajrud: le figure “besoidi” (da Oggiano 2005, 129)

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